RICCARDO PALETTI: 10 secondi.

di RENATO VILLA

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10.

Sono qui, seduto nel mio abitacolo.

 

Attendo che il semaforo si illumini.

Tra un paio di secondi si accenderà il rosso.

 

I motori sono già accesi.

La mano destra è sulla leva del cambio.

La sinistra è sul volante.

 

Il cervello calcola i tempi di reazione.

E calcola anche, arrivando lanciati in fondo al rettilineo, a che velocità ci si potrà arrivare.

 

Perché io non parto davanti.

 

Non guido una Ferrari.

Guido un’Osella.

 

E ho quasi tutti davanti.

 

9.

I miei colleghi sono tutti più esperti di me.

Sanno perfettamente come comportarsi sulle piste.

Io sono quello che in America chiamano “rookie”.

Esordiente.

Novizio.

 

Non che la cosa mi faccia sentire inferiore, quello no.

 

È che la pista di Montreal è tutto tranne che facile, e non penso sia l’ideale per un esordio o quasi.

 

Ma bisogna pur sempre iniziare.

 

Perché, senza iniziare, non si va avanti.

 

E io, avanti, ci voglio andare.

E tanto.

 

8.

Questi secondi scorrono fin troppo lentamente.

Il semaforo deve ancora diventare rosso.

 

Sembra debba durare un’eternità, questa maledetta procedura di partenza.

Ma è una cosa che devo imparare a conoscere bene, e farlo meglio che partendo dal fondo non è possibile.

 

Anche perché così tengo d’occhio tutto e tutti.

 

Vedo ogni cosa.

 

Forse non vedo le prime due file, ma loro sfileranno via tranquille mentre noi ci scanneremo per guadagnare una posizione.

 

Una.

 

Che vitaccia infame, scannarsi per essere diciottesimo o diciannovesimo.

 

Ma ci tocca, a noi esordienti con le macchine più lente.

Per avere le migliori, ci vorrà del tempo.

 

7.

Il semaforo adesso ha cominciato la procedura di partenza.

Ancora quattro secondi e scatteremo tutti, in questo lungo rettilineo.

 

Ogni secondo, un semaforo che scatta e diventa verde.

 

Ogni secondo, una valanga di pensieri che si accumula nelle nostre menti.

Pensieri.

Emozioni.

Sensazioni.

 

Ogni secondo, un attimo di paura passa.

Perché siamo sempre più vicini al via.

E, una volta partiti, si comincia a vivere.

 

6.

La seconda luce si è accesa.

Ancora tre secondi.

Ancora tre.

Ma c’è qualcosa che non capisco.

 

Vedo qualcuno che si sbraccia, davanti.

Ma davanti davvero.

 

Nelle prime file.

 

E se si sbraccia, vuol dire che ha qualche problema.

Ma mancano tre secondi.

Potrebbero ancora fermare tutto, ma non è detto.

 

Vediamo cosa faranno.

Perché non possono farci rischiare così.

 

5.

Invece no, ecco la terza luce.

Hanno deciso di farci partire.

Anche se può esserci pericolo.

 

Tanto in pista loro non ci sono.

Ci siamo noi.

 

Comunque, io spero di arrivare a schivare l’ostacolo che ci troveremo davanti.

In fondo, da dietro, l’ho già detto, si vede meglio.

L’importante è non trovarsi in mezzo al casino nel momento sbagliato.

E io spero che non succeda.

 

4.

La quarta luce si è accesa.

Devo essere pronto.

Piede sull’acceleratore e mano sul cambio.

 

Solo così potrò sperare di partire bene.

 

Davanti continuano i segnali, ma a quanto pare sono inutili.

Il semaforo continua ad andare avanti.

 

3.

Si è accesa anche l’ultima luce.

 

A questo punto non c’è più niente da fare che sperare.

Sperare che il rischio sia rientrato, o che tutti si riesca ad evitarlo.

 

È quello che spera l’organizzazione.

Poi, con questo rettilineo, dovremmo riuscire a cavarcela.

 

Tutti.

 

Anche se non si è mai sicuri di niente.

Perché basta che chi ti è davanti scarti all’ultimo e va a finire male.

Ma non sarà così.

No.

Non sarà così.

 

2.

Si parte.

Scattano tutti, anche la mia Osella fa il possibile per dimostrarsi degna della partecipazione al mondiale di Formula 1.

 

Ma è successo qualcosa.

Qualcosa di strano.

 

Ho davanti una corsia vuota.

Non capisco.

 

Sembra che tutto stia andando per il meglio.

Almeno, sembra.

 

1.

Non capisco.

Si buttano tutti a sinistra, intasando la traiettoria.

 

Accelero.

 

Potrei arrivare in fondo al rettilineo avendo superato diversi avversari, io che di solito sono prudente.

 

D’altra parte, un’occasione così non l’avrò più.

 

Devo sfruttarla.

 

Per me, per il team, per tutto il piccolo mondo che mi circonda.

È troppo importante.

 

E allora accelero, e spero che tutto vada per il verso giusto.

 

EPILOGO

No.

Nulla è andato bene.

La Ferrari di Pironi era ferma sulla griglia, in fondo al rettilineo.

 

L’ho vista all’ultimo, quando uno dei miei avversari ha scartato.

 

L’impatto è stato inevitabile.

Violento.

Devastante.

 

Della mia Osella è rimasto poco.

 

Di me, solo il ricordo di un ragazzo che voleva provare al mondo che poteva stare in Formula 1, con i grandi.

 

Ma non ne ha avuto il tempo.

 

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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