TOSTAO: il genio dimenticato del “Pelé bianco”.

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“I medici sono stati chiari. Ci vorranno almeno 6 mesi prima di tornare su un campo di calcio.

Siamo in ottobre per cui prima di marzo non potrò riprendere gli allenamenti.

A giugno inizieranno i Mondiali di calcio.

Non mi rimane certo molto tempo ma so che posso farcela.

Quello che diventa difficile da capire e da accettare è che i miei mondiali di calcio non saranno a rischio per un ginocchio malconcio o una caviglia in disordine.

Io potrei non giocare i Mondiali di calcio e magari addirittura smettere di giocare perché non ci vedo più dal mio occhio sinistro.

E’ successo meno di due settimane fa in una partita di campionato.

Con il mio Cruzeiro giocavamo al Pacaembu di San Paolo contro il Corinhians.

Campo infame, zuppo di pioggia.

Ho la palla tra i piedi e mi sto avvicinando all’area di rigore avversaria.

Qualcuno mi tocca sul piede d’appoggio.

Finisco lungo disteso perdendo il controllo del pallone che finisce tra i piedi di Ditao, uno dei difensori del Corinthians.

Il suo obiettivo è calciare il pallone il più lontano possibile.

Solo che la palla non va molto lontano.

Anzi percorre poco più di un metro prima di andare a stamparsi sul mio volto.

Colpendo in pieno il mio occhio sinistro.

La palla, inzuppata d’acqua e calciata con violenza, mi lascia quasi intontito.

Quando cerco di rialzarmi però c’è qualcos’altro oltre alle gambe molli e un dolore immenso in tutto il mio viso.

Non ci vedo più dall’occhio sinistro.

Penso al dolore, ai mondiali, alla mia carriera e alla paura fottuta di restare cieco da un occhio.

C’è il distacco della retina.

L’operazione, come dicono i medici “è stata un successo”.

Ma ci vorrà del tempo.

6 mesi.

6 lunghi mesi senza fare sforzi di alcun tipo per dare tempo alla retina di riattaccarsi e all’occhio di assorbire il tutto e provare, in due mesi, a dimostrare che il mio posto nell’undici titolare della mia Nazionale lo merito ancora.

Abbiamo un’ottima squadra.

Con talmente tanti giocatori di talento che sarà un problema per Joao Saldanha, il nostro Selezionatore, scegliere chi salirà sull’aereo per il Messico, nonostante abbia dimostrato di avere le idee molto chiare sugli uomini su cui puntare e sulla tattica di gioco.

Sento la fiducia del Mister. Mi ha detto che mi aspetterà e che se tornerò al 100% un posto per me nella sua Nazionale ci sarà sempre.

Ho già giocato in un Mondiale.

E’ stata solo una partita, ai Mondiali inglesi del 1966.

Avevo solo 19 anni.

Segnai anche un gol.

E l’adrenalina di quel giorno non la dimentico.

E voglio risentire quella sensazione tante volte ancora.

Ora non resta che aspettare.

E in quei due mesi, tra marzo e maggio, dimostrare a tutti che Eduardo Gonçalves de Andrade è tornato quello di prima.

 

 

Saranno mesi difficili per Tostão.

L’operazione è delicata e occorrono tempo e attenzione perché l’occhio sinistro di Tostão ritorni al massimo della efficienza.

Si arriva così al marzo del 1970 e Tostão ha da poco ripreso gli allenamenti quando arriva un’altra potenziale mazzata a mettere in dubbio la sua partecipazione ai Mondiali.

Joao Saldanha, il selezionatore della Nazionale Brasiliana, viene esonerato.

Nonostante un girone di qualificazione strepitoso e  il sostegno della gran parte della torcida brasiliana.

Il 17 marzo del 1970, a poco più di due mesi dall’inizio del Mondiale messicano, Joao Havelange, Presidente della Federcalcio brasiliana (e lo stesso che volle fortissimamente Saldanha sulla panchina della Seleçao solo due anni prima) decide di licenziare l’ex-giornalista e grandissimo conoscitore di calcio.

Il pretesto è dato dal carattere irascibile e violento di Saldanha che pare si presenti ad un incontro con uno dei suoi più efferati critici, l’allenatore del Botafogo Yustrich, brandendo un’arma da fuoco.

In realtà il motivo è essai più semplice e meno romanzato.

Saldanha è un comunista militante da sempre e la nuova giunta militare di destra che si è instaurata nel Paese nell’ottobre precedente e guidata da Emílio Garrastazu Médici, non vede certo di buon occhio la presenza di un “sovversivo” in un ruolo così preminente in un paese che “vive” di calcio.

Al suo posto viene insediato l’ancora giovanissimo Mario Zagallo, campione del Mondo con Pelè nel 1958 e nel 1962.

Per Tostão le cose si complicano.

Dalla quasi certezza di un posto come titolare si passa ora ad un posto come riserva … e sempre che dimostri di avere recuperato appieno dall’operazione alla retina.

Zagallo ha il “suo” Brasile in testa e per prima cosa inserisce in prima squadra Rivelino e Clodoaldo, fino ad allora figure “periferiche” nella gestione Saldanha.

Rivelino in particolare prende, nello schieramento di Zagallo, il posto di mezzala sinistra … in pratica il ruolo occupato da Tostão nel suo Cruzeiro e nella Nazionale di Saldanha.

Tostão non è certo uno che “molla”.

Rientra nel suo Cruzeiro e immediatamente torna a giocare ad altissimo livello.

I posti a centrocampo però sono tutti occupati.

Anche il suo compagno di squadra Dirceu Lopes, titolare inamovibile con Saldanha, viene invece accantonato da Zagallo.

Rivelino, Gerson e Clodoaldo sono i nuovi padroni del settore nevralgico del Brasile voluto da Mario Zagallo.

Giocatori di talento enorme come Ademir da Guia del Palmeiras non trovano posto neppure in panchina e addirittura Piazza, centrocampista di ruolo anche lui del Cruzeiro, viene arretrato al centro della difesa.

Tostão, che nel Cruzeiro agisce da “10”, viene considerato da Zagallo come l’alternativa a “O’Rey” Pelé.

Non certo una grande prospettiva per il mancino di Belo Horizonte.

In un Brasile così ricco di talenti manca però ancora un tassello (e non sarà certo l’ultima volta per la Nazionale brasiliana): il centravanti.

Rogerio Hetmanek, Dario (sponsorizzato addirittura dal Presidente della giunta militare Médici) il fortissimo ma ancora acerbo Leivinha … nessuno dei tre riscuote appieno la fiducia di Zagallo.

Allora fa un passo indietro: se Tostão, Pelé, Gerson e Jairzinho potevano coesistere nella Nazionale di Saldanha nulla vieta che possa accadere anche nella sua.

Per Tostão si inventa un ruolo da centrocampista avanzato che si, gioca con il numero 9, ma che fa TUTTO meno che rimanere fermo nei pressi dell’area avversaria.

Anzi, la sua intelligenza calcistica, la sua visione di gioco e il suo precisissimo sinistro diventeranno un’arma decisiva per innescare gli inserimenti di Pelé e di Jairzinho, che grazie al movimento di Tostão troveranno spesso autentiche praterie nelle quali lanciarsi.

Questa mossa si rivelerà decisiva nell’economia di gioco del Brasile e negli equilibri tattici di una Nazionale decisamente a trazione anteriore.

Il Brasile vincerà quel Mondiale giocando il calcio probabilmente più creativo e spettacolare visto nella storia di questo sport.

Sarà il Mondiale di Pelé, che chiuderà al top la sua meravigliosa carriera, sarà il Mondiale della “freccia” Jairizinho, del sinistro magico del molisano Roberto Rivelino, delle geometrie e dell’acume tattico di Gerson, delle scorribande sulla fascia del primo terzino fluidificante dell’era moderna Carlos Alberto, del centrocampista difensivo forse più forte della storia del calcio Clodoaldo … ma sarà, soprattutto per gli osservatori più attenti, il Mondiale di Tostão, il primo “vero falso nueve” della storia del calcio moderno.

Terminato il Mondiale Tostão torna nel suo Cruzeiro giocando un’altra stagione da incorniciare.

Viene addirittura incoronato Miglior calciatore del Sudamerica nella stagione 1971.

Il Brasile che dovrà difendere il titolo in terra di Germania nel 1974 ha però ormai diversi calciatori arrivati al crepuscolo delle loro carriere.

Pelé, Gerson, Brito, Felix, Carlos Alberto … hanno già tutti quanti dato il meglio di loro.

Per Tostão si prospetta un futuro da leader nella Nazionale brasiliana, nella quale continua a giocare (e segnare !) con grande regolarità.

