MASSIMO MORGIA: Il Bielsa italiano.

di REMO GANDOLFI

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E’ il 9 giugno del 1977.

Massimo Nobile e Claudio Cavalieri stanno viaggiando a bordo della BMW 3000 di Cavalieri.

Destinazione Cassino per far visita ad un amico.

Sono entrambi calciatori dell’Avellino che a due giornate dalla fine è invischiato nella lotta per non retrocedere in quel campionato di Serie B.

Sono nei pressi di San Nicola la Strada e sono quasi le 9 di sera quando Claudio Cavalieri perde il controllo del suo potente mezzo che sbanda e va a finire la sua corsa contro un pilastro in cemento a bordo strada.

I due ragazzi muoiono sul colpo.

Hanno entrambi 23 anni.

Massimo Nobile  era il miglior amico di Massimo Morgia.

Massimo Morgia fa l’allenatore di calcio.

E’ uno di quelli con la valigia perennemente pronta.

Non solo perché il cambiamento è parte integrante della sua professione ma anche e soprattutto perché Massimo Morgia non accetta compromessi.

Se le promesse non vengono mantenute ci mette un nano secondo a strappare un contratto, salutare e ripartire altrove con la sua vita e la sua carriera.

Massimo Morgia e Massimo “Massimino” Nobile sono cresciuti insieme, nel quartiere San Paolo di Roma.

Sono amici fin dall’infanzia.

Ci sono tre anni di differenza tra loro.

Massimo Morgia è come un fratello maggiore e Massimino Nobile si fida ciecamente di lui.

Morgia prima lo porta con se alla OMI Roma dove i due condivideranno campo e spogliatoio con un ragazzino taciturno, timidissimo ma di grande talento: si chiama Agostino Di Bartolomei.

Massimo Morgia fa il difensore.

E’ alto, forte fisicamente, tenace e volitivo. E’ eccellente nell’anticipo e nel colpo di tesa.

Ma è uno di quei difensori che hanno cervello, che sanno “leggere” la partita e i movimenti degli attaccanti.

E i piedi sono migliori del classico stopper del periodo.

Massimino invece è il classico centrocampista completo.

Corsa, grinta ma anche piedi “educati”.

Morgia nel 1973 va al Rovereto, in serie D.

Serve un centrocampista di corsa e temperamento ma che abbia anche qualità.

“Conosci Massimo Nobile ?” gli chiede un dirigente.

“Certo” risponde Morgia. “Se potete acquistatelo oggi stesso.”

Nobile arriva a Rovereto a novembre.

I due giocano una eccellente stagione e per entrambi arriva la chiamata dell’ambiziosa Nocerina, squadra che gioca in Serie C.

E’ la stagione 1974-1975.

Al sud il calcio è calore, passione, è tifo spesso “cieco”.

Nel bene e nel male.

La squadra non ottiene i risultati attesi.

C’è in pericolo la categoria.

C’è tanta rabbia e i tifosi contestano la squadra.

Quando tirano quelle arie meglio non farsi vedere troppo in giro.

I due passano mesi interi praticamente in clausura, segregati in un convitto fuori città.

Poi Massimo Morgia si rompe le scatole di questa situazione e fa quello che non hanno il coraggio di fare i “vecchi” dello spogliatoio.

Va a parlare con i tifosi.

“Molto probabilmente come calciatori siamo delle mezze seghe ma vi garantisco che in campo ci mettiamo l’anima in ogni partita” dice loro Morgia in tono deciso.

Aggiungendo “e adesso se volete menatemi pure”.

Nessuno si azzarderà a toccarlo. Anzi. La stima per quel difensore roccioso, tenace e passionale da quel giorno aumenterà ulteriormente.

A fine stagione arriverà la salvezza mentre quella successiva sarà addirittura eccellente, con un 7° posto finale di tutto rispetto.

Al termine di quella stagione le loro strade si divideranno.

Massimo Morgia andrà alla Lucchese, sempre in C, dove incontrerà l’amore della vita, Annalisa e dalla quale avrà una figlia che chiamerà Valentina, nome voluto fortemente da Massimo perché così si chiamava la figlia del suo mentore Giovanni Meragalli.

Per “Massimino” Nobile c’è l’Avellino che milita nel campionato di serie B.

Per Morgia è una stagione maledetta. Ha grossi guai alla caviglia.

La sera prima dell’incidente Nobile cerca il suo amico al telefono per sentire come sta e per fare le chiacchiere rituali che due grandi amici hanno bisogno di fare, specie ora che le loro carriere hanno preso strade diverse.

Nobile non riesce a rintracciare Morgia.

L’ultimo tentativo è chiamare a casa della madre di Massimo.

Non è neppure lì ma con la madre di Morgia si conoscono da una vita e passano più di un’ora al telefono.

Quando Massimo arriverà sul luogo dell’incidente troverà diversi gettoni telefonici sparsi per terra … sono quelli rimasti dopo la telefonata fiume con la madre della sera prima.

 

Siamo nell’estate del 2017.

Massimo Morgia ha chiuso da pochi mesi la sua avventura all’Aquila.

Arriva una telefonata. E’ Nicola Padovano, il Presidente della Nocerina.

Offre a Massimo Morgia la panchina dei rossoneri campani.

La Nocerina è in Serie D.

Ci sono ambizioni ma ci sono anche altre Società con risorse economiche importanti.

Dalla sua la Nocerina ha un pubblico fedele e caloroso.

“I Molossi” hanno pochi rivali quando si tratta di spingere la propria squadra.

A Massimo Morgia tornano in mente le due stagioni passate a Nocera da calciatore.

Anni intensi, non sempre facili ma felici … insieme al suo grande e sfortunato amico Massimo Nobile.

Morgia accetta. Sarà lui il nuovo allenatore dei rossoneri.

“Lo devo al mio amico Massimino” saranno le sue prime parole dopo la firma.

Passa una settimana.

Arriva un’altra telefonata.

E’ una di quelle che ti cambiano la vita.

L’Albania offre a Massimo Morgia il ruolo di Direttore Tecnico di tutte le Nazionali del paese.

Contratto di 5 anni. Ottimamente remunerato.

E’ il coronamento di una carriera, un sogno che diventa realtà.

Dopo più di 25 anni su panchine di serie C e serie D su e giù per l’Italia sempre con lo stesso entusiasmo, lo stesso indomito spirito, lo stesso coraggio e la stessa coerenza dimostrando ovunque è andato che può esistere un altro concetto di calcio, più onesto e pulito.

E dove il denaro non è l’unico parametro  che conta.

Non lo sarà neppure stavolta per Massimo Morgia.

Ha firmato un contratto e soprattutto ha dato la sua parola d’onore alla Nocerina.

E questo è tutto quello che conta.

A  Nocera Massimo Morgia crea un gruppo eccezionale, coeso e affiatato.

Talmente forte e compatto che le vicissitudini societarie quasi non li sfiorano.

Dritti e avanti per la loro strada, fatta di vittorie e di pezzi di cuore lasciati in campo in ogni partita.

E poi ci sono loro, i “molossi”. Come numero non sono più quelli degli anni d’oro, ma come passione, calore, partecipazione e incitamento sembrano cinque volte tanti.

Tutti insieme hanno provato a fare un miracolo.

Uno dei tanti della carriera di questo baffuto capellone (si, Morgia ha ancora la stessa chioma di quando giocava, figlia di quel ’68 che porta ancora nel cuore).

La Nocerina ha lottato gomito a gomito per la promozione diretta contro Vibonese e Troina fino alle ultime giornate, con risorse infinitamente inferiori e con una rosa più ristretta e molto più giovane.

Non ce l’ha fatta, ma non è questo che conta

Di certo c’è che a Nocera, come a Mantova nella stagione successiva è successo esattamente quello che è a Palermo, a  Siena, a Pistoia, a Marsala e in tutti gli altri posti in cui ha lavorato.

L’impronta lasciata da Massimo Morgia non sarà così facilmente cancellata dal tempo.

A Nocera ad esempio, in occasione del compleanno di Massimo, i “Molossi” glielo hanno dimostrato.

C’era uno striscione enorme a lui dedicato.

“Maestro di esempi e di valori di altri tempi. Auguri Mister”.

Ecco, in questo striscione c’è tutto Massimo Morgia.

C’è l’uomo che strappa un contratto perché, come ad Aquila, hanno mancato di rispetto ad un amico, c’è l’uomo che a Pistoia crea un settore giovanile quasi dal nulla e premia i ragazzi facendoli allenare ed apprendere dai calciatori della prima squadra.

E soprattutto c’è l’uomo che quando allenava la Juve Stabia vede due dei suoi ragazzi, Brunner e Radi, essere inseguiti, minacciati e picchiati dai propri tifosi e non può fare a meno di denunciare la cosa in mezzo ad un mare di omertà.

E quell’omertà, quell’apatia, quel disinteresse vergognoso lo svuotano dentro.

A tal punto che decide di mollare tutto.

“Perché questo” parole di Massimo Morgia “non ha niente a che vedere con il calcio che amo e che cerco di insegnare ai miei ragazzi”.

Massimo Morgia ha mille interessi. Legge Hermann Hesse e Oriana Fallaci, ama la storia contemporanea, sa tutto delle Rivoluzioni (riuscite e tentate) in America Latina e ama molti dei suoi protagonisti.

Mette tempo libero e denaro nell’aiutare bambini disabili e con la sindrome di Down, la stessa di cui soffre il suo adorato Paolino, il fratello della moglie.

Massimo starà lontano tre anni da quel mondo che da sempre è il suo mondo fino a quando l’amico Walter Novellino lo vorrà a tutti i costi con se a Livorno, a fargli da braccio destro.

Così la favola di Massimo Morgia può ricominciare, passando anche dalla Nocerina nel ricordo del suo grande amico Massimo Nobile.

E meno male che questa favola è ricominciata !

Perché di persone come Massimo Morgia, nel calcio, non ce ne saranno mai abbastanza.

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POSTILLA

Oggi Massimo Morgia allena il Chieri.

Sempre serie D, dopo le eccellenti stagioni a Nocera e a Mantova nella scorsa stagione.

Stagioni dove l’obiettivo “risultato” è stato solo sfiorato.

Ma come diceva il grande Johan Cruyff “ci sono allenatori che ottengono risultati … ma i risultati sono l’UNICA COSA che ottengono. Non lasciano nulla nell’anima di nessuno, non lasciano insegnamenti, stile o eredità”.

Ecco, se avete occasione chiedete a chiunque abbia lavorato con Massimo Morgia o a chi lo ha conosciuto e nelle città dove ha vissuto per lavoro … la traccia che ha lasciato vale molto di più di qualsiasi risultato sportivo.

Un altro così, con questo spessore umano, questa onestà intellettuale e con questo approccio alla vita e al calcio è un signore nato a Rosario, in Argentina, 65 anni fa.

Oggi allena in Inghilterra e il suo nome è Marcelo Bielsa.

 

PARTITE NELLA STORIA: Il miracolo di Cordoba.

di REMO GANDOLFI

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E’ il 25 gennaio del 1978.

Si gioca la gara di ritorno per la finale del campionato argentino tra il TALLERES di Cordoba e l’INDEPENDIENTE. All’andata, sul campo dei “Diablos Rojos”, è finita uno a uno.

Nei giorni precedenti la gara di ritorno si sono moltiplicate le voci su presunte pressioni della giunta militare che da quasi due anni è al potere in Argentina dopo il colpo di stato del marzo del 1976 a favore dei “Tallarines”.

