BRUNO GIORDANO, il ragazzo del ’56.

di DIEGO MARIOTTINI

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Potente, ma anche raffinato nel tocco. Combattivo, ma anche scaltro in area di rigore. Non alto, ma con i tempi giusti per segnare di testa e beffare difensori più longilinei. Taurino sul piano fisico, ma dotato di insospettabile agilità. Centravanti, ma con la capacità di calciare una punizione vincente da autentico numero 10 e di segnare da ogni posizione. Inoltre leader, egocentrico, quasi dispotico incerti casi. Bruno Giordano è stato questo e molto altro. “Il più forte giocatore italiano con cui abbia mai giocato” dirà un giorno di lui Diego Armando Maradona. È senz’altro il caso di fidarsi. Una vita che inizia a Roma, quartiere Trastevere, il 13 agosto del 1956, una carriera in serie A che parte (con gol) a Genova il 5 ottobre della metà anni 70. Autentica forza della natura in campo, un rimpianto molto serio del calcio italiano per ciò che avrebbe potuto dare, al netto di circostanze incancellabili e ancora non del tutto chiare. Quando le vicissitudini personali (e non solo la classe in campo) fanno l’uomo, in ogni senso. Ecco la sua storia, calcistica e umana.

IL POTERE DELLA STRADA. In quartieri romani popolari e un po’ turbolenti come era allora Trastevere, ci sono tre modi per emergere o per farsi rispettare. Avere la battuta pronta, picchiare per primo, saper giocare bene a calcio. In ciascuno dei casi il risultato è garantito: gli altri sono zittiti. Alla metà degli anni 60 si fa sotto un ragazzino che queste tre qualità le riunisce tutte e le utilizza quando servono. E servono spesso, se sei tifoso della Lazio in posti come quelli. Tifare biancoceleste sembra quasi da eretici, a Trastevere. Del resto lui, dell’eretico ha le generalità invertite. Si chiama Bruno Giordano, il contrario di Giordano Bruno, filosofo panteistico arso vivo a Campo de’ Fiori nel 1600 per mano della Chiesa cattolica, apostolica e romana. Il ragazzino ha i suoi problemi familiari, non è uno studente modello e ai banchi di scuola preferisce pochi metri quadrati nei vicoli del suo quartiere.Urge perfezionare una tecnica già innata. Da un certo momento in poi, all’oratorio Don Orione circola voce che il pomeriggio venga sempre a giocare un ragazzino un po’ inquieto e talvolta prepotente. Uno spacconcello di quartiere,uno “un po’ stronzetto” forse, ma anche un adolescente di straordinarie qualità tecniche. Uno che possiede tanto di “cazzimma”, pur senza essere di Napoli. L’ecodi certe prodezze rionali arriva fino a Henrique Flamini detto el flaco (il magro), un ex calciatore argentino naturalizzato che nel 1969 fa l’osservatore per la Lazio. El Flaco lo va a vedere e gli bastano poche azioni per capire di essere di fronte a un talento non comune. “Deve molto migliorare sul piano caratteriale – riferirà in società – ma in prospettiva uno così ti può cambiare la vita”. Parole che convincono la società a tesserare il talentino di Trastevere. Costo dell’operazione: 30mila lire e 10 palloni di cuoio nuovi di zecca. “Un giorno saprete dirmi chi sono” sogghigna con l’arroganza ingenua dell’ultimo arrivato un ragazzino di 14 anni non ancora compiuti ma già perfettamente consapevole dei propri mezzi.

