Dr. GASCOIGNE & Mr. GAZZA

di SIMONE GALEOTTI

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Gateshead. Già sembra un brutto posto al solo pronunciarlo. Assomiglia al rumore di una catena che cigola, una specie di stridore sofferto, spietato. Dio non c’è, o se c’è non è a Gateshead, perché a Gateshead l’unico rosario che scorre davanti agli occhi è quello delle porte sbarrate dall’ordine di sgombero. Esercizio quotidiano in questo stramaledetto buco di culo dove la crisi non finisce mai, dove è regola, non eccezione. Gateshead, Tyne and Wear, Newcastle: una tenaglia urbana chiamata Tynside, uno spicchio di sud del mondo in quel profondo nord inglese che un tempo si sporcava col carbone e che ora passa il tempo domandandosi se è il cielo plumbeo a specchiarsi nel fiume o viceversa. Sputate sulla coscienza, sui tribuni della coscienza, se cercate il Dottor Jekyll qui troverete solo Mister Hyde e cazzo quanto è bella quella maglia a strisce bianconere con in mezzo la stella blu della Brown Ale, o il cane se volete, perché a Newcastle quando i mariti vogliono uscire di casa la sera e farsi una bevuta con gli amici dicono alla moglie: “ I’am going to take the dog for a walk” (vado a portare a spasso il cane…). Insomma è un postaccio lurido e freddo tuttavia ci sono fondamenti sicuri: il pub, la birra, le freccette e il sussidio di disoccupazione. Il ragazzino sbilenco e ricciolino vuole giocare con quei colori, il piccolo Paul vuole giocare con le magpies. Ogni giorno calcia un pallone lacero contro un muro ancora più lacero dello stesso pallone al civico 29 di Pitt Street. Paul Gascoigne, secondo di quattro figli, Paul Gascoigne che quando fa sera torna a casa di corsa, sale le scale e si ritrova in un monolocale con il bagno condiviso con altre famiglie e mangia crocchette di pesce di fronte alle prepotenze di un padre violento e semialcolizzato che si appresta ad emigrare in Germania alla ricerca di un impiego. E’ dura uscire da questa bolla di assordante inedia. Ma al grande teatro serve il dramma per manipolare il destino. Paul a 10 anni assiste alla morte di un amico, un incidente, un camion di surgelati spazza via da questo mondo il coetaneo Steven Spraggon. Paul smette di piangere tra le mura di casa, sospende le sedute dagli psicologi, comincia a vincere la sua fottuta paura del buio, smette di rubare nei negozi e allenta il vizio di inserire pound nelle slot machine. Ora è sicuro che il calcio gli allungherà una mano salvifica. A scuola scarabocchia autografi, “diventerò un calciatore famoso” dichiara alla professoressa. Eppure stecca i primi provini, finché, eccolo il maledetto e bellissimo Newcastle. Lo prendono ed entra in confidenza con il gestore di un pub vicino ai campi d’allenamento (guarda te alle volte la stranezza della vita…) che lo vede giocare e gli affibbia il soprannome “Gazza” per via di quella falcata vacillante, sgangherata, quasi da volatile. Capitano della squadra giovanile allenata da Colin Surgett vince una FA Youth Cup segnando un bellissimo goal contro il Watford e brinda con qualche bicchierino di troppo che accendono la prima, enorme, spia rossa sul suo personale cruscotto mentale.

 

Si, ok, ora però spunta lui. Jimmy “ five bellies” Gardner ossia il compiuto guardiano dell’identità locale. La storia di Jimmy Cinque pance è un autentico mosaico. Un insieme di frammenti tesi a comporre il tratteggio di un’amicizia, di un disegno a base alcolica che ha i tratti di una gigantesca sbronza, di una pinta ancora da svuotare. Jimmy è il migliore amico di Gazza. Da sempre. Difficile ricostruire il percorso del personaggio. Per farlo bisogna abbandonare qualsiasi speranza di continuità narrativa e lasciarsi trasportare dallo scorrere dell’aneddoto, apprezzare la fugace briosità dell’effervescenza. In ogni momento della vita al limite di Gazza, in ogni suo segmento emerso, vi è un attimo in cui dal cono d’ombra esce Jimmy, e non potrebbe essere diversamente, poiché Jimmy non è altro che una figura evocativa che accompagna le gesta del folle; è il suo ritratto di Dorian Gray, il suo contratto faustiano con i bassifondi del delirio, l’immagine decadente di quello che sarebbe stato se, un giorno del 1967,  le muse del calcio non avessero  guardato un attimo in quel fumoso angolo d’Inghilterra per regalare talento dall’unione di papà John con mamma Carol.

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Gardner di professione è “ builder”, il classico “ Northern fat lad” un bestione capace di filare via tranquillo con quindici “ Snakebite” a sera. Con Gazza fu amore a prima vista, avevano 14 anni i protagonisti e “ lard arse” il primo delicato epiteto. Nelle parole di Jimmy c’è sempre grande riconoscenza per l’amico talentuoso che gli ha permesso di viaggiare un po’ dovunque, nonché di diventare una modesta celebrità. A sua volta, questo ragazzone è continuamente presente nei momenti decisivi e cervellotici della vita di Paul. Fu lui, infatti, a volare insieme al padre del calciatore in Cina, quando l’ex nazionale inglese pensò bene di finire fuori strada improvvisandosi autista del bus dei Langzhou Flying Horses concludendo il suo squilibrio in hotel a bersi un goccio, o due, o tre, di vodka. Ad interrompere il delirio etilico di Gazza, rannicchiato in posizione fetale nel letto alla stregua del personaggio della metamorfosi di Kafka diventato insetto, fu proprio “ cinque pance” che, una volta in stanza, cominciò a bere “ neat whiskey to cheer him up”. Il simile cura il simile, non c’è che dire. Azione terapeutica di una legge naturale enunciata due secoli fa da Samuel Hahnemann. Nella polvere e sull’altare Jimmy Gardner lo ha marcato stretto. Molto peggio della presa bassa di Vinnie Jones. Da quando il suo amico calciatore gli fece mangiare una torta ” modificata” con la merda di gatto, a quando gli regalò un robot programmato per andare nella sua stanza e intimargli: ” Make a cup of tea, fat man“, a quando furono cacciati dal West Lodge Park Hotel di Londra dopo che le cinque pance di Jimmy erano state viste farsi largo in mezzo alle spaventate anatre del laghetto. Quando Gardner si muove da solo nelle acque della vita, invece, non sembra essere altrettanto efficace come quando divora ali di pollo: nel 1999 viene arrestato per possesso illegale di arma da fuoco. Una vicenda da ricondursi a un certo squallore metropolitano: qualche bicchiere oltre il consentito, un gruppo di ragazzi che lo apostrofa amabilmente ” animal bastard“, la scontata reazione, ed ecco saltar fuori la pistola. Si prenderà sei mesi di carcere per non aver sopportato gli insulti. Dopo il carcere una vicenda di debiti finita in imparruccate aule giudiziarie, misere vicende di ordinaria amministrazione.

 

“Dovrai aspettare mille anni per rivedere qualcosa di simile, disse Bobby Charlton all’assistente Maurice Setters”.

 

E’ ora di prima squadra. Nel tempio pagano del St James’s Park resterà tre stagioni guadagnandosi il titolo di giovane dell’anno nel 1988 in First Division. Lo vuole il Manchester United, Paul si promette a Alex Ferguson ma al termine di una triangolazione telefonica finirà a Londra, al Tottenham Hotspur, per la cifra record di 2,3 milioni di sterline. In ogni caso sotto la guida di Terry Venables esplode il talento di Gascoigne e altro: i tifosi l’adorano, dopo ogni rete gli lanciano bambole gonfiabili da baciare e gli cantano bonariamente “ he’s fat, he’s round, he bounces on the ground” (è grasso, è rotondo, rimbalza sul prato), gli avversari lo insultano chiamandolo “ porky”, gli lanciano barrette di “ Mars”, lui scarta le confezioni e trangugia gli snack ridendo di gusto e a quel punto, finito l’avanspettacolo, arriva l’accademia: un repertorio di finte, di serpentine, calci di punizione letali e naturalmente qualche bizza come la strizzata ai testicoli dell’arbitro Jeff Courtney o provocatorie annusate di ascella. Attenzione, è ufficialmente esplosa la “ Gazzamania”. Bobby Robson, tecnico dell’Inghilterra lo definisce “daft as a brush” (pazzo come una spazzola) ma è impossibile non portarlo ad Italia ’90 dove i tre leoni cedono ai tedeschi in semifinale. Con gli Spurs vince la FA Cup contro il Nottingham Forest ma in finale s’infortuna a causa di una stupida ed evitabilissima entrata sulle gambe del terzino avversario Gary Charles.  Sedici mesi di stop e tutto da rifare, legamenti del ginocchio destro compresi. Nonostante l’episodio, la Lazio pazienta e acquista Gazza nell’estate del 1991 per circa otto miliardi di lire: il 23 agosto l’aeroporto di Fiumicino è una babilonia: il “ naughty boy” arriva nella Città Eterna protetto da un paio di Ray-Ban e da otto gorilla, poi sfreccia via su una Mercedes nera. Quarantasette presenze e sei gol in tre anni, il gretto bottino di Gascoigne, che a Roma si fa notare per i colpi di testa, e non parliamo soltanto di quello andato a segno sotto la Nord nello storico derby del 29 novembre 1992. Le “vacanze romane” con la Lazio del taciturno Dino Zoff e del tabagista Zdenek Zeman finiscono non prima di essersi spogliato completamente nudo su un bus in autostrada. I sanpietrini avviano ad essere estremamente sdrucciolevoli e per converso lo prendono i protestanti dei Rangers dove invece di seguire i sermoni dei pastori e darsi pace dapprima raccoglie il cartellino rosso caduto dal taschino di un direttore di gara e finge di espellerlo ma più che altro si mette a mimare il suono di un flauto orangista durante un usuale, tiratissimo, Old Firm con il Celtic rischiando di scatenare una nuova guerra civile a pochi anni di distanza dal caso Maurice Mo Johnston. L’iconica nazionale inglese del decennio continua a coccolarlo e lui all’europeo casalingo la ripaga piroettando gli scozzesi a Wembley e dopo scivola beffardo sul prato nella scenetta della sedia del dentista ma le note indubitabili di “football coming home” non sono sufficienti e anche stavolta si arrende ai rigori alla solita Germania. Dopodiché l’oblio, lento, inesorabile, le cliniche, le terapie, uno scheletro ambulante, pigiami e vestaglie imbarazzanti, segnali di ripresa, minimi, impercettibili. Del resto non si può pretendere eccessive dosi di riflessione da uno che si è fatto bruciare il naso per scommessa.

