PHIL O’DONNELL: Riposa in pace zio Phil.

di SIMONE GALEOTTI

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Che cos’è questo silenzio assordante, questa voragine nella frenesia, spezzato solo da singhiozzi, da flebili preghiere, da passi ordinati sull’asfalto alla maniera delle note di un Requiem, davanti alle bifore gotiche della Chiesa di Saint Mary’s? Che cosa sono tutti questi fiori, queste sciarpe, queste maglie ripiegate su se stesse, questi nastri colorati di claret&amber bagnati dalle lacrime e dalla pioggia sottile di Motherwell? Hanno un valore? hanno un senso? ti accompagneranno Phil? dove? ti serviranno? Questo pegno di ricordi, questa schiera di commozione aggrappata come edera ai cancelli del tuo stadio, riesci a vederla zio?

Il Fir Park dove tutto era cominciato e dove tutto è finito. Esiste davvero una qualche specie di aldilà, un riverbero di luce da raggiungere indossando la maglia numero 10 degli Steelmen? Oppure no, siamo destinati al nulla, alla polvere, costretti a piantare radici di memoria? Agli inizi del 1800 Motherwell era poco più di una manciata di case scure sul lato destro del fiume Clyde. Oggi di quell’embrione di città resta una targa su un muro in Ladywell Road. Phil O’Donnell aveva trentacinque anni, era sposato con Eileen e padre di quattro figli.

E’ stato il freddo dicono. Il freddo che fa battere i denti anche a chi è nato qui nel North Lanarkshire.

C’è un ora fatale che scocca da dieci anni esatti negli orologi dei tifosi del Well: le 17.18 del 29 dicembre 2007. Un inceppo, un sussulto nel meccanismo che fatica nel far avanzare le lancette sul quadrante, al pari del cuore di Phil O’Donnell nel momento in cui il malore ebbe la meglio, stroncando la vita al capitano tornato nel club con cui aveva esordito a soli diciassette anni. Suo nipote David Clarkson stava giocando con lui e aveva già segnato due goal. Il giovane David che inevitabilmente gli aveva fatto affibbiare quel soprannome: uncle. La partita andava alla grande: 5-2 contro il Dundee United al trentaduesimo del secondo tempo. Mica male, c’era profumo d’Europa nell’aria. Poi Mark McGhee si alzò dalla panchina.

Chiamò Phil: “vieni zio, faccio entrare Marc Fitzpatrick”. Voleva dargli un po’ di respiro. Ma appena O’Donnell prese la strada della linea laterale si accasciò di schianto a terra, immobile. Lo soccorsero tutti, perfino il medico dell’altra squadra. Lamentava dolori alla gola, respirava male, appariva cianotico. “Dai Phil, che ti succede, non adesso, non ora, non lasciarci, in fondo non volevi andartene da casa nemmeno dopo i due milioni di sterline offerti dal Celtic.” A Glasgow ammirarono i tuoi piedi nonostante i troppi infortuni. E allora, passando da Sheffield sponda Owls, rientrò nel 2004.

La situazione apparì subito grave. Un ischemia, forse un infarto. Agitazione e mani tremanti a nascondere il volto. Mani più salde sul suo petto per il massaggio cardio-polmonare in attesa dell’ambulanza. Cinque minuti che non sono mai passati e continuano a scorrere in uno spazio temporale parallelo dove magari si apre una porta del destino diversa e Phil O’Donnell si salva. Invece nella teoria dei multiversi questo è l’universo sbagliato. Chissà quale sarà stato il suo ultimo pensiero? un bacio, i bambini, i suoi genitori, oppure quel pomeriggio a Hampden dove aiutò il “Well” a vincere la seconda Coppa di Scozia della sua storia segnando una stupenda rete di testa?. Idealismi. Mentre i macchinari cercavano di rianimarlo e la sirena balenava sull’orizzonte delle vecchie acciaierie di Motherwell, in direzione del Winshaw General Hospital, O’Donnell ci lasciava per sempre.

Rest in peace, uncle Phil.

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François Truffaut: NOUVELLE VAGUE

di RENATO VILLA

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Questa è una sera dolorosa, nella quale le stelle si spengono tristi sulla Ville Lumière.

Il fumo di una sigaretta sembra nebbia.

Nel cielo passano immagini e ricordi, e lungo le strade parigine c’è qualcosa di strano, qualcosa che lascia l’amaro in bocca.

Qualcosa di triste.

La gente è stupefatta, la notizia è quasi incredibile.

Era ancora giovane, per morire così.

Perché questa è la storia di una stella cadente.

*

Charles era seduto di fronte a me, in un bistrot di Pigalle.

Parlavamo ovviamente del film, di quel film che avevamo girato assieme qualche anno prima, e dei progetti, o meglio, del progetto che avevo in testa.

Gli dissi che mi avrebbe fatto piacere lavorare ancora con lui, in quella che doveva essere la fine di un trittico, di un percorso.

Lui fece la sua classica espressione pensosa, e mi disse che se ne sarebbe parlato di lì a non molto, davanti ad un bicchiere in qualche altro locale.

E, comunque, era sicuro che se avesse partecipato sarebbe stato un successo.

*

Il ragazzino ribelle che scivolava tra le luci del coprifuoco, in mezzo alla Parigi coinvolta nella seconda guerra mondiale, per rubare le locandine e le foto dei film, era cresciuto.

Cominciava ad avere idee, pensieri, e un padre che non era suo padre.

E cominciò a scrivere, a scrivere sulla più prestigiosa rivista cinematografica di Francia.

Les Cahiers.

Ma la sua idea era sempre la stessa: quella di essere il giudicato e non il giudice.

Perché, diceva, “i critici sono registi falliti”.

*

La Croisette era affollata come al solito, in quella serata di maggio fine anni cinquanta.

Il giovane regista passeggiava tranquillo, come se non avesse avuto notizia di quello che stava per accadere.

Sembrava che non si curasse del successo del suo film, e che pensasse che, in fondo, c’era gente più meritevole di un neppure trentenne nel ricevere la Palma d’Oro.

Poi, ad un c erto punto, si girò ed andò a cercare un mezzo per tornare in albergo.

Non sarebbe certo toccato a lui vincere, si disse, e si avviò verso un taxi.

*

La ragazza sgranò gli occhi alla proposta.

Non le era ancora toccata una parte così importante.

Protagonista.

E non la parte di una donna.

La parte “della” donna.

Catherine.

Annuì.

Poi, con uno sguardo saettante, chiese: “Quando si comincia?”

*

L’ex ragazzino ribelle, ora regista di valore, richiuse il libro.

Ne era rimasto impressionato.

Sarebbe stato da farci un film sopra, si disse.

Poi riprese il testo tra le mani, lo coccolò, lo sfogliò e cominciò a rileggerlo.

C’erano tanti punti interessanti, in quel libro, pensò.

Così provò a tirare giù una base di storia, e si premurò di fare in modo che arrivasse all’autore.

Sapeva che non era facile, ma doveva provarci.

Perché, se ci fosse riuscito, quello sarebbe stato il film che l’avrebbe lanciato in grande stile, definitivamente, anche davanti a quello che era il grande pubblico.

In fondo, quel libro parlava di tutto.

Non era solo un libro di fantascienza, ambientato in  un’epoca diversa da quella nella quale lui viveva.

Era un libro che trasmetteva messaggi.

Proprio quello che lui voleva fare.

*

Quella sera sarebbe stato ospite d’onore alla cerimonia cinematografica più importante del mondo. La premiazione degli Oscar.

Gli spettava ricevere uno dei premi più ambiti nel mondo del cinema, ed il fatto che a consegnarglielo  fosse il suo grande amico e Maestro Alfred Hitchcock lo rendeva teso come non era mai stato.

