XAVIER TONDO: Non si può morire così.

di REMO GANDOLFI

tratto da “RUOTE MALEDETTE – Storie tragiche del ciclismo”

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“Sarò il capitano della MOVISTAR al Tour de France !

Ancora faccio fatica a crederci !

Eppure sono passati più di quattro mesi da quando il nostro General Manager Eusebio Unzuè me lo ha comunicato.

E’ stato durante una delle ultime riunioni del classico ritiro invernale dove si stilano i programmi e gli obiettivi per la imminente stagione.

Ero convinto di aver capito male.

“Si Xavier” ha dovuto ripetermi Unzuè “farai il capitano del team al Tour figliolo. Non ci aspettiamo che tu lo vinca ma un piazzamento nei primi 10 è assolutamente alla tua portata”.

Il TOUR DE FRANCE.

La corsa ciclistica più importante del mondo.

Non solo andrò a correrla per la prima volta nella mia carriera … ma ci andrò pure con i gradi di capitano !

Ricordo benissimo che dopo un buon paio di minuti di assoluta euforia a quella strepitosa notizia hanno iniziato a tremarmi le gambe pensando al grande senso di responsabilità che mi dovevo assumere dopo una dimostrazione di stima del genere da parte del mio nuovo Direttore Sportivo e di tutta la Movistar.

Di sicuro c’è che da quel giorno è come fossi entrato in una nuova dimensione.

E ho capito ancora di più quanto nel nostro sport, quello della bicicletta, la testa conti almeno quanto le gambe.

Ho sempre amato questo sport e anche l’allenamento più duro ed esigente per me è sempre stato un piacere autentico.

Ma da quel giorno in ogni allenamento mi sembrava quasi di non sentire la fatica tanto ero concentrato e determinato a trasformare questa stagione in qualcosa di unico.

Insomma, mi allenavo e correvo con una nuova consapevolezza e con tanta, tanta autostima in più.

Sono sempre stato un buon corridore ma fino alla scorsa stagione ho sempre corso in squadre di seconda o addirittura di terza fascia.

Sembra assurdo ma il mio esordio vero nel ciclismo che conta è stato l’anno scorso con la Cervelo Test Team, il mio primo team World Tour, la serie A del nostro sport.

A 31 anni suonati !

Invece una vittoria alla Parigi-Nizza, davanti a gente del calibro di Alberto Contador e Samuel Sanchez e poi addirittura una vittoria di tappa nella corsa che si corre a casa mia, in Catalogna e alla fine addirittura il secondo gradino del podio nella classifica finale dietro un fenomeno come il “Purito” Rodriguez avevano finalmente scacciato quei pensieri negativi che avevo sempre avuto in testa e cioè che per me competere a questi livelli, spalla a spalla con i più grandi, era semplicemente troppo.

Quando sembrava finalmente che ogni cosa fosse andata al suo posto a fine stagione arriva la notizia che non ti aspetti e che sembra porre fine a tutti questi sogni: la Cervelo si fonderà con la Garmin e per molti ciclisti del nostro team arriva il benservito.

Io sono fra questi.

“Splendido, eccoci da capo Xavier” mi sono detto allora.

Il ritorno in qualche squadra Professional sembrava la soluzione più logica.

E invece arriva la chiamata di Unzuè e della Movistar, nuova formazione sponsorizzata dalla principale compagnia spagnola di telefonia.

Quest’anno ho già messo nel carniere due belle vittorie.

Una al Tour de San Luis, vincendo una cronometro di quasi 20 km viaggiando oltre i 50 km all’ora di media e poi la classifica generale alla Vuelta Castilla y Leon, superando ottimi ciclisti come Bauke Mollema, Igor Anton e Domenico Pozzovivo.

Ma è stato ad inizio primavera che mi sono reso conto che Unzuè ci aveva visto lungo e che ero davvero pronto per fare il capitano.

Nelle due principali corse a tappe “brevi” che si corrono in Spagna, il Giro di Catalogna e quello dei Paesi Baschi, mi sono trovato a lottare alla pari prima con Alberto Contador, Ivan Basso, Cadel Evans, Michele Scarponi e Rigoberto Uran giungendo quinto nella classifica finale e poi ai Paesi Baschi, dove ottengo lo stesso piazzamento finale dietro gente come Andreas Kloden, Chris Horner e Robert Gesink.

Ora sono qua, in Sierra Nevada ad allenarmi duramente e a mettere fieno in cascina per quel Tour de France che inizierà fra meno di due mesi e al quale voglio arrivare in condizioni strepitose, nella “forma della vita” come si dice nel nostro mondo.

Alejandro Valverde, il nostro grande capitano che sta scontando la sua squalifica per quella maledetta “Operacion Puerto” continua ad allenarsi con il nostro gruppo di amici praticamente tutti i giorni. Con noi ci sono i miei compagni di squadra Rojas Gil, Benat Intxausti e David Arroyo ai quali si aggiunge spesso anche Samuel Sanchez, il capitano della Euskaltel.

Proprio Valverde, “l’embatido” come lo chiamano qui da noi per la sua classe immensa, me lo ripete praticamente tutti i giorni. “Xavier, non ti ho mai visto andare così forte” aggiungendo addirittura che quando allungo in allenamento fa fatica a starmi a ruota … proprio lui, Alejandro Valverde !

Ovviamente non credo a una sola parola di quello che dice ! … quello che conta però è che in me stesso, finalmente, ci credo davvero molto di più.

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E’ il 23 maggio del 2011.

Xavier Tondo, insieme all’amico e coèquipier Benat Intxausti, si sta preparando per raggiungere gli altri compagni di squadra Alejandro Valverde e Josè Rojas Gil per una seduta di allenamento nella vicina Granada, come stanno facendo da qualche giorno a questa parte in vista dell’imminente Giro del Delfinato, corsa a tappe francese e classico aperitivo per il Tour de France di inizio luglio.

Sono le 10 di mattina e Xavi e Benat decidono, per la prima volta, di andare a raggiungere in compagni non in bici, ma di utilizzare l’auto.

I due hanno caricato le bici sul monovolume di Tondo e stanno per uscire dal garage.

Xavier è seduto al posto di guida del mezzo e Benat è seduto al suo fianco.

Tondo ha già innestato la retromarcia per uscire dal garage quando si accorge che il portone automatico del garage non si è aperto.

Allora scende dall’auto per cercare di risolvere il problema, ma commette una distrazione, che si rivelerà  fatale: non mette in folle l’auto, che ha il cambio automatico. Tondo scende dall’auto e si avvicina al cancello per cercare di aprirlo manualmente. La macchina arretra e lo blocca, schiacciandolo contro la porta del garage.

Tutto accade in pochissimi secondi. Intxausti si precipita al posto di guida per interrompere la marcia dell’auto.

Ma è troppo tardi. Quando Benat riesce a innestare la prima e spostare l’auto in avanti, l’unica cosa che sente è il corpo di Xavier che, liberato dallo schiacciamento tra la portiere dell’auto e la saracinesca del garage, cade pesantemente a terra.

Intxausti si precipita in suo soccorso.

Tutto inutile.

Xavier Tondo morirà tra le sue braccia pochi istanti dopo.

Una morte assurda nella sua dinamica.

Una morte che lascia increduli ed attoniti.

I suoi compagni della Movistar stanno disputando in quei giorni il Giro d’Italia.

Tutti si erano già affezionati a quel catalano simpatico e allegro, educatissimo e gentile.

Decideranno di continuare la corsa rosa.

Il ricordo dei compagni, degli avversari e di coloro che lo hanno conosciuto è a tratti struggente.

Marzio Bruseghin, il nostro grande e longevo ciclista e suo compagno di squadra in quei pochi mesi dirà di lui che “Era come un ragazzino di 20 anni. Aveva un entusiasmo contagioso e quando eri con lui non potevi non essere allegro”.

Xavier Tondo lascerà la moglie Silvia andandosene nel momento più dolce della sua carriera … con il sogno, quello di correre il Tour de France, che ovunque si trovi Xavier adesso, rimarrà sempre un sogno.

 

 

Xavier Tondo Volpini nasce il 5 novembre del 1978 a Valls, cittadina in provincia di Terragona nella regione autonoma della Catgalogna.

Xavi ha un sogno da sempre. Correre in bicicletta e fare della bici la sua professione.

Sogno così intenso e irrinunciabile che anche mentre inscatolava cereali nella fabbrica di Valls dove lavorava per le classiche otto ore al giorno non ha mai smesso di coltivare.

Tutti a Valls conoscevano quel ragazzo che alle prime luci dell’alba inforcava la sua bici andandosi ad allenare sulle strade della zona salvo poi rientrare in tempo per presentarsi in fabbrica alle 9 di mattina.

I risultati nelle categorie inferiori non sono quelli che ti fanno avere le grandi squadre professionistiche a bussare alla tua porta.

La vita continua a dirgli che forse al suo sogno dovrà rinunciare e a 24 anni probabilmente nel suo bilancio di vita Xavi non può non considerare tutte le sere a letto presto per potersi allenare la mattina dopo, la fabbrica e poi magari un’altra uscita di un paio di ore fin che la luce del giorno lo permette.

Prima di arrivare a casa così esausto da rinunciare alle discoteche, ai locali e a inseguire le ragazze come la sua età pretenderebbe.

Così, quando nell’inverno del 2003 una piccola squadra, la Paternina-Costa de Almeria, lo mette sotto contratto, per Xavier pare finalmente la svolta.

E’ una piccola squadra, ma che partecipa a tutte le principali corse spagnole e portoghesi, Giro di Spagna incluso.

A fine stagione invece tutto torna come prima.

Di nuovo ad inscatolare cereali e senza una squadra in cui correre.

Ok, è la fine penserebbero in tanti.

Ora di voltare pagine e pensare “alla vita”.

Non per Xavi.

Continua ad allenarsi, a nutrirsi di ciclismo.

Guarda tutte le corse in tv, studia i migliori, legge tutto quello che gli capita sotto tiro … purché si parli di ciclismo.

“E’ la mia passione, non posso farci nulla” spiegherà ai tanti che continuano a non capire questo suo accanimento.

Ma lui ci crede, sa che qualcosa DEVE succedere.

E qualcosa succede. Niente di eclatante per l’amor di Dio !

E’ una piccola squadra Continental, la Barbot-Gaia, e per di più è portoghese.

Xavier Tondo non ci pensa su un secondo.

