AYRTON SENNA: Il corsaro nero

di RENATO VILLA

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1.

Lo chiamavamo “Il Corsaro Nero”.

Già.

Nero come la sua Lotus griffata John Player Special.

Corsaro perché… perché solo un vero corsaro avrebbe saputo e potuto fare quel che faceva lui.

 

Aveva più o meno la nostra età, e per noi era un idolo assoluto.

 

Ogni volta che c’era un Gran Premio, casa mia si riempiva di amici appassionati, di lattine di birra Labatt’s e di pacchetti di sigarette, rigorosamente JPS.

 

Perchè credevamo nella compenetrazione.

Credevamo nell’identificazione.

 

E credevamo anche nell’eternità della gioventù.

 

2.

Ci eravamo innamorati di lui e della sua guida in un incredibile Gran Premio di Montecarlo, l’anno precedente.

 

Guidava una Toleman e partiva da fondo schieramento.

Ma diluviava.

 

E così partì in caccia, perché sotto l’acqua dava almeno due secondi al giro a tutti quelli che aveva davanti.

 

Andava all’arrembaggio, come i corsari.

E da lì nacque la prima parte del soprannome.

 

Assolutamente meritato, tra l’altro.

Perché solcava le acque con una sicurezza che raramente avevo notato in un pilota così giovane.

 

E perché aveva un nome che sembrava venire da isole esotiche.

Ayrton Senna Da Silva.

 

3.

Natale ci portò un regalo inatteso.

Il Corsaro divenne improvvisamente il Corsaro Nero.

Eh sì, perché passò alla Lotus.

 

E noi già sognavamo cosa avrebbe potuto combinare, alla guida di uno di quei bolidi nero-oro.

Alla guida della macchina più veloce di tutto il Circus.

 

Quella che magari non arrivava in fondo, per cronica mancanza di affidabilità, ma era la macchina da giro veloce.

 

E da lì cominciammo a chiamarlo in quel modo.

Perché Ayrton, in fondo, un po’ corsaro probabilmente lo era sempre stato.

 

4.

Le prime sessioni delle prove invernali lasciarono intuire che il ragazzo avesse i mezzi per diventare, a breve, campione del mondo.

 

Era veloce, pulito e aggressivo.

Tutto l’opposto del suo compagno di squadra.

 

Elio, infatti, era pulito nella guida, ma era intelligente e forse, a volte, anche troppo riflessivo.

Era raro che si lasciasse andare, pur avendo una macchina che glie l’avrebbe sicuramente concesso.

 

Tutti eravamo convinti che il Corsaro Nero ci avrebbe reso felici, quell’anno.

Ne eravamo quasi certi.

 

Ma, nella vita, non bisogna essere mai certi di nulla.

 

5.

Dopo tutto, ci aspettavamo una gara esaltante nel Gran Premio di casa, a Jacarepaguà.

Aveva dimostrato di poter stare con i primi quasi senza alcuna difficoltà, durante le prove invernali.

 

Ma una cosa sono le sessioni di prova per testare la macchina ed un’altra sono le gare, nelle quali entrano in scena componenti tecniche e psicologiche completamente differenti.

 

E infatti fu così.

La Lotus storicamente era una macchina molto veloce, ma decisamente poco affidabile, e lo dimostrò anche in quel Gran Premio del Brasile.

 

Certo, rimanemmo delusi, ma le possibilità di vedere il Corsaro Nero trionfare in qualche altra gara erano alte.

Così ci preparammo per il Gran Premio seguente, quello del Portogallo.

 

6.

Si sarebbe svolto di lì a non molto, il Gran Premio del Portogallo.

La pista era quella dell’Estoril, circuito ormai sul quale si svolgeva tradizionalmente la gara lusitana.

 

Semmai, l’anomalia stava nella data.

Solitamente, il Gran Premio del Portogallo era uno degli ultimi, se non l’ultimo, della stagione.

 

Quella volta sarebbe stato il secondo.

E si sarebbe svolto pochi mesi dopo l’ultima gara disputata su quel tracciato, che aveva incoronato campione Niki Lauda.

 

Ma questa volta, probabilmente, non ci sarebbe stato il sole, come era accaduto l’ultima volta.

 

Sicuramente non era previsto un tempo caldo, ma nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto.