 

E Jimmy? L’addio, passeggero, fra i due resta tragicomico. Gazza è serrato al Marriot Hotel di Gateshead (la solita regressione materna) e Jimmy corre da lui per portagli delle sigarette, sulla strada, prima di arrivare, decide di fare una sorpresa all’amico in crisi: compra un pollo (potenza terapeutica delle pietanze, altro che ansiolitici). La visita però non risultò felicissima, il lauto pasto non era la medicina giusta che Paul cercava per lenire le ferite, Jimmy non seppe, o forse non volle, gestire la situazione e andò via, lasciando Gazza solo con il minibar vuoto, con il letto della stanza disfatto a fargli da triste specchio dell’anima.

 

Per fortuna i protagonisti di questa storia in fondo sono come Newcastle e Gateshead, inseparabili destini uniti dal disegno urbanistico della vita, yin e yang del talento, tanto quello sprecato che quello mai avuto e quindi destinati a riconciliarsi in eterno per continuare a legittimarsi l’un l’altro. Le ultime notizie ci riportano un Jimmy Gardner convertito sulla via del salutismo supportato nella faticosa sfida alla bilancia dal recupero del suo amico, dalla sua nuova vita. I giorni di Paul Gascoigne pare comincino la mattina presto quando si presenta in una palestra davanti alla spiaggia ghiaiosa di Folkestone (dove ormai vive) e si mette a fare esercizi: addominali, piegamenti e qualche corsetta a cui aggiunge una partitella di calcetto ogni venerdì con una squadra di Bournemouth, qualche puntatina sul campo di golf e occasionali battute di pesca. Dicono non tocchi più un bicchiere e non assuma più droga. “Non so se berrò ancora, –dice Gazza – ma so che non ho bevuto ieri e che non ho bevuto oggi e, toccando ferro, che non berrò neanche domani”. Sembra strano pensare che gli Snakebite e le English breakfast siano uscite dalla vita del nostro “ Geordie”. E infatti in un anonimo lunedì del 2012 viene fermato con l’accusa di molestie sessuali su un treno in partenza da York dove una donna ha raccontato di essere stata toccata in maniera inappropriata dall’ex calciatore. Dopo alcune ore di fermo presso la stazione di Durham Gascoigne è stato rilasciato dalla polizia che però ha continuato le indagini fino a una mezza assoluzione previa contante. Le cose sono cambiate? Si, quando non torna ad annegare nel gin. Paradossalmente solo con Jimmy potrebbe farcela, l’uno di fronte all’altro, come Gateshead e Newcastle. Paul “ Gazza” Gascoigne e Jimmy “ five bellies” Gardner, i figli venuti alla luce dalle acque del Tyne. Riflesso melmoso delle reciproche desolazioni.

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BOBBY SANDS: L’allodola.

di SIMONE GALEOTTI
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L’ALLODOLA

“There’s an inner thing in every man”.

L’avevi scritta tu Bobby: “C’è qualcosa nel profondo di ogni uomo”.

Avevi scritto non solo del sentimento di indipendenza, avevi fatto intendere che c’era anche un tutt’uno con la vita. Perché propugnare una causa suicidandosi è un controsenso a meno che il suicidio non sia la scelta terribile di sapere che non sopravvivresti alla fine della libertà. Ed è una scelta che non vale per gli altri. Per gli altri vale come simbolo, come esempio. Un gesto disperato eppure lucido, appuntato nelle tue lettere di giovane repubblicano chiuso nella tenaglia del Blocco H del carcere di Long Kesh. Eri riuscito a procurarti di nascosto una biro e scrivevi su fogli di carta igienica. Scrivesti finché ne avesti la forza firmandoti con il nome di tua sorella. Solo dopo la tua morte la famiglia e i compagni scoprirono, nel tuo corpo sfinito, le pagine di un diario che di quei tremendi momenti eri riuscito a tenere.

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Robert “Bobby” Gerard Sands combattente per la causa irlandese è morto in carcere il 5 maggio 1981 a 28 anni al termine di 66 agonici giorni di sciopero della fame.

Hai offerto di te un ritratto di grande dignità e serenità, nessun fanatismo ma un analisi continua tesa ad approfondire e a spiegare quello che molti, mentre lo stavi compiendo, giudicavano solo “un folle gesto”. Nella tua quotidiana solitudine non c’era posto per il misticismo, nessun calvario, nessun Cristo crocifisso sul Golgota, piuttosto una fede profonda, da uomo sano, che ha un ideologia e dalla quale con coraggio sa che non può transigere.

“Oggi cantavano gli uccelli. Uno dei ragazzi ha provato a portarmi del cibo. Né ieri sera, né questa sera è passato il prete. Stasera mi hanno anche impedito di vedere il mio avvocato.”

Tappe di un processo di isolamento sempre più spietato.

“Penso che mi trasferiranno in un’aula del carcere deserta, prima del previsto. Mi spiacerà lasciare i ragazzi ma so che la strada che ho preso è difficile e tutto va conquistato. Oggi mi sono sentito mancare due volte e mi sento piuttosto debole. Il fatto di portarmi in cella grandi quantità di cibo non crea per loro (ì secondini) nessun problema, e io lo so che ogni singolo fagiolo, ogni singola patatina viene contata, pesata. Poveri stronzi, non si rendono conto che il dottore, con i test che mi fa, è in grado di rintracciare la presenza di qualsiasi genere di cibo. Nonostante tutto, non ho nessuna intenzione di toccare i loro bocconi. Di notte, per ora, dormo bene, visto che evito di dormire di giorno. Ho persino fatto dei bei sogni e fino ad oggi non ho avuto mal di testa. Mi chiedo: fino a quando riuscirò ad andare avanti con questi appunti? Alla mia amica Jennifer hanno dato vent’anni, ne sono sconvolto. Non ho dubbi o ripensamenti su quanto sto facendo perché so che quello che io ho passato da otto anni a questa parte, soprattutto negli ultimi quattro anni e mezzo, altri lo passeranno, ragazzi e ragazze che oggi vanno ancora a scuola; il piccolo Gerard o Kevin e migliaia di altri. Non ce la faranno a farci passare per dei criminali, non ce la faranno a privarci della nostra identità, non ce la faranno a sottrarci la nostra individualità, a de-politicizzarci, a riciclarci dentro al sistema, all’istituzione, come robot docili e ammodo. Non ce la faranno mai a etichettare con la parola terrorista la nostra lotta per la liberazione. Sono sconvolto di fronte alla logica degli inglesi. In otto secoli, non una volta sono riusciti a piegare la volontà di un uomo che rifiutasse di essere piegato. Non ce l’hanno mai fatta a scoraggiare, conquistare, demoralizzare la nostra gente e non ce la faranno mai. Sarò un peccatore ma sono felice, e se è il caso, morirò.”

Tu, Bobby, che hai trascorso gli ultimi dieci anni della tua vita dietro le sbarre dopo essere stato condannato per possesso illegale di armi da fuoco,

tu, figlio sventurato del proletariato cattolico nordirlandese che si era dovuto abituare fin da subito alle violenze, al sangue, agli arresti e ai gas lacrimogeni di una drammatica guerra civile,

tu, che dovevi correre a scuola stringendo la mano della tua sorellina schivando le sassaiole dei tuoi coetanei protestanti,

tu, che avevi visto la tua casa e quella dei tuoi compagni date alle fiamme,

tu, e altri bambini cacciati dalla squadra di calcio del quartiere,

tu, costretto a dover cambiare tre volte abitazione per via della persecuzione dei paramilitari lealisti,

tu, che trovasti un breve, vacillante sollievo nel quartiere operaio di West Belfast,

tu, che hai visto germogliare le Brigade, l’IRA, la dura, inevitabile conseguenza armata di chi dice basta, di chi decide di reagire, di non arrendersi,

tu allodola nera che canta la libertà, voce gaelica che forgia spiriti incrollabili,

tu, emblema della lotta contro l’oppressione,

tu, Bobby Sands, tenutario di un atto attraverso il quale hai cambiato te stesso per provare a cambiare la storia, fino al sacrificio supremo.

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La NBA all’improvviso. La storia maledetta (e sconosciuta) di Rebounder Bill.

di SARA DEL BARBA

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Che tu l’abbia deciso perché, pur con grande sforzo ad ammetterlo, avverti di essere allo scadere anche dei tempi supplementari, oppure che un evento contrario al tuo vento e tanto imprevisto da dover rimaneggiare tutti progetti che avevi fatto, lo decida per te; o, magari, gli altri scelgono per te: in ogni caso è tremendamente difficile gestire l’anticamera della fine carriera. Dei suoi sgoccioli freddi, che inizi a sentire sulla pelle mentre ancora le giornate sono scandite dagli allenamenti. Ma i brividi non sono più per il sudore. Ti pare quasi di sentire un gusto amaro, pur non avendo ingurgitato nulla di tale da poterlo giustificare. E’ faticoso prendere sonno. Tutto va avanti, continua. Ed anzi, per molti sta iniziando. Proprio com’è successo a te, durante il tuo tempo. Ma adesso sai che sta per arrivare il tuo turno di riposo. Il tuo orologio comincia a sciogliersi come in un quadro di Dalì. Devi scendere da quel parquet. Devi digerire il fatto che il cigolio di quelle scarpe dalla tomaia alta per non farti male non sarà più il tuo. Devi accettare.

 

Il DRAFT del 1975 è stata la rampa di lancio per molti talenti. Sicuramente tutti gli appassionati non possono non ricordare che fu lo stesso in cui i Golden State Warriors scelsero al 1° giro Joe Bryant, futuro padre del noto “Black Mamba”.

La stagione 1975/1976 fu la nona ed ultima del campionato ABA, lega parallela alla NBA attiva dal 1967, dal gioco più aggressivo, più offensivo. La stessa lega che consacrò “Doctor J” Julius Erving come leader assoluto, capace poi, una volta approdato in NBA, di ridimensionare se stesso in maniera esemplare per il bene della squadra, i Philadelphia 76ers.

Proprio in quel periodo il “problema ABA” si stava risolvendo; Larry O’Brien, che fu nominato proprio nel 1975 commissario della NBA guidò la fusione con l’ American Basket Association traghettando magistralmente la collaborazione televisiva con la CBS a suo favore, attraverso lo spauracchio della TV via cavo, riuscendo nel complicatissimo intento di incrementare in maniera significante gli spettatori durante le partite e riguadagnando prodigiosamente l’attenzione mediatica generale.

Proprio nel DRAFT del 1975 fu scelto come decimo del 1° giro dai Kansas City-Omaha Kings – appena mutati in “Re” al plurale da “Royals” –  anche un certo William Clintard “Bill” Robinzine.

Nato nel 1953, un 20 gennaio da blizzard piuttosto scontato per la città di Chicago, Bill approda in NBA da “6’ foot 7” inch forward” dalla squadra della gloriosa De Paul University, all’età di 22 anni. Il fatto eclatante è che Bill aveva cominciato a lasciare strisciate sul parquet pochissimo tempo prima, a ben 17 anni. Si dice che né da bambino e nemmeno al liceo abbia mai giocato con una palla. Fino al momento dell’Università. Quando in brevissimo tempo iniziò ad essere visto come un designato di fato di  quel gioco che tende al cielo.

