ROBIN WILLIAMS: L’istrione dal sorriso triste.

di SARA DEL BARBA

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Na-no Na-no. Sorrido ogni volta che fa capolino tra i miei pensieri, mentre le mani, senza bisogno di essere condotte, si portano alle orecchie.
Casuali e, alla fine, anche fortunose circostanze mi hanno teletrasportato in questo mondo. Con il mio uovo, strambo almeno quanto me.
Nel 1977, trasferito ormai da un po’ di anni nell’assolata California, mi ritrovai a Los Angeles, così calda, rumorosa, lontana da Chicago. George Schlatter mi offrì di far parte del suo revival dell’indimenticato “Laugh-In” degli anni ’60. Lo show non durò molto, come spesso accade ai rifacimenti che, inevitabilmente, non possono avere quell’originalità intrinseca, propria, leggera dell’inedito. In ogni caso, da lì ebbi modo di essere scritturato da semi-regolare al The Richard Pryor Show, dove le mie apparizioni si trovavano perfettamente a loro agio in quell’atmosfera di sagace umorismo, dove potevo scatenare i miei me stesso. Il pubblico rideva. Ma quello che più davvero mi dava soddisfazione era il fatto di poter essere un commediante relativamente libero e che coloro che stavano nel pubblico, finito di ridere fino alle lacrime per qualche mia stravagante uscita con l’accento che poteva essere californiano quanto del Tennessee, a seconda del mio umore o dei miei raptus mentali, poi dovevano subito trattenere la pipì perché mi divertivo a non lasciare loro il tempo di riprendersi dalla battuta precedente.
Già allora i miei personaggi erano il mio veicolo. E già allora cominciavano i su e giù per le montagne russe della mia mente.
The Richard Pryor Show non sopravvisse molto. Ne fui dispiaciuto. Le prime esperienze televisive si erano già chiuse, era un vero peccato non potermi scatenare ancora. Non potevo capire, allora, che questa fu la mia fortuna. Gary Marshall, produttore di Happy Days che già da circa cinque anni incollava davanti alla televisione le famiglie americane sui loro divani da quali poter vedere, in simultanea, la bandiera americana in giardino, mi notò proprio al Pryor Show. Continuavo le mie esibizioni di stand up, ma decisi di fare il provino per una puntata di Happy Days, così come volle Gary. Sarebbe dovuto essere un episodio speciale, incentrato su un alieno che arriva a casa Cunninghum, un escamotage per ravvivare un po’ il telefilm, produttori e regista erano ormai a corto di idee. Entro nella stanza, mi dicono di sedermi. Proprio il gesto di sedermi, di testa e a gambe all’aria, ha fatto tutto il resto. Insieme alla voce nasale e al saluto storpiato, caricaturato di Star Trek. Sette mesi dopo, andò in onda il primo episodio di Mork & Mindy.
Era il 14 settembre 1978. Sono Mork e vengo da Ork.
Sono grato dell’esperienza dei personaggi che ho vestito, enormemente grato. Ma sopra ogni cosa, mi sento fortunato ad aver avuto sempre la libertà di esprimere anche solo una piccola parte di me stesso attraverso l’improvvisazione, che è un tutt’uno con Robin. Gli schizzi ironici, o tragici, o anche mielosi. Quelli dell’ultimo secondo. Che non sanno ripetere fedelmente un copione. Il prodigioso segreto di un mestiere che non mi ha mai annoiato, che ho amato fino all’ultimo ciak. Lungo una vita che ho sentito vibrare sulla pelle della voce che rimbomba in sala prove.
Ho pescato la carta degli “imprevisti ” con cadenze regolari.
Poi tornavo nel mio Uovo. Per un pó. Sono Mork e vengo da Ork.