Con Rivelino, Jairzinho, Clodoaldo e Piazza stanno crescendo giovani calciatori di sicuro avvenire come il portiere Leao, il terzino sinistro Francisco Marinho, lo stopper Luis Pereira e l’attaccante Leivinha.

Il dopo Pelé appare meno problematico del previsto.

La dea bendata però, ha altri progetti.

I problemi all’occhio sinistro si ripresentano verso la fine del 1972.

Tostao ha lasciato da pochi mesi l’adorato Cruzeiro per trasferirsi al Vasco de Gama.

La cifra pagata dal Presidente del Vasco de Gama Agathyrno Silva Gomes è impressionante.

Oggi sarebbe molto vicina ai 20 milioni di dollari, che per il campionato brasiliano era una cifra davvero sensazionale.

Le prestazioni di Tostão al Vasco de Gama non sono però, tranne il primissimo periodo, degne della qualità e del prestigio del giocatore nato a Belo Horizonte il 25 gennaio del 1947.

I problemi alla retina si accentuano.

Tostão si sottoporrà ad altri 4 interventi chirurgici ma senza risultati apprezzabili.

Inizia un triste fuoco incrociato di accuse.

La dirigenza del Vasco de Gama attacca il costosissimo neo acquisto reo di avere nascosto o minimizzato il problema al momento della firma del contratto, Tostão replica dicendo che ha passato con successo tutte le visite mediche a cui è stato sottoposto dalla stessa dirigenza del Vasco prima della firma del contratto.

Alla fine del 1973 Tostão è già un ex-calciatore.

Troppo alto secondo i medici il rischio di perdere completamente la vista dal suo martoriato occhio sinistro.

Eduardo Gonçalves de Andrade detto Tostão si ritira dal calcio.

Non ha ancora 27 anni.

Per lui parlano le immagini delle sue giocate per fortuna disponibili in rete e soprattutto le statistiche, inequivocabili.

271 reti in 449 partite di club e 32 reti in 54 partite con la Nazionale Brasiliana.

E come tiene spesso a sottolineare lo stesso Tostão “E non dimenticate che io non ero mica un attaccante !”.

 

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Da adolescente le priorità di Tostão erano molto chiare: “Volevo fare il medico. Laurearmi e salvare vite umane. Quando mi dissero che potevo avere una grande carriera giocando a calcio decisi di provarci, mettendoci anima e corpo. Ma sapevo che finita la carriera sarei tornato a fare quello che DAVVERO volevo fare nella vita”.

Andrà proprio così. Nel 1975 Eduardo Gonçalves de Andrade si iscrive all’Università laureandosi in Medicina … specializzazione, ovviamente, oftalmologia !

 

La sua convocazione per i Mondiali d’Inghilterra del 1966, quando Tostão aveva solo 19 anni, per molti osservatori fu una sorpresa assoluta.

Le sue prestazioni con il Cruzeiro però avevano attirato l’attenzione del Selezionatore della Nazionale Brasiliana Vicente Feola.

“Ha 19 anni ma gioca come se ne avesse 30. E in campo vede le cose un secondo prima di tutti gli altri” questa la motivazione di Feola alla sua convocazione.

 

Al rientro dai Mondiali arriverà per Tostão e il Cruzeiro una delle più grandi vittorie del team dello stato di Minas Gerais.

Quella nel Campionato Brasiliano che da luglio a dicembre metterà di fronte le 21 vincitrici dei vari campionati regionali più il Santos di Pelé campione in carica.

In finale arriveranno proprio il Santos e il Cruzeiro.

Non ci sarà partita. Il Cruzeiro trionferà per 6 a 2 all’andata fra le mura amiche  e sconfiggerà  3 a 2 il Santos anche in quella di ritorno, con Tostão autore di un meraviglioso gol su calcio di punizione.

 

Molto discussa fu la sua partenza dal Cruzeiro, dove Tostão era un idolo assoluto per i tifosi.

Il motivo fu l’esonero da parte del Presidente del club di Belo Horizonte Felicio Brandi del popolarissimo allenatore Orlando Fantoni.

Tostão era in tour in Australia con il resto dei compagni quando gli arriva la notizia che il Club sta per licenziare Fantoni per assumere proprio quel Yustrich, “l’amico” di Saldanha e famoso per i suoi metodi di allenamento quasi militareschi.

Chiede un incontro con il Presidente per dissuaderlo da quella scelta e quando capisce che non c’è nulla da fare dichiara “io ho giocato la mia ultima partita con il Cruzeiro”.

La notizia allerta tutte le principali squadre del paese e non solo ma quando Brandi comunica il prezzo del cartellino di

Tostão quasi tutte fanno un passo indietro: 5 milioni di cruzeiros sono decisamente troppi anche per team come il Flamengo, il Fluminense o il Corinthians.

Chi non vuole arrendersi è il Vasco de Gama che arriva ad offrire 3 milioni e mezzo.

Il Cruzeiro accetta.

E’ la cifra record nella storia del calcio brasiliano.

 

Anche una persona intelligente ed equilibrata come Tostão può a volte fare sciocchezze enormi.

Poco prima del mondiale messicano il mancino di Belo Horizonte torna negli Stati Uniti per una visita di controllo dal medico che lo aveva operato nell’ottobre dell’anno precedente.

Prima di andare a Houston dal dottor Roberto Abdalla Moura Tostão si concede una gita a Disneyland a Los Angeles.

Non resiste alla tentazione: sale sulle montagne russe per un giro di forti emozioni.

Quando qualche giorno dopo lo comunica al medico questi non ci vuole credere.

“Hai messo a repentaglio tutto quanto per una ragazzata” gli dice arrabbiato il medico.

Per fortuna non ci sono danni.

E Tostão  giocherà il mondiale messicano, entrando per sempre nella storia del calcio.

 

Tostão si è sempre contraddistinto per il grande senso autocritico (“calcio con un piede solo, non so colpire di testa e sono lento” dirà sempre di se stesso come calciatore) ma in una occasione in particolare arriverà, sono parole sue, “a vergognarsi come un cane in chiesa”.

E’ l’indomani del trionfo nella Taça Brasil vinta nel 1966 in finale contro il Santos di Pelé.

Uno dei quotidiani di Belo Horizonte pubblica una grande foto di Tostão con la didascalia “Il nuovo Rey del futbol” a indicare in Tostão il successore di Pelé.

“Temevo che Pelé ce l’avesse con me per quel titolo. Invece quando ci incontrammo di nuovo mi fece solo i complimenti per la mia prestazione in quella finale”.

 

Curiosa la storia del suo soprannome “Tostão”, con il quale è conosciuto universalmente.

Da bambino, oltre ad essere molto minuto e basso di statura, finiva comunque grazie alla sua abilità per giocare quasi sempre con ragazzi assai più grandi di lui.

“Tostão” era il nome della moneta di minor valore e di dimensioni più piccole in circolazione in Brasile … perfetto soprannome per il più piccolino (ma non certo quello di minor valore !) tra i ragazzini che giocavano a calcio a Belo Horizonte !

 

Infine, la dichiarazione più significativa e importante su questo straordinario calciatore. A darla è “El Flaco” Cesar Menotti, compagno di squadra di Pelé nel Santos e più volte avversario diretto di Tostão.

“Se Pelè non fosse nato, Tostão sarebbe stato Pelé”.

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https://youtu.be/RT9PGQGBPm4

 

 

 

 

DRAZEN PETROVIC e VLADE DIVAC: … una volta eravamo fratelli …

di REMO GANDOLFI

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Buenos Aires, Argentina. Domenica 19 agosto 1990.

Dall’altra parte del mondo sono le 6 di sera e la finalissima del Campionato Mondiale di pallacanestro è appena iniziata. Di fronte, come nella finale delle Olimpiadi di due anni prima a Seul, ci sono Unione Sovietica e Jugoslavia. I sovietici sono favoriti dai pronostici, ma non così nettamente come era stato due anni prima. La maturazione dei talenti jugoslavi è ormai completata e sottovalutare il quintetto slavo sarebbe pura follia. Drazen Petrovic ha 26 anni ed è allo zenit della sua forma psico-fisica, così come Velimir Perasovic che ne ha 25 o Zarko Paspalj che ne ha 24 ma sembrano i padri di se stessi per evoluzione tecnico-tattica. Vlade Divac e Toni Kucoc ne hanno solo 22, ma la loro intelligenza sul parquet e l’esperienza già accumulata ad altissimi livelli li fa apparire molto più grandi della loro età. L’unico “anziano” del gruppo è Zelimir Obradovic che ha già raggiunto la soglia dei 30 anni, ma le differenze d’età non sono poi così visibili a occhio nudo. La partita prende subito una piega favorevole ai cosiddetti sfavoriti. Dopo pochi minuti di gioco la Jugoslavia è già in vantaggio di 7 punti. La fantasia, la creatività e la freschezza degli slavi non sembrano trovare la giusta contromossa nell’organizzazione di gioco sovietica, ferrea ma priva però di quella brillantezza e di quella varietà di soluzioni di cui invece abbondano Petrovic e compagni. A una manciata di minuti dal termine della prima frazione la Jugoslavia è avanti con un perentorio 44-25.

