STAN CULLIS: Contro quei bastardi io non gioco …

di REMO GANDOLFI

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“Che si fottano”.

Queste sono le tre parole di risposta.

A pronunciarle è un giovane calciatore inglese di appena 21 anni.

Sono le parole pronunciate davanti al Comitato dei 14 Selezionatori della Nazionale inglese, poche ore prima di scendere in campo in una prestigiosa partita internazionale.

“Lo sai vero figliolo che a questo punto per te ci sarà solo un posto in tribuna ?”

Gli dice Tom Whittaker, che è colui che guida gli allenamenti ma che non ha nessun peso sulla scelta della formazione.

“Che si fottano”.

E’ la risposta, identica, del giovane difensore dei Leoni d’Inghilterra.

“Come preferisci. Vorrà dire che giocherà qualcun altro al tuo posto”.

Ma cosa può essere successo per far si che un calciatore inglese, per di più giovanissimo, decida di preferire la tribuna piuttosto che un posto tra i titolari in una importante partita internazionale con la maglia della Nazionale del proprio paese ?

Siamo nel 1938.

Per la Nazionale inglese sono anni di autoimposto embargo calcistico.

Troppo fieri (o altezzosi ?) della propria storia calcistica di inventori del più bel gioco del mondo per abbassarsi ad accettare il confronto con le altre nazioni in competizioni ufficiali. Meglio limitarsi a qualche amichevole, peraltro sempre ben remunerata economicamente.

Anche per gli ormai imminenti mondiali di Francia la decisione della Federcalcio inglese è stata chiara: “non parteciperemo”.

Neppure quando, con il celeberrimo “Anschluss” di solo un paio di mesi prima, la Germania invade l’Austria annettendola a se ed eliminando di fatto i loro ex-vicini dal prossimo campionato del Mondo per la quale gli austriaci erano regolarmente iscritti.

Il posto vacante è stato offerto proprio agli inglesi che, ancora una volta, hanno rifiutato l’invito.

Invito invece che non rifiutano per questo incontro di sabato 14 maggio dove la Nazionale inglese sta per affrontare la Germania.

Tra poche ore le due nazionali scenderanno in campo all’Olympiastadion di Berlino (quello reso celebre dalle Olimpiadi di due anni prima).

I tedeschi sono già da 5 anni sotto il regime totalitario del Partito Nazionalsocialista di Adolf Hitler e il Terzo Reich è in quel momento al massimo del consenso tra la popolazione teutonica anche grazie ad una feroce e martellante campagna propagandistica.

In quest’ottica rientra anche l’organizzazione di questa prestigiosissima amichevole nella quale Hitler e i suoi accoliti si giocano un’altra fetta importante della loro reputazione, non solo in ambito sportivo.

Le due più grandi potenze europee a confronto su un campo di calcio.

Non è, come spesso accade, SOLO una partita di calcio.

La nazionale tedesca, sotto la guida di Sepp Herberger, viene da una striscia di 16 risultati utili consecutivi e la preparazione per questo match è meticolosa.

Due settimane di intensi allenamenti nella Foresta Nera per arrivare al top per l’incontro con i maestri inglesi.

Al contrario l’Inghilterra ha appena terminato la propria estenuante stagione e il team è pieno di giovani calciatori, di grande qualità ma di relativa esperienza.

Capitano dei bianchi per quell’incontro sarà Eddie Hapgood, l’unico insieme al compagno di squadra dell’Arsenal Cliff Bastin ad avere più di 10 presenze all’attivo in Nazionale.

Poche ore prima del match arriva però uno strano “invito” direttamente dal Foreign Office inglese all’ambasciatore inglese in Germania, Sir Neville Henderson.

Come forma di rispetto verso gli anfitrioni tedeschi l’undici inglese dovrà rispondere compatto al saluto nazista al momento della presentazione delle squadre in campo.

La notizia spiazza un po’ i dirigenti inglesi ma il Comitato che gestisce la selezione non ha altra scelta che comunicare nella riunione pre-partita in albergo dove vengono decise formazione e tattica di gioco questa decisione “superiore” ai propri giocatori.

La notizia viene accolta con grande sorpresa e pare ci sia anche un certo imbarazzo sui volti dei calciatori britannici.

Ma c’è anche il silenzio più assoluto.

A rompere questo silenzio ci pensa un giovane calciatore di 21 anni che è già una colonna del  Wolverhampton Wanderers e con già un paio di presenze all’attivo nella Nazionale maggiore.

Quello che dirà lo sapete già.

Stan Cullis non giocherà quella partita.

Ne giocherà altre con la Nazionale inglese prima che lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale interromperà, a 24 anni, la sua carriera proprio nel momento in cui un calciatore sta per raggiungere la sua completa maturità psicofisica.

L’Inghilterra, davanti a 105.000 spettatori tra cui Hermann Goering, Rudolf Hess e Joseph Goebbels, vincerà l’incontro per 6 reti a 3.

Ma Stan Cullis, a differenza del Governo Britannico, dei dirigenti della Federazione Inglese e di tutti i suoi compagni di quella spedizione nella Germania nazista, sarà l’unico che potrà ancora guardare indietro a quel giorno senza vergogna.

 

https://youtu.be/jlbLHviSTPc

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Stan Cullis giocherà praticamente tutta la sua carriera nel Wolverhampton Wanderers, tanto da far dire al grande Bill Shankly, suo rivale in tante battaglie sul campo prima e dalla panchina in seguito “Un giorno ho visto sanguinare Stan Cullis. Vi garantisco … aveva il sangue giallo-oro come le maglie dei Wolves”.

 

Le sue doti di leadership erano talmente evidenti che quando Cullis nella stagione 1936-1937 prese il posto al centro della difesa del leggendario Bill Morris ne ereditò anche, a soli 21 anni, la fascia di capitano.

 

Nelle due stagioni successive Stan Cullis contribuisce in maniera determinante a trasformare i “Wolves” (i lupi) in un team di altissimo livello.

Per due stagioni consecutive lotteranno per il titolo salvo chiudere sempre al secondo posto, rispettivamente dietro Arsenal ed Everton.

Quest’ultima stagione sarà particolarmente amara per i Lupi delle West Midlands che non solo perderanno il campionato nelle ultime settimane del torneo dopo aver dominato per buona parte del torneo, ma verranno sconfitti anche nella finale di FA CUP (contro il Portsmouth) diventando la terza squadra nella storia ad “ottenere” il double horror, arrivare cioè secondi in campionato e perdere la finale di Coppa.

 

Il campionato inglese di First Division riprende nel 1946. Sette stagioni sono trascorse. Sette stagioni sacrificate al conflitto bellico. Ma le cose, per il Wolverhampton, non sono affatto cambiate.

La squadra è ancora di altissimo livello e, come avevano fatto nelle due stagioni precedenti la guerra, i “lupi” si trovano a lottare ancora per il titolo.

A contenderlo stavolta sono i Reds del Liverpool.

Per il Wolves e i suoi appassionati tifosi è una stagione straordinaria.

Sono tutti convinti che sia la volta buona: il titolo di campione d’Inghilterra, per la prima volta nella sua storia, finirà tra le mani dei giallo-oro delle West Midlands.

A rendere epico questo finale di campionato ci si mette pure il calendario che proprio all’ultima di campionato mette di fronte proprio Wolverhampton e Liverpool.

La classifica sorride ai “Lupi” che hanno un punto di vantaggio sui Rossi del Merseyside e hanno anche una migliore differenza reti.

Insomma, due risultati utili su tre.

E in più si gioca al Molineux, la tana del Wolverhampton davanti a quasi 51.000 spettatori.

Il Wolverhampton però è contratto, nervoso e con le idee confuse.

Il timore di cadere ancora sull’ultimo ostacolo è evidente.

Il Liverpool nel primo tempo domina l’incontro.

Si porta prima in vantaggio con Balmer ma la rete del definitivo k.o. arriva a pochi minuti dal termine del primo tempo.

C’è un lungo rilancio del portiere del Liverpool Sidlow sul quale si avventa il numero 9 dei Reds Stubbins. Si lancia verso la porta avversaria.

Stan Cullis lo affronta.

Stubbins tocca la palla in avanti anticipando di un soffio l’intervento del capitano del Wolverhampton.

Poco male.

Per Stan sarebbe sufficiente frapporsi tra l’attaccante del Liverpool e il pallone, spostandolo quel tanto che basta per fargli perdere l’equilibrio.

Una punizione a quasi 30 metri dalla porta e forse un richiamo ufficiale da parte dell’arbitro.

Ma Stan Cullis non fa niente di tutto questo.

Stubbins lo supera in velocità, raggiunge il pallone e poi fulmina Williams, il portiere dei Wolves, con un secco rasoterra.

Si rivelerà il gol decisivo, non solo del match ma del campionato intero.

Nel secondo tempo infatti il Wolverhampton accorcerà le distanze con Dunn ma non riuscirà a segnare il gol del pareggio.

Saranno in tanti quelli che rimprovereranno a Cullis la sua passività in quella giocata che, di fatto, ha deciso una intera stagione.

Qualche giornalista a fine partita avrà addirittura l’ardire di chiedergli del perché non fosse ricorso al fallo in una azione così determinante.

“Semplice” fu la risposta di Stan Cullis.

“Perché non voglio essere ricordato come colui che ha permesso ai Wolves di vincere il primo titolo della propria storia con un gesto sportivamente disonesto”.

E in questa frase c’è DAVVERO tutto Stan Cullis.

 

Questa sarà anche l’ultima occasione per Stan Cullis di conquistare il titolo con i suoi amati Wolves.

