ANNE SEXTON: L’ombra dissacrante sulla plastica perfezione della vita.

di SARA DEL BARBA

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Stessa generazione, stessa nazione, stesso Stato della stessa nazione. Stesso destino. Stessa rabbia, stesso vaneggiare, delirare, stesso scervellarsi sul perché di quella stessa campana di vetro. Medesimo sentire. Medesimo mezzo di urlare quel sentire, attraverso la stessa malattia, aggrappandosi ad una macchina da scrivere.

Sylvia Plath e Anne Sexton si incontrarono durante il prestigioso seminario di Lowell, tra il 1958 e il 1959, a Boston. Davanti a cocktail moderni e mondani, con o senza i loro i compagni di corso. Ma ciò che, dal primo istante, distinse quei discorsi da tutti quelli che eccheggiavano al Ritz-Carlton Hotel dopo le lezioni del seminario, fu la consapevolezza di quella corrispondenza dell’idea della morte come concetto superiore anche della vita. Nella comune esperienza dei rispettivi tentativi di privarsi della propria vita, di ricoveri ma anche di visioni e considerazioni sull’arte da scrittrici e poetesse, Anne e Sylvia, avevano personalità differenti, contesti diversi.

Alla timidezza di Sylvia, insicura, insoddisfatta, in continua balia di crisi depressive, tribolata anche dalle preoccupazioni economiche, sopraffatta dall’ombra di Ted, trasandata spesso, vittima degli strascichi della sua campana di vetro, si contrapponeva l’etilismo di Anne, la sua perfezione nella cura dei dettagli del suo abbigliamento o del suo make-up, la sua sensualità, la sicurezza sfacciata dei suoi movimenti, dei suoi gesti sinuosi, dei suoi passi su tacchi alti e appuntiti in quella società scatarrante di ipocriti artefizi.


“La morte di Sylvia”

Come hai potuto scivolare giù da sola nella morte
che ho desiderato così tanto e così a lungo,

la morte che tutte e due dicevamo di aver superato,

… la morte di cui parlavamo tanto, a Boston,
mentre ci scolavamo tre martini extra dry.

Una fine comune, madri tutte e due di due figli, un tumultuoso conflitto interiore di impulsi verso l’altro sesso, la “confessional poetry” innata in entrambe, con la quale urlare i sentimenti e gli argomenti più tabù della società e attraverso la quale “contenere” il proprio io, renderlo sopportabile prima di tutto a se stesse. Finché il bisogno di quella sorta di harakiri mentale prima di tutto, poi fisico, come fosse un’esigenza ed un dovere, non è stato più forte di qualsiasi tentativo di sublimazione.

Non è stato eguale destino nel successo. Sylvia fu ben più famosa dopo la sua morte, nonostante gli sforzi e l’indiscutibile capacità letteraria e poetica, e lo fu più per i risvolti della sua vita coniugale con Ted Hughes che per i meriti effettivi delle sue tragiche, rimbombanti parole di dolore perfettamente incastrate nel puzzle della versificazione. Le poesie e le letture pubbliche di Anne, al contrario, furono già dagli albori il centro di platee affollate. Composte anche per essere poi messe in musica.

