JOSE’ MARIA JIMENEZ: Il “selvaggio” fragile.

di REMO GANDOLFI

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“Ci sono “GIORNI NERI”.

Dove non c’è nulla, ma proprio nulla, che riesca a sollevarmi da questa apatia.

Sono quei giorni dove la gente, tutta la gente, mi dà fastidio.

Giorni in cui vorrei starmene da solo, dentro a quel “buco” dove sono precipitato e dal quale non provo neppure più ad uscire.

Nessun suono, nessuna voce, nessun rumore.

Voglio solo il niente e lo voglio nel bel mezzo del nulla.

Quando sono “dentro” a questi giorni e penso a quello che sono diventato mi verrebbe quasi da ridere … anche se mi accorgo di non esserne più capace.

Io, che dal calore del pubblico ai lati delle strade prendevo quella energia che ogni volta che l’asfalto saliva sotto i pedali mi permetteva di prendere il volo.

Io, che mi nutrivo di quell’abbraccio e di quelle urla di incitamento e che mi esaltavano a tal punto che a volte non sentivo neppure la fatica.

Io, che ogni volta che tagliavo il traguardo e vedevo tutte quelle facce sorridenti per una mia vittoria mi sembrava di avere davvero raggiunto il mio scopo.

… io che ora, quando vedo una bicicletta, quasi mi metto a vomitare.

In questi “GIORNI NERI” non c’è nulla, ma proprio nulla, che riesce a darmi conforto o speranza.

Neppure l’affetto della mia adorata Azucena che mi è stata vicina fin da quando eravamo ragazzini e che ha sempre sopportato, capito e perdonato tutte le cazzate che sono stato capace di fare in questi anni.

Poi ci sono i “GIORNI BUONI”.

In quelli riesco a vedere squarci di sereno in mezzo a tutte quelle nubi nere.

In quei giorni mi dico che posso farcela.

Che posso tornare in bici, che posso tornare a sudare, a lottare … e a vincere.

Anche se oggi peso più di un quintale e se resto senza fiato dopo aver fatto una rampa di scale !

Nei GIORNI BUONI ripenso che sull’Angliru, ad Andorra, al Xorret de Catì, alla Laguna Negra de Neila e sulle altre grandi salite di Spagna non c’era nessuno in grado di reggere il mio passo.

E poi ci sono ancora tante sfide da fare con l’italiano !

Per adesso è in vantaggio lui.

Mi è arrivato davanti al Giro e al Tour ma non posso pensare che sia finita qui.

Non vedevo l’ora di sfidarlo quattro anni fa alla Vuelta.

Quell’anno si arrivò sul terribile Angliru per la prima volta e io misi la mia bicicletta davanti a tutti.

Ma Marco Pantani non c’era … era già alle prese con i suoi di fantasmi.

Ognuno deve combattere con i suoi e io ho intenzione di farlo.

Intanto mi sono convinto a tornare “dentro”.

Nella pace della clinica del San Miguel de Madrid dove ci saranno tutte quelle suore gentili a prendersi cura di me.

Gliel’ho detto chiaro oggi al mio amico di sempre, David Navas “e quando vedi Eusebio Unzue diglielo che mi tenga un posto in squadra perchà “El Chava” tornerà su una bici e indosserà di nuovo un numero di gara”

Così ho detto a David.

Ma oggi è un GIORNO BUONO … domani … chissà …

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E’ il 6 dicembre del 2003. Josè Maria Jimenez detto “El Chava”, il selvaggio, è ricoverato nella clinica San Miguel di Madrid dove si sta curando da una terribile depressione che lo ha colpito ormai da due anni e che, nel 2001, gli ha fatto prendere la decisione di lasciare il ciclismo.

In quella clinica, famosa in Spagna per essere “frequentata” da diversi “Vip” incorsi nelle spire di depressione e di dipendenze varie da alcol e droga, Josè Maria è entrato ed uscito parecchie volte.

Sempre con lo stesso risultato: quello di ricadere subito dopo nei suoi vizi e nel buio del “male oscuro”, che lo ha inesorabilmente colpito … nonostante del “Chava” l’immagine fosse sempre stata quella dell’allegrone, spensierato, guascone e un po’ matto.

Josè Maria è ricoverato in clinica da poche settimane ma i primi riscontri stavolta sembrano positivi. “El Chava” alterna a giornate abuliche, solitarie e silenziose a sempre più frequenti momenti conviviali, di serenità e di apertura.

La speranza dei primi giorni si sta piano piano trasformando in fiducia.

