ANGELO JACOPUCCI: Morte di un angelo.

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“Sono pronto a stupirvi !

Ormai non ci dormivo la notte  per via di tutte quelle critiche sul mio modo di “tirare di boxe”.

“Ha sempre avuto paura di rovinare quel suo bel faccino” mi dicevano o anche “se non voleva prendere pugni allora perché ha scelto la boxe ?” o ancora “che noia i suoi combattimenti ! Sembrano partite a scacchi più che incontri di boxe !”

Queste sono solo alcune delle tante critiche che ho sentito sul mio conto in tutti questi anni.

Tutto questo nonostante i miei titoli italiani e perfino la corona europea dopo aver sconfitto Bunny Sterling !

Tutto questo perché io punto più sulla tecnica che sulla forza bruta.

Ma perché devo prendere pugni se posso evitarlo ?

Certo che il mondo della boxe è strano.

Cassius Clay, il mio grande idolo, “punge come un’ape e danza come una farfalla” e il mio stile (con tutto il rispetto) non è poi così diverso dal suo.

Eppure per me solo tante critiche, da addetti ai lavori e tifosi.

I famosi “puristi” della NOBLE ART non mi amano.

E questo mi ferisce … tanto.

Chiunque vorrebbe essere amato. Io non faccio differenza.

Così ho preso la mia decisione, radicale, estrema e definitiva; cambio di allenatore e di approccio.

Sono entrato nel gruppo di Rocco Agostino, un autentico guru nel mondo del pugilato e gli ho spiegato quello che volevo.

Da quel momento tutto è cambiato.

Tanto lavoro sulle gambe cercando di irrobustire la muscolatura e di darmi più solidità. Sono meno agile ora ma spostarmi nel corpo a corpo non è più così facile.

Tanto lavoro sul tronco … ho preso più pugni ai fianchi e sul torace in questi ultimi mesi che in tutta la mia carriera !

Ma ora ho imparato ad attaccare, ad usare meglio le mie lunghe braccia.

Sono carico e fiducioso come non mai.

Alan Minter, l’inglese a cui contenderò la corona europea vacante dei pesi medi, è un toro.

Picchia duro e ha un sinistro tremendo.

Ma non lo temo.

Anzi, so come soprenderlo …

Vedrete … vi stupirò !

Il vecchio Jacopucci non c’è più … e con il “nuovo” ci divertiremo un mondo e chissà … magari imparerete ad amarmi …

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Quello con l’inglese Alan Minter sarà l’ultimo combattimento della breve vita di Angelo Jacopucci, detto “l’angelo biondo”, anche se lui preferiva di gran lunga l’altro soprannome “il Clay dei poveri”.

C’è il campionato europeo dei pesi medi in palio.

Si combatte a Bellaria, in Romagna in una caldissima serata di luglio.

Di fronte Alan Minter, l’inglese che in 5 riprese si era sbarazzato del nostro Valsecchi, storico rivale di Jacopucci per il titolo di campione italiano.

Angelo Jacopucci tiene totalmente fede ai proclami della vigilia.

Il suo pugilato è davvero cambiato.

Coraggioso, aggressivo, arrembante e vigoroso.

Pur mantenendo inalterata la sua grande tecnica e buona parte della sua agilità sulle gambe e negli spostamenti sul tronco.

Minter rimane spiazzato.

Il pugile inglese non è mobile. Avanza come una ruspa cercando il contatto e lo scontro ravvicinato.

Rende ben 12 centimetri in altezza al pugile di Tarquinia e non ha altra scelta. Avanzare per cercare lo scontro.

Angelo lo scontro non lo sfugge, anzi.

Ma picchia, picchia duro e poi “rientra” per sfuggire alla forza di Minter.

Il volto di Minter dopo poche riprese è gonfio e tumefatto.

Jacopucci non ha un segno.

E continua ad attaccare e a scappare, attaccare e scappare.

Il pubblico presente al palazzetto di Bellaria è sulle prime quasi incredulo … ma poi si scalda fino ad entusiasmarsi per la condotta spavalda del “Clay del Poveri”.

L’incitamento per il pugile italiano diventa sempre più caldo e pare che la resa per Minter sia ormai questione di minuti.

Angelo sta facendo qualcosa di tanto grande quanto inaspettato … i pronostici della vigilia non erano per lui.

Jacopucci ha tanti pregi come pugile. Tecnica, eleganza, intelligenza tattica e agilità … ma ha una grande lacuna nel repertorio; non ha il “pugno che stende”.

Così Minter riesce a superare il momento difficile mentre l’entusiasmo e la foga iniziale di Jacopucci iniziano a chiedere dazio. Ha speso tanto nelle prime dieci riprese. La smania, la voglia di stupire, il sostegno del pubblico gli hanno probabilmente fatto spendere qualche energia in più del dovuto.

Alla undicesima ripresa si intuisce che il match sta cambiando.

Il pubblico ormai è tutto per il biondo e aitante laziale e lo incita gridando il suo nome a gran voce.

Ma Minter sta prendendo possesso del centro del ring e va a “cercare” Jacopucci.

La “farfalla” si è appesantita, le gambe sono dure e Minter mena di brutto.

Dodicesima ripresa.

Quart’ultima del match.

Si tratta di resistere, di scappare un po’, tirare qualche colpo e soprattutto di evitare le “martellate” del britannico.

Il match però si è completamente ribaltato.

Un sinistro di Minter arriva a bersaglio.

Jacopucci barcolla.

Si capisce subito che arrivare alla 15ma ed ultima ripresa sarà un’impresa titanica.

Arriva un altro sinistro che colpisce in pieno volto Angelo.

Jacopucci finisce contro le corde, ci rimbalza e quando “rientra” arriva un diretto pazzesco di Minter dal quale non solo non riesce a difendersi ma a cui va incontro senza difesa alcuna.

Angelo ha esaurito le forze ed è sempre più in balia del britannico.

Il collo non oppone più resistenza, la guardia è abbassata.

Qualcuno dice che QUI, ADESSO in QUESTO PRECISO MOMENTO qualcuno avrebbe dovuto fermare il combattimento.

L’arbitro non lo fa … e dall’angolo di Jacopucci nessuno reagisce, nessuno getta la fatidica spugna.

Arriva una gragnuola di colpi terrificanti a cui Angelo non oppone alcuna resistenza.

Cade a terra, in ginocchio, con la schiena appoggiata alle corde e la testa rivolta all’indietro.

Non fa neppure il tentativo di rialzarsi.

Termina il conteggio e termina il match.

Minter è campione d’Europa.

Ma stasera ha vinto anche Jacopucci.

Il pubblico lo acclama, lui nel frattempo si è rialzato e risponde al saluto.

Poi si avvicina a bordo ring e guarda giù, nel parterre.

Abbozza un sorriso a quello che ora, finalmente, è diventato il “suo” pubblico, perché nel mondo del pugilato anche i perdenti sono amati … purché abbiano cuore.

Angelo poi allarga le braccia come a dire “ho fatto tutto quello che potevo”.

Il pubblico lo sa e glielo riconosce e le grida di incitamento e gli applausi aumentano di intensità.

Alan e Angelo lasciano il ring fra gli applausi.

Angelo è felice quando parla ai microfoni RAI.

Ora sente che ha l’amore della gente, quello che ha sempre cercato e che, dopo tante vittorie, è arrivato invece con una sconfitta.

I due pugili, come spesso succede in questo sport violento ma dove etica e rispetto difficilmente vengono a mancare, vanno insieme al ristorante ognuno con il rispettivo staff.

L’atmosfera è gioviale e spensierata.

In fondo, quante volte capita che si vinca in due ?

Ha vinto Alan Minter che se ne torna nella sua Inghilterra con la corona europea e con il sogno di andare a combattere a breve per il titolo mondiale.

Ha vinto Angelo Jacopucci, zittendo una volta per tutte i suoi critici, mostrando quel coraggio che forse neppure lui sapeva di avere.

