PATO AGUILERA: Il sole a scacchi

di Renato Villa

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Ma allora è proprio vero. Sono venuti a tirarmi fuori di qua. È la volta che sento la gente scandire il mio nome dalla parte sbagliata del muro, e a dire il vero mi fa un effetto strano. So che lo stadio sarà tutto imbandierato, e che ormai attendono solo me per celebrare quel risultato che inseguiamo da tutto il campionato. Però io non so come potrò giocare, dove avrò la testa oggi pomeriggio, perché entrare in campo sapendo che poi ti attendono ancora interrogatori, e poliziotti, e cose del genere, non è proprio la cosa migliore di questa vita. Fortuna vuole che la squadra avversaria non abbia più nulla da chiedere al campionato, se non di fare una figura onorevole sul nostro campo. Certo che per me questa sarà una nuova emozione, diversa da tutte quelle provate prima, perché in fondo penso di essere uno dei pochi giocatori di calcio ad avere avuto il permesso di uscire dalla galera per andare a fare il suo lavoro. D’altra parte, ho sofferto quanto non mai in questi giorni,  nei quali mi sono sentito abbandonato da tutti e da tutto, perché alla fine un giocatore di calcio vive di sensazioni, di emozioni, di tutto quello che il carcere, invece, è capace di negare.

 

La gente avrebbe anche potuto rinnegarmi, in quel momento. Invece, sembrava che io fossi tornato pulito e limpido, che la galera non l’avessi mai vista. Lo stadio era pieno di striscioni in mio onore, per incoraggiarmi forse, o più semplicemente perché la gente credeva nella mia innocenza. Quando entrai sul prato, il boato fu trionfale, tanto che mi voltai verso la gradinata, e mi avvicinai a capo chino, come dovessi farmi perdonare chissà quale delitto. I miei compagni si attendevano una cosa del genere, e continuarono lo studio della superficie erbosa, perché era quello il motivo per il quale eravamo entrati in campo. Io rimasi perplesso e mi fermai sotto la gradinata, guardando quel muro umano che inneggiava a me, con lo sguardo stralunato che può avere chi non capisce cosa stia succedendo. In fondo, era proprio così.

 

Camminando lentamente per assaggiare l’erba sentivo la gente che aveva fiducia, che mi credeva, vedevo i ragazzi che mi chiamavano sotto la gradinata per incoraggiarmi, per dirmi qualche parola confortante. Certo che era una sensazione particolare, e dentro sentivo la necessità di giocare una grande partita per ripagarli, per fargli capire che non li avrei abbandonati come loro non stavano abbandonando me. Sapevo che sarebbe stato difficile, perché in fondo non è mai una cosa facile giocare sapendo che non si può fallire, ma quella volta era necessario che io giocassi al massimo delle mie possibilità, che mostrassi tutto ciò che ero capace a fare, con i piedi e con il cervello, perché a calcio si gioca prevalentemente con il cervello, ed i piedi sono solo ciò che ti consente di realizzare quello che hai in mente.

 

Poi, rientrando negli spogliatoi, cominciarono a passarmi davanti le immagini della partita, cosa avrei dovuto fare per farmi “perdonare” dalla mia gente, quali sarebbero state le mie reazioni se avessi mai segnato un gol, e cose del genere. Non mi ero mai trovato in una situazione simile, a dire il vero, e contavo di non trovarmici più, nonostante le mie amicizie mi portassero sempre più frequentemente verso una vita pericolosa. Intanto, dovevo giocare una grande partita e portare fuori di peso la squadra da quella posizione di classifica nella quale si era cacciata. Solo che non è facile giocare con la testa ingombra da pensieri, e lo sapevo sin troppo bene. In fondo, siamo esseri umani e non macchine, mi dicevo mentre mi avviavo a capo chino verso lo spogliatoio.