A Bill piaceva suonare la tromba. Lo faceva da quando aveva 6 anni. Non il giocare a palla. Suonare: era questo che talento che conosceva di se stesso fin da piccolo. Probabilmente è vero che fu suo padre, giocatore a sua volta, ad insistere perché si dedicasse al basket. Chi meglio di lui avrebbe potuto capire che quella forza e tenacia avrebbero reso lodevole e inimitabile servizio al gioco di un’intera squadra di pallacanestro della massima lega mondiale? Ma allo stesso tempo, forse, proprio quell’insistenza, quelle aspettative genitoriali, svelavano, a poco a poco, le conseguenze di una pressione che, non molto tardi, avrebbe prodotto i suoi tragici frutti.

I Kings divennero tali quando si trasferirono da Cincinnati in Missouri –a Kansas City appunto – nel 1972; freschi del nuovo nome della loro franchigia dovuto all’omonimia con la squadra locale di baseball – i Royals – si dividevano tra Kansas City e la non troppo distante Omaha, in Nebraska. Proprio mentre finiva l’egemonia per punti e prestazioni di Nate Archibald, arrivò Bill.

La stravaganza non trascurabile del suo esordio nel mondo dell’NBA, così tardiva per la norma, ma non certo per mancanza di occasioni, bensì perché nemmeno lui stesso le aveva mai cercate, sembra quasi fatta apposta per l’altrettanta bizzarria della maglia dei Kings di quegli anni. La divisa di gioco, infatti, era del tutto peculiare, inconsueta nel suo genere: il nome del giocatore sulla schiena non si trovava sopra il numero, comme d’habitude nelle uniformi, ma sotto allo stesso. Sopra il numero, invece, era scritto il nome della città.

Rimbalzo duro, 201 cm di corpo perfettamente impiegato a difesa del canestro. Abilissimo nella difesa uomo a uomo e naturalmente teso alle manovre della ripresa, proprio il suo “rebound” è uno dei migliori della storia del basket americano.

Da quel 1975 e per più di quattro anni, Bill sfrutta al massimo la sua improvvisa e inaspettata occasione da titolare dei Kings. E i 525 mila dollari l’anno che guadagna ne sono una prova. Bella responsabilità per un ragazzone che da poco più di un lustro ha imparato che sa conquistare rimbalzi e giocare di spalle a canestro con tale disposizione naturale.

Poi arriva la stagione 1979/1980. Robinzine è sempre titolare. Continua a giocare alla grande. Non delude le aspettative creatisi da quel fortuito DRAFT di 4 anni prima. Poi l’infortunio alla gamba. A seguito di un tentato recupero su una palla persa. Inizia il declino, tanto vertiginoso quanto l’ascesa, ancora così assurda e imprevista da essere metabolizzata.

Bill è timido. A tratti anche un po’ goffo. Tutto il contrario del Bill che porta il numero 52 della maglia della “City of Fountains”. E, soprattutto, è sempre sorridente. Adora il gioco fisico. E lavora duramente, a tal punto che quei tratti da maldestro si trasformano in guizzi decisi a marcare l’uomo. Con un’aggressività impressionante, che dosa nell’esatta misura quando sotto canestro sfila via la palla all’avversario.

Il posto da titolare in un attimo non c’è più: così come era stato quel fulmine a buon fine, che illumina tutto, verso l’alto di quella retina che ciondola dal ferro, tanto la saetta del ritorno lo riporta pesantemente a terra. La stagione 1980/1982 per Bill Robinzine inizia ai Cleveland Cavaliers; meno di un mese dopo viene ceduto ai Dallas Mavericks. L’ultima, per lui, è quella del 1981/1982, agli Utah Jazz, dove a fine stagione resta senza contratto, senza quel posto in alcun “NBA team’s roster”, mai cercato francamente nella beffarda realtà dei sogni di bambino.

Alla fine di quell’ultima stagione Frank Layden, direttore generale del Utah Jazz team, gli dice senza giri di parole che non vi era più possibilità di considerarlo utile in squadra. Bill continua a suonare la tromba, ne sono prova vari album che ha prodotto nella sua breve vita. E’ sempre stato bravo anche nel gioco degli scacchi. Qualche progetto nel ramo immobiliare per reinventarsi. L’agio economico che aveva assaporato non poteva continuare. Si mette alla prova con esperimenti lavorativi, così come ha fatto ogni anno con la palla da basket. Rifiuta la possibilità oltreoceano, in Italia, credendo per un attimo nello spiraglio, mai davvero concreto, di un’ulteriore stagione in NBA. Tanti pensieri. Troppi. Sono preoccupazioni adesso. Eppure, chiunque abbia avuto a che fare con lui, giura che non esistono foto, prove, momenti in cui Bill non sorridesse o fosse la persona più generosa del mondo con tutti.

Allora, forse, aveva ragione suo padre. Bill era forte. Di una potenza unica. Capace di essere il massimo di un se stesso che aveva scoperto così tardi rispetto ai suoi coetanei, stellari giocatori di pallacanestro.

Il 16 settembre 1982 Bill Robinzine deve aver sentito che non sarebbe più riuscito a sfoderare quel sorriso che per tutti era il segno di una persona tanto tranquilla e serena. Anche il giorno prima, scrivendo due lunghe pagine di triste lascito alla famiglia, deve aver avvertito il bisogno, non tanto di giustificare ciò che lucidamente aveva deciso di fare, ma di sollevarsi da qualcosa che era diventato più grande di lui. Qualcosa che, forse, non aveva mai davvero deciso di fare. Ma che si era ritrovato a fare dannatamente bene.

Un’escalation troppo accelerata. All’andata e al ritorno.

Quel 16 settembre, a soli 29 anni, stordisce se stesso col monossido di carbonio. Viene ritrovato dentro la sua Oldsmobile Toronado targata “ROBY-1”, in un deposito a Kansas City. Lasciando per sempre la moglie Claudia, il piccolo Steve e tutti coloro che l’hanno amato quando sorrideva anche quando le lacrime riempivano impetuose la sua anima nascosta. E, forse, lasciando al padre il pensiero che quel dover “giocare duro” a tutti costi per avere il rispetto – i neri il rispetto devono guadagnarselo due volte – quel dover ricominciare anche quando hai solo voglia, bisogno di fermarti, perché, in fondo, sei umano, è stato parte in causa di quel peso che Bill non poteva più sostenere.

E’ inconcepibilmente tragicomico sapere che sarà ricordato soprattutto per quel 13 novembre  1979 in cui Darryl Dawkins – “Chocolate Thunder” scelto, come capitò a Bill, al 1° giro di DRAFT nel 1975, quinto preferito – con la maglia dei Philadelphia 76ers, sferrando una delle sue famose quanto feroci schiacciate, ruppe il tabellone come era solito fare, facendo cadere la miriade di vetri quella volta proprio su Bill Robinzine. Questo valse a Dawkins l’idea del nome per la sua schiacciata di quel 13 novembre: “Robinzine Cryin”. Perché Bill fuggì via, vistosamente agitato, con le mani sul volto per proteggersi dai vetri.

Ma Bill non è stato solo un passaggio sotto uno dei vetri rotti di “Chocolate Thunder”. Bill ha saputo portare se stesso al massimo possibile. Sull’apice del suo rimbalzo ha messo tutti i suoi 201 cm, vivendo un sogno che non era stato suo fin da subito. Ma in cui si è perso con piacere inaspettato. E dal quale è stato impossibile svegliarsi.

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CANTONA e il LEEDS: Una breve e meravigliosa storia d’amore.

di REMO GANDOLFI

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“Lo abbiamo pensato tutti quanti quella sera di gennaio all’Elland Road.

Nel momento stesso in cui il nostro biondo numero 9 veniva portato fuori dal campo con un polso fratturato.

“E’ finita. Le nostre speranze di vincere il campionato si chiudono qua.”

Lee Chapman non solo è il nostro uomo-gol principale ma è forse l’unico giocatore in rosa per cui non abbiamo un sostituto vero.

Il Manchester United, che quella sera stessa ci cacciò fuori dalla FA CUP, avrebbe avuto il campionato in pugno.

Come avremmo potuto tenere il loro passo ?

In quel momento avevamo in classifica un punticino di vantaggio ma due partite in più degli uomini di Alex Ferguson.

E l’uomo che finalizzava il nostro gioco sarebbe stato indisponibile per almeno due mesi …

I giorni successivi furono deprimenti.

I nomi che noi tifosi leggevamo sui vari tabloid inglesi come possibili sostituti di “Chappy” non facevano che aumentare il nostro sconforto … e la consapevolezza che per noi, i sogni di conquistare il titolo di Campioni d’Inghilterra, andavano velocemente riposti nel cassetto.

 

Poi, quasi dal nulla, è arrivata “la bomba”.

La notizia oggi è su tutti i giornali.

Ieri sera a Leeds se ne parlava già in tutti i pub.

E’ arrivato l’attaccante che dovrà sopperire all’assenza di Chapman.

Si chiama Eric Cantona.

E’ francese.

“Eric chi ???” è la domanda di molti qua a Leeds.

Fuori dai confini francesi forse non è conosciutissimo ma per lui parlano le statistiche, nel bene e nel male.

21 presenze nella nazionale francese con 15 reti all’attivo.

Esordio in nazionale a vent’anni appena compiuti.

Più di 50 goal nel campionato francese in poco più di cinque stagioni.

Cinque stagioni mai giocate per intero però.

Non per gli infortuni ma per le continue squalifiche !

Risse con compagni di squadra, entrate da codice penale su avversari, offese ad allenatori e dirigenti, insulti al pubblico avversario fino ad arrivare alla squalifica più recente, del dicembre scorso quando, dopo aver ricevuto una squalifica per un mese per aver tirato il pallone volontariamente addosso ad un arbitro è riuscito a vedersi raddoppiata la squalifica per aver dato degli idioti a tutti i commissari della disciplinare francese.

Insomma, non si è proprio fatto mancare nulla !

A questo punto, pare anche su consiglio del suo psicologo, la decisione di cercare fortuna sulla nostra isola lontano dalla sua nazione con cui è guerra dichiarata.

Pare arrivi in prestito fino a giugno.

Poi si vedrà.

Si parla di lui come di un giocatore con un grandissimo potenziale.

In fondo ha solo 25 anni.

E’ alto e forte fisicamente ma chi l’ha visto giocare dice che ha nella tecnica, nel controllo di palla, nella visione di gioco e nel tiro le sue doti migliori.

Peccato che sia matto da legare !

Il Boss ieri ha parlato con lui prima di mettere nero su bianco.

Un’ora abbondante.

Sa che è un rischio, un rischio grande.

Della forza e della coesione del gruppo Wilko ne ha sempre fatto una priorità assoluta.

Ma Michel Platini e Glenn Hoddle, che lo conoscono bene, gli hanno raccontato cose incredibili di questo ragazzo e delle sue enormi potenzialità.

Staremo a vedere.

 

Eric Cantona ci è stato presentato prima del match con il Crystal Palace.

La sua sola presenza al centro del campo, anche se in abiti borghesi, è servita a tranquillizzare anche il più cinico e prevenuto dei nostri tifosi.

