NIKOLA GAZDIC: Più forte del male.

di CRISTIAN LAFAUCI

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Una storia che , ripensandoci , mettendola a confronto con il calcio attuale , sembra davvero lontana , ben più di quello che in realtà è : anni luce ; soprattutto per approccio , spirito e finalità .

Era la fine dell’800 quando il verbo del calcio iniziò a uscire dai confini britannici per fare proseliti un po’ ovunque ; naturalmente tra i vari posti in cui giunge , ci sono anche i Balcani , destinati , nei decenni a venire , a fornire diversi ed eccellenti interpreti dello spettacolo calcistico .

Ma torniamo agli albori e più precisamente a Spalato , dove nel 1890 nasce Nikola Gazdic. Allora non ci stavano ingaggi milionari , sovraesposizione mediatica ; ci stava solo una maglia bianca , che più che una maglia era una camicia senza stemma e numero , ma che significava che eri parte dell’Hajduk Spalato .

Allora il calcio era uno sport relativamente giovane , non ci stava ancora quella molla economica che muoveva tutto ; si giocava per pura e semplice passione , per amore verso un pallone che rotola avanti e indietro per il campo .

Nikola ovviamente era tutt’altro che immune da quella passione : ne rimane folgorato e le sue pregevoli doti tecniche , lo portano a diventare un punto fermo dell’attacco .

Gazdic ha quel fiuto che hanno gli attaccanti di razza ; naturale predisposizione verso il fine ultimo e più bello di questo gioco : ovvero metterla dentro .

Gli riesce davvero bene , visto che nella sua carriera in maglia bianca , metterà a segno 106 reti in 91 partite disputate .

Facciamo ora , invece , un piccolo salto in avanti , e più precisamente agli anni immediatamente successivi al primo conflitto mondiale : ‘c’è voglia di ripartire e di lasciarsi alle spalle gli orrori vissuti in quel periodo .

Il calcio contribuisce a tornare a far pensare a cose più leggere e a regalare un sorriso e un’emozione alla gente .

L’Hajduk si reca a Zagabria per disputare un paio di partite contro il Gradjanski e l’Hask ; esce sconfitto in entrambe le gare .

Si sa che , storicamente , da quelle parti , le vicende sportive vengono prese piuttosto sul serio : Nikola viene additato come uno dei principali responsabili della debacle ; uno con le sue doti avrebbe potuto e dovuto fare di più….

Sembrerà paradossale , ma tira una brutta aria e Gazdic , per il quieto vivere , è costretto a trasferirsi a Belgrado : per lui non è solo una sconfitta , ma un’onta , lui ha sempre dato tutto per quella maglia , perché quell’accanimento nei suoi confronti ? E soprattutto perché privarlo della gioia di giocare , e perché no , di riscattarsi con il suo amato Hajduk ?

L’occasione arriva : il 22 maggio 1921 a Spalato ci sarà la rivincita contro il Gradjanski ; Nikola ha già deciso , tenterà con ogni mezzo di convincere la società a fargli prendere parte a quella sfida .

In ballo non ci sono trasferimenti ingaggi faraonici con altre squadre , non ci sarà una copertura televisiva dell’evento ; manco l’hanno ancora inventata la tv !

Saprà dell’incontro solo chi lo ha giocato e chi era allo stadio quel giorno….magari ci sarà giusto un trafiletto sperduto tra le pagine di un quotidiano….

Per Nikola ci sarà solo la gioia di scendere in campo e l’opportunità di smentire chi lo aveva accusato per quella sfortunata trasferta a Zagabria .

Ma per lui ci sta una sfida ancora più dura nel voler giocare questo incontro , un avversario che può essere fatale , decisamente peggio del più ostico difensore : Nikola è malato di tubercolosi ed i medici , venuti a sapere dei suoi propositi , cercano di farlo ragionare e di impedirglielo in ogni modo .

Scendere in campo in quelle condizioni può essere troppo rischioso per lui , potrebbe rimetterci la vita .

Gazdic lo sa , lo ha decisamente messo in conto , ma giocare a calcio e prendersi la sua rivincita , vale ogni rischio .

Continua a pressare i dirigenti dell’Hajduk per essere negli undici , e alla fine da Spalato si convincono : se proprio ci tiene , sarà convocato !

La notizia per Nikola è una gioia immensa ; non sta bene , è vero , ma quel giorno sarà diverso , se lo sente ; in fondo come si stoppa un pallone , come si dribbla , come si tira e si segna , lo sa e certe cose le hai dentro e non ti scordi certo come si fa…..

Quel 22 maggio , negli spogliatoi prima della gara , Gazdic nel prepararsi all’incontro , ripete tutte quelle ritualità , quei gesti del prepartita ; ma stavolta è differente , un po per il male che c’è , si sente , sarebbe inutile negarlo ; ma c’è anche una determinazione , unita alla soddisfazione di aver ritrovato quanto sembrava perso , che , sembra impossibile , ma fa passare in secondo piano la malattia che lo sta minando .

In campo è quel piacere tipico di chi ama questo gioco : dall’odore dell’erba , al suono del pallone a seconda di come viene calciato , e anche se Nikola sta male , molto male , quell’ennesima partita vissuta da protagonista funge come da anestetico : ogni sorta di energia , fisica e mentale , è concentrata sul gioco ; il resto è come se non esistesse .

E anche se il Gradjanski passa in vantaggio , non cambia niente , anzi aumenta la voglia e la concentrazione per ribaltare il risultato ; mentre in campo si disputa un incontro , Nikola ne sta disputando un altro contro il suo fisico che , poco alla volta , lo sta abbandonando .

E chissà da dove , ma arrivano quelle forze che , unite alla sua tecnica e alla sua volontà , gli permettono di mettere a fuoco lo spiraglio giusto e di battere il portiere avversario .

Un goal del pareggio che è come una droga : la gioia suprema per chi gioca a calcio ; e ora Gazdic non lo ferma più nessuno , è immarcabile , ha ritrovato energie che credeva scomparse .

Dopo l’ennesimo scatto , a un difensore non resta che atterrarlo in area : rigore !

Nikola lascia l’onore del penalty a Mantler che segna , nel boato del pubblico , la rete del sorpasso : definitivo , che resterà tale sino al 90 °.

Gazdic viene portato in trionfo dai tifosi entrati in campo ; è un uomo felice , ha fatto ciò che amava , nonostante tutto quello che potesse comportare , e si è preso la sua meritata rivincita , non potrebbe chiedere altro alla vita .

Purtroppo , poco dopo negli spogliatoi , tra le risate e l’esultanza , quei colpi di tosse , le mani piene di sangue … i compagni che accorrono per capire cosa stia succedendo …” va tutto bene “, ” tranquilli , non è niente “, un accenno di sorriso , come a minimizzare….” sono contento così “, ” ce l’ho fatta “, ” avete visto ? e quelli là che non credevano più in me….”

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PASOLINI: Un cognome, due destini maledetti.

di Marco Di Grazia

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Monza, 20 maggio 1973.

Ostia, 2 novembre 1975.

Cosa hanno in comune queste due date? Apparentemente niente, se non che stanno a indicare l’epilogo di due storie, di due esistenze, di due vite in bilico.

