2004-2005: Il campionato delle prime volte.

di DIEGO MARIOTTINI

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A modo suo anche questa è una storia maledetta, almeno leggendo fra le righe. Maledetta non perché sia morto qualcuno ma perché è anche una storia di malaffare, perché evoca immediatamente Calciopoli e l’intervento della giustizia sportiva, anche se non è questo il tema affrontato. Campionato 2004-2005. Quasi 15 anni fa, un tempo breve ma significativo. Troppo lungo per essere cronaca, troppo breve per essere già storia. Forse uno dei tornei più anomali della storia del calcio italiano, di certo uno di quelli che non passano senza aver fatto rumore. Per la prima volta nel dopoguerra, un titolo prima conferito, viene poi revocato. Il campionato 2004-2005 passerà dunque agli annali come “non assegnato”. Era successo soltanto un’altra volta, quando nell’edizione 1926-27, la prima giocata su base nazionale, al Torino viene tolto lo scudetto per un episodio di corruzione rivelatosi in effetti tale. Ma andiamo con ordine, perché quella della revoca non sarà – a ben vedere – l’unica particolarità del campionato 2004-2005, centotreesimo in assoluto e settantatreesimo a girone unico. Non vorremmo ridurre a Calciopoli, il campionato più pieno di novità forse di sempre. Il fine è quello di cogliere altri aspetti.

 

C’E’ SEMPRE UNA PRIMA VOLTA – Quell’edizione rappresenterà l’esordio per alcuni personaggi che, ognuno a modo proprio, avranno tutti lasciato un segno. Il campionato ha inizio l’11 settembre (una data ritenuta infausta e i fatti sembreranno avvalorare i timori dei cabalisti incalliti) ed è il primo da oltre 50 anni con 20 formazioni al via. Tra le novità si registrano i ritorni in serie A, dopo diversi decenni, di Palermo, Messina e Livorno, (le quali faranno un ottimo percorso classificandosi tutte sul lato sinistro della classifica, oltre a quelli dell’Atalanta, del Cagliari, e della Fiorentina, quest’ultima a due anni dalla caduta in Serie C per sopraggiunto fallimento. È un torneo di tante “prime volte” nella stessa stagione: è, per esempio, la prima di Fabio Capello alla guida della Juventus (“Mai alla Juventus”, si era fatto sfuggire il tecnico goriziano, soltanto qualche mese prima). È la prima volta anche di Zlatan Ibrahimovic, il fuoriclasse svedese di origine bosniaca che all’epoca del trasferimento in bianconero (per la somma di 16 milioni di euro) ha 23 anni non ancora compiuti.

 

LOTITO CHI? – Si affaccia sullo scenario calcistico nazionale un imprenditore destinato a far parlare di sé per più di una ragione: Claudio Lotito. Il nuovo presidente della Lazio rileva la società capitolina in preda alla massa debitoria. Criticato da molti, apprezzato da altri, talvolta oggetto di satira per le sue modalità caricaturali e il suo “latinorum”, in tanti anni di presidenza il numero 1 della Lazio sarà riuscito dapprima a scongiurare il fallimento, poi a far navigare la squadra in acque tranquille. Infine, sotto la sua presidenza, ancora in corso, la squadra riuscirà a vincere nel tempo 2 Coppe Italia e 2 Supercoppe italiane, impresa non riuscita ad altri imprenditori anche più facoltosi. Sarà anche la prima volta in cui avere la peggior difesa in assoluto non è motivo di retrocessione: avviene al Lecce di Zdenek Zeman (secondo attacco della serie A, ultima difesa, ovvero 11° posizione in classifica generale).

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SE ATENE PIANGE SPARTA NON RIDE – Nemmeno per la Roma sarà una stagione da ricordare con piacere: il valzer di allenatori durante l’annata sarà un presagio tutt’altro che positivo. A causa di motivi familiari, il tecnico Cesare Prandelli è costretto a dimettersi e la Roma, a pochi giorni dall’inizio del torneo, chiama sulla propria panchina l’ex bomber Rudi Völler, già idolo della Curva Sud fra gli anni 80 e l’inizio del decennio successivo. La mancanza di risultati positivi spingerà la società a sostituire l’allenatore tedesco prima con Luigi Delneri e poi con Bruno Conti. In teoria la Roma ha i numeri per essere la seconda o terza forza del campionato: con Panucci, Montella, Totti e Cassano non sarebbe umanamente possibile essere una scialba comprimaria, eppure la squadra giallorossa ci riesce. Si salva dalla retrocessione soltanto alla penultima giornata e aggancia le competizioni Europee soltanto perché finalista di Coppa Italia contro l’Inter (che si aggiudicherà il trofeo al termine del doppio confronto di finale).

