BRANDON LEE “Il Corvo”: Perché non può piovere per sempre …

di RENATO VILLA

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1.

L’ho ammazzato io, quel ragazzo.

Non che volessi farlo, assolutamente. Ma ho preso quella pistola e l’ho passata a chi la doveva usare, come il mio lavoro prevede.

Sì, perché io sono un semplice attrezzista.

Un trovarobe.

Ed ora mi sento colpevole della morte di un ragazzo che non doveva morire.

So che non è colpa mia, ma nessuno mi crederà quando proverò a giustificarmi.

Perché non esiste giustificazione per un simile errore.

Perché, alla fine, di quello si tratta.

 

2.

L’ho visto cadere.

Ho filmato la scena.

Giuro, e vi giurerò finché campo, che pensavo si rialzasse.

Invece no.

Non si è rialzato.

E io ho filmato tutto.

Ho documentato tutto.

E ancora adesso non riesco a crederci.

Ancora adesso non dormo la notte.

 

3.

Avevamo previsto tutto.

Era tutto calcolato al microsecondo, e non erano contemplati incidenti.

E invece…

Invece, è successo qualcosa d’imprevisto.

Qualcosa che nel mio script non esisteva.

Il ragazzo non si è rialzato.

Io non volevo crederci, non era possibile.

Anche perché voleva dire solo una cosa: che tra di noi si nasconde un assassino.

E questo, nel mio script, non era assolutamente previsto.

No.

Non era previsto per niente.

 

4.

Non era il rumore giusto, quello.

Una pistola di scena non fa quel botto.

Li conosco bene i suoni, io con “loro” ci lavoro.

Quello è il botto di una pistola vera.

Appena ho sentito quel suono ho capito che quel ragazzo non si sarebbe rialzato mai più.

Ma nessuno di noi, che ci siamo guardati stupiti, ha ancora capito da dove sia sbucata quell’arma.

Perché nessuno di noi può averla portata, e perché la produzione ci mette a disposizione armi di scena, solo ed esclusivamente armi di scena.

E adesso, ancora adesso, mi chiedo cosa possa essere accaduto per far arrivare quell’arnese lì, dove non doveva essere.

Siamo tutti colpevoli, e nessuno di noi potrà mai dire di avere la coscienza pulita.

Perché, in fondo, siamo tutti quanti degli assassini.

Magari senza saperlo, ma lo siamo.

 

5.

Abbiamo dato ordine di far arrivare le armi di scena all’inizio della lavorazione, anche per poterle controllare.

Un malfunzionamento poteva pregiudicare la buona riuscita delle scene, e quindi del film.

Certo nessuno pensava che in mezzo a quello stock di pistole ce ne fosse una vera.

Vuol dire che non sono state controllate.

Oppure…

No, non ci voglio credere, alla seconda ipotesi.

No.

Vorrebbe dire che qualcuno aveva “un motivo” per farlo.

Un movente.

E io non ci voglio credere.

 

6.

A volte la realtà supera l’immaginazione.

Tu credi di vedere una cosa, ed invece davanti agli occhi ne hai un’altra.

Credi di girare la scena di un omicidio e no, stai semplicemente riprendendo un omicidio nel momento esatto nel quale avviene.

A volte essere dietro la macchina da presa è una maledizione.

E io quella maledizione me la porterò dentro per sempre, perché non credo ancora adesso a quello che i miei occhi hanno visto.

Ma l’hanno visto.

Per davvero.

L’hanno visto e ripreso.

E l’hanno sbattuto nella mia memoria.

Io non dimenticherò.

Mai.

 

7.

Subito ho pensato a uno scherzo.

Ma non erano certo scherzi da fare, specie quando si giravano scene di quel genere.

Poi … poi mi sono preoccupato, ed ho guardato la pistola che tenevo in mano.

Non poteva essere vero.

Non poteva essere carica.

Non potevo avergli sparato sul serio.

E poi, le armi di scena sono note per essere inoffensive.

Quindi, quella non lo era.

Qualcuno mi ha reso colpevole di un omicidio.

Ma io so di non esserlo.

Lo so.

Ma nessuno al mondo mi crederà.

Solo Dio.

 

8.

Ho sentito lo sparo.

E, subito dopo, ho sentito dolore.

Mi sono accasciato a terra, come prevedeva il copione, ma come non sarebbe dovuto accadere.

Ho sentito la gente correre e urlare intorno a me.

E sopra di me non vedevo nulla e nessuno.

I miei occhi non vedevano, erano gonfi di lacrime.

Di dolore.

Non potevo muovermi, e non volevo crederci.

Ero sdraiato sotto la pioggia.

Ero lì.

La mia vita scivolava via goccia dopo goccia.

Sentivo voci.

Intuivo luci.

Ma l’unica cosa che mi faceva capire che continuavo a sopravvivere era il ticchettio della pioggia.

Sapevo che avevo una scadenza.

Che sarebbe finita.

Perché … perché non  può piovere per sempre.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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