Sembra tutto perfetto.

Ma non lo è.

La combriccola esce dal locale.

Sono le prime ore del mattino.

Ad un certo punto Jacopucci si ferma, appoggia le mani sulle ginocchia come per riprendere fiato.

Poi inizia a vomitare, copiosamente.

Minter dirà in seguito che la prima cosa che ha pensato è stata che l’alcool, che era scorso a fiumi durante la cena, avesse avuto la meglio su Jacopucci.

Non è così.

Jacopucci sta male.

Non fanno tempo ad arrivare in albergo che cade in coma.

La corsa all’Ospedale di Bologna (il Bellaria, ironia della sorte) è disperata.

E’ una emorragia cerebrale.

L’intervento è delicatissimo e le probabilità di riuscita sono minime.

I colpi presi durante il combattimento hanno prodotto una situazione irreversibile.

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Tre giorni dopo, la mattina del 22 luglio 1978 Angelo Jacopucci muore.

A piangerlo la moglie Giovanna e il piccolo Andrea.

Piangerà anche Alan Minter che con Jacopucci aveva un rapporto di grande stima reciproca e di simpatia.

Il suo dolore è tale che per qualche tempo pare sul punto di ritirarsi.

Riprenderà a combattere sul finire del 1978 perché, dirà il pugile inglese, “ho una famiglia da mantenere e tirare di boxe è l’unica cosa che so fare”.

Ricordare Angelo Jacopucci è una specie di “dovere” verso questo ragazzo che il padre aveva convinto ad andare in palestra, per irrobustirsi un po’ e imparare a difendersi visto che Angelo, con quel viso delicato, i riccioli biondi, esile e gracile com’era era diventato l’obiettivo preferito delle angherie dei bulletti di Tarquinia, la città dove era nato il 12 dicembre del 1948.

Per poi scoprirsi “portato” per la boxe, ma non prima di aver pareggiato i conti con tutti quei bulletti che avevano approfittato di lui, tanto da diventare lui stesso un po’ bulletto e attaccabrighe.

Lui, sempre così attento al suo aspetto, che amava i vestiti eleganti e ascoltava Dylan e De Gregori.

A 24 anni il suo primo incontro da professionista, vinto proprio nella sua Tarquinia.

E poi la scalata fin sul tetto d’Europa … fino a quella maledetta sera d’estate in Romagna.

Angelo Jacopucci, morto per aver cercato disperatamente l’amore.

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PATO AGUILERA: Il sole a scacchi

di Renato Villa

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Ma allora è proprio vero. Sono venuti a tirarmi fuori di qua. È la volta che sento la gente scandire il mio nome dalla parte sbagliata del muro, e a dire il vero mi fa un effetto strano. So che lo stadio sarà tutto imbandierato, e che ormai attendono solo me per celebrare quel risultato che inseguiamo da tutto il campionato. Però io non so come potrò giocare, dove avrò la testa oggi pomeriggio, perché entrare in campo sapendo che poi ti attendono ancora interrogatori, e poliziotti, e cose del genere, non è proprio la cosa migliore di questa vita. Fortuna vuole che la squadra avversaria non abbia più nulla da chiedere al campionato, se non di fare una figura onorevole sul nostro campo. Certo che per me questa sarà una nuova emozione, diversa da tutte quelle provate prima, perché in fondo penso di essere uno dei pochi giocatori di calcio ad avere avuto il permesso di uscire dalla galera per andare a fare il suo lavoro. D’altra parte, ho sofferto quanto non mai in questi giorni,  nei quali mi sono sentito abbandonato da tutti e da tutto, perché alla fine un giocatore di calcio vive di sensazioni, di emozioni, di tutto quello che il carcere, invece, è capace di negare.

 

La gente avrebbe anche potuto rinnegarmi, in quel momento. Invece, sembrava che io fossi tornato pulito e limpido, che la galera non l’avessi mai vista. Lo stadio era pieno di striscioni in mio onore, per incoraggiarmi forse, o più semplicemente perché la gente credeva nella mia innocenza. Quando entrai sul prato, il boato fu trionfale, tanto che mi voltai verso la gradinata, e mi avvicinai a capo chino, come dovessi farmi perdonare chissà quale delitto. I miei compagni si attendevano una cosa del genere, e continuarono lo studio della superficie erbosa, perché era quello il motivo per il quale eravamo entrati in campo. Io rimasi perplesso e mi fermai sotto la gradinata, guardando quel muro umano che inneggiava a me, con lo sguardo stralunato che può avere chi non capisce cosa stia succedendo. In fondo, era proprio così.

 

Camminando lentamente per assaggiare l’erba sentivo la gente che aveva fiducia, che mi credeva, vedevo i ragazzi che mi chiamavano sotto la gradinata per incoraggiarmi, per dirmi qualche parola confortante. Certo che era una sensazione particolare, e dentro sentivo la necessità di giocare una grande partita per ripagarli, per fargli capire che non li avrei abbandonati come loro non stavano abbandonando me. Sapevo che sarebbe stato difficile, perché in fondo non è mai una cosa facile giocare sapendo che non si può fallire, ma quella volta era necessario che io giocassi al massimo delle mie possibilità, che mostrassi tutto ciò che ero capace a fare, con i piedi e con il cervello, perché a calcio si gioca prevalentemente con il cervello, ed i piedi sono solo ciò che ti consente di realizzare quello che hai in mente.

 

Poi, rientrando negli spogliatoi, cominciarono a passarmi davanti le immagini della partita, cosa avrei dovuto fare per farmi “perdonare” dalla mia gente, quali sarebbero state le mie reazioni se avessi mai segnato un gol, e cose del genere. Non mi ero mai trovato in una situazione simile, a dire il vero, e contavo di non trovarmici più, nonostante le mie amicizie mi portassero sempre più frequentemente verso una vita pericolosa. Intanto, dovevo giocare una grande partita e portare fuori di peso la squadra da quella posizione di classifica nella quale si era cacciata. Solo che non è facile giocare con la testa ingombra da pensieri, e lo sapevo sin troppo bene. In fondo, siamo esseri umani e non macchine, mi dicevo mentre mi avviavo a capo chino verso lo spogliatoio.

 

Quando entrammo in campo per il riscaldamento, l’atmosfera sembrava essersi calmata. Eppure l’elettricità si sentiva nell’aria, e la mia rabbia cominciava a salire, perché mi sentivo sempre più colpevole di qualcosa, anche se pensavo di non aver commesso nulla. Scesi nello spogliatoio prima degli altri, un po’ perché non mi sentivo di stare lì sul campo ed un po’ perché volevo rimanere con me stesso, a chiarirmi le idee. Sapevo che gli altri avrebbero combattuto fino alla fine, e che la gente ci avrebbe sorretto per novanta minuti, ma questo ormai non mi bastava più. Avevo voglia di spiegarmi, di raccontare a me stesso cosa poteva essermi accaduto. Ed avevo una voglia matta di segnare un gol, quel giorno, mentre scendevo le scale che portavano allo spogliatoio.

 

Una volta ridisceso nello spogliatoio, cercai di capire cosa avevo fatto e cosa dovevo fare per rimediare. Non che mi sentissi colpevole di qualcosa, quello no, ma la situazione non era proprio la migliore possibile, per me. Comunque, di lì a poco scesero anche i miei compagni di squadra. Mancava poco all’appello dell’arbitro, ed era arrivato il momento della consegna delle maglie. Fu proprio in quel momento che mi sentii differente da prima, più cattivo, più rabbioso. Avevo un conto personale da regolare, e l’avrei fatto. Avevo da farmi perdonare qualcosa dai ragazzi della gradinata, lo sapevo, e ce l’avrei messa tutta per riuscire nell’impresa. In fondo, niente al mondo è impossibile, mi stavo dicendo, mentre sentivo bussare alla porta dello spogliatoio. No, non di nuovo la polizia, mi venne da pensare. No, no, tranquillo, mi dissi, stavolta è solo l’arbitro.