Nel romanzo “The Bell Jar” Sylvia sembra descrivere proprio ciò che lei non riesce ad ottenere, paralizzata da quello che la società sembra convenzionalmente richiedere ad una donna e da se stessa per prima. La fatica di lottare ogni giorno che è possibile leggere nei suoi diari, la necessità di sentirsi un essere umano libero dagli schemi imposti da altri, di essere donna senza l’aggettivo “convenzionale” di quella società lustrinata,  è ciò che si percepisce anche in Anne. Ma la Sexton, a differenza dell’amica, è riuscita, per lo meno all’apparenza, a conquistare e poi brillantemente mantenere tutto ciò che Esther/Sylvia invidiava alle compagne di tirocinio a New York. Nonostante il costante non allineamento della sua mente, nonostante il buio in cui era immersa la sua anima. Anne Sexton, nata in una famiglia ricca e moglie di un uomo d’affari altrettanto benestante, aveva una bellezza che non può passare inosservata, movenze affascinanti, pudore non pervenuto. Anne. Disinibita. Svariati amanti. Con la naturale e viziosa tendenza di sbattere, senza se e senza ma, la sua vita nelle sue poesie, senza morigeratezza, né palliativi della vergogna. Dalla raccolta “The complete poems”, basti ricordare “L’aborto”, “Mestruazioni a quarant’anni”, “Al mio amante che torna da sua moglie”, manifesti anti-verecondia. Eppure veri. Reali sentimenti ed emozioni che così tanti esseri umani provano e per i quali temono il giudizio.

Anne Sexton è sicuramente una vittima della depressione, dello spettro del bipolarismo, proprio come Sylvia. Ma affronta a modo suo le sue turbe: dosi mastodontiche di alcol e psicofarmaci. In modo regolare e costante. Fino all’incontro con la psicanalisi del dottor Martin. Al secondo parto, due giorni prima di diventare ventottenne, il primo tentativo di suicidio. Sonniferi. E fu proprio grazie al dottor Martin Orne che la scrittura divenne parte del suo, seppur breve, percorso terapeutico.

Tu, Dottor Martin

Tu, Dottor Martin, passi

dalla colazione alla follia. Fine agosto,

mi muovo rapida nell’asettico tunnel

dove i morti che camminano ancora parlano

di spingere le ossa contro l’urto

della cura. E io sono regina di questo albergo estivo

o ape ridente su uno stelo

di morte.

 

Certo che ti amo;

ti elevi al di sopra del cielo di plastica,

dio di questo reparto, principe di tutte le volpi.

Tutte le teste rotte

vengono fasciate. Il tuo terzo occhio

ci sorveglia e illumina le scatole divise

dove dormiamo o piangiamo.

 

Tuo lavoro è la gente,

visiti il manicomio, sguardo

oracolare nel nostro nido. Fuori nell’ atrio

il citofono ti chiama. Ti dibatti circondato

da fanciulle volpine che precipitano

come fiotti di vita nel ghiaccio.

Siamo magia che parla da sola,

chiassosa e abbandonata. Sono regina dei miei peccati

dimenticati. Ancora smarrita?

Un tempo ero bella. Ora sono me stessa

 

Per Anne, così come per Silvia, i versi in metrica sono lo strumento per trasformare i traumi della mente e dell’anima in momento di congiunzione perfetta tra la psiche e la poesia. “Ciascuno ha la capacità di mascherare gli eventi di dolore. La persona creativa non deve usare questo meccanismo. Scrivere è vita in capsule. Lo scrittore deve sentire ogni gonfiore graffiato fino al dolore in modo da conoscere le vere componenti di queste capsule” (A. Sexton).

Entrambe toccano tematiche proibite, soprattutto considerando che sono donne a sollevarne la questione. Ma l’aspetto sessuale, se per Sylvia rappresenta un’ambizione mai raggiunta fino in fondo, per Anne è sinonimo di stimolo necessario per ogni nuova composizione o raccolta. E, allora, anche ogni amante diviene necessariamente qualcosa di transitorio, da cambiare non appena l’ispirazione si sta affievolendo. Si può vivere senza rapporti veri e stabili, ma non si può vivere, non si può resistere alla forza centrifuga della morte se la potenza esplosiva, tangibile del sentire umano tramite le parole, viene meno. Anne Sexton stessa si definì “poetessa primitiva”; nessuno schermo intellettuale, in effetti, sembra filtrare la rappresentazione poetica. Questa proiezione artistica sembra finalizzata al recupero psicologico dell’infanzia individuale e culturale tramite l’utilizzo di ritmi infantili, il ricorso alla simbologia magica delle fiabe, di ritornelli da ballata. Per Anne il bisogno di verità coincide col riesame del duro rapporto con quei “genitori di successo” che sembrava impedirle un processo di maturazione consapevole. La necessità dell’”individuazione” junghiana, l’affermazione del sé come esistenza autonoma, l’integrazione di tutti quei molteplici complessi della personalità umana, fino all’incontro tra l’Io e il Sé, sono alla base dei rapporti familiari e dell’esperienza surreale e visionaria che fungono da muse ispiratrici della sua poesia da un lato e da spettri pronti a mettere in scena il dramma più tragico dall’altro.

