La NBA all’improvviso. La storia maledetta (e sconosciuta) di Rebounder Bill.

di SARA DEL BARBA

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Che tu l’abbia deciso perché, pur con grande sforzo ad ammetterlo, avverti di essere allo scadere anche dei tempi supplementari, oppure che un evento contrario al tuo vento e tanto imprevisto da dover rimaneggiare tutti progetti che avevi fatto, lo decida per te; o, magari, gli altri scelgono per te: in ogni caso è tremendamente difficile gestire l’anticamera della fine carriera. Dei suoi sgoccioli freddi, che inizi a sentire sulla pelle mentre ancora le giornate sono scandite dagli allenamenti. Ma i brividi non sono più per il sudore. Ti pare quasi di sentire un gusto amaro, pur non avendo ingurgitato nulla di tale da poterlo giustificare. E’ faticoso prendere sonno. Tutto va avanti, continua. Ed anzi, per molti sta iniziando. Proprio com’è successo a te, durante il tuo tempo. Ma adesso sai che sta per arrivare il tuo turno di riposo. Il tuo orologio comincia a sciogliersi come in un quadro di Dalì. Devi scendere da quel parquet. Devi digerire il fatto che il cigolio di quelle scarpe dalla tomaia alta per non farti male non sarà più il tuo. Devi accettare.

 

Il DRAFT del 1975 è stata la rampa di lancio per molti talenti. Sicuramente tutti gli appassionati non possono non ricordare che fu lo stesso in cui i Golden State Warriors scelsero al 1° giro Joe Bryant, futuro padre del noto “Black Mamba”.

La stagione 1975/1976 fu la nona ed ultima del campionato ABA, lega parallela alla NBA attiva dal 1967, dal gioco più aggressivo, più offensivo. La stessa lega che consacrò “Doctor J” Julius Erving come leader assoluto, capace poi, una volta approdato in NBA, di ridimensionare se stesso in maniera esemplare per il bene della squadra, i Philadelphia 76ers.

Proprio in quel periodo il “problema ABA” si stava risolvendo; Larry O’Brien, che fu nominato proprio nel 1975 commissario della NBA guidò la fusione con l’ American Basket Association traghettando magistralmente la collaborazione televisiva con la CBS a suo favore, attraverso lo spauracchio della TV via cavo, riuscendo nel complicatissimo intento di incrementare in maniera significante gli spettatori durante le partite e riguadagnando prodigiosamente l’attenzione mediatica generale.

Proprio nel DRAFT del 1975 fu scelto come decimo del 1° giro dai Kansas City-Omaha Kings – appena mutati in “Re” al plurale da “Royals” –  anche un certo William Clintard “Bill” Robinzine.

Nato nel 1953, un 20 gennaio da blizzard piuttosto scontato per la città di Chicago, Bill approda in NBA da “6’ foot 7” inch forward” dalla squadra della gloriosa De Paul University, all’età di 22 anni. Il fatto eclatante è che Bill aveva cominciato a lasciare strisciate sul parquet pochissimo tempo prima, a ben 17 anni. Si dice che né da bambino e nemmeno al liceo abbia mai giocato con una palla. Fino al momento dell’Università. Quando in brevissimo tempo iniziò ad essere visto come un designato di fato di  quel gioco che tende al cielo.

A Bill piaceva suonare la tromba. Lo faceva da quando aveva 6 anni. Non il giocare a palla. Suonare: era questo che talento che conosceva di se stesso fin da piccolo. Probabilmente è vero che fu suo padre, giocatore a sua volta, ad insistere perché si dedicasse al basket. Chi meglio di lui avrebbe potuto capire che quella forza e tenacia avrebbero reso lodevole e inimitabile servizio al gioco di un’intera squadra di pallacanestro della massima lega mondiale? Ma allo stesso tempo, forse, proprio quell’insistenza, quelle aspettative genitoriali, svelavano, a poco a poco, le conseguenze di una pressione che, non molto tardi, avrebbe prodotto i suoi tragici frutti.

I Kings divennero tali quando si trasferirono da Cincinnati in Missouri –a Kansas City appunto – nel 1972; freschi del nuovo nome della loro franchigia dovuto all’omonimia con la squadra locale di baseball – i Royals – si dividevano tra Kansas City e la non troppo distante Omaha, in Nebraska. Proprio mentre finiva l’egemonia per punti e prestazioni di Nate Archibald, arrivò Bill.

La stravaganza non trascurabile del suo esordio nel mondo dell’NBA, così tardiva per la norma, ma non certo per mancanza di occasioni, bensì perché nemmeno lui stesso le aveva mai cercate, sembra quasi fatta apposta per l’altrettanta bizzarria della maglia dei Kings di quegli anni. La divisa di gioco, infatti, era del tutto peculiare, inconsueta nel suo genere: il nome del giocatore sulla schiena non si trovava sopra il numero, comme d’habitude nelle uniformi, ma sotto allo stesso. Sopra il numero, invece, era scritto il nome della città.

Rimbalzo duro, 201 cm di corpo perfettamente impiegato a difesa del canestro. Abilissimo nella difesa uomo a uomo e naturalmente teso alle manovre della ripresa, proprio il suo “rebound” è uno dei migliori della storia del basket americano.