I suoi sempre più frequenti proclami di un ritorno alle gare stanno iniziando a circolare anche all’esterno.

La Spagna intera non ha certo dimenticato quel ragazzone di oltre un metro e ottanta che ha saputo infiammare il cuore di tutti i tifosi con il suo modo di correre sempre coraggioso, spavaldo, a volte addirittura sconsiderato.

Nonostante non abbia vinto neppure la metà di quanto hanno vinto quelli della generazione precedente la sua e cioè gli Indurain, i Delgado o gli Olano, “El Chava” sapeva entusiasmare ed emozionare come forse solo “El Tarangu” Manuel Fuente seppe fare prima di lui.

Lo stesso modo di correre, lo stesso coraggio, la stessa totale incapacità di fare calcoli o gestirsi.

La stessa capacità di spiccare il volo ogni volta che la salita si faceva dura davvero … e anche la stessa predisposizione a “saltare” come si dice in gergo, cioè il calcolare male le proprie forze, le distanze e gli avversari.

Macchisenefrega !

Alla fine, anche quando succedeva questo, l’amore dei tifosi aumentava ancora, ogni volta di più.

Ma c’è tempo per pensare a queste cose, al Jimenez “ciclista”.

Ora occorre pensare innanzitutto al Jimenez uomo.

Ai suoi folli eccessi, nelle notti piene di cocaina e whisky, ad una professione lasciata quando era praticamente al top … per finire nel buco nero della depressione.

Oggi dicevamo, è un GIORNO BUONO.

Ormai nella clinica tutti hanno imparato a conoscere questo ragazzone un po’ sovrappeso ma al quale gli occhi hanno ricominciato a sorridere.

E’ sabato ed è un giorno di visita e gli altri ospiti della clinica non vedono l’ora di raccontare a parenti ed amici del loro celebre “coinquilino”.

Josè Maria sta firmando autografi, mostra le fotografie delle sue più belle imprese e sorride.

Il calore della gente è sempre stata la sua benzina speciale, quella che sulle salite più dure gli permetteva di avere qualcosa in più.

Poi però “El Chava” si blocca improvvisamente, dice che gli fa male la testa e chiede di sedersi, di fargli spazio … di lasciarlo solo.

Forse qualcuno lo interpreta come il capriccio di una star un po’ viziata e incostante.

Invece Josè Maria Jimenez sta male davvero

I soccorsi arrivano velocemente.

Ma altrettanto velocemente si accorgono tutti che è una cosa seria, terribilmente seria.

E’ un infarto.

Il cuore di Josè Maria Jimenez, massacrato da anni di sollecitazioni sulla bicicletta ma soprattutto da altrettanti anni di eccessi giù dalla stessa, non ha la forza di reggere all’impatto.

Josè Maria Jimenez morirà qualche istante dopo nella clinica dove era andato per tornare alla vita, per aggrapparsi ancora a quella speranza mai completamente sopita di tornare un giorno sulla sua bicicletta.

Ha solo 32 anni, l’età che per un ciclista rappresenta spesso il perfetto equilibrio tra le forze ancora intatte e la giusta dose di esperienza.

Esattamente due mesi dopo se ne andrà anche Marco Pantani nella solitudine di un triste albergo della sua Romagna.

La loro rivincita, almeno su questa terra, non ci sarà mai più.

Ma senza di loro, il ciclismo ha perso molta della sua poesia.

Qualcuno dice che non c’è solitudine peggiore di quella della fatica sulla bici.

Quando hai davvero solo te stesso, le tue gambe e il tuo cuore su cui fare affidamento.

El Chava, come Marco, probabilmente erano fatti per faticare sulla bici, da soli … come da soli se ne sono andati.

 

José Maria Jimenez nasce a El Barraco, nei pressi di Avila, la meravigliosa cittadina capoluogo della Provincia di Castilla Y Leon il 6 febbraio del 1971.

Nato a El Barraco come lui c’è il celebre Angel Arroyo, grandissimo ciclista degli anni ’80 e proprio nella squadra ciclistica giovanile dedicata al grande scalatore spagnolo (capace tra l’altro di arrivare sul podio di un Tour, quello del 1983 alle spalle di Laurent Fignon) che Josè Maria dà le sue prima pedalate.

Ha un fisico tutt’altro che adatto a fare il ciclista.

E’ alto ed è decisamente “gordito” come dicono da quelle parti.

E’ cicciottello insomma.

Ma stupisce tutti sia per la potenza in pianura ma soprattutto per la forza che riesce a sprigionare nelle salite, considerando i chili di troppo che deve portarsi appresso.