Fa le valigie per il Portogallo senza neppure fare due conti con il portafoglio che gli direbbe che converrebbe continuare a lavorare in fabbrica a Valls piuttosto che lanciarsi in quell’avventura lontano da casa.

I suoi risultati attirano l’attenzione di un team di casa, il Catalunya-Angel Mir.

Qui, pensa di sicuro Xavi, la svolta è arrivata davvero.

Vince una tappa e la classifica finale della Vuelta al Alentejo in Portogallo e poi una tappa al Giro delle Asturie.

Per Xavi arriva la chiamata della Relax-GAM, ambizioso team della Profesional Continental, il secondo rango dietro le squadre World-Tour o Pro-Tour come si diceva allora.

La possibilità di correre molte delle corse più importanti del calendario, fianco a fianco dei grandi campioni dell’epoca, è uno stimolo enorme per Tondo che si è ormai convinto che la bici potrà davvero diventare la sua professione.

Il fato, però, ha altri progetti.

In quel maledetto 2006 Xavi prima viene messo a terra da una forte mononucleosi e quando rientra arriva una brutta caduta con la conseguente frattura di una caviglia.

A fine stagione non ha praticamente corso. Il suo contratto annuale è in scadenza e non gli viene rinnovato.

“E’ finita Xavier, stavolta è finita davvero” continua imperterrito a sussurrargli il destino.

Destino che pare proprio non volerne sapere di dare una mano a quel ragazzone catalano, magro magro, con un bel naso importante e due occhi azzurro chiaro sempre e comunque sorridenti.

Ma ancora una volta sarà il Portogallo ed una squadra portoghese a dargli un’altra possibilità.

Anche stavolta Xavi non indugia un secondo, anche se si torna nella serie “C” del ciclismo e ancora una volta lontano da casa.

Xavi sa che questa è davvero l’ultima occasione.

Ha quasi 28 anni e a quest’età o si fa il salto di qualità o è meglio davvero lasciar perdere.

Nei due anni con la Maia, questa piccola squadra lusitana, Tondo vincerà prima il Giro del Portogallo e poi la famosa “Subida al Naranco”, classica gara con l’arrivo in salita sul monte Naranco, nelle Asturie, terra di un grande campione come Josè Manuel Fuente, “El Tarangu”.

In questa corsa Tondo trionferà davanti ad eccellenti colleghi come lo spagnolo Koldo Gil e Stefano Garzelli, il veterano ciclista italiano capace di vincere anche un Giro d’Italia qualche anno prima.

Caja Sur-Andalucia e Cervelo saranno i teams della definitiva consacrazione di Tondo che prima di approdare alla Movistar riuscirà a mettere la sua ruota davanti a tutti in gare di primissimo livello come la Vuelta ad Andalucia e soprattutto in una tappa della Parigi-Nizza e una del Giro di Catalogna.

Ma oltre alle vittorie il ricordo più grande è per lo Xavier Tondo uomo.

Colui che pochi mesi prima della sua terribile disgrazia avrà il coraggio di denunciare alle autorità l’offerta ricevuta da una organizzazione criminale specializzata nel traffico di prodotti dopanti.

Xavier Tondo, capace di schermirsi dei complimenti ricevuti dagli addetti ai lavori e dalla polizia stessa per il coraggio e l’etica dimostrate in quella occasione “Ho solo fatto quello che dovevo fare” è tutto quello che Tondo riesce a dire sull’argomento.

Lo stesso Xavier che poco tempo prima si disse entusiasta del nuovo accordo con la Federazione Ciclistica Internazionale che per la lotta al doping tramite la WADA istituì il famoso “passaporto biologico”, con il rivoluzionario controllo incrociato sangue e urine e il controllo strettissimo sui ciclisti professionisti.

“Sono felice che possano svegliarci anche nel cuore della notte per controllarci se questo può servire a prendere in castagna un imbroglione”.

Sulla sua integrità professionale nessuno ha mai avuto un dubbio al mondo tanto che sono in tanti nel gruppo ad essersi accorti che da quando sono iniziati i controlli “veri” Xavier Tondo ha iniziato a vincere corse …

Tutto finirà in quella maledetta mattina del 23 maggio.

Ma c’è una appendice a questa storia.

C’è Benat Intxausti, il giovane ciclista basco che ha vissuto in prima persona quei terribili momenti.

 

 

Benat, grande promessa del ciclismo spagnolo fin dagli esordi con la Saunier-Duval fino alla definitiva esplosione con l’Euskadi Euskaltel nella stagione precedente, ci metterà tanto tempo a superare quel terribile giorno di maggio.

Lui, uno dei ciclisti più simpatici, allegri e spiritosi del gruppo, nelle settimane successive la morte dell’amico Xavier si chiude in se stesso.

Lo stato di shock è evidente, conclamato.

Per quasi un mese Benat non riuscirà praticamente ad allenarsi.

Le poche volte che lo fa poi corre a casa, si chiude tra quattro mura e non si fa praticamente trovare da nessuno.

Lo convincono ad andare al Tour de France, puntando sul fatto di onorare la memoria dell’amico Xavi che a quel Tour avrebbe dovuto correre da capitano.

La corsa francese si rivelerà un fiasco totale per Intxausti.

Non ci sono miglioramenti neppure nei mesi seguenti dove, con il morale sotto i tacchi, Benat colleziona più cadute e ritiri che piazzamenti.

Anche la stagione successiva, quella del 2012, non porta a miglioramenti sostanziali.

Risultati scarsi, guai fisici e incostanza negli allenamenti.

Qualcuno inizia a parlare addirittura di uno stato depressivo.

Quel maledetto giorno non vuole proprio andarsene dalla mente del giovane ciclista basco.

Sono passati due anni esatti dalla morte del suo amico Xavi.

E’ il 21 maggio del 2013.

Benat sta correndo il Giro d’Italia.

Intxausti pochi giorni prima, nella settima tappa dopo l’arrivo a Pescara, indossa la maglia rosa.

La prima della sua carriera.

Ma è in quella sedicesima tappa che si conclude a Ivrea che Benat Intxausti farà il suo capolavoro.

Dopo una serie di attacchi nella salita di Chiaverano a pochi chilometri dall’arrivo e nella bagarre della successiva discesa rimarranno tredici ciclisti al comando, praticamente tutti i migliori della classifica.

Nel tratto pianeggiante finale saranno in quattro ad avvantaggiarsi di qualche secondo sugli altri componenti della fuga.

Kangert, Gesink, Niemiec e lo stesso Intxausti.

La volata è lanciata lunga da Kangert che pare destinato a spuntarla.

Benat però non ci sta e con un grande rimonta lo supera vincendo a braccia alzate e congiungendo le mani in una grande “X” in onore dell’amico Xavier Tondo, prima di scoppiare in lacrime non appena tagliato il traguardo.

Dirà che quel giorno, su quella bici, non era solo Benat … c’era l’amico Xavi con lui a raddoppiargli le forze …

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RUGBY IN PARADISO

di ANDREA PELLICCIA

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“Così tu pensi di saper distinguere
il Paradiso dall’Inferno,
i cieli azzurri dal dolore.”

Pink Floyd, Wish You Were Here

In Paradiso i pali delle porte da rugby sono infiniti.

Non “prolungati idealmente all’infinito” come recita, con insolita poesia, il regolamento del gioco. Sono proprio di lunghezza infinita. Farebbero la gioia del matematico greco Euclide, se solo potesse vederli. Due semirette bianche, lucide, perfettamente parallele.

Isaac Newton, che invece ha potuto ammirare quei pali da vicino, si è domandato più volte come quell’esile e allo stesso tempo immensa struttura non crollasse, vinta dal proprio peso. Ma l’esimio scienziato ha dovuto ammettere che le leggi della fisica della Terra sono diverse da quelle del Paradiso.

Non sempre, però. Ad esempio ci fu quella volta in cui, spinto da alcuni connazionali inglesi che in vita erano stati giocatori di rugby più o meno famosi, decise di scendere in campo per una partitella tra amici.

Entra subito nel vivo del gioco, anche se, nella posizione di tre quarti ala in cui è schierato, non vede giungere molti palloni dalle sue parti.

Poi un attacco avversario. L’ala di fronte a lui, un irlandese, lo punta, si dirige dritto verso di lui, poi all’ultimo momento, con un’abile finta, cambia direzione ed evita il placcaggio. Il povero Newton, disorientato da quella repentina accelerazione, perde l’equilibrio e cade pesantemente a terra.

Gli ci vuole poco per rendersi conto che le leggi del moto che hanno regolato la sua caduta su quel campo del Paradiso sono identiche a quelle che lui stesso aveva descritto e codificato molti anni prima sulla Terra.

A parte i pali, i campi da rugby del Paradiso sono identici a quelli della Terra. Ma non ci sono spalti. Né curve né tribune.

I vecchi allenatori amano posizionarsi ai bordi del campo per rivivere l’emozione di dare indicazioni e suggerimenti ai giocatori in campo.

I vecchi tifosi amano librarsi a mezz’aria per poter osservare da vicino le gesta dei propri beniamini.

 

“I piloni hanno il posto garantito in Paradiso”, recita un saggio proverbio. Ed è vero. Tanti piloni si sono guadagnati il posto in Paradiso per la fatica, per lo spirito di sacrificio. Sempre allo scontro, sempre a contatto con l’avversario per guadagnare pochi preziosissimi centimetri e per garantire l’avanzamento e il possesso della palla alla propria squadra. Generosi in campo, generosi fuori dal campo.

Ma in Paradiso ci sono anche tante seconde linee, terze linee, tre quarti.

Fra questi c’è un giovane neozelandese, un tre quarti centro. Robert George Deans, detto Bob.

La sua vita terrena è stata molto breve.

Bob fa parte della leggendaria spedizione che nel 1905 partì dalla Nuova Zelanda per raggiungere le Isole Britanniche. Il rugby di due mondi a confronto. Quaranta giorni su una nave passati a giocare a carte e ad allenarsi, immaginando il momento dello sbarco nella terra dei propri avi.

La Nazionale Neozelandese, che in questa tournée si guadagna il soprannome di All Blacks, si mostra nettamente superiore a tutti gli avversari: un gioco dinamico e innovativo, una capacità organizzativa mai vista. Le squadre che li fronteggiano si ritrovano quasi sempre a contare alla fine della partita passivi molto pesanti. Nelle trentacinque partite disputate totalizza quasi mille punti subendone poco più di cinquanta. Dominio assoluto.

