PAULO FUTRE: Tra Eusebio e Cristiano Ronaldo.

di REMO GANDOLFI

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A Reggio Emilia siamo matti per il calcio.

Lo so, la cosa può sorprendere molti visto che non abbiamo certo una tradizione di cui vantarci troppo.

Tanta serie C, diversi campionati nella serie cadetta e qualche presenza nella massima serie all’inizio della nostra storia.

Qualche campionato in Serie A lo abbiamo giocato … ma negli anni ’20 quando il calcio era un’altra cosa.

Ma la passione di una città non si misura certo in base ai risultati.

Anzi.

Amare la Reggiana come sappiamo fare noi con tutto quello che abbiamo passato vuol dire proprio che a Reggio il calcio ce l’abbiamo nel sangue.

C’era un cartello anni fa che veniva regolarmente esposto nel nostro Mirabello, il vecchio stadio in centro città.

Ovviamente dedicato alla nostra amata “Regia” e recitava “TI AMEREI ANCHE SE VINCESSI”.

Ecco. In quel cartello ci siamo noi tifosi reggiani.

Per un illecito sportivo mai dimostrato denunciato dal Parma e ratificato da un membro della Lega Calcio sempre proveniente dalla “città aldilà del fiume Enza” ci mandarono addirittura in Quarta serie.

Ci mettemmo tre anni per tornare almeno in Serie C, dopo aver girovagato per i campi di provincia di tutto il Nord Italia.

… e ancora oggi ci chiedono perché non amiamo i parmigiani …

Di andare in Serie A non c’era proprio verso.

Ci andammo vicini tante di quelle volte che credevamo ci fosse una maledizione nei nostri confronti.  Negli anni in cui salivano due squadre dalla B arrivavamo terzi e quando invece ne salivano tre arrivavamo quarti !

Poi nell’estate del 1988 arrivò il nostro profeta. Era un milanese con una lunga e dignitosa carriera alle spalle. Si chiamava Pippo Marchioro.

In realtà era tutto meno che un “profeta”, ma una persona umile, concreta ed estremamente intelligente.

Tornammo subito in Serie B dove rimanemmo tre stagioni sempre piazzandoci nella parte alta della classifica.

Poi arrivò un miracolo.

Ormai non ci speravamo più. Eravamo sicuri che anche in quella stagione sarebbe successo qualcosa che ci avrebbe impedito di conquistare la massima categoria.

Qualunque cosa.

Un infortunio ai nostri migliori calciatori, la malasorte che avrebbe trasformato gol fatti in pali e traverse, arbitraggi “guidati” che avrebbero favorite club più grandi e importanti di noi …

Invece vincemmo il campionato e dopo 64 anni tornavamo in Serie A.

Reggio Emilia era letteralmente impazzita.

Non sono mai stato a Rio de Janeiro per il carnevale ma so per certo che quella sera di primavera dopo la consacrazione matematica a Cesena ce la saremmo giocata almeno alla pari !

E diciamolo pure.

Quello che ci stuzzicava più di tutto era poter affrontare di nuovo i nostri “odiati cugini” che nel frattempo erano diventati una delle formazioni più forti di tutta la Serie A.

Fu un’estate interminabile.

A Reggio non c’era nessuno che non vedesse l’ora che arrivasse la fine di agosto e l’inizio del campionato. E poco importava se voleva dire tornare a scuola, negli uffici o nelle fabbriche.

Voleva dire tornare nel nostro Mirabello a vedere la nostra “Regia” giocare in Serie A.

La squadra era tosta.

Avevamo calciatori di esperienza come Gigi De Agostini, Sgarbossa e Scienza e alcuni giovani davvero bravi come Torrisi e il centravanti Padovano. Tra i pali addirittura il portiere della Nazionale brasiliana Taffarel scambiato proprio con i “cugini” che al suo posto scelsero Luca Bucci, con noi nella stagione precedente, quella della promozione.

Poi arrivò “la notizia”.

Quella a cui inizialmente non voleva credere nessuno.

Paulo Futre aveva firmato per la Reggiana.

Uno che 6 anni prima aveva alzato al cielo la Coppa dei Campioni con il Porto.

Uno che aveva fatto innamorare i tifosi dell’Atletico Madrid regalando loro due Coppe di Spagna.

Uno che era arrivato secondo nella classifica del Pallone d’oro dietro Ruud Gullit.

Uno che quando lo guardavi partire in dribbling ti faceva venire in mente Diego Armando Maradona.

Era tutto vero.

Paulo Futre giocherà nella Reggiana.

E iniziò un altro carnevale.

 

E’ il 21 novembre del 1993.

Reggio Emilia è paralizzata.

Oggi Paulo Futre farà l’esordio con i nostri colori, quel granata che i nostri fondatori vollero identico a quello del Torino.

Finora è stata durissima.

Non abbiamo ancora vinto una sola delle undici partite giocate finora.

Ma è anche vero che fino adesso nessuno in casa è riuscito a batterci, anche se abbiamo raccolto solo pareggi.

Il nostro Mirabello è una fortezza. Deve esserlo.

E’ l’unica chance che abbiamo per evitare di tornare subito in B.

Mi correggo. Non è l’unica.

Da oggi ne avremo un’altra.

Si chiama Jorge Paulo Dos Santos Futre.

Tutta Reggio Emilia sembra che oggi sia allo stadio.

Il nostro Mirabello ora ha spazio per 15.500 persone.

Se qualcuno mi viene a dire che oggi ce ne sono meno di 20 mila gli do del matto.

Bandiere della “Regia” in tutto lo stadio. Ma anche del Portogallo, del Brasile e qualcuna pure della Romania, in onore dell’altro nuovo acquisto, l’attaccante Mateut.

Ci mettiamo 10 minuti scarsi per capire che uno così, a Reggio Emilia, non lo avevamo mai visto.

Nell’uno contro uno è imprendibile, vede il gioco e sa sempre quando è ora di saltare l’uomo o di servire un compagno.

Il primo tempo lo passiamo a cercare un varco nella difesa della Cremonese.

Padovano e Morello si dannano l’anima. Lottano su ogni pallone ma qualche volta si capisce che non sono sulla stessa lunghezza d’onda del portoghese.

Non c’è problema.

Ci sarà tempo per affinare l’intesa.

Nel secondo tempo si attacca nella porta sotto la curva sud, quella della tifoseria più calda di tutto il Mirabello.

E’ passato poco più di un quarto d’ora quando Mateut appoggia un pallone verso Morello. L’attaccante granata sembra in ritardo sul pallone ma con un notevole gesto atletico si allunga in scivolata e riesce a toccare il pallone sul vertice destro dell’area di rigore della Cremonese.

E’ qui che si trova Paulo Futre.

Riceve palla, accelera lasciando sul posto il suo avversario diretto.

Entra in area, finge il tiro mandando “al bar” un altro difensore grigiorosso per poi rientrare sul sinistro.

A quel punto un altro difensore dei lombardi si avventa su di lui per impedirgli la conclusione.

Non fa in tempo. Paulo Futre scarica un sinistro all’angolo basso del portiere della Cremonese Turci.

Non ricordo un momento d’estasi superiore a quello.

Sicuramente non per una partita di calcio.

Avete presente la sensazione di quando il destino, le stelle o Dio si sono improvvisamente ricordati di te e ti fanno il regalo più grande che puoi desiderare in quel preciso momento ?

Ecco, la sensazione era quella.

Paulo Futre a Reggio Emilia.

Esordio e gol.

Mi stavo ancora crogiolando con quei pensieri, con quel “godimento puro” che vedo Paulo ricevere palla sul settore di destra, quello da cui praticamente sono partite tutte le sue azioni e le sue iniziative.

Se la porta avanti con il sinistro, rubando il tempo per l’ennesima volta al suo controllore diretto Pedroni.

Non si sa se è per l’umiliazione dell’ennesimo dribbling subito, se è per gli evidenti limiti calcistici o semplicemente perché pensa che Futre vada fermato, comunque e in ogni modo.

Fatto sta che la sua entrata è brutale, fuori tempo completamente e degna non della serie A ma di un campetto di amatori della domenica mattina.

Per lui arriva il cartellino rosso diretto ma in quel preciso momento ne a me ne agli altri 20 mila presenti importa più di tanto.

Paulo Futre è sul terreno di gioco e sta urlando dal dolore.

Non riesce ad alzarsi e non riesce neppure a sollevare da terra la sua gamba destra.

Si trascina fuori dal campo, strisciando sull’erba del Mirabello.

Non ci vuole un genio per capire che NON E’ un infortunio normale.

La partita riprende. Mateut segna il gol del due a zero che ci regala la prima vittoria in campionato.

Ma non c’è nessuno che riesce a gustarla fino in fondo.

A dieci minuti dal termine si è spenta la luce.

Ora non ci resta che aspettare … sperando che il buio non sia per sempre.

 

Per Paulo Futre c’è la rottura del tendine rotuleo.

Un anno intero lontano dai campi di calcio.

Quando torna non è più lo stesso giocatore.

Se ne accorgono tutti. Lui per primo.

Quel passo felpato, quel cambio di ritmo o di direzione non ci sono più.

Tecnica, visione di gioco e quel suo magico sinistro sono rimasti quelli di prima.

Ma prima era un fenomeno, ora è “solo” un eccellente giocatore.

Con la Reggiana nella stagione successiva riesce a mettere insieme 12 presenze e 4 gol.

Non sufficienti per evitare la retrocessione dei granata al termine di quella seconda stagione in Serie A.

Al Milan, campione d’Europa in carica, Futre piace parecchio.

Decidono di aggregarlo in una tournèe di fine stagione nell’est asiatico.

Probabilmente aiutato dai ritmi blandi e da partite contro avversari più che abbordabili, Paulo Futre incanta tutti. Il Milan gli offre un contratto.

Bastano però poche settimane per capire che il suo ginocchio, ai ritmi serrati del campionato più bello e difficile del pianeta, non può reggere.

Davanti ha giocatori come Weah, Baggio, Savicevic e Simone.

Giocherà una sola partita, l’ultima di campionato contro la Cremonese, prima di lasciare, ad una manciata di minuti dalla fine, il posto a Roberto Baggio.

In Inghilterra al West Ham, poi il romantico ritorno all’Atletico Madrid e infine una stagione in Giappone.

Niente da fare.

Futre non ce la fa più e a 32 anni è costretto a dire basta.

In Italia non ha lasciato il segno e fuori da Reggio Emilia se lo ricordano in pochi.

Ma provate a chiedere di lui ad un tifoso di calcio portoghese o ad uno dei “Colchoneros” dell’Atletico Madrid … penserete che stiano parlando di Diego Armando Maradona.

Invece parlano di lui, di Paulo Futre.

… quello che forse, al genio di Villa Fiorito, ha assomigliato più di tutti.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

All fine della sfortunata esperienza milanista Paulo Futre va in Inghilterra a giocare nel West Ham.

Dopo un buon precampionato arriva la partita d’esordio in campionato contro l’Arsenal.

Le squadre sono negli spogliatoi per prepararsi al match.

Paulo Futre è ovviamente tra i titolari ma si accorge che la maglia con il numero 10 è stato assegnata a John Moncur.

Per lui c’è quella con il numero 16.

“Non se ne parla neppure !” grida inferocito Futre. “O mi date il mio numero 10 o io non scendo in campo” minaccia il fantasista portoghese.

Harry Redknapp, manager degli Hammers, non sa più che pesci pigliare.

“Ok Paulo, oggi giochi con il 16 e dalla prossima partita vediamo di risolvere la cosa” prova a convincerlo il manager inglese.

Niente da fare. Futre si riveste e se ne va.

Due giorni dopo si presenta in sede addirittura con i suoi legali disposto a sborsare 100.000 sterline per avere la “sua” maglia.

“Eusebio aveva il 10, Pelé il 10, Maradona il 10, Zico il 10 e Paulo Futre ha SEMPRE giocato con il 10 !” dirà in quell’incontro il portoghese.

Alla fine le parti riescono a trovare una soluzione.

E’ lo stesso Futre a raccontare che “Moncur era un accanito giocatore di golf. Io avevo una villa ad Algarve nei pressi del più bel campo di golf di tutto il Portogallo. Gli dissi che gliela avrei messa a disposizione ogni volta che voleva … purché mi consegnasse la maglia numero 10”.

Alla fine Moncur accetta … anche se non utilizzerà mai la villa visto che Futre rimase agli Hammers solo per pochi mesi …

 

Il soggiorno inglese non fu certo fortunato per Futre, costantemente alle prese con infortuni di varia natura, ma il portoghese ha sempre parlato benissimo del suo periodo con gli Hammers.

“Intanto al West Ham non esistevano i ritiri e i ritrovi in Hotel il giorno prima del match. E poi gli allenamenti erano quanto di più divertente mi era capitato in carriera. Harry Redknapp dopo un po’ di stretching e di riscaldamento ci divideva in due squadre: gli inglesi contro gli “stranieri. Erano partite tiratissime e la miglior preparazione possibile alle partite ufficiali”.

 

Lo stesso Harry Redknapp ammette che “Paulo Futre è tra i 10 forti calciatori che io abbia mai visto in azione. In allenamento a volte ci fermavamo increduli ad ammirare le giocate che era in grado di fare”.

 

Arrivato allo Sporting Lisbona nel 1984 a soli 11 anni (e con un tragitto quotidiano di due ore dal suo paese natio di Montijo) quando Paulo ha solo diciotto anni, arriva una importante offerta del Porto.

“Allo Sporting mi davano 800 escudos all’anno. Il Porto me ne offriva 9000. Andai dal Presidente e gli dissi che per 6000 escudos sarei rimasto con loro. Mi disse che ero matto a pretendere una cifra del genere. Non mi restava altra scelta che andarmene. Lo feci molto a malincuore perché allo Sporting trascorsi sette anni meravigliosi”.

 

Al suo arrivo all’Atletico Madrid, nell’estate del 1987, Futre trova sulla panchina dei “Colchoneros” l’argentino Cesar Menotti, l’uomo che meno di dieci anni prima guidò la nazionale biancoceleste al suo primo titolo mondiale.

Dopo un ottimo inizio (“Futre sembra una miniatura del Subbuteo. Non fa a tempo a cadere in terra che si rialza immediatamente. E’ un portento”  dirà di lui il carismatico Mister argentino) la situazione tra i due però non tarda a degenerare.

Futre accusa Menotti di manie di protagonismo e di scarsa onestà nei suoi confronti (“adesso mi mette in panchina, poche settimane fa diceva che più forte del sottoscritto c’era solo Maradona. Un ipocrita ecco cos’è !”) dirà del manager argentino in più di un’intervista.

Altrettanto tagliente la risposta di Menotti. “Futre ? il piede destro di Maradona è meglio dei due di Futre”.

L’ultima parola però la ebbe Futre che nell’Atletico giocò altre cinque stagioni mentre “El Flaco” se ne andò prima della fine di quella Liga.

 

Al termine della vittoriosa finale con il Porto in Coppa dei Campioni Futre è uno dei calciatori più ambiti di tutto il panorama mondiale.

E mentre il Milan di Berlusconi ha acquistato il giocatore che in quella stagione vincerà il pallone d’oro (Ruud Gullit) il Presidente dell’Inter Pellegrini punta proprio su Paulo Futre (che in quella classifica arriverà secondo per un solo voto) per contrastare i cugini rossoneri.

L’Inter ha raggiunto l’accordo economico con il Porto.

L’affare sembra concluso. Futre s’incontra a Milano con Pellegrini e i suoi procuratori e inizia già a circolare la notizia che il contratto sia stato stipulato.

Quando tutto sembra ormai definito entra in scena il controverso Presidente dell’Atletico Madrid Jesu Gil y Gil.

“Preparate voi il contratto” dirà Gil ai procuratori di Futre. “Io lo firmerò senza cambiare neppure una virgola”.