All’inizio della stagione successiva arriva infatti un brutto infortunio contro il Middlesbrough che, a soli 30 anni, lo costringerà al ritiro dall’attività agonistica.

 

Al Wolverhampton Wanderers Football Club però sono tutti perfettamente consci che il “sapere calcistico” e il carisma di Stan non possono essere sprecati.

E così esattamente un anno dopo, nel giugno del 1948, Stan Cullis diventa il nuovo manager dei Wolves, a soli 31 anni di età.

Sarà colui che riscriverà la storia di questo Club trasformandolo per oltre un decennio in una delle squadre più forti d’Inghilterra (trionfando in tre campionati e due FA CUP) e d’Europa.

Si, d’Europa.

Perché Stan Cullis sarà così lungimirante e “avanti” da capire che è giunto il momento per i club britannici di uscire da quell’assurdo auto-isolamento che si sono imposti da sempre.

E così al Molinuex, uno dei primi stadi inglesi a munirsi di illuminazione per le partite serali, nel giro di pochi anni scesero in campo alcune delle più grandi squadre di Club europee.

Celeberrima a tal proposito la partita disputata con la grande Honved di Ferenc Puskas, Sandor Kocsis e Zoltan Czibor.

La partita si disputa il 13 dicembre del 1954.

E’ passato poco più di un anno da quando la grande Ungheria fece a pezzetti con un perentorio 6 a 3 la nazionale inglese sul suo sacro suolo di Wembley.

Si gioca in notturna e il secondo tempo, novità assoluta per l’epoca, viene trasmesso in diretta dalla BBC.

Quando gli appassionati di calcio del Regno Unito si mettono davanti al televisore per assistere ai secondi 45 minuti, l’Honved è già in vantaggio per due reti a zero, segnate da Kocsis e Machos nel primo quarto d’ora di gioco.

Quello che non hanno potuto vedere è stata una autentica esibizione di calcio da parte degli ungheresi, la cui creatività, tecnica e organizzazione di gioco è risultata inarrivabile per il pur fortissimo team inglese.

Nel secondo tempo sono in molti quelli che si collegano per ammirare le gesta dei grandi campioni magiari. Quello che non posso invece attendersi è una ripresa dominata in maniera netta ed autoritaria dai giallo-oro, che prima accorciano le distanze con un calcio di rigore di Hancocks e poi completano la rimonta con due gol in tre minuti del centravanti Swinbourne.

Ma cosa è successo ? Come è stata possibile una simile trasformazione ?

Stan Cullis nell’intervallo capisce che così non c’è partita e che anzi, continuando in questo modo c’è il rischio di una disfatta peggiore di quella subita a Wembley dalla Nazionale nell’anno precedente.

Due sono le sue mosse: la prima è quella di scavalcare il loro centrocampo con lanci lunghi verso i 4 attaccanti (due centrali e due esterni) bypassando così la fortissima linea mediana ungherese.

La seconda è ancora più concreta: Cullis da istruzione agli inservienti, ai raccattapalle e ai ragazzi delle giovanili di inzuppare letteralmente d’acqua il terreno di gioco, in modo da attenuare il grande divario tecnico tra le due squadre.

Racconto confermato da Ron Atkinson, grande allenatore inglese degli anni ’80 e ’90 (WBA, Manchester United e Aston Villa tra le altre) che quel giorno partecipò insieme a diversi compagni di squadra delle giovanili all’operazione “acquitrino” nell’intervallo del match.

Uno fra i milioni di spettatori che nel Regno Unito assisterono a quel match, facendolo poi innamorare del Wolverhampton, fu un bambino di 8 anni, di Belfast, Irlanda del Nord.

Il suo nome era George Best.

 

https://youtu.be/EYFrfPVG7Zs

 

 

Infine, nessuno meglio del grande Bill Shankly, ha saputo riassumere Stan Cullis in un pensiero.

“Anche se Stan sapeva essere molto irascibile e a volte perfino oltraggioso, era una persona  buonissima d’animo e generosa. Una di quelle che a un amico avrebbe dato il suo ultimo penny. Amava i Wolves, avrebbe dato la vita per loro ma soprattutto era una persona di una intelligenza ben al di sopra della media che avrebbe avuto successo in qualsiasi cosa avesse scelto di fare. Da quando è stato inventato il calcio mi viene difficile pensare ad una persona migliore di lui”.

 

Stan Cullis, l’uomo che si rifiutò di piegarsi ai nazisti.

 

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Perché ci hanno bombardato ?