 

Quando le squadre entrarono in campo, la gente urlava il mio nome. Dovevo ripagarla, quella gente, per tutto quello che stava facendo. In fondo, era il minimo che potessi fare, visto che mi sentivo profondamente toccato dalla loro solidarietà. Così, alla prima palla utile, decisi di saltare il primo avversario, e poi di lanciare il mio compagno d’attacco, ma non ne ebbi la possibilità. Sentii l’erba accarezzarmi, ed il fischio dell’arbitro lacerare l’aria. Punizione per noi, da una distanza non impossibile, ma sicuramente difficile. Non erano passati neppure cinque minuti, quando calciai, violentemente e a girare, per infilare il pallone nell’angolo lontano. Il portiere ci arrivò, ma la palla si fermò lì, ed il ragazzo che giocava in attacco accanto a me ci si avventò sopra, spingendola in rete. Lo stadio esplose.

 

In quel momento mi sentii sollevato. Stavo facendo quello che dovevo. La squadra mi stava aiutando più che poteva, per segnare. In fondo, era un rapporto di solidarietà e d’amicizia quello che ci legava. Così, mi sbattevo per dare tutto ciò che potevo e portare la squadra in fondo al campionato col culo in salvo. Non mancava poi molto, pensavo mentre correvo per il campo. Gli avversari sembravano tranquilli, nonostante lo svantaggio. In fondo, a loro importava fare una discreta figura e basta. Eravamo noi che dovevamo combattere per la sopravvivenza, e lo stavamo facendo meglio che potevamo. Adesso però non erano consentiti errori, perché quando si ha un solo gol di vantaggio il minimo errore può essere fatale.

 

Il primo tempo si risolse in una battaglia, e non ottenemmo altro risultato che quello di annullare il gioco di entrambe le squadre, durante una sfibrante guerra di posizione. I nostri avversari fecero interamente il loro dovere, gettandosi su ogni palla con tutto il coraggio disponibile, ma troppo era il divario tra noi e loro, nonostante la classifica non dicesse la stessa cosa. Così, ogni tanto la palla schizzava nella loro metà campo e mi arrivava, e da lì si poteva cominciare a costruire l’occasione per segnare il secondo gol, che però continuava a non arrivare. Ci provammo un po’ tutti, ma la palla non voleva saperne di entrare, in un modo o nell’altro, e così decidemmo di gestire il risultato per non correre esagerati rischi di beffe incidentali. Ne avevamo già subite, in quel campionato, fin troppe, e non avevamo certo voglia di rischiare la nostra permanenza nella massima serie per una stupida carambola o qualcosa di simile. In fondo, ne andava del nostro orgoglio, oltre che delle nostre tasche.

 

Così, ritornammo nello spogliatoio sul minimo vantaggio, e ci guardammo tutti quanti in faccia. Ci sentivamo abbastanza sicuri, ed in fondo lo svolgimento della partita sembrava darci anche ragione. Ma nello sport non si può mai avere alcuna certezza, e così decidemmo di muoverci e piantargli in corpo quel secondo pallone, che ci avrebbe fatto stare tranquilli, a noi e alla nostra gente. Avevamo ancora quarantacinque minuti per far urlare di gioia il nostro popolo, e dovevamo sfruttarli al meglio. Così ci guardammo tutti quanti negli occhi e pensammo a cosa sarebbe successo se fossimo riusciti a perdere quella partita. Era una cosa improponibile, d’accordo, ma in fondo nello sport non c’è nulla d’impossibile, e così cercammo di entrare in campo con ancora più rabbia di quanta non ne avessimo avuta all’inizio. Ne andava della nostra tranquillità.

 

Sembrava un gioco surreale, perché la palla non aveva intenzione di superare quella maledetta riga bianca, nonostante tutti i nostri tentativi. E così continuammo a vivere la partita col cuore in gola, ben sapendo che le radioline ci davano salvi ma che, alla minima botta di sfortuna, avremmo rischiato di essere risucchiati nella categoria dalla quale i miei compagni erano appena arrivati, e nella quale erano decisi a non tornare più. Il portiere avversario, nonostante lo bombardassimo, e forse proprio per quello, sembrava essere una piovra. Non si riusciva a bucarlo per la seconda volta, e non è che non ci provassimo, assolutamente. Ma la palla danzava lì, nell’area piccola, prima che lui l’abbrancasse e si riprendesse il solito gioco, che durava dall’inizio della partita.

 

La gradinata ruggiva, mentre noi ci gettavamo all’arrembaggio per segnare la seconda rete. Sapevamo che, fino a quando avessimo attaccato, non avremmo corso rischi. Il nostro capitano ci guidava, col solito carisma e con la convinzione che riusciva a trasmettere a tutti noi. Il pallone non voleva saperne di entrare nella loro porta, ma nemmeno si avvicinava alla nostra metà campo. E io vedevo arrivare sempre più palloni nella mia direzione, da smistare o utili per conclusioni a rete. Ma nulla sembrava potesse portarci alla seconda segnatura, quasi ci fosse una maledizione su quella porta. Così la prendemmo come una sfida con la sorte, perché ormai quello era diventata, e quello era per tutti noi. Oltre al rischio che continuavamo a correre se mai ci fossimo fatti prendere di sorpresa.

 

Tutto questo continuò fin quasi al termine della battaglia, quando il pallone venne scaraventato all’interno dell’area avversaria. Il Rosso ci si avventò sopra e, con una giocata che non era delle sue, mediano da corsa, saltò un avversario e poi scaricò un missile in rete. Il boato che sentii fu tale da impressionarmi. Ho giocato in Colombia, in Argentina, in Uruguay, ma non ho mai sentito nulla di simile. Facemmo mucchio a centrocampo. Eravamo assolutamente salvi, stavolta non ci sarebbe stato niente che ci avrebbe potuto togliere quel risultato. Nulla e nessuno.

 

Fu solo girandomi per tornare a centrocampo che notai uno striscione particolarissimo, lungo, che prima non mi era saltato agli occhi. C’era scritto “DENTRO O FUORI, PATO NEI NOSTRI CUORI”. Partii di corsa, verso la gradinata. Li sentivo fratelli. Ed andai lì sotto, felice come non ero mai stato, perché per la prima volta mi ero accorto di una cosa che i guadagni del calcio non potevano darmi. Una cosa unica, chiamata unione. Io e loro ormai eravamo una cosa sola. Anche se, alla fine della partita, sapevo che mi sarebbe toccato attraversare la strada e lasciare lo stadio per tornare là, in cella. E lo feci.

 

 

Morire di calcio: L’esecuzione di Andres Escobar.

di Lisa Azzurra Musetti

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Medellín, 2 luglio 1994.
Lui, Andres Escobar, difensore della nazionale Colombiana è a cena al ristorante Padua con la moglie e altre due signore.
Probabilmente la sua testa ed il suo cuore sono ancora impegnati a pensare e ripensare all’autogol che proprio lui fece, pochi giorni prima, durante il Campionato del mondo di calcio negli Stati Uniti e che costò l’eliminazione della sua nazionale dalla competizione.
Certe cose fanno male, anzi malissimo, ma alla fine tutti fanno errori. c‘è chi sbaglia un rigore in finale, chi il rigore della sconfitta lo procura, chi sbaglia un gol a porta vuota…insomma tutti posso commettere errori in campo.
Ma siamo in Sud America. Le cose sono diverse, siamo in un posto dove il sangue e l’acqua si mescolano, dove i cuori spesso battono al ritmo dei tocchi di palla dei calciatori e dove la Dea Eupalla è venerata come forse in nessun altro posto al mondo.
Andres esce un attimo dal ristorante ma davanti alla sua auto trova alcuni uomini facenti parte del gruppo paramilitare dei Pepes. Iniziano a discutere, a litigare, Andrei viene deriso ed offeso proprio per l’autogol in nazionale. Ad un certo punto però uno di questi uomini Humberto Muñoz Castro, tira fuori una mitragliatrice e dopo avergli urlato uno sprezzante “Grazie per l’autogol” gliela scarica addosso.
La corsa in taxi verso l’ospedale con la moglie è ovviamente inutile, Andres è morto.
Ma si può realmente uccidere un uomo solo per un autogol? Si, se dietro questo sport così importante in quella parte di mondo c’è un giro di scommesse clandestine da capogiro. Qualcuno azzardò perfino una vicinanza del calciatore al narcotraffico ma probabilmente solo a causa del cognome che condivide con il più famoso narcotrafficante della storia: Pablo Escobar.
Muore così Andres, a ventisette anni, fra le braccia della moglie.
Un proverbio colombiano recita “Chi ti vuole bene ti farà piangere” . Lui la sua Colombia l’aveva amata e poi fatta piangere, ma al contrario di una donna lei non lo ha perdonato.
Riposa al cimitero di San Pietro a Medellín e, anche se credo che certe anime non riposino mai veramente, spero possa farlo in pace.