E sapeva che, nonostante la lunga amicizia che lo legava al regista inglese, avrebbe dovuto mantenere il comportamento formale richiesto dall’ Academy.

Si rassegnò.

In fondo, ne valeva la pena.

*

Era passato qualche anno.

Le sue storie continuavano ad essere seguite, e l’idea che gli frullava in testa da tempo stava diventando sempre più insistente.

Cinema, teatro. Mancava la musica.

L’ultimo tassello.

La fine del percorso, iniziato una decina di anni prima e al quale voleva dare una degna chiusura.

Ma non sapeva se sarebbe mai riuscito a girare quel film.

Sapeva però che si sarebbe acceso un’altra sigaretta.

TRUFFUAT FINE

HENRIK LARSSON: “non mollare MAI !”

di CRISTIAN LAFAUCI

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La vita talvolta prende delle traiettorie imprevedibili , segue dei percorsi impensabili , che a prima vista possono apparire senza senso .

Uno di questi parte da Lione per giungere a Parigi.

Sembrerebbe il nome di una di quelle grandi classiche del ciclismo tra freddo , fango e pavé ; invece è legata al destino e alla carriera di un calciatore , di padre capoverdiano e madre svedese , il cui percorso professionale lo ha portato dalla Svezia dall’Olanda e dalla Scozia alla Spagna

Strano , vero ? probabilmente sì , ma il bello della vita è proprio quello…

” È stata una bella soddisfazione andare al Celtic ; lo ricordo ancora come se fosse adesso : luglio 97 .

I 4 anni precedenti , nel Feyenoord , erano stati molto positivi per me : ero cresciuto tecnicamente , poi con la nazionale avevamo colto un terzo posto ai mondiali del 94 ; mi brucia ancora per la semifinale persa contro il Brasile , ci eravamo battuti come meglio non avremmo potuto….però , pazienza ! avevamo comunque raggiunto un grande risultato .

Stavo bene in Scozia , molto bene : c’era un buon rapporto con gli altri compagni di squadra , ma anche con i tifosi , la gente ; cominciavo a capire quando mi dicevano che il Celtic è molto di più di una semplice squadra di calcio….

Stavo facendo bene : nel 98 avevamo vinto il campionato e il Celtic Park era un’unica marea verde festante ; tutto procedeva per il meglio !

Lo ammetto : mi sarebbe piaciuto potermi misurare nella Premier League inglese , in fondo però non mi potevo certo lamentare , la mia carriera finora era lusinghiera .

Poi è arrivata quella serata a Lione….quella me la ricorderò finché campo , e non è affatto piacevole.

E pensare che quell’edizione di coppa uefa , la 99 / 2000 , era iniziata bene per noi : avevamo vinto il turno preliminare in Galles e il primo turno in Israele ; ora ci sarebbe toccato il Lione , cliente difficile , erano una buona squadra , avremmo dovuto sudare per qualificarci , ma potevamo farcela ; in attacco poi stava a me capitalizzare al massimo i palloni che sarebbero arrivati ; ma non è un problema , è il mio ruolo , e come si fa goal , modestamente , lo so piuttosto bene .

Invece è andato tutto da schifo , è diventato un dramma : erano passati appena una decina di minuti e stavo cercando di raggiungere il pallone , col difensore che tentava di contrastarmi , eravamo affiancati , le gambe sono venute a contatto , hanno fatto leva ed è stato un dolore tremendo , qualcosa che non auguro a nessuno…

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Come se non bastasse , il vedermi la gamba sinistra spezzata , mi ha mandato nel panico : altro che calcio ! in quei momenti avevo addirittura paura di non poter tornare a camminare come prima…

La diagnosi è stata impietosa : frattura alla gamba sinistra in due punti , rottura di tibia e perone .

I medici me lo hanno detto : sarei potuto tornare a giocare , e questo era già un sollievo , ma ci sarebbe voluto del tempo .

E il tempo è passato ; mi ero dato questo obiettivo e ogni sforzo , per minimo che fosse , ogni progresso era finalizzato al tornare in campo .

Con la maglia del Celtic ovviamente : la società , i compagni , i tifosi , tutti aspettavano di vedermi tornare al mio posto , e non importava quanto ci volesse , io dovevo solo fare la mia parte e recuperare al meglio .

Lo ammetto : tutto questo mi ha fatto un gran bene , mi ha dato quella forza , quella spinta in più per riprendermi completamente , per affrontare riabilitazione , fisioterapia , rieducazione e riacquistare la forma migliore .

Quante sere , prima di addormentarmi , ripensavo a cosa sarebbe stato , a quale emozione poteva essere quando sarei tornato , finalmente , a vestire quella maglia a righe biancoverdi con il numero 7.

E quel momento è giunto : nella stagione 2000 / 2001 ; è stata un ‘ emozione forte , ed allo stesso tempo , fantastica , come un nuovo esordio , quasi una rinascita ; tutto era alle spalle , il dolore , la paura , la preoccupazione , il duro lavoro per tornare quello di un tempo , l’ansia di arrivarci prima possibile .

Tutto era passato , come un brutto sogno , da cui ci si sveglia all’improvviso ; subito il cuore va a mille , poi ci si scorda tutto e si va avanti .

Io mi ero svegliato , ero andato avanti , mi ero rimesso la maglia numero 7 e mi sono commosso quando , appena sceso in campo , ho sentito il boato del Celtic Park che mi salutava .

E io allora sentivo di volerli ripagare per tutto dell’affetto e quell’attesa , e l’ho fatto nella maniera che mi riusciva più naturale : a suon di goal .

A fine agosto abbiamo disputato il derby contro i Rangers , e giocavamo in casa ; quel giorno la squadra è stata perfetta e pure io ero in gran forma : le gambe giravano che era una meraviglia .

Poi Sutton protegge quel pallone nella metà campo avversaria e serve me che stavo avanzando ; ho accelerato , tagliando in diagonale e ho saltato due difensori che mi si sono parati davanti ; al limite dell’area , vedo il portiere fuori dai pali e lo metto fuori causa con un pallonetto di destro .

E li è stata una festa : la gente sugli spalti che esultava , io che correvo per il campo fino a che i compagni non mi hanno placcato per abbracciarmi ; non è stato ne il primo ne l’ultimo goal che ho segnato ai Rangers , ma la soddisfazione che ho provato in quel momento era da autentico stato di grazia : il peggio era passato e potevo finalmente gioire .

larsson celtic

E sono giunte le vittorie dei campionati , le coppe di Scozia , la scarpa d’oro per i 35 goal realizzati nel 2000 / 2001 , quindi , nel 2003 , ho pensato che la vita mi stesse per restituire quello che mi aveva tolto anni prima .

Quell ‘ anno , in coppa uefa eravamo stati grandiosi ; si , proprio quella coppa uefa dove mi ero spaccato una gamba anni prima ; in semifinale avevamo eliminato il Boavista e ci saremmo giocati la coppa contro un’altra squadra portoghese , vale a dire il Porto .

Sapevamo che la squadra di Mourinho era molto forte , ma l’entusiasmo era comunque tanto ; a Siviglia , da subito , siamo tornati coi piedi per terra : quel Porto era davvero un pessimo cliente , giocatori giovani , pieni di carica agonistica , ottimi palleggiatori e correvano come dei razzi .

Io ci ho provato con una punizione nel primo tempo : forte e nello specchio , ma ci voleva altro per battere un portiere come Baia .

