GIANLUCA SIGNORINI: Il capitano.

di RENATO VILLA

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Era sempre la solita storia. La gente camminava senza guardarsi intorno, nella città incupita dal dolore e dal senso di perdita. Tutti si sentivano accomunati dalla rabbia, e da quella strana sensazione che si prova quando viene a sparire qualcuno che sembra di conoscere, uno che si potrebbe quasi definire un amico di famiglia. Quel giorno, il cielo era cupo, come tante altre volte. Piovigginava, perchè a Genova il diluvio universale non è di casa, e molti ragazzi vagavano con sciarpe rossoblu nelle vicinanze dello stadio. Ma sapevano tutti che non ci sarebbe stata alcuna partita, quel giorno, e neppure quella sera. Era solo quella sensazione di rabbia che li costringeva a rappresentare il loro dolore. Dopo Faber, se n’era andato anche Picchiagorin, qualche mese prima, ed era stato un colpo fin troppo duro, per loro, che avevano vissuto nella Nord per così tanto tempo. Ma quella mattina, svegliarsi con quella notizia li aveva raggelati, intristiti, ribaltati dall’incazzatura e dal dolore. Se n’era andato per sempre, il loro guerriero, l’uomo della corsa folle sotto la gradinata, quello che per tutti era semplicemente il Capitano. Era stato il loro capitano, quello delle avventure in Europa, delle battaglie disperate, dello spareggio a Firenze, che aveva incarnato perfettamente il loro spirito, a salutarli per sempre. 

 

Angelo lo conosceva, il Capitano. Abitavano a pochi palazzi di distanza, ed andavano a fare la spesa dalla stessa gente, ed ogni tanto lo vedeva accompagnare i figli a scuola, lì sotto casa sua, e pensava “un giorno  o l’altro gli parlo, me lo faccio fare un autografo”. Ma non ne aveva mai avuto il coraggio, e quando il Capitano se n’era andato nella sua città, sapeva che non si sarebbero più rivisti. Non che non gli avrebbe fatto piacere, al Capitano, ma quella nuova vita l’avrebbe portato da una città all’altra, perché ora non era più esclusivamente un giocatore, e quindi si stava impegnando a capire, a valutare, da dirigente, perché sarebbe stato quello il suo compito futuro. Ricordava, Angelo, il tempo passato a chiacchierare lì nei giardini, prima che lui inforcasse la bicicletta e tornasse verso casa, in quelli che erano rari momenti liberi dal lavoro o dalla famiglia. E ricordava anche quel gol di testa in un derby, che l’aveva divertito troppo, per come poi erano proceduti i “menaggi” tra il Capitano e qualche amico sampdoriano. In fondo, a Genova quelle erano cose normali, ovvie, perché non si viveva in una città nella quale ci si sparava addosso solo per la fede sportiva. Al massimo, si pagava il giornale il doppio, se proprio si andava troppo sul pesante, ma erano cose che un giocatore di calcio si poteva anche permettere, una volta nella vita… e poi, era comunque un gioco che continuava da lungo tempo, e che non faceva vittime, anzi. Divertiva solamente, in quel periodo, e Angelo ripensava tristemente a tutti quei ricordi, mentre la televisione lasciava scivolare le immagini di qualche partita.   

 

Ricordava, Angelo, quella nottata passata ad osservare il Capitano e il suo degno compagno Fuffo ribattere di testa tutti i palloni che passavano per quell’area, sotto la lieve pioggerellina inglese che li aveva accompagnati nella magia di Liverpool. E continuava a pensare che, come aveva fatto per tanto tempo, quei ricordi non avrebbe potuto toglierglieli nessuno, perché facevano parte di un qualcosa che molta gente non capiva, o non aveva neppure provato a capire. Il rosso della Kop, là di fronte, le bandiere, le sciarpe e quella canzone, che per quelli della sua generazione era diventata un simbolo d’appartenenza, You’ll never walk alone, gli erano entrati definitivamente nel cuore in quella notte inglese. E tutte quelle testate, per interrompere il gioco dei rossi di casa, il Capitano le aveva date in soli novanta minuti, e ne aveva date molte di più che in mezzo campionato. Ad Angelo era venuto in mente che quell’anno, in Coppa, aveva quasi sempre piovuto, e lui continuava a girare vestito con una maglia, ed al massimo una sciarpa, perché nonostante la pioggerella la temperatura era mite, e si poteva anche girare leggeri. E poi, si lasciò scivolare nei ricordi, pensando a quella volta che il Capitano era andato a girare per il quartiere, e si era trovato davanti un immane bandierone rossoblu, che era stato costretto a firmare, “perché non puoi rifiutarti”, gli avevano detto. E lui, aveva estratto da un marsupio qualcosa, aveva sussurrato “non scrive” con il suo accento toscano, ed aveva acchiappato il pennarello che i ragazzi avevano pronto per chissà cosa, ed aveva firmato il telo, nell’unico spazio bianco che c’era. 