Dalla morte sul palcoscenico ci si risveglia sempre. A volte, ironia beffarda, tra le risa del pubblico. Le montagne russe hanno continuato, a fasi alterne, a fare da padrone. Come sull’ottovolante, in discesa mi godevo il vento. Ma quando scendi e giuri che “mai più”, sei convinto che davvero non ti farai mai più trascinare in balia di qualcosa che si appropria di te stesso in modo tanto sbagliato. Dove l’attore non riesce ad entrare nella parte.
Il denaro mi ha rubato spesso la parte del ruolo di protagonista. Lucifero di troppe serate. E mattinate. Poi tornavo sul mio Uovo. Per un po’. Sono Mork e vengo da Ork.
Eppure riuscivo di nuovo nel teletrasporto. Un presidente, una donna, Peter Pan, il professor Keating. Negli occhi lo sento. Se ne vale la pena, allora vedo come fossi lui. O lei. Solo un po’ robinizzati. Se avverti quella sensazione, quell’immedesimazione temporanea ma profonda, hai guadagnato la prospettiva ideale, il punto di vista perfetto. Che ti fa anche sperimentare stati d’animo coi quali, altrimenti, difficilmente ti saresti misurato.
Da Chicago alla California. Devi mutare un pó anche te stesso nel cambiamento. Adattarti alla temperatura, all’abbigliamento, ai gesti, le usanze, i profumi. Allo spleen. Così è anche sul palcoscenico. È un’iniezione irruenta. Immediato, ardito turbinio di emozioni. Veloce. Schizofrenico. Attraverso te stesso sei qualcuno che può avere la capacità di sfiorarti il pensiero che proprio quel te stesso, alle volte, ti ingabbia.
Christopher. John. Poi tornavo sul mio Uovo. Per un pó. Sono Mork e vengo da Ork.
Capitano, o mio Capitano!
Posso, io, aver insegnato mai qualcosa? Ai miei figli, almeno? Me lo auguro. Ma sono certo di avere imparato. E di averlo fatto davvero, ma mai abbastanza. Linfa vitale. Che ha iniziato a circolare troppo debole.
Poi tornavo sul mio Uovo. Per un pó. Sono Mork e vengo da Ork.
In una giacca. Con un naso da pagliaccio. Con una parrucca da donna. Dietro un paio di occhiali neri. Alla ricerca dell’Isola che non c’è. Dov’era Robin? L’ho capito solo adesso. Che la limitazione lenta ed inesorabile di quella libertà di decidere quanto esserci dentro sta lentamente logorando il mio corpo. La mia mente. La mia anima.
Trema una mano. La lingua s’inceppa. La libertà sta esaurendo. Trema di nuovo. Il mio saluto non sa più essere vulcaniano. Io non so più essere me stesso. I miei personaggi non sanno più riconoscermi.
Tuta rossa, mani alle orecchie. Sono Mork. E torno su Ork.
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Esuberanza all’ennesima potenza. Caricatura ad arte. Intensità. Ironia e sarcasmo dosati con tale maestria che non possono che essere naturali doti di un essere umano. Non si possono semplicemente imparare. Ma anche delicatezza, a tratti amara. Attore multiforme, con grande intelligenza emotiva.
Sono nata nel 1982, circa un mese dopo che l’Italia di Paolo Rossi aveva potuto alzare la coppa dei Mondiali di calcio di   Spagna.
Mork & Mindy andarono in onda in America tra il 1978 e il 1982. Poco dopo la serie approdò anche in Italia. E seguirono le repliche di quelle quattro stagioni per anni ed anni, fu un fenomeno mediatico incredibile. Anche per me. Ed anche per gli attori e operatori sul set del telefilm:tutti a fatica contenevano le risate dovute alla comicità dilagante e improvvisata di Robin; Pam Dawber, la Mindy di Mork, era solita mordersi la lingua per non incappare in risate fragorose che avrebbero fatto sì che la scena andasse rifatta ancora e ancora.