Invece loro erano straripanti , sfondavano da tutte le parti , finché alla fine del tempo , all’ennesima occasione respinta dal nostro portiere , sulla ribattuta passano in vantaggio

Poteva essere il tracollo , invece a inizio ripresa , manovriamo in attacco , parte un lungo cross che taglia tutta l’area , io ci provo e colpisco di testa a incrociare dentro l’area piccola , il pallone attraversa la porta colpisce il palo ed entra.

Avevamo raddrizzato la gara ma per il Porto non sembrava fare alcuna differenza : infatti tornano a spingere e dopo neanche una decina di minuti , una palla filtrante buca la nostra difesa e il loro attaccante va a segno .

Per fortuna non ci siamo persi d’animo e abbiamo reagito : un paio di minuti dopo ,su calcio d’angolo mi hanno lasciato libero di colpire di testa al centro dell’area e sono riuscito a mettere nel sacco il goal del 2 – 2 .

Non avrei mollato per nessuna ragione : nonostante tutto quello che mi era capitato , ero li a giocarmela e avevo pure realizzato una doppietta ; avrei fatto di tutto perché non fosse stato invano .

Abbiamo portato il match ai supplementari e quello era già qualcosa ; purtroppo dopo pochi minuti , un nostro difensore viene espulso per aver steso un avversario a centrocampo .

Eravamo stanchi , con un uomo in meno e gli altri ne avevano , obiettivamente , di più ; poco da dire…

Infatti , a cinque minuti dalla fine , sfruttano al meglio un nostro errore e ci fanno il terzo .

Sentivo una grande amarezza per quella sconfitta : sapevo benissimo che spesso la vita non ha il lieto fine come le favole , che anche se ti è andata male prima , non è detto che debba andarti meglio dopo ; tuttavia ci speravo tanto : credo sia umano e non conosco nessuno che non abbia sperato di prendersi una bella rivincita dalle amarezze della vita.

È stata davvero una sorpresa quando , nell’estate 2004 , è arrivata l’offerta del Barcellona : in Scozia sono sempre stato magnificamente , ma una chiamata del Barca non è cosa da tutti i giorni , tanto più che io avevo già 33 anni .

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L’inizio è stato positivo : tre reti in campionato e una in Champions , proprio a Glasgow , proprio contro il Celtic ; quella volta proprio non me la sono sentita di esultare , avevo trascorso li sette anni della mia vita , era stata la mia casa , ero tornato da avversario , ma loro mi avevano riservato un’accoglienza come a uno di famiglia ; scusate , ma di festeggiare quel goal , davvero non era il caso….

Ma , tanto per cambiare , il peggio doveva ancora venire : giochiamo in campionato contro il Real e mi capita un altro infortunio ; me ne accorgo subito che è qualcosa di grave .

Rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro e lesione del menisco : stavolta è finita .

Non sono più un ragazzino e anche qui i tempi di recupero sono lunghi ; la società ha fatto un bel gesto nei miei confronti e mi ha prolungato il contratto fino al giugno 2006 ; poco alla volta , lo scoramento e la rassegnazione si diradano , e comincia a farsi strada un’idea nella mia testa : voglio provarci , voglio tornare , anche solo per dimostrare che a tutta questa sfortuna non gliela voglio dare vinta ; proviamoci , non ho niente da perdere ! poi vada come vada…

Passano i mesi , ancora una volta tutta quella lunga trafila delle terapie riabilitative , ma quello che conta è che all’inizio della stagione seguente , sono pronto a ripartire .

Intanto , l’anno scorso abbiamo vinto la Liga , quindi ci sarà pure da giocare la Champions ; lo so bene che di talenti , anche più forti di me , ne abbiamo in abbondanza , però già che sono qui , e che ho superato pure questa , voglio giocarmi ogni singola possibilità che mi verrà concessa .

L’annata si dimostra più che positiva : gioco , segno anche qualche rete ( che non guasta mai…) e vinciamo di nuovo il campionato ; potrei già ritenermi soddisfatto , in fondo , già esserne stato protagonista , per come si erano messe le cose , è un gran traguardo…

Solo che siamo arrivati anche in finale di Champions e l’idea di potervi prendere parte , sarebbe qualcosa di unico .

Alla vigilia , il mister , Rijkaard , mi comunica che partirò dalla panchina : ci sono rimasto male , è vero , ma lo posso capire , non gliene faccio certo una colpa , poi non si sa mai…

La sera del 17 maggio , a Parigi , assisto al primo tempo dalla panchina : stiamo giocando una buona partita , ma sul finale di frazione è l’Arsenal a passare in vantaggio con un colpo di testa di Campbell ; non ci voleva , è un film che ho già visto , e non vorrei proprio riviverlo di nuovo .

Inizia la ripresa , ma la musica non cambia , anzi ci manca poco che Henry ci faccia anche il secondo , in più si è messo a piovere forte….

Poco prima del quindicesimo , Rijkaard viene da me e mi dice di iniziare a scaldarmi che mi fa entrare : è una scarica di adrenalina incredibile ; appena entro penso solo che non voglio che finisca come tre anni fa a Siviglia , non deve finire così , se esiste un minimo di giustizia , non può finire così .

Invece i minuti passano e il risultato non si schioda , e io a ripetermi in testa che non può finire così…

Manca un quarto d’ora , stiamo spingendo , parte un pallone in profondità e io scatto verso il limite dell’area per raggiungerlo , intanto vedo con la coda dell’occhio che sta arrivando Eto’ o da dietro , così , appena raggiungo la sfera , gliela prolungo per lui con l’interno destro ; Samuel entra in area e batte il portiere : 1 -1 , lo sapevo che non poteva finire così !

Quel goal ci toglie la stanchezza e continuiamo a spingere : cinque minuti dopo , Belletti manovra sulla trequarti d’attacco , vede che mi sto smarcando nell’area avversaria e mi serve , solo che il pallone non è proprio perfetto e rischia di finire sul fondo .

Mi allungo e riesco a stopparlo col sinistro , ma ormai sono troppo defilato , così vado verso il corner e mi porto dietro il difensore ; all’improvviso mi giro e sempre di sinistro , servo Belletti che si era portato in avanti ed era dentro l’area : lui controlla e batte per la seconda volta Lehmann ; ora ne sono convinto : stavolta non finirà così !

Infatti le lacrime non sono state di delusione ma di gioia ; ci sono stati gli abbracci , la premiazione e il giro di campo con la coppa appena vinta .

E mentre ero li sul terreno a festeggiare , mi è passato davanti tutto : le speranze , le sofferenze , i ritorni , le occasioni perdute , fino ad arrivare al trionfo che mi stavo godendo .

Per un istante ho anche pensato che in fin dei conti , Lione , in linea d’aria , non era poi così distante ; ma un attimo dopo , mi sono reso conto che , ormai , era lontano anni luce da me , era il classico brutto sogno di cui parlavo prima , e stavolta mi ero davvero risvegliato , definitivamente , e che risveglio ! con una Champions League tra le mani , sotto il cielo di Parigi….”

 

Per chiudere un MERAVIGLIOSO documentario della BBC dedicato interamente a questo grande e mai domo campione.

 

L’ALIANZA PERDUTA

di Simone GALEOTTI

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Quel pomeriggio, come sempre, la città di Lima si mostrava spaccata in due. A destra dell’Avenida Tupac Amaru gorgogliava l’urbanizzazione e i rumori caotici del traffico, dall’altra parte s’impennavano le brulle colline sabbiose che avevano subito nel tempo innumerevoli invasioni di popolani in cerca di una casa. Anche il suo perenne cielo grigio che minacciava costantemente tempesta, senza per altro farlo quasi mai, era lì imperturbabile, immobile e infinito. Colpa dei venti dicono, degli alisei che si infrangono contro la Cordigliera creando un ombra, una barriera pluviometrica tesa a impedire, o limitare, le precipitazioni.

