VINCENT

di SARA DEL BARBA

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L’infinito delle stelle nel profumo del mandorlo in fiore – Vincent Van Gogh

Per quanto mi riguarda, sono piuttosto spesso a disagio nella mia mente, perché penso che la mia vita non sia stata abbastanza calma; tutte quelle amare delusioni, avversità, cambiamenti mi impediscono di svilupparmi pienamente e naturalmente nella mia carriera artistica.” (Vincent Van Gog – Lettera W11 16 giugno 1889).

Sono linee vorticose, fluiscono sullo sfondo in un movimento mosso e ondulato, pronte a fondersi al centro del mondo per formare una spirale cosmica. Undici stelle gialle, enormi palle di fuoco immerse nel freddo blu, fluido cielo notturno che volteggia di sfumature cerulee e di ardesia. Una falce di luna si affaccia dall’angolo, irradia una luce ancora più colorata, più calda e più luminosa delle fidate stelle. Il pennello è ambasciatore di colpi pesanti e spessi, dal ritmo insistente e frenetico. Agita quest’illusione di essere costantemente in movimento, un senso di lussazione mentale, l’intensità di un istante. Angoscia e passione. Il cielo sta per cadere. Il cipresso abbagliante nel cielo notturno, con le sue foglie contorte, scure, liquide che si distendono verso l’infinito; sembra di sentirne il fruscio nel vento, mentre si oppone allo stridere dell’involucro gassoso che avvolge la Terra. Le galassie si immergono nel villaggio addormentato, lontano. Le luci umane sono spente, alienate anche dal sonno, inconsapevoli del cielo che esplode di vita e del cespuglio del cipresso che si contorce di resistenza davanti a loro.

“Questo lavorare sodo mi fa sentire bene. Ciò non mi impedisce di avere un terribile bisogno di – dovrei dire la parola – religione. Poi esco di notte per dipingere le stelle.” (Vincent Van Gogh – Lettera a Theo).

Sebbene mostri un onirico paesaggio della notte, fu dipinto da Van Gogh durante il giorno. Durante più giorni. Con la luce diurna. Nel giugno del 1889, dalla sua stanza presso l’ospedale psichiatrico Saint-Paul-de-Mausole a Saint Rémy, in Provenza. Aveva appena avuto un pesante esaurimento nervoso per la seconda volta. Era diventata, a quel tempo, quasi un’ossessione quell’idea di dipingere un paesaggio notturno. Di certo, non si può non notare che la chiesa nella parte inferiore del centro della tela mostri più somiglianze con l’architettura di una chiesa olandese che con una chiesa francese. L’enorme cipresso tagliato nella parte anteriore sinistra sembra elevarsi verso il cielo, pare muoversi, proprio come il turbolento cielo stellato, in cui la luna e le stelle sembrano quasi esplodere e ruotare attorno. Gli ulivi tremuli. Quel motivo ondulato e rotante di pennellate febbrili posizionate in modo meticolosamente ritmico. Incalzanti. Per quanto gli storici dell’arte si siano cimentati in tanti tentativi di spiegare l’incommensurabile contenuto di quel dipinto, basandosi su storie letterarie, o teorie religiose o addirittura astronomiche, in realtà non c’è mai stata una spiegazione unica, chiara. Forse proprio il significato psicologico stesso, intrinseco nella tela, è la sua spiegazione stessa. Lo stato ipersensibile di Van Gogh, quello che sottende la meditazione spirituale dell’artista e dell’uomo sulla vita, sulla morte e sull’infinito dell’universo. Quel costante, ipnotico movimento ripetuto delle onde che è nella forza primordiale vivificante della natura. Una forza che alcune persone chiamano Dio. Van Gogh, in una delle tante lettere indirizzate al fratello Theo disse che le stelle sono l’ultima destinazione dell’individuo. Il fatto che la vista sia quella fuori dalla finestra della sua stanza del sanatorio in un momento notturno, sebbene Van Gogh abbia rivisitato questa scena nel suo lavoro in diverse occasioni diurne, offre una rara, intima visione serale di ciò che l’artista ha visto mentre era isolato. E’ l’unico studio notturno di quella vista, così tanto descritta con le parole nella miriade di lettere a Theo. Un cataclisma da fine del mondo invade la vista, un’apocalisse piena di aeroliti che si sciolgono, di comete alla deriva. Si avverte l’apice dell’espulsione del suo conflitto interiore sulla tela. E’ una fusione cosmica. Fuori e dentro. Così in contrasto al villaggio in primo piano, con i suoi elementi architettonici, con quelle linee ondulate che disegnano dolci e morbide colline in lontananza, contro l’orizzonte. E senza mai mostrare, in tutti quelle ventuno volte di studio del colore e delle linee, i ferri che verticalmente tagliano la finestra rivolta ad est del manicomio.

Non so nulla con certezza, ma vedere le stelle mi fa sognare.”

L’emblema delle associazioni con il fuoco, la nebbia e il mare e il potere elementare della scena naturale si combina con l’intangibile dramma cosmico delle stelle. L’universo naturale ed eterno culla l’idilliaco insediamento umano, ma lo circonda anche in modo minaccioso. Il villaggio potrebbe essere ovunque. La scena notturna è qualcosa che ha appena scoperto artisticamente, che è d’improvviso divenuta importante. E offre all’immaginazione visiva il suo campo di attività più distintivo e unico, poiché la mancanza di luce richiede l’uso compensativo della memoria visiva.  La sua scoperta del potere luminoso dell’oscurità è una rivelazione estetica personale; non ha più bisogno, dopo la tragica rottura, di Gauguin come catalizzatore. Ed anzi, Van Gogh stava tornando ad attingere al suo modello di Delacroix, che da tempo era perduto, e al principio del contrasto, insistendo ed accentuando  quelle tecniche coloriste che lui stesso aveva sviluppato fino a quel momento. E’ talmente intenso e ricercato che sembra l’espressione matematica della turbolenza attraverso eventi naturali come vortici e flussi d’aria. Forse proprio perché è riuscito a creare particolari opere d’arte come la Notte Stellata durante i periodi di estrema agitazione mentale, che Van Gogh è stato in grado di comunicare in modo così preciso, così empatico quel tumulto, quella frenia attraverso  precise gradazioni di luminescenza, increspate in linee contorte e a spirale. Che sia un rimando all’aurora boreale o un accostamento ai meccanismi della Via Lattea, che sia l’espressione di un Getsemani personale, l’allegoria biblica è presente spesso in Van Gogh. Ma Van Gogh si spinge oltre, nel tentativo di esprimere uno stato di shock di un cipresso che prova ad opporsi, tra gli ulivi fruscianti, contro le colline che si innalzano ripide e brusche, minacciando di trascinare l’anima solitaria in profondità vertiginose.

Vincent Van Gogh nacque a Groot Zundert, in Olanda, il 30 marzo 1853, un anno dopo il giorno in cui sua madre diede alla luce un primo figlio nato morto, anche lui di nome Vincent. Il maggiore di sei figli, nati dal felice matrimonio tra Teodoro Van Gogh, pastore della Chiesa riformata olandese, e Anna Cornelia Carbentus, prima di Anna, Theo, Elizabeth, Wilhelmien e Cornelius. Con Theo e Wilhelmien il rapporto sarà sempre di profondo affetto e attaccamento. Frequenta un collegio a Zevenbergen per due anni e poi la scuola secondaria King Willem II a Tilburg per altri due. Nel 1868, Van Gogh lascia gli studi, all’età di 15 anni.

Nel 1869 iniziò a lavorare per la Goupil & Cie., una ditta di commercianti d’arte alla quale lo zio, anche lui di nome Vincent, cedette la propria attività di mercante d’arte presso la sede de L’Aia per motivi di salute. La famiglia Van Gogh era da tempo legata al mondo dell’arte: gli zii di Vincent appunto, Cornelius e Vincent, erano o erano stati prestigiosi commercianti d’arte. L’attività della casa d’arte Goupil consisteva nella vendita di riproduzioni di opere d’arte, Vincent fu molto preso da questa occupazione, che lo obbligava ad un approfondimento delle tematiche artistiche e lo stimolava a leggere e a frequentare musei e collezioni d’arte. Mantenne i contatti con la famiglia, che dal gennaio del 1871 si era trasferita a Helvoirt, dove il padre Theodorus svolgeva la sua attività pastorale. Anche l’adorato fratello minore, Theo, trascorse la sua vita lavorando come commerciante d’arte e, di conseguenza, ebbe un’enorme influenza sulla successiva carriera di Vincent come artista, che rimase con Goupil per sette anni. Nel 1873 venne trasferito nella filiale londinese dell’azienda, dove si innamorò subito del clima culturale dell’Inghilterra. Ed anche delle sue donne. Durante quel periodo visitò le numerose gallerie d’arte e musei e divenne un grande ammiratore di scrittori britannici come George Eliot e Charles Dickens.

Il rapporto tra Vincent e la ditta Goupil divenne teso con il passare degli anni e nel maggio del 1875 venne trasferito nella filiale parigina dell’azienda. Vincent lasciò definitivamente la Goupil alla fine di marzo del 1876 e decise di tornare in Inghilterra dove i suoi due anni erano stati, per la maggior parte, molto frizzanti socialmente e, in piccola parte, gratificanti.

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In aprile Vincent iniziò ad insegnare. Poi, la decisione di intraprendere gli studi in teologia, ad Amsterdam, che abbandonò dopo quindici mesi, trovando insuperabili le richieste accademiche. Tornato a casa, continuava ad avere quel cruccio di dover mettere in pratica qualcosa che aveva a che fare con la religione, con la diffusione della parola di Dio. Così, su decisione della famiglia, si iscrisse ad un corso a Bruxelles, presso la Chiesa Protestante, per essere istruito come pastore. Di lì a poco, intraprese l’attività di predicatore, cercando la propria strada attraverso un percorso basato sull’evangelizzazione. E’ questa esperienza, in particolare vissuta tra le miniere di carbone nel Borinage, in Belgio, tra le “sclôneuses”, le operaie che trasportano i residui ancora utilizzabili del carbone estratto, i minatori, costretti ad enormi e penose fatiche, e i cavalli da tiro, obbligati a trascinare carrelli di carbone – immerso, tra l’altro, in un contesto di “lingua francese dall’accento particolarmente duro”, come scriverà anche nelle sue lettere – che segna il suo debutto nella pratica artistica. E’ allora che Vincent inizia a sperimentare sulla tela, tra schizzi a matita e tecniche di acquerelli, le raffigurazioni dei minatori e delle loro famiglie, raccontando le loro dure condizioni, la loro vita soffocata dalle tenebre a 700 metri di profondità, un ambiente tetro. Questo periodo è talmente cruciale per van Gogh che inizia a delinearsi concretamente la sua carriera successiva e finale, quella di artista, abbandonando al contempo i panni da predicatore, incarico, peraltro, che dopo soli sei mesi non gli venne rinnovato a causa della sua scarsa abilità nei sermoni, spesso lunghi e carichi di retorica biblica.

Nell’autunno del 1880 Vincent partì per Bruxelles per iniziare i suoi studi d’arte, grazie all’aiuto finanziario del fratello Theo.  Una corrispondenza, quella con Theo, che per circa un anno si era interrotta; sappiamo di questo periodo buio attraverso le lettere che Theo scambiava con i genitori, preoccupati di ciò che Vincent stava facendo o non facendo della sua vita, timorosi del suo stato di debolezza, di depressione.

Sono proprio le lettere, in totale più di 700 esistenti, che formano la maggior parte della nostra conoscenza delle percezioni di Van Gogh sulla sua vita e le sue opere. Una ricca corrispondenza, scritta da Vincent in olandese, in francese o addirittura in inglese a seconda del destinatario. Memorie che fanno di lui, ancora prima di un pittore senza precedenti, uno scrittore profondo, un poeta delle emozioni contrastanti che combattono dentro le viscere dell’uomo, che alternano guizzi di eccitazione a momenti di perdizione, di nevrosi. Nell’altalenante leit motiv del voler affermarsi come artista ma con la convinzione innata di non esserne all’altezza, rotta solo da brevi intervalli di picchi umorali favorevoli caratteristici della malattia.

Nonostante le battute d’arresto emotive con le donne, l’abitudine alle prostitute, le tensioni personali col padre, la povertà, le relazioni personali burrascose, la propria volatile personalità, Vincent inizia a produrre molte opere. Proprio il 1880 può essere definito l’inizio materiale del suo mestiere di pittore, su e giù per i Paesi Bassi, nel “periodo olandese”, affidandosi a lezioni presso artisti affermati e apprendistato e alla pratica e allo studio da autodidatta. Superando, ad esempio, il proprio problema con la prospettiva utilizzando uno strumento in parte sviluppato da se stesso ed in parte visto sui libri, la “cornice prospettica”.