Gli All Blacks stravincono, tra lo stupore generale, tutti gli incontri. Tranne uno. Quello con la maggiore potenza britannica dell’epoca: la Nazionale del Galles.

Una partita straordinaria. Il Galles, a metà del primo tempo, segna una meta con Teddy Morgan. 3 a 0, in base ai punteggi in vigore all’epoca. I Neozelandesi non riescono a esprimere il loro rugby migliore, sia per la giornata di scarsa vena di alcuni giocatori sia per l’atteggiamento dell’arbitro, lo scozzese John Deaver Dallas, fortemente penalizzante nei confronti del loro gioco.

Ma nel secondo tempo, dopo varie occasioni mancate da entrambe le squadre, i Neozelandesi hanno la possibilità di pareggiare.

Bob Deans riceve l’ovale. È lì, vicinissimo alla fatidica linea bianca. Si tuffa. Viene bloccato. Con uno scatto di reni riesce a guadagnare quei pochi centimetri che gli permettono di schiacciare l’ovale appena oltre la linea. Esulta. È meta!

Anzi, no. L’arbitro, lontano dall’azione, accorre sul posto e sancisce che il pallone non ha varcato la linea. Bob, disperato, sostiene di essere stato trascinato indietro da un giocatore gallese dopo aver segnato la meta.

Tutto inutile. L’arbitro non cambia decisione. Il punteggio resta 3 a 0 e Galles – Nuova Zelanda del 1905 resta nella storia come la più intensa e controversa partita di rugby mai giocata.

Bob Deans disputa le restanti partite della tournée, poi torna con la squadra in Nuova Zelanda. Ma in mente continua ad avere sempre quella maledetta meta contro il Galles.

Pochi anni dopo, un’operazione di appendicite. Routine, normalità. Ma qualcosa va storto.

La malattia. La consapevolezza che la vita si sta spegnendo. A soli ventiquattro anni.

Sul letto di morte la mente si affolla dei ricordi di una vita breve e intensa. Bob, solo ossa e sudore, raccoglie le poche forze rimaste. Guarda le persone intorno a lui, venute lì per l’estremo saluto. Sorride.

«Io ho segnato quella meta», riesce a dire con un filo di voce. Poi chiude gli occhi.

Li riapre subito dopo. Lentamente. Colpito da una luce non accecante ma strana, non familiare.

I sensi si risvegliano, poco alla volta. Si rende conto di non essere nella posizione supina del letto di morte ma di trovarsi a pancia sotto. Sente sotto di sé qualcosa opprimergli il petto. Comincia a tastare quell’oggetto con le mani. Gli ci vuole davvero poco per capire di che cosa si tratti. Un pallone da rugby.

Sente anche il piacevole tocco dell’erba umida sugli stinchi e sugli avambracci. Un campo da rugby.

Poi, un suono. Il silenzio assoluto squarciato da un suono. Quello, inconfondibile, di un fischietto.

Bob solleva lentamente lo sguardo e vede quell’uomo accanto a sé, con il fischietto in bocca e il braccio alzato.

«Bella meta, Mr. Deans», gli dice l’uomo con un largo sorriso.

Bob si rialza e si guarda intorno. L’area di meta. Ma lì vicino nessun giocatore. Nemmeno spettatori. Solo lui e l’arbitro. Che gli ha appena confermato che lui quella meta, quella famosa meta l’ha segnata.

Capisce che quel campo da rugby sarà la sua nuova, piacevolissima casa.

Stringe la mano all’arbitro. «Grazie del complimento».

Mette il pallone sotto il braccio e comincia una corsa blanda verso il centro del campo, mentre una lacrima di commozione gli scende lungo il viso.

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All’epoca in cui arriva Bob Deans non ci sono molti rugbisti in Paradiso. Il gioco è nato solo da poche decine di anni.

Molti giocatori arrivano soprattutto durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Il coraggio e la tenacia mostrati sui campi da rugby diventano valore sui campi di battaglia. Per terra, per mare, per cielo. Soldati francesi, marinai italiani, piloti britannici.

Fra questi addirittura un principe. Russo. Alexander Obolensky il suo nome.

Un principe russo che gioca a rugby? E che poi finisce anche in Paradiso?

La bellezza e l’universalità del rugby contemplano anche questo.

Seconda metà degli Anni Trenta. Gli studi svolti in Inghilterra, la nascita della passione per il rugby. La piacevole scoperta di possedere doti eccezionali come tre quarti ala.

Le belle partite disputate con la selezione dell’Università di Oxford gli fanno guadagnare, a vent’anni non ancora compiuti e da cittadino non britannico, un’inopinata convocazione per la Nazionale Inglese.

L’impegno è proibitivo. Gennaio 1936. Gli All Blacks sono in tournée nelle Isole Britanniche e hanno perso pochi giorni prima di un solo punto contro il Galles. L’esordio di Alexander è proprio contro i Neozelandesi, fino ad allora mai battuti dagli Inglesi.

Succede l’incredibile. Alexander porta a termine nel primo tempo due azioni da manuale. Attraversa indisturbato la metà campo neozelandese, supera gli avversari sconcertati e segna due mete straordinarie, ancora oggi considerate fra le più belle mai realizzate dalla Nazionale Inglese.

Punteggio alla fine del primo tempo: 6 a 0 per gli Inglesi. Nel secondo tempo ci si aspetta una reazione furiosa degli All Blacks. Punteggio finale: 13 a 0. Un trionfo.

Pochi mesi dopo Alexander diventa cittadino britannico. Disputa altre tre partite ufficiali con l’Inghilterra. Poi nel 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, si arruola nella Royal Air Force, l’Aeronautica Militare Britannica. Immagina di poter schivare gli attacchi degli aerei nemici con la stessa facilità con cui evita i placcaggi degli avversari.

Marzo 1940, ventiquattro anni appena compiuti, un volo di esercitazione. L’atterraggio al campo di volo di Martlesham Heath, vicino Ipswich. Le ruote dell’aeroplano si incastrano in una buca sulla pista.

Le cinture si sganciano per il contraccolpo, Alexander è sbalzato fuori dall’abitacolo.

Un volo di alcuni metri, l’impatto violentissimo con il suolo, una mano che lo afferra.

Spalanca gli occhi. Davanti a lui John Mulligan, compagno di squadra e di studi ai tempi di Oxford.

«Tutto bene, Alexander? Un po’ irruente il placcaggio di quel pilone scozzese. Ce la fai a stare in piedi?».

«Sì, credo di sì», balbetta Alexander.

È scosso, disorientato. Si guarda intorno. È in piedi su un prato verde, ma non è quello di Martlesham Heath. È su un campo da rugby. Lo capisce dalle linee, lo capisce dalla porta a forma di acca dei cui pali, stranamente, non riesce a vedere la fine.

Ai bordi del campo non ci sono né spalti né spettatori. Ci sono allineati alcuni aerei da combattimento. Tra questi riconosce il suo Hawker Hurricane. È intatto. Nessun graffio, nessuna ammaccatura. Come se non fosse mai decollato. Come se la guerra non ci fosse mai stata. Né quella né tutte le altre prima di quella.

Anche il suo corpo è miracolosamente intatto. Ha indosso un completino bianco, quello della Nazionale Inglese.

Ad alcuni metri di distanza, all’interno del campo, una mischia aperta, giocatori che si contendono l’ovale. Sorride e corre verso di loro. Il mediano di mischia sta per far uscire il pallone.

Alexander va a schierarsi nella propria posizione, quella di ala destra.

«Forza, signori», grida, «facciamo uscire quel pallone e giochiamolo fino in fondo!».

 

In Paradiso c’è molto interesse per le vicende terrene. Il rugby giocato sui campi della Terra viene seguito con passione anche dall’alto.

Particolare fermento nel periodo in cui si disputano i Mondiali e il Sei Nazioni. Fra gli appassionati addirittura qualche Santo. San Patrizio, ad esempio, il Patrono d’Irlanda.

È il 12 marzo 2011, sta per iniziare una partita. San Patrizio si rivolge a un giovane ragazzo italiano.

«Oggi giocate nel Sei Nazioni contro la Francia».

«Sì, proprio così», gli risponde il ragazzo imbarazzato. È timido e non gli capita certo tutti i giorni di dialogare con un Santo.

«È da molto tempo che non battete la Francia, vero?», chiede San Patrizio.

Un velo di malinconia sembra posarsi sul volto del ragazzo. «In tanti anni di sfide li abbiamo battuti una volta sola, quattordici anni fa a Grenoble», risponde. «Quel giorno io c’ero», prosegue orgoglioso, «e ho segnato anche una meta».

«Mio caro Ivan Francescato, ricordo bene quella partita e ricordo anche che pochi mesi prima avevate battuto la mia Irlanda a Dublino».

Il ragazzo ha imparato che in Paradiso non ci si deve meravigliare di nulla, soprattutto quando a parlare con te è un Santo. Quindi decide di non chiedere al Santo come faccia a conoscere il suo nome e come mai sia così preparato sul rugby.

San Patrizio prosegue. «So che voi Italiani tenete molto a questa partita. Che ne pensi di seguirla insieme? Magari oggi succederà qualcosa di buono», conclude strizzando l’occhio.

«Con vero piacere», risponde Ivan.

Si sistemano su una delle poche nuvole presenti sul cielo azzurro dello Stadio Flaminio.

La partita è appena iniziata. Mirco Bergamasco sta per battere un calcio piazzato.

Se il pallone centra i pali sono i primi tre punti per l’Italia. Il pallone finisce in mezzo ai pali. Ma è la Francia a dominare la partita, concludendo il primo tempo in vantaggio 18 a 6. Vittoria sfumata? Ennesima sconfitta onorevole? Gli Azzurri soffrono, combattono, rimontano, grazie anche alla precisione del piede di Mirco Bergamasco che a pochi minuti dalla fine piazza tra i pali il pallone dell’incredibile 22 a 21 finale.

«Ma il cielo è sempre più blu!» cantano a squarciagola i tifosi sugli spalti del Flaminio.

E in quel cielo blu San Patrizio si complimenta con Ivan, commosso fino alle lacrime.

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A Lorenzo Sebastiani, bravo e generoso. Come tutti i piloni.