Strana Lima, con il quartiere di Barranco, balneare e borghese, un po’ bohèmien, frequentato da scrittori, attori e poeti, dove si bevono cocktail a base di Pisco e alla “Puente” fanno mostre di arte contemporanea.

Strana Lima, con Miraflores, incastonata lassù in alto, sopra scogliere frastagliate, da cui, stando attenti, ci si può affacciare a sbirciare le onde del Pacifico impegnate a infrangersi su spiagge lunghissime.

Quel pomeriggio un calendario sgualcito appeso sul tettino di legno di un banco del mercato ricolmo di verdissima Chirimoya recitava 7 dicembre 1987. C’era nell’aria, appena percettibile, una sottile vibrazione radiofonica che perdeva consistenza allontanandosi dalle uscite dei locali e la riacquistava nuovamente nei pressi di altri tavolini animati dal suono della Quena e del Charango. C’erano strisce di carta colorata di biancoblu e lo scudetto dell’Alianza Lima impresso sulle maglie di bambini dagli occhi accesi da una vitalità inquieta e rara. Intorno al Mapute, il vecchio stadio della squadra, si respirava attesa e sulle panchine intorno all’impianto qualcuno leggeva “El Bocon” che in prima pagina mostrava un esultante Carlos “Pacho” Bustamante fotografato subito dopo la rete che giusto qualche ora addietro aveva permesso all’Alianza di vincere in trasferta a Pucallpa conquistando così la testa della classifica del campionato. La squadra sarebbe tornata a breve con un volo messo a disposizione dalla marina peruviana e la gente aveva voglia di festeggiare i propri beniamini. Eppure ad un certo punto il “bombo” cessò di suonare, tutti i mezzi si accostarono ai lati delle strade e in molti si spintonavano per entrare in un bar ad ascoltare insieme (come se solo l’unione di vista e udito avesse la capacità di evitare l’abbaglio dell’impossibile) una notizia arrivata a dosi frammentarie ma che adesso appariva davvero maledetta e rigida, una sorta di peccato originale da subire senza alcuna possibilità di espiazione. L’aereo, secondo i giornalisti, era caduto a pochi km dall’aeroporto, caduto in mare, nel mare scuro di Ventanilla e nessuno aveva sentore di superstiti, sembrava che l’oceano avesse inghiottito tutto, elargendo ai flutti la storia e ai pesci gli uomini dell’Alianza Lima, un club nato nel 1901 per volontà di un gruppo di giovani lavoratori di una scuderia di cavalli chiamata con quel nome, sinonimo di forte legame, e ribattezzati “Los Potrillos”, i puledri, per tutti, in ogni caso “El Equipo del Pueblo”. Nessuno, accertata la tragedia seppe darsi pace. Nell’immediato, centinaia di uomini donne e ragazzi si precipitarono al porto, sulle rive, i pescatori misero a disposizione delle autorità di recupero le loro barche ma non fu permesso a nessuno di uscire al largo; i bambini guardavano l’orizzonte con le loro bandierine colorate su cui era scritto quello che a tutti adesso appariva un inutile e drammatico richiamo di speranza: Arriba Alianza. L’inesperienza dei piloti apparve subito la chiave di lettura del dramma. L’apparecchio era comandato dal tenente Edilberto Villar e dal suo vice César Morales. I due avevano scarsa esperienza di volo notturno come testimoniò un rapporto stilato poco dopo l’incidente. L’aereo decollò da Pucallpa alle 18:30 in condizioni di scarsa manutenzione registrando svariati malfunzionamenti nella strumentazione di bordo. Intorno alle 20:00 l’equipaggio contattò la torre di controllo dell’Aeroporto Internazionale Jorge Chávez di Lima per chiedere l’autorizzazione ad atterrare; nonostante dei problemi con il sistema d’illuminazione della pista, il permesso fu accordato ma un guasto a bordo del Fokker, mal interpretato dai piloti, fu fatale. Durante una manovra per tentare di tornare in linea con la pista, una delle ali dell’aereo colpì il mare e l’apparecchio si inabissò al largo di Callao. Persero la vita 43 persone, 16 calciatori, 5 membri dello staff tecnico, 4 dirigenti, 8 baristi, 3 arbitri e 7 membri dell’equipaggio. Quella promettente Alianza, allenata dal mitico allenatore Marcos Calderón, destinata a un futuro di successi scomparve sui fondali: Caíco” Gonzales Ganoza, César Sussoni, Tomás “Pechito” Farfán, Daniel Watson, Braulio Tejada, José Mendoza, Gino Peña, César Chamochumbi, Carlos Bustamante, Milton Cavero, Luis Escobar, Ignacio Garretón, José Casanova, Alfredo Tomassini, William León e Aldo Sussoni. Ci furono tante, forse troppe illazioni sull’accaduto, addirittura sbucò il fantasma di Alfredo Tomassini. La voce “Tomassini è vivo!” si può sentire, urlata da qualcuno, ancora oggi per le strade di Lima. Secondo la storia ufficiale Tomassini morì nello schianto eppure nacque una vicenda, ancora avvolta nel mistero, sulla quale non è mai stata fatta del tutto chiarezza.

Chi era Alfredo Tomassini?

Tomassini nacque il 29 giugno 1964 e cominciò subito da piccolo la sua formazione professionale nell’Alianza Lima. La sua situazione era totalmente diversa rispetto a quella della maggior parte dei suoi compagni, dal momento che loro venivano quasi tutti da quartieri molto umili, dove avevano avuto problemi di alimentazione in infanzia ed erano di pelle scura. Tomassini invece era bianco, arrivava da una famiglia molto benestante che gli aveva garantito scuole private e un’ottima educazione. Sul campo era un giocatore duro a tratti brusco, ma con due buoni piedi e capace di ripartire con tecnica raffinata. Il giornale “La Crónica” pubblicò un drammatico dialogo di Tomassini (esperto nuotatore) con il pilota dell’aereo, dove si diceva che “Tomassini lottò con molto coraggio per rimanere a galla, mantenendo un dialogo col comandante Edilberto Villar (l’unico a salvarsi a bordo). Villar avrebbe incoraggiato la conversazione per far in modo che il giocatore non perdesse conoscenza a causa della stanchezza, ma alla fine stando a quanto riporta il pilota, “Tomassini non riuscì più a resistere e si perse nel mare di Ventanilla”. Tuttavia non pochi ipotizzano ancor‘oggi che Alfredo sia vivo e che sia stato obbligato a uscire dal paese per un presunto collegamento fra la marina peruviana e un certo carico di droga presente maldestramente presente su quel velivolo. Ecco perché alcuni ritengono che Alfredo si sia salvato in qualche maniera, e poi fatto partire in gran fretta forse per la Spagna sotto copertura e con un altro nome. La verità è che a trent’anni esatti dall’accaduto non si è saputo più niente di nessuno; la verità è che non torneranno più e a cullare i sogni dei tifosi restano solo le strofe della canzone di Alfredo Polo Campos, “De la victoria a la gloria”, dedicata all’Alianza Lima, un testo diventato in breve inno e memoria:

“Frente al mar de Ventanilla se derrumbó una esperanza. En el mar de Grau descansan los hijos de La Victoria, pero ellos desde la gloria gritarán: ¡Arriba Alianza!

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MARIA DE VILLOTA: “La vita è un regalo”

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Quando ho ricevuto la chiamata del Team Marussia non ci volevo credere.

Signorina De Villota, avremmo il piacere di proporle un colloquio di lavoro per un posto di pilota collaudatore nel nostro team”.

Queste la parole di Graeme Lowdon, il capo esecutivo del team.

La Formula 1.