Chi si aspettava il prototipo del “francese da film”, mingherlino e compito, è rimasto piacevolmente sorpreso.

Eric Cantona è grande e possente , ha spalle larghe e gambe robuste e potenti.

E poi ha questa “aurea” davvero particolare.

Trasuda carisma in ogni suo movimento.

Si muove lentamente, sempre con la testa alta.

Ha uno sguardo fiero e duro, che diventa improvvisamente morbido quando sorride.

Purtroppo il suo inglese è limitatissimo e questo potrebbe essere un problema.

Vedremo.

Intanto lunedì farà il suo primo allenamento con la squadra.

E io, ovviamente, ho preso un giorno di ferie.

Mica posso mancare !

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Il primo allenamento di Eric Cantona è stato uno shock assoluto.

Per tutti quanti.

Già quando è uscito dagli spogliatoi ci siamo resi conto che il francese a livello fisico non ha alcuna ragione di temere la proverbiale fisicità del campionato inglese.

L’impressione avuta all’Elland Road sabato scorso era giustissima.

Cantona è proprio grande e grosso. 188 cm di altezza e quasi 90 kg di peso !

A dir la verità forse un paio di kg in eccesso nel girovita ci sono, ma considerato il periodo di inattività del francese nel complesso la situazione è ancora meglio del previsto.

Ma lo shock vero e proprio è stato sul campo di allenamento.

Nonostante il terreno allentato dal tempo infame che sta continuando a flagellare lo Yorkshire il francese ha stupito tutti per la sua tecnica.

Palla sempre incollata ai piedi e una capacità di “vedere” il passaggio sorprendente.

E’ addirittura molto abile nel saltare l’avversario in dribbling.

Cosa che per un calciatore della sua struttura fisica non è poi così frequente !

Nella partitella finale nove contro nove è stato quasi comico vedere le facce stupite di giocatori del livello di Strachan, Mc Allister o Dorigo che pure hanno giocato a livello internazionale affrontando fior di campioni.

Wilko è attento, segue con grande concentrazione ogni mossa di Cantona.

Ma si capisce che gli piace quello che vede.

Cantona potrà esserci molto utile.

Sia in assenza di Chapman sia quando Chapman rientrerà dall’infortunio.

Sono tutt’altro che due cloni !

Anzi, hanno caratteristiche complementari e il Boss se n’è già accorto.

Per cominciare Eric chiede sempre la palla sui piedi.

Di testa non è scarso ma è evidente che non è il classico “target man” britannico.

Non è un fulmine e raramente detta il passaggio negli spazi.

Di certo c’è che il povero Mc Clelland, suo avversario diretto nella partitella, ha sudato le proverbiali sette camicie per contenerlo.

Nel 5 a 4 finale dei “rossi” di Cantona, Mc Allister e Batty nei confronti dei “bianchi” di Strachan, Speed e Dorigo il francese ha segnato un solo gol ma tre degli altri quattro gol sono arrivati dai suoi assists.

L’umore, così cupo solo un paio di settimane fa, è già cambiato.

La vittoria sul Notts County e l’arrivo di questo stravagante francese hanno ridato entusiasmo a tutti quanti.

E’ vero, dobbiamo ancora vederlo all’opera dove conta realmente, in una partita vera.

Ma una cosa è certa: Eric Cantona sa giocare a calcio.

 

Se il primo allenamento di Cantona è stato uno shock assoluto quello che è accaduto oggi nel suo secondo allenamento ha lasciato tutti assolutamente esterrefatti.

Nella partitella finale su campo ridotto (le due porte sono state sistemate sulla linea del limite dell’area) Big John ha rinviato un lungo pallone con le mani verso il centrocampo dove più o meno era posizionato Eric.

Il francese si è lasciato scavalcare dal pallone ma prima che lo stesso toccasse terra lo ha colpito al volo andando a pescare l’incrocio dei pali della porta difesa da un immobile e basito Mervin Day.

Distanza ? 40 metri buoni.

Reazione ? Eric è tornato nella sua metà campo per la ripresa del gioco come se tutto questo fosse per lui la cosa più naturale del mondo.

Dieci secondi di ammirato e assoluto silenzio da parte di tutti quanti, Wilko compreso.

“Beh, non si gioca più ?” ha chiesto Eric.

 

Oggi, 8 febbraio 1992, Eric ha fatto il suo esordio con i nostri colori.

Una partita storta, su un campo per noi maledetto, quello dell’Oldham, dove abbiamo vinto una volta sola in 14 incontri.

Non mi stupirei se il “contingente” di giornalisti francesi presenti allo stadio per raccontare della prima volta di Eric Cantona in terra d’Albione possa aver pensato che la squadra in testa alla classifica fosse quella in completo blu dei nostri avversari …

Cantona ? Eric è entrato ad inizio ripresa al posto di Stevie Hodge.

Non certo la partita giusta per emergere vista la scarsissima quantità e qualità di palloni giocabili.

Però si è visto che era felice di tornare su un campo di calcio e anche che i duelli fisici del campionato inglese non lo spaventano affatto.

Alla fine ha detto solo qualche parola alla stampa.

“Mi spiace avere esordito con una sconfitta. Però mi sono divertito. I difensori inglesi sono molto professionali e determinati. Ma non sono carogne come quelli francesi.”

Grande Eric ! Dovevate vedere le facce dei giornalisti attorno a lui.

… ce l’avevano detto che era matto … e avevano ragione !

 

 

Poi Chapman è tornato ed Eric, anche se si è dovuto sedere spesso in panchina, ha dato la svolta in un sacco di partite e poi … beh poi c’è stato QUEL GOL.

Un gol che entrerà nella leggenda di questo Club e che farà dire a molti tra qualche anno “io c’ero quando Cantona segnò  quel gol al Chelsea”.

Ricevuta la palla da una rimessa laterale di Gordon Strachan Eric ha controllato la palla al volo prima con l’interno e poi con l’esterno del piede destro facendo girare la testa a Paul Elliott, altro controllo con l’interno del piede e tiro al volo sotto la traversa di uno stranito Beasant.

Il tutto senza che la palla toccasse terra !

https://youtu.be/JaLM8DfCaXA

La sua corsa verso i tifosi, gli abbracci e l’esultanza in mezzo a loro hanno sancito ulteriormente un amore che è destinato a durare per questo giocatore che ha fatto a dire a qualcuno oggi “non vedevo un francese così elegante, agile e fantasioso dai tempi dei 3 moschettieri !!!”

 

 

PARTE SECONDA

 

Vincemmo il titolo.

Nei festeggiamenti dopo la partita qualcuno mise il microfono sotto al naso di Eric che con l’inglese fa ancora a pugni.

“I don’t know why but i’m happy”.

Queste le parole di Eric.

Ci fece impazzire tutti, letteralmente !

Qualcuno mise questa strana frase addirittura in una canzone !

Eric Cantona era definitivamente entrato nei nostri cuori.

Quella dopo la conquista del titolo fu l’estate più lunga della nostra vita.

Ad agosto ci attendeva la Charity Shield a Wembley, poi c’era l’inizio del campionato con un titolo da difendere nella neonata “Premier League” e poi addirittura la Coppa dei Campioni.

Il Leeds non ci partecipava dal maggio del 1975.

Da quella che per tutti noi rimane il “furto di Parigi” dove una giacchetta nera francese di nome Michel Kitabdjian ci tolse ogni possibilità di vincere il trofeo con le sue cervellotiche e vergognose decisioni a favore dei nostri avversari di quella finale, i tedeschi del Bayern di Monaco.

A Wembley vincemmo la Charity Shield.

Fu uno scoppiettante e spettacolare 4 a 3 contro il Liverpool ed Eric fu l’assoluto protagonista quel giorno segnando tre delle nostre reti.

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Sembrava il preludio di un’altra grande stagione e chissà, magari dell’inizio di un nuovo ciclo come quello di Don Revie, circa un quarto di secolo prima.

Invece le cose iniziarono ad andare storte, prima in campo e poi fuori.

Risultati altalenanti, qualche nuovo acquisto non all’altezza delle aspettative e qualche giocatore fino ad allora fondamentale ormai al crepuscolo della carriera.

Ma nessuno tifoso dei “Whites” si sarebbe aspettato quello che stava per accadere.

A Leeds girava già da qualche giorno la voce che Alex Ferguson stesse sondando il terreno per un nostro attaccante.

Sapevamo anche che il manager scozzese aveva più volte affermato che il classico “target man”, il centravanti classico britannico, era ancora fondamentale alle nostre latitudini e per questo motivo abbiamo tutti pensato che fosse Lee Chapman il suo obiettivo.

Invece fu proprio Eric Cantona che nel novembre di quello stesso 1993 attraversò i Monti Pennini con destinazione Old Trafford.

Non riuscivamo a capacitarcene.

Eric era la nostra icona, era quello che illuminava le partite, quello che con il suo talento, con quel suo stile unico e carismatico poteva darti novanta minuti di godimento anche se magari il risultato non era stato quello atteso.

Ceduto per di più ai nostri acerrimi nemici, andando a rinforzare una diretta rivale.

In seguito ci hanno provato in tutti i modi ad addolcirci la pillola cercando di convincerci che era solo “per il bene del Leeds United” e che Eric era scontroso, individualista, poco propenso al sacrificio per la squadra quando c’era da recuperare il pallone o difendere sui calci piazzati … e che non era gradito dai compagni.

Qualcuno arrivò perfino a parlare di “relazioni amorose” con mogli di altri giocatori del Leeds.

Fatto sta che andare all’Elland Road per un sacco di tempo non fu più la stessa cosa.

… e vederlo trionfare nelle stagioni successive con la maglia rossa del Manchester United faceva un gran male agli occhi e al cuore …

 

Tratto da “LEEDS CAMPIONE – Il racconto di una stagione di gloria” di Remo Gandolfi – Edizioni URBONE.

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https://youtu.be/81XFLgAWlRs

 

DAVID KIPIANI: la tragica storia di un eroe dimenticato.

di REMO GANDOLFI

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13 maggio 1981.

Il giorno che ogni singolo abitante della Georgia e di Tbilisi in particolare, ricorda alla perfezione. Essere nati dopo quel giorno in Georgia, e a Tbilisi in particolare, è considerata poco meno di una disgrazia.

“Tu mica c’eri nel maggio del 1981!” è la frase più ricorrente verso tutte le generazioni successive.

Il 13 maggio 1981 è il giorno in cui la Georgia intera si è fermata.

E’ un po’ come chiedere ad un italiano dov’era l’11 luglio dell’anno successivo o ad un danese dove si trovava il 26 giugno del 1992.

Facile … davanti alla tv ad assistere alla “partita di calcio della vita”.

Ho fatto due esempi di nazionali di calcio dei propri paesi.

Beh, obietterà qualcuno, ma la Dinamo Tbilisi è una squadra di club, mica una nazionale.

Sbagliato.

La Dinamo Tbilisi era la squadra che rappresentava ai tempi dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche la NAZIONE Georgia.