E così accadde. Nel contratto c’è anche una Porsche fiammante espressamente richiesta dal calciatore portoghese.

Alla mattina Paulo Futre era un calciatore dell’Inter … la sera stessa fu presentato come nuovo acquisto dell’Atletico in un locale di Madrid davanti a cinquemila persone …

 

Ps: ancora oggi Paulo Futre racconta divertito di quel contratto stipulato con il Presidente Jesus Gil. “Sono stato uno scemo … perché una Porsche ? Avrei dovuto chiedere una Ferrari !!!”

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JOAQUIM AGOSTINHO: La bici è il mio aratro.

di REMO GANDOLFI

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E’ la quinta tappa della “Volta a Algarve”, breve corsa a tappe che si corre in Portogallo nella regione che da il nome alla corsa.

Non è una gara di primissimo piano del calendario internazionale e non c’è un parterre eccezionale.

Ma c’è lui, l’idolo da quasi un ventennio di tutti i portoghesi innamorati di ciclismo: Joaquim Agostinho.

Agostinho trionfa nella prima tappa e veste i panni di leader della classifica quando si disputa la 5a tappa.

E’ una tappa interlocutoria con l’arrivo in volata a Loulè.

I ciclisti stanno per disputarsi la vittoria lanciati ad oltre 60 km/ora.

Agostinho non è certo uno sprinter e si disinteressa alla lotta per le posizioni d’avanguardia.

E’ a circa 300 metri dall’arrivo quando nel rettilineo d’arrivo entrano due cani, probabilmente randagi, che si sono infilati tra il numeroso pubblico.

Qualcuno riesce ad evitarli, altri non ce la fanno e sono in diversi i ciclisti a finire a terra.

Uno di questi è Agostinho.

Investe in pieno uno dei due cani e cade sull’asfalto pesantemente.

C’è la solita concitazione nel capire chi tra i tanti corridori a terra ha avuto la peggio.

Joaquim Agostinho è il più grande ciclista portoghese ed è amatissimo dai suoi connazionali.

Quando ci si accorge che anche lui è tra i ciclisti coinvolti nella caduta è su di lui che si concentrano istintivamente gli sguardi di tutti gli spettatori.

Agostinho è coperto di abrasioni.

Riesce però a rialzarsi, anche se evidentemente intontito dalla caduta.

Fa un segno ai tifosi come per dire che è tutto ok.

I suoi compagni lo aiutano a risalire in sella e con loro percorrerà le poche centinaia di metri che lo dividono dalla linea di arrivo.

Da questo momento in poi si aprirà una delle pagine più assurde, vergognose e imbarazzanti della storia di questo sport

e di questo peraltro meraviglioso paese che però, in seguito a quello che andremo a raccontarvi, un giornalista portoghese dell’epoca non esitò a definire “arretrato e incompetente”.

Agostinho non viene soccorso, messo su un’ambulanza e portato in ospedale per accertamenti.

Non c’è nessun medico di corsa a visitarlo.

Viene medicato sommariamente e poi viene accompagnato in albergo.

Gli viene data una borsa del ghiaccio e gli viene consigliato di … riposare.

Dopo due ore però i dolori alla testa diventano lancinanti, insopportabili.

E’ solo a quel punto che finalmente nello staff dello Sporting, la sua squadra ciclistica, ci si decide ad accompagnarlo all’ospedale di Faro, il capoluogo della Regione.

Gli vengono fatti i raggi x e la risposta è devastante.

C’è una frattura dell’osso parietale del cranio.

Solo che lì, nella città più importante della più importante zona turistica del Paese non esiste un reparto di neurochirurgia.

Viene caricato su un ambulanza e portato a Lisbona, che dista qualcosa come 300 km.

Durante il tragitto arriva una emorragia cerebrale.

Quando arriverà all’ospedale da CUF a Lisbona Agostinho sarà già in coma.

Sono ore frenetiche dove si cerca disperatamente di porre rimedio ad una situazione ormai irrimediabilmente compromessa.

Agostinho viene operato.

La notizia delle sue condizioni di salute è ormai di dominio pubblico.

Gli attestati, le telefonate e i telegrammi che arrivano per lui sono migliaia.

Il popolo portoghese si stringe intorno al suo amato campione così come tutto il mondo del ciclismo. Luis Ocana, il grande campione spagnolo e suo rivale in tanti Tour de France sarà tra i più assidui nel far sentire la sua vicinanza e il suo appoggio.

Agostinho è un uomo amabile, ben voluto da tutti nell’ambiente.

Anzi, forse il suo limite è stato proprio questo.

Una gentilezza d’animo, una correttezza e una sportività esemplari, anche se talvolta non accompagnate da quella rabbia agonistica che spesso può fare la differenza.

Tutti i tentativi sono vani. Si parla di 3 forse 4 operazioni ravvicinate ma senza risultato.

A 48 ore da quella rovinosa caduta Joaquim Agostinho verrà dichiarato clinicamente morto.

La sua tempra però è incredibile.

Un uomo che da sempre ha lavorato la terra, che a 18 anni è stato mandato dal suo paese a combattere in Mozambico una assurda guerra coloniale che gli ha rubato due anni e mezzo della sua vita e che ha fatto della fatica in bicicletta la sua professione non si arrende tanto facilmente.

Questa incredibile forza farà si che Agostinho lotti contro la morte per più di 8 giorni da quella maledetta caduta, con il suo cuore che proprio non vuole saperne di fermarsi.

Giorni nei quali la moglie Ana Maria insieme ai due figli e a tutti gli appassionati di ciclismo continuano a sperare in un miracolo.

Miracolo che non si compie.

Anche se di “miracoli” non ce ne sarebbe stato bisogno se una serie incredibile e imperdonabile di errori non avessero condannato Joaquim alla sua sorte.

C’è anche un precedente che non fa che aggiungere rabbia e costernazione.

Nel 1972, esattamente il 5 di maggio, Joaquim Agostinho stava correndo l’ottava tappa della Vuelta, il Giro di Spagna.

Agostinho in quella tappa cadde rovinosamente e fu vittima anche in quella occasione di una frattura alla base del cranio, molto simile a quella accadutagli 12 anni dopo alla Volta Algarve.

In quella circostanza però il ricovero immediato all’ospedale di Terragona e il tempestivo intervento dei medici scongiurò qualsiasi pericolo.

A tal punto che poco più di due mesi dopo Joaquim Agostinho fu in grado di prendere regolarmente il via al Tour de France, la corsa che più di ogni altra amava correre.

 

Joaquim Agostinho nasce il 7 aprile del 1943, in un piccolo villaggio rurale nei pressi di Torres Vedras.

E’ una famiglia di contadini, dove le braccia sono l’unica risorsa.

Ben presto inizia a lavorare nei campi con la famiglia e nel tempo libero gioca a calcio con gli amici del suo villaggio. E’ un tifoso accanito dello Sporting Lisbona e sogna un giorno di giocare per la famosa squadra a righe bianco-verdi orizzontali.

Tutti i suoi sogni di adolescente paiono infrangersi quando al diciottesimo anno di età viene arruolato nell’esercito del suo Paese e spedito in Mozambico, a combattere una inutile e sanguinosa guerra coloniale.

Vedrà la morte in faccia più volte.

In una di queste occasioni al passaggio della camionetta militare sulla quale si trova insieme ad altri commilitoni esplode una mina che uccide diversi suoi compagni e ne ferisce gravemente altri.

Joaquim rimane praticamente illeso, ricordando poi negli anni che “dopo quel giorno ho pensato che comunque sarei  sempre stato  a credito con la fortuna” …

Proprio nell’esercito scopre una predisposizione fino ad allora sconosciuta: quella per la bicicletta.

Lui una bicicletta non l’aveva mai avuta e impara a starci sopra proprio durante la sua permanenza in Mozambico.

Vengono organizzate delle gare fra i commilitoni e Joaquim primeggia regolarmente.

E’ sgraziato in bici, e fa una fatica incredibile a rimanere in equilibrio e a guidarla (cosa che lo contraddistinguerà per tutta la carriera) ma ha una potenza incredibile e in pianura e in salita è superiore a tutti di una spanna.

Quando, dopo quasi tre anni regalati alla Patria e a quella stupida guerra, ritorna in Portogallo, è più che mai convinto che dalla vita vuole qualcosa di più che dei campi da arare o delle mucche da mungere.

Si butta anima e corpo nel ciclismo.

Ma le ristrettezze economiche sono sempre le stesse di quando era partito per il fronte.

Soldi non ce ne sono e alla sua primissima gara corsa dalle sue parti riuscirà ad iscriversi all’ultimo momento … correndo su una bicicletta da donna prestatale da una  amica della sorella !

Agostinho vince quella gara praticamente “doppiando” tutti gli altri partecipanti.

Ben presto questo strapotere nelle corse locali desta l’attenzione degli “addetti ai lavori”.

Tra questi c’è Joao Roque, ex-cicilista portoghese capace in passato di vincere anche il Giro del Portogallo e che lo mette sotto contratto nel suo team, lo “Sporting Clube de Portugal”.

L’impatto di Agostinho è impressionante: vince il campionato portoghese in linea e arriva secondo al Giro del Portogallo.

I suoi risultati convincono Roque a portare Joaquim anche fuori dai confini ed è proprio durante il Giro della provincia di San Paolo in Brasile che Joaquim viene contatto dal patron della squadra professionistica francese Frimatic, il famoso Jean de Gribaldy.

Firma sul posto il suo primo contratto professionistico.

Solo un anno prima era in Mozambico a fare il soldato.

I suoi risultati sono subito eccellenti.

Ha delle lacune importanti dovute in gran parte alla sua tardiva entrata nel mondo professionistico.

E’ terrorizzato di stare nella pancia del gruppo, ha difficoltà a condurre la bici nelle curve e nelle discese e il suo stile potente ma goffo gli fanno prendere il soprannome di “Hulk” fra i colleghi ciclisti.

Però va forte, va molto forte.

Ha un fisico compatto e molto muscoloso.

A vederlo ha tutte le caratteristiche dello sprinter … solo che è tutto meno che veloce, mentre sul “passo” e in salita è un’autentica forza della natura.

In una squadra professionistica francese è in Francia, in Belgio e in Olanda che bisogna correre e per Agostinho allontanarsi dal Portogallo, dove ormai non ha più rivali, è una scelta difficile.

Sarà il grande Rapheal Geminiani che gli darà la scossa decisiva. “Vuoi essere un grande campione in Portogallo o vuoi essere un grande campione a livello Mondiale ? La scelta è tua figliolo”

A questo punto la carriera di Agostinho decolla.

Nel 1969 partecipa al suo primo Tour de France, la corsa più importante del calendario internazionale.

I risultati che ottiene sorprendono anche i suoi più convinti estimatori.

Agostinho vince due tappe e si classifica all’8° posto nella classifica generale.

Uno degli esordi più straordinari nella storia della “Grande Boucle”.

Il Tour rimarrà sempre la “sua” corsa, quella per la quale Agostinho si prepara meticolosamente e dove mette tutto se stesso. Nel resto della stagione corre il meno possibile e spesso non con la determinazione che un professionista del suo livello e valore dovrebbe avere.

Ma lui è fatto così.

Correrà per ben 13 volte il Tour riuscendo in due occasioni, nel 1978 e nel 1979 a salire sul podio.

Proprio nel 1979 arriverà il trionfo più importante, acclamato e prestigioso della sua carriera.

E’ il 15 luglio..

Il Tour arriva sulla già mitica vetta dell’Alpe d’Huez, inserita nel percorso per la prima volta nel 1952 ma che dal 1976 farà “tappa fissa” per i ciclisti della Grande Boucle.

Prima di arrivare lassù due gustosi “antipastini” come il Col de la Medeleine e il Galibier.

AI piedi della salita conclusiva c’è un gruppetto di comprimari in fuga fin dalle prime battute.

Sembra che possano essere proprio Laurent, Wellens, Nillson e Alban a contendersi la vittoria finale.

Ma fin dalla prime rampe della mitica ascesa “dei 21 tornanti” Agostinho attacca. Sa che se vuole la vittoria di tappa deve muoversi subito.

Il francese Bernard Hinault e Joop Zoetemelk, il forte scalatore olandese che duellano per la vittoria finale, decidono di non rispondere immediatamente agli attacchi di Agostinho.

Lo fa però Bernardeau, il luogotenente di Hinault, che si accoda a Joaquim.

Agostinho però non ne vuole sapere di trascinarsi dietro il francese braccio destro di Hinault.

Continua a salire di potenza finché la resistenza di Bernardeau è vinta.

Quando mancano ancora diversi chilometri di salita Agostinho raggiunge i quattro fuggitivi di giornata e li supera con estrema facilità.

Arriverà solo al traguardo dell’Alpe d’Huez, con oltre tre minuti di vantaggio su Hinault, Zoetemelk, Kuiper e gli altri uomini di classifica.

A Joaquim Agostinho è intitolato il 17mo tornante dell’Alpe d’Huez.

In carriera sfiorerà una vittoria in una grande corsa a tappe.

Accadrà al Giro di Spagna del 1974 dove chiuderà la corsa al secondo posto, a soli 11 secondi dal vincitore, il fenomenale scalatore spagnolo Josè Manuel Fuente, “El Tarangu” per tutti.

Agostinho non accetterà mai questo verdetto.

Dopo una combattutissima Vuelta che vede come protagonisti lo stesso Fuente, Agostinho e l’altro grande campione spagnolo Luis Ocana, si arriva all’ultima tappa, una cronometro individuale di 35 km che si corre a San Sebastian, nei Paesi Baschi.

Agostinho ha nei confronti di Fuente un ritardo di 2 minuti e 35 secondi.

Sembrano un abisso incolmabile ma Agostinho a cronometro è un autentico fenomeno mentre per Fuente è il suo tallone d’Achille.

Agostinho corre la crono della vita stracciando tutti gli avversari.

L’unico che in qualche modo riesce ad avvicinarsi è Ocana, secondo a poco più di un minuto.

Inizialmente ad Agostinho viene comunicata la vittoria finale, avendo recuperato per intero lo svantaggio che aveva in partenza … salvo poi ritrattare il tutto pochi minuti dopo e festeggiare Fuente come vincitore della Vuelta con soli 11 secondi di vantaggio … addirittura un secondo in meno di quelli che saranno necessari a Eddy Merckx per sconfiggere Giovan Battista Baronchelli al Giro d’Italia che si correrà il mese successivo !

Si arriva così al 1984 che Agostinho aveva già indicato come il suo ultimo anno da professionista, nonostante ci fossero per lui ancora richieste di squadre importanti.

Correre il suo 14mo Tour de France e poi chiudere la carriera dedicandosi a scoprire nuovi talenti.

Non sarà così purtroppo.

Per colpa di un cane randagio si, ma anche e soprattutto per colpa di una gestione vergognosa e inconcepibile di quanto accaduto il 30 di aprile in quella corsa alla Volta a Algarve.

Infine, una delle frasi più belle di Agostinho, nella quale racchiude il suo amore per la bici e il suo personale concetto di fatica e sacrificio.

“Quando penso agli anni di guerra in Mozambico mi viene da ridere quando mi dicono che è una fatica sovrumana scalare il Mont Ventoux”.

 

Questo pezzo è tratto da:

http://www.urbone.eu/obchod/ruote-maledette-storie-tragiche-sul-ciclismo

STAN COLLYMORE: Storia di un talento fragile.

di REMO GANDOLFI

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“Era il 20 gennaio del 1999.

Ricordo quel giorno benissimo.

Perché quel giorno fu l’inizio della fine.

Ero nella vasca da bagno della casa che avevo appena comprato a Birmingham.

Una vasca da bagno rosa. Non è colpa mia, lo giuro !

C’era già quando acquistai la casa e non avevo ancora avuto il tempo di cambiarla.

