ITALO ZILIOLI: Vittoria maledetta vittoria.

di MARCO DI GRAZIA

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Era l’estate del 1975, in quegli anni in cui la famiglia media risparmiava per tutto l’anno per potersi permettere le fatidiche due settimane di villeggiatura al mare. Si prendevano armi e bagagli, si caricava tutto in macchina, si prendeva una casetta in affitto e ci si trasferiva sulla costa per quelle due settimane che sembravano mesi, da quanto erano lunghe e intense quelle giornate.

Era appunto un mattino di quel luglio 1975, il piccolo Marco è a Viareggio insieme alla sua famiglia per le fatidiche due settimane di villeggiatura. Ogni anno partenza il 15 luglio e rientro il 31. Due famiglie, quella di Marco e gli zii, con il figlio Piero, di tre anni più grande.

Marco e Piero sono in spiaggia e stanno per partecipare all’evento dell’estate, una super partita a quello che è il gioco preferito dai ragazzi sulla sabbia, perfino più del pallone: le biglie da spiaggia dei ciclisti.

I ragazzi più grandi stanno costruendo una pista mitica, bellissima, dove nel pomeriggio si terrà una emozionante sfida e anche Marco parteciperà, grazie al cugino Piero, che ha tre anni di più e l’aspetto e il carisma di un adolescente. Per cui, anche il più piccolo riuscirà a partecipare alla gara.

Arriva il momento di scegliere le biglie.  Ci sono i campioni degli anni passati, come Anquetil o Balmamion, quelli del presente come Merckx e Gimondi e quelli che stanno per spiccare il salto come Moser e Baronchelli.

I più grandi cominciano a scegliere. C’è Fabio, quello di Firenze, che si aggiudica la biglia di Merckx; Piero, il cugino di Marco, si prende Taccone, poi è la volta di Adorni, Baronchelli, Anquetil, Ocana, Thevenet…ognuno si prende il suo preferito.

Marco vorrebbe la biglia di Gimondi, il ciclista per cui fa il tifo, grazie a suo padre, che ne è un grande appassionato e che segue sulle strade del Giro d’Italia ogni anno, ma c’è un ragazzo più grande di lui che se ne impossessa. E’ quel ragazzo antipatico, con il ciuffo di capelli che gli cade su un occhio e che ogni mattina, quando passa l’uomo dei bomboloni ne compra sempre due. Più la schiacciata.

Maledetto!

E stavolta si è preso anche Gimondi. Marco non vorrebbe nemmeno più partecipare, senza Gimondi non ne ha voglia. Lo convince suo cugino Piero: “dai che Gimondi lo prendi la prossima volta, che sei troppo piccolo per farlo vincere”, sorride Piero.

Marco dice di sì mentalmente, rimane lì e guarda le biglie rimaste sulla spiaggia. Lo attira una di color azzurro. La prende, la gira e legge il nome del ciclista, poi si rivolge a suo padre, seduto sotto l’ombrellone pochi metri più in là.

“Babbo”, fa il piccolo Marco “mi è toccata questa” e gli porge la biglia.

Il babbo abbassa il giornale che stava leggendo, alza gli occhiali da sole e prende la biglia. Se la rigira fra le dita e non ha bisogno di leggere il nome del ciclista, che riconosce subito.

Marco lo interroga ancora.

“Allora, babbo, com’è Zilioli?”

 

Italo Zilioli. Nato nel 1941 e ciclista professionista dai primi anni ’60.

Non è una storia maledetta, questa. Non c’è niente di violento; niente morte giovanile, niente malattia, nessun evento drammatico. Una bella carriera costellata di vittorie e di tante soddisfazioni, quella di Italo Zilioli.

Ma… ma a pensarci bene qualcosa di maledetto c’è. Non lo è il ciclista in sé, non lo è qualcosa che lo riguarda, non c’è nessun baratro in cui precipita o qualcosa del genere.

Ma qualcosa di maledetto c’è.

E’ la vittoria.

E’ UNA vittoria, a essere maledetta.

Perché è una vittoria a lungo inseguita, sfiorata più volte ma che non arriva mai.

E’ la vittoria del Giro d’Italia.

Perché Zilioli è un gran ciclista, corre degli splendidi Giri, riesce a mettersi dietro i più grandi campioni. Nel 1964, ad esempio, si mette alle spalle campioni come Adorni e Motta; nel 1965 precede Felice Gimondi, che poco dopo andrà a vincere il Tour e nel 1966 dietro di sé in classifica c’è un terzetto che fa paura soltanto a nominarlo: Anquetil, Jimenez, Gimondi.

“Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione” dice Francesco Guccini e nella storia di questi tre Giri d’Italia la conclusione è sempre la stessa e la vittoria diventa un’illusione.

Perché nel 1964 il Giro lo vince Anquetil, nel 1965 lo vince Adorni e nel 1966 tocca a Motta vestire la maglia rosa finale. E Italo Zilioli, eccelso e coraggioso corridore, arriva secondo in tutte e tre le edizioni.

E arriva secondo anche nell’essere secondo, quarant’anni dopo l’epopea di Tano Belloni, colui che venne soprannominato “l’eterno secondo”, per via dei posti d’onore ottenuti alle spalle di Girardengo prima e Binda poi. Ma Belloni un Giro ce l’aveva fatta a vincerlo, Zilioli, maledizione, no.

E quasi trent’anni dopo ci sarà un altro ciclista che vedrà quella maledetta vittoria in mano ad altri e costruirà dei secondi posti da leggenda, tanto da mettere spesso in secondo piano le vittorie altrui: Claudio Chiappucci, El Diablo, capace di entusiasmare le folle con le sue imprese e le sue vittorie, ma che non è riuscito a conseguire nei due grandi giri: due secondi posti al Giro, due secondi posti al Tour e, per non farsi mancare niente, anche il secondo posto al Mondiale.

Ma torniamo a Italo Zilioli, ciclista vincente e vittorioso, ma secondo in quel Giro d’Italia che per ogni ciclista è un sogno, una fantasia. Un’illusione, appunto.

E secondo ogni anno dietro un campione diverso, che negli altri anni riesce a battere, ma ne salta sempre fuori uno nuovo. E siamo nel 1966. Gimondi è già arrivato, Merckx sta arrivando. Li vinceranno loro i prossimi Giri e Zilioli forse lo sa. Si mette lì. Si piazza ancora. Arriva quarto e poi sale di nuovo sul podio, nel 1969, ma arriva terzo. Che vuol dire stare sul podio, sì, ma non, non più così vicino, così a contatto con quella maledetta, maledetta vittoria.

zilioli e merckx

“Allora, babbo, com’è Zilioli?”