In quel pomeriggio australe non c’è obiettivamente partita. Nel secondo tempo i sovietici provano a reagire ma nonostante le buone prove di Vetra e di Volkov il trionfo finale della Jugoslavia non viene mai messo in discussione. Finisce 92-75 e a Belgrado la festa può cominciare. Quel 19 agosto d’inizio decennio è il giorno delle definitiva consacrazione di una delle Nazionali europee più forti della storia della pallacanestro. Giocatori che possono giocare praticamente alla pari anche con i mostri della NBA di allora: Magic Johnson, Larry Bird, Michael Jordan, Karl Malone, Scottie Pippen. Gente di questo livello, insomma. E’ un momento magico quello che stanno vivendo Petrovic e compagni. La Jugoslavia è sul tetto del mondo cestistico. Ma cadere da un tetto può essere questione di un attimo è avere un impatto più rovinoso del previsto per chi perde l’equilibrio.

In realtà la vittoria si trasforma nell’inizio della fine. Della fine di una storia sportiva, di una coesione fra popoli, di un’amicizia fraterna fra due campioni in particolare. Subentrano in quell’attimo motivi che con lo sport non dovrebbero essere legati, ma soltanto in teoria astratta.

A Buenos Aires i giocatori stanno festeggiando al centro del parquet. Gli abbracci, i cori di rito e lo sventolio delle bandiere. Una di queste bandiere però, è quella “sbagliata”.Uno dei tanti tifosi della squadra allenata da Dusan Ivkovic, entra in campo a festeggiare. Fra le mani però non ha la classica bandiera con i colori panslavi e la stella rossa al centro, quella voluta a suo tempo dal maresciallo Tito e poi resa istituzionale. Il ragazzo porta con sé la Sahovnica, simbolo storico della Croazia, icona degli indipendentisti e dei nazionalisti spinti. Vlade Divac, il giovane gigante serbo, se ne accorge subito e non gradisce la presenza in campo di un simbolo che in quel momento non rappresenta tutta la Jugoslavia.Quando al potere c’era Tito si poteva andare in galera per essersi fatti trovare con un simbolo come quello, in mano. O anche in tasca. Il gesto di Divac è istintivo quanto rabbioso. È stato educato a un’idea ben precisa: se una cosa non è lecita, non va tollerata, né assecondata. Il regime jugoslavo era sempre stato chiaro e a lui sembra quasi di obbedire a una legge naturale. Strappa dalle mani del tifoso la bandiera. Resiste ai tentativi del ragazzotto di riprendersela e poi la scaraventa in terra, allontanando con decisione il tifoso croato dal parterre. E’ un gesto forte, la notorietà e la mole di Divac fanno sì che tutti vedano in tv un apparentemente modesto siparietto. Non sarà così modesto, né privo di conseguenze. Nel giro di poche ore l’accaduto viene stigmatizzato dai mezzi di informazione croati. Inizia da quel momento una campagna diffamatoria di inaudita veemenza nei confronti di Vlade Divac, uno sportivo che poche ore prima era un autentico eroe per TUTTI gli jugoslavi. Gli daranno dell’anti-croato, del cetnico e qualcuno arriverà addirittura a mettere una taglia sulla testa del simpatico gigante serbo. Addirittura cetnico, nemmeno fosse un simpatizzante monarchico durante la seconda guerra mondiale.

Il gesto di Vlade Divac non sarà soltanto oggetto di una strumentalizzazione politica di proporzioni molto ampie. Anche in seno alla squadra, più o meno equamente divisa tra serbi e croati, quanto è accaduto a Buenos Aires non passa in secondo piano. Ma se lì per lì Kukoc, Perasovic e gli altri croati del team accettano senza troppi problemi la spiegazione di Divac (“l’ho fatto solo perché questa deve essere considerata una vittoria della Jugoslavia, un momento di orgoglio per TUTTO il paese”) c’è uno, Drazen Petrovic, croato di Zagabria, che si sente irreparabilmente offeso da quel gesto. C’è un particolare e non di poco conto: Drazen e Vlade sono amici, anzi, più che amici. Sono come due brothers in arms che grazie al basket hanno condiviso tutto, sempre inseparabili con i loro caratteri così diversi e apparentemente inconciliabili. Cupo, serissimo tanto da sembrare freddo e distaccato Petrovic, quanto invece è spontaneo, guascone, simpatico e brillante Divac. Drazen Petrovic, il “Mozart dei canestri”, come viene soprannominato, in un solo momento chiude senza ripensamenti tutti i rapporti con Divac. Per la loro amicizia è la fine. Alla Jugoslavia, da lì a meno di un anno, accadrà qualcosa di molto peggio: sarà l’inizio di una terribile e sanguinosa guerra civile lunga anni e che porterà alla più completa disgregazione dello Stato unitario.

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La storia inizia esattamente 4 anni prima. È l’estate del 1986 e in Spagna si disputano i Campionati Mondiali di Pallacanestro. Gli Stati Uniti sono ovviamente i favoriti,assieme ai russi.Ma c’è una formazione di cui gli addetti ai lavori dicono molto bene. In una rosa già fortissima, con giocatori come Drazen Dalipagic e Drazen Petrovic si stanno pian piano inserendo i fenomeni “in fasce” della Nazionale Juniores. Quelli che l’anno successivo saranno capaci di vincere il titolo mondiale di categoria battendo in finale nientemeno che gli Stati Uniti. Tra gli emergenti c’è un certo Vlade Divac.Viene aggregato come riserva alla Nazionale per i Mondiali spagnoli. Il ragazzo ha solo 18 anni, ma possiede un fisico impressionante (è alto 216 cm per una mole di 115 kg) e soprattutto lascia intravedere una maturità notevole per un ragazzo della sua età, sul parquet come fuori. In ritiro lo mettono in camera con Drazen Petrovic.

Drazen su Vlade

Avevamo già giocato alcune partite di allenamento contro i ragazzi della Juniores sudando le proverbiali sette camicie per batterli. In tutte quelle occasioni non rimasi mai troppo colpito da Vlade mentre invece avrei potuto scommettere la mia ultima dracma su Radja o su Kukoc. Così fui un po’ sorpreso quando seppi che avrebbe fatto parte della spedizione per la Spagna. Ci misi un paio di giorni di allenamento per capire che non solo Vlade poteva diventare il più bravo di tutti ma mi resi conto che aldilà di quell’aspetto apparentemente ombroso c’era un ragazzo eccezionale, di una simpatia contagiosa e di una bontà incredibile. Lo misero in camera con me e dopo pochi giorni eravamo già inseparabili.

Vlade su Drazen

Il suo nome era già sulla bocca di tutti in Jugoslavia. Un talento assoluto, forse unico. Di lui si raccontavano cose incredibili. Della sua ossessione di diventare il più forte di tutti. Dei suoi allenamenti maniacali fin da ragazzino quando prima di andare a scuola arrivava nella piccola palestra di Sebenico che una compiacente donna delle pulizie gli apriva alle 6 di mattina e lui schierava sul parquet una serie di seggiole tra le quali andava in slalom prima di andare al tiro. Tutte le mattine che Dio mandava in terra. Poi a casa, una doccia e poi di nuovo a scuola. Drazen è un genio. Lo percepisci in ogni allenamento, nei movimenti che fa, nella visione del gioco, in quell’allucinante capacità di trovare il canestro da posizioni impossibili malgrado la pressione degli avversari.Lo ammirano tutti e tutti lo rispettano. Anche se in questa Nazionale ci sono giocatori come Dalipagic o Radovanovic molto più anziani ed esperti di lui e addirittura suo fratello Aza (di 5 anni più grande) si capisce subito che il suo carisma è qualcosa di speciale. Mi ha preso in simpatia. Dice che lo faccio ridere e che riesco a non farlo pensare sempre al basket. Beh, se questo è vero non oso pensare a come era prima che arrivassi io. Per Drazen la pallacanestro è un’autentica ossessione. Parlerebbe solo di quello. Io lo prendo in giro e gli dico che ha solo 5 cose che gli interessano nella vita: 1° basket 2° basket 3° basket 4° ragazze 5° automobili”.