Ero completamente a pezzi, svuotato, privo di energie.

Me ne stavo lì dentro, immobile continuando a far scendere acqua calda.

Non sarei più voluto uscire da lì.

Era già un po’ di tempo che appena finiti gli allenamenti me ne tornavo a casa.

Niente golf o visite al pub con i compagni di squadra.

Arrivavo a casa, accendevo la tv e poi dormivo o sonnecchiavo sul divano anche fino alla mattina successiva.

Fino a quando mi alzavo, controvoglia, per andare all’allenamento.

Chiamai il fisioterapista della squadra.

Mi consigliò di farmi vedere da un medico.

Ci andai e l’unica cosa che mi disse fu “Figliolo, sabato fai due gol contro il Fulham e tutto il tuo disagio passerà”.

Fu tutto quello che seppe dirmi.

Mentre io ero all’inizio di uno stato depressivo che mi condizionerà per tutto il resto della mia carriera … e forse per il resto della mia vita”.

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Stan Collymore nasce nel gennaio del 1971. Il padre è originario delle Barbados la mamma è inglese.

A 18 anni è nel settore giovanile del Wolverhampton.

Sembra pronto a spiccare il volo ma i “Wolvers” decidono di non offrirgli un contratto professionistico.

L’unica alternativa per Stan è lo Stafford Rangers.

Un team di Conference, una lega semi-professionistica inglese.

Qui però Stan inizia a far vedere a tutti il suo valore.

Segna tanti gol, ma soprattutto segna gol “belli”. E difficili.

Sarà la sua peculiarità negli anni a venire.

Per lui c’è una pletora di squadre pronte ad offrirgli un contratto professionistico.

La spunta il Crystal Palace, team di Premier dove Stan fa tutto il suo apprendistato.

Le chance però sono scarse. La coppia d’attacco è formata da Mark Bright e da Ian Wright, due eccellenti attaccanti con una intesa quasi telepatica.

Collymore viene mandato in prestito al Southen United nel novembre del 1992.

Il Southend è nella serie cadetta ma con un piede e mezzo nella Terza divisione inglese, allora chiamata “Second Division”.

18 reti in 31 partite di Collymore trasformano la squadra che raggiunge una spettacolare quanto sorprendente salvezza.

AL termine di quella stagione arriva un’offerta del Nottingham Forest.

Due milioni di sterline per fare di Collymore l’uomo con il difficile compito di riportare il Forest in Premier dopo la retrocessione della stagione appena conclusa, l’ultima con Brian Clough sulla panchina dei “rossi” due volte Campioni d’Europa.

E’ la grande scommessa di Frank Clark, il nuovo manager del Nottingham.

Stan Collymore non delude le attese.

Segna 19 reti in campionato e il Nottingham Forest ritorno immediatamente in Premier.

Fino a quel momento Collymore ha dimostrato che nella serie cadetta è un’autentica iradiddio. E’ potente, tira con entrambi i piedi e nonostante i suoi 188 centimetri è agile e molto bravo con la palla fra i piedi.

Ora resta da vedere come queste sue qualità impatteranno nella massima serie inglese, che sta rapidamente diventando uno dei campionati più ricchi e competitivi del pianeta.

La risposta è che Stan Collymore segnerà ancora più reti (22) contribuendo in maniera decisiva a portare il Nottingham ad un terzo posto finale che sa di miracolo e che vale il ritorno in Europa per i “rossi” della foresta di Sherwood.

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“Stan the man” è l’uomo più desiderato dai grandi club inglesi e anche in Europa ci sono diversi grandi club interessati al suo cartellino.

A metà di quella stagione sembra che il suo passaggio al Manchester United sia cosa fatta. Alex Ferguson è un grande ammiratore di Collymore e con Mark Hughes ormai al crepuscolo di una brillante carriera occorre rinforzare l’attacco.

A fine campionato però sarà il Liverpool a vincere l’asta.

Per farlo i Reds di Anfield dovranno sborsare la cifra di 8.5 milioni di sterline, record assoluto per un trasferimento nel Regno Unito.

Al Liverpool nella stagione appena conclusa è esploso un giovane ragazzo locale, Robbie Fowler. Con un Ian Rush ormai al capolinea, Stan Collymore potrebbe essere il partner ideale per riportare i Reds sul tetto d’Inghilterra.

L’inizio della stagione vede il Liverpool protagonista salvo poi cedere il passo a Newcastle e Manchester United che si contenderanno il titolo fino alle ultimissime giornate.

Per i Reds arriva un terzo posto di prestigio e la coppia Fowler-Collymore sarà la più letale di tutta la Premier (42 reti).

Anche la stagione successiva sarà di buon livello. Un quarto posto finale e una discreta stagione da un punto di vista realizzativo.

Per Collymore però iniziano i primi problemi.

La relazione con Roy Evans, il manager dei Reds, non è delle migliori.

Collymore non è esattamente uno che ama allenarsi duramente.

Sa di avere talento, tanto talento.

Ed è sempre più convinto che questo sia più che sufficiente per ottenere quello che vuole.

Ama sempre di più la vita notturna e con questa gli eccessi.

Inizia a perdersi. E arrivano i primi segnali di qualcosa difficile da capire e interpretare.

Al Liverpool se ne accorgono e paiono disposti a dargli aiuto.

Ma nella primavera di quella stagione, persi tutti gli obiettivi, compresa una semifinale di Champions League contro il Paris Saint Germain, il Liverpool decide che può prescindere da Collymore.

Bravo per carità, ma sempre più difficile da gestire, in campo e fuori.

E poi dalla giovanili sta emergendo un ragazzino con un talento fuori dal comune.

Si chiama Michael Owen.

Non servirà spendere milioni di sterline per rimpiazzare Collymore.

Il suo successore viene da Melwood, che non è ne in Francia, ne in Italia ne in Sud America.

E’ dove il settore giovanile del Liverpool gioca e si allena.

A questo punto arriva il trasferimento dai Reds all’Aston Villa.

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Stan Collymore è un uomo felice.

L’Aston Villa è la sua squadra del cuore, quella che è stata di Gary Shaw e Peter Withe, i suoi idoli incontrastati dell’infanzia.

I “Villans” investono sette milioni di sterline per lui.

L’obiettivo del manager Brian Little e quello della società è di tornare ai vertici del calcio inglese.

Le cose non vanno per niente come sperato.

La squadra fa una gran fatica ad esprimersi a livelli accettabili nonostante la presenza in squadra di giocatore del valore di Gareth Southgate, Steve Staunton, Savo Milosevic, Dwight Yorke e di un giovanissimo Gareth Barry.

Collymore è la grande delusione.  Segna con il contagocce e alcune delle sue prestazioni sono addirittura abuliche. Sembra un corpo estraneo alla squadra.

A febbraio, con la squadra pericolosamente vicina alla zona retrocessione, Little rassegna le dimissioni e al suo posto arriva John Gregory.

Un classico sergente di ferro.

Collymore sembra risvegliarsi dalla sua apatia.

Nel primo match con il nuovo manager sulla panchina dei Villans Stan Collymore segna una doppietta nel vittorioso match interno contro il Liverpool.

Sembra l’inizio di un nuovo, felice periodo nella vita di Collymore.

Ha solo 27 anni, l’età della piena maturazione psico-fisica.

Non segnerà più un solo gol in campionato fino al termine della stagione.

Si guasta anche il rapporto con John Gregory.

E’ un manager vecchia scuola, un duro, e dei problemi personali di Stan il cui stato depressivo è ormai conclamato non gliene può interessare di meno.

Nel novembre del 1998, dopo l’eliminazione in Coppa UEFA contro il Celta di Vigo, Gregory porta al Villa Park un nuovo centravanti: è Dion Dublin, reduce da una strepitosa stagione con il Coventry chiusa come capocannoniere del campionato insieme a Chris Sutton e Michael Owen.

Collymore a questo punto diventa una riserva e le sue apparizioni in prima squadra sempre più limitate.

E a questo punto sprofonda sempre di più nel suo buco nero.

“Ero un disastro totale. Non riuscivo ad alzarmi dal letto. Non riuscivo a programmare le mie giornate. Fare una doccia o vestirmi erano imprese autentiche. Sapevo che non potevo andare avanti così” ricorda lo stesso Collymore di quel periodo.

Viene ricoverato per diverse settimane in una clinica specializzata in malattie mentali, il Priory Hospital a Roehampton.

Quando rientra l’Aston Villa lo cede al Fulham in prestito ma Stan è ormai l’ombra del giocatore per il quale solo poche stagioni prima si era scatenata un’asta a suon di milioni di sterline.

L’Aston Villa lo lascia libero.

A farsi avanti è il Leicester di Martin O’Neill.

Collymore sembra finalmente rinato.

Nel Leicester viene schierato nel ruolo che ama di più: quello di seconda punta a fianco di un “target man” come Emile Heskey e con la possibilità di muoversi su tutto il fronte d’attacco.

L’impatto è strepitoso.

https://youtu.be/zofTxLijiHs

La vittoria contro il Sunderland per 5 reti a 2 sarà descritta da Martin O’Neill come “la partita perfetta”.

Stan segna una tripletta.

Sembra rinato.

… per l’ennesima volta !

Ma è la solita effimera illusione.

Stavolta non solo per colpa sua.

Martin O’Neill a fine stagione lascerà il Leicester per approdare al Celtic di Glasgow dove scriverà alcune pagine memorabili nella storia di questo glorioso club.

Stan rifarà le valigie, approdando tra le altre destinazioni anche al Real Oviedo in Spagna.

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Ci saranno quasi 2 mila tifosi ad accoglierlo al suo arrivo nelle Asturie.

Cinque settimane e tre sole partite dopo Stan Collymore, a 30 anni, deciderà di lasciare definitivamente il calcio.

 

ANEDDOTTI E CURIOSITA’

 

Uno dei pochi allenatori che sia riuscito ad ottenere continuità da Collymore è stato il vulcanico Barry Fry, suo manager al Southend.

“Un giorno dissi che Stan avrebbe giocato in Nazionale. La partita dopo se ne andava in giro per il campo con lo stesso entusiasmo con il quale di solito andiamo dal dentista !” ricorda Fry.

“Però vi garantisco che gli ho visto fare cose che non ho mai visto fare a nessun altro” garantisce lo stesso Fry.

 

Al Nottingham Forest è dove Stan Collymore ha giocato gli anni migliori della sua carriera. Ma anche qui è sempre stato al centro di parecchie controversie.

Il suo atteggiamento egocentrico e sempre un tantino arrogante dopo pochi mesi lo aveva già alienato dalle simpatie di quasi tutti i suoi compagni.

Furono in molti, specie durante la sua ultima stagione al Forest, a notare che dopo un gol segnato da Collymore era difficile vedere più di un compagno o due andarlo a festeggiare.

 

Molto bello un cartello esposto davanti alla St. Saviour ‘s Church di Nottingham dopo la cessione di Collymore da parte del Forest al Liverpool.

“Collymore vi ha abbandonato ma ricordate che Dio non lo farà mai”.

 

Robbie Fowler è invece il primo a riconoscere le grandi doti di Collymore. “In assoluto il mio partner ideale. Eravamo perfettamente complementari. A me piaceva rimanere nei pressi dell’area di rigore mentre Stan amava muoversi su tutti il fronte d’attacco. Nelle due stagioni insieme segnammo quasi 90 gol e credo che questo dica molto più di tante parole” ricorda il grande attaccante dei Reds.

 

Una delle partite più belle giocate da Collymore al Liverpool fu sicuramente quella del famoso 4 a 3 sul Newcastle di Kevin Keegan che diede una spallata importante alle ambizioni di titolo dei Magpies.

In quel match Collymore fu semplicemente inavvicinabile … e la dimostrazione più lampante di un potenziale enorme gettato alle ortiche.

https://youtu.be/WuREx61zlto

 

Lo stesso John Gregory, il manager di Collymore per quasi tutto il suo periodo all’Aston Villa e con il quale ebbe continui screzi è il primo a riconoscere che “Collymore è uno dei più forti attaccanti espressi dal calcio inglese negli ultimi 40 anni. Aveva tutto per giocare a calcio ai più alti livelli. Potenzialmente un altro Thierry Henry”.

 

Fuori dal campo le “imprese” di Collymore sono state sempre più eclatanti di quelle nel rettangolo di gioco.

Durante una vacanza con il Leicester a La Manga, in Spagna, Collymore decise di divertirsi utilizzando un estintore con il quale mise a soqquadro l’intero locale … finendo un’altra volta sulle prime pagine dei tabloid britannici !

… era arrivato al Leicester da una settimana.

 

Una delle tante “fiamme” di Stan Collymore è stata la modella e star della tv Ulrika Jonsson. La loro “liason” terminò in un locale a Parigi dove Stan Collymore stese con un pugno la fidanzata.

 

Nel 2004 Stan Collymore finirà sulle pagine dei tabloid inglesi per la sua partecipazione ad un “dogging” a Cannock Chase. I “dogging” sono in pratica orge in posti pubblici dove ci si dà appuntamento … chi per partecipare attivamente chi semplicemente per assistere (come nel caso di Collymore). Questo ennesimo scandalo farà perdere a Collymore l’impiego presso la Bbc come commentatore sportivo.

 

Durante un’intervista su un quotidiano inglese insieme all’ex-gemello Robbie Fowler ai due viene stato chiesto se ci fosse stato un posto per loro nell’attuale attacco del Liverpool di Jurgen Klopp.

Fowler: ” non avrei una sola chance al mondo”

Collymore: ”beh, lo Stan Collymore dei primi anni di carriera sarebbe un titolare indiscutibile !”

 

Nella sua autobiografia “Stan: Tackling with my demons” Collymore ammette che in passato gli fu diagnosticato un “disturbo borderline della personalità”.

 

… si era capito vero ?

ENRICO BOVONE: Sulle soglie della notte

di SIMONE GALEOTTI

BOVONE 2

Siena era cambiata da quel giorno del 1973 quando già da campione affermato si era infilato la canotta verde della Mens Sana con il numero 12. Se l’aspettava. Tutto era cambiato. Il mondo intero. Perfino lui. Certo, era invecchiato abbastanza bene, si era tenuto in forma con un minimo di attività fisica, solo in viso mostrava più anni di quanti in realtà ne avesse veramente. Colpa di una piega infelice che gli distorceva la bocca. L’aveva continuamente nascosta sotto quella barba da rivoluzionario errante, così alto, così magro, eppure, andando avanti, si cominciava a notare fin troppo bene.

 

 

 

Era depresso Enrico, piegato da una malinconia strana che gli impediva di valutare obiettivamente la piega degli eventi e pensare alle conseguenze di un gesto che lo mise di fronte a un nugolo di spettri, abili nel girare feroci intorno a lui, e lui nel vederli avrebbe voluto mostrare ai giovani che il tempo lavora troppo duro i fianchi degli uomini, laggiù, solo, dentro la sua Fiat 600 solcata da deboli rivoli di pioggia, parcheggiata alle pendici di un bosco, dentro i rumori smorzati di animali lontani, fra lo stormire delle foglie e il cigolio dei rami scossi da un vento maleducato di primavera. Un bosco fatto apposta per pregare, puntellato di antichi conventi, laddove si poteva percepire l’eco di esortazioni al bisbiglio di Laudes sillabate. Sul sedile del passeggero c’era un foglio di quaderno su cui Enrico aveva scritto le sue ultime volontà, e, accanto al foglio, sopra un plaid ripiegato in quattro, una Beretta calibro 3.75.

 

Enrico Bovone ormai viveva a Siena, alla periferia sud della città, di questa città spesso diffidente e refrattaria ma evidentemente, quella luna che affoga ogni sera dietro il profilo gotico del Duomo lo aveva rapito al punto tale da restarci per sempre.