Il babbo annuisce leggermente e rende la biglia al piccolo Marco.

“E’ buono, è buono, vai tranquillo.”

Il piccolo Marco corre con il cugino Piero e gli altri ragazzi. Fra poco inizia la gara.

Ed è una gara splendida, su quella pista lunga e complicata, disegnata sulla sabbia. Alla fine Marco e il suo Zilioli si mettono alle spalle Baronchelli e Moser, Anquetil e Thevenet; Taccone e Adorni. Persino Merckx.

Ma ce n’è uno, uno solo che gli arriva davanti. La biglia è quella di Gimondi, e per questo Marco sarebbe anche contento, ma quello che non gli va giù è quel ragazzino, quello con il ciuffo che gli cade sugli occhi e che si può permettere due bomboloni e una schiacciatina.

Maledetto. Quasi come una vittoria.

Perché è lui a vincere, è lui a far passare a Gimondi il traguardo per primo. Zilioli arriva dopo. E’ secondo.

Ci sarà un’altra gara e magari la prossima volta sarà qualcun altro a dire: “maledetta vittoria!”

 

STEFAN BELLOF: Danzando sotto la pioggia.

di RENATO VILLA

STEFAN BELLOF 1

Oggi correremo.

O meglio, di certo c’è che partiremo. Perché a Montecarlo con questa pioggia si sa se si parte, ma non si sa se si arriva.

So solo che parto nelle retrovie, dalle quali è già difficile risalire sulle piste veloci, figuriamoci in questa.

So che la mia Tyrrell è una buona macchina, ma so anche che ce ne sono molte, troppe forse, che le sono superiori.

Ma oggi, sotto il diluvio, la differenza posso farla io.

So che me li posso mettere dietro.

2.

Eccoli, quelli che partono in prima fila.

Il Professore e il Leone d’Inghilterra.

Ma per loro è una cosa facile.

La Lotus del Leone è la macchina forse più incostante e veloce di tutto il Circus, e lui indiscutibilmente è uno che ci sa fare.

E poi… e poi la McLaren del Professore… quanto lo invidio… è semplicemente la miglior macchina in assoluto, sembra quasi che vada da sola.

Sotto il diluvio però tutto è possibile, lo sanno anche loro.

E sanno che il problema è evitare incidenti a Dainte-Devote, subito dopo la partenza, dove il muro d’acqua sarebbe stato tale da toglierci la visuale.

3.

Durante il briefing precedente alla gara, da parte di qualche pilota esperto era stata lanciata la proposta di non partire, nel caso la pioggia fosse peggiorata e si fosse tramutata in un diluvio.

Ma noi giovani eravamo contro questa idea, esaltati dalla possibilità di dimostrare quello che valevamo su una pista che sarebbe stata ridotta ad una piscina.

A dire il vero, speravamo tanto nel richiamo pubblicitario della gara.

Lo scontro fu aspro, ma alla fine si decise che si sarebbe comunque partiti. Il Gran Premio di Montecarlo aveva troppo seguito, a livello mondiale, per essere cancellato a causa della pioggia.

Vidi la gente che ci aspettava con gli ombrelli aperti, attendendo la decisione.

Vidi che sorrise, sotto gli ombrelli, quando fu comunicato che si sarebbe gareggiato.

Ma non immaginavo che in quel pomeriggio avremmo fatto la storia.

4.

Ricordo che tutti i team si diedero da fare come matti per cambiare l’assetto delle vetture. I meccanici non avevano un secondo di respiro, e gli ingegneri erano sempre lì a sentire noi piloti, che eravamo i portatori del Verbo.

Perchè era chiaro che sotto la pioggia ci si sarebbe dovuti disimpegnare in modo assolutamente diverso, specialmente sotto una pioggia di quel tipo e di quella violenza.

Noi della Tyrrell non ci pensammo su due volte.

Il Boscaiolo sapeva che io sotto l’acqua me la cavavo più che bene, e quindi mi fu data assoluta fiducia.

La sua parola era legge.

Chi stava davanti cercò di fidarsi delle possibilità del suo mezzo, in particolare il Professore, che ben sapeva di non essere un mostro sotto la pioggia.

Che, tra l’altro, non accennava a diminuire.

Invece, gli ombrelli aperti sulle tribune continuavano ad aumentare.

5.

Partimmo.

In testa andò il Professore, che tentava così di aumentare il ritmo e di mettere in difficoltà i piloti più aggressivi.

Il Leone d’Inghilterra lo tampinava strettamente, sperando in un errore che, sotto la pioggia, poteva pur sempre accadere.

Nelle retrovie era partito bene, anzi benissimo, un ragazzino brasiliano che tutti chiamavano, per i suoi trascorsi nelle formule minori, “il Dio della pioggia”.

E poi … poi c’ero io.

Scavalcato da qualche avversario a causa del muro d’acqua che mi ero trovato davanti, per involontaria colpa della falsa partenza di chi mi precedeva sullo schieramento.

Era uno dei tanti piccoli, stupidi, maledetti inconvenienti del correre sotto la pioggia.

6.

Come sempre, davanti c’erano sempre i soliti.

Quelli con le macchine migliori.

Ma noi, che partivamo dal fondo, non ci arrendevamo, e cominciavamo a scalare la classifica.

Non era facile recuperare secondi su secondi a chi aveva mezzi molto migliori, ma si sa che l’acqua livella tutto e concede ai piloti veri di mettersi in evidenza.

Così,  mentre il Leone superava la McLaren del Professore e si portava al comando, io e il ragazzo brasiliano iniziavamo una splendida risalita.

Dai nostri box qualcuno doveva aver pensato che avessimo fermato il tempo, da quanto andavamo veloci.

7.

Ad un certo punto, dai box mi fu segnalato che il Leone aveva combinato una delle sue solite imprudenze ed era finito fuori gara poco prima del Casinò.

In quel momento cominciai a pensare di poter ottenere qualunque risultato.

Non  ci speravo.

Ci credevo.

Marciavo ad una media di due secondi, due secondi e mezzo in meno del Professore.

Lui era in testa.

Secondo me, ci sarebbe rimasto ancora per poco.

Stavo mangiando il tempo a tutti, tranne che al ragazzo brasiliano col quale avevo iniziato l’inseguimento.

A vincere sarebbe stato uno di noi due, me lo sentivo.

Come sentivo le gocce di pioggia sulla visiera del casco.

8.

Arrivai lanciato sul rettilineo, l’unico di questa dannata pista, e vidi avvicinarsi la sagoma della Ferrari di Arnoux.

Imboccai Sainte-Devote e mi lanciai sulla salita che portava alla curva del Casinò, quella che era costata la gara al Leone.

Quando la imboccai mi sembrava distante.