Il 1883 fu un altro anno di transizione, sia nella sua vita personale che nel suo ruolo di artista. Vincent iniziò a sperimentare le pitture ad olio già nel 1882, ma fu solo dall’anno successivo che questa tecnica divenne sempre più frequente. Man mano che le sue capacità di disegno e pittura progredivano però,, si avvicendavano i fallimenti personali, stavolta con la prostituta Sien.

Dai Paesi Bassi, ancora una volta, Vincent torna a casa dei suoi genitori, ora a Nuenen, alla fine del 1883. Per tutto l’anno seguente continuò a perfezionare il suo mestiere: tessitori, filatori e altri ritratti. I contadini locali si dimostrarono i suoi soggetti preferiti – in parte perché Van Gogh provava una forte affinità con i poveri lavoratori e in parte perché era grande ammiratore del pittore Millet, noto per i dipinti sensibili e compassionevoli degli operai nei campi. E’ la volta della scuola di Barbizon, che rompe la regola del disegno in studio e afferma la pittura “en plein air”, a contatto con la natura. Durante tutto il 1885 Vincent lavora senza sosta alla sua tecnica di pittura in continuo divenire, facendo sì che quel tratto grezzo e audace diventasse non un limite, ma un marchio. Il simbolo di un’espressività sgorgante dal gesso, dalla matita e sottolineato dal pelo dei larghi pennelli, colanti di generosa tempera sulle ghiere.  La raffigurazione di The Potato Eaters lo occupa per tutto l’aprile del 1885. Aveva prodotto varie bozze in preparazione della versione finale, grande olio su tela che gli diede l’impressione di aver raggiunto un certo traguardo in termini di tecnica pittorica. Ma le critiche di Van Rappard, pittore mentore di Vincent, e il giudizio poco entusiasta di Theo lo fecero infuriare. Intristire.

Così l’irrequietezza, il bisogno di nuove stimolazioni tornò anche allora, come spesso accadde nella breve vita di Vincent. Ad intervalli regolari, come le stagioni. All’inizio del 1886 si iscrive all’Accademia di Anversa, per poi lasciarla circa quattro settimane dopo, soffocato dall’approccio stretto e rigido degli istruttori, che non rimangono impressionati dal suo approccio decisamente radicale.

Il periodo parigino di Van Gogh inizia nel marzo del 1886. L’importanza del tempo di Vincent a Parigi è chiara. Theo, come commerciante d’arte, aveva molti contatti e Vincent sarebbe diventato d’habitude con gli artisti rivoluzionari di Parigi, studioso delle prime mostre degli impressionisti, opere di Degas, Monet, Renoir, Pissarro, Seurat e Sisley. La sistemazione a Montmartre, l’arte moderna, le lezioni presso pittori affermati. I bar colorati, le strade chiassose, brulicanti di odori, di sapori edonistici. L’ispirazione. La sua tavolozza iniziò ad allontanarsi dai colori più scuri e tradizionali della sua terra d’origine, quella olandese, incorporando le tonalità più vibranti degli impressionisti. Raffigurazioni di ogni tipo, dalle scene del quotidiano di strada del quartiere, alla vista dalla sua finestra, ma anche nature morte prodotte nel suo studio quando non poteva uscire, oltre agli innumerevoli e famosi autoritratti. La tecnica continua ad progredire, a trasformarsi, attraverso soggetti ancora più moderni ed utilizzando un approccio non più solo impressionista, ma anche proprio del puntinismo ed allo stesso tempo ancora più libero dei puntinisti stessi. In questo conteso di innovazione, ad esempio, si inserisce perfettamente il “Giardino con coppie di fidanzati”, dai colori complementari per ottenere contrasti forti.

Per aggiungere ulteriori sfumature al complesso arazzo dello stile di Van Gogh, è a questo punto, nel clima effervescente parigino, che Vincent si interessa all’arte giapponese. Il Giappone aveva aperto di recente i suoi porti dopo secoli di blocco culturale e, a seguito di questo isolazionismo di lunga data, il mondo occidentale era affascinato da tutto ciò che era nipponico.

Ma c’è anche il regolare, doloroso impatto, fisico e mentale.  La personalità instabile di Vincent mette a dura prova anche la sua relazione con Theo. Il tentativo di vivere con il fratello causa una grande tensione tra i due. E la cattiva alimentazione, conseguenza anche di quelle lunghe sedute di pittura all’aperto, l’ eccessivo consumo di alcolici e fumo non sono d’aiuto a quell’equilibrio sempre cercato e mai raggiunto. Il continuo ripetersi di strazi anche amorosi. I tentativi tutt’altro che di successo di farsi conoscere attraverso qualche mostra.

Vincent decide di lasciare Parigi e seguire la luce potente del sole e il suo destino verso il sud. E’ il 1888. Trasferitosi ad Arles, stanco della frenetica energia di Parigi e dei lunghi mesi invernali, si affida al calore della Provenza, ai suoi lussureggianti paesaggi di vigneti e ulivi, di boschi di pini, di inebrianti ed intensi verticelli di lavanda come pennellate che oltrepassano l’orizzonte. L’altra motivazione del trasferimento è il suo sogno, mai realizzato, di stabilire una sorta di comune di artisti ad Arles, dove i suoi compagni di Parigi avrebbero cercato rifugio e dove avrebbero lavorato insieme e si sarebbero sostenuti l’un l’altro verso un obiettivo condiviso: la “Casa Gialla”.

Dopo l’inaspettato inizio insolitamente freddo, rigido per la stagione, si mostrano i primissimi germogli primaverili sugli alberi. Un momento di grande produzione artistica. Nell’illusione del rinnovo, anche mentale. Come nei dipinti dei primi frutteti in fiore.

Gauguin arriva ad Arles in treno all’inizio di ottobre. Mesi  cruciali e disastrosi, fino a dicembre. Le loro accese discussioni divennero sempre più frequenti. Lo stato di salute mentale di Vincent del tutto instabile. L’orecchio e la mutilazione tanto storiografata. Brusco impasse mentale. L’interruzione della sinapsi, ancora una volta. Dopo una prima, illusoria cicatrizzazione psichica, all’inizio del 1889, Vincent prosegue nella sua produzione artistica, nella sua rassicurante Casa Gialla. “I Girasoli” ne sono una magnifica testimonianza.

Poi il ritorno in ospedale. Le discussioni con Theo sono la definitiva spinta alla spontanea volontà  di provare a riordinare se stesso mediante il ricovero all’ospedale psichiatrico di Saint-Paul-de-Mausole, a Saint-Rémy-de-Provence. Per alleggerire, per lo meno, il peso di quel macigno che toglie il respiro al pensiero, che fa da disregolatore dell’umore. Van Gogh lascia Arles l’8 maggio 1889. Con il passare delle settimane, dopo tanti attacchi di violenta depressione ed epilessia che, al tempo, era considerata pazzia, il paziente Vincent sente che quel macigno sta allentando la pressione, che gli è data la flebile forza di poter emettere respiri un po’ più regolari. E nel momento in cui, dopo i primi progressi mentali, gli viene concesso di riprendere ad armeggiare col fidato cavalletto e con i pennelli asciugati dal forzato periodo di astinenza dal colore, nel mese di giugno 1889, consegna all’umanità molteplici lavori, primo fra tutti la “Notte stellata”. Inconscio del valore immenso di ciò che ha prodotto e timoroso, come sempre nella sua vita, di aver creato qualcosa che nessuno potrà considerare di valore.

Alla fine del 1889 l’estrema precarietà del suo stato mentale non è capace di contenere l’ennesimo squarcio. Il 16 maggio 1890 Vincent van Gogh lascia il manicomio e prende un treno notturno per Parigi. “La tristezza durerà per sempre …” Trascorsi tre giorni con Theo, la moglie di Theo, Johanna, e il loro figlio neonato, Vincent Willem, riparte alla volta di Auvers-sur-Oise.

Sebbene i dettagli narrati all’interno dei vari rapporti siano in conflitto, i fatti di base del 27 luglio 1890 rimangono chiari. Quella domenica sera Vincent van Gogh si incamminò, con il suo cavalletto e i materiali per la pittura nei campi. Lì tirò fuori una pistola e si sparò al petto. Vincent riuscì a barcollare fino all’osteria Ravoux dove crollò a letto. Fu chiamato il dottor Mazery, il praticante locale, così come il dottor Gachet. Fu deciso di non tentare di rimuovere il proiettile nel petto di Vincent e Gachet scrisse una lettera urgente a Theo, che arrivò il pomeriggio successivo. Rimasero insieme per le ultime ore della vita di Vincent, ancora abbastanza lucido da fumare la sua pipa.

Sì,  “La tristesse durera toujours..

Il 29 luglio 1890 Vincent è morto. Suicida. La chiesa cattolica di Auvers si rifiuta di consentirne la sepoltura. Il vicino comune di Méry, tuttavia, acconsente alla sepoltura e il 30 luglio si svolge il funerale, sotto un sole ardente. Con i fiori gialli sulla bara, fuori dalla “Camera da letto”, accanto al cavalletto, lo sgabello e le spazzole ormai secche.

Theo Van Gogh muore sei mesi dopo Vincent. Viene sepolto a Utrecht, ma nel 1914 la moglie di Theo, Johanna, sostenitrice devota e instancabile delle opere di Vincent, fa trasferire il corpo di Theo nel cimitero di Auvers, vicino a Vincent. Cresce ancora l’edera, tra le pietre tombali.

Grande rivoluzionario post impressionista dalla marcata tendenza espressionista, quasi futuristica, delicatamente ma decisamente arricchita dallo stile nipponico. La dimensione temporale delle opere di Vincet è eterna, la struttura al disegno è estremamente fedele, a differenza dell’attimo transitorio delle linee non concise degli impressionisti; non fa macchie, ma un tratteggio compiuto col pennello. Anche grazie all’amore per l’arte giapponese, le barre minute, accostate, orientate, flesse, che producono una parallela di blocchi, assecondano e potenziano la forma dell’oggetto-soggetto. Ricorda la scrittura. Ricorda il suo pensiero nelle sue innumerevoli lettere, traduce il suo tumulto interiore e la sua voglia di far vincere la vita nonostante il macigno sulle cervella. Poi il pennello si muove come fosse matita. Colori violenti e puri. La realtà è potenziata e trasfigurata con vortici a tratteggio direzionale. La tecnica sempre più appassionata nella pennellata, nel colore simbolico e intenso, nella tensione superficiale, nel movimento e nella vibrazione di forma e linea. L’inimitabile fusione di forma e contenuto di Van Gogh è potenza. Drammatico, lirico, ritmico, fantasioso ed emotivo, è un uomo intenso, travagliato, tragico, ma allo stesso tempo stimolato e stimolante. Un maledetto che non è maledetto. Che scambia tutto se stesso con i suoi contemporanei.

L’enorme massa di tristezza lo rende reale ed umano nel tentativo di trascinarsi fuori dalla sua stessa oscurità isolante. Nel legame di lunga data tra malattia mentale e genio creativo, l’avaria mentale ha la meglio. Si spengono quegli occhi ingannati dall’avvelenamento da vernici e dai farmaci. La malinconia ha rosicchiato ogni nervo. Non funziona nemmeno più la deviazione del pensiero a mezzo dell’assenzio. Un colpo al petto. La febbre di follia libera le membrane del rachide cervicale, come un processo di evaporazione. L’odore carico di tabacco e gli abiti ammuffiti lasciano spazio solo ai colori, abbagliante giallo dei campi di grano, verde brillante dei prati, scuro squamiforme del cipresso, pigmenti quasi elettrici dei girasoli recisi.

La voglia di vita, la stabilità, l’equilibrio hanno la durata di quel mandorlo in fiore. Ma seppure così breve e labile, il profumo è talmente inebriante, forte, aiutato dal vento, che sa essere perpetuo. Come il movimento concentrico dell’indice intorno a quelle stelle vorticose, a tentare di trovare un arrivo. Quando la destinazione è, invece, l’eterno movimento, che a volte inganna, stordisce, smarrisce. Ma altre volte, lungo l’incerto cammino, sa essere guida placida e compassionevole verso l’infinito illuminato dagli astri.

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ROBERTO BONINSEGNA: … “credo nelle rovesciate di Bonimba” …

di REMO GANDOLFI

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“Ci sono cose che non si possono insegnare. Puoi anche essere il miglior allenatore di calcio del pianeta.

Conoscere tutte le tattiche di gioco, i metodi di allenamento, avere nozioni di medicina o biomeccanica o conoscere e saper fare alla perfezione tutti gli esercizi con e senza palla mai stati elaborati.

Puoi “ripulire” gesti tecnici non ancora perfetti, puoi insegnare come muoversi sul campo, come ricevere la palla, come stopparla o come difenderla.

Ma ci sono cose che non si possono insegnare.

Ci sono cose che HAI dentro di te o che NON HAI dentro di te.

