STUART ADAMSON: un grande cuore in una grande terra.

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“The Edge ha dichiarato qualche giorno fa in un’intervista che si è ispirato a me come chitarrista. E che ero il suo idolo assoluto ai tempi degli SKIDS.

Beh, mi fa ovviamente un grande piacere.

Abbiamo fatto un pezzo di strada insieme nei primi anni ’80.

“Epic rock” avevano definito il nostro stile e quello degli U2, degli Alarm e anche dei Simple Minds.

Avevamo il mondo in mano.

Sono stati anni gloriosi, di grandi soddisfazioni.

Ora però le uniche “soddisfazioni” che mi sono rimaste sono qua, davanti a me su questo tavolo.

In fila come tanti ordinati soldatini.

Invece sono solo 8 bicchierini di vetro che contenevano fino a pochi minuti fa un liquido ambrato, prodotto nella mia terra, a Nord del Vallo di Adriano.

Il calore che mi avevano dato all’inizio si sta già trasformando in qualcosa che conosco altrettanto bene: la rabbia verso il mondo intero e verso me stesso per come sono riuscito, ancora una volta, a mandare a puttane tutto quanto.

Avevo smesso di bere nel momento stesso in cui i Big Country stavano arrivando al loro zenit.

Era il 1984 ed eravamo addirittura in lizza ai Grammy Awards a Los Angeles come gruppo rivelazione dell’anno con il nostro “The Crossing”, l’album di esordio e che ci diede una popolarità mondiale.

Per anni, fin dai tempi degli Skids, mi ero convinto che senza questo “carburante” non sarei mai stato in grado di affrontare il palco, il pubblico, i tour e le attenzioni di fans e media.

Ora poi che eravamo uno dei gruppi più importanti di tutto il Regno Unito e avevamo venduto milioni di dischi in tutto il mondo !

Invece ce la feci.

Grazie a Tony, a Mark e a Bruce.

Ma soprattutto grazie a mia moglie Sandra e all’arrivo in quel periodo del mio primogenito Callum.

E così ho smesso, di colpo e da un giorno all’altro con la bottiglia.

Tutto improvvisamente era diventato più bello, intenso e nitido.

Scoprendo che ce la potevo fare alla grande anche senza quel dannato “carburante”.

Tour mondiali (Stati Uniti compresi), la nascita di Kirsten nel 1985, il secondo e il terzo album che pur senza “spaccare” avevano retto l’urto del “post-primo LP”, trauma per il 90% delle Band del pianeta.

Poi addirittura un tour in Russia, primo gruppo sulla faccia del globo terrestre ad andare a suonare da quelle parti con una organizzazione privata e un pubblico che pagava un biglietto decidendo liberamente se andare o no ad un concerto … e non ad “inviti” come usava allora da quelle parti.

Arrivammo addirittura ad aprire i concerti dei Rolling Stones, suonando in più di una occasione davanti a più di 100.000 persone.

Poi, all’improvviso, tutto ha cominciato ad andare storto.

Qualche scelta commerciale sbagliata, produttori incapaci e qualche idiota incompetente nelle case discografiche … qualche pezzo un po’ meno ispirato.

Di lì a poco la separazione con Sandra, la donna che ho amato fin da quando ero ancora un lungagnone magro e brufoloso che imbracciava una chitarra negli Skids.

Infine la fuga a Nashville nella speranza che tutto potesse ricominciare dall’inizio.

Non per vendere milioni di dischi ma per tornare semplicemente a godere nel creare musica e nel suonarla … e a riprendere una vita normale.

Invece l’unica cosa che è davvero ricominciata è la schiavitù da questo liquido ambrato, prodotto nella mia terra, a Nord del Vallo di Adriano …

 

William Stuart Adamson, cantante e leader dei Big Country, verrà trovato morto nella sua stanza di albergo ad Honolulu, Hawaii, impiccato con un filo elettrico nel guardaroba.

E’ il 16 dicembre 2001.

Il suo livello di alcool nel sangue è di 0,279%

Di lui non si avevano notizie da diversi giorni.

Il suo manager e fedele amico Ian Grant lo aveva cercato disperatamente nei giorni precedenti, intuendo che il malessere di Stuart stavolta era davvero fuori controllo.

