SHEFFIELD UNITED: love, strip and blades.

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di SIMONE GALEOTTI

Solo per un attimo, ma ci siamo anche io e te in quell’inquadratura. Forse adesso dovrei riderne di quel pomeriggio; nell’istante in cui vincevamo il titolo di quarta divisione e tornavamo a risalire dal fondo del calcio professionistico inglese, io perdevo te. Ti vedevo sparire poco a poco, trascinata gioiosamente dall’onda umana dei tifosi che si riversavano verso le ringhiere dello stadio a festeggiare il goal di Keith Edwards che valeva il primo posto in campionato. Mi guardavi, sospinta verso bordo campo, come scusandoti per quella felicità. Lasciarsi a Darlington era una cosa da idioti. Ecco perché quando Edwards segnò la sua trentacinquesima rete stagionale, che gli consegnò la “Scarpa d’Oro” oggi in mostra al “Legends Of The Lane”, non immaginavo di chiudere in un modo così improbabile la nostra storia d’amore.

“Good things come to those who wait”. Lui parlava dello United e io pensavo a noi.

Ascoltalo sul filmato che gira ancora su Youtube; disse proprio così il telecronista mentre Edwards stava per colpire il pallone davanti alla stand dove ci avevano assiepato. Lo vidi qualche giorno dopo sul nuovo TV color della Philips appena comprato dai miei per sostituire il vetusto apparecchio in bianco e nero. A questo proposito c’è una cosa che penso, mi fa star male e paradossalmente mi fa sorridere ancora dopo tanti anni: hai mai pensato che ogni tifoso dello Sheffield United, di tanto in tanto, andrà a cercarsi la rete decisiva di quella giornata e si commuoverà di gioia? Tutti quanti insomma, ogni tanto, si rifugeranno in quel giorno bislacco della nostra vita per essere felici. A saperlo, chissà, avrei sperato che il pallone uscisse.

Sheffield, maggio 1982. Il cuore plumbeo dell’Inghilterra, i suoi tetti anneriti, il suo alienante ciclo di vite. Un agglomerato siderurgico in cui l’esistenza è scandita dal clangore delle industrie pesanti e dalle loro fucine a stampo. Sheffield la capitale dell’acciaio, il motore della rivoluzione industriale, lo studio psichiatrico dove la diagnosi dice che la desolazione del lavoro a catena si sposa a un anelito anticonformista forse per via di un’antica rivalità con Londra. “London burning they all shout/ But I wouldn’t even piss on it to put the fire out” (“’Londra brucia’, gridano tutti/ Ma io non ci piscerei sopra neanche per spegnere l’incendio”) era l’icastico anthem con cui la band locale dal nome bizzarro 2.3, sbeffeggiava i Clash in “(I Don’t Care About London”).

A Mary piaceva questa musica, così come il calcio. Non potevo chiedere di meglio eppure è finita. Finita esattamente al termine della cavalcata trionfale della squadra di Ian Porterfield iniziata il 29 agosto in una partita in casa contro l’Hereford United che di trionfale non ebbe molto visto che terminò con un sofferto pareggio ma dove avevo conosciuto lei iniziando una frequentazione.

Intanto, da un mese era scoppiata la guerra delle Falkland, due scogli in fondo al mondo su cui l’Inghilterra aveva piantato una bandiera ma che gli argentini reclamavano col nome di Malvinas e la giunta militare di Videla si era mossa per riprenderseli. La reazione del nostro paese era stata immediata. Avevano attaccato le isole e ora andavamo a ribadirne la proprietà. Giusto? Boh, in ogni caso la signora Thatcher mi doveva un lavoro.

Mary. Quel giorno di fine agosto avrei dovuto avere quattro occhi. Due per seguire le azioni sul campo, due per guardare lei. Andai in totale confusione, un po’ come le Blades con l’Hereford. Lei se ne stava insieme a un amica appoggiata a una delle balaustre sistemate nella Kop Stand e io lentamente cercavo di avvicinarmi. Mi ero attardato come sempre in Shoreham Street entrando all’ultimo momento. La retrocessione patita pochi mesi addietro non aveva certo alimentato gli entusiasmi. Che bella era Mary (ancora non sapevo si chiamasse così), la carnagione chiara le metteva in risalto gli occhi vivaci mentre una cascata di capelli color miele le incorniciava il viso semplice, quasi infantile. E quella sciarpa, la nostra sciarpa, bianca e rossa con la scritta Sheffield United Football Club a caratteri neri. Mi serviva una domanda. Una sola. Una, giusta e stuzzicante. Approfittai di una pausa nel gioco in seguito a un brutto fallo a centrocampo commesso su Steve Charles.