COSI’ VANNO LE COSE – La Juventus di Fabio Capello è fin da subito la dominatrice del torneo: già alla seconda giornata i bianconeri balzano in testa, inseguiti per un certo periodo dal terzetto formato dal Milan campione in carica e da Lecce e Messina. La matricola siciliana è capace dapprima di violare il Meazza rossonero il 22 settembre, e successivamente di giocarsi il primo posto provvisorio in classifica nello scontro diretto al Delle Alpi alla sesta giornata. Ben presto, però, i milanesi diventano l’unica antagonista possibile della Juventus, visto anche lo stentato avvio (12 pareggi nelle prime 15 partite) dell’Inter di Roberto Mancini. I rossoneri si presentano allo scontro diretto di Torino, il 18 dicembre, con quattro punti di svantaggio: i bianconeri escono indenni e il 9 gennaio sono campioni d’inverno. All’inizio del girone di ritorno il Milan accusa un sensibile calo di rendimento, con due sconfitte subite contro Livorno e Bologna, consentendo alla capolista di portarsi a +8. Da quel momento, però, i bianconeri dissipano poco alla volta il loro vantaggio, permettendo l’aggancio dei rossoneri, che raggiungono la vetta il 19 febbraio. Si arriva così allo scontro diretto dell’8 maggio: allo Stadio Meazza di Milano un gol di David Trezeguet su uno spettacolare assist in rovesciata di Del Piero consegna tre punti di platino alla Juventus, che si aggiudicherà il tricolore con una giornata d’anticipo. Il 20 maggio i bianconeri non devono neppure scendere in campo, visto il pareggio rossonero nell’anticipo casalingo contro il Palermo.

TONI E IL PROFESSOR SPALLETTI – Un plauso particolare alle due squadre siciliane, Palermo e Messina, protagonisti di una lotta serratissima per l’ultimo posto a disposizione per la Coppa UEFA: avranno la meglio i rosanero palermitani, guidati da un Luca Toni in grande condizione. Dopo avere portato il Palermo in Serie A con i suoi gol, l’attaccante emiliano riuscirà con 20 gol nella stagione 2004-2005 a portare un pezzo dell’Isola in Europa. L’anno successivo sarà ceduto alla Fiorentina, squadra con la quale vincerà la classifica dei cannonieri con 31 realizzazioni. Straordinario anche il percorso dell’Udinese di Luciano Spalletti. Superando allo sprint la Sampdoria di Walter Novellino, la formazione friulana taglia il traguardo della qualificazione alla Champions League con un quarto posto che pochissimi avrebbero pronosticato, almeno all’inizio. In coda, si verifica una lotta per la salvezza che coinvolgerà 13 squadre, tra cui Roma, Lazio e Parma. In Serie B scenderanno l’Atalanta, il Brescia e il Bologna, quest’ultimo vittima dello spareggio salvezza contro il Parma.

E SEGNA SEMPRE LUI – Un cenno a parte merita il capocannoniere del campionato italiano più anomalo di sempre. Il suo non è un nome che fa impazzire le folle internazionali ma chi lo conosce lo apprezza come centravanti e anche come uomo. Viene da Livorno e si chiama Cristiano Lucarelli. Poche sono le certezze dei livornesi: il caciucco, l’odio per i pisani e lui, il bomber “che la butta sempre dentro”. Non vince quasi nulla nella sua carriera, Cristiano Lucarelli, ma in quella stagione è lui a segnare più di tutti. Gilardino del Parma dovrà accontentarsi della seconda piazza. Non sarà un raffinato del pallone ma è molto efficace sotto porta, di testa e con entrambi i piedi. Classe 1975, Cristiano è uno che ha fatto gavetta in giro per l’Italia e sono in molti a sottovalutarne il potenziale. Dietro quell’andatura in apparenza goffa e un tocco talvolta ruvido si nasconde un vero trascinatore. A 28 anni, dopo aver girato l’Italia da nord a sud, ha la possibilità di giocare nella squadra della sua città. Al termine del campionato 2003-2004, con i suoi 29 gol il Livorno torna in serie A dopo 55 anni di assenza. L’anno successivo gli servono 24 realizzazioni per vincere la classifica dei cannonieri. Un contributo fondamentale per salvare la squadra amaranto da una retrocessione che quasi tutti gli addetti ai lavori avevano dato per certa a inizio torneo. Non ha nulla da invidiare a Iaquinta, a Toni e allo stesso Gilardino ma il CT della nazionale Marcello Lippi non lo considera granché. Un vero peccato: con un po’ più di fortuna e un po’ meno attenzione alla geopolitica, Cristiano Lucarelli avrebbe potuto esser campione del mondo 2006 al posto di uno dei tre. E questa sarebbe stata tutta un’altra storia. Ma con lui, la classe operaia è andata in paradiso lo stesso, almeno per una volta.

LUCARELLI

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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