RAPIDA SCALATA CON ESORDIO (E GOL). E ha ragione lui, perché Bruno Giordano, che vuole diventare un calciatore di successo senza bruciarsi come il suo “omonimo al contrario”, fa tutta la trafila delle giovanili strappando ovunque applausi e giudizi molto lusinghieri. È unboss, ha classe, risolve lui le partite. Specie quelle più complicate. Tommaso Maestrelli, che non disdegna di rivolgere uno sguardo alla squadra Primavera, ha le idee molto chiare. Se Chinaglia dovesse mai lasciare la Lazio, il successore naturale sarebbe proprio quel ragazzo, inutile cercare fuori casa. Sono gli anni in cui il palmarès dell’attaccante comincia a prendere forma: Campionato under 23 nel 1974, Campionato Italiano Primavera nel 1976.È la fase in cui Giordano comincia a fare la spola fra la prima squadra e quella giovanile. Da quella formazione di giovani promesse usciranno talenti come lui, come Lionello Manfredonia, come Andrea Agostinelli e Stefano Di Chiara. Poi, una domenica arriva il giorno dell’esordio in serie A. E’ il 5 ottobre 1975 e si gioca la prima giornata di campionato. La partita è Sampdoria-Lazio. La malattia improvvisa di Maestrelli ha portato sulla panchina biancoceleste Giulio Corsini. Tra Corsini e la squadra non ci sarà mai feeling ma almeno una buona intuizione il nuovo tecnico ce l’ha: Chinaglia e il giovane Giordano possono, anzi devono, giocare insieme. All’ultimo minuto, quando il risultato sembra fissato sullo 0-0 avviene ciò che Corsini spera. Un esordiente di 19 anni compiuti da poco, segna di rapina, regalando la vittoria alla Lazio. Il giorno dopo i giornali sportivi, non soltanto quelli della Capitale, celebrano la nascita di una stella.

GOL BELLISSIMI E DECISIVI. Viene confermato anche per la partita successiva contro l’Inter, ma deve lasciare il campo al 39° per un risentimento muscolare. Rientra alla 4^ giornata contro il Perugia e al 64° segna il suo secondo gol in 3 presenze in A. Sembra l’inizio di una grande annata ma in casa Lazio la situazione precipita presto. Corsini viene esonerato a novembre e Tommaso Maestrelli, che sembra sulla via di un’improbabile guarigione, torna sulla panchina biancazzurra. Nel frattempo però, il giovane attaccante ha perso posizioni e deve nuovamente attendere il suo turno. Gli vengono preferiti colleghi di cui oggi si stenta a ricordare il cognome.Poi ad aprile del 1976 Chinaglia abbandona, suo malgrado, una Lazio in piena lotta salvezza. Per completare la tessera numero 9 del mosaico torna in auge un “bomber in fasce” che aveva ben figurato a inizio stagione. Con l’apporto dei suoi gol, la Lazio si salva all’ultima giornata. Il presidente Lenzini si convince di avere un potenziale campione e respinge con forza le offerte delle squadre del nord. La fine del decennio consegna al calcio italiano un centravanti straordinario e dal repertorio completo, capocannoniere del campionato 1978/79. Non c’è realizzazione impossibile per uno come lui.

MA OGNI UOMO, anche il più pacificato con se stesso, ha un demone interiore contro il quale è costretto a combattere. Uno stopper feroce e inflessibile che costringe il più delle volte a giocare tutta la partita spalle alla porta. Un rigido marcatore che boicotta ogni verticalizzazione e che non gioca né davanti né dietro l’attaccante: è dentro. Bruno Giordano vive il suo tempo a modo proprio, segue il codice etico della strada e l’osservanza di quell’insieme di leggi non scritte è il trampolino di lancio ma si trasforma anche nell’orlo di un baratro che un giorno si palesa sotto i suoi piedi. Amicizie sconsigliabili, dirà qualcuno, modelli comportamentali sbagliati, sentenzierà in fretta qualcun altro. Forse c’è il sentirsi al di sopra delle regole. Sta di fatto che la sua vita cambia all’improvviso, al di là di ciò che può essere vero o falso quando si parla delle eventuali responsabilità di Bruno Giordano.

