Perché ci hanno bombardato ?

di SIMONE GALEOTTI
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“I Balcani producono più storia di quanta ne possano digerire”
“Ci fotte la guerra che armi non ha, ci fotte la pace che ammazza qua e là, ci fottono i preti i pope i mullah, l’ONU, la NATO, la civiltà”
Devo aspettare Goran, la mia guida. Intanto Belgrado, la “Città Bianca”, mi accoglie in un giorno di tiepido sole primaverile. Goran è un gigante, un tipo strano, buono, vociante, parla un ottimo inglese e rammenda discrete frasi in italiano. Cittadini sotto ogni cielo.
“Perché ci hanno bombardato?”.
La domanda nell’abitacolo dell’auto tornerà più volte in questi quattro giorni passati tra poeti, ristoranti, musicanti e passeggiate silenziose. La guerra che ha frantumato la Jugoslavia è passata dalla cronaca a quel limbo che sta tra il passato e la storia, ora abbiamo altri conflitti negli occhi e sembra che di quella lotta feroce e a tratti incomprensibile sia rimasto solo un fantasma che viene di notte a toccarti una spalla:
“Perché ci hanno bombardato?”.
Belgrado città rattoppata con molte crepe ancora aperte e visibili. Belgrado città chiara col suo bellissimo ponte tinteggiato, i palazzi che parlano di una capitale satellite dell’ex impero sovietico. Belgrado città marchiata nell’ etnia dall’ antica presenza ottomana e da quella slava del nord. “I salari medi – dice Goran- sono inferiori ai vostri 500 euro mensili ma il costo della vita è decisamente superiore. Siamo un miscuglio sociale con un’urbanizzazione crescente e una distonica alternanza fra i quartieri esclusivi di Vracar e Dedinje, o lo splendido Dorcol, e quartieri dormitorio tipo Banovo Brdo fino a vere e proprie baraccopoli. Per il resto è stato portato avanti un lavoro di riconciliazione, sai, due fiumi, due alfabeti… Adesso è una capitale di un piccolo Stato, ma è stata capitale di un grande e composito Stato, anzi, di uno Stato fasullo, esploso dopo la fine del regime di Tito per l’emergere di tensioni covate a lungo e per l’incapacità politica di gestire le differenze, noi abbiamo picchiato duro, Slobodan Milosevic è diventato nell’immaginario occidentale l’incarnazione del male. Le cronache di quei mesi parlano di violenze efferate, di esodi, di deportazioni ma le contro- rappresaglie contro di noi sono state altrettanto dure”.
Ivo Andric, premio Nobel serbo-croato racconta nel suo romanzo, “Il ponte sulla Drina”, le efferatezze che da queste parti si sono compiute nei secoli passati. Racconta del ponte che ha sempre legato popoli vicini e lontani.
Bizzarra fatalità di questa terra di uomini malinconici e allegri che ti offrono vino e hanno occhi sinceri. Sul fiume, sotto il grande ponte, c’è un ristorante, si chiama “Stenka”. È un posto stravagante. Lo anima Rada, una donna violentemente bella dagli occhi scuri e un dolore piantato come un pugnale nell’anima. È una filologa di valore ma ha voluto dedicarsi alla poesia fuori dalle Università. Intorno a un camino ci sono sempre ottime zampette di maiale in salsa di rafano per gli scrittori senza il becco di un quattrino. È la sua vera accademia, abitata da poeti e da suonatori di musica zingara. Si canta, si balla, si pensa in versi. Nel ristorante di Rada si sentono stornelli nostalgici portati dal vento che qui chiamano “Košava”. Nella città bianca non ci sono solo due fiumi e due alfabeti ma se sei sportivo (ed è praticamente impossibile non esserlo considerando l’accezione deformabile del termine includente un semplice tiro di dadi…) ti porti sulle spalle due destini paradossali: aver vinto le ultime coppe più importanti d’Europa mentre tutto cominciava a sfaldarsi.
“Perché ci hanno bombardato?”.
Goran ama il basket e tifa Partizan, è un “grobaro”, il soprannome significa becchini e venne coniato dai rivali della Stella Rossa perché le uniformi dei giocatori ricordavano quelle degli addetti alle sepolture. La sezione pallacanestro venne fondata nel 1945 e inizialmente giocava all’aperto sotto le mura della Fortezza di “Kalemegdan” dove oggi il club ha costruito due splendidi playground utilizzatissimi per i tornei estivi. “Come risposta a questo nomignolo, -mi dice Goran bevendo un sorso di “Zaječarsko” -, noi del Partizan a quelli della Crvena gli abbiamo affibbiato il nomignolo di “Cigani” perché potevano contare su molti sostenitori di etnia Rom”.
A dire il vero gli ultras della Stella Rossa si proclamano “Delije” che sta per eroi ma meglio non stuzzicare i fanatismi del derby “eterno.
Da Piazza Slavija, si sale verso Piazza della Repubblica e infiliamo dritti Bulevar Despota Stepana e in breve siamo davanti al glorioso “Pionir” (oggi Hala Aleksandar Nikolić). Pochi passanti, qualche albero, assenza apparente di calore umano, scritte fatte con lo spray qua e là sui muri e un palasport che comincia ampiamente a mostrare i suoi quasi cinquant’anni d’età.
“Perché ci hanno bombardato?”.