 

Erano tanti i ricordi che Angelo aveva del Capitano, perché allora si vedeva spesso con i ragazzi che andavano a giocare a pallone lì sotto, e tra di loro c’era anche il figlio del Capitano, che era già un ometto di una decina d’anni, e che loro invitavano a giocare, perché era simpatico e perché era genoano come tutti loro. Uno dei più particolari era dovuto alla presenza stessa del Capitano nel loro campetto, in pantaloni eleganti e mocassini, con la giacca appesa ad uno degli spuntoni metallici della griglia, un po’ alla Archimede Pitagorico ed un po’ alla speraindio. Era sceso dall’edicola, quella volta, il Capitano, ed aveva girato gli occhi verso il campetto, guardando quel tango rimbalzare come una pallina da flipper.

-Dai, vieni- aveva detto Diego, senza attendere i pareri degli altri. Il Capitano si era levato la giacca, appendendola come già descritto, ed aveva cominciato a giocare. Era stata una cosa incredibile, che Angelo non avrebbe scordato mai più. Un tiro di un avversario aveva centrato la griglia poco distante dalla giacca… che era ovviamente caduta, ed il Capitano era andato a raccoglierla, e l’aveva appoggiata sulla panchina lì vicino. Pensò ancora, Angelo, a quanto si erano divertiti, e a quanto avrebbe ricordato quel giorno incredibile.

 

E poi, i pensieri corsero alla sfida in casa con il Torino, quando una sagoma urlante in maglia rossoblu era sbucata dal tunnel, dribblando sbirri e cani poliziotto, per andarsi ad inginocchiare sotto la Nord, in lacrime. Angelo non ci aveva quasi più creduto, dopo che il Padova aveva segnato l’uno a zero a Milano, ed invece aveva davanti un uomo che urlava la propria gioia, perché credeva ciecamente in se stesso e nella squadra. Era stata una settimana di tormenti, quella, anche se ormai tutti credevano d’averla scampata. Anche Angelo, allora, credeva di essere riuscito a schivare la retrocessione in extremis, anche se era troppo giovane per capire che non era ancora finita. C’era ancora uno spareggio da giocare, e in una città non propriamente amica come Firenze, contro una squadra di gente che avrebbe venduto carissima la pelle. Quella settimana era corsa via veloce, ed Angelo aveva capito allora il significato della parola “fede”. Non aveva mai visto una mobilitazione simile per una trasferta, e pensò che non ne avrebbe visto altre di quel tipo. Lui allora era ancora piccolo per essere rischiato in una trasferta simile, e così si allungò per terra davanti al televisore, pronto a piangere in ogni caso.

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Angelo si ricordò delle lacrime che aveva versato quel giorno, alla fine dello spareggio, e continuò a guardare le immagini che scivolavano lente, dal televisore. Immagini che parlavano di uno stadio in lacrime, sotto la solita acqua, e della rabbia di tutti quelli che erano tornati, sofferenti e stanchi, in macchina, in pullman o in treno. Ricordava, Angelo, le prese in giro degli amici che tifavano per l’altra parte della città, che dicevano che così era stata una cosa ancora più bella. Quante volte aveva ingoiato amaro, in quel periodo, convinto che prima o poi la gente avrebbe capito, imparato, che a lui interessava relativamente il tutto, o almeno, era quello che dava a vedere, che voleva dare a vedere. E si ricordò, Angelo, del Capitano,immobile in mezzo al campo, incredulo, silenzioso, dopo una partita nella quale aveva sputato sangue, mentre osservava quel pallone uscire, largo oltre il palo sulla sua destra. Aveva ancora una volta gli occhi lucidi, ma questa volta di rabbia e di disperazione, il vecchio combattente delle aree. Sapeva che non era possibile riparare a quell’errore, metterci un’altra pezza, come era successo già qualche altra volta. Sapeva che erano condannati.

 

E poi, ad Angelo tornò in mente una leggera sera di maggio, nella quale lui, il Capitano, era tornato a salutarli, ormai allo stremo, attorniato da tutti i suoi amici, in uno stadio che sembrava una chiesa. Era costretto su una sedia a rotelle, e non poteva più comunicare, se non con gli occhi, quegli occhi che continuavano ad essere fieri, combattivi, lucidi come sempre. Angelo si ricordò che quella sera lui era appollaiato lì, nella Nord, e non sapeva come trattenere le lacrime, ripensando a tutte le altre volte che lo aveva visto svettare, in mezzo a grappoli di giocatori, per allontanare ogni pericolo dall’area. E quella volta, in campo, con la maglia numero sei, c’era il figlio del Capitano, quello che giocava a pallone con loro, sotto casa, ed il padre lo osservava, da bordo campo, come solo un padre può osservare un figlio. Ed Angelo ricordava ancora quando il Capitano si era fatto accompagnare lì, sotto la Nord, tra il silenzio e le lacrime di una città dolente. Nessuno mai avrebbe scordato quel momento, pensò, mentre il telegiornale, impietosamente, passava ad un’altra notizia.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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