 

Enrico Bovone è il ritratto di un giocatore fuori dalle righe, non fosse altro perché mandava a quel paese un bel po’ di luoghi comuni sui campioni – o presunti tali – dello sport. Uno di quei tipi che tutti frequentano per anni ma che in realtà nessuno conosce veramente a fondo. E pare strano a dirsi per un uomo di due metri e dieci, tuttavia l’impressione era quella di trovarsi davanti a una sorta di gigante invisibile, nonostante sia stato protagonista nel basket italiano per oltre quindici anni. La sua è una storia senza lieto fine partita da Novi Ligure, in Piemonte, dove nacque nel 1946. Un ragazzo e un atleta problematico, di difficile collocazione. Difficile piazzarlo, quel lungagnone strampalato, che sorrideva di rado, affatto portato ai teatrini, ai proclami, chiuso in quella bolla d’aria perennemente annoiata.

 

Eppure, Enrico Bovone ha marcato un’epoca. Non fosse altro per il fatto di essere stato il primo pivot moderno del nostro basket che Aldo Giordani definì il “Gigantissimo”. Bovone un tranquillo studente quattordicenne che tale Nico Messina, insegnante di educazione fisica, scoprì indirizzandolo al basket, destinazione Tortona, in cui restò al centro di una singolare sfida automobilistica tra i dirigenti di Simmenthal Milano e Ignis Varese, accorsi per accaparrarsi la giovane promessa. Le narrazioni riferiscono che Cesare Rubini rimase bloccato in un ingorgo autostradale e così Bovone finì a Varese dove vinse una Coppa delle Coppe nel 1967.

 

Bovone pareva l’uomo destinato a diventare il giocatore faro anche della nazionale, il leader, l’uomo simbolo di un movimento sportivo ormai esploso al pari dei Beatles e dei Rolling Stones. Invece Bovone si limitò al compitino senza mai assurgere a quel fenomeno che molti auspicavano, nonostante dal punto di vista tecnico migliorò notevolmente con il passare delle stagioni, costruendosi, tra l’altro, un gancio sotto canestro di singolare bellezza.

 

Dopo Varese, il passaggio a Milano, sponda All’Onestà, poi Udine dove nella stagione 1971-72 risulterà il miglior marcatore e rimbalzista del campionato. E nel 1973 l’approdo a Siena nella “Sapori” Mens Sana guidata in panchina dal totem Ezio Cardaioli, per formare con l’americano Carl Johnson una coppia di lunghi fenomenale. Una volta chiusa la carriera da giocatore, nel 1979, vestirà per qualche mese il ruolo di direttore sportivo della società senese, quanto bastò per rendersi conto che di pallacanestro ne aveva ormai abbastanza.

 

Il fatto è, che a lui, per sua stessa ammissione, di fare sfracelli non importava un bel niente. Anzi, a dirla tutta, senza quei duecentodieci centimetri che si portava appresso, Enrico Bovone non avrebbe mai messo piede in un palazzetto, né da giocatore, né tantomeno da spettatore.

 

Dinoccolato, introverso, vagamente assente, dava l’idea di trovarsi in mezzo a un campo di basket più per caso che per volontà. Era accaduto, non voluto, un po’ come quei figli concepiti senza desiderio di procreare. Che segnasse un canestro o che gli venisse fischiato un fallo, contro o a favore, mostrava la solita faccia languorosa e impenetrabile. Oppure, quando durante i time out se ne stava impalato ad ascoltare l’allenatore, le mani sui fianchi, una gamba leggermente piegata, con l’espressione di chi è terribilmente stufo e avrebbe voluto essere da tutt’altra parte.

 

Dove? a fare un lungo giro da solo in macchina, mentre fuori piove. Proprio così, visibilmente seccato, rispose a una domanda di un giornalista su cosa gli piacesse fare una volta uscito dal campo.

 

Si sposerà e resterà a Siena, dove aprirà un’edicola in un paesino del circondario, dopodiché poco a poco l’oblio, il divorzio, le liti, l’allontanamento alla sua maniera, silente, senza farsi notare dagli amici, dal canto della Verbena, dal palazzetto.

 

Qualcuno ricorda di averlo visto negli ultimi giorni rispondere al saluto dei conoscenti con aria distratta, la mente già rivolta all’ultimo atto di un’esistenza recalcitrante.

 

La mattina di martedì 2 maggio 2001 un automobilista di passaggio notò un auto con lo sportello aperto e a terra un uomo sdraiato su un telo al limitare del bosco. Enrico Bovone si era suicidato sparandosi un colpo alla testa, nei pressi di un monastero dove le candele friggono la cera della devozione ma dove, fuori, negli anfratti di querce secolari, spregiudicati spiriti isterici ti fanno rimpiangere di essere ancora vivo, di rincorrere Bacco e Venere, invitandoti a sottrarti al presente e al futuro.

BOVONE

 

 

PAULO CESAR LIMA “CAJU”: Talento e ribellione.

di REMO GANDOLFI

CAJURIVELINO

Quando ho iniziato la mia battaglia contro la discriminazione razziale che da sempre subisce la gente di colore qui in Brasile tutti hanno iniziato a guardarmi come si guarda un matto.

“Ma chi te lo fa fare ? Sei uno dei calciatori più forti del Brasile intero, hai appartamenti in proprietà e tanti soldi sul conto corrente … lascia combattere questa guerra a chi ha davvero bisogno di farlo”.

Questo, più o meno, e quello che mi dicevano tutti quanti.

Compresi i miei compagni di squadra e quelli della Nazionale brasiliana.

Ma proprio qui sta il punto.

Proprio perché sono “CAJU”, perché gioco nel Brasile e perché sono conosciuto in tutto il Paese che ho nolte più possibilità di essere ascoltato di un povero padre di famiglia disoccupato e magari con 4 o 5 figli da mantenere.

Questa è la mia battaglia.

La stessa che qualche anno fa hanno combattuto Martin Luther King, Malcolm X e i ragazzi delle “Black Panthers” negli Stati Uniti d’America.

La stessa battaglia che sta combattendo con le sue canzoni il mio amico Bob Marley.

Quando poco tempo fa raccontai ad una testata giornalistica che Bob sarebbe venuto qua in Brasile a portare il suo personale contributo nella lotta di rivendicazione di tutti quei diritti di cui vengono quotidianamente privati i neri del Brasile ho ricevuto in cambio un sorrisino di compatimento.

Del tipo “Seee … Bob Marley … uno dei più famosi musicisti del pianeta che viene in Brasile per sostenere la lotta di quell’esaltato di Paulo Cesar Lima …”

Peccato invece che esattamente fra due giorni Bob Marley ed un paio dei suoi amici Wailers arriveranno qua a Rio per una serie di incontri, scuole comprese, dove parleremo alla gente di colore e ai ragazzi di questo Paese di quello che occorre fare, e al più presto, qui in Brasile.

Bob mi ha chiesto solo una cosa in cambio: di organizzare una partita di calcio dove poter giocare fianco a fianco.

Ama il calcio visceralmente e mi hanno detto che non è neanche malaccio !

La partita si farà e sarà un piacere enorme giocare insieme ad un uomo che ha fatto della lotta per la sua gente una ragione di vita.

CAJUMARLEY

 

Questa partita verrà effettivamente giocata e il team di “Caju” e del compianto Bob Marley vincerà per tre reti ad una e il terzo gol lo segnerà proprio il grande artista giamaicano … ovviamente su assist “al bacio” di Paulo Cesar Lima !

Paulo Cesar Lima, per tutti in Brasile “Caju”, nasce a Rio de Janeiro nella favela di Cachoeira nel quartiere di Botafogo nel giugno del 1949.

La sua infanzia non si discosta da quelle di quasi tutti i più grandi calciatori brasiliani.

Estrema povertà di una famiglia che comprende la madre Esmeralda che mantiene la figlia Celia Maria e il piccolo Paulo Cesar andando a servizio presso qualche famiglia.. Paulo Cesar è infatti orfano di padre, morto un mese dopo la sua nascita.

Paulo da bambino è già una piccola star nel quartiere. Lo chiamano addirittura “Pelezinho”.

Ma prima che lo stesso Botafogo o un’altra delle tante squadre di Rio de Janeiro riescano a inserire nel proprio settore giovanile il piccolo Caju, accade qualcosa che cambierà radicalmente e per sempre la sua vita.

Il suo migliore amico si chiama Fred.

Sono coetanei, amano giocare a calcio e sono entrambi molto bravi.

Il padre di Fred fa l’allenatore dopo essere stato un calciatore professionista di buon livello con Botafogo e Flamengo ora fa l’allenatore.

Si chiama Marinho Rodrigues de Oliveira.

Allena il Botafogo, con il quale ha appena vinto due campionati “Carioca” (della provincia di Rio de Janeiro) ed è una delle poche famiglie benestanti del quartiere, con una casa di proprietà e cibo in tavola tutti i giorni.

Fred e Caju sono inseparabili e il padre di Fred offre alla madre di Paulo Cesar la possibilità di prendersi lui cura del piccolo Caju portandolo nella sua casa e di fatto a vivere con la moglie e il figlio Fred.

La madre non si oppone capendo perfettamente che quella per il figlio è l’unica possibilità di una vita migliore.

Neppure il tempo di sistemarsi nella sua nuova casa che a Marinho viene offerto il posto sulla panchina della nazionale dell’Honduras.

La famiglia Rodrigues prepara armi e bagagli e parte per la nuova opportunità lavorativa del capo famiglia.

Caju compreso ovviamente.

La nazionale Honduregna è all’epoca decisamente poca cosa.

Talmente scarsa che durante un’intervista radiofonica, in tono assolutamente ironico, Marinho dichiara che “i più forti calciatori negli allenamenti della Nazionale sono i miei due figli !” … all’epoca tredicenni !!!

Come spesso capita una semplice battuta si trasforma in qualcos’altro.

L’impatto mediatico di quella dichiarazione è devastante e dopo nemmeno due anni in Honduras Marinho viene gentilmente invitato ad andarsene.

Passano un paio di anni trascorsi in Brasile come allenatore del Cruzeiro per Marinho Rodrigues arriva la chiamata del Junior de Barranquilla, squadra colombiana.

Ovviamente si riparte con tutta la famiglia solo che … stavolta Caju e Fred a 16 anni diventeranno realmente la star del team.

Nel 1966 il Junior de Barranquilla un torneo giovanile e sono proprio i due ragazzini gli autentici protagonisti della vittoria.

Fred confeziona assist “a nastro” e Caju diventa la bocca da fuoco princiapale del team nonostante giochi già in quello che diventerà il suo ruolo per praticamente tutta la sua carriera, quello di ala sinistra.

Nel 1967 la famiglia fa ritorno in Brasile e nella bagarre che si scatena per il cartellino di Paulo Cesar Lima a spuntarla è … il cuore.

Caju firma per il Botafogo.

Ma il diciottenne ragazzo cresciuto nelle favelas della zona non immagina di certo di entrare a far parte di un periodo magico nella storia della “estrela solitaria” uno dei soprannomi del Club derivante dallo storico logo con una stella bianca su sfondo nero.

Tra il 1967 e il 1972 arrivano 6 titoli tra cui il campionato nazionale brasiliano (ai tempi denominato Taça Brasil).

Le sue prestazioni sono di un livello tale che Paulo Cesar Lima finirà nell’elenco dei 22 giocatori con cui il Brasile andrà ai Mondiali di Messico 1970 a conquistare il suo terzo titolo, incantando il mondo con fenomeni come Rivelino, Gerson, Tostao, Jairzinho, Carlos Alberto e ovviamente Pelé.

Paulo Cesar, a soli 21 anni appena compiuti, sarà in pratica il 12mo uomo di quella fantastica formazione, giocando in tutti i primi 4 incontri, due da titolare e due entrando nella ripresa dimostrandosi in ogni occasione all’altezza dei suoi più affermati e navigati compagni di squadra grazie al suo dribbling ubriacante e al suo spunto in velocità.

Nel 1972 lascerà il Botafogo per trasferirsi al Flamengo dove continuerà a fare incetta di trofei.

Dopo il Mondiale di Germania del 1974 in cui Caju sarà una lontana controfigura del giocatore ammirato quattro anni prima in Messico, arriverà per lui una importante offerta dai francesi dell’Olympique Marsiglia dove insieme al connazionale Jairzinho e al fortissimo difensore Marius Tresor formeranno un team di tutto rispetto capace di lottare per il titolo fino all’ultimo contro il fortissimo St. Etienne di Bathenay, di Piazza e del talentuoso Dominique Rocheteau conquistando però la Coppa di Francia.

Al rientro in Brasile dopo l’esperienza francese ad attenderlo c’è il Fluminense dove Paulo Cesar contribuisce a portare alla vittoria il “Flu” nei due successivi campionati “Carioca”.

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Proprio in quel periodo inizia l’impegno politico di Paulo Cesar che si estenderà non solo al potere politico costituito ma anche in ambito sportivo.

Sarà proprio lui alla vigilia dei mondiali di Argentina del 1978 a fare da portavoce nella lunga “querelle” sui premi da riconoscere ai calciatori brasiliani per gli imminenti mondiali.

… con il risultato che Paulo Cesar Lima sarà estromesso dalla lista dei convocati per quel Mondiale, dovendo così rinunciare al suo terzo mondiale consecutivo.

Terminerà la sua carriera calcistica nel 1983 nelle file del Gremio.

E sarà proprio in quel periodo che per il talentuoso esterno inizierà la battaglia più lunga, difficile e disperata della sua esistenza: quella contro la dipendenza dalla cocaina.

Dopo il primo “incontro” con questa sostanza avvenuto nel suo breve ritorno in Francia nel 1982 con il piccolo team AC AIX e il ritorno in Brasile per la sua ultima stagione con il Gremio, la dipendenza dalla cocaina diventerà immediatamente fuori controllo nel momento in cui nel 1983 lascerà il calcio.

Nel giro di pochi anni Paulo Cesar riuscirà a dilapidare tutti i suoi averi finendo praticamente in miseria.

Prima prosciugando completamente il suo cospicuo conto corrente, vendendo in seguito i suoi tre appartamenti nella zona residenziale di Rio e finendo addirittura per vendere per un pugno di cruzeiros la sua medaglia di campione del Mondo ricevuta in Messico nel 1970.

Quella con la cocaina sarà una guerra che durerà per quasi 20 anni.

Solo nei primi anni di questo secolo Paulo Cesar riuscirà a riemergere da quell’inferno.

Oggi è un signore di 70 anni, senza più uno solo dei suoi capelli “rasta” ma con gli occhi sereni di chi ha attraversato tante tempeste nella vita fino ad approdare al porto tranquillo della terza età.

La sua storia l’ha raccontata qualche anno fa in una toccante e onesta biografia, dal titolo quanto mai esaustivo: “Ritorno alla vita”.

Buona vecchiaia Caju !

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

L’esordio di Paulo Cesar nel calcio colombiano non avvenne però con lo Junior de Barranquilla del “padre” Marinho bensì con l’Union Magdalena de Santa Marta.

L’allenatore di quel team era l’iconico Gaudencio Thiago de Mello, compositore, poeta e in quel momento allenatore di calcio presso la Union.

Come gesto di amicizia verso il compatriota Marinho manda i Caju e Fred ad allenarsi con l’Union.

Gaudencio rimane così impressionato dalle qualità del non ancora sedicenne Caju che lo fa esordire in una partita di campionato.

L’impatto del ragazzino è tale che dopo sole due partite con l’Union i dirigenti dello Junior de Barranquilla reclamano immediatamente il rientro al club di Paulo Cesar … non dopo aver ripreso duramente Marinho per questa incauta decisione.

 

Nella sua strenua lotta contro i soprusi subiti dalla gente di colore nella sua terra Paulo Cesar Lima provò in diverse occasioni a convincere Pelé a schierarsi con lui e a prendere posizione.

