L’URLO (E. Munch – 1893) – LA SUBLIMAZIONE DEL DOLORE UMANO.

di SARA DEL BARBA

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Urlo dell’angoscia. E’ un’istantanea sonora dell’attimo in cui un tramonto infuocato trascina negli abissi tutto il creato. Senza via di scampo.

La creatura emaciata si allunga, si contorce. Pare invertebrata, troppo fragile anche solo per sostenere la potenza dello squarcio che echeggia di linee ondulate, ipnotiche.

La bocca è un contorno curvilineo senza regole, livido, vuoto.

E allora, è anche un urlo vuoto, sordo e assordante nel medesimo istante.

Grida colui che ha iniziato il suo ciclo, ignaro, ancora, che quello smarrimento ne sarà l’ombra fino alla supplica dell’ultimo respiro.

Lacerante, acuto. Eppure flebile, soffocato, quasi muto.

Sostanza liquida,

Il grido.

Fa paura percepire quel suono feroce. Non possono nulla le mani che tentano di coprire le orecchie. Lo sfondo è un vortice insanguinato che produce linee rumorose, tortuose e languide, tutt’uno con la larva.

Il grido.

Fantasma senza sesso. L’io sta collassando.

Assale nel trasalimento di una scossa, nell’emozione che toglie la parola, nella materialità di un’allucinazione.

E’ la tragica angoscia esistenziale. L’inquietudine tremula di guardarsi dentro, che passa attraverso un volto spettrale immerso in un paesaggio onirico quanto reale.

E’ il volto di ogni uomo che chiede, urlando, dalla sua anima tumultuosa, la sordità per non udire, per mettere fine al suo terrificante, insostenibile dolore.

Il grido.

La creatura spaventata sta tremando, sente salire l’inquietudine, urlando di un grido di dolore infinito che ha veduto, rappreso come sangue, nell’abisso della memoria.

 

“Camminavo lungo la strada con due amici

quando il sole tramontò

il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue

mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto

sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco

i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura

e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.”

 

Ci troviamo ancora immersi negli strascichi dell’atmosfera della Belle Epoque, degli Impressionisti e dei Pointillistes. Ma ecco che Munch diviene, da subito, il più fulmineo antefatto figurativo per gli Espressionisti, anticipandoli. Le linee e il colore delle sue opere sputano fuori una potenza espressiva, espressione espressionistica appunto, di rara significazione per mezzo di un’immagine. La tematica del dolore umano, dell’angoscia senza respiro, della disumanizzazione della società, della sofferenza come attitudine propria ed inevitabile dell’esistenza, è assolutamente centrale per l’artista norvegese. Attraverso nuove tecniche artistiche. “Basta con gli interni, con gli uomini che leggono e donne che lavorano a maglia”, scrisse, con una chiara provocazione verso i Nabis post-impressionisti. “Da qualche parte ci saranno pure esseri umani che respirano e sentono e amano e soffrono.”

Munch dipinge la sua stessa anima morbosa, che vuole essere rappresentazione dei sentimenti dell’uomo di fronte ai misteri dell’esistenza: la vita, l’amore, la procreazione, la morte. Senza dubbio alcuno, è un’idea pessimistica e senza speranza. La paura sessuale, la sensazione di perdersi, l’allucinazione del turbamento umano, la sofferenza del corpo e dell’anima: tutto è ravvisabile nella violenza della sua pittura, nelle sue linee rosso sangue e blu glaciale.

Le tragedie personali diventano, per gli Espressionisti in generale, vere e proprie esperienze catartiche con cui graffiare la tela. Crudo ma vero. E così fa anche Munch. Con un occhio ben più che teso all’emblematica mano della sofferenza allucinata propria di Van Gogh – basti ricordare le linee schizzate della “Nuit étoilée” – studiando il linguaggio pittorico così espressivo di Gauguin, passando attraverso la filosofia esistenzialista di Kierkegaard. “Semplificazione deformata” dell’inquietudine umana, dell’irriverenza della morte, attraverso immagini anche blasfeme, severe, tristi. L’astrazione del sentimento diviene, così, concreta allegoria della psiche che nel suo tratto più individualista incontra l’assoluto ed esplode per chi guarda, prima attraverso il pensiero, poi dritto e senza scampo nell’anima.

Edvard Munch nasce il 12 dicembre del 1863. Cresce a Christania (attuale Oslo), la città dove si trasferisce con la famiglia quando ha appena un anno di età. Munch ha un’infanzia difficile e una vita tragica, piena di lutti e traversie: a cinque anni perde la madre e a dodici la cara sorella maggiore Sophie, entrambe per tisi; un fratello, poi, muore per annegamento e Lara, l’altra sorella, è affetta da crisi psichiche. Tutti eventi che influiscono, inevitabilmente, sulla maturazione del suo pensiero fortemente negativo e che lo porteranno a rifiutare convintamente l’idea ad avere una famiglia, per il timore incontrollato di trasmettere ad eventuale prole la tendenza della famiglia alla malattia, fisica e psichica. “Malattia e pazzia furono gli angeli custodi della mia culla”. Lui stesso, piuttosto avvezzo all’uso, anzi abuso, di alcol, soffre di turbe mentali e stati di allucinazione. Per un periodo fu anche ricoverato in una clinica psichiatrica a Copenaghen.

Inizialmente decide di intraprendere studi di ingegneria; dopo pochissimo tempo, però, decide di interromperli per seguire la sua indole artistica. Nel 1880 inizia la frequentazione della Scuola Reale di Pittura di Oslo, dove entra in contatto con pittori di impostazione naturalistica. Le sue prime opere risentono di questa influenza naturalista e sono caratterizzate da tematiche legate alla quotidianità e dall’utilizzo di una pittura dai toni scuri; tendenza che poi abbandona ben presto. Dopo un emblematico viaggio a Parigi, abbandona la strada naturalista per avvicinarsi al simbolismo e all’impressionismo. Da qui, poi, l’attrazione artistica si concentrerà su autori come Van Gogh e Gauguin, punti di riferimento importanti per addivenire a quell’idea iconografica di tragedia angosciosa dell’esistenza umana, da moderno espressionista. Il male di vivere e il difficile approccio con le donne caratterizzano tutta la sua vita.

Dopo molti viaggi su e giù per l’Europa, mostre famose (scandalosa quella di Berlino nel 1892), continua progressione, quasi ciclica e studiata della pittura, nel 1913 rientra in modo quasi definitivo a Oslo. Nel 1930, poi, un’incurabile malattia agli occhi gli rende quasi impossibile continuare a dipingere. Nel 1937 Munch i nazisti definiscono le sue opere “arte degenerata” e viene ordinato il loro ritiro dai musei.

La sua vita si è consumata attraverso un comportamento suicidario pur non avendo mai tentato di porre fine alla propria vita. Le sue tele, la sua arte sono state contenitore di quel male di vivere. L’impotenza di continuare a dipingere per la malattia è stata la concretizzazione ultima di quel dolore.

Muore il 23 gennaio 1944, lasciando tutti i suoi beni al Comune di Oslo, che nel 1963 inaugurerà il Munch Museet dedicato a colui che ha saputo dipingere con tale “furia”, introducendo innovativi mezzi espressivi, la cecità e l’impotenza dell’uomo di fronte alle catastrofi, mentali e materiali, dell’esistenza umana.

 

 

 

AGOSTINO DI BARTOLOMEI: “Sono solo un bravo ragazzo”.

di REMO GANDOLFI

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Si sono tutti dimenticati di me.

Tutti.

Anche quelli che credevo amici.

Anzi, soprattutto quelli che credevo amici.

Adesso sono qua, solo.

A contemplare un futuro dove il calcio, quel calcio a cui ho dato tutto me stesso per più di vent’anni, non vuole proprio saperne di “tenermi dentro”, di darmi la possibilità di insegnare e di condividere quello che ho imparato in tutti questi anni.

Io che ci mettevo l’anima in ogni partita e in ogni allenamento, che ascoltavo ogni singola parola dei miei allenatori e che cercavo di applicare poi in campo, provando e riprovando fino a quando quelle cose non mi riuscivano alla perfezione.

Conoscevo i miei limiti, li ho sempre conosciuti.

Non ero esattamente un fulmine di guerra ma sapevo che con l’applicazione, con la concentrazione e con la dedizione potevo compensare questo mio difetto.

Posso dire di avercela fatta e non solo per quell’indimenticabile giorno di maggio al Marassi di Genoa quando riportammo lo scudetto a Roma.

Ho una famiglia meravigliosa.

Per amore loro e della mia splendida Marisa siamo venuti tutti qui, a Castellabate a vivere nella nostra bella casa dove ci ho messo tanti dei risparmi di 18 anni da professionista nel calcio.

Ma, come si dice, “lontano dagli occhi lontano dal cuore”.

Forse qualcuno lo ha interpretato come il mio ritiro dorato, quello dove veder crescere i miei figli e invecchiare, aspettando magari dei nipoti.

Ma non è affatto questa la mia intenzione.

Amo il calcio e il calcio è l’unica cosa che conosco.

Il mio amico Bruno (lui si che c’è sempre) me lo ripete spesso.

“Ago, tu sei troppo buono ed educato. Quelli in giacca e cravatta del mondo del calcio quando non gli servi più ti mettono da parte come un paio di scarpe vecchie. E se non gli rompi i coglioni un giorno si e l’altro pure quelli si dimenticano presto di te !”.

Io lo so che Bruno, il mio amico Bruno, ha perfettamente ragione.

Solo che io non ne sono capace.

Non sono mai stato bravo con le parole e non sono mai stato capace di “lisciare” presidenti, dirigenti, procuratori e quella pletora di faccendieri che sono sbucati come funghi negli ultimi anni in cui ho giocato a calcio.

Io ho sempre fatto “parlare” le mie gambe e la mia testa.

Per me ha sempre “parlato” il mio comportamento, la mia serietà professionale, la mia onestà …

Non ce la faccio proprio ad elemosinare un posto nei quadri dirigenziali o nel settore giovanile di un Club.

Tutti sanno chi sono.

Io, Agostino Di Bartolomei, se prendo un impegno vado anche nel fuoco per mantenerlo.

Forse si tratta solo di avere pazienza come mi ripete Bruno continuamente.

Ma il tempo passa e i tutti i miei progetti si stanno sgretolando come castelli di sabbia davanti ai miei occhi.

Mi sento chiuso in un buco.

E il pallone, il mio adorato pallone, è sempre più lontano …

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Ci sono due “30 maggio” nella storia di Agostino Di Bartolomei.

Il primo è quello del 1984 e per la città di Roma, quella

di fede giallorossa, è il giorno del suo incubo peggiore. In quel 30 maggio del 1984 c’era una Coppa dei Campioni che sembrava essere nel destino di un Club che negli ultimi anni aveva fatto passi da gigante, diventando prima una potenza assoluta del calcio italiano, non senza sofferenze e cocenti delusioni, e che quel giorno si apprestava, anzi DOVEVA coronare quella meravigliosa parabola andandosi a sedere sul tetto d’Europa.

Una finale di Coppa dei Campioni nella propria “arena”, con una città che non aspettava altro che impazzire di gioia.