di SIMONE GALEOTTI
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“I Balcani producono più storia di quanta ne possano digerire”
“Ci fotte la guerra che armi non ha, ci fotte la pace che ammazza qua e là, ci fottono i preti i pope i mullah, l’ONU, la NATO, la civiltà”
Devo aspettare Goran, la mia guida. Intanto Belgrado, la “Città Bianca”, mi accoglie in un giorno di tiepido sole primaverile. Goran è un gigante, un tipo strano, buono, vociante, parla un ottimo inglese e rammenda discrete frasi in italiano. Cittadini sotto ogni cielo.
“Perché ci hanno bombardato?”.
La domanda nell’abitacolo dell’auto tornerà più volte in questi quattro giorni passati tra poeti, ristoranti, musicanti e passeggiate silenziose. La guerra che ha frantumato la Jugoslavia è passata dalla cronaca a quel limbo che sta tra il passato e la storia, ora abbiamo altri conflitti negli occhi e sembra che di quella lotta feroce e a tratti incomprensibile sia rimasto solo un fantasma che viene di notte a toccarti una spalla:
“Perché ci hanno bombardato?”.
Belgrado città rattoppata con molte crepe ancora aperte e visibili. Belgrado città chiara col suo bellissimo ponte tinteggiato, i palazzi che parlano di una capitale satellite dell’ex impero sovietico. Belgrado città marchiata nell’ etnia dall’ antica presenza ottomana e da quella slava del nord. “I salari medi – dice Goran- sono inferiori ai vostri 500 euro mensili ma il costo della vita è decisamente superiore. Siamo un miscuglio sociale con un’urbanizzazione crescente e una distonica alternanza fra i quartieri esclusivi di Vracar e Dedinje, o lo splendido Dorcol, e quartieri dormitorio tipo Banovo Brdo fino a vere e proprie baraccopoli. Per il resto è stato portato avanti un lavoro di riconciliazione, sai, due fiumi, due alfabeti… Adesso è una capitale di un piccolo Stato, ma è stata capitale di un grande e composito Stato, anzi, di uno Stato fasullo, esploso dopo la fine del regime di Tito per l’emergere di tensioni covate a lungo e per l’incapacità politica di gestire le differenze, noi abbiamo picchiato duro, Slobodan Milosevic è diventato nell’immaginario occidentale l’incarnazione del male. Le cronache di quei mesi parlano di violenze efferate, di esodi, di deportazioni ma le contro- rappresaglie contro di noi sono state altrettanto dure”.
Ivo Andric, premio Nobel serbo-croato racconta nel suo romanzo, “Il ponte sulla Drina”, le efferatezze che da queste parti si sono compiute nei secoli passati. Racconta del ponte che ha sempre legato popoli vicini e lontani.
Bizzarra fatalità di questa terra di uomini malinconici e allegri che ti offrono vino e hanno occhi sinceri. Sul fiume, sotto il grande ponte, c’è un ristorante, si chiama “Stenka”. È un posto stravagante. Lo anima Rada, una donna violentemente bella dagli occhi scuri e un dolore piantato come un pugnale nell’anima. È una filologa di valore ma ha voluto dedicarsi alla poesia fuori dalle Università. Intorno a un camino ci sono sempre ottime zampette di maiale in salsa di rafano per gli scrittori senza il becco di un quattrino. È la sua vera accademia, abitata da poeti e da suonatori di musica zingara. Si canta, si balla, si pensa in versi. Nel ristorante di Rada si sentono stornelli nostalgici portati dal vento che qui chiamano “Košava”. Nella città bianca non ci sono solo due fiumi e due alfabeti ma se sei sportivo (ed è praticamente impossibile non esserlo considerando l’accezione deformabile del termine includente un semplice tiro di dadi…) ti porti sulle spalle due destini paradossali: aver vinto le ultime coppe più importanti d’Europa mentre tutto cominciava a sfaldarsi.
“Perché ci hanno bombardato?”.
Goran ama il basket e tifa Partizan, è un “grobaro”, il soprannome significa becchini e venne coniato dai rivali della Stella Rossa perché le uniformi dei giocatori ricordavano quelle degli addetti alle sepolture. La sezione pallacanestro venne fondata nel 1945 e inizialmente giocava all’aperto sotto le mura della Fortezza di “Kalemegdan” dove oggi il club ha costruito due splendidi playground utilizzatissimi per i tornei estivi. “Come risposta a questo nomignolo, -mi dice Goran bevendo un sorso di “Zaječarsko” -, noi del Partizan a quelli della Crvena gli abbiamo affibbiato il nomignolo di “Cigani” perché potevano contare su molti sostenitori di etnia Rom”.
A dire il vero gli ultras della Stella Rossa si proclamano “Delije” che sta per eroi ma meglio non stuzzicare i fanatismi del derby “eterno.
Da Piazza Slavija, si sale verso Piazza della Repubblica e infiliamo dritti Bulevar Despota Stepana e in breve siamo davanti al glorioso “Pionir” (oggi Hala Aleksandar Nikolić). Pochi passanti, qualche albero, assenza apparente di calore umano, scritte fatte con lo spray qua e là sui muri e un palasport che comincia ampiamente a mostrare i suoi quasi cinquant’anni d’età.
“Perché ci hanno bombardato?”.
Là dentro, nel 1992, dopo la partenza di Divac, Paspalj, Grbović, e Savović, il Partizan basò la stagione su un nucleo giovane, senza stranieri, le cui stelle erano il ventiquattrenne Aleksandar “Sale” Djordjevic (o meglio Đorđević) e il ventunenne Predrag “Sasha” Danilović, uniti a una combinazione di buon talento creata dai vari Mladjan Silobad, Igor Perović, Vladimir Dragutinović e Zoran “Stragi” Stevanovic. Su Danilović, Goran apre al sentimento. “Lui era nato a Sarajevo da una famiglia di origine serba, moro, lungo, magro, si fece le giovanili nel Bosna ma quando si trattò di passare alla prima squadra essendo tifoso viscerale del Partizan desiderava venire a Belgrado a tutti i costi e scoppiò una lite per il suo cartellino tanto che venne squalificato e per un po’ se ne andò negli Stati Uniti a Cookeville nel Tennessee”.
Alla guida della squadra venne nominato Željko Obradović al suo esordio da tecnico. A causa dell’inasprirsi della situazione politica, la FIBA costrinse le squadre jugoslave a disputare le partite casalinghe fuori dai confini e il Partizan nell’ossimoro obbligato scelse di disputare gli incontri “interni” nel sobborgo madrileno di Fuenlabrada. Il fortino in terra iberica tenne alla perfezione e il Partizan si qualificò per i quarti al meglio delle tre partite in cui, abbastanza inverosimilmente, la federazione a un paio di giorni di distanza dal match, autorizzerà il Partizan a giocare dentro un “Pionir” tremolante di passione e fierezza.
“Perché ci hanno bombardato?”
L’avversario fu la Virtus Bologna e Danilović, dopo aver saltato la prima gara che i compagni fecero loro 78-65, è della partita in Italia ma i suoi 19 punti non furono sufficienti a scongiurare la sconfitta di misura che rimandò la qualificazione allo spareggio. E “Sasha “, contro la squadra che qualche mese dopo lo metterà sotto contratto, farà i fuochi d’artificio firmando il 69-65 che valse l’accesso alla Final Four programmata alla Abdi İpekçi di Istanbul. A proposito di “Sasha”. Goran sorride perché ci tiene a far presente che fra Danilović e Djordjevic il vero “Sasha” sarebbe il secondo: “ Quando arrivò da voi in Italia, insieme alla bella moglie Seka, avete cominciato a chiamarlo “Sale”. Djordjevic è un belgradese purosangue, un playmaker classico, acuto, intelligente, suo padre Bratislav è stato un campione altrettanto famoso se non di più.”
Effettivamente sua moglie era davvero bellissima tanto che la “fossa” gli dedicò un coretto, poi la Fortitudo congederà Djordjevic rapidamente quanto scioccamente, affidandosi al ragioniere John Crotty.
“Perché ci hanno bombardato?”
E quando lo dice Belgrado mi appare improvvisamente introversa, smarrita, a vent’anni di distanza dalle bombe NATO.
In Turchia il Partizan ritroverà Milano, col marchio Philips, già due volte battuta nella fase a gironi, che si avvaleva del gigantesco Darryl Dawkins, del cannoniere Antonello Riva e dell’energia di Riccardo Pittis. Il 14 aprile i belgradesi rinnovarono l’appuntamento con la vittoria, 82-75, trascinati da un Danilović incontenibile che promuoverà il Partizan all’atto decisivo in opposizione agli spagnoli della Juventut di Badalona di Lolo Sainz con il quintetto in neroverde formato da Corny Thompson, Jordi Villacampa, Harold Pressley e i fratelli Rafael e Tomas Jofresa.
Al quarto minuto dell’ultimo spicchio di partita i catalani conducono 65-68. Ad un minuto dalla sirena però una tripla di Danilović rimise in corsa i “grobari”. Poi il cardiopalma: Tomás Jofresa portò palla penetrando nel pitturato e fece partire un tiraccio sbilenco che rimbalzò sul ferro ma in qualche modo finì dentro: Badalona 70- Partizan 68 e dieci secondi più spiccioli da giocare. Djordjevic chiamò subito il pallone e dalla propria metà campo entrò in quella avversaria, fermandosi ad un niente dalla linea dei tre punti in posizione angolata e da lì scoccò il colpo sbilanciandosi leggermente a destra forse perché nella preghiera ortodossa si parte da quel lato per farsi il segno della croce. Tomás Jofresa che lo marcava non saltò sbilanciato dal brusco stop del belgradese, nemmeno Morales, lo spagnolo più vicino, saltò. Il tiro del figlio del grande “Bata” partì a quattro secondi esatti dalla sirena. I dodicimila del palazzetto turco trattennero il respiro seguendo la parabola della sfera. Canestro, si canestro. Partizan 71- Badalona 70. Incredulità, tripudio, e nell’inconscio, per un attimo, tutto si amalgamò formando strani contrasti dove s’intrecciavano minuscolo e grandioso come nei ricordi d’infanzia, quando la realtà pare brillare, vivificarsi di colori. E invece il 27 aprile 1992, pochi giorni dopo quella finale nacque la Repubblica Federale di Jugoslavia (Savezna Republika Jugoslavija) formata da Serbia e Montenegro. La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (Socijalistička Federativna Republika Jugoslavija) era ormai un ricordo.
“Perché ci hanno bombardato?”.
Rifletto. “Credo che qualunque risposta non avrebbe senso per te”. Goran mi guarda e dice pacato: “Umirati u lepoti”, sai cosa significa? – “No Goran” – “Significa morire nella bellezza”. E ripartiamo mentre il sole cala dietro le larghe guglie di San Sava.

ALVISE ZAGO: Il talento e la sfortuna.

di REMO GANDOLFI

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E’ il 9 ottobre 1988.

Si gioca la prima partita del campionato di Serie A.

Al Comunale di Torino i granata ospitano la Sampdoria, una delle squadre emergenti nel panorama del calcio italiano.

Vialli. Mancini, Vierchwood, Pagliuca, Cerezo, Chiesa … tutti calciatori di grande qualità e portati a Genova dall’ambizioso e altrettanto facoltoso presidente Paolo Mantovani.

Il Torino viene da una buonissima stagione, chiusa al settimo posto, ma ci sono molte perplessità in merito alla campagna trasferimenti dell’estate appena conclusa.

Tony Polster e Antonio Crippa vengono, nonostante le promesse della dirigenza, ceduti nel mercato estivo, così come il forte difensore Corradini.

Al loro posto arriva un forte attaccante brasiliano Muller, lo slavo Skoro e un altro brasiliano, il centrocampista Edu.

Sulla panchina del Toro siede Gigi Radice, l’uomo che poco più di 10 anni prima plasmò quella meravigliosa squadra capace di vincere uno scudetto fantastico e di sfiorarne un secondo, arrivando ad un solo punto della Juventus nonostante i 50 punti conquistati.

Il Torino del Presidente Gerbi non ha certo le risorse economiche della grandi del campionato ma come da sempre nella gloriosa storia del Club della Mole c’è la possibilità di attingere a piene mani dal settore giovanile più prolifico del Paese grazie al quale sopperire alle stagioni più difficili.

Roberto Cravero, Giorgio Bresciani, Diego Fuser sono solo alcuni dei tanti ragazzi della prima squadra forgiati in quegli anni dalle sapienti cure di Sergio Vatta, Responsabile del Settore Giovanile del Toro e capace, come nessuno di scovare e crescere giovani talenti.

Uno di questi è pronto oggi per il suo esordio in Serie A.

Si chiama Alvise Zago, ha 19 anni ed è la “Joya” (come direbbero in Argentina) il gioiello del settore giovanile granata.

Gigi Radice, dopo averlo aggregato alla prima squadra durante la preparazione estiva, non ha un solo dubbio al mondo: Alvise Zago è pronto per prendere in mano le redini del gioco del suo Torino.

Sarà lui, con la casacca numero 10 sulle spalle, ad agire nella metà campo avversaria cercando di innescare gli attaccanti granata.

Alla visione di gioco, alla capacità di saltare l’uomo in dribbling e ad una tecnica raffinata Zago unisce una grande predisposizione al lavoro, una grande voglia di imparare ed una professionalità sempre più rara nei ragazzi della sua età.

Qualcuno in realtà ne mette in dubbio “il cuore”, quella grinta e quella “cattiveria” agonistica che sono qualità imprescindibili per vestire la maglia di questo glorioso ed “unico” club.

Ma è lo stesso Vatta a zittire tutte le cassandre.

“Gli attributi di un calciatore non si vedono solo dalla foga con cui insegue un avversario o si lancia in un tackle. Si vedono anche e soprattutto quando un giocatore non ha paura a chiedere sempre la palla anche nei momenti più critici e delicati di una partita quando magari a tanti altri la palla sembra “scottare” tra i piedi.

Alvise è uno che in campo non si nasconde mai.”

Ci sono altre due peculiarità che colpiscono in questo ragazzo di Rivoli, paese della cintura Torinese.

La prima è uno stile di corsa un po’ particolare, con i piedi aperti “a papera” che viene parzialmente corretto da sofisticati plantari.

L’altro, assai più importante, è una grande abilità nel gioco aereo, caratteristica non certo comune a calciatori del suo ruolo e soprattutto in atleti come Alvise che non arrivano al metro e ottanta di altezza.

L’esordio con la Samp non è fortunato.