Quella sera a Tbilisi perfino nei registri di polizia pare non sia stata segnalata nessuna effrazione. Nessuna rapina, nessuna rissa, nessun borseggio.

La Georgia intera era tutta davanti alla tv.

Quella sera la Dinamo giocava la finale della bellissima e ahinoi defunta Coppa delle Coppe.

Di fronte non certo una delle grandi del calcio europeo ma una squadra di una piccola città tedesca, anch’essa aldilà del muro di Berlino.

Anzi, che dal muro distava poco più di 200 chilometri visto che la squadra in questione è il Karl Zeiss Jena, è Jena è in Turingia, nell’allora Germania dell’Est.

C’è un problema però e non di poco conto.

La finale si gioca “aldiquà” del muro ed esattamente a Dusseldorf, nell’altra Germania, quella dell’Ovest.

I cinquemila tifosi scarsi (e perlopiù locali) che siedono sulle tribune del Rheinstadion non contribuiscono certo a rendere l’atmosfera indimenticabile.

La divisione ancora in atto tra le due “Europe” rende praticamente impossibile ai tifosi della Dinamo la trasferta in terra tedesca … anche se è la partita “della vita”.

I tifosi che arrivano da Tbilisi sono un centinaio … forse addirittura meno.

Poco importa.

Entrambe le due squadre per arrivare in finale non hanno avuto certo un percorso facilissimo.

Già al primo turno il Karl Zeis Jena ha fatto un impresa, anzi “l’impresa” come ancora oggi amano ricordare i più attempati tifosi di questa glorioso club caduto in disgrazia dopo la riunificazione fra le Germanie.

Al primo turno infatti per i tedeschi di Jena c’è la Roma che all’Olimpico vince con un netto 3 a 0. Pruzzo, Ancelotti e Falcao i marcatori. Sembra tutto chiuso e definito. Ma nella partita di ritorno il Karl Zeiss getta il cuore aldilà dell’ostacolo giocando con una determinazione ed una grinta che spiazza completamente i giallorossi, convinti di andare a fare una gita in quella piccola cittadina in mezzo al nulla.

Il Karl Zeiss Jena vincerà per 4 reti a 0, colpirà due volte i pali della porta di Tancredi che salverà da un ancor peggior tracollo i suoi con alcuni interventi di altissimo livello.

Dopo la Roma saranno il Valencia (campione in carica) la rivelazione Newport County e il Benfica a cadere sotto i colpi dei biancoblu tedeschi.

La Dinamo invece, dopo due turni tutto sommato abbordabili contro i greci del Kastoria e gli irlandesi del Waterford compiono un’impresa nei quarti di finale eliminando gli inglesi del West Ham. Il 4 a 1 con cui sconfiggono Brooking e compagni è ancora oggi ricordata come una delle prestazioni più spettacolari offerte da una squadra straniera sul suolo britannico.

Il Guardian scriverà che “La Dinamo Tbilisi ha fatto innamorare una generazione con il suo calcio meraviglioso”.

In semifinale saranno gli olandesi del Feyenoord a cadere, sconfitti 3 a 0 a Tbilisi e “contenuti” con uno 0 – 2 al De Kuip.

Stasera c’è l’occasione per entrare nella storia.

Del calcio russo, che prima della Dimano Tbilisi aveva visto soltanto la Dynamo Kiev di Oleg Blokhin e compagni alzare al cielo lo stesso trofeo continentale sei stagioni, ma soprattutto del calcio della Georgia, mai arrivato con un proprio Club così in alto.

La tv nazionale, rigorosamente in bianconero, trasmetterà l’incontro.

Fin dalle prime battute però si capisce che siamo di fronte a qualcosa di speciale.

La Dimano Tbilisi non sembra affatto una squadra russa.

La Dynamo Kiev e la nazionale avevano sempre raggiunto i loro migliori risultati grazie ad una metodica organizzazione di gioco, ad una grande forza fisica e ad una filosofia pragmatica e senza fronzoli.

La Dinamo è l’esatto contrario.

Tecnica, fantasia, creatività e tanto spazio alle giocate individuali dei suoi calciatori più dotati.

Non certo quello che ci si aspetta da una squadra russa.

“Semplice” risponderebbero in coro i calciatori della Dinamo “Noi siamo Georgiani, mica russi !”.

Fin dalle battute iniziali c’è un calciatore che attira l’attenzione di quasi tutti gli spettatori di quell’incontro.

Inizialmente per il suo aspetto fisico, così particolare che lo fa sembrare un impiegato da scrivania più che un calciatore di calcio.

Alto, magro e spigoloso.

Con una calvizie importante e due baffoni neri sotto due zigomi pronunciati.

Ma è quando tocca la palla che ci si accorge che David Kipiani NON E’ un giocatore normale.

Intanto è il leader assoluto della squadra.

Sembra che esista una legge non scritta per cui ogni pallone di ogni azione offensiva debba passare dai suoi piedi.

Pare però che lo sappiano bene anche i giocatori del Karl Zeiss Jena !

Ogni volta che Kipiani entra in possesso di palla ci sono un paio di calciatori tedeschi che immediatamente gli mordono le caviglie e che, fedeli al vecchio motto “o gamba o pallone” cercano di limitare il più possibile il numero 10 in completo blu.

Teoricamente è un attaccante, almeno così viene presentato nella formazione iniziale.

In realtà è uno di quei giocatori alla Di Stefano, alla Cruyff, alla Tostao o alla Deyna, così intelligenti e duttili che sembra che “sentano” in quale posizione possono fare più male all’avversario.

Quei giocatori ai quali gli dei, oltre al talento, hanno regalato anche un cervello pensante.

E così Kipiani inizia ad arretrare, galleggiando, come si direbbe oggi, “fra le linee”.

Troppo arretrato per essere marcato da uno stopper e troppo avanzato per “sprecare” un centrocampista nella sua marcatura.

Il primo tempo scorre via frenetico, lottato e sudato.

Ma giocato poco.

La Dinamo Tbilisi ama essere padrone del gioco e la palla ce l’hanno quasi sempre i Georgiani.

Ma il Karl Zeiss non molla un centimetro, chiude gli spazi e prova a far male soprattutto con le ali Vogel e Bielau.

Nella ripresa, dopo meno di venti minuti, quella che sembra la svolta del match.

C’è una bella azione di rimessa dei tedeschi con la palla che Vogel, dopo una bella triangolazione con Lindemann, arriva sulla linea di fondo prima di mettere in mezzo un cross arretrato sul quale la difesa della Dinamo Tbilisi sembra incerta.

Da dietro arriva il mediano Hoppe che con un bel destro al volo infila la palla sotto la traversa di un esterrefatto Gabelia.

E’ Séngelia a partire in percussione saltando un paio di avversari prima di “scaricare” in stile cestistico sulla destra verso l’accorrente Gutsaev. Gran botta di prima intenzione e palla in rete.

Non sono passati nemmeno quattro minuti dal vantaggio tedesco.

La Dinamo Tbilisi diventa padrona del campo e “Dato” (questo il suo soprannome in tutta la Georgia) sale in cattedra, distribuendo palloni e facendo da catalizzatore del gioco.

Il dinoccolato “regista-rifinitore-attaccante” della Dinamo ha una caratteristica peculiare, comune a tutti i grandi calciatori: i tempi della partita li detta lui.

Mancano meno di quattro minuti al termine.

La partita sembra destinata ai supplementari quando Kipiani riceve palla sulla trequarti avversaria. Stavolta sembra quasi crogiolarsi con la sfera tra i piedi, dando l’idea di voler ingannare il tempo (e il Karl Zeiss) in attesa dei supplementari.

Poi, sempre con grande indolenza, decide di “scaricare” la sfera al compagno di squadra Vit’ali Daraselia, altro immenso giocatore e alter ego perfetto di Kipiani: corpulento, arrembante di corsa e muscoli ma con piedi più che educati.

Daraselia non è particolarmente “pensante”.

Non fa calcoli e si lancia verso la porta avversaria.

Ci sono trenta metri buoni tra lui e Grapenthin, il numero uno tedesco.

Daraselia salta un prima avversario in velocità, rientra verso il centro dell’area, finge il tiro di destro facendo sedere l’avversario e poi con il sinistro scarica un rasoterra che si infila a fil di palo.

Per i tedeschi dell’Est non c’è più tempo.

La Dinamo Tbilisi conquista quello che allora era il 2° trofeo continentale più importante.

Il primo (e ultimo) per la regione georgiana, che diventerà Nazione a tutti gli effetti esattamente dieci anni dopo.

La Georgia intera impazzisce.

Milioni di georgiani scendono nelle strade. In quasi centomila si ritrovano allo stadio della Dinamo, allora intitolato a Vladimir Lenin.

Per David Kipiani è la definitiva consacrazione.

Sono tante le squadre di blasone a volerlo nell’Europa aldilà del muro.

“Dato”non vacilla neppure un momento.

E’ georgiano, e a Tbilisi vuole rimanere tutta la carriera … e tutta la vita.

Aldilà del muro ci va qualche mese dopo, per un Torneo estivo, quello organizzato al Santiago Bernabeu di Madrid e intitolato proprio all’ex grande presidente del Real di Puskas, Gento e Di Stefano.

La Dinamo Tbilisi sta giocando proprio contro i padroni di casa del Real Madrid quando una assurda entrata del centrocampista madrileno Angel lascia Kipiani a terra con una gamba spezzata.

E’ il settembre del 1981.

L’URSS ha fallito la qualificazione ai Mondiali argentini del 1978 ma stavolta la qualificazione ai Mondiali di Spagna del 1982 è praticamente cosa fatta.

Per Kipiani è l’occasione che aspetta da sempre.

Poter mostrare al mondo le sue doti sul palcoscenico più importante in assoluto.

Avrà quasi 31 anni per cui probabilmente sarà anche l’ultima opportunità a questi livelli.

Sono lunghi mesi di recupero, riabilitazione ma quando riprende a giocare nella primavera del 1982 sembra sia tutto a posto.

Kipiani ha ripreso a giocare nella Dinamo Tbilisi e riprende in mano la squadra giusto in tempo per le fasi decisive della stagione. C’è una Coppa delle Coppe da difendere e Kipiani è protagonista della vittoria nei quarti contro il Legia Varsavia prima di cedere in semifinale ai belgi dello Standard Liegi.

Ma c’è un problema, inatteso quanto insormontabile.

La panchina della Nazionale russa, in una cervellotica quanto inefficace decisione della Federazione, viene assegnata a tre tecnici, che devono rappresentare le tre maggiori “scuole” delle repubbliche socialiste sovietiche: russa, ucraina e georgiana.

Konstantin Beskov allenatore dello Spartak Mosca, Valeriy Lobanovsky allenatore della Dynamo Kiev e infine Nodar Akhalkatsi allenatore della Dinamo Tbilisi.

Con 4 calciatori della Dinamo Tbilisi praticamente nella formazione titolare (Chivadze, Sulakvelidze, Daraselia e Shengelia) c’era il grosso rischio (secondo la federazione russa e soprattutto secondo Lobanovsky e Beskov) di alterare troppo gli equilibri del team.