Anne Grey Harvey nasce a Newton, Massachusetts, il 9 novembre 1928, ultima di tre figlie dal matrimonio tra Mary Gray Staples, ex studentessa del prestigiosissimo Wellesley College, a ovest di Boston, e Ralph Harvey, imprenditore di grande successo del settore della lana. In quel sedicente paradiso della middle class, intriso e odoroso di bigottismo misto a conformismo, si manifesta, in realtà, tutta la tragedia di un’infanzia contrassegnata dalla profonda esperienza di essere indesiderata dai quei genitori perfettamente alto-borghesi. Quei genitori da romanzi di F. Scott Fitzgerald, belli, colti, amanti degli eventi mondani, indulgenti con se stessi. Una madre, in realtà, non madre. Mary, assente, glaciale, arrampicatrice sociale, denigratoria e scoraggiante in ogni parola e gesto verso la figlia. Ralph, così bravo nella produzione della lana, lo era altrettanto nell’eccesso di alcol e nell’eccesso di varie forme di violenza sulla “sua” Anne.  Abusata fisicamente, sessualmente, sentimentalmente, mentalmente, Anne trovò, per poco, sollievo affettivo sola dalla prozia Nana, che dovette presto abbandonarla, rapita da disturbi psichici che la costrinsero al ricovero. Anne. Sola. Il periodo della scuola fu tremendamente difficoltoso; nel 1945 i  genitori la mandarono alla Rogers Hall, ma Anne faticava, aveva enormi problemi di concentrazione, di disciplina, fino al punto che gli insegnanti dovettero richiedere un consulto psichico. Mary e Ralph non potevano contemplare le debolezze o le vergogne di una disturbata mentale, per cui negarono quel consulto e spedirono Anne al Garland Junior College per confezionare ad arte una futura “moglie e madre perfetta”. Dopo un anno, appena ventenne, Anne fuggì con Alfred Muller Sexton II (soprannominato “Kayo”), da cui prese il cognome che ancora oggi ricordiamo. Due figlie, Linda Grey Sexton (1953) e Joyce Ladd Sexton (1955). Poi il panico non seppe più mascherarsi, le crisi divennero incontenibili. L’ansia a stringere la gola. Tenebre. Il primo generoso boccone di pasticche antirespiro. Il peso di “dover essere” qualcosa che non riusciva e non voleva essere né interpretare:  “Fino a ventotto anni avevo una specie di Sé sepolto che non sapeva di potersi occupare di qualunque cosa, ma che passava il tempo a rimestare besciamella e badare alle bambine. Non sapevo di avere nessuna profondità creativa. Ero una vittima del Sogno Americano, il sogno borghese della classe media. Tutto quello che volevo era un pezzettino di vita, essere sposata, avere dei bambini. Pensavo che gli incubi, le visioni, i demoni, sarebbero scomparsi se io vi avessi messo abbastanza amore nello scacciarli Mi stavo dannando l’anima nel condurre una vita convenzionale, perché era quello per il quale ero stata educata, ed era quello che mio marito si aspettava da me … Questa vita di facciata andò in pezzi quando a ventotto anni ebbi un crollo psichico e tentai di uccidermi”. L’incontro con lo psichiatra la incoraggiò a scrivere poesie e proprio le sue esperienze in quelle cliniche “a tema” diedero origine a poesie che alla fine avrebbero costituito il suo primo volume di poesie, “To Bedlam” e “Part Way Back” (1960). Tante le raccolte a seguire, le letture pubbliche non solo negli Stati Uniti ma anche nel Regno Unito. Nel 1966 è vincitrice del premio Pulitzer per la struggente, vera, meravigliosamente tragica  raccolta “Live or Die” (1966):