Bastano pochi minuti di partita per rendersi conto che non erano affatto semplici “voci”.

L’arbitro dell’incontro, il Signor Barreiro, fischia a senso unico a favore dei padroni di casa.

Ma nonostante questo è l’Independiente a portarsi in vantaggio dopo nemmeno mezz’ora di gioco.

E’ Norberto Outes che con un preciso colpo di testa porta in vantaggio i “diavoli rossi”.

Il Talleres accusa il colpo è nonostante l’incessante incitamento dei propri tifosi pare assai più probabile il raddoppio del “Rojos” che il pareggio del Talleres.

A questo punto però entra prepotentemente in gioco il Sig. Barreiro che prima si inventa un calcio di rigore a favore dei padroni di casa (trasformato da Cherini) e poi, ad un quarto d’ora dalla fine, giudica regolare il gol del due a uno dei padroni di casa di Boccanelli, segnato clamorosamente con una mano !

L’incontro è ribaltato. Con questo risultato il Talleres è campione d’Argentina.

I tifosi dell’Independiente sugli spalti iniziano ad inveire contro il direttore di gara e il coro che si leva dalla zona dello stadio dove sono assiepati i tifosi dei “rossi di Avellaneda” è inequivocabile: “ladrones, ladrones asi salen campeones !”.

In campo la situazione nel frattempo precipita.

Il capitano dell’Independiente, Ruben Galvan, si avvicina all’arbitro Barreiro “Ho due figli che mi stanno guardando e mi vergogno di essere in campo con uno come te. Per favore, buttami fuori”.

Il Signor Barreiro non aspetta altro. Cartellino rosso per il centrocampista dei “Rojos”.

A questo punto si avvicina all’arbitro anche l’esterno Omar Larrosa. “Questo è un autentico “robo” ! Perché non butti fuori anche me già che ci sei ?”

Detto fatto. Cartellino rosso anche per il nazionale argentino.

A questo punto interviene Enzo Trossero, il gigantesco difensore centrale dell’Independiente che perde letteralmente il controllo.

All’arbitro dice tutto quello che gli passa per la testa. Il troppo è troppo.

Sarà il terzo espulso nel giro di un paio di minuti.

Per qualche secondo pare addirittura che tutta la squadra dell’Independiente sia decisa ad uscire dal campo in blocco per mettere fine a quella farsa.

La vergogna di una partita scandalosa è ora completa.

Il titolo è ormai assicurato.

Il coro trionfale dei tifosi del Talleres copre abbondantemente quello di proteste degli “hinchas” dei Diavoli rossi.

L’unico che non perde la testa è l’allenatore dei “diavoli rossi”, José Omar Pastoriza, che continua a dare istruzioni e ad incitare i suoi.

A questo punto mette dentro Mariano Biondi e Daniel Bertoni.

Quest’ultimo è reduce da un infortunio lungo e complicato.

Si dice che abbia viaggiato con la squadra solo per essere parte del gruppo.

Il suo talento è però indiscutibile, anche a mezzo servizio.

Mancano una manciata di minuti alla fine quando Ricardo Bochini, il numero 10 dell’Independiente, prende palla nella zona di metà campo.

E’ circondato da tre giocatori del Talleres.

Ne salta uno in dribbling e prima dell’intervento degli altri due appoggia la palla al suo “gemello”, il neo entrato Daniel Bertoni.

Bertoni vede l’altro sostituto, Mariano Biondi, lanciarsi in profondità.

Il forte attaccante argentino (che arriverà in Italia alla Fiorentina tre anni dopo) gli serve la palla.

E’ un passaggio splendido che filtra tra le maglie della difesa dei padroni di casa.

Biondi si ritrova solo davanti a Guibaudo, il portiere avversario, anche se un po’ defilato sulla destra. Riesce ad aggirarlo e poi con la coda dell’occhio vede un compagno di squadra, l’unico che ha seguito l’azione, al centro dell’area di rigore.

E’ proprio lui, il “Bocha”.

Biondi gli appoggia il pallone.

Sulla linea di porta ci sono due difensori del Talleres.

C’è un solo modo per essere certi di superarli.

Ricardo Bochini calcia forte, di prima intenzione dal basso verso l’alto.

“Se vogliono fermare quella palla lo devono fare con le mani !” pensa in quel momento il geniale numero 10 dell’Independiente.

La palla s’infila in rete, pochi centimetri sotto la traversa della porta del Talleres.

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Per una frazione di secondo c’è un silenzio irreale.

Nella cancha e sugli spalti … prima dell’esplosione di gioia delle migliaia di tifosi dell’Independiente.

E’ il gol del due a due.

Il gol che consegna il titolo a Bochini e compagni.

Nei 6 minuti rimasti gli undici del Talleres non riescono a piegare la resistenza epica degli 8 giocatori dell’Independiente.

E il Signor Barreiro non riuscirà a inventarsi nient’altro per sovvertire ancora una volta l’esito di questo match.

L’Independiente, ancora una volta, è campione d’Argentina.

In barba alla giunta militare, a colonnelli tifosi e ad arbitri corrotti.

Quella sera, per l’eternità, sarà ricordata come “il miracolo di Cordoba”.

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SIGMUND FREUD: Sigmund, Sophie e Heinele – stessa voce del verbo “mancare”.

di SARA DEL BARBA

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La quinta figlia di Sigmund Freud e Martha Freud-Bernays, Sophie Halberstadt-Freud, nacque il 12 aprile 1893, a Vienna, e morì il 25 gennaio 1920, ad Amburgo, nemmeno ventisettenne. I genitori decisero di chiamarla Sophie in onore di Sophie Schwalb, la nipote di Samuel Hammerschlag, insegnante ebreo di Freud. Sophie era molto ammirata dal padre, e divenne subito la preferita della madre Martha. Quella bimba, quasi senza sapere il perché, seppe immediatamente addolcire il carattere alquanto tirannico e patriarcale del padre della psicoanalisi. Sophie era bella, risoluta nelle movenze e più che decisa ad andare oltre quell’ambiente che la circondava per manifestare la propria ferma volontà. In famiglia la chiamavano “la bambina della domenica”. Nel 1912, a 19 anni, l’imprevedibile Sophie annunciò l’improvviso fidanzamento. Il 20 luglio dello stesso anno, Sigmund, affidò i suoi pensieri sul futuro sposo della figlia ad una lettera indirizzata alla sorella Mitzi, nella quale descriveva Max Halberstadt come una persona molto seria, affidabile, dal comportamento appropriato e borghese, nell’accezione positiva del termine. Max era più vecchio di trent’anni dell’acerba Sophie, parente alla lontana della famiglia Freud, del ramo proveniente da Amburgo. “..entrambi sembrano essere innamorati l’uno dell’altra”, scrisse Freud senior, con buona approvazione, nonostante quel fotografo trentenne non fosse né ricco né particolarmente distinto da eventuali alte possibilità di carriera. Per questo Freud fu cosciente del fatto che la figlia avrebbe potuto trovarsi in condizioni di necessità, ma nonostante ciò, non si oppose a quel legame e fece promettere a Sophie di mantenerlo informato regolarmente sui suoi problemi e le sue preoccupazioni. Il matrimonio fu celebrato il 14 gennaio 1913, ad Amburgo.

E’ noto, come, in quel periodo, Freud stesse analizzando la figlia Anna, futura madre della psicoanalisi infantile. Anna, era l’ultima e indesiderata figlia di Sigmund; a detta sua non sarebbe mai nata se i genitori avessero avuto a disposizione metodi contraccettivi efficaci e, per di più, il padre fu deluso dalla fine di quella gravidanza dalla quale si aspettava la nascita di un maschio. Anna, a differenza di Sophie, non era né bella né alta, aveva una postura adunca e poco elegante, “consapevole di non essere sufficientemente femminile o attraente come donna“, sentiva il grande peso, su quelle spalle ricurve, del senso di trascuratezza dei genitori: l’allattamento artificiale dovuto al rifiuto della madre di nutrirla dal proprio seno, l’abitudine a lasciarla a casa durante le ferie e le scampagnate della famiglia Freud, i gesti mai palesati di preferenza verso le altre sorelle da parte dei genitori. Il matrimonio di Sophie e Max fu per Anna la tribolazione dovuta a sentimenti contrastanti dentro se stessa; se da una parte sentiva la voglia di partecipazione alle emozioni gioiose di quell’evento, dall’altra avvertiva un senso fortissimo di blocco interiore, di estraneazione e fastidio. Freud padre aveva ricondotto i disturbi di Anna ai sentimenti di gelosia che la stessa provava verso la sorella Sophie, relativamente al suo ruolo di figlia prediletta ed accentuati dal matrimonio festoso e tanto celebrato dai membri della famiglia.

L’11 marzo 1914 nacque il primo figlio di Sophie e Max, Ernst Wolfgang; Sigmund si sentì profondamente felice e legato da subito a quel piccolo essere umano.  Il 22 settembre 1914, Freud scrisse di Ernst in una delle tante lettere a  Karl Abraham, psicoanalista delle teorie legate alla sessualità, allo sviluppo, al simbolismo e ai disturbi maniaco-depressivi, che dal 1907 aveva stretto un legame di stretta amicizia con Sigmund, interrotto solo dalla morte di Karl nel 1925. Il nipote fu descritto come “un ometto piccolo e grazioso, che riesce a ridere simpaticamente ogni volta che gli si presta attenzione”; un essere “dignitoso, civile, doppiamente prezioso in questi tempi di bestialità scatenata” . Secondo Freud, l’educazione rigorosa da parte di una madre tanto intelligente quale era Sophie, illuminata anche dalle teorie di Hug-Hellmuth, noto psicoanalista austriaco, era il motivo di una crescita tanto sana quanto corretta per quel bambino.

In seguito, il cresciuto “piccolo Ernst”, quando i tratti della sua vivacità cominciarono ad intrecciarsi con i caratteri propri dei disturbi infantili, sarebbe stato psicoanalizzato ed aiutato proprio da quella zia che verso sua madre aveva avuto sempre sentimenti altalenanti e divergenti, Anna Freud, che ne fece, poi, suo legittimo erede, aiutandolo a mutare il proprio cognome in Freud e facendogli anche scoprire la propria inclinazione alla pratica della psicoanalisi, contribuendo alla nascita del professionista che divenne: col nome di Ernst W. Freud, seppure in età un po’ più matura rispetto alla prassi, esercitò da praticante in Germania ed in Gran Bretagna.

L’8 dicembre 1918 nacque, poi, il secondo figlio di Sophie, Heinz Rudolf, chiamato in famiglia “Heinele,”. Venne adottato dalla zia Mathilde dopo la prematura morte di Sophie; Freud lo descrisse come “fisicamente molto fragile, un vero e proprio figlio della guerra, ma soprattutto intelligente e simpatico”. Heinele, a soli 4 anni e mezzo, il 19 giugno 1923 morì di tubercolosi miliare, grave forma di infezione polmonare particolarmente insidiosa.

Già con l’arrivo del secondo figlio, nei rapporti epistolari tra Sigmund e Sophie è rinvenibile la preoccupazione nella figlia adorata, ben più che circoscritta al pensiero astratto, relativa alle difficoltà  economiche; timore che Freud padre aveva sviluppato e previsto già ai tempi di quell’improvviso fidanzamento con Max. Sigmund non ebbe mai esitazione nell’offrire il suo appoggio, morale nel pensiero e concreto nella spedizione costante di denaro alla figlia. Nemmeno quando, appena un anno dopo dalla nascita di Heinele, Sophie rimase incinta di un terzo figlio, pur avendo Sigmund sempre offerto moderni e ragionati consigli alla ragazza sui metodi anticoncezionali dell’epoca, egli fu ancora più comprensivo, amorevole e così vicino nonostante la lontananza materiale “Se pensi che la notizia mi renda arrabbiato o costernato ti sbagli.  Accetta questo bimbo senza disillusioni. Tra qualche giorno ti arriverà il compenso delle mie nuove pubblicazioni”.