 

E pensare che da ragazzino il più giovane dei Petrovic veniva chiamato kamen che in serbo-croato vuol dire “pietra”.Chiaro riferimento a una mano ritenuta non proprio raffinata. Non aveva sensibilità, dicevano.“Non sarai mai come tuo fratello Aza, lui sì che è un giocatore vero”.Per Drazen era il peggior insulto possibile. Per lui la pallacanestro era davvero un’ossessione. Un fratello maggiore già in Nazionale Juniores e destinato a diventare di lì a qualche anno titolare intoccabile della Nazionale Jugoslava che nel 1982 arriverà terza ai Mondiali in Colombia rappresenta un ulteriore stimolo. In realtà il giovanissimo Drazen non è affatto scarso ma l’ombra del fratello maggiore e uno stile di corsa goffo e apparentemente lento non lasciano prevedere gli sviluppi futuri. Il suo amore per il basket è così assoluto che in realtà quelle critiche non sono altro che uno stimolo enorme, uno sprone assoluto per migliorarsi ogni giorno. E il risultato non tarda ad arrivare, perché alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, all’età di 20 anni, la nuova stella del basket slavo è già al fianco del fratello in una Nazionale jugoslava che porterà a casa un’importantissima medaglia di bronzo dietro agli inarrivabili (per il momento) Stati Uniti e Unione Sovietica.

 

I Mondiali di Spagna 1986 si chiudono secondo le previsioni della vigilia. Gli Stati Uniti hanno la meglio in finale sull’Unione Sovietica ma al terzo posto si piazza un po’ a sorpresa la Jugoslavia, che nella finalina di consolazione distrugge letteralmente il Brasile per 117-91. E’ un altro terzo posto ed è il terzo consecutivo dopo i Mondiali del 1982 in Colombia e quello alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984.Ma ogni volta il gap con le due superpotenze mondiali sembra accorciarsi. La progressiva dimostrazione di crescita degli slavi è palese. In semifinale cedono per un solo punto ai Sovietici capaci poi di rendere la vita durissima agli Stati Uniti in finale. Nei minuti finali proprio Divac e Petrovic sbagliano un tiro libero a testa e quelli sono punti mancati che avrebbero potuto significare la finale. Dispiace, è ovvio, ma una cosa è certa: nel mondo del basket da ora in poi si dovrà tornare a fare i conti con una grande squadra, giovane, agguerrita e giustamente ambiziosa: la Jugoslavia.

Gli Europei dell’anno successivo si chiudono ancora con un terzo posto per la Nazionale Jugoslava. Sembra una costante e al tempo stesso un limite, quel piazzamento. La sconfitta in semifinale con la Grecia, poi vincitrice di quell’edizione, brucia. Non tanto per le circostanze, perché Galis e compagni hanno meritato la vittoria, quanto per il fatto che Petrovic e compagni non hanno mai giocato all’altezza delle loro reali possibilità, se si esclude forse solo il quarto di finale contro la Polonia, superato grazie a un clamoroso 128-81. Ora ad attenderli ci sono le Olimpiadi di Seul, in Corea del Sud.

Vlade

Io facevo un po’ da anello di congiunzione tra i vecchi e i nuovi anche se, insieme con Kukoc, ero il più giovane di tutti. Ma io, a differenza dello stesso Toni (Kukoc, nda) e di Dino Radja che erano appena arrivati, ero già in Nazionale da qualche anno. Sentivo la responsabilità di fare da collante ma non ce ne fu bisogno. Eravamo davvero un gruppo di amici e a nessuno importava da dove venisse l’uno o l’altro. Non ne abbiamo mai parlato una sola volta. Eravamo la Jugoslavia ed eravamo lì per giocare a basket, al meglio delle nostre possibilità. Qualche scricchiolio però si cominciava a sentire. Tito era morto da ormai 8 anni e l’economia del Paese era tutt’altro che florida. Partimmo per Seul, con una consapevolezza di squadra sempre maggiore. Ce la saremmo giocata alla pari contro tutti, compresi i due “giganti” di sempre,l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti.

 

Nella prima partita del girone olimpico, il 18 settembre 1988, la Jugoslavia sconfigge nettamente proprio l’Unione Sovietica. E’ un risultato importantissimo che non solo garantisce il primo posto nel girone ma soprattutto regala consapevolezza di sé e autostima a chi ha vinto contro un simile avversario. 92-79 è il risultato finale, con Drazen Petrovic capace di segnare 25 punti e di oscurare giocatori del valore di Marciulionis e Sabonis. La corsa della Jugoslavia verso la finale è quasi una marcia trionfale.22 punti di scarto al Canada nei quarti di finale e 21 all’Australia in semifinale, con Vlade Divac che riuscirà a conquistare 10 rimbalzi e a segnare 15 punti in meno di 20 minuti disputati. Quando nell’altra semifinale l’URSS riesce ad avere la meglio sugli Stati Uniti, ancora talmente presuntuosi da pensare di poter vincere un’Olimpiade schierando i ragazzi del College, per la Jugoslavia si prospetta un’occasione unica:quella di ripetere l’impresa di 8 anni prima alle Olimpiadi di Mosca e di conquistare il secondo oro olimpico della sua storia. La finale però non terrà fede alle attese e alle speranze di una squadra giovane ma che evidentemente deve ancora fare il grande salto.

Nei momenti cruciali l’esperienza dei sovietici diventa infatti determinante e per Petrovic (il migliore dei suoi 24 punti all’attivo) Divac, Kukoc e compagni c’è soltanto il secondo gradino del podio. Un mese dopo la fine dell’Olimpiade coreana accade un avvenimento solo apparentemente secondario: i Boston Celtics di Larry Bird arrivano in Europa per la seconda edizione del Mc Donald’s Open che si gioca in Spagna, a Madrid.Presenti oltre ai Boston Celtics, sono anche i padroni di casa del Real, gli italiani della Scavolini Pesaro e la nazionale Jugoslava. E’ un torneo di altissimo livello e l’obiettivo è doppio: far conoscere in Europa i giocatori della NBA e al tempo stesso dare un’occhiata ai tanti fenomeni che stanno emergendo nel vecchio continente. I Boston Celtics sono uno dei team più forti in assoluto della NBA. Pochi mesi prima sono arrivati fino alle finali di Conference (in pratica la semifinale NBA) perdendo contro i Detroit Pistons. Oltre a Larry Bird ci sono Kevin Mc Hale, Dennis Johnson, Robert Parish:un banco di prova eccellente e quasi inarrivabile per ogni giocatore europeo di valore. Il timore di sfigurare contro i mosti sacri americani c’è. Sarebbe strano il contrario. Ma c’è anche la grande voglia di dimostrare che la Jugoslavia è entrata ormai di diritto nel novero delle grandi del basket e che gli Stati Uniti e la NBA non sono più un “altro mondo” come si pensava fino a pochi anni prima.

C’è un problema però: Petrovic non giocherà il torneo con la sua Nazionale, bensì con il Real Madrid, la squadra di Club nella qualenel 1988 milita.

 

Vlade

Prima della partita ero nervosissimo. Non sapevo cosa sarei stato in grado di fare messo di fronte a quei campioni che fino ad allora avevo visto soltanto in tv. Il fatto di non avere Drazen con noi fu determinante. Fu in quell’occasione che capimmo in maniera definitiva quanto “Petro” fosse fondamentale. Ricordo che nel riscaldamento più che correre, tirare o sciogliere i muscoli ce ne rimanevamo incantati ad ammirarli e magari a cercare di carpire qualche segreto. Ovviamente nei giorni precedenti parlai del torneo con Drazen. Era carico come una molla. Non lo ricordo parlare di nient’altro che non fosse basket. Non che per lui fosse una novità ma era così assorbito, concentrato ed estasiato dall’idea di confrontarsi con alcuni dei giocatori più forti al mondo che non riusciva davvero a “staccare” per un solo secondo. E conoscendolo, sapevo che non vedeva l’ora di dimostrare a loro tutto il suo valore. In quanto ad autostima il mio amico Drazen ha sempre avuto ben pochi rivali. Toccò a noi giocare contro i Boston nel primo incontro. Per tutto il primo tempo riuscimmo a tenere testa a quei fenomeni. Dino, Toni e Zarko giocarono un eccellente primo tempo mentre io andavo un po’ a corrente alternata. Ma nel secondo tempo i Boston iniziarono a difendere in maniera quasi perfetta e noi non riuscivamo a mettere un argine alle loro ripartenze. Finì 113-85 ma uscimmo dal parquet convinti di due cose: la prima era che i “mostri” erano più umani di quello che pensavamo un paio di ore prima e la seconda era che con Drazen in campo sarebbe stata tutta un’altra storia. Ovviamente andammo tutti a vedere la finale tra Boston e Real Madrid.Faceva un po’ impressione vedere Drazen in campo con un’altra squadra, mentre tutti noi eravamo in tribuna.Quel giorno Petrovic giocò una partita eccezionale, fu assolutamente incontenibile. Jimmy Rogers, il coach dei Boston Celtics, provò ripetutamente a cambiare la disposizione difensiva della sua squadra nel tentativo di porre un freno alle giocate di Drazen che però continuava ad entrare nella difesa dei Boston come un coltello nel burro. Alla fine i Boston Celtics la spuntarono ma quel giorno Drazen però dimostrò che per lui non esistevano limiti.