Quando ne uscii mi accorsi che era a tiro.

Davanti avevo la discesa del Mirabeau.

Vidi che stava largo, forse per evitare di finire in testacoda o forse per evitare contatti che, sotto la pioggia, possono portare a odiosi ed imprevisti ritiri.

Non ci pensai su due volte.

Mi infilai tra la Ferrari e il muro, prendendo la curva all’interno e col massimo rischio, sperando che in quel momento Arnoux non decidesse di chiudere la traiettoria.

Quando gli venne in mente di farlo, ormai l’avevo sfilato e tra la curva del Mirabeau e quella del Loews l’avevo già lasciato indietro.

In quel momento partiva la caccia.

9.

Non che non ci credessi, vedendo i tempi segnati dal cronometro del mio team.

Recuperavo su tutti, e il Professore era sempre più vicino.

Solo che tra me e lui c’era il ragazzo brasiliano, sul quale comunque continuavo a recuperare decimi su decimi.

Ormai la gara era tra me e lui.

Aveva un nome lungo, ma che era facile da ricordare.

Ayrton Senna Da Silva.

E giuro, a parte me, sotto la pioggia non ho mai visto uno andare così veloce.

10.

Ci stavamo avvicinando alla McLaren del Professore.

Gli prendevamo dai due ai tre secondi al giro, andando come non eravamo mai andati prima.

Eravamo vicini al trentesimo giro, e la pioggia continuava a picchiare.

Inseguivo.

La mia Tyrrell sembrava un motoscafo, in mezzo a quella pista allagata.

Sapevo che il Professore tirava ad arrivare in fondo.

Non lo biasimo, si giocava il mondiale.

Io e il ragazzo brasiliano invece tiravamo a vincere.

Del resto non ce ne fregava niente.

Una vittoria a Montecarlo rimane, per sempre.

11.

Non me l’aspettavo.

Al trentunesimo giro, sotto la stessa pioggia del primo, ci fu data la bandiera a scacchi.

Ancora due giri e avremmo superato il Professore, non ci avremmo messo molto.

Poi sarebbe stato un duello rusticano.

Ma non ci è stato concesso.

In fondo eravamo solo due ragazzi.

 

Due ragazzi che volevano giocarsi la pelle sotto la pioggia.

E giocarsi la vittoria più bella della loro vita.

Quella che, purtroppo, fu loro negata.

 

La storia di Bellof si incrocia dannatamente con quella di Jacky Ickx. Il belga infatti era il commissario di pista a Monaco nel 1984, ed è il responsabile, probabilmente involontario, della morte del pilota tedesco a Spa, in un tentativo di sorpasso alla curva dell’Eau Rouge l’anno successivo alla 1000 km di Spa, gara di endurance. Ickx chiuse Bellof, che avrebbe potuto sfilarlo e sparire al Raidillon … curva maledetta. Bellof si schiantò frontalmente, forse nel tentativo di prendersi una rivincita sulla persona che gli aveva tolto la possibilità di vincere quel GP di Montecarlo.

BELLOF INCIDENTE

Nota per i “meno adepti” al mondo della Formula 1:

Il ragazzo brasiliano: AYRTON SENNA

Il Professore: ALAIN PROST

Il Leone d’Inghilterra: NIGEL MANSELL

Il Boscaiolo: KEN TYRREL

STORIE MALEDETTE: La pianura degli argentini.

di Remo Gandolfi

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E’ una storia irreale.

Sembra finzione.

Ci hanno pure fatto un film (davvero bello tra l’altro)

Solo che finzione non è.

E’ tutto, TRAGICOMICAMENTE vero.

L’attore principale è un “certo” Mario Kempes, argentino.

Avete letto bene.

Non è un caso di omonimia.

E’ proprio lui.

Mario Kempes, eroe assoluto dei Mondiali del 1978, quelli giocati in Argentina e vinti dalla Nazionale di casa.

I Mondiali della dittatura sanguinaria di Videla.

I Mondiali della “marmellata peruviana”.

I Mondiali delle torture e delle uccisioni ai dissidenti nella Scuola Meccanica dell’Esercito a poche centinaia di metri dal Monumental, lo stadio dove l’Argentina si consacrerà Campione del Mondo di calcio.

I Mondiali degli aerei che sorvolavano il Rio della Plata scaricando migliaia di corpi, non solo di membri dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo o dei Montoneros, ma anche di giovani studenti universitari che semplicemente speravano in una Argentina diversa, democratica.

Ma i veri protagonisti di questa storia sono 23 ragazzi argentini e uruguaiani che nell’estate del 2001 arrivano in Italia, la terra dei loro avi, di cui hanno conservato il passaporto e quindi utilizzabili anche nel campionato italiano di Serie C2.

Lasciano famiglie, affetti, certezze … convinti di firmare un redditizio contratto nel Paese considerato l’Eldorado del pallone.

Arrivano in mezzo alla Pianura Padana, a Fiorenzuola d’Arda, dove d’inverno la nebbia ti entra nelle ossa e dove d’estate per le zanzare non bastano gli AK-47.

Si portano dietro gli stessi identici sogni dei loro nonni che avevano fatto il viaggio inverso decine e decine di anni prima.

Quello di un futuro diverso e migliore, di quello che si prospettava in Argentina che da lì a qualche mese sarebbe sprofondata in una delle sue peggiori (anche se ahimè frequenti) crisi economiche di sempre.

Sono ragazzi, la maggior parte provenienti da campionati di serie B di Argentina e di Uruguay ma per cui l’Italia, allora il Paese del Bengodi del calcio Mondiale, era IL SOGNO.

Quei 2.000.000 di lire o poco più al mese che potevano essere magari solo un trampolino di lancio verso la Serie C1 o la B o chissà, magari anche verso il palcoscenico principale, quello dove giocavano in quel momento Batistuta o Recoba, idoli assoluti per la maggior parte di loro.

A guidarli c’è proprio Mario Kempes, ex grandissimo giocatore ma soprattutto innamorato del calcio e autentico giramondo della panchina.

Indonesia. Albania, Venezuela, Bolivia … dove c’era una panchina disponibile Mario Alberto Kempes Chiodi andava.

E così in quell’estate del 2001 si fa convincere da un certo Alessandro Aleotti e dalla sua Global Sporting Football, una delle tante agenzie di calcio interinale che gestivano (ora sono molte di più) il futuro di centinaia di ragazzi ad ogni latitudine accecati dal Dio Pallone e trattati come merce di scambio e con la stessa durata di scadenza di una mozzarella …

Il sogno finisce ben presto.