Il Torino soccombe per tre reti a due ma Zago fa in pieno la sua parte.

La sua posizione nell’undici titolare non sarà mai messa in discussione.

Si arriva così al 4 dicembre del 1988.

Il Torino sta perdendo per una rete a zero l’incontro interno con il Verona.

A portare in vantaggio gli scaligeri dopo pochi minuti dal fischio di inizio e il giovane attaccante argentino Caniggia.

Il Torino viene dalla bella vittoria in trasferta all’Olimpico contro la Roma e un risultato positivo oggi potrebbe proiettare il Toro verso posizioni di prestigio.

Il Verona chiude con facilità tutti i varchi per tutto il primo tempo e anzi, l’attacco a tre punte schierato dagli scaligeri (Pacione, Galderisi e Caniggia) crea diversi grattacapi alla difesa granata.

Manca ormai meno di un quarto d’ora alla fine quando al Torino viene concesso un calcio di punizione dalla sinistra.

Skoro calcia di destro a rientrare e nonostante l’area sia ben presidiata dai gialloblu veneti c’è un giocatore con la maglia granata che riesce a prendere il tempo meglio di tutti gli altri e a impattare la palla di testa mandandola in fondo alla rete difesa da Cervone.

Questo qualcuno è proprio Alvise Zago che immediatamente dopo corre, ebbro di gioia, verso la curva Filadelfia, la “sua” curva dalla quale ha assistito a decine e decine di partite del Toro.

E’ il suo primo gol in Serie A.

https://youtu.be/HjPspsjT4qo

Di lì a poche settimane il Commissario Tecnico della Nazionale Under 21 Cesare Maldini lo convocherà per la sua prima partita in azzurro.

Alvise Zago è ormai molto di più della semplice promessa sbocciata poco più di un anno prima al Torneo di Viareggio vinto proprio dal Toro di Sergio Vatta che nelle sue file annoverava tra gli altri anche Diego Fuser e Giorgio Bresciani (capocannoniere del torneo).

Il girone di andata si chiude con un Torino risucchiato però nei bassifondi della classifica anche se la posizione di Alvise in seno alla squadra non è mai messa in discussione.

Si arriva così al 21 febbraio 1989.

Per il Torino, che si appresta a giocare a Marassi contro la Sampdoria la prima partita del girone di ritorno, si prospetta una trasferta difficile.

Il Torino da qualche settimana ha cambiato allenatore, come sempre accade in questi casi.

Gigi Radice è stato rimpiazzato da Claudio Sala, l’indimenticato “poeta del gol” e protagonista in campo di quel Torino che proprio sotto la guida di Radice era tornato ai vertici del calcio italiano.

Come detto, per Alvise Zago non è cambiato nulla.

Titolare inamovibile con Radice, titolare inamovibile con Claudio Sala.

I Blucerchiati sono lanciatissimi nelle prime posizioni della classifica e hanno chiaramente i favori del pronostico.

Il Torino, e Zago, non hanno alcuna intenzione di fare da “sparring-partner” per lo squadrone di Vialli e compagni e dopo pochi minuti di gioco è proprio Alvise Zago a portare in vantaggio i granata.

E’ il suo secondo sigillo in Serie A e stavolta in un match di cartello.

La Samp reagisce a testa bassa e si riversa nella metà campo granata.

Dopo neppure venti minuti sul cronometro però accade qualcosa.

Qualcosa che per la sua dinamica “spiazza” e spaventa.

C’è un pallone che viene allontanato dal cuore dell’area granata.

La palla è alta ed è qualche metro oltre la linea dei sedici metri dalla porta del Toro.

Zago salta per prolungare la traiettoria e allontanare ulteriormente il pericolo.

Sullo stesso pallone arriva però con veemenza anche Victor, il centrocampista spagnolo dei blucerchiati.

L’impatto tra i due è terribile.

Entrambi cadono a terra in maniera innaturale dopo lo scontro.

E a terra ci rimangono.

Quello che desta maggiori preoccupazioni nell’immediato è Victor che rimane a terra immobile a faccia in giù.

Ma un attimo dopo sono le urla di Alvise che attirano l’attenzione di compagni e avversari.

Alvise si tiene il ginocchio destro fra le mani e i primissimi compagni che lo soccorrono si rendono immediatamente conto della gravità.

E mentre Victor riprende piano piano conoscenza sono i compagni di Zago a sbracciarsi per attirare l’attenzione dei sanitari.

Il ginocchio destro di Zago nel toccare terra dopo lo stacco aereo sbilanciato dall’impatto con lo spagnolo, ha avuto un movimento tutt’altro che naturale.

Si teme subito per il legamento crociato che, nonostante i grandi progressi della chirurgia degli ultimi anni, rimane ancora lo spauracchio per praticamente tutti gli atleti professionisti.

Quando il giorno successivo arriva il responso dei medici però nessuno aveva messo in conto la gravità dell’infortunio del talentuoso ragazzo di Rivoli.

Rottura di ENTRAMBI i legamenti (anteriore e posteriore) e della capsula articolare.

Un ginocchio distrutto insomma.

Si parla di tempi di recupero lunghissimi.

Un anno di stop … probabilmente di più.

Ma sono anche in molti a temere il peggio e cioè che la carriera di Alvise Zago si arrivata al capolinea quel giorno maledetto a Marassi, alla sua 17ma partita in Serie A.

Alvise Zago non è uno che molla.

Il calcio ce l’ha nel sangue, non prende neppure in considerazione l’idea di un futuro senza dare calci ad un pallone.

Alvise tornerà su un campo di calcio.

Esattamente un anno e mezzo dopo.

Lo farà in Serie B, con la maglia del Pescara addosso, in prestito dal “suo” Torino.

Sarà una stagione più che dignitosa, arricchita da 5 reti in una ventina di partite.

Il Torino lo osserva, lo aspetta e continua a sperare.

In fondo era proprio a lui a cui era stata affidata la maglia numero 10, quella che fu di Valentino Mazzola … quella che il meraviglioso popolo granata si aspetta di vedere sulle spalle di quel ragazzo cresciuto nelle giovanili per almeno una decade.

Al Torino rientra brevemente ma ha bisogno di giocare, di mettere minuti nelle gambe e di ritrovare completamente se stesso e il ritmo partita.

Altro prestito, stavolta al Pisa, e altra stagione discreta.

Poi, finalmente, nel 1992 Alvise torna a casa.

Emiliano Mondonico lo aggrega alla prima squadra.

Lo mette in campo in una dozzina di partite … prima di arrendersi definitivamente al fatto che ALVISE ZAGO non tornerà mai più ad essere quello degli esordi e non diventerà mai quel campione su cui tutti erano pronti a scommettere … Sergio Vatta, Gigi Radice, Cesare Maldini e Azelio Vicini.

Verrà ceduto al Bologna dove giocherà un pugno di partite e poi sempre più giù, sempre più lontano da quei palcoscenici che sarebbero stati suoi di diritto per tante e tante stagioni.

Nola, Saronno, Varese, Seregno e Meda.

Per finire i suoi giorni di calciatore nella sua Rivoli, contribuendo in maniera determinante a portarla dalla Eccellenza alla Serie D.

A 35 anni, nel 2004, Alvise ha detto basta con il calcio giocato.

Ora lavora con i ragazzi, a cui trasmette il suo grande sapere con la sua grande modestia e simpatia, esattamente le stesse di quando giocava in Serie A e si emozionava ogni volta che gli mettevano un microfono davanti alla bocca.

Chi lo ha conosciuto ne parla come di un uomo sereno e realizzato, senza rimpianti.

Felice di essere tornato ad infilarsi gli scarpini e di poter tornare a correre su un campo di calcio dopo quel terribile giorno di febbraio del 1989.

“In fondo mi ritengo fortunato. Ho fatto comunque il lavoro che mi piaceva e ho conosciuto tante brave persone e tante realtà diverse. E alla fine ho capito che fare gol è sempre un’emozione fantastica … ed è la stessa identica sia che tu giochi a San Siro, all’Olimpico o a Cinisello Balsamo !”

Queste sono le sue parole, ripetute in più di un’intervista … lasciando ad altri la risposta più difficile “Chi sarebbe potuto diventare Alvise Zago ?”.

 

GRAEME LE SAUX: Più forte dell’ignoranza.

di REMO GANDOLFI

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Iniziò tutto con una battuta.

Stupida, ma non diversa dalle centinaia di battute stupide che vengono “sparate” negli spogliatoi di una squadra di calcio a tutte le latitudini del globo terrestre.

Ragazzi di 20 anni o poco più, sempre intenti a mostrare i muscoli, la loro virilità e mascolinità.

Graeme Le Saux all’epoca ha 22 anni e da un paio di stagioni si è ritagliato un posto da titolare nel Chelsea.

Gioca da terzino sinistro.

E’ un giocatore mancino con un eccellente tocco di palla, è rapido nei recuperi difensivi e molto bravo a supportare l’azione offensiva dei “Blues”.

Dai suoi cross sono nati diversi gol, specialmente per la testa di Kerry Dixon, il forte centravanti del Chelsea, e Graeme è già un beniamino dei tifosi di Stamford Bridge.

Graeme Le Saux è un calciatore sui generis.

Ha studiato, ha raggiunto il diploma e ha perfino dato qualche esame all’Università prima di mettere anima e corpo nella professione di calciatore.

Veste molto casual e non gliene frega nulla di vestiti firmati e fuoriserie dalle 50.000 sterline in su.

E, cosa che lo rende quasi una mosca bianca nel troglodita mondo del calcio inglese del periodo, ama leggere e informarsi.