Drazen

Sognavo da anni di giocare una partita come questa. Contro quei giocatori che ho sempre sognato di emulare, che nelle poche immagini che ho visto di loro scimmiottavo nei movimenti, studiando ogni singola finta, ogni postura e ogni giocata andando poi sul parquet a provare e riprovare quei movimenti fino allo sfinimento. Nei giorni precedenti il match il film della partita me lo sono immaginato decine di volte. Ogni percussione, ogni “dai e vai”, ogni finta per liberarmi al tiro.E anche se perdemmo la partita uscii dal campo felice come dopo una vittoria. Fernando Martin, che aveva giocato in NBA e conosceva bene i Boston, mi diede un sacco di consigli utilissimi. Avevamo giocato alla grande, rendendo la vita durissima ad una delle più forti squadre della NBA. Nei giorni seguenti ne parlai con tutti gli altri compagni. Non ci fu bisogno di dirsi molto. Avevamo capito tutti dove avremmo potuto essere di lì a qualche tempo: a giocare contro giocatori del genere tutte le settimane. In NBA.

 

E’ il mese di giugno del 1989. L’appuntamento è con gli Europei di basket. Che si giocheranno in Jugoslavia, a Zagabria per la precisione. E’ un’altra grande occasione per vincere una competizione di alto livello a 9 anni di distanza dal trionfo alle Olimpiadi di Mosca. La pressione su Drazen, Vlade, Toni e compagni è altissima. A Zagabria Petrovic gioca in casa, Divac un po’ meno. I venti di secessione cominciano a spirare ma per il momento è solo un refolo. Il Muro di Berlino cadrà di lì a qualche mese ma nessuno può saperlo, dunque l’attenzione generale è rivolta a un grande evento sportivo internazionale. Per molti la vittoria nell’Europeo casalingo pare una semplice formalità. La squadra è fortissima e la maturazione dei “nuovi” è ormai completata.

Intanto però qualche brutto “spiffero” nel Paese inizia in effetti a farsi sentire. La situazione economica è disastrosa. L’inflazione è passata al 1200%, la disoccupazione sta crescendo in maniera esponenziale, individui e famiglie sono in preda alla disperazione. Le fabbriche cominciano a chiudere una appresso all’altra. In una situazione di recessione e di povertà generale come quella, diventa facile convincere chiunque a fare qualsiasi cosa, anche la più impensata. Addirittura tradire un amico, se quel gesto può servire a restare a galla in una realtà sempre meno comprensibile. Esiste un potere criminale che incontra sempre meno ostacoli sulla sua strada.

Il governo centrale di Belgrado comincia a mettere in atto una serie di iniziative che si riveleranno fallimentari e nefaste. Oltre al fatto di non avere nessun impatto positivo sull’economia, di fatto i provvedimenti adottati riducono l’autonomia delle varie repubbliche di Jugoslavia a tutti i livelli. La progressiva liberalizzazione degli investimenti esteri, che poteva essere appetibile fino a pochi mesi prima è diventata all’improvviso una chimera. Il regime politico jugoslavo è fragile e gli investitori stranieri decidono di rivolgersi altrove. Si coglie un’inquietudine che prima non era dato percepire. Parole come “secessione”, “zingari”, “sporco croato” o “maledetto serbo” che fino a quel momento potevano causare anni di prigione a chi le pronunciava, vengono dette con eccessiva disinvoltura. Per il momento i giocatori di basket, come il mondo dello sport in generale, sono avulsi da un cambiamento ancora tutto da definire ma nessuna situazione ovattata può essere eterna. Il ritiro che precede il Campionato Europeo non ha affinato soltanto gli schemi di squadra ma ha costruito un gruppo che forse stavolta ce la farà. La Jugoslavia del basket è pronta per fare il salto decisivo.

 

Drazen

Il “nostro” Europeo. Così chiamavamo tra di noi la competizione continentale che stava per iniziare nel giugno del 1989 a Zagabria. E non ci riferivamo solo al fatto che si sarebbero giocati a casa nostra. Era il “nostro” Europeo perché semplicemente nessuno di noi contemplava la possibilità di farsi sfuggire la vittoria. Era passato meno di un anno dall’argento di Seul ma in realtà sembrava molto, molto più tempo. In quei 9 mesi molti di noi avevano fatto il salto più importante, difficile e decisivo: quello di passare da grandi promesse a essere atleti “veri”, finiti e completi. E soprattutto il passaggio, ancora più complesso, da ragazzi a uomini. Passaggio che nella vita, come nello sport, arriva solo quando scatta il momento della “assunzione di responsabilità”.Ebbene, quello è stato il MOMENTO. Quella è stata la competizione della svolta. Dentro di noi, nelle settimane di ritiro prima dell’inizio degli Europei, ci eravamo assunti, dal primo all’ultimo, la responsabilità di vincere quell’edizione. Io avevo 25 anni, Zarko e Jure 23, Dino 22, Vlade e Toni 21.Praticamente giovani ma al tempo stesso consci che il primo grande momento della verità era arrivato.

 

Vlade

Quegli Europei erano l’occasione perfetta per arrivare finalmente sul gradino più alto del podio in una manifestazione di vertice. Ed era un momento doppiamente importante perché proprio in quell’anno iniziarono quei gravi problemi che di lì a poco avrebbero scatenato una guerra che ci avrebbe diviso per sempre. Una crisi economica devastante, la produzione industriale che inizia a segnare un crollo vertiginoso. L’inflazione a livelli spaventosi e quasi un milione e mezzo di disoccupati, oltre un quarto della popolazione attiva. Noi però siamo lontani, fisicamente e mentalmente da quel processo. Noi stiamo pensando alla Grecia, campione d’Europa in carica, che ci aveva battuto in finale due anni prima e che era ancora una grande squadra, non solo per la presenza di quel fenomeno di Nikos Galis. C’erano ovviamente i sovietici di Sabonis, Volkov e Sokk, smaniosi di vendicarsi dallo smacco subito proprio dai greci due anni prima. C’erano gli spagnoli e gli italiani pronti a stupire, anche se obiettivamente un gradino sotto. Passeggiamo sul velluto nel girone di qualificazione, sconfiggendo nettamente anche i Greci, per affrontare poi l’Italia nei quarti di finale. Sandro Gamba, l’esperto coach italiano, mise in campo una formazione ricca di talento e di esperienza. D’Antoni, Magnifico, Riva, tutti giocatori di altissimo livello. Ma il lavoro svolto nelle lunghe settimane di preparazione stava pagando come non mai. Non solo i nostri meccanismi di gioco erano ormai oliati alla perfezione, ma era diventato  tutto perfetto, le condizioni psicofisiche, eccellenti. In più c’era finalmente quella consapevolezza che tutti quanti, giocando al massimo delle nostre possibilità, fossimo diventati praticamente imbattibili. I 17 punti di margine alla fine del match la dicono lunga sulla nostra prestazione. E pensare che i 17 punti sono stati il margine più striminzito con cui abbiamo battuto le nostre avversarie in questo Europeo. Si, perché nella finale non c’è stata storia. Vincere con 21 punti di vantaggio sui greci significava solo una cosa: grande risultato ma l’Europa non ci bastava più. Il nostro parametro vero con cui misurarci erano gli Stati Uniti. Già giravano voci che dopo la batosta di Seul 1988, a Barcellona 1992 gli Stati Uniti avrebbero finalmente portato i professionisti. Non aspettavamo altro. Saremmo stati pronti anche per loro.

 

Drazen

Quella fu la partita perfetta dove toccammo picchi di qualità finora sconosciuti. L’intesa tra di noi era semplicemente perfetta. Io vinsi l’MVP del torneo e nel quintetto dei migliori con me c’erano sono Paspalj e Radja, ma solo perché “politicamente” occorreva inserire anche qualcuno di altre squadre perché non vi era un dubbio che Toni o Vlade avrebbero dovuto essere anche loro in quel quintetto.

