JEMPI MONSERE’: l’assurda morte di un campione.

jempi 1 cmondo

“Sto contando le ore.

Mancano solo 4 giorni.

Quattro soli giorni prima di correre la gara che amo di più: la Milano-Sanremo.

La sto aspettando come un bambino aspetta il Natale.

E poi la correrò con addosso la maglia di campione del mondo !

Sarà davvero qualcosa di speciale.

Qualcuno si stupirà perché io sono belga.

Ma nonostante tutte le fantastiche corse che ci sono dalle mie parti la Milano-Sanremo è la corsa che amo di più.

Da bambino ci ho visto vincere tanti miei connazionali su quel fantastico arrivo di Via Roma e ho sempre sognato di fare altrettanto un giorno.

L’anno scorso l’ho disputata per la prima volta.

Non è andata benissimo, sono arrivato 22mo.

Però sono arrivato con il gruppo di Eddy Merckx.

Ho corso praticamente attaccato a lui !

Ho cercato di carpirgli qualche segreto, di studiarlo e di capire come avrebbe interpretato la gara.

Ho capito tante cose di cui ho fatto tesoro e spero che fra quattro giorni mi possano tornare utili.

Ci saranno tutti, ma proprio tutti i migliori ciclisti del panorama mondiale.

Ci sarà Eddy ovviamente  e sappiamo bene tutti quanti che quando Eddy è in condizione batterlo diventa un’impresa quasi impossibile.

In fondo la Sanremo è la corsa che lo ha fatto conoscere al mondo !

L’ha già vinta tre volte e la prima di queste quando aveva solo 20 anni.

Ma la Sanremo ha una particolarità non da poco: non sempre la vince il più forte.

Spesso la vince il più astuto o il più temerario.

E la fortuna conta più che in tutte le altre corse “monumento” decisamente più dure e dove a vincere è quasi sempre il più forte.

Ci sarà ovviamente il mio grande amico Roger, anche se lui la testa ce l’ha già alla Roubaix !

Ci saranno gli italiani, galvanizzati dal successo di Dancelli dello scorso anno dopo quasi vent’anni di delusioni e sconfitte.

Ma so che posso giocarmela alla pari con tutti in questa corsa … e poi, con questa maglia iridata addosso, un po’ di energia in più sono sicuro che al momento giusto arriverà !

 

 

Jean Pierre Monseré detto “Jempi” non correrà quella Milano – Sanremo.

Non la correrà mai più come non correrà mai più una corsa in bicicletta.

Si perché nel pomeriggio del 15 marzo 1971, a soli 4 giorni dalla disputa della classica italiana, Jempi Monseré morirà in una banalissima, stupida ed inutile kermesse corsa a Gierle, a poche decine di chilometri da casa sua, a Roeselare.

Monseré verrà investito da una stupida e inutile donna che, a bordo della sua Mercedes, forzerà il posto di blocco della polizia entrando così nel circuito di gara.

Il tutto pare, per non arrivare tardi ad un appuntamento con il suo commercialista …

Ma quanto la malasorte abbia deciso di accanirsi contro Jempi e i suoi cari non finisce certo qui.

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Jean-Pierre Monserè nasce a Roeselare, una piccola cittadina del Belgio Fiammingo nel 1948. E come praticamente tutti i ragazzini belgi si innamora di quella che è la grande passione del suo Paese: la bicicletta.

In Belgio non è come da noi dove i ragazzini prima giocano tutti a calcio e poi , accortisi che magari non tutti sono dei Roberto Baggio o dei Francesco Totti, si dedicano ad altre discipline. In Belgio no. In Belgio vai in bicicletta perché TUTTI vanno in bicicletta. E appena qualcuno si accorge che in bicicletta sai andare forte … ecco, quello è il tuo sport e quella sarà la tua strada.

E Jempi andava forte, fortissimo. Nelle categorie giovanili fa letteralmente “paura”.

Vince tutto o quasi e quando non vince lui vince il suo grande amico di sempre, un certo Roger De Vlaeminck, un ciclista che verrà poi soprannominato “Monsieur Roubaix” perché capace, come nessun altro nella storia, di vincere 4 volte la classica delle pietre, del terribile paveè francese e belga.

Sono amici ma sono come il giorno e la notte. Roger è scorbutico, arcigno e testardo. Parla poco e con poche persone. Jempi è brillante, spiritoso, burlone ed è anche bello. Piace alle ragazzine e agli inizi della carriera sono in tanti a dire “troppo bello e troppo attratto dalle ragazze … non andrà lontano” in quello che è lo sport più di sacrificio che si conosca.