LEONARDO DAVID: Doveva proprio andare così ?

di Remo Gandolfi

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“Se mi avessero detto che al mio primo gigante in Coppa del Mondo sarei arrivato terzo dietro due mostri come Stenmark e Luescher mi sarei messo a ridere come un matto !

Se poi mi avessero detto che nemmeno due mesi dopo avrei vinto la mia prima gara di Coppa del Mondo, guardando dal gradino più alto del podio due fenomeni come lo stesso Stenmark e Phil Mahre beh … avrei dato io del matto a chi avesse fatto un pronostico del genere !

Invece è andata proprio così.

Una stagione pazzesca, con altri podi ed altri piazzamenti nei primi 10.

La grande “valanga azzurra” che ha incantato per più di un lustro il mondo dello sci alpino comincia però ad accusare il peso degli anni.

Sia Gustav Thoeni che Piero Gros sono ancora in squadra ma diventa sempre più difficile per loro riuscire a salire sul podio.

C’è Herbert Plank che è un grande discesista ma forse anche per lui gli anni migliori sono alla spalle.

Fausto Radici ed Erwin Stricker si sono ritirati da poco. Tino Pietrogiovanna ed Helmut Schmazl già da qualche anno.

Solo che quando ti abitui alle vittorie come ci hanno abituati questi grandi campioni dopo diventa difficile accettare risultati di livello inferiore.

Su Paolo De Chiesa sono riposte molte speranze ma quest’anno sapevamo tutti che sarebbe stato un anno difficile.

Io lo scorso anno ho vinto la Coppa Europa ma a 18 anni forse è lì che dovrei ancora essere, magari facendo qualche “puntatina” in Coppa del Mondo quando si gareggia qua da noi in Italia.

Invece mi hanno buttato nella mischia della Coppa del Mondo fin da inizio stagione.

Ragazzi, vedere da vicino Ingemar Stenmark, Phil Mahre, Peter Muller, Ken Read o Peter Luescher … tutta gente che fino all’anno scorso ammiravo in televisione !

Ho sentito subito tanta fiducia e tanto calore attorno a me.

Gustavo e Pierino non hanno mai smesso di darmi consigli ed è soprattutto grazie a loro che a Schladming, nel primo gigante della stagione, sono riuscito ad arrivare al cancelletto di partenza con un po’ meno tremarella di quella che mi sarei aspettato.

“La neve e i paletti sono gli stessi di quando correvi in Coppa Europa Leo” mi ha detto Gustavo con la sua proverbiale flemma mentre risalivamo con lo skilift prima della gara.

“Vai giù come sai fare e non pensare a nulla !” mi da detto Pierino con il suo proverbiale entusiasmo mentre ci scaldavamo poco prima di partire.

E alla mia prima gara di Coppa del Mondo sono salito sul podio.

Terzo, dietro due “mostri” come Ingemar Stenmark e Peter Luescher.

Roba da favole, mica da realtà !

E quindici giorni dopo a Kranjska Gora stessa storia, stavolta in slalom speciale !

Ancora un 3° posto e ancora Ingemar Stenmark sul gradino più alto del podio.

E poi ancora piazzamenti, qualche manche davvero bella e qualche errorino qua e là … ma la consapevolezza che me la potevo davvero giocare con tutti quanti che cresceva di gara in gara.

Fino a quel giorno magico, meraviglioso e indimenticabile.

La mia prima vittoria in Coppa del Mondo, nello slalom di Oslo.

Il regolamento della Coppa del Mondo quest’anno è cambiato.

Gli organizzatori le stanno davvero tentando tutte per fermare lo strapotere di Ingemar Stenmark e così si sono inventati un cervellotico sistema che fa si che se vuoi vincere la Coppa di cristallo devi per forza fare le discese libere.

A me la discesa libera piace, perché mi piace la velocità.

Ho sempre pensato che se il mio papà non mi avesse trasmesso i geni dello sciatore, avrei voluto fare il pilota di rally.

Però devo imparare tante cose, ad esempio non mi riesce naturale “lasciar correre gli sci” nei tratti di scorrimento a differenza di quando devo aggirare i paletti di uno slalom o impostare delle curve.

Per questo motivo sono qui negli Stati Unite, a Lake Placid per una delle ultime gare della stagione.

Qui l’anno prossimo si faranno le Olimpiadi Invernali e mi hanno mandato qua per fare esperienza proprio in discesa, e proprio nella pista dove si disputerà la prova iridata.

E sono qui proprio per questo motivo … perché in fondo, come dicono i Rolling Stones, alla mia età, a 18 anni, “Time is on my side”.

 

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La discesa libera di Lake Placid sarà l’ultima volta in cui Leonardo David metterà un paio di sci ai piedi.

E’ il 3 marzo del 1979.

Da un paio di settimane Leo ha dei fortissimi mal di testa, nausea e vertigini che gli impediscono di allenarsi come vorrebbe e perfino di riposare come vorrebbe, nonostante valanghe di analgesici.

Guai che sono lo strascico di una caduta nella prova di discesa libera valida per i campionati italiani, disputatisi a Cortina d’Ampezzo il 16 febbraio.

Leonardo cade, battendo la testa sul ghiaccio.

L’impatto è importante a tal punto che il giorno successivo Leo decide di non partecipare alla prova di slalom speciale. Si reca invece all’ospedale di Lecco per accertamenti.

Tutto negativo.

“Sono i postumi della caduta” gli dicono. “Qualche giorno a andrà tutto a posto”

Leonardo David riprende gli allenamenti.

Solo che non va “tutto a posto”.

Anzi, è una sofferenza pazzesca.

Paolo De Chiesa, suo compagno di squadra e amico racconterà che Leo gli disse che “il rumore dei miei sci che sbattono sul ghiaccio mentre scendo mi fa scoppiare la testa”

Leo è un duro, uno di quei montanari coriacei, sempre positivo anche se di poche parole, che non teme nulla e minimizza tutto.

“e poi l’hanno detto i dottori … roba di qualche giorno …”

Leo si presenta al cancelletto di partenza della discesa libera di Lake Placid.

Il mal di testa non se n’è mai andato anche se sono passati ormai quasi 20 giorni dalla caduta di Cortina.

La sua prestazione è più che dignitosa, considerando le sue condizioni, gli allenamenti a singhiozzo delle ultime settimane oltre al fatto che lui è essenzialmente un uomo da “pali”, stretti o larghi che siano.

Leonardo è ormai nello “schuss” finale, a poche centinaia di metri dall’arrivo.

Quando accade qualcosa di strano, quasi inspiegabile, in un tratto che non presenta più insidie.

Una banale “spigolata”, i suoi sci che si toccano e Leo che finisce a terra quando la sua velocità è abbondantemente sopra i 100 km all’ora.

La caduta sembra innocua, come tante se ne vedono nelle gare di sci.

Infatti Leo si rialza, taglia il traguardo anche se con uno sci solo.

Sembra tutto ok.

