“El Centavo Mucino”: l’assurda morte del bomber del Chivas.

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Avevo ragione io.

Si sono sbagliati sul mio conto e non potrei esserne più felice !

Al Cruz Azul, la squadra dove ho giocato nelle ultime quattro stagioni, pensavano che i miei recenti guai al ginocchio non fossero risolvibili e che io avessi già dato il meglio di me.

E pensare che ho appena compiuto 24 anni !

E pensare che abbiamo vinto tre campionati negli ultimi 4 anni !

Nessuno però mi ha costretto ad andarmene.

Solo che se non sento la fiducia totale nei miei confronti preferisco andarmene altrove.

Noi attaccanti siamo fatti così.

La fiducia è tutto … ne abbiamo bisogno.

Così sono venuto fin quassù a Guadalajara.

Al Chivas.

Squadra gloriosa con un pubblico fantastico.

Vengono da anni difficili.

Un paio di stagioni fa hanno rischiato addirittura la retrocessione.

Impensabile per un Club di questa caratura.

Neppure quest’anno, nel mio primo campionato con il “Rebano Sagrado” (la mandria sacra), abbiamo fatto sfracelli.

In chiave personale però sono davvero felice.

Mi hanno accolto con un calore incredibile fin dall’inizio.

E fin dall’inizio mi sono sentito subito a casa.

Certo che quel gol contro l’America !!!

Di testa in tuffo.

Una “palomita” come la chiamano da queste parti.

Ne ho fatti altri 14, ma nessuno importante come quello.

Il gol della vittoria nel “Clasico” messicano non ha prezzo !

Anche in Nazionale continuano a credere in me.

Purtroppo li le cose sono andate molto peggio.

Fra due settimane inizieranno i mondiali in Germania, ma il Messico non ci sarà.

Haiti è arrivata davanti a noi nel girone di qualificazione.

Una catastrofe per una popolo come il nostro dove il calcio è molto di più di un gioco.

Tutto questo solo quattro anni dopo aver ospitato noi i Mondiali.

Però bisogna guardare avanti.

Alla prossima stagione con il Chivas tanto per cominciare.

Il glorioso “Rebano Sagrado” DEVE tornare ai vertici del calcio del Paese.

Lo pretendono i tifosi, lo pretendono presidente e dirigenti, lo pretendiamo noi giocatori … lo pretende la storia di questo grande Club.

Ed io, con i miei gol, farò di tutto perché questo accada.

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E’ una calda serata di primavera inoltrata.

Ed  è sabato sera.

Siamo a Guadalajara.

Octavio “El Centavo” Mucino sta cenando al Carlos O’Willys, ristorante tra i più in voga della città.

Con lui ci sono 3 amici e le rispettive mogli e fidanzate.

Lui è uno degli idoli dei “Chivas”, la squadra principale della città.

E’ arrivato l’anno prima, dal Cruz Azul, dove ha contribuito con i suoi gol in maniera decisiva alla conquista degli ultimi due campionati.

Ha 24 anni.

E’ un eccellente centravanti e su di lui sono riposte tante speranze da parte dei tifosi del “Rebano Sagrado”, il popolarissimo club messicano.

La stagione è finita due settimane prima.

Non è stata esaltante ma quelli sono anni difficili per il Chivas.

E meno male che è arrivato “El Centavo”, il piccoletto, così chiamato fin dall’infanzia non tanto per la sua scarsa altezza (è alto 172 centimetri) ma perché visto il suo precoce talento fin da bambino lo facevano giocare sempre con ragazzi di categoria superiore e lui era regolarmente il più piccolo in campo.

Nel tavolo a fianco alcuni ragazzotti, eleganti nei loro vestiti italiani alla moda e con i loro Rolex di rito al polso.

Figli dell’alta borghesia locale.

Nessun dubbio su questo.

All’inizio sono solo un po’ esuberanti.

Riconoscono Octavio.

Loro sono tifosi dell’Atlas, l’altra squadra di Guadalajara.

Qualche smargiassata tipica di tanti adolescenti, qualche sfottò e qualche schiamazzo un po’ sopra le righe.

L’alcool però aumenta l’intensità di grida, risate e sbruffonate.

Ben presto gli sfottò diventano insulti.

Interviene il titolare del locale invitando i ragazzi a calmarsi e a contenersi un po’.

E’ un ometto piccolino, mite e pacifico.

Il suo fisico tutt’altro che slanciato e un paio di baffetti ben curati lo fanno somigliare tantissimo a Cico, il compagno di avventure di Zagor, fumetto popolarissimo all’epoca.

Il suo intervento non fa altro che accrescere l’arroganza dei ragazzi.

Ora stanno diventando davvero pesanti.

Ce n’è uno di loro in particolare, Jaime Muldoon Barreto, che si erge un po’ a capobranco e a forza di insulti finisce per far perdere la pazienza a Octavio e ai suoi amici.

E’ proprio Octavio che si alza dal tavolo all’ennesima provocazione.

I due passano in breve dalle parole ai fatti.

Octavio che da giovanissimo ha tirato di boxe, schiva senza problemi i primi goffi attacchi di Barreto.

Poi prende il ragazzo per il bavero, lo solleva e parlandogli a pochi centimetri dal volto gli dice “Chiquito, non confondermi con qualcun altro … sei un ragazzino e allora vai a cercare rogne con altri ragazzini … non con me e non qua dentro”.

Jaime Muldoon Barreto, evidentemente ferito nell’orgoglio, reagisce.

Parte un pugno, maldestro, che arriva a malapena al bersaglio.

Poi inizia con una serie di calci ma anche qua con scarsi risultati.

Octavio allora lo blocca per la seconda volta, lo prende ancora per il bavero ma stavolta accompagna questo gesto con uno schiaffo.

Non un pugno, come fra uomini.

Con uno schiaffo, come si fa appunto con i bambini troppo capricciosi e impertinenti.

A quel punto intervengono gli amici di Octavio e anche quelli di Barreto che, rinsaviti, aiutano a riportare la calma.

Ognuno si risiede al proprio tavolo.

Ognuno finisce la propria cena

Ognuno riprende le classiche chiacchiere di una serata al ristorante.

Tutto a posto.

Tutto rientrato.

E’ ormai ora di chiusura.

Gli ultimi ad uscire dal locale sono proprio “El Centavo” e il suo gruppo.

Fuori dal locale però c’è ancora Barreto, con i suoi amici, appoggiati ad un Galaxy rosso.

Octavio li vede, si avvicina ai ragazzi.

Allunga la mano verso Barreto.

“Quello che è stato è stato ragazzo … senza rancore”.

Solo che di rancore ce n’è ancora … e tanto.

Jaime Muldoon Barreto estrae una pistola e spara tre colpi verso Octavio Mucino.