Ma Jempi mette presto a tacere le voci che lo vogliono playboy e sciupafemmine: a 19 anni ha già trovato l’amore, quello vero, quello che sai da subito dentro di te che sarà per la vita.

Lei è bellissima ed è la reginetta dei locali della sua zona. Ha 17 anni, si chiama Annie. La conosce una domenica pomeriggio in discoteca e le dice “la prossima corsa che faccio la vinco e ti porto i fiori del vincitore”.

Jempi è di parola. I due in meno di un anno si sposeranno.

Neppure due mesi dopo essere passato da professionista vince la sua prima “Classica Monumento” così vengono chiamate le 5 corse più importanti del calendario internazionale.

Il Giro di Lombardia.

E’ sveglio e astuto oltre che forte; capisce subito chi va forte e chi no e sta attento a tutto quello che succede in corsa. E quando va via la fuga buona in mezzo c’è anche Jempi. Poco importa se questo suo primo trionfo non è di quelli sognati, quelli con le braccia al cielo, con la coppa, i fiori e i baci delle Miss … si perché Jempi arriva secondo in quella corsa, ma l’olandese Karsten il vincitore, verrà squalificato per aver utilizzato sostanze dopanti dopo pochi giorni.

Il 1969 si conclude con il nome del giovane Jempi Monserè sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori: che fosse forte si sapeva ma così forte nell’anno del suo esordio tra i professionisti dove inesperienza e timidezza hanno bloccato spesso anche i più grandi corridori del passato beh, non se lo aspettava nessuno.

In quegli anni il ciclismo era dominato da un altro belga, quello che diventerà il più grande ciclista di tutti i tempi e uno dei miti assoluti dello sport: Eddy Merckx.

Merckx è belga, ha solo 24 anni (solo 3 più di Jempi) ma sta già dominando il ciclismo tanto da essersi già meritato l’appellativo di “Cannibale” tanta era la sua fame di vittorie.

E si arriva così al giorno più atteso da tutti gli appassionati di ciclismo del globo: il campionato del mondo che premierà con la bellissima maglia iridata il corridore più forte. Siamo nell’agosto del 1970.

Si corre a LEICESTER, in Inghilterra, in quello che da tutti viene definito un circuito troppo facile, che rischia di non fare la dovuta selezione e soprattutto che può permettere a tanti atleti, e non solo ai più forti, di primeggiare.

E’ il nostro grande campione Gimondi a cercare di far saltare il banco, attaccando ripetutamente e cercando di selezionare il più possibile il gruppo. Gimondi va in fuga con il francese Vasseur. Merckx è più indietro, insieme a tutti gli altri favoriti della gara. Il vantaggio di Gimondi inizia ad essere consistente e i ciclisti del gruppo all’inseguimento capiscono che occorre fare qualcosa prima che sia troppo tardi; e qui arriva la svolta. Merckx, leader assoluto e capitano del team belga, non è nel suo solito stato di grazia. Monserè gli chiede se può avere via libera per giocarsi le proprie carte; Merckx in uno dei rari momenti di magnanimità della sua carriera, acconsente. Jempi esce dal gruppo come un ciclone, portandosi dietro 3 compagni di avventura, tra cui proprio quel Mortensen che l’anno prima lo battè al mondiale dilettanti. In breve raggiungono la coppia di testa e i 6 filano velocemente verso l’arrivo. Mortensen e Monserè sono i più veloci e qui succede qualcosa che magari non dovrebbe succedere ma che invece, nello sport, ogni tanto succede. Gimondi prova a chiedere a Monserè di aiutarlo, facendogli da punto di appoggio per battere Mortensen. Due piccioni con un fava: con uno di quelli forti mi alleo e con l’aiuto di questo batto l’altro.

La proposta è vantaggiosa: Gimondi gli dice “Il prossimo anno vieni con me a correre nella Salvarani (fortissima squadra di ciclismo e famoso mobilificio di Parma) e ti copriamo d’oro.”

Al primo tentativo di approccio di Gimondi in inglese Monserè non capisce ma quando Gimondi ci riprova, stavolta in francese, Monserè capisce perfettamente !

La sua reazione ? Si alza sui pedali e ci molla un’accelerata tale che  Gimondi, Mortensen e gli altri lo vedranno solo al traguardo !

E così il giovane jean-Pierre diventa a 21 anni e pochi giorni il più giovane campione del mondo di ciclismo della storia moderna.

jempi podio

I festeggiamenti all’arrivo sono quasi commoventi; perfino il Cannibale Eddy Merckx appare sinceramente felice per la vittoria del suo giovane compatriota e le attestazioni di affetto e di stima arrivano praticamente da tutti.

Si perché Jempi è buono, è gioviale e simpatico e anche in uno sport duro e a volte spietato come il ciclismo, nessuno vuole male a questo bel ragazzone fiammingo.