VINCENZO PAPARELLI: Il peso della memoria.

di DIEGO MARIOTTINI

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Fine anni 70, un momento storico inquieto e carico di tensioni. Quelli sono anni che dividono ogni cosa in due, senza ricomporre mai nulla. Si è anti o si è pro. Si è borghesi o proletari, di destra o di sinistra. Se è di scena il calcio, a Roma si è laziali o romanisti. Talvolta uccide più l’assenza di sfumature che il terrorismo. Alla violenza in piazza fa da corollario quella negli stadi. Quella domenica di 40 anni fa è di scena la morte sugli spalti. Non era mai successo. Non così, perlomeno.

 

28 ottobre 1979,allo stadio Olimpico è di scena l’ennesimo derby. Settima giornata del girone di andata. Non è una stracittadina importante per gli alti livelli della classifica, ma è pur sempre un derby e a nessuno fa piacere perderlo. Verso mezzogiorno la radio parla di tafferugli tra tifoserie in zona Stazione Termini, a piazza Bologna e verso Ponte Milvio, ma non è una novità. Verso le 11 hanno aperto i cancelli, per consentire l’entrata del materiale da coreografia. Si respira un’aria elettrica, ma è più o meno la stessa che si avverte sempre. All’inizio le due curve si fanno la guerra a colpi di striscioni offensivi. Dalle parole si passa poi ai fatti, perché le parole sono un pretesto: portare armi allo stadio è un atto della volontà che precede il contenuto di qualsiasi striscione. All’improvviso, dalla curva occupata dai tifosi giallorossi partono due colpi a lunga gittata. Sono due razzi. Il primo oltrepassa l’obiettivo ed esce dallo stadio, il secondo colpisce una persona seduta in Nord. La vittima si chiama Vincenzo Paparelli, 33 anni, sposato con Vanda Del Pinto 29 anni, e padre di due figli piccoli, Marco e Gabriele. Il colpo che lo ha appena raggiunto proviene dunque dalla Curva Sud, la traiettoria supera i 250 metri in orizzontale. Un’arma da guerra a tutti gli effetti. Paparelli viene trasportato in fretta all’ospedale S. Spirito, ma vi giunge morto.

 

La notizia si diffonde rapidamente ma per motivi di ordine pubblico la partita viene fatta disputare. Prima del calcio d’inizio il capitano della Lazio Giuseppe Wilson si dirige verso la Curva Nord per spiegare ai tifosi della propria squadra le ragioni per cui l’incontro deve svolgersi. L’arbitro è il sig. D’Elia di Salerno, capace di dirigere con molta psicologia qualcosa che ha ormai perso tutti i connotati dell’evento sportivo.La partita finisce 1-1. Segna la Lazio, con un colpo di testa del difensore Zucchini. Al pareggio di Pruzzo, sempre di testa, la situazione ha ormai dell’irreale. Una curva è in festa per il gol mentre l’altra è praticamente vuota. Il secondo tempo è un pro forma: se Amenta e Montesi non si facessero espellere per reciproche scorrettezze, non succederebbe proprio nulla. Al fischio finale, la violenza si trasferisce per le vie della città.

 

Dalla sera di domenica un tifoso romanista, Giovanni Fiorillo, si è già reso irreperibile. Vengono nel frattempo arrestate due persone: Enrico Marcioni, un giovane sui vent’anni, e Romolo Piccionetti, 52 anni, un negoziante accusato di aver venduto un ordigno senza licenza. All’inizio Marcioni cerca di negare ma poi crolla e confessa tutto. In poche ore vengono ascoltate centinaia di testimoni e con pazienza si arriva a formare l’identikit del principale sospettato. Ragazzo bruno, dai capelli ricci, piuttosto esile e non molto alto, orecchino pendente al lobo sinistro, maglione blu, rosso e bianco. Identificare Fiorillo è stato abbastanza facile, uno che alla fine degli anni 70 porta un orecchino non passa inosservato. Marcioni racconta nel dettaglio la storia agli inquirenti. Il giorno prima, lui e Fiorillo hanno comprato i razzi nel negozio di caccia e pesca di Romolo Piccionetti, al quartiere Ostiense.

 

Giovanni  Fiorillo, 18 anni compiuti da pochi mesi, è un operaio momentaneamente disoccupato, con piccoli precedenti penali, limitati al furto. Vive a Roma con i suoi genitori, in piazza Vittorio Emanuele. Esquilino, una zona della Capitale che l’immigrazione, specie quella cinese, avrebbe profondamente ridisegnato nei decenni a venire. Durante la settimana Fiorillo, che non ha neanche terminato la scuola dell’obbligo, si arrangia lavorando come imbianchino o come cameriere. Suo padre Giacomo fa l’aiutante presso un banco di frutta nel mercato della piazza.

A una maggiore organizzazione del tifo corrisponde in quegli anni una degenerazione della violenza, nella Capitale come nel resto del Paese. All’Olimpico di Roma si è resa necessaria la costruzione di un tunnel a protezione dell’entrata in campo dei giocatori, altrimenti vittime del fitto lancio di agrumi, bottiglie e altri oggetti contundenti. I servizi d’ordine arriveranno a sequestrare ai tifosi veri e propri arsenali da guerra: sassi, pistole lanciarazzi, chiavi inglesi, bulloni, fionde con biglie d’acciaio, coltelli, catene.

Nei giorni successivi, il p.m. Giacomo Paoloni emette un terzo ordine di cattura: il destinatario si chiama Marco Angelini, 20 anni. L’accusa è la stessa: concorso in omicidio e detenzione abusiva di esplosivi. Marcioni continua a raccontare la storia. Nella mattina di sabato 27 ottobre 1979, si svolge a casa sua la riunione per decidere il piano di battaglia in vista del derby. Gli inquirenti ritengono che sia proprio Angelini a suggerire il luogo dove acquistare i razzi, dal momento che nella sua stanza viene trovato un biglietto da visita di Piccionetti. Il tipo di arma usata ha bisogno di una lunga preparazione. Il montaggio richiede almeno un quarto d’ora di tempo. Al momento del lancio mortale, in Curva Sud l’applauso è generale. Poco dopo però, ci si rende conto della gravità dell’accaduto e qualcuno addita Fiorillo, dandogli dell’assassino. Secondo le ricostruzioni, il ragazzo fugge in lacrime, poche ore di vantaggio ed è irreperibile. Ha parecchi amici tra i tifosi di tutta Italia. Passano i giorni e gli inquirenti si convincono che il fuggitivo stia trascorrendo la latitanza a Bergamo, magari coperto e spalleggiato da qualche “pezzo da novanta” atalantino. Molti invece giurano di avere visto Fiorillo aggirarsi ancora nella Capitale. In ogni caso le ricerche della Polizia si estendono all’intero territorio nazionale, senza trascurare l’ipotesi che Fiorillo possa essere riuscito in qualche modo a varcare il confine.

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Il 6 novembre Giacomo Paoloni formalizza l’inchiesta nei confronti di Angelini e Fiorillo, con l’accusa di concorso in omicidio per il primo e di omicidio volontario per il secondo. Inizia il decennio successivo. Con il tempo la notizia della morte allo stadio perde di attualità, ma alla fine del 1980 due giornalisti realizzano uno scoop e fanno tornare in auge la storia del derby maledetto. Individuano e intervistano Giovanni Fiorillo, latitante a Lugano, in Svizzera, e nascosto da oltre un anno. Sono Mario Biasciucci, del quotidiano L’Occhio, e Gian Paolo Rossetti del settimanale Oggi. Non è chiaro se sia stato Giovanni Fiorillo a contattarli o meno, forse su suggerimento degli avvocati difensori. Il latitante racconta ai due intervistatori che nei 15 mesi trascorsi “lontano da casa” molte famiglie lo hanno aiutato senza conoscerne l’identità. Sui luoghi nei quali ha soggiornato, invece, saranno gli avvocati a essere più precisi. Milano, Bergamo, Torino, Genova, Brescia, Firenze, la Svizzera. Se non si costituisse in modo più o meno spontaneo, chissà quanto ancora durerebbe la clandestinità.

 

Il processo a Giovanni Fiorillo, Marco Angelini ed Enrico Marcioni ha inizio giovedì 11 giugno 1981. In quei giorni l’opinione pubblica italiana è sconvolta per via di un’altra tragedia. Quella di Alfredo Rampi, un bambino di 7 anni sprofondato in un pozzo artesiano a Vermicino, hinterland romano, e mai più recuperato vivo. Una storia che tiene milioni di spettatori incollati al televisore per giorni e notti e che mobilita in prima persona anche il presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Nonostante il fatto di Vermicino, il processo ai tre ultrà romanisti desta ancora notevole interesse mediatico. Enrico Marcioni è agli arresti da tempo, Marco Angelini invece è stato fermato pochi giorni prima del processo, nonostante il fatto che il 15 settembre dell’anno precedente si sia regolarmente presentato al servizio di leva. I militari realizzano chi sia solo dopo aver saputo dell’imminente processo a suo carico. Durante le udienze si chiariscono parecchie dinamiche dei fatti precedenti il 28 ottobre 1979. Per trovare il materiale pirotecnico il gruppo si è rivolto a Piccionetti, che fino a quel momento aveva negato di conoscere gli imputati. Secondo il racconto degli imputati, i ragazzi stanno cercando una sacca per mettervi dentro le bandiere. A un certo punto un ragazzino indica loro un posto dove è possibile comprare fumogeni. È per l’appunto il negozio di Romolo Piccionetti, in piazza Emporio, zona Ostiense.

Il p.m. ha le idee chiare e richiede quindici anni e sei mesi per Fiorillo e Angelini; dodici anni e due mesi per Marcioni. Secondo l’accusa, quel 28 ottobre i tre giovani hanno la chiara intenzione di colpire, ben consci degli effetti che i razzi possono provocare. Tra le richieste del pubblico ministero ci sono tre anni per concorso in omicidio colposo, più due anni per vendita non autorizzata nei confronti di Romolo Piccionetti. Si chiede inoltre un anno di reclusione per Sergio Patriarca e Francesco Simone, dipendenti dello stadio Olimpico, accusati d’abuso d’ufficio per avere permesso ai tifosi di utilizzare stanze riservate come deposito. Per Gino Camiglieri, presidente dell’Associazione Circolo Biancazzurri, viene chiesto un anno e sei mesi per avere portato razzi dentro lo stadio Olimpico il venerdì precedente il derby. Infine c’è anche la richiesta di due anni e sei mesi per Franco Bellecca, un tifoso romanista accusato di violenza privata ai danni di Maurizio Mauroni, un esponente del servizio d’ordine colpito da una sprangata per avere tentato di identificare i lanciatori dei razzi.