“Ciao, ti piace oggi Hatton …?”

Robert Hatton, detto Bob, era il mio giocatore preferito. Baffi scuri e furbo quanto basta per essere un centravanti. Era arrivato dal Luton Town, non aveva più la chioma dei tempi di quando vestiva la maglia del Blackpool o del Birmingham City ma restava figura iconica da applaudire.

“Si, –rispose lei- però è solo la prima partita, ha bisogno di tempo per entrare in forma, comunque è la spalla ideale per Edwards, se poi troviamo un centrocampista in grado di servirgli palloni invitanti tornare in terza divisione sarà un gioco da ragazzi, ah proposito, io sono Mary..”

Un attimo, occorreva concentrazione, quella risposta così rapida, sicura ed esperta, mi aveva frastornato.

“Hai ragione.., si parla dell’arrivo di Colin Harris, piace molto a Porterfield, comunque io sono Richard… senti, ti va una birra dopo la partita…?”

Ok, basta che non facciamo troppo tardi, domani devo lavorare…

RiseEd io ero già innamorato.

Beata lei che lavorava. Io un lavoro dovevo trovarlo. Mi avevano telefonato per una selezione. Ero andato a Meadowhall, il centro commerciale di Sheffield, tuttavia non fu un vero e proprio colloquio. Mi fecero provare a sistemare camicie in un magazzino, salire e scendere da uno scaleo, scrivere etichette. Il giorno dopo mi dissero che non andavo bene. C’era sempre l’acciaieria, tuttavia lì le cose non stavano prendendo una buona piega.

In ogni caso ci fidanzammo ufficialmente sabato 19 settembre a Hull. Perdemmo 2-1. La prima delle quattro sconfitte di quella stagione. Ci vedevamo già spesso, ma fu lì, nel rugginoso Boothferry Park che scattò il primo vero bacio. Lungo, intenso, determinato.

Eravamo felici. In fondo diceva lei c’è lo meritavamo per tutto quello che ci aveva fatto passare la nostra fede per lo Sheffield United. La stagione precedente eravamo retrocessi all’ultima giornata a causa della sconfitta patita contro il Walsall in casa. Colpa di un fallo di John McPhail su Alan Buckley. Passò alla storia come la battaglia di Bramall Lane. Loro finirono a 41 punti e noi restammo inchiodati a 40 e così finimmo giù insieme a Colchester, Blackpool e Hull e il nostro manager Martin Peters, il campione del mondo del 1966, ci lasciò.

Per fortuna l’ambizioso presidente Ken Brearley non stette con le mani in mano. E il 6 giugno del 1981 arrivò in panchina John “Ian” Portierfield, scozzese di Dunfermline, che aveva allenato il Rotherham e che da giocatore aveva vinto una sorprendente FA Cup con il Sunderland battendo il favoritissimo Leeds. I risultati pre-season furono buoni. Io andai a vedere anche l’amichevole estiva a Falkirk dove vincemmo per 3-2 e il neo arrivato Jeff King giocò una partita superba.

A Mary non piaceva King.

“Ci ha fatto retrocedere, ho pianto per tutta la sera, e poi faceva parte del “Wednesday” che nel “Boxing Day” del 1979, ci rifilò quattro goal…”

Un incubo ancora vivido nella mente di noi tifosi, eppure bisogna essere sinceri: il contributo di King si rivelerà fondamentale.

Il 31 ottobre, la sera di Halloween, battemmo il Blackpool 3-1 e guadagnammo la testa della classifica. Per festeggiare, io e Mary, finimmo in un pub in centro. Ordinammo una pinta e un pasticcio, mentre tutto intorno a noi balenavano le candele all’interno di zucche mostruose. A dire il vero non facevano paura a nessuno ma il locale rivestito di pannelli in legno, il tetto aguzzo e privo di luce per creare atmosfera era decisamente carino. Volle raccontarmi la leggenda di Jack o’Lantern, poi la riaccompagnai a casa.

