Chiedi chi era WILMA RUDOLPH

di DIEGO MARIOTTINI

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È stata una delle più grandi sprinter del ventesimo secolo, ecco chi era Wilma Rudolph. Con la sua scomparsa nel 1994 l’atletica leggera ha perso uno dei suoi simboli eterni. Uno di quelli che vanno oltre lo sport inteso come mero risultato agonistico. Si tratta di una storia edificante e per molti versi tremenda, perché ci sono cose che l’al di qua non può comprendere. L’al di qua comprende che Wilma è stata il vero emblema delle Olimpiadi di Roma 1960 assieme a Cassius Clay. Fra lei e la Capitale è stato amore a prima vista. Poi l’ha amata tutto il mondo.

FUORICLASSE – Ci vuole poco per intuire nell’andatura morbida e insieme nervosa, flessuosa ma straripante della giovane atleta nera la stoffa della fuoriclasse. Essere fuoriclasse non è un fatto di età. Se non lo sei a vent’anni, molto difficilmente lo sarai a trenta. E nei giorni di gara allo Stadio Olimpico la ventenne Wilma impiega un nulla a far capire chi sarebbe stata in quell’edizione la star dell’atletica. Del resto ai Giochi non si vince una medaglia d’oro per caso, figuriamoci se gli ori diventano tre, prima donna in assoluto a ottenere un risultato simile. Ma la vicenda umana della Rudolph è una di quelle che fanno rima con la fede, con la voglia di lottare contro la sfortuna, contro il pregiudizio dell’ambiente. Contro la rassegnazione a tutti i livelli. Perché se nella vita ce l’ha fatta una persona come lei, donna in un mondo di uomini, nera in un mondo di bianchi, malata in un mondo di sani, allora è veramente il caso di dire che non ci sono scuse: ognuno cerchi il meglio che è dentro di sé e trovi la forza per lottare. Perché già quella è una grandissima vittoria, anche senza un pubblico ad applaudire o una medaglia a significarne l’impresa. Partire da reietti e diventare fuoriclasse.

 

UNA VITA DIFFICILE – Wilma Glodean Rudolph nasce a Clarksville, nello stato americano del Tennessee, il 23 giugno 1940. Il Tennessee è famoso per essere la culla della musica country, per avere dato i natali al regista Quentin Tarantino e per le coltivazioni di cotone, con annessi e connessi vari. Più raramente si ricorda questo Stato per via di Wilma Rudolph. Eppure la sua è una storia molto americana, una di quelle in cui la forza dell’individuo può davvero ribaltare qualsiasi avversità. È una bambina, la ventesima di ventidue figli di casa Rudolph, e viene colpita dalla poliomielite. Sembrano un verdetto inappellabile le parole di medici un po’ troppo sbrigativi: “La ragazza perderà l’uso della gamba sinistra”. Per anni la piccola Wilma sarà costretta a portare un apparecchio correttivo e ad andare due volte alla settimana all’ospedale per fare le terapie, nonostante la struttura riservata ai neri si trovi a ottanta chilometri da Clarksville. È un giorno stupendo, indimenticabile quello in cui, dopo anni di trattamenti, Wilma lascia i medici a bocca aperta: all’improvviso si toglie con le sue stesse mani l’apparecchio correttivo e, contro ogni sentenza medica che l’aveva condannata a una vita da handicappata, comincia a camminare e poi a correre da sola. Sembra una specie di Forrest Gump al femminile. Ha circa 12 anni ed è come se fosse nata in quel momento. È la voglia di vivere che non vuole ostacoli sulla sua strada. Ben presto comincia a fare sport, individuali e di squadra. Del resto, ha talmente tanti fratelli e sorelle che organizzare una partita a basket nel cortile di casa Rudolph non è affatto complicato. Ma c’è qualcosa che l’attira più del basket, qualcosa che ha un significato chiarissimo: da bambina non riusciva a camminare, adesso vuole correre e battere tutti. Nemmeno gli uomini riescono a stare dietro a quella silfide che cresce in altezza ogni giorno di più. A scuola viene notata da Ed Temple, allenatore femminile alla Tennessee State University che vede in lei le potenzialità della grande velocista. Si impone una scelta radicale: basket o atletica. La palla a spicchi finisce in soffitta, bye bye basketball.