Arte e follia, genio e sregolatezza, vite lanciate al massimo nei loro percorsi e apparentate da un tragico destino. Maledetto.

E da un cognome.

 

Monza, 20 maggio 1973, Renzo è schierato in pista con la sua moto per il gran premio delle Nazioni, classe 250. Si è già corsa, in precedenza, la gara delle 350. Renzo si è battuto come un leone, come sempre, mettendo in difficoltà, come sempre, il grande rivale, il campionissimo Giacomo Agostini. Renzo riesce a superare  colui che è il più forte di tutti e vola verso la vittoria, ma … perché c’è sempre un ma in chi ha il destino contrassegnato come maledetto; ma … Renzo grippa il motore della sua Aermacchi ed è costretto al ritiro.

Pazienza, pensa Renzo, c’è tempo e modo di rifarsi con la gara delle 250.

Renzo è il guascone del circo delle moto. Un pilota velocissimo, eclettico, anticonformista. Non è uno di quelli che vince tutto, ma è di quelli che restano nel cuore dei tifosi per il suo modo di correre e di vivere. E’ un figlio di quegli anni ’60 che sanno di libertà, amore e fantasia. Ed è con quelle caratteristiche che sale sulla sua moto.

Ma è anche uno che sa vincere. Per sei volte mette il muso della sua moto davanti a tutti e poi è l’unico che può far andare in difficoltà il super campione Giacomo Agostini. E vi par poco?

Renzo arriva secondo nel mondiale ’72 delle 250 e con la 350 va ancora meglio: secondo nel ’68, terzo nel ’66, ’70  e ’72.

Ma manca ancora qualcosa. Manca quella maledetta vittoria di un mondiale e poi ritirarsi, perché la vita può dare tante soddisfazioni anche in altri campi e poi sta spuntando nel “giro” dei piloti un altro grande talento: Jarno Saarinen. Questo è forte come Agostini, se non si vince ora, quando?

Ma Renzo sa prendere tutto con la leggerezza di chi sa che la vittoria non è l’unica vittoria della vita. E con questo spirito si prepara alla gara delle 250.

Ovviamente… per la vittoria!

Lui e i suoi inseparabili occhialini, che gli danno… quell’aria da intellettuale. Quasi fosse un suo famoso omonimo.

 

A Ostia, il 2 novembre del 1975, Pier Paolo è in macchina, la sua macchina, sul litorale insieme a un giovane, un tal Pino Pelosi, con cui è stato a cena insieme e con cui vuole concludere la serata in modo intimo.

Pier Paolo è uno dei più grandi intellettuali e artisti italiani. Poeta, regista, scrittore, una mente fervida, lucida e proiettata in avanti. Ci faremo i conti negli anni a venire e chissà per quanto altro tempo.

Pier Paolo è Pier Paolo, non serve nemmeno, dire il suo cognome, oppure basta solo pronunciare quello.

Chi è e che cosa ha fatto è nella storia già allora, già in quella maledetta notte del 2 novembre 1975, perché Pier Paolo E’ la storia. La scrive, non la subisce.

Ma in quella maledetta notte succede qualcosa.

Qualcosa di molto brutto.

Qualcosa che di peggio non si può.

Quella notte Pier Paolo, l’artista Pier Paolo, il poeta Pier Paolo, il regista Pier Paolo, l’intellettuale Pier Paolo, il profondo conoscitore della società e dei suoi abitanti Pier Paolo; quella notte Pier Paolo cessa di vivere.

 

Il 20 maggio del 1973, Renzo è pronto al via. Il rombo delle moto si diffonde nell’aria dell’autodromo di Monza; i cavalli contenuti in quei motori mordono il freno e al segnale di partenza si scatenano in una feroce volata per prendere la prima curva davanti agli altri.

Ed è qui che succede.

Una serie di rumori secchi, un aggroviglio di ferro, le scintille su un asfalto che pare prenda fuoco. E’ un attimo e otto piloti si trovano ad assaggiare la durezza dell’asfalto della pista.

Sei riescono a rialzarsi.

Due no.

Due rimangono lì e la loro vita si spegne in quei momenti.

Uno è Jarno Saarinen, il giovane campione, il predestinato, colui che avrebbe dovuto ereditare lo scettro del più forte.

E l’altro è proprio lui: è Renzo.

Il 2 novembre del 1975, sulla spiaggia di Ostia viene rinvenuto un cadavere praticamente irriconoscibile. E’ stato picchiato, orrendamente massacrato, poi travolto più volte dalla sua stessa auto.

E’ il cadavere di Pier Paolo Pasolini e da quel momento inizierà una lunga vicenda giudiziaria e sociale per capire cosa sia successo quella sera.

Delitto passionale?

Premeditato?

Omicidio politico?

Forse la verità non la sapremo mai, forse semplicemente la sappiamo già ed è quella raccontata (ma in effetti piena di contraddizioni) dal reo confesso Pino Pelosi.

Ma non staremo a ripescare le tante, tantissime ipotesi che si sono fatte, su quella morte. Ci sono migliaia e migliaia di pagine scritte, su questo. Noi parliamo di storie maledette, di vite giocate e perdute e destini che a volte si incrociano. Fossero pure legati da un cognome: Pasolini.

Pasolini come Pier Paolo, il regista, il poeta, lo scrittore, che muore tragicamente in una spiaggia del litorale di Ostia.

Pasolini come Renzo, il guascone dei piloti di motociclette, che muore tragicamente in un incidente di gara all’autodromo di Monza.

Due vite spinte al massimo, ognuna nella sua direzione; due vite interrotte bruscamente e strappate dal futuro e da ciò che avrebbe ancora potuto essere.

Due vite e due destini maledetti, e per questo ancora forti, presenti e pulsanti. Come loro due.

Come Renzo.

Come Pier Paolo.

Pasolini.

FANGIO e COLLINS: Il campione e il gentiluomo.

di Cristian Lafauci

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Era il 1956 : dopo che la Mercedes si ritirò dal mondiale, Stirling Moss passò alla Maserati, mentre io ricevetti la proposta di Enzo Ferrari ; la macchina mi sembrava molto promettente : si trattava della Lancia D 50, ceduta alla scuderia Ferrari dopo l’abbandono dal mondiale della Lancia ; quello che mi ci voleva per tenere a bada Moss, ero pronto a scommettere che sarebbe stato il rivale più pericoloso per il titolo .

Era uno che in pista era capace di tutto, anche della manovra più spericolata ; gli ho visto fare cose da far tremare i polsi ; strano , perché sceso dalla macchina era la persona più tranquilla che avessi mai visto..

Ferrari decise di affiancarmi Collins per l’ imminente stagione, prima di allora lo conoscevo di vista : aveva esordito a 21 anni nel 1952 , prima con la Hwm e successivamente nella Vanwall ; nel 55 aveva fatto un paio di apparizioni con la Maserati, da quanto avevo potuto notare mi sembrava un ragazzo di talento, ma quando ebbi modo di conoscerlo di persona, si rivelò una piacevole scoperta : questo inglese era ben visto da tutti, ed in breve riuscì a conquistare la stima e la simpatia di coloro i quali avevano a che fare con lui .