David Kipiani a questo punto è ritenuto di troppo.

Non solo, ma la sua creatività, la sua anarchia tattica e soprattutto il suo evidente carisma vengono visti dai due terzi della panchina russa come “limiti” nella struttura del gioco rigido e organizzato voluto da Beskov e soprattutto Lobanovsky.

Allora si decide per la versione di comodo.

“Kipiani non ha ancora pienamente recuperato dall’infortunio del Bernabeu”.

Una menzogna, niente di più e niente di meno, a cui non crede nessuno, soprattutto chi lo ha visto in azione da marzo in avanti.

Per Kipiani la delusione è enorme.

Ne lui ne il resto della Georgia (e gran parte dell’opinione pubblica sovietica) riescono a capire questa scelta.

A questo punto Kipiani prende una decisione estrema, che lì per lì pare solo dettata dallo sconforto di essersi visto privare del sogno della carriera: lasciare il calcio.

David Kipiani ha solo trent’anni.

Sono tutti convinti che sia uno sfogo temporaneo, dovuto alla delusione e alla rabbia e che rivederlo in campo sia solo questione di tempo.

Non sarà così.

David Kipiani non tornerà mai più su un campo di calcio con le scarpette ai piedi.

Neppure per la sua partita d’addio, prevista per il novembre di quel 1982 e annullata per la morte pochi giorni prima del segretario del Partito Comunista Leonid Brezhnev.

David Kipiani, figlio di due importanti medici di Tbilisi, intraprende la carriera di allenatore.

Prima la Dinamo Tbilisi a più riprese, poi la Nazionale della Georgia, una esperienza a Cipro e una in Belgio.

E’ il 17 settembre del 2001.

Kipiani è stato appena contattato dalla Dinamo Mosca che lo vuole sulla sua panchina.

E’ la sua prima squadra della vecchia madre Patria fuori dai confini della Georgia e soprattutto è uno dei team più importanti del Paese.

Kipiani sale sulla sua auto per andare all’aeroporto di Tbilisi con destinazione Mosca per discutere dell’offerta.

Il fato, però ha deciso diversamente.

Perderà la vita schiantandosi a forte velocità contro un albero al bordo della strada.

Ma la morte non sarà colpa della sua imperizia al volante.

L’autopsia rivelerà che è stato un attacco di cuore a fargli perdere il controllo dell’auto.

La Georgia piangerà forse il suo più grande campione, quello che tutto il suo popolo sperava di vedere ai Mondiali di Spagna del 1982 … perché da queste parti sono ancora in tanti quelli convinti che “Dato” avrebbe fatto la differenza.

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David Kipiani nasce il 18 novembre 1951 da una famiglia benestante. I genitori  di David sono entrambi medici e per lui vedono solo una carriera possibile: quella in camice bianco. David, che comunque eccelle negli studi, ha un sogno ben diverso: quello di diventare calciatore emulando il suo idolo dell’infanzia Slava Metreveli, georgiano come lui e autore di uno dei gol con i quali l’URSS sconfisse nella finale del primo campionato europeo la Jugoslavia nel 1960.

Il padre ha giocato a calcio a livelli dilettantistici e nonostante la ferrea opposizione della madre permette a David di alimentare il suo sogno.

Entra nelle giovanili della Dinamo Tbilisi a 13 anni ma quando sembra pronto per il definitivo salto di qualità un grave infortunio al ginocchio ne mette in serio pericolo la carriera.

I genitori insistono perché riprenda a pieno regime la carriera universitaria e dopo un tentativo abortito di fare medicina come nei sogni dei genitori David si iscrive a legge.

Il calcio diventa poco più di un passatempo in quel periodo ma c’è qualcuno che lo nota e gli dice di non mollare perché con le sue qualità prima o poi arriveranno anche le soddisfazioni.

Questo signore è Kote Makharadze, il più famoso commentatore sportivo georgiano.

… E sarà proprio lui, in quella sera di maggio del 1981, a commentare l’impresa della Dinamo Tbilisi in Coppa della Coppe.

David torna a tutti gli effetti a fare il calciatore.

Quando ha 19 anni è un titolare inamovibile della Dinamo Tbilisi ma c’è un problema: nessuno pare avere le idee chiare in quale ruolo utilizzare il suo talento.

“Dato” gioca praticamente in tutti i ruoli dell’attacco e del centrocampo anche se lui continua imperterrito a definirsi “un classico centravanti”.

Nella primavera del 1974 però la sua carriera calcistica subirà la svolta decisiva … e sarà un altro infortunio al ginocchio che si rivelerà decisivo !

Kipiani per curarsi ha il permesso di andare in Ucraina e da lì può vedere i Mondiali di calcio del 1974, cosa che sarebbe stata impossibile nel suo Paese a causa dello stretto regime politico.

E qui Kipiani si innamora dell’Olanda e del suo meraviglioso calcio. Ma soprattutto si innamora di quel numero 14 che pare essere da tutte le parti del campo e dal quale passano tutti i palloni.

“Ecco, quello è esattamente quello che voglio diventare io nella mia Dinamo” dirà Kipiani agli amici al suo ritorno in Georgia.

E sarà esattamente così.

David Kipiani diventerà il più grande calciatore georgiano di sempre e uno dei più grandi “playmaker” della storia del calcio … almeno per tutti quelli così fortunati da averlo visto in azione.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Il suo primo titolo conquistato con la Dinamo Tbilisi fu la Coppa nazionale del 1976. A quei tempi Kipiani era già arretrato in cabina di regia ma curiosamente il suo gol fu un classico gol da centravanti; grande stacco e colpo di testa all’angolino.

Non male per uno che aveva sempre affermato  che “non mi piace colpire troppo spesso la palla di testa. Può danneggiare il cervello e a me il cervello in campo serve parecchio !”.

Nel 1977 la Dinamo Tbilisi affronta l’Inter di Milano in una partita di Coppa UEFA. Mancano poco più di 10 minuti alla fine. David Kipiani ruba la palla a Giacinto Facchetti e poi si invola verso la porta. Entra in area e lascia partire un destro forte e rasoterra che batte il portiere nerazzurro Bordon. Sarà il gol decisivo della contesa. A Facchetti viene chiesto il motivo di tanta passività per di più in un periodo dove il “fallo da ultimo uomo” ancora non veniva punito come oggi. “Non me le sono sentita di fare fallo su un giocatore così meraviglioso” fu la risposta del grande Giacinto Facchetti.

Infine, questa la definizione data a Kipiani da Tengiz Packhoria, il più celebre giornalista sportivo georgiano.

“Kipiani ha elevato il calcio da sport ad arte. La gente impazziva per lui. Conosco persone che andavano allo stadio solo per vedere giocare lui … e “Dato” li rendeva felici perché era differente da qualsiasi altro calciatore”.

 

https://youtu.be/787TiZjrKco

 

 

ROBIN WILLIAMS: L’istrione dal sorriso triste.