“Avrebbe ottenuto di più una sola parola di Pelé che 100 comizi o passaggi televisivi miei o dei miei amici … O’Rey però non ha mai voluto saperne.

Rimasi molto, molto deluso da questo suo atteggiamento”.

 

Uno dei momenti peggiori della carriera di Paulo Cesar Lima accade durante la sua permanenza al Flamengo. In quella stagione il Flamengo sta giocando un campionato nazionale decisamente al di sotto delle attese e Paulo Cesar è considerato dalla torcida uno dei maggiori responsabili delle scialbe prestazioni dei “rubro-negro”. E’ il 28 ottobre del 1973. Al Maracanà un non trascendentale Gremio sconfigge il “Fla” per 2 reti ad 1. Al termine della partita esplode la rabbia dei più esagitati della torcida.

Paulo Cesar viene rincorso fuori dallo stadio e riesce a salvarsi per miracolo dalla furia dei tifosi del Flamengo che se la prendono però con la sua auto, una fiammante Mercedes che viene completamente distrutta.

Dopo poche settimane firmerà per i francesi dell’Olympique Marsiglia per la stagione successiva.

Abbiamo accennato al discorso relativo ai premi per la Nazionale brasiliana.

Pare che accadde tutto al termine della partita vinta dal Brasile contro il Perù nel luglio del 1977 che di fatto sancì la qualificazione del Brasile per i Mondiali di Argentina dell’anno seguente.

Al termine dell’incontro scende negli spogliatoi il Presidente della Federazione brasiliana, l’ammiraglio Heleno Nunes. Paulo Cesar si rivolge a lui rivendicando per lui e i compagni di squadra un premio superiore rispetto a quello stabilito.

Ignorato completamente dall’ammiraglio Nunes Paulo Cesar decide allora di affrontarlo “vis-à-vis”.

“E poi lei farebbe meglio a guidare le sue navi visto che di calcio non ne capisce nulla”.

… Superfluo aggiungere che quella con il Perù sarà l’ultima partita di Caju con la sua Nazionale …

E di pochi anni fa una dolorosa quanto sincera intervista ad una tv brasiliana dove Caju affronta il tema della sua dipendenza dalla droga.

“Non so neppure perché ho cominciato. Per praticamente tutta la mia carriera sono stato  lontano da droghe e alcol. Ho iniziato così, senza un vero motivo per pura stupidità.

E nel giro di pochi anni ho rovinato tutto quello che potevo rovinare: amicizie, affetti e tutti i risparmi di 15 anni di carriera al vertice.”

Le ultime parole di quella intervista Caju le dice guardando dritto nella telecamera e sono quasi un appello.

“Se siete padri di famiglia, se non avete mai provato la droga io vi dico solo NON FATELO MAI. Perché iniziare è facilissimo ma smettere è dura, è davvero dura”.

CAJU1

IL DESTINO DI Sir ALEX FERGUSON.

… ovvero il match che cambiò la STORIA di Sir Alex e del Manchester United …

di REMO GANDOLFI

robins gol

E’ una storia che stupirà e non poco i nostri lettori più giovani.

Questa storia racconta infatti di uno dei più grandi allenatori di tutti i tempi della storia del calcio.

Quando inizia questa storia però il “manager” in questione è già da più di tre anni alla guida di una delle squadre più prestigiose non solo del suo Paese ma di tutta l’Europa e in questi tre anni ha vinto la bellezza di … niente.

Nessun titolo in bacheca.

Nonostante acquisti importanti e costosi.

Nonostante si portasse dietro la fama di “Miglior giovane allenatore” del Paese.

Nonostante il fatto che quando scelse il suo attuale team praticamente tutti i club più importanti lo avevano strenuamente corteggiato.

In fondo pochi anni prima non solo era riuscito a vincere ben tre campionati con nel suo paese d’origine con una squadra considerata al massimo una “outsider” … ma con la stessa squadra è riuscito perfino a trionfare in una competizione europea !

Ora però le cose sono assai diverse.

Nelle ultime 8 partite disputate questo è stato lo score: 4 sconfitte 4 pareggi 0 vittorie.

La squadra sta scivolando verso le zone pericolose della classifica.

Per questo glorioso club è notte fonda.

Ma di chi stiamo parlando ?

La squadra in questione è il Manchester United e il suo manager è Alex Ferguson.

Quando Alex Ferguson arrivò nel novembre del 1986 i tifosi dei Red Devils lo festeggiarono come l’arrivo del Messia, dell’uomo cioè finalmente capace di riportare il Club ai livelli di ormai due decadi prima.

Di quel team che sotto la sapiente guida di Sir Matt Busby arrivò in una serata di maggio del 1968 sul tetto d’Europa.

Quello che sembrava l’inizio di un regno solido e duraturo fu invece l’ultimo fuoco di un team che si spense con la velocità con cui il suo giocatore più rappresentativo, George Best, iniziava la sua folle corsa autodistruttiva.

Ma da quel giorno di novembre, pensavano i tifosi dello United, tutto sarebbe cambiato.

Alex Ferguson, questo coriaceo scozzese di Glasgow, in fondo era stato capace di fare con il “piccolo” Aberdeen quello che nessuno degli allenatori che si erano succeduti a Matt Busby era mai riuscito a fare: vincere un campionato (ben tre per la precisione) o una coppa europea, esattamente la Coppa delle Coppe e battendo in finale nientemeno che il poderoso Real Madrid.

Ora però il tempo si stava esaurendo.

I tifosi del settore più caldo dell’Old Trafford, quelli dello Stretford End, già da qualche settimana avevano espresso il loro giudizio definitivo “3 Years of Excuses and It’s Still Crap.” …3 anni di scuse e facciamo sempre pena. I cori “Fergie out” sono sempre meno isolati e anche il Presidente Martin Edwards pare ormai avere perso la pazienza.

L’unico che continua a difendere a spada tratta l’operato di Ferguson è Sir Bobby Charlton, ancora assai influente nelle stanze di comando dell’Old Trafford … ma ormai sempre più isolato.

Si arriva così al 7 gennaio del 1990.

Si gioca il 3° turno di FA CUP, notoriamente il primo dove entrano in campo le squadre di First Division.

Il Manchester è al momento 15mo in campionato, pericolosamente vicino alla zona retrocessione ed è già uscito dalla Coppa di Lega per mano del Totthenam. Un perentorio 0 a 3 all’Old Trafford.

E’ evidente che la Coppa d’Inghilterra è davvero “l’ultima spiaggia” per il manager scozzese.

Il sorteggio poi è stato tutt’altro che benevolo con i Red Devils.

L’avversario è il Nottingham Forest di Brian Clough e per di più si gioca proprio al City Ground,il campo del Forest.

I ragazzi di Clough non hanno più da qualche stagione le risorse e la qualità per competere per il titolo ma si sono ormai specializzati nelle competizioni ad eliminazione.

Nella stagione precedente lo score nelle tre Coppe Nazionali che si disputavano all’epoca in Inghilterra (che ricordiamo non poteva partecipare alle Coppe Europee dopo la tragedia dell’Heysel) è stato il seguente: vincitore in Coppa di Lega, vincitore nella Simod Cup e semifinalisti in FA CUP, sconfitti dal Liverpool nella ripetizione del match della carneficina di Hillsborough.

Per tutta questa serie di motivi di sono addirittura dei bookmakers con accettano più puntate sull’esonero di Alex Ferguson.

Si fanno anzi già i nomi dei possibili successori: Terry Venables, Bobby Robson e lo stesso Brian Clough.

Il Manchester United si presenta in campo con una formazione coraggiosa.

Non ci sono ali di ruolo, ma centrocampisti di peso e di corsa come Blackmore, Phelan e Beardsmore che sostituisce il leader e capitano Bryan Robson infortunato ma anche tre attaccanti puri come Mark Hughes, Brian Mc Clair e il giovane Mark Robins.

Nelle file del Forest giocatori del valore di Stuart Pearce, Gary Crosby e di Nigel Clough centravanti e figlio di Brian.

Il Manchester United ha il pallino del gioco ma non riesce a creare particolari pericoli.

Il Forest di Clough da sempre ama raccogliersi ordinatamente nella propria metà campo per poi ripartire con le ormai famose trame palla a terra che sono una costante da sempre del gioco di Clough.

Dopo un quarto d’ora del secondo tempo la partita si sblocca.

Lo fa con uno dei gol più curiosi e fortunati che si possano ricordare.

Dalla sinistra Hughes mette un bel pallone al centro dell’area con uno dei suoi classici tocchi d’esterno.

Sul pallone si avventa il giovane Robins che è in vantaggio su Stuart “Psycho” Pearce, il fortissimo terzino del Forest. Mark Robins rallenta la sua corsa per cercare la coordinazione per la battuta di destro … quando da dietro arriva come una furia Stuart Pearce che lo spinge in avanti.

Robins, sbilanciato, colpisce così la palla di testa mettendola alle spalle di un esterrefatto Crossley, chiaramente preso in controtempo.

Che il Manchester United sia una squadra con poca autostima si vede chiaramente da quel momento fino alla fine del match.

Red Devils chiusi a riccio nella propria metà campo con le folate del Forest che portano a tu per tu con il portiere Leighton prima Crosby che gli calcia addosso e poi per due volte Jemson che in entrambe le occasioni spara fuori da posizioni invidiabili.

Insomma, con tanta fortuna pare che Alex Ferguson possa portare a casa quella vittoria che se non altro potrebbe fargli guadagnare qualche preziosa settimana.

Ma a tre minuti dalla fine, in uno degli ultimi disperati attacchi, il Forest crea l’ennesima mischia nell’area dello United. Clough Junior (Nigel) alza un pallone di testa in area, Leighton esce ma la sua respinta di pugno è solo un campanile che ricade in verticale proprio sul vertice dell’area piccola. Saltano almeno in quattro su quel pallone vagante. Più in alto di tutti va proprio Nigel Jemson a cui basta un dolce tocco di testa per mettere il pallone nella rete sguarnita.

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E’ il pareggio che vorrebbe dire la ripetizione del match.

L’arbitro sta già correndo verso il centro del campo quando si accorge che dalla parte opposta del campo c’è il guardialinee con la bandiera alzata.

I due parlottano per qualche secondo e poi l’arbitro decide che il gol non è valido.

Il Nottingham Forest uscirà dalla Coppa mentre il Manchester United questa Coppa la solleverà sulla scalinata di Wembley dopo aver battuto in finale il Crystal Palace … nella ripetizione del match dopo che nel primo incontro il pareggio di Mark Hughes arrivò a cinque minuti dalla fine dei tempi supplementari.

Fa Cup che fu il primo dei 38 trofei vinti da “Sir” Alex Ferguson nei 23 anni successivi.

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ANDREA FORTUNATO: Il sogno spezzato.

di REMO GANDOLFI

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“A fine allenamento il Mister mi ha preso da parte.

Quattro parole in tutto.

Quelle parole che chiunque faccia il calciatore professionista sogna di sentire dire dall’allenatore della Nazionale del proprio paese.

“Domani giocherai dall’inizio”.

A pronunciarle è stato Arrigo Sacchi, allenatore della Nazionale Italiana di calcio.

Avrei voluto abbracciarlo e baciarlo !

… solo che Arrigo Sacchi non è esattamente la persona più espansiva di questa terra … meglio non rischiare che cambiasse idea !

Così mi sono limitato ad un sorriso a 32 denti stampato su una faccia probabilmente da ebete e accompagnato da una di quelle frasi di circostanza, anche piuttosto stupida e banale.

“Grazie mister, farò del mio meglio” è stato tutto quello che sono riuscito a dirgli, ebbro com’ero di un’emozione immensa.

Domani, 22 settembre del 1993, contro l’Estonia qui a Tallin sarò in campo con il numero 3 in una partita di qualificazione per i Mondiali della prossima estate che si giocheranno negli Stati Uniti … ed essere tra i 22 che saliranno su quell’aereo per gli USA sarebbe un altro sogno che si realizza.

A dir la verità i segnali che Sacchi mi teneva in grande considerazione c’erano già stati tutti.

Nella partitella della mattina quando Carlo Ancelotti, il vice di Sacchi, ha distribuito le casacche e mi ha consegnato quella bianca ho strabuzzato gli occhi.

Lo stesso identico colore di quella di Baresi, di Costacurta e di Benarrivo … gli altri tre titolari del reparto difensivo !

Questo non mi garantiva nulla certo … però poteva dire solo una cosa; che Mister Sacchi in me ci credeva e che forse il mio esordio in Nazionale era molto più vicino di quello che pensavo.

Per tutti i 45 minuti della partitella sia Sacchi che Ancelotti mi hanno corretto, consigliato, ripreso e incoraggiato.

So benissimo che la maglia numero tre della Nazionale è proprietà di Paolo Maldini, forse il più forte terzino sinistro al mondo. Ma so anche che se c’è bisogno saprò farmi trovare pronto.

A cominciare da domani.

Domani sera avrò una maglia numero tre da portare a casa alla mia famiglia.

Mia madre pensava fossi matto quando lasciai la nostra bella casa a Salerno per andare fino lassù a Como !

Avevo solo tredici anni ma sapevo, sentivo, che il calcio sarebbe stato la mia vita.

Promisi ai miei genitori che comunque avrei continuato a studiare.

“Lo farò”  promisi loro Ma potete starne certi che non sarà questo diploma di ragioniere a darmi il lavoro nella vita”.

E quando li rivedrò e consegnerò loro questa maglia forse avranno definitivamente capito che avevo ragione io.”

 

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Sono passati poco meno di 8 mesi dal giorno più bello della carriera di Andrea Fortunato.

Solo che adesso sembra tutta un’altra storia.

Anzi, sembra la storia di qualcun altro.

Sono ormai parecchie settimane che il rendimento di Andrea Fortunato è clamorosamente sceso di livello.

Alla penultima di campionato nella trasferta di Piacenza, chiusa con uno scialbo 0 a 0, è stato sostituito a metà della ripresa dopo una prova, l’ennesima, davvero incolore.

Non c’è quasi più traccia di quella sua esuberanza fisica che gli permetteva di correre su e giù per la fascia sinistra decine di volte a partita, dove potevi trovarlo a chiudere una diagonale difensiva o a rubare un pallone al proprio diretto avversario con un robusto tackle e un attimo dopo vederlo spingere palla al piede sulla trequarti avversaria e a mettere in mezzo all’area invitanti cross per le teste dei suoi amici Vialli e Ravanelli.

Invece ora Andrea si limita al “compitino”, tenendo la posizione, cercando di non lasciare troppo spazio al suo diretto avversario sperando in quel “6” nelle pagelle dei giornali sportivi che invece arriva sempre più raramente … mentre invece sono sempre più frequenti le bocciature, spesso impietose.

E’ una involuzione improvvisa e inattesa che scatena perplessità nella dirigenza juventina, negli addetti ai lavori e soprattutto tanta rabbia nei tifosi della “vecchia signora” che, complici le sempre più opache prestazioni della squadra cercano, come sempre in questi casi, un capro espiatorio sul quale sfogare le propria frustrazione.

Andrea Fortunato è il bersaglio perfetto.

Il ragazzo di buona famiglia che non ha mai avuto davvero “fame”, che nel giro di due stagioni scarse è arrivato dalla serie B all’esordio in Nazionale … e che con ogni probabilità si è seduto sugli allori, lasciandosi andare alla “bella vita”, a locali notturni, a ragazze facili e magari anche a qualche vizio proibito.

Il dato di fatto inconfutabile è che Andrea Fortunato fa sempre più fatica.

Le energie sembrano esaurirsi alla velocità della luce, in allenamento come in partita e la sensazione di sentirsi “svuotato” viene manifestata più volte a staff, compagni di squadra e dirigenza.

Andrea è in realtà un ragazzo serissimo, con il grande senso etico che gli hanno tramandato in famiglia e non si dà pace per quel devastante calo di rendimento.