Una è il CORAGGIO e l’altra è l’ISTINTO, che qualcuno chiama “intelligenza calcistica”.

Da quando alleno nelle giovanili del Football Club Internazionale di Milano ne ho viste decine e decine arrivare qua da noi con grandi doti tecniche, con capacità di palleggio, di dribbling, di visione di gioco, precisione e potenza nel calciare il pallone.

Ma senza coraggio e istinto il salto di qualità non lo fai.

Quando arrivò da noi Roberto Boninsegna aveva solo 13 anni.

Ci avevano detto che fino ad allora aveva giocato mezzala, ma fin dal provino ci chiese di giocare in attacco.

Faceva avanti e indietro da Mantova e quando arrivò sembrava un pulcino spaesato. Piccolino, un fisico tozzo e la testa incassata tra le spalle.

Non c’era niente di lui che colpisse particolarmente ad una prima, superficiale occhiata.

Non aveva né grandi doti atletiche e neppure tecniche e usava praticamente solo il piede sinistro per calciare.

Ma come iniziava la partita si trasformava.

Diventava un guerriero.

Lottava su ogni pallone come la sua vita stessa dipendesse da “quel” pallone.

E capivi che per fare gol avrebbe fatto a cazzotti anche col Diavolo !

Di testa in tuffo, in rovesciata, in spaccata, con un ginocchio, una coscia o anche con il sedere se fosse stato necessario.

Vedeva “solo” la palla. L’avversario era un inutile scocciatura tra lui e il pallone, tra lui e il gol.

E di gol Roberto Boninsegna ne faceva tanti.

Praticamente viveva per quello.

Perfino nelle partitelle di allenamento s’immusoniva se non segnava ed era capace di incazzarsi come una biscia con se stesso se sbagliava un gol.

Non solo.

Giuro che nelle prime settimane pensavo “ma guarda un po’ te quel ragazzino qua che culo che ha ! La palla arriva sempre dove si trova lui”.

Non avrei potuto sbagliarmi più clamorosamente.

Ero io a non aver capito nulla e ad essere in torto marcio.

Era LUI che si faceva sempre trovare nel posto dove sarebbe arrivata la palla …

Mica una differenza da poco !

A queste qualità univa un’altra cosa fondamentale: una voglia di migliorarsi pazzesca.

Non si stancava mai di allenarsi.

Oltre a calciare i rigori (era una sua fissa !) adorava tirare in porta.

Bastava un compagno che si fermasse con lui a fargli cross dalle fasce e lui si metteva al limite dell’area a calciare in porta, al volo o di testa.

Quando non trovava nessuno che si fermasse lo chiedeva a me.

“Bobo finirai per perdere il treno” gli dicevo io.

“Nessun problema mister. Male che vada mi riaccompagna a casa lei” era la sua puntuale risposta.

Capitò più di una volta.

Ma per uno così, con quella passione, quell’entusiasmo e quella voglia di emergere, era un piacere farlo.”

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Il sogno di Roberto Boninsegna di diventare uno dei protagonisti della sua adorata Inter che a quell’epoca sta già dominando nel campionato italiano, si interrompe bruscamente nell’estate del 1963.

Il mago Helenio Herrera non lo ritiene all’altezza della grande squadra che ha iniziato a plasmare e viene mandato in prestito prima a Prato e poi a Potenza.

E’ proprio in Basilicata che il giovane centravanti mantovano inizia a mostrare quelle doti che lo renderanno uno dei più forti attaccanti italiani del dopoguerra.

Segna 9 reti formando con Bercellino una coppia d’attacco di tutto rispetto trascinando il Potenza ad un passo da una storica promozione in Serie A.

E’ al termine del campionato successivo giocato in serie A con il Varese che per Roberto Boninsegna arriva la svolta.

A volerlo è il Cagliari disposto a sborsare 80 milioni di lire per il suo cartellino.

BOBO E RIVA

Saranno tre stagioni eccellenti sull’isola dove farà coppia in attacco con un altro formidabile giovanotto, lombardo come lui, che si chiama Gigi Riva e che culmineranno nel maggio del 1969 con un secondo posto in campionato alle spalle della Fiorentina.

Poche settimane dopo però il grande Manlio Scopigno, allenatore dei sardi, decide che il Cagliari per fare l’ultimo decisivo salto di qualità ha bisogno di nuova linfa e soprattutto di una rosa più ampia.

Ci sono solo due giocatori in rosa che hanno richieste tali da poter finanziare un’operazione del genere: Gigi Riva e lo stesso Boninsegna, diventato nel frattempo “Bonimba” grazie alla magica penna di Gianni Brera.

Vendere “GIGGIRRIVVA” provocherebbe un’insurrezione popolare e così è il numero 9 lombardo che deve fare le valigie.

Boninsegna però pone una condizione molto precisa; via da Cagliari SOLO per la sua amata Inter che ora, con il nuovo mister Heriberto Herrera in panchina, non vede l’ora di riabbracciarlo.

L’affare va in porto e, come molto raramente capita, ci guadagnano entrambe le parti coinvolte.

Al Cagliari arrivano due perfetti supporti offensivi per Riva.

L’ala destra Angelo Domenghini a rifornire “Rombo di tuono” di cross e Sergio Gori a fare da seconda punta lasciando a Riva l’incarico che sa svolgere meglio di chiunque altro: fare gol.

Boninsegna arriva all’Inter nel momento ideale.

I Nerazzurri, con Mazzola che ha via via arretrato la sua posizione in campo, hanno un estremo bisogno di un vero numero “9”. “Bonimba” sarà l’uomo giusto al momento giusto.

Alla sua prima stagione nel club milanese segna complessivamente 25 reti e soprattutto in Europa il suo ruolino di marcia è impressionante: 9 reti in 10 incontri nella vecchia Coppa delle Fiere, antesignana della Coppa UEFA.

In campionato sarà il Cagliari a trionfare proprio davanti all’Inter.

Nella stagione successiva non ce n’è per nessuno.

Una rimonta impressionante porta il titolo in casa nerazzurra e Boninsegna, con i suoi 24 gol in 28 partite di campionato, ne è l’indiscusso protagonista.

All’Inter è diventato un idolo assoluto.

Il suo stile da autentico guerriero dell’area di rigore, il suo proverbiale coraggio, la bravura in acrobazia e nel gioco aereo unite a quel carattere fiero e combattivo fanno innamorare la metà nerazzurra di Milano.

Nessuno, il buon “Bonimba” per primo, riesce ad immaginare un futuro con altri colori.

E invece nell’estate del 1976, dopo 7 stagioni all’Inter e quando il bomber mantovano è alla soglia delle 33 primavere, va in porto una delle trattative più clamorose di tutta la storia del calcio italiano: Juventus ed Inter si scambiano di fatto i loro numeri “9”, gli attaccanti principali e rispettive icone delle due tifoserie.

Pietro Anastasi (più giovane di 5 anni) prende la via di Milano mentre Roberto Boninsegna fa il percorso inverso, portandosi in dote un bel gruzzolo da depositare nelle casse della società bianconera.

E mentre “Pietruzzu” solo a sprazzi farà vedere le sue indubbie qualità, a Torino Boninsegna vive una seconda giovinezza.

Continua a segnare con impressionante regolarità formando con Roberto Bettega un tandem d’attacco di grande spessore.

Nelle tre stagioni alla Juventus arrivano due scudetti, una Coppa Italia e soprattutto il primo trofeo continentale vinto dalla “Vecchia Signora”: la Coppa UEFA del 1977, ottenuta battendo in finale i coriacei baschi dell’Athletic Bilbao.

Nell’estate del 1979, nonostante le insistenze del Presidente juventino Gianpiero Boniperti che vorrebbe prolungargli il contratto ritagliando per “Bonimba” il ruolo che pochi anni prima fu di Josè Altafini e cioè quello di “asso” da calare nei finali di partita, Boninsegna preferisce continuare a giocare con continuità accettando la proposta del Verona in Serie B, dove di fatto chiuderà la sua carriera professionistica al termine della stagione 1979-1980 … a quasi 37 anni.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Boninsegna ricorda con molto affetto la stagione trascorsa a Potenza. Con Silvino Bercellino formò un eccellente tandem d’attacco e i loro gol portarono il Potenza ad un passo da una storica promozione in Serie A.

“Quell’anno mi dovetti adattare a giocare da seconda punta. Bercellino se ne stava sempre nei pressi dell’area di rigore. Era capace di stare minuti e minuti senza toccare palla. Poi, alla prima palla vagante in area, era il primo ad arrivare e a mandarla in fondo al sacco. Ovvio che toccava a quel punto al sottoscritto fare il lavoro “sporco” … e mi tornò molto utile perché feci lo stesso quando poi arrivai a Cagliari giocando in attacco con Gigi Riva !”

Dopo una buona ma non trascendentale stagione a Varese arriva l’offerta del Cagliari.

E’ il nuovo tecnico Manlio Scopigno a volerlo, convinto che insieme a Riva la compagine sarda possa fare meglio dell’undicesimo posto della stagione precedente.

Non si sbaglierà. Per il Cagliari arriverà un eccellente sesto posto in classifica.

In realtà i due sono molto simili tecnicamente. Entrambi mancini, entrambi portati a posizionarsi al centro dell’area di rigore ed entrambi, come dovere per qualsiasi centravanti che si rispetti, piuttosto egoisti.

“Toccava a me partire dalla destra e creare spazi” ricorda del periodo cagliaritano Boninsegna “ma c’ero abituato perché fino ad allora avevo sempre fatto quel tipo di gioco, la “spalla” ad un altro attaccante”.

Se in campo la convivenza non è sempre facilissima, fuori dal campo i due diventano grandi amici.

Sono giovani, determinati ed entrambi lontani dalla loro terra, la Lombardia.

L’unico problema per “Bonimba” erano i passaggi in macchina che era costretto a chiedere Riva, autista veloce e spericolato. Dopo l’ennesima corsa folle, una volta sceso dall’auto, Boninsegna prende una decisione definitiva: stipulare un’assicurazione sulla vita.

Al termine di quella stagione il Cagliari partecipa ad un torneo negli Stati Uniti d’America. Negli States si sta cercando di far conoscere il “soccer” e l’idea è quella di far competere team europei dando loro nomi di squadre americane. Il Cagliari diventerà i “Chicago Mustangs” e pur fermandosi nella loro corsa in semifinale Roberto Boninsegna, con 11 reti in 9 partite, diventerà il capocannoniere della manifestazione … diventando il primo calciatore italiano a vincere questo trofeo in un campionato all’estero !

Nella seconda stagione al Cagliari però non tutto va per il verso giusto.

Roberto Boninsegna in una partita di campionato a Varese si rende protagonista di una clamorosa protesta nei confronti dell’arbitro dell’incontro Bernardis. Lo strattona, lo spinge e lo insulta con veemenza.

Per lui arriverà una squalifica “storica”: 11 partite (poi ridotte a 9) che gli chiuderà per quasi 3 anni le porte della Nazionale italiana dove Roberto aveva esordito nel mese precedente in una partita contro la Svizzera per le qualificazioni agli Europei.

Boninsegna tornerà in Nazionale solo nel giugno del 1970 nella prima partita dei Mondiali messicani contro la Svezia … e soltanto perché Pietro Anastasi fu costretto a rinunciare a causa di un maldestro infortunio.

 

In quei Mondiali Roberto Boninsegna, nel frattempo tornato all’Inter all’inizio della stagione precedente,  sarà una delle rivelazioni assolute. Riformerà la coppia di Cagliari con Gigi Riva ma sarà proprio “Bobo-gol” (l’altro soprannome di Boninsegna) a prendersi la scena segnando sia nella indimenticabile semifinale contro la Germania e fornendo a Rivera l’assist al bacio per il gol del 4 a 3 decisivo, sia segnando il gol del momentaneo pareggio contro il Brasile di Pelé, Rivelino e Tostao nella finalissima.

 

La notizia del trasferimento di Boninsegna alla Juventus è un fulmine a ciel sereno per “Bobo”.

Si trova in vacanza in Versilia quando arriva la telefonata del Presidente Fraizzoli. “Roberto, devi venire qui a Milano. Dobbiamo parlare. Abbiamo appena chiuso una trattativa con la quale ti abbiamo ceduto alla Juventus” gli dice il massimo dirigente dell’Inter.

“Presidente, io a Milano ci vengo. Ma lei che io vada alla Juventus se lo può scordare” risponde Boninsegna senza troppi giri di parole. Ma in un periodo in cui Jean-Marc Bosman era solo un ragazzino che tirava i suoi primi calci in qualche cortile di Liegi e le società calcistiche erano le assolute padrone del destino dei calciatori, a Bobo non resta che accettare, seppur a malincuore, questa scelta.

Senza sicuramente immaginare che vincerà molti più trofei in quei 3 anni alla Juventus che in tutta la sua carriera nerazzurra.

