L’URLO (E. Munch – 1893) – LA SUBLIMAZIONE DEL DOLORE UMANO.

di SARA DEL BARBA

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Urlo dell’angoscia. E’ un’istantanea sonora dell’attimo in cui un tramonto infuocato trascina negli abissi tutto il creato. Senza via di scampo.

La creatura emaciata si allunga, si contorce. Pare invertebrata, troppo fragile anche solo per sostenere la potenza dello squarcio che echeggia di linee ondulate, ipnotiche.

La bocca è un contorno curvilineo senza regole, livido, vuoto.

E allora, è anche un urlo vuoto, sordo e assordante nel medesimo istante.

Grida colui che ha iniziato il suo ciclo, ignaro, ancora, che quello smarrimento ne sarà l’ombra fino alla supplica dell’ultimo respiro.

Lacerante, acuto. Eppure flebile, soffocato, quasi muto.

Sostanza liquida,

Il grido.

Fa paura percepire quel suono feroce. Non possono nulla le mani che tentano di coprire le orecchie. Lo sfondo è un vortice insanguinato che produce linee rumorose, tortuose e languide, tutt’uno con la larva.

Il grido.

Fantasma senza sesso. L’io sta collassando.

Assale nel trasalimento di una scossa, nell’emozione che toglie la parola, nella materialità di un’allucinazione.

E’ la tragica angoscia esistenziale. L’inquietudine tremula di guardarsi dentro, che passa attraverso un volto spettrale immerso in un paesaggio onirico quanto reale.

E’ il volto di ogni uomo che chiede, urlando, dalla sua anima tumultuosa, la sordità per non udire, per mettere fine al suo terrificante, insostenibile dolore.

Il grido.

La creatura spaventata sta tremando, sente salire l’inquietudine, urlando di un grido di dolore infinito che ha veduto, rappreso come sangue, nell’abisso della memoria.

 

“Camminavo lungo la strada con due amici

quando il sole tramontò

il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue

mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto

sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco

i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura

e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.”

 

Ci troviamo ancora immersi negli strascichi dell’atmosfera della Belle Epoque, degli Impressionisti e dei Pointillistes. Ma ecco che Munch diviene, da subito, il più fulmineo antefatto figurativo per gli Espressionisti, anticipandoli. Le linee e il colore delle sue opere sputano fuori una potenza espressiva, espressione espressionistica appunto, di rara significazione per mezzo di un’immagine. La tematica del dolore umano, dell’angoscia senza respiro, della disumanizzazione della società, della sofferenza come attitudine propria ed inevitabile dell’esistenza, è assolutamente centrale per l’artista norvegese. Attraverso nuove tecniche artistiche. “Basta con gli interni, con gli uomini che leggono e donne che lavorano a maglia”, scrisse, con una chiara provocazione verso i Nabis post-impressionisti. “Da qualche parte ci saranno pure esseri umani che respirano e sentono e amano e soffrono.”

Munch dipinge la sua stessa anima morbosa, che vuole essere rappresentazione dei sentimenti dell’uomo di fronte ai misteri dell’esistenza: la vita, l’amore, la procreazione, la morte. Senza dubbio alcuno, è un’idea pessimistica e senza speranza. La paura sessuale, la sensazione di perdersi, l’allucinazione del turbamento umano, la sofferenza del corpo e dell’anima: tutto è ravvisabile nella violenza della sua pittura, nelle sue linee rosso sangue e blu glaciale.

Le tragedie personali diventano, per gli Espressionisti in generale, vere e proprie esperienze catartiche con cui graffiare la tela. Crudo ma vero. E così fa anche Munch. Con un occhio ben più che teso all’emblematica mano della sofferenza allucinata propria di Van Gogh – basti ricordare le linee schizzate della “Nuit étoilée” – studiando il linguaggio pittorico così espressivo di Gauguin, passando attraverso la filosofia esistenzialista di Kierkegaard. “Semplificazione deformata” dell’inquietudine umana, dell’irriverenza della morte, attraverso immagini anche blasfeme, severe, tristi. L’astrazione del sentimento diviene, così, concreta allegoria della psiche che nel suo tratto più individualista incontra l’assoluto ed esplode per chi guarda, prima attraverso il pensiero, poi dritto e senza scampo nell’anima.

Edvard Munch nasce il 12 dicembre del 1863. Cresce a Christania (attuale Oslo), la città dove si trasferisce con la famiglia quando ha appena un anno di età. Munch ha un’infanzia difficile e una vita tragica, piena di lutti e traversie: a cinque anni perde la madre e a dodici la cara sorella maggiore Sophie, entrambe per tisi; un fratello, poi, muore per annegamento e Lara, l’altra sorella, è affetta da crisi psichiche. Tutti eventi che influiscono, inevitabilmente, sulla maturazione del suo pensiero fortemente negativo e che lo porteranno a rifiutare convintamente l’idea ad avere una famiglia, per il timore incontrollato di trasmettere ad eventuale prole la tendenza della famiglia alla malattia, fisica e psichica. “Malattia e pazzia furono gli angeli custodi della mia culla”. Lui stesso, piuttosto avvezzo all’uso, anzi abuso, di alcol, soffre di turbe mentali e stati di allucinazione. Per un periodo fu anche ricoverato in una clinica psichiatrica a Copenaghen.

Inizialmente decide di intraprendere studi di ingegneria; dopo pochissimo tempo, però, decide di interromperli per seguire la sua indole artistica. Nel 1880 inizia la frequentazione della Scuola Reale di Pittura di Oslo, dove entra in contatto con pittori di impostazione naturalistica. Le sue prime opere risentono di questa influenza naturalista e sono caratterizzate da tematiche legate alla quotidianità e dall’utilizzo di una pittura dai toni scuri; tendenza che poi abbandona ben presto. Dopo un emblematico viaggio a Parigi, abbandona la strada naturalista per avvicinarsi al simbolismo e all’impressionismo. Da qui, poi, l’attrazione artistica si concentrerà su autori come Van Gogh e Gauguin, punti di riferimento importanti per addivenire a quell’idea iconografica di tragedia angosciosa dell’esistenza umana, da moderno espressionista. Il male di vivere e il difficile approccio con le donne caratterizzano tutta la sua vita.

Dopo molti viaggi su e giù per l’Europa, mostre famose (scandalosa quella di Berlino nel 1892), continua progressione, quasi ciclica e studiata della pittura, nel 1913 rientra in modo quasi definitivo a Oslo. Nel 1930, poi, un’incurabile malattia agli occhi gli rende quasi impossibile continuare a dipingere. Nel 1937 Munch i nazisti definiscono le sue opere “arte degenerata” e viene ordinato il loro ritiro dai musei.

La sua vita si è consumata attraverso un comportamento suicidario pur non avendo mai tentato di porre fine alla propria vita. Le sue tele, la sua arte sono state contenitore di quel male di vivere. L’impotenza di continuare a dipingere per la malattia è stata la concretizzazione ultima di quel dolore.

Muore il 23 gennaio 1944, lasciando tutti i suoi beni al Comune di Oslo, che nel 1963 inaugurerà il Munch Museet dedicato a colui che ha saputo dipingere con tale “furia”, introducendo innovativi mezzi espressivi, la cecità e l’impotenza dell’uomo di fronte alle catastrofi, mentali e materiali, dell’esistenza umana.

 

 

 

Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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