 

Si arriva così ai Mondiali di Argentina del 1990 e le sensazioni di Vlade e Drazen dell’anno prima appaiono quanto mai azzeccate. La Jugoslavia è davvero la più forte di tutte. Ma nel Paese tutto, in quell’estate, si sta sgretolando di giorno in giorno. In Croazia la diaspora è praticamente cosa fatta. Franjo Tudjman è l’uomo forte che porterà Zagabria fuori dalla Federazione Jugoslava, anche se in modo tutt’altro che pacifico. Lo sport veicola il sentimento nazionalista e il 13 maggio Dinamo Zagabria-Stella Rossa Belgrado è il pretesto per un inedito scontro bellico fra tifosi serbi e supporter croati che quella domenica ha luogo sugli spalti e che segna l’inizio delle ostilità etniche.  Il fattaccio della bandiera croata strappata da Divac dalle mani del tifoso croato appare a tanti come uno dei tanti appigli buoni per avvalorare ancor di più l’idea di una guerra fra popoli che parlano più o meno la stessa lingua, che professano una differente religione e che concepiscono la patria ciascuno a modo suo. Gli strascichi di ciò che nel 1990 sta per verificarsi si protrarranno ben oltre la fine delle ostilità militari. Sempre che si possa dire che a tutt’oggi i rapporti fra le parti siano davvero ricomposti.

Immediatamente dopo la fine del torneo iridato, mentre i giornali di tutto il mondo riportano di “strani” movimenti nei Balcani, inizia una campagna mediatica che ha come oggetto un uomo solo. Vlade Divac. Politici croati in vena di consenso immediato e rancorosi media di Zagabria ne sono mente e braccio. Divac prova in tutti i modi a spiegare l’accaduto. Tenta infinite volte a contattare Petrovic, anche quando entrambi tornano negli Stati Uniti d’America per l’inizio della stagione NBA. Quando va bene ottiene dal suo ex amico cortese freddezza, ma per il gigante serbo è inaccettabile che quello che era stato suo “fratello” fino a poche settimane prima, ora si sia chiuso in un atteggiamento inspiegabile, quantomeno esagerato. Nel frattempo le tensioni in Jugoslavia stanno aumentando.

Non c’è solo l’etnia o la religione a dividere sempre più tra di loro le 6 repubbliche (più le due provincie autonome del Kosovo e della Vojvodina) come in molti stanno cercando di far credere ma c’è soprattutto una crisi economica senza sbocchi apparenti che ha investito il Paese. In quell’anno, il 1990, l’inflazione arriva addirittura al 2000%. In termini tecnici, si chiama “iperinflazione”. Ci sono realtà dell’Africa che se la passano molto meglio. Cresce la tensione e per Croazia e Slovenia il proposito di staccarsi da Belgrado appare l’unica via percorribile. Costi quel che costi. Due misure adottate dal governo centrale portano verso il baratro della ormai imminente guerra civile: la prima consiste in un congruo aumento per le Repubbliche confederate di tasse e di contributi da versare nel tentativo di risanare la finanza pubblica. La seconda impone il congelamento dei salari “fino a tempi migliori” nel momento in cui più del 25% della popolazione attiva è disoccupata .Il peso fiscale di una situazione insostenibile ricade sui pochi che un lavoro, seppur modesto, lo hanno.

Al termine dei vittoriosi mondiali di Argentina i giocatori riprendono le loro destinazioni professionali, come se tutt’intorno a loro la situazione non fosse grave. Radja è a Roma mentre Kukoc, Paspalj e Zdovc rientrano in Patria nelle rispettive squadre.

Petrovic e Divac ritornano negli Stati Uniti. Gli umori dei due sono diametralmente opposti. Vlade si sta inserendo alla perfezione nei meccanismi di gioco dei Lakers. Bisogna usare meglio il corpo, sfruttarne al massimo la potenza e l’agilità. Il ragazzo si applica in maniera costante e determinata. Negli allenamenti il suo impegno e la sua capacità di sacrificio sono totali e i compagni di squadra vengono conquistati dal giovane gigante europeo, che ha umiltà e voglia di imparare sebbene sia campione del mondo. Vlade è anche una persona molto intelligente. Capisce subito che se vuole sopravvivere nell’Olimpo del basket mondiale tutto quello che ha ottenuto finora non vale nulla. Deve ricominciare daccapo come se fosse un esordiente. Dalla sua Serbia, spesso piovosa e fredda, al sole quasi eterno di Los Angeles è un passaggio da metabolizzare, grazie anche alla presenza di sua moglie Anna.Ma l’ambiente che trova è perfetto e il suo inserimento è anche più rapido del previsto.

Molto diversa è la situazione di Petrovic. A Portland trova una situazione tutt’altro che ideale. Ci sono praticamente quattro giocatori per un unico ruolo in squadra, quello di guardia. E gli altri tre sono tutt’altro che dei “signor nessuno”. Si chiamano Terry Porter, Clyde Drexler e Danny Ainge. Il coach, Rick Adelman, proprio non lo “vede”.Si dice che ci sia una sorta di pregiudizio da parte di Adelman nei confronti dei giocatori europei.

Anche se Petrovic e Divac non sono gli unici europei a essere arrivati nell’NBA in quel periodo (l’amico e compagno di squadra Zarko Paspalj era arrivato nell’estate del 1989 e con loro i due russi Marciulionis e Volkov) rappresentano ancora una novità nell’elitario mondo del basket professionistico americano. Petrovic poi ha un carattere non sempre lo aiuta a risolvere i momenti difficili. E’ introverso, abbastanza solitario, cupo e vive per il basket. E se il basket non funziona allora non c’è NIENTE che funzioni. Gioca in media circa 7 minuti a partita. Poco, troppo poco per uno che era Dio nel suo paese come lo era al Real Madrid, l’ultima squadra europea nella quale ha militato prima di tentare l’avventura nell’NBA. Quando entra è evidente la sua voglia di far vedere a tutti le sue qualità. Solo che spesso Drazen finisce per strafare. Qualche compagno comincia ad accusarlo di eccessivo protagonismo e qualcuno arriva perfino a parlare di disinteresse verso la squadra. Drazen ne soffre terribilmente. A novembre del 1990 la situazione precipita. Drazen si lascia andare a un duro attacco alla squadra e all’allenatore.“Comunque vadano le cose, qualsiasi cosa io faccia qua non c’è posto per me. Piuttosto che fare giocare me il coach fa giocare Porter anche quando non si regge in piedi”. In più, in quei momenti così duri, non c’è neanche più il conforto di Vlade con il quale fino a pochi mesi prima si sentiva tutti i santi giorni. Vlade ovviamente sa della situazione del compagno di Nazionale. Non perde occasione per ricordare a tutti il valore di Drazen, di come la sua esplosione in NBA sia solo una questione di tempo. Prova ripetutamente a mettersi in contatto con lui, chiedendo anche a giornalisti e a dirigenti amici di intercedere. Non c’è nulla da fare. Quell’accesso di rabbia di una manciata di secondi ha fatto danni irreparabili, distruggendo un rapporto che andava molto aldilà della semplice amicizia.“A costruire un’amicizia vera e profonda ci vogliono anni, per distruggerla basta un secondo” ricorderà Divac in più di un’intervista.

 

E così si arriva all’incontro di campionato fra i Timbers e i Lakers.La prima occasione per ritrovarsi dopo Buenos Aires e magari provare a parlarsi, a chiarire quel malinteso che ha compromesso forse per sempre una lunga e salda amicizia.

 

Vlade

Il giorno prima dell’incontro a Portland come succede di solito andiamo ad allenarci su quello che sarà il palazzetto dove si terrà l’incontro. Noi facciamo allenamento per primi e mentre i miei compagni rientrano negli spogliatoi per la doccia io ho deciso di rimanere in campo ad attendere Drazen. Sono certo che basteranno due parole, un sorriso e qualcuna delle nostre battute e tutto tornerà come prima. Arrivano tutti i suoi compagni di squadra sul parquet per iniziare l’allenamento. A loro chiedo dove sia Drazen.“E’ ancora negli spogliatoi” mi dicono. E’ rimasto lì, sperando che anch’io me ne andassi insieme ai miei compagni di squadra. Allora attraverso il campo e vado dritto negli spogliatoi. “Drazen, ma cosa succede? Cosa fai nascosto qua dentro?” gli chiedo.“Le cose laggiù da noi non vanno bene. Per niente. Lasciamo passare un po’ di tempo e vediamo cosa succede” mi risponde in un tono freddo e distante.“Drazen sono io, Vlade, ma di cosa mi stai parlando?” “Aspettiamo e vediamo quello che succede” mi ripete uscendo dallo spogliatoio.