È se la conquistò con pieno merito ; aveva un carattere gentile , disponibile , decisamente affabile con tutti , a partire dal meccanico fino al giornalista….

Mi diede subito l’impressione di un giovane estremamente rispettoso nei confronti dei piloti più esperti che aveva di fronte .

Giorno dopo giorno , via via che , aumentando la confidenza , si parlava e ci si confrontava sempre più , cominciavo a conoscere meglio e ad apprezzare quel ragazzo : mi raccontava di suo padre , meccanico in un garage , e di come sin dall’adolescenza fosse appassionato ai motori , di quando iniziò a lavorare come apprendista nel garage di suo padre e , nel contempo , iniziava a correre nelle gare locali .

Ascoltando i suoi racconti , mi tornava in mente la mia gioventù , quando , già da ragazzino , lavoravo nelle riparazioni nelle officine .

Tutto questo mi aiutò non poco ad approfondire la mia conoscenza della meccanica ; anche per lui fu così , tanto che pure Enzo Ferrari diceva che Collins sapeva assimilare la vettura che guidava , sfruttava al meglio le prestazioni della macchina , cooperava con tecnici e meccanici ed era veloce e irriducibile in gara .

E mentre tutto questo avveniva tra noi , il mondiale 56 ebbe inizio e quindi , entrò nel vivo : nel Gp di Argentina hanno avuto da ridire perché quando sono uscito di pista , sono stato aiutato a ripartire da alcuni spettatori ; sarà stato pure vietato , ma la rimonta che ho fatto dopo è stato qualcosa di spettacolare , e non l’ ha certo fatta il pubblico , l’ho fatta io….

Con buona pace di tutti quelli che hanno continuato a criticare : quei punti me li sono guadagnati con una gara incredibile , e se alla fine hanno pesato sull’assegnazione del titolo , non mi tocca ; ripeto , li ho meritati , quando ho superato Moss che era in testa , lui per tentare di resistere , ha rotto il motore e si è dovuto ritirare ; ho fatto una gara immensa , poche storie , altro che pubblico….

A Montecarlo avevo conquistato la pole , ma in gara non ho reso affatto bene , non ero per niente soddisfatto di come ho corso ; Moss era imprendibile , già tanto aver ottenuto un secondo posto alle sue spalle .

In Belgio a Spa il duello è continuato , poi quello che sembrava un colpo di fortuna , si è risolto in un nulla di fatto : Moss , prima perde una ruota poi con un’altra vettura arriva terzo ; io ero in testa incontrastato , poi ci si mettono dei problemi alla trasmissione che mi costringono al ritiro ; alla fine vince Collins , e se l’è meritata tutta , ha fatto una buona gara , come pilota il ragazzo ha davvero talento , devo ammetterlo….

A inizio luglio , a Reims , in Francia , l’inglesino vince ancora , gara perfetta , io e Moss arriviamo rispettivamente 4 ‘ e 5 ‘ ; Collins è anche al comando del mondiale ; ci toccherà guardarci anche da lui .

Ha i numeri per rendersi molto pericoloso ; Ferrari ha visto bene scegliendolo : può avere un futuro da protagonista .

Io invece ho voluto mettere le cose in chiaro con la scuderia nel dopo gara ; certe decisioni non mi pare possano mettermi nelle condizioni migliori per difendere il titolo conquistato l’anno scorso ; io la mia parte la faccio , come sempre ; la facciano pure loro !

A Silverstone mi è andata bene : Moss andava come una freccia , poi gli ha ceduto il propulsore , io sono passato al comando e ho vinto , con Collins secondo ; è vero , stava diventando un antagonista per il titolo , anche se mi stavo talmente affezionando che non lo vedevo fino in fondo come una minaccia , in parte mi faceva anche piacere per lui ; non si trovava li per caso…

Al Nurburgring ho fatto una gara da manuale : vittoria , anche se Moss al secondo posto non mi lasciava del tutto tranquillo in vista dell’ultima gara , cioè quella che avrebbe assegnato il mondiale .

Si correva a Monza : quel pomeriggio del 2 settembre faceva davvero caldo , la folla ad assistere era quella delle grandi occasioni .

Avevano un bel dirmi prima della gara , che mi darebbe bastato anche solo un secondo posto per vincere il titolo ; io non faccio calcoli , tantomeno in un’occasione simile , ci sono troppe incognite per potersi permettere di ragionare così , io parto per vincere , come sempre ; poi i conti li faremo alla fine .

Gara difficile : Moss prende il comando e ogni giro che passa non molla il colpo ; io le provo tutte ma niente da fare…

Finché al 34° giro mi si rompe pure lo sterzo e devo fermarmi ai box ; viene detto a Musso di fermarsi e darmi la sua vettura , ma lui , che era al secondo posto , fa finta di niente e continua la gara ; ormai sento davvero di averlo perso il mondiale , e così , all’ultima corsa , per un guasto , proprio non mi va giù…

Proprio allora , giunge ai box Collins per un cambio gomme , al momento era terzo in gara , avrebbe anche potuto provare a vincerlo lui il mondiale….

Invece scende dalla macchina , viene da me e mi dice : ” Maestro , sono ancora giovane e avrò tempo per vincere un titolo mondiale , lei forse no ; prenda la mia auto e vinca ! ”

Lo giuro , quel gesto mi ha quasi fatto scendere le lacrime….lo dico tranquillamente : Peter è stato uno dei più grandi gentiluomini che abbia mai incontrato nella mia carriera .

Salgo al volante e do tutto quello che ho ; alla fine riesco a fare un’ottima rimonta fino al 2 ‘ posto , e da lì non mi schioda più nessuno ; Moss arriva primo ma gli serve a ben poco , visto che il titolo lo porto a casa io .

Ovviamente andai a ringraziare Collins , il quale fu molto contento per me , anche se sminui’ con una scrollata di spalle la sua fondamentale parte in tutto ciò : per lui era così che si doveva fare e così ha fatto…

Credevo che sarei rimasto alla Ferrari , invece saltò l’accordo e andai alla Maserati , mentre al mio posto arrivò Mike Hawthorn , il grande amico di Collins ; era divertente vedere quei due insieme , sembravano fratelli da tanto che erano legati e che si volevano bene .

Hawthorn : che tipo ! col suo cravattino a papillon indossato sopra la tuta da gara ; un tipo razionale , poco spettacolare , uno da massimo risultato con il minimo sforzo….

Eppure in quel Gp di Francia del ’53 fece una gara fantastica , riuscendo a tenermi testa sempre ; non è mica da tutti…

Invece Collins conobbe un’attrice americana e si sposarono dopo davvero brevissimo tempo : nel gennaio 57 ; Enzo Ferrari era convinto che quel matrimonio facesse solo male a Peter : anche se era sempre smagliante in apparenza , il suo carattere allegro s’incrino’ e divenne nervoso….

Gli amici dicevano che ” l’America ” gli avesse tolto il sonno….

Non sta a me dare giudizi , ma effettivamente loro erano troppo diversi perché classe tutto per il meglio….