di SARA DEL BARBA

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Na-no Na-no. Sorrido ogni volta che fa capolino tra i miei pensieri, mentre le mani, senza bisogno di essere condotte, si portano alle orecchie.
Casuali e, alla fine, anche fortunose circostanze mi hanno teletrasportato in questo mondo. Con il mio uovo, strambo almeno quanto me.
Nel 1977, trasferito ormai da un po’ di anni nell’assolata California, mi ritrovai a Los Angeles, così calda, rumorosa, lontana da Chicago. George Schlatter mi offrì di far parte del suo revival dell’indimenticato “Laugh-In” degli anni ’60. Lo show non durò molto, come spesso accade ai rifacimenti che, inevitabilmente, non possono avere quell’originalità intrinseca, propria, leggera dell’inedito. In ogni caso, da lì ebbi modo di essere scritturato da semi-regolare al The Richard Pryor Show, dove le mie apparizioni si trovavano perfettamente a loro agio in quell’atmosfera di sagace umorismo, dove potevo scatenare i miei me stesso. Il pubblico rideva. Ma quello che più davvero mi dava soddisfazione era il fatto di poter essere un commediante relativamente libero e che coloro che stavano nel pubblico, finito di ridere fino alle lacrime per qualche mia stravagante uscita con l’accento che poteva essere californiano quanto del Tennessee, a seconda del mio umore o dei miei raptus mentali, poi dovevano subito trattenere la pipì perché mi divertivo a non lasciare loro il tempo di riprendersi dalla battuta precedente.
Già allora i miei personaggi erano il mio veicolo. E già allora cominciavano i su e giù per le montagne russe della mia mente.
The Richard Pryor Show non sopravvisse molto. Ne fui dispiaciuto. Le prime esperienze televisive si erano già chiuse, era un vero peccato non potermi scatenare ancora. Non potevo capire, allora, che questa fu la mia fortuna. Gary Marshall, produttore di Happy Days che già da circa cinque anni incollava davanti alla televisione le famiglie americane sui loro divani da quali poter vedere, in simultanea, la bandiera americana in giardino, mi notò proprio al Pryor Show. Continuavo le mie esibizioni di stand up, ma decisi di fare il provino per una puntata di Happy Days, così come volle Gary. Sarebbe dovuto essere un episodio speciale, incentrato su un alieno che arriva a casa Cunninghum, un escamotage per ravvivare un po’ il telefilm, produttori e regista erano ormai a corto di idee. Entro nella stanza, mi dicono di sedermi. Proprio il gesto di sedermi, di testa e a gambe all’aria, ha fatto tutto il resto. Insieme alla voce nasale e al saluto storpiato, caricaturato di Star Trek. Sette mesi dopo, andò in onda il primo episodio di Mork & Mindy.
Era il 14 settembre 1978. Sono Mork e vengo da Ork.
Sono grato dell’esperienza dei personaggi che ho vestito, enormemente grato. Ma sopra ogni cosa, mi sento fortunato ad aver avuto sempre la libertà di esprimere anche solo una piccola parte di me stesso attraverso l’improvvisazione, che è un tutt’uno con Robin. Gli schizzi ironici, o tragici, o anche mielosi. Quelli dell’ultimo secondo. Che non sanno ripetere fedelmente un copione. Il prodigioso segreto di un mestiere che non mi ha mai annoiato, che ho amato fino all’ultimo ciak. Lungo una vita che ho sentito vibrare sulla pelle della voce che rimbomba in sala prove.
Ho pescato la carta degli “imprevisti ” con cadenze regolari.
Poi tornavo nel mio Uovo. Per un pó. Sono Mork e vengo da Ork.
Dalla morte sul palcoscenico ci si risveglia sempre. A volte, ironia beffarda, tra le risa del pubblico. Le montagne russe hanno continuato, a fasi alterne, a fare da padrone. Come sull’ottovolante, in discesa mi godevo il vento. Ma quando scendi e giuri che “mai più”, sei convinto che davvero non ti farai mai più trascinare in balia di qualcosa che si appropria di te stesso in modo tanto sbagliato. Dove l’attore non riesce ad entrare nella parte.
Il denaro mi ha rubato spesso la parte del ruolo di protagonista. Lucifero di troppe serate. E mattinate. Poi tornavo sul mio Uovo. Per un po’. Sono Mork e vengo da Ork.
Eppure riuscivo di nuovo nel teletrasporto. Un presidente, una donna, Peter Pan, il professor Keating. Negli occhi lo sento. Se ne vale la pena, allora vedo come fossi lui. O lei. Solo un po’ robinizzati. Se avverti quella sensazione, quell’immedesimazione temporanea ma profonda, hai guadagnato la prospettiva ideale, il punto di vista perfetto. Che ti fa anche sperimentare stati d’animo coi quali, altrimenti, difficilmente ti saresti misurato.
Da Chicago alla California. Devi mutare un pó anche te stesso nel cambiamento. Adattarti alla temperatura, all’abbigliamento, ai gesti, le usanze, i profumi. Allo spleen. Così è anche sul palcoscenico. È un’iniezione irruenta. Immediato, ardito turbinio di emozioni. Veloce. Schizofrenico. Attraverso te stesso sei qualcuno che può avere la capacità di sfiorarti il pensiero che proprio quel te stesso, alle volte, ti ingabbia.
Christopher. John. Poi tornavo sul mio Uovo. Per un pó. Sono Mork e vengo da Ork.
Capitano, o mio Capitano!
Posso, io, aver insegnato mai qualcosa? Ai miei figli, almeno? Me lo auguro. Ma sono certo di avere imparato. E di averlo fatto davvero, ma mai abbastanza. Linfa vitale. Che ha iniziato a circolare troppo debole.
Poi tornavo sul mio Uovo. Per un pó. Sono Mork e vengo da Ork.
In una giacca. Con un naso da pagliaccio. Con una parrucca da donna. Dietro un paio di occhiali neri. Alla ricerca dell’Isola che non c’è. Dov’era Robin? L’ho capito solo adesso. Che la limitazione lenta ed inesorabile di quella libertà di decidere quanto esserci dentro sta lentamente logorando il mio corpo. La mia mente. La mia anima.
Trema una mano. La lingua s’inceppa. La libertà sta esaurendo. Trema di nuovo. Il mio saluto non sa più essere vulcaniano. Io non so più essere me stesso. I miei personaggi non sanno più riconoscermi.
Tuta rossa, mani alle orecchie. Sono Mork. E torno su Ork.
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Esuberanza all’ennesima potenza. Caricatura ad arte. Intensità. Ironia e sarcasmo dosati con tale maestria che non possono che essere naturali doti di un essere umano. Non si possono semplicemente imparare. Ma anche delicatezza, a tratti amara. Attore multiforme, con grande intelligenza emotiva.
Sono nata nel 1982, circa un mese dopo che l’Italia di Paolo Rossi aveva potuto alzare la coppa dei Mondiali di calcio di   Spagna.
Mork & Mindy andarono in onda in America tra il 1978 e il 1982. Poco dopo la serie approdò anche in Italia. E seguirono le repliche di quelle quattro stagioni per anni ed anni, fu un fenomeno mediatico incredibile. Anche per me. Ed anche per gli attori e operatori sul set del telefilm:tutti a fatica contenevano le risate dovute alla comicità dilagante e improvvisata di Robin; Pam Dawber, la Mindy di Mork, era solita mordersi la lingua per non incappare in risate fragorose che avrebbero fatto sì che la scena andasse rifatta ancora e ancora.
Robin Williams è stato sicuramente un visionario nella sua indiscussa ed eccezionale bravura di attore. Nato a Chicago il 21 luglio 1951, si trasferì con la famiglia in California nel 1967. Un genio tanto ironico e comico sul palcoscenico, quanto delicato e leggero in famosissime interpretazioni cinematografiche. Un talento da far restare senza fiato. Che ci pensi ancora quando il film è finito e provi a prendere sonno.
I demoni della droga e dell’alcool, però, sono stati sempre parte di Robin; la depressione era in lui tanto quanto i suoi personaggi. La morte del caro amico John Belushi, col quale aveva condiviso anche quella serata, diede una prima scossa alla sua condotta di vita. Ma la vita di Robin è sempre stata scandita da continui, complicati, sofferti alti e bassi. Ancora prima di quel circolo vizioso, Robin ha sperimentato altre forme di malessere, come l’essere bullizzato. La vita privata è stata movimentata: tre mogli e tre figli dalle prime due.
Gli stavano stretti i ruoli rigidi, nei quali non è permesso poter essere sopra le righe. Perfino la Julliard gli stava stretta; quando ebbe l’occasione di frequentare la più famosa scuola di  Performing Arts  a New York, Robin, al suo giro di alto, fu uno dei soli due studenti ammessi. L’altro era il futuro Superman per antonomasia, Christopher Reeve. Le parole “straordinaria amicizia” non rendono a sufficienza. Quando Christopher incontrò Robin per la prima volta disse “Non avevo mai visto così tanta energia contenuta in una persona. Era come un pallone slegato che è stato gonfiato e immediatamente  rilasciato”. Quando nel 1995 Reeve ebbe un incidente da cavallo che lo rese paralizzato, Robin gli fu accanto come non mai, anche economicamente. “Ero in una stanza d’ospedale. Aspettavo un’operazione che aveva il 50% di possibilità di vedermi morire sotto i ferri. Irruppe nella mia stanza un uomo, aveva un camice da chirurgo e un accento russo. Disse che doveva assolutamente farmi un esame rettale. Era Robin Williams. Per la prima volta dall’incidente, risi e capii che ce l’ avrei fatta…capii che se potevo ridere, potevo vivere…”.
Nonostante la sua strabordante comicità, il suo senso dell’humor così innato, la mia ammirazione per il personaggio Robin non può non considerare straordinarie interpretazioni come il professor Keating o il dottor Maguire. Da brivido. Che sicuramente portano il merito anche del doppiatore italiano. Ma sentire le sue mille menti travestite anche in lingua originale, mi fa avvertire, sprofondando nei suoi occhi, l’effetto di quell’ottovolante. Che anche dietro l’espressione ridanciana e vulcanica, tra gesti schizzati e parodie dell’assurdo, non può dissimulare quel velo, tanto pesante da portare, che è la solitudine. Che sia il vuoto che hai dentro, o le persone sbagliate che hai intorno, pur tante che siano, ti senti solo. Perso.
“Se guardi al mondo con occhi onesti non puoi che diventare triste, e la tristezza fa ridere. Un comico deve essere onesto, parlare liberamente e abbracciare la realtà: questo è  l’umorismo”.
Un fiume in piena, un clown triste, che ha saputo osare con ironia e forme di divertimento anche sulle cose tragiche della vita. I ritratti e le descrizioni che rimangono di lui non restituiscono il complesso e meraviglioso lascito di Robin Williams, ma sono strumento utile per non dimenticare, nonostante tutto, la sua vitalità. Mentre si gode l’aria scendendo vertiginosamente dall’ottovolante e quel vuoto, per un attimo, è solo nello stomaco.
Robin Williams si è tolto la vita l’11 agosto 2014. Quando la malattia lo aveva reso impotente di essere Patch Adams o Mrs Doubtfire. Tanto da non riuscire più a pronunciare quello stentoreo, possente, divertente “Goooood Morning, Vietnam!”
“Sono le persone più tristi a fare del loro meglio per rendere felici le altre persone. Perché sanno cosa significa stare male, e non vogliono che nessun altro si senta in quel modo.”
R.W.
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WIM VAN HANEGEM: “Non smetterò mai di odiarvi”

di REMO GANDOLFI

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“Brutti bastardi maledetti e assassini.

Ci avete fregato ancora.

Come sempre.

Come 34 anni fa, quando avevate giurato che non ci avreste attaccato, che ci avreste lasciati in pace.

Quanto vi odio.

Se c’era una partita nella vita che avrei voluto vincere era proprio oggi, contro di voi.

Poi avrei anche potuto ritirarmi.

Anche se ho solo trent’anni.

Ma lo avrei fatto da campione del mondo e dopo avervi battuto a casa vostra.

Quando siamo andati in vantaggio con Neeskens dopo neanche due minuti di gioco ho pensato che fosse il nostro giorno.

Quello della rivincita, anche se solo sportiva.

Fino ad oggi avevamo subito un solo gol in tutto il Mondiale … e non ce l’avevano neppure segnato gli avversari.

Avevamo fatto tutto da soli.

Poi però siamo stati ingenui e vi abbiamo regalato noi l’occasione per tornare in partita con un rigore evitabilissimo.

Ma anche quando ci avete segnato il secondo gol eravamo ancora convinti di potercela fare.

C’era ancora tutto un tempo da giocare.

Vi abbiamo messi sotto, giocando il nostro calcio, quello che ha stupito il mondo intero e che, dicono, cambierà il modo di giocare a pallone per sempre.

Invece la vostra fortuna (e un buon portiere) hanno avuto la meglio.

Bastardi maledetti e assassini.

Sono in tanti quelli che hanno dimenticato quello che avete fatto al nostro piccolo paese 30 anni fa.

Io no.

Io non posso e non VOGLIO dimenticarlo.

Finita la partita sono scoppiato in lacrime.

Di rabbia.

Scambiare la maglia con voi ? Andare sul palco a ritirare una stupida medaglietta ?

No, me ne sono andato negli spogliatoi, da solo.

Perché questa sconfitta mi fa male, tanto.

Molto più che a tutti gli altri.

Più dei miei compagni e dei tifosi che ci hanno sostenuto durante questo mondiale.

Perché io, per colpa vostra, ho perso molto più di tutti gli altri 30 anni fa …

In questo momento sono tutti al party organizzato per il saluto finale di questo mondiale.

I miei compagni a fianco a fianco con voi, bastardi maledetti e assassini, probabilmente con una coppa di champagne in mano a ridere e a scherzare.

Senza nemmeno pensare un solo secondo a quello che i padri e i nonni di quelli con cui state amabilmente scherzando sono gli stessi che hanno ucciso i nostri di famigliari.

I miei compagni.

Solo Johann ci ha timidamente provato a convincermi ad unirmi a loro.

“Dai Wim, vieni con noi e per qualche ora prova a mettere da parte il tuo rancore”.

“Impossibile Johann. Non dopo quello che hanno fatto. Io li odio e li odierò sempre”

Preferisco starmene in albergo, da solo. A vedere e rivedere nella mia testa la partita e a  chiedermi cosa avrei potuto fare di più per evitare questa sconfitta che SO che non riuscirò mai a dimenticare.

… in attesa di un’altra occasione per batterli e possibilmente umiliarli.

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E’ l’11 settembre del 1944.

La Germania nazista sta perdendo ormai ogni speranza di vincere la guerra da loro stessa scatenata esattamente 5 anni prima con l’invasione della Polonia.

Forse proprio per questo la rabbia dei tedeschi è sempre più cieca.

Gli aerei della Lutwaffe stanno bombardando l’Olanda da giorni.

I morti tra i civili non si contano.

