FABRIZIO DE ANDRE’: In direzione ostinata e contraria.

di RENATO VILLA

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RADIO LIBERA

-Per presentare il nuovo trentatre giri di Fabrizio, ragazzi, ecco Inverno, uno dei brani migliori del disco- disse il disc-jockey, appoggiando la puntina sul vinile. La musica si espanse nelle case, e RadioRebelde venne immediatamente tempestata di telefonate. Intanto, la canzone era partita, e tutti quanti potevano ascoltarla, ed apprezzarla sotto tutti i punti di vista.

Sale la nebbia
Sui prati bianchi
Come un cipresso
Dai camposanti
Un campanile
Che non sembra vero
Segna il confine
Tra la terra e il cielo…

-Ragazzi, questa è pura poesia- disse Stefano, attaccato alla radio di casa, mentre la voce cupa di Faber invadeva la cucina, nella quale il ragazzo stava studiando, accompagnato come sempre dall’ascolto di una qualunque radio libera, che quella volta era RadioRebelde.
-Mica è Montale o Pascoli- sbottò la madre, insegnante e rigorosamente integrata, che digeriva male la passione del figlio per le canzoni di De Andrè. Per lei, la poesia era codificata sui libri di studio, e basta. Quegli strimpellatori non erano altro che dei simpatici cantastorie medievali, di quelli che potevano avere successo giusto perchè c’erano ragazzi come Stefano.

Ma tu che vai
Ma tu rimani
Vedrai la neve
Se ne andrà domani
Rifioriranno
Le gioie passate
Col vento caldo
Di un’altra estate

-Mamma, non lo si può neanche ascoltare sulla RAI, tanto sono bacchettoni- rintuzzò il ragazzo, staccando il naso dagli appunti di francese che aveva lì davanti. Intanto, la radio continuava a proporre Inverno a tutto volume, e la madre di Stefano rinunciò a parlare con il figlio. Non era proprio possibile discutere con quell’essere, pensò, mentre scuotendo la testa pensava che era tanto migliore il mondo prima, senza le radio libere… da quando erano arrivate a far casino, nelle teste dei ragazzi erano entrate strane idee. Forse troppo strane, le venne da pensare, mentre cercava un primo rapido da cucinare per mezzogiorno.

Stefano aveva deciso di continuare a studiare, ma allora, a metà degli anni Settanta, non era facile essere universitari senza essere schierati da una parte o dall’altra. E lui, facile prevederlo, era schierato dalla parte degli sconfitti, come diceva la musica che ascoltava. Quando arrivava in facoltà aveva sempre un walkman con una cassetta dentro, o, alla peggio, una radio puntata su RadioRebelde, come quando era ragazzo. E, quel giorno, aveva Dottrine Politiche, e la radio sintonizzata sulla solita stazione.

A un diciottenne alcolizzato
Versò da bere ancora un poco
E mentre quello lo guardava
Lui disse “amico ci scommetto stai per dirmi
Adesso è ora che io vada”
L’alcolizzato lo capì
Non disse niente e lo seguì
Sulla sua cattiva strada

Come al solito era all’ascolto di una canzone di Fabrizio. Sua madre era ormai stanca di lottare con lui per cercare di fargli capire che la poesia era ben altra, e lui ormai si nutriva di quelle ballate come delle trenette al pesto di sua nonna. E poi, ci si riconosceva, in quella canzone, perché lui, sulla cattiva strada ci era finito ben più di una volta. Aveva fumato, era quasi arrivato alle droghe pesanti, perché le cattive compagnie non si frequentano mai troppo poco, eppure ne era uscito, perché RadioRebelde l’aveva aiutato, raccontando storie e proponendo canzoni, ed anche portandolo a collaborare, come disc-jockey, qualche tempo prima. Già, era successo anche quello, ricordò, mentre ascoltava quella canzone salendo le scale di Balbi. Sapeva che avrebbe dovuto spegnere la radio, una volta arrivato nel luogo della lezione, e così si decise ad ascoltare l’ultimo passaggio della canzone.