Il sogno assoluto per chiunque faccia il mio mestiere e sia mai salito su una monoposto in una qualsiasi competizione.

Certo, non sarò io a partecipare ai Gran Premi ma sedersi su una macchina del genere è un piacere enorme a prescindere !

Lo avevo fatto solo una volta, ovviamente in prova su una Lotus Renault.

Da allora non ho sognato altro: tornare a guidare uno di questi bolidi.

Quando l’ho detto a mio padre Emilio gli si sono illuminati gli occhi.

Lui, sempre così freddo e distaccato.

Ci ha abituati così.

Fin da quando io e miei fratelli eravamo bambini.

Poche smancerie ed effusioni e praticamente nessun tipo di manifestazioni di affetto “fisico”.

Ci spiegò questo comportamento molto più in là negli anni.

Con il mestiere che facevo non potevo permettere che vi affezionaste troppo a me”.

Mio padre era un pilota.

Ha corso anche in Formula 1.

Negli anni in cui correva lui i piloti morivano come le mosche d’inverno.

Williamson, Cevert, Revson, Koinigg, Donohue, Pryce, Peterson …

Tutta gente che ha corso con mio padre, che mio padre conosceva bene … con qualcuno di loro era addirittura amico.

Tutti morti su una monoposto di formula 1 nel giro di un pugno di anni.

Ma lui la Formula 1 la sognava.

Era la sua ossessione.

I sacrifici che fece per arrivarci furono inimmaginabili.

Me ci riuscì. E per lui fu un orgoglio enorme.

E ora sarà sua figlia che si siederà dentro una monoposto di Formula 1.

Mi ha trasmesso la sua stessa passione e non poteva essere diversamente.

Da quando ho l’età della ragione che sento parlare di motori, di meccanici, di gomme, di gare, di piazzamenti … di vittorie e di sconfitte.

Quasi sempre per una figlia femmina il proprio padre è un mito, un esempio e un punto di riferimento.

Per me non è stato diverso.

Volevo che mio padre fosse orgoglioso di me.

A 16 anni ero già sui kart a fare a “sportellate” con tanti maschiacci veloci, ambiziosi e innamorati come me della velocità.

Qualcuno era un po’ arrogante, qualcun altro scettico e prevenuto nei miei confronti.

Quante volte prima di una gara ho sentito la frase “corre solo perché è la figlia di Emilio De Villota”.

Ma ho fatto tutto il mio percorso, meritando sul campo, anzi in pista, tutto quello che è arrivato in seguito.

Nel 2000 il mio debutto su una monoposto nella Formula Toyota Castrol e li dimostro ai pochi scettici rimasti che se sono lì è solo ed esclusivamente per merito.

Un settimo posto nella classifica finale il primo anno e addirittura il secondo nella stagione successiva dove per ben 2 volte riesco a mettermi dietro tutti gli altri.

Avevo solo 21 anni.

Poi arriva la Formula 3 con la Meycom.

Da allora sempre in crescendo con la ciliegina sulla torta rappresentata da una partecipazione alla “24 ORE DI DAYTONA”, una delle esperienze imperdibili nella carriera di un pilota professionista.

E ora sono qua, pronta a partire per l’Inghilterra per i miei primi test con la Marussia MR01.

E’ un piccolo team, ma sono ambiziosi e molto organizzati.

… e anche se sarò “solo” un pilota collaudatore è un gran bel sogno che si realizza … e gli occhi felici di mio padre sono il più bel regalo possibile.

 

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Maria sta provando la Marussia MR01 di Formula 1 nell’eliporto inglese di Duxford.

Sono previste delle prove di aereodinamicità nella messa punto della monoposto del team anglo-russo in vista dell’imminente Gran Premio di Gran Bretagna.

E’ il 3 luglio del 2012.

Per Maria non è il prima volta in assoluto su una Formula 1.

Ha già guidato una Lotus Renault e anche se non si può certo considerare una veterana l’esperienza di guida sulle monoposto non le manca.

Ha 32 anni, ha già corso in Formula 3, nelle Euroseries, nel World Tour Car Championship e ha partecipato ottenendo un buon risultato alla prestigiosissima 24 ore di Daytona.

Maria ha appena terminato la sua prima sessione e si appresta a rientrare ai box.

Procede lentamente, alcuni testimoni parlano di “30 km all’ora non di più”.

Poi improvvisamente l’auto ha una accelerazione che attira immediatamente l’attenzione delle oltre 20 persone presenti in quel momento al box della Marussia.

Di per se non pare comunque una manovra ne troppo azzardata e neppure troppo pericolosa.

C’è ampio spazio all’esterno dei box.

Se non fosse che, nel punto sbagliato, si trova una camion della scuderia con la pedana colpevolmente sollevata a mezz’aria.

Maria se ne accorge all’ultimo momento.

Probabilmente c’è anche un disperato tentativo di frenata che però l’asfalto viscido rende praticamente inefficace.

La pedana è sporgente verso l’esterno ed è esattamente all’altezza del viso della pilota spagnola.

L’impatto è devastante.

La sponda metallica penetra nel lato destro del casco, squarciandolo letteralmente in due.

incidente maria

Immediatamente ai box ci si accorge della gravità dell’incidente.

I soccorsi sono immediati e Maria viene trasportata all’ospedale Addenbrooke di Cambridge, uno dei centri maggiormente specializzati in Europa nella cura dei traumi.

Per giorni si teme per la sua vita.

Maria lotta, come ha sempre fatto sia in pista che nella vita per cercare di emergere in un mondo ancora decisamente maschilista.

Le sue condizioni migliorano e dopo qualche interminabile giorno di attesa la prognosi viene sciolta.

Maria sopravviverà.

Il prezzo da pagare è però altissimo.

La perdita dell’occhio destro, 104 punti di sutura sul lato destro del viso, 3 operazioni di chirurgia plastica, la perdita dell’olfatto e la parte destra del volto completamente insensibile … a cui aggiungere dei fortissimi mal di testa con cui dovrà imparare a convivere.

Dopo qualche mese Maria riappare in pubblico.

Occhio destro coperto da una benda che però non riuscirà a togliere neppure un briciolo della sua bellezza e del suo meraviglioso sorriso.

Perché Maria ha ricominciato a sorridere.

Ho vinto la mia corsa più importante. Quella per la vita” dice ogni volta che le chiedono delle sue condizioni.

Il mio sogno, guidare una formula 1, l’ho raggiunto. E’ durato poco è vero, ma ora ne ho tanti altri da raggiungere”.

E ringrazia tutti quelli che le sono stati vicini in questi terribili mesi, per l’appoggio, il supporto e la vicinanza emotiva.

E’ una donna forte Maria ed è positiva.

L’unica cosa a cui riesco a pensare è che se quella pedana fosse stata 10 centimetri più in basso ora non sarei qua. Questa è davvero l’unica cosa che conta”.

La vita va avanti … non può essere diversamente.

Assume l’incarico di Responsabile della “Escuela de Pilotos Emilio De Villota” e diventa portavoce impegnata di un comitato contro la violenza sulle donne.

Nel luglio successivo si sposa Rodrigo Garcia Millan, il suo personal trainer.

Pochi mesi dopo, ad ottobre è prevista l’uscita della sua autobiografia.

“La vida es un regalo”.

Si, la vita è un regalo e Maria, come ha sempre fatto, pare apprezzarne ogni momento.

Il 14 ottobre a Siviglia è prevista la presentazione del suo libro.

Maria non ci arriverà.

Il suo corpo senza vita verrà ritrovato la mattina del giorno 11 ottobre in un albergo di Siviglia.

Maria se ne è andata nel sonno.