Invece arrivò un incubo “rosso”, travestito da portiere-clown con due improbabili baffoni che ipnotizzò due dei gladiatori di quella Roma … e spaventando a tal punto il loro “Re” che quel rigore non volle nemmeno tirarlo.

Agostino Di Bartolomei, al rifiuto del Re che veniva dal Brasile, prende in mano il pallone, cuore e testicoli e butta dentro il primo rigore, senza che il portiere-clown dai grandi baffi possa solo pensare di sfiorare quel pallone. L’incubo si concretizzerà in seguito, e il Liverpool di Souness, Kennedy e del portiere-clown Grobbelaar alzerà quel trofeo sotto gli occhi, quasi sicuramente umidi, di giocatori della Roma e di migliaia e migliaia dei suoi appassionati sostenitori.

Sono serate che lasciano il segno, che ti stroncano le gambe e il cuore.

Ci vogliono settimane per rimettersi in sesto.

Poi però arriva la voglia di un’altra stagione, di un’altra avventura e di un altro giro sull’ottovolante perché come di dice Nick Hornby “prima o poi agosto ritorna e tutto ricomincia daccapo”.

Agostino Di Bartolomei non fa eccezione.

C’è un campionato sfuggito per un pelo da rivincere perché c’è un’altra Coppa dei Campioni in cui riprovarci prima che quel ciclo meraviglioso arrivi alla sua fine.

Solo che per Agostino Di Bartolomei non ci sarà una seconda possibilità.

La Roma, con Liedholm in partenza per Milano (sponda rossonera) si affida ad un altro svedese. Un tecnico giovane ma che ha già colto risultati importanti con Goteborg e Benfica.

Si chiama Sven-Goran Eriksson e la sua “idea” di calcio è diametralmente opposta a quella del connazionale svedese che lo ha preceduto.

Pressing, un rigido 4-4-2 con squadra corta e aggressiva.

… l’esatto opposto del gioco ragionato, compassato e basato sul possesso di palla voluto dal Maestro Liedholm.

Di Bartolomei non ha le caratteristiche che Eriksson chiede ai suoi.

Il suo rapporto d’amore con la Roma si interrompe bruscamente.

Alla sua ultima partita in giallorosso, quella vinta con il Verona in finale di Coppa Italia, La Curva Sud gli tributa un messaggio d’affetto inequivocabile: sullo striscione c’è scritto “Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva”.

A volere Di Bartolomei a tutti i costi è proprio Liedholm, che a Milano deve ricostruire un Milan che arriva da anni turbolenti e scarsi di soddisfazioni.

Di Bartolomei lascia Roma con la morte nel cuore ma con altrettanta voglia di dimostrare che lui, “Ago”, ha ancora tanto da dare.

Il 14 ottobre del 1984 a San Siro si gioca Milan – Roma.

Il Milan è partito benissimo in campionato. Gli innesti di Hateley, Virdis, Wilkins e dello stesso Di Bartolomei hanno alzato parecchio il tasso tecnico del team.

Quando scocca l’ora di gioco il risultato è ancora sullo 0 a 0.

C’è un appoggio di Wilkins qualche metro fuori dall’area di rigore della Roma.

Toninho Cerezo, il centrocampista brasiliano della Roma, pare in netto vantaggio sulla palla.

Non fa i conti però con l’irruenza e la fisicità di Di Bartolomei che gli strappa letteralmente il pallone dei piedi prima di lanciarsi in percussione verso la porta difesa da Tancredi.

Un tocco di esterno destro per controllare la palla e un altro, sempre con l’esterno del piede destro, per metterla in diagonale in fondo alla rete.

Di Bartolomei corre sotto la curva.

La sua gioia esplode in tutta la sua naturalezza.

“Ci sono ancora ! Non ero da buttare via” è probabilmente solo questo che la sua straripante esultanza vorrebbe significare.

Per i tifosi della Roma questa esultanza è troppa, è esagerata e non è consona all’immagine del “loro” Agostino Di Bartolomei.

Che si sia rotto qualcosa nel rapporto con la Roma e i suoi tifosi se ne ha evidenza  in modo lampante e per certi versi inaspettato qualche mese dopo, il 24 febbraio del 1985.

Per Liedholm c’è un’accoglienza caldissima, ci sono i fiori giallorossi di rito e ci sono i cori.

Per Di Bartolomei solo tanta freddezza.

Non certo quello che si aspettava “Ago” dopo tutti quegli anni in giallorosso.

In fondo cosa ha fatto di male ? Ha celebrato senza ipocrisia un gol per la sua “nuova” squadra contro quella “vecchia” dalla quale, giusto ricordarlo, non è certo stato lui a volersene andare.

Il nervosismo si trascina sul campo.

Il Milan imbriglia la Roma.

Liedholm regala una lezione di tattica al giovane connazionale e Di Bartolomei, schierato sulla linea di difensori, pensa a “fare legna” chiudendo spazi e rubando palloni sulla sua trequarti difensiva.

Il Milan va in vantaggio con Virdis e difende con ordine e determinazione il vantaggio.

Nel finale succede qualcosa che non c’entra proprio nulla con Agostino Di Bartolomei e la sua storia.

“Ago” arriva in ritardo su un pallone e con un robusto tackle manda per le terre Bruno Conti.

Si proprio lui l’amico Bruno.

Tra loro non ci sono problemi ed è tutto finito ancora prima di iniziare.

Ssolo che arriva Ciccio Graziani, entrato nella ripresa e forse con energie ancora in abbondanza da spendere, che aggredisce Di Bartolomei.

In pochi secondi i due si scambiano una gragnola di pugni prima che arrivino i compagni a dividerli.

Non c’è niente di rotto per nessuno dei due … quello che forse si è rotto definitivamente è il rapporto di “Ago” con la sua Roma.

 

Al Milan Di Bartolomei rimane per tre stagioni. Nell’estate del 1987 al Milan arriva Sacchi. La sua filosofia di calcio non prevede giocatori dalle caratteristiche di Ago che accetta a quel punto l’offerta del Cesena, squadra che si appresta ad affrontare una stagione nella massima serie con un solo obiettivo: la salvezza. Obiettivo che viene raggiunto con estrema facilità.

Il Cesena chiuderà quella stagione con un eccellente 9° posto e Di Bartolomei, oltre a prestazioni di alto livello, farà da “chioccia” a giovani di grande avvenire come Sebastiano Rossi, Lorenzo Minotti e Ruggiero Rizzitelli.

A 33 anni però Ago sta arrivando al crepuscolo della sua brillante carriera.

Carriera a cui in fondo mancano solo due cose per essere perfetta: quella Coppa dei Campioni sfiorata in quella maledetta notte di fine maggio e una maglia azzurra, anche solo una, che sarebbe l’attestato definitivo e finale alla sua storia professionale.

Arriva però un’ultima sfida.

Molto lontana dai palcoscenici ai quali è abituato Agostino.

E’ la Salernitana, squadra che milita in Serie C, ad offrirgli un nuovo contratto.

Ago sarà l’uomo che dovrà guidare la squadra campana all’assalto verso la promozione alla categoria superiore, che a Salerno manca da oltre vent’anni.

Agostino Di Bartolomei vive questa nuova avventura con il solito grande senso di responsabilità e con la consueta estrema professionalità, pur sapendo che con aspettative così alte nei suoi confronti i rischi sono sempre molto grandi.

Ma quello che accade dopo poche giornate di campionato è totalmente inaspettato e imprevedibile. Antonio Pasinato, l’allenatore dei granata, entra in conflitto con Di Bartolomei decidendo ben presto di prescindere da lui relegandolo il panchina.

Per “Ago” è uno smacco tremendo.

Non è certo questo il finale degno di una carriera come la sua.

I risultati della squadra però sono disastrosi.

Pasinato viene licenziato e con l’arrivo in panchina di Lamberto Leonardi tutto tornerà nella normalità con Agostino capitano e leader del team.

La stagione successiva inizia sotto i migliori auspici.

Il nuovo mister Giancarlo Ansaloni costruisce la squadra intorno a Di Bartolomei e i risultati arrivano immediatamente.

Stavolta la promozione nella serie cadetta non è più un sogno.

Alla penultima di campionato per la Salernitana è in programma la trasferta di Brindisi.

Una vittoria potrebbe significare la tanto agognata promozione.

La vittoria arriva e contemporaneamente i rivali diretti della Casertana perdono a Giarre.

A firmarla, e non poteva essere altrimenti, è proprio lui: Agostino Di Bartolomei con uno dei suoi rinomati tiri da fuori area.

Nella partita successiva contro il Taranto è solo una grande festa per entrambi i team neopromossi in Serie B. A fine partita c’è la classica, festosa invasione di campo.

Il grande e indimenticabile Luigi Necco mette un microfono sotto il naso di Agostino che anche in quei momenti di festa mantiene il suo classico aplomb dichiarando con il suo sorriso dolcissimo e la sua inappuntabile flemma che “Questa è stata la mia ultima partita”.

E così sarà, nonostante un campionato di Serie B da affrontare e nel quale la sua esperienza e la sua leadership sarebbero ancora utilissime.

Da quel giorno felice invece, inizierà una rapida discesa verso quel buco nero nel quale Agostino Di Bartolomei scivolerà, giorno dopo giorno, sempre di più fino ad arrivare al suo  “secondo” maledetto 30 di maggio, quello di dieci anni dopo esatti dopo la serata della finale di Coppa dei Campioni.

E’ il 30 maggio del 1994.

Il giorno in cui Agostino Di Bartolomei prenderà la pistola di casa, acquistata tempo addietro “per proteggere la sua famiglia”, se la punterà al cuore e metterà fine a 39 anni alla sua vita.

Lascerà tutti attoniti e sconvolti, senza fiato e senza risposte.

Solo con tante lacrime da versare per quel ragazzo introverso e profondo, taciturno e sensibile, che il mondo del calcio aveva colpevolmente e troppo in fretta dimenticato.

Lui, che come disse ai microfoni della Domenica Sportiva dopo il suo diverbio con Graziani in quel Roma -Milan “Sono solo un uomo tranquillo. E un bravo ragazzo.”

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La parte raccontata in prima persona è ovviamente del sottoscritto ma basata su decine e decine di interviste, tributi, video dedicati a questo grande calciatore e persona ancora migliore.

Il mio piccolo tributo è solo quello di uno che ha apprezzato profondamente Agostino Di Bartolomei.

 

SYLVIA PLATH: Una, nessuna, centomila identità.

di SARA DEL BARBA

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“Lo specchio magico: uno studio del doppio in due romanzi di Dostoevskij”. Doppio. Due metà complementari eppure contrapposte. In tempi ancora non sospetti, il congedo dallo Smith College rappresentò il segno premonitore di un dualismo che era già parte integrante di quel se stessa. O di quelle se stesse. Attrazione e repulsione. Bello e brutto. Felice e triste. Bruna e bionda. L’ambivalenza che fu (s)oggetto protagonista di quella tesina di fine college, è stato, nella realtà, (s)oggetto protagonista della vita di Sylvia. Fino a perdere quell’identità da topos letterario pirandelliano, alla Eliot. Triste come l’equivoco da commedia della tragedia, che vuole deliberatamente far ridere di un riso isterico, stridulo, dissonante.