Tante bombe cadono anche su Breskens, la piccola cittadina a due passi da Rotterdam dove vive la famiglia di Van Hanegem.

Stanno tutti sfollando in campagna alla ricerca della salvezza.

Lo e Izaak Van Hanegem, padre e fratello maggiore di Wim, decidono di rientrare a Breskens per prendere delle provviste per la famiglia.

Vengono sorpresi da un altro attacco aereo, l’ennesimo.

Moriranno anche loro, insieme ad altre centinaia di civili.

La guerra, qualche mese di dopo, si prenderà anche l’altro fratello e la sorella di Van Hanegem.

Wim, che non ha ancora un anno di vita, è insieme alla madre, entrambi sfollati in campagna e si salveranno dall’ultimo colpo di coda della follia nazista.

“Non chiedetemi di non odiarli. Per me è impossibile” ripeterà ad ogni occasione Wim Van Hanegem.

La guerra con i tedeschi, per lui, non è mai finita.

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Willem Van Hanegem nasce il 20 febbraio del 1944 a Breskens, cittadina sul mare nella provincia dello Zeeland.

Ci mette un po’ a convincere i migliori team olandesi delle sue qualità.

Non è esattamente “bello” da vedere e il suo stile suscita parecchie perplessità.

Ha due gambe arcuate, è alto e di struttura robusta e non è certo un fulmine.

Inoltre tende a colpire la palla quasi sempre con l’esterno del piede in maniera apparentemente poco ortodossa. Il piede è quello sinistro, visto che il destro serve solo a sostenerlo.

Quando arriva al Feyenoord, nell’estate del 1968, ha già 24 anni.

Gioca una stagione fenomenale contribuendo con la sua visione di gioco, i suoi passaggi illuminanti ma anche la sua grande capacità di interdizione, alla vittoria in Campionato e in Coppa d’Olanda del Feyenoord.

Arriva immediatamente l’esordio in Nazionale e Wim Van Hanegem diventa immediatamente uno dei giocatori di riferimento per una Nazionale che sta riguadagnano velocemente posizioni di prestigio a livello internazionale.

Ma la svolta vera nella carriera di Van Hanegem arriva la stagione successiva.

Sulla panchina del Feyenoord si siede l’austriaco Ernst Happel che si è fatto conoscere come giovane allenatore innovativo e preparato con l’ADO Den Haag.

Happel introduce un concetto nuovo e rivoluzionario: a centrocampo niente più marcature fisse e duelli con gli avversari ma ogni centrocampista del Feyenoord (ai tempi ancora “Fejienoord”) avrà una zona di competenza di cui occuparsi. Per Van Hanegem, il cui handicap maggiore erano proprio la scarsa mobilità e il passo “lento”, è il paradiso. Non solo conferma di avere una grande capacità di “lettura” del gioco ma con con questo nuovo sistema può limitare il suo raggio d’azione, senza dover seguire per tutto il campo un avversario ma limitarsi ad affrontare quello che “passa” dalle sue parti … conquistando spesso il pallone con i suoi micidiali tackle.

Il Feyenoord diventa una squadra di altissimo livello e la sua marcia trionfale in Coppa dei Campioni ne attesta in maniera inequivocabile la qualità assoluta di un team che non solo ha un genio rivoluzionario in panchina, ma che in mezzo al campo ha calciatori di valore e con una coesione vista raramente in una squadra di calcio.

Il capitano e libero Rinus Israel, l’ala sinistra Coen Moulijn, il mediano Wim Jansen (imprescindibile nella grande Olanda del 1974) lo svedese Ove Kindvall e il bomber Ruud Geels sono solo alcuni dei calciatori di quella grande squadra che fece suo per primo il concetto di “zona” e di possesso di palla.

Van Hanegem è il faro di questa squadra.

Ne rappresenta appieno l’immagine del club e della sua tifoseria, in gran parte formata dagli operai del porto di Rotterdam.

Van Hanegem è duro come il marmo, i suoi tackle incendiano il “popolo” del De Kuip che si innamora letteralmente di questo capellone mancino che calcia la palla in maniera poco ortodossa (quasi sempre con l’esterno del piede) ma che sembra capace di “pescare” alla perfezione i propri compagni in qualsiasi zona del campo.

Il Feyenoord vincerà la Coppa dei Campioni di quella stagione, prima squadra olandese a riuscirci prima del ciclo dei rivali dell’Ajax che dalla stagione successiva trionferanno per tre volte di seguito.

In Nazionale è un punto fermo fino all’inizio del 1974 quando sulla panchina degli “Orange” si siede Rinus Michels.

Il “Generale” non è un grande fan di Van Hanegem.

Troppo lento e compassato per lo stile di gioco che ha in mente per la sua Olanda.

Molto più adatto Gerrie Muhren, che ha caratteristiche simili ma è assai più mobile … oltre al fatto che Michels lo conosce alla perfezione avendolo allenato ai tempi dell’Ajax.

Alla prima amichevole pre-mondiale contro l’Austria Michels inserisce Van Hanegem in squadra. In quella Nazionale ci sono contemporaneamente in campo Cruyff, Rep, Rensenbrink e Geels. Un po’ troppi attaccanti anche per il calcio offensivo e coraggioso voluto da Michels. A tenere in piedi la baracca quel giorno è proprio Van Hanegem che fungerà da autentica diga, recuperando un’infinità di palloni e convincendo definitivamente Michels dell’importanza del mancino di Breskens per gli equilibri della sua Olanda.

Ai Mondiali del 1974 Van Hanegem sarà un titolare inamovibile di quel meraviglioso team e lo sarebbe probabilmente stato anche in quelli successivi di Argentina del 1978 … se non fosse che il suo carattere duro, spigoloso ed estremamente coerente non lo avessero convinto a rinunciarvi a causa di una gestione, secondo Van Hanegem, poco corretta degli introiti dalle sponsorizzazioni per i calciatori della Nazionale Olandese.

Giocherà la sua ultima partita con gli “arancioni” l’anno successivo, nel 1979, in un amichevole contro il Belgio … a 35 anni suonati !

Dopo alcune stagioni all’AZ 67, all’Utrecht e una stagione negli Stati Uniti con i Chicago Sting, Van Hanegem chiuderà la sua carriera calcistica proprio nel “suo” Feyenoord, alla veneranda età di 39 anni.

Feyenoord dove tornerà come allenatore nel 1992, portando “De Club van het volk” (la squadra della gente) alla conquista del titolo nel 1993 e a due trionfi consecutivi nella Coppa di Olanda nel 1994 e nel 1995.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

“De Kromme”, lo “storto”. Questo il soprannome che accompagna Wim Van Hanegem nei primi anni di carriera. Gioca nello Xerxes, da mediano. Ha le gambe storte, arcuate e una postura particolare, con la testa in avanti incassata fra le spalle. Però sa giocare a calcio e quando Ben Peeters, l’allora allenatore del Feyenoord lo vede in azione, capisce subito che “De Kromme” è l’uomo ideale per il suo team.

“E’ brutto, duro e spietato. Sembra appena uscito dai cantieri del porto di Rotterdam. Insomma, per noi è PERFETTO.”

Van Hanegem lascerà il piccolo Xerxes con statistiche da attaccante puro: 68 presenze e 32 reti … davvero niente male per un mediano difensivo !

 

E’ una fredda mattina di dicembre del 1960. Daan Van Beek sta dirigendo un allenamento del Velox di Utrecht, squadra della Seconda Divisione olandese.

All’esterno delle reti di recinzione che delimitano il campo di allenamento c’è un ragazzo, alto e decisamente corpulento, che ogni volta che la palla oltrepassa la rete ed esce dal campo la rimette in campo con una precisione quasi chirurgica con il suo sinistro.

Van Beek si avvicina al ragazzo e lo invita a partecipare all’allenamento.

Quando entra in campo i giocatori del Velox non riescono a nascondere qualche sorriso ironico.

Il ragazzo è alto più di un metro e 80 ma pesa 94 chilogrammi.

“E’ troppo grasso. E poi è troppo lento e sgraziato e calcia solo con il sinistro !” è quello che Mister Van Beek si sente ripetere praticamente da tutti, dirigenti e membri del team.

Prima ancora di compiere i 18 anni Wim Van Hanegem sarà titolare del Velox … grazie a Daan Van Beek che vide in lui qualcosa che nessun altro riusciva a vedere.

 

Quando sulla panchina del Feyenoord arriva Ernst Happel rivoluzionando il modo di giocare del team che prevede come detto la marcatura a zona a centrocampo le prime parole a Van Hanegem sono “figliolo, a calcio sai fare praticamente tutto … tranne che correre. Faremo in modo di farti fare tutto il resto facendoti correre il meno possibile”.

La risposta di Van Hanegem è quasi “divinatoria” “Boss, giocando come chiede lei potrei andare avanti fino a 40 anni !”.

… Quasi ci azzeccò il buon Wim … visto che smise di giocare con il Feyenoord a 39 …

 

A rafforzare questa teoria Wim Van Hanegem riconoscerà sempre grande merito del suo grande amico Wim Jansen, compagno di reparto nel Feyenoord e nella Nazionale olandese.

“Mi dicono in tanti che non corro abbastanza. Che bisogno ho di farlo quando Wim (Jansen) corre per lui e per me … e a fine partita è ancora lucido e fresco !?”

 

All’apice della sua carriera arrivano tante proposte dall’estero per Van Hanegem.

Alcune delle quali particolarmente vantaggiose dal punto di vista economico.

Una delle più importanti arriva dai francesi dell’Olympique Marsiglia nell’estate del 1975.

L’ingaggio proposto dai dirigenti dell’Olympique pare sia sei volte superiore a quello percepito da Van Hanegem al Feyenoord.

La decisione è difficilissima. Wim ama il suo Club (amore assolutamente ricambiato) e il suo Paese.

Che sia leggenda o meno questa storia merita di essere raccontata …

E’ un giorno di vacanza in Olanda e Wim è a fare un picnic con l’amico Wim Jansen, le rispettive mogli e il suo inseparabile cane Wodan. Van Hanegem menziona l’offerta del Marsiglia chiedendo a moglie ed amici di votare su che decisione prendere.

Alla fine della votazione il bilancio è in parità: due voti per restare due per andare in Francia.

Stallo completo.

Wim si gira verso il suo cane “Tocca a te amico mio. Abbaia e facciamo le valigie per Marsiglia”.

Il cane rimane immobile e muto per due minuti buoni.

“Ok, è deciso. Si resta in Olanda” dirà Wim al termine di questo particolare consulto.

 

Lo Zeeland, la provincia olandese dove è nato Wim Van Hanegem, nel 1953 fu colpita da una tremenda inondazione che causò quasi 2.000 morti e oltre 70.000 evacuati.

Da allora il motto ufficiale che rappresenta questa zona è “luctor et emergo” (lotto ed emergo) in onore e in ricordo della grande forza degli abitanti della zona nel risollevarsi da una simile catastrofe.

Esiste un motto più adatto per definire Wim Van Hanegem e la sua incredibile carriera ?

 

https://youtu.be/eIe7nAqe7hE