A causa dei danni neurologici subiti nell’incidente di un anno prima” diranno i medici.

La sorella Isabel, la prima a comunicare la notizia, rafforzerà il sentimento e il messaggio che Maria aveva trasmesso a tutti quanti in questo difficile anno.

Maria se ne è andata, ma ci ha lasciato un chiaro messaggio di speranza e di gioia che ci sta regalando una grande forza per andare avanti in un momento come questo”.

La vita è un regalo aveva intitolato la sua autobiografia Maria … un regalo che le è stato portato via troppo presto.

maria benda

 

 

 

ANGELO JACOPUCCI: Morte di un angelo.

jacopucci 1

“Sono pronto a stupirvi !

Ormai non ci dormivo la notte  per via di tutte quelle critiche sul mio modo di “tirare di boxe”.

“Ha sempre avuto paura di rovinare quel suo bel faccino” mi dicevano o anche “se non voleva prendere pugni allora perché ha scelto la boxe ?” o ancora “che noia i suoi combattimenti ! Sembrano partite a scacchi più che incontri di boxe !”

Queste sono solo alcune delle tante critiche che ho sentito sul mio conto in tutti questi anni.

Tutto questo nonostante i miei titoli italiani e perfino la corona europea dopo aver sconfitto Bunny Sterling !

Tutto questo perché io punto più sulla tecnica che sulla forza bruta.

Ma perché devo prendere pugni se posso evitarlo ?

Certo che il mondo della boxe è strano.

Cassius Clay, il mio grande idolo, “punge come un’ape e danza come una farfalla” e il mio stile (con tutto il rispetto) non è poi così diverso dal suo.

Eppure per me solo tante critiche, da addetti ai lavori e tifosi.

I famosi “puristi” della NOBLE ART non mi amano.

E questo mi ferisce … tanto.

Chiunque vorrebbe essere amato. Io non faccio differenza.

Così ho preso la mia decisione, radicale, estrema e definitiva; cambio di allenatore e di approccio.

Sono entrato nel gruppo di Rocco Agostino, un autentico guru nel mondo del pugilato e gli ho spiegato quello che volevo.

Da quel momento tutto è cambiato.

Tanto lavoro sulle gambe cercando di irrobustire la muscolatura e di darmi più solidità. Sono meno agile ora ma spostarmi nel corpo a corpo non è più così facile.

Tanto lavoro sul tronco … ho preso più pugni ai fianchi e sul torace in questi ultimi mesi che in tutta la mia carriera !

Ma ora ho imparato ad attaccare, ad usare meglio le mie lunghe braccia.

Sono carico e fiducioso come non mai.

Alan Minter, l’inglese a cui contenderò la corona europea vacante dei pesi medi, è un toro.

Picchia duro e ha un sinistro tremendo.

Ma non lo temo.

Anzi, so come soprenderlo …

Vedrete … vi stupirò !

Il vecchio Jacopucci non c’è più … e con il “nuovo” ci divertiremo un mondo e chissà … magari imparerete ad amarmi …

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Quello con l’inglese Alan Minter sarà l’ultimo combattimento della breve vita di Angelo Jacopucci, detto “l’angelo biondo”, anche se lui preferiva di gran lunga l’altro soprannome “il Clay dei poveri”.

C’è il campionato europeo dei pesi medi in palio.

Si combatte a Bellaria, in Romagna in una caldissima serata di luglio.

Di fronte Alan Minter, l’inglese che in 5 riprese si era sbarazzato del nostro Valsecchi, storico rivale di Jacopucci per il titolo di campione italiano.

Angelo Jacopucci tiene totalmente fede ai proclami della vigilia.

Il suo pugilato è davvero cambiato.

Coraggioso, aggressivo, arrembante e vigoroso.

Pur mantenendo inalterata la sua grande tecnica e buona parte della sua agilità sulle gambe e negli spostamenti sul tronco.

Minter rimane spiazzato.

Il pugile inglese non è mobile. Avanza come una ruspa cercando il contatto e lo scontro ravvicinato.

Rende ben 12 centimetri in altezza al pugile di Tarquinia e non ha altra scelta. Avanzare per cercare lo scontro.

Angelo lo scontro non lo sfugge, anzi.

Ma picchia, picchia duro e poi “rientra” per sfuggire alla forza di Minter.

Il volto di Minter dopo poche riprese è gonfio e tumefatto.

Jacopucci non ha un segno.

E continua ad attaccare e a scappare, attaccare e scappare.

Il pubblico presente al palazzetto di Bellaria è sulle prime quasi incredulo … ma poi si scalda fino ad entusiasmarsi per la condotta spavalda del “Clay del Poveri”.

L’incitamento per il pugile italiano diventa sempre più caldo e pare che la resa per Minter sia ormai questione di minuti.

Angelo sta facendo qualcosa di tanto grande quanto inaspettato … i pronostici della vigilia non erano per lui.

Jacopucci ha tanti pregi come pugile. Tecnica, eleganza, intelligenza tattica e agilità … ma ha una grande lacuna nel repertorio; non ha il “pugno che stende”.

Così Minter riesce a superare il momento difficile mentre l’entusiasmo e la foga iniziale di Jacopucci iniziano a chiedere dazio. Ha speso tanto nelle prime dieci riprese. La smania, la voglia di stupire, il sostegno del pubblico gli hanno probabilmente fatto spendere qualche energia in più del dovuto.

Alla undicesima ripresa si intuisce che il match sta cambiando.

Il pubblico ormai è tutto per il biondo e aitante laziale e lo incita gridando il suo nome a gran voce.

Ma Minter sta prendendo possesso del centro del ring e va a “cercare” Jacopucci.

La “farfalla” si è appesantita, le gambe sono dure e Minter mena di brutto.

Dodicesima ripresa.

Quart’ultima del match.

Si tratta di resistere, di scappare un po’, tirare qualche colpo e soprattutto di evitare le “martellate” del britannico.

Il match però si è completamente ribaltato.

Un sinistro di Minter arriva a bersaglio.

Jacopucci barcolla.

Si capisce subito che arrivare alla 15ma ed ultima ripresa sarà un’impresa titanica.

Arriva un altro sinistro che colpisce in pieno volto Angelo.

Jacopucci finisce contro le corde, ci rimbalza e quando “rientra” arriva un diretto pazzesco di Minter dal quale non solo non riesce a difendersi ma a cui va incontro senza difesa alcuna.

Angelo ha esaurito le forze ed è sempre più in balia del britannico.

Il collo non oppone più resistenza, la guardia è abbassata.

Qualcuno dice che QUI, ADESSO in QUESTO PRECISO MOMENTO qualcuno avrebbe dovuto fermare il combattimento.

L’arbitro non lo fa … e dall’angolo di Jacopucci nessuno reagisce, nessuno getta la fatidica spugna.

Arriva una gragnuola di colpi terrificanti a cui Angelo non oppone alcuna resistenza.

Cade a terra, in ginocchio, con la schiena appoggiata alle corde e la testa rivolta all’indietro.

Non fa neppure il tentativo di rialzarsi.

Termina il conteggio e termina il match.

Minter è campione d’Europa.

Ma stasera ha vinto anche Jacopucci.

Il pubblico lo acclama, lui nel frattempo si è rialzato e risponde al saluto.

Poi si avvicina a bordo ring e guarda giù, nel parterre.

Abbozza un sorriso a quello che ora, finalmente, è diventato il “suo” pubblico, perché nel mondo del pugilato anche i perdenti sono amati … purché abbiano cuore.

Angelo poi allarga le braccia come a dire “ho fatto tutto quello che potevo”.

Il pubblico lo sa e glielo riconosce e le grida di incitamento e gli applausi aumentano di intensità.