Arriva all’allenamento leggendo il GUARDIAN, quotidiano progressista di approfondimento quando i compagni, quando va bene, leggono tabloid per massaie come il SUN o News of the World.

Ama i negozi di antichità e le gallerie d’arte quando il 99% dei calciatori inglesi non sa andare oltre il Pub o il proprio bookmakers.

Insomma … è un calciatore diverso.

Le battute nei suoi confronti sono sempre molto taglienti ma non trascendono comunque mai dal rispetto per un compagno di squadra che, semplicemente, ha un po’ più di spessore degli altri.

Poi un giorno accade qualcosa.

Siamo nell’estate del 1991, nei primissimi giorni di ritiro in vista della nuova stagione.

Nelle settimane precedenti Graeme Le Saux ha girato l’Europa.

Non andando in giro per spiagge famose e locali alla moda.

Ha visitato città d’arte e musei.

In Francia, in Belgio e in Olanda.

Con lui un compagno di squadra con il quale, come succede in ogni squadra del mondo, ha stretto un rapporto di amicizia.

E’ Ken Monkou, che gioca da difensore centrale.

E’ un ragazzone nero, di 190 centimetri, arrivato dal Feyenoord al Chelsea anche lui come Le Saux all’inizio della stagione precedente.

I calciatori si stanno cambiando in vista dell’allenamento che inizierà da lì a pochi minuti quando ad uno di loro non viene in mente di fare una domanda.

Di quelle stupide, da spogliatoio appunto.

“Ehi Graeme, ma com’è dormire in tenda solo soletto con Ken Monkou ?”

Forse basterebbe una risata, una “controbattuta” o magari anche solo un sorriso o un’alzata di spalle.

E invece, come ricorda lo stesso Le Saux “mi sono sentito offeso da quel commento idiota e ho replicato stizzito a quella battuta idiota.”

Fu un grave errore.

“E’ stato come mostrare il sangue a delle belve ferite” ricorda Le Saux.

“Le battute hanno iniziato a moltiplicarsi, offendendo me e tirando in ballo Ken, che all’epoca aveva già il suo bel daffare a sopportare i tanti razzisti che ancora frequentavano gli spalti.”

Nel giro di poche settimane “lo scherzo” era uscito dallo spogliatoio del Chelsea e come la famosa pallina di neve era diventato ormai una valanga.

“LE SAUX E’ OMOSESSUALE”.

Equazione facile e stuzzicante per il mondo omofobo del calcio e per gli spalti degli stadi inglese dove il “thug” (il teppistello violento e ignorante) era quanto mai di moda.

La situazione ben presto degenera.

I cori e gli sberleffi sui presunti gusti sessuali di Le Saux prima partono da 40-50 “morons” (come chiamano da quelle parti gli idioti irrecuperabili) per diventare migliaia nel giro di poche settimane.

C’è un momento in cui Graeme pensa addirittura di smettere con il calcio.

E si arriva al 7 settembre del 1991.

Non sono passati neppure due mesi dallo stupido scherzo negli spogliatoi.

Si gioca uno dei tanti derby di Londra.

Contro il Chelsea c’è il West Ham.

Si gioca all’Upton Park, in casa degli Hammers.

Sulle note di “People go west” dei Village People sono in migliaia i tifosi del West Ham che cantano “Le Saux takes it up the arse” (Le Saux lo prende nel c..o)

Graeme Le Saux è a pezzi.

Anche difendersi non è facile.

Farlo con troppa veemenza potrebbe far credere che davvero per lui sia un’offesa insopportabile e, da persona sensibile e intelligente, teme di offendere chi gay lo è davvero.

Graeme decide di dare fondo alle sue risorse di coraggio e soprattutto di dignità.

Va in campo, si concentra sul calcio e cerca di ignorare cori, insulti e offese.

Gioca talmente bene che arriva addirittura in Nazionale, facendo il suo esordio nel 1994, quando è già un giocatore del Balckburn, con il quale vincerà nella sua seconda stagione ad Ewood Park, il titolo di campione d’Inghilterra.

I tempi stanno pian piano cambiando ma il tormentone su Graeme Le Saux non si placa mai del tutto.

Nel periodo al Blackburn c’è addirittura una scazzottata IN CAMPO con il compagno di squadra David Batty.

Sono in molti a ritenere che nel momento più caldo della “discussione” tra i due la parola “poof” (finocchio) sia uscita dalla bocca di Batty anche se Graeme ha sempre negato questo.

Quello che è impossibile da negare accade il 27 febbraio del 1999.

Si gioca Chelsea vs Liverpool allo Stamford Bridge.

Graeme Le Saux è tornato da un paio di stagioni al Chelsea.

Ci sono voluti 5 milioni di sterline, cifra importante per quei tempi, per riportare Graeme a Stamford Bridge dove a volerlo a tutti i costi da Ruud Gullit, manager dei Blues.

Robbie Fowler, centravanti del Liverpool, entra con decisione su Le Saux.

E’ un chiaro calcio di punizione.

Le Saux si appresta a batterlo quando Fowler si pone a pochi metri dal pallone,

L’attaccante dei Reds gira la schiena a Le Saux, si piega in avanti e portando le mani al sedere grida al terzino del Chelsea “Come on and give me one up the arse.” (forza dai, dammelo nel c..o).

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La scena provoca le risate del pubblico di Stamford Bridge ma Le Saux non ne è certo impressionato.

Segnala la cosa alla terna arbitrale e si rifiuta di calciare la punizione fin quando non verranno presi provvedimenti nei confronti di Fowler.

L’unico per cui vengono presi provvedimenti è invece Le Saux che viene ammonito per aver ritardato la ripresa del gioco.

A quel punto Le Saux perde il controllo.

Cerca una (comprensibile ?) vendetta nei confronti del bulletto cresciuto nei Docks di Liverpool.

Rifila a Fowler una gomitata mandandolo lungo disteso e poi lo scalcia ad ogni occasione.

Fowler rimarrà in campo ma sarà Le Saux ad uscire, saggiamente sostituito da Gianluca Vialli che ha capito che al suo giocatore sono ormai saltati i nervi.

Nessuna scusa ufficiale da nessuno.

Dalla Federazione arriverà una giornata di squalifica per Le Saux e due per Fowler.

I due si incontreranno poche settimane dopo, entrambi convocati nella Nazionale inglese di Kevin Keegan che si offrirà di fare da pacere ai due, con tanto di fotografie e strette di mano.

Robbie Fowler diserterà l’incontro al contrario di Le Saux pronto invece a chiudere l’episodio.

E’ passato poco più di un anno dalla tragica morte di Justin Fashanu (di cui vi abbiamo raccontato in questa rubrica) avvenuta nel maggio del 1998.

Fashanu, l’unico calciatore inglese in attività ad avere avuto il coraggio di fare outing … pagando questo coraggio con un prezzo assurdo: la sua stessa vita.

Graeme Le Saux ha continuato a giocare a calcio, sempre ad altissimo livello, fino al 2005.

Nel 2007 è uscita la sua autobiografia (Left Field: A Footballer Apart) dove, con molta onestà, sconsiglia caldamente calciatori professionisti dal fare “outing” considerando semplicemente i tempi non maturi.

Per l’ennesima volta è invece ancora il rugby a dare lezione di coraggio e di etica.

E’ relativamente recente l’ammissione del giocatore dei Wakefield Widecats Keegan Hirst di essere gay.

Lo stesso Keegan racconta quando prese il coraggio a quattro mani e per primo nell’ambiente lo confessò al suo allenatore, John Kear.

“John è un uomo di più di sessant’anni. Duro come il marmo e che ama il rugby come nessun altro. La sua risposta non la dimenticherò mai” racconta Hirst.

“Figliolo, tu sei un giocatore di rubgy e sei il mio capitano. Qualunque altra cosa tu sia sappi che a me va benissimo”.

 

https://youtu.be/hwZlEeCaKuQ

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Graeme Le Saux è ETEROSESSUALE.

Ha una moglie, Mariana, e due bellissimi figli, Georgina e Lucas.

 

 

 

 

RICCARDO PALETTI: 10 secondi.

di RENATO VILLA

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10.

Sono qui, seduto nel mio abitacolo.

 

Attendo che il semaforo si illumini.

Tra un paio di secondi si accenderà il rosso.

 

I motori sono già accesi.

La mano destra è sulla leva del cambio.

La sinistra è sul volante.

 

Il cervello calcola i tempi di reazione.

E calcola anche, arrivando lanciati in fondo al rettilineo, a che velocità ci si potrà arrivare.

 

Perché io non parto davanti.

 

Non guido una Ferrari.

Guido un’Osella.

 

E ho quasi tutti davanti.

 

9.

I miei colleghi sono tutti più esperti di me.

Sanno perfettamente come comportarsi sulle piste.

Io sono quello che in America chiamano “rookie”.

Esordiente.

Novizio.

 

Non che la cosa mi faccia sentire inferiore, quello no.

 

È che la pista di Montreal è tutto tranne che facile, e non penso sia l’ideale per un esordio o quasi.

 

Ma bisogna pur sempre iniziare.

 

Perché, senza iniziare, non si va avanti.

 

E io, avanti, ci voglio andare.

E tanto.

 

8.

Questi secondi scorrono fin troppo lentamente.

Il semaforo deve ancora diventare rosso.

 

Sembra debba durare un’eternità, questa maledetta procedura di partenza.

Ma è una cosa che devo imparare a conoscere bene, e farlo meglio che partendo dal fondo non è possibile.

 

Anche perché così tengo d’occhio tutto e tutti.