Poi arriva il 20 di maggio del 1994.

Il campionato è finito da poche settimane  e la Juventus, priva dei suoi tanti nazionali, è impegnata in un’amichevole a Tortona, per festeggiare la promozione della squadra locale del Derthona nel campionato di Eccellenza.

Andrea scende in campo dall’inizio.

Ma è il fantasma di se stesso.

Va in continuo affanno contro avversari che solo pochi mesi prima gli avrebbero fatto si e no il solletico.

Già. Pochi mesi prima.

Quando, dopo un brillantissimo avvio di campionato Giovanni Trapattoni, il mister juventino di solito parco di complimenti verso i suoi giocatori soprattutto davanti ai media, lo definì “il nuovo Cabrini”.

Quando non c’era un solo opinionista che non vedeva Andrea Fortunato come la riserva naturale di Paolo Maldini ai Mondiali americani che sarebbero iniziati da lì a poche settimane.

A fine primo tempo di quell’amichevole Andrea invece chiede il cambio.

“Non ho più un briciolo di forze” sono le uniche parole che riuscirà a dire nell’imbarazzo di una prova così negativa.

A quel punto però i medici della Juventus e in particolare il Dott. Riccardo Agricola, decidono di volerci vedere chiaro.

Fanno sottoporre Andrea ad una serie approfondita di esami.

Il responso è devastante.

Ad Andrea Fortunato viene diagnosticata una forma di  leucemia linfoide acuta.

Sarebbe quasi un sollievo per Andrea, così offeso ed umiliato da mesi di speculazioni tendenziose e cattive nei suoi confronti, poter dire “visto ? altro che bella vita ! Sono malato. Ecco perché non riuscivo più a giocare ai miei livelli”.

Questo avrebbe probabilmente voluto dire Andrea Fortunato a tutti i suoi più spietati detrattori.

Solo che di questa forma di leucemia si può morire.

E allora non c’è tempo e probabilmente neppure la voglia per perdersi in queste cose.

C’è invece una durissima battaglia da affrontare.

Andrea la aggredisce esattamente come quando si lanciava all’arrembaggio delle difese avversarie palla al piede sulla suo adorata corsia di sinistra.

Ci sono i famigliari, gli amici di sempre e i compagni di squadra, Ravanelli e Vialli su tutti, che lo aiutano, lo incoraggiano e che lo attendono sul campo per riprendere tutto da dove lo avevano lasciato.

Ad ottobre di quel 1994 Andrea Fortunato lascia l’ospedale.

Le cellule ricevute dal padre Giuseppe hanno iniziato ad attecchire.

Si fa strada l’ottimismo.

C’è una vita intera davanti e a questo punto anche il campo di calcio non è più una chimera.

Qualche allenamento ospite del Perugia, il ritorno a casa e poi la grande gioia di ritornare in gruppo per la trasferta della Juventus a Genova contro la Sampdoria.

E’ il 26 febbraio del 1995

Sembra avercela fatta Andrea.

Invece è tutto effimero.

Una banale polmonite attaccherà quel corpo ancora fragile e indifeso e se lo porterà via il 25 aprile del 1995.

Andrea Fortunato, il nuovo Antonio Cabrini, doveva ancora compiere 24 anni.

Al funerale, nella sua Salerno, c’erano più di cinquemila persone a salutare un ragazzo che per inseguire il suo sogno aveva lasciato la sua città, la famiglia e gli amici più di 10 anni prima.

E la speranza di tutti è che abbia ragione Gianluca Vialli, suo capitano e grande amico alla Juve che salutando Andrea durante la cerimonia disse “Speriamo che anche in paradiso ci sia una squadra di calcio … Così che tu possa continuare a essere felice correndo dietro a un pallone”.

MICHELE SCARPONI: Io resto qui.

di REMO GANDOLFI

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Me lo chiedono spesso tanti miei colleghi ed amici in gruppo.

“Miché, ma perché non vieni anche tu a vivere in Svizzera o a Montecarlo o vicino ai grandi laghi del Nord Italia ? Ci si allena alla grande, sei a due passi da dove si svolgono le corse più importanti e poi sono posti meravigliosi” mi ripetono una volta si e quell’altra pure Vincenzo, Pippo o Damiano.

Mi spiace ragazzi.

Io abito già nel posto più bello del mondo.

E non mettetevi a ridere ! Non è una delle mie solite battute !

Lo penso davvero.

Filottrano è il mio paese e i suoi borghi, le sue strade di campagna e le colline qui intorno per me sono il Paradiso.

Io è qua che sono cresciuto, e qua ci ho portato Anna, l’amore della mia vita che dal suo bellissimo Veneto ha deciso di seguirmi fin qui per vivere con me e mettere su famiglia.

Ci siamo sposati e poi cinque anni fa mi ha regalato due capolavori, Tommaso e Giacomo, i nostri due scatenati e meravigliosi gemelli.

Ed è qua che tornerò a vivere quando la smetterò di andare su e giù per le strade d’Europa con la mia bicicletta.

Non manca molto a quel giorno.

A settembre di quest’anno saranno 38 primavere sul groppone.

A questa età non siamo rimasti in molti in gruppo.

Uno di questi è Samuel Sanchez, lo spagnolo ex-campione olimpico.

Quando ci ritroviamo alla partenza di una gara ci guardiamo, ci salutiamo e poi, immancabilmente, scoppiamo a ridere !

“Ciao vecchio ! Cosa fai ancora qui ?” chiedo ogni volta a Samu.

“Vecchio sarai tu Scarpa ! Guardati. Con le rughe che hai in faccia non ti basta una crema. Ci vuole una smerigliatrice !”

Poi però in corsa ci accorgiamo che sono ancora in tanti, ma proprio tanti, i ragazzotti con 10 o magari 15 anni in meno di noi due che non ce la fanno proprio a tenere il nostro passo, soprattutto in salita e in discesa dove Samu ed io siamo ancora tra i più forti.

Per cui … calma e gesso.

Non c’è nessuna fretta di attaccare la bicicletta al chiodo.

Saranno la strada, le gambe e soprattutto la testa a dirmi quando sarà arrivato il momento di dire basta.

Per adesso ho tante cose molto più importanti a cui pensare.

Come ad esempio il prossimo Giro d’Italia dove all’Astana, dopo il guaio capitato a Fabio Aru, hanno ritenuto che nonostante la carta d’identità (e le rughe !) possa ancora mettere i gradi di capitano della squadra in una grande corsa a tappe.

Mica una corsa qualsiasi amici miei … sto parlando del GIRO D’ITALIA !

 

 

Michele Scarponi non correrà quel Giro d’Italia.

E’ la mattina del 22 aprile del 2017.

Michele Scarponi, “l’aquila di Filottrano” come ormai da tutti è chiamato in gruppo, è uscito presto ad allenarsi.

E’ nelle sue abitudini inforcare la bici ed uscire di prima mattina per allenarsi sulle sue strade, quelle nei dintorni della sua Filottrano.

In mezzo alla campagna, su e giù per quelle colline che Michele conosce come le sue tasche.

E’ uscito anche stamattina nonostante il giorno prima avesse corso l’ultima tappa del “Tour des Alps”, 200 km competitivi e durissimi dalle parti di Trento dove le salite sono dure davvero e dove la primavera arriva dopo che nel resto dell’Italia.

E nonostante i tanti km percorsi in macchina per arrivare in tarda serata nella sua Filottrano.

Saranno in tanti i colleghi che si stupiranno di questa scelta.

“Ma come ? Dopo una corsa del genere il giorno dopo c’è scarico, un bel massaggio e magari una “sgambata” nelle ore più calde !”

Programma buono per tanti ma non per Michele Scarponi.

La fatica è la compagna più fedele di un ciclista.

Perché quella c’è sempre e non ti abbandona mai.

In allenamento, in gara, nei continui spostamenti in aereo o in automobile.

Per Michele è così da quando a 17 anni ha trionfato nel Campionato Italiano Juniores e ha capito che lui, per la bici e per la fatica, ci era nato.

Ma oggi, 22 aprile del 2017, Michele la fatica la sente ancora meno del solito.

Non solo perché alle porte c’è la corsa che ama di più in assoluto e non solo perché dopo tanti anni da “spalla”, da “luogotenente” di un capitano, stavolta il capitano sarà proprio lui.

Ma c’è dell’altro, c’è molto di più.

Solo cinque giorni prima, il 17 di aprile, Michele Scarponi ha tagliato per primo il traguardo di una corsa.

E’ successo proprio al Tour des Alps, nella prima tappa, quando ha messo la sua ruota davanti a ciclisti di primissimo piano come Geraint Thomas o Thibaut Pinot e a ben quattro anni di distanza dalla sua ultima vittoria individuale.

Non è una vittoria “normale”.

E’ la prima vittoria che i suoi due adorati “cuccioli” Giacomo e Tommaso sono stati in grado di vedere, capire e di gioirne insieme alla bellissima mamma Anna, ex-ciclista pure lei.

Erano mesi e mesi che tampinavano il loro babbo “Papà ma tu non vinci mai ?” gli chiedevano inesorabilmente al termine di ogni gara.

Come fare a spiegare loro che il papà doveva spesso aiutare qualcun altro a vincere, che il loro papà non ha lo spunto veloce di tanti suoi colleghi ma che per vincere il loro papà quasi sempre deve staccare tutti gli altri e arrivare da solo.

Ecco, in quella maledetta mattina del 22 aprile quelli erano con ogni probabilità i pensieri di un uomo orgoglioso, di un professionista determinato e forte … e di un marito e di un padre felice.

Tutte cose che quel povero operaio alla guida di quel camioncino non poteva sapere.

Come non poteva sapere che Michele Scarponi, di Filottrano come lui e che ovviamente conosceva di nome e di vista perché a Filottrano si conoscono tutti, sarebbe passato di lì proprio in quel momento, all’uscita di quella curva e che lui, abbagliato da quel maledetto raggio di sole, non aveva potuto vedere Michele.

Michele, con la sua simpatia contagiosa, i suoi sorrisi e la sua disponibilità assoluta giù dalla bici … che diventavano concentrazione, grinta e spirito indomito non appena sulla sua bici ci saliva.

Qualcuno dice che la traccia che lasciamo negli altri dopo che ce ne siamo andati racconta veramente chi siamo.

Beh, se questo è vero quella di Michele Scarponi non verrà scalfita né del vento, né dalla pioggia e neppure dal tempo.

 

Michele Scarponi nasce a Jesi, nelle Marche, il 25 settembre 1979.

Balza agli occhi degli addetti ai lavori grazie alla vittoria nel campionato italiano Juniores.

Si corre in Friuli Venezia Giulia, a Caneva e nello strappo finale che porta al castello della cittadina Michele mette in fila tutti.

Nel 1998 si trasferisce in Veneto per correre per la Zalf-Euromobil-Fior di Castelfranco Veneto dove rimarrà per tre anni prima di passare alla Site-Frezza-Safi-Mattiuzzo.

Ma ormai Michele è pronto per il salto nei professionisti che arriverà nel 2002 con la celeberrima Acqua&Sapone-Cantine Tollo di Mario Cipollini.

Dopo il classico anno di ambientamento nei professionisti Michele  Scarponi nel 2003 mostra a tutti il suo enorme valore conquistando due piazzamenti eccellenti in due classiche del calendario internazionale come l’olandese Amstel Gold Race (dove arriva 7mo) e soprattutto un fantastico 4° posto nella Liegi-Bastogne-Liegi, la famosa “Doyenne”, la classica più antica fra le “monumento”, dietro a ciclisti del valore di Tyler Hamilton, Iban Mayo e Michael Boogerd.

Michele a quell’epoca sembra assai più portato per le classiche di un giorno, specialmente quelle più dure e selettive.

Si ripeterà sempre ad altissimo livello l’anno successivo, sfiorando il podio nella Freccia-Vallone (4°) e un altro piazzamento nei dieci (7°) alla Liegi.

Nel 2005 a volerlo è la fortissima compagine spagnola della Liberty-Seguros di Manolo Saiz ma in quello che dovrebbe essere l’anno della sua consacrazione l’unico risultato di rilievo è un dodicesimo posto nella Vuelta, il Giro di Spagna.

Le cose per Michele vanno molto peggio l’anno seguente: tutta la squadra è implicata nella tristemente famosa “Operacion Puerto” e anche Scarponi, nel frattempo tornato alla Acqua&Sapone, viene squalificato.

Sono 18 lunghi mesi lontano dalle corse.

Quando rientra per lui c’è una offerta della Androni Giocattoli di Gianni Savio e Michele risponde a questa nuova opportunità dopo la squalifica nella maniera migliore possibile: vincendo ad inizio 2009 la Tirreno-Adriatico, importante corsa a tappe e classico appuntamento di inizio stagione per preparare la “classicissima”, la Milano-Sanremo.

Nel 2010 è finalmente pronto per una parte di rilievo in una grande corsa a tappe. Al Giro d’Italia dimostra che la sua maturazione è ormai completata. Termina al 4° posto, a meno di 3 minuti dal vincitore Ivan Basso e soprattutto vince una bellissima tappa, quella con l’arrivo a l’Aprica.

La sua presa di coscienza nei suoi grandi mezzi gli dà finalmente quella carica necessaria per andarsela a giocare in qualsiasi competizione con tutti i migliori e a fine stagione arriva anche un eccellente secondo posto al Giro di Lombardia dietro un fenomenale Philippe Gilbert.

A fine stagione il passaggio alla Lampre di Giuseppe Saronni, che ne farà il leader assoluto per le corse a tappe.

Al Giro d’Italia del 2011 Scarponi è nella forma della vita.

Non c’è nulla da fare contro lo scatenato campione spagnolo Alberto Contador per la vittoria finale.

Ma sarà il primo degli “umani” lasciando dietro di lui gente del valore di Vincenzo Nibali (3°) John Gadret (4°) e Joaquim “Purito” Rodriguez giunto 5°.

Giro d’Italia che gli verrà assegnato successivamente per la squalifica per positività al clenbuterolo di Contador.

Anche nei due anni successivi, sempre con la Lampre, Scarponi punta tutto o quasi sul Giro d’Italia ma non riesce più a salire sul podio.

Due quarti posti a testimonianza però di grande classe e continuità di rendimento.

Nel 2014 arriva la chiamata dell’Astana, lo squadrone del Kazakistan che l’anno prima ha trionfato al Giro d’Italia con Vincenzo Nibali.

In questa stagione però l’ambizioso team kazako punta al bersaglio grosso: il Tour de France.

Per vincerlo a Vincenzo Nibali servono compagni di qualità assoluta che possano stargli vicino nelle tappe decisive sulle Alpi e sui Pirenei.

Viene reclutato il giovane e promettentissimo basco Mikel Landa e come scudiero principale per il siciliano si pensa proprio a Michele Scarponi.

Michele si adatta immediatamente alle nuove consegne tanto più che al Giro d’Italia sarà lui il capitano del team visto che “lo squalo” punterà tutto sul Tour.

Purtroppo la sfortuna (una brutta caduta nella tappa di Montecassino) lo costringerà al ritiro.

Al Tour però Michele Scarponi ci arriva in eccellenti condizioni di forma e il suo contributo alla vittoria finale di Vincenzo Nibali sarà determinante. All’arrivo alla Planche des Belle Filles ad esempio dove Michele, insieme al suo compagno Fulgsang, scorteranno Vincenzo fino a meno di 3 km dall’arrivo dove Nibali poi sferrerà l’attacco decisivo.

La stessa cosa si ripeterà praticamente in fotocopia nel 2016 quando Nibali trionferà ancora nella corsa “rosa” con Michele sempre al suo fianco come inseparabile e insostituibile scudiero.