 

C’erano ancora più di dieci giorni di tempo.

E lì, in quella zona, tutto era possibile.

 

7.

In dieci giorni può cambiare il mondo.

 

Dieci giorni sono un lasso di tempo assolutamente sfruttabile, in tutto e per tutto.

Sono il tempo che basta per migliorare le prestazioni di una macchina, arrivare a renderla competitiva ai massimi livelli.

 

Poi, ci avrebbe dovuto pensare lui, il Corsaro Nero.

 

Perché, una volta che la macchina fosse stata a punto, sarebbe toccato a lui renderla la migliore.

 

Toccava a lui vincere.

 

8.

Estoril è un tracciato malefico, di quelli nei quali tutto è facile e tutto è impossibile.

Dipende sempre da quali condizioni ambientali ci si trova a dover affrontare.

 

L’anno precedente si era corso sotto il sole.

E all’Estoril il sole picchia forte.

 

Invece, quest’anno le previsioni erano di tempo variabile.

Che vuol dire qualunque cosa.

 

Tutto e niente.

 

Lacrime e sangue.

Oppure una gara liscia.

 

E’ quello, il problema.

Chissà cosa vedremo, all’Estoril.

 

Intanto, ci stiamo organizzando.

 

9.

Sigarette, birra e tutto quello che può servire è già stato acquistato e messo da parte.

Siamo a giovedì.

Le previsioni danno per la domenica, sempre che ci prendano, un tempo orripilante.

Un tempo da Corsaro Nero.

Ma nessuno è certo di cosa accadrà domenica.

E poi, prima ci sono due giorni di prove.

 

Due giorni nei quali deve cercare di essere tanto veloce, almeno, da piazzarsi in prima fila.

Perché, se dovesse realmente piovere, sarebbe un grosso, grossissimo vantaggio.

 

D’altra parte, siamo in inverno, ancora.

E qui l’inverno non scherza.

Qui, quando piove, piove sul serio.

 

Bisogna vedere cosa accadrà.

Qui, intanto, speriamo che le previsioni siano giuste.

Sarebbe un gran colpo.

 

10.

E’ il primo giorno di prova.

A quanto pare, la Lotus è competitiva, per davvero.

E il Corsaro Nero la sfrutta nel modo ideale.

 

Ma lontano, all’orizzonte, si notano nubi da pioggia.

 

Chissà che quelle previsioni, per una volta, non siano azzeccate.

Potrebbe essere la carta vincente.

 

Potrebbe essere lo spariglio.

 

Perché altri hanno macchine migliori, sull’asciutto.

Ma sotto la pioggia i valori si livellano, ed allora conta il pilota.

 

Sotto la pioggia, potrebbe esserci la grande sorpresa.

 

E’ quello che aspettiamo.

Quello che sogniamo.

Quella cosa per la quale abbiamo in frigo una bottiglia di champagne da aprire, in caso di vittoria.

 

Speriamo di non dover aspettare molto.

 

11.

Piove.

 

E adesso siamo tutti in attesa.

Perché questa è la condizione ideale per il Corsaro Nero.

 

E’ la sua gara.

E’ la sua possibilità.

 

Sempre che il tempo non migliori.

Ma pare non ne abbia l’intenzione.

 

Le lancette dei cronometri dicono tutte la stessa cosa.

Che oggi è in pole.

 

E, se non sbuca il sole, lo sarà anche domani.

 

Intanto, le postazioni davanti al televisore vengono studiate, come se da esse dipendesse l’esito della gara.

 

Sì, lo so.

Siamo matti.

Ma siamo tifosi.

 

12.

 

Ha piovuto anche il sabato.

Per fortuna.

E, nel suo elemento, il Corsaro Nero ha migliorato il tempo del venerdì.

 

Pole position.

 

Con tante possibilità, se il tempo non farà pazzie, di giocarsi la vittoria sino alla fine.

Perché sotto l’acqua lui è il migliore di tutti.

E perché la bista bagnata livella le prestazioni delle vetture.

 

A quel punto conta il “manico”.

Il pilota.

 

E lui, sotto l’acqua, ci sa indiscutibilmente fare, molto più di tanti altri che hanno macchine decisamente migliori.

 

13.

Ora di pranzo.

Siamo tutti attorno al tavolo, ognuno ha portato qualcosa.