Il 3 luglio 1981 viene raggiunto il verdetto. Giovanni Fiorillo e Marco Angelini vengono condannati per omicidio colposo a quattro anni di reclusione, più un anno e quattro mesi per detenzione di armi. Enrico Marcioni subisce una pena pari a tre anni e cinque mesi, più un anno e tre mesi per detenzione illecita di armi. Il commerciante Romolo Piccionetti deve invece scontare un anno di reclusione per omicidio colposo più un anno e quattro mesi per detenzione illegale di armi. Altre pene: Gino Camiglieri, un anno per detenzione di armi (pena già scontata). Franco Bellecca, un anno e sei mesi per violenza privata e tre mesi per porto d’arma impropria. Sergio Patriarca e Francesco Simone, assolti. Inoltre, i condannati dovranno pagare le spese processuali e venti milioni di lire in solido alla famiglia Paparelli.

 

La sentenza del Tribunale di Roma diviene definitiva venerdì 8 maggio 1987 e condanna a sei anni e dieci mesi Giovanni Fiorillo e Marco Angelini. L’11 gennaio 1988, la prima sezione penale della Corte di Cassazione di Roma conferma la condanna a quattro anni e cinque mesi di reclusione per Enrico Marcioni, il terzo imputato. C’è voluto quasi un decennio per mettere la parola fine alla vicenda, ma orala morte di un meccanico di 33 anni all’interno di uno stadio ha tre colpevoli ufficiali. La vita continua ma non sarà la stessa e a volte cade come un velo. La signora Paparelli ha raggiunto suo marito Vincenzo il 13 giugno del 2011, all’età di 61 anni. I figli, Gabriele e Marco cercano di vivere come possono. Gabriele è talvolta ospite in trasmissioni televisive che ricordano la storia della sua famiglia. La Società Sportiva Lazio continua a manifestargli solidarietà ma non è più tempo di belle parole. Serve altro.

Dopo essere stato arrestato più volte nel corso degli anni successivi per reati di varia natura Giovanni Fiorillo è morto il 24 marzo 1993, vittima della tossicodipendenza. Marco Angelini ed Enrico Marcioni risultano ancora vivi, residenti e attivi a Roma.

 

28 ottobre 1979, Stadio Olimpico, Roma-Lazio, Vincenzo Paparelli. È stato 40 anni fa, potrebbe essere oggi.

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MARIO KEMPES: Il guerriero dal cuore d’oro.

 

di REMO GANDOLFI

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E’ il 1971. Mario ha 17 anni, gioca nelle giovanili della sua squadretta locale, il Talleres de Belle Ville. Guadagna qualche pesos come apprendista in una carpenteria ma il suo sogno è il calcio. Dicono che sia bravo, molto bravo. Il suo capo alla carpenteria conosce qualche dirigente dell’Instituto Cordoba, squadra professionistica. Un giorno viene a sapere che all’Instituto fanno un provino per ragazzi della sua età. Prende un autobus, si fa tre ore di strada e si presenta al provino. Il tecnico dell’Instituto che gestisce il provino chiede ai ragazzi di presentarsi. Nome e provenienza. “Carlos Aguilera e sono di Bell Ville” risponde senza esitazione Mario. “Bell Ville ?” chiede il tecnico. “Conosci per caso un certo Mario Kempes che vive proprio lì ? Al suo Club pensano sia un fenomeno e vogliono una cifra assurda per lui”. “No mi spiace. Non lo conosco”. risponde Mario. <Carlos Aguilera> scende in campo, segna due gol in un quarto d’ora. Dopo pochi giorni e altri gol in un torneo locale gli viene offerto un contratto. Mario Kempes alias Carlos Aguilera inizia così la sua carriera professionistica.

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L’umiltà è sempre stata prerogativa assoluta di questo ragazzone. Non voleva che la fama lo precedesse. Voleva far vedere cosa sapeva fare senza vantaggi o idee preconcette. Lui che lascerà la maglia numero 10 ai Mondiali di Spagna ad un ragazzino di 21 anni, molto meno umile e modesto di lui. Lui che porterà l’Argentina sul tetto del Mondo nel 1978 con 6 gol nelle ultime 3 partite. Lui che quando gli intitolarono uno stadio (Il Chateau Carreras di Cordoba dal 2010 si chiama “Estadio Mario Kempes) dirà che una targa all’entrata sarebbe stata sufficiente ! Lui che non volle stringerà la mano a Videla, lui che quando alcuni compagni lo ripresero per la sfrontatezza e per quel gesto pericoloso risponderà “Quell’assassino può uccidere tutti i ragazzini, i dissidenti e i padri di famiglia che vuole, senza che nessuno faccia niente. Ma il capocannoniere dei Mondiali è troppo vigliacco per toccarlo”.

Il padre di Mario Kempes è tedesco. Si trasferisce in Argentina al termine della seconda guerra mondiale. Si chiama Mario Quemp. All’anagrafe, quando arriva in Argentina, gli propongono Mario “Kempes”. Gli piace. Sposa una ragazza di origine italiana Teresa Chiodi e nel 1954, in luglio, nasce Mario Kempes. Il padre gioca a calcio e Mario da sempre respira “cancha”, spogliatoi e partite.

Con l’Instituto fa il suo esordio nel 1973 contro il Newell’s Old Boys. Quattro giorni dopo segna il suo primo gol ufficiale. Lo fa contro una delle grandi del calcio argentino, il River Plate. Con l’Instituto gioca la miseria di 14 partite, segnando 11 reti. E’ troppo forte per quella squadra. Il Rosario Central lo vuole a tutti i costi. Verrà offerto anche al Boca Juniors ma l’ineffabile presidente Armando (“l’amico” di Alberto Tarantini) dirà “giocatori come Kempes ce ne sono almeno 100 in Argentina. Io tutti quei soldi per lui non li spendo”.

Al Rosario Central è da subito devastante. Gioca punta centrale, pur amando partire da lontano. La sua potenza è devastante. Quando parte palla al piede “travolge” letteralmente gli avversari come uno Tsunami … se poi riesce a “liberare” il suo portentoso sinistro allora sono davvero dolori. Gioca talmente bene che il Selezionatore della Nazionale Argentina Vladislao Cap non ci pensa due volte e lo convoca per i Mondiali di Germania del 1974. Mario non ha ancora 20 anni. Il potenziale è evidente a tutti ma non gioca il Mondiale che tutti si aspettavano. Rientra in Argentina e nel Torneo Nacional di quell’anno segna 25 gol in 25 partite.

Al Rosario Central chiuderà la sua carriera con uno score pazzesco; segna 97 gol in 123 partite ! Nell’estate del 1976 arriva la chiamata dall’Europa; è il Valencia, squadra di primo piano della Liga dove Mario giocherà ben 8 stagioni, lasciando un ricordo indelebile nei tifosi dei bianchi valenciani con i quali conquista una Coppa di Spagna e soprattutto la Coppa delle Coppe nel 1980, vincendo in finale ai calci di rigore contro l’Arsenal (anche se proprio Mario fu l’unico giocatore del Valencia a sbagliare il rigore)

Gioca da assoluto protagonista i mondiali di Argentina dove si distingue già in partenza; è infatti l’unico giocatore tra i 22 di Menotti che giochi all’estero. L’avvio è tutt’altro che esaltante; Mario stenta ad ingranare. All’inizio parte da ala sinistra in un 4-3-3 che prevedeva Luque al centro e René “El Loco” Houseman a destra. Poi l’infortunio di Luque lo riporta al centro dell’attacco. La nuova posizione gli fa trovare il gol contro la Polonia. Luque rientra contro il Perù (nella famosissima partita-scandalo) ma a questo punto Menotti indovina la mossa decisiva; Mario gioca come seconda punta appena dietro Luque, rimanendo così in posizione centrale ma potendo muoversi su tutto il fronte d’attacco e soprattutto partire da lontano, ideale per poter sfruttare al massimo la sua devastante progressione.

In finale è l’assoluto protagonista con la doppietta decisiva. Potenza e astuzia in un connubio perfetto.

Anche ai Mondiali 1982 sarà titolare della Nazionale di Menotti, ma troppi galli nello stesso pollaio e soprattutto troppi giocatori offensivi in una nazionale biancoceleste con un potenziale enorme, forse ancora maggiore di quello di 4 anni prima, ma poco equilibrata.

Non segnerà neppure un gol, mostrando solo a sprazzi la sua classe e potenza. Però con le 5 presenze in questo Mondiale arriverà ad essere, a pari merito con Maradona, il calciatore argentino che più di tutti ha giocato ai Mondiali di calcio; ben 18 presenze.

Nel 1981 il River Plate farà follie per poterselo accaparrare. Gioca due stagioni con i Millionarios … discrete ma nulla più. E quando il peso economico dell’affare diventa insormontabile c’è il ritorno all’amato Valencia ma Mario non tornerà mai più ai suoi livelli abituali, pur non avendo ancora 30 anni.

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Kempes proprio tra il 1976 e il 1980 toccherà i vertici della sua carriera. E se è vero che già a 28-29 anni non era più lo stesso giocatore di pochi anni prima è altrettanto vero che la sua sarà una delle carriere più longeve del calcio. Il suo amore per il calcio e la sua umiltà lo hanno visto calcare i campi di campionati come quello austriaco (con addirittura un paio di stagioni nella serie B di quel paese) per poi concludere la sua carriera calcistica (dopo un breve passaggio in Cile) addirittura in Indonesia, come allenatore-giocatore a 42 anni suonati !

L’amore per il calcio non lo abbandonerà mai. Farà l’allenatore nei posti più impensati. Indonesia, Albania, Bolivia, Venezuela e perfino Italia quando un arrembante e altrettanto poco lungimirante imprenditore lombardo gli dà l’incarico di “Mister” del Fiorenzuola, squadra piacentina che milita in serie C2. La squadra, ricca di giocatori argentini e uruguaiani, ha ambizioni importanti. Ma il progetto abortisce ancor prima di nascere. Da questa tragicomica avventura si ispirerà pochi anni dopo “Sogni di cuoio”, film che racconterà di questa emblematica farsa del mondo del pallone. Kempes si trasferisce nel sud, a Casarano, dove occupa il posto di allenatore per poco più di un mese. Torna in Argentina ma dopo poco decide che la panchina non fa per lui. Diventa commentatore per la ESPN Sudamerica di calcio dove si fa notare per la competenza e lo stile sobrio ed equilibrato.