 

Uno degli episodi più gustosi della carriera di Roberto Boninsegna riguarda il suo presunto flirt con Raffaella Carrà, la famosissima soubrette dell’epoca e sogno proibito di milioni di italiani.

Pare che il numero 9 allora del Cagliari, dopo un lungo corteggiamento, riesca ad ottenere la possibilità di invitare a cena la bionda romagnola, spacciandosi come amico di Gino Stacchini, l’allora fidanzato della soubrette. La cena che si svolge con altre persone dopo uno spettacolo teatrale della Carrà, si consuma in un famoso ristorante di Roma dove, in quella stessa sera, sta cenando anche il Selezionatore della Nazionale Azzurra Ferruccio Valcareggi.

Il CT azzurro viene riconosciuto dai commensali che si presentano con la Carrà che indica a Valcareggi il “suo amico” Boninsegna.

Solo che Ferruccio Valcareggi, spiazzando tutti quanti dice “Ma questo qua non è mica Boninsegna”.

No. Non era Roberto Boninsegna.

Era un cameriere toscano che, innamoratissimo della soubrette e approfittando di una vaga somiglianza con l’attaccante del Cagliari, aveva organizzato tutto questo per arrivare al suo scopo: quello di conoscere la Carrà. Il putiferio che si scatena è facilmente immaginabile anche perché il ragazzo, nell’impeto della passione, aveva telefonato ad un giornale annunciando il fidanzamento tra lui, “Roberto Boninsegna” e la famosissima conduttrice di Canzonissima … scatenando le ire della fidanzata e futura moglie di Boninsegna, signorina Ilde, (tra l’altro bellissima donna) che non aveva certo gradito il titolo del giornale.

 

Infine un piccolo aneddoto che meglio di ogni altro descrive l’onestà estrema di questo meraviglioso attaccante, scorbutico a volte, ma di una generosità e di un coraggio di primissimo livello.

Sono stati in tanti ad esaltare la sua prodezza in quella storica semifinale dell’Azteca del giugno del 1970.

Ricevuta palla di spalle e sulla trequarti tedesca, Bobo si invola sulla fascia, resiste alla carica di un difensore tedesco prima di arrivare in area e dalla sinistra mettere un pallone perfetto sul dischetto del rigore che il piatto destro di Rivera trasforma nel gol che di fatto chiude quella epica sfida.

Ogni volta la stessa domanda.

“Certo che avere la lucidità dopo 115 minuti di pescare con un passaggio millimetrico un compagno al centro dell’area di rigore è un gesto tecnico che solo i grandi campioni possono fare, vero Boninsegna ?”

“No che non è vero. Io pensavo di tirare in porta poi quando mi sono allargato troppo ho deciso che l’unica cosa da fare era mettere la palla in mezzo … sperando che qualcuno dei miei compagni avesse seguito l’azione.

Io non ho visto proprio nessuno. Ne Riva sul primo palo ne Rivera in mezzo all’area. L’ho calciata lì perché era l’unica cosa che potevo fare …”

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WALTER CASAGRANDE: La Democrazia, Ascoli, Torino, l’abisso e il ritorno.

di REMO GANDOLFI

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Non c’è una sola persona ad Ascoli che non conosca il suo nome.

Mio figlio ha 16 anni, va in Curva Sud da 3 e ama l’Ascoli da sempre.

Lui è uno di quelli che si mette dietro la nostra bandiera più grande.

In quella bandiera c’è l’immagine di un calciatore con la nostra maglia.

Ha lunghi capelli riccioli che gli arrivano fino alle spalle e la barba incolta.

Sembra più il chitarrista di un gruppo heavy-metal che un calciatore.

Invece era proprio un calciatore … e che calciatore !

Il suo nome è WALTER JUNIOR CASAGRANDE.

Mio figlio sa tutto di lui, molto più di quello che so io che invece ho avuto la fortuna di vederlo giocare.

Arrivò da noi nell’estate del 1987.

Veniva dal Porto, fresco campione d’Europa.

Anche se lui in quella finale fu un semplice spettatore non pagante, seduto per tutto il match sulla panchina dei portoghesi.

L’anno prima aveva giocato i Mondiali del Messico con il Brasile e l’idea che un nazionale brasiliano venisse da noi ad Ascoli non fu facile da credere.

Sapevamo anche che aveva avuto qualche guaio con la giustizia per qualche vizietto non proprio legale …

Ma il nostro grande presidente, Costantino Rozzi, sborsò più di un miliardo delle vecchie lire per lui.

Una cifra importante per lui e per l’Ascoli.

“Tutti da ragazzi abbiamo fatto qualche sciocchezza” minimizzò il nostro presidente all’epoca.

E se Rozzi, notoriamente … molto attento (eufemismo) con il suo denaro aveva sborsato una cifra del genere si poteva stare tutto sommato abbastanza tranquilli.

Lo vidi per la prima volta in Corso Vittorio Emanuele, posto abituale di ritrovo per noi tifosi.

Era appena arrivato ad Ascoli.

Capelli lunghi, barba, occhiali scuri, jeans sdruciti e tracolla di cuoio.

… sembrava scappato da una comune hippie.

Qualche tifoso commentò “quiste me pare nu barbone !”.

Casagrande sentì il commento … e sorrise.

Probabilmente lo aveva preso per un complimento …

In campo era davvero tanta roba !

Fortissimo nel gioco aereo, aveva una eccellente tecnica di base e pur non essendo certo un fulmine di guerra con il suo metro e novanta abbondante si muoveva su tutto il fronte d’attacco, facendo da punto di riferimento per i compagni, appoggiando palloni su palloni e lasciando il giovane Scarafoni negli ultimi 16 metri con il compito di metterla dentro.

Fu una stagione tribolata e bellissima.

Ci salvammo proprio sul filo di lana, con un solo punto di vantaggio sull’Avellino, sconfitto al nostro “Del Duca” alla terz’ultima giornata di campionato.

Fu un pochino meno sofferta la stagione successiva dove il nostro “Casao Meravigliao” (così lo chiamavamo tutti quanti ai tempi) giocò pochissimo a causa dei tanti infortuni ma trovammo un Bruno Giordano che ci regalò grandi prestazioni e i gol sufficienti per mantenerci nella massima serie.

Alla fine della stagione 1989-1990 però arrivò la retrocessione nella serie cadetta.

Fu una stagione bastarda dove tutto quello che poteva andare storto ci andò.

Arrivammo ultimi.

In quella estate la preoccupazione di tutta la tifoseria dell’Ascoli era quasi palpabile.

Temevamo che la squadra potesse sfaldarsi.

Ormai ci eravamo abituati alla serie A e tornare tra i cadetti avrebbe potuto togliere entusiasmo a tutti quanti, tifosi e dirigenza.

Non al nostro grande Presidente Rozzi però.

Lui di lottare non ha mai smesso un secondo, pur sapendo che occorreva ridimensionarsi un po’ e che gli stipendi, soprattutto ai giocatori più importanti, non potevano essere gli stessi.

A questo punto però entro prepotentemente in scena lui, il nostro riccioluto centravanti.

Eravamo tutti convinti che sarebbe stato il primo ad andarsene, sia per l’alto ingaggio sia perché, nonostante gli ultimi due anni costellati da tanti infortuni, era uno dei pochi ad avere richieste concrete e importanti.

Invece accadde l’incredibile.

“Presidente, io da qua non mi muovo” disse il nostro “Casao” a Rozzi.

“Voglio restare qui e dare il mio contributo per riportare l’Ascoli in Serie A”.

Sembrava inizialmente solo il classico gesto di riconoscenza verso una dirigenza ed una città che lo aveva accolto e amato fin dal primo momento.

Niente di più sbagliato.

Walter Junior Casagrande faceva sul serio, tremendamente sul serio.

Insieme a Rozzi si inventarono una formula di contratto quasi a “cottimo”, in base al rendimento.

Pur avendo avuto tanti problemi fisici e pur non essendo esattamente un “goleador” Casagrande propose a Rozzi questo patto: giocare più di 30 partite e fare più di 20 gol.

Sembrava una follia.

Walter Casagrande giocò 33 partite, segnò 22 reti e l’Ascoli tornò in Serie A.

… entrando nel cuore di tutti noi per non uscirci mai più

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

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In quella stessa estate il Torino farà un’offerta sensazionale per “Casao”: 5 miliardi di lire per portarlo al Comunale.

Casagrande gioca due eccellenti stagioni a Torino.

Nella prima arriverà un terzo posto in campionato e soprattutto una fantastica cavalcata in Coppa Uefa che porterà i granata fino alla finale, persa solo per la regola dei gol segnati in trasferta contro l’Ajax.

Dopo il 2 a 2 di Torino infatti (con doppietta di Casagrande) arriva il pareggio a reti inviolate di Amsterdam che consentirà ai lancieri di alzare il trofeo.

 

Nella sua parentesi granata oltre alla finale suddetta e al trionfo in Coppa Italia della stagione successiva ci sarà una partita in particolare che farà entrare Casagrande anche nel cuore dei tifosi granata.

E’ il 5 aprile del 1992 e una sua doppietta permetterà al “Toro” di aggiudicarsi il derby della Mole ai danni dei cugini bianconeri.

Con una soddisfazione doppia: quella di cancellare completamente i sogni di scudetto della Juventus in quella stagione.

Il nome di Walter Junior Casagrande è legato indissolubilmente ad una delle pagine più straordinarie della storia del Corinthians, club nel quale “Casao” ha iniziato la carriera ed è tornato a più riprese.

Nel 1982, durante il periodo della feroce dittatura di  João Baptista de Oliveira Figueiredo il Corinthians intraprende una strada coraggiosa e rivoluzionaria. E’ la famosa “Democracia Corinthiana” che con una totale autogestione di tutte le attività della squadra (allenamenti, ritiri, premi partita, tattiche di gioco ecc.) dà una spallata importante ad una dittatura che mostra sempre più crepe.

Socrates, Vladimir e il giovanissimo Casagrande sono i leader di questa autentica rivoluzione.

A cominciare proprio dalla parola “Democracia”, vietata dal regime e addirittura impressa sulle maglie dei calciatori del Corinthians.

Casagrande, il dottor Socrates e compagni trionferanno in due campionati “Paulista” consecutivi prima che, con la partenza dei due nel 1984 il Corinthians non ritorni ad essere una squadra “normale” … finalmente però in un Paese democratico.

 

Proverbiale un suo diverbio con il portiere Leao, titolare in Nazionale e non esattamente “simpatizzante” del movimento “democratico”. Al termine di una partita Leao se la prende arrabbiatissimo con alcuni suoi compagni della difesa rei di aver lasciato troppo spazio agli attaccanti avversari.

“Qui non esistono “colpevoli”. Qui siamo tutti responsabili e tutti in egual misura. Tu compreso” fu la secca risposta del diciannovenne Casagrande al navigato portiere.

 

Dopo una stagione al San Paolo “Casao” fa ritorno a casa.

E’ il 1985. Inizia a segnare con continuità e il livello delle sue prestazioni è tale che Telé Santana, il CT del Brasile, lo inserisce stabilmente nel suo “11” titolare.

Casagrande ricambierà appieno la fiducia segnando  gran parte dei gol che permetteranno al Brasile di qualificarsi per il Mondiale Messicano dell’estate successiva.

In quel Mondiale però Casagrande non terrà fede alle attese e dopo le prime due partite giocate da titolare contro Spagna e Algeria verrà relegato in panchina in quelle successive.

 

Al termine della carriera calcistica però la vita di Casagrande prende completamente un’altra piega, la peggiore.

E’ lo stesso Casagrande a raccontarsi in diverse interviste.

“Quando smisi di giocare mi sembrò che la mia vita intera smettesse di avere un senso. Non avevo più alcun stimolo per alzarmi dal letto alla mattina. Mi sentivo vuoto e inutile. Per colmare questo vuoto ho scelto la maniera peggiore possibile: la droga.

Non ero mai stato un santo in gioventù ma adesso non era più qualcosa per sballare un po’ o “aprire nuovi spazi della mente” come mi raccontavano i miei idoli da ragazzo Jim Morrison e Jimi Hendrix.

Stavolta era molto peggio. Era l’unica cosa che mi interessava veramente fare. Mi facevo di tutto, cocaina ed eroina comprese. Passavo giornate intere in casa da solo a fumare, sniffare, bere e bucarmi. Ero avido di droga, come prima lo ero di calcio.

Toccai il fondo nell’ottobre del 2007.

Non riuscivo più a chiudere occhio.

Vedevo mostri, bestie, demoni dappertutto. Erano veri e propri incubi ad occhi aperti.

Presi la mia auto e scappai, senza una meta precisa.

Mi addormentai al volante. Quando mi risvegliai ero in ospedale. Mi ero ribaltato con la macchina e finendo per investirne altre cinque.

Ero vivo per miracolo.

La mia famiglia mi obbligò ad andare in un centro per disintossicarmi.