Sylvia Plath è nata il 27 ottobre 1932 a Boston, nel Massachusetts. La futura e precoce poetessa, così dotata quanto travagliata, nota per lo stile confessionale del suo lavoro, vide emergere l’interesse per la scrittura già dalla tenera età; ne è testimone il primo di una lunga serie di diari che, ad ogni pagina, offrono l’autentica fotografia di un ago caldo, vibrante, insistente e vivo, che poi smussa la sua acutezza per esaurire della sua stessa furia.

Il padre, Otto Emil Plath, figlio di genitori tedeschi, si trasferì in America a sedici anni per diventare in seguito uno stimato entomologo. Quando Otto Plath morì, poco dopo il suo ottavo compleanno, Sylvia soffrì sia di angoscia che di libertà. Otto era un padre severo, autoritario nei confronti dei suoi figli. Sylvia ha definito la relazione con Otto nella sua poesia, “Papà”. Basta leggerla per ritrovare la consueta trappola della dicotomia emozionale. La madre, Aurelia Schober, apparteneva ad una famiglia austriaca emigrata nel Massachusetts. Il loro rapporto era stretto quanto ambiguo. Dopo la morte del padre, la madre di Sylvia si trasferì con i suoi figli a Wellesley, nel Massachusetts, dove Sylvia si diplomò alla Bradford Senior High School nel 1950. Nello stesso anno, la Plath entrò allo Smith College dove eccelleva accademicamente, tanto che divenne direttore della Smith Review e le fu offerto un posto di prestigio come redattore ospite della rivista Mademoiselle nell’estate del suo terzo anno alla Smith, per il quale trascorse un mese a New York. Qui iniziarono i problemi psicologici della depressione, poi la diagnosi del bipolarismo, fino al tragico epilogo.

Una borsa di studio del Programma della Commissione Fulbright la condusse fino all’università di Cambridge, in Inghilterra. Fu proprio al tempo degli studi presso il Newnham College, uno dei costituenti l’università di Cambridge appunto, che conobbe il famoso poeta e professore Ted Hughes. Si sposarono dopo pochissimo, nel 1956, inizialmente tenendo segreto il rapporto che legava una studentessa al professore. La tipica relazione burrascosa.

Nel 1960 fu pubblicata in inghilterra la prima raccolta di poesie di Sylvia, “The Colossus”. Nello stesso anno diede alla luce la sua prima figlia, Freida. Nome non casuale. Due anni dopo, Plath e Hughes ebbero un secondo figlio, Nicholas, che da adulto avrebbe messo fine alla propria vita, come se nel suo DNA fosse scritto lo stesso, identico, insopportabile senso di disperazione della madre.

Il matrimonio di Sylvia e Ted stava andando a pezzi. L’affascinante e colto Hughes, sempre così mondano, così avvezzo alla compagnia di belle donne, nel 1962 se ne andò con un’altra donna, lasciando che Sylvia sprofondasse definitivamente nell’imo di una depressione inspiegabile a parole. Lottando con la sua malattia mentale, contro le sue pulsioni autodistruttive, scrisse The Bell Jar (1963) che, basato sulla sua vita e su quel crollo mentale di giovane donna, fu pubblicato inizialmente con lo pseudonimo di Victoria Lucas. Troppo vero per svelare il vero nome dell’autrice che ne era anche la protagonista. Tante le poesie, che avrebbero poi costituito la collezione Ariel (1965), pubblicata dopo la sua morte.

Sylvia si suicidò l’11 febbraio 1963.

Nel 1982 divenne la prima persona a vincere un premio postumo Pulitzer.

La scrittura, bacchetta magica per espandere verso l’esterno i tormenti e le ansie che nella vita quotidiana è obbligata a dissimulare. Per essere agli occhi degli altri come loro la vogliono. Un processo morfogeno dell’identità, della psiche, che non ha mai avuto una conclusione definita e definitiva.

Per me scrivere è una forma di vita” “Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita […] La scrittura è necessaria alla sopravvivenza del mio spocchioso equilibrio come il pane per il corpo […] Ho bisogno di scrivere e di esplorare le profonde miniere dell’esperienza e dell’immaginazione, far uscire le parole che esaminandosi, diranno tutto…”

Tentare di capire l’estenuante, eterno conflitto che fa sentire la propria anima e la propria mente in costante asfissia, arrancando tra il non poter ritrovare il ritmo regolare del respiro e il non poter farlo soffocare definitivamente, rende naturale tuffarsi in quella storia feroce e furiosa del lottare per vivere di quella giovane donna, del suo non fare pace con il modo di morire. L’autrice di questa storia non ha problemi ad alzarsi dal letto la mattina, anche se il suo narratore non può. Questa è la storia dell’ambizione di Sylvia quanto della sua malattia.

Come Esther Greenwood. “The Bell Jar” – “La Campana di Vetro”. Borsa di studio a New York, come apprendista in una rivista femminile per l’estate, la sua vita sembra essere sul punto di annunciare il luccichio di una foto da copertina, con “le scarpe comprate da Bloomingdale, il rossetto rosso e un vestito con le spalle scoperte”.

Ma quel fardello interiore è sempre in agguato. E’ la campana di vetro, è l’assenza di scelta, l’impossibilità di essere compresa dagli altri, l’impossibilità di mostrare il proprio dubbio. Esther, come Sylvia Plath, è intrappolata in una campana di ovatta, una cupola in cui l’aria è risucchiata dall’ordine prestabilito delle cose.

Ha un sorriso accecante in quella foto. Eppure qualcosa, dentro, la allontana anni luce dalla ragazza immortalata in quella posa.

Da subito, con una delicatezza malinconica che non la abbandona mai, nei prodotti della sua penna come nelle sue realtà di disordine mentale, Sylvia lascia che si possano scorgere le crepe che solcano nell’intimo la mente di Esther.

Come il servizio di piatti di fragilissima maiolica della nonna, quelli che non si possono toccare nella credenza di casa se non per specialissime e pre-selezionate occasioni, la sua sensibilità rischia di frammentarsi in mille pezzi al contatto con il mondo reale.

Esther vorrebbe avere la sicurezza che le sue colleghe di stage hanno del proprio corpo.

Brama la semplicità disarmante dell’impiego della seduzione che loro sanno mettere in pratica.

La vita a New York si rivela ben presto una gabbia dalla quale Esther tenta goffamente di liberarsi, provando in tutti i modi a vestire i panni della ragazza della foto.

Le giornate si fanno pesanti. Trascinano in una peregrinazione costante e nauseante un corpo senza vita.

Algida anche nell’apice della sua prima volta, che non scampa alla dicotomia nemmeno in quel momento in cui la freddezza di sé stride così tanto con la copiosa, rovente emorragia che brucia lungo le gambe.

E’ una colpa non sapere se preferire la campagna o la città? E’ un peccato pensare di non volersi sposare?

Il corpo è un estraneo; è letteralmente immobilizzata da se stessa. Dalle se stesse. Tragicamente inerte.

La sua identità sfugge sempre di più. Sa di dover avere un posto nella società, nel mondo. Perché tutti hanno una collocazione precisa. Ma la sua indecisione non è una semplice battuta d’arresto da ragazza che sta decidendo della sua vita: è una malattia. Perde la voglia di leggere, non sa più scrivere, non è possibile farsi rapire da Morfeo. Le notti sono troppo lunghe. La lettera di rifiuto alla scuola estiva di Harvard. Esther ha perso la sua identità. Smarrita.

L’unica via di uscita dal labirinto di una, nessuna, centomila identità è la morte.

Sylvia ha provato con tenacia a rimanere a galla. La maternità ha probabilmente rappresentato un momento di stand-by nei confronti dell’ossessione della morte. Per un attimo l’accettazione di una nuova condizione – di madre – ha dato la parvenza di poter far emergere quella parte pacata, tranquilla, quasi pacifica.

Ma la vita stessa è un’antagonista invincibile per Sylvia. La poesia rimane l’unico strumento in grado di spiegare lucidamente la sua necessità di morire. Di far soffocare definitivamente quel respiro mai stato regolare.

I suoi versi sono lo specchio del suo non riconoscersi in quella realtà, del non accettarla.

La voglia di indipendenza, di eccellere ancora, di brillare di luce propria e non di quella di un uomo che ha tanto amato e che non ha saputo vedere quanto sanguinava la sua anima.

Rotta. Hanno provato ad aggiustarla con l’elettroshock. La morte non è arrivata nemmeno in quell’occasione. Il vuoto continua a non potersi colmare.

E’ una sera molto fredda a Londra l’11 febbraio del 1963. Sylvia è a casa, i bambini sono andati a dormire. Ted è andato via da tempo, con un’altra donna, un’altra figlia. La solitudine è completamente aggrovigliata, tutt’una col suo corpo, in ogni suo nervo. La voglia di gridare, di farsi ascoltare. Di vomitare tutto il dolore. Ma l’immobilità è sempre trionfante.

In poche ore scorrono nella sua mente tutti i pensieri, tutte le sue disordinate identità. Una vita, seppure breve, a combattere per non rassegnarsi alla mediocrità, a lottare contro il mulino a vento dell’impossibilità di trovare la pace, nonostante i successi, l’amore, i ricordi piacevoli che hanno lenito di tanto in tanto quell’esistenza. Attraverso un amore che con un colpo la faceva sentire viva e calda e con l’altro la distruggeva, rendendola ghiaccio. Un’ombra scomoda, quella di Ted. Anche nella sua assenza.

La voglia di vita, quella che era riuscita a sentire ai tempi di bambina sulla East Coast, o alla notizia dello stage a New York.

Ripercorrendo l’antologia dei suoi sbagli, provando, un’ultima volta, a capire cosa avrebbe potuto fare di più, di meglio, di giusto, quali vesti si sarebbe dovuta cucire addosso per uscire da quella gabbia, per non sentire il peso di convivere con se stessa.

In quella sera gelida di febbraio Sylvia prende scotch e asciugamani e sigilla con una cura morbosa ogni fessura della porta. Con la stessa cura prepara la colazione per i suoi figli, latte, pane e burro. Li pone sul tavolo della loro camera, così che, all’indomani, Frieda e Nicholas abbiano, almeno per un attimo, il solito dolce risveglio, sperando che, prima o poi, possano capire il suo amore per loro anche in quell’ultimo, estremo gesto disperato.

Torna in cucina. Accende il gas e infila la testa nel forno. Nell’attesa e nella speranza di trovare nell’ultimo, debole, straziante anelito, la quiete. Per sentire un soffio di libertà nel momento in cui le crepe della sua campana di vetro esplodono, stridenti, in uno, nessuno, centomila frantumi.

 

 

Ted Hughes è stato certamente omertoso da quell’11 febbraio del 1963. Solo non molto prima della sua morte, avvenuta nel 1998, raccontò il complesso rapporto con Sylvia Plath nel libro “Lettere di compleanno”, esplicitamente indirizzate a lei. Dal momento in cui la abbandonò ed ancor di più dopo il suo suicidio, Ted divenne più noto per le gravose colpe che portava, quelle di aggressioni, tradimenti e minacce nei confronti della poetessa americana, che non per le proprie poesie. Colpe vere? O forse solo presunte? Certo è che il pensiero che ebbe Ted, nel momento in cui Sylvia pose fine alla sua tribolata esistenza, fu quello di stracciare le ultime pagine dell’ultimo diario della Plath. Quelle che raccontavano la sofferenza sempre più opprimente, il respiro reso sempre più affannoso dell’ultimo periodo della sua vita, quello della storia con e senza Ted.  Anche  la sua amante, Assia Wevill, non molti anni dopo il suicidio di Sylvia, pose fine alla propria vita, portando via con sé anche la piccola figlia Shura Hughes, di quattro anni. Storie incrociate di anime maledette.