Spesi un occhio della testa per comprargli un anello di fidanzamento, con le sterline che stavo racimolando lavorando saltuariamente presso una ditta di traslochi. Fu un momento toccante. Quella sera andammo a un concerto dei Cosmat Angels. Gli chiamavano gli angeli oscuri di Sheffield. Nessuna città al pari di questa ha saputo condensare una quantità di suoni così variegata, capace di sconvolgere l’intero panorama musicaledel Regno Unito e non solo. La band era nata nel ’78 per mano di Stephen Fellows, Kevin Bacon, Andy Peake, e Mike Glaisher. Incideranno un singolo d’esordio a nome Radio Earth, la lisergica Red Planet e nel settembre del 1980 uscì il meraviglioso Waiting For A Miracle.

I miracoli a Bramall Lane continuava a farli Keith Edwards. Aveva 25 anni ed era nel pieno della sua carriera. Possedeva la divina capacità di farsi trovare sempre al posto giusto nel momento giusto, un autentico predatore dell’area di rigore, con la millimetrica precisione di sfuggire alla trappola del fuorigioco.

Intanto la guerra delle Falkland era entrata nella sua fase più calda e il bilancio cominciava a farsi pesante. Il governo conservatore rischiava grosso. “Under Pressure” al pari della canzone dei Queen& David Bowie che stava spopolando in quei giorni.

Con Mary le cose andavano per il verso giusto. Lei stava progettando di farmi conoscere i suoi. Abitava in una casetta popolare dalle parti di Park Grange Mount, leggermente in periferia rispetto al centro cittadino.

A febbraio arrivò veramente Colin Harris, un’ala destra con la palla attaccata ai piedi che si rivelò anche un eccellente rigorista. L’ultima decisiva giornata saremmo andati a Darlington. Mary non era la stessa di sempre. Negli ultimi giorni era cambiata, meno sorridente, meno allegra, meno amorevole, meno tifosa, meno tutto.

“Cosa c’è che non va Mary?

“Richard credo sia meglio chiuderla qui la nostra storia, non c’è un motivo, alla fine non è detto che ci debba essere per forza un motivo quando si chiude una relazione. Questo è il tuo anello, è stato bello, scusami un giorno ti spiegherò…”

Si perse tra la folla dei tifosi. Non cercai di inseguirla, ero paralizzato, incredulo, pensavo fosse uno scherzo. Mi sedetti sui gradoni di cemento sbrecciato del Feethams e mi misi a piangere. Mi ripresi solo quando capitan Stuart Houston fece il giro di campo con la coppa fra l’esultanza dei presenti. Avevo perso un amore, avevo ritrovato le blades.

Ma sì, non c’è prevedibilità, amico mio, è così che funziona. Cinquanta e cinquanta. E’ quello che accade di fronte a una biforcazione. Di qua o di là. Vita o morte. Testa o croce. A Sheffield nel nostro caso al massimo c’è il pareggio; ma è un accontentarsi, una debolezza che ha il colore del cielo quando tuona. Ha un nome questa cosa, non è astrazione. La colpa è di due gentiluomini inglesi. Un Conte e un Capitano. Non riescono ad accordarsi.

Facciamo così dicono: “due bigliettini, uno con il mio nome, uno con il tuo, poi estraiamo a sorte.

Chi vince darà il nome alla gara.”

Quando srotolano il foglietto prescelto non c’è scritto Captain Bunbury, bensì Earl of Derby. Era il 1780. Da quell’anno la competizione più importante del circuito ippico reale si chiama Derby.

Ecco, a Sheffield, se escludiamo il derby United-Wednesday, non c’era molto fuori dall’estetica del XIX secolo, dal rigore dei palazzi post-bellici, c’era, quella sì, la rabbia giovanile del free-cinema inglese, c’era Joe Cocker e c’erano i Def Leppard. C’erano i sussidi per la disoccupazione e inevitabilmente tornano in mente le immagini di Full Monty.

Ma attenzione, questa è anche la città dell’assurdo dove questo film che ha spopolato è preso sul serio come un programma politico. Se qualcuno crede che la storia di Gaz, il disoccupato dalla sigaretta perennemente accesa, e i suoi cinque compagni di sventura che si trasformano in improvvisati “stripper” per la gioia di un estasiato pubblico femminile sia solo una semplice pellicola, bene, ricredetevi. Lo so, voi vorreste che iniziassi a parlare di attualità, di calcio, magari dello Sheffield United che torna in Premier League, ok ci arriveremo alla fine, adesso riprendiamo il discorso.