Le sue prestazioni attirano ben presto l’attenzione del più potente team spagnolo dell’epoca, la Banesto di Miguel Indurain e di Pedro Delgado.

Già nel 1993, a soli 22 anni, Josè Maria Jimenez lascia intravedere le sue grandi qualità.

Sulle salite rimane spessissimo con i primi e quasi sempre è l’ultimo a rimanere a fianco dei suoi capitani nelle tappe più impegnative.

Ma è nel 1995 che arriva la definitiva consacrazione.

La vittoria nella tappa “regina” del Giro di Catalogna lo catapulta tra i giovani di maggior futuro del ciclismo spagnolo e quando nella corsa in linea del campionato di Spagna, corso sul durissimo percorso di Segovia, Jimenez si piazza 2° dietro il compagno di squadra Montoya e davanti a campioni come lo stesso Indurain, Melcior Mauri o Alvaro Gonzalez de Galdeano, la sensazione è che il ricambio per i vari Indurain, Delgado ed Olano gli spagnoli lo hanno già.

La sua crescita continua in maniera esponenziale ma iniziano ben presto a circolare voci sulle sue abitudini una volta sceso dalla bicicletta.

Jimenez non è certo un maniaco dell’allenamento, d’inverno non fa esattamente una vita da atleta e la vita notturna lo attrae da sempre.

Ha però un motore spaventoso, una predisposizione innata in salita.

Nel 1997 vince il Campionato di Spagna su strada e alla Vuelta, oltre a trionfare in una tappa ovviamente con arrivo in salita, conquista anche la maglia verde di miglior scalatore.

Il 1998 è l’anno di gloria del “Chava”.

Vince una durissima tappa al Giro del Delfinato e anche se al Tour le cose non vanno come sperato alla Vuelta le sue prestazioni sono semplicemente impressionanti.

Vince ben 4 tappe, tutte con arrivo in salita, e soprattutto conquista il suo primo e unico podio in una grande corsa a tappe, giungendo terzo alle spalle dei connazionali Abraham Olano e Fernando Escartin. Per la seconda volta consecutiva conquisterà il premio del miglior scalatore.

La sua forza in salita è impressionante.

Le sue progressioni entusiasmano gli appassionati.

In Spagna è un idolo assoluto.

Le voci sulla sua condotta fuori dalle corse si susseguono ma nessuno ci fa caso più di tanto. “El Chava” sulla bici sa appassionare come nessuno e gli si perdona una condotta un po’ “bohémien”.

Nel 1999 torna al Giro d’Italia ma le sue prestazioni non sono all’altezza della sua fama.

Tutti aspettano con ansia il duello con Marco Pantani con il quale condivide il dono naturale per scalare le montagne su una bicicletta e quello per la vita notturna e i suoi vizi.

Ci sarà solo un assaggio di questo duello.

Alla ottava tappa si scala in Gran Sasso d’Italia e Marco Pantani riesce a staccare tutti ma “El Chava” arriva dietro di lui di soli 23 secondi ma anticipando gli altri uomini di classifica, come Jalabert, Zulle, Savoldelli e Simoni.

Alla fine di quella giornata Marco Pantani sarà in maglia rosa e Josè Maria Jimenez al secondo posto, staccato di poco più di mezzo minuto.

Sembra l’inizio di un grande duello tra i due più forti scalatori del mondo ma Josè Maria si perderà per strada, concludendo con un deludente 33° posto finale.

Ma se la delusione del Chava è solo di natura sportiva quello che accadrà la mattina del 5 giugno a Madonna di Campiglio sarà un punto di svolta nel carriera e soprattutto nella vita di Marco Pantani, trovato con valori superiori alla norma di ematocrito e costretto a lasciare un Giro d’Italia che lo scalatore romagnolo stava dominando.

Il sogno di Josè Maria Jimenez di prendersi la rivincita sul “Pirata” qualche mese dopo alla Vuelta rimarrà tale … li aspettava il terribile Angliru, la salita probabilmente più dura di tutto il ciclismo.

Dove Jimenez vincerà, ma non davanti a Marco Pantani come aveva sognato.

Per i due ci sarà solo un altro grande duello.

E’ il 16 luglio del 2000.

E’ passato poco più di un anno da quella folle e assurda farsa di Madonna di Campiglio e il Pirata è arrivato a questo Tour con pochi chilometri nelle gambe mentre “El Chava” ha già messo la sua ruota davanti a tutti gli altri al Giro di Catalogna e alla Classica delle Alpi, una delle corse più dure del circuito internazionale.