Il 25 gennaio 1920 Sophie Halberstadt-Freud morì, lasciando un figlio di 6 anni e uno di poco più di un anno e, con loro, l’amato e caro marito Max. Il sicario, tanto rapido quanto doloroso ed estenuante, fu la terribile polmonite Spagnola, la malattia influenzale che, fece ancora più morti della Grande Guerra. Freud scrisse al pastore Pfister in quel gennaio: “Questo pomeriggio abbiamo ricevuto la notizia che la nostra dolce Sophie di Amburgo è stata strappata via dalla polmonite influenzale, rapita malgrado una salute raggiante e una vita piena e attiva di brava madre e moglie amorevole, il tutto in quattro o cinque giorni, come se non fosse mai esistita. Siamo stati preoccupati per un paio di giorni, comunque eravamo speranzosi, ma è così difficile giudicare a distanza. E questa distanza doveva rimanere distanza, non siamo stati in grado di partire immediatamente, come avevamo previsto, dopo le prime notizie allarmanti, non c’era nessun treno, neanche per una situazione di emergenza. La brutalità evidente del nostro tempo grava su di noi. Domani sarà cremata, la nostra povera bambina della domenica  . . . Sophie lascia due figli, uno dei sei, l’altro di tredici mesi, e un marito inconsolabile, che dovrà pagare a caro prezzo la felicità di questi sette anni. La felicità esisteva solo dentro di loro; fuori c’era la guerra, l’arruolamento, le ferite, l’esaurimento delle loro risorse, ma erano rimasti coraggiosi e felici. Io lavoro quanto posso, e sono grato per l’opportunità di questo diversivo. La perdita di un figlio sembra essere una grave ferita narcisistica; ciò che chiamiamo lutto probabilmente seguirà solo più tardi”.

Nel 1920 l’Europa, già teatro tragico e drammatico della prima guerra mondiale, si trovò anche vittima della cosiddetta influenza spagnola. La grande crescita della popolazione mondiale e lo sviluppo dei mezzi di trasporto moderni, in primis, agirono da catalizzatori per la diffusione dei virus, favoriti, pertanto, dalla possibilità di uno spostamento sempre più rapido da una parte all’altra del pianeta. Non sfuggì a questa legge non scritta nemmeno l’influenza spagnola, che arrivò dall’estremo Est sul suolo europeo o americano. Fu una pandemia di portata enorme e devastante negli effetti, più tragica anche della peste del Trecento, ancora più grave perché sviluppatasi contestualmente alla Grande Guerra ed anzi, probabilmente rafforzata nella diffusione anche dai fatti di guerra: le condizioni umane e igieniche in cui dovettero combattere i soldati sui vari fronti, all’interno delle trincee, furono certamente un fattore di contributo non trascurabile alla curva di andamento del contagio. Spagnola fu detta, perché le prime notizie furono riportate dai giornali della Spagna che, non essendo coinvolta nel primo conflitto mondiale, non era soggetta alla censura di guerra. La stampa degli altri Paesi, che era invece sottoposta alla severa censura di guerra, negò a lungo che fosse in corso una pandemia, sostenendo che il problema fosse confinato solamente alla Penisola Iberica. Il virus contagiò mezzo miliardo di persone uccidendone almeno 25 milioni, anche se alcune stime parlano di oltre 50 milioni di morti. Fu identificata per la prima volta in Kansas nel 1918; alcuni studi ne rilevano la causa in un ceppo virale H1N1. Quell’impressionante suo tasso di mortalità fu insolitamente alto anche tra le persone sane, in particolar modo tra i giovani tra i 15 e i 34 anni.

Come Sophie. Già debole per lo stato della terza gravidanza. Che portò via con lei anche il piccolo che aveva in grembo.

Sigmund non era riuscito a trovare nessun dannato mezzo di trasporto per raggiungere il suo capezzale, nemmeno negli ultimi strazianti giorni. Per poterla abbracciare. Salutare. Riuscì solamente a presenziare alla sepoltura. Col peso gravoso di quella perdita di cui non incontrava il senso né la spiegazione. La lontananza materiale, la mancanza di Sophie a causa della distanza fisica tra Vienna ed Amburgo, dovettero sembrare, d’improvviso, uno schiocco di dita.

Quando anche il piccolo Ernst Wolfgang morì, tanto simile nell’intelligenza e nella fragilità a mamma Sophie, Sigmund, che nel frattempo aveva appena avuto le prime avvisaglie del carcinoma alla bocca, confessò ad un amico per la prima volta di soffrire di depressione; Ernst-Heinele aveva occupato il posto di tutti i suoi figli e di tutti i suoi nipoti. Dopo la sua scomparsa non gli era stato più possibile amare gli altri e gioire della vita.

E’ una “ferita narcisistica irreparabile”. Accusata in due rounds. E se nel lutto, nella sua elaborazione, quel “” ridiventa libero, nella tristezza, nella “malinconia” s’insinua il disinteresse.

Quel dolore acuto, sempre vivo, come la scheggia in quel dito che hai dentro da anni, che se procedi a tagliare in quel punto farebbe ancora più male, l’infezione sarebbe letale. Insopportabile. Freud, dopo quelle perdite incalcolabili, riformulò le proprie teorie sul lutto. Arrivò alla conclusione che, nel momento dello squarcio, si possono provare sentimenti di grande tristezza, disperazione, paura, male fisico e mentale. Ma, al tempo stesso, questo stato di dolore indescrivibile diviene compatibile con l’esistenza, la quale prende un po’ i connotati della sopravvivenza. Diviene un modo di restare aggrappati all’amore di quella persona. Consapevoli che quel senso di vuoto non potrà mai né essere colmato né scomparire. Il percorso del dolore fa il suo corso, può certo attenuarsi col tempo, ma rimane perpetuamente inconsolabile. Perché è così che deve essere. E’ il modo più umano di far durare quell’amore che non possiamo abbandonare.

Mancare. Questo accade. Più o meno improvvisamente o inaspettatamente, tutto assume lo stato di insufficienza. E’ qualcosa, è qualcuno che dovrebbe esserci, eppure non c’è più. La condizione di mancanza diventa ordinaria, si trova ad essere parte integrante di chi resta.

Non ci sono rifugi, la sofferenza per la mancanza di una persona non si può dimenticare. La mancanza di un figlio, ancor di più poi, è qualcosa di inconcepibile. Poco importa ciò che verrà dopo, anche se quel posto sarà occupato da qualcos’altro “perché sarà comunque qualcosa di diverso”. Anche quando diviene indifferenza, questa è solo un altro vestito di cui si traveste il dolore. Perché a quel mancare non c’è rimedio.

 

Marzo 2020

“… il tutto in quattro o cinque giorni, come se non fosse mai esistita.  Siamo stati preoccupati per un paio di giorni, comunque eravamo speranzosi, ma è così difficile giudicare a distanza. E questa distanza doveva rimanere distanza, non siamo stati in grado di partire immediatamente, come avevamo previsto, dopo le prime notizie allarmanti, non c’era nessun treno, neanche per una situazione di emergenza. La brutalità evidente del nostro tempo grava su di noi.”

Fuori non c’è la guerra propria di arruolamenti, trincee, ferite da colpi di arme da fuoco e cannoni. Fuori c’è una battaglia della quale si può davvero avere conoscenza e coscienza solo se ci si trova ad essere sdraiati su una base tra due binari laterali, collegata all’uscita di tubi di ogni genere, tra spie di pulsanti credute utili solo in rarissime e sfortunatissime evenienze. O di cui si può sapere tutto solo se ci si trova ad essere vestiti da strani alieni supereroi e se ci si sente alieni supereroi, perché la vittoria, così come la sconfitta, avviene e passa dalle viscere, dalla nausea, dalle ore interminabili di servizio alla patria del nuovo millennio di coloro che stanno dentro a quelle tute e dietro a quelle maschere da segni lasciati sul viso che non sono niente se paragonati ai solchi come chiavi sulla carrozzeria dell’anima, del cuore e della mente. Fuori c’è una lotta che lascia il sapore salato che scorre dagli occhi, che provoca rabbia e disperazione inconsolabile in chi resta perché l’ultimo ricordo sarà la sofferenza di qualcuno che si è amato e l’ultimo rimpianto rimarrà l’incancellabile, pesante, pericolosa ossessione di non aver potuto sentire quell’ultimo respiro tribolato né di avergli fatto avvertire con un’ultima carezza che non era solo.

La morte è insuperabile. Resta la speranza che a quel mancare possano prevalere le azioni nel tempo che c’era quando sembrava di non averne.

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RAMIRO CASTILLO: Il calcio non è nulla …

di REMO GANDOLFI

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E’ il momento più bello di tutta la mia carriera.

Domani giocheremo la finale della Coppa America.

Contro il Brasile

Brasile che in semifinale ha annichilito il Perù con un perentorio 7 a 0.

Per la Bolivia è comunque un risultato storico.

Proprio qui in Bolivia, nel lontano 1963, vincemmo il nostro unico titolo di campioni del Sudamerica.

E’ l’ultima partita la vincemmo proprio contro il Brasile !

Anche questa edizione è stata organizzata nel mio Paese.

Siamo arrivati in finale senza rubare nulla, solo con le nostre forze e il sostegno dei 42.000 che gremiscono il nostro “Hernando Siles” e gli altri 8 milioni di boliviani che sognano un’altra vittoria, dopo addirittura 34 anni di digiuno.

Possono dire quello che vogliono i vari commentatori ed opinionisti che sono arrivati qui dal resto del Sudamerica “giocare in altura è un vantaggio enorme per i boliviani … le altre squadre non sono abituate e devono semplicemente cercare di adattarsi”.

Quante storie !

In fondo è sempre e solo una palla che rotola e noi finora l’abbiamo fatta rotolare meglio di tanti altri in questo torneo.

Abbiamo vinto il girone eliminatorio a punteggio pieno e senza subire un solo gol.

Abbiamo battuto tra le altre Venezuela e Uruguay in questo girone … mica le ultime arrivate !

Poi è toccato alla Colombia nei quarti e tre giorni fa al Messico in semifinale.

Che partita ragazzi !

Siamo andati in svantaggio dopo pochi minuti e ci abbiamo messo un po’ a reagire.

Il timore di non farcela, di doverci arrendere all’ultimo ostacolo prima della finale ci aveva attanagliato le gambe.

Poi ci ha pensato il nostro bomber Erwin “Platini” Sanchez a ridarci speranza trovando il gol del pareggio con una punizione impressionante.

A quel punto ci siamo sbloccati ed è arrivato poco dopo il 2 a 1 … e l’ho segnato proprio io !

La palla non l’ho neanche vista … mi è sbattuta sul ginocchio ed è finita in rete !

Beh … un po’ di fortuna nella vita non guasta …

Il nostro pubblico è impazzito e il 3 a 1 di Moreno nel finale ha sancito la nostra vittoria.

Ora siamo qua, aspettando queste ultime ore che ci dividono da una finale storica.

La Paz è come impazzita !

Tutto il popolo boliviano sarà con noi nella cancha a sostenerci.