Vicino a lui la bella moglie Annie, che da lì a pochi mesi darà al marito Jempi il regalo più bello, assai di più anche della maglia iridata; l’arrivo di un figlio, di quello che verrà chiamato Giovanni, in onore di un carissimo amico italiano di Jean-Pierre.

jempi e giova

La stagione nuova, nel 1971, inizia nel migliore dei modi.

La maglia iridata e soprattutto l’arrivo del piccolo Giovanni, sembrano essere quell’ulteriore stimolo in più per Jempi che vince praticamente tutte le corse a cui partecipa a febbraio e nei primissimi giorni di marzo.

Si, perché Jempi vuole essere al massimo per il primo grande appuntamento della stagione: la mitica Milano-Sanremo, che Merckx ha già monopolizzato vincendola ben tre volte nelle 5 stagioni precedenti.

Battere Merckx nella “sua” corsa toglierebbe tutti i dubbi anche ai più scettici: finalmente l’uomo in grado di infastidire e battere il Cannibale è arrivato.

Jempi decide di seguire i consigli del suo allenatore: nessuna corsa dura di preparazione, niente Parigi-Nizza o Tirreno-Adriatico (le corse preferite da chi deve preparare la Sanremo) ma correre al sole della Spagna e poi restare in Belgio, correre piccole corse locali e non andare a forzare quando la forma è già così eccellente.

L’ultima di queste corse si disputa mercoledì 15 marzo. Il giorno dopo si parte per Milano perché sabato 19 c’è il grande appuntamento; la Milano-Sanremo.

E’ una piccola kermesse (così venivano chiamate le piccole manifestazioni cittadine che praticamente tutti i paesini del Belgio, della Francia e dell’Olanda organizzavano regolarmente) con tanti ragazzi locali e solo qualche buon corridore. Tra questi l’amico fraterno Roger De Vlaeminck. E’ un circuito cittadino, siamo a Gierle, vicino al confine francese. La corsa ha il suo svolgimento classico: i dodici migliori sono già davanti pronti a disputarsi la vittoria, con Monserè e de Vlaeminck strafavoriti.

I dodici escono da una curva ad angolo retto, riprendono velocità e rilanciano l’azione. Ma a quel punto succede qualcosa di folle, di pazzesco, di totalmente inaspettato; una macchina, una Mercedes, forza un posto di blocco della polizia che tutelava il percorso di gara.

Il gruppetto di ciclisti si trova improvvisamente questo ostacolo nella già stretta strada cittadina.

Tutti riescono per questione di centimetri ad evitare l’impatto … tutti tranne uno, l’ultimo di quel gruppo; Monserè.

Si era girato a controllare il vantaggio sul gruppo e non può certo immaginare che una macchina si trovi all’interno del circuito !

L’impatto è tremendo. Jempi Monserè con la sua maglia di campione del mondo addosso, muore sul colpo.

De Vlaeminck, il suo amico De Vlaeminck, si gira, lo vede atterra, inizia ad urlare. “Jempi, smettila con i tuoi stupidi scherzi, alzati fratello”.

jempi morte2

Jempi non si alzerà più.

Morirà su quella strada, a 22 anni, ucciso da una donna che era in ritardo per il suo appuntamento da un commercialista.

Lo schock è enorme; nessuno può capacitarsi che la bella favola di questo ragazzo possa finire così.

Eddy Merckx vincerà la sua quarta Sanremo tre giorni dopo e al rientro in Belgio andrà sulla tomba del suo giovane rivale a depositare i fiori vinti a Sanremo, sapendo in cuor suo che forse quei fiori li avrebbe avuti Jempi comunque.

……

E così la giovane moglie Annie rimane con il suo piccolo Giovanni, di neppure due anni e visto che il Belgio è terra di ciclisti una sua cugina e cara amica sposerà di li a poco Freddie Maertens, altro immenso campione belga che per il piccolo Giovanni diventerà un secondo padre, accudendolo, portandolo con lui in vacanza e a tante corse.

E sarà proprio Maertens che regalerà il giorno della sua prima comunione la prima biciclettina da corsa al piccolo Giovanni (una Flandria ovviamente !) con una raccomandazione: quando andrai in giro con la tua bici dovrai sempre mettere due cose; il casco e la maglia iridata come aveva tuo padre perché tutti devono sapere chi sei.

Siamo nel 1976, Il piccolo Giovanni, 7 anni non ancora compiuti, ha appena guardato in tv una tappa del tour de France dove lo “zio Freddie” li ha messi tutti in fila per la sesta volta in 20 tappe vincendo sul traguardo di Versailles.

Dice alla mamma che esce a fare un giretto con gli amichetti.