Il primo lo colpisce al petto, il secondo ad una spalla ma il terzo lo colpisce in testa, sulla tempia.

Serve a tutti qualche secondo per realizzare.

Per capire che qualcosa di grave, di irreparabile, è appena successo.

Jaime Muldoon Barreto sale in macchina e con gli altri amici parte a tutta velocità.

Uno del gruppo di Octavio prova ad attaccarsi alla portiera dell’auto ma dopo pochi metri deve mollare la presa.

Un vigilante del servizio di guardia al ristorante estrae la pistola e prova a sparare verso la macchina dei “fighetti” della Guadalajara “bene” ma senza successo.

Octavio “El Centavo” Mucino morirà due giorni dopo, senza aver mai ripreso conoscenza.

L’assassino, il giovane Jaime Muldoon Barreto, figlio di un industriale tra i più ricchi di Guadalajara verrà prima aiutato a fuggire all’estero e quando rientrerà due anni dopo in Messico, verrà dichiarato che “No era responsable de su actos” (In pratica il nostro” incapace di intendere e di volere”) al momento dell’omicidio in quanto i medicinali prescritti al giovanotto per curarsi dall’epilessia assunti con ingenti quantità di alcool lo hanno reso incapace di rispondere dei suoi atti.

Ennesimo caso in cui il denaro sposta gli equilibri della legge ed un assassino rimane impunito.

A piangerlo sarà il Messico intero che perderà uno dei suoi calciatori migliori.

Saranno i compagni di Nazionale, quelli del Chivas e i vecchi compagni del Cruz Azul.

Tutti quanti profondamente affezionati a questa attaccante con la faccia da indio, sempre sorridente, gioioso e con la battuta pronta.

Che nella cancha sapeva smarcarsi con un intelligenza incredibile, sapeva farsi trovare sempre al posto giusto in area di rigore e che con la sua esplosività andava a staccare e a segnare meravigliosi gol di testa, nonostante i suoi 172 centimetri.

Lascerà la moglie e il piccolo Octavio Junior, di appena 1 anno e 3 mesi.

Octavio “El Centavo” Mucino, ucciso da uno stupido figlio di papà talmente stupido da rifiutare un gesto di pace.

Convinto che il proprio orgoglio valesse più della vita di un altro uomo.

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Come sempre trovo giusto puntualizzare che sia le parole in prima persona di Octavio Mucino sia la ricostruzione della sua uccisione sono “romanzate” anche se vengono da decine di interviste, racconti, cronache del periodo e testimonianze di tifosi del Cruz Azul e del Chivas.

Come calciatore dicono fosse un po’ a metà tra “Chicharito Hernandez” e “Pippo Inzaghi”.

Ma era,  soprattutto,  una persona per bene.

 

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FRANCISCO MARINHO: L’angelo biondo.

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“Avrei bisogno di qualche ora di sonno in più.

Le notti sono sempre troppo corte.

E’ sempre stato così per me.

Anche quando giocavo.

Nel Botafogo, nel Fluminense, nei Cosmos di New York, nel San Paolo.

E nella nazionale brasiliana.

Stamattina non ce la faccio proprio ad alzarmi.

Ma ci sono dei turisti tedeschi che mi stanno già aspettando.

Affitto qualche vecchia 4×4 per chi vuole godersi i dintorni delle bianchissime spiagge di Natal.

Consegno la macchina, do loro una piccola guida del posto e incasso i miei Real

E poi comincio a bere.

Fin dalla mattina.

Qui di bar sulla spiaggia ce ne sono in abbondanza.

Strimpello la mia chitarra e ogni tanto qualcuno mi riconosce.

E spesso mi offre da bere.

Ieri un turista tedesco mi ha detto che si ricorda di me, che mi ha visto giocare.

Ai Mondiali, con il Brasile.

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Era il 1974 e si giocava proprio in Germania.

“Eri forte davvero” mi dice. “Ma se tu fossi stato tedesco non avresti mai e poi mai potuto fare il terzino !”

“In difesa non c’eri mai !” e poi giù una risata di gusto.

Tutto vero.

Vero a tal punto che perfino per il mio Paese, il Brasile, dove il calcio è follia, improvvisazione e divertimento ero considerato troppo indisciplinato, troppo anarchico.

In quel Mondiale perdemmo in Semifinale contro l’Olanda, magnifica squadra, e ci rimase solo la finale per il 3° e 4° posto.

Ero sempre in attacco.

In fondo a chi importava di vincere quell’inutile partita ?

E infatti perdemmo 1 a 0 e il gol lo segnò Lato, l’ala polacca che io avrei dovuto marcare

Solo che quando segnò io ero in attacco, ad almeno trenta metri da lui.

Il nostro portiere, Leao, non la prese bene.

Mi attacco’ letteralmente alla parete, urlandomi di tutto.

Ma era più forte di me.

Non ce la facevo a starmene in difesa, a rincorrere il mio avversario e a cercare di strappargli il pallone o a evitare che tirasse in porta.

Ero io che attaccavo.

Ed era il mio avversario che doveva corrermi dietro !

Io sono così.

Devo divertirmi … sennò che gusto c’è ?

In ogni cosa che faccio.

Nella vita o giocando a calcio.

Gli allenamenti, i giri di campo, i ritiri, le tattiche, la vita ascetica di un atleta …

Mi spiace gente !

Non fa per me.

Mi sono divertito,

Tanto.

Mi sono divertito a tal punto che sono riuscito in pochi anni a dilapidare un patrimonio.

Sui tavoli da gioco in Uruguay, noleggiando un volo privato (e a mie spese !) non appena avevo finito di giocare la mia partita in Brasile.

E poi feste, auto di lusso, viaggi.

Ai Cosmos di New York e poi a Fort Lauderdale ho guadagnato in 2 anni quanto tanti miei colleghi non riescono a guadagnare in una carriera intera in Brasile.

Ma ce l’ho fatta comunque a spenderli tutti !

E poi le donne.

Mai avuto problemi ad averne quante ne volevo.

Di “Sex Symbol” nel calcio prima di me ce n’era stato solo uno: George Best.

E come me anche lui dietro una gonna ci impazziva.

E, come me, ancora di più davanti ad una bottiglia.

Donne e alcool.

Binomio imprescindibile.

Ho 13 figli che ho riconosciuto.

La maggior parte in Brasile, qualcuno altrove.

E probabilmente ne ho anche qualcun altro di cui non sono a conoscenza.

L’anno scorso però mi sono spaventato davvero.

Dopo l’ennesima solenne bevuta (è durata un week end intero) ho avuto una emorragia interna.

Mi hanno preso per i capelli come si dice in questi casi !

… che non sono più biondi come quando giocavo …

Mi sono stati vicini in tanti, i miei ex-compagni di Nazionale mi hanno dato una mano.