Cavilli burocratici, soldi che non arrivano, fideiussioni mancate e perfino una “spruzzata” di stupido e bieco campanilismo …

E così si passa attraverso la tristezza di Daniel, che sognava di ripetere le imprese di suo zio, Alberto Schiaffino, geniale centrocampista degli anni ’50, nella dignità con cui Gaston dissimula la delusione, oppure nelle risate gioiose di Pedro che sembra impermeabile allo sconforto o nelle pacate riflessioni di Oscar, che sembra molto più maturo dei suoi 20 anni …

Tutto, come detto, finisce ancora prima di iniziare.

Kempes ci proverà pochi mesi dopo, ancora in C, ancora in Italia, alla Virtus Casarano.

Resisterà un mese. Senza vedere un soldo pare … prima di tornare in Spagna, sempre su una panchina di serie C.

Per quasi tutti i ragazzi invece sarà un ritorno in Sudamerica con la coda tra le gambe. Nonostante Mario Kempes continui a ripetere loro che ogni “esperienza val la pena di essere vissuta, anche la peggiore”.

Scacciati anche loro come i loro nonni da una terra che non aveva spazio per loro, neppure nella sfolgorante giostra del calcio.

E’ una storia di quelle che io definisco “dell’altra metà del calcio”…

Quella più vera, umana e spesso tragica.

Ed è una storia da vedere.

 

BLIND LEMON JEFFERSON: Il Blues della città fredda

di MARCO DI GRAZIA

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E’ il 29 dicembre del 1929, la notte del 29 dicembre; in una Chicago che, come tutti gli USA, è in preda alla grande depressione, si aspetta l’anno nuovo che porti con sé speranza e benessere. E’ una notte fredda, anzi, gelida, quella del 29 dicembre 1929, nella città fredda per eccellenza. E in questa notte gelida c’è un uomo che sta camminando per strada, da solo. Ha litigato da poco con la sua donna, che se n’è andata in taxi e per questo sta percorrendo la strada che porta al suo albergo a piedi, faticosamente, sfidando il vento gelido che gli schiaffeggia la faccia.

L’uomo è ben vestito, anzi, riccamente vestito. E’ nero.

Ed è cieco.

Ma nonostante questo sa muoversi nella città dove passa buona parte del suo tempo da qualche anno.

Ma questa non è una notte in cui incamminarsi per strada. Non per un uomo corpulento come lui, non per un uomo che ha appena litigato ferocemente come lui, non per un uomo per cui la notte è perennemente discesa sui suoi occhi fin dalla nascita. 

L’uomo a un certo punto sente un forte dolore al petto, si ferma, annaspa.

Cade.

Cade rovinosamente sul bordo della strada, apre bocca per chiedere aiuto, ma l’alito forma una nuvola di ghiaccio da cui non esce alcun suono. Sente il dolore che dal petto si espande al braccio e lo blocca. Lo paralizza.

Si accascia a terra.

Passano due persone e lo vedono, ma non si fermano. Chi sarà mai quello? Uno dei tanti neri barboni senza tetto che sono arrivati a migliaia, in città. Uno dei tanti mendicanti senza passato e senza futuro. Uno dei due nota il cappotto elegante che l’uomo indossa e pensa: chissà a chi l’avrà rubato. I due continuano per la loro strada, l’uomo sente i passi che si allontanano. Il dolore è sempre più forte e, anzi… ora non sente più niente. Lascia che i nervi si rilassano, la testa cade all’indietro e su quegli occhi che non hanno mai visto la luce, cala un nuovo velo scuro: quello della morte.

 

La notte del 29 dicembre del 1929 morì, a Chicago, il grande bluesman e chitarrista Blind Lemon Jefferson, il primo grande divo del Blues.

Quella raccontata è una delle ipotesi, o forse una somma di alcune di esse, a proposito della morte misteriosa di questo personaggio che era diventato in pochi anni un vero e proprio divo.

Colui che divenne la prima stella del Blues di sesso maschile era nato in Texas nel 1893 e aveva iniziato a suonare la chitarra fin da bambino, rivelandosi da subito eccezionalmente dotato, nonostante il grave handicap della cecità fin dalla nascita.

In breve la sua fama aveva superato i confini del suo territorio e si era allargata sempre di più, seguendo il girovagare dell’artista, come tanti bluesmen su e giù per gli States. Un treno, una chitarra e un canto malinconico da diffondere.

I suoi blues, carichi di immagini suggestive e poetiche e cantati con una voce possente, sono diventati da subito dei classici che lo hanno fatto diventare il caposcuola del Texas Blues.

Ma ciò che più ha impressionato è stato il suo stile chitarristico, originale e virtuoso, che è stato d’esempio per decine di artisti venuti dopo di lui. Il suo stile è fondamentale per il genere musicale che si stava codificando proprio in quel periodo e la sua influenza è enorme su grandi chitarristi e bluesmen che sarebbero diventati a loro volta delle leggende come Robert Johnson, Leadbelly, T-Bone Walker.

Dal 1926 la Paramount lo aveva messo sotto contratto, facendogli incidere diversi dischi a Chicago. La sua popolarità crebbe sempre di più, facendolo diventare un vero e proprio divo, anche qui in anticipo di alcuni decenni su quanto sarebbe diventato poi per altri musicisti.

Tutto fino a quella notte del 29 dicembre del 1929 quando, in una Chicago stretta nella morsa del freddo e della grande depressione, un ricco uomo di colore moriva per strada, a 36 anni, solo e disperato come un blues.

Come tanti di quei blues che Blind Lemon Jefferson aveva composto,  suonato e cantato, regalando al mondo un tesoro di valore inestimabile.

 

MARCO DI GRAZIA

 

 

rif. Fabrizio Poggi: “Angeli perduti del Mississippi”

Jorge “El Lobo” CARRASCOSA: l’uomo che non volle alzare la Coppa del Mondo.

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Credo che questa sia “la storia” fra tutte quelle che si possono raccontare nel secolo abbondante di partite, tragedie, trofei, eroi e farabutti del calcio argentino. La più raccontata, dibattuta e contraddittoria fra tutte quelle che il mondo del calcio argentino abbia mai vissuto.

E’ la storia di un terzino, non particolarmente dotato da un punto di vista tecnico ma con una dedizione, una grinta, una voglia di vincere che lo hanno reso famoso come “El Lobo”, il lupo, proprio per queste caratteristiche di chi davvero non molla mai.