Giovanni è con gli amici, con le loro piccole bici ai bordi della strada del piccolo centro di Roselaere.

Sono si è no a 300 metri da casa.

Alle loro spalle sentono distintamente il rumore di una moto di grossa cilindrata.

Ma sono sul marciapiede e sono tranquilli.

Sono in una semicurva.

Il motociclista va troppo veloce

Perde il controllo del mezzo.

Sbanda.

Riesce per poche decine di cm ad evitare di centrare il gruppetto degli amici di Giovanni.

… che invece è davanti a loro di qualche metro.

Forse andava già più forte di tutti, come il papà …

La moto lo centra in pieno.

Lo uccide sul colpo.

I vicini sentono lo schianto, vedono il piccolo Giovanni a terra, esanime.

Chi ha il coraggio ora di dirlo alla madre ?

Chi ha il coraggio di dirle quello che il destino è stato capace di farle ?

Non può essere. Ci deve essere un limite anche alla malasorte … ma non è così purtroppo …

Roeselare e il Belgio intero sono sconvolti.

Come farà Annie a non crollare, a non cadere a pezzi dopo essersi vista strappare via così il marito e il figlio ?

La risposta la darà lei qualche anno dopo, nell’unica intervista rilasciata alla televisione belga in tutti questi anni.

“Credo che la sfortuna abbia voluto colpirci così per vendicarsi. Perché una cosa è certa: nessuno al mondo è mai stato più FELICE di noi tre in quei pochi anni insieme.

E quel ricordo è tutto ciò che mi serve per andare avanti senza di loro.”

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Questo è stato in assoluto il primo pezzo “maledetto” che io abbia mai scritto.

L’ho sentito quasi come un dovere morale di provare a raccontare questa incredibile storia che purtroppo pochi conoscono nella speranza che qualcuno in più possa conoscere quanto la vita è stata terribile con questa famiglia.

Come sempre la prima parte raccontata in prima persona è mia, ma estrapolata da racconti, interviste, aneddoti su questo grandissimo e sfortunato ciclista.

Remo Gandolfi

 

 

 

 

 

 

 

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RICHEY EDWARDS: la scomparsa di un poeta.

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“Da ragazzo non avevo altro in testa.

Formare una rock band e diventare una star.

Ci ho sempre creduto.

Mai avuto un dubbio che io e i miei amici ce l’avremmo fatta.

Nicky, James, Sean ed io.

E farlo partendo da Blackwood, Galles del Sud, vi garantisco che è una bella impresa !

Nicky, James, Sean ed io.

Siamo amici da una vita.

Ci siamo conosciuti alle elementari.

E da allora non ci siamo più mollati.

Ho dovuto convincerli un po’ per prendermi nella Band.

All’inizio ero solo l’autista del nostro piccolo Van ma quando “Flickers” se ne è andato e Nicky ha preso in mano il basso hanno deciso di dare a me l’altra chitarra.

Porca troia …

Sono impazzito dalla gioia !

Beh, non sono certo Jimi Hendrix con una chitarra in mano ma a questo ci pensa James che è bravo davvero ! … e se non siete convinti andatevi a sentire il riff di “Motorcycle Emptiness”.

Ho cominciato a scrivere le liriche insieme al mio grande amico Nicky e ho disegnato la copertina, gli sfondi del palco e lavorato per promuovere quella che doveva diventare “la più grande rock’n’roll band del mondo”.

E ora che tutto questo è diventato realtà il vuoto dentro che ho fin da quando ero un ragazzino non solo sembra non voglia colmarsi … ma si allarga ogni giorno di più.

Non riesco più a godermi nulla.

Eppure è tutto lì !

Lo sto toccando e vivendo ogni giorno !

La fama, le interviste, ragazzi che ci seguono ovunque da tutte le parti del mondo.

In Giappone poi ci adorano !

I Manic Street Preachers sono tutto per me.

La mia ragione di vita.

Ho loro e nient’altro.

Ok, ho i miei libri … Camus, Kerouac, Gramsci, Rimbaud …

Ma quando si è disperatamente depressi come lo sono io non ci sono via di fuga o cure.

Neanche i miei amici di una vita … neanche il rock’n’roll e la fama.

Questa fottuta depressione che si è impossessata di me e che si manifesta nelle sue forme peggiori.

Mangiare diventa uno sforzo sovrumano che a volte sono così debole che non riesco neanche ad alzarmi dal letto o a farmi una tazza di te.

Poi adesso bevo troppo, lo so.

A tal punto che divento un peso anche per i miei amici Nicky, James e Sean.