E si arriva così al 2017, alla bellissima vittoria nella prima tappa del Tour des Alps che annuncia a tutto il mondo del ciclismo che Michele Scarponi ha ancora tante cartucce da sparare e che la carta d’identità, nel suo caso, è solo un dettaglio.

… prima che tutto finisca in quella tragica mattina del 22 aprile …

 

Una storia maledetta che non finisce con la morte di Michele.

Al povero operaio piastrellista che investì e uccise con il suo furgone Michele Scarponi pochi mesi dopo viene riscontrato il cancro. Non si era mai dato pace per quanto accaduto quella mattina. Non solo conosceva Michele (a Filottrano si conoscono tutti) ma ne era anche un suo tifoso.  Nel febbraio di questo 2018 perderà la vita. I suoi amici più stretti diranno che non ce la faceva a lottare, che non reagiva alle cure … che si è lasciato morire.

E poi c’è il fedele pappagallo Frankie, amico inseparabile di Michele nelle sue uscite di allenamento e reso famoso dagli stessi video che Michele pubblicava delle sue pedalate con Frankie posato sulla spalla.

Ancora oggi Frankie ha due appuntamenti fissi: quello di andare ad attendere i due gemellini di Michele e Anna all’uscita della scuola e quella di andarsi a posare sul cartello stradale posizionato sull’incrocio dove avvenne l’incidente.

 

Di Filottrano come Michele sono due fratelli musicisti, Marino e Sandro Severini, i “GANG” per chi ha dimestichezza con il folk-rock italiano.

Pochi mesi prima della morte di Michele i Gang hanno girato un video di una loro (bella) canzone che si chiama “Nel mio giardino”, girata percorrendo le vie, i borghi e le strade della campagna di Filottrano, le stesse su cui Michele amava allenarsi.

Ad un certo punto nel video arriva un ciclista, con la sua maglia celeste.

Si ferma e sorride alla telecamera.

E’ proprio lui, è Michele.

In quel “giardino” che racconta dell’amore per la propria terra c’è anche lui, Michele Scarponi, che da quella terra non ha mai voluto andarsene.

 

 

 

NORMAN HUNTER: L’ultimo morso di un grande campione.

di REMO GANDOLFI

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Norman Hunter se ne è andato.

Non è riuscito a “mordere le gambe” del suo ultimo avversario, il “Covid-19” che se l’è portato via il 17 aprile.

Lui che aveva sfidato, combattuto e “morso” avversari durante venti anni di carriera, la maggior parte passati nel Leeds United.

Quando si pensa ad un calciatore totalmente compromesso con le necessità del proprio team è impossibile non pensare a lui, a Norman “bite yer legs” Hunter.

Per lui contava la squadra, mettersi completamente a disposizione dei compagni, fare quello che il suo “maestro” Don Revie gli chiedeva per vincere partite e trofei e cioè di non fare segnare gli attaccanti avversari … in un modo o nell’altro.

Talmente avulso da logiche individuali e da tornaconti personali che lo disse chiaramente anche al grande Brian Clough quando questi, appena arrivato come manager al Leeds, prese da parte Hunter per fargli il famoso discorso.

“Hunter hai una reputazione terribile e sei odiato da tutti. Ma sai giocare a calcio e da oggi le cose cambieranno perché a tutti piace essere amati ed apprezzati” gli disse con enfasi Clough.

“Onestamente Mister Clough … a me non me ne frega un cazzo” fu l’inequivocabile risposta di Hunter.

Arrivato al Leeds a soli 15 anni Norman Hunter fa il suo esordio in prima squadra un mese prima del suo diciannovesimo compleanno.

E’ l’8 settembre del 1962. Il Leeds United è in Seconda Divisione

Viene aggregato alla squadra durante una trasferta a Swansea.

Pensa sia solo un premio al suo impegno con la squadra giovanile e un’occasione per conoscere i “grandi”. Un’ora prima del match Don Revie gli comunica che giocherà da titolare, al fianco di Jack Charlton.

Hunter non uscirà più di squadra e per quasi 10 stagioni quella sarà la coppia di difensori centrali del Leeds.

Nella stagione successiva il Leeds conquisterà l’agognato ritorno in First Division e da allora saranno quasi dodici anni memorabili nella storia del Club dello Yorkshire e in quella personale di Norman Hunter.

Anni di vittorie, di trofei conquistati (due campionati, una FA Cup, due Coppe delle Fiere, una Coppa di Lega) ma anche di grandi e cocenti delusioni come le sconfitte nelle finali di due competizioni europee (Coppa delle Coppe contro il Milan nel 1973 e Coppa dei Campioni contro il Bayern nel 1975) entrambe perse immeritatamente ed entrambe con grossi dubbi sull’onestà delle terne arbitrali.

La delusione più grande per Norman Hunter arriverà però in una sera di ottobre del 1973.

Si gioca a Wembley e la nazionale inglese ha un solo risultato a disposizione per accedere alle finali della Coppa del Mondo che si terrà in Germania Ovest nell’estate successiva: battere la Polonia.

E’ una Nazionale inglese fortissima quella di quel periodo. Probabilmente più forte addirittura di quella che trionfò meno di otto anni prima nel Mondiale organizzato in casa dagli inglesi.

Di sicuro c’è più qualità, c’è più talento.

In cabina di regia c’è Tony Currie, talentuosa e creativa mezzala dello Sheffield United, c’è Colin Bell del Manchester City e in attacco ci sono Alan “Sniffer” Clarke, bomber del Leeds e il versatile Mick Channon del Southampton. Nella rosa ci sono calciatori come il giovanissimo Kevin Keegan, o il regista degli Hammers Trevor Brooking o il bomber del Newcastle Malcolm Macdonald.

La Polonia è una nazione in grande crescita. L’anno prima ha vinto la medaglia d’oro ai giochi olimpici nel calcio davanti a nazioni come URSS e Ungheria.

Ci sono grandi calciatori come il regista Deyna, le due ali Lato e Gadocha e il libero Gorgon. Manca però il giocatore forse di maggior spessore, Wlodek Lubanski che nel match di andata si è gravemente infortunato ad un ginocchio..

La partita è un autentico assedio degli inglesi alla porta del gigantesco Tomaszewsky (definito un “clown” da Brian Clough nel prepartita).

Qualcuno la definì la “Fort Alamo” della storia del calcio.

Poche volte si è assistito ad un match così a senso unico.

Si gioca in una sola metà campo. Quella polacca.

L’Inghilterra crea gioco e occasioni da gol a ripetizione.

Triangolazioni palla a terra, tiri da fuori, palloni serviti “sulla corsa” agli attaccanti da centrocampisti “pensanti” come Currie e Bell.

Chi parla di un Inghilterra capace solo di fare cross per gli attaccanti o non ha visto la partita o non capisce nulla di calcio.

Per tutto il primo tempo gli inglesi ci provano ma il risultato non si sblocca.

Il “clown” Tomaszewsky compie almeno tre miracoli su Bell, Clarke e Channon ma si va negli spogliatoi sullo zero a zero.

Nella ripresa la fisionomia di gioco non cambia ma al dodicesimo minuto arriva l’episodio che cambierà il volto alla partita, alla qualificazione per i Mondiali e alla carriera in Nazionale di Norman Hunter.

Con l’Inghilterra praticamente tutta nella metà campo avversaria c’è un pallone che arriva nella zona di Norman Hunter. Siamo si e no un metro nella metà campo inglese.

Hunter è in netto vantaggio su Gregorz Lato che sta arrivando in pressing di gran carriera.

Hunter non affonda il tackle come ci si aspetterebbe da lui in una occasione come questa. Il suo obiettivo è di difendere il pallone, evitare l’attacco della veloce ala polacca e far ripartire l’azione dei suoi.

Questa scelta si rivelerà un disastro.

Lato gli soffia quasi senza sforzo il pallone e si invola verso la porta degli inglesi.

C’è rimasto solo Roy Mc Farland a difendere ma quando il centrale del Derby County va a chiudere su di lui Lato rientra verso il centro e serve l’accorrente Domarski che entra in area e lascia partire un tiro rasoterra verso la porta degli inglesi.

Il tiro è tutt’altro che irresistibile ma Peter Shilton, il giovane portiere che ha da poco preso il posto in Nazionale del grande e sfortunato Gordon Banks, si fa passare il pallone sotto il corpo regalando così il vantaggio ai polacchi.

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“Il giorno più brutto della mia carriera” ricorderà sempre Norman Hunter parlando di quell’episodio.

In realtà il tempo per rifarsi ci sarebbe soprattutto visto che pochi minuti dopo l’Inghilterra, con un gol su rigore di Alan Clarke, rimette in parità le sorti dell’incontro.

Nella restante mezzora però non ci sarà nulla da fare nonostante gli inglesi ci provino in tutti i modi creando non meno di sei-sette nitide palle gol e infinite mischie nell’area di rigore della Polonia.

Saranno i polacchi a qualificarsi per il Mondiale di Germania dove saranno una delle grandi rivelazioni del torneo, chiuso da Kazimierz Deyna e compagni con un brillante terzo posto.

Norman Hunter sarà sempre (ingiustamente) ricordato per quell’errore che però non può e non deve intaccare una straordinaria carriera.

Nel 1976 lascerà il Leeds United per trasferirsi al Bristol City e poi al Barnsley dove chiuderà a 38 anni la sua carriera di calciatore prima di intraprendere quella di manager fino al 1990.

Dal 1993, oltre a collaborare con la BBC dello Yorkshire e a commentare le partite del suo Leeds, diventa uno dei nomi più popolari e richiesti dei famosi “after dinner speaker” ovvero di quei personaggi famosi dello sport o dello spettacolo che, pagati profumatamente, si mettono a disposizione dei convenuti per raccontare aneddoti riguardanti le loro carriere e rispondere alle domande dei presenti.

… e di aneddoti, su Norman Hunter, ce ne sono davvero tantissimi …

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Appena arrivato al Leeds in quindicenne Norman è praticamente pelle e ossa. Ha già un sinistro educatissimo e gioca già con molto coraggio. Ma con quel fisico non può certo competere con coetanei più prestanti e forti. Da subito viene inserito nel famoso regime alimentare previsto da Don Revie: uova crude e sherry.

In un paio di mesi il fisico di Hunter “sboccia” letteralmente ed è ora in grado di affrontare partite e allenamenti senza “il pericolo che si rompesse in due ogni volta” come disse di lui Don Revie in quel periodo.

“Sicuramente la cura ha funzionato” ammise Hunter diversi anni dopo “Anche se nelle prime settimane finivo quasi sempre per vomitare tutto quanto !”

 

Il soprannome “Bites yer legs” nasce il 6 maggio del 1972. Poco prima dell’inizio della finale di FA CUP tra Arsenal e Leeds United durante una panoramica della BBC sui tifosi si nota un cartello con la scritta “Norman bites yer legs” che, notata durante la trasmissione da Brian Clough, ospite come commentatore, diventerà per il resto della carriera accostato alla figura di Norman Hunter.

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Sempre nel 1972, esattamente il 27 maggio, si gioca ad Hampden Park per il Torneo Interbritannico. Di fronte gli “Auld-enemies” di Scozia e Inghilterra. Sugli spalti quasi 120 mila persone.

La Scozia è in possesso di palla nella metà campo degli inglesi. Billy Bremner ha il pallone tra i piedi e si sta avvicinando all’area di rigore.

Dalla difesa inglese esce con veemenza Norman Hunter. Il suo tackle fa letteralmente “volare” il piccolo centrocampista scozzese.

Bremner, a terra dolorante, si rivolge al suo compagno di squadra nel Leeds United.

“Norm, ma che cazzo fai ? Mi vuoi rompere una gamba ?” gli urla Bremner non esattamente entusiasta dell’intervento del compagno.

“Ah scusa Billy. TI avevo scambiato per Hartford” (l’altra mezzala scozzese in campo quel giorno)

Questa la “giustificazione” di Hunter …

 

Nel 1974 Norman Hunter viene votato dai suoi colleghi calciatori “Miglior calciatore dell’anno” a dimostrazione della sua bravura e di quanto in fondo avesse ragione lui nella continua diatriba con Don Revie che praticamente prima di ogni match gli diceva “Tu Norman devi conquistare la palla e poi passarla a qualcuno che la sappia giocare”, cosa che faceva infuriare terribilmente Hunter che ogni volta replicava “Boss, ma io SO giocare la palla !”.

A dare conferma di questo uno dei tanti è il compagno di squadra Eddie Gray che ha riconosciuto più volte che Norman Hunter “è stato uno dei difensori più abile nei passaggi che io abbia mai visto. Con il suo sinistro poteva pescare uno degli attaccanti anche a quaranta metri di distanza”.

Uno dei “nemici” storici di Hunter era il centravanti del Chelsea Peter Osgood, tipo decisamente tosto e “fisico” con cui Hunter aveva spesso scontri decisamente violenti. Durante un Chelsea-Leeds allo Stamford Bridge nel 1970 dove i due se le stavano dando di santa ragione, nel momento in cui Terry Cooper segna per il Leeds e approfittando dei successivi festeggiamenti Hunter decide di sistemare le cose con Osgood, prendendolo per le sue famose “basette” e tirandogliele con veemenza per diversi secondi !

Sono in molti a pensare che la fama di “duro” di Norman Hunter avesse un ascendente importante anche verso parecchi arbitri. Infatti il numero di cartellini gialli e di espulsioni nella sua carriera sono un numero irrisorio rispetto al suo stile di gioco anche se, come sempre ammesso dallo stesso Hunter “a quei tempi per venire espulso l’avversario lo dovevi uccidere !”

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Uno degli episodi più famosi che hanno coinvolto Hunter riguarda il vero e proprio match di pugilato disputato tra lo stesso Hunter e Francis Lee al Baseball Ground durante un Derby County-Leeds del 1975.

Anche in quell’occasione la squalifica più pesante toccò a Francis Lee … che se non altro si rivelò un osso davvero duro per Norman !

https://youtu.be/sYL-f8zc50I

Norman Hunter farà parte della rosa della nazionale inglese sia ai Mondiali di casa del 1966 sia a quelli messicani di quattro anni dopo.

In queste due partecipazioni giocherà in totale la bellezza di … 39 minuti !

Quelli dell’ultima partita degli inglesi a Messico 70 e persa contro la Germania Ovest nei quarti di finale quando entrerà a nove minuti dalla fine dei tempi regolamentari, in tempo per vedere Uwe Seeler segnare il gol del pareggio che costringerà le squadre ai supplementari dove un gol di Gerd Muller porterà i tedeschi alla storica semifinale con l’Italia dell’Azteca.

 

Non esiste nessuno che non sia testimone della estrema gentilezza, della disponibilità e dell’umiltà di Norman Hunter fuori dal rettangolo di gioco.

Sono in molti che avendolo conosciuto fuori dal campo si sono stupiti che quello fosse “lo stesso” Norman Hunter di cui avevano sentito le gesta non sempre lusinghiere in un campo di gioco.

“Ci sono state occasioni dove mi sono vergognato di me stesso per quello che avevo fatto in campo. Mi dicevo che non potevo essere io ad essermi comportato così. Eppure in campo mi capitava. L’eccitazione, la voglia di vincere e di aiutare i miei compagni … non so darmi altra spiegazione” ha sempre ricordato con qualche imbarazzo lo stesso Hunter.

Norman Hunter ha sempre candidamente ammesso che non avrebbe MAI voluto lasciare il Leeds United. A tal punto che nell’estate del 1976 chiese a Jimmy Armfield, il manager del Leeds, due anni di contratto. A quasi 33 anni sarebbe stato l’ultimo suo contratto professionistico e gli avrebbe permesso di chiudere la carriera nel suo amato Leeds. “Sono disposto a giocare con la squadra Riserve” disse Hunter al suo manager “Non le creerò nessun problema e se avrà bisogno di me in prima squadra mi farò trovare pronto” fu la richiesta di Hunter.