Era già capitato in passato che Stuart Adamson si rendesse irreperibile per diversi giorni.

La ragione era sempre la stessa: una delle famose “bender”, cioè le sessioni alcoliche capaci di durare giornate intere, anche consecutive, passate a bere ininterrottamente fino a dimenticarsi di tutto il resto … famiglia, amici, lavoro …

Stuart aveva fatto perdere le sue tracce da una ventina di giorni prima da Nashville, la celebre capitale della musica Country, dove si era trasferito dopo il doloroso divorzio da Sandra, l’amore di una vita, con cui aveva avuto due figli, Callum e Kirsten.

A Nashville era arrivato un breve periodo di serenità

Un nuovo amore e un nuovo matrimonio, con la avvenente parrucchiera Melanie Shelley e soprattutto un nuovo progetto musicale, i “Raphaels”, fondati insieme al musicista Marcus Hammond.

Qualche mese prima della scomparsa di Stuart era uscito il loro primo lavoro “Supernatural”, un disco profondo, malinconico e ispirato, con testi molto intimisti e curati con la solita grande attenzione da Stuart.

Un disco considerato di “Alternative Country” con atmosfere assai distanti dal rock “epico” dei Big Country, con le chitarre che si inseguono potenti e veloci in quel suono unico capace di ricreare le sonorità tradizionali della sua amata Scozia.

In tanti avevano confidato che qui potesse iniziare la rinascita, personale ancora prima che professionale, di Stuart Adamson.

Ma la guerra di Stuart con il suo demone personale non si placa, anzi.

La bottiglia lo porterà al fallimento del matrimonio anche con Melanie e di lì a poco avrebbe anche dovuto affrontare un processo per guida in stato di ebbrezza.

Tutto questo porterà Stuart ad acuire la sua dipendenza dall’alcool fino a condurlo all’ultima scelta, quella definitiva e senza possibilità di ritorno in quell’albergo di Honolulu.

Sono in tanti a ricordarlo con affetto, per la sua generosità, la sua sensibilità e la sua grande nobiltà d’animo e per quella sua grande ironia che ne faceva un autentico spasso per chiunque ha avuto la fortuna, come chi vi sta raccontando questa storia, di condividere qualche ora con lui.

In tanti lo hanno voluto ricordare fra tutte le persone del mondo del rock e del calcio (l’altra grande passione di Stuart).

Pete Townsend e Roger Daltrey, Fish, Kate Bush, Jim Kerr o Stuart Pearce, Gordon Strachan o Charlie Nicholas solo per citarne alcuni.

Ma ancora una volta è The Edge, chitarrista degli U2e grande amico di Stuart che dopo aver ricordato in occasione del suo funerale che “Stuart ha scritto le canzoni che avrebbero voluto scrivere gli U2” ha pronunciato la frase che più ha toccato i cuori di tutti i presenti e di tutte le persone che hanno conosciuto Stuart Adamson.

“Nessuno nel mondo della musica rock, aveva un cuore grande come quello di Stuart Adamson”.

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La prima parte, dove mi permetto di parlare per Stuart, è ovviamente frutto della fantasia di chi scrive.

Ma da autentico fan dei Big Country fin dai loro esordi posso dire che le decine, forse centinaia di interviste, testimonianze, biografie e racconti su Stuart rendono anche questa prima parte quanto mai credibile e realistica.

You’ll never walk alone Big Man.

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DARIO CORONEL: Il “gemello” di Tevez.

L’ALTRO “APACHE”

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E’ notte inoltrata. La polizia di Buenos Aires è sulle tracce della gang che ha poco prima rapinato un Bingo di “Calle Rivadavia”. A capo di questo piccolo gruppetto c’è un ragazzo di 17 anni. Lo chiamano “Il Guacho Cabanas” per la somiglianza con l’allora famoso attaccante del Boca  Per la polizia è un volto conosciutissimo. Ce l’hanno nel mirino da tempo. Da quando guidò il suo gruppo di sbandati a due ripetuti assalti contro la caserma della polizia del quartiere, con decine di colpi di arma da fuoco sparati contro finestre, porte e muri della caserma. Ma soprattutto da quando ha ucciso, in uno scontro a fuoco dopo una rapina, un loro collega. Continua a leggere “DARIO CORONEL: Il “gemello” di Tevez.”