Mio figlio più grande, Victor Hugo, fu determinante. Non aveva ancora 20 anni ma si comportò da uomo.

“Papà, non voglio che tu muoia. E se per evitarlo ti devo trascinare a calci dove possano prendersi cura di te sappi che lo farò”.

 

Nell’autunno dell’anno successivo Walter Casagrande esce da quel centro. Da allora quel vuoto lo ha colmato con il calore della sua famiglia con tante nuove passioni.

La lettura e la scrittura, la palestra e le tante visite nelle scuole, in carceri minorili e in centri di riabilitazione a raccontare la sua esperienza di vita.

A 56 anni di cose da fare ce ne sono ancora tante.

 

Walter Casagrande è tornato ad Ascoli nel maggio del 2016.

L’affetto dei tifosi bianconeri non è mutato.

Anzi. Evidentemente il racconto dei padri ai figli, come avveniva nella più pura tradizione contadina, ha se possibile ulteriormente ingigantito il mito, trasformandolo nella icona assoluta della curva sud ascolana, popolata per lo più da ragazzi che, quando Casagrande giocava, non erano ancora nati.

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ANNE SEXTON: L’ombra dissacrante sulla plastica perfezione della vita.

di SARA DEL BARBA

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Stessa generazione, stessa nazione, stesso Stato della stessa nazione. Stesso destino. Stessa rabbia, stesso vaneggiare, delirare, stesso scervellarsi sul perché di quella stessa campana di vetro. Medesimo sentire. Medesimo mezzo di urlare quel sentire, attraverso la stessa malattia, aggrappandosi ad una macchina da scrivere.

Sylvia Plath e Anne Sexton si incontrarono durante il prestigioso seminario di Lowell, tra il 1958 e il 1959, a Boston. Davanti a cocktail moderni e mondani, con o senza i loro i compagni di corso. Ma ciò che, dal primo istante, distinse quei discorsi da tutti quelli che eccheggiavano al Ritz-Carlton Hotel dopo le lezioni del seminario, fu la consapevolezza di quella corrispondenza dell’idea della morte come concetto superiore anche della vita. Nella comune esperienza dei rispettivi tentativi di privarsi della propria vita, di ricoveri ma anche di visioni e considerazioni sull’arte da scrittrici e poetesse, Anne e Sylvia, avevano personalità differenti, contesti diversi.

Alla timidezza di Sylvia, insicura, insoddisfatta, in continua balia di crisi depressive, tribolata anche dalle preoccupazioni economiche, sopraffatta dall’ombra di Ted, trasandata spesso, vittima degli strascichi della sua campana di vetro, si contrapponeva l’etilismo di Anne, la sua perfezione nella cura dei dettagli del suo abbigliamento o del suo make-up, la sua sensualità, la sicurezza sfacciata dei suoi movimenti, dei suoi gesti sinuosi, dei suoi passi su tacchi alti e appuntiti in quella società scatarrante di ipocriti artefizi.


“La morte di Sylvia”

Come hai potuto scivolare giù da sola nella morte
che ho desiderato così tanto e così a lungo,

la morte che tutte e due dicevamo di aver superato,

… la morte di cui parlavamo tanto, a Boston,
mentre ci scolavamo tre martini extra dry.

Una fine comune, madri tutte e due di due figli, un tumultuoso conflitto interiore di impulsi verso l’altro sesso, la “confessional poetry” innata in entrambe, con la quale urlare i sentimenti e gli argomenti più tabù della società e attraverso la quale “contenere” il proprio io, renderlo sopportabile prima di tutto a se stesse. Finché il bisogno di quella sorta di harakiri mentale prima di tutto, poi fisico, come fosse un’esigenza ed un dovere, non è stato più forte di qualsiasi tentativo di sublimazione.

Non è stato eguale destino nel successo. Sylvia fu ben più famosa dopo la sua morte, nonostante gli sforzi e l’indiscutibile capacità letteraria e poetica, e lo fu più per i risvolti della sua vita coniugale con Ted Hughes che per i meriti effettivi delle sue tragiche, rimbombanti parole di dolore perfettamente incastrate nel puzzle della versificazione. Le poesie e le letture pubbliche di Anne, al contrario, furono già dagli albori il centro di platee affollate. Composte anche per essere poi messe in musica.

Nel romanzo “The Bell Jar” Sylvia sembra descrivere proprio ciò che lei non riesce ad ottenere, paralizzata da quello che la società sembra convenzionalmente richiedere ad una donna e da se stessa per prima. La fatica di lottare ogni giorno che è possibile leggere nei suoi diari, la necessità di sentirsi un essere umano libero dagli schemi imposti da altri, di essere donna senza l’aggettivo “convenzionale” di quella società lustrinata,  è ciò che si percepisce anche in Anne. Ma la Sexton, a differenza dell’amica, è riuscita, per lo meno all’apparenza, a conquistare e poi brillantemente mantenere tutto ciò che Esther/Sylvia invidiava alle compagne di tirocinio a New York. Nonostante il costante non allineamento della sua mente, nonostante il buio in cui era immersa la sua anima. Anne Sexton, nata in una famiglia ricca e moglie di un uomo d’affari altrettanto benestante, aveva una bellezza che non può passare inosservata, movenze affascinanti, pudore non pervenuto. Anne. Disinibita. Svariati amanti. Con la naturale e viziosa tendenza di sbattere, senza se e senza ma, la sua vita nelle sue poesie, senza morigeratezza, né palliativi della vergogna. Dalla raccolta “The complete poems”, basti ricordare “L’aborto”, “Mestruazioni a quarant’anni”, “Al mio amante che torna da sua moglie”, manifesti anti-verecondia. Eppure veri. Reali sentimenti ed emozioni che così tanti esseri umani provano e per i quali temono il giudizio.

Anne Sexton è sicuramente una vittima della depressione, dello spettro del bipolarismo, proprio come Sylvia. Ma affronta a modo suo le sue turbe: dosi mastodontiche di alcol e psicofarmaci. In modo regolare e costante. Fino all’incontro con la psicanalisi del dottor Martin. Al secondo parto, due giorni prima di diventare ventottenne, il primo tentativo di suicidio. Sonniferi. E fu proprio grazie al dottor Martin Orne che la scrittura divenne parte del suo, seppur breve, percorso terapeutico.

Tu, Dottor Martin

Tu, Dottor Martin, passi

dalla colazione alla follia. Fine agosto,

mi muovo rapida nell’asettico tunnel

dove i morti che camminano ancora parlano

di spingere le ossa contro l’urto

della cura. E io sono regina di questo albergo estivo

o ape ridente su uno stelo

di morte.

 

Certo che ti amo;

ti elevi al di sopra del cielo di plastica,

dio di questo reparto, principe di tutte le volpi.

Tutte le teste rotte

vengono fasciate. Il tuo terzo occhio

ci sorveglia e illumina le scatole divise

dove dormiamo o piangiamo.

 

Tuo lavoro è la gente,

visiti il manicomio, sguardo

oracolare nel nostro nido. Fuori nell’ atrio

il citofono ti chiama. Ti dibatti circondato

da fanciulle volpine che precipitano

come fiotti di vita nel ghiaccio.

Siamo magia che parla da sola,

chiassosa e abbandonata. Sono regina dei miei peccati

dimenticati. Ancora smarrita?

Un tempo ero bella. Ora sono me stessa

 

Per Anne, così come per Silvia, i versi in metrica sono lo strumento per trasformare i traumi della mente e dell’anima in momento di congiunzione perfetta tra la psiche e la poesia. “Ciascuno ha la capacità di mascherare gli eventi di dolore. La persona creativa non deve usare questo meccanismo. Scrivere è vita in capsule. Lo scrittore deve sentire ogni gonfiore graffiato fino al dolore in modo da conoscere le vere componenti di queste capsule” (A. Sexton).

Entrambe toccano tematiche proibite, soprattutto considerando che sono donne a sollevarne la questione. Ma l’aspetto sessuale, se per Sylvia rappresenta un’ambizione mai raggiunta fino in fondo, per Anne è sinonimo di stimolo necessario per ogni nuova composizione o raccolta. E, allora, anche ogni amante diviene necessariamente qualcosa di transitorio, da cambiare non appena l’ispirazione si sta affievolendo. Si può vivere senza rapporti veri e stabili, ma non si può vivere, non si può resistere alla forza centrifuga della morte se la potenza esplosiva, tangibile del sentire umano tramite le parole, viene meno. Anne Sexton stessa si definì “poetessa primitiva”; nessuno schermo intellettuale, in effetti, sembra filtrare la rappresentazione poetica. Questa proiezione artistica sembra finalizzata al recupero psicologico dell’infanzia individuale e culturale tramite l’utilizzo di ritmi infantili, il ricorso alla simbologia magica delle fiabe, di ritornelli da ballata. Per Anne il bisogno di verità coincide col riesame del duro rapporto con quei “genitori di successo” che sembrava impedirle un processo di maturazione consapevole. La necessità dell’”individuazione” junghiana, l’affermazione del sé come esistenza autonoma, l’integrazione di tutti quei molteplici complessi della personalità umana, fino all’incontro tra l’Io e il Sé, sono alla base dei rapporti familiari e dell’esperienza surreale e visionaria che fungono da muse ispiratrici della sua poesia da un lato e da spettri pronti a mettere in scena il dramma più tragico dall’altro.

Anne Grey Harvey nasce a Newton, Massachusetts, il 9 novembre 1928, ultima di tre figlie dal matrimonio tra Mary Gray Staples, ex studentessa del prestigiosissimo Wellesley College, a ovest di Boston, e Ralph Harvey, imprenditore di grande successo del settore della lana. In quel sedicente paradiso della middle class, intriso e odoroso di bigottismo misto a conformismo, si manifesta, in realtà, tutta la tragedia di un’infanzia contrassegnata dalla profonda esperienza di essere indesiderata dai quei genitori perfettamente alto-borghesi. Quei genitori da romanzi di F. Scott Fitzgerald, belli, colti, amanti degli eventi mondani, indulgenti con se stessi. Una madre, in realtà, non madre. Mary, assente, glaciale, arrampicatrice sociale, denigratoria e scoraggiante in ogni parola e gesto verso la figlia. Ralph, così bravo nella produzione della lana, lo era altrettanto nell’eccesso di alcol e nell’eccesso di varie forme di violenza sulla “sua” Anne.  Abusata fisicamente, sessualmente, sentimentalmente, mentalmente, Anne trovò, per poco, sollievo affettivo sola dalla prozia Nana, che dovette presto abbandonarla, rapita da disturbi psichici che la costrinsero al ricovero. Anne. Sola. Il periodo della scuola fu tremendamente difficoltoso; nel 1945 i  genitori la mandarono alla Rogers Hall, ma Anne faticava, aveva enormi problemi di concentrazione, di disciplina, fino al punto che gli insegnanti dovettero richiedere un consulto psichico. Mary e Ralph non potevano contemplare le debolezze o le vergogne di una disturbata mentale, per cui negarono quel consulto e spedirono Anne al Garland Junior College per confezionare ad arte una futura “moglie e madre perfetta”. Dopo un anno, appena ventenne, Anne fuggì con Alfred Muller Sexton II (soprannominato “Kayo”), da cui prese il cognome che ancora oggi ricordiamo. Due figlie, Linda Grey Sexton (1953) e Joyce Ladd Sexton (1955). Poi il panico non seppe più mascherarsi, le crisi divennero incontenibili. L’ansia a stringere la gola. Tenebre. Il primo generoso boccone di pasticche antirespiro. Il peso di “dover essere” qualcosa che non riusciva e non voleva essere né interpretare:  “Fino a ventotto anni avevo una specie di Sé sepolto che non sapeva di potersi occupare di qualunque cosa, ma che passava il tempo a rimestare besciamella e badare alle bambine. Non sapevo di avere nessuna profondità creativa. Ero una vittima del Sogno Americano, il sogno borghese della classe media. Tutto quello che volevo era un pezzettino di vita, essere sposata, avere dei bambini. Pensavo che gli incubi, le visioni, i demoni, sarebbero scomparsi se io vi avessi messo abbastanza amore nello scacciarli Mi stavo dannando l’anima nel condurre una vita convenzionale, perché era quello per il quale ero stata educata, ed era quello che mio marito si aspettava da me … Questa vita di facciata andò in pezzi quando a ventotto anni ebbi un crollo psichico e tentai di uccidermi”. L’incontro con lo psichiatra la incoraggiò a scrivere poesie e proprio le sue esperienze in quelle cliniche “a tema” diedero origine a poesie che alla fine avrebbero costituito il suo primo volume di poesie, “To Bedlam” e “Part Way Back” (1960). Tante le raccolte a seguire, le letture pubbliche non solo negli Stati Uniti ma anche nel Regno Unito. Nel 1966 è vincitrice del premio Pulitzer per la struggente, vera, meravigliosamente tragica  raccolta “Live or Die” (1966):