Il mondiale 57 lo vinsi ancora io ; una parte di me però era sinceramente dispiaciuta dal fatto che Collins non avesse più vinto una sola gara .

Anche per quello , quando il 19 luglio 58 vinse il Gp di Silverstone , fui sinceramente contento , almeno poteva riprendere da dove si era fermato ; un’inversione di tendenza ed un’iniezione di fiducia non da poco .

Purtroppo , pochi giorni prima , il 6 luglio , a Reims , durante il Gp di Francia , Musso perde la vita in gara , tentando di sorpassare Hawthorn .

Ma quello che accadde il 3 agosto mi fece davvero male , quelle lacrime di 2 anni prima a Monza , stavolta mi scesero , ma non erano di gioia…..

Durante il Gp in Germania , Collins , testa a testa con Brooks , perde il controllo della vettura e finisce in un fossato dopo aver urtato un albero ; morirà in ospedale in seguito alle ferite riportate .

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Apprendere quella notizia , oltre all’enorme dolore che mi diede , mi fece ripensare a quell’assolato pomeriggio di fine estate , due anni prima in Italia .

Quel meraviglioso gesto di quel bel ragazzo biondo dagli occhi che ridevano ed erano malinconici allo stesso tempo …..

era quello il tempo cui si riferiva : noi siamo abituati a pensare al tempo come a un cronometro che misura un giro di pista dai box..

magari fosse solo quello….

Il tempo è quello con cui far crescere e concretizzare i tuoi sogni , sono i piccoli gesti che partono dal profondo , i traguardi raggiunti che danno un senso a tutto , i momenti trascorsi con le persone a cui vuoi bene .

Lui ha rinunciato al suo tempo , ai suoi momenti , per me , credendo di averne di più , e invece non lo ha avuto….

Anche per questo lo dico sempre : io mondiali di F1 ne ho vinti 4 , e a chi mi obietta che ne ho vinti 5 , rispondo che il 5° non è un mondiale mio , bensì il tempo che mi ha regalato quel magnifico gentiluomo che si chiamava Peter Collins . ”

Juan Manuel Fangio

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FRANK VANDENBROUCKE: Una storia d’amore, di talento e di autodistruzione.

di Remo Gandolfi

frank riflessivo

“E’ il momento più bello della mia carriera.

Anzi, mi correggo.

E’ il momento più bello della mia vita.

Non solo perché ho appena terminato la Vuelta dove sono andato forte come mai prima in vita mia … ma perché qui in Spagna ho trovato l’Amore.

Sarah, la donna più bella che avessi mai visto.

Lavorava per la Saeco, la squadra italiana, come “ragazza immagine”.

Spesso alla partenza della tappa la vedevo a fare i caffè per promuovere lo sponsor del team. E’ talmente bella che volta c’era una lunga fila per farsi consegnare da lei la tazzina insieme a qualche parola e un saluto.

Ho convinto il mio amico e compagno di squadra Massimiliano Lelli a presentarmela.

Lui prima di venire con noi alla Cofidis ha corso due anni con la Saeco e almeno di vista conosceva quella meravigliosa creatura.

Ho bevuto più caffè in quei giorni che in tutto il resto della mia vita !

Devo però rimanere concentrato … anche se ogni volta che vedo Sarah diventa sempre più difficile !

Fra una settimana si correrà il campionato del Mondo di ciclismo su strada.

Il Mondiale è il mio grande obiettivo.

Arrivo a questo appuntamento in uno stato di grazia assoluto.

Fisico e mentale.

Alla Vuelta avrei dovuto correre 10 tappe, trovare “la gamba” e poi ritirarmi.

Questo almeno era il programma stabilito con Bernard Sainz, il mio preparatore, medico e guru.

Non ho potuto non disubbidirgli.

Non con la strepitosa forma fisica che avevo in quei giorni.

Non dopo aver conosciuto Sarah e averle promesso, alla partenza di una tappa, che poche ore dopo le avrei portato i fiori destinati al vincitore.

Pensare che la tappa in questione era una tappa di montagna, non esattamente l’ideale per le mie caratteristiche di ciclista !

Ma l’amore, si sa, raddoppia le forze.

Ho messo la squadra alla frusta.

Massimiliano poi è stato eccezionale.

Ha tenuto un ritmo altissimo, dissuadendo chiunque dal tentare un attacco.

Poi sono partito io.

Mancavano ancora 70 km al traguardo.

Una pazzia secondo molti … secondo praticamente tutti.

Ma se non si fanno pazzie quando si è innamorati quando allora ??!!

E’ così dopo quasi due ore di fuga sono arrivato da solo al traguardo.

Mi sono presentato con i fiori da Sarah.

“Sei un uomo di parola” mi ha sussurrato Sarah dandomi un piccolo bacio sulla guancia.

Ora sono qui, in Toscana, ospite del mio amico Massimiliano per preparare il campionato del mondo.

E Sarah è qui con me.

Massimiliano mi sta chiamando dal cortile.

Mi aspetta per andare ad allenarsi.

Ma io preferisco restarmene a casa con Sarah.

Non ho bisogno di allenarmi ancora.

Sono già al massimo … nelle gambe, nella testa e nel cuore.

Ci vediamo domenica a Verona, per il Campionato del Mondo di ciclismo su strada.

Ah, dimenticavo … ho promesso i fiori a Sarah …

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Questa volta Frank Vandenbroucke non sarà in grado di mantenere la promessa fatta alla sua Sarah.

Alla partenza è uno dei favoritissimi, anzi forse è proprio il favorito numero 1.

Il percorso è perfetto per le caratteristiche del giovane campione belga.

Selettivo ma non durissimo.

Ci sarà una importante scrematura e i velocisti puri verranno inesorabilmente staccati.

Rimarranno solo i ciclisti più completi e tra questi ci sarà anche Frank, uno dei più veloci fra i “grandi”.

Queste almeno sono le previsioni della vigilia.

La corsa, come spesso accade, prende una piega assai diversa.

A 4 giri dalla fine, in un momento di gara relativamente tranquillo, Vandenbroucke finisce per terra. Un banale striscione biancorosso, di quelli che servono a delimitare lo spazio per gli spettatori, gli finisce tra la ruote.

Sembra una caduta banale, di quelle da cui ti rialzi subito, magari con qualche abrasione me niente di più.

Invece il polso destro di “VDB”, così veniva chiamato da molti Frank, ha un brutto impatto con l’asfalto.

Vandenbroucke risale in sella, ma il dolore è evidente.

Riesce, con l’aiuto dei compagni, a rientrare in gruppo.

Tenere stretto il manubrio e frenare diventano un’agonia.

Il polso inizia a gonfiarsi.

Frank è costretto perfino a staccare con i denti il braccialetto che le aveva regalato Sarah qualche giorno prima.

Intanto la gara entra nel vivo.

I piani di Frank erano di attaccare al penultimo giro, staccare tutti e arrivare solo al traguardo.

Il dolore non cambia questi piani.

E’ proprio lui, al penultimo giro fra lo stupore generale, a tentare un attacco sulla salita di Torricella, la più dura e selettiva del percorso.