Mi hanno pagato il soggiorno in una clinica, dove mi stanno rimettendo in piedi.

I medici sono stati chiari: “o smetti davvero o non c’è futuro”.

Ho 62 anni (e sono comunque 3 più di George Best !)

So bene quello che mi aspetta.

Quando hai vissuto come ho vissuto io non puoi aspettarti nulla di diverso.

Ma fra poco inizieranno i Mondiali di Calcio.

Qui, nel mio Paese, il Brasile

Voglio esserci anch’io.

E non solo per noleggiare qualche 4X4 in più ai turisti che affolleranno le spiaggie di Natal.

Ma anche e soprattutto perché pare che in tanti non si sono dimenticati di noi “vecchietti”, anche di quelli come me e della mia generazione che non hanno vinto nulla.

Devo solo fare il bravo … almeno per un po’ …”

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Francisco das Chagas Marinho non vedrà mai l’inizio di quei Mondiali di calcio.

Una emorragia interna lo stroncherà, dopo una settimana tra la vita e la morte, il 1 giugno del 2014.

Mancavano 11 giorni all’inizio del Mondiale brasiliano.

Francisco Marinho è stato giudicato il più forte terzino sinistro dei Mondiali di Germania del 1974.

Le sue scorribande sulla fascia, i suoi lunghi capelli biondi, la sua velocità, la sua tecnica e un eccellente tiro da fuori area, lasciarono un segno indelebile nel calcio di allora.

Un calcio che stava cambiando, grazie e soprattutto all’Ajax e alla grande Olanda che ebbe la sua consacrazione proprio in quel Mondiale.

Francisco Marinho aveva solo 22 anni all’epoca ed era facile per lui prevedere una lunga e gloriosa carriera.

Nella Nazionale Brasiliana ma anche in Europa.

Non andò così.

Per il biondo giocatore brasiliano, nato poverissimo a Natal, nell’estrema punta del Nordest brasiliano, le tentazioni sono davvero troppe.

Non ce la fa proprio a fare una vita “normale”.

Conosce capi di stato, ha amicizie importanti (Mick Jagger è uno di questi) gira due film, vende più di 100.000 copie di un disco, fa pubblicità in televisione…  ma “brucia via” tutto alla velocità della luce.

Al ritorno in Patria dopo l’esperienza statunitense, a soli 29 anni, è praticamente finito come atleta.

Due stagioni mediocri al San Paolo prima di sprofondare, con poca gloria e ancor meno dignità, nelle leghe minori brasiliane.

Con il Brasile gioca la sua ultima partita nel 1977.

A soli 25 anni.

Quando un calciatore di solito non ha ancora raggiunto l’apice.

A Natal c’è una statua che lo ricorda.

Nel centro della città.

E’ alta 7 metri.

Chiunque da quelle parti conosce la sua storia.

Quella di chi di un ragazzo che aveva un grande talento con la palla tra i piedi e che ha vissuto la sua vita sempre a 100 all’ora, vivendo intensamente ogni istante tanto da far dire ai suoi amici più cari “Francisco ne è andato a 62 anni … troppo presto è vero: ma i suoi 62 equivalgono a 124 di una persona normale !”

Riposa in pace “angelo biondo”.

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La foto sopra è di poche settimane prima della sua morte.

La parte in prima persona è come al solito “romanzata” e creata dal sottoscritto ma basata come sempre su decine di interviste, articoli, testimonianze e aneddoti su questo terzino che davvero, nel 1974, fece innamorare tutti.

Gli uomini per le sue grandi doti calcistiche e le ragazze di tutto il mondo per la sua fisicità e la sua inconfondibile zazzera bionda.

 

ANTONIO PUERTA: perché se ne vanno sempre i migliori ?

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“Non è stato affatto facile.

Fino a quel meraviglioso giorno di marzo del 2004 quando il nostro Mister di allora Joaquin Caparros decise che ero pronto per esordire in campionato.

Ci sono voluti più di due anni di trafila nella seconda squadra del Siviglia e tanta tenacia prima di arrivare dove sono ora: nell’undici titolare e nella rosa della Nazionale Spagnola.

Io non sono esattamente il calciatore più talentuoso in circolazione.

Ok, ho un bel sinistro, una buona tecnica, so saltare un avversario in dribbling e so crossare.

Ma non sono come David Silva o come Antonio Reyes. Non ho il loro talento naturale.

Ho dovuto lottare, sacrificarmi e metterci l’anima in ogni allenamento per arrivare in prima squadra.

Il Club per farmi fare esperienza ha provato diverse volte a propormi soluzioni in Segunda o anche in team di livello inferiore in Primera.

Non ne ho mai voluto sapere.

Io sono nato a Siviglia, nel Barrio del Nervion, tifo Siviglia da sempre.

Qui sono cresciuto e qui, solo qui, voglio giocare.

Nelle giovanili ho giocato a fianco di ragazzi meravigliosi (e grandi calciatori) come Sergio Ramos, Sergio Navas, Alejandro Alfaro e  il mio amicone Kepa Blanco e insieme siamo tutti arrivati a trovare il nostro spazio nel calcio che conta.

Poi è arrivata QUELLA sera.

Il 27 aprile 2006.

Al Sanchez Pizjuan giochiamo contro lo Schalke 04.

E’ la semifinale di Coppa Uefa.

All’andata abbiamo strappato uno 0 a 0 che non ci fa stare affatto tranquilli.

Io sono in panchina.

La partita non si sblocca. Questi tedeschi sono tosti, organizzati e hanno un paio di giocatori di grande qualità.

Ad un certo punto Juande Ramos, il nostro allenatore, mi chiama. Sono già venti minuti buoni che mi scaldo a bordo campo.

“Forza Antonio, vai in campo. Stai “aperto” sulla fascia sinistra e bombardami di cross la difesa dei tedeschi”.

Così mi ha detto il nostro Mister.

E quando nei supplementari è arrivato quel pallone dalla fascia opposta non ci ho pensato due volte; botta di sinistro al volo con la palla che “gira” giusto giusto per infilarsi a 5 centimetri dal palo opposto.

E’ venuto giù lo stadio.

In quel preciso istante ho capito che anch’io ero diventato un pezzetto di storia del mio amato Club.

https://youtu.be/iLjVhgHoTZg

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E’ il 25 agosto del 2007.

Si gioca al Sanchez Pizjuan di Siviglia.

Siamo quasi alla mezz’ora del primo tempo dell’incontro tra i padroni di casa del Siviglia e il Getafe.

E’ la prima partita della nuova stagione della Liga.

L’inizio è favorevole agli ospiti che trovano il gol dopo soli due minuti di gioco.

Il Siviglia per qualche minuto è scioccato da questo gol a freddo.