Là dentro, nel 1992, dopo la partenza di Divac, Paspalj, Grbović, e Savović, il Partizan basò la stagione su un nucleo giovane, senza stranieri, le cui stelle erano il ventiquattrenne Aleksandar “Sale” Djordjevic (o meglio Đorđević) e il ventunenne Predrag “Sasha” Danilović, uniti a una combinazione di buon talento creata dai vari Mladjan Silobad, Igor Perović, Vladimir Dragutinović e Zoran “Stragi” Stevanovic. Su Danilović, Goran apre al sentimento. “Lui era nato a Sarajevo da una famiglia di origine serba, moro, lungo, magro, si fece le giovanili nel Bosna ma quando si trattò di passare alla prima squadra essendo tifoso viscerale del Partizan desiderava venire a Belgrado a tutti i costi e scoppiò una lite per il suo cartellino tanto che venne squalificato e per un po’ se ne andò negli Stati Uniti a Cookeville nel Tennessee”.
Alla guida della squadra venne nominato Željko Obradović al suo esordio da tecnico. A causa dell’inasprirsi della situazione politica, la FIBA costrinse le squadre jugoslave a disputare le partite casalinghe fuori dai confini e il Partizan nell’ossimoro obbligato scelse di disputare gli incontri “interni” nel sobborgo madrileno di Fuenlabrada. Il fortino in terra iberica tenne alla perfezione e il Partizan si qualificò per i quarti al meglio delle tre partite in cui, abbastanza inverosimilmente, la federazione a un paio di giorni di distanza dal match, autorizzerà il Partizan a giocare dentro un “Pionir” tremolante di passione e fierezza.
“Perché ci hanno bombardato?”
L’avversario fu la Virtus Bologna e Danilović, dopo aver saltato la prima gara che i compagni fecero loro 78-65, è della partita in Italia ma i suoi 19 punti non furono sufficienti a scongiurare la sconfitta di misura che rimandò la qualificazione allo spareggio. E “Sasha “, contro la squadra che qualche mese dopo lo metterà sotto contratto, farà i fuochi d’artificio firmando il 69-65 che valse l’accesso alla Final Four programmata alla Abdi İpekçi di Istanbul. A proposito di “Sasha”. Goran sorride perché ci tiene a far presente che fra Danilović e Djordjevic il vero “Sasha” sarebbe il secondo: “ Quando arrivò da voi in Italia, insieme alla bella moglie Seka, avete cominciato a chiamarlo “Sale”. Djordjevic è un belgradese purosangue, un playmaker classico, acuto, intelligente, suo padre Bratislav è stato un campione altrettanto famoso se non di più.”
Effettivamente sua moglie era davvero bellissima tanto che la “fossa” gli dedicò un coretto, poi la Fortitudo congederà Djordjevic rapidamente quanto scioccamente, affidandosi al ragioniere John Crotty.
“Perché ci hanno bombardato?”
E quando lo dice Belgrado mi appare improvvisamente introversa, smarrita, a vent’anni di distanza dalle bombe NATO.
In Turchia il Partizan ritroverà Milano, col marchio Philips, già due volte battuta nella fase a gironi, che si avvaleva del gigantesco Darryl Dawkins, del cannoniere Antonello Riva e dell’energia di Riccardo Pittis. Il 14 aprile i belgradesi rinnovarono l’appuntamento con la vittoria, 82-75, trascinati da un Danilović incontenibile che promuoverà il Partizan all’atto decisivo in opposizione agli spagnoli della Juventut di Badalona di Lolo Sainz con il quintetto in neroverde formato da Corny Thompson, Jordi Villacampa, Harold Pressley e i fratelli Rafael e Tomas Jofresa.
Al quarto minuto dell’ultimo spicchio di partita i catalani conducono 65-68. Ad un minuto dalla sirena però una tripla di Danilović rimise in corsa i “grobari”. Poi il cardiopalma: Tomás Jofresa portò palla penetrando nel pitturato e fece partire un tiraccio sbilenco che rimbalzò sul ferro ma in qualche modo finì dentro: Badalona 70- Partizan 68 e dieci secondi più spiccioli da giocare. Djordjevic chiamò subito il pallone e dalla propria metà campo entrò in quella avversaria, fermandosi ad un niente dalla linea dei tre punti in posizione angolata e da lì scoccò il colpo sbilanciandosi leggermente a destra forse perché nella preghiera ortodossa si parte da quel lato per farsi il segno della croce. Tomás Jofresa che lo marcava non saltò sbilanciato dal brusco stop del belgradese, nemmeno Morales, lo spagnolo più vicino, saltò. Il tiro del figlio del grande “Bata” partì a quattro secondi esatti dalla sirena. I dodicimila del palazzetto turco trattennero il respiro seguendo la parabola della sfera. Canestro, si canestro. Partizan 71- Badalona 70. Incredulità, tripudio, e nell’inconscio, per un attimo, tutto si amalgamò formando strani contrasti dove s’intrecciavano minuscolo e grandioso come nei ricordi d’infanzia, quando la realtà pare brillare, vivificarsi di colori. E invece il 27 aprile 1992, pochi giorni dopo quella finale nacque la Repubblica Federale di Jugoslavia (Savezna Republika Jugoslavija) formata da Serbia e Montenegro. La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (Socijalistička Federativna Republika Jugoslavija) era ormai un ricordo.
“Perché ci hanno bombardato?”.
Rifletto. “Credo che qualunque risposta non avrebbe senso per te”. Goran mi guarda e dice pacato: “Umirati u lepoti”, sai cosa significa? – “No Goran” – “Significa morire nella bellezza”. E ripartiamo mentre il sole cala dietro le larghe guglie di San Sava.
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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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