La sua “strappata” crea immediatamente il vuoto.

Le gambe girano a mille ma è evidente a tutti che Frank non riesce a fare forza sul manubrio e ad esprimere tutta la sua impressionante potenza di quei giorni.

All’inizio della discesa il gruppo dei migliori rientra su “VDB”,

L’ulteriore selezione fa si che rimarranno solo in 9 a giocarsi il titolo.

Sarà lo spagnolo Freire, che forse proprio per timore dello spunto veloce di Frank, deciderà di anticipare la volata scattando a quasi 400 metri dall’arrivo.

Gli altri lo guarderanno partire, senza accennare ad una reazione.

Frank Vandenbrouck arriverà solo 7° che, con un polso fratturato come verrà confermato in seguito, è comunque un’incredibile risultato.

Per Frank è il ritorno sulla terra dopo una parentesi, magica e irripetibile.

Cosa fare ora ? In Belgio c’è un figlio che lo aspetta, una compagna, Clothilde, dalla quale si sta separando e c’è Sarah che è appena entrata nella sua vita.

Frank non riesce a ritrovare un equilibrio e i suoi demoni, sempre pronti ad azzannarlo nei momenti difficili, ritornano più aggressivi e spietati che mai.

Nell’ottobre dell’anno successivo sposerà Sarah e l’anno successivo arriverà la piccola Margaux.

Ma i guai giudiziari che coinvolgono il suo team, la Cofidis, la sua relazione con il “santone” Sainz (più volte implicato in vicende di doping e condannato ancora nel novembre del 2017 per traffico di sostanze dopanti) lo portano al centro dell’attenzione mediatica e sempre più nelle retrovie del gruppo.

Nel 2000 e nel 2001 praticamente non ottiene risultati.

Girano voci sempre peggiori sul suo conto.

Si parla di dipendenze da sostanze che non sono più solo gli stimolanti prestazionali.

Nel 2002 viene finalmente sospeso dopo che nella sua abitazione verranno ritrovati EPO, Clenbuterolo e, purtroppo, anche dosi di morfina.

La sospensione è di 6 mesi al termine dei quali Frank, ancora una volta, si dice pronto a rientrare in gruppo, giurando di avere chiuso con il passato.

C’è nientemeno che lo squadrone della Quick Step a dargli una nuova possibilità.

Frank si allena duramente in inverno, pare rinato.

Arriva un eccellente secondo posto al Giro della Fiandre, la classica belga più importante del calendario.

Tutto effimero e vano.

Frank è ormai in un circolo vizioso di dipendenza, depressione e disagio.

Tocca il fondo due volte nel giro di pochi mesi nel 2006.

La prima volta professionalmente, iscrivendosi ad una gara cicloturistica in Italia sotto falso nome (Francesco Del Ponte) e con la foto sul tesserino di Tom Boonen, nuovo idolo della tifoseria belga dopo la caduta in disgrazia di Frank.

La seconda è assai peggiore; il 6 giugno di quell’anno tenta il suicidio.

Ormai è in caduta libera.

La relazione con Sarah è al capolinea, dopo 7 anni di alti e bassi, iniziati con un amore che aveva trasformato la vita di Frank.

Vandenbroucke non riesce ad accettare l’addio di Sarah, che probabilmente non ne poteva proprio più di quell’ottovolante impazzito che era diventata la vita di Frank.

Nel 2008 la gendarmeria belga lo troverà in un elenco di consumatori abituali di cocaina durante le indagini per un traffico di sostanze stupefacenti nel paese.

La morte arriverà, con cause mai completamente chiarite, in un piccolo albergo di Saly Portudal, in Senegal, il 12 ottobre del 2009.

Morto in solitudine, come il “Chava” Jimenez e come il nostro compianto Marco Pantani.

Tre autentici fenomeni del ciclismo, ma che scesi dalla bicicletta non hanno potuto e saputo affrontare la vita.

 

 

GIULIANO FIORINI: La Lazio e quel gol segnato da uno stadio intero.

di Diego Mariottini

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Non era un fuoriclasse e forse nemmeno un campione, Giuliano Fiorini. Però era un giocatore dotato di potenza fisica e di un repertorio fatto anche di colpi pregevoli. Ma al di là di tutto un attaccante come lui ha sempre un posto fisso nel cuore. E nel cuore non esistono riserve, solo titolari. La sua è una storia che inizia dalla fine. Agosto 2005, prima giornata di campionato. All’Olimpico di Roma scendono in campo Lazio e Messina. C’è un’aria strana quel pomeriggio. Dovrebbe esserci entusiasmo e invece si respira una certa mestizia generale. Paolo Di Canio, scuro in volto, tiene in mano una maglietta di altri tempi, la maglia con la grande aquila di una Lazio che in termini temporali ancora non gli appartiene. La mostra con orgoglio alla Curva Nord. Quella è la maglietta di Giuliano Fiorini. L’attaccante della “Lazio dei -9” è morto da pochi giorni. Applaudono e piangono, i tifosi. Piangono le stesse diversissime lacrime che Fiorini aveva fatto versare loro in una lontana domenica di giugno del 1987. Tornano alla mente proprio gli occhi gonfi di Giuliano Fiorini e la commozione liberatoria di un intero stadio. 70.000 persone esauste e impazzite di gioia. Il pianto di un giocatore per il gol più importante della sua carriera. Una di quelle realizzazioni in grado di consegnare alla leggenda il suo marcatore. Partire da -9 punti a seguito della condanna per una presunta combine di risultati è un handicap che tutti giudicano impossibile da colmare al termine del campionato 1986/87. Serve una vera impresa sportiva e all’ultima giornata ancora tutto è da decidere. Anche con un pareggio la Lazio scivolerebbe in serie C, con una vittoria accederebbe perlomeno agli spareggi salvezza. La Lazio che a sette minuti dalla morte, non muore. Non muore più.

Classe ’58, modenese doc, il futuro attaccante laziale esordisce in serie A all’età di 17 anni con la maglia del Bologna. Fiorini è duro, brontolone, ruvido sul piano agonistico ma sempre corretto. Punta soprattutto sui mezzi fisici ma ai suoi fondamentali tecnici non si può rimproverare nulla. È uno che si fa volere bene perché in campo non si risparmia e perché è una persona autentica. Il che non significa essere necessariamente comodi o simpatici, anzi. Giuliano Fiorini quel che deve dire, dice con schiettezza. Ai compagni, agli avversari. Agli arbitri, che spesso fanno finta di non sentirlo per non dovere intervenire. È un anarchico di buon cuore. Uno di quelli che se gli dici “devi farlo”, non lo farà mai. Perché è anche testardo e non accetta imposizioni. Ma se solo cambi frase e gli sussurri “fallo per noi, è importante” lui poi in partita darà l’anima. Dunque, bisogna innanzitutto accettarlo com’è.