Ma poi inizia a macinare il suo solito gioco, specie sulle fasce dove Navas a destra e la coppia Capel-Puerta a sinistra stanno iniziando a produrre gioco e rifornimenti per la coppia di attaccanti Kanoutè e Luis Fabiano.

Poi però accade qualcosa di strano … di inizialmente poco decifrabile.

Un’azione del Getafe finisce con un nulla di fatto e Antonio Puerta, che aveva seguito e controllato l’azione, accompagna il pallone a fondo campo.

Improvvisamente Antonio si ferma e rimane qualche secondo accosciato, come per riprendere fiato dopo una lunga corsa.

Un istante dopo cade a terra, con il corpo in avanti.

Intorno tutti capiscono subito che c’è qualcosa che non va.

Dragutinovic inizia a correre verso Antonio e lui e il portiere Palop sono i primi a soccorrerlo.

Puerta ha perso conoscenza e rischia di soffocare.

Dragutinovic riesce ad estrargli la lingua.

Sono momenti di grande concitazione … e di paura.

Arriva il medico del Siviglia.

Antonio riprende conoscenza, si siede e riesce anche a dire qualche parola.

Compagni di squadra, avversari e i 40.000 del Sanchez Pizjuan tirano un enorme sospiro di sollievo.

Per un attimo pare addirittura che Antonio voglia tentare di riprendere a giocare !

Medico e compagni di squadra lo dissuadono.

Antonio è determinato e testardo.

Lo è sempre stato.

Come quando continuava a rifiutare proposte di prestito da decine di altri Club della Liga.

“Non se ne parla neanche” rispondeva.

“Io rimango qui a lottare per un posto in quella che è l’unica squadra per cui ho sempre sognato di giocare: il Siviglia F.C.”

Così determinato e testardo da volere a tutti i costi uscire dal campo sulle sue gambe.

Il pubblico, il calorosissimo e competente pubblico del Sanchez Pizjuan, gli tributa una ovazione.

Antonio è un ragazzo della “Cantera” e in Spagna, per quelli come lui, l’amore dei tifosi è qualcosa di speciale, di diverso.

Lo salutano e lo applaudono.

Tutti in piedi.

Antonio alza una mano per ricambiare il saluto … abbozza anche un sorriso e poi infila il sottopassaggio verso gli spogliatoi.

… I tifosi del Siviglia non lo vedranno mai più.

Il tempo di arrivare nello spogliatoio, di sedersi su una panca e Antonio verrà colpito da ben 5 attacchi cardiaci consecutivi.

Con un defibrillatore riusciranno a tenerlo in vita fino all’arrivo dell’ambulanza.

Poi la corsa verso il “Virgen del Rocio”, ospedale della città.

Gli attacchi cardiaci si susseguono, senza soluzione di continuità.

Antonio è determinato e testardo.

Lo è sempre stato.

Come quando si ruppe il menisco dieci minuti dopo il suo esordio nella seconda squadra del Siviglia.

“Tornerò più forte e determinato di prima” disse mentre lo portavano fuori dal campo.

E così fece.

Le sue condizioni sono però disperate.

Antonio Puerta continuerà a lottare strenuamente per quasi 3 giorni.

Prima di arrendersi, alle 14.30 del 28 agosto 2007, quando l’ossigeno smetterà definitivamente di arrivare al cervello.

Antonio Puerta aveva 22 anni.

… il 21 ottobre di quello stesso anno, neppure due mesi dopo la sua morte, nascerà Aitor, il suo primogenito.

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Una foto dalla partita commemorativa del 2016 contro il Boca Juniors. Al centro il piccolo Aitor.

 

 

Antonio Puerta, “l’uomo dal sinistro di diamante”, aveva esordito nell’autunno precedente con la Nazionale spagnola di Luis Aragones e ne sarebbe sicuramente diventato una parte integrante dei successi ottenuti dalle “furie rosse” negli anni a venire.

Ala sinistra o terzino, di quelli che sanno saltare l’uomo, sanno crossare e sanno andar su e giù per la fascia decine e decine di volte a partita.

Ma anche capace di difendere, di pressare e di lottare. “Un vincente nato” lo definirà Joaquin Caparros, l’allenatore che lo fece esordire nel 2004 in una partita di Liga contro il Siviglia.

Il suo avvento permette al Siviglia di cedere l’altra amatissima ala sinistra “prodotto della casa” Juan Antonio Reyes, che ad inizio del 2004 andrà agli inglesi dell’Arsenal per la cifra, allora davvero ragguardevole, di 35 milioni di euro.

Puerta si afferma definitivamente nella stagione 2005-2006 ed è proprio un suo gol nella semifinale di Europa League a permettere al Club andaluso di qualificarsi per la prima finale europea della sua storia, vinta poi in maniera netta e autorevole contro gli inglesi del Middlesbrough.

Nella stagione successiva il Siviglia si conferma ad altissimi livelli.

La squadra lotta fino alla fine su tutti e tre i fronti: Liga, Europa League e Copa del Rey.

Riuscirà ad aggiudicarsi entrambe le Coppe e chiuderà il Campionato al 3° posto dopo essere stato in testa per diverse giornate, cosa che al Siviglia non accadeva da più di 60 anni.

Antonio è una pedina fondamentale nello scacchiere di Juande Ramos e le sue prestazioni allertano ben presto gli osservatori delle più grandi squadre del continente.

Si parla di Arsenal, di Manchester United e soprattutto del Real Madrid, che da tempo ha messo gli occhi su Antonio per coprire la fascia sinistra orfana di Roberto Carlos.

Puerta invece rinnova il suo contratto con il Siviglia.

Per cinque anni. Non ci può essere testimonianza più tangibile del legame di Antonio al Siviglia F.C.

E’ già uno dei leader dello spogliatoio.

Il primo ad arrivare al campo di allenamento, il primo a rincuorare un compagno in difficoltà, il primo a riempire lo spogliatoio di allegria con le sue battute e le sue canzoni.

La sua disponibilità verso i tifosi è ricordata ancora oggi da tutti gli “hinchas” del Siviglia.

Autografi, foto e disponibilità totale. Di lui molti ricordano le innumerevoli volte in cui ha dato passaggi a tifosi al ritorno dall’allenamento … quando molti calciatori sono più “gelosi” della loro fuoriserie che della propria moglie …

Di lui restano due meravigliosi tributi.

Il primo è una statua nei pressi del Sanchez Pizjuan raffigurante Antonio ed eretta in suo onore nell’aprile del 2010, esattamente 4 anni dopo il suo storico gol allo Schalke 04 con una scritta sul basamento:

“Il tuo sinistro ci ha regalato un sogno che cambiò le nostre vite dando il via in quel momento ad uno dei periodi più gloriosi della storia del nostro amato Club. Grazie Antonio”.