Alan e Angelo lasciano il ring fra gli applausi.

Angelo è felice quando parla ai microfoni RAI.

Ora sente che ha l’amore della gente, quello che ha sempre cercato e che, dopo tante vittorie, è arrivato invece con una sconfitta.

I due pugili, come spesso succede in questo sport violento ma dove etica e rispetto difficilmente vengono a mancare, vanno insieme al ristorante ognuno con il rispettivo staff.

L’atmosfera è gioviale e spensierata.

In fondo, quante volte capita che si vinca in due ?

Ha vinto Alan Minter che se ne torna nella sua Inghilterra con la corona europea e con il sogno di andare a combattere a breve per il titolo mondiale.

Ha vinto Angelo Jacopucci, zittendo una volta per tutte i suoi critici, mostrando quel coraggio che forse neppure lui sapeva di avere.

Sembra tutto perfetto.

Ma non lo è.

La combriccola esce dal locale.

Sono le prime ore del mattino.

Ad un certo punto Jacopucci si ferma, appoggia le mani sulle ginocchia come per riprendere fiato.

Poi inizia a vomitare, copiosamente.

Minter dirà in seguito che la prima cosa che ha pensato è stata che l’alcool, che era scorso a fiumi durante la cena, avesse avuto la meglio su Jacopucci.

Non è così.

Jacopucci sta male.

Non fanno tempo ad arrivare in albergo che cade in coma.

La corsa all’Ospedale di Bologna (il Bellaria, ironia della sorte) è disperata.

E’ una emorragia cerebrale.

L’intervento è delicatissimo e le probabilità di riuscita sono minime.

I colpi presi durante il combattimento hanno prodotto una situazione irreversibile.

jacopucci articolo

Tre giorni dopo, la mattina del 22 luglio 1978 Angelo Jacopucci muore.

A piangerlo la moglie Giovanna e il piccolo Andrea.

Piangerà anche Alan Minter che con Jacopucci aveva un rapporto di grande stima reciproca e di simpatia.

Il suo dolore è tale che per qualche tempo pare sul punto di ritirarsi.

Riprenderà a combattere sul finire del 1978 perché, dirà il pugile inglese, “ho una famiglia da mantenere e tirare di boxe è l’unica cosa che so fare”.

Ricordare Angelo Jacopucci è una specie di “dovere” verso questo ragazzo che il padre aveva convinto ad andare in palestra, per irrobustirsi un po’ e imparare a difendersi visto che Angelo, con quel viso delicato, i riccioli biondi, esile e gracile com’era era diventato l’obiettivo preferito delle angherie dei bulletti di Tarquinia, la città dove era nato il 12 dicembre del 1948.

Per poi scoprirsi “portato” per la boxe, ma non prima di aver pareggiato i conti con tutti quei bulletti che avevano approfittato di lui, tanto da diventare lui stesso un po’ bulletto e attaccabrighe.

Lui, sempre così attento al suo aspetto, che amava i vestiti eleganti e ascoltava Dylan e De Gregori.

A 24 anni il suo primo incontro da professionista, vinto proprio nella sua Tarquinia.

E poi la scalata fin sul tetto d’Europa … fino a quella maledetta sera d’estate in Romagna.

Angelo Jacopucci, morto per aver cercato disperatamente l’amore.

PATO AGUILERA: Il sole a scacchi

di Renato Villa

 pato aguilera.jpg

Ma allora è proprio vero. Sono venuti a tirarmi fuori di qua. È la volta che sento la gente scandire il mio nome dalla parte sbagliata del muro, e a dire il vero mi fa un effetto strano. So che lo stadio sarà tutto imbandierato, e che ormai attendono solo me per celebrare quel risultato che inseguiamo da tutto il campionato. Però io non so come potrò giocare, dove avrò la testa oggi pomeriggio, perché entrare in campo sapendo che poi ti attendono ancora interrogatori, e poliziotti, e cose del genere, non è proprio la cosa migliore di questa vita. Fortuna vuole che la squadra avversaria non abbia più nulla da chiedere al campionato, se non di fare una figura onorevole sul nostro campo. Certo che per me questa sarà una nuova emozione, diversa da tutte quelle provate prima, perché in fondo penso di essere uno dei pochi giocatori di calcio ad avere avuto il permesso di uscire dalla galera per andare a fare il suo lavoro. D’altra parte, ho sofferto quanto non mai in questi giorni,  nei quali mi sono sentito abbandonato da tutti e da tutto, perché alla fine un giocatore di calcio vive di sensazioni, di emozioni, di tutto quello che il carcere, invece, è capace di negare.

 

La gente avrebbe anche potuto rinnegarmi, in quel momento. Invece, sembrava che io fossi tornato pulito e limpido, che la galera non l’avessi mai vista. Lo stadio era pieno di striscioni in mio onore, per incoraggiarmi forse, o più semplicemente perché la gente credeva nella mia innocenza. Quando entrai sul prato, il boato fu trionfale, tanto che mi voltai verso la gradinata, e mi avvicinai a capo chino, come dovessi farmi perdonare chissà quale delitto. I miei compagni si attendevano una cosa del genere, e continuarono lo studio della superficie erbosa, perché era quello il motivo per il quale eravamo entrati in campo. Io rimasi perplesso e mi fermai sotto la gradinata, guardando quel muro umano che inneggiava a me, con lo sguardo stralunato che può avere chi non capisce cosa stia succedendo. In fondo, era proprio così.

 

Camminando lentamente per assaggiare l’erba sentivo la gente che aveva fiducia, che mi credeva, vedevo i ragazzi che mi chiamavano sotto la gradinata per incoraggiarmi, per dirmi qualche parola confortante. Certo che era una sensazione particolare, e dentro sentivo la necessità di giocare una grande partita per ripagarli, per fargli capire che non li avrei abbandonati come loro non stavano abbandonando me. Sapevo che sarebbe stato difficile, perché in fondo non è mai una cosa facile giocare sapendo che non si può fallire, ma quella volta era necessario che io giocassi al massimo delle mie possibilità, che mostrassi tutto ciò che ero capace a fare, con i piedi e con il cervello, perché a calcio si gioca prevalentemente con il cervello, ed i piedi sono solo ciò che ti consente di realizzare quello che hai in mente.

 

Poi, rientrando negli spogliatoi, cominciarono a passarmi davanti le immagini della partita, cosa avrei dovuto fare per farmi “perdonare” dalla mia gente, quali sarebbero state le mie reazioni se avessi mai segnato un gol, e cose del genere. Non mi ero mai trovato in una situazione simile, a dire il vero, e contavo di non trovarmici più, nonostante le mie amicizie mi portassero sempre più frequentemente verso una vita pericolosa. Intanto, dovevo giocare una grande partita e portare fuori di peso la squadra da quella posizione di classifica nella quale si era cacciata. Solo che non è facile giocare con la testa ingombra da pensieri, e lo sapevo sin troppo bene. In fondo, siamo esseri umani e non macchine, mi dicevo mentre mi avviavo a capo chino verso lo spogliatoio.

 

Quando entrammo in campo per il riscaldamento, l’atmosfera sembrava essersi calmata. Eppure l’elettricità si sentiva nell’aria, e la mia rabbia cominciava a salire, perché mi sentivo sempre più colpevole di qualcosa, anche se pensavo di non aver commesso nulla. Scesi nello spogliatoio prima degli altri, un po’ perché non mi sentivo di stare lì sul campo ed un po’ perché volevo rimanere con me stesso, a chiarirmi le idee. Sapevo che gli altri avrebbero combattuto fino alla fine, e che la gente ci avrebbe sorretto per novanta minuti, ma questo ormai non mi bastava più. Avevo voglia di spiegarmi, di raccontare a me stesso cosa poteva essermi accaduto. Ed avevo una voglia matta di segnare un gol, quel giorno, mentre scendevo le scale che portavano allo spogliatoio.