 

Vedo ogni cosa.

 

Forse non vedo le prime due file, ma loro sfileranno via tranquille mentre noi ci scanneremo per guadagnare una posizione.

 

Una.

 

Che vitaccia infame, scannarsi per essere diciottesimo o diciannovesimo.

 

Ma ci tocca, a noi esordienti con le macchine più lente.

Per avere le migliori, ci vorrà del tempo.

 

7.

Il semaforo adesso ha cominciato la procedura di partenza.

Ancora quattro secondi e scatteremo tutti, in questo lungo rettilineo.

 

Ogni secondo, un semaforo che scatta e diventa verde.

 

Ogni secondo, una valanga di pensieri che si accumula nelle nostre menti.

Pensieri.

Emozioni.

Sensazioni.

 

Ogni secondo, un attimo di paura passa.

Perché siamo sempre più vicini al via.

E, una volta partiti, si comincia a vivere.

 

6.

La seconda luce si è accesa.

Ancora tre secondi.

Ancora tre.

Ma c’è qualcosa che non capisco.

 

Vedo qualcuno che si sbraccia, davanti.

Ma davanti davvero.

 

Nelle prime file.

 

E se si sbraccia, vuol dire che ha qualche problema.

Ma mancano tre secondi.

Potrebbero ancora fermare tutto, ma non è detto.

 

Vediamo cosa faranno.

Perché non possono farci rischiare così.

 

5.

Invece no, ecco la terza luce.

Hanno deciso di farci partire.

Anche se può esserci pericolo.

 

Tanto in pista loro non ci sono.

Ci siamo noi.

 

Comunque, io spero di arrivare a schivare l’ostacolo che ci troveremo davanti.

In fondo, da dietro, l’ho già detto, si vede meglio.

L’importante è non trovarsi in mezzo al casino nel momento sbagliato.

E io spero che non succeda.

 

4.

La quarta luce si è accesa.

Devo essere pronto.

Piede sull’acceleratore e mano sul cambio.

 

Solo così potrò sperare di partire bene.

 

Davanti continuano i segnali, ma a quanto pare sono inutili.

Il semaforo continua ad andare avanti.

 

3.

Si è accesa anche l’ultima luce.

 

A questo punto non c’è più niente da fare che sperare.

Sperare che il rischio sia rientrato, o che tutti si riesca ad evitarlo.

 

È quello che spera l’organizzazione.

Poi, con questo rettilineo, dovremmo riuscire a cavarcela.

 

Tutti.

 

Anche se non si è mai sicuri di niente.

Perché basta che chi ti è davanti scarti all’ultimo e va a finire male.

Ma non sarà così.

No.

Non sarà così.

 

2.

Si parte.

Scattano tutti, anche la mia Osella fa il possibile per dimostrarsi degna della partecipazione al mondiale di Formula 1.

 

Ma è successo qualcosa.

Qualcosa di strano.

 

Ho davanti una corsia vuota.

Non capisco.

 

Sembra che tutto stia andando per il meglio.

Almeno, sembra.

 

1.

Non capisco.

Si buttano tutti a sinistra, intasando la traiettoria.

 

Accelero.

 

Potrei arrivare in fondo al rettilineo avendo superato diversi avversari, io che di solito sono prudente.

 

D’altra parte, un’occasione così non l’avrò più.

 

Devo sfruttarla.

 

Per me, per il team, per tutto il piccolo mondo che mi circonda.

È troppo importante.

 

E allora accelero, e spero che tutto vada per il verso giusto.

 

EPILOGO

No.

Nulla è andato bene.

La Ferrari di Pironi era ferma sulla griglia, in fondo al rettilineo.

 

L’ho vista all’ultimo, quando uno dei miei avversari ha scartato.

 

L’impatto è stato inevitabile.

Violento.

Devastante.

 

Della mia Osella è rimasto poco.

 

Di me, solo il ricordo di un ragazzo che voleva provare al mondo che poteva stare in Formula 1, con i grandi.

 

Ma non ne ha avuto il tempo.

 

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MASSIMO MORGIA: Nel nome di un amico.

di REMO GANDOLFI

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E’ il 9 giugno del 1977.

Massimo Nobile e Claudio Cavalieri stanno viaggiando a bordo della BMW 3000 di Cavalieri.

Destinazione Cassino per far visita ad un amico.

Sono entrambi calciatori dell’Avellino che a due giornate dalla fine è invischiato nella lotta per non retrocedere in quel campionato di Serie B.

Sono nei pressi di San Nicola la Strada e sono quasi le 9 di sera quando Claudio Cavalieri perde il controllo del suo potente mezzo che sbanda e va a finire la sua corsa contro un pilastro in cemento a bordo strada.

I due ragazzi muoiono sul colpo.

Hanno entrambi 23 anni.

Massimo Nobile  era il miglior amico di Massimo Morgia.

Massimo Morgia fa l’allenatore di calcio.

E’ uno di quelli con la valigia perennemente pronta.

Non solo perché il cambiamento è parte integrante della sua professione ma anche e soprattutto perché Massimo Morgia non accetta compromessi.

Se le promesse non vengono mantenute ci mette un nano secondo a strappare un contratto, salutare e ripartire altrove con la sua vita e la sua carriera.

Massimo Morgia e Massimo “Massimino” Nobile sono cresciuti insieme, nel quartiere San Paolo di Roma.

Sono amici fin dall’infanzia.

Ci sono tre anni di differenza tra loro.

Massimo Morgia è come un fratello maggiore e Massimino Nobile si fida ciecamente di lui.

Morgia prima lo porta con se alla OMI Roma dove i due condivideranno campo e spogliatoio con un ragazzino taciturno, timidissimo ma di grande talento: si chiama Agostino Di Bartolomei.

Massimo Morgia fa il difensore.

E’ alto, forte fisicamente, tenace e volitivo. E’ eccellente nell’anticipo e nel colpo di tesa.

Ma è uno di quei difensori che hanno cervello, che sanno “leggere” la partita e i movimenti degli attaccanti.

E i piedi sono migliori del classico stopper del periodo.

Massimino invece è il classico centrocampista completo.

Corsa, grinta ma anche piedi “educati”.

Morgia nel 1973 va al Rovereto, in serie D.

Serve un centrocampista di corsa e temperamento ma che abbia anche qualità.

“Conosci Massimo Nobile ?” gli chiede un dirigente.

“Certo” risponde Morgia. “Se potete acquistatelo oggi stesso.”

Nobile arriva a Rovereto a novembre.

I due giocano una eccellente stagione e per entrambi arriva la chiamata dell’ambiziosa Nocerina, squadra che gioca in Serie C.

E’ la stagione 1974-1975.

Al sud il calcio è calore, passione, è tifo spesso “cieco”.

Nel bene e nel male.

La squadra non ottiene i risultati attesi.

C’è in pericolo la categoria.

C’è tanta rabbia e i tifosi contestano la squadra.

Quando tirano quelle arie meglio non farsi vedere troppo in giro.

I due passano mesi interi praticamente in clausura, segregati in un convitto fuori città.

Poi Massimo Morgia si rompe le scatole di questa situazione e fa quello che non hanno il coraggio di fare i “vecchi” dello spogliatoio.

Va a parlare con i tifosi.

“Molto probabilmente come calciatori siamo delle mezze seghe ma vi garantisco che in campo ci mettiamo l’anima in ogni partita” dice loro Morgia in tono deciso.

Aggiungendo “e adesso se volete menatemi pure”.

Nessuno si azzarderà a toccarlo. Anzi. La stima per quel difensore roccioso, tenace e passionale da quel giorno aumenterà ulteriormente.

A fine stagione arriverà la salvezza mentre quella successiva sarà addirittura eccellente, con un 7° posto finale di tutto rispetto.

Al termine di quella stagione le loro strade si divideranno.

Massimo Morgia andrà alla Lucchese, sempre in C, dove incontrerà l’amore della vita, Annalisa e dalla quale avrà una figlia che chiamerà Valentina, nome voluto fortemente da Massimo perché così si chiamava la figlia del suo mentore Giovanni Meragalli.

Per “Massimino” Nobile c’è l’Avellino che milita nel campionato di serie B.

Per Morgia è una stagione maledetta. Ha grossi guai alla caviglia.

La sera prima dell’incidente Nobile cerca il suo amico al telefono per sentire come sta e per fare le chiacchiere rituali che due grandi amici hanno bisogno di fare, specie ora che le loro carriere hanno preso strade diverse.

Nobile non riesce a rintracciare Morgia.

L’ultimo tentativo è chiamare a casa della madre di Massimo.

Non è neppure lì ma con la madre di Morgia si conoscono da una vita e passano più di un’ora al telefono.

Quando Massimo arriverà sul luogo dell’incidente troverà diversi gettoni telefonici sparsi per terra … sono quelli rimasti dopo la telefonata fiume con la madre della sera prima.

 

Siamo nell’estate del 2017.

Massimo Morgia ha chiuso da pochi mesi la sua avventura all’Aquila.

Arriva una telefonata. E’ Nicola Padovano, il Presidente della Nocerina.

Offre a Massimo Morgia la panchina dei rossoneri campani.

La Nocerina è in Serie D.

Ci sono ambizioni ma ci sono anche altre Società con risorse economiche importanti.

Dalla sua la Nocerina ha un pubblico fedele e caloroso.

“I Molossi” hanno pochi rivali quando si tratta di spingere la propria squadra.

A Massimo Morgia tornano in mente le due stagioni passate a Nocera da calciatore.

Anni intensi, non sempre facili ma felici … insieme al suo grande e sfortunato amico Massimo Nobile.