Ma esiste ancora qualcosa di meglio, di più tangibile e toccante …

In ogni singola partita del Siviglia al minuto 16, il numero di maglia di Antonio, tutto il pubblico si alza in piedi, applaudendo e scandendo il suo nome.

In modo tale che ogni bambino entri in quel magnifico e passionale stadio per la prima volta sia COSTRETTO a chiedere al papà  “Chi era babbo Antonio Puerta ?” …

…………

conoscete una maniera migliore di tramandare una leggenda ?

https://youtu.be/cyF6A9JSmFQ

 

 

Come sempre la prima parte, raccontata in prima persona, non è altro che frutto della fantasia di chi ha scritto questo piccolo tributo ad un calciatore fantastico ma soprattutto ad un ragazzo meraviglioso, amato e benvoluto da tutti quanti.

Mi dicono i miei amici da quelle parti che si raccontano meraviglie di Aitor, suo figlio, e della sua “zurda” magica.

Beh, io lo sto aspettando … un sostenitore, qui in Italia, Aitor ce l’ha già …

Infine un bellissimo e toccante video-tributo ad Antonio.

https://youtu.be/oyeFHdR9J7E

 

ROBERT ENKE: 4427

di SIMONE GALEOTTI

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“Ben lungi dall’essere negazione della volontà, il suicidio è il fenomeno di una sua più energica affermazione. La negazione, infatti, non consiste in un orrore dei mali della vita, ma nell’odio dei suoi piaceri. Il suicida vuole la vita: soltanto non è soddisfatto delle condizioni in cui gli si offre. Distruggendo il singolo fenomeno, il suicida non rinuncia quindi alla volontà di vivere ma, unicamente al vivere.”

A.Schopenhauer – “Il mondo come volontà e rappresentazione”

 

Quel pomeriggio, dopo gli allenamenti, qualcosa nella testa di Robert Enke prende consistenza, facendosi forma tangibile, divenendo ossessione, richiamo senza scampo.

Non era la prima volta, da un po’ di tempo Robert stava convivendo con un pensiero costante, ci si era perfino quasi abituato. Ma quella sera la sua immaginazione decide di superare il punto di non ritorno e la bolla non gli scoppia dentro al cervello in attesa di reimmergersi nella nuova salvifica ondata di circolazione sanguigna; quell’idea si coagula come lava al termine di un eruzione, lava uscita fuori dal suo cratere più profondo, creando un alter ego, un doppione di sé stesso, una sorta di figurina dell’album calciatori che lo osserva dall’esterno, da un punto d’osservazione privilegiato, dallo specchio di un mondo fuori dal mondo, e quest’altro Robert vede il suo corpo, lo vede morto, o in punto di morte.

Solo allora, alla stregua della firma di un patto faustiano, sorride. Il silenzio ed il freddo già intenso di novembre avevano avvolto la periferia di Hannover. Netta, immobile, era calata la sera infranta dalle luci al led della sua Mercedes GL 320. Robert Enke è un portiere di calcio, tutto sommato un buon portiere di calcio.

Ferma la macchina al limitare di un campo vicino al paese di Himmerlreich che, sentenza del destino, in tedesco significa “regno del cielo”; scende, abbandona il portafoglio sul sedile del passeggero e lascia lo sportello aperto; gocce di pioggia gelata si stagliano sul suo cranio perfettamente rasato, sulle spalle robuste, mentre la fronte è appena increspata dalle rughe di una trepidazione sommessa. Vede i tralicci della ferrovia, scorge la teoria parallela dei binari ai loro piedi e cammina, cammina nell’erba alta, fradicia, procede senza indugio con passo cadenzato da corteo attraverso un percorso che pare conoscere da tutta la vita, sembra un automa, indifferente nella pace di quarzo; addosso ha la tuta del suo Hannover ’96, morbida, come gli angeli sopra di lui che lo sfiorano dolcemente con ali di amore sconfinato ma Robert non cede, perché Robert Enke è nell’atto davanti alla sua quinta emendata, e qui occorre sospendere l’azione, non si può più tornare indietro.

Diceva Immanuel Kant nella “Critica alla Ragion Pura” che il romanticismo tedesco non consiste in una dichiarazione d’amore bensì nell’avvelenarsi con l’arsenico per amore.

Enke controlla l’orologio in uno sforzo terribile di appartenere ancora al tempo, mancano cinque minuti alle 18 e 20 del 10 novembre 2009 e il diretto 4427 Hannover-Brema dovrebbe transitare puntuale. Morire a rate è la specialità dei portieri scrisse Albert Camus che di portieri se ne intendeva per aver ricoperto il ruolo in gioventù.

Robert Enke comincia a morire tre anni addietro, quando sua figlia Lara si spegne a causa di una rara malattia cardiaca e la sua depressione prende una piega preoccupante anche secondo gli appunti conservati nello studio del suo psicoterapeuta Valentin Markser.

Eppure ci sono segnali di ripresa, almeno nella carriera agonistica che ad un certo punto fanno ben sperare. Il CT Joachim Löw lo convoca in nazionale per una gara amichevole contro la Georgia e in breve si conquista un posto nella selezione iscritta agli europei svizzero-austriaci del 2008. Con sua moglie Teresa adotta una bambina che chiamano Leila. Però quella sera Robert sta facendo troppo tardi, Teresa è preoccupata, lo cerca al cellulare ma lui non risponde, non risponderà più. Teresa non si accorge che il cassetto della scrivania del salotto è semiaperto. Dentro c’è una lettera. E’ il testamento spirituale di Robert Enke, le sue scuse, la sua vita attraversata in un pozzo di parole senza fondo, dove ripercorre l’infanzia a Jena, le prime ginocchia sbucciate sul campetto dei pulcini del Carl Zeiss, la trafila nelle giovanili, l’esordio in Bundesliga e l’estero; subito un triennio nel Benfica guidato da Jupp Heynckes di cui diviene capitano, poi lo stallo contrattuale a Lisbona e allora ecco Barcellona, il Camp Nou.

Eppure in Spagna non va bene, viene confinato in panchina, l’influsso nefasto di Saturno lo paralizza al pari del più famoso e malinconico quadro di Albrecht Dürer. Una sola apparizione di venti minuti in Coppa del RE e di seguito una vertigine di sconforto che passa dalla Turchia indossando la maglia del Fenerbache allenato da Christoph Daum. Altresì sul Bosforo scenderà in campo per una sola partita peraltro persa malamente 3-0 contro i rivali cittadini dell’Istanbulspor.

Finalmente torna dalle parti di casa, ad Hannover, e il volto riacquista una parvenza di serenità. Ma evidentemente dopo un po’ anche l’area piccola dell’Hannover ‘96 diventa rapidamente un purgatorio che non riesce a curare totalmente l’anima di un portiere perché si sa, seppure nel recente pareggio con l’Amburgo sei stato un protagonista, la sconfitta, l’umiliazione e l’inferno possono essere sempre dietro l’angolo presentandosi improvvisamente, crudelmente, la domenica successiva.