“… I suicidi l’hanno già tradito, il corpo.
Nati morti non sempre muoiono,
ma abbagliati, non scordano una droga così dolce
che farebbe sorridere un bambino
…”

E’ il desiderio di morte il protagonista, quello che ha condiviso con la sua amica Sylvia Plath. Ma non si ferma qui Anne. Gran parte della sua poesia ruota attorno allo scandaloso corpo femminile. Non è romanticizzazione della forma femminile, come potrebbe essere comune trovare in tante opere artistiche o letterarie. E’ una scrittura senza rigiri, senza sotterfugi né mezzi termini dei processi naturali del corpo di donna, del suo corpo, quasi, a volte, a palesare un sottile confine tra la cruda e spiazzante descrizione delle porzioni degli organi e delle loro funzionalità e la sensazione iperbolica e grottesca che si avverte nel leggerla. E’ senz’altro irriverente, ma è anche un tentativo di enfatizzare la spiritualità, quasi denigrando la fisicità. La sua stessa abitudine ad avere relazioni extraconiugali che poi devono finire, non per il fatto di avere un marito, col quale ebbe sempre un rapporto assai difficile e dal quale divorziò due volte, ma perché per avere sempre la forza dell’ispirazione per rimanere a galla, sente necessario ricominciare periodicamente da capo; questo dimostra una certa insoddisfazione degli atti fisici,come appunto il sesso ma come può essere anche il mangiare. La sua “brutale” poesia onesta è stata in grado di rappresentare i temi più rilevanti per la sua vita creando un senso di dualità tra le sue poesie e la sua realtà, affrontando anche le sue paure e i desideri più violenti. La poesia è salvazione per Anne in tanti modi, tante volte. Eppure, rimane ancora il suo peggior nemico. Anne descrive le parole come la base necessaria per la sua sanità mentale, affermando che “possono essere buone come le dita (…) fidate come la roccia (…) gli alberi, le gambe dell’estate (…) il sole, il suo volto appassionato“. Creando questi confronti con la natura, attraverso un linguaggio metaforico, Anne suggerisce che le parole sono l’essenza stessa della vita e non solo una base essenziale per lei, ma anche la funzionalità della società. Parole come un amante e come un antagonista al tempo stesso.  Perché esse possono nascondere la pericolosa capacità di ferire e possono certamente essere usate come armi: “le parole e le uova devono essere maneggiate con cura. Una volta rotte, sono impossibili da riparare.” La fragilità, l’instabilità e la transitorietà delle parole sono proprie anche della sanità mentale di Anne Sexton. E’ come una tragica storia d’amore con la poesia, un male necessario che, pur potendo causare un danno, attraverso il ricordo doloroso che si portano dietro, alla fine sono l’unica cosa capace di tenerla in vita.

Per tutta la sua vita, Anne, pazza e bellissima, ha provato a sopravvivere alla depressione ed ai pensieri suicidi. Ma è una battaglia impossibile, il suicidio sa impersonare magistralmente l’amico di cui ci si può fidare, per il quale ci si sente pronti a soffocare a mezzo del monossido di carbonio nel garage di casa.  E’ il 4 ottobre 1974. Addosso solo la pelliccia della madre, un’ultima vodka.

 

“Ero stanca di essere donna,
stanca di cucchiai e pentole,
stanca della mia bocca e dei miei seni,
stanca di trucchi e sete.

[…]

Sono nera e bella.
Sono stata aperta e spogliata.
Non ho né braccia né gambe.
Sono tutta di pelle come un pesce.
Non sono più donna
di quanto Gesù fosse uomo

 

Bella e dannata, sensuale e infantile, sposata e traditrice, vulnerabile e spavalda. Affascinante e delicata. Con la straordinaria capacità di formarsi da sola, fino ad essere insegnante universitaria. Anne modella, commessa, scrittrice. Madre. Moglie. Amante. Senza una fede religiosa, eppure alla continua ricerca del cattolicesimo. Dipendente dal suo quotidiano mix di psicofarmaci, tabacco e alcol.

Non fu veleno quel monossido. Anne Sexton era già così inquinata, infettata, contaminata da così tanto tempo che quel gas fu solo la miccia alchemica per liberarsi da quel martirio straziante, ormai così ingombrante. Un fardello atroce che non poteva più sperare nemmeno nel sollievo della macchina da scrivere.

 

Non fermatevi, per favore, alle immagini scandalose delle sue relazioni o delle sue parole corporee. Non date sfogo al voyeurismo. Non giudicate questa follia, i tradimenti, il rapporto difficile con le figlie di una madre instabile.

Provate a chiedervi, se vi riesce, cosa deve aver sentito. Provate a chiudere gli occhi e immaginare cosa deve aver visto e provato. Tutte le volte che qualcuno, che avrebbe dovuto crescerla e amarla, l’ha violata. Fuori e dentro. Le ha rubato il corpo e l’anima. Come fosse spazzatura. Cosa deve aver vissuto tutte le volte che l’odore di quei furti le è ritornato nelle nari, d’improvviso, tramite quel fetore già sentito, come l’effetto proustiano delle madeleines, ma al negativo. Come vi difendereste voi? Come sopravvivereste voi?

Non c’è tenerezza da parte di chi l’ha generata, nemmeno per uno sfuggente attimo. La casa non è riparo. La società, maschilista e rigida, detta i ritmi incalzanti degni di un automa. Il peso consapevole di non poter essere la madre che si dovrebbe essere per i propri figli.

Come vi muovereste voi, tra i meandri di una non vita, imprigionati dai propri, tremendi ricordi, ingabbiati dal bisogno di auto distruggersi. Come unica via di salvezza per spegnere quelle voci nella mente che si chiedono “perché”, che vogliono solo capire di quale colpa nasciamo se già dalla culla la vita è segnata da un destino tanto crudele.

La risposta è che non c’è colpa, la risposta è che è così e basta. La risposta è che di fronte ad alcuni eventi l’accettazione non sa, non può prendere forma. Perché l’assurdo dell’essere umano non può sempre essere accettato. La risposta è che non c’è consolazione. La risposta è che l’unica soluzione è smettere di provare a capire l’incomprensibile e smettere di soffrire per quella impossibile accettazione di sé e degli altri. Decidendo, almeno, di arrendersi, perché non c’è più neanche una millimetrica fenditura che possa far entrare la luce. Nemmeno le parole di una poesia. Ne’ il pensiero di due figlie. Quando la paura di essere come chi ti ha reso tale ti rende tanto lucida da capire che è il momento di fare un passo indietro.

 

 

“..tutte le ipotesi mediche

che spiegavano il mio cervello non saranno mai vere

quanto queste foglie che si staccano.

[…] 

Io, che per due volte scelsi di uccidermi,

avevo pronunciato il tuo nomignolo.

[…]

Angeli cattivi mi parlarono.

La colpa, li sentii dire, era mia.

[…]

Avevo bisogno di te. 

[…]

Io, che non ero mai stata certa

di essere una bambina, avevo bisogno di un’altra

vita, di un’altra immagine che me lo ricordasse.

E questa fu la mia peggior colpa: tu non potevi

curarla o alleviarla. Ti ho fatta per ritrovarmi.”

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BRUNO PEZZEY: Storia di un gigante.

di REMO GANDOLFI

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Non credo affatto a tutti quelli che dicono “se tornassi indietro rifarei esattamente quello che ho fatto”.

Balle.

Con il famoso “senno di poi” ce ne sarebbero eccome di cose che avrei fatto in modo diverso.

Solo che in quel preciso momento, nei tanti “incroci” che la vita ti propone quasi ogni giorno, una scelta la devi fare.

A volte fai quella giusta … altre volte no.

Volete qualche esempio ?
Ho giocato gran parte della mia carriera in Germania e vincere il titolo in Bundesliga era il mio grande obiettivo.

No. Era di più. Era diventata una ossessione.

Quando ormai avevo 32 anni mi sono detto che “vabbè, è andata Bruno. Si vede che il destino vuole così”.

Ho lasciato il Werder Brema e sono tornato nella mia Austria, dal mio maestro Ernst Happel allo Swarovski Tirol.

In quello stesso anno il Werder Brema vinse il titolo di Germania.

Il suo secondo titolo della sua storia e a 23 anni di distanza dal primo.

Se lo avessi saputo credete che me ne sarei andato ?

Più o meno la stessa cosa accadde qualche anno prima quando dall’Eintracht Francoforte decisi di trasferirmi proprio al Werder Brema.

L’Eintracht, dove ero stato come un Papa, era in difficoltà economiche mentre il Werder Brema con Otto Rehhagel in panchina era diventato una delle squadre più forti di Germania.

A quell’epoca mi volevano squadra italiane e spagnole ma mi dissi che c’era tempo e che prima di andarmene dalla Bundesliga le mani su quel titolo volevo proprio mettercele dopo che all’Eintracht fallimmo quell’obiettivo davvero per un soffio.

Invece niente titolo e a 32 anni non c’erano più tutte quelle squadre del Sud d’Europa a far la fila per il mio cartellino.

Con il solito “senno di poi” credete che rifarei la stessa cosa ?

Assolutamente no ! Me ne sarei andato in Spagna o in Italia a giocare i miei anni migliori e la vetrina di quel calcio sarebbe stato fondamentale per farmi un nome anche fuori dai confini di Austria e Germania oltre che a rimpinguare in maniera importante il mio conto in banca.

Giocavo nella Nazionale del mio Paese, l’Austria, ed eravamo uno squadrone. Con me c’erano giocatori come Herbert Prohaska, Hans Krankl e Walter Schackner. Loro non ci hanno pensato due volte e in Spagna e in Italia ci sono andati davvero.

Poi però c’era La Nazionale. Ecco qualcosa di cui sono davvero orgoglioso.

Ci ho giocato 84 partite comprese due edizioni delle fase finale della Coppa del Mondo, in Argentina nel 1978 e in Spagna nel 1982.

Fu un periodo meraviglioso.

Nel 1978 ci togliemmo una delle soddisfazioni più grandi nella storia del calcio del nostro paese.

Battere la Germania.

Fu una partita pazzesca, straordinaria e memorabile.

Li battemmo dopo 47 lunghi anni.

“Il miracolo di Cordoba” lo chiamano ancora oggi nel mio Paese.

Nel 1982 arrivammo ancora al secondo turno dove perdemmo di misura contro i francesi e poi pareggiammo con l’Irlanda del Nord … con la gioia personale di mettere il mio nome sul tabellino dei marcatori in una Coppa del Mondo.

Nel 1986 non riuscimmo a qualificarci ma nel 1990, per i Mondiali che si sarebbero giocati in Italia, riuscimmo nell’impresa.

Fu una qualificazione sofferta.

Avrei dato chissà cosa per giocare quel Mondiale.

Non ero più quello di qualche anno prima ma la mia esperienza avrebbe ancora potuto essere utile ad una squadra giovane, che aveva cambiato pelle.

Josef Hickersberger, il mio vecchio compagno di Nazionale e nuovo selezionatore austriaco non la pensava allo stesso modo e quando capii che non ci sarebbe stato più posto per il sottoscritto decisi di ritirarmi definitivamente, anche dal mio Swarovski … non dopo aver vinto il campionato austriaco con ben 8 punti di vantaggio sull’Austria Vienna !

Il calcio mi attrae ancora tanto ma non c’è solo quello !

Ho allenato la Nazionale Under-21 del mio paese fino a pochi mesi fa, ho una famiglia bellissima e fra poche settimane aprirò insieme ad altri amici un Rafting Center qua vicino, a Silz.

… E’ vero, non sono andato in Spagna o in Italia e ogni tanto ci penso ancora … ma amo il mio Tirolo e alla fine si vede che doveva andare così …

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Bruno Pezzey non vedrà mai l’inaugurazione del suo Rafting Center (che oggi porta il suo nome).

E’ il 31 dicembre del 1994.

Una delle passioni di Bruno è l’hockey su ghiaccio, disciplina popolarissima da quelle parti.

Appena può si ritrova con gli amici di sempre per una partita.

Pare che la moglie sia un po’ contrariata di quella sua scelta quel giorno.

Ci sono i preparativi per il cenone e una paio di mani forti farebbero comodo.

Non c’è nulla da fare.

Quel giorno cade di sabato e  come ogni sabato c’è la sfida a Hockey.

E’ un rito e i riti vanno mantenuti.

Siamo quasi verso la fine della sfida quando Bruno Pezzey si allontana dal vivo del gioco andandosi ad appoggiare alla balaustra a bordo campo.

“Sono stanchissimo ragazzi” dice agli amici un attimo prima di cadere pesantemente a terra.

Saranno le sue ultime parole.

Un attacco cardiaco gli sarà fatale e Bruno Pezzey morirà su quel parterre prima dell’arrivo di un’ambulanza.