Qualche anno fa Mario Kempes ha attraversato  il periodo più difficile della sua vita. A settembre del 2014 gli riscontrano gravi problemi cardiaci e viene ricoverato e operato d’urgenza negli Stati Uniti. Il periodo più critico sembra passato, ma i 6 by-pass che gli sono stati applicati limiteranno per sempre la sua vita. Pochi mesi dopo viene pubblicata la sua biografia, “El Matador”, scritta da Federico Chaine.

Di lui, oltre alle cifre, (347 reti in 634 partite) rimarranno l’orgoglio e l’onestà, oltre al ricordo di un giocatore dalla potenza fisica impressionante, dalla capacità di controllo del pallone in velocità come pochi nella storia del calcio … ma soprattutto l’umiltà e la correttezza di un calciatore che in carriera non si è mai visto sventolare nessun cartellino di qualsiasi colore davanti al naso.

E anche questo non è un record da poco.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

I più popolari aneddoti riguardano il look di Kempes. Da sempre “capellone”, da sempre un po’ trasandato e ribelle, al punto da presentarsi alla sua prima importante apparizione televisiva con una semplicissima felpa con stampati sopra tutti i personaggi di “Star Wars” !

Durante i mondiali del 1978 Mario gioca le prime partite con i soliti capelli lunghi ed una barba fluente. Il gol non arriva. Allora Menotti gli dice “Mario, ti ho visto segnare tanti gol in Spagna ma non ti ho mai visto con barba e baffi. Perché non li tagli ?” Kempes, prima della partita con l’Italia, decide di compiere metà dell’operazione; via la barba. Le cose non cambiano, Kempes non segna e addirittura l’Argentina perde contro gli azzurri. Menotti ci riprova “Dai Mario, togli anche quegli (obiettivamente !) inguardabili baffi !”. Il match successivo è contro la Polonia. Mario segna due gol (uno addirittura di testa, tutt’altro che il suo punto forte) e non si fermerà più.

Nell’ottobre del 2001, mentre Kempes è a Fiorenzuola nel tentativo (ahimè abortito) di creare una filiale sudamericana nella provincia piacentina, Passarella è l’allenatore del Parma. Ci sono 40 km a dividerli. Mario chiama Passarella ma “El Caudillo” non si farà mai trovare. Troppo diversi per poter dimenticare che 23 anni prima capitan Passarella è il primo a stringere la mano a Videla e ai suoi colonnelli … Mario l’unico a non stringerla mai.

Finale della Coppa delle Coppe 1980. Arsenal e Valencia sono sullo 0 a 0 anche dopo i supplementari. Si va ai calci di rigore. Il grande Alfredo Di Stefano è il manager dei bianchi spagnoli. “Ragazzi, i rigori li tira chi se la sente e nell’ordine che deciderete voi. L’unica cosa che voglio è che sia Kempes a tirare il primo. Almeno quello ho la certezza che lo realizziamo”. Kempes tira il primo rigore, Jennings, il grande portiere dei Gunners, lo para. Dopo quel rigore andranno al tiro ben 5 giocatori del Valencia. Faranno tutti gol e il Valencia vincerà la coppa delle coppe.

Per i ragazzini sudamericani che non avessero mai visto Kempes in azione la sua voce quantomeno è conosciutissima visto che Mario Kempes è stato il commentatore ufficiale del gioco per PC FIFA dal 2013 !

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“Devo molto di più io all’Argentina che l’Argentina a me. Mettere addosso quella maglia per me rappresenta il massimo della mia carriera di calciatore. Penso più spesso a quello che NON ho fatto nei Mondiali del 1974 e del 1982 che a quello che HO fatto nei Mondiali del 1978.”

Dopo il Valencia in Spagna arriva un’altra offerta per rimanere nella Penisola; quella del piccolo Hercules. Mario ha 30 anni, siamo nel 1984 ma la parabola discendente è già iniziata. Gioca una stagione tribolatissima, tra infortuni e cali di forma. Segna un solo gol in 17 partite … ma è quello decisivo che regala la salvezza dell’Hercules, che vince 1 a 0 nientemeno che al Santiago Bernabeu contro il Real Madrid.

E’ il 1981. Kempes è tornato in Argentina per giocare nelle file del River. Nasce la sua prima figlia. Mario la chiama Natasha. Il regime glielo impedisce. “Ci spiace ma è un nome russo. Non si può.” Mario chiamerà la sua primogenita Magali. Più in là negli anni arriverà un’altra bimba e stavolta non ci sono restrizioni. Si chiamare Natasha.

Mentre svolgeva il servizio militare Kempes giocava nel Rosario Central. Aveva già la sua folta chioma ma un sergente particolarmente scrupoloso gli impone di tagliarli completamente a zero. Kempes li per li non capisce questo accanimento … lo scoprirà finito il servizio militare. Quel sergente era uno dei capi della tifoseria del Newell’s, i rivali concittadini del Rosario Central !

Nei video a seguire: Mario racconta i suoi gol nella finale Mondiale contro l’Olanda. Una compilation di alcuni dei gol più belli della sua carriera. Infine, un breve percorso riassuntivo delle partecipazioni di Kempes nella coppa del Mondo.

 

 

GERALDO CLEOPAS DIAS ALVES: L’assurda morte di un talento felice.

di REMO GANDOLFI

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“So benissimo che c’è qualcuno che critica il mio stile di gioco. Ho già capito perfettamente che tra gli opinionisti, i tecnici e i tifosi ci sarà sempre chi che avrà da ridire sul mio modo di intendere il calcio e di giocarlo.

Il calcio è gioia, per chi gioca e per chi assiste.

Ormai tutti mi chiamano “Assoviador” perché amo fischiettare, nella vita di tutti i giorni e spesso anche in campo e ho praticamente sempre il sorriso stampato sul volto anche quando gioco.

Qualcuno pensa che sia disinteresse, poca passione o addirittura poca voglia di impegnarmi sul serio.

Il fatto è che io sono FELICE quando gioco, mi diverto e per divertirmi e dare il meglio devo giocare in maniera naturale.

E’ vero, qualche volta potrei giocare qualche pallone più semplice, magari passandolo di lato al compagno più vicino.

Ma non è questo che si aspettano da me i miei compagni, il mio allenatore e chi viene al Maracanà a vederci giocare.

Soprattutto non è quello che mi “aspetto” da me stesso.

Quando Mario Zagallo mi portò in prima squadra dopo avermi visto in azione nelle giovanili sapeva benissimo quali erano le mie caratteristiche … e gli sono piaciute talmente tanto che prima ancora di compiere 19 anni mi ha fatto esordire in prima squadra !

Sono passati poco più di due anni da allora e domani farò il mio esordio con la Nazionale del mio Paese, il Brasile.

Al mio fianco non ci sarà Zico, il mio grande amico Zico … “Galinho”, come lo chiamiamo noi.

Ma è solo questione di tempo.

Zico è un fenomeno e io lo so bene perché giochiamo insieme da anni.

Prima nelle giovanili e adesso nella prima squadra del “Fla”.

Dicono che siamo il futuro del calcio brasiliano.

Qualcuno ci ha già trovato i soprannomi.

“Il Pelé bianco” lui e “il nuovo Pelé” il sottoscritto.

Così ha iniziato a chiamarci la torcida del nostro Flamengo … nel mio Paese amano le esagerazioni.

Di sicuro c’è che io continuerò a giocare a modo mio, come facevo da bambino a Barao de Cocais dove sono nato e come ho fatto poi in seguito fino ad oggi.

Mi piace mandare a rete i compagni, mi piace impostare l’azione, dettare i tempi del gioco e mi piace provare a fare qualche giocata un po’ … originale.

In fondo, se avessero voluto che fossi un centrocampista di corsa, di forza e di sacrificio probabilmente sarei nato in Scozia !

… e invece io sono brasiliano …

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E’ il 30 settembre del 1975 quando Geraldo “Assoviador” Cleofas fa il suo esordio nella Nazionale brasiliana in una partita di Copa America contro il Perù.

Da quel giorno e per le successive 6 partite della nazionale verde-oro sarà un titolare inamovibile.

La sua tecnica, la sua visione di gioco e la sua eleganza fanno di lui uno dei centrocampisti più completi del panorama calcistico mondiale.

Dopo il brusco ritorno alla realtà dei Mondiali di Germania dell’estate precedente in Brasile sta emergendo una nuova generazione di fenomeni che ridà speranza e vigore ad un Paese “malato” di calcio.

Lui, Zico, Junior, Edinho, Amaral, Cerezo, Roberto Dinamite sono solo alcuni dei giovani che stanno richiamando l’attenzione del tecnico Brandao.

Nel giugno del 1976 il Brasile disputa una amichevole contro il Paraguay.

Geraldo è ormai un titolare inamovibile del Brasile e una certezza nell’undici titolare per i Mondiali di Argentina ormai vicini.

Il risultato finale sarà di 3 a 1 in favore di Geraldo e compagni grazie alla doppietta di Roberto Dinamite e al gol di Zico, nel frattempo entrato anche lui fra i titolari.

Quella sarà l’ultima partita di Geraldo con la Nazionale del suo Paese.

Da un po’ di tempo il giovane centrocampista è afflitto da una infiammazione cronica alla gola che spesso gli provoca febbre e lo debilita non poco.

La soluzione proposta dallo staff medico è semplice e molto in voga all’epoca: la rimozione delle tonsille.

Successivi controlli confermano questa necessità.

Alle 7 del mattino del 26 agosto del 1976 Geraldo, accompagnato dal massaggiatore del Flamengo Serginho, entra nell’ospedale Rio-Cor di Ipanema per sottoporsi a questa operazione di routine.

Il medico a capo dell’equipe si chiama Wilson Junqueira.

L’operazione è terminata con successo da circa 20 minuti quando all’improvviso Geraldo inizia a sentirsi male.

E’ un arresto cardiaco.

I medici, che sono ancora in sala operatoria,  intervengono prontamente e il pericolo pare scongiurato.

Nemmeno un’ora dopo arriva un altro attacco cardiaco che si rivelerà fatale per il ventiduenne calciatore brasiliano.

Shock anafilattico derivato dall’anestesia.

Questo sarà il responso ufficiale della assurda morte di Geraldo Cleofas Dias Alves.

Una morte così è molto difficile da accettare.