Per tentare un’impresa quasi impossibile.

E’ il Brasile di Ronaldo, di Romario, di Leonardo, di Roberto Carlos, di Denilson e di Dunga.

Fanno paura … ma proprio per questo non abbiamo nulla da perdere per cui … proviamoci !

castillo2

Ramiro “El chocolatin” Castillo non giocherà quella finale.

Poche ora prima di scendere in campo gli arriva una telefonata.

La peggiore telefonata possibile per un padre.

Il figlio di Castillo, Juan Manuel di 7 anni, è stato colpito da una grave forma di epatite.

Le sue condizioni sono gravissime.

Ramon lascia il ritiro, si precipita nell’ospedale di La Paz dove è ricoverato il figlio.

La situazione è disperata.

Ramiro non si muoverà più da lì, dal capezzale del suo piccolo Juan Manuel.

E’ancora negli occhi di tutto il popolo boliviano la storica vittoria contro il Brasile nel 1993 che sancì di fatto la prima qualificazione della Bolivia per i Campionati del Mondo di calcio, quando Ramiro festeggiò insieme ai suoi compagni di squadra facendosi un intero giro del campo con il piccolo Juan Manuel sulle spalle.

Juan Manuel non ce la farà.

Due giorni dopo il ricovero il piccolo lascerà la mamma e il papà per volare in cielo.

Ramiro è distrutto.

L’intero popolo boliviano si stringe attorno a lui e alla sua famiglia.

La solidarietà e l’affetto di amici e compagni di squadra è enorme.

Ramiro, che dopo tanti anni in Argentina in squadre prestigiose come il River Plate o il Rosario Central aveva deciso da poco di rientrare nel suo paese, nel Bolivar, vuole smettere con il calcio.

Che senso ha correre dietro ad un pallone quando le notti sono insonni e alla mattina non hai neppure la forza di alzarti dal letto ?

Il suo stato depressivo è evidente, conclamato.

Le prime settimane sono terribili.

Ramon “el chocolatin” Castillo è un fantasma.

Poi gli amici più cari e la moglie lo convincono.

Riprende gli allenamenti.

Corre, suda, lotta … i compagni provano in ogni modo a farlo sorridere, ad aiutarlo a riprendere interesse per il calcio … e per la vita.

Ricomincia il campionato e Ramiro è tornato in prima squadra.

Il peggio pare passato.

Torna anche in Nazionale.

Ci sono le qualificazioni per i Mondiali di Francia che si giocheranno la prossima estate.

Tutto inutile, tutto effimero.

La testa torna sempre lì … ogni giorno.

Al suo cucciolo, al suo piccolo Juan Manuel che un destino bastardo gli ha strappato troppo presto.

E il 18 ottobre del 1997.

Ramiro viene trovato impiccato con un lenzuolo nella sua casa di La Paz.

Il giorno prima, il piccolo Juan Manuel, avrebbe compiuto 8 anni.

 

OMAR “El cabezon” SIVORI: Un geniale farabutto !

di REMO GANDOLFI

sivori river

“Il calcio è un gioco di squadra”. Quante volte abbiamo sentito questa frase ? Forse migliaia … nelle interviste a calciatori e allenatori, nei dibattiti calcistici, perfino nei campetti di periferia o nelle istruzioni dei “Mister” dei settori giovanili. E’ forse il “cliché” più conosciuto e condiviso del calcio.

Vale per tutti da sempre, a tutte le latitudini e fin dagli albori del gioco del calcio.

Per tutti tranne uno; Enrique Omar Sivori.

Per “El Cabezon” (così chiamato per il suo cranio “importante” arricchito da folti capelli neri) il calcio è stato magia, sberleffo, invenzione, provocazione, furbizia … tutto meno che un gioco di squadra.

Quando gli arrivava la palla la sensazione riguardando i vecchi filmati è sempre la stessa; che una volta in possesso l’avrebbe ceduta molto malvolentieri ad un compagno di squadra … figuriamoci ad un avversario !

Nato nel 1935 a San Nicolas de Los Arroyos, un piccolo centro a circa 200 chilometri dalla capitale Buenos Aires, Sivori come praticamente tutti i bambini di allora in Argentina, ha una sola fonte di gioco; il pallone, quasi sempre di stracci o di cartone arrotolato. Ma diversamente da tanti lui con il pallone ci vive, giocandoci per ogni minuto della giornata o anche al buio dopo cena, che sia con qualche amico o anche da solo. Dirà sempre che giocare praticamente al buio lo ha aiutato tantissimo nella carriera a “sentire” l’avversario in campo in anticipo rispetto a tutti gli altri.

Il suo talento è ben presto notato dai più grandi Clubs argentini e il “Chiquin” Omar arriva nel settore giovanile del prestigioso River Plate. La trafila nelle giovanili è molto breve e Omar debutta in prima squadra a 18 anni. Il suo primo match è contro il Lanus. Omar entra nella ripresa in sostituzione di uno dei grandi della storia del River e del calcio argentino, Angel Labruna. E a 4 minuti dalla fine segna il suo primo gol ufficiale. Nel giro di pochissime giornate diventa titolare inamovibile. Quando poi il River in quella stagione espugna la Bombonera degli acerrimi rivali del Boca e Sivori è “la figura del partido” il suo status di idolo della tifoseria dei Millionarios è già acquisito !

Al River rimane 3 anni. 3 “temporadas” nelle quali i “Millionarios” vincono 3 campionati. Segna 29 gol in 62 partite. Nella Nazionale argentina è già titolare e con i biancocelesti vince nel 1957 la Coppa America. Forma con Maschio e Angelillo il terribile trio dei “carasucias” (da noi ribattezzati gli “angeli dalla faccia sporca) per la loro bravura ma anche cattiveria agonistica. Fu una delle Nazionali argentine più forti di tutti i tempi.

Il 5 maggio del 1957 Sivori gioca la sua ultima partita con il River. E’ un idolo assoluto ma quando arriva l’offerta, favolosa per quei tempi, di dieci milioni di pesos (180.000 milioni delle vecchie lire !) dagli italiani della Juventus, tutti sanno che è impossibile dire di no. Con quel denaro il River Plate potrà completare la costruzione del meraviglioso “Monumental” stadio dove tutt’ora gioca il River e che ospitò la finale dei Mondiali del 1978.

La famiglia Agnelli, in un periodo in cui stava fiorendo l’economia italiana, decide di investire una cifra enorme per rilanciare la “Vecchia Signora” che da troppe stagioni langue in posizioni di classifica mediocri.

Sivori è piccolo (165 cm) ha il baricentro basso e si muove con apparente lentezza e indolenza. Nelle sue primissime partite in maglia bianconera qualcuno storce il naso … fra questi il leggendario Vladimiro Caminiti, una delle penne più argute e competenti prodotte dal giornalismo italiano, che lo definisce “lento, individualista, tratta la squadra come una sua proprietà”. Non c’è niente che non sia vero nelle parole del celebre “Camin” … solo che questo piccoletto con la testa grossa, i calzettoni arrotolati alle caviglie e gli occhi di un furetto, farà vincere, con la meravigliosa partecipazione del suo “alter ego” inglese John Charles, 3 scudetti alla Juventus nelle prime 4 stagioni !

Sivori incanta i tifosi con le sue giocate geniali, la sua irriverenza e soprattutto con un “colpo”  in Italia fino ad allora praticamente sconosciuto; il tunnel. Su questa giocata particolare si sprecano gli aneddoti. Di certo c’è che Sivori adora questa giocata, la più umiliante per un difensore. Capita spesso che dopo il primo tunnel Sivori si fermi con la suola sul pallone, attenda il ritorno dell’avversario a quel punto inferocito e gli rifaccia esattamente lo stesso scherzetto !

Diventa il leader assoluto del team, soppiantando addirittura Boniperti che, giunto comunque ormai a fine carriera, capisce che con Sivori non c’è nessuna possibilità di interazione o confronto; “El Cabezon” fa semplicemente quello che vuole, fuori e dentro al campo. Odia gli spostamenti in aereo, fa fatica ad addormentarsi, ma adora dormire fino a mezzogiorno. Al campo arriva quando vuole e si allena quando e come vuole, mangia e beve quello che vuole … ma poi alla domenica diventa quasi sempre decisivo.

Nel 1961 addirittura vince il “Pallone d’oro”. Ottiene la doppia nazionalità e partecipa nel 1962 alla maledetta spedizione italiana ai Mondiali del Cile finita in maniera infausta con la “rissa di Santiago” contro i padroni di casa. Nella nazionale italiana giocherà 9 partite in totale segnando comunque 8 reti.

Alla Juventus rimane 8 stagioni, vincendo anche una classifica marcatori nel 1959/60 (27 gol in 31 partite) ma quando la Juventus si accorge che il potere di Sivori e il suo rifiuto di regole e disciplina si sta espandendo a macchia d’olio in tutta la rosa arriva una soluzione drastica; il nuovo allenatore sarà il paraguayano Heriberto Herrera, noto per il suo carattere ruvido e per la sua ferrea disciplina. Si capisce ben presto che la convivenza è impossibile; gli scontri sono ripetuti e clamorosi. Nel 1965 Sivori abbandona la Juventus. Pare deciso a rientrare al River che lo attende a braccia aperte ma convinto da un suo ex-compagno di squadra, Flavio Emoli, decide di continuare la sua avventura italiana a Napoli. Il suo arrivo alla stazione di Mergellina è rimasto nel folklore. Migliaia di tifosi, molti giovanissimi, ad accogliere questo piccolo argentino che andrà ad illuminare le domeniche del San Paolo ancora di più del bellissimo sole di Napoli. La stessa accoglienza che verrà riservata, quasi vent’anni dopo, ad un altro piccolo argentino con una testa folta di riccioli neri …

sivoridiego

https://www.youtube.com/watch?v=hoTO1urormM

A Napoli Sivori viene amato come forse solo il pubblico di quella città sa fare; visceralmente e incondizionatamente. Sivori in fondo non ha ancora 30 anni, qualche eccellente stagione avanti a se ce l’ha. Le prime due stagioni sono strepitose. Nella prima in particolare Sivori mostra tutta la sua classe. Non segna più come nel primo periodo juventino, arretra di qualche metro la sua posizione, ma incanta con i suoi colpi di genio, i suoi dribbling, i suoi tunnel e le sue provocazioni … è uno scugnizzo fra migliaia di scugnizzi che lo adorano. Nella terza stagione arriva un brutto infortunio al ginocchio. Sivori fa fatica a tornare ai suoi livelli … il posto in squadra non è più così automatico. Per lui questo è ovviamente inaccettabile. Ci sono alterchi violentissimi con l’allenatore Pesaola. Il Napoli ottiene un fantastico secondo posto ma Sivori non è più determinante. La stagione successiva arriva Carletto Parola, uomo buono e gentile, che prova in tutti i modi a “mediare” la situazione. Ma non ce la fa neppure lui. Dopo una furibonda lite tra Parola, Sivori, il medico sociale Corvino e l’Amministratore Delegato Fiore arriva una decisione drastica; Sivori si becca un milione tondo di multa e viene per qualche settimana estromesso dalla rosa. A novembre (1968) torna in campo e per qualche partita incanta il San Paolo come ai bei tempi. Sembra tutto rientrato e finalmente si può pensare al calcio. La domenica successiva a San Paolo arriva la Juve, dell’odiato Herrera. La partita è caldissima, anche per le classiche dichiarazioni al veleno dei giorni precedenti. Su Sivori Herrera mette Favalli, rocciosissimo terzino, in marcatura a uomo. Favalli picchia e provoca palesemente Sivori. Omar, che la freddezza e il distacco non sa proprio cosa siano, cade nella trappola. L’azione decisiva però è in realtà quasi innocua; Sivori tenta un dribbling, Favalli ne intuisce le intenzioni e lo anticipa. Sivori da dietro lo tocca appena sul piede d’appoggio; Favalli cade a terra come fulminato. Sivori viene espulso. Si scatena una rissa da Far West. Volano spintoni, pugni e calci. Nei giorni seguenti il Giudice Sportivo sarà spietato; 6 giornate di squalifica a Sivori. Con queste 6 arriva ad uno “strepitoso” totale di 33 giornate di squalifica nel campionato italiano !