E quando poi svanì del tutto
A chi diceva “è stato un male”
A chi diceva “è stato un bene”
Raccomandò “non vi conviene
Venir con me dovunque vada
Ma c’è amore un po’ per tutti
E tutti quanti hanno un amore
Sulla cattiva strada
Sulla cattiva strada”

La voce di Fabrizio se ne andò in sottofondo, mentre il disc-jockey annunciava il concerto gratuito alla Sala Chiamata del Porto. Stefano decise che sarebbe andato a sentirlo, Fabrizio, quella volta, in mezzo ai lavoratori del porto.
-Radio Rebelde vi porta nella musica di confine, ragazzi… ed ora, dopo Faber, un’altra voce che fa parte del nostro universo. Il Duca Bianco, ragazzi… David Bowie, che è nelle sale cinematografiche proprio in questo periodo con L’uomo che cadde sulla Terra- disse il disc-jockey, lasciando scivolare un brano che Stefano aveva orecchiato a qualche festa da amici. Dopo le prime note, si accorse che lo stavano guardando, e spense la radio.

Stefano ricordava ancora i sampietrini, i lacrimogeni, le cariche, gli slogan operai e quello strano interrogatorio che aveva subito, qualche tempo prima, a causa dell’arresto di due suoi compagni di corso. I tempi stavano cambiando, e non certo in meglio, pensò, accendendo la radio e sintonizzandola, come ormai faceva abitualmente, su RadioRebelde. Ormai si era sicuri solo di una cosa: che non si era più sicuri di nulla. Erano troppe, tre stragi di fila, e in meno di un anno. Bologna, maggio del 1980, e Italicus e Ustica, a seguire. Certo che le cose continuavano drammaticamente ad essere sempre più indigeste, pensò Stefano mentre con dita sapienti ed abituate terminava di sintonizzarsi. Chissà cosa gli avrebbero fatto sentire, quella volta, gli amici di RadioRebelde.
-Ed ora, dopo tanta musica straniera, un pezzo italiano- annunciò la ormai arcinota voce del disc-jockey, con il quale era da tempo divenuto amico, passando ogni tanto una sera davanti ad una bottiglia di whisky, e di quello buono. E, dalla radio, uscì la voce inaspettata di un caro amico.

Se ti tagliassero a pezzetti
Il vento li raccoglierebbe
Il regno dei ragni cucirebbe la pelle
E la luna tesserebbe i capelli e il viso
E il polline di Dio
Di Dio il sorriso…

Era una delle canzoni dell’ultimo ellepì di Fabrizio. Era probabilmente la più bella del disco, e a Stefano venne in mente che piaceva anche a sua madre. Strano che una canzone potesse piacerle per il testo, pensò, mentre gli ultimi articoli della tesi venivano raccolti e messi da parte, per essere rigorosamente ricontrollati. Meno male che c’era RadioRebelde a farlo sentire parte di un mondo, azzardò, mentre raccoglieva tutto.

E adesso aspetterò domani
Per avere nostalgia
Signora libertà signorina fantasia
Così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
Con la tua nuvola di dubbi e di bellezza…

Stefano raccolse definitivamente la sua roba, ed attese che la canzone decantasse, lasciandolo solo. RadioRebelde continuava a confortarlo, sganciandolo da una vita di amare delusioni, personali e politiche. L’ultima era stata una ragazza, che l’aveva mollato per i suoi trascorsi, non solo politici. Che bel tipino che era, pensò, mentre appoggiava i capitoli della tesi l’uno sull’altro, attendendo la fine del programma.

Stefano era in macchina, e stava percorrendo stancamente la sopraelevata perché non voleva restarsene in città quel giorno, il dodici ottobre. Celebrare Colombo e la sua banda di tagliagole non gli era sembrato un atto che meritasse di essere considerato intelligente, e così aveva telefonato a Maurizio, un suo caro amico di Recco che la pensava come lui, ed avevano deciso che avrebbero passato quella settimana a parlare di musica, di calcio (Maurizio era genoano fino al midollo), e di tutto ciò che poteva passare loro per la testa, per trasformarlo poi in materiale da pubblicare. Stanco di sentirsi solo, Stefano prese la decisione più rapida, ed accese con un colpo secco la radio dell’automobile, sintonizzata ormai da sempre sullo stesso canale.
-Amici di RadioRebelde, finalmente un’occasione per protestare contro il mondo falso e buffonesco che ci propongono le autorità… ricordiamoci, oltre che di Chico Mendes, di tutto il popolo pellerossa massacrato dagli occidentali per quella terra che era la loro terra- disse il disc-jockey, e subito dopo azzardò una canzone che, difficilmente, qualcuno avrebbe accettato, se l’avesse scritta qualcun altro.