Sylvia Plath è stata scrittrice dalla sensibilità emozionale fervida e drammatica. Come nella vita, anche nei suoi versi si possono ritrovare picchi energici straordinari, dicotomici tra il costruire e il distruggere. Come la sospensione costante della sua anima e della sua mente tra la vita e la morte. Leggerla porta inevitabilmente ad avvertire anche la propria intima fragilità. Ci si sente nude, senza possibilità di salvazione. Senza protezione. L’abisso della mente umana attraverso la necessaria scrittura, così tremendamente lucida, cruda, ma anche  ricercata nella sua metrica originale. Nodi inestricabili che, forse, nemmeno la morte ha potuto sciogliere.

“I Am Vertical” ne è un esempio, Pubblicata nell’estate del 1961 nella rivista “Critial Quarterly” e inclusa in Crossing the Water.

I Am Vertical

But I would rather be horizontal.

I am not a tree with my root in the soil

Sucking up minerals and motherly love

So that each March I may gleam into leaf,

Nor am I the beauty of a garden bed

Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,

Unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal

And a flower-head not tall, but more startling,

And I want the one’s longevity and the other’s daring.

 

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,

The trees and the flowers have been strewing their cool odors.

I walk among them, but none of them are noticing.

Sometimes I think that when I am sleeping

I must most perfectly resemble them–

Thoughts gone dim.

It is more natural to me, lying down.

Then the sky and I are in open conversation,

And I shall be useful when I lie down finally:

Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.

 

 

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.

Non sono un albero con radici nel suolo

succhiante minerali e amore materno

così da poter brillare di foglie a ogni marzo,

né sono la beltà di un’aiuola

ultradipinta che susciti grida di meraviglia,

senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confronto a me, un albero è immortale

e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:

dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

 

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,

alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso che mentre dormo

forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –

con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me più naturale.

Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,

e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:

finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

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SOCRATES: La grande eredità del “Dottore”.

di REMO GANDOLFI

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“Ormai ci siamo davvero.

E’ più di una sensazione.

Lo si capisce dai discorsi delle persone nei bar, dalle facce degli studenti, dalle rughe un po’ più rilassate dei lavoratori.

Dopo quasi 20 anni di questa cieca, vergognosa e nefasta dittatura militare cominciamo tutti a respirare “democrazia”.

Da quando c’è Figueiredo qualcosa è cambiato.

Le sue concessioni, piccole ma significative alla Democrazia, ci hanno fatto capire che la strada ormai è aperta.

Ora però tutti dobbiamo fare un ultimo sforzo.

Il più grande.

Fare capire a questi signori che hanno riportato il Brasile, il mio adorato Paese, ai livelli di un Paese coloniale, economicamente distrutto e impoverito, che ora TUTTI qua in Brasile vogliamo poter decidere chi deve reggere le sorti del nostro Paese.

Noi, al Corinthians F.C., lo stiamo facendo.

A modo nostro.

Abbiamo iniziato lo scorso anno, l’anno maledetto della “tragedia del Sarria” quando la Nazionale del mio Paese perse in quello stadio una incredibile partita contro la Nazionale Italiana.

Che divenne, al posto nostro, campione del Mondo.

Ma nel 1982 qui al Corinthians abbiamo fatto semplicemente quello che vorremmo accadesse in tutto il Brasile e non solo in una squadra di calcio.

Che tutti quanti, dal primo all’ultimo, contassero allo stesso modo.

Per questo motivo al Corinthians ogni decisione è presa dando la possibilità a tutti di esprimere il proprio parere.

Tutti significa DAVVERO tutti.

Dai magazzinieri agli addetti al campo, dai preparatori, ai massaggiatori fino ai dirigenti.

E ovviamente ai calciatori.

Ogni voto, come nelle democrazie “vere” vale per quello che è; un voto.

Così decidiamo gli orari degli allenamenti e delle trasferte, la formazione o la tattica di gioco, perfino chi dobbiamo cedere o acquistare.

Non abbiamo bisogno di un “capo”, di un allenatore … di un “dittatore”.

Ci siamo responsabilizzati e siamo cresciuti tutti, come uomini prima ancora che come calciatori.

Lo scorso anno, all’esordio di questo Rivoluzionario concetto, abbiamo vinto il Campionato Paulista.

In finale contro il San Paolo, che minacciava di vincere il Paulista per il terzo anno di fila.

E’ stato un anno fantastico.

Per i risultati sul campo, certo, ma anche e soprattutto per quello che abbiamo costruito fuori.

“Ser campeao e’ detalhe”

In pratica … essere campioni è un dettaglio.

Spiegarlo a tifosi caldi o appassionati come quelli brasiliani non è esattamente facile !

Solo due anni fa, durante una stagione tribolata e difficile nel Brasileirao, ci hanno assediati, insultati e intimiditi.

Ci penso spesso.

E’ un peccato che tutta la passione e l’entusiasmo che mettiamo nel calcio non possa essere  incanalata in qualcosa di più utile per l’umanità.

A me il calcio piace.

Ci so giocare anche se sono tutto fuorché un atleta !

Correre poi !

Non è certo il mio forte … diciamo che la penso come il grande Cesar Menotti, il Mister argentino che vinse i mondiali 5 anni fa “Da quando per giocare bene a calcio occorre correre ?” disse.

Sono alto un metro e 92 centimetri.

Non arrivo a pesare 80 kg.

Porto un 38 di scarpe che contrasta enormemente con il mio fisico.

Ma questa è una fortuna.

Calcio con tutte le parti del piede con grande facilità.

Ho anche un tallone, quello destro, deformato.

Un osso sporgente e che non è esattamente dove dovrebbe essere.

E anche questa è una fortuna.

Nel colpo di tacco ho la mia arma migliore.

Posso colpire semplicemente più forte di tutti gli altri.

Sono Laureato in Medicina.

Mio padre mi ha sempre detto di trovarmi un lavoro degno.

Solo lui sa i sacrifici che ha fatto per farmi studiare.

La mia famiglia è di origini umili.

Sappiamo cos’é la povertà e mio padre sa bene cosa è il duro lavoro.

Mi ha insegnato il valore dell’educazione, l’importanza della cultura.

Ero poco più di un bambino, ma ricordo bene nel 1964, quando iniziò la dittatura militare, mio padre che per la paura di essere imprigionato fu costretto a bruciare tutti i libri della sua piccola biblioteca.

Allora, come oggi, qui in Brasile essere colti e di sinistra era e rimane un peccato mortale.

Mio padre non ha mai mollato.

Nonostante vi fossero altri cinque figli da sfamare.

E’ riuscito a farmi andare perfino all’Università e sono diventato dottore.

Quando smetterò di giocare, e non sarà fra molto, è quello che andrò a fare.

E non passerà molto tempo.

Non mi ci vedo a giocare fino a 40 anni girovagando magari per le serie minori.

Ve l’ho detto … non sono un atleta, non amo la preparazione fisica, le ripetute, le sedute in palestra.

Amo molto di più le mie sigarette e la mia birra.

Ah la birra !

L’ho sempre definita “il mio migliore psicologo” !

Ma torniamo a noi.

Domani giocheremo la finale di ritorno del Campionato Paulista.

Ancora contro il San Paolo.

All’andata, 2 giorni fa, ovviamente al Morumbi di San Paolo, abbiamo vinto uno a zero.

Il gol l’ho segnato io ma è un dettaglio.

 

https://youtu.be/r6JAzD5r6lg

 

Abbiamo giocato da squadra, alla nostra maniera però.

Con tanta pazienza, con il nostro ritmo blando che all’inizio quasi infastidiva i nostri tifosi.

Il San Paolo è una grande squadra, ma noi abbiamo qualcosa in più.

Noi siamo un gruppo vero, siamo uniti e coesi.

Insomma … siamo una DEMOCRAZIA.

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Il Corinthians vincerà il suo secondo titolo paulista di fila.

E Socrates sarà ancora protagonista della finale, segnando il gol dei bianchi nell’1 a 1 finale.

Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira è stato uno dei più grandi calciatori brasiliani di tutti i tempi e sicuramente il più grande tra i tanti che hanno vestito la maglia bianca del “Timao”, lo Sport Club Corinthians.

Giocatore atipico in tutto.

Nel fisico, nelle movenze, nel modo di giocare, nel suo approccio al calcio.

L’arte, la filosofia, la politica, la medicina lo hanno sempre attratto di più.

Arrivò in Italia nell’estate del 1984.

Deluso dai risultati delle elezioni municipali di San Paolo disse che “sarebbe stato pronto a lasciare il Brasile”.

E così fece.

Era al tempo l’oggetto del desiderio di ogni grande Club europeo.

Solo un anno prima era stato votato “Miglior calciatore sudamericano”.

Scelse Firenze, non solo la Fiorentina.

“Vado in Italia per poter leggere Antonio Gramsci nella sua lingua originale” fu una delle frasi che gli vennero attribuite all’epoca.

Firenze.

Città d’arte, che amò appassionatamente fin dal primo momento.

I fiorentini che conobbero l’uomo Socrates ne rimasero incantanti,

Dalla sua disponibilità, dalla sua semplicità, dalla sua cultura e dalla sua intelligenza, che quando sono VERE vanno sempre di pari passo con un attributo fondamentale; l’umiltà.

Non fu la stessa cosa per il Socrates calciatore.

I ritmi del campionato italiano, il gioco ancora prettamente difensivo e molto organizzato cozzavano terribilmente con l’anarchia tattica, il calcio cerebrale e quasi “camminato” di Socrates.

Una stagione mediocre per la squadra e per il “Dottore”.

9° posto per i “Viola” e 6 gol in 25 partite per il barbuto regista brasiliano.

A fine stagione il rientro in Brasile, nel Flamengo.

Ed è subito un’altra storia.

Socrates vince con i rossoneri il campionato carioca e ai Mondiali del 1986 sarà ancora lui il capitano della Nazionale brasiliana, ancora una volta bella ma perdente.

Lascerà il calcio un paio di stagioni dopo e la sua curiosità e la sua voglia di vivere lo porteranno a cimentarsi in svariati campi, nell’arte, nella scrittura,  nella musica, anche qualche esperienza come allenatore.

Fonderà una clinica, con buona parte dei soldi guadagnati come calciatore, preposta essenzialmente al recupero di calciatori con problemi fisici e non solo.

Farà l’opinionista a tutto campo per la tv brasiliana.

Onesto, diretto e coraggioso.

Spesso e volentieri controcorrente.

Ma il suo demone personale, quella passione per la birra sulla quale ha sempre scherzato e non ha mai nascosto, inizia a presentargli un conto salato.

Fumare e bere birra.

Lo ha sempre fatto e non ha mai smesso.