Sivori non ci sta. E’ inferocito. Probabilmente in questa occasione i suoi precedenti hanno deciso per lui. Negli spogliatoi del San Paolo pochi giorni dopo convoca una leggendaria conferenza stampa dove attacca la Juventus, ed Herrera in particolare, in maniera veemente … addirittura sul piano personale. Dalla Juventus le reazioni sono altrettanto violente e serrate. Alla fine c’è il deferimento per i due presidenti delle due società e ovviamente per Sivori.

A quel punto Enrique Omar Sivori ne ha abbastanza e torna in Argentina. Il suo vecchio mentore Renato Cesarini (proprio lui, quello dei gol nei finali di partita !) lo rivuole al River. Sivori torna ma dopo nemmeno un mese capisce che di sacrificarsi, di sudare su un campo di allenamento e anche di giocare la voglia non c’è più.

Si ritira, a 33 anni.

Rimarrà sempre nel calcio, come allenatore anche di grandi Clubs e addirittura diventerà allenatore della Nazionale Argentina nel 1972.

Il suo compito è quello di riportare l’Argentina ai Mondiali dopo il disastro di 4 anni prima dove gli argentini fallirono la qualificazione ai Mondiali messicani.

Sivori fa un grande lavoro anche perché la materia prima non gli manca di certo. C’è il blocco dell’Huracan del giovane allenatore Cesar Menotti e in Europa ci sono già giocatori affermati come i due dell’Atletico Madrid Heredia e Ayala e il fortissimo bomber dello Sporting Lisbona Hector Yazalde.

La qualificazione viene ottenuta in modo trionfale. 3 vittorie ed un pareggio e l’Argentina si appresta a tornare nella massima competizione mondiale con una ritrovata autostima e la possibilità di ottenere un risultato importante.

Ma Sivori, si sa, non ha un carattere facile. Le sue richieste alla Federazione non vengono tutte accolte (ce n’è una che pretende un ritiro pre-mondiale di due mesi !) e poi anche politicamente non piace troppo al nuovo Governo del paese e in particolar modo a Juan Domingo Peron.

Tornerà ad allenare per un breve periodo il Racing Club diversi anni dopo ma non con la stessa passione e soprattutto con scarsi risultati.

I rapporti con la Juventus si rinsalderanno negli anni e con Roberto Bettega in particolare ci sarà amicizia e collaborazione. Per anni lo vedremo in Italia nei principali salotti calcistici come la Domenica Sportiva dove sempre si dimostrerà acuto, tagliente e soprattutto profondo conoscitore del calcio e dei suoi attori.

Omar Sivori morirà il 17 febbraio del 2005, esattamente dove era nato: a San Nicolas de Los Arroyos e meno di un anno dopo il suo grande amico e storico partner nell’attacco della Juventus, il “gigante buono” John Charles.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Una delle più belle frasi su Sivori la disse l’Avvocato Gianni Agnelli “Sivori è come un vizio. Sai che alla lunga non ti farà bene, ma non puoi farne a meno”

Sivori 1 “Nel Superclassico contro il Boca ci picchiavamo in campo, ci dicevamo di tutto e quando in campo non riuscivamo a risolvere le situazioni in maniera definitiva ci davamo appuntamento a fine partita. Ricordo che dopo una autentica battaglia nella “cancha” contro “El comisario” Colman del Boca a fine partita ci demmo appuntamento alla stazione ferroviaria di Retiro, dove io avrei dovuto prendere il treno per San Nicolas e lui per Rosario. E li iniziammo a fare a pugni fin quando il “Gallego” Perez, anche lui del Boca e anche lui casualmente alla stazione arrivò a dividerci. Allora le cose si risolvevano da uomini, non sugli organi di stampa”

Sivori 2 “Quando arrivai a Torino alla prima seduta di allenamento c’erano un sacco di tifosi e tutti i dirigenti, gli Agnelli compresi. Mi misi a palleggiare e l’Avvocato Gianni mi fece notare che palleggiavo quasi esclusivamente con il mio piede preferito, il sinistro. Allora presi la palla e feci 4 giri di campo palleggiando senza mai far cadere la palla. Alla fine del 4° giro mi fermai davanti a lui e gli dissi: Secondo lei cosa ci dovrei fare con il piede destro ?”

Sivori 3 “Mi chiedono spesso chi è stato più forte; Pelè o Maradona ? Tra i due non so, ma il più forte di tutti è stato Di Stefano”

Sivori 4 “Giocavo con i calzettoni abbassati, arrotolati sulle caviglie. I difensori dovevano capire da subito che anche se ero piccolino nessuno ma davvero nessuno mi faceva paura”

A conforto di questa frase di Sivori una racconto particolarmente significativo. Erano tempi in cui i difensori picchiavano davvero. Una consuetudine era spaventare l’attaccante “tirando” una simbolica linea poco fuori l’area di rigore. Così fece anche lo stopper del Catania Grani. Sivori lo ridicolizzò a tal punto che a fine partita un inferocito Grani gli urlò in faccia “Quando vieni giù a Catania ti rompo una gamba nanetto !” la risposta di Sivori fu lapidaria “Va bene, però sbrigati a farlo” Al ritorno al Cibali, esattamente il 26 febbraio del 1961, esattamente dopo 6 minuti dall’inizio del match Sivori entra con il piede a martello sul malcapitato Elio Grani, distruggendogli ginocchio e carriera …

Sivori 5 “Niels Liedholm, il famoso “barone” grande calciatore prima e grande tecnico poi, si fidava molto degli astri e diceva che i più grandi giocatori nascono ad ottobre … beh, io non credo agli astri ma in questo caso direi che ci hanno azzeccato ! Pelé, Maradona e il sottoscritto ne siamo la prova !”

Di Sivori, oltre a tutte le doti calcistiche raccontate, è conosciuta la “picardia” come chiamano gli argentini quel modo di fare che oscilla tra l’essere furbo ed essere un farabutto. Racconta lo stesso Omar “Giochiamo a Padova. Stiamo vincendo 3 a 0 e a pochi minuti dalla fine l’arbitro ci concede un rigore, obiettivamente dubbio. I giocatori del Padova sono inviperiti nonostante il risultato fosse già deciso. Vedendo la disperazione del portiere Pin mi avvicinai a lui … “tranquillo dai ! tanto te lo tiro sulla sinistra. Rincuorato il povero Pin va in porta, si tuffa a sinistra ma io tiro dall’altra parte ! … Iniziò ad insultarmi e a inseguirmi per il campo !” Lo rincontrai pochi anni dopo al mare, d’estate, ed era ancora esattamente arrabbiato come quel giorno. Allora provai a dirgli che semplicemente non ci eravamo capiti, che io intendevo alla mia sinistra … non ci cascò e continuò ad odiarmi !”

Durante la tournée inglese della Juventus prevista dopo l’acquisto di John Charles al compagno di squadra Garzena Sivori propone una scommessa singolare; “Mi pagherai una cena ogni volta che farò passare il pallone fra le gambe del primo avversario che mi viene a tiro dopo il fischio d’inizio dell’arbitro”. “se ci riesco mi paghi una cena tu, se fallisco la pago io.” … tre partite e tre cene pagate dal buon Garzena !

A seguire alcuni filmati, di eccellente qualità, che raccolgono le immagini di alcune delle più belle giocate e dei gol di questo meraviglioso calciatore, incluse anche quelle del suo periodo argentino.

https://youtu.be/XvVj5Qj35V0

 

ROBERTO DINAMITE: Il mio cuore è bianconero.

di REMO GANDOLFI

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“Abbiamo smesso di gioire e abbiamo smesso di sperare. Andare a vedere il nostro adorato “Gigante da colina” non ha più lo stesso sapore.

Che sia nel nostro piccolo e accogliente Sao Januario o che sia nel mitico Maracanà.

Guardo le facce degli altri componenti della “Mancha Negra”, una delle tante “torcidas” del nostro Club e della quale faccio parte praticamente da quando sono nato …

Non sembra più di andare ad una partita di calcio.

E’ più simile a quando alla mattina vai al lavoro.

Sai che ci devi andare, che non è giusto non farlo e che non ti puoi permettere di restare a casa … ma il “piacere” è tutta un’altra cosa …

E’ così da quel maledetto 3 gennaio quando una ricchissima squadra dall’altra parte dell’Oceano ce lo ha portato via.

E’ stato facile innamorarsi di lui.

Io c’ero al Maracanà il 25 novembre del 1971 quando segnò il suo primo gol con i nostri colori.

Aveva solo 17 anni.

Era già da tempo che si parlava di questo ragazzo che nelle giovanili stava segnando caterve di gol.

Io lo avevo visto solo una volta prima di quella sera.

Quasi due anni prima in un torneo giovanile ad Ipanema.

Allora mi chiesi come faceva a reggersi in piedi.

Si vedeva che aveva grandi doti, ma era pelle e ossa.

Credo che in quella partita finì lungo disteso per terra non meno di 15 volte !

… ma segnò anche due reti e si capiva che “sapeva” dove si trovava la porta avversaria.

Aveva già esordito con la prima squadra pochi giorni prima contro l’Atletico Mineiro.

Non fu un esordio indimenticabile.

Anzi. Il ragazzo fu sostituito nella ripresa e chi c’era quel giorno se ne tornò a casa con qualche dubbio dopo tutta quell’attesa.

Quella sera infatti iniziò seduto in panchina.

Eravamo già nel secondo tempo e stavamo vincendo uno a zero quando Admildo Chirol, il nostro allenatore, tolse dal campo Gilson Nunes per mettere dentro il ragazzino.

Dopo pochi minuti segnò QUEL gol.

Gol così non si segnano per caso.

Gol così si fanno solo se sei un grande giocatore.

Ricevuta la palla sul settore sinistro e con le spalle alle porta si è girato, ha saltato quattro avversari in dribbling prima di scaricare una cannonata, un missile, un siluro, una bordata … chiamatela come vi piace di più.

Fatto sta che la palla ha gonfiato la rete della porta proprio sotto la nostra Torcida.

Quella sera andammo a casa felici.

Sapevamo di aver trovato il centravanti che ci mancava da troppi anni, da quando smise di giocare per noi il grande Ademir de Menezes, più di 15 anni prima.

Il giorno dopo Aparicio Pires, sul Jornal dos Sports, se ne uscì con questo titolo “Il ragazzo-dinamite fa esplodere il Maracanà”.

Fino a quel giorno lo avevamo chiamato Calu o Carlinhos.

Ora, il nostro nuovo idolo, aveva anche un nuovo nome: ROBERTO DINAMITE.

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Le sofferenze del popolo del Vasco de Gama, la squadra della comunità portoghese di Rio de Janeiro, dureranno solo pochi mesi.

L’ambientamento di Roberto Dinamite al Barcellona è assai più difficile del previsto.