Per la madre, Nilza Alves, per tutti i famigliari, gli amici, i compagni di squadra e per il Brasile intero.

Zico, il suo migliore amico, è letteralmente distrutto.

Sarà un giornale, il giorno seguente, a trovare un titolo adeguato ad una tragedia tale.

“SI E’ FERMATO IL CUORE DEL FLAMENGO”.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Nipote di Geraldo è il difensore portoghese Bruno Alves, attualmente in forza al Parma nel campionato italiano. Il fortissimo centrale lusitano è infatti figlio di uno dei fratelli di Geraldo, altro eccellente calciatore: Washington Geraldo Dias Alves.

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L’amicizia con Zico era così stretta che Geraldo era praticamente sempre a casa del grande numero 10 brasiliano che incantò tutti anche qui da noi con la sua classe quando era in forza all’Udinese. A tal punto che il padre di Zico, Seu Antunes, chiamava affettuosamente Geraldo “il mio figlio marroncino” per il colore della pelle di Geraldo in una famiglia di bianchi come quella di Zico.

Geraldo era veramente un calciatore “sui generis”.

Accanito lettore e con svariati interessi al di fuori del calcio. Uno di questi era la grande attenzione per i movimenti politici nati negli Stati Uniti nel decennio precedente che si battevano contro la discriminazione nei confronti dei neri come Malcolm X e le Black Panthers.

Oltre a Zico, due grandi amici di Geraldo erano l’altro nazionale brasiliano Paulo Cesar Lima, detto “Caju” con il quale condivideva l’impegno politico contro la discriminazione razziale in Brasile e con il compositore e cantante Raimundo Fagner che all’amico Geraldo dedicherà una bellissima e struggente canzone.

Geraldo aveva una grande paura di quella operazione alle tonsille. Ne parlò spesso con la madre nei giorni immediatamente precedenti.

Tra l’altro l’operazione subì ben due spostamenti.

La prima pare fosse prevista lo stesso giorno in cui l’amico Zico si sarebbe dovuto sottoporre ad una operazione per correggere il setto nasale deviato.

… solo che quel giorno Geraldo non si fece neppure vedere …

Il secondo era stato previsto per il giorno 25 agosto.

Stavolta Geraldo si presenta come detto in ospedale insieme al fido Serginho per scoprire in loco che il Presidente del Flamengo, Helio Mauricio, che era anche un medico dello stesso ospedale, si era dimenticato di prenotare l’operazione … rinviata così al giorno dopo.

Il ricordo di onesto e ammirato di Zico.

“Oswaldo Brandao, l’allenatore della Nazionale, era innamorato letteralmente delle doti di Geraldo. Lo convocò in Nazionale prima del sottoscritto e ha sempre detto che lo reputava più forte e completo di me. E credetemi, non era certo l’unico all’epoca”.

Prosegue il “Galinho”

“Aveva una tecnica incredibile. Giocava sempre a testa alta, non aveva bisogno di guardare in basso. Sapeva sempre dove si trovava il pallone e come servirlo nel modo migliore ai compagni.

Come calciatore aveva un solo difetto: non gli piaceva tirare in porta e non gli interessava affatto fare gol. Preferiva sempre aiutare un compagno a segnare.

Io gli dicevo spesso di provarci quando si trovava in buona posizione ma non c’era niente da fare.

Ricordo che in una partita contro l’Olaria eravamo sul risultato di parità a pochi minuti dalla fine. Ad un certo punto Geraldo parte in dribbling e salta 3 avversari come birilli. Arrivato davanti al portiere pareva che non sapesse più cosa fare … gli ho strappato letteralmente la palla dai piedi e ho tirato in porta … segnando il gol della vittoria !” ricorda divertito il grande numero 10 brasiliano.

Fra le pochissime immagini disponibili in rete c’è un suo gol, molto bello, segnato con il Flamengo contro il Vasco de Gama.

Ricevuta la palla sul settore destro dell’area Geraldo la controlla perfettamente con il primo tocco prima di scaricare una bordata sotto la traversa.

… per una volta aveva ascoltato i consigli dell’amico “Galinho” …

https://youtu.be/ThECci-RR-g

 

 

 

ŽUĆKO: La leggenda di Radivoj Korac.

di SIMONE GALEOTTI

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V’è nostalgia delle cose spezzate. Vojvodina, altopiani e affluenti del Danubio, religiosissimo bordello, influenze magiare, slovacche, rumene, carne affumicata e torte salate, fattorie sparse come sassi lanciati a caso: “per ogni cielo, c’è un salaš sulla terra”. A Sombor, propaggine sfuggente del nord della Serbia, c’è un angolo, un piccolo incrocio, che collega la strada principale a un crocicchio interno, decorato da una targa. Un uomo, sorridente con un pallone da basket in mano. Negli spicchi sono impressi i nomi di quattro città: Sombor, Belgrado, Liegi, Padova.

Il padre di quell’uomo si chiama Bogdan, la madre Zagorka, il fratello Djordje. Quell’uomo è Radivoj Korac, nato qui, nel 1938. Soprannominato “Žućko” (Biondino) ha cominciato a giocare nello OKK Belgrado a sedici anni nel ruolo di ala grande. Si, però c’è un prima, c’è un altro sport.

Korać a Belgrado si ritrova a fare il portiere, a difendere i pali del Radnicki, squadra di calcio della capitale. Ma basta poco, veramente poco, per far sì che la Yugoslavia si accorga che Radivoj Korać debba abbandonare il calcio e mettere i piedi sul parquet. L’occhio lungo è quello di Borislav “Bora” Stankovic che decide di farlo debuttare nell’OKK Beograd. Stanković non è un idiota e Dostoevskij avrebbe avuto difficoltà nel fargli raggiungere il principe Myškin in una clinica svizzera per malati mentali.

Korać è un giocatore che semplicemente non si era mai visto nella luce dei Balcani. Mancino prodigioso, associato a una tecnica di tiro tanto particolare quanto efficace: riceve la palla, se la porta sopra la testa, stacca la mano destra dal cuoio e con la sinistra la indirizza verso il canestro saltando leggermente in avanti.

Ciuff, costantemente, inesorabilmente, ciuff.

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Nonostante l’evoluzione del gioco abbia cancellato questa tipologia di tiro, già considerata antiquata in quei frangenti, guardarlo nei filmati dell’epoca fa sempre effetto perché in fondo solo noi che abbiamo visto il bianco e nero possiamo immaginare un mondo a colori. La sua Santa Barbara ha un arsenale illimitato: Korać attacca il ferro senza paura stringendo un patto di non belligeranza con gli obsoleti tabelloni in legno e passa la palla con estrema precisione. Nei liberi rifugge la regola e lascia il pallone dal basso tenendolo con entrambe le mani all’altezza delle ginocchia e per un po’ il mondo della pallacanestro è costretto a piegarsi per riflettere come il pensatore di Rodin.

Atleticamente non scherza, durante il servizio militare stacca 1.99, solo pochi centimetri in meno della medaglia d’oro delle Olimpiadi messicane.

La formazione di Stankovic conclude il torneo d’esordio di Korac con 16 vittorie e due sconfitte arrivando davanti alla Stella Rossa e aggiudicandosi il titolo. Oltre a Korać, in quel OKK ci sono Slobodan Gordić e Miodrag Nikolić, figure importanti degli albori del basket yugoslavo. Il 14 gennaio 1965 a Belgrado l’OKK affronta nella Coppa dei Campioni gli svedesi dell’Alvik BK di Stoccolma. Quel giorno di pieno inverno Korać va in lunetta e piazza i primi due liberi. Un inizio normale, scontato, anzi no, Radivoj non smette più di segnare, segna e segna ancora, in tutti i modi, da ogni posizione. L’incontro finisce con un punteggio imbarazzante: 155-57.

Imprecazioni, sorge un dubbio amletico: sulla panchina dell’OKK nessuno stava tenendo conto della quantità dei canestri infilati da Korać. “Tutti sapevamo che stava segnando tanto, ma nessuno sapeva esattamente quanto”, coach Stanković dirà “fu un vero peccato “.

Eh già, un peccato, perché Korać ha fatto 11/14 dalla lunetta, il che è normalissimo, e 44 canestri dal campo (la linea dei 6.75 doveva nascere) che invece non è affatto normale. Si fanno due conti veloci con carta e penna finché qualcuno si mette le mani nei capelli: Radivoj Korać aveva messo a referto 99 punti, solo uno in meno del record di Wilt Chamberlain in NBA, un paio di miseri punticini che potevano arrivare tranquillamente nei minuti finali nei quali invece, per farlo riposare, Stanković lo tenne seduto in panchina.

Ma se ti chiami Radivoj Korać non sei solo il giocatore più forte della prima fase lunare del basket Yugoslavo, sei anche uomo di principi: “è un merito di tutta la squadra, di tutti i miei compagni”. In quell’edizione della Coppa l’OKK viene eliminato dal Real Madrid in semifinale.

E’ l’ultimo squillo di tromba in patria, Žućko” nel 1967 passa al Liegi e vince subito il campionato. Vi è un aneddoto curioso riguardo alla sua esperienza belga. Ospite di un programma televisivo, gli viene posta una domanda abbastanza banale: “Senti ma… quanti tiri liberi credi riusciresti a mettere su 100 tentativi? “. Korać senza pensarci risponde: “Beh, immagino tra i 70 e gli 80, chi può dirlo? “. Colpo di teatro: si apre un sipario dal quale spunta un canestro al centro del set televisivo. Quasi pleonastico riportare l’esito: Korać fa 100/100 nell’ estasi generale. Radivoj aveva un amica che lavorava a Radio Belgrado, Vlada Krasic, dopo una trasferta in Francia gli porterà l’ultimo album dei Beatles “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, e quel vinile fu il primo del quartetto di Liverpool a girare sull’etere ufficiale della Yugoslavia.

L’anno successivo, nel 1969, approda in Italia al Petrarca Padova targato Boario.

Nonostante l’icona Korać il Petrarca non riesce ad evitare la retrocessione. Per Radivoj la consolazione del titolo di miglior marcatore, ovvio. Poi tutto finì, ma Radivoj Korać non si è ritirato, non ha abbandonato la košarka, semplicemente il fato crudele ha voluto fermare in un punto esatto del tempo la storia di questo ragazzo, inseguito inconsapevolmente da un’ombra, da un velo di malinconia e da un giro di tarocchi zigani smazzati in una notte di stelle cadenti.