 

CAMPIONESSA – Ha ragione Ed Temple, perché Wilma Rudolph si rivela presto un’atleta di livello internazionale. Ha 16 anni, mostra il fisico di una donna (è alta 180 centimetri e pesa meno di 60 chili) e l’andatura di una gazzella. La “gazzella nera”, così la chiamano, non perde una gara neppure a volerlo, fa tempi straordinari e stupisce perfino chi ne aveva percepito il talento in tempi non sospetti. Tempi tali da permetterle di partecipare alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, quando ottiene un primo risultato importante: vince la medaglia di bronzo con la staffetta femminile 4×100, mostrando l’entusiasmo di una ragazza ma anche la saggezza tattica di una veterana. Al suo ritorno in patria, forte di una certa notorietà e della possibilità di pagarsi gli studi, la giovane campionessa s’iscrive alla Tennessee State University. L’intenzione è quella di laurearsi in Istruzione Elementare, ma la voglia di emergere nella corsa prende poco alla volta il sopravvento su tutto: l’obiettivo principale è Roma 1960. Ai XVII Giochi Olimpici dell’era moderna, che andranno in scena nella Capitale dal 25 agosto all’11 settembre 1960, Wilma Rudolph, appena ventenne, sarà una delle protagoniste assolute, con risultati che passeranno alla storia non solo dell’atletica leggera, ma di tutto lo sport. I paparazzi non avranno scatti che per lei, più che per Cassius Clay, per Nino Benvenuti, per Abebe Bikila. È della “gazzella nera” l’oro sui 100 metri piani: 11’’netti, record del mondo non omologato per via dell’eccessivo vento a favore. Non sarà record, ma è comunque oro, del resto il vento soffiava alle spalle di tutte. Rudolph si ripete tre giorni più tardi nei 200 metri, dopo avere eguagliato il record olimpico di 23”2 nelle batterie eliminatorie (il record mondiale, stabilito a Corpus Christi, Texas, il 9 luglio 1960 con il tempo di 22”9 già le apparteneva). Completa infine l’opera portando al successo la staffetta femminile 4×100: medaglia d’oro e nuovo record del mondo con 44”5. Associated Press la nomina Atleta donna dell’anno 1960. Nel 1961, anno in cui migliorerà il record mondiale dei 100 metri correndo in 11″2, riceverà il premio per la seconda volta.

 

NON SOLO PISTA – Nel 1962, a soli 22 anni, prende una decisione drastica e inaspettata: si ritira dall’attività agonistica. Ha altri progetti. Lavora come insegnante di educazione fisica, allenatrice di atletica e come commentatrice sportiva. L’anno successivo si sposa e dal suo matrimonio nasceranno quattro figli. Alla metà degli anni 70 il nome di Wilma Rudolph entra nella Hall of Fame dell’atletica leggera mondiale. Nel 1977 esce “Wilma Rudolph on Track”, un’autobiografia molto dettagliata dalla quale trarrà ispirazione il film “Wilma”, interpretato, fra gli altri, da un giovanissimo Denzel Washington. Nei decenni successivi ha tenuto conferenze in ogni parte degli Stati Uniti d’America e nel 1991 è stata anche ambasciatrice per la celebrazione europea dello smantellamento del muro di Berlino. Tornata nel Tennessee la Rudolph ha contribuito ad aprire e gestire cliniche sportive e ha svolto consulenze per squadre universitarie di atletica leggera. Ha anche creato la sua organizzazione, la Wilma Rudolph Foundation, dedicata alla promozione dell’atletica amatoriale. Nel luglio del 1994 l’ex “gazzella nera” si trova ad affrontare un avversario più cattivo e perfino più veloce di lei: le viene diagnosticato un tumore al cervello. Per la prima volta “l’imbattibile” perderà uno sprint, quello decisivo. Il 12 novembre, a Brentwood (Tennessee) Wilma Rudolph muore all’età di 54 anni. Nel 2004, a 10 anni dalla sua scomparsa, gli Stati Uniti emettono un francobollo che ricorda la triplice impresa di Roma. Non corre più, la “gazzella nera”. Ma di sicuro ora vola.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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