 

Pochi mesi dopo Drazen lascia i Portland Blazers per accasarsi, è gennaio del 1991, nella giovane compagine dei New Jersey Nets. Sarà la svolta della sua carriera nella NBA. Con i Nets il suo minutaggio in campo aumenta in modo considerevole e così la qualità delle prestazioni e il numero di punti realizzati. E se prima a Portland qualche compagno di squadra lo considerava troppo egoista ora ai Nets parlano di lui come di un talento che sta per sbocciare definitivamente. Divac e Petrovic si incontrano ancora su un parquet. C’è addirittura un giornalista che prova a intercedere contattando Drazen e spiegandogli quello che Vlade non era mai riuscito a dirgli di persona: che Divac avrebbe fatto la stessa identica cosa con quel tifoso anche se la bandiera fosse stata serba. Non c’è nulla da fare.

Una pacca su una spalla e un mezzo sorriso di convenienza. E’ tutto quello che Drazen Petrovic concede a Vlade Divac. Per Petrovic il gesto di Buenos Aires era e rimane un gesto politico e lui, croato fino al midollo, non potrà mai accettarlo. Le loro carriere proseguono ad altissimo livello. Nella NBA sono ormai diventati cestisti affermati, tra i primi europei a giocare alla pari con i mostri indigeni. Ci sarà addirittura qualcuno che contro Drazen Petrovic perderà la reputazione. Vernon Maxwell, guardia dei Houston Rockets dichiara prima di una partita contro i Nets che “deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il culo”. Drazen Petrovic lo ascolta e si lega al dito quella spacconata: segnerà 44 punti alla faccia di Maxwell, umiliandolo per tutto l’incontro e facendone un fatto personale.

 

Arrivano gli Europei del 1991, si svolgeranno in Italia, a Roma.La Jugoslavia deve difendere il titolo di campione in carica, conquistato in casa due anni prima. Ci sono tutti i presupposti per riuscirvi. Anche se Petrovic decide di non andare a giocare quegli Europei. Ormai i venti di guerra soffiano forte sulla Jugoslavia e nel Paese ci si è ormai assuefatti all’inevitabile. Nella maggior parte delle Repubbliche Socialiste jugoslave la situazione è già fuori controllo. Slovenia e Croazia sono le prime a dichiararsi indipendenti dallo stato centrale. La reazione di Belgrado è dura. Ai primi di giugno scoppiano le ostilità fra l’esercito jugoslavo e l’armata territoriale slovena. Lubiana è bombardata e neppure il resto del territorio viene risparmiato. Jure Zdovc, guardia della Nazionale impegnata agli Europei iniziati da pochi giorni a Roma, è sloveno. Viene richiamato in patria e deve abbandonare il ritiro della Nazionale Jugoslava e gli Europei. Nonostante questo imprevisto la Jugoslavia vincerà l’edizione romana 1991, confermandosi ancora una volta la squadra più forte di tutte.

La finale con l’Italia è vinta in un modo autorevole in una partita in cui il risultato non è mai in discussione: 88-73. Nel quintetto del torneo assieme a uno straordinario Toni Kukoc per gli slavi c’è anche Vlade Divac. Sarà l’ultimo trionfo per una Nazionale che avrebbe avuto la forza e la qualità per rimanere ai vertici del movimento cestistico per parecchi anni a venire, se solo fosse rimasta unita. Petrovic e Divac si affrontano ancora più volte in NBA ma non c’è nulla che vada al di là di un freddo saluto prima dell’inizio della partita. Anche i rapporti tra Divac e gli altri giocatori croati, soprattutto Radja e Kukoc, si sono nel frattempo raffreddati. Una guerra è una guerra e il pensiero che ci siano amici e familiari al fronte, alcuni di loro già morti in una guerra che ha assunto connotazioni etniche è difficile, quasi impossibile da sopportare. Meglio tagliare i rapporti, fa meno male che affrontare una realtà senza senso. Nel 1992, alle Olimpiadi di Barcellona, per la prima volta nella sua storia la Croazia si presenta con una formazione propria. La Jugoslavia così come l’aveva concepita il maresciallo Tito ormai non esiste più. Una guerra etnica sta ridisegnando i confini nei Balcani. La Croazia è uno Stato sovrano con una propria bandiera e un suo presidente eletto, Zagabria è la sua capitale e ha una Nazionale di basket fortissima. Drazen Petrovic ne è la star assoluta.

La possibilità di uno scontro con quel che resta della Jugoslavia viene eliminato in partenza: la Jugoslavia, per le sanzioni comminate al Governo centrale, non verrà ammessa alle Olimpiadi. La Croazia gioca a livelli sublimi.Drazen Petrovic è il capitano, il leader, l’emblema e il condottiero. Ma con lui ci sono Kukoc e Radja ormai giocatori di livello mondiale mentre stanno crescendo nuovi talenti come Komazec e Tabak.

La Croazia perderà la finale contro gli Stati Uniti, non più le promesse dei College ma il “Dream Team” composto da tutti i migliori della NBA.Il Roster americano fa paura: Magic Johnson, Scott Pippen, Larry Bird, Michael Jordan, Scott Malone, Patrick Ewing, Clyde Dexter, Chris Mullin. Tutti insieme per riportare gli USA ai vertici del movimento cestistico mondiale. La vittoria USA è netta: 117-85. Gli Stati Uniti hanno una squadra di marziani, i croati sono i primi fra gli umani. Ma un dubbio resta. E resterà in eterno.

 

Vlade

Vidi la finale ovviamente ma per tutto il tempo non fui in grado di pensare che a una sola cosa: cosa sarebbe successo se fossimo stati ancora tutti insieme? Paspalj, Zdovc e il sottoscritto. Con tutto il rispetto per gli altri ragazzi della formazione croata ma noi 3 insieme a Drazen, Toni e Dino Radja? E’ una domanda che non avrà mai risposta e personalmente mi porterò dentro questo dubbio per sempre.

 

 

E’ il 7 giugno del 1993.

Il giorno prima Petrovic ha giocato con la sua Croazia in Polonia, nel torneo di qualificazione per gli imminenti Europei di Germania. L’avversaria è la Slovenia.Vittoria croata netta e inequivocabile. Drazen è tornato apposta dagli Stati Uniti dove con i suoi New Jersey Nets ha disputato la sua migliore stagione da quando è arrivato nella NBA. E’ un torneo dall’esito scontato. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di lui. Ma il senso di appartenenza alla sua terra e alla sua gente è completo e senza compromessi. Solo così si può capire il suo atteggiamento verso il suo ex amico Vlade Divac.“Io sono croato, non jugoslavo” dice pubblicamente pochi minuti dopo la consegna della medaglia d’argento alle Olimpiadi dell’anno precedente. Assieme ai compagni di squadra arriva all’aeroporto. Li attende il volo per il ritorno a casa, a Zagabria. Pochi minuti prima dell’imbarco arriva la sua fidanzata, la bellissima Klara Szalantzy, assieme ad un’amica.

Così Drazen decide di andare con loro in Germania, a Monaco, per passare qualche giorno di vacanza. I tre partono sulla Volkswagen Golf rossa di Klara, che si trova alla guida. I compagni lo salutano e si imbarcano per il volo verso la Croazia.Il viaggio inizia fra le classiche chiacchiere tra persone che fanno sport. Le ultime partite, gli allenamenti, i compagni di squadra e soprattutto la gioia per poter staccare la spina per godersi qualche giorno di vacanza. E’ una giornata di pioggia in Germania. A un certo punto i tre ragazzi si fermano per fare benzina. Quando ripartono Drazen, che è seduto davanti a fianco di Klara, decide di schiacciare un pisolino. La golf rossa supera un dosso. All’improvviso Klara si accorge che davanti c’è un grosso TIR. Il conducente del mezzo pesante ha appena perso il controllo e sta occupando entrambe le corsie. Il fondo stradale è viscido per via della pioggia. L’unica cosa che la guidatrice della Golf riesce a fare è schiacciare a fondo il pedale del freno, ma lo schianto è inevitabile. La Volkswagen centra in pieno il mezzo pesante e si accartoccia sotto il TIR. Le lamiere si contorcono e i vetri vanno in frantumi. Drazen sta ancora dormendo e non ha le cinture allacciate. Viene sbalzato all’improvviso fuori dal mezzo. I soccorsi sono immediati. Ma per lui, il “Mozart dei canestri” non c’è nulla da fare.Muore su quell’autostrada tedesca, nei pressi di Denkendorf. Ha solo 28 anni. Ne avrebbe fatti 29 a ottobre, se ci fosse mai arrivato. La sua fine è per alcuni aspetti simile a quella di un altro campione slavo, in questo caso serbo. Si tratta del calciatore Dragan Mance, stella del Partizan Belgrado, morto nel 1985 a 23 anni per via di un incidente automobilistico alle porte dell’allora capitale della Jugoslavia. Il tentativo di evitare un pedone distratto fa finire la corsa e la vita di uno dei più grandi talenti della sua generazione contro un lampione stradale.