E poi c’è “quell’altra cosa” che nessuno pare riuscire a tollerare ne tantomeno a cercare di capire: quando decido di prendere una lama e inizio a farmi a brandelli la pelle oppure quando mi spengo qualcuna delle troppe sigarette che fumo sul corpo …

Ho provato a spiegarglielo ma NON POSSONO capire …

Il dolore fisico che provo in quei momenti mi fa sentire così meglio !

Ed è l’UNICA cosa che mi distrae, mi allontana da tutte quelli piccole e grandi cose che mi infastidiscono, che mi fanno stare male e che mi fanno incazzare.

Improvvisamente tutto il resto diventa così lontano, banale e superficiale … perché io sono concentrato nel DOLORE.

L’unica cosa che davvero mi fa sentire VIVO.”

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Il 1 febbraio del 1995 Richard James Edwards lascerà l’Embassy Hotel di Londra poche ore prima di partire insieme a James Dean Bradfield, cantante e chitarrista dei Manic Street Preachers, per un tour promozionale negli States.

Il disco da promuovere è “The Holy Bible”, il terzo lavoro dei Manics.

La sua creatura.

Il disco  dove i testi sono stati scritti prevalentemente da Richey, ormai assurto a figura di leader e di culto tra i tanti fans del gruppo.

Testi cupi, arrabbiati, rassegnati, politici, evocativi … e poetici come mai fino ad allora.

Ma durante la registrazione del disco i problemi di Richey sono ormai fuori controllo.

Beve in maniera smodata, spesso scoppia a piangere e quasi tutto il disco è suonato in studio senza il suo contributo.

Richey non partirà per quel tour promozionale con James.

Da quel giorno inizia una ricerca dapprima di “routine” (l’ennesima star alcolizzata e capricciosa) pare pensare la polizia.

Poi via via sempre più affannata, spasmodica e preoccupata.

A quel punto, dopo due settimane di ricerche convulse e infruttuose, anche Nicky, James e Sean capiscono che stavolta il disagio di Richey è assai più grande di quanto loro potessero immaginare, abituati da sempre a convivere con la fragilità del loro amico.

Eppure segnali importanti del suo malessere Richey li aveva mandati anche in tempi non sospetti.

Nessuno però di impatto così crudo e violento come quello durante un intervista con Steve Lamacq, giornalista di NME che mettendo in dubbio l’autenticità dei Manics per tutta risposta si è visto mettere davanti al naso il braccio sinistro di Richey che con una lama si era inciso sulla pelle la scritta “4 real” (for real, “davvero”).

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Ci vollero diciassette punti di sutura per rimettere a posto quella ferita.

Il 17 febbraio viene ritrovata la sua auto, una Vauxhall Cavalier.

Il luogo dove la polizia locale la trova fa sprofondare la famiglia e gli amici di Richey nel terrore e nello sconforto: l’auto è parcheggiata a poche decine di metri dal Severn Bridge, tristemente noto nel Sud del Galles come “ponte dei suicidi”.

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I giorni, le settimane e i mesi successivi sono un autentico stillicidio per Nicky, James e Sean e per la famiglia di Richey.

Falsi avvistamenti, segnalazioni improbabili e fantasiose, spesso di menti malate e di mitomani.

Nicky Wire, il suo vero e grande amico da sempre, ricorda commosso quel periodo dove “ogni squillo di un telefono, ogni volta che bussavano alla porta o ogni volta che sentivamo un colpo di clacson sotto casa pensavamo, speravamo, bramavamo che fosse Richey che era tornato … e ogni volta era un pezzetto di speranza che se se andava …”

Nel 2002 alla famiglia di Richey viene chiesto di accettare e firmare la possibilità di “dichiararlo legalmente morto”.

Si opporranno fermamente.

Passeranno altri 6 anni prima che la dura e terribile realtà venga accettata: Richey se ne è andato per sempre.

Richey era la mente, il simbolo, il catalizzatore della Band.

Per quasi tutti il gruppo è finito in quei giorni di febbraio del 1995.

Passano parecchi mesi.

Poi Nicky scrive un pezzo, dolce e malinconico: A design for life.

Lo spedisce a James che intanto si è trasferito a Londra.

James lo sente.

Si commuove … prova a comporre la musica.

Il prodotto finale è la scintilla di cui i tre ragazzi di Blackwood avevano bisogno per ripartire.

Il loro 4° album, “Everything must go” sarà un successo planetario.

I Manics rinascono e vanno avanti.

Richey non è più con loro ma c’è comunque.

E ci sarà sempre.

“Journal for plague lovers” del 2009 sarà interamente dedicato a lui e tutti i testi saranno recuperati da vecchi stralci, poesie e appunti di Richey.