 

E’ la riunione pre-gara.

 

Loro fanno il briefing, noi il pranzo.

 

Il Corsaro Nero parte in pole.

Ciascuno di noi ha visto il warm-up stamattina.

Piove che Dio la manda.

 

E ne manda veramente tanta.

Chissà cosa succederà in gara.

Chissà se la si finirà o se succederà come a Montecarlo l’anno passato.

Chissà.

 

Intanto, però, godiamoci il pranzo.

 

14.

ovviamente, speravamo che la digestione fosse buona.

Cioè che il pranzo non ci rimanesse sullo stomaco.

Noi, il nostro l’avevamo fatto.

 

Attaccammo il televisore e ci mettemmo in postazione, come da copione.

Si erano appena collegati con l’Estoril.

 

Diluviava.

Aprii un pacchetto.

Player’s, obviously.

 

Le aspettative adesso si innalzavano.

Sotto l’acqua vedevamo davvero la possibilità di vincere.

E questo ci rendeva nervosi.

 

Molto nervosi.

 

15.

I collegamenti con la pista venivano effettuati almeno mezz’ora prima del via, per dare agli spettatori un po’ di informazioni utili per seguire meglio la gara.

 

Io lo sapevo bene, come tutti i miei commensali.

 

Eravamo patiti di Formula 1 da anni, e ormai avevamo fatto l’abitudine a certe cose.

Così, nonostante fuori fosse fresco, aprimmo le finestre.

A quel punto, passai in giro il primo pacchetto di Player’s.

 

Eravamo tutti abbastanza nervosi.

La partenza era fondamentale, se il Corsaro Nero fosse riuscito a scattare in testa probabilmente non l’avrebbero più rivisto.

 

Ma doveva partire bene, e lasciarseli dietro.

 

Stava tutto lì, in quei pochi secondi tra il verde e la prima curva.

Lì stava la differenza tra una vittoria e un buon risultato.

 

Solo lì.

 

16.

Pioveva che il Signore la mandava, si dice da noi.

 

Meglio.

Avremmo avuto qualche probabilità di goderci una grande gara del Corsaro Nero.

 

Intanto si avvicinava il momento del giro di ricognizione, e farlo sotto un muro d’acqua non sarebbe certo stata la cosa ideale per un ragazzo alla prima pole.

Ma farlo era obbligatorio.

 

Così, vedemmo le macchine partire ed accodarsi alla Lotus numero 12.

Sarebbe stata lei a dettare il ritmo di quel giro.

 

I piloti a volte lo usano come arma tattica.

C’è chi va esageratamente lento, per creare nervosismo negli avversari e difficoltà nei motori.

C’è chi va veloce,perchè poi ci si deve ancora fermare per alcuni secondi e può capitare di tutto.

C’è chi va a strappi.

Insomma, c’è di tutto.

 

Anche chi se ne frega, del giro di ricognizione.

E lo fa per burocrazia, come se non fosse altro che una rottura di scatole.

 

Fu così che lo fece il Corsaro Nero.

 

17.

Quando tutte le macchine si furono sistemate ai loro posti, fu dato il via alla procedura di partenza.

 

Pioveva a dirotto, ed era chiaro che chi avesse preso il comando, a meno di non buttarlo via sconsideratamente, non l’avrebbe più mollato fino al termine.

 

Il semaforo si accese sul rosso, e poi a breve termine sul verde.

In mezzo al diluvio, da quel poco che si poteva intendere, in testa si trovava una vettura scura.

 

Poi vedemmo, finalmente, un primo piano.

Era la Lotus numero 12.

 

Sembrava fosse un motoscafo, da quanto fendeva l’acqua.

 

18.

Alla fine del primo giro aveva più o meno un paio di secondi sul suo primo inseguitore.

Gli altri viaggiavano a passo ridotto, perché temevano la pista ridotta e gli avversari, che potevano essere potenziali pericoli.

 

Lui no.

Lui viaggiava veloce, mangiandosi il terreno anche sotto il diluvio.

 

E ogni giro, curva dopo curva, guadagnava decimi.

Decimi che diventavano secondi.

 

E ai box la gente restava con gli occhi sbarrati.

Perché non pioveva, diluviava.

E lui continuava a guadagnare secondi.

Curva dopo curva, decimo su decimo.

 

Giro dopo giro.