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Vlade

Mi trovavo in vacanza con la famiglia. Entrai in un bar per bere qualcosa quando vidi in tv le immagini di una partita di pallacanestro e subito dopo l’immagine di Drazen. Non riuscivo a capire cosa stessero dicendo. Pensavo che parlassero di un suo trasferimento o magari di una sua prestazione particolarmente brillante. Poi le immagini mostrarono qualcosa di diverso: la foto di un incidente, con una golf rossa con la parte anteriore distrutta, quasi infilata sotto un grosso camion. A quel punto ho capito. E ho iniziato a piangere. Ho chiamato Anna, mia moglie. Anche lei conosceva benissimo Drazen. Sono scese le lacrime anche a lei. Voleva bene a Drazen. Non so quante volte è venuto a casa nostra o siamo usciti tutti insieme per serate indimenticabili di risate e chiacchiere. Tutto finito per sempre.  E a ogni minuto che passava il rimorso che cresceva dentro di me. Un maledetto gesto di rabbia, istintivo ma che non aveva neppure lontanamente il significato che politici e giornalisti hanno strumentalizzato in una maniera indegna, solo per manipolare le persone e arrivare ai loro scopi. Scopi di morte e distruzione che stiamo vivendo tutt’ora e chissà per quanto tempo ancora. Non rivedrò mai più Drazen, non avrò mai la possibilità di parlargli, di spiegargli tutto e di riabbracciarlo come dopo le tante vittorie condivise insieme. Perché io lo so, l’ho sempre saputo che sbollita la rabbia che una schifosa guerra ci ha fatto provare gli uni per gli altri un giorno sarebbe finita anche l’assurda freddezza e la distanza tra di noi. Invece non sarà più possibile, mai più. E non potrò neppure andare ai suoi funerali.“Sarebbe inopportuno, per tutti”.Lo dicono le persone vicino a me e di sicuro lo dicono e lo pensano anche le persone vicine a Drazen. Che assurdità. Ora so che questa ferita me la porterò dentro per il resto dei miei giorni.

 

Poche settimane dopo la morte di Drazen mentre la madre è sulla tomba del figlio le si avvicina un vecchio signore che tiene per mano il suo nipotino. Va verso di lei con una candela in mano da depositare sulla tomba di Drazen e le dice “Non devi essere triste. Tu sei quella che lo ha messo al mondo ma Drazen non appartiene solo a te, appartiene a tutti noi”.

 

La carriera di Vlade Divac nel frattempo va avanti. Nel 1995 è la volta degli Europei in Grecia. Vlade torna nella sua Jugoslavia. Con lui ci sono giocatori di grande qualità come Dordevic e Danilovic. Ma ci sono anche squadre fortissime a contendersi quel titolo. In qualità di padrona di casa la Grecia cerca di ripetere l’exploit del 1987 e con giocatori dello spessore di Fasoulas e Christodoulou l’impresa pare alla portata .Ci sono i Lituani di Marciulionis e Sabonis, due tra i migliori cestisti europei e poi, soprattutto, c’è la Croazia, con i suoi ex-compagni di squadra Kukoc, Komazec e Vrankovic.

Lo scontro tra i due titani slavi del basket non avviene, anche se entrambe arrivano in semifinale. La Jugoslavia riesce ad aver ragione dei greci padroni di casa,mentre la Croazia viene sconfitta dalla Lituania.In una tiratissima finale la Jugoslavia di Divac, Danilovic e Savic piega la strenua resistenza dei lituani. Finisce 96-90. Un’altra corona europea per Vlade, ancora una volta eletto nel quintetto ideale (dove c’è anche l’ex-compagno di squadra Kukoc).La cerimonia di premiazione rappresenterà però una delle pagine più sgradevoli nella storia del basket. Non bastano i fischi e le urla di disapprovazione del pubblico greco nei confronti della Jugoslavia, “colpevole” di avere eliminato i greci dalla competizione ma al momento della consegna della medaglia d’oro ai cestisti jugoslavi arriva il gesto che non ti aspetti e che neanche la durezza di una guerra potrebbe giustificare. Nel momento in cui i rappresentanti della Federazione Internazionale si apprestano a premiare Divac e compagni la squadra croata abbandona in modo plateale il podio uscendo dal Palazzetto di Atene.

 

Il 14 luglio 2005, a 37 anni di età, Vlade Divac, forse il centro più forte della storia del Basket europeo, si ritira. Come estremo gesto di riconoscenza e apprezzamento i Sacramento Kings, la squadra nella quale il campione serbo disputa 6 stagioni consecutive della carriera a livello altissimo, ritireranno per sempre la sua maglia – la numero 21 – durante una cerimonia ufficiale nel marzo 2009.

 

Nel momento del ritiro di Divac sono passati 17 anni dalla morte di Drazen Petrovic. Le ferite lasciate dalla guerra si stanno piano piano rimarginando. E’ un processo lungo, faticoso ed estremamente doloroso per tutti, in una guerra che non vede vincitori ma popoli divisi. Ed è in questa situazione che nei primi mesi del 2010 Vlade Divac decide di tornare in Croazia, a Zagabria, dopo più di 20 anni dall’ultima volta. Da quel campionato europeo vinto dalla Jugoslavia a mani basse. Giocato forse a un livello mai raggiunto né prima né dopo da una squadra europea di pallacanestro. La sua ferita, quella di non aver mai potuto ritrovare l’amicizia di Drazen, non si è mai chiusa. Quel gesto istintivo, pur senza la malizia che in tanti ci videro, lui lo ha pagato davvero un prezzo troppo alto.

Vlade arriva a Zagabria. Cammina per le vie del centro. Molti lo riconoscono. Qualcuno lo saluta cordialmente. Molti invece lo squadrano, scuotono la testa e nel migliore dei casi si girano dall’altra parte. Altri commentano ad alta voce il suo passaggio per strada, con immutata acredine nei suoi confronti.“Cetnico” è la parola più tenera che gli sussurrano alle spalle. Poi il gigante di 216 centimetri e di oltre 120 chilogrammi arriva alla porta di una graziosa villetta. Niente di sfarzoso o appariscente. Regge un mazzo di fiori che tra le mani dell’uomo sembra una cosa minuscola. Vlade suona alla porta. Ad aprire si presenta una donna che lo accoglie con un sorriso dolce e un abbraccio sincero.

La Signora si chiama Biserka ed è la madre di Drazen Petrovic. Dentro l’abitazione lo accoglie anche Aleksandar, per tutti “Aza”, fratello maggiore di Drazen e anche lui ex-compagno in Nazionale di Vlade Divac. L’imbarazzo dei primi momenti si scioglie in fretta. I ricordi affiorano come tante primule rimaste sepolte per troppo tempo sotto la neve. Il loro incontro in squadra, l’amicizia che nasce immediatamente, le raccomandazioni della madre di Drazen a Divac“Stai attento al mio figliolo, Vlade. Bada che non si cacci nei guai” e le risate di Divac quando fa notare alla signora Biserka che lui era di 4 anni più piccolo di Drazen. “Ma tu eri molto più grosso” fa eco la madre di Drazen. In breve, tutto sembra tornare come tanti anni prima. Prima di quella maledetta bandiera, prima della guerra e prima dell’incidente su un’autostrada tedesca. Avrebbero dovuto essere tutti lì. Con Drazen in mezzo a loro.

Arriva il momento del commiato. I sorrisi sono più distesi e l’abbraccio è ancora più caloroso che all’inizio. Ora Divac è finalmente pronto per un’altra tappa del suo viaggio. Un lungo tragitto a piedi. Fino a un cimitero, fino a una lapide. Lì c’è la foto di Drazen, “giovane, bello e sorridente”, come gli ha detto poco prima la signora Biserka. Ai piedi della lapide Vlade lascia un’altra foto. Sono loro due, abbracciati e festosi dopo una vittoria.“Sono felice di rivederti, amico mio” sussurra Vlade.

Missione compiuta.

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Vlade Divac è oggi un corpulento omone di quasi 50 anni. E’ il Presidente del Comitato Olimpico Serbo. Ma soprattutto ha creato da anni un’organizzazione benefica, la “Divac’s Children Foundation” che si occupa principalmente dei tanti bambini rimasti orfani o mutilati dalla guerra nell’ex-Jugoslavia. In questi anni ha raccolto 3 milioni di dollari. Ha poi fondato l’organizzazione umanitaria You Can Too, che ha come obiettivo quello di dare aiuto e assistenza agli oltre 500.000 rifugiati in Serbia dopo la fine della guerra.Drazen invece riposa al cimitero di Mirogoj, a Zagabria. E sarà sempre “giovane, bello e sorridente”, in un luogo dell’anima in cui ogni sentimento è definitivamente superato e non esistono bandiere.