Da quel 1975 e per più di quattro anni, Bill sfrutta al massimo la sua improvvisa e inaspettata occasione da titolare dei Kings. E i 525 mila dollari l’anno che guadagna ne sono una prova. Bella responsabilità per un ragazzone che da poco più di un lustro ha imparato che sa conquistare rimbalzi e giocare di spalle a canestro con tale disposizione naturale.

Poi arriva la stagione 1979/1980. Robinzine è sempre titolare. Continua a giocare alla grande. Non delude le aspettative creatisi da quel fortuito DRAFT di 4 anni prima. Poi l’infortunio alla gamba. A seguito di un tentato recupero su una palla persa. Inizia il declino, tanto vertiginoso quanto l’ascesa, ancora così assurda e imprevista da essere metabolizzata.

Bill è timido. A tratti anche un po’ goffo. Tutto il contrario del Bill che porta il numero 52 della maglia della “City of Fountains”. E, soprattutto, è sempre sorridente. Adora il gioco fisico. E lavora duramente, a tal punto che quei tratti da maldestro si trasformano in guizzi decisi a marcare l’uomo. Con un’aggressività impressionante, che dosa nell’esatta misura quando sotto canestro sfila via la palla all’avversario.

Il posto da titolare in un attimo non c’è più: così come era stato quel fulmine a buon fine, che illumina tutto, verso l’alto di quella retina che ciondola dal ferro, tanto la saetta del ritorno lo riporta pesantemente a terra. La stagione 1980/1982 per Bill Robinzine inizia ai Cleveland Cavaliers; meno di un mese dopo viene ceduto ai Dallas Mavericks. L’ultima, per lui, è quella del 1981/1982, agli Utah Jazz, dove a fine stagione resta senza contratto, senza quel posto in alcun “NBA team’s roster”, mai cercato francamente nella beffarda realtà dei sogni di bambino.

Alla fine di quell’ultima stagione Frank Layden, direttore generale del Utah Jazz team, gli dice senza giri di parole che non vi era più possibilità di considerarlo utile in squadra. Bill continua a suonare la tromba, ne sono prova vari album che ha prodotto nella sua breve vita. E’ sempre stato bravo anche nel gioco degli scacchi. Qualche progetto nel ramo immobiliare per reinventarsi. L’agio economico che aveva assaporato non poteva continuare. Si mette alla prova con esperimenti lavorativi, così come ha fatto ogni anno con la palla da basket. Rifiuta la possibilità oltreoceano, in Italia, credendo per un attimo nello spiraglio, mai davvero concreto, di un’ulteriore stagione in NBA. Tanti pensieri. Troppi. Sono preoccupazioni adesso. Eppure, chiunque abbia avuto a che fare con lui, giura che non esistono foto, prove, momenti in cui Bill non sorridesse o fosse la persona più generosa del mondo con tutti.

Allora, forse, aveva ragione suo padre. Bill era forte. Di una potenza unica. Capace di essere il massimo di un se stesso che aveva scoperto così tardi rispetto ai suoi coetanei, stellari giocatori di pallacanestro.

Il 16 settembre 1982 Bill Robinzine deve aver sentito che non sarebbe più riuscito a sfoderare quel sorriso che per tutti era il segno di una persona tanto tranquilla e serena. Anche il giorno prima, scrivendo due lunghe pagine di triste lascito alla famiglia, deve aver avvertito il bisogno, non tanto di giustificare ciò che lucidamente aveva deciso di fare, ma di sollevarsi da qualcosa che era diventato più grande di lui. Qualcosa che, forse, non aveva mai davvero deciso di fare. Ma che si era ritrovato a fare dannatamente bene.

Un’escalation troppo accelerata. All’andata e al ritorno.

Quel 16 settembre, a soli 29 anni, stordisce se stesso col monossido di carbonio. Viene ritrovato dentro la sua Oldsmobile Toronado targata “ROBY-1”, in un deposito a Kansas City. Lasciando per sempre la moglie Claudia, il piccolo Steve e tutti coloro che l’hanno amato quando sorrideva anche quando le lacrime riempivano impetuose la sua anima nascosta. E, forse, lasciando al padre il pensiero che quel dover “giocare duro” a tutti costi per avere il rispetto – i neri il rispetto devono guadagnarselo due volte – quel dover ricominciare anche quando hai solo voglia, bisogno di fermarti, perché, in fondo, sei umano, è stato parte in causa di quel peso che Bill non poteva più sostenere.

E’ inconcepibilmente tragicomico sapere che sarà ricordato soprattutto per quel 13 novembre  1979 in cui Darryl Dawkins – “Chocolate Thunder” scelto, come capitò a Bill, al 1° giro di DRAFT nel 1975, quinto preferito – con la maglia dei Philadelphia 76ers, sferrando una delle sue famose quanto feroci schiacciate, ruppe il tabellone come era solito fare, facendo cadere la miriade di vetri quella volta proprio su Bill Robinzine. Questo valse a Dawkins l’idea del nome per la sua schiacciata di quel 13 novembre: “Robinzine Cryin”. Perché Bill fuggì via, vistosamente agitato, con le mani sul volto per proteggersi dai vetri.

Ma Bill non è stato solo un passaggio sotto uno dei vetri rotti di “Chocolate Thunder”. Bill ha saputo portare se stesso al massimo possibile. Sull’apice del suo rimbalzo ha messo tutti i suoi 201 cm, vivendo un sogno che non era stato suo fin da subito. Ma in cui si è perso con piacere inaspettato. E dal quale è stato impossibile svegliarsi.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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