LUTHER McCARTY: Tre ganci sopra il cielo.

di LISA AZZURRA MUSETTI

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Io non sono religiosa, o meglio non sono legata a nessuna delle religioni più importanti del mondo.

Mi definisco spirituale ed il mio credo è un miscuglio di religioni, superstizioni e divinità di ogni parte del mondo. I limiti non fanno per me. Però mi chiedo come avrei reagito il 24 Maggio 1913 alla Tommy Burns Arena se avessi assistito ad una delle scene più strane che sport e misticismo avrebbero mai creato.

Sul ring ci sono Luther McCarty, un peso massimo le cui origini si perdono fra un miscuglio di Italia, Irlanda e Nativi Americani. Ma è bianco, in un mondo, quello della boxe dominato quasi per tutto il 900 da atleti di colore. Ed è pure bravo!

Debutta come professionista a diciotto anni ed il suo gancio sinistro era una sassata in volto difficile da incassare. Gli impresari iniziano a credere in lui, tanto che iniziano ad organizzare un incontro con il mitico Jack Johnson, probabilmente uno dei più importanti pugili della storia di questo sport.

Il ring però è strano, non è come gli altri luoghi dove si svolgono attività sportive. Il ring è uno spazio fra diverse dimensioni dove tutto ed il contrario di tutto può accadere, dove il sangue e il sudore creano una miscela che altro non è se non un’offerta agli Dei di questo sport. Ferro e sale. E se poi il sale, ogni tanto, è di qualche lacrima, in quel mondo sospeso nessuno se ne accorge.

Lo sfidante di Luther è Arthur Pelkey e sono entrambi circondati da circa seimila spettatori.

Il match però durò molto meno del previsto: Palkey tira un montante allo sterno di McCarty. Forte ovviamente ma non così forte da farlo accasciare a terra. Eppure accade proprio questo. Tutti sono increduli perfino l’arbitro e l’avversario. L’arbitro però seguì il protocollo ed iniziò il conteggio. Proprio in quel momento avvenne qualcosa di incredibile.

Un fascio di luce , si come quelli dei film in cui intervengono gli angeli, scese dall’alto ed avvolse il corpo di Luther fino alla fine del conteggio, per poi estinguersi. Il fascio di luce illuminò solo il pugile disteso a terra e proveniva da un punto dove non vi erano riflettori, finestre o lucernai.

Alla fine dei dieci secondi il bianco dal sangue misto era morto. A nulla valsero otto minuti di tentativi di rianimazione.

Gli esami del coroner rivelarono che il pugile aveva subito dei danni a causa di una caduta da cavallo qualche giorno addietro ed il pugno aveva dato alla situazione il colpo di grazia.

Di tutte le foto del “mitico” fascio di luce ne è sopravvissuta solo una, ma c’è di più. Quando gli addetti alla pulizia il giorno dopo si recarono a pulire il ring trovarono ancora i segni della sagoma di McCarty ed apparivano bruciati.

Una storia così mistica è difficile da spiegare, ma la boxe è misticismo applicato al dolore e noi possiamo solo scegliere di credere, di non credere e in cosa credere.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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