Fiorini non condurrà mai una vita da atleta, gli piace troppo la buona cucina, fuma e non è astemio. Dopo la trafila in serie C il Bologna lo riporta alla casa madre per affiancarlo a un giocatore d’attacco più giovane e più talentuoso, Roberto Mancini. Dopo due stagioni arriva il trasferimento a Genova, dove diventa idolo della curva rossoblu. Al punto che la piazza si ribella quando la società lo cede alla Lazio. Giorgio Chinaglia, che lo vuole in biancoceleste a tutti i costi, rivede in Fiorini qualcosa del Long John calciatore. L’avvio è promettente: gol-vittoria all’esordio con il Palermo e ottima intesa in avanti con Oliviero Garlini. Ma un problema al tallone  costringe la punta a rallentare gli allenamenti e poi a operarsi. Chiude con 3 gol in 18 apparizioni.

Nella seconda stagione, però, è il leader indiscusso della squadra assieme a Mimmo Caso. Il 26 luglio del 1986, quando nel ritiro di Gubbio arriva la notizia che la Lazio è stata condannata dalla giustizia sportiva, dopo il celebre discorso dell’allenatore Eugenio Fascetti alla squadra (“Chi vuole andare, vada. Ma chi decide di restare, dia il massimo e non ne parli più”) Giuliano Fiorini si alza e per primo dice: “Io resto, qualunque cosa succeda”. Con quelle poche parole, secche, precise, rassicuranti, si porta dietro tutti. Anche in campionato, nei momenti di difficoltà scuote i compagni, carica l’ambiente con i suoi numeri e con la sua gestualità. 6 gol segnati non rappresentano per lui un campionato particolarmente prolifico, ma grazie al settimo sigillo entra per sempre nella leggenda. Ultima giornata. All’Olimpico viene il Vicenza. In settimana si viene a sapere il portiere titolare biancorosso, Mattiazzo, è indisponibile. Prenderà il suo posto fra i pali il secondo, Dal Bianco. Si tratta di un perfetto sconosciuto, la cui carriera si svolgerà quasi per intero in Veneto, saltando di categoria in categoria. In realtà, quella che dovrebbe essere una buona notizia si trasforma in un incubo con un nome e un cognome. Quel pomeriggio Ennio Dal Bianco sembra la sintesi ideale fra Zoff, Yashin e Zamora. Per più di 80 minuti, sostenuta e sospinta da oltre 70.000 tifosi, la Lazio si getta all’assalto della porta del Vicenza per segnare quel gol che significherebbe non soltanto salvezza ma anche sopravvivenza. Tuttavia Dal Bianco sembra insuperabile e alle conclusioni degli attaccanti avversari sa contrapporre autentici miracoli. Ci prova Acerbis, ci prova Caso, ci prova Fiorini più volte. È un tiro a segno ma Dal Bianco provvede sempre. Con il passare dei minuti, sugli spalti la speranza lascia il posto alla disperazione, alla consapevolezza di essere davvero a un passo dalla serie C e forse addirittura alla fine di una storia lunga 87 anni. Ma il destino è in agguato e qualcuno quel destino lo chiama giustizia.

È il minuto 83. Cross dalla trequarti di Acerbis, la difesa del Vicenza respinge ma non riesce a liberare. In posizione centrale recupera palla Esposito che cede a Podavini. Il terzino biancoceleste fa due passi e dalla distanza dei 20 metri tenta la conclusione. Ne viene fuori un tiro sbagliatissimo che però si trasforma in un assist in piena area per Fiorini. Il centravanti arriva per primo, arpiona il pallone ed elude l’intervento del diretto marcatore. Dal Bianco accenna all’uscita ma sul tocco in allungo di Fiorini non può nulla. È un vento di follia e di disperazione collettiva a spingere quel pallone in fondo alla rete. “Con me hanno segnato in 70mila” dirà un giorno l’autore del gol. In quell’esultanza, ben più di 70.000 persone sfogano in un istante mesi di paure, di frustrazioni e di speranze che a 7 minuti dalla fine del campionato sembrano perse. Gesti di isteria unanime, uomini di una certa età che piangono come fossero bambini. Bambini che vedono i loro genitori impazzire e rimangono quasi increduli. La corsa di Fiorini sotto la Curva Nord travolto dall’abbraccio dei compagni. Immagini indimenticabili, come indimenticabile resterà il gol di Fabio Poli nello spareggio vinto a Napoli contro il Campobasso. La rete che mette la parola fine a un incubo durato quasi 12 mesi. Il 5 agosto del 2005 a soli 47 anni, Giuliano Fiorini è vittima dell’unico difensore che non lo abbia lasciato passare. A distanza di tanti anni, di lui rimane un ricordo umano e professionale indelebile, un sorriso stralunato e una grinta che sapevano rincuorare tutti, anche nei momenti peggiori. E soprattutto un gol che non cambia la storia di una società. La riscrive del tutto.

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“El Garrafa” SANCHEZ: Son fatto così. Prendere o lasciare …

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“Mi chiedono tutti perché non curo di più il mio fisico, perché non perdo qualche chilo e non metto su qualche muscolo in più.

Semplice.

Perché gioco a calcio e per giocare a calcio quello che mi serve sono i piedi e la testa.

Non una “tartaruga” scolpita sull’addome.

Mi chiedono tutti perché non mi è mai interessato giocare in grandi Club per vincere trofei e magari guadagnare molti più soldi.

Semplice.

Perché io sto bene con la mia famiglia e in mezzo alla mia gente.

Mi chiedono tutti perché non corro di più, perché non rientro a dare una mano in difesa o non inseguo gli avversari.

Semplice.

Ci sono già altri miei compagni che devono fare questo … anche perché non saprebbero fare altro.

Io invece devo mettere davanti alla porta i miei compagni, devo creare occasioni da gol, devo preservare le energie per quando avrò la palla tra i piedi … anche perché non saprei fare altro.

Mi chiedono tutti perché faccio così tanta fatica a passare la palla ai miei compagni.

Semplice.

Perché ho una paura fottuta che non me la restituiscano !

Il calcio è un GIOCO e io adoro GIOCARLO.

Ci sono tanti miei colleghi che scendono in campo tesi, nervosi e che pensano troppo prima di una partita e così si perdono tutto il piacere, la gioia.

Una partita non devi “pensarla”

Devi solo “giocarla”.

Io infatti non penso a nulla.

Conto solo i minuti che mancano prima di scendere in campo perché è li dove sono davvero felice.

Glielo dissi a mio padre quando mi ruppi i legamenti del ginocchio agli inizi della mia carriera nel LAFERRERE.

Quando rientrai non ero più lo stesso.

Avevo perso il mio scatto bruciante, quello che insieme al mio dribbling mi permettevano di saltare con facilità gli avversari.

“Luis” mi disse il mio vecchio “senza il tuo spunto non potrai mai arrivare dove eri destinato … ai vertici del calcio argentino. Forse è meglio che molli tutto …”

“Pa’, ci sono solo due cose che non posso proprio smettere di fare: giocare a calcio e correre con la mia moto”.

Mio padre però aveva ragione. Non ero più lo stesso di prima.

Fino ad allora giocavo da “9”, da centravanti e facevo davvero un sacco di gol.

Non restava che una cosa da fare; arretrare qualche decina di metri, giocare da “10” e invece di segnare io stesso fare in modo di mandare a rete i miei compagni.

Mio padre.

Ero in Uruguay quando si ammalò gravemente.