Morgia accetta. Sarà lui il nuovo allenatore dei rossoneri.

“Lo devo al mio amico Massimino” saranno le sue prime parole dopo la firma.

Passa una settimana.

Arriva un’altra telefonata.

E’ una di quelle che ti cambiano la vita.

L’Albania offre a Massimo Morgia il ruolo di Direttore Tecnico di tutte le Nazionali del paese.

Contratto di 5 anni. Ottimamente remunerato.

E’ il coronamento di una carriera, un sogno che diventa realtà.

Dopo più di 25 anni su panchine di serie C e serie D su e giù per l’Italia sempre con lo stesso entusiasmo, lo stesso indomito spirito, lo stesso coraggio e la stessa coerenza dimostrando ovunque è andato che può esistere un altro concetto di calcio, più onesto e pulito.

E dove il denaro non è l’unico parametro  che conta.

Non lo sarà neppure stavolta per Massimo Morgia.

Ha firmato un contratto e soprattutto ha dato la sua parola d’onore alla Nocerina.

E questo è tutto quello che conta.

Siamo ai giorni nostri.

Massimo Morgia crea un gruppo eccezionale, coeso e affiatato.

Talmente forte e compatto che le vicissitudini societarie quasi non li sfiorano.

Dritti e avanti per la loro strada, fatta di vittorie e di pezzi di cuore lasciati in campo in ogni partita.

E poi ci sono loro, i “molossi”. Come numero non sono più quelli degli anni d’oro, ma come passione, calore, partecipazione e incitamento sembrano cinque volte tanti.

Tutti insieme stanno facendo un miracolo.

Uno dei tanti della carriera di questo baffuto capellone (si, Morgia ha ancora la stessa chioma di quando giocava, figlia di quel ’68 che porta ancora nel cuore).

La Nocerina sta lottando gomito a gomito per la promozione diretta contro Vibonese e Troina e con un posto nei play-offs già in cascina.

Come andrà a finire ovviamente nessuno lo sa.

Di certo c’è che a Nocera sarà esattamente come è stato a Palermo, a  Siena, a Pistoia o a Marsala.

L’impronta lasciata da Massimo Morgia non sarà così facilmente cancellata dal tempo.

A Nocera lo sanno benissimo e qualche giorno, in occasione del compleanno di Massimo, i “Molossi” glielo hanno dimostrato.

C’era uno striscione enorme a lui dedicato.

“Maestro di esempi e di valori di altri tempi. Auguri Mister”.

Ecco, in questo striscione c’è tutto Massimo Morgia.

C’è l’uomo che strappa un contratto perché, come ad Aquila, hanno mancato di rispetto ad un amico, c’è l’uomo che a Pistoia crea un settore giovanile quasi dal nulla e premia i ragazzi facendoli allenare ed apprendere dai calciatori della prima squadra.

E soprattutto c’è l’uomo che quando allenava la Juve Stabia vede due dei suoi ragazzi, Brunner e Radi, essere inseguiti, minacciati e picchiati dai propri tifosi e non può fare a meno di denunciare la cosa in mezzo ad un mare di omertà.

E quell’omertà, quell’apatia, quel disinteresse vergognoso lo svuotano dentro.

A tal punto che decide di mollare tutto.

“Perché questo” parole di Massimo Morgia “non ha niente a che vedere con il calcio che amo e che cerco di insegnare ai miei ragazzi”.

Massimo Morgia ha mille interessi. Legge Hermann Hesse e Oriana Fallaci, ama la storia contemporanea, sa tutto delle Rivoluzioni (riuscite e tentate) in America Latina e ama molti dei suoi protagonisti.

Mette tempo libero e denaro nell’aiutare bambini disabili e con la sindrome di Down, la stessa di cui soffre il suo adorato Paolino, il fratello della moglie.

Massimo starà lontano tre anni da quel mondo che da sempre è il suo mondo fino a quando l’amico Walter Novellino lo vorrà a tutti i costi con se a Livorno, a fargli da braccio destro.

Così la favola di Massimo Morgia può ricominciare, passando anche dalla Nocerina nel ricordo del suo grande amico Massimo Nobile.

E meno male che questa favola è ricominciata !

Perché di persone come Massimo Morgia, nel calcio come nella vita, non ce ne saranno mai abbastanza.

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JAN JONGBLOED: Una vita fuori area.

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di REMO GANDOLFI

“Quando Rinus Michels mi chiamò per giocare un’amichevole contro l’Argentina un mese prima dei Mondiali di Germania pensai ad uno scherzo di un amico.

Io in Nazionale ? In una partita importante in vista dei Mondiali di calcio ?

Ma dai ! Deve essere uno scherzo per forza !

In Nazionale ci avevo giocato una sola volta.

12 anni prima e per pochi minuti. Entrai ad una manciata di minuti dalla fine in una partita contro la Danimarca.

Stavamo perdendo tre a uno … feci tempo ad incassare un gol anch’io.

Poi più nulla.

Fino a quel giorno di maggio.

Giochiamo contro l’Argentina e stavolta siamo noi a vincere quattro a uno.

Faccio la mia figura in una partita che i miei compagni dominano dall’inizio alla fine.

Tocco più palloni con i piedi e di testa che con le mani.

Si perché Rinus Michels mi chiede di fare “come faceva Gyula Grosics, il portiere della grande Ungheria”.

Io non so nemmeno chi sia.

Allora Michels mi spiega che è stato il primo “portiere-libero” nella storia del calcio, perché usciva anche fuori dalla sua area a sventare i contropiedi avversari.

Io ho sempre giocato così per cui per me mica era un problema !

In Olanda stavamo diventando davvero bravi a giocare a calcio.

Prima il Feyenoord e poi l’Ajax, per tre anni consecutivi, hanno portato nel nostro piccolo paese la Coppa dei Campioni, il trofeo continentale per club più importante.

Io però non giocavo in nessuno di questi due club.

Giocavo nel Door Wilskracht Sterk … nel DWS per farla più facile.

Una piccola squadra di Amsterdam che navigava nelle parti basse della classifica da un po’ di anni, dopo il nostro trionfo del campionato del 1964.

Con il calcio guadagnavo pochino.

Chi mi dava da mangiare era la mia tabaccheria, che però mi lasciava anche il tempo per le altre due grandi passioni della mia vita: la pesca e il calcio … esattamente in quest’ordine !

Arriva il giorno della seconda telefonata di RInus Michels.

Stavolta lo riconosco.

“Jan, verrai con noi al Mondiale di Germania”.

Dopo i primi attimi di stupore e di gioia il primo pensiero è stato proprio per la mia tabaccheria.

E adesso ? Avrò bisogno di aiuto perché mia moglie non può mica mandarla avanti da sola.

C’è da badare al piccolo Erik, che ha undici anni ed è matto per il pallone !

Gioca in porta come me e sono sicuro che diventerà molto più forte di quel matto sgraziato di suo padre !

Non tutti la prendono bene nel vedermi tra i convocati.

I media olandesi sono stupiti ancora più del sottoscritto di vedere il mio nome tra i 22 che andranno ai Mondiali.

“Certo che se come terzo portiere dobbiamo ricorrere ad un vecchietto di quasi 34 anni non siamo messi benissimo !”

Questa era solo una delle più “dolci” fra le critiche che mi arrivavano dai giornali e dalle tv del mio paese.

Tutti quanti si aspettavano di vedere Jan Van Beveren al mio posto.

Otto anni meno del sottoscritto.

Giocava con il PSV stava diventando una delle squadre più forti del paese dopo anni di dominio di Feyenoord e Ajax.

Ma le sorprese erano tutt’altro che finite.

Allenamento dopo allenamento sentivo che la fiducia nei miei confronti aumentava.

Spesso era proprio Johann Cryff a farmi i complimenti per la mia abilità con i piedi.

“Jan, hai dei piedi che sono molto meglio di tanti giocatori che conosco !” mi ripeteva spesso il nostro capitano e leader.

Avere la sua benedizione non era cosa da poco.

Il carisma di Johann e la sua influenza nelle decisioni di Michels erano note ed evidenti a tutti.

Ma non potevo certo immaginare che per la nostra partita d’esordio ai Mondiali tedeschi a scendere in campo a fianco di Cruyff, Krol, Haan, Neeskens e Rensenbrink fossi proprio io.

“Jan, contro l’Uruguay giochi tu” mi disse Michels il giorno prima della partita.

“Mi serve uno che sia pronto ad uscire da quella benedetta area all’occorrenza. Gli altri 10 in campo si preoccuperanno di non far passare agli avversari la linea di metà campo … ma se e quando ci riusciranno ci dovrai pensare tu”.

E funzionava proprio così !

Era una cosa mai vista prima su un campo di calcio.

Capitava spessissimo che con gli avversari in possesso di palla invece di ripiegare e aspettare il loro errore come facevano praticamente tutti a quel tempo, la squadra intera scattava in avanti andando in pressione sul portatore di palla avversario, cercando di non farlo ragionare e di costringerlo all’errore.

E le poche volte che questa strategia non funzionava occorreva un portiere che accorciasse la distanza tra gli attaccanti avversari e la nostra porta.

… ed era la cosa che sapevo fare meglio in assoluto !

Abbiamo vinto contro l’Uruguay, poi pareggiato contro gli svedesi prima di battere senza appello Bulgaria, Argentina e Brasile.

E il sottoscritto, alla faccia di tutte le cassandre, finora ha subito un solo gol … e me lo ha segnato il mio amico Ruud Krol !.