Bastano 10 partite ufficiali e 3 soli gol (di cui due su calcio di rigore) per capire che il calcio spagnolo non fa per lui.

Alla fine di aprile del 1980 Roberto Dinamite torna a casa sua e nel suo Club: il Vasco de Gama.

Per la parte bianconera di Rio inizia un altro Carnevale.

Il 5 maggio del 1980 torna ad indossare la sua maglia.

C’è un importante incontro per il campionato brasiliano.

Sugli spalti del Maracanà ci sono quasi 110 mila persone.

Di fronte il fortissimo Corinthians del dottor Socrates, campione in carica.

Ma la festa, quel giorno, è tutta per lui, per il ritorno del figliol prodigo: Roberto Dinamite.

Dopo poco più di dieci minuti di partita il mediano del Corinthians Caçapava prova a rovinarla portando in vantaggio i suoi.

E’ solo un piccolo incidente di percorso.

Nel giro di 25 minuti Roberto Dinamite segna 4 reti.

La quinta arriva a metà del secondo tempo e il gol di Socrates nel finale è assolutamente irrilevante.

Il popolo del Vasco è letteralmente impazzito.

La triste parentesi catalana non ha minimente intaccato le doti del loro idolo.

Con 5 reti nella stessa partita Roberto Dinamite stabilisce inoltre un nuovo, ennesimo record: quello del maggior numero di reti segnato da un solo calciatore nella stessa partita.

… record che verrà battuto solo 17 anni dopo da un altro attaccante brasiliano, il celeberrimo Edmundo, “O’Animal”, capace di segnarne 6 nello stesso incontro … e sempre con la maglia del Vasco de Gama.

Roberto Dinamite resterà nel suo Vasco per il resto della carriera se si escludono due brevi parentesi in prestito al Portuguesa e al Campo Grande.

Tredici anni in cui Roberto Dinamite infrangerà tutti i record possibili nella storia del Club.

1110 partite giocate e 702 reti.

Un titolo di campione brasiliano nel 1974, 5 campionati “Carioca”, un’altra ventina di trofei minori, il record di reti in una sola stagione (61) superando il grande rivale Zico del Flamengo che si era fermato a 60.

Nessuno come lui.

Numeri straordinari che spiegano solo in parte cosa abbia significato questo fantastico centravanti per il Vasco.

DINAMITE

Con questi numeri e questi risultati sarebbe quasi automatico immaginare per Roberto Dinamite una strepitosa carriera anche con la nazionale brasiliana.

Non sarà così. O meglio.

Nonostante uno score di tutto rispetto (25 reti in 47 presenze) Roberto Dinamite non è mai stato un vero protagonista nel Brasile.

Ai Mondiali del 1974, nonostante i soli 20 anni di età, per molti osservatori era già il più forte centravanti in circolazione.

Non la pensava così Mario Zagallo, il selezionatore del Brasile ai Mondiali di Germania che preferì snaturare il fortissimo Leivinha trasformandolo in un centravanti … lui che era una classica mezzapunta.

Nel 1978 trovò finalmente un po’ di spazio in più ricambiando la fiducia di Osvaldo Brandao con 3 reti, una all’Austria e due alla Polonia.  Proprio la vittoria contro la Polonia (3 a 1) pareva aver sancito il passaggio dei “verde-oro” alla finalissima … prima del 6 a 0 degli argentini contro il Perù di poche ore dopo …

Ma la sensazione era sempre la stessa: la fiducia incondizionata nei suoi confronti non è mai arrivata, da nessuno degli allenatori che si sono succeduti sulla panchina verde-oro.

Quello che poi accadde 4 anni dopo ai Mondiali spagnoli è quasi tragicomico.

A 28 anni, nel pieno della sua maturazione psico-fisica e reduce da una eccellente stagione con il Vasco (il suo record di 61 reti in una stagione è proprio dell’anno solare 1981), Roberto Dinamite riesce ad entrare nei 22 convocati per il mondiale iberico solo all’ultimo minuto e solo grazie all’infortunio patito dal giovane e già fortissimo Careca.

In quel Mondiale Roberto Dinamite farà da spettatore per tutta la durata del torneo.

Come centravanti titolare in quel mondiale gli fu preferito Serginho.

L’Italia intera ringrazia ancora oggi Tele Santana per questa scelta …

Due anni dopo, nel 1984, Carlos Roberto de Oliveira giocherà la sua ultima partita con la nazionale del suo Paese.

Sarà uno scialbo 0 a 0 contro l’Argentina.

Nel Vasco tuttavia continuerà a segnare con grande regolarità ancora per diverse stagioni.

Il suo raggio d’azione diminuirà di anno in anno, ma tecnica e potenza nel tiro rimarranno intatte.

Con il Vasco de Gama chiuderà la sua carriera nel 1993, a 39 anni suonati … facendo in tempo a fare da “chioccia” all’uomo che prenderà il suo posto nel cuore dei tifosi del “Gigante da colina”: ROMARIO de Souza Faria.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Quando arrivò nelle file del Vasco de Gama a soli 15 anni, scoperto dal famoso talent-scout Francisco de Souza Ferreira (per tutti O Gradim) “Carlinhos” o “Calu” come veniva chiamato allora dalla gente del suo barrio, pesava esattamente 52 chilogrammi.

Nessun problema” assicurò O Gradim ai dirigenti un po’ incerti del Vasco “fargli mettere su chili non sarà un problema. Un problema vero sarebbe se Flamengo o Fluminense ce lo portassero via da sotto il naso !”

In un solo anno “Calu” aumentò di ben 15 chilogrammi … segnando nella stagione successiva 46 reti con la squadra giovanile del Vasco.

La leggenda racconta che l’allenatore dell’Internacional Enio Andrade e la dirigenza dell’Internacional de Porto Alegre, finalista pochi mesi prima della Copa Libertadores, si convinsero proprio dopo la sconfitta contro il Vasco de Gama la sera in cui Roberto Dinamite segnò il suo primo gol che la difesa aveva assoluta necessità di essere rinforzata visto che un ragazzino di 17 anni se l’era portata a spasso con facilità.

Qualche mese dopo, dal Penarol di Montevideo, arrivò il cileno Elias Figueroa, il più forte difensore centrale di tutto il Sudamerica.

Più di una volta a Roberto Dinamite fu rimproverato un eccessivo egoismo, soprattutto quando si trovava la palla tra i piedi nei pressi dell’area avversaria.

La risposta ai suoi critici era sempre la stessa. “Io gioco centravanti. Secondo voi i gol chi dovrebbe farli ? Il nostro terzino destro ?”

Le deludenti prestazioni di Roberto Dinamite nel Barcellona stupirono un po’ tutti. Arrivato con il non facile compito di sostituire il bomber austriaco Hans Krankl e soprattutto con una spesa per l’epoca molto importante (circa 800.000 dollari) l’avvio fu comunque eccellente. Il 20 gennaio del 1980 fu proprio una sua doppietta contro l’Almeria a dare la vittoria ai Blaugrana. Un calcio di rigore e un tiro dal limite che, complice una deviazione di un difensore, spiazza il portiere avversario.

Niente di clamoroso ma sufficiente per ridare speranza ai tifosi del Barça da troppo tempo lontani dalla posizioni di vertice. Da allora in poi però … il nulla. Un solo altro gol, sempre su rigore, nella sfida di Supercoppa contro il Nottingham di Brian Clough e poi solo tante prestazioni incolore e quasi abuliche.

Due furono le cause principali del suo scarso rendimento: la prima sicuramente dovuta al clima. Dal sole di Rio alle temperature solo di qualche grado sopra lo zero di quell’inverno catalano condizionarono non poco le prestazioni del bomber brasiliano. La seconda, decisamente più importante, fu l’allontanamento del manager Quimet Rifè che volle fortemente Roberto Dinamite con l’insediamento del vecchio (e ormai decisamente “bollito”) mago Helenio Herrera la cui stima per il centravanti brasiliano era scarsissima.

A metà marzo, dopo neppure due mesi dal suo esordio, Roberto Dinamite riprese la strada di casa.

Tornando ad essere quel fenomenale attaccante che tutto il Brasile conosceva perfettamente.

Al contrario di quanto riportato praticamente ogni volta che si parla di Carlos Roberto de Oliveira il soprannome “Dinamite” non nacque la sera del suo primo gol contro l’Internacional al Maracanà. In realtà due giornalisti del Jornal dos Sports, il già citato Aparicio Pires ed Eliomario Valente, utilizzavano questo nome già da almeno un anno prima quando il giovane “Carlinhos” vinse la classifica marcatori del “Campionato Carioca dei giovani”, segnando 13 reti in 12 partite.

Per finire un’autentica “chicca”. Non appena fu chiaro che nel Barcellona non avrebbe avuto vita lunga i primi a muoversi per un suo ritorno in Brasile furono i dirigenti del Flamengo.

Fu addirittura il presidente del rossoneri di Rio Marcio Braga a recarsi in Catalogna per proporre il trasferimento a Roberto Dinamite. Venuti a conoscenza della cosa e pressati dalla torcida del Vasco che semplicemente non poteva accettare che il loro idolo giocasse per gli eterni rivali, i dirigenti del Vasco si mossero per riportare al Sao Januario l’attaccante.

Giusto così visto l’amore (totalmente ricambiato !) tra i sostenitori del Vasco e il loro calciatore icona.

… ma una coppia d’attacco con Zico e Roberto Dinamite insieme siamo certi che i tifosi del Flamengo l’avranno sognata per un bel po’ di tempo …

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https://youtu.be/7rjqcSoC4lQ

VINCENT

di SARA DEL BARBA

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L’infinito delle stelle nel profumo del mandorlo in fiore – Vincent Van Gogh

Per quanto mi riguarda, sono piuttosto spesso a disagio nella mia mente, perché penso che la mia vita non sia stata abbastanza calma; tutte quelle amare delusioni, avversità, cambiamenti mi impediscono di svilupparmi pienamente e naturalmente nella mia carriera artistica.” (Vincent Van Gog – Lettera W11 16 giugno 1889).

Sono linee vorticose, fluiscono sullo sfondo in un movimento mosso e ondulato, pronte a fondersi al centro del mondo per formare una spirale cosmica. Undici stelle gialle, enormi palle di fuoco immerse nel freddo blu, fluido cielo notturno che volteggia di sfumature cerulee e di ardesia. Una falce di luna si affaccia dall’angolo, irradia una luce ancora più colorata, più calda e più luminosa delle fidate stelle. Il pennello è ambasciatore di colpi pesanti e spessi, dal ritmo insistente e frenetico. Agita quest’illusione di essere costantemente in movimento, un senso di lussazione mentale, l’intensità di un istante. Angoscia e passione. Il cielo sta per cadere. Il cipresso abbagliante nel cielo notturno, con le sue foglie contorte, scure, liquide che si distendono verso l’infinito; sembra di sentirne il fruscio nel vento, mentre si oppone allo stridere dell’involucro gassoso che avvolge la Terra. Le galassie si immergono nel villaggio addormentato, lontano. Le luci umane sono spente, alienate anche dal sonno, inconsapevoli del cielo che esplode di vita e del cespuglio del cipresso che si contorce di resistenza davanti a loro.

“Questo lavorare sodo mi fa sentire bene. Ciò non mi impedisce di avere un terribile bisogno di – dovrei dire la parola – religione. Poi esco di notte per dipingere le stelle.” (Vincent Van Gogh – Lettera a Theo).