Il 2 giugno 1969 Korać sta guidando la sua Volkswagen lungo la strada che collega Vogošća e Semizovac, nei dintorni verdissimi e collinari di Sarajevo. Pioviggina, sta rientrando a casa dopo una partita amichevole tra la Yugoslavia e una selezione della Bosnia Erzegovina. Un sorpasso azzardato, una frenata, una sbandata, un fossato, uno schianto, le lamiere accartocciate. Eccola, dunque, la morte. La morte, in un crepuscolo di eternità.

Per decreto, da quel 1969, il 2 di giugno in Yugoslavia nessuna partita di basket si sarebbe mai più giocata.

La FIBA gli dedica una coppa incaricando delle fattezze del trofeo suo fratello Djordje, perché Djordje Korać è un artista, uno scultore. E tra tutte le pose possibili riesce a catturare l’essenza di Žućko” riassumendone in pochi centimetri cubi la leggenda.

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DRAGAN MANCE: Settembre

di REMO GANDOLFI

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“Pare che tutto nella mia vita accada a settembre.

Tanto per cominciare è il mese in cui sono nato.

A Zemun, a due passi da Belgrado.

A settembre ho fatto il mio esordio nel calcio professionistico.

E’ stato con la squadra della mia città, il Galenika Zemun.

Avevo appena compiuto 17 anni.

Sempre a settembre, l’anno dopo, mi arrivò invece la telefonata che cambiò la mia vita.

Dall’altra parte della linea c’era un dirigente del Partizan di Belgrado.

Il “mio” Partizan di Belgrado.

La squadra di cui ero perdutamente innamorato fin da bambino e per la quale da sempre sognavo di giocare … anche quando da ragazzino mi dicevano che non ce l’avrei mai fatta.

Invece quel dirigente mi stava dicendo che mi volevano al Partizan e che avevano già stretto un accordo con il Galenika.

Ero convinto, ma davvero convinto, che fosse il padre di uno dei miei amici che si era prestato ad uno scherzo nei miei confronti.

Lo sapevano tutti a Zemun che ero “malato” per il Partizan.

Invece era tutto vero.

Da quel giorno sono passati 5 anni.

Cinque anni meravigliosi nei quali sono diventato titolare della squadra, ho vinto un campionato , ho segnato tanti gol, ho giocato nelle Coppe Europee ed ho perfino esordito nella Nazionale del mio Paese.

Pochi giorni fa ho firmato il rinnovo del contratto.

Sarò del Partizan per altri 4 anni.

Come minimo.

C’erano tanti voci sul mio futuro.

Importanti club europei pronti a sborsare un sacco di soldi per il mio cartellino.

Solo che a me l’unica squadra per la quale interessa giocare ha la maglia bianconera a strisce verticali, ha i tifosi più caldi nella “Black & White KOP” e si chiama Partizan di Belgrado.

Abbiamo un’ottima squadra, siamo in grado di lottare per il titolo anche se in questa stagione i nostri grandi rivali della Stella Rossa hanno forse qualcosa in più.

Intanto ieri abbiamo vinto in campionato contro il Budocnost.

Ho segnato io il gol decisivo, su calcio di rigore, nel secondo tempo.

Ma non c’è affatto da stupirsi … ieri era il primo giorno di settembre

 

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Sono passati due giorni dalla vittoria in campionato contro il Budocnost.

A Belgrado è una splendida giornata di sole.

Dragan si prepara per uscire.

Alle 10 è previsto un allenamento.

Poco prima di uscire telefona all’amico Milan Nadoveza.

Si mettono d’accordo per pranzare insieme dopo l’allenamento.

Solo che a quell’allenamento DRAGAN MANCE non arriverà mai.

Sale sulla sua Peugeot 205.

Ha percorso si è no un paio di chilometri quando la sua auto finisce la sua corsa contro un palo della luce a bordo strada.

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Dragan muore praticamente sul colpo.

La dinamica non sarà mai chiarita in modo definitivo.

Pare che una donna abbia improvvisamente attraversato la strada e Dragan, per impedire di investirla, abbia sterzato di colpo perdendo il controllo della sua vettura.

Di sicuro c’è che Dragan stava viaggiando a forte velocità, ben oltre i limiti consentiti in quel tratto di strada.

Quello che invece è certo è che il Partizan e i suoi milioni di tifosi hanno perso quel giorno molto di più del miglior calciatore della loro squadra.

 

Dragan Mance, l’idolo, l’icona assoluta dell’altra metà di Belgrado …

In grado, da solo, di infiammare con le sue giocate la celeberrima “KOP bianconera” del Partizan.

Dragan se ne va a neppure 23 anni, molto prima di raggiungere l’apice di una carriera che sarebbe potuta diventare gloriosa.

Con il Partizan e con la Nazionale Jugoslava che in quegli anni si stava forgiando per tornare a livelli eccelsi.

Mance ne avrebbe fatto parte, insieme a Boban, a Savicevic, a Mihailovic e a tutti gli altri campioni di una nazionale che da lì a pochi anni si sarebbe disgregata … insieme a tutto il Paese vittima di una guerra assurda e spietata.

In quella stessa stagione il Partizan vincerà il campionato.

Come ricorderà l’allenatore Nenad Bjekovic “Tutti i ragazzi della squadra, in quella stagione maledetta e vincente, giocarono ben al di sopra dei loro livelli abituali”.

Perché senza Dragan, senza il più bravo di tutti, era davvero l’unico modo per farcela.

Oggi c’è una via, “Ulica Dragan Mance” che è una delle principali vie d’accesso allo stadio.

Dragan, per tutti i tifosi del Partizan, è ancora lì con loro, che li accompagna nel tragitto verso lo stadio in modo che chiunque impari a conoscere la sua storia, quella di un ragazzo che ad ogni gol scivolava sulle ginocchia verso la curva sud … quel ragazzo che nella metà bianconera di Belgrado, nessuno ha mai dimenticato.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Dragan Mance è legato ad una delle più memorabili rimonte nella storia delle competizioni europee.

Siamo nella stagione 1984-1985.

Il Partizan, dopo aver eliminato nel primo turno di Coppa Uefa i maltesi del Rabat Ajax, vengono messi di fronte agli inglesi del QPR.

Il campo in sintetico degli “Hoops” londinesi non è omologato per giocare nelle competizioni europee. L’incontro viene giocato ad Highbury, lo stadio dell’Arsenal.

E’ un autentico massacro.

Gli inglesi vincono per 6 reti a 2, anche se i gol di Klincarski e di Dragan Mance avevano portato addirittura il Partizan in vantaggio per due reti ad una.

Ma il favoloso gol di Mance (un incredibile tiro al volo da oltre 30 metri) si rivelerà decisivo.

Si, perché nel ritorno, nella bolgia dei  45.000 che avevano riempito lo stadio del Partizan, i bianconeri, guidati da un Mance incontenibile vincono per 4 reti a 0.

Alan Mullery, il manager degli inglesi disse che “in 30 anni di calcio non ho mai visto un’atmosfera del genere. L’aria sembrava piena di elettricità”.

“Non ho da recriminare nulla. Sono stati superiori a noi. Ma la partita l’avevamo già persa un ora prima di scendere in campo quando abbiamo fatto il sopralluogo. Ho visto i volti dei nostri calciatori sbiancare di paura e io stesso non mi sono mai sentito così spaventato prima di una partita di calcio”.

 

E’ il 4 giugno del 1983. Nello stadio del Partizan si gioca il derby per eccellenza di Belgrado, quello tra i padroni di casa e la Stella Rossa, che da queste parti chiamano “IL DERBY ETERNO”.

Mancano solo quattro partite alla fine del campionato.

La Stella Rossa è ormai tagliata fuori per la lotta al titolo della PRVA LIGA, che sembra ormai una questione a tre tra l’Hajduk di Spalato, la Dinamo Zagabria e proprio il Partizan di Belgrado.

Perdere un derby è sempre un disastro in una città che vive di calcio come Belgrado … ma perderlo con il rischio di consegnare il titolo agli acerrimi rivali concittadini non è semplicemente contemplabile.

Il Partizan parte fortissimo.

Dragan Mance colpisce con un colpo di testa la traversa. I calciatori del Partizan stanno ancora imprecando quando, sul prosieguo dell’azione, Varga, sempre di testa, trova il gol del vantaggio.

Ad inizio secondo tempo c’è un corner per i padroni di casa, tirato sul primo palo. C’è una spizzata di testa che taglia fuori tutta la difesa biancorossa. Appostato sul secondo palo, solo soletto, per Dragan Mance è un gioco da ragazzi mettere dentro dal limite dell’area piccola.

La partita sembra chiusa.

Il Partizan è padrone del campo.

“I Grobari”, la frangia più scatenata della tifoseria del Partizan, inizia a ballare, qualcuno completamente nudo, nella celeberrima “Kop bianconera”.

La Stella Rossa non ci sta. Si getta in avanti e a coronamento di una bellissima azione in verticale Durovic trova il gol con un gran tiro al volo dal limite dell’area.

Per qualche minuto il Partizan sembra stordito.

Tutte le certezze che sembravano incrollabili dopo il due a zero di Mance ora sono state sostituite da gambe molli e cuori spaventati.

La Stella Rossa capisce che è il momento di osare.

A consegnare loro stessi il titolo agli odiati rivali non ci pensano neppure.

Il Partizan riesce a mettere la testa fuori dalla propria metà campo con una classica azione di rimessa. La difesa della Stella Rossa sembra sufficientemente coperta quando però il loro terzino destro va inspiegabilmente a chiudere verso il settore opposto dove Vukotic è in possesso di palla.

A questo punto si apre un varco e Vukotic, con un cambio gioco quasi alla cieca, pesca in realtà Mance completamente smarcato sul settore destro della difesa biancorossa.

Mance controlla il pallone e avanza verso la porta di Stojanovic.

Ne attende con freddezza l’uscita prima di infilare con un sinistro rasoterra il portiere della Stella Rossa.

E’ il gol che mette al sicuro il risultato anche se nel finale una Stella Rossa mai doma accorcerà ancora le distanze con Milojevic.

Il Partizan vincerà quel campionato e il ventenne Dragan Mance segnerà 15 reti in 30 partite di campionato, finendo secondo nella classifica marcatori dietro Sulejman Halilovic … ma soprattutto entrando per sempre nella leggenda del Partizan di Belgrado e nel cuore dei suoi fantastici tifosi.

 

https://youtu.be/nbiTZ7NWJ5k