Kubilay Türkyılmaz: il turco di Svizzera

di VINCENZO CAMPITELLI

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Anno 1964: Istanbul-Bellinzona, biglietto di sola andata. Kubilay viene al mondo ancora prima di nascere. Dopo un’interminabile odissea ferroviaria partita dalle rive del Bosforo con destinazione Canton Ticino, negli stessi anni in cui parallelamente si registra l’esodo turco verso la Germania, una coppia di neosposi giunge a Bellinzona dalla Turchia con la certezza di come la Terra Promessa non risponda soltanto all’Eretz Yisrael di biblica memoria, ma anche al nome di un paese sul quale sventola la bandiera rossocrociata.

Nomina sunt consequentia rerum: parafrasando con qualche necessaria forzatura Giustiniano nelle sue Institutiones, forse il destino di Kubilay era già scritto nel cognome che portava; perché se la tua famiglia si stabilisce a metà anni sessanta nelle valli ticinesi con un cognome che più turco non si può, quasi più legittimo di qualsivoglia cartà d’identità o passaporto, il semplice fatto di venire al mondo in un simile contesto rappresentà già di per sè una missione che quello stesso destino ti consegna al primo vagito, prima ancora che i tuoi occhi di neonato percepiscano la luce. Perché se i tuoi genitori hanno scelto per te il nome di un sovrano d’Oriente che giocoforza richiama alla mente le cronache di viaggio di Marco Polo, le poesie di Coleridge e i melodrammi di Antonio Salieri (per non citare le “Città Invisibili” di Calvino”), non potrai passare inosservato sin da quando nella tua scuola, nella tua squadra e nei giornali del tuo Paese la gente leggerà il tuo nome: Kubilay Türkyılmaz.

“Kubicosa?”, “Scherzate? Sicuri che sia svizzero?”, “Che lingua parlerà mai questo turco che durante l’infanzia ha conosciuto la Turchia soltanto attraverso le poche foto che i genitori avevano messo in valigia prima di partire?”.

“Mi sono sempre portato dietro una cosa: quando venni a Bellinzona tanta gente, anche ex compagni delle giovanili, scommettevano che io non sarei riuscito ad avere una carriera. E questo mi ha sempre dato molta forza, anche per il fatto di essere figlio di stranieri e di dover dimostrare quel qualcosa in più per entrare nelle loro simpatie.” Le parole del turco di Svizzera che non si sapeva che lingua parlasse vengono fuori in un perfetto italiano, rafforzato da un’originale cadenza lombarda e ripercorrono la propria infanzia durante la quale dovunque ci si trovasse alla fine spuntava sempre un pallone, fino agli anni in cui le scelte sbagliate sono dietro l’angolo ma è il timore verso la figura di tuo padre a tenerti in riga e aggrappato a quel sogno di sfondare tra i grandi sui manti erbosi che contano. E tanto di guadagnato se l’unico doping che permette al tuo fisico di esplodere prima dei diciotto anni sono le bistecche di cavallo mangiate il giorno prima della partita.

Il passo verso l’affermazione è breve, accellerato non ancora ventunenne dalla prima convocazione nella nazionale svizzera per un’amichevole contro la Francia. Tra i vari Sutter, Bickel, Bonvin, Geiger, Marini ed Hermann non può non risaltare all’occhio quel cognome così esotico che rasenta l’impronunciabilità e che entra in campo al minuto 65 in sostituzione dell’assai più germanico Zwicker, ma che da quel momento risulterà una presenza fissa nell’undici iniziale de “La Nati”.

La Svizzera che insegue ma fallisce la qualificazione al Mondiale di Italia ’90 è, come molte nazionali dell’epoca in relazione alle selezioni di oggi, forse troppo mitteleuropea e quasi per nulla arricchita dal talento dei tanti figli di immigrati stranieri che hanno reso dal 2006 a oggi la selezione rossocrociata una presenza fissa ai Mondiali, grazie ai valori che tanto ricordano altre scuole calcistiche in primis quella balcanica. Ma Kubilay il Turco riesce a suo modo a distinguersi: segna e diverte ma senza mai fare breccia definitivamente nel cuore degli appassionati rossocrociati. Un controsenso? O magari un carattere condito da reazioni provocatorie dopo ogni gol, in parte così comuni nel mediatico calcio moderno? Nessuna di queste supposizioni, se non forse il fatto di essere spesso ritenuto lo “straniero” della nazionale elvetica a cui si aggiungeva un’aperta sincerità (altimenti detta limpida schiettezza) da parte del diretto interessato nel non esimersi dall’esprimere in più di un’occasione il proprio fastidio nel rispondere a giornalisti che in conferenza stampa rivolgevano domande in francese e in tedesco ma non in italiano; a lui, ticinese che in quelle occasioni tornava ad essere il Turco di Svizzera verso il quale non si sapeva in che idioma interloquire durante le interviste.