Bruno Pezzey, il più forte difensore della storia del calcio austriaco, aveva solo 39 anni.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

In un calcio assai diverso dalla globalizzazione attuale il nome di Bruno Pezzey non è conosciuto come meriterebbe. In tempi in cui il “Dio Pallone” non aveva certo l’esposizione mediatica attuale sono pochi, fuori dai confini tedeschi e austriaci, a conoscere il valore di questo elegante e fortissimo difensore.

Allora utilizziamo i numeri che valgono quasi sempre molto più di tante parole.

Bruno Pezzey per 4 stagioni consecutive (dal 1979 al 1982) è entrato nelle NOMINATION per il PALLONE D’ORO.

Risultato impressionante considerando che si parla di un difensore e neppure di uno dei grandi squadroni europei dell’epoca.

21mo nel 1979, 19mo nel 1980 e addirittura 11mo nel 1981 e 12mo nel 1982 lasciandosi in quel periodo dietro di lui giocatori del calibro di Ruud Krol, Paul Breitner, Zibi Boniek, Peter Shilton e i nostri Scirea, Tardelli e Antognoni.

 

Purtroppo nella carriera di Pezzey si erano già verificati due episodi che avevano messo in evidenza dei problemi cardiaci.

La prima ai tempi dell’Eintracht Francoforte quando svenne durante un allenamento. Allora si parlò di una pressione sanguigna fuori dalla norma e l’episodio fu velocemente archiviato.

La seconda, assai più grave, avvenne durante un torneo di calcio indoor. In quell’occasione Pezzey perse conoscenza, cadendo a peso morto sul parquet e solo il pronto intervento del medico dello Swarovsky impedì che si soffocasse con la sua lingua.

I controlli che ne seguirono evidenziarono solo un problema minore al cuore (il classico “soffio”) ritenuto quasi banale e comunque molto comune in atleti della sua stazza fisica (190 cm per 85 kg di peso).

 

Una delle più memorabili prestazioni di Bruno Pezzey è legata ad un’amichevole tra la Nazionale inglese e la sua Austria, giocata nel giugno del 1979 al Prater di Vienna. Fu una partita rocambolesca e spettacolare, terminata con il risultato di 4 a 3. Due delle reti di quell’incontro per l’Austria (compresa quella decisiva) furono realizzate da Pezzey, con due perentori colpi di testa … contro una difesa, quella inglese, che nel bravura nel gioco aereo aveva la sua caratteristica principale.

 

A livello di Club la soddisfazione maggiore per il “Beckenbauer del Lago di Costanza” fu senza ombra di dubbio il trionfo con l’Eintracht di Francoforte nella Coppa Uefa della stagione 1979-1980.

Fu una manifestazione totalmente dominata dalle squadre tedesche che portarono quattro delle loro squadre alle semifinali.

L’Eintracht di Pezzey si trovò di fronte il Bayern Monaco, favoritissimo per la vittoria finale.

Nella gara di andata a Monaco Rummenigge e compagni si impongono per due reti a zero. Il secondo gol, segnato su rigore da Paul Breitner, fu causato proprio da un fallo in area di Pezzey sull’attaccante avversario Norbert Janzon.

Pezzey però si rifarà abbondantemente nella partita di ritorno, prima segnando il gol del vantaggio in mischia dopo pochi minuti di gioco e poi insaccando con uno dei suoi proverbiali colpi di testa il 2 a 0 a tre minuti dalla fine che porterà il match ai supplementari dove l’Eintracht trionferà con il risultato finale di cinque reti ad una.

L’Eintracht sconfiggerà poi in finale il Borussia Monchengladbach.

 

Come detto Pezzey non riuscì mai a coronare il suo grande sogno di vincere la Bundesliga anche se in una occasione in particolare ci andò davvero ad un soffio.

Fu durante la sua penultima stagione al Werder Brema, 1985-1986.

E’ il 22 aprile 1986 e si gioca la penultima giornata di campionato. Il Werder, che gioca in casa nel suo Weserstadion, ha due punti di vantaggio sul Bayern di Monaco. Il calendario mette di fronte proprio le due squadre che si stanno giocando il titolo.

Con il risultato inchiodato sullo 0 a 0 a due minuti dalla fine viene assegnato un calcio di rigore al Werder Brema. Segnarlo vorrebbe dire la certezza del titolo. Sul dischetto si presenta Michael Kutzop.

Il suo tiro colpisce il palo. Sarà l’unico rigore fallito da questo calciatore in tutta la sua carriera.

Nell’ultima giornata il Werder Brema perde per due reti ad una a Stoccarda mentre il Bayern seppellisce di reti (6 a 0) il Borussia Monchengladbach strappando, per differenza reti, il titolo al Werder Brema.

 

Bruno Pezzey era un difensore completo. Poteva agire sia da stopper in marcatura sul centravanti avversario che da libero, vista la sua ottima tecnica di base che gli permetteva di costruire il gioco dalla difesa. Sapeva, all’occorrenza, essere anche estremamente determinato e duro. Qualche volta fin troppo. Durante un match in Bundesliga decise di intervenire in maniera poco ortodossa contro un avversario particolarmente scorretto e provocatore.

Pezzey infatti gli si avvicinò e gli strizzò con parecchio vigore i … “gioielli di famiglia” lasciando a contorcersi sul manto erboso … venendo squalificato per ben 10 giornate di campionato !

 

Infine il divertente aneddoto riguardante il suo passaggio dal SSW Innsbruck all’Eintracht Francoforte nell’estate del 1978.

Jurgen Grabowski, la fortissima ala tedesca che nell’Eintracht giocò tutta la sua carriera e leader assoluto del team racconterà che al termine del Mondiale argentino del 1978 andò dal Presidente dell’Eintracht Achaz Von Tumen pregandolo di acquistare Pezzey.

“Presidente, è destinato a diventare uno dei difensori più forti d’Europa” supplica l’attaccante tedesco al suo presidente aggiungendo che “è l’uomo che può farci fare il salto di qualità ma dobbiamo sbrigarci prima che tutte le altre squadre della Bundesliga gli propongano un contratto” spiega sempre più infervorato l’esperto Grabowski.

“La penso esattamente come te” gli risponde Mr. Von Tumen aggiungendo “E infatti lo abbiamo messo sotto contratto con noi due settimane prima che iniziasse il Mondiale” fu la serafica conclusione del Presidente dell’Eintracht.

 

Il ricordo più bello e che più di ogni altro definisce Bruno Pezzey è quello del suo vecchio “Mister” Otto Rehhagel che affranto, ai funerali del suo ex-difensore, disse “E’ morto un gigante. Come giocatore e come uomo”.

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OSVALDO “SCHOPENHAUER” BAGNOLI: L’Osvaldo della Bovisa.

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di GIANCARLO DINI

“Schopenhauer”… lo chiamava così Gianni Brera e non ho mai capito l’accostamento tra l’Osvaldo della Bovisa e il filosofo de “Il mondo come volontà e rappresentazione”. Già la Bovisa è un bel marchio di partenza, quartiere industriale a nord di Milano ma anche quartiere di ambientazioni letterario-cinematografiche. E’ infatti  lo stesso quartiere di Ermanno Olmi, quello in cui lui ambienta peraltro alcuni suoi film e lo stesso luogo di ambientazione di storie di Giovanni Testori. Ma Osvaldo no, lui è uomo pratico (secondo una leggenda talmente pragmatico  e pratico da risultare ” comunista” e quindi indigesto al Cavalier Berlusconi in ottica assunzione al Milan), piu’ muratore che filosofo o poeta. Emblematiche sue frasi televisive; l’anno della retrocessione del Verona (con il quale aveva peraltro vinto un campionato capolavoro); allenava una squadra raccogliticcia di stranieri con strane abitudini (“Caniggia” ad esempio) e tuttavia quasi riuscì a salvarla. Dopo una serie di sconfitte ad un giornalista petulante  che gli chiedeva cosa si potesse fare rispose rassegnato e pacato “forse toccare il sedere a uno che ce l’ha fortunato”. Le frasi semplici e dirette al tempo stesso sono una caratteristica di Bagnoli; emblematica la sua “provate voi ad allenare 11 teste di cazzo miliardarie” a commento di come si stesse modificando il mondo del calcio… O ancora, dopo una burrascosa Juventus -Verona di Coppa dei Campioni giocata a porte chiuse per i fatti dell’Heysel e con decisioni arbitrali molto particolari che danneggiarono la sua squadra, ad un certo punto nel parapiglia degli spogliatoi andò in frantumi un vetro ed alla polizia che accorreva disse serafico indicando lo spogliatoio juventino: “se cercate i ladri sono di là”. Il capolavoro di Bagnoli rimane la vittoria dello scudetto a Verona con una squadra di buoni giocatori ma non di fenomeni. Interessante è la storia che porto’ Bagnoli a Verona. E  delicata e poetica al tempo stesso. Mi raccontava Paolo Sollier calciatore contestatore degli anni 70 ( che salutava col pugno chiuso i suoi tifosi) di aver avuto Bagnoli a Rimini dove dopo una partenza disastrosa riuscì comunque a salvare la squadra anche grazie ad un ‘improvvisa irruzione notturna camera per camera in cui al toc toc seguiva un “ciao ragazzi sono il vostro allenatore…voglio parlare… mi dite cosa c’è che non va ?” così sincero, onesto e imprevedibile; appunto l’Osvaldo. Da quel colloquio camera per camera, molto apprezzato dai giocatori, uscì una squadra. Ma Rimini è importante per capire un’altra cosa dell’Osvaldo e soprattutto la ragione del suo trasferimento a Verona dopo una promozione capolavoro ottenuta a Cesena. A volte  di notte per addormentarmi compito ancora a memoria come un mantra quella formazione :recchimeiceccarelliboninioddiperegoroccotellipiraccinibordonlucchigarlini. Anni fa la snocciolai così a Bonini che mi guardò sorpreso e se ne andò subito … anche un pò preoccupato.

Ma torniamo a Rimini ad un campionato che va male ad un allenatore contestato e la contestazione raggiunge toni di crudeltà infinita; racconta infatti Sollier che udi’ uno spettatore dalla tribuna urlargli “non capisci un cazzo, non vedi il gioco, sei piu’ cieco di tua figlia”.

E’ così infatti. L’Osvaldo della Bovisa ha una figlia amatissima  non vedente. L’Osvaldo della Bovisa sarebbe potuto rimanere in Romagna dopo la promozione ma c’era un problema: sua figlia doveva andare alle superiori e l’unica città che aveva istituti adeguati ai non vedenti era appunto a Verona e la Bagnoli andò, rimanendo in serie B.

Fu così che nacque, da  una scelta di cuore e amore, lo scudetto del Verona.

Ora Osvaldo perde qualche colpo mi dicono, pare che la memoria non sia più quella di una volta. Pero’ mi dicono anche che è ancora bello sentirlo raccontare le partite del Verona, a fine estate nel bagno di Cesenatico in cui va da sempre, a sua figlia, quella figlia che quello scudetto lo ha solo sentito, non visto.

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RICARDO BOCHINI: Quando il calcio era poesia.

di REMO GANDOLFI

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“Noi lo sapevamo già.

E da parecchio tempo.

Era appena arrivato nella “Settima” del Club. Aveva solo 16 anni ma bastarono poche partite che si era già sparsa la voce tra tutti gli “hinchas” del “Los Diablos Rojos”,

Dopo poche settimane dal suo arrivo c’erano il triplo degli spettatori della stagione precedente ad assistere alle partite di questi ragazzini.

Era la “Joya” del settore giovanile.

Neanche due anni dopo esordì in prima squadra (al Monumental contro il River, mica in una cancha qualsiasi !) e diventò ben presto uno dei riferimenti assoluti di un team che era da tempo ai vertici del calcio argentino.

Quando segnò quel gol in Italia e contro una squadra italiana nella finale del Coppa Intercontinentale tutto il mondo scoprì chi era Ricardo Bochini.

Era il 28 novembre del 1973.

La Juventus dominò l’incontro. Solo i pali della porta e qualche miracolo del nostro portiere Santoro ci tennero in partita. Mancavano una decina di minuti alla fine del match. Bochini si fece dare il pallone sulla linea di centrocampo. Partì in progressione saltando un paio di giocatori juventini. Arrivato nei pressi dell’area bianconera cercò il suo “gemello”, Daniel Bertoni. Gli passò la palla e Bertoni, di prima intenzione, la restituì a Bochini. “El Bocha” si trovò all’interno dell’area di rigore. Due difensori juventini strinsero su di lui mentre Dino Zoff, il portiere della Juve, gli stava uscendo “a valanga” sui piedi. A questo punto Bochini rallentò la corsa, alzò la testa e con un delicatissimo pallonetto scavalcò Zoff lanciato in uscita. Fu un gol meraviglioso.

Fu il gol che decise la partita.

Eravamo Campioni del Mondo.