I Manics andranno avanti ma il loro approccio non cambierà mai … a tal punto che da quel maledetto giorno di febbraio ad oggi ogni singolo introito della Band viene ancora equamente diviso per 4: una parte per Nicky, una parte per James, una per Sean e una per Richey.

E’ sempre Nicky, che da allora scrive i testi della Band, che parlando degli anni immediatamente successivi alla scomparsa di Richey li definirà come “gli anni più fortunati per i Manics … ma non certo i più felici”.

Riposa in Pace Richey, bellissima e torturata anima.

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Ovviamente la prima parte, raccontata in prima persona, è frutto della “fantasia” dell’autore ma è supportata da decine di interviste, di racconti, di aneddoti  su Richey.

E, per quanto possa contare, è raccontata da qualcuno, come il sottoscritto, che ha amato fin dall’inizio e ama tutt’ora questa band e le stupende, profonde e colte liriche di Richey.

Remo Gandolfi

 

 

ERASMO IACOVONE: La tragica storia del simbolo di una città intera.

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“Adesso pure la Roma !

Dicono che anche Gustavo Giagnoni, il mister dei giallorossi, sia interessato a me.

Dopo aver ceduto Pierino Prati alla Fiorentina pare non sia contento dei suoi due attaccanti, Musiello e Casaroli.

Qualche settimana fa è stata la Fiorentina stessa che pare abbia chiesto conto di me al Presidente Fico.

A novembre dicono che ci hanno provato entrambe a portarmi via da qua.

Tutto molto lusinghiero.

Ma nessuno mi ha ancora chiesto come la penso io !

Io, a Taranto, sto come un Re.

Ho girato su e giù per l’Italia prima di arrivare qui.

A Trieste pensavo addirittura di smettere.

Giocare in serie C mica ti fa arricchire e se poi fai il centravanti e in 13 partite non la butti dentro neanche una volta … beh, qualche pensiero negativo ti viene !

Poi a Carpi tutto è cambiato.

Non solo perché ho fatto tanti gol e perché abbiamo conquistato la promozione dalla serie D alla C ma perché a Carpi, in mezzo alla meravigliosa gente di quelle parti, ho trovato l’amore della mia vita.

Paola, la donna più bella tra tutte le bellissime donne emiliane.

Mi darà un figlio fra pochi mesi.

Mio figlio nascerà qui, a Taranto.

E forse ci crescerà.

In mezzo alla gente che mi ha amato dal primo momento, nonostante tutti i soldi spesi per il mio cartellino.

Non ho mai sentito diffidenza attorno a me.

Solo speranza.

La speranza di una città che sta crescendo, che sta dando pane e lavoro ai propri figli e che ama il calcio visceralmente, senza però che il calcio le abbia mai restituito granché.

Quest’anno però stiamo sognando !

Noi giocatori e tutta la gente di Taranto che riempie ogni domenica il nostro piccolo Salinella.

Sembra uno stadio britannico, tutto legno e tungsteno.

Ci stiamo giocando la promozione in Serie A.

Ascoli a parte, che pare davvero di un’altra categoria, con Catanzaro, Avellino, Monza, Ternana e Palermo sarà una battaglia fino alla fine.

Io mi sto divertendo come non mai da quando gioco a calcio.

La squadra è forte, fortissima.

Siamo affiatati, facciamo “gruppo” come dicono gli allenatori.

Ci vogliamo bene insomma.

Al mio fianco ho due fenomeni autentici.

Franco Selvaggi e Graziano Gori.

Io non sono bravo come loro con i piedi.

Anzi, ogni tanto la palla mi scappa e i miei compagni mi prendono in giro dicendo che non so stoppare neanche un sacco di cemento …

Ma con i loro passaggi e soprattutto i loro cross fanno sembrare bravo anche me !

Non sono un gigante con i miei 174 centimetri ma mi riesce facile saltare.

A Taranto sono arrivato la stagione scorsa, dal Mantova, nel mercato di novembre.

Ho segnato 8 gol in poco più di metà stagione.

Tutti di testa.

Dicono che assomiglio a Savoldi, il bomber del Bologna.

Chissà.

So solo che sarebbe davvero meraviglioso andare in serie A con il Taranto.

Certo che per riuscirci avremmo bisogno di un po’ più di fortuna di quanta ne abbiamo avuta oggi !

Con la Cremonese qui al Salinella la palla non ne voleva proprio sapere di entrare !

Ginulfi ha parato di tutto.

Meno male che dicevano che era vecchio e che non era più quello dei tempi della Roma !

E quando non ci arrivava lui ci hanno pensato i pali della porta.

Ne abbiamo presi 3 oggi, due io e uno Franco.

E’ andata così.

Guardiamo avanti.

Certo che il 1978 potrebbe davvero diventare un anno indimenticabile !

