FABIO CASARTELLI: Il sorriso che non dimenticheremo mai.

di Remo Gandolfi

fabio 1.jpg

“Ormai so bene qual è il mio posto.

Non è stato facile accettarlo.

Specialmente dopo le mie tante vittorie nelle categorie Juniores e poi nei Dilettanti.

Soprattutto dopo quel giorno meraviglioso in quell’estate spagnola di 3 anni fa.

Campione Olimpico di ciclismo su strada.

Con tutte le più forti squadre professionistiche italiane a farmi la corte e a volermi nelle loro fila nei professionisti l’anno successivo.

Scelsi le Ceramiche Ariostea, squadra di ottimo livello con un uomo per le corse a tappe come il danese Bjarne Riis e due eccellenti ciclisti italiani come l’esperto Davide Cassani e un forte corridore da classiche come Giorgio Furlan ma soprattutto per l’esperienza e l’acume del Direttore Sportivo Giancarlo Ferretti, da sempre capace di trasformare ottimi corridori in campioni.

Sono un passista veloce, di quelli che vanno forte in pianura, non si fanno staccare su un cavalcavia e che quando si arriva in un gruppo ristretto posso dire la mia in volata.

Sognavo la Sanremo e poi di vincere qualche bella tappa al Tour o al Giro.

La prima stagione però è stata un’autentica sofferenza.

Facevo una fatica pazzesca a restare con i primi.

Una sola vittoria, alla Settimana Bergamasca.

Un buon Giro di Svizzera con un paio di piazzamenti importanti e nulla più.

Molto poco per chi, come me, si aspettava di entrare nei professionisti e spaccare tutto.

“Stai sereno Fabio” continuavano a ripetermi Ferretti e i miei compagni.

“Il primo anno è difficile per tutti. Anche Hinault e Indurain il primo anno vinsero praticamente niente” mi raccontava spesso Ferretti.

E fu esattamente così.

Per quanto lavorassi duramente, stringendo i denti spesso oltre i miei limiti non c’era proprio verso di arrivare con i primi.

L’anno scorso andai a correre con la ZG Mobili-Selle Italia.

Fu un passo indietro, lo sapevo bene ma non immaginavo neanche lontanamente di fare un’annata così disastrosa.

I risultati non arrivavano e in più ci si mise anche un guaio al ginocchio e dovetti rimanere fermo per parecchio tempo.

Non fu un periodo facile.

Ma c’era qualcosa che compensava abbondantemente tutto il resto: l’amore di Annalisa, la ragazza romagnola che avevo sposato nell’autunno dell’anno precedente.

Il suo sostegno, il suo calore e la serenità che ha saputo trasmettermi sono state determinanti in quel periodo.

E allora quest’anno un altro cambiamento: ho firmato per la Motorola, squadra americana di grandi mezzi e di grandi ambizioni.

C’è il mio amico Andrea Peron, ci sono Axel Merckx e c’è un giovane texano che due anni fa, a soli 21 anni, è stato capace di staccare tutti e di vincere il Campionato del Mondo nella bufera di Oslo.

Non ho ancora vinto quest’anno ma anche quest’anno al Giro di Svizzera ho fatto un buon terzo posto. Ora siamo qui al Tour e so perfettamente quali sono i miei compiti. Stare vicino ai miei capitani, lavorare duro per tenerli nelle posizioni migliori … ma se si sarà l’occasione di mettermi dentro una fuga cercherò di non farmela scappare.

E’ la corsa più importante di tutto il calendario ciclistico internazione e già essere qua è una grande soddisfazione.

Fare un buon risultato poi sarebbe la vetrina migliore per un buon contratto anche negli anni a venire.

Ora la famiglia si è allargata.

E’ arrivato il nostro primo figlio, Marco.

E’ nato 6 settimane fa e io praticamente non l’ho mai visto … sono sempre in giro a correre in bicicletta !

fabio motorola

 

E’ il 18 luglio del 1995.

La giornata è torrida.

Come quasi sempre a luglio.
Come quasi sempre al Tour.

Siamo nel bel mezzo dei Pirenei e per tutto il giorno si andrà su e giù per queste durissime montagne.

La Rai da qualche anno ha iniziato a trasmettere le tappe principali dalle primissime ore del pomeriggio, al Tour de France come al Giro d’Italia.

Per i “malati” di ciclismo come il sottoscritto il richiamo è irresistibile.

Prendo il pomeriggio libero dal lavoro e finito di mangiare mi piazzo davanti al televisore per godermi questa tappa che prevede ben 5 colli da scalare.

Inizia il collegamento. Le immagini mostrano Richard Virenque con la sua maglia a pois di leader dei Gran Premi della montagna al comando della corsa.