Tentò la fuga in tram
Verso le sei del mattino
Dalla bottiglia d’orzata
Dove galleggia Milano
Non fu difficile seguirlo
Il poeta della Baggina
La sua anima accesa
Mandava luce di lampadina…

Quanto era che non la sentiva in radio, La domenica delle salme, pensò Stefano mentre imboccava Corso Marconi. Se c’era una canzone criptica, ermetica, montaliana, era quella. Sua madre l’aveva subito amata, forse per il suo innato attaccamento ai poeti ermetici, e forse perché Fabrizio quella volta si era davvero superato. Sua madre… ora aveva superato la sessantina, e forse per questo era meno intollerante nei confronti di quelli che definiva ancora “cantastorie”.
-I polacchi non morirono subito…- citò a memoria Stefano, che conosceva le evoluzioni poetiche di Faber a memoria, tranne ovviamente quelle in sardo, perché non aveva ancora avuto il tempo di studiarlo assieme ad Andrea, un suo collega al giornale che veniva da Alghero.

… e inginocchiati agli ultimi semafori
Rifacevano il trucco alle troie di regime
Lanciate verso il mare.
I trafficanti di saponette
Mettevano pancia verso est
Chi si convertiva nel novanta
Ne era dispensato nel novantuno…

Stefano continuò a viaggiare, appoggiato alla Domenica delle salme, e si tolse da quella incomoda e fastidiosa città, la sua città, nella quale si celebrava l’anniversario del primo di tutti i genocidi. E pensò a sua madre, che era andata a vedere la celebrazione, e non per mera curiosità, ma per il fatto. E, disgraziatamente, durante il viaggio gli venne in mente che lei era ancora della generazione che considerava Colombo un eroe.

Quella notte Stefano stava lavorando ad un articolo, come faceva spesso, e teneva accesa la radio, per tenersi sveglio. La radio ed il caffè, erano le due cose che lo facevano lavorare tranquillamente fino a mattina. Era una fredda notte di gennaio, e lui doveva buttare giù, su carta, la base fondamentale dell’articolo che avrebbe venduto a una qualche rivista, perché ormai era così che si guadagnava da vivere. La laurea gli era servita veramente a poco, ma aveva reso felice sua madre, ed anche suo padre, che aveva festeggiato stappando una bottiglia di quello buono. Ora suo padre aveva quasi ottant’anni, e continuava ad interessarsi di tutto, e leggeva tutto ciò che lui scriveva, proprio perché sentiva molto di se stesso in Stefano. Sua madre… sua madre continuava la sua battaglia contro le sue idee, e sapeva che non l’avrebbe terminata se non con la sua fine. In quel momento, RadioRebelde si zittì di colpo, interrompendo Simon and Garfunkel in mezzo a Sound of silence. Non era mai successo. Contemporaneamente, il telefono squillò, e Stefano si alzò, ed andò a rispondere. Era sua madre.
-Stefano, metti la radio- gli disse, con una voce che non sembrava neppure la sua.
-Cosa c’è, mà?- chiese Stefano, preoccupato.
-Metti la tua radio libera, Stefano. Mettila- gli ordinò sua madre. Stefano tornò in salotto, ed ascoltò.
-Non avrei mai voluto darvi questa notizia, amici di RadioRebelde.- stava dicendo il disc-jockey. –Non ve la darò. Capirete dalla prossima canzone che cosa è accaduto- sussurrò. Sembrava sconvolto anche lui. Poi, partì la musica. Stefano la riconobbe al volo.

Alta sui naufragi
Dai belvedere delle torri
China e distante
Sugli elementi del disastro…

Stefano si lanciò verso il telefono, che non aveva riagganciato, e sussurrò a sua madre –Faber?-. Dall’altra parte del filo si sentì un triste –Sì-, che sapeva tanto di amara conferma. Stefano andò ad alzare la radio, perché tutti capissero il suo dolore.

… Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
Col suo marchio speciale di speciale disperazione
E tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
Per consegnare alla morte una goccia di splendore
Di umanità di verità…

Stefano si accasciò sugli appunti, che ormai avevano solo il senso di un lavoro fatto come tanti altri, e si fermò ad ascoltare, ad ascoltare RadioRebelde, quella notte, con le lacrime agli occhi e sua madre al telefono.

… Ricorda Signore questi servi disobbedienti
Alle leggi del branco
Non dimenticare il loro volto
Che dopo tanto sbandare
È appena giusto che la fortuna li aiuti
Come una svista
Come un’anomalia
Come una distrazione
Come un dovere

 

 

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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