Jorge Carrascosa nasce a Valentin Alsina (Buenos Aires) il giorno di Ferragosto del 1948. Muove i primi passi nel Banfield dove esordisce in prima squadra a 19 anni. Un paio di stagioni dopo arriva il trasferimento al Rosario Central con il quale “El Lobo” vince  il Campionato Nacional nel 1971. L’anno prima ha già esordito in Nazionale e il suo gioco ruvido ma tenace, di grande spessore agonistico e di capacità di grande concentrazione per tutti i 90 minuti ha già attirato l’attenzione dei tecnici della Nazionale argentina. Nel 1973 Cesar Menotti lo porta all’Huracan e Carrascosa diventa pietra miliare di quella meravigliosa squadra che vince dando spettacolo il Metropolitano del 1973. Con lui, in quella squadra ci sono fra gli altri il suo grande amico René Houseman, Carlos Babington, Miguel Angel Brindisi che con Carrascosa faranno parte della spedizione ai Mondiali di Germania del 1974.

Carrascosa passerà alla storia per il suo grande “rifiuto” a giocare i Mondiali del 1978, quelli di casa, quelli dove l’amico e mentore Cesar Menotti fa il Selezionatore, quelli dove Carrascosa avrebbe giocato con la fascia di capitano al braccio. Ma ad un mese circa dall’ufficializzazione dei 22 convocati Carrascosa comunica a Menotti, con cui si sente regolarmente da anni, la sua decisione; non giocherà i Mondiali organizzati dal suo Paese e forse i primi, nella storia, dove l’Argentina ha realistiche possibilità di vittoria.

Per tanti, ancora oggi, il motivo del rifiuto è uno soltanto; Carrascosa è sempre stato un uomo di sinistra e l’idea di giocare per una dittatura sanguinaria e fascista non riesce proprio a contemplarla. Figuriamoci poi la possibilità, neppure tanto remota, di ricevere direttamente dalle mani del “Asesino Videla” la Coppa tanto sognata!

Non solo, al termine della stagione successiva, si ritirerà, a soli 31 anni, dal calcio lasciando anche la sua fascia da capitano nel suo amato Huracan (nonostante avesse ancora due anni di contratto).

Ma se questa è la versione ufficiale e raccontata ancora oggi da più parti, il disagio del “Lobo” ha ragioni molto più profonde e che coinvolgono tantissimi aspetti, anche umani, e che lo hanno portato ad una decisione così estrema, contraddittoria e sicuramente coraggiosa.

Nei primi anni ’70 il calcio sta cambiando, l’Ajax di Amsterdam prima e la Nazionale Olandese in seguito hanno rivoluzionato il mondo del pallone. La “prestazione” sta iniziando a sostituire la bellezza estetica del gioco, correre diventa sempre più importante. Iniziano a circolare stimolanti, droghe vere e proprie che innalzano il livello della “prestazione”. Il gioco fantasioso, creativo e un po’ anarchico di giocatori come il suo amico Houseman sta facendo posto ad un calcio sempre più aggressivo e fisico. Inoltre le voci su partite comprate e vendute con estrema facilità nel campionato argentino girano con sempre maggiore frequenza e soprattutto con sempre più evidenza e riscontro. Nel 1974, proprio ai Mondiali di Germania, accade un’altra cosa che segnerà profondamente il progressivo rifiuto di Jorge verso quel mondo che era stato da sempre il suo.

L’Argentina per qualificarsi alla seconda fase deve battere la piccola nazionale di Haiti con almeno tre gol di scarto ma questo non è sufficiente se nell’altro match la Polonia, già matematicamente qualificata, non riesce ad avere la meglio sugli azzurri di Valcareggi, di Riva e Rivera. La Federazione, con l’appoggio consenziente della gran parte dei giocatori e dello staff, decide di mettere mano al portafogli incentivando con una importante somma di denaro (si parla di 25.000 dollari) la prestazione dei polacchi che infatti giocano una partita attenta e determinata eliminando gli azzurri e rendendo possibile la qualificazione al secondo turno della “Albiceleste”.

Questo non era più il mio calcio” dirà Carrascosa diversi anni dopo in una delle sue rarissime interviste “se un incentivo economico è lo stimolo per giocare meglio a questo meraviglioso sport vuol dire che c’è qualcosa che non va”.

Proprio la Polonia torna prepotentemente nella storia professionale e umana di Carrascosa. Due anni dopo infatti, il 24 marzo del 1976, mentre la Dittatura dei Generali sta prendendo il potere con un terribile colpo di stato, la Nazionale Argentina è impegnata in un tour all’estero e proprio quel giorno deve disputare una partita amichevole contro la nazionale polacca. Le voci che arrivano dalla Patria natia sono confuse e contraddittorie. C’è grande timore nei giocatori per le famiglie a casa … a maggior ragione per quelli come Carrascosa o lo stesso Menotti che sono conosciuti alla giunta come uomini di sinistra, e quindi potenziali sovversivi e oppositori al regime. La squadra vorrebbe rientrare immediatamente in Argentina ma arriva una telefonata dai Generali (si parla addirittura di Videla in persona) “Voi pensate a giocare e a vincere. Anche questo è un segnale importante che dobbiamo dare al Paese” Quella partita sarà l’unica trasmissione televisiva di quel giorno oltre ai continui comunicati della Giunta appena insediatasi.

E così avviene. Tra lo sbigottimento e il disgusto di molti giocatori la partita si gioca. Mario Kempes, proprio l’eroe del mondiale argentino, ha una crisi di pianto inconsolabile; vuol tornare in Argentina immediatamente. A fatica i compagni riescono a tranquillizzarlo. Come detto la partita viene trasmessa in diretta nel Paese e il Paese si ferma per ammirare i propri eroi. Quelli che da lì a due anni avranno il compito di portare per la prima volta la Coppa del Mondo nella Patria del tango e dell’asado. Per quanto poco possa contare, l’Argentina vince 2 a 1.

Questo è un altro colpo terribile da assorbire per un uomo valoriale e onesto come “El Lobo”. Sempre più domande a cui diventa sempre più difficile dare risposta. Il calcio sta diventando sempre di più “mercato” perdendo via via le sue caratteristiche ludiche e romantiche. In più ora si sta trasformando in un importante ingranaggio nelle mani del regime e della sua propaganda. I suoi malumori sono continuamente condivisi con Menotti che però insiste; “Lobo, sei il mio capitano e voglio che sia tu ad alzare al cielo la Coppa”. Ma Carrascosa ormai ha preso la sua decisione ed è dapprima sorpreso e poi deluso nel constatare che Menotti, così strenuo oppositore di questo regime, alla fine decida non solo di rimanere al suo posto di Direttore Tecnico della Nazionale ma che finisca addirittura per diventare anche lui “manipolato” e “usato” dalla propaganda dei Generali.