Partiamo da Bardwell Road. Chi ha visto il film ricorda il quartiere, questa strada di periferia, in alto. C’è un motivo. Sheffield è stata eretta su sette colli” the city of seven hills. A Bardwell Road, Lomper, il disoccupato pel di carota, tenta il suicidio ma non riesce ad accendere il motore dell’auto che dovrebbe avvelenarlo con l’ossido di carbonio. A questo punto entra in scena Steve, altro senza lavoro, uno dalla pancia ben modellata dalle pinte di birra che all’insaputa dei veri intenti di Lomper crede di compiere una buona azione e gli fa ripartire il motore mandandolo al creatore. Sembra che dal punto dove è stata girata questa scena fra il macabro e il grottesco la città appaia in tutto il suo rugginoso declino. L’acciaio dopo le riforme dell’era Thatcher è solo un orpello, una sorta di appendice. La maggior parte delle “gotiche” ferriere sono abbandonate, le fonderie trasformate in uffici, i famosi coltelli quasi reperti da museo. Ha vinto il terziario dicono. E allora che facciamo? Ci spogliamo, semplice.

Allo Shiregreen il pub del famoso spogliarello cinematografico, il sipario è lo stesso e le donne ci sono, pronte a infiammarsi, urlare, e applaudire. In realtà il locale sarebbe un “Working men club”, un dopolavoro per chi il lavoro ce l’ha. Ma già di prima mattina si riempie di disoccupati. Nella sala dei biliardi giocano a “snooker“, personaggi usciti dall’iconografia dell’ufficio di collocamento, braccia tatuate e anello all’orecchio. E l’alternativa sono le freccette. La sera lo Shiregreen vive di spogliarello. Terry Green, 50 anni, è il segretario del club e in un intervista spiegò la filosofia:

“Quando lo strip è femminile, in scena c’è una donna, sola. Quando è maschile gli “stripper” si presentano in gruppo: una sera c’era tanta frenesia che una spettatrice è salita sul palco e, invasata dalla musica, ha fatto la luna”.

Cioè’?

“Si è calata le mutande e ha mostrato il sedere. Insomma abbiamo capito che le donne si divertono. E vengono allo Shiregreen”.

Zac nel film se ne andava in giro con la maglia dello Sheffield United. Una scelta forse non casuale. Il vero senza lavoro di Sheffield pare tifi Blades. Perché bisogna essere sfortunati nella sfortuna. Lo United ha una sala dei trofei piuttosto scarna ma c’è forse qualcosa di più profondo e passionale dell’essere incompiuti e perdenti? Cosa affascina di più del non arrivare mai, del sognare sogni irrealizzabili? Non è forse vivere un sentimento di calcio puro, onesto?

Dalle parti di Bramall Lane possono vantarsi di essere stati i primi nel mondo a coniugare il suffisso “United” con il nome della città e Bramall Lane è l’impianto più antico ancora in uso essendo stato inaugurato nel 1855 ben prima della nascita delle “lame” costituitesi nel 1889; le due sciabole incrociate che furono introdotte nel 1977 dal manager Jimmy Sirrel e disegnate dall’ex giocatore Jimmy Hagan. Se si esclude la stagione inaugurale e quella del 1891/92 i colori sono sempre stati il bianco e il rosso su pantaloncini neri. L’altro giorno il “Football Paper” titolava: blades on the brink of Premier. Tutto vero. Dopo dodici anni lo Sheffield United tornerà a calcare i campi patinati della Premier League: decisivo il disarmonico Leeds dell’ultimo periodo. L’ultima volta era stata nel 2007 quando le blades ahimè retrocedettero subito. Campione d’Inghilterra nel 1898 (non esattamente ieri), lo Sheffield United era riuscito a conquistare quattro FA Cup fino a una lunghissima e sfuggevole decadenza che ha dovuto fare i conti con i tornei del sottobosco tanto che dal 2010 al 2017 ha lottato nel fango della League One fino al doppio salto che è sembrato spezzare una maledizione.

I ragazzi di manager Chris Wilder, autentico talismano da promozione, hanno festeggiato senza giocare visto che il bomber locale Billy Sharp, soprannominato “the fox in the box” ossia la volpe nell’area, e compagni avevano ottenuto la vittoria decisiva nella giornata di sabato battendo il derelitto Ipswich Town per 2-0. E chissà se le cose il prossimo anno andranno nel verso giusto al celebre Shiregreen potrebbero invitare la squadra per un nuovo spogliarello epico. E la colonna sonora sarà ancora quella di Joe Cocker: You Can Leave Your Hat On. E allora dai Gaz, convinci pel di carota Lomper ad aspettare un po’ prima di suicidarsi sulla collina di Bardwell Road.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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