“… I suicidi l’hanno già tradito, il corpo.
Nati morti non sempre muoiono,
ma abbagliati, non scordano una droga così dolce
che farebbe sorridere un bambino
…”

E’ il desiderio di morte il protagonista, quello che ha condiviso con la sua amica Sylvia Plath. Ma non si ferma qui Anne. Gran parte della sua poesia ruota attorno allo scandaloso corpo femminile. Non è romanticizzazione della forma femminile, come potrebbe essere comune trovare in tante opere artistiche o letterarie. E’ una scrittura senza rigiri, senza sotterfugi né mezzi termini dei processi naturali del corpo di donna, del suo corpo, quasi, a volte, a palesare un sottile confine tra la cruda e spiazzante descrizione delle porzioni degli organi e delle loro funzionalità e la sensazione iperbolica e grottesca che si avverte nel leggerla. E’ senz’altro irriverente, ma è anche un tentativo di enfatizzare la spiritualità, quasi denigrando la fisicità. La sua stessa abitudine ad avere relazioni extraconiugali che poi devono finire, non per il fatto di avere un marito, col quale ebbe sempre un rapporto assai difficile e dal quale divorziò due volte, ma perché per avere sempre la forza dell’ispirazione per rimanere a galla, sente necessario ricominciare periodicamente da capo; questo dimostra una certa insoddisfazione degli atti fisici,come appunto il sesso ma come può essere anche il mangiare. La sua “brutale” poesia onesta è stata in grado di rappresentare i temi più rilevanti per la sua vita creando un senso di dualità tra le sue poesie e la sua realtà, affrontando anche le sue paure e i desideri più violenti. La poesia è salvazione per Anne in tanti modi, tante volte. Eppure, rimane ancora il suo peggior nemico. Anne descrive le parole come la base necessaria per la sua sanità mentale, affermando che “possono essere buone come le dita (…) fidate come la roccia (…) gli alberi, le gambe dell’estate (…) il sole, il suo volto appassionato“. Creando questi confronti con la natura, attraverso un linguaggio metaforico, Anne suggerisce che le parole sono l’essenza stessa della vita e non solo una base essenziale per lei, ma anche la funzionalità della società. Parole come un amante e come un antagonista al tempo stesso.  Perché esse possono nascondere la pericolosa capacità di ferire e possono certamente essere usate come armi: “le parole e le uova devono essere maneggiate con cura. Una volta rotte, sono impossibili da riparare.” La fragilità, l’instabilità e la transitorietà delle parole sono proprie anche della sanità mentale di Anne Sexton. E’ come una tragica storia d’amore con la poesia, un male necessario che, pur potendo causare un danno, attraverso il ricordo doloroso che si portano dietro, alla fine sono l’unica cosa capace di tenerla in vita.

Per tutta la sua vita, Anne, pazza e bellissima, ha provato a sopravvivere alla depressione ed ai pensieri suicidi. Ma è una battaglia impossibile, il suicidio sa impersonare magistralmente l’amico di cui ci si può fidare, per il quale ci si sente pronti a soffocare a mezzo del monossido di carbonio nel garage di casa.  E’ il 4 ottobre 1974. Addosso solo la pelliccia della madre, un’ultima vodka.

 

“Ero stanca di essere donna,
stanca di cucchiai e pentole,
stanca della mia bocca e dei miei seni,
stanca di trucchi e sete.