Josè Maria Jimenez sembra in giornata di grazia. Attacca sulla Madeleine, lontano dall’arrivo. Porta via un gruppetto di ciclisti che sulla salita che porta a Courchevel si perdono tutti lungo la strada, stroncati dal ritmo del Chava.

Comincia a sentire il profumo della vittoria, la vittoria in una delle tappe più dure del Tour, la corsa che più di ogni altra ti catapulta all’attenzione del mondo.

E’ solo.

Ma da dietro arriva per lui la notizia peggiore.

Marco Pantani è scattato.

Marco non ce l’ha con lui.

La sua guerra è contro “l’americano” che qualche giorno prima gli è arrivato dietro di pochi centimetri sul Mont Ventoux, lasciando però intendere che la vittoria non era di Pantani, ma solo una sua gentile concessione.

Insopportabile per Marco e il suo orgoglio.

E allora Marco quel giorno, scatta, riscatta ancora e poi ancora … fino a che la resistenza di Lens Armstrong, dominatore del Tour, finalmente non cede.

Marco stacca tutti e raggiunge Jimenez sotto lo striscione dei 3 km all’arrivo. La tenacia del Chava è quasi commovente. Prova a tenere duro per quasi altri 500 metri … ma il Pirata ha un altro passo.

Vincerà con 40 secondi di vantaggio su Jimenez.

La stagione successiva sarà l’ultima per Josè Maria Jimenez.

Un’altra Vuelta da incorniciare, con 3 vittorie di tappa, e il primato non solo nella “sua” classifica di miglior scalatore ma anche quella della classifica a punti a testimonianza di una regolarità impressionante.

Finisce la stagione e Jimenez si lancia “nell’altra vita” con ancora maggior veemenza, quasi senza controllo.

Si susseguono le segnalazioni di persone che lo trovano in condizioni pietose dopo i suoi eccessi e le sue notti senza conoscere limiti.

La crisi arriva in una fredda mattina di febbraio.

El Chava si prepara per una seduta di allenamento.

Si veste con la solita tuta della Banesto, la sua squadra di sempre.

Guanti, passamontagna e si appresta per scendere in garage a prendere la bici.

Poi si siede sul divano della sala.

“Non so perché l’ho fatto. Ero pronto per uscire ma improvvisamente mi sono fermato e mi sono seduto”.

Doveva essere solo una pausa di pochi secondi.

Su quel divano Josè Maria Jimenez invece perde il conto del tempo.

E lì, su quel divano in quelle ore, dentro di lui si rompe qualcosa.

“Una sensazione mai avuto prima in vita mia: la paura”.

Davanti a lui si apre un buco nero, nel quale sprofonderà e dal quale non uscirà praticamente mai più.

Quando si riprende ha perso il conto del tempo ma nel frattempo ha maturato una decisione.

Chiama il suo Direttore Sportivo, Eusebio Unzué.

Gli comunica che non correrà mai più in bicicletta.

Lui, El Chava Jimenez, il ragazzino quindicenne che pesava più di 90 chili e che quando iniziò ad andare in bicicletta sollevava risatine di scherno.

Invece vinse la prima corsa a cui partecipò.

“Non so davvero cosa farci. A me riesce tutto facile. Mi piaceva il karate, facevo i tornei e li vincevo tutti. Anche quando lavoravo nel bar di mio padre ero il migliore di tutti i camerieri e mi piaceva ricevere i complimenti della gente”.

Ha sempre avuto tutto facile Josè Maria Jimenez, tanto da non essere mai ciclista al 100%.

“Non mi sono mai allenato due giorni di fila in vita mia” ha sempre giurato El Chava.

Non gli interessava neppure del denaro “Più di una volta ho pregato i miei direttori di non pagarmi. Magari stavo un mese intero senza allenarmi. Non meritavo quei soldi ma loro mi pagavano lo stesso”.

Però vinceva, entusiasmava e innamorava le folle.

 

Fino a quel giorno di febbraio del 2002, dove il suo mondo perfetto è crollato come un castello di carte.

E da allora i giorni neri non sono mai veramente finiti.

https://youtu.be/XrD1rx1rfYU

N.B.: RICORDIAMO CHE QUESTO TRIBUTO AL POVERO “CHAVA” E’ INSERITO NEL LIBRO “RUOTE MALEDETTE – Storie tragiche del ciclismo” di cui sono l’autore e che racconta altre 13 biografie di sfortunati campioni del ciclismo. Edizioni Urbone Publishing.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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