I suoi ultimi “colpi di tacco” sono un Cineclub nel centro di Ribeirao nel 2006 da quasi 1000 posti.

“Solo che qui non c’è una biglietteria. Non tutti hanno 60 Real per poter assistere ad un film. Per cui questo è uno spazio aperto a tutti, chi vuole al massimo lascia un’offerta.” racconterà il “Dottore” in merito a questa iniziativa.

L’ultimo figlio, nato nel 2007 dalla terza moglie del “Magrao”, si chiama Fidel, in onore del leader Cubano, figura di riferimento e sempre ammirata dal “Dottore”

Ci scherzava sopra con l’anziana madre che lo rimproverava di aver assegnato un nome di battesimo un po’ troppo pesante da portare al piccolo.

“Mamma, pensa a quello che voi avete dato a me !” 

Una banalissima intossicazione alimentare se lo porterà via, a soli 57 anni, il 4 dicembre del 2011.

Il fisico minato dagli eccessi di decenni, un fegato ormai in cirrosi.

Ma andrà tutto esattamente come aveva sognato e desiderato lo stesso Socrates nel lontano 1983.

“Voglio morire di domenica e nel giorno in cui il Corinthians tornerà ad essere campione”.

Andrà esattamente così.

Come nelle favole, nei fumetti o nei sogni.

E il saluto a Socrates dei giocatori del Corinthians rimane una delle pagine più toccanti dell’intera storia di questo sport.

Alla fine ci rimane una unica grande consapevolezza; che Socrates, dottore e calciatore, opinionista e filosofo, bevitore e fumatore, politico e rivoluzionario era soprattutto, un meraviglioso essere umano.

JOSE’ MANUEL “El Charro” MORENO: Nessuno mai più come lui.

di REMO GANDOLFI

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“Sento spesso discutere i miei nipoti di calcio. Anzi, ad essere sinceri non parlano d’altro ! D’altronde se sei nato in Argentina il calcio è parte integrante della tua vita.

Andare a scuola, lavorare, sposarsi, fare figli, giocare a calcio e andarlo a vedere allo stadio.

Tra un asado e l’altro …

Li sento parlare di Messi, di Cristiano Ronaldo, di Neymar, di Mbappè, di Salah …

I miei occhi non sono più buoni come una volta ma li ho visti giocare, anche se solo in tv.

Bravi certo, alcuni di loro molto bravi.

E’ la stessa cosa di trent’anni fa con Maradona, con Zico, Kempes e Platini.

O di prima ancora con Di Stefano, Pelè, Cruyff, Rivera e Beckenbauer.

Me li ricordo bene tutti quanti.

La memoria ce l’ho ancora buona.

Qualcuno di loro l’ho visto giocare anche dal vivo,

Ma vi garantisco che nessuno di loro era forte come lui.

Mio padre faceva il ferroviere e un lavoro sicuro voleva dire qualche soldino in più in tasca.

E così mi portava con se, tutte le settimane, a vedere il River.

Ricordo ancora la prima partita.

Avevo 7 anni quando mio padre mi portò nel nostro nuovissimo, meraviglioso Monumental.

Era stato inaugurato pochi mesi prima, a maggio, in una partita amichevole contro gli uruguaiani del Penarol.

L’epoca d’oro del club era appena iniziata ma in quell’anno c’era una squadra più forte del River.

Erano i rossi di Avellaneda, l’Independiente, che al centro dell’attacco avevano quel fenomeno di Arsenio Erico. https://wp.me/p90x3d-hH

Il mio esordio da tifoso al Monumental fu per una partita contro il Talleres de Remedios de Escalada.

Erano la “cenerentola” del campionato.

Mio padre aveva scelto apposta quella partita.

Sapeva che il River avrebbe vinto facile.

Voleva che mi innamorassi anch’io come lui della “Banda” e non c’è niente di meglio per un bambino di vedere la propria squadra vincere !

Mi disse anche di non guardare troppo il nostro centrattacco, Luis Rongo.

“Vedi Nestor, lui è quello che fa i gol, ma solo perché attorno ha dei giocatori fantastici che gli servono palloni che lui quasi sempre deve solo spingere dentro. Quello che devi osservare con attenzione gioca a centrocampo, ha i baffi ed ha tutto quello che serve per giocare a calcio. Si chiama JUAN MANUEL MORENO”.

Non era difficile notarlo.

A parte che era alto e forte fisicamente.

Ma era facilissimo da seguire perché dove c’era la palla c’era sempre anche lui.

Andava a prenderla dai difensori, la portava in avanti a volte scambiandola con i compagni a volte facendo anche 30 metri palla al piede.

Poi arrivava nei pressi dell’area. Attirava su di se l’attenzione di due o tre avversari.

A quel punto poteva fare due cose: una era passarla ad un compagno in posizione migliore e mandarlo in gol. L’altra era saltare come birilli quegli avversari e poi andare lui stesso a concludere.

E quando il pallone ce l’aveva lui avevi sempre quella sensazione che stava per succedere qualcosa di importante. “Quella sensazione che solo i geni del calcio sanno regalarti” diceva sempre mio padre.

Mio padre aveva ragione.

Andai centinaia di volte a vedere il River di Moreno, quello che poi diventò “La Maquina”.

Nel quintetto d’attacco con lui c’erano Munoz, Pedernera, Labruna e Lostau.

Sono diventati un mito e sono felice che se ne parli ancora oggi.

Chissà se sarà così anche per Messi, Ronaldo, Neymar ecc. fra 70 anni …

La Maquina.

E pensare che tutti e 5 insieme in campo contemporaneamente non sono arrivati a giocare 20 partite !

Ma si sa com’è … le leggende quando nascono poi rimangono per sempre.

Moreno era una leggenda già allora.

Dentro e fuori dal campo.

Mio padre mi raccontava che quando lui e la mamma un paio di volte all’anno riuscivano a risparmiare i pesos per andare all’ESQUINA HOMERO MANZI a ballare il tango trovavano immancabilmente Moreno, lanciato nella danza e circondato sempre da bellissime donne.

Moreno amava la vita notturna, il tango, le donne e l’alcol.

Ma poi in campo era sempre il migliore di tutti e nessuno aveva il coraggio di rimproverargli nulla.

Ormai ho smesso di provare a convincere i miei nipoti.

Non ce l’avevo fatta con mio figlio figuratevi con questi ragazzini che vedono partite di calcio tutti i giorni e che conoscono a memoria le formazioni di tutte le più grandi squadre del mondo.

… Ma che non ci provino a tentare di convincere me !

Lo penso da quando avevo 7 anni … JOSE’ MANUEL MORENO è stato il più grande calciatore di sempre.

 

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Josè Manuel Moreno nasce a Buenos Aires il 3 agosto del 1916.

Il padre fa il  poliziotto e lui è unico figlio maschio della famiglia.

Il piccolo Manuel inizia a giocare a calcio nel suo quartiere, la Boca, diventando, come la più naturale delle progressioni, un fanatico hincha del Boca Juniors.

Il Boca, nonostante la fama delle doti del ragazzino sia conosciutissima, non lo ritiene all’altezza.

Dopo un provino, viene scartato.

Josè Manuel lo prende come un autentico affronto.

Giurerà vendetta al “suo” club.

La maniera migliore per farlo è giocare per gli acerrimi rivali del River Plate.

Già a 18 anni fa parte della rosa della prima squadra e nel 1936, a soli vent’anni, è già un titolare inamovibile. Proprio in quell’anno inizierà il periodo d’oro del River.

A fargli da chioccia nella prime due stagioni c’è il celebre Renato Cesarini (si, proprio quello dei “gol in zona Cesarini) che, da poco rientrato dai 6 anni nella Juventus, chiuderà proprio nel River la sua carriera di calciatore.

Moreno gioca a centrocampo, inizialmente come interno sinistro e poi spostandosi sul centro destra. E’ un giocatore unico per caratteristiche tecniche e fisiche.

Ha grandi doti tecniche ma è al contempo robusto e slanciato.

Segna con entrambi i piedi, segna da fuori area e in acrobazia.

Ed è fortissimo nel gioco aereo.

In più, è un lottatore indomito, cosa raramente associata a giocatori di grande tecnica e fantasia.

Al River rimane fino al 1944 vincendo trofei in serie e diventando il giocatore più celebre della celeberrima “Maquina” del River, il quintetto d’attacco composto da Munoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Lostau.

Insorgono però dei problemi contrattuali e Moreno, non sentendosi valutato come merita, emigra in Messico.

Gioca due stagioni ad altissimo livello e quando torna al River nel 1946, insieme al soprannome “El Charro” che si porterà dietro per il resto della carriera, porta in dote un altro titolo di campione conquistato con il Real Club Espana.

Al suo ritorno al River i tifosi dei Millionarios impazziscono letteralmente.

La sua prima partita con la “banda” è contro il Ferro.

Nello stadio “Arquitecto Ricardo Etcheverri” entrano in 45.000, ben 10.000 in più della capienza dello stadio e altrettanti rimangono fuori dai cancelli.

Tutti per festeggiare il ritorno di Moreno che non deluderà le attese segnando tre dei 5 gol che il River realizzerà quel giorno.

Al suo fianco sono rimasti Labruna e Lostau mentre il posto di ala destra è stato preso da Reyes e come centravanti gioca un ragazzino, con una grande tecnica e velocissimo: si chiama Alfredo Di Stefano.

Dopo aver aiutato a mettere altri titoli in bacheca Moreno emigra ancora.

Stavolta in Cile, nell’Universidad Catolica.

Un buon team che Moreno trasforma nel più forte team del Cile, vincendo immediatamente il campionato, il primo nella storia de “Los Cruzados”.

In Cile Moreno è venerato.

Guadagna come mai aveva guadagnato in Argentina ma accade qualcosa che lo convince a tornare in Argentina.

C’è un’offerta importante, ma stavolta non è il River Plate.

E’ la squadra che amava da bambino e che lo scartò facendogli versare lacrime inconsolabili.

Il Boca Juniors vuole Moreno.

Il Club della Bombonera viene da anni difficili, con risultati scarsi, ben al di sotto delle attese della sua meravigliosa “hinchada”.

Con Moreno il Boca si trasforma.

Sfiora il titolo, arrivando al secondo posto.

Lontano dal fortissimo Racing Club di Guillermo Stabile ma due posti meglio del River Plate …

Dopo il ritorno in Cile nella stagione successiva ci sarà una stagione in Uruguay, un breve ritorno in patria con il Ferro Carril Oeste per poi iniziare la lunga avventura nel calcio colombiano con l’Independiente di Medellin, prima da giocatore e poi da tecnico.

Anche qui in Colombia ci saranno due trionfi in Campionato nel 1955 e nel 1957.

Giocherà la sua ultima partita nel 1961, a quasi 45 anni.

Moreno è il tecnico del Medellin che sta giocando un’amichevole contro il Boca Juniors.

Il Boca sta vincendo per due reti ad una e per i colombiani sembra impossibile ribaltare il match.

Ad un certo punto Moreno, che sta assistendo vestito in borghese dalla panchina, si fa consegnare maglietta, pantaloncini, calzettoni e si infila gli scarpini.

Scende in campo, segna due reti e l’Independiente vince la partita per 5 a 2.