Alla fine dell’estate arriverà il mio primo figlio e magari qualche mese prima arriverà anche la promozione in serie A !”

 

 

Erasmo Iacovone non raggiungerà la promozione in serie A con il Taranto.

Erasmo Iacovone non giocherà mai più nessuna partita con il Taranto.

Erasmo Iacovone non giocherà mai più una partita di calcio.

… Erasmo Iacovone non vedrà nemmeno nascere sua figlia.

E’ il 5 febbraio del 1978.

Domenica sera.

I compagni di squadra al termine della sfortunata prestazione con la Cremonese insistono perché “Iaco-gol” (così era chiamato da tutti i tarantini) si unisca a loro per passare la serata insieme alla “Masseria” un noto ristorante della zona.

Erasmo non ne ha molta voglia.

Non ama uscire.

E’ una persona molto tranquilla “tutta campo di calcio e casa” lo definirà l’amico e compagno di squadra Adriano Capra.

In una intervista di qualche settimana prima Erasmo confesserà che il suo hobby è cucinare per lui e la moglie Paola.

Quella domenica Paola non è Taranto.

E’ tornata dai suoi genitori, a Carpi.

Ha una visita di controllo.

E’ in cinta del loro primo figlio.

Come tutte le sere si sentono al telefono.

Forse è proprio Paola che lo convince ad uscire, a distrarsi un po’ e a passare una serata in compagnia senza pensare continuamente al calcio, a partite vinte o perse, a gol realizzati o falliti …

Alla fine Erasmo si convince.

Esce di casa.

Sale sulla sua umilissima Citroen Dyane 6 e si mette in strada per raggiungere i compagni al ristorante.

E’ ancora arrabbiato per quanto accaduto in campo poche ore prima.

Ginulfi, il portiere della Cremonese e storico numero “1” della Roma di qualche anno prima, gli ha parato di tutto e le poche volte in cui non ci è arrivato lui ci hanno pensato i pali della porta a negare il gol al bomber del Taranto.

Un pareggio e un punto perso nella corsa alla promozione.

Dopo la cena Gori e compagni gli hanno riferito che ci sarebbe stato anche un piccolo spettacolo di cabaret.

In fondo qualche risata potrebbe essere proprio il toccasana giusto per il suo umore … per dimenticare i gol sfiorati e soprattutto la lontananza dall’adorata Paola.

Passa la serata con i compagni.

Finito lo spettacolo il gruppo degli “scapoli” della squadra vorrebbe “tirare l’alba” altrove ma nonostante le insistenze dei compagni Erasmo decide di tornarsene a casa.

Da solo, come era arrivato.

Sono le prime ore del mattino.

Erasmo esce dal ristorante e risale sulla sua Dyane.

Percorre le poche decine di metri che dividono la stradina interna che porta alla “Masseria” per immettersi sulla Statale per rientrare a Taranto.

In quel momento sopraggiunge un automobile.

E guidata da un giovane pregiudicato locale, tale Marcello Friuli.

La polizia gli è alle calcagna dopo che il Friuli con la sua Alfa 2000 GT appena rubata ha forzato un posto di blocco.

Sta viaggiando a folle velocità.

La polizia dirà che sfiorava i 200 km all’ora.

Ma soprattutto è a fari spenti.

Erasmo non può vederlo.

La sua macchina, la sua piccola e umile Dyane, viene centrata in pieno dalla macchina del Friuli.

Erasmo viene sbalzato fuori dall’abitacolo.

Muore sul colpo.

Il suo corpo verrà trovato a diverse decine di metri dall’auto.

Taranto poche ore dopo si sveglierà senza il suo idolo, il suo emblema … la sua speranza.

Una moglie, con una bimba in grembo, si sveglierà senza il suo uomo.

La città è attonita.

Nessuno riesce a capacitarsi di quello che è successo.

Non ora … non qui … non adesso che i nostri sogni, grazie a quell’umile, buono e coraggioso numero 9 stavano prendendo finalmente forma …

La forma di questo ragazzo di un piccolo paesino del Molise che dopo aver girovagato per l’Italia aveva trovato il suo Paradiso in Puglia, portandosi dietro dall’Emilia il suo amore.

Erasmo, che giocava con il cuore in mano e che nella suola degli scarpini aveva probabilmente dei propulsori nascosti che lo facevano saltare come un canguro per andare a colpire di testa palloni che parevano irraggiungibili … anche per quelli molto più alti di lui.

La rabbia per questa morte assurda è tanta.

Sono in molti quelli che non riescono ad accettarlo.