 

19.

A neanche metà gara aveva fatto il vuoto.

Nessuno aveva tenuto quel ritmo e aveva avuto il coraggio di andare veloce sotto il diluvio.

 

Davanti al televisore i pacchetti di Player’s terminavano nervosamente ed ansiosamente, peggio che se fossimo stati ai box.

Perché ci tenevamo, a quella vittoria.

E perché avevamo creduto nel Corsaro Nero sin dalle sue prime apparizioni sulle piste.

 

L’avevamo individuato, l’avevamo fatto nostro.

Come avevamo fatto con altri.

Ma ora ci specchiavamo in lui, coetanei e appassionati che avrebbero voluto essere lì, in pista.

 

Era l’unica cosa che ci mancava.

Era l’unica cosa che avremmo voluto nella nostra vita.

 

20.

Tutto procedeva nel migliore dei modi.

Il Corsaro Nero continuava ad aumentare il suo vantaggio sul secondo e noi continuavamo a produrre spazzatura, sotto forma di lattine di birra, e cicche di sigaretta in elevata quantità.

 

La tensione era palpabile.

Temevamo che un qualunque incidente di percorso, una distrazione, un problema meccanico, fermassero quell’incredibile cavalcata.

 

Ma nulla e nessuno lo fecero.

Il Corsaro Nero stava dominando la gara e si divertiva nel farlo.

E noi eravamo pronti ad esultare, se e quando avesse tagliato il traguardo da vincitore.

 

Perché in fondo lui era uno di noi, un ragazzo giovane.

I suoi sogni erano anche i nostri.

La differenza era che lui poteva realizzarli.

 

21.

Non bastava il diluvio universale a fermarlo.

Aveva più di quaranta secondi sul primo degli inseguitori.

Nessuno di noi si sarebbe sognato una gara simile, la notte prima.

Neanche dopo una robusta bevuta di caipirinha.

 

Invece tutto questo stava accadendo.

 

Il Corsaro Nero stava guadagnando secondi, giro dopo giro, lasciandosi alle spalle la paura e il muro d’acqua.

 

Le Player’s per fortuna erano state acquistate in quantitativo poco meno che industriale.

Con una pista così dovevamo avere qualcosa che ci facesse stare tranquilli.

Le sigarette.

 

Fumavamo.

 

Mentre lui se ne andava via, tranquillo, sotto il diluvio.

 

22.

Meno male che avevamo fatto scorta di birre.

Ne erano rimaste giusto quattro, proprio una a testa.

E mancava l’ultimo giro.

 

Chiesi ad un amico l’apribottiglie.

In quel momento, il Corsaro Nero iniziava l’ultima tornata.

Preso l’apribottiglie, aprii le birre e le deposi sul tavolino che si trovava dietro di noi.

 

Si fremeva.

 

L’acqua non aveva assolutamente rallentato, anzi, se possibile scendeva ancora più violenta.

Ma lui procedeva imperterrito verso il traguardo.

 

Noi avevamo gli occhi puntati sullo schermo.

 

Quando arrivò alla penultima curva, distribuii le birre.

Quando tagliò il traguardo scattammo in piedi uniti in un brindisi, festeggiando come fino a quel giorno non avevamo mai fatto.

 

Era anche una nostra vittoria.

Avevamo creduto in lui, nel Corsaro Nero, fin dalla prima gara.

 

Scolammo le birre in segno di giubilo.

 

Poi guardammo il televisore.

Il secondo aveva preso più di un minuto di distacco.

Restammo sbigottiti.

 

Scesi al più vicino bar.

Ci volevano altre quattro birre.

 

EPILOGO

Nella vita si cresce.

Non abbandonammo il tifo per il Corsaro Nero e la passione per la Formula 1.

Ma qualche anno dopo avvenne quello che non avremmo voluto mai vedere.

 

Era un primo maggio, a Imola.

 

Lui adesso guidava una Williams ed era alla ricerca della prima vittoria con la nuova macchina.

Ma, di colpo, alla prima curva lo vedemmo andare dritto.

Capimmo subito che l’epopea era finita.

 

Capimmo subito che i ragazzi dell’Estoril non c’erano più.

E che non ci sarebbe mai più stato un altro Corsaro Nero.

 

Quello fu l’ultimo Gran Premio che vedemmo.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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