Giocavo in serie A e guadagnavo più soldi di quelli che potevo spendere !

Il mio vecchio però non stava bene e io non ce la facevo proprio a rimanere lontano da lui e dai miei cari.

Proprio allora, quando c’era bisogno di me in persona e non solo dei soldi che mandavo loro.

Sono tornato in Argentina, al BANFIELD, ed è stata la scelta migliore della mia carriera !

Cinque anni meravigliosi.

… anche se qualche volta Mister Falcioni l’avrei strozzato volentieri !

Al “Taladro” ho avuto tanto affetto.

Porterò sempre nel cuore i miei compagni, i tifosi e tutti i meravigliosi ricordi.

Però, a 31 anni, sapevo che per me lo spazio in prima squadra sarebbe stato sempre di meno e io non ce la faccio proprio a stare in panchina.

Sto male come un cane a vedere gli altri giocare.

Avrei potuto giocare ancora in Serie B … ma l’idea di tornare nel “mio” Deportivo Laferrere è stata troppo attraente !

E chi se ne frega se siamo in serie C !

Il campo è grande uguale, le porte sono sempre due e si gioca sempre in 11 !

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El “Garrafa” torna nel suo Club dove tutto iniziò 12 anni prima.

E’ felice … quasi come lo sono i tifosi di riabbracciare il loro adorato figliol prodigo.

In fondo ha ancora solo 31 anni e ci sono tanti “canios” da tirare, tante rabonas e gambetas per divertirsi e divertire i tifosi.

Tutto questo però al destino non importa.

La sua moto e il suo amore per la velocità lo tradiscono.

Si sta recando all’allenamento.

E’ ancora a poche centinaia di metri da casa.

Saluta un amico a bordo strada e poi impenna la moto.

Perde il controllo e la sua testa va a sbattere contro un palo della luce a bordo strada.

E’ senza casco.

Non lo metteva mai.

E’ l’8 gennaio del 2006 quando “El Garrafa” dopo un giorno di agonia, muore.

Sua madre ricorda ancora oggi quante volte lo implorava di andare piano, di non rischiare così.

“Mami, abbiamo tutti il nostro destino scritto”.

Era così Josè Luis Sanchez. Viveva al limite, fuori e dentro il campo da gioco.

“La moto non è diversa da quello che succede in campo” amava spesso ripetere “sai che prima o poi può arrivare l’entrata assassina che ti spezza la carriera … e allora cosa fai ? Non giochi ?”

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Josè Luis Sanchez, detto “El Garrafa” così chiamato perché il mestiere del padre era proprio quello di rifornire di bombole di gas liquido (dette appunto “garrafas) il poverissimo barrio de La Tablada di Buenos Aires, nasce a Buenos Aires il 26 maggio del 1974.

Il suo talento fin da ragazzino è evidente a tutti.

Tecnica, velocità e un controllo di palla eccellente.

Gioca da centravanti e nelle squadre giovanili segna caterve di gol.

Il suo esordio in prima squadra del Deportivo Laferrere è in un derby contro l’Almirante Brown … da terzino sinistro !

“I due terzini sinistri in rosa erano entrambi infortunati e io ero l’unico mancino rimasto disponibile !”

Josè Luis si adatta con fatica al ruolo. “Ricordo che un paio di volte mi misi a dribblare all’interno della nostra area di rigore … i miei compagni per poco non mi picchiarono !”

Dopo questo incontro però due cose sono però estremamente chiare; la prima è che “El Garrafa” è più che degno di giocare in prima squadra e la seconda è che solo un pazzo può farlo giocare terzino sinistro.

Pochi mesi dopo però la sorte gli presenta il primo “conto” importante; rottura dei legamenti crociati del ginocchio.

Rimane ai box quasi un anno e quando rientra, oltre ad un evidente timore nei contrasti, appare evidente a tutti una cosa: El Garrafa ha perso buona parte della sua incredibile velocità.

Non può più fare il centravanti ma anche se lo scatto non è più quello di prima ma la tecnica è rimasta la stessa, la capacità di inventare giocate prodigiose anche.

Arretra la sua posizione di qualche metro e diventa un “enganche”, il classico numero 10.

E’ sempre e comunque il giocatore più forte della serie C argentina.

Il carattere è focoso in campo quanto è spiritoso, guascone e allegro fuori.

Nel 1997 passa al Porvenir, squadra sempre di C ma con ambizioni più alte del suo Laferrere.

Con “El Garrafa” in cabina di regia arriva immediatamente la promozione in serie B.

Josè Luis è l’autentico ed indiscusso protagonista di quella stagione, con i suoi gol e soprattutto con i suoi assist.

In quel periodo il Porvenir affronta in amichevole la Nazionale Argentina che si sta preparando per i Mondiali di Francia.

La partita ideale per Josè Luis Sanchez di mettere in mostra le sue doti.

Ad un certo punto il Porvenir si trova in vantaggio addirittura per 3 a 1 quando arriva in modo inequivocabile l’ordine ai ragazzi del Mister Calabria di rallentare un po’ per non esporre ad una figuraccia la Nazionale Argentina.

El Garrafa prende alla lettera il consiglio.

Si fa dare il pallone e inizia letteralmente a “danzare” dribblando ripetutamente “El Cholo” Simeone e “El Muneco” Gallardo, le due mezzali dell’Argentina quel giorno (e ora affermatissimi allenatori di Atletico Madrid e River Plate rispettivamente).

Ad un certo punto un sorpresissimo Gallardo chiede “ma chi cavolo è quel vecchietto ? Ci sta facendo impazzire !”… quel “vecchietto” è Josè Luis Sanchez, 25 anni, ma con una calvizie incipiente che lo fa sembrare assai più vecchio !

El Garrafa rimane un’altra stagione nel team di Gerli ma ormai le sue gesta sono sulla bocca di tutti, in Argentina e oltre confine.

L’offerta più allettante arriva dall’Uruguay e da un ottimo team di Prima Divisione come il Bella Vista. L’impatto di Sanchez è straordinario; il club si qualifica per la Copa Libertadores ma Josè Luis non giocherà neppure un incontro; il padre e gravemente ammalato e lui vuole stare al suo fianco.

Il Club uruguayano non la prende bene.

Nessun tipo di supporto, né morale né economico.

El Garrafa rimane lontano dai campi di gioco per 7 lunghi mesi e alla morte dell’adorato papà pensa seriamente di lasciare il calcio.

A quel punto arriva la chiamata di Oscar Cachin Blanco, allenatore del Banfield a quell’epoca in Seconda Divisione.

“Nessuno avrebbe dato un pesos per Sanchez” ricorda il Mister del Banfield “era ingrassato parecchio e gli ultimi accadimenti lo avevano parecchio segnato”.

Ma come spesso accade, il calcio riesce a restituirgli la sua allegria e l’amore per il pallone.

“El Taladro” (il trapano, questo il soprannome del Banfield) conquista immediatamente la promozione e ancora una volta “El Garrafa” è l’autentico protagonista.

Per la gente del Banfield diventa un idolo assoluto.