Non ci fu nulla da fare. Armfield rifiutò e Hunter fu costretto ad accettare il trasferimento al Bristol City.

… dove giocò per tre stagioni sempre a livelli eccellenti.

Alla domanda su chi è stato il più forte calciatore con cui Hunter ha condiviso una maglia la scelta cade su Johnny Giles, la mezzala irlandese del Leeds United. “Un giocatore fantastico. Uno dei più completi che io abbia mai visto su un campo di calcio. Tecnica di altissimo livello e un carattere fantastico. Un leader autentico e un professionista esemplare”.

L’avversario più forte ? “Jimmy Greaves, senza ombra di dubbio !” è la risposta di Norman Hunter. “Potevi annullarlo per 89 minuti e 59 secondi. Poi ti distraevi un secondo e … la palla era in fondo alla rete !”

Infine il tributo al suo grande Boss, Don Revie, figura per certi versi controversa nella storia del calcio inglese ma che a Leeds ha saputo costruire qualcosa di speciale.

“Avevo 17 anni e il manager che c’era allora al Leeds (Jack Taylor) non aveva una grande fiducia nei miei mezzi. Decise di allungarmi il contratto di sei mesi ma avevo capito benissimo che non rientravo nei suoi piani ed ero sul punto di tornarmene nella mia Newcastle. Poi, nel marzo del 1961, venne licenziato e arrivò Don Revie. Sei mesi dopo facevo il mio esordio in prima squadra”.

“Quello che ha saputo creare Revie al Leeds è molto difficile da spiegare a chi non ha vissuto quel periodo. Aveva costruito un gruppo di giocatori coeso e affiatato, dentro e fuori dal campo. Andare all’allenamento era un piacere. Duro lavoro, ma tante risate e scherzi in un gruppo di giocatori pronti a qualunque sacrificio per lui e per i compagni di squadra.

Brian Clough e i suoi fatidici “44 giorni”. “E’ arrivato con troppi preconcetti. Non ci ha mai dato una reale possibilità di fargli vedere chi eravamo veramente e neppure lui si è dato la possibilità di farsi conoscere. Sarebbe stato sufficiente che dicesse «Ok ragazzi. Fino ad oggi è andata in un certo modo. Ma adesso sono qua con voi, cancelliamo tutto e ripartiamo da zero» “Non lo ha fatto e le cose sono andate come tutti sanno”.

Leeds è un luogo dove Norman Hunter sarà ricordato in eterno per quanto ha saputo dare alla causa dei “Whites” e per quello che ha rappresentato per il Club e per tutti i tifosi.

Nel West Stand ad Elland Road c’è già da qualche hanno la “Norman Hunter suite” e siamo certi che molto presto il popolo del Leeds e la società del Presidente Andrea Radrizzani sapranno ricordare a dovere questo grande campione con qualcosa di ancora più importante.

E’ di pochi mesi fa un’intervista nella quale affermava che uno dei suoi grandi desideri prima di andarsene da questa terra era quello di rivedere il Leeds in Premier.

Non ce l’ha fatta … anche se tutti, a Leeds, sperano che sia solo una questione di settimane …

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TONY ADAMS: All’inferno e ritorno.

di REMO GANDOLFI

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“Essere considerato il più grande bevitore di Guinness del mio pub era diventato per me più importante che vincere trofei come capitano dell’Arsenal”.

Questa è solo una delle tante frasi “forti” raccontate da Tony Adams nella sua coraggiosa e onesta autobiografia.

Una carriera ai vertici del calcio nazionale e internazionale e trofei in serie vinti con i Gunners londinesi.

La fascia di capitano a sancire in modo inequivocabile le sue riconosciute doti di leader.

Un calciatore esemplare per coraggio, determinazione e applicazione.

Il posto garantito al centro della difesa dei Bianchi d’Inghilterra.

Insomma, un simbolo per professionalità e rendimento.

Fuori dal campo però, la vita di Tony Adams è stata, per tanto tempo, un disastro assoluto.

Un matrimonio con una donna dipendente da crack ed eroina non fa che accentuare la sua personale smodata passione per gli alcolici.

Quello che all’inizio sembra un gioco e un modo per farsi accettare dal famoso “Booze Club” dell’Arsenal di metà anni ’80 nel giro di pochi anni diventa per “Tone” un inferno.

La sua vita si divide in due: il calcio e le bevute.

Quando non è su un campo di calcio Tony Adams è al pub.

In questi anni ne combinerà di tutti i colori.

Distruggerà automobili, andrà in carcere, sarà coinvolto in risse e scazzottate, rischierà di rompersi la testa cadendo dalle scale di un pub.

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Perfino i suoi adorati figli in quel periodo diventano

un impedimento a questa sempre crescente necessità di bere.

Più volte si dimenticherà di loro, “parcheggiandoli” da parenti, amici o varie baby sitter di turno prima di lanciarsi in “bender” alcoliche capaci di durare anche tutto un week end.

Il calcio è l’unica cosa che gli impedisce di sprofondare completamente.

E’ solo nel 1996, dopo un estate di eccessi e senza più il minimo autocontrollo, che Tony Adams decide di rendere pubblica la sua dipendenza.

Lo fa in una toccante conferenza stampa che spiazza non solo gli addetti ai lavori ma anche e soprattutto dirigenti, staff e compagni di squadra dell’Arsenal e della Nazionale, sorpresi e increduli dalle dimensioni del problema del loro capitano.

Ci vuole coraggio per un gesto del genere.

E a Tony il coraggio non manca di certo.

Non è mai mancato.

Fin da quando George Graham, neo allenatore dei Gunners, decide già alla sua prima stagione da manager dei biancorossi londinesi, di lanciare stabilmente il ventenne difensore centrale in prima squadra.

Con lui ci sono altri giovanotti di belle speranze come Niall Quinn, Martin Hayes e il compianto David Rocastle.

Tony si sistema al centro della difesa a fianco di David O’Leary, il veterano irlandese che gli farà da guida in quella prima stagione da titolare.

I risultati sono immediati.

L’Arsenal, dopo tanti anni senza trofei, alzerà al cielo nell’aprile del 1987 la Coppa di Lega inglese battendo in finale nientemeno che il Liverpool di Rush e Dalglish.

Tony Adams al termine di quella stagione verrà eletto come “Miglior giovane della First Division”.

Il suo impatto è enorme.

E’ già un leader, lo è sempre stato.

Bastano poche partite e Tony diventa l’uomo che guida i movimenti della difesa, che richiama all’attenzione i compagni, che li guida nel pressing, li sprona e indica loro dove posizionarsi.

“E’ sempre stato così. In campo mi trasformo. Sono capace di parlare più nei 90 minuti di partita che nel resto della settimana” ammetterà Tony in più di un’occasione.

Bobby Robson, che di calciatori se ne intende, lo convoca nella Nazionale maggiore inglese per una prestigiosa amichevole contro la Spagna.

Si gioca al Santiago Bernabeu e Tony è in campo dall’inizio a fianco di Terry Butcher e dei suoi compagni dell’Arsenal Viv Anderson e Kenny Sansom.

Sarà una delle più brillanti e convincenti prestazioni della storia recente della Nazionale inglese.

Un 4 a 2 finale e anche se i protagonisti assoluti sono Gary Lineker (autore di tutti e 4 i gol inglesi) e Glenn Hoddle, sontuoso in cabina di regia, a nessuno è sfuggita l’autoritaria prestazione del ventenne Adams al centro della difesa dei Bianchi d’Inghilterra.

Ci saranno anche momenti difficili per il prestante difensore dei Gunners.

Nell’estate del 1988 agli europei di Germania s’imbatterà nel più forte centravanti del periodo, un certo Marco Van Basten, che ne metterà a nudo l’inesperienza a certi livelli.

Intanto l’Arsenal in patria inizia a vincere trofei in serie e questo provoca, come a tutte le latitudini, le antipatie dei tifosi avversari.

Tony, che in campo non si nasconde mai, diventa un facile bersaglio per i supporters avversari.

Verrà soprannominato “the donkey”, l’asino, per quel suo modo particolare di correre.

Il tutto corroborato dai “ragli” incessanti delle tifoserie avversarie.

“Devo ringraziare quei tifosi. Le provocazioni mi hanno sempre stimolato e hanno aggiunto quel pizzico di grinta in più e di voglia di dimostrare il mio valore in campo”.

Diventa il bastione su cui l’Arsenal costruisce una difesa praticamente insuperabile.

Continuano a piovere trofei. Campionati, FA CUP e anche un trionfo in Coppa delle Coppe contro il Parma dove Adams e i suoi compagni metteranno la museruola ad attaccanti del calibro di Zola, Asprilla e Brolin.

Fuori dal campo però la vita è sempre più fuori controllo.

E Tony non è certo aiutato dal nuovo “Club” di grandi bevitori che si è creato all’interno della squadra.

Merson, Bould e Parlour sono compagni affidabili in campo e sempre presenti “fuori”, quando per “fuori” si intendono i pub di Islington e dintorni.

Tony Adams è ormai in un vicolo senza uscita e al termine degli Europei giocati in Inghilterra e chiusi dagli inglesi senza il trionfo atteso, l’unica maniera che conosce per leccarsi le ferite, personali e professionali, è quella di bere fino all’oblio.

Nell’agosto di quel 1996 tocca il fondo. Dopo una serie infinita di giornate passate completamente ubriaco si accorge che il suo corpo non è più in grado di ingerire cibo solido.

“Non riuscivo a mangiare nemmeno un fish & chips. Il mio corpo sapeva assorbire solo alcol”.

Di lì a poche settimane arriva la dichiarazione pubblica, definitiva, coraggiosa ma che al tempo stesso è una disperata richiesta di aiuto.

“Il mio nome è Tony Adams e sono un alcolista”.

Da quel momento inizia piano piano a risalire la china.

Nell’ottobre di quell’anno, con l’arrivo di Arsene Wenger sulla panchina dei Gunners, il cambio è radicale. Cambia il modo di allenarsi e cambia il modo di alimentarsi, di curare il proprio fisico e la qualità dello stile di vita imposto ai calciatori.

Adams ritrova se stesso.

In campo, che da sempre è il suo habitat naturale, ma soprattutto fuori.

I figli tornano al centro della sua vita e arrivano nuovi interessi come la lettura o la musica … e soprattutto il grande bisogno di aiutare chi, come lui, ha grattato il fondo, cercando quasi di scavare prima di cominciare a risalire.

Sono passati quasi 24 anni da allora.

Tony Adams non è più un alcolista, ha una vita piena e completa, dove il calcio ha ancora una parte importante … ma non è più, come allora, “la metà della mia vita … con la bottiglia che era l’altra metà”.

Le parole più belle sono quelle del suo amico e per anni compagno di bevute, Paul Merson.

“Non ho mai visto un UOMO cambiare così radicalmente come ha fatto Tony. Per farlo devi essere speciale. E Tony Adams E’ un uomo speciale”.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Tony Adams adolescente era quanto di più introverso e disadattato si potesse trovare. A disagio per quel fisico imponente e disarmonico, un naso “importante” e due grosse orecchie a sventola. E un difetto nel pronunciare la “R” che lo inibisce oltre misura. A disagio in ogni situazione sociale, con i coetanei e soprattutto con le ragazze. In quegli anni, afferma ancora oggi Adams, “l’unico luogo dove mi trovavo a mio agio era un campo di calcio”.

I suoi esordi all’Arsenal sono ricordati ancora oggi con tanta simpatia da molti dei suoi compagni di allora.

E’ Paul Merson che racconta che “Tony entrò in una difesa che comprendeva due nazionali inglesi, Anderson e Sansom, e il difensore centrale dell’Eire, capitano dell’Arsenal e uno dei più forti difensori dell’epoca, David O’Leary.

… dopo 3 partite da titolare era Tony che “guidava” la difesa, dando indicazioni a tutti e richiamandoli per ogni errore commesso … se non è carisma questo !”

 

E’ il 6 maggio del 1990. L’Arsenal ha appena chiuso una stagione deludente, con un 4° posto non all’altezza delle aspettative. I calciatori sono attesi all’aeroporto di Heathrow per il classico tour di fine stagione che li porterà nel Sud Est Asiatico.

Tony Adams, fra la sorpresa di molti osservatori, non è entrato nei 22 che Bobby Robson porterà con se ai Mondiali che si disputeranno da lì a poche settimane in Italia.

Per Adams è un boccone amarissimo da ingoiare.

Si accorge che c’è ancora un po’ di tempo a disposizione prima di presentarsi al ritrovo con i compagni e lo staff dei Gunners. Decide di fermarsi in un pub per bere “un paio” delle sua amate Guinness.

Alcuni avventori lo riconoscono e con qualche birra in corpo per Tony diventa assai più facile socializzare. Viene invitato da alcuni di loro ad un barbecue organizzato poco distante.

“Che male c’è ?” pensa Adams in quel momento.

Quella piccola festicciola in realtà si trasforma nella possibilità perfetta di dimenticare le delusioni professionali. Adams è l’invitato di lusso, il “re” della festa e lui non ama tradire le aspettative.

Inizia a bere in modo smodato.

Quando guarda l’orologio si accorge che manca meno di un’ora all’imbarco.

Da Billericay ad Heathrow il tempo non è sufficiente.

Sale sulla sua Ford  Sierra e si lancia in una corsa disperata ad oltre 100 miglia all’ora.

Perde il controllo della vettura e si va a schiantare contro un muro nei pressi di Rayleigh.

Quando arriva la polizia gli viene fatto il test alcolico: Tony Adams è quattro volte oltre i limiti consentiti.

“Quel giorno mi misi la cintura di sicurezza. All’epoca non la mettevo mai. Mi dissero che fu proprio la cintura di sicurezza a salvarmi la vita”.

Per Tony arriva una condanna. Quattro mesi in carcere che Adams accetta senza opporsi e senza presentare appello.

“Ho sbagliato. E’ giusto che paghi” dirà Tony con grande dignità.

Potrebbe essere la svolta. Il segnale che occorre dare un taglio netto a certe abitudini.

Non sarà così.

Ci vorranno altri cinque anni d’inferno prima di trovare la forza di riemergere.

“Ho giocato diverse partite in cui ero ancora ubriaco o con i postumi di una forte sbronza. Una volta addirittura contro lo Sheffield United arrivai ancora sotto i fumi dell’alcol. Nello spogliatoio prima della partita continuavo a scherzare, a fare battute e a ridere io stesso come un idiota. Se ne accorsero tutti i miei compagni. Andai in campo, vincemmo la partita, segnai un gol di testa e fui eletto miglior giocatore del match. Questo a quei tempi mi confuse ancora di più. Pensavo davvero di potermi permettere TUTTO.” ricorda di quel periodo Tony.

L’arrivo di Arsene Wenger e la decisione di Tony di smettere con l’alcol saranno due componenti fondamentali nella carriera di Tony che da quel momento in poi rivivrà una seconda giovinezza calcistica, che culminerà con il trionfo in campionato e in FA CUP nella stagione 2001-2002, quella che sarà l’ultima da calciatore professionista per Tony Adams, alias “MR. ARSENAL”.

 

Quello che però è probabilmente il più importante “trofeo” di Tony Adams è la creazione del suo “SPORTING CHANCE”, una clinica creata appositamente per aiutare atleti ed ex-atleti in difficoltà, soggetti ad ogni tipo di “dipendenza”. Sono in tanti quelli passati per quel centro, professionisti più o meno famosi che riconoscono a Tony Adams e allo staff dello Sporting Chance il merito di aver contribuito in maniera determinante per permettere loro di uscire da varie situazioni di disagio.

Questo oggi è Tony Adams, un uomo che, come ama dire lui stesso “Sa apprezzare la vita in tutti i suoi aspetti e che ha fatto in tempo a recuperare un po’ del tempo perduto in quegli anni di stupidità e di oblio”.

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