Solo che qualche metro dopo crolla letteralmente tra le braccia di Piero Gros.

E’ l’inizio della fine.

Leonardo David cade in uno stato di coma vigile, dal quale non si riprenderà mai più.

Nonostante tante operazioni, negli Stati Uniti, in Italia e poi a luglio dello stesso anno nella clinica del celebre Prof. Gerstenbrandt all’ospedale di Innsbruck.

Quest’ultima operazione sarà illuminante, anche se inutile per il povero Leo.

Accerterà infatti che Leonardo David soffriva di un ematoma preesistente alla caduta sulla pista olimpica di Lake Placid.

La lesione gli era stata causata dalla caduta di Cortina.

Leonardo tornerà a casa dopo un anno passato senza i progressi sperati nella clinica di Innsbruck, nella sua Gressoney, nell’agosto del 1980, dopo averle davvero tentate tutte.

Il papà Davide, la mamma Mariuccia, la sorella Daniela veglieranno su di lui incessantemente, fra qualche piccolo segnale di speranza e tanta sofferenza, per quasi 6 anni.

Fino al 26 febbraio del 1985, quando un emorragia cerebrale si porterà via Leo.

La famiglia non ci sta, non riesce e non vuole accettare una fine così.

Per loro è omicidio colposo.

Inizia una interminabile querelle legale contro la Federazione Italiana di sci alpino, colpevole, secondo i famigliari di Leonardo, di non aver fatto abbastanza per il loro caro, di non aver prestato abbastanza attenzione a quanto accaduto a Cortina e di avere colpevolmente spinto Leonardo a continuare a gareggiare nonostante le sue condizioni fossero tutt’altro che ideali.

Un processo con una richiesta di “risarcimento” conclusasi con un’altra mazzata per la famiglia del povero David; non solo nessun risarcimento economico ma l’obbligo di assumersi in toto le spese processuali per rimborsare le spese legali di CONI, FISI e Commissione Medica.

Qualcosa come 140 milioni delle vecchie lire.

Perdere un figlio e poi questa beffa atroce …

Di Leonardo resta una stele posta nella piazza principale di Gressoney ma soprattutto restano la consapevolezza di aver perso un talento assoluto che avrebbe potuto scrivere una pagina fondamentale dello sci italiano, come Thoeni prima di lui o Alberto Tomba dopo … e resta la rabbia per aver perso un ragazzo giovanissimo che forse, con un po’ più di cura, sensibilità e attenzione, oggi sarebbe ancora tra noi.

 

 

 

LEIVINHA: il più forte calciatore che non avete mai visto.

leivinha palmeiras
“L’unica certezza è che finora non siamo stati neanche lontanamente all’altezza delle aspettative.
Due pareggi, entrambi senza reti ed entrambi tutt’altro che esaltanti.
Non sono certo i risultati che ci si attendono dalla squadra Campione del Mondo !
… ancora meno quando la squadra in questione è il BRASILE.
Quel Brasile che solo 4 anni fa in Messico ha incantato il mondo con il suo calcio offensivo, creativo e spettacolare.
Tanto da far dire a molti “addetti ai lavori” che quel Brasile è stato con ogni probabilità la più forte squadra di tutti i tempi.
Era il Brasile di Pelé.
Pelé che in quel mondiale, alla soglia dei 30 anni, raggiunse probabilmente la vetta più alta della sua meravigliosa e ineguagliabile carriera.
Era il Brasile dei cinque “n° 10” schierati contemporaneamente in campo.
Jairzinho con il 7, Gerson con l’8, Tostao con il n° 9, Pelé (ovviamente !) con il 10 e Rivelino con l’11.
Tutti loro, nelle rispettive squadre di club, giocavano con il n° 10, il numero che in Brasile si da al giocatore più talentuoso della squadra.
Alla faccia di tutte le alchimie tattiche e i discorsi sugli equilibri difensivi e offensivi, su quelli tra la tecnica e la corsa.
Adesso, a distanza di 4 anni, siamo qua in Germania con un titolo da difendere.
Di quel magico quintetto sono rimasti solo Jairzinho e Rivelino. 
Ma non sono certo quelli di 4 anni fa.
Jairzinho ha perso quello spunto bruciante del Mondiale messicano e Rivelino è ora in cabina di regia ma anche per lui gli anni iniziano a farsi sentire.
Sono i nostri leaders e sono ancora grandi campioni.
Ma la differenza non la fanno più.
Due pareggi, all’esordio contro la Jugoslavia e poi contro la Scozia.
Due partite giocate sotto una pioggia incessante che non ci ha certo aiutato.
Io gioco in attacco, a fianco di Jairzinho.
E’ su noi due che ricade la responsabilità di fare gol.
E finora abbiamo fallito.
Oddio, non ci sono andato poi così lontano ! Contro la Scozia ho colpito la traversa con un gran tiro al volo … e probabilmente sta ancora vibrando adesso !Ma di gol … neppure l’ombra.
Mario Zagalo è un grande allenatore, ed una eccellente persona.
Continua a farci coraggio, a dire che il top della forma è vicino, di avere pazienza e i che i gol arriveranno e con loro quella fiducia in noi stessi di cui abbiamo terribilmente bisogno … e che sembra sparita chissà dove dopo le prime due opache prestazioni.
Il problema è che stiamo giocando senza un vero centravanti.
Non lo è Jairzinho e non lo sono neanch’io.
Nel Palmeiras, la mia squadra di Club, gioco alle spalle di un vero centravanti come Ronaldo o Cesar “Maluco”. (e con un genio come Ademir Da Guia in cabina di regia !)
E invece qui in Germania un vero centravanti non l’abbiamo.
E facciamo fatica a creare occasioni.
Una fatica tremenda.
Conquistiamo palla, Rivelino è il catalizzatore del nostro gioco, Jairzinho ed io proviamo ad attaccare gli spazi arrivando da dietro ma … non c’è nessuno a fare da punto di riferimento, capace di farci “salire” o fungere da appoggio.
Ma Zagalo continua a dirci che le cose cambieranno … e presto.
Per fortuna la prossima partita, l’ultima del girone di qualificazione, la giocheremo contro la matricola Zaire, prima rappresentante del calcio africano in un campionato del mondo.
Lo Zaire ne ha presi 9 dalla Jugoslavia !
A noi ne basteranno 3 per passare il turno.
Insomma … proprio la partita di cui abbiamo bisogno per sbloccarci.

E allora basterà aspettare domani, alle ore 16.00 del 22 giugno 1974.
… quando, speriamo, inizierà davvero il nostro mondiale.”

Joao Leiva Campos Filho “LEIVINHA”  di quel mondiale giocherà ancora la bellezza di un quarto d’ora scarso.
Si, perché nella partita con lo Zaire, una uscita folle e sconsiderata del portiere africano gli costerà un grave infortunio al ginocchio che gli precluderà la possibilità di giocare anche solo un altro minuto di quel Mondiale in cui un Brasile non certo trascendentale finirà la sua corsa in semifinale contro la meravigliosa Olanda di Cruyff e compagni.
Leivinha, che è lo zio di Lucas Leiva della Lazio, è stato un calciatore straordinario.
Purtroppo lo conoscono in pochissimi.
Ed è una grande ingiustizia.
Una tecnica sopraffina, eccellente con entrambi i piedi, veloce ma con due peculiarità assolute; una strabiliante abilità nel gioco aereo ( nonostante con i suoi 176 cm non fosse certo un gigante !) e la sua “bicicleta”, resa famosa diversi anni dopo dal suo connazionale Robinho ma della quale pare che l’inventore o quantomeno il primo vero “utilizzatore seriale” sia proprio stato il biondo rifinitore brasiliano. (vedere nel filmato allegato)

Leivinha inizia nel piccolo Club del Linense prima di passare al Portuguesa, squadra di prima divisione Brasiliana.
L’inizio è folgorante. 
Gioca 31 partite e segna la bellezza di 37 gol.
A quel punto tutte le più grandi squadre brasiliane e di mezzo Sudamerica sono sulle sue tracce.