LUIS OCANA: Quando classe e talento non bastano.

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“Non ho paura di nessuno.

Neppure di lui, del “CANNIBALE”.

Lo so, a cronometro è un pochino più forte di me.

Ma a me non rifila 4 o 5 secondi al chilometro come agli altri scalatori !

E quando la strada si impenna sotto le ruote nessuno, nemmeno lui, riesce a tenere il mio passo.

Ne lui ne gli altri scalatori “puri” come il mio compaesano Fuente, il belga Van Impe o l’olandese Zoetemelk.

Che scattino pure !

Quando lo fanno guadagnano si e no trenta metri … quando va bene.

Nel giro di duecento gli torno sotto e quando inizio io a “macinare” sono loro a staccarsi.

A questo Tour sono arrivato in condizioni strepitose.

Già al Giro del Delfinato, anche se alla fine sono arrivato 2° dietro Marckx, nella tappa di Annecy, quando l’ho staccato sotto il diluvio, ho capito che quest’anno al Tour potevo davvero dire la mia.

Sei giorni fa ne ho avuto la prima conferma: al primo arrivo in salita sul Puy de Dome, pur senza infliggere grandi distacchi, sono arrivato davanti a tutti e questo mi ha dato le risposte che cercavo.

Ma è stato tre giorni fa che ho capito che Eddy Merckx non solo è ATTACCABILE … ma è anche e soprattutto BATTIBILE.

Quel giorno ad Orcieres ho sentito le gambe “girare” come nei giorni migliori.

Maurice De Muer, il mio direttore sportivo, continuava a supplicarmi di aspettare l’ultima salita per attaccare.

“Luis, se rimani senza benzina prima della salita finale ci giochiamo il Tour !”

Certo che ce lo giochiamo … per vincerlo.

Quando ho attaccato sulla Cote de Laffrey (dura, ma pur sempre una Cote) mi avrebbe strozzato.

La tappa era iniziata da poche decine di chilometri ma non ce la facevo proprio a starmene buono in mezzo al gruppo.

Per fortuna il pretesto me lo ha dato Agostinho e così sono scattato per andare via con lui.

Quando dopo pochi secondi sono arrivati Zoetemelk e Van Impe ma NON Merckx mi sono decuplicate le forze !

Siamo stati insieme fino ai piedi del Col de Noyer.

A quel punto mancavano più di 70 km all’arrivo.

Sono ripartito ancora.

In realtà volevo solo alzare il ritmo (così ho detto al mio Direttore Sportivo all’arrivo … voi ci credete ?!?!).

Testa bassa, occhi sull’asfalto e gambe che giravano a mille.

Quando mi sono voltato non c’era più nessuno dietro di me.

Cosa dovevo fare ? Fermarmi ?

Quando sono arrivato da solo ad Orcieres ho fatto in tempo a scendere dalla bici, asciugarmi dal sudore, rispondere ai giornalisti, cambiarmi la maglia e andarmi a sedere comodamente sul palco.

In tutto quasi sei minuti.

Tanto ci è voluto prima che arrivasse qualcun altro all’arrivo, Lucien Van Impe.

Quando è arrivato Merckx il cronometro segnava 8 minuti e 42 secondi.

Ho la maglia gialla addosso.

La prima parte del mio sogno si è realizzata.

Ora devo far diventare realtà la seconda: portare questa maglia a Parigi”

 

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Luis Ocana non porterà la maglia gialla a Parigi.

Nonostante quell’anno fosse probabilmente il più forte di tutti.

Anche dell’immenso Eddy Merckx.

Merckx dal giorno di quella disfatta le tentò tutte per riprendersi lo scettro “rubatogli” da quel determinato e irrispettoso spagnolo che con la famiglia per sfuggire a Francisco Franco e alla povertà si trasferì nel versante francese dei Pirenei.

Qualcosa era riuscito a riguadagnare nei confronti di Luis ma con ogni probabilità non sarebbe bastato un altro Tour intero per riuscire a recuperare il distacco.