Sebbene mostri un onirico paesaggio della notte, fu dipinto da Van Gogh durante il giorno. Durante più giorni. Con la luce diurna. Nel giugno del 1889, dalla sua stanza presso l’ospedale psichiatrico Saint-Paul-de-Mausole a Saint Rémy, in Provenza. Aveva appena avuto un pesante esaurimento nervoso per la seconda volta. Era diventata, a quel tempo, quasi un’ossessione quell’idea di dipingere un paesaggio notturno. Di certo, non si può non notare che la chiesa nella parte inferiore del centro della tela mostri più somiglianze con l’architettura di una chiesa olandese che con una chiesa francese. L’enorme cipresso tagliato nella parte anteriore sinistra sembra elevarsi verso il cielo, pare muoversi, proprio come il turbolento cielo stellato, in cui la luna e le stelle sembrano quasi esplodere e ruotare attorno. Gli ulivi tremuli. Quel motivo ondulato e rotante di pennellate febbrili posizionate in modo meticolosamente ritmico. Incalzanti. Per quanto gli storici dell’arte si siano cimentati in tanti tentativi di spiegare l’incommensurabile contenuto di quel dipinto, basandosi su storie letterarie, o teorie religiose o addirittura astronomiche, in realtà non c’è mai stata una spiegazione unica, chiara. Forse proprio il significato psicologico stesso, intrinseco nella tela, è la sua spiegazione stessa. Lo stato ipersensibile di Van Gogh, quello che sottende la meditazione spirituale dell’artista e dell’uomo sulla vita, sulla morte e sull’infinito dell’universo. Quel costante, ipnotico movimento ripetuto delle onde che è nella forza primordiale vivificante della natura. Una forza che alcune persone chiamano Dio. Van Gogh, in una delle tante lettere indirizzate al fratello Theo disse che le stelle sono l’ultima destinazione dell’individuo. Il fatto che la vista sia quella fuori dalla finestra della sua stanza del sanatorio in un momento notturno, sebbene Van Gogh abbia rivisitato questa scena nel suo lavoro in diverse occasioni diurne, offre una rara, intima visione serale di ciò che l’artista ha visto mentre era isolato. E’ l’unico studio notturno di quella vista, così tanto descritta con le parole nella miriade di lettere a Theo. Un cataclisma da fine del mondo invade la vista, un’apocalisse piena di aeroliti che si sciolgono, di comete alla deriva. Si avverte l’apice dell’espulsione del suo conflitto interiore sulla tela. E’ una fusione cosmica. Fuori e dentro. Così in contrasto al villaggio in primo piano, con i suoi elementi architettonici, con quelle linee ondulate che disegnano dolci e morbide colline in lontananza, contro l’orizzonte. E senza mai mostrare, in tutti quelle ventuno volte di studio del colore e delle linee, i ferri che verticalmente tagliano la finestra rivolta ad est del manicomio.

Non so nulla con certezza, ma vedere le stelle mi fa sognare.”

L’emblema delle associazioni con il fuoco, la nebbia e il mare e il potere elementare della scena naturale si combina con l’intangibile dramma cosmico delle stelle. L’universo naturale ed eterno culla l’idilliaco insediamento umano, ma lo circonda anche in modo minaccioso. Il villaggio potrebbe essere ovunque. La scena notturna è qualcosa che ha appena scoperto artisticamente, che è d’improvviso divenuta importante. E offre all’immaginazione visiva il suo campo di attività più distintivo e unico, poiché la mancanza di luce richiede l’uso compensativo della memoria visiva.  La sua scoperta del potere luminoso dell’oscurità è una rivelazione estetica personale; non ha più bisogno, dopo la tragica rottura, di Gauguin come catalizzatore. Ed anzi, Van Gogh stava tornando ad attingere al suo modello di Delacroix, che da tempo era perduto, e al principio del contrasto, insistendo ed accentuando  quelle tecniche coloriste che lui stesso aveva sviluppato fino a quel momento. E’ talmente intenso e ricercato che sembra l’espressione matematica della turbolenza attraverso eventi naturali come vortici e flussi d’aria. Forse proprio perché è riuscito a creare particolari opere d’arte come la Notte Stellata durante i periodi di estrema agitazione mentale, che Van Gogh è stato in grado di comunicare in modo così preciso, così empatico quel tumulto, quella frenia attraverso  precise gradazioni di luminescenza, increspate in linee contorte e a spirale. Che sia un rimando all’aurora boreale o un accostamento ai meccanismi della Via Lattea, che sia l’espressione di un Getsemani personale, l’allegoria biblica è presente spesso in Van Gogh. Ma Van Gogh si spinge oltre, nel tentativo di esprimere uno stato di shock di un cipresso che prova ad opporsi, tra gli ulivi fruscianti, contro le colline che si innalzano ripide e brusche, minacciando di trascinare l’anima solitaria in profondità vertiginose.

Vincent Van Gogh nacque a Groot Zundert, in Olanda, il 30 marzo 1853, un anno dopo il giorno in cui sua madre diede alla luce un primo figlio nato morto, anche lui di nome Vincent. Il maggiore di sei figli, nati dal felice matrimonio tra Teodoro Van Gogh, pastore della Chiesa riformata olandese, e Anna Cornelia Carbentus, prima di Anna, Theo, Elizabeth, Wilhelmien e Cornelius. Con Theo e Wilhelmien il rapporto sarà sempre di profondo affetto e attaccamento. Frequenta un collegio a Zevenbergen per due anni e poi la scuola secondaria King Willem II a Tilburg per altri due. Nel 1868, Van Gogh lascia gli studi, all’età di 15 anni.

Nel 1869 iniziò a lavorare per la Goupil & Cie., una ditta di commercianti d’arte alla quale lo zio, anche lui di nome Vincent, cedette la propria attività di mercante d’arte presso la sede de L’Aia per motivi di salute. La famiglia Van Gogh era da tempo legata al mondo dell’arte: gli zii di Vincent appunto, Cornelius e Vincent, erano o erano stati prestigiosi commercianti d’arte. L’attività della casa d’arte Goupil consisteva nella vendita di riproduzioni di opere d’arte, Vincent fu molto preso da questa occupazione, che lo obbligava ad un approfondimento delle tematiche artistiche e lo stimolava a leggere e a frequentare musei e collezioni d’arte. Mantenne i contatti con la famiglia, che dal gennaio del 1871 si era trasferita a Helvoirt, dove il padre Theodorus svolgeva la sua attività pastorale. Anche l’adorato fratello minore, Theo, trascorse la sua vita lavorando come commerciante d’arte e, di conseguenza, ebbe un’enorme influenza sulla successiva carriera di Vincent come artista, che rimase con Goupil per sette anni. Nel 1873 venne trasferito nella filiale londinese dell’azienda, dove si innamorò subito del clima culturale dell’Inghilterra. Ed anche delle sue donne. Durante quel periodo visitò le numerose gallerie d’arte e musei e divenne un grande ammiratore di scrittori britannici come George Eliot e Charles Dickens.

Il rapporto tra Vincent e la ditta Goupil divenne teso con il passare degli anni e nel maggio del 1875 venne trasferito nella filiale parigina dell’azienda. Vincent lasciò definitivamente la Goupil alla fine di marzo del 1876 e decise di tornare in Inghilterra dove i suoi due anni erano stati, per la maggior parte, molto frizzanti socialmente e, in piccola parte, gratificanti.

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In aprile Vincent iniziò ad insegnare. Poi, la decisione di intraprendere gli studi in teologia, ad Amsterdam, che abbandonò dopo quindici mesi, trovando insuperabili le richieste accademiche. Tornato a casa, continuava ad avere quel cruccio di dover mettere in pratica qualcosa che aveva a che fare con la religione, con la diffusione della parola di Dio. Così, su decisione della famiglia, si iscrisse ad un corso a Bruxelles, presso la Chiesa Protestante, per essere istruito come pastore. Di lì a poco, intraprese l’attività di predicatore, cercando la propria strada attraverso un percorso basato sull’evangelizzazione. E’ questa esperienza, in particolare vissuta tra le miniere di carbone nel Borinage, in Belgio, tra le “sclôneuses”, le operaie che trasportano i residui ancora utilizzabili del carbone estratto, i minatori, costretti ad enormi e penose fatiche, e i cavalli da tiro, obbligati a trascinare carrelli di carbone – immerso, tra l’altro, in un contesto di “lingua francese dall’accento particolarmente duro”, come scriverà anche nelle sue lettere – che segna il suo debutto nella pratica artistica. E’ allora che Vincent inizia a sperimentare sulla tela, tra schizzi a matita e tecniche di acquerelli, le raffigurazioni dei minatori e delle loro famiglie, raccontando le loro dure condizioni, la loro vita soffocata dalle tenebre a 700 metri di profondità, un ambiente tetro. Questo periodo è talmente cruciale per van Gogh che inizia a delinearsi concretamente la sua carriera successiva e finale, quella di artista, abbandonando al contempo i panni da predicatore, incarico, peraltro, che dopo soli sei mesi non gli venne rinnovato a causa della sua scarsa abilità nei sermoni, spesso lunghi e carichi di retorica biblica.

Nell’autunno del 1880 Vincent partì per Bruxelles per iniziare i suoi studi d’arte, grazie all’aiuto finanziario del fratello Theo.  Una corrispondenza, quella con Theo, che per circa un anno si era interrotta; sappiamo di questo periodo buio attraverso le lettere che Theo scambiava con i genitori, preoccupati di ciò che Vincent stava facendo o non facendo della sua vita, timorosi del suo stato di debolezza, di depressione.

Sono proprio le lettere, in totale più di 700 esistenti, che formano la maggior parte della nostra conoscenza delle percezioni di Van Gogh sulla sua vita e le sue opere. Una ricca corrispondenza, scritta da Vincent in olandese, in francese o addirittura in inglese a seconda del destinatario. Memorie che fanno di lui, ancora prima di un pittore senza precedenti, uno scrittore profondo, un poeta delle emozioni contrastanti che combattono dentro le viscere dell’uomo, che alternano guizzi di eccitazione a momenti di perdizione, di nevrosi. Nell’altalenante leit motiv del voler affermarsi come artista ma con la convinzione innata di non esserne all’altezza, rotta solo da brevi intervalli di picchi umorali favorevoli caratteristici della malattia.

Nonostante le battute d’arresto emotive con le donne, l’abitudine alle prostitute, le tensioni personali col padre, la povertà, le relazioni personali burrascose, la propria volatile personalità, Vincent inizia a produrre molte opere. Proprio il 1880 può essere definito l’inizio materiale del suo mestiere di pittore, su e giù per i Paesi Bassi, nel “periodo olandese”, affidandosi a lezioni presso artisti affermati e apprendistato e alla pratica e allo studio da autodidatta. Superando, ad esempio, il proprio problema con la prospettiva utilizzando uno strumento in parte sviluppato da se stesso ed in parte visto sui libri, la “cornice prospettica”.

Il 1883 fu un altro anno di transizione, sia nella sua vita personale che nel suo ruolo di artista. Vincent iniziò a sperimentare le pitture ad olio già nel 1882, ma fu solo dall’anno successivo che questa tecnica divenne sempre più frequente. Man mano che le sue capacità di disegno e pittura progredivano però,, si avvicendavano i fallimenti personali, stavolta con la prostituta Sien.