La lungimiranza è spesso incarnata da personaggi che forse non sanno neanche chi tu sia ma che in una giornata all’apparenza ordinaria come tante incrociano il loro destino al tuo attraverso una telefonata: “Buongiorno, Kubilay. Sono Oscar Damiani. Il presidente Gino Corioni vorrebbe incontrarLa a Bologna.” Un incontro per la firma di un contratto e una chiacchierata con aperitivo tra presidente, procuratore e Turco di Svizzera in…dialetto lombardo. Quanto basta per presentare Kubilay al pubblico del “Dall’Ara” e ai nuovi compagni, Cabrini in primis, che il nuovo arrivato dal Canton Ticino aveva visto soltanto durante le puntate di 90° Minuto trasmesse dalla TV elvetica. Proprio il “Bell’Antonio” da saggio capitano si rende disponibile in prima persona ad assistere il neocompagno di squadra in questa sua nuova esperienza italiana: “Tu venire con me e andare in albergo, io dopo passare prendere te per allenamento” mentre il Turco di Svizzera senza idioma ascoltava in orientale silenzio. Fino a quando arrivò l’invito a presentarsi in tv dove iniziò a parlare in italiano suscitando lo stupore di Cabrini forse paragonabile a quello che lo stesso Antonio visse in prima persona al Berbaeu dopo aver calciato fuori il rigore alla sinistra di Schumacher: “Mi hai preso in giro tutto ‘sto tempo? Ma tu parli italiano meglio di me!” Bologna diventa la seconda casa di Kubilay, per alcuni versi la sua Xanadu dove poteva sentirsi di diritto il Gran Khan di un impero le cui fondamenta, però, in quel preciso frangente, stavano scricchiolando non per cospirazioni di palazzo o invasioni barbariche ma per la crisi che avrebbe portato il glorioso Bologna FC al fallimento e il suo imperatore a cercarsi un nuovo regno.

Lecce, Cagliari o Galatasaray? La scelta avvenne in una manciata di secondi. Istanbul, la terra che richiama alla mente quell’odissea vissuta in treno dai propri genitori trent’anni prima; la Turchia, il paese in cui quel cognome tanto esotico (e forse proprio per questo mai del tutto amato dai tifosi della sua stessa nazione) sarebbe stato accolto e celebrato dagli incessanti canti che riecheggiano nella bollente arena dell’Ali Sami Yen. Ma anche i tanti timori che preoccupavano la mente di Kubilay che aveva respirato l’ultima volta l’atmosfera di Istanbul ben quindici anni prima ed i cui ricordi legati a quell’esperienza erano in parte sbiaditi. Il tempo del ritiro bagagli in aeroporto e l’accoglienza dei tifosi del “Gala” bastano per rinverdire quell’entusiasmo e quel richiamo di casa mai sopito grazie ai racconti dei nonni e dei genitori.

In Svizzera un legame di nascita e di passaporto. In Turchia un legame di sangue, arricchito dalla vita quotidiana, dall’atmosfera, dagli odori, dai rumori e in parte dalla confusione che solo chi ha vissuto in una città unica nel suo genere come Istanbul può dire di sentire propri.

E quale scenario migliore per sentirsi nuovamente sovrano se non quello di tentare per la prima volta in carriera conquiste importanti che si addicono alla figura di chi è nato con un nome che, ora più che mai, rievoca mirabili conquiste impresse nella storia? Il Gran Khan nella capitale dell’Impero Ottomano: palese bestemmia storica? Non proprio, se è altresì storicamente provato come l’Impero della Sublime Porta sia erede diretto delle tribù turco-mongole dell’Asia centrale che ad Oriente diedero vita all’Impero Mongolo di Gengis Khan e, successivamente, del nipote Kubilay Khan (nomen omen, direbbe qualcuno). Un assioma, invece, se consideriamo come ad animare gli animi del popolo del Galatasaray ci fosse all’orizzonte un’imminente campagna in Terra d’Albione ritenuta una sfida che, in caso di remoto successo, sarebbe entrata di diritto nei libri di storia. 20 ottobre 1993, stadio “Old Trafford”: Manchester United e Galatasaray si giocano il passaggio del turno in Champions’ League. Kubilay Türkyılmaz guida l’attacco turco, affiancato da un giovane Hakan Şükür contro Schmeichel, Cantona, Pallister e Hughes; la forza d’urto degli inglesi in meno di un quarto d’ora è devastante: un 2-0 in appena tredici minuti firmato da Robson e dall’autorete proprio di Hakan Şükür su azione di calcio d’angolo, quasi a dimostrare come la battaglia rischiasse di tradursi anticipatamente in un’umiliante resa incondizionata. Ma la storia insegna come spesso le grandi imprese militari siano frutto del riscatto dopo un rovescio subìto, quasi un’orgogliosa reazione che ti consente di rialzare la testa nello stesso istante in cui il tuo avversario ritiene di averti inferto il colpo di grazia. Minuto 16: Arif Erdem fulmina Schmeichel da fuori area e riporta il Galatasaray dall’inferno al purgatorio. La strada verso il paradiso (e la storia) invece la traccia Kubilay: questa volta il Turco tra i turchi con una doppietta umilia da solo l’undici di Alex Ferguson per un 3-2 che resiste fino al gol di Eric Cantona per il definitivo 3-3, punteggio che con lo 0-0 del ritorno qualificherà comunque il Galatasaray a spese dello United.

Turco in Svizzera, svizzero in Turchia o turco in Turchia? “Non so se sono stato accettato per quello che sono o per quello che ho fatto. Ho giocato per la maglia rossocrociata segnando a Wembley contro l’Inghilterra e parlo in dialetto oggi quando vado al bar con gli amici.” Pensieri e parole di Kubilay Türkyılmaz, lo svizzero con il nome da sovrano d’Oriente e madrelingua italiano dalla cadenza lombarda.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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