Ma nella tappa con l’arrivo a Luchon Luis Ocana inizierà a “flirtare” con una “Signora” che non lo lascerà mai più, per il resto della sua breve vita: la cattiva sorte.

La tappa è corsa in condizioni atmosferiche pazzesche, davvero al limite anche per chi, come i ciclisti, è abituato a tutto.

Piove a dirotto e le strade dei Pirenei sono un mare di acqua e di fango.

Durante la salita del Col de Mente Merckx prova ripetutamente ad allungare nel tentativo di staccare Ocana.

Luis però non cede di un metro.

Arrivati in cima il “cannibale” si lancia in una disperata discesa, come un leone ferito che attacca a testa bassa, incurante del pericolo.

Rischia di volar via ad ogni curva e all’uscita di ognuna rilancia la bici con rabbia.

In almeno tre occasioni rischia la caduta … ma quando si volta Luis Ocana è sempre dietro di lui !

“Non ci credo !” pensa Eddy. “Uno spagnolo che sa andare anche in discesa” !

“Non si era mai visto !”.

Merckx ha ragione.

Nella storia del ciclismo il paese iberico ha prodotto scalatori meravigliosi come Bahamontes, Jimenez o lo stesso Fuente … ma in discesa erano tutti scarsissimi.

Intanto il temporale aumenta di intensità, così come la veemenza degli attacchi di Merckx.

Nella autentica tempesta meteorologica che si sta scatenando il gruppetto con Eddy e Ocana si trova improvvisamente a dover affrontare una curva a sinistra al termine di un breve rettilineo.

Il temporale è al suo zenit e la visibilità è pessima.

Eddy, che è davanti qualche metro, è sorpreso.

Ma con un numero da autentico acrobata, pur arrivando lungo e finendo a bordo strada, riesce a rimanere in piedi.

Ocana, dietro di lui, si accorge con un attimo di ritardo della curva.

Non riesce a tenere in strada la sua bici, rallenta ma finisce comunque la sua corsa contro un muretto, rimanendo a terra.

La caduta, seppur spettacolare e sicuramente dolorosa, non pare provocare danni irreparabili.

Ocana, seppur dolorante, si rimette in piedi e sta tentando di rimettersi in sella.

In quel momento però sopraggiungono Lopez Carrill, Agostinho e Zoetemelk.

Anche loro, come Eddy e Luis pochi secondi prima, assolutamente sorpresi da quella curva.

Eddy è già ripartito.

Luis Ocana sta per farlo.

Joop Zoetemelk però lo centra in pieno.

Ocana viene sbattuto a terra violentemente.

La botta è terribile.

Perde i sensi.

Rimane a terra sull’asfalto, nei suoi Pirenei, con la maglia gialla addosso, ormai irriconoscibile dalla pioggia e dal fango.

Il suo Tour de France finisce in quel momento, a poche decine di chilometri da casa sua.

Verrà portato all’ospedale più vicino in elicottero.

Eddy alla fine di quella tappa torna in testa alla classifica del Tour.

Con un gesto encomiabile e da vero sportivo si rifiuterà di indossare la maglia gialla, in onore del suo sfortunatissimo e altrettanto forte rivale.

Eddy vincerà il suo terzo Tour consecutivo.

L’anno successivo Luis ci riprova.

Tutta la sua stagione è incentrata sul Tour.

“Stavolta non ce ne sarà per nessuno” afferma spavaldo lo spagnolo nei giorni prima della partenza.

Ocana ci prova continuamente, con grande coraggio e determinazione.

Ma Eddy Merckx pare inattaccabile.

Risponde colpo su colpo.

Poi la “Signora Sfortuna” si ricorda che ha designato lui, Luis Ocana, come partner del cuore.

Nella discesa dal Col d’Aubisque è addirittura un suo compagno di squadra, Santy, ad arrotarlo e ad investirlo.

Luis, sia pure acciaccato, non molla ma qualche giorno dopo sarà una forte bronchite a metterlo definitivamente ko.

Il Tour lo vincerà l’anno dopo, stracciando letteralmente tutti i suoi avversari.

Tranne uno.

Lui, Eddy Merckx, che quell’anno decide di non partecipare al Tour per tentare (ovviamente riuscendovi) la doppietta Giro e Vuelta.

Vincere senza