Dai Paesi Bassi, ancora una volta, Vincent torna a casa dei suoi genitori, ora a Nuenen, alla fine del 1883. Per tutto l’anno seguente continuò a perfezionare il suo mestiere: tessitori, filatori e altri ritratti. I contadini locali si dimostrarono i suoi soggetti preferiti – in parte perché Van Gogh provava una forte affinità con i poveri lavoratori e in parte perché era grande ammiratore del pittore Millet, noto per i dipinti sensibili e compassionevoli degli operai nei campi. E’ la volta della scuola di Barbizon, che rompe la regola del disegno in studio e afferma la pittura “en plein air”, a contatto con la natura. Durante tutto il 1885 Vincent lavora senza sosta alla sua tecnica di pittura in continuo divenire, facendo sì che quel tratto grezzo e audace diventasse non un limite, ma un marchio. Il simbolo di un’espressività sgorgante dal gesso, dalla matita e sottolineato dal pelo dei larghi pennelli, colanti di generosa tempera sulle ghiere.  La raffigurazione di The Potato Eaters lo occupa per tutto l’aprile del 1885. Aveva prodotto varie bozze in preparazione della versione finale, grande olio su tela che gli diede l’impressione di aver raggiunto un certo traguardo in termini di tecnica pittorica. Ma le critiche di Van Rappard, pittore mentore di Vincent, e il giudizio poco entusiasta di Theo lo fecero infuriare. Intristire.

Così l’irrequietezza, il bisogno di nuove stimolazioni tornò anche allora, come spesso accadde nella breve vita di Vincent. Ad intervalli regolari, come le stagioni. All’inizio del 1886 si iscrive all’Accademia di Anversa, per poi lasciarla circa quattro settimane dopo, soffocato dall’approccio stretto e rigido degli istruttori, che non rimangono impressionati dal suo approccio decisamente radicale.

Il periodo parigino di Van Gogh inizia nel marzo del 1886. L’importanza del tempo di Vincent a Parigi è chiara. Theo, come commerciante d’arte, aveva molti contatti e Vincent sarebbe diventato d’habitude con gli artisti rivoluzionari di Parigi, studioso delle prime mostre degli impressionisti, opere di Degas, Monet, Renoir, Pissarro, Seurat e Sisley. La sistemazione a Montmartre, l’arte moderna, le lezioni presso pittori affermati. I bar colorati, le strade chiassose, brulicanti di odori, di sapori edonistici. L’ispirazione. La sua tavolozza iniziò ad allontanarsi dai colori più scuri e tradizionali della sua terra d’origine, quella olandese, incorporando le tonalità più vibranti degli impressionisti. Raffigurazioni di ogni tipo, dalle scene del quotidiano di strada del quartiere, alla vista dalla sua finestra, ma anche nature morte prodotte nel suo studio quando non poteva uscire, oltre agli innumerevoli e famosi autoritratti. La tecnica continua ad progredire, a trasformarsi, attraverso soggetti ancora più moderni ed utilizzando un approccio non più solo impressionista, ma anche proprio del puntinismo ed allo stesso tempo ancora più libero dei puntinisti stessi. In questo conteso di innovazione, ad esempio, si inserisce perfettamente il “Giardino con coppie di fidanzati”, dai colori complementari per ottenere contrasti forti.

Per aggiungere ulteriori sfumature al complesso arazzo dello stile di Van Gogh, è a questo punto, nel clima effervescente parigino, che Vincent si interessa all’arte giapponese. Il Giappone aveva aperto di recente i suoi porti dopo secoli di blocco culturale e, a seguito di questo isolazionismo di lunga data, il mondo occidentale era affascinato da tutto ciò che era nipponico.

Ma c’è anche il regolare, doloroso impatto, fisico e mentale.  La personalità instabile di Vincent mette a dura prova anche la sua relazione con Theo. Il tentativo di vivere con il fratello causa una grande tensione tra i due. E la cattiva alimentazione, conseguenza anche di quelle lunghe sedute di pittura all’aperto, l’ eccessivo consumo di alcolici e fumo non sono d’aiuto a quell’equilibrio sempre cercato e mai raggiunto. Il continuo ripetersi di strazi anche amorosi. I tentativi tutt’altro che di successo di farsi conoscere attraverso qualche mostra.

Vincent decide di lasciare Parigi e seguire la luce potente del sole e il suo destino verso il sud. E’ il 1888. Trasferitosi ad Arles, stanco della frenetica energia di Parigi e dei lunghi mesi invernali, si affida al calore della Provenza, ai suoi lussureggianti paesaggi di vigneti e ulivi, di boschi di pini, di inebrianti ed intensi verticelli di lavanda come pennellate che oltrepassano l’orizzonte. L’altra motivazione del trasferimento è il suo sogno, mai realizzato, di stabilire una sorta di comune di artisti ad Arles, dove i suoi compagni di Parigi avrebbero cercato rifugio e dove avrebbero lavorato insieme e si sarebbero sostenuti l’un l’altro verso un obiettivo condiviso: la “Casa Gialla”.

Dopo l’inaspettato inizio insolitamente freddo, rigido per la stagione, si mostrano i primissimi germogli primaverili sugli alberi. Un momento di grande produzione artistica. Nell’illusione del rinnovo, anche mentale. Come nei dipinti dei primi frutteti in fiore.

Gauguin arriva ad Arles in treno all’inizio di ottobre. Mesi  cruciali e disastrosi, fino a dicembre. Le loro accese discussioni divennero sempre più frequenti. Lo stato di salute mentale di Vincent del tutto instabile. L’orecchio e la mutilazione tanto storiografata. Brusco impasse mentale. L’interruzione della sinapsi, ancora una volta. Dopo una prima, illusoria cicatrizzazione psichica, all’inizio del 1889, Vincent prosegue nella sua produzione artistica, nella sua rassicurante Casa Gialla. “I Girasoli” ne sono una magnifica testimonianza.

Poi il ritorno in ospedale. Le discussioni con Theo sono la definitiva spinta alla spontanea volontà  di provare a riordinare se stesso mediante il ricovero all’ospedale psichiatrico di Saint-Paul-de-Mausole, a Saint-Rémy-de-Provence. Per alleggerire, per lo meno, il peso di quel macigno che toglie il respiro al pensiero, che fa da disregolatore dell’umore. Van Gogh lascia Arles l’8 maggio 1889. Con il passare delle settimane, dopo tanti attacchi di violenta depressione ed epilessia che, al tempo, era considerata pazzia, il paziente Vincent sente che quel macigno sta allentando la pressione, che gli è data la flebile forza di poter emettere respiri un po’ più regolari. E nel momento in cui, dopo i primi progressi mentali, gli viene concesso di riprendere ad armeggiare col fidato cavalletto e con i pennelli asciugati dal forzato periodo di astinenza dal colore, nel mese di giugno 1889, consegna all’umanità molteplici lavori, primo fra tutti la “Notte stellata”. Inconscio del valore immenso di ciò che ha prodotto e timoroso, come sempre nella sua vita, di aver creato qualcosa che nessuno potrà considerare di valore.

Alla fine del 1889 l’estrema precarietà del suo stato mentale non è capace di contenere l’ennesimo squarcio. Il 16 maggio 1890 Vincent van Gogh lascia il manicomio e prende un treno notturno per Parigi. “La tristezza durerà per sempre …” Trascorsi tre giorni con Theo, la moglie di Theo, Johanna, e il loro figlio neonato, Vincent Willem, riparte alla volta di Auvers-sur-Oise.

Sebbene i dettagli narrati all’interno dei vari rapporti siano in conflitto, i fatti di base del 27 luglio 1890 rimangono chiari. Quella domenica sera Vincent van Gogh si incamminò, con il suo cavalletto e i materiali per la pittura nei campi. Lì tirò fuori una pistola e si sparò al petto. Vincent riuscì a barcollare fino all’osteria Ravoux dove crollò a letto. Fu chiamato il dottor Mazery, il praticante locale, così come il dottor Gachet. Fu deciso di non tentare di rimuovere il proiettile nel petto di Vincent e Gachet scrisse una lettera urgente a Theo, che arrivò il pomeriggio successivo. Rimasero insieme per le ultime ore della vita di Vincent, ancora abbastanza lucido da fumare la sua pipa.

Sì,  “La tristesse durera toujours..

Il 29 luglio 1890 Vincent è morto. Suicida. La chiesa cattolica di Auvers si rifiuta di consentirne la sepoltura. Il vicino comune di Méry, tuttavia, acconsente alla sepoltura e il 30 luglio si svolge il funerale, sotto un sole ardente. Con i fiori gialli sulla bara, fuori dalla “Camera da letto”, accanto al cavalletto, lo sgabello e le spazzole ormai secche.

Theo Van Gogh muore sei mesi dopo Vincent. Viene sepolto a Utrecht, ma nel 1914 la moglie di Theo, Johanna, sostenitrice devota e instancabile delle opere di Vincent, fa trasferire il corpo di Theo nel cimitero di Auvers, vicino a Vincent. Cresce ancora l’edera, tra le pietre tombali.

Grande rivoluzionario post impressionista dalla marcata tendenza espressionista, quasi futuristica, delicatamente ma decisamente arricchita dallo stile nipponico. La dimensione temporale delle opere di Vincet è eterna, la struttura al disegno è estremamente fedele, a differenza dell’attimo transitorio delle linee non concise degli impressionisti; non fa macchie, ma un tratteggio compiuto col pennello. Anche grazie all’amore per l’arte giapponese, le barre minute, accostate, orientate, flesse, che producono una parallela di blocchi, assecondano e potenziano la forma dell’oggetto-soggetto. Ricorda la scrittura. Ricorda il suo pensiero nelle sue innumerevoli lettere, traduce il suo tumulto interiore e la sua voglia di far vincere la vita nonostante il macigno sulle cervella. Poi il pennello si muove come fosse matita. Colori violenti e puri. La realtà è potenziata e trasfigurata con vortici a tratteggio direzionale. La tecnica sempre più appassionata nella pennellata, nel colore simbolico e intenso, nella tensione superficiale, nel movimento e nella vibrazione di forma e linea. L’inimitabile fusione di forma e contenuto di Van Gogh è potenza. Drammatico, lirico, ritmico, fantasioso ed emotivo, è un uomo intenso, travagliato, tragico, ma allo stesso tempo stimolato e stimolante. Un maledetto che non è maledetto. Che scambia tutto se stesso con i suoi contemporanei.

L’enorme massa di tristezza lo rende reale ed umano nel tentativo di trascinarsi fuori dalla sua stessa oscurità isolante. Nel legame di lunga data tra malattia mentale e genio creativo, l’avaria mentale ha la meglio. Si spengono quegli occhi ingannati dall’avvelenamento da vernici e dai farmaci. La malinconia ha rosicchiato ogni nervo. Non funziona nemmeno più la deviazione del pensiero a mezzo dell’assenzio. Un colpo al petto. La febbre di follia libera le membrane del rachide cervicale, come un processo di evaporazione. L’odore carico di tabacco e gli abiti ammuffiti lasciano spazio solo ai colori, abbagliante giallo dei campi di grano, verde brillante dei prati, scuro squamiforme del cipresso, pigmenti quasi elettrici dei girasoli recisi.

La voglia di vita, la stabilità, l’equilibrio hanno la durata di quel mandorlo in fiore. Ma seppure così breve e labile, il profumo è talmente inebriante, forte, aiutato dal vento, che sa essere perpetuo. Come il movimento concentrico dell’indice intorno a quelle stelle vorticose, a tentare di trovare un arrivo. Quando la destinazione è, invece, l’eterno movimento, che a volte inganna, stordisce, smarrisce. Ma altre volte, lungo l’incerto cammino, sa essere guida placida e compassionevole verso l’infinito illuminato dagli astri.

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