[…]

Sono nera e bella.
Sono stata aperta e spogliata.
Non ho né braccia né gambe.
Sono tutta di pelle come un pesce.
Non sono più donna
di quanto Gesù fosse uomo

 

Bella e dannata, sensuale e infantile, sposata e traditrice, vulnerabile e spavalda. Affascinante e delicata. Con la straordinaria capacità di formarsi da sola, fino ad essere insegnante universitaria. Anne modella, commessa, scrittrice. Madre. Moglie. Amante. Senza una fede religiosa, eppure alla continua ricerca del cattolicesimo. Dipendente dal suo quotidiano mix di psicofarmaci, tabacco e alcol.

Non fu veleno quel monossido. Anne Sexton era già così inquinata, infettata, contaminata da così tanto tempo che quel gas fu solo la miccia alchemica per liberarsi da quel martirio straziante, ormai così ingombrante. Un fardello atroce che non poteva più sperare nemmeno nel sollievo della macchina da scrivere.

 

Non fermatevi, per favore, alle immagini scandalose delle sue relazioni o delle sue parole corporee. Non date sfogo al voyeurismo. Non giudicate questa follia, i tradimenti, il rapporto difficile con le figlie di una madre instabile.

Provate a chiedervi, se vi riesce, cosa deve aver sentito. Provate a chiudere gli occhi e immaginare cosa deve aver visto e provato. Tutte le volte che qualcuno, che avrebbe dovuto crescerla e amarla, l’ha violata. Fuori e dentro. Le ha rubato il corpo e l’anima. Come fosse spazzatura. Cosa deve aver vissuto tutte le volte che l’odore di quei furti le è ritornato nelle nari, d’improvviso, tramite quel fetore già sentito, come l’effetto proustiano delle madeleines, ma al negativo. Come vi difendereste voi? Come sopravvivereste voi?

Non c’è tenerezza da parte di chi l’ha generata, nemmeno per uno sfuggente attimo. La casa non è riparo. La società, maschilista e rigida, detta i ritmi incalzanti degni di un automa. Il peso consapevole di non poter essere la madre che si dovrebbe essere per i propri figli.

Come vi muovereste voi, tra i meandri di una non vita, imprigionati dai propri, tremendi ricordi, ingabbiati dal bisogno di auto distruggersi. Come unica via di salvezza per spegnere quelle voci nella mente che si chiedono “perché”, che vogliono solo capire di quale colpa nasciamo se già dalla culla la vita è segnata da un destino tanto crudele.

La risposta è che non c’è colpa, la risposta è che è così e basta. La risposta è che di fronte ad alcuni eventi l’accettazione non sa, non può prendere forma. Perché l’assurdo dell’essere umano non può sempre essere accettato. La risposta è che non c’è consolazione. La risposta è che l’unica soluzione è smettere di provare a capire l’incomprensibile e smettere di soffrire per quella impossibile accettazione di sé e degli altri. Decidendo, almeno, di arrendersi, perché non c’è più neanche una millimetrica fenditura che possa far entrare la luce. Nemmeno le parole di una poesia. Ne’ il pensiero di due figlie. Quando la paura di essere come chi ti ha reso tale ti rende tanto lucida da capire che è il momento di fare un passo indietro.

 

 

“..tutte le ipotesi mediche

che spiegavano il mio cervello non saranno mai vere

quanto queste foglie che si staccano.

[…] 

Io, che per due volte scelsi di uccidermi,

avevo pronunciato il tuo nomignolo.

[…]

Angeli cattivi mi parlarono.

La colpa, li sentii dire, era mia.

[…]

Avevo bisogno di te. 

[…]

Io, che non ero mai stata certa

di essere una bambina, avevo bisogno di un’altra

vita, di un’altra immagine che me lo ricordasse.

E questa fu la mia peggior colpa: tu non potevi

curarla o alleviarla. Ti ho fatta per ritrovarmi.”

 sexton1

Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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