E Robert Enke non s’infila guanti bianchi come Sepp Maier per affrontare il fato oscuro, Enke è un puritano, si veste di nero e adesso il treno sta arrivando a folle velocità, si accorge di sentire un funerale nella mente, i passi leggeri di gente in lutto avanti e indietro, finché gli parve venir meno ogni senso e si getta, privo di suono, nel suo ultimo volo.

L’intera Germania si svegliò scioccata dal gesto di Enke, la bara venne esposta allo stadio davanti a quarantamila persone e le lacrime si persero in una brezza segreta dettata dallo spartito del ricordo, senza frasi, sotto il cielo tremolante di Hannover.

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JIM CLARK: Non doveva finire così.

di Renato Villa

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No, mio Signore, non è giusto, non doveva finire così. Era stata una sofferenza sino dall’inizio, quella gara, combattuta contro il tempo e contro tutti gli avversari, e non bastava che la sfortuna si accanisse contro la mia vettura verde, e contro il sogno di vittoria che avevo, oggi. Non credevo che si potesse arrivare a combattere per nulla, per inseguire un sogno perduto alla terza curva… no, non lo credevo davvero, quando ho sentito il motore mancarmi all’ultima curva dell’ultimo giro… quella dannata parabolica assassina, che oltre ai miei sogni di un trionfo leggendario stroncherà le vite di piloti più giovani e meno esperti di me, che la conosco e la affronto con il dovuto rispetto… e comunque io, io sono il Mito, lo Scozzese Volante, l’uomo che ha vinto tutto e vincerà ancora, se la sorte beffarda me ne lascerà il tempo, e la soddisfazione. Perché in questo momento, al mondo non esiste un uomo più veloce di me, e che sappia mettere a punto un’auto meglio di me. E so che la prossima sarà veloce, ancora più veloce di questa, ed il mio sogno è quello di vincere con quella macchina. Davvero, non ne vedo l’ora.

No, mio Signore, non doveva cominciare così, come tutte le altre volte, con la muta di cani lanciata in caccia alla volpe. Come sempre. gli altri inseguono, come sempre devono sperare che mi succeda qualcosa, per provare ad ottenere un risultato, perché in questo momento nessuno di loro può reggere il mio ritmo, può seguirmi a quella velocità. Eppure, dopo poco, ho sentito la macchina sbandare da una parte all’altra della pista, perché c’era qualcosa che non andava, che me la sbilanciava, e poteva essere solamente un pneumatico, insomma, mio Dio, una gomma, una stupida gomma forata. E non era altro che un problema da poco, d’accordo, ma nel 1967 i cambi gomme sono lenti, e di tempo se ne perde, e poi per arrivare ai box si deve percorrere la pista, e non basta neppure quello, perché si resta ultimi, staccati, perché per non rovinare la macchina si deve andare troppo lenti, e Monza è una pista velocissima, di quelle che adoro, ma che ti ingannano fino alla fine, ed allora mi sono trovato lì, ai box, a cambiare quella gomma, sperando di metterci il meno possibile… e poi, quando sono tornato in pista, mi hanno solo detto – Corri-. Ed io ho obbedito, e mi sono messo a correre.

No, mio Signore, non doveva continuare così, con la mia macchina giusto ad un giro dai primi, e la rabbia per una gomma forata che mi lasciava staccato dal mondo. Non mi sembrava giusto non combattere, non correre, quel giorno, perché la velocità del mio bolide era superiore a quella di tutti gli altri, e sapevo che se avessi fatto quello che sapevo avrei vinto, sicuramente. Il capo ai box mi aveva atteso con l’espressione leggermente infastidita che può avere un Lord inglese davanti ad uno stupido imprevisto, ed osservava la lentezza esasperante di quel cambio gomme con le mani in tasca ed il solito cappellino calcato in testa, gli occhi che bruciavano di rabbia. Ed io ero lì, dentro a quella macchina rombante, attendendo che mi venisse dato il via, il via per il rientro in pista, perché avevo chiara la sensazione che sarebbe stata una gara memorabile, e che chi mai l’avesse vista non l’avrebbe scordata mai più. Quando rientrai in pista vidi i due primi sfilarmi davanti, come non avevo preventivato che potessero fare, e pensai che non avevo altra scelta che mettere il piede sull’acceleratore, e non toglierlo mai più di lì. Dovevo recuperare, ed avevo paura di non farcela, prima di tutto perché il motore non sapevo ancora se avrebbe retto, a certi ritmi, e poi perché andando così veloce c’era anche il rischio di fare un errore, uno solo, che potesse pregiudicare tutta la gara. E io non volevo, no, non volevo pregiudicare il tutto. Sapevo che avrei provato a rimontare, che non avrei mollato… fino alla fine.

No, mio Signore, non dovevi illudermi così, quando cominciai a vedere che giravo due secondi più veloce di tutti gli altri, e che lentamente qualcuno cominciava ad avere paura, o ad avere problemi. La risalita era iniziata, drammatica e trionfale, come mai era successo in un Gran Premio, e lentamente vedevo macchine fermarsi a bordo pista, e la mia classifica migliorare, giro dopo giro, sorpasso dopo sorpasso, record dopo record. Non oso pensare ai visi stupefatti dei miei meccanici, e dei miei amici ai box, il capo per primo, che avrà controllato se il suo cronometro funzionava o si era inchiodato sotto il minuto e mezzo, per qualche strana e magica ragione. No, non aveva ancora pensato a cosa poteva capitare, quando non si videro transitare alcuni piloti che avrebbero potuto rallentarmi, e tirò un sospiro di sollievo. Tempo perso in meno, gli sarà venuto da pensare, mentre controllava le lancette del cronometro, che a lui sembrava impazzire, o fermarsi di colpo. E poi, vidi ferma anche la macchina di Danny, e pensai, ma forse fu lì il mio peccato, che forse avrei potuto anche vincere, perché la mia macchina sembrava un orologio, e le altre avevano tutte qualche piccolo inconveniente, qualche incidente di percorso. E poi la gente sulle tribune, assiepata, stupita, esaltata, urlante, sarà una sensazione indescrivibile che mi porterò dentro per sempre, fino a quando avrò vita. Perché è stata quella la molla per correre, credetemi, quella e nessun’altra. 