Carrascosa rifiuta la convocazione. Daniel Passarella diventerà il capitano della Nazionale e sarà lui a ricevere la Coppa dalle mani di Videla mentre tanti giovani sono in quei giorni torturati e uccisi, mentre le madri di Plaza de Mayo continuano a camminare silenziose cercando notizie dei proprio figli … e mentre la “macchina del calcio” continua imperterrita ad andare avanti con la connivenza più o meno consapevole (molto più che meno …) di tutti i media occidentali.

Ma anche vedere Passarella alzare la Coppa quando avrebbe potuto essere lui a farlo non crea alcun tipo di rimpianto a Jorge. La sua decisione non ha mai vacillato, neanche negli anni successivi dove su di lui se ne sono dette di tutti i colori, infamandolo e colpendolo pur di far apparire la sua coraggiosissima e coerente decisione come il frutto di un “colpo di testa” di un mezzo matto. Si disse anche che l’unico motivo per cui giocava in Nazionale era per la sua amicizia con Menotti…

Quel calcio, quel mondo, gli stava stretto. Lui che in allenamento era felice di misurarsi con “El Loco” Houseman, felice di raccontare che era “lieto” di non dover giocare contro una peste del genere ma di averlo come compagno di squadra, felice di poter dire che con le sue scarse doti tecniche aveva comunque vinto due campionati con due diverse squadre, felice che il suo nome sarebbe stato accostato in eterno al meraviglioso Huracan di Menotti e a compagni di squadra del talento di Houseman, Babington, Brindisi, Avallay o Basile.

Sparita questa felicità il calcio, per Jorge “El Lobo” Carrascosa con aveva più senso.

lobo capitano

ANEDDOTI E CURIOSITA’
Menotti ci provò fino all’ultimo a convincere El Lobo a partecipare ai Mondiali del 1978. Lo chiamò anche il giorno prima di dirimere la lista dei convocati. “Questa mia decisione viene da anni di riflessioni, non la cambio certo in un giorno” gli rispose El Lobo.
“E’ vero che il calcio non è più quello di quando iniziai da ragazzo. Ma purtroppo neanche la vita è più così. Come puoi sentirti bene se mentre mangi un panino con il prosciutto crudo viene un bimbo a chiederti qualche pesos perché ha fame ?”
Parlando della corruzione nel calcio argentino
“Secondo voi è bello vincere qualcosa perché sai che l’arbitro ti ha regalato un calcio di rigore ? “Si può veramente festeggiare per una vittoria ottenuta con l’inganno ?”
“Non solo non ho giocato i Mondiali del 1978 ma non avrei neppure giocato quelli del 1982, mentre l’Argentina era in guerra con l’Inghilterra per le Malvinas. Posso pensare di giocare a calcio mentre ho un parente, un amico, un vicino di casa che stanno morendo su un campo di battaglia ?”
La sua filosofia nel calcio
“Ma perché bisogna vincere SEMPRE ? Perché viviamo in un mondo dove uno vale per quello che vince o guadagna e non per quello che è ?”
“La cosa più bella che è stata scritta su di me come calciatore è che sono “un giocatore di squadra” e i paragoni con Javier Zanetti quelli che mi riempiono più di orgoglio, per lo sportivo e soprattutto per lo spessore umano”
E infine sulla sua famosa scelta “Fu un atto di coscienza. L’uomo conta più dello sportivo anche se devo ammettere che non avevo idea dei rischi che potevo correre. Ma fu una decisione spontanea e per me del tutto naturale. Della quale non mi sono mai pentito.”

Nelle purtroppo scarsissime immagini in rete sul “Lobo” due profili (il secondo decisamente bello !) sul “suo” Huracan, quello bellissimo e vincente del 1973.

JUAN MANUEL SANTISTEBAN: “lo spettacolo deve continuare”

manolo 1

“Il nostro Direttore Sportivo, il basco Antonio Barrutia, duro e schietto come il suo popolo, ce lo ha detto chiaramente prima di arrivare qui in Italia per la partenza del Giro: “si corre tutti per Francisco Galdos”

Lo scorso anno il nostro capitano, scalatore eccezionale, è andato davvero vicino ad una grande impresa qui nella “corsa rosa”.

Un secondo posto finale, battuto solo dall’italiano Fausto Bertoglio.

Ricordo che io ero, come tutta la Spagna, davanti al televisore per assistere a quell’ultima meravigliosa tappa del Giro che arrivava proprio in cima al Passo dello Stelvio.

Fu una tappa meravigliosa, epica.

In una cornice di folla incredibile a fra autentici muri di neve ai bordi della strada.

Galdos vinse quella tappa ma non riuscì a colmare il distacco di 41 secondi che aveva dall’italiano.

L’obiettivo quest’anno è fare, se possibile, ancora meglio.

Per cui fino a quando il nostro capitano avrà una chance di vittoria tutti noi correremo per lui.

Se non dovesse andare così allora avremo il via libera anche noi gregari per tentare qualche sortita e magari per portarci a casa qualche bel piazzamento.

Questo programma per me non fa una piega; ne’ in un caso ne’ nell’altro.

Al sottoscritto lavorare duro per il proprio capitano è sempre piaciuto.

Conosco i miei limiti.

A 31 anni so benissimo quello che posso e che non posso fare.

In salita non sono certo un fenomeno e se non vai in montagna nel ciclismo la classifica te la scordi.

Ma ho un buon motore, una discreta potenza e in pianura non sono in molti a farmi paura.

Qualcuno dice che dovrei essere un po’ più ambizioso.

In fondo qualche bella corsa l’ho vinta … tre tappe alla Vuelta e una al Giro del Delfinato.

Mica corse qualunque !

Ma a me non importa.

Ho amato e amo la bicicletta.

Mi ha dato la possibilità di stare per tanti anni lontano dalla mia piccola azienda agricola, dai campi da arare, dalle mucche da mungere per fare quello che amo di più: correre in bici.

Ad ottobre di quest’anno compirò 32 anni.

Non manca molto al giorno in cui sentirò che la fatica supererà il piacere di stare in sella.

E a quel punto tornerò ai miei campi, nella mia adorata Cantabria con mia moglie Mercedes e i miei due adorati “cuccioli” Monolino e Maria.

Intanto ieri siamo arrivati in Italia.

Fra tre giorni partirà la corsa rosa.

Si partirà dalla Sicilia.

Saranno tappe per i velocisti ma se dovesse arrivare un segnale dal nostro Direttore Sportivo beh … io sono pronto a provare a fare qualcosa !

 

 

E’ la 1° tappa del Giro d’Italia del 1976.

59ma edizione della “corsa rosa”.

E’ divisa in due semitappe, entrambe il linea.

Alla partenza di Messina ci sono nubi minacciose.

Non esattamente il tempo che ci si attende nella terza decade di maggio in Sicilia.

Qualcuno nel gruppo è perfino contento.