Il suo nome entra finalmente tra i grandi del calcio argentino e alcune sue giocate rievocano due dei più grandi “10” di sempre; Ricardo Bochini e Diego Armando Maradona.

“Era un autentico artista” ricorda Mister Blanco “e gli artisti vanno lasciati liberi di creare”.

Nella partita decisiva per la promozione in Prima Divisione gioca la partita della vita.

Non c’è modo di togliergli il pallone tra i piedi.

“E’ impossibile giocare meglio di così in una partita di calcio” ricordano ancora oggi i tifosi del Banfield presenti quel giorno.

Addirittura in quel match (esiste il documento video) tiene il pallone tra i piedi per 18 secondi consecutivi prima di offrire l’assist per il secondo e decisivo gol.

Finalmente nel 2001, a 28 anni suonati, debutta finalmente nella Prima Divisione argentina.

… e il suo modo di giocare non cambierà di una virgola.

Neppure dal 2003 con l’arrivo del nuovo Mister Julio Cesar Falcioni che pretende da lui maggiore applicazione e maggiore rigore tattico.

Ovvio che il rapporto tra i due è tutt’altro che idilliaco e “El Garrafa” deve accomodarsi spesso in panchina, salvo poi entrare in campo nella ripresa e cambiare spesso il volto dell’incontro.

Nell’ultimo anno al Banfield però Sanchez è sempre più ai margini della squadra titolare. Nei giorni precedenti il “Clasico del Sur” contro gli acerrimi rivali del Lanus “El Garrafa” passando davanti all’ufficio di Falcioni sferra due violenti pugni contro la porta, urlando “quand’è che mi fai giocare brutto figlio di puttana ?” convintissimo che il Mister non fosse comunque all’interno.

Solo che la porta si apre, esce Falcioni che con fare serafico gli risponde “Mai più gordo … mai più”

La domenica successiva però, con il Lanus in vantaggio per una rete a zero a venti minuti dalla fine Falcioni si rimangia la parola … mette in campo Sanchez e il Banfield vince in rimonta per 2 a 1 !

Infine, l’aneddoto forse più significativo per definire El Garrafa.

Poco prima del trasferimento in Uruguay arriva la chiamata nientemeno che del Boca Juniors. L’allenatore è il Carlos Bilardo, campione del mondo con l’Argentina nel 1986 e conosciuto per la sua severità e il senso della disciplina.

In tanti gli raccontano meraviglie di questo ragazzo e Bilardo decide di dargli un’occhiata da vicino e lo convoca per un incontro ed un allenamento con la prima squadra.

Bilardo è in auto e si sta recando all’allenamento dove è previsto l’incontro con Sanchez.

Mentre è in tangenziale si vede superato a doppia velocità da una moto.

Fa solo in tempo a vedere che il centauro è senza casco, è pelato ed ha un vistoso giaccone giallo.

Maledice quel pazzo furioso e poi riprende la marcia verso la sede del Boca.

Quando arriva al campo gli si fa incontro un dirigente e al suo fianco Josè Luis Sanchez.

Che indossa un giaccone giallo.

Ragazzo, per caso sei venuto in moto” ? chiede Bilardo.

“Si” gli risponde “El Garrafa” “perché me lo chiede ?”

“Semplice. Perché adesso su quella moto ci risali e torni da dove sei venuto” sentenzia Bilardo.

La “carriera” al Boca Juniors di Josè Luis Sanchez dura la bellezza di un minuto scarso.

Questo era “El Garrafa” Sanchez.

Prendere o lasciare.

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BONVI: … E l’ultimo chiuda la porta …

di Marco Di Grazia

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“Che cos’è il genio?” Diceva il Perozzi in Amici miei: “il genio è  fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione”.

Vero, il genio è questo.

Oppure è Bonvi.

In un’epoca in cui si tende ad ampliare troppo certi aggettivi, quello di “genio” si applica alla perfezione a Franco Bonvicini, in arte Bonvi, genio e geniale artista che ci ha lasciati troppo presto, in una fredda notte di dicembre del 1995.

 

Raccontare qui chi era, anzi, chi è, Bonvi, è fin troppo scontato. Parlano per lui le tante pagine che gli sono dedicate, le sue biografie, le decine e decine di aneddoti raccontati da chi l’ha conosciuto, ma soprattutto i suoi fumetti.

Geniali!

Sempre.

Le Sturmtruppen, Nick Carter, Marzolino Tarantola, le Cronache dal dopobomba, le Cronache dallo spazio profondo (scritto dall’amico Francesco Guccini), Milo Marat, La Città (per i disegni di Giorgio Cavazzano) e tanto altro.

E poi Supergulp! Anzi: Gulp! e Supergulp!, le due trasmissioni televisive degli anni ’70 realizzate in collaborazione con Guido De Maria e Giancarlo Governi.

Chi non ha sognato, in quegli anni, con i “fumetti in tv”, quella meravigliosa trasmissione che ha formato una generazione intera? E di cui Bonvi era protagonista e spina dorsale.

 

Bonvi. Geniale nella sua arte, geniale nel suo modo di vivere, geniale nel suo sguardo, con i suoi occhi furbi e aperti sul mondo.

Amico inseparabile di Francesco Guccini e con lui animatore delle notti in osteria, in quelle osterie di fuori porta a “cercare le notti ed il fiasco”, e che riceverà, da Guccini, l’omaggio postumo in una bellissima canzone a lui dedicata: Lettera. Una canzone per l’amico scomparso.

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E si torna così a quel maledetto 9 dicembre del 1995. Bonvi deve andare da Red Ronnie, nella sua trasmissione: “Roxy Bar”. Ha un obiettivo: mettere in vendita le sue tavole per aiutare un amico, un amico malato: Roberto Raviola, in arte Magnus, uno che sta al fumetto d’autore come De Andrè sta alla canzone, d’autore.

Magnus è malato gravemente e ha bisogno di cure costose e Bonvi è deciso a dargli una mano.

Chi scrive lo aveva visto appena un paio di settimane prima, a Roma, durante le premiazioni della fiera Expocartoon. Mentre si stava svolgendo la serata, Bonvi era fuori, sdraiato su una scala, con lo sguardo appeso verso l’alto. Chi scrive, che allora era poco più di un ragazzo, si avvicinò timidamente e gli chiese se c’era qualcosa che non andava, se stava male. Bonvi non rispose, se non con un grugnito. Chi scrive si allontanò, poi seppe il giorno dopo, da amici di Bonvi, che il Genio era triste e pensava al suo amico Magnus.

 

E torniamo di nuovo a quel maledetto 9 dicembre. Bonvi si sta dirigendo al Roxy Bar. E’ una serata  fredda e nebbiosa. Bonvi non  sa esattamente dove sia lo studio televisivo, per cui si ferma a chiedere informazioni in un bar (che non è il Roxy, maledizione, è un bar normale) sulla strada. E mentre attraversa quella maledetta strada giunge un’auto che lo investe.

Dopo il buio è sempre più buio, la nebbia è sempre più nebbia.

A 54 anni termina così l’esistenza di un Genio, che però, a ben vedere… non terminerà mai.

Ach!, Bonven … e l’ultimo … chiuda la porta.

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