No, mio Signore, non dovevi esaltarmi così, lanciato alla conquista di un qualcosa che non sapevo se sarebbe venuto, convinto di poter abbattere le barriere del tempo. Erano attimi di strane sensazioni, quelli, nei quali vedevo gli avversari sempre più vicini. Anche Graham, che aveva la mia stessa macchina, e che sapevo che avrei ripreso prima della fine della gara. E poi capivo che il tempo per me si era fermato in una nuvola di velocità, sperso come poche altre volte alla ricerca della traiettoria, della traiettoria fuori traiettoria per un sorpasso impossibile, tra le mani e le voci delle persone che urlavano il mio nome, esaltate dall’imprevisto che avevano davanti ai loro occhi. E la giustizia che sembrava avvicinarsi, mentre lentamente scavalcavo altri avversari, o doppiavo qualcuno, perché la mia macchina andava troppo più veloce delle altre, lasciandole indietro come tram a cavalli. Non chiedevo nulla di particolarmente strano, mio Signore, chiedevo solo che tu mi lasciassi andare, almeno per questa volta, a prenderli tutti, perché sapevo di averne la possibilità, così come lo sapeva il capo, al box, ancora perplesso, un po’ per i tempi ed un po’ perché gli sembrava impossibile, quello che stava vedendo, a meno che un folletto non si fosse impadronito di me e della mia macchina… e non si stesse divertendo. 

No, mio Signore, non dovevi beffarmi così, facendomi vedere le macchine di alcuni dei miei avversari ferme a bordo pista, e lasciandomi sempre più la convinzione che avrei potuto farcela. S’erano fermati Bruce e Graham, che erano nel gruppetto dei primi, e mi era rimasto poco per arrivare a tagliare il traguardo del sogno. Mancavano poco più di cinque giri quando ero riuscito a balzare al comando della gara, come era accaduto all’inizio, e mi sentivo tranquillo, perché ormai la macchina non poteva tradirmi più, perché non poteva accadere null’altro di imprevedibile in quella gara. Sì, mio Signore, forse ho peccato di presunzione, e questo per un uomo che corre sul filo della morte è sicuramente grave, ma in quel momento non vedevo cosa potesse portarmi via quella vittoria, quel risultato assolutamente unico ed irripetibile. Ed invece, mio Signore, devo ammettere che ero cieco.

No, mio Signore, non dovevi tradirmi così, all’ultima curva, lasciandomi col motore sputacchiante e morente, ad osservare John che mi passava, scavalcandomi e togliendomi quel trionfo che avrei meritato più di qualunque altro. La benzina, solo lei, poteva lasciarmi a piedi alla parabolica, mentre stavo per alzare le braccia in segno di giubilo e scatenare nella gente il boato degli applausi. E neppure il secondo posto mi è stato riservato, perché sul filo del rasoio ho visto un’altra vettura superarmi, mio Signore, quasi a farmi capire che bisogna essere umili per vincere, che bisogna saper accettare le sventure per capire cos’è il trionfo. Il gradino più basso del podio mi è stato riservato da Te, come punizione per il mio comportamento, forse, o come lezione, ma la gente non ha approvato e mi ha tributato un’ovazione che penso non sia mai stata dedicata ad altri, mio Signore. Forse loro non capiscono, o forse sono io che accetto tutto perché Tu mi hai sempre protetto, e so che mi proteggerai ancora per molto tempo, mio Signore, so che lo farai.

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Jim Clark nasce a Kilmany, in Scozia (non dite mai ad un uomo delle Highlands che è un inglese, potreste morire) il 4 marzo del 1936. Alla fine degli anni ’50 conosce, durante una gara minore, Colin Chapman. L’anno seguente diventa pilota Lotus in F1. L’English Green delle vetture di Chapman diventa per lui una seconda pelle. Nel 1960 esordisce nel mondiale, e nel 1962 lo perde per un pelo, guidando la Lotus 25, telaio monoscocca e costruita appositamente per lui. Le cose migliorano nel 1963, quando domina il mondiale e giunge secondo a Indianapolis. Il secondo mondiale giunge nel 1965, alla guida della Lotus 33, ed è un trionfo ancora più schiacciante. Oltre a ciò, Clark vince anche la 500 miglia di Indianapolis. La sua gara più avvincente ed indimenticabile è però il GP d’Italia del 1967… prima del tragico incidente del 7 aprile 1968 a Hockenheim, probabilmente dovuto ad una lenta foratura di uno pneumatico.

Le cause effettive della morte dello Scozzese Volante non saranno mai accertate.

A seguire un breve video che ripercorre l’ultimo Gran Premio del grande Jim, quello maledetto di Hockenheim.

https://youtu.be/asb92E8HU8s

CHET BAKER: Una tromba e una siringa.

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Due sono le cose che mi hanno fatto davvero compagnia per tutta la vita.

Una tromba e una siringa.

Non riesco nemmeno ad immaginare come sarebbe stata la mia vita senza di loro.

Le donne, i dischi, i concerti, la fama, i soldi …

Tutto è entrato e uscito dalla mia vita senza sconvolgermi, deprimermi o esaltarmi più di tanto e per tutte queste cose i ricordi nella mia testa sono confusi, sbiaditi e vaghi.

Ma ricordo perfettamente i momenti in cui riuscivo a creare qualcosa di bello con la mia tromba.

Così come ricordo perfettamente ogni singola volta in cui mi prendeva la terribile “rota”, l’astinenza da eroina.

E quando finalmente riuscivo a trovare la mia dose il mondo riusciva di nuovo ad essere un posto tutto sommato vivibile …

Beh … se devo essere proprio sincero in un paio di occasioni la mia tromba l’ho dovuta addirittura vendere.

Sapete com’è …  i soldi ricavati dalla cessione di “lei” mi servivano per riempire “l’altra” …

Ma sono state eccezioni e tutte le volte per brevissimo tempo.

Per molti sono una specie di fenomeno.

Si, in parte per come riesco a suonare questo strumento.

Soprattutto adesso che ho denti finti e quasi 60 anni sul groppone.

Ma soprattutto perché sono ANCORA VIVO.

Mi buco da più di 30 anni.

E sono ancora qua.

Ne ho visti tanti, ma proprio tanti fra quelli con cui negli anni ho condiviso un palco suonando jazz e ho condiviso anche questa “passione”.

“Birdie”, Fats Navarro, Billie Holiday, John Coltrane, Philly Joe Jones …

Solo che il fatto che io non sia ancora in loro compagnia sembra spiazzare e confondere molti.

Li capisco.

Io però una spiegazione ce l’ho.

Le mie labbra, i muscoli del volto, la lingua …  la famosa “embouchure” … sono fatte per suonare la tromba.

Certo, quando quei bastardi di spacciatori mi ruppero i denti in California me la vidi proprio brutta !

Tutti pensavano che non sarei più stato in grado di suonare.

Ma il vecchio Chet qualche amico ce l’aveva ancora e … oplà !

Denti nuovi  e si ricomincia daccapo.

Forse addirittura meglio di prima !

Allo stesso modo il mio corpo è fatto per assumere eroina.

Tante volte avrei dovuto morire di overdose.

Mi hanno preso per i capelli tante di quelle volte !

