GIULIANO FIORINI: La Lazio e quel gol segnato da uno stadio intero.

di Diego Mariottini

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Non era un fuoriclasse e forse nemmeno un campione, Giuliano Fiorini. Però era un giocatore dotato di potenza fisica e di un repertorio fatto anche di colpi pregevoli. Ma al di là di tutto un attaccante come lui ha sempre un posto fisso nel cuore. E nel cuore non esistono riserve, solo titolari. La sua è una storia che inizia dalla fine. Agosto 2005, prima giornata di campionato. All’Olimpico di Roma scendono in campo Lazio e Messina. C’è un’aria strana quel pomeriggio. Dovrebbe esserci entusiasmo e invece si respira una certa mestizia generale. Paolo Di Canio, scuro in volto, tiene in mano una maglietta di altri tempi, la maglia con la grande aquila di una Lazio che in termini temporali ancora non gli appartiene. La mostra con orgoglio alla Curva Nord. Quella è la maglietta di Giuliano Fiorini. L’attaccante della “Lazio dei -9” è morto da pochi giorni. Applaudono e piangono, i tifosi. Piangono le stesse diversissime lacrime che Fiorini aveva fatto versare loro in una lontana domenica di giugno del 1987. Tornano alla mente proprio gli occhi gonfi di Giuliano Fiorini e la commozione liberatoria di un intero stadio. 70.000 persone esauste e impazzite di gioia. Il pianto di un giocatore per il gol più importante della sua carriera. Una di quelle realizzazioni in grado di consegnare alla leggenda il suo marcatore. Partire da -9 punti a seguito della condanna per una presunta combine di risultati è un handicap che tutti giudicano impossibile da colmare al termine del campionato 1986/87. Serve una vera impresa sportiva e all’ultima giornata ancora tutto è da decidere. Anche con un pareggio la Lazio scivolerebbe in serie C, con una vittoria accederebbe perlomeno agli spareggi salvezza. La Lazio che a sette minuti dalla morte, non muore. Non muore più.

Classe ’58, modenese doc, il futuro attaccante laziale esordisce in serie A all’età di 17 anni con la maglia del Bologna. Fiorini è duro, brontolone, ruvido sul piano agonistico ma sempre corretto. Punta soprattutto sui mezzi fisici ma ai suoi fondamentali tecnici non si può rimproverare nulla. È uno che si fa volere bene perché in campo non si risparmia e perché è una persona autentica. Il che non significa essere necessariamente comodi o simpatici, anzi. Giuliano Fiorini quel che deve dire, dice con schiettezza. Ai compagni, agli avversari. Agli arbitri, che spesso fanno finta di non sentirlo per non dovere intervenire. È un anarchico di buon cuore. Uno di quelli che se gli dici “devi farlo”, non lo farà mai. Perché è anche testardo e non accetta imposizioni. Ma se solo cambi frase e gli sussurri “fallo per noi, è importante” lui poi in partita darà l’anima. Dunque, bisogna innanzitutto accettarlo com’è.

Fiorini non condurrà mai una vita da atleta, gli piace troppo la buona cucina, fuma e non è astemio. Dopo la trafila in serie C il Bologna lo riporta alla casa madre per affiancarlo a un giocatore d’attacco più giovane e più talentuoso, Roberto Mancini. Dopo due stagioni arriva il trasferimento a Genova, dove diventa idolo della curva rossoblu. Al punto che la piazza si ribella quando la società lo cede alla Lazio. Giorgio Chinaglia, che lo vuole in biancoceleste a tutti i costi, rivede in Fiorini qualcosa del Long John calciatore. L’avvio è promettente: gol-vittoria all’esordio con il Palermo e ottima intesa in avanti con Oliviero Garlini. Ma un problema al tallone  costringe la punta a rallentare gli allenamenti e poi a operarsi. Chiude con 3 gol in 18 apparizioni.