Domani giocheremo la finale del Campionato del Mondo.

Di fronte avremo i padroni di casa della Germania Ovest.

Sono forti.

Forti e organizzati.

Ma noi abbiamo tutte le carte in regola per far “saltare” la loro organizzazione.

Cruyff, Rep, Rensenbrink e Neeskens possono colpire in ogni momento.

Siamo ad un passo dalla vetta, dal diventare CAMPIONI DEL MONDO …

Vi immaginate quanti nuovi clienti nella mia tabaccheria ???

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Jan Joengbloed e l’Olanda non vinceranno il Mondiale di Germania del 1974.

Saranno i tedeschi dell’Ovest di Beckenbauer, Muller & co. che saliranno quel giorno sul tetto del mondo calcistico.

Nonostante un mondiale fantastico, giocato dagli olandesi a livelli eccelsi.

Nonostante anche in finale l’Olanda darà una lezione di calcio offensivo ai tedeschi.

Il calcio in quell’estate del 1974, subirà la più grande rivoluzione della sua storia.

L’Olanda di Rinus Michels fu lo spartiacque definitivo tra il calcio tradizionale e quello moderno.

“Calcio Totale” lo chiamavano allora.

E JAN JOENGBLOED, il tabaccaio di Amsterdam, diventò in quell’estate il portiere più rivoluzionario, anticonformista e folle della storia del calcio.

L’Olanda perse quel Mondiale come perderà quello in Argentina di quattro anni dopo, sempre in finale e sempre contro il Paese che i Mondiali li aveva organizzati.

In porta, anche in quell’Olanda, c’era Jan Jongbloed, quasi trentottenne.

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Jan Joengbloed nasce ad Amsterdam, il 25 novembre del 1940.

Passa buona parte della sua carriera nel Door Wilskracht Sterk, un piccolo ma agguerrito club di Amsterdam nel quale Jan gioca la bellezza di 18 stagioni (le ultime delle quali il DWS prenderà il nome di FC AMSTERDAM) prima di passare al Roda nel 1977 e in seguito al Go Ahead Eagles nel 1982 … dove giocherà fino al momento del ritiro, nel 1986 … a quasi 46 anni.

Jan si mette ben presto in evidenza grazie alle sue qualità tra i pali, decisamente peculiari.

Tempista e coraggioso nelle uscite, abile con i piedi e molto efficace tra i pali anche se, con il suo fisico tozzo e sgraziato, non esattamente bello da vedere.

Nel settembre del 1962, quando non ha ancora compiuto 22 anni, fa il suo esordio in Nazionale.

L’Olanda gioca a Copenhagen con la Danimarca.

Subisce  una netta sconfitta (1 a 4) e Joengbloed ne è relativamente colpevole.

Entra a 6 minuti dalla fine.

Però fa in tempo a subire un gol.

Passano 12 lunghi anni quando viene richiamato da Rinus Michels in vista dei Mondiali di Germania.

Insieme ai vestiti porta con se una valigia con l’attrezzatura per la sua amata pesca.

“Tanto mica devo giocare !” pensa Jan.

E invece giocherà tutto il Mondiale diventando, con la sua maglia gialla e il numero “8” sulle spalle, uno dei protagonisti di quella grande Olanda.

Nei 4 anni successivi gioca in Nazionale un pugno di partite prima di essere rimpiazzato dal più giovane Piet Schrijvers in vista degli Europei di Jugoslavia del 1976.

Quando però cominciano i Mondiali di Argentina di due anni dopo Ernst Happel, l’allenatore austriaco degli arancioni, torna ad affidarsi all’ormai trentottenne Joengbloed.

Jan fa appieno il suo dovere nelle prime due partite, che gli olandesi chiudono senza subire reti.

Nel terzo incontro però vengono sconfitti dalla Scozia per tre reti a due e Joengbloed viene ritenuto uno dei “colpevoli” della sconfitta.

Piet Schrijvers tornerà titolare ma per lui i Mondiali finiranno  pochi minuti dopo l’inizio del vittorioso match contro gli azzurri che permetterà agli Olandesi di disputare la loro seconda finale di un Campionato del Mondo di calcio consecutiva. Il portiere dell’Ajax si scontrerà con il difensore Brandts, che mettendo il pallone nella propria porta, rovinerà addosso a Schrijvers mettendolo fuori causa.

Joengbloed torna in campo.

L’Olanda, con lo stesso Brandts e con un gol di Haan da quaranta metri, ribalterà il risultato.

E così sarà ancora “il tabaccaio” Joengbloed a difendere i pali della sua nazione in una finale di un campionato del mondo.

L’Olanda perderà anche quella finale anche se il palo di Rensenbrink all’ultimo minuto dei tempi regolamentari agiterà le notti di giocatori e tifosi olandesi per parecchio tempo a venire.

Finito il mondiale per l’Olanda è tempo di voltare pagine e di provare a ricostruire quella meravigliosa macchina di calcio che è stata la Nazionale olandese per quasi un decennio.

Joengbloed è ovviamente uno dei primi “epurati”.

Non giocherà mai più una partita in Nazionale e chiuderà la sua carriera con sole 24 presenze … di cui almeno un terzo giocate nella fase finale di un Mondiale.

Tornerà in Olanda, dove il calcio nel frattempo è diventato più popolare e anche più ricco.

Jan però non cederà mai la sua tabaccheria anche se ora ha più tempo per dedicarsi alle sue due grandi passioni: pesca e calcio.

A giocare si diverte ancora tanto e non ha nessuna intenzione di fare il pescatore a tempo pieno.

E’ il 23 settembre del 1984.

Joengbloed è praticamente già pronto a scendere in campo per una partita di campionato contro lo Sparta, a Rotterdam.

Negli spogliatoi entra un amico di famiglia.

“Jan vieni con me. Dobbiamo andare di corsa ad Amsterdam”.

Jan non si cambia neppure, sale in macchina con l’amico.

Quello che lo attende è la cosa peggiore che possa capitare ad un padre.

Suo figlio Erik, portiere come il papà, stava giocando in quello stesso pomeriggio una partita del campionato di Serie D olandese.

Si era scatenato un violento temporale sulla partita e Erik stava rinviando dal fondo quando un fulmine lo ha colpito in pieno.

Erik, 21 anni, figlio di Jan Joengbloed, morirà su quel campo di calcio.

Jan Joengbloed non si riprenderà mai più completamente da quello che accadde quel giorno.

Torna a giocare, sperando che questo lo aiuti a dimenticare, ma non è più la stessa cosa.

Neppure un anno dopo, durante un allenamento con la sua Go Ahead Eagles, ha un infarto.

Riescono a salvarlo ma è ovvio che il calcio deve appartenere al passato.

Difficile non pensare che quanto accaduto a suo figlio Erik possa aver influito sullo stato di salute di Joengbloed.

Oggi è un commentatore per la tv olandese.

Ha venduto la tabaccheria ma va ancora a pescare … e lascia a tutti noi una domanda insoluta: un portiere con i piedi di Joengbloed quanto varrebbe oggi ?

ANEDDOTI E CURIOSITA’

La scelta della maglia numero 8 ai mondiali di Germania per Joengbloed fu dovuta al semplice fatto che i numeri erano stati decisi in rigoroso ordine alfabetico.

L’unico a non rispettare questo criterio fu Johann Cruyff che ovviamente impose di portare la sua maglia numero 14.

Se avesse rispettato anche lui il criterio dell’ordine alfabetico Johann Cruyff avrebbe giocato i mondiali di Germania con … il numero “1”.

 

Quando si scatenò in Olanda la polemica dovuta alla convocazione a sorpresa di Joengbloed ai danni del giovane ed emergente Van Beveren uno dei primi a prendere le difese del portiere del DWS fu Johann Cruyff … con una dichiarazione piuttosto insolita !

“Magari non è il più forte portiere del mondo ma è simpaticissimo e riempie di allegria lo spogliatoio”.

… anche se poi, come detto, grazie anche all’intercessione di Cruyff, Joengbloed giocherà tutte le partite di quel bellissimo Mondiale.

 

Un’altra delle stranezze di Joengbloed era il fatto che non utilizzava i guanti.

“Non sento il pallone” diceva per spiegare questa sua scelta.

“Mi riesce molto più facile bloccarlo senza i guanti” aggiungeva Joengbloed.

… e poi, aggiungiamo noi, usava i piedi e la testa forse più spesso che le mani …

 

Jan Joengbloed ha parlato in rarissime occasioni della tragedia del figlio Erik.

Di certo si sa che quel calcio di rinvio lo stava per calciare un compagno di squadra di Erik Joengbloed, il difensore Rob Stenacker. All’ultimo momento Erik gli disse “vai pure Rob, questo lo calcio io”.

Salvandogli così la vita.

 

Jan Joengbloed è tutt’ora il recordman di presenze nel campionato olandese.

Nei suoi 27 anni di carriera è sceso in campo 707 volte.

Record che molto difficilmente verrà superato.

 

Infine la scelta di Jan Joengbloed di non lasciare mai l’Olanda, anche dopo il Mondiale del 1974 dove per lui arrivarono offerte da squadre tedesche, belghe e francesi.

“Ho una tabaccheria da mandare avanti, qua ci sono tutti i miei amici e poi abito già nel paese più bello del Mondo: l’Olanda”.

 

Quella stessa Olanda che fece così tanta fatica ad accettare questo “brutto anatroccolo” a difendere la porta di una delle squadre più forti della storia del calcio … salvo poi innamorarsi di lui e del suo stile unico e rivoluzionario.

https://youtu.be/kojt9bXX3Io