Ma da quel giorno in poi iniziammo ad avere paura.

Eravamo convinti che sarebbe stata solo una questione di tempo prima che arrivasse qualche grande Club dal Brasile, dal Messico o addirittura dall’Europa a portarcelo via.

Aveva solo 19 anni ma la Nazionale argentina si era già accorta di lui.

L’anno successivo ci sarebbero stati i Mondiali di calcio in Germania e tutto il mondo avrebbe conosciuto questo fenomeno che noi avevamo la possibilità di vedere in azione tutte le settimane.

Poi però accadde qualcosa di assurdo, di inspiegabile, di totalmente inatteso.

Bochini per quel Mondiale non venne neppure convocato.

Non ci poteva credere lui e non potevamo crederci noi che ormai da un paio di anni ci lustravamo gli occhi e ci scaldavamo il cuore con le sue incredibili giocate.

C’era il blocco dell’Huracan allora.

Grandissima squadra che contribuì tantissimo a riportare il calcio argentino alla sua tradizione più pura.

Brindisi, Houseman, Babington, Carrascosa … tutti grandissimi calciatori.

Il “Bocha”, in mezzo a loro, sarebbe stato come un diamante in una bellissima corona.

Non fu così.

I più egoisti fra di noi dissero che in fondo era meglio così.

Senza quella vetrina avremmo potuto forse tenere con noi Bochini ancora per un po’.

“In fondo ha solo 20 anni. Ne giocherà almeno tre di mondiali”.

Non lo trovavo giusto.

Anche perché ero assolutamente convinto che con Bochini in campo (e questo lo sapevano anche gli egoisti) avremmo avuto una Nazionale più forte.

Poi però pensavo a come sarebbe stato andare alla “Doble Visera” e non vederlo più in campo.

… e finivo per dare ragione agli “egoisti” …

Pochi mesi dopo “El Bocha” si prese la sua rivincita vincendo la Copa Libertadores.

Per noi hinchas dei “Rojos” fu il terzo anno consecutivo.

Avevamo una squadra fantastica.

Daniel Bertoni, “El Pancho” Sa, Ricardo Pavoni, Ruben Galvan, José Pastoriza, Agustin Balbuena, Eduardo Maglioni … tutti grandissimi calciatori che il talento, la classe e la visione di gioco del “Bocha” esaltava, facendoli sembrare tutti ancora più bravi.

Nel 1978 il Mondiale si giocò in casa nostra.

Ci siamo detti che o lo vincevamo stavolta o non lo avremmo vinto mai più.

Erano giorni terribili per il nostro Paese.

Una dittatura spietata e così astuta e protetta da essere nascosta agli occhi del mondo.

Bochini avrebbe dovuto essere in campo con la nostra Nazionale.

Stavolta però fu la politica a decidere

La giunta militare aveva le sue preferenze e non c’era nulla nella vita degli argentini dove non interferissero … figuriamoci nel calcio, una delle ragioni di vita del mio popolo !

Il Generale Carlos Alberto Lacoste, tifosissimo del River, voleva “El Beto” Alonso nei 22 di Cesar Menotti.

Alonso era un grande, grandissimo numero 10.

Ma Ricardo Bochini gli era superiore di una spanna.

Menotti, che non certo amato dalla giunta militare (cosa che “El Flaco” ricambiava assolutamente) fu costretto ad accettare.

Ancora oggi si dice che “Alonso entrò nella lista al posto del giovane Diego Maradona”.

Balle.

Alonso entrò nel posto che era di Bochini, e di nessun altro.

Il “10” che avrebbe dovuto essere di Bochini non andò però ad Alonso ma fu invece consegnato a Mario Kempes che era l’esatto contrario di Bochini.

Alto, possente, bello e con una folta chioma.

Così Menotti si prese in parte la sua rivincita e Norberto Alonso in quel mondiale fece da comprimario.

E così Bochini rimase ancora con noi.

Anche quando, alla fine di quel Mondiale, il suo partner prediletto, Daniel Bertoni, se ne andò in Europa.

Allora tremammo davvero.

Noi sapevamo fin troppo bene che Bertoni era un ottimo attaccante … ma era Bochini al fianco che lo faceva sembrare un campione.

Invece il Siviglia prese solo Bertoni, lasciandoci Bochini che non avendo giocato quel Mondiale non era evidentemente nel mirino delle squadre europee.

Per prendersi la sua ennesima rivincita non dovette attendere molto.

Il 10 gennaio per la finale del Campionato Nacional ci trovammo di fronte proprio il River Plate.

Il River di Passarella, di Fillol, di Luque … e di Alonso e del Generale Lacoste.

L’andata al Monumental finì 0 a 0.

Al ritorno, nella nostra cancha, non lasciammo scampo ai “Millionarios”: 2 a 0.

Bochini segnò entrambi i gol dimostrando che anche lui, come Passarella, Luque, Fillol e Alonso avrebbe meritato di essere chiamato “campione del mondo”.

E così Bochini rimase ancora con noi.

Non giocò neppure il Mondiale in Spagna nel 1982, nonostante in quel periodo fosse probabilmente al top della sua carriera.

Troppi galli nel pollaio di quell’Argentina che andò in Spagna da Campione del Mondo e che forse era addirittura più forte di quella che vinse il mondiale quattro anni prima.

Poco male.

Ormai “El Bocha” era rassegnato e noi con lui.

D’altronde era il peggior promotore di se stesso e in un calcio dove “l’immagine” contava sempre di più Ricardo Bochini sembrava un calciatore di altri tempi … e non solo per la sua calvizie incipiente, per il suo fisico minuto e poco attraente.

La sua timidezza fuori dal campo era proverbiale.

Nessuna intervista, mai fuori dalle righe, mai polemico, incazzoso o aggressivo.

Giocava e poi tornava a casa dalla sua amata Antonia.

Nel 1983 arrivò in squadra un “nuovo” gemello.

Si chiamava Jorge Burruchaga. Giocava al suo fianco nel centrocampo dei “Rey de Copas”, così ormai ci chiamavano in tutto il Sudamerica.

Si compensavano alla perfezione. Burruchaga conquistava palloni su palloni, li appoggiava a Bochini e poi si lanciava negli spazi ad attaccare la profondità per ricevere i deliziosi assist del “Bocha”.

Un’intesa perfetta.

“Chitarra ritmica El Burru e chitarra solista El Bocha” così dicevamo a quei tempi.

Vincemmo il Metropolitano, poi ancora la Copa Libertadores (dove demmo una lezione di calcio ai brasiliani del Gremio) e ci ripresentammo, a 10 anni di distanza, a rigiocare una finale di Coppa Intercontinentale.

Stavolta niente partite di andata e ritorno.

Finale unica, a Tokyo.

Di fronte non una squadra qualsiasi ma il Liverpool di Kenny Dalglish, di Ian Rush e di Alan Hansen.

Per la prima volta, a soli due anni dalla guerra delle Malvinas, ci trovavamo di fronte una squadra britannica.

Tutta l’Argentina quel giorno fece il tifo per noi.

E i nostri ragazzi non delusero.

Un gol di José Alberto Percudani dopo una manciata di minuti ci fu più che sufficiente per riportare questo trofeo nella nostra bacheca.

In quell’anno (ed era ora !) Bochini ottenne il 3° posto come Miglior calciatore del Sudamerica mentre l’anno prima (finalmente !) quello di miglior calciatore argentino.

Gli anni intanto passavano e Ricardo Bochini stava riscrivendo la storia del nostro Club.

Rimase ancora con noi, anche se non era ovviamente più lo stesso giocatore di qualche stagione prima.

Aveva perso un briciolo del suo spunto e la sua zona di manovra si era ristretta.

Ma se possibile aveva ancora di più acuito quella incredibile visione di gioco che “gli faceva vedere autostrade dove gli altri non vedevano neppure i sentieri”.

Nel 1986, finalmente, Carlos Bilardo lo inserì nei convocati per il Mondiale messicano.

La squadra ruotava intorno a Maradona ma solo chi è nato fuori da questo Paese può pensare che Burruchaga, Valdano, Ruggeri, Brown, Batista o Borghi fossero giocatori mediocri.

Per il nostro “Bocha” fu un premio alla carriera anche se forse avrebbe meritato qualcosa di più di una passerella di un quarto d’ora contro il Belgio.

Continuò a giocare ad altissimi livelli per altre 4 stagioni, e nel 1989 alzammo ancora al cielo il trofeo di Prima Divisione.

Sembrava avesse una mappa del campo nel cervello. E sapeva sempre dove si trovavano i suoi compagni di squadra.

Era eterno, incombustibile e resistente.

A dispetto da quel fisico che lo faceva sembrare ancora più vecchio dei suoi anni.

“Vedrete, Bochini giocherà per sempre !” ormai era la frase che si sentiva in ogni partita alla Doble Visera.

Poi arrivò quel giorno.

Quel giorno maledetto e quel giocatore maledetto.

El Bocha ricevette un pallone sulla trequarti avversaria, fece una finta e con l’esterno del piede mandò al bar il suo avversario diretto.

Sempre con la testa alta, sempre con il pallone ad accarezzargli il piede.

Da dietro, in ritardo e senza alcuna possibilità di colpire il pallone, gli arrivò una “patada” tremenda.

Ricardo Bochini cadde in terra. Sentimmo tutti il suo urlo. Uscì in barella.

Pablo Erbin, difensore dell’Estudiantes, fece quello che nessuna squadra europea o sudamericana era riuscita a fare per quasi 20 anni: toglierci la felicità pura di vedere giocare il nostro numero 10.

Fu la fine.

Non rivedemmo più “El Bocha” in campo.

Si chiudeva così la storia di uno dei più grandi calciatori che siano mai apparsi su un campo di calcio.

E mi spiace immensamente per chi, e purtroppo sono in tanti, non ha potuto vederlo in azione.

Noi del Club Atletico Independiente siamo stati fortunati.

Ricardo Bochini è stato, è e sarà, sempre e solo nostro.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Uno dei più grandi ammiratori di Ricardo Bochini fu senza ombra di dubbio Jorge Valdano. Fu lui il primo a paragonare El Bocha a Woody Allen. “Hanno entrambi la faccia da perdenti, un fisico minuto e poco attraente. Sembrano quelli che a scuola da bambini vengono picchiati da tutti. Ma entrambi sono i due GENI ASSOLUTI delle loro professioni”.

Continua sempre Valdano. “Bochini era un genio che con la testa inventava miracoli e con il piede destro li realizzava. E usava il corpo intero per ingannare gli avversari. Spiegare “El Bocha” a chi è nato fuori dall’Argentina è quasi impossibile.”

Prima di arrivare all’Independiente Bochini provò per altre due grandissime squadre argentine. Il “suo” San Lorenzo (di cui si è sempre dichiarato tifoso) e il Boca Juniors.

… ricevendo in entrambi i casi la stessa identica risposta. “Non ha il fisico per giocare a calcio”.

Da bambino il pallone per Bochini era un’autentica ossessione.

Finita la sua partita con i pari età invece di cambiarsi rimaneva per quella successiva della categoria superiore.

Si metteva vicino alla panchina sperando che prima o poi lo chiamassero di nuovo in causa … e vista la sua bravura succedeva spesso !

Quando arrivò all’Independiente venne sistemato in una pensione insieme a tanti ragazzi delle giovanili, guadagnando una cifra che non era sufficiente a mantenerlo e solo grazie all’aiuto degli amici del suo Barrio di Zarate poté mantenersi e continuare a giocare a calcio. Le cose cambiarono di poco anche dopo l’esordio in prima squadra. “Ero troppo timido per chiedere un aumento … e troppo felice di giocare in prima squadra per rischiare di rovinare tutto” ricorda oggi “El Bocha”.

Tutti sanno che Ricardo Bochini fu il grande idolo di Diego Armando Maradona. Pare addirittura che nella convocazione di Bochini per il suo primo e unico mondiale, quello del 1986 in Messico, ci fosse lo zampino del Diego.

Memorabili le parole dello stesso Maradona quando, a meno di un quarto d’ora dal termine del match contro il Belgio, Bochini entro nella cancha al posto di Burruchaga.

“Prego Maestro. La stavamo aspettando” dice Maradona al 34enne Bochini.

Aggiungendo che “giocare insieme in una partita di un Mondiale fu un grande premio. Ma fu un premio per me, non per Bochini. Lui era talmente grande che non ne aveva bisogno”.

Infine il ricordo del suo “gemello” Daniel Bertoni con cui condivise il percorso nelle giovanili e per oltre un lustro in prima squadra.

“Mi chiedo sempre se la gente dell’Independiente si renda veramente conto di quello che è stato Ricardo Bochini. Dovrebbe provare un orgoglio enorme sapere che un giocatore della sua classe abbia scelto di giocare tutta la sua carriera in questo Club. Io so per certo che in tutta la mia carriera non ho mai giocato insieme ad uno più forte di lui”.

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