Robin Williams è stato sicuramente un visionario nella sua indiscussa ed eccezionale bravura di attore. Nato a Chicago il 21 luglio 1951, si trasferì con la famiglia in California nel 1967. Un genio tanto ironico e comico sul palcoscenico, quanto delicato e leggero in famosissime interpretazioni cinematografiche. Un talento da far restare senza fiato. Che ci pensi ancora quando il film è finito e provi a prendere sonno.
I demoni della droga e dell’alcool, però, sono stati sempre parte di Robin; la depressione era in lui tanto quanto i suoi personaggi. La morte del caro amico John Belushi, col quale aveva condiviso anche quella serata, diede una prima scossa alla sua condotta di vita. Ma la vita di Robin è sempre stata scandita da continui, complicati, sofferti alti e bassi. Ancora prima di quel circolo vizioso, Robin ha sperimentato altre forme di malessere, come l’essere bullizzato. La vita privata è stata movimentata: tre mogli e tre figli dalle prime due.
Gli stavano stretti i ruoli rigidi, nei quali non è permesso poter essere sopra le righe. Perfino la Julliard gli stava stretta; quando ebbe l’occasione di frequentare la più famosa scuola di  Performing Arts  a New York, Robin, al suo giro di alto, fu uno dei soli due studenti ammessi. L’altro era il futuro Superman per antonomasia, Christopher Reeve. Le parole “straordinaria amicizia” non rendono a sufficienza. Quando Christopher incontrò Robin per la prima volta disse “Non avevo mai visto così tanta energia contenuta in una persona. Era come un pallone slegato che è stato gonfiato e immediatamente  rilasciato”. Quando nel 1995 Reeve ebbe un incidente da cavallo che lo rese paralizzato, Robin gli fu accanto come non mai, anche economicamente. “Ero in una stanza d’ospedale. Aspettavo un’operazione che aveva il 50% di possibilità di vedermi morire sotto i ferri. Irruppe nella mia stanza un uomo, aveva un camice da chirurgo e un accento russo. Disse che doveva assolutamente farmi un esame rettale. Era Robin Williams. Per la prima volta dall’incidente, risi e capii che ce l’ avrei fatta…capii che se potevo ridere, potevo vivere…”.
Nonostante la sua strabordante comicità, il suo senso dell’humor così innato, la mia ammirazione per il personaggio Robin non può non considerare straordinarie interpretazioni come il professor Keating o il dottor Maguire. Da brivido. Che sicuramente portano il merito anche del doppiatore italiano. Ma sentire le sue mille menti travestite anche in lingua originale, mi fa avvertire, sprofondando nei suoi occhi, l’effetto di quell’ottovolante. Che anche dietro l’espressione ridanciana e vulcanica, tra gesti schizzati e parodie dell’assurdo, non può dissimulare quel velo, tanto pesante da portare, che è la solitudine. Che sia il vuoto che hai dentro, o le persone sbagliate che hai intorno, pur tante che siano, ti senti solo. Perso.
“Se guardi al mondo con occhi onesti non puoi che diventare triste, e la tristezza fa ridere. Un comico deve essere onesto, parlare liberamente e abbracciare la realtà: questo è  l’umorismo”.
Un fiume in piena, un clown triste, che ha saputo osare con ironia e forme di divertimento anche sulle cose tragiche della vita. I ritratti e le descrizioni che rimangono di lui non restituiscono il complesso e meraviglioso lascito di Robin Williams, ma sono strumento utile per non dimenticare, nonostante tutto, la sua vitalità. Mentre si gode l’aria scendendo vertiginosamente dall’ottovolante e quel vuoto, per un attimo, è solo nello stomaco.
Robin Williams si è tolto la vita l’11 agosto 2014. Quando la malattia lo aveva reso impotente di essere Patch Adams o Mrs Doubtfire. Tanto da non riuscire più a pronunciare quello stentoreo, possente, divertente “Goooood Morning, Vietnam!”
“Sono le persone più tristi a fare del loro meglio per rendere felici le altre persone. Perché sanno cosa significa stare male, e non vogliono che nessun altro si senta in quel modo.”
R.W.
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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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