Alla fine la scelta cade sui “Verdao” del Palmeiras, anche conosciuti come la “Palestra Italia”, in quanto fondata nel 1914 da emigrati italiani in seguito ad una tourné in Brasile di Torino e Pro Vercelli, squadra emergente del calcio brasiliano che nelle sue fila annovera campioni di assoluto valore come il biondo regista Ademir da Guia (il cui unico difetto è stato quello di essere … il 6° più forte numero 10 dei primi anni ’70 !), il portiere Leao che giocherà con il Brasile i mondiali del 1974 e del 1978 e del fortissimo difensore centrale Luis Pereira che con Leivinha condividerà la fantastica esperienza spagnola nell’Atletico Madrid.
Con il Palmeiras vincerà il campionato nazionale brasiliano del 1972 e del 1973.
Nel 1972 c’è l’esordio in Nazionale.
E’ in un torneo giocato in Brasile in quello stesso anno che Leivinha mostra appieno tutte le sue doti.

E’ il momento del “passaggio generazionale”.
Pelè e Tostao sono ormai al tramonto e Leivinha si sta affermando come quel calciatore moderno e completo che pare perfetto per restare ai vertici di un calcio che in Europa vede il calcio rivoluzionato dal meraviglioso Ajax di Cruyff, Neeskens, Krol e Rep e di li a poco dalla Nazionale Olandese, con Rinus Michels profeta della più grande trasformazione nel modo di interpretare il calcio dai tempi della grande Ungheria del 1958 di Puskas e Hidegkuti.
Arrivano i mondiali del 1974 in cui Leivinha pare pronto a recitare una parte da prim’attore.
E’ uno dei pochissimi che si salva nella fase iniziale. 
L’altro è il brillante terzino Francisco Marinho, autentica rivelazione di quel Mondiale, che con le sue scorribande sulla fascia sinistra e la sua zazzera bionda fece innamorare rispettivamente addetti ai lavori e migliaia di teenagers.
Ma la sfortuna, che accompagnerà la carriera di Leivinha per tutto il resto della carriera, manda i suoi primi segnali proprio in quell’edizione dei Mondiali.
Con lo Zaire arriva il primo brutto infortunio che gli impedirà di giocare il resto di quell’edizione dei Mondiali e lo terrà ai box per diversi mesi.
L’anno successivo, nel 1975, arriva la svolta della sua carriera; al termine dell’allora prestigiosissimo torneo precampionato “”Ramon Carranza” che si disputa a Cadice e che soprattutto allora vedeva la partecipazione delle più grandi squadre di Club del Mondo, dove Leivinha giocò a livelli sublimi (e segna un memorabile gol al Real Madrid).
In Spagna, a differenza dell’Italia, le frontiere sono già aperte e in quel momento nella Liga ci sono tanti tra i più grandi giocatori del Mondo.
C’è il Barcellona “Olandese” di Sua Maestà Johann Cruyff con il fedele scudiero Neeskens, c’è il Real Madrid (che vincerà il campionato in quella stagione) dei tedeschi Netzer e Breitner.
La risposta della terza forza del campionato spagnolo, l’Atletico Madrid allenato da un giovanissimo Luis Aragones, non si fa attendere; i “Materassai” della capitale decidono di far spesa in Brasile: arrivano il difensore centrale Luis Pereira e proprio Leivinha.
L’acquisto di Luis Pereira e di Leivinha è rocambolesco.
Si era appena concluso il famoso torneo Carranza, vinto dal Palmeiras e con Leivinha sugli scudi per le sue prestazioni e per il fantastico gol al Real Madrid.
Sull’aereo che riporta i giocatori “Verdao” a San Paolo ci sono anche il vice-presidente dell’Atletico Madrid Santos Campano e il medico sociale Dr. Ibanez che stanno andando in Brasile a verificare le condizioni del probabile neo-acquisto dei Colchoneros, il centrocampista brasiliano Ivo Ardais.
Si accorgono allora che sull’aereo con loro ci sono anche Luis Pereira e Leivinha.
A quel punto Santos Campano si avvicina ai due e a bruciapelo butta lì un “ma a voi due piacerebbe giocare nell’Atletico Madrid ? Il si di Pereira e Leivinha è perentorio. I tre, insieme al Dr. Ibanez scendono dall’aereo, trovano a San Paolo un laboratorio dove improvvisare una estemporanea visita medica. 
Dopo poche ore i 4 sono su un altro aereo … quello che però sta facendo il tragitto inverso, da San Paolo a Madrid dove, di li a pochi minuti dalla chiusura delle registrazioni per l’imminente campionato spagnolo, i due firmeranno per l’Atletico.
L’impatto alla prima apparizione in campionato, è devastante; un 4 a 1 al Salamanca con un tripletta di Leivinha. 

Il repertorio è quello dei grandi attaccanti; stacco imperioso e zuccata vincente, azione di rimessa palla al piede dopo aver saltato il portiere in dribbling palla in rete da un angolo quasi impossibile. Il terzo è il classico gol di opportunismo da navigato attaccante.
La stagione di Leivinha è da incorniciare; 18 gol in 31 partite e il secondo posto nella classifica marcatori, dietro il bomber Quini (famoso anni dopo per essere stato vittima di un rapimento mentre giocava nelle file del Barcellona).
Leivinha gioca nel suo ruolo preferito, da trequartista con libertà di muoversi su tutto il fronte di attacco inserendosi da dietro con il suo eccellente tempismo.
La stagione successiva arriva all’Atletico Madrid il forte centravanti argentino Ruben Cano, che poi prenderà la nazionalità spagnola e contenderà per qualche anno il posto di n° 9 delle furie rosse al grande Santillana, centravanti del Real Madrid, che i tifosi interisti con le tempie grigie ricorderanno sicuramente.
Con una coppia del valore di Ruben Cano e Leivinha, più “El Raton” Ayala in appoggio l’Atletico diventa ancora più temibile.
Le avversarie sono agguerritissime ma l’Atletico Madrid alla fine della stagione metterà in fila tutti, vincendo una storica Liga.
Leivinha però inizierà proprio in quella stagione, a soli 27 anni, la sua terribile via crucis, fatta di incidenti, fratture, recuperi e poi di nuovo infortuni in serie.
In Spagna il calcio è violento in quel periodo e per i giocatori di classe sono tempi durissimi.
Leivinha in quella stagione giocherà solo 15 partite, segnando comunque 8 reti.
La svolta, forse decisiva per la sua carriera, avviene alla seconda giornata.
L’Atletico Madrid gioca fuori casa, a Vigo, contro il Celta.
L’entrata di un difensore del Celta è di quelle da codice penale; i legamenti crociati di Leivinha saltano.
Passeranno 7 mesi prima di rivederlo in campo.
Nella sua terza stagione in Spagna le cose non cambiano; 18 partite e 7 reti tra le quali spicca un’altra tripletta, proprio al Celta di Vigo.
Ma non riesce più a giocare con continuità.
Il suo eccellente spunto in velocità non è più lo stesso.
L’Atletico però continua a credere in lui.
I tifosi adorano il loro “Principe” e la dirigenza gli offre un altro anno di contratto.
Lo score è identico alla stagione precedente; 18 presenze e 7 reti.
Un altro infortunio, ancora al ginocchio e un lungo periodo fuori dal campo.
E’ evidente che un calcio così competitivo non è più adatto alle ginocchia martoriate di Leivinha.
Arriva però una proposta stimolante e soprattutto allettante dal punto di vista economico; i COSMOS di New York lo vogliono nelle proprie fila.
Proprio li dove hanno giocato Pelè, Beckenbauer e il nostro Giorgio Chinaglia fra gli altri.
C’è un contratto faraonico per quattro stagioni, a partire dall’aprile del 1980.
Per restare in forma, terminato il contratto con i Colchoneros nel giugno del 1979, Leivinha accetta l’offerta del San Paolo, gli acerrimi rivali del “suo” Palmeiras.
Si tratta di giocare qualche mese, mantenere un buon livello fisico, e poi andare a chiudere la carriera con le tasche piene dei dollari dei Cosmos.
Ovviamente però la dea bendata non ne vuole sapere di concedere tregua al biondo talento brasiliano …
Altro infortunio.
E questo sarà l’ultimo.
A soli 29 anni Leivinha dovrà lasciare il calcio.
Ora fa il commentatore televisivo, sempre pacato, bonario, mai sopra le righe.
Come era in campo, dove sapeva farsi amare dai suoi compagni non solo per l’enorme talento, ma anche per il suo spiccato altruismo.
Di lui restano i commenti dei vecchi compagni di squadra di quel meraviglioso Atletico Madrid.
Chi, come il terzino Marcelino, lo descrive come colui che “Rivoluzionò il calcio spagnolo. Quello che sapeva fare lui non l’avevo mai visto fare da nessun altro giocatore. Era di una qualità tecnica impressionante. Era incredibile vedere come saltava con facilità irrisoria i difensori con la sua “bicicleta” che nessuno allora faceva e che soprattutto nessuno riusciva a fermare. Aveva una visione di gioco straordinaria e di lui colpiva il fatto in un solo giocatore c’erano tecnica, velocità, dribbling e anche un’impressionante abilità nel gioco aereo”
Garate, storico centravanti dell’Atletico Madrid che, ormai al crepuscolo quando Leivinha arrivò all’Atletico, lo ricorda così “Leivinha era un autentico spettacolo per gli occhi. Un giocatore straordinario. Tutti parlano delle sue “bicicletas” o della sua abilità nel gioco aereo … a me colpirono due cose ben distinte; una, la sua straordinaria abilità nel controllare il pallone con il petto e l’altra il suo incredibile altruismo. Credo che nei suoi anni all’Atletico abbia forse fatto più assists che reti.”
Ma, forse ancora più degni di nota, i commenti sulle sue qualità umane.
Garate lo ricorda come “una persona di grande spessore umano. Umile, attento e sempre gentilissimo e disponibile, senza nessuna mania di protagonismo”.
Rubio fu l’attaccante che nell’ultima stagione di Leivinha nell’Atletico contese e alla fine fece il suo il posto di attaccante al fianco di Ruben Cano e dell’altro argentino, il “capellone” Ruben Hugo Ayala.
Ebbene, proprio Rubio afferma che “nessuno mi è stato più vicino e mi ha insegnato più cose di Leivinha. Per me è stato il giocatore più forte che sia mai passato dall’Atletico Madrid.”
Joao Leiva Campos Filho “LEIVINHA” … Il più forte giocatore che (quasi) nessuno conosce.