Però sono ancora qua.

Il perché ve l’ho detto.

Il mio corpo sa come comportarsi con “lei”.

Io sono convinto che abbiano fatto un patto senza dirmi niente !

Ed io ho imparato ciecamente a fidarmi di entrambe.

Della roba e del mio corpo.

Denti miei non ne ho praticamente più e trovare una vena “libera” diventa ogni giorno più difficile.

Mi trascino con il classico passo dei tossici … ginocchia molli e testa piegata in avanti e incassata fra le spalle.

Ma riesco ancora a suonare la tromba !

Anche se sono sempre in meno quelli che si ricordano di me.

“Ma davvero il vecchio Chet è ancora vivo ???”

Ebbene si brutti figli di puttana !

… e ve l’ho detto … una tromba e una siringa le porterò sempre con me.

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Chet Baker a 60 anni non ci arriverà.

Il suo corpo senza vita verrà ritrovato su un marciapiede di Amsterdam la notte  del 13 maggio 1988.

Esattamente sotto la finestra della sua camera, al 2° piano dell’Hotel Prins Hendrik.

Aveva 59 anni … ma sembravano 20 di più.

La causa della morte verrà archiviata come “caduta accidentale”, non avendo riscontrato altre tracce o segni sul corpo del grande trombettista americano che potessero far pensare a qualcosa di diverso.

L’autopsia rivelerà la presenza di eroina nel sangue ma non in quantità tale da giustificarne la morte.

Altra eroina (e anche cocaina) verrà trovata in seguito nella stanza d’albergo di Chet.

L’eroina è stata la costante nella vita di Chet Baker.

Quando arrivò sulla scena del jazz, poco più che ventenne, affascinò letteralmente tutti.

Dolcissimo, talmente timido da sembrare indifeso, con quei lineamenti delicati … e soprattutto un talento cristallino che faceva prevedere a tutti gli addetti ai lavori un futuro radioso nel Jazz.

Qualcuno lo definì “James Dean, Sinatra e Bix nella stessa persona”.

Il Jazz, per sua natura musica di sperimentazione, creatività  e ricerca purtroppo diventerà anche sperimentazione, creatività e ricerca anche per le droghe pesanti, l’eroina in particolare, assai prima dell’avvento della “Beat Generation”.

Gente come Charlie Parker, Gerry Mulligan, Stan Gets e lo stesso Miles Davis ne facevano uso in maniera corposa e regolare.

Ci arrivò ovviamente anche Chet e per lui divenne un legame imprescindibile.

Per sempre.

Nel giro di pochissimo tempo il grado di assuefazione di Chet Baker raggiunse livelli ormai fuori controllo.

In Italia verrà addirittura beccato in flagrante (steso a terra privo di sensi nel bagno di una stazione di servizio nei pressi di Lucca, laccio emostatico al braccio e siringa poco distante).

Sedici mesi di carcere che servirono a Chet per ripulirsi completamente.

Regalò ai tanti appassionati di jazz della Toscana momenti meravigliosi.

Perfino durante la sua detenzione !

Chet amava sedersi sul davanzale della finestra della sua cella e suonare la sua adorata tromba.

La notizia si sparse con la velocità della luce e spesso sotto la finestre del carcere, sulla passeggiata delle Mura, si riunivano sempre più persone stregate dal suono della sua tromba.

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Quel breve periodo fu forse il più sereno della vita di Chet.

Così socievole, gentile e generoso quando l’eroina stava fuori dalla sua vita e così scontroso, irascibile e distante quando la sua dipendenza tornava ineluttabile e spietata.

Pochi anni dopo, rientrato in America, la situazione precipita.

L’eroina è padrona della sua vita.

E’ in California e da quelle parti non è come a New York dove trovare la roba è facile come  fare spesa al mercato del pesce.

Siamo nel 1966 e durante un alterco con degli spacciatori locali durante una trattativa Chet si beccherà una “passata” tremenda dove, oltre ad un paio di ossa rotte a rompersi saranno anche i due incisivi superiori, probabilmente già indeboliti da anni di dipendenza e determinanti per “l’embouchure”,  per suonare la sua adorata tromba.

Chet non può più suonare.

E’ costretto a trovarsi un lavoro “normale”.

Diventa l’addetto ad una pompa di benzina, dove lavora fino a 14 ore al giorno e dove pagarsi il suo “veleno” diventa impresa impossibile.

Qui la storia diventa confusa.

Qualcuno paga per ricostruirgli la bocca. Denti nuovi e sistemazione dell’arcata dentale.

La sua ex-moglie ? Miles Davis ? o molto più probabilmente un automobilista di passaggio che lo riconosce, si commuove nel vederlo in quelle condizioni e gli finanzia l’operazione.

Fatto sta che Chet torna sulle scene, sfatando il mito che vuole che nessuno possa suonare uno strumento a fiato con denti finti.

Chet torna a suonare e chissà, forse anche per lo scampato pericolo e per il terrore di dover “mollare” uno dei due grandi amori della sua vita, tornerà a farlo più ispirato e geniale di prima.

Nonostante dall’altro amore non riesca proprio a staccarsi.

L’Europa è diventata la sua casa, il posto dove lo apprezzano di più.

Il posto dove lavora e dove si rifugia per poter continuare a convivere con le sue due grandi passioni: suonare la tromba e farsi di eroina.

L’amicizia con Elvis Costello gli apre nuovi scenari e nuove possibilità.

Il fisico però, minato da decenni di eccessi, non è più lo stesso.

Siamo a metà degli anni ’80.

Si è trasferito ad Amsterdam, dove per quelli con il suo vizio è un po’ meno stressante vivere.

Il suo consumo di eroina è però smodato, folle.

Viene salvato un paio di volte in extremis (“tranquilli, il mio corpo sa come gestire la puttana”!)

Quando arriva la notizia della sua morte nessuno si stupisce più di tanto.

Anzi, la sua longevità da “tossico” ha ben pochi paragoni, anche in un mondo di eccessi come quello della musica.

Da allora i tributi al suo indiscutibile genio si sprecano.

Un bellissimo film/documentario in bianco e nero “Let’s get lost”, una biografia cruda e toccante come “Chet Baker, la lunga notte di un mito” e anche un film recentissimo con Ethan Hawke nei panni di Chet “Born to be blue”.

Testimonianze inequivocabili di quanti siano quelli che hanno amato questo vecchio, geniale e dolcissimo angelo maledetto.

 

Nel video che seguo uno dei suoi tanti capolavori … ALMOST BLUE.

https://youtu.be/z4PKzz81m5c

 

 

Tengo a precisare come sempre che la prima parte raccontata in prima persona è frutto della “fantasia” di chi scrive anche se supportata da decine e decine di documenti riguardanti Chet, la sua vita, le sue passioni e le persone che gli hanno voluto bene.