La partenza e l’arrivo della brevissima semitappa (solo 64 km) è a Catania e da quelle parti, tra fichi d’india e zagare, agavi e terra brulla non è raro che in quel periodo si sfiorino anche i 30 gradi.

Invece quando si parte da Piazza Duomo ci sono nuvoloni grigi che non promettono nulla di buono.

La gara è velocissima. Osler e Pella tentanto la fuga, ma vengono presto ripresi. Ci sono tante squadre con fior di velocisti che non vogliono, non possono permettere che sfugga loro la prima maglia rosa.

Roger De Vlaeminck, il gitano, dominatore della classifica a punti in quegli anni, Patrick Sercu altro velocista belga fenomenale così come Rick Van Linden, belga pure lui. Per gli italiani ci sono il gigante buono Ercole Gualazzini, lo scaltrissimo Pierino Gavazzi, l’ex campione del mondo di 4 anni prima Marino Basso e un giovane e arrembante Francesco Moser che pur non essendo un velocista puro si lancia nelle volate senza alcun timore.

La prima ora vola via a 40km/ora di media che in un percorso così tortuoso è sicuramente un bel “viaggiare”.

Sono quasi le 12.30.

Dalle finestre delle case arriva il profumo del pesce delle tavole imbandite di quei meravigliosi paesini sparpagliati sotto lo sguardo maestoso dell’Etna.

Gonzales Linares, il fortissimo corridore spagnolo, numero due della squadra spagnola della KAS, ha una foratura.

E’ il momento peggiore con il gruppo che viaggia a mille e che si appresta ad attraversare Acireale prima di lanciarsi verso il ritorno a Catania.

Immediatamente si fermano Oliva, Carlos Ocana e proprio Juan Manuel Santisteban.

Il ritmo è frenetico. Qualche km a testa bassa quando finalmente, da lontano, si comincia a intravedere la coda del gruppo.

Siamo in un tratto di discesa, di quelle ampie e scorrevoli dove però non è difficile superare gli 80 o anche i 90 km all’ora.

Santisteban guida il gruppetto. Quando c’è da “menare” lui è sempre davanti.

C’è da affrontare un ampio curvone sulla destra, di quelli che solitamente non danno problemi nemmeno a ciclisti meno esperti e navigati di Manolo.

Però succede qualcosa.

Manolo si gira per vedere se i compagni sono dietro di lui ?

Oppure tocca con la pedivella l’asfalto mentre si appresta a disegnare la curva ?

O magari vede la sua ruota davanti trovare del ghiaietto e perdere aderenza ?

O forse addirittura una borraccia gettata incautamente da qualcuno nel gruppo transitato di lì qualche manciata di secondi prima lo ostacola ?

Nessuno lo saprà mai con certezza.

Potrebbe piegare la bici al limite forse, scivolare e finire fuoristrada, magari “grattando” il corpo su quell’asfalto viscido e finire fuori strada, nel fosso o infilandosi sotto il guard-rail.

Solo che Manolo NON VUOLE CADERE.

Non alla PRIMA tappa del suo PRIMO Giro d’Italia.

Non dopo un pugno di chilometri di corsa.

E così, in un tentativo estremo di rimanere in sella porta tutto il corpo verso l’esterno tentando di domare il suo mezzo.

Con il risultato che Manolo Santisteban viene letteralmente sbalzato dalla sella nel più classico “high side” motoristico.

Il suo volo finisce contro il guardrail a bordo strada.

Batte la testa.

Allora il casco non lo portava nessuno, non esisteva obbligo.

I suoi compagni hanno visto tutto ma questo “tutto” accade in pochi secondi e dopo poco sono già lontani, ignari del fatto che il loro compagno e amico Juan Manuel Santisteban è morto sul colpo.

Meno di due minuti dopo arriva Piero Ceccoli, medico del giro.

Può solo constatare che l’inevitabile è già accaduto.

Viene caricato sull’ambulanza, non prima che qualcuno riesca a scattare la foto che il giorno dopo farà il giro del Mondo.

santisteban morte

Tutto questo nella prima tappa del Giro, dopo neppure due ore di corsa.

La corsa va avanti.

Si arriva, come da copione, in volata.

Per la cronaca la spunta Patrick Sercu che indossa la prima maglia rosa di questo Giro iniziato come peggio non si potrebbe.

All’arrivo Antonio Menendez, grande amico di Manolo e suo compagno di camera, chiede informazioni “E’ riuscito Manolo a rientrare ? Non ditemi che si è fatto male ed è stato costretto a ritirarsi ???”.

La facce del Direttore Sportivo e degli altri uomini dello staff della Kas, la compagine spagnolo sono attonite, rimangono mute. Nessuno ha il coraggio di dire ad Menendez la verità.

Antonio cerca di capire cosa può essere successo quando qualche metro più in là sente Marino Basso, l’ex campione del mondo di Gap, che intervistato da un giornalista gli dice “tutto questo non conta niente oggi quando un tuo collega muore sulla strada”.

Antonio Menendez capisce ma ancora non vuole e non può credere a quello che ha sentito.

Si avventa su Basso “Chi è morto Marino ? Chi ?”

Juan Manuel Santisteban, il contadino di Ampuero, cittadina a due passi da Santander.
Juan Manuel Santisteban, detto “il Coco”, il brutto, per quei suoi lineamenti irregolari, quel suo sorriso sghembo e per quelle sue incredibili orecchie a sventola non tornerà dalla sua “Merche” e dai suoi figli ma morirà così sulle strade del Giro d’Italia, 24 anni dopo Orfeo Ponsin e 35 prima di Wouter Weylandt.

La KAS vuole ritirarsi.

Proprio non se ne parla di andare avanti in quelle condizioni. I suoi compagni non se la sentono di tornare in sella dopo quello che è successo.

Ma non c’è una notte per pensarci. Fra un paio d’ore si deve ripartire per la 2° semitappa, quella che da Catania dovrà portare i corridori a Siracusa.

Vincenzo Torriani, il patron della corsa rosa, fa opera di convincimento. “Restate e onoratelo in corsa”

La resistenza di Galdos e compagni alla fine cede.

Ci sono sponsors, contratti, impegni da rispettare e interessi economici.

Si torna in sella con la morte nel cuore ma con l’impegno di fare il meglio possibile.

Tutti gli introiti economici derivanti dai premi vinti in corsa saranno devoluti alla famiglia.

Ma le gambe non girano. I corridori della KAS sono ancora evidentemente scossi.

Ne’ Galdos, ne’ Lopez Carrill ne’ Gonzalez Linares riescono ad emergere.