 

Quando entrammo in campo per il riscaldamento, l’atmosfera sembrava essersi calmata. Eppure l’elettricità si sentiva nell’aria, e la mia rabbia cominciava a salire, perché mi sentivo sempre più colpevole di qualcosa, anche se pensavo di non aver commesso nulla. Scesi nello spogliatoio prima degli altri, un po’ perché non mi sentivo di stare lì sul campo ed un po’ perché volevo rimanere con me stesso, a chiarirmi le idee. Sapevo che gli altri avrebbero combattuto fino alla fine, e che la gente ci avrebbe sorretto per novanta minuti, ma questo ormai non mi bastava più. Avevo voglia di spiegarmi, di raccontare a me stesso cosa poteva essermi accaduto. Ed avevo una voglia matta di segnare un gol, quel giorno, mentre scendevo le scale che portavano allo spogliatoio.

 

Una volta ridisceso nello spogliatoio, cercai di capire cosa avevo fatto e cosa dovevo fare per rimediare. Non che mi sentissi colpevole di qualcosa, quello no, ma la situazione non era proprio la migliore possibile, per me. Comunque, di lì a poco scesero anche i miei compagni di squadra. Mancava poco all’appello dell’arbitro, ed era arrivato il momento della consegna delle maglie. Fu proprio in quel momento che mi sentii differente da prima, più cattivo, più rabbioso. Avevo un conto personale da regolare, e l’avrei fatto. Avevo da farmi perdonare qualcosa dai ragazzi della gradinata, lo sapevo, e ce l’avrei messa tutta per riuscire nell’impresa. In fondo, niente al mondo è impossibile, mi stavo dicendo, mentre sentivo bussare alla porta dello spogliatoio. No, non di nuovo la polizia, mi venne da pensare. No, no, tranquillo, mi dissi, stavolta è solo l’arbitro.

 

Quando le squadre entrarono in campo, la gente urlava il mio nome. Dovevo ripagarla, quella gente, per tutto quello che stava facendo. In fondo, era il minimo che potessi fare, visto che mi sentivo profondamente toccato dalla loro solidarietà. Così, alla prima palla utile, decisi di saltare il primo avversario, e poi di lanciare il mio compagno d’attacco, ma non ne ebbi la possibilità. Sentii l’erba accarezzarmi, ed il fischio dell’arbitro lacerare l’aria. Punizione per noi, da una distanza non impossibile, ma sicuramente difficile. Non erano passati neppure cinque minuti, quando calciai, violentemente e a girare, per infilare il pallone nell’angolo lontano. Il portiere ci arrivò, ma la palla si fermò lì, ed il ragazzo che giocava in attacco accanto a me ci si avventò sopra, spingendola in rete. Lo stadio esplose.

 

In quel momento mi sentii sollevato. Stavo facendo quello che dovevo. La squadra mi stava aiutando più che poteva, per segnare. In fondo, era un rapporto di solidarietà e d’amicizia quello che ci legava. Così, mi sbattevo per dare tutto ciò che potevo e portare la squadra in fondo al campionato col culo in salvo. Non mancava poi molto, pensavo mentre correvo per il campo. Gli avversari sembravano tranquilli, nonostante lo svantaggio. In fondo, a loro importava fare una discreta figura e basta. Eravamo noi che dovevamo combattere per la sopravvivenza, e lo stavamo facendo meglio che potevamo. Adesso però non erano consentiti errori, perché quando si ha un solo gol di vantaggio il minimo errore può essere fatale.

 

Il primo tempo si risolse in una battaglia, e non ottenemmo altro risultato che quello di annullare il gioco di entrambe le squadre, durante una sfibrante guerra di posizione. I nostri avversari fecero interamente il loro dovere, gettandosi su ogni palla con tutto il coraggio disponibile, ma troppo era il divario tra noi e loro, nonostante la classifica non dicesse la stessa cosa. Così, ogni tanto la palla schizzava nella loro metà campo e mi arrivava, e da lì si poteva cominciare a costruire l’occasione per segnare il secondo gol, che però continuava a non arrivare. Ci provammo un po’ tutti, ma la palla non voleva saperne di entrare, in un modo o nell’altro, e così decidemmo di gestire il risultato per non correre esagerati rischi di beffe incidentali. Ne avevamo già subite, in quel campionato, fin troppe, e non avevamo certo voglia di rischiare la nostra permanenza nella massima serie per una stupida carambola o qualcosa di simile. In fondo, ne andava del nostro orgoglio, oltre che delle nostre tasche.