Nella seconda stagione, però, è il leader indiscusso della squadra assieme a Mimmo Caso. Il 26 luglio del 1986, quando nel ritiro di Gubbio arriva la notizia che la Lazio è stata condannata dalla giustizia sportiva, dopo il celebre discorso dell’allenatore Eugenio Fascetti alla squadra (“Chi vuole andare, vada. Ma chi decide di restare, dia il massimo e non ne parli più”) Giuliano Fiorini si alza e per primo dice: “Io resto, qualunque cosa succeda”. Con quelle poche parole, secche, precise, rassicuranti, si porta dietro tutti. Anche in campionato, nei momenti di difficoltà scuote i compagni, carica l’ambiente con i suoi numeri e con la sua gestualità. 6 gol segnati non rappresentano per lui un campionato particolarmente prolifico, ma grazie al settimo sigillo entra per sempre nella leggenda. Ultima giornata. All’Olimpico viene il Vicenza. In settimana si viene a sapere il portiere titolare biancorosso, Mattiazzo, è indisponibile. Prenderà il suo posto fra i pali il secondo, Dal Bianco. Si tratta di un perfetto sconosciuto, la cui carriera si svolgerà quasi per intero in Veneto, saltando di categoria in categoria. In realtà, quella che dovrebbe essere una buona notizia si trasforma in un incubo con un nome e un cognome. Quel pomeriggio Ennio Dal Bianco sembra la sintesi ideale fra Zoff, Yashin e Zamora. Per più di 80 minuti, sostenuta e sospinta da oltre 70.000 tifosi, la Lazio si getta all’assalto della porta del Vicenza per segnare quel gol che significherebbe non soltanto salvezza ma anche sopravvivenza. Tuttavia Dal Bianco sembra insuperabile e alle conclusioni degli attaccanti avversari sa contrapporre autentici miracoli. Ci prova Acerbis, ci prova Caso, ci prova Fiorini più volte. È un tiro a segno ma Dal Bianco provvede sempre. Con il passare dei minuti, sugli spalti la speranza lascia il posto alla disperazione, alla consapevolezza di essere davvero a un passo dalla serie C e forse addirittura alla fine di una storia lunga 87 anni. Ma il destino è in agguato e qualcuno quel destino lo chiama giustizia.

È il minuto 83. Cross dalla trequarti di Acerbis, la difesa del Vicenza respinge ma non riesce a liberare. In posizione centrale recupera palla Esposito che cede a Podavini. Il terzino biancoceleste fa due passi e dalla distanza dei 20 metri tenta la conclusione. Ne viene fuori un tiro sbagliatissimo che però si trasforma in un assist in piena area per Fiorini. Il centravanti arriva per primo, arpiona il pallone ed elude l’intervento del diretto marcatore. Dal Bianco accenna all’uscita ma sul tocco in allungo di Fiorini non può nulla. È un vento di follia e di disperazione collettiva a spingere quel pallone in fondo alla rete. “Con me hanno segnato in 70mila” dirà un giorno l’autore del gol. In quell’esultanza, ben più di 70.000 persone sfogano in un istante mesi di paure, di frustrazioni e di speranze che a 7 minuti dalla fine del campionato sembrano perse. Gesti di isteria unanime, uomini di una certa età che piangono come fossero bambini. Bambini che vedono i loro genitori impazzire e rimangono quasi increduli. La corsa di Fiorini sotto la Curva Nord travolto dall’abbraccio dei compagni. Immagini indimenticabili, come indimenticabile resterà il gol di Fabio Poli nello spareggio vinto a Napoli contro il Campobasso. La rete che mette la parola fine a un incubo durato quasi 12 mesi. Il 5 agosto del 2005 a soli 47 anni, Giuliano Fiorini è vittima dell’unico difensore che non lo abbia lasciato passare. A distanza di tanti anni, di lui rimane un ricordo umano e professionale indelebile, un sorriso stralunato e una grinta che sapevano rincuorare tutti, anche nei momenti peggiori. E soprattutto un gol che non cambia la storia di una società. La riscrive del tutto.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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