 

Una volta ridisceso nello spogliatoio, cercai di capire cosa avevo fatto e cosa dovevo fare per rimediare. Non che mi sentissi colpevole di qualcosa, quello no, ma la situazione non era proprio la migliore possibile, per me. Comunque, di lì a poco scesero anche i miei compagni di squadra. Mancava poco all’appello dell’arbitro, ed era arrivato il momento della consegna delle maglie. Fu proprio in quel momento che mi sentii differente da prima, più cattivo, più rabbioso. Avevo un conto personale da regolare, e l’avrei fatto. Avevo da farmi perdonare qualcosa dai ragazzi della gradinata, lo sapevo, e ce l’avrei messa tutta per riuscire nell’impresa. In fondo, niente al mondo è impossibile, mi stavo dicendo, mentre sentivo bussare alla porta dello spogliatoio. No, non di nuovo la polizia, mi venne da pensare. No, no, tranquillo, mi dissi, stavolta è solo l’arbitro.

 

Quando le squadre entrarono in campo, la gente urlava il mio nome. Dovevo ripagarla, quella gente, per tutto quello che stava facendo. In fondo, era il minimo che potessi fare, visto che mi sentivo profondamente toccato dalla loro solidarietà. Così, alla prima palla utile, decisi di saltare il primo avversario, e poi di lanciare il mio compagno d’attacco, ma non ne ebbi la possibilità. Sentii l’erba accarezzarmi, ed il fischio dell’arbitro lacerare l’aria. Punizione per noi, da una distanza non impossibile, ma sicuramente difficile. Non erano passati neppure cinque minuti, quando calciai, violentemente e a girare, per infilare il pallone nell’angolo lontano. Il portiere ci arrivò, ma la palla si fermò lì, ed il ragazzo che giocava in attacco accanto a me ci si avventò sopra, spingendola in rete. Lo stadio esplose.

 

In quel momento mi sentii sollevato. Stavo facendo quello che dovevo. La squadra mi stava aiutando più che poteva, per segnare. In fondo, era un rapporto di solidarietà e d’amicizia quello che ci legava. Così, mi sbattevo per dare tutto ciò che potevo e portare la squadra in fondo al campionato col culo in salvo. Non mancava poi molto, pensavo mentre correvo per il campo. Gli avversari sembravano tranquilli, nonostante lo svantaggio. In fondo, a loro importava fare una discreta figura e basta. Eravamo noi che dovevamo combattere per la sopravvivenza, e lo stavamo facendo meglio che potevamo. Adesso però non erano consentiti errori, perché quando si ha un solo gol di vantaggio il minimo errore può essere fatale.

 

Il primo tempo si risolse in una battaglia, e non ottenemmo altro risultato che quello di annullare il gioco di entrambe le squadre, durante una sfibrante guerra di posizione. I nostri avversari fecero interamente il loro dovere, gettandosi su ogni palla con tutto il coraggio disponibile, ma troppo era il divario tra noi e loro, nonostante la classifica non dicesse la stessa cosa. Così, ogni tanto la palla schizzava nella loro metà campo e mi arrivava, e da lì si poteva cominciare a costruire l’occasione per segnare il secondo gol, che però continuava a non arrivare. Ci provammo un po’ tutti, ma la palla non voleva saperne di entrare, in un modo o nell’altro, e così decidemmo di gestire il risultato per non correre esagerati rischi di beffe incidentali. Ne avevamo già subite, in quel campionato, fin troppe, e non avevamo certo voglia di rischiare la nostra permanenza nella massima serie per una stupida carambola o qualcosa di simile. In fondo, ne andava del nostro orgoglio, oltre che delle nostre tasche.

 

Così, ritornammo nello spogliatoio sul minimo vantaggio, e ci guardammo tutti quanti in faccia. Ci sentivamo abbastanza sicuri, ed in fondo lo svolgimento della partita sembrava darci anche ragione. Ma nello sport non si può mai avere alcuna certezza, e così decidemmo di muoverci e piantargli in corpo quel secondo pallone, che ci avrebbe fatto stare tranquilli, a noi e alla nostra gente. Avevamo ancora quarantacinque minuti per far urlare di gioia il nostro popolo, e dovevamo sfruttarli al meglio. Così ci guardammo tutti quanti negli occhi e pensammo a cosa sarebbe successo se fossimo riusciti a perdere quella partita. Era una cosa improponibile, d’accordo, ma in fondo nello sport non c’è nulla d’impossibile, e così cercammo di entrare in campo con ancora più rabbia di quanta non ne avessimo avuta all’inizio. Ne andava della nostra tranquillità.

 

Sembrava un gioco surreale, perché la palla non aveva intenzione di superare quella maledetta riga bianca, nonostante tutti i nostri tentativi. E così continuammo a vivere la partita col cuore in gola, ben sapendo che le radioline ci davano salvi ma che, alla minima botta di sfortuna, avremmo rischiato di essere risucchiati nella categoria dalla quale i miei compagni erano appena arrivati, e nella quale erano decisi a non tornare più. Il portiere avversario, nonostante lo bombardassimo, e forse proprio per quello, sembrava essere una piovra. Non si riusciva a bucarlo per la seconda volta, e non è che non ci provassimo, assolutamente. Ma la palla danzava lì, nell’area piccola, prima che lui l’abbrancasse e si riprendesse il solito gioco, che durava dall’inizio della partita.

 

La gradinata ruggiva, mentre noi ci gettavamo all’arrembaggio per segnare la seconda rete. Sapevamo che, fino a quando avessimo attaccato, non avremmo corso rischi. Il nostro capitano ci guidava, col solito carisma e con la convinzione che riusciva a trasmettere a tutti noi. Il pallone non voleva saperne di entrare nella loro porta, ma nemmeno si avvicinava alla nostra metà campo. E io vedevo arrivare sempre più palloni nella mia direzione, da smistare o utili per conclusioni a rete. Ma nulla sembrava potesse portarci alla seconda segnatura, quasi ci fosse una maledizione su quella porta. Così la prendemmo come una sfida con la sorte, perché ormai quello era diventata, e quello era per tutti noi. Oltre al rischio che continuavamo a correre se mai ci fossimo fatti prendere di sorpresa.

 

Tutto questo continuò fin quasi al termine della battaglia, quando il pallone venne scaraventato all’interno dell’area avversaria. Il Rosso ci si avventò sopra e, con una giocata che non era delle sue, mediano da corsa, saltò un avversario e poi scaricò un missile in rete. Il boato che sentii fu tale da impressionarmi. Ho giocato in Colombia, in Argentina, in Uruguay, ma non ho mai sentito nulla di simile. Facemmo mucchio a centrocampo. Eravamo assolutamente salvi, stavolta non ci sarebbe stato niente che ci avrebbe potuto togliere quel risultato. Nulla e nessuno.

 

Fu solo girandomi per tornare a centrocampo che notai uno striscione particolarissimo, lungo, che prima non mi era saltato agli occhi. C’era scritto “DENTRO O FUORI, PATO NEI NOSTRI CUORI”. Partii di corsa, verso la gradinata. Li sentivo fratelli. Ed andai lì sotto, felice come non ero mai stato, perché per la prima volta mi ero accorto di una cosa che i guadagni del calcio non potevano darmi. Una cosa unica, chiamata unione. Io e loro ormai eravamo una cosa sola. Anche se, alla fine della partita, sapevo che mi sarebbe toccato attraversare la strada e lasciare lo stadio per tornare là, in cella. E lo feci.