LA DISCESA NEGLI INFERI. La vicenda del calcioscommesse apre un calvario, per lui e per la società. A marzo del 1980 Giordano e altri suoi compagni sono accusati di avere condizionato il risultato di alcune partite alimentando un giro di scommesse clandestine. L’attaccante si dichiara estraneo e se èvero che la giustizia ordinaria lo assolve in pieno, quella sportiva lo condanna a stare lontano dai campi di gioco per 3 anni e mezzo. La Lazio è inoltre retrocessa d’ufficio in serie B, una pena che ad altre formazioni viene risparmiata. La pena inflitta ai singoli calciatori verrà mitigata sull’onda della vittoria nel Mundial 1982. Giordano, che per quasi due anni ha continuato ad allenarsi a parte, può tornare a giocare e accetta di dare il suo contributo alla risalita della sua Lazio. Alla fine del 1983 la missione è compiuta: biancocelesti ancora in A e Giordano capocannoniere del torneo cadetto. Giorgio Chinaglia è il nuovo presidente, ma le speranze dei tifosi legate al nome di quest’ultimo si riveleranno infondate. Per di più, un’altra dura prova attende Bruno Giordano, come calciatore e come uomo. L’ultimo giorno del 1983 si affrontano allo Stadio “Del Duca” Ascoli e Lazio. Sigioca da 21 minuti quando lo stopper dell’Ascoli Bogoni, interviene da dietro colpendo prima Giordano al polpaccio della gamba destra e poi portando il piede sinistro davanti a quello dell’avversario. Un’entrata a tenaglia,gratuita quanto violenta. Giordano cade in un urlo di dolore che scuote lo stadio intero. È un buon Capodanno per tutti tranne che per lui. Il responso è tremendo: frattura con prognosi dai 5 agli 8 mesi. E pensare chesi erano da poco riaperte le porte della Nazionale. Nell’amichevole Italia-Greciadel 5 ottobre 1983 Giordano aveva infatti segnato la sua unica rete in Azzurro. Inizia una fase di paziente riabilitazione che ha termine il 21 aprile del 1984, quando l’attaccante rientra in campo. La partita è Lazio-Napoli e dopo un solo minuto lo stadio esplode di gioia e quasi di commozione. Bruno Giordano non è solo tornato in campo, ha appena fatto gol al suo primo tocco di palla. Con il suo apportoin fase finale anche stavolta i biancocelesti si salvano, ma l’anno successivo la gestione Chinaglia giunge al capolinea e la retrocessione è inevitabile. Inevitabile come la cessione del giocatore.

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A NAPOLI, CON DIEGO. La nuova fase della carriera agonistica di Bruno Giordano si svolge alle pendici del Vesuvio dove nel 1986/87 il numero 9 riesce a vincere scudetto e Coppa Italia. Costituisce il famoso tridente “MaGiCa”, prima con Maradona e Carnevale, poi con Maradona e Careca. Tecnicamente Maradona lo considera il partner ideale e lo dice in ogni occasione, senza mezzi termini. Il ruolino delle tre stagioni in azzurro indica 23 reti in 78 partite. Non è più un ragazzo e ha perso qualcosa in termini di rapidità, ma la classe è quella di sempre, unita a una sapienza tattica che prima non c’era. Al termine della stagione 1987/88, quella dello scudetto clamorosamente perso contro il Milan del neopresidente Berlusconi, l’attaccante romano deve subire l’epurazione, in seguito a dissidi con l’allenatore Ottavio Bianchi e con il Direttore Sportivo Luciano Moggi.Non è l’unico a non andare d’accordo con i vertici partenopei: la stessa sorte tocca a Bagni, a Garella e a Ferrario. A 32 anni Giordano riesce a trovare una squadra solo grazie al mercato di novembre: finisce ad Ascoli. Stagione 1988/89: i bianconeri marchigiani devono trovare una punta che sostituisca il brasiliano Casagrande, vittima di un pesante infortunio. Agli ordini del tecnico Ilario Castagner, Bruno Giordano sferra l’ennesima zampata del leone, segnando 10 reti in 26 presenze.Con questa “prodezza di provincia” si guadagna un altro ingaggio, stavolta la maglia è quella del Bologna. Il suo contributo è, ancora una volta, sostanzioso. Con 7 reti all’attivo aiuta la squadra di Gigi Maifredi a raggiungere l’obiettivo di disputare la Coppa UEFA.Ormai la carriera del bomber volge al termine: le ultime due stagioni le vive nuovamente ad Ascoli, una in B e l’ultima, 1991/92 in serie A, dove il 5 gennaio 1992 realizza la sua ultima rete da professionista, proprio contro la Roma. Poi inizia una nuova vita, seduto in panchina ma mai come riserva. Con alterne fortune, ma senza mollare mai. Del resto, essere Bruno Giordano non è non cadere. È sapersi rialzare. Sempre e comunque.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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