futbolquepasion

leivinha palmeiras“L’unica certezza è che finora non siamo stati neanche lontanamente all’altezza delle aspettative.

Due pareggi, entrambi senza reti ed entrambi tutt’altro che esaltanti.

Non sono certo i risultati che ci si attendono dalla squadra Campione del Mondo !

… ancora meno quando la squadra in questione è il BRASILE.

Quel Brasile che solo 4 anni fa in Messico ha incantato il mondo con il suo calcio offensivo, creativo e spettacolare.

Tanto da far dire a molti “addetti ai lavori” che quel Brasile è stato con ogni probabilità la più forte squadra di tutti i tempi.

Era il Brasile di Pelé.

Pelé che in quel mondiale, alla soglia dei 30 anni, raggiunse probabilmente la vetta più alta della sua meravigliosa e ineguagliabile carriera.

Era il Brasile dei cinque “n° 10” schierati contemporaneamente in campo.

Jairzinho con il 7, Gerson con l’8, Tostao con il n° 9, Pelé (ovviamente !) con il…

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HECTOR OESTERHELD: L’eternauta

di MARCO DI GRAZIA

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Buenos Aires, fine anni ’50. Una fredda notte d’inverno. Juan è in casa sua e sta giocando a carte con tre amici. Nelle stanze attigue la moglie e la figlia dormono.

La serata scorre tranquilla, fra chiacchiere, giocate più o meno improbabili, finti litigi fra amici, musica e notiziari alla radio. Poi i quattro si accorgono che ha cominciato a nevicare.

Ma… attenzione! E’ una strana neve quella che sta cadendo giù: è… sembra fosforescente. I fiocchi di neve emanano una strana luce azzurrina.

Ma non è tutto qui, anzi, siamo solo all’inizio, perché i quattro amici si accorgono quasi subito che c’è qualcosa di terribile in quella strana neve: le persone, appena vengono toccate da quei fiocchi, cadono a terra.

Senza vita.

Persone e animali.

I quattro osservano dalla finestra e vedono con angoscia quello spettacolo di morte che si ingigantisce sempre più di fronte ai loro occhi.

Una morte terribile sta scendendo dal cielo sotto forma di fiocchi di neve fosforescenti.

Questo è l’inizio di uno dei più straordinari romanzi del novecento: l’Eternauta, scritto da Hector Oesterheld e disegnato da Francisco Solano Lopez.

Eh già, disegnato, perché di romanzo a fumetti, si tratta. Una delle più belle narrazioni che questo medium ha saputo offrirci, per mano di uno degli autori più grandi e visionari.

Hector Oesterheld era nato nel 1919 e fin da giovane aveva seguito la sua naturale propensione alla narrazione, diventando, in breve tempo, uno degli scrittori più importanti del panorama argentino per quanto riguarda le historietas.

Ma la notorietà mondiale arrivò grazie a questo romanzo bellissimo e visionario, l’Eternauta, appunto, che descrive una invasione aliena che comincia proprio con questa nevicata, provocata dagli invasori, per, diciamo così, “sfoltire” le fila di coloro che si avviavano a essere conquistati.

Un romanzo lungo e appassionante, tratteggiato dalla matita di Solano Lopez, in cui il geniale autore vedeva più in là del suo tempo, vedeva una società appiattita e ridotta all’obbedienza cieca.

Come succede nelle dittature. Come sarebbe successo in Argentina da lì a poco.

Come, forse, Oesterheld aveva profetizzato.

La trama dell’Eternauta rimanda a tanto di ciò che in quel paese e non solo si vide negli anni successivi.

Oesthereld non si fermò a quel romanzo, scrisse tanto e accompagnandosi a grandi collaborazioni, fra cui la più importante è quella con Alberto Breccia, uno dei più bravi illustratori e disegnatori del pianeta.

Proprio Breccia ebbe il compito di ridisegnare la sceneggiatura dell’Eternauta; era la fine degli anni ’60 e Oesterheld aveva deciso di enfatizzare la parte politica e la critica ai regimi dittatoriali.

Non solo: Oesterheld e Breccia, anzi, e i Breccia: Alberto e suo figlio Enrique, furono gli autori di un altro splendido romanzo grafico: “Che”. Ed è pleonastico dire di chi parlava.

Arriviamo così agli anni ’70 e al colpo di stato del generale Videla. Ai desaparecidos, al cancellamento di una generazione di giovani che si ribellavano alla dittatura. E non solo dei giovani, perché anche Hector Oesterheld subì la stessa sorte. Anche lui oggi rientra fra le tante persone che scomparvero e furono uccise.  E per poco anche Alberto Breccia non subì lo stesso trattamento, in quanto fu costretto a… ma lo lasciamo dire a lui.

Chi produce sotto dittatura riflette per forza la situazione politica. È stato pubblicato un libro su di me durante la fase peggiore della dittatura. Se nelle bibliografia fosse stato citato il libro sul “Che” sarei scomparso anch’io.

Hector era stato ucciso, l’editore del libro era stato ucciso, io fui minacciato telefonicamente; due case del mio quartiere saltarono in aria. Anche Enrique fu minacciato.”