Si arriva all’11ma tappa. La Terni-Gabicce Mare. Classica tappa di trasferimento in attesa di avvicinarsi alle prime montagne, quelle degli Appennini che inizieranno a delineare una classifica che al momento vede spalla a spalla il vecchio e mai domo leone Felice Gimondi con il giovane e agguerrito Francesco Moser.

L’arrivo in volata è praticamente una certezza.

Ci saranno le solite scaramucce, qualche gruppetto di comprimari che cercheranno di mettersi in luce e i “grandi” che penseranno a “salvare la gamba” in attesa della salite.

C’è qualcuno però che non la pensa così.

C’è qualcuno che considera questa tappa alla stregua di un campionato del mondo o di  una Milano-Sanremo.

C’è qualcuno che non appena viene abbassata la bandierina del via parte come un razzo, quasi che il traguardo fosse dietro la prossima curva.

Il suo nome è Antonio Menendez, “el rubio de Cangas del Narcea”, amico fraterno di Manolo.

Gesto encomiabile e valoroso.

Ogni ciclista del gruppo è sicuramente colpito e ammirato da questo coraggioso tentativo.

Coraggioso sicuramente.

Ma con 222 km da percorrere la parola “velleitario” è sicuramente la più indicata.

Passano i chilometri.

Il vantaggio aumenta.

Antonio sta viaggiando a 42 km all’ora di media dopo 100 chilometri di gara.

E’ ovvio che non può tenere questo ritmo per tutta la corsa.

Il vantaggio però aumenta, il gruppo lascia fare.

Lo tiene a “bagnomaria” convinto che Antonio, spagnolo atipico, biondo con gli occhi verdi, “imploda” fra pochi chilometri.

Fa incetta di traguardi volanti. Tutti premi che diventeranno pesetas preziose per la famiglia del suo amico Manolo.

Ad un certo punto però il vantaggio arriva a toccare i 18 minuti.

Antonio non molla, anzi, le sue energie si moltiplicano.

Il gruppo capisce che non c’è più nulla da fare. Antonio Menendez arriverà da solo al traguardo, con le braccia alzate non prima di farsi un segno della croce per ricordare il suo amico “Coco”, brutto è vero, ma il più simpatico di tutti.

Lui, Antonio, che arrivò ultimo in entrambe le due semitappe siciliane, lui che quando la sera i corridori tornavano in albergo trovava sempre un letto vuoto a fianco del suo.

Taglia il traguardo, distrutto dalla fatica e con gli occhi umidi di pianto.

E’ stata un’impresa, di quelle epiche che fanno la storia di questo meraviglioso sport.

Ma non è stata una fuga solitaria.

Su quella bicicletta, quel giorno, c’erano 4 gambe e due cuori.

E da lassù, probabilmente, Manolo avrà sorriso.

 

ricordo manolo

 

 

 

 

PHIL O’DONNELL: Riposa in pace zio Phil.

di SIMONE GALEOTTI

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Che cos’è questo silenzio assordante, questa voragine nella frenesia, spezzato solo da singhiozzi, da flebili preghiere, da passi ordinati sull’asfalto alla maniera delle note di un Requiem, davanti alle bifore gotiche della Chiesa di Saint Mary’s? Che cosa sono tutti questi fiori, queste sciarpe, queste maglie ripiegate su se stesse, questi nastri colorati di claret&amber bagnati dalle lacrime e dalla pioggia sottile di Motherwell? Hanno un valore? hanno un senso? ti accompagneranno Phil? dove? ti serviranno? Questo pegno di ricordi, questa schiera di commozione aggrappata come edera ai cancelli del tuo stadio, riesci a vederla zio?

Il Fir Park dove tutto era cominciato e dove tutto è finito. Esiste davvero una qualche specie di aldilà, un riverbero di luce da raggiungere indossando la maglia numero 10 degli Steelmen? Oppure no, siamo destinati al nulla, alla polvere, costretti a piantare radici di memoria? Agli inizi del 1800 Motherwell era poco più di una manciata di case scure sul lato destro del fiume Clyde. Oggi di quell’embrione di città resta una targa su un muro in Ladywell Road. Phil O’Donnell aveva trentacinque anni, era sposato con Eileen e padre di quattro figli.

E’ stato il freddo dicono. Il freddo che fa battere i denti anche a chi è nato qui nel North Lanarkshire.

C’è un ora fatale che scocca da dieci anni esatti negli orologi dei tifosi del Well: le 17.18 del 29 dicembre 2007. Un inceppo, un sussulto nel meccanismo che fatica nel far avanzare le lancette sul quadrante, al pari del cuore di Phil O’Donnell nel momento in cui il malore ebbe la meglio, stroncando la vita al capitano tornato nel club con cui aveva esordito a soli diciassette anni. Suo nipote David Clarkson stava giocando con lui e aveva già segnato due goal. Il giovane David che inevitabilmente gli aveva fatto affibbiare quel soprannome: uncle. La partita andava alla grande: 5-2 contro il Dundee United al trentaduesimo del secondo tempo. Mica male, c’era profumo d’Europa nell’aria. Poi Mark McGhee si alzò dalla panchina.

Chiamò Phil: “vieni zio, faccio entrare Marc Fitzpatrick”. Voleva dargli un po’ di respiro. Ma appena O’Donnell prese la strada della linea laterale si accasciò di schianto a terra, immobile. Lo soccorsero tutti, perfino il medico dell’altra squadra. Lamentava dolori alla gola, respirava male, appariva cianotico. “Dai Phil, che ti succede, non adesso, non ora, non lasciarci, in fondo non volevi andartene da casa nemmeno dopo i due milioni di sterline offerti dal Celtic.” A Glasgow ammirarono i tuoi piedi nonostante i troppi infortuni. E allora, passando da Sheffield sponda Owls, rientrò nel 2004.

La situazione apparì subito grave. Un ischemia, forse un infarto. Agitazione e mani tremanti a nascondere il volto. Mani più salde sul suo petto per il massaggio cardio-polmonare in attesa dell’ambulanza. Cinque minuti che non sono mai passati e continuano a scorrere in uno spazio temporale parallelo dove magari si apre una porta del destino diversa e Phil O’Donnell si salva. Invece nella teoria dei multiversi questo è l’universo sbagliato. Chissà quale sarà stato il suo ultimo pensiero? un bacio, i bambini, i suoi genitori, oppure quel pomeriggio a Hampden dove aiutò il “Well” a vincere la seconda Coppa di Scozia della sua storia segnando una stupenda rete di testa?. Idealismi. Mentre i macchinari cercavano di rianimarlo e la sirena balenava sull’orizzonte delle vecchie acciaierie di Motherwell, in direzione del Winshaw General Hospital, O’Donnell ci lasciava per sempre.

Rest in peace, uncle Phil.

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