Vuole mettere fieno in cascina e garantirsi l’arrivo a Parigi con questa prestigiosa maglia addosso. Dietro di loro un gruppetto di ottimi corridori tra i quali lo spagnolo Escartin e il nostro Chiappucci, “Il Diablo”, uno che quando c’è da accendere le polveri è sempre in prima fila anche se i suoi anni migliori sembrano ormai alle spalle.

Ascolto distrattamente le voci del grandissimo Adriano De Zan e dell’opinionista al suo fianco, l’ex campione del mondo Vittorio Adorni, mio concittadino.

Raccontano la cronaca di quanto accaduto nella prima parte di corsa.

Poi c’è un lungo silenzio, che lì per lì percepisco come il classico problema tecnico.

Quando Adriano De Zan riprende a parlare dice qualcosa che sono CERTO di aver capito male.

“Scusate la mia commozione ma il nostro computer ha appena annunciato che Fabio Casartelli è morto”.

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Immediatamente cerco di pensare a chi può essere uno che si chiama così, proprio come il ciclista della Motorola tutt’ora campione olimpico in carica.

Poi la voce di De Zan si spezza … tornano diversi secondi di silenzio.

Allora capisco.

A morire è stato proprio quel Fabio Casartelli, quel ragazzo il cui sorriso sul podio di Barcellona ha emozionato tutti gli appassionati di ciclismo, quel sorriso quasi sorpreso di trovarsi lì, con la medaglia d’oro al collo più prestigiosa dello sport.

Lui che quel giorno avrebbe dovuto in teoria lavorare per Davide Rebellin, la freccia più acuminata della squadra azzurra in quelle Olimpiadi.

Il silenzio è rotto da Vittorio Adorni che prova, senza riuscirci, a dare una spiegazione dell’accaduto, a tentare di far credere ai telespettatori che si, si può anche morire in una corsa di bicicletta.

Lo fa andando a ripescare vecchi casi del passato … sono due, solo due in una corsa che si corre da più di 80 anni.

Morire in una corsa in bicicletta.

No dai non può essere !

Ricordo che accadde anche al Giro d’Italia una volta.

Fu un corridore spagnolo, Santisteban, nella prima tappa.

Ma ero un bambino, il ricordo è sbiadito e poi non vidi nessuna immagine.

Le immagini di quella caduta le vidi solo alla sera, nei telegiornali.

Non si vede la dinamica, la si può solo intuire.

Quando arriva la moto delle riprese si vedono corridori a terra, qualcuno che cerca di rialzarsi.

Uno addirittura, Dante Rezze, finisce nella scarpata oltre la curva, rompendosi un femore.

Ma ce n’è uno, immobile a terra, con una vasta macchia di sangue vicino alla testa.

Non ha il casco. Nessuno lo portava quel giorno.

Non era ancora obbligatorio e poi con quel caldo sarebbe stato un problema in più.

L’impatto contro il paracarro di cemento è così violento che con ogni probabilità per Fabio non ci sarebbe stato comunque nulla da fare.

La corsa va avanti ma io non riesco più guardarla.

L’organizzazione del Tour decide, cinicamente, non solo di proseguire la corsa ma di non dire nulla ai ciclisti fin dopo la corsa.

… Addirittura fin dopo la festosa premiazione dell’idolo di casa Virenque capace di vincere quella corsa dopo oltre 100 km di fuga in solitario.

Il giorno dopo non c’è corsa.

E’ solo un mesto trasferimento verso l’arrivo a Pau, dove i compagni di squadra di Fabio attraversano per primi il traguardo, abbracciati nel saluto al loro compagno che non c’è più.

Due giorni dopo si arriva a Limoges.

E’ la tappa che Fabio aveva cerchiato in rosso ad inizio del Tour.

“Se mi lasciano un po’ di libertà e la gamba gira in quella tappa provo a fare risultato”.disse prima della partenza della “Grande Boucle”

Fabio non c’è più ma ci pensa Lens Armstrong, suo compagno di squadra, a ricordarlo nel migliore dei modi.

Va in fuga, resiste al ritorno del gruppo, e arriva da solo, sul traguardo di Limoges con le dita e lo sguardo al cielo, a salutare Fabio che forse, quel giorno lì, avrebbe potuto essere al posto suo.

fabio2.jpg

 

A seguire le immagini della sua meravigliosa medaglia olimpica di Barcellona, perché è così che dobbiamo ricordarlo.

https://youtu.be/zes-YFZfDW8

 

 

 

Come sempre la prima parte in prima persona è “romanzata” da chi scrive ma nasce da decine e decine di letture su Fabio, da interviste, ad articoli a spezzoni televisivi.

Sperando come sempre di avere reso in qualche modo omaggio alla memoria di questo sfortunato ragazzo.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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