Cinque minuti prima della fine del match Moreno si ferma, alza le braccia per salutare il pubblico ed esce dal terreno di gioco.

Sarà la sua ultima partita.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Josè Manuel Moreno, nome praticamente sconosciuto in Europa, è  considerato uno dei più grandi calciatori sudamericani di tutti i tempi.

La prestigiosa FEDERAZIONE INTERNAZIONALE DI STORIA E STATISTICA DEL CALCIO lo ha inserito al 5° posto tra i calciatori sudamericani del 20mo secolo. Davanti a lui solo Pelè, Di Stefano, Maradona e Garrincha.

 

L’altrettanto famosa rivista inglese “4-4-2” nella classifica dei 100 migliori calciatori di tutti i tempi colloca Moreno al 31mo posto … davanti, per intenderci, a gente come Stanley Matthews, Gianni Rivera, Rivelino, Roberto Baggio, Alberto Schiaffino e ai suoi connazionali Omar Sivori, Daniel Passarella, Adolfo Pedernera e Mario Kempes.

 

Non aver mai potuto disputare un Mondiale con la maglia dell’Argentina è stato sicuramente un altro importante deterrente per la sua fama da questa parte dell’oceano.

Anche se con i biancocelesti vinse due Copa America (1941 e 1947) segnando 19 reti in 34 partite.

 

Il suo amore per il ballo e le belle donne lo mise spesso nei guai. Durante la sua permanenza in Messico ebbe una accesa discussione con un altro avventore del night club dove Moreno e alcuni suoi compagni di squadra stavano trascorrendo la serata. Pare che il diverbio si fosse scatenato proprio per colpa della vedette dello spettacolo, ambita da entrambi.

Moreno viene invitato dal rivale a risolvere la questione da uomini, fuori dal locale e lontano da occhi indiscreti. Moreno ovviamente accetta ma mentre sta uscendo dal locale un suo compagno di squadra gli si avvicina “Charro, quello è Kid Azteca, un pugile professionista” lo avverte preoccupato.

“E allora ? Siamo sempre uno contro uno” è la risposta di Moreno.

Dopo qualche minuto Moreno rientra nel locale, con qualche segno ma comunque sulle sue gambe.

“Allora Charro, come è andata ?” gli chiedono i compagni di squadra.

“Se ci fosse stato un arbitro avrebbe dichiarato un pareggio” fu la tranquilla risposta di Moreno.

 

Il coraggio non è mai mancato a Moreno. Nel 1947 durante una partita contro l’Estudiantes decine di tifosi dei “Pinchas” avevano invaso il campo puntando ad arrivare all’arbitro dell’incontro colpevole secondo loro di essere stato decisivo nella ormai certa sconfitta dei propri beniamini. Moreno fece scudo personalmente all’arbitro dissuadendo gli inviperiti tifosi locali dal farsi giustizia contro la giacchetta nera.

 

Sempre in quell’anno durante una partita contro il Tigre un sasso lanciato dagli spalti lo colpì in piena fronte provocandogli una brutta ferita. Moreno si fece dare una spugna con la quale si ripuliva dal sangue che sgorgava dalla sua fronte terminando senza problemi la partita.

Quando a fine partita i compagni gli chiesero del perché avesse per forza voluto continuare il match in quelle condizioni la risposta fu molto chiara “Per dare la soddisfazione a questi idioti di aver fatto fuori Moreno ? No ragazzi. Quando mi toccherà farmi soccorrere su un campo di calcio è perché non sarò in grado di uscire con le mie gambe !”.

 

“Mi rimproverano le mie tante notti a ballare il tango. Ma avete idea che fantastico allenamento è il tango per un calciatore ? Ritmo, equilibrio, rapidità nei movimenti e coordinazione. Il TANGO è perfetto per il calcio !” questa era la frase ricorrente del “Charro” a chi gli rimproverava le sue “noches milongueras”.

 

Quando il giovanissimo Pelé fece con il Santos la sua prima tournèe in Argentina chiese solo una cosa ai suoi dirigenti: “Voglio conoscere Moreno”. Saputa la notizia un orgogliosissimo Moreno rispose “Dite pure a quel bravo pibe che lo aspetto qui con un asado pronto”.

All’epoca Moreno viveva già a Merlo e per problemi organizzativi non fu mai possibile organizzare l’incontro tanto desiderato da “O’Rey”.

 

Infine, una confessione. Sempre con la massima onestà e senza peli sulla lingua in un Paese dove la fede calcistica è sacra. “Per gli strani casi della vita ho trionfato dalla parte opposta in quella che avrei voluto. Ma io sono e sempre sarò un “bostero”(tifoso del Boca)

 

Le statistiche ci hanno detto che nel Ventesimo secolo “El Charro Moreno” è stato il 5° miglior calciatore del Sudamerica.

Però ai pochi “vecchi” rimasti che potete incontrare nei bar o nei circoli di Buenos Aires non importano le classifiche, i numeri, o i Mondiali non giocati.

Perché chiunque vide giocare Josè Manuel Moreno giura e spergiura che MAI più nessuno, su un campo di calcio, fu migliore di lui.

 

https://youtu.be/VEpxxQ4KPlc

 

 

 

 

STIG TOFTING: Il dolore e la rabbia.

di REMO GANDOLFI

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E’ il 30 luglio 1983. Siamo ad Horning, una cittadina ad un tiro di schioppo da Aarhus, la seconda città più grande della Danimarca.

Il giorno dopo ad Aarhus si giocherà la finale del più importante torneo di calcio giovanile del paese.

Ad assistere all’incontro e a premiare i ragazzi a fine partita sarà nientemeno che Sepp Piontek, il selezionatore della nazionale danese che sta portando i biancorossi danesi a livelli di preminenza nel calcio mondiale grazie anche a calciatori del valore di Michael Laudrup, Alan Simonsen, Soeren Lerby, Morten Olsen, Frank Arnesen e Preben Larsen Elkjaer.

E’ terminato l’ultimo allenamento degli allievi dell’ASA Aarhus, squadra locale che l’indomani sarà una delle finaliste del torneo.

Il “Mister” annuncia l’undici titolare per l’indomani.

Tra i prescelti c’è anche lui, Stig Tofting.

Il tredicenne, ebbro di gioia, inforca la sua bici e percorre a tutta velocità la manciata di chilometri che separano il campo di allenamento dalla sua abitazione.

Non vede l’ora di dare la notizia ai genitori, ai nonni e agli amici del quartiere.

Quando arriva a casa però c’è qualcosa di strano.

Non c’è la classica scena del sabato pomeriggio alla quale Stig era abituato.

La madre non è affacciata alla finestra a salutarlo e il padre non è in giardino a giocare con Lucky, il loro adorato Golden retriever.

C’è solo un grande e insolito silenzio.

Poi dal piano rialzato della casa dei Tofting arriva un debole guaito di Lucky.

“Non sarà mica ferito ?” è il primo, preoccupato pensiero di Stig.

Corre su per le scale ma quando apre la porta la scena che si trova davanti è devastante, quasi irreale.

Lucky gli corre incontro.

Lucky è però l’unica presenza ancora in vita oltre a lui in quella stanza.

Il corpo del padre è a terra, a coprire il proprio sangue.

Con il suo fucile da caccia a pochi centimetri.

Qualche metro più in là c’è anche il corpo della madre, anche lei senza vita.

“Ero sicuro, assolutamente sicuro, che fosse solo un brutto sogno” dirà Stig diversi anni dopo in una delle pochissime occasioni in cui accetterà di parlare di quello che accadde quel giorno d’estate.

Quando capisce che invece è tutto tragicamente reale, Stig esce di casa e corre dai nonni.

Nel marasma delle ore seguenti ad una tragedia così efferata quanto inspiegabile il piccolo Stig dirà solo una cosa: “io domani quella finale la gioco”.

E così sarà.

Non solo.

Stig e i suoi compagni alzeranno al cielo il prestigioso trofeo e lui stesso riceverà dalle mani di Sepp Piontek il premio quale miglior calciatore del torneo.

Una gioia immensa.

… Meno di 24 ore dopo la tragedia che cambierà per sempre la sua vita …

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Stig Tofting troverà proprio nel calcio la forza di andare avanti, provando, per quanto possibile, a rimuovere dalla memoria quel maledetto giorno d’estate.

Nel calcio troverà il modo di canalizzare gran parte della rabbia che ha dentro e con cui dovrà fare i conti per il resto della vita.

Non sempre ci riuscirà.

Fuori dal rettangolo verde gli riesce spesso difficile elaborare quel lutto e controllare la sua comprensibile frustrazione.

Ci saranno amicizie sbagliate, ci saranno risse, scazzottate, atti vandalici e persino anche qualche piccolo furto a fare da “contorno” alla sua adolescenza.

Nel frattempo però la grande cultura e il rispetto proprie della natura del popolo danese aiutano in qualche modo Stig a voltare pagina.

L’omicidio-suicidio dei genitori di Stig viene mantenuto nello stretto riserbo dell’ambito locale.

Niente mass media e tv nazionali a gettare fango e sentenze su una tragedia famigliare.

La volontà da parte di tutti i suoi concittadini è quella di aiutare il giovane Stig ad andare avanti e a vivere appieno la sua vita dove il calcio sta diventando sempre più importante.

Nel frattempo Stig è diventato infatti titolare del “AGF” (Aarhus Gymnastikforening) e le sue prestazioni hanno iniziato ad attirare l’attenzione di diversi club europei, tedeschi in particolare.

Sarà proprio uno di loro, l’Amburgo, a spuntarla.

Dopo un promettente inizio però Stig Tofting vedrà il suo spazio in prima squadra ridursi drasticamente.

Tornerà in prestito in Danimarca più di una volta.

La svolta per la sua carriera arriverà con il trasferimento al MSV Duisburg nel 1997.

Titolare inamovibile con “le zebre” della North Rhine-Westphalia, le sue eccellenti prestazioni nel cuore del centrocampo attireranno finalmente le attenzioni della Nazionale del suo Paese.

Entrerà a far parte stabilmente della rosa e già nel Mondiale di Francia del 1998 collezionerà due presenze.

La sua rabbia però non si è placata.

L’anno successivo un diverbio con un altro avventore di un locale di Aarhus finisce in rissa.

Venti giorni con la condizionale e prima “macchia” (e non sarà l’ultima) sulla sua fedina penale.

La carriera però non conosce soste. E’ sempre più spedita e ricca di soddisfazioni.

Nel 2000 tornerà all’Amburgo per riprendersi un posto in prima squadra mentre in Nazionale giocherà da titolare gli Europei di Belgio e Olanda di quell’estate formando con il “gemello” Thomas Gravesen una efficace quanto temibile coppia di centrocampisti centrali.

Due anni dopo, quando Stig ha ormai 33 anni, arriva il coronamento di una carriera: il Mondiale in Corea e Giappone dove sarà uno dei principali protagonisti della sua Danimarca e non solo.

Pressa come un ossesso, affonda i tackles rubando palloni su palloni dai piedi degli avversari distribuendoli poi con intelligenza e senso geometrico.

Non a caso lo chiamano fin da ragazzo “il tagliaerba” visto che “ama sradicare tutto quello che passa dalle sue parti e dove affonda i suoi tackles non ricresce più l’erba” come amava ripetere il mister danese Richard Moller Nielsen, che per primo convocò Stig in Nazionale.