Cosa poteva fare Alberto Breccia in questa situazione? Distrusse tutte le copie del libro, distrusse tutte le sue splendide tavole originali e conservò solo una copia. Solo una copia di quel libro dedicato a Che Guevara, che sotterrò in un campo vicino a casa. E che recuperò solo parecchi anni dopo, nel 1987, e la consegnò a un editore spagnolo. Così quel libro venne finalmente alla luce.

Quello che non venne alla luce, in quel 1978, fu invece la ferocia dei militari argentini. Quel 1978 in cui i lupi si erano mascherati da agnelli. In quel 1978 che, a tutti noi, associato all’Argentina vuol dire Mundial. Vuol dire Rossi e Bearzot, vuol dire la finale mancata di poco dall’Italia, vuol dire quell’incredibile (ma non troppo) “biscotto” che permise all’Argentina di andare in finale. E quel palo di Rob Rensembrink a un minuto dal novantesimo, che avrebbe potuto far cambiare la storia. Se non di un paese, almeno di una competizione vergognosa che qualcuno dovrebbe prendersi la briga di cancellare.

Così come furono cancellati migliaia e migliaia di donne e uomini, più o meno giovani, che a quel regime dicevano di no!, e che a quel regime si opponevano con quello che potevano. Anche con delle storie a fumetti.

Come fece Hector Oesterheld, che oggi possiamo ricordare come il suo personaggio più famoso, come un Eternauta, un pellegrino del tempo, che rincorre i secoli e le coscienze per farci sapere che se anche cade dal cielo una neve letale, in qualche modo si può e si deve trovare il modo per non farsi uccidere e per renderla innocua.

eternauta

DENIS BERGAMINI: L’ora della verità.

bergamini

Siamo nell’autunno del 1989.

Professionalmente per Donato “Denis” Bergamini è il momento migliore della carriera.

Ha 27 anni ed è nel pieno della maturazione psico-fisica.

Il suo Cosenza è reduce dal suo primo campionato di Serie B dopo 24 lunghi anni di purgatorio nelle serie inferiori.

Denis ha avuto parecchi guai fisici in quella stagione che hanno limitato il suo contributo a sole 16 presenze.

Ma la sua qualità è evidente a tutti.

Talmente evidente che nell’estate del 1989 ci sono diverse squadre che bussano alla porta del Cosenza per arrivare al cartellino di Denis.

Si parla addirittura della Fiorentina, squadra di Serie A e allenata da Bruno Giorgi, che l’anno precedente era proprio al Cosenza arrivato ad un passo dalla promozione in Serie A.

Ma sono soprattutto Padova e Parma che spingono decise per avere Denis tra le loro fila.

Sono entrambe in Serie B ma sono due serie candidate alla promozione.

Gli emiliani, guidati da Nevio Scala, proprio nella stagione 1989-1990 raggiungeranno la promozione in Serie A e nel giro di pochi anni diventeranno una delle squadre più forti del nostro campionato.

L’ipotesi di andare a giocare nella città ducale è allettante per Denis.

Parma poi è così vicina alla sua Ferrara, la città dove vivono i suoi cari e la sua fidanzata.

Il Cosenza però è altrettanto ambizioso e non intende perdere uno dei suoi giocatori più importanti.

Denis accetta di buon grado di rimanere.

I tifosi lo adorano e arriva anche un adeguamento di contratto importante.

Si parla addirittura di una cifra tre volte superiore a quella precedente.

Gigi Simoni, giovane, emergente e preparato allenatore, è il Mister del Cosenza.

Inizia la nuova stagione.

L’avvio non è esaltante ma pian piano la squadra comincia a ritrovarsi.

Denis gioca con continuità e i guai fisici della stagione precedente paiono completamente superati.

E’ fuori dal campo dove ci sono i problemi.

Denis non è più lui.

E’ preoccupato, cupo e sempre più introverso.

La storia con Isabella è finita ma chiudere definitivamente non è affatto facile.

Non dopo l’aborto di Isabella di due anni prima.

Denis avrebbe riconosciuto il figlio.

Si sarebbe assunto la responsabilità di padre … ma non quella di marito.

Codici d’onore, la famiglia, le tradizioni … questo è il ritornello che Denis sente probabilmente per mesi e mesi.

Poi ci sono quei sussurri, quei bisbigli su amicizie sbagliate, su giri di droga e calcio scommesse.

Resta il fatto che Denis ora è spaventato.

Arrivano telefonate strane, spesso molto brevi che turbano Denis.

Se ne accorgono i suoi compagni e se ne accorgono i suoi famigliari.

Alla fidanzata, romagnola come lui, confiderà che “laggiù a Cosenza qualcuno mi vuole male”.

Ma è il massimo che il timido e introverso Denis riesce a dire.

Di lì a poco arriverà la sera del 18 novembre e sull’asfalto della Statale 106 Jonica verrà trovato il suo corpo senza vita.

Inizieranno in quel momento 28 squallidi anni di bugie, ricostruzioni superficiali e lacunose, depistaggi e clamorose incongruenze.

Fino a pochissimi giorni fa, quando finalmente il riesame sul corpo del povero Denis ha permesso di arrivare finalmente alla prima, fondamentale verità: Denis Bergamini è morto per soffocamento.

Ed era quindi già morto quando fu investito dal TIR.

Esattamente come riscontrarono i RIS di Messina 5 anni prima.

Ora però quello che si attendono tutti è GIUSTIZIA.

La stanno aspettando da 28 anni tutti i tifosi del Cosenza che hanno così profondamente amato questo biondino che correva per 90 minuti come un indemoniato, che vinceva contrasti contro avversari che erano il doppio di lui fisicamente e che metteva il cuore in ogni partita.

La stanno aspettando i vecchi compagni di squadra, molti dei quali amici fraterni di Denis, che non hanno mai creduto alla versione ufficiale raccontata per anni … quella del suicidio.

La stanno soprattutto aspettando due anziani genitori e una sorella che non hanno mai smesso di lottare durante questo incubo durato 28 anni anche quando tutto sembrava perduto e compromesso nei meandri di carte processuali, di dichiarazioni apparentemente inconfutabili … e di una montagna di menzogne.

28 anni che sono stati una condanna che la famiglia Bergamini ha scontato al posto di chi ha ucciso il loro Denis.

28 anni di una coriacea e infinita battaglia legale intrapresa dalla famiglia alla ricerca della verità.

“Siamo pronti a tutto, a qualsiasi verità. Basta che la smettano di raccontarci frottole come è stato fatto in tutti questi anni”. Questo è quello che ha sempre dichiarato con coraggio  e coerenza la sorella Donata.

Frottole come la squallida messa in scena dell’investimento del TIR che avrebbe trascinato il corpo del povero Denis per quasi 60 metri.

Nonostante i vestiti (poi fatti frettolosamente sparire) e le scarpe immacolate di Denis nonostante la pioggia e il fango di quella sera.

Nonostante il viso, il torace e gli arti superiori di Denis praticamente intatti, senza ferite o escoriazioni.

Nonostante l’orologio da polso di Denis rimasto integro e perfettamente funzionante … nonostante l’impatto con il mezzo pesante e il successivo trascinamento del corpo.

Nonostante nessuna fra tutte le persone che conoscevano Denis abbia mai creduto anche solo per un istante alla versione della ex-fidanzata Isabella Internò e dell’autista del TIR Raffaele Pisano i quali dichiararono che Bergamini si sarebbe “tuffato a pesce” sotto le ruote del mezzo pesante che stava sopraggiungendo.

Questa versione è stata smontata definitivamente.

Ora però rimane l’ultimo, fondamentale passo.

Quello più importante e dovuto alla famiglia Bergamini e alla memoria del povero Denis.

Assicurare i colpevoli alla giustizia per chiudere definitivamente, anche se dopo 28 lunghissimi anni, l’ennesima storia vergognosa della giustizia italiana.

… E come ha ricordato la sorella Donata alla notizia della accertata e definitiva causa della morte del fratello pochi giorni fa “ora finalmente ci sarà qualcun altro che inizierà ad avere paura”.

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