 

Così, ritornammo nello spogliatoio sul minimo vantaggio, e ci guardammo tutti quanti in faccia. Ci sentivamo abbastanza sicuri, ed in fondo lo svolgimento della partita sembrava darci anche ragione. Ma nello sport non si può mai avere alcuna certezza, e così decidemmo di muoverci e piantargli in corpo quel secondo pallone, che ci avrebbe fatto stare tranquilli, a noi e alla nostra gente. Avevamo ancora quarantacinque minuti per far urlare di gioia il nostro popolo, e dovevamo sfruttarli al meglio. Così ci guardammo tutti quanti negli occhi e pensammo a cosa sarebbe successo se fossimo riusciti a perdere quella partita. Era una cosa improponibile, d’accordo, ma in fondo nello sport non c’è nulla d’impossibile, e così cercammo di entrare in campo con ancora più rabbia di quanta non ne avessimo avuta all’inizio. Ne andava della nostra tranquillità.

 

Sembrava un gioco surreale, perché la palla non aveva intenzione di superare quella maledetta riga bianca, nonostante tutti i nostri tentativi. E così continuammo a vivere la partita col cuore in gola, ben sapendo che le radioline ci davano salvi ma che, alla minima botta di sfortuna, avremmo rischiato di essere risucchiati nella categoria dalla quale i miei compagni erano appena arrivati, e nella quale erano decisi a non tornare più. Il portiere avversario, nonostante lo bombardassimo, e forse proprio per quello, sembrava essere una piovra. Non si riusciva a bucarlo per la seconda volta, e non è che non ci provassimo, assolutamente. Ma la palla danzava lì, nell’area piccola, prima che lui l’abbrancasse e si riprendesse il solito gioco, che durava dall’inizio della partita.

 

La gradinata ruggiva, mentre noi ci gettavamo all’arrembaggio per segnare la seconda rete. Sapevamo che, fino a quando avessimo attaccato, non avremmo corso rischi. Il nostro capitano ci guidava, col solito carisma e con la convinzione che riusciva a trasmettere a tutti noi. Il pallone non voleva saperne di entrare nella loro porta, ma nemmeno si avvicinava alla nostra metà campo. E io vedevo arrivare sempre più palloni nella mia direzione, da smistare o utili per conclusioni a rete. Ma nulla sembrava potesse portarci alla seconda segnatura, quasi ci fosse una maledizione su quella porta. Così la prendemmo come una sfida con la sorte, perché ormai quello era diventata, e quello era per tutti noi. Oltre al rischio che continuavamo a correre se mai ci fossimo fatti prendere di sorpresa.

 

Tutto questo continuò fin quasi al termine della battaglia, quando il pallone venne scaraventato all’interno dell’area avversaria. Il Rosso ci si avventò sopra e, con una giocata che non era delle sue, mediano da corsa, saltò un avversario e poi scaricò un missile in rete. Il boato che sentii fu tale da impressionarmi. Ho giocato in Colombia, in Argentina, in Uruguay, ma non ho mai sentito nulla di simile. Facemmo mucchio a centrocampo. Eravamo assolutamente salvi, stavolta non ci sarebbe stato niente che ci avrebbe potuto togliere quel risultato. Nulla e nessuno.

 

Fu solo girandomi per tornare a centrocampo che notai uno striscione particolarissimo, lungo, che prima non mi era saltato agli occhi. C’era scritto “DENTRO O FUORI, PATO NEI NOSTRI CUORI”. Partii di corsa, verso la gradinata. Li sentivo fratelli. Ed andai lì sotto, felice come non ero mai stato, perché per la prima volta mi ero accorto di una cosa che i guadagni del calcio non potevano darmi. Una cosa unica, chiamata unione. Io e loro ormai eravamo una cosa sola. Anche se, alla fine della partita, sapevo che mi sarebbe toccato attraversare la strada e lasciare lo stadio per tornare là, in cella. E lo feci.

 

 

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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