GILLES VILLENEUVE: Le reti di Zolder.

di RENATO VILLA

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1. 

Piangono ancora, le reti di Zolder.

Lo hanno accolto teneramente in un abbraccio che era la fine del suo viaggio terreno, al termine del suo ultimo volo.

Perchè quel piccolo cavaliere indomito, nel mondo degli umani, aveva un soprannome che ne descriveva e raccontava le doti acrobatiche.

Semplicemente, lo chiamavano “l’aviatore”.

2.

Quel soprannome veniva da lontano, e più precisamente dal Giappone.

Già, perché lì, qualche anno prima, era avvenuto un incidente pauroso, tragico e spettacolare che era costato la vita a un paio di spettatori che avevano violato le regole della pista, tra lui, giovane acrobata canadese, e il navigato acrobata  sceso dai ghiacci svedesi Ronnie Peterson.

E, a dargli quel soprannome dopo quel fatto, non era stato un tifoso, ma il più grande personaggio di tutto il mondo della Formula 1.

Enzo Ferrari.

Il Drake.

3.

Poi ci fu il Gran Premio d’Italia dell’anno seguente a segnare il ragazzo venuto dal freddo.

Partiva in prima fila, a stretto contatto con il pilota che stava dominando il mondiale, Mario Andretti.

Alla partenza loro due sparirono in lontananza, ma subito le bandiere rosse bloccarono la loro fuga.

Era successo qualcosa.

Di grave.

In fondo al rettilineo la schiuma degli estintori aveva completamente ricoperto una monoposto.

La riconobbero subito.

La Lotus numero sei.

La macchina di Ronnie.

Improvvisamente l’”Aviatore” si sentì stringere lo stomaco.

Sapeva che probabilmente non si sarebbero rivisti mai più.

Così pensò “devo vincere questa gara”.

Era la stessa cosa che pensava Mario Andretti.

Il compagno di squadra di Ronnie.

Alla seconda partenza schizzarono via veloci.

Ronnie non c’era, e non ci sarebbe stato più.

E schizzarono via troppo presto, in anticipo sul semaforo verde.

Quanto bastava per prendersi un minuto di penalizzazione e perdere la gara.

Ma nel loro cuore l’avevano vinta.

4.

“Ormai la gara sta finendo. Jab ha praticamente vinto, siamo a poco più di tre giri dalla fine e se non gli succede qualcosa va tranquillo.

Dietro di me ho il suo compagno di squadra, Arnoux.

E la sua Renault, come quella di Jab, monta un motore turbo.

Ma io non mollo, la seconda posizione deve rimanere a me. Ci tengo, in fondo in questa gara sono stato il solo a contrastare le Renault”.

Gli ultimi tre giri della gara di Dijon sono passati alla storia come la sequenza più incredibile di sorpassi e controsorpassi della storia della Formula 1.

Molto aveva fatto la pista, veloce e che favoriva gli acrobati, e tantissimo aveva fatto il coraggio di due piloti che fino alla fine avevano combattuto per un semplice secondo posto.

Quello che di solito non si ricorda.

Ma, a volte, invece, non viene ricordato chi vince.

5.

Lo adorarono per un giro percorso su tre ruote.

Una maledetta gomma dechappata subito dopo l’ingresso dei box creò il mito.

Zandvoort è una pista strana, con un curvone a centottanta gradi già difficile da percorrere in condizioni normali, figuriamoci su tre ruote.

Ma lui riuscì a tornare ai box.

Ovvio, non che poi la cosa gli sia servita a poter continuare.

Ma il mito dell’acrobata era nato e non sarebbe mai morto.

Perché dopo Dijon e dopo Zandvoort la gente adorava quel ragazzo schivo che faceva dell’acrobazia la sua ragione di essere.

Perché per lui non era importante vincere.

Era importante diventare leggenda.

6.

E’ già difficile, con un turbo, vincere su certe piste, nelle quali un sorpasso è un ‘impresa.

Vincere nel salotto buono di Montecarlo con un turbo è impresa da pochi eletti.

E quella domenica del maggio 1981 fu lo spartiacque tra i piloti normali, i bravi piloti, i grandi piloti e i creatori di miracoli.

Perché a Montecarlo si vince con l’aspirato, che è più agile e concede una migliore guidabilità, visto che i motori turbo di quest’epoca sono ancora imperfetti, mentre il vecchio caro aspirato  è affidabile e non risente degli sbalzi di ritmo di questo percorso-salotto.

Ma… c’è sempre un “ma”.

E quel “ma” è rappresentato dalla Rossa numero 27.

Perché chi la guida è un creatore di miracoli.

E Alan Jones, con la sua Williams-Cosworth, quando si vede sfilare sul rettilineo dei box, capisce che è diventato parte della storia.

Ma dalla parte sbagliata.

Quella dello sconfitto.

7.

Lo hanno tradito.

E non per trenta denari, come accadde a Gesù, ma per tre punti.

Tre miserabili punti che ha dovuto lasciare al compagno e rivale Didier Pironi sulla pista di casa.

Imola.

Non l’avevano mai visto così scuro in volto.

Sentiva che gli stavano togliendo i sogni da sotto il sedile.

Perché lui era un uomo che viveva di sogni.

E, con quella gara, iniziarono a togliergli anche quelli.

Non gli sarebbe rimasto nulla per cui lottare.

Così, salutò il suo pubblico, come faceva sempre, ma con la rabbia di chi si sente scippato di qualcosa.

Andrà meglio la prossima volta, probabilmente.

Non sapeva che non ci sarebbe stata, una prossima volta.

8.

Piangono tristi, le reti di Zolder.

Piangono l’eterno ragazzo che hanno visto volare in cielo, avvolto dall’abbraccio della sfortuna.

E applaudono, ricordandolo come l’immagine di un cavaliere senza paura che, giunto alla fine delle sue acrobazie, ne ha donato al mondo un’ultima, e irripetibile.

Poi, dopo l’applauso, cala il silenzio.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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