Uno di questi è il portiere del Taranto, Zelico Petrovic, amico fraterno di Erasmo, che viene trattenuto a stento dopo che si era precipitato nell’ospedale dove era ricoverato il Friuli, rompendo anche un vetro con un pugno nel tentativo di arrivare al collo di quel delinquente.

Il Presidente, Giovanni Fico, è distrutto.

Il suo amato Taranto stava lottando per qualcosa di mai neppure lontanamente sognato prima.

Erasmo incarnava più di ogni altro questo sogno.

Per lui Fico aveva “rotto il salvadanaio” spendendo più di 400 milioni, cifra incredibile per quei tempi e per un giocatore che non aveva mai giocato in serie A.

Sarà sua l’idea, solo due giorni dopo la morte di Erasmo, di intitolargli lo stadio.

Taranto e la sua gente da quella maledetta notte d’inverno hanno smesso di sognare.

La promozione in serie A, così vicina fino a quel terribile 5 febbraio, diventerà presto una chimera.

Una sola vittoria nelle ultime 12 partite sancirà, più di qualsiasi commento, quanto Erasmo Iacovone fosse fondamentale per questa squadra.

Il Taranto calcio è ancora fermo a quel giorno.

Da allora tanta serie C con qualche breve escursione nella categoria superiore e addirittura con l’onta del campionato nazionale dilettanti

Di serie A però, non se n’è mai più parlato.

Ne tantomeno la si è sognata.

A Taranto però tutti conoscono la storia di quel Taranto e di Erasmo Iacovone.

Anche i bambini.

Tramandata di generazione in generazione, come si faceva un tempo.

Da qualche anno c’è anche qualcosa di tangibile ad aiutare la memoria di “Iaco-gol”:

Una statua a lui dedicata, posta all’entrata della curva più calda del tifo tarantino.

E’ posta su un piedistallo.

In alto … in modo che tutti possano vederla.

In alto … come quando Erasmo saliva in cielo verso il pallone per spedirlo con una delle sue proverbiali incornate in fondo alla rete …

Riposa in pace “Iaco”.

Per una città intera e per i tanti che ti hanno voluto bene, il tuo ricordo non morirà mai.

 

 

 

 

Per questo mio modesto tributo a questo grande e sfortunato campione devo ringraziare l’amico Adriano Capra, grande amico e compagno di squadra di Erasmo in quel meraviglioso Taranto, che con i suoi racconti, i suoi aneddoti, la sua coinvolgente simpatia e la sua umanità mi hanno permesso di raccontare di Erasmo.

E devo ringraziare soprattutto Paola, che con il suo appoggio, la sua disponibilità e la sua profondità d’animo mi ha accompagnato e supportato in questo racconto.

Senza la sua “benedizione” non avrei mai potuto raccontare di Erasmo e della sua tragica storia.

Grazie ad entrambi dal profondo del cuore.

Sono un piccolo “artigiano della parola” ma spero davvero che questo racconto arrivi a più persone possibili perché la storia di questo giocatore ma soprattutto di questa “bella persona” possa andare un po’ più in là di Taranto e della sua meravigliosa gente che ha amato e continua ad amare come e più di allora Erasmo e gli altri ragazzi di quella magica stagione.

Vorrei chiudere con una frase meravigliosa e toccante di Paola che forse più di ogni altra riassume l’essenza di Erasmo Iacovone …

“Erasmo non poteva appartenere a questo mondo terreno perché aveva troppe qualità insieme … e tutte bellissime.”

STORIE MALEDETTE. Perché ?

pinelli e calabresi

“Ha presente commissario quelli che hanno la passione per gli “ultimi” ? Quelli a cui non pensa praticamente nessuno ?” “Ecco, io sono uno di quelli. Uno di quelli che pensa innanzitutto a loro”.

E’ la frase di un bellissimo film di qualche anno fa su uno degli episodi più tragici della storia recente del nostro Paese.

Ecco, il motivo di questo Blog è essenzialmente in quella frase.

Mentre i media, i siti internet e i principali Blog del pianeta raccontano di quella felice e ristretta elite di belli, fortunati e vincenti, io nel mio piccolo Blog proverò a raccontare degli “altri” di quelli che non ce l’hanno fatta, per sfortuna, per paura o perché semplicemente di “vincere” non gliene importava poi granché.

Saranno calciatori, ciclisti, pugili, piloti, cantanti, musicisti, attori, scrittori, registi, comici e poeti … tutti con un’unica cosa in comune: la naturale predisposizione a perdere, ad autodistruggersi e a sparire in quell’oblio che probabilmente fin dall’inizio era il loro habitat naturale.

Se qualcuno vorrà salire a bordo e seguirmi in questa serie di racconti beh … il posto c’è … ovviamente sempre e rigorosamente nelle ultime file.

Remo