Nel primo turno la Danimarca impressiona.

Vince con Uruguay e Francia e pareggia con il Senegal.

Negli ottavi ai danesi tocca l’Inghilterra ma quel giorno si “spegne” la luce e i biancorossi di Morten Olsen, sconfitti nettamente per 3 reti a 0, devono abbandonare la competizione.

Al ritorno in patria e in una serata di festeggiamenti per il comunque più che dignitoso mondiale, al Cafè Ketchup di Copenhagen, Tofting perde ancora una volta il controllo.

Una diatriba con il titolare del locale finisce con una testata di Tofting in pieno volto al malcapitato gestore, reo, pare, di aver chiesto a “Toffe” e compagni di abbassare un pochino i toni dei loro festeggiamenti.

Stavolta però la legge non sarà più così tenera.

Tofting viene condannato a quattro mesi di reclusione che sconterà regolarmente e senza sconti tra l’aprile e il luglio del 2003.

Anche la carriera calcistica è ormai al crepuscolo.

Il Bolton, che lo aveva prelevato l’anno prima qualche mese prima dei Mondiali, pone termine al suo contratto.

Di fatto si chiude la carriera di Tofting ai vertici del calcio anche se in Cina e soprattutto nella sua Danimarca riuscirà ancora a togliersi qualche soddisfazione, come conquistare la promozione nella massima serie danese con il Randers e nello stesso anno vincere la Coppa di Danimarca.

Qualcuno pensa che nel frattempo si sia dato una calmata ?

Proprio per niente !

Nel luglio del 2004 altro diverbio, stavolta nel traffico cittadino con un altro guidatore colpevole di aver salutato con il dito medio una manovra di Tofting, mentre pochi mesi dopo il suo AGF, dove era tornato dopo l’esperienza in Cina, lo licenzia dopo che alla festa di Natale della squadra pare che Stig tra testate e pugni abbia steso un paio di compagni di squadra.

Dopo qualche breve esperienza come allenatore e preparatore atletico ora Stig “Toffe” Tofting è un pacato, misurato e competente commentatore calcistico su uno dei canali della tv danese.

Chissà, forse buona parte di quella rabbia e di quel dolore se ne sono andate.

Per molti è solo un mezzo teppista, violento e sconsiderato.

Per altri una vittima che semplicemente non ha mai superato quel terribili giorni vissuto da ragazzo.

Non ci interessa giudicarlo. Ci piace pensare che la sua storia vada semplicemente raccontata perché è comunque una storia di coraggio e di resilienza.

Una cosa però non va dimenticata: Tofting, il “tagliaerba”, è stato un eccellente giocatore di calcio … anche se porterà per sempre con sé i suoi angosciosi ricordi e se continuerà, ogni tanto, a prendere a pugni e testate il mondo intero.

ANEDDOTTI E CURIOSITA’

Purtroppo, anche in un paese civile e dal grande senso etico come la Danimarca ci sono eccezioni. Una di queste è il Direttore del giornale scandalistico “Se eg Hoer” che decide di raccontare al paese intero il dramma vissuto da “Toffe” 17 anni prima.

Stig non solo era riuscito a tenere nascosta ai media questa storia ma soprattutto non ne aveva ancora mai parlato ai propri figli, che scopriranno da un insulso giornale quanto accaduto ai loro nonni.

La reazione non è però quella che si attendono gli azionisti e il direttore del giornale: non ci sono migliaia e migliaia di copie vendute ma c’è una nazione intera è compatta nel condannare un gesto così vile e meschino e per di più pochi giorni prima del momento più importante della carriera di Tofting.

C’è un intero paese che prende le difese di uno dei suoi ragazzi meno fortunati.

Saranno parecchie le “teste” a saltare nella sede di “Se eg Hoer”, prima fra tutte quella del Direttore del giornale Peter Salskov.

 

I Mondiali di calcio del 2002 sono stati come detto il coronamento della carriera di Tofting … che però ha davvero rischiato di non giocarli neppure !

Passato al Bolton del febbraio del 2002 il mese successivo, alla sua quarta partita con il Club, Tofting è vittima di un serio infortunio.

Riesce a rientrare solo all’ultima di campionato, dimostrando però al selezionatore danese Morten Olsen di aver recuperato appieno e di essere quindi pronto a rientrare in Nazionale.

 

Sempre poco prima dell’inizio dei Mondiali del 2002 Tofting, insieme al “compagno di merende” Thomas Gravesen decide di sottoporre il compagno di squadra Jesper Gronkjaer ad uno dei più classici scherzi da spogliatoio.

Uno dei due tiene fermo l’attaccante allora in forza al Chelsea, mentre l’altro prima lo spruzza con acqua gelata e poi gli infila cubetti di ghiaccio dappertutto, pantaloncini compresi.

Gronkjaer non è particolarmente lieto di sottoporsi a questo trattamento e prende a male parole Tofting. Il quale, come facile immaginare, reagisce immediatamente.

Volano calci e pugni ma quando Tofting inizia a stringere il collo del compagno di squadra intervengono per fortuna i compagni a dividerli. Il problema è che nella colluttazione Gronkjaer rimediò una ferita all’occhio che rischiò di compromettere il suo esordio contro l’Uruguay di quel Mondiale. (VEDI FOTO INIZIALE)

Come se il destino non avesse preso abbastanza di mira Stig Tofting nel 2003 si vede portare via dalla meningite il terzo figlio, nato solo tre settimane prima.

“No regrets” si intitola la sua autobiografia.

Titolo perfetto per raccontare la storia di un uomo che di errori ne ha fatti tanti e che probabilmente continuerà a farne.

Ma che comunque sia il bilancio tra quello che ha dato e quello che la vita gli ha tolto, non ha alcuno rimpianto.

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Dicevamo che Stig Tofting è un apprezzato commentatore di un canale sportivo danese.

Pacato, equilibrato e competente.

Beh ecco … non sempre esattamente un “signore” però …

https://youtu.be/wnv-5yOfBgc

 

 

 

 

 

PIERLUIGI “Tyson” CASIRAGHI: Un vero guerriero non si arrende mai.

di REMO GANDOLFI

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E’ l’8 novembre 1998.

Ad Upton Park va in scena uno dei derby più sentiti di Londra.

Il West Ham dei giovanissimi e promettenti Frank Lampard e Rio Ferdinand ospita il Chelsea di Gianluca Vialli, squadra che grazie all’innesto di grandi giocatori come Gianfranco Zola, Roberto Di Matteo, Marcel Desailly è tornato ai vertici del calcio inglese ed europeo, avendo trionfato nella Coppa delle Coppe della stagione precedente.

Il West Ham ha avuto un buonissimo avvio di stagione ed è reduce da un brillante successo esterno a Newcastle. Protagonista il “vecchio” Ian Wright che anche se al crepuscolo di una grande carriera sa ancora “trovare” con facilità la porta avversaria. Il Chelsea, dopo un faticoso inizio di stagione si sta pian piano ritrovando e sta rapidamente scalando i vertici della classifica.

L’avvio è di marca “claret & blue”.

E’ una punizione (per’altro non certo irresistibile) di Neil Ruddock a portare in avanti i padroni di casa.

Il Chelsea reagisce con veemenza.

Dopo 24 minuti di partita è Gianfranco Zola a ricevere palla sulla trequarti di destra della difesa degli Hammers.

Dà un’occhiata in mezzo e vede Pierluigi Casiraghi dettare il cross sul primo palo.

La palla di Zola è perfetta.

A giro alle spalle della difesa.

Sul pallone si avventa come una furia il neo acquisto dei Blues, arrivato dalla Lazio in estate, ma prima che possa intervenire con un tocco che sarebbe quasi sicuramente a botta sicura il giovane Ferdinand, con un pregevole intervento in acrobazia, anticipa di una frazione di secondo Casiraghi.

Casiraghi è però già lanciato in spaccata.

Il portiere Hislop (193 centimetri per quasi 90 chilogrammi di peso) si è lanciato anche lui in tuffo sulla palla ma anche lui è anticipato dal suo compagno di squadra per pochissimo.

Lo scontro fra i due è inevitabile.

Nel momento in cui Casiraghi appoggia il piede destro a terra Hislop gli frana addosso con tutto il suo peso.

Casiraghi rimane a terra, immobile.

Riesce solo ad urlare il suo dolore e ad alzare il braccio destro per chiedere aiuto.

Casiraghi lascerà il campo in barella.

In un campo di calcio, con un numero sulle spalle e una divisa da calciatore, Pierluigi Casiraghi non ci metterà mai più piede.

Ha solo 29 anni.

Il suo infortunio è uno dei più tremendi visti su un campo di calcio.

Nel ginocchio di “Tyson” Casiraghi non si è salvato nulla.

Crociato anteriore e posteriore, collaterale e menischi.

Come se non bastasse c’è una lesione irrecuperabile al nervo “sciatico popliteo esterno” che in pratica è quello che serve a coordinare i movimenti della parte inferiore della gamba e del piede.

Pierluigi Casiraghi non molla.

Il suo coraggio in campo è proverbiale e lo è altrettanto quello fuori dal campo.

Mesi e mesi di rieducazione, di operazioni, di tentativi e di speranze.

Non c’è nulla da fare.

Nell’agosto del 2000, a soli 31 anni Gigi appende i fatidici scarpini al chiodo.

Troppo presto.

Casiraghi aveva ancora tantissimo da dare e avrebbe sicuramente vinto anche la sua “scommessa” inglese e magari recuperato il “suo” posto nella Nazionale di Dino Zoff.

Non è stato possibile.

“Si vede che doveva andare così” afferma praticamente in ogni intervista Gigi con tanta serenità e un pizzico di fatalismo.

Casiraghi nel calcio è rimasto, come allenatore (tra l’altro di una grandissima e non fortunata Under-21), collaborando spesso con l’amico Gianfranco Zola fino ad aprile del 2017 nel Birmingham, nella Championship inglese.

Arriveranno prestissimo altre opportunità perché di uno dell’esperienza e dell’intelligenza di Pierluigi Casiraghi il calcio italiano ne ha davvero tanto, ma tanto bisogno.

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“Se a calcio si giocasse da fermi probabilmente non potrebbe neppure giocare in Serie C. Ma il calcio è un gioco di movimento e a quel punto diventa uno dei più forti attaccanti in circolazione”.

Queste la parole utilizzate da Arrigo Sacchi per definire Pierluigi Casiraghi.

Riassumono in maniera eccellente le caratteristiche di questo attaccante che nella sua carriera ha diviso come pochi l’opinione di tifosi e addetti ai lavori, tra chi non lo amava troppo per una tecnica non esattamente eccelsa e chi invece stravedeva per lui per le doti fisiche, morali e caratteriali.

Fin dagli esordi nel Monza, dove forma con Maurizio Ganz una devastante coppia d’attacco, “Gigi” Casiraghi si fa subito notare per quelle caratteristiche che lo accompagneranno per tutta la carriera.

Una grande dinamicità, una grinta ed una determinazione fuori dal comune e soprattutto una “fisicità” esplosiva che lo rendono un cliente davvero tosto anche per i difensori centrali più ruvidi e aggressivi.

La sua dote tecnica migliore à la straordinaria capacità in acrobazia.

Rovesciate, sforbiciate, colpi di testa in tuffo e soprattutto una elevazione impressionante.

Casiraghi sembra un calciatore uscito dagli anni ’70.

Un Boninsegna, un Pulici, un Prati o un Riva (che dirà di Casiraghi “è il calciatore moderno che mi assomiglia di più”).

Insomma, uno di quegli “animali” da area di rigore sempre pronti a mettere la testa dove gli altri hanno timore a mettere il piede.

In realtà Pierluigi un idolo ce l’ha.

Lui, da sempre tifoso milanista, cresce nel mito di Mark “Attila” Hateley, che anche se per poche stagioni al Milan fece innamorare il popolo rossonero proprio per le caratteristiche che Casiraghi pare avere ereditato in pieno.

I grandi Club del nostro campionato si accorgono molto rapidamente del grande valore di questo attaccante. Proprio il Milan e la Juventus se lo contendono a suon di miliardi.

Saranno i bianconeri a spuntarla.

Decisiva pare sia stata una partita di Coppa Italia, proprio tra il Monza e la Juventus.

Casiraghi viene marcato a uomo dal gigantesco stopper juventino Sergio Brio, non esattamente un lord. Brio picchia ma il “ragazzino” risponde colpo su colpo, usando spalle, gomiti e quel fisico robusto e agile.

A fine partita Brio si avvicina a Boniperti. “Presidente quel Casiraghi è un gladiatore. Una forza della natura. Uno così ci farebbe comodo”.

Boniperti si fida del suo roccioso difensore, vince la concorrenza del Milan (che “ripiegherà” su Marco Simone) e firma per i bianconeri.

Alla Juventus rimarrà per 4 stagioni, tra alti e bassi, con qualche grande soddisfazione (il trionfo nella prima stagione in Coppa Uefa e Coppa Italia) e con qualche delusione (l’impiego limitatissimo nell’ultima stagione, chiuso da giocatori del valore di Vialli, Roberto Baggio, Ravanelli e il tedesco Moller).

A questo punto la decisione, sofferta ma azzeccata, di lasciare i bianconeri per approdare alla Lazio dove Gigi ritrova il suo mentore Dino Zoff.

Nel frattempo però Gigi Casiraghi è entrato stabilmente nella rosa della Nazionale Italiana dove trova in Arrigo Sacchi un grandissimo estimatore.

Farà parte della spedizione azzurra ai mondiali del 1994 negli Stati Uniti e agli Europei del 1996 sarà l’indiscusso titolare al centro dell’attacco a fianco di Gianfranco Zola (con il quale cementerà un profondo rapporto di amicizia e collaborazione professionale).

Proprio in quegli Europei Casiraghi giocherà probabilmente la partita della vita, siglando la decisiva doppietta nella partita d’esordio contro la Russia … salvo poi ritrovarsi in panchina nella partita contro la Repubblica Ceca che ci costò in pratica la qualificazione al turno successivo !

Nella sua prima stagione alla Lazio Casiraghi forma con Beppe  Signori una coppia d’attacco eccellente. Non devono trarre in inganno i pochi gol (4) segnati dal bomber brianzolo in quella stagione.

Casiraghi lotta come un leone, apre spazi, fa da sponda di piede e di testa per il compagno di reparto che grazie al lavoro certosino di Gigi riesce sempre più spesso a trovare la possibilità di “liberare” il suo micidiale sinistro.

Il pubblico laziale è tutt’altro che sprovveduto.

Non misura il valore di Casiraghi con i gol, ma con il sudore e il coraggio che “Tyson” (questo il soprannome che gli verrà affibbiato) mette in ogni singola partita per tutti i 90 e rotti minuti del match.

A novembre di quell’anno però tutto sembra cambiare, ovviamente in peggio per Casiraghi.

La Lazio acquista un altro attaccante … e che attaccante !

Si chiama Alen Boksic.

Il Croato arriva fresco del titolo di Campione d’Europa conquistato con l’Olympique Marsiglia e per Casiraghi torna l’incubo dell’ultima stagione juventina: con un concorrente di questo livello il rischio di tornare a sedersi in panchina è quasi scontato.

Zoff predilige quasi sempre la coppia Boksic–Signori e per Casiraghi ci sono quasi sempre solo apparizioni a partita in corso.

La stagione successiva vede l’arrivo del boemo Zdenek Zeman sulla panchina laziale.

Casiraghi sta divinamente a Roma, i tifosi lo amano e lui vorrebbe solo ricambiare questo affetto con le prestazioni che in cuor suo sa di essere in grado di dare.

Ma i dubbi sono tanti.

E se Zeman facesse come Zoff ?

Non sarà così.

Zeman non può prescindere dal giocare con tre attaccanti e il fatto di trovarsi con ben tre giocatori di questo livello è per il boemo un’occasione imperdibile.

Casiraghi, che sostanzialmente dovrebbe fare il lavoro “sporco” per due bomber riconosciuti come Signori e Boksic in realtà diventerà letale come non mai segnando 12 reti nella sua seconda stagione (la prima con Zeman) e addirittura 14 in quella successiva.

“Non ho mai fatto tanta fatica in allenamento ne prima ne dopo. Durante la settimana era una tortura. Ma alla domenica ci divertivamo come matti ! Per Zeman il calcio era 90% fase offensiva e 10% difensiva. Con lui ho giocato i migliori anni della mia vita e ho imparato più cose da lui in quei due anni che in tutto il resto della mia carriera” ricorderà Casiraghi ad ogni occasione parlando dell’allenatore boemo.

Una quaterna di reti alla Fiorentina, un meraviglioso gol in acrobazia nel derby romano.

https://youtu.be/APbfW4ffr7M (lazio vs fiorentina)

https://youtu.be/Ii1sGGU-iOI (lazio vs roma)

Ma “Zemanlandia” finisce anche per i biancocelesti.

Un avvio incolore nella stagione 1996-1997 costerà il posto all’allenatore boemo, con Dino Zoff che traghetterà i laziali fino a fine campionato, chiuso comunque con un lusinghiero quarto posto, anche se inferiore alle attese, soprattutto dopo i due campionati precedenti.

Nella stagione successiva, la quarta per Casiraghi alla Lazio, si ripete il film già visto alla Juventus.

Arriva Sven-Goran Eriksson, allenatore svedese capace di grandi trionfi europei con squadre non di primissima fascia come Benfica e soprattutto il Goteborg (portato addirittura al trionfo in Coppa Uefa) e reduce qualche stagione prima da ottimi risultati sulla panchina dei cugini della Roma.

Con Eriksson arriva anche Roberto Mancini che, con Signori, Boksic, Rambaudi e Nedved rende assai popolato il reparto offensivo delle “aquile” biancocelesti.

Nell’estate successiva ci sono in Mondiali francesi e Casiraghi vuole a tutti i costi un posto nella rosa di Cesare Maldini.

Il timore di non poter ricoprire un ruolo da protagonista nella squadra con la conseguenza di sparire dal radar della Nazionale sono preoccupazioni più che fondate per un ragazzo equilibrato ed intelligente come Casiraghi.

L’amore per i colori biancazzurri, per la città e quel rapporto speciale che si è creato con i tifosi fin dalle prime uscite nelle amichevoli estive dell’estate del 1993 finiscono per convincere Gigi a rimanere.

Non sarà una stagione strabiliante in Campionato (solo un 7° posto finale) ma nelle Coppe la Lazio darà il meglio di sé, vincendo la Coppa Italia in finale con il Milan e arrivando in finale di Coppa Uefa, persa poi contro l’Inter di Ronaldo.

 

https://youtu.be/9Iz1JI6yHeE

 

Ai Mondiali però Casiraghi non andrà. Inzaghi e Bobo Vieri gli sono preferiti.

Non finisce qui.

Quest’ultimo viene acquistato dalla Lazio proprio al termine di questi Mondiali.

Casiraghi è davvero costretto suo malgrado a cambiare aria.

Arriva una proposta allettante, che è anche una bellissima sfida personale; il Chelsea di Luca Vialli lo vuole a tutti i costi.

Là ci sono già oltre a Vialli in veste di allenatore/giocatore anche altri due connazionali come l’amico Gianfranco Zola e il forte centrocampista Roberto Di Matteo.

Il campionato inglese sembra fatto apposta per Casiraghi.

Ogni partita è una battaglia, lo scontro fisico non solo è accettato ma è fortemente voluto dal pubblico.

Casiraghi non ha paura di nulla e di nessuno, le prende e le dà senza alcun tipo di remora.

L’avventura parte nel migliore dei modi.

La Supercoppa Europea, che si gioca nel Principato di Monaco, mette di fronte i “Blues” dello Stamford Bridge contro i campioni d’Europa in carica del Real Madrid.

Ed è proprio il Chelsea a spuntarla con un gol nel finale di Gus Poyet, il forte centrocampista uruguaiano.

L’avvio in campionato non è però pari alle attese.

Il suo impegno, il suo incessante movimento, la sua predisposizione a lottare su ogni pallone lo fanno apprezzare dal pubblico dello Stamford Bridge ma è evidente che il tempo di adattamento per Casiraghi è più lungo del previsto.

Inoltre c’è Tore-André Flo che scalpita e che quando entra dalla panchina al suo posto quasi sempre riesce a trovare la via del gol.

Vialli continua a dare fiducia a Casiraghi e finalmente, in uno dei palcoscenici più prestigiosi di tutto il campionato inglese, il bomber brianzolo si sblocca.

Si gioca Liverpool – Chelsea, ovviamente all’Anfield Road.

La partita è iniziata da una manciata di minuti quando c’è uno splendido lancio dalle retrovie di Roberto Di Matteo che taglia come il burro la difesa del Liverpool. Il movimento di Casiraghi a dettare il passaggio alle spalle dei due centrali dei Reds è perfetto quanto è perfetto il tocco al volo che gli permette di superare in corsa David James, il portiere del Liverpool per poi depositare in rete nella porta sguarnita.

Meravigliosa in questo caso l’esultanza di Gianluca Vialli dalla panchina che aveva difeso con i denti e le unghie Casiraghi dalla critiche sempre più frequenti per le sue prestazioni non all’altezza della fama e del denaro speso dai Blues.

Può essere un nuovo inizio.

Una forma ritrovata in un campionato, quello inglese, che sta diventando rapidamente uno dei più importanti del mondo, magari addirittura coronando il sogno di vincerlo un campionato dopo averne sfiorati un paio con Juventus e Lazio e chissà, magari un posticino nella nuova nazionale del suo primo grande estimatore, Dino Zoff, che nel frattempo è andato a sedersi sulla panchina della Nazionale.

Tutto, ma davvero tutto, finirà poco più di un mese dopo nel derby contro il West Ham in quel drammatico scontro con il portiere degli Hammers Shaka Hislop.

“Mi chiedono spesso cosa farei se potessi tornare indietro, a qualche secondo prima di quel terribile scontro. Con il senno di poi avrei dovuto fermarmi, rallentare la corsa ed evitare l’impatto che mi ha distrutto il ginocchio.

… ma poi penso … se lo avessi fatto non sarei stato Pierluigi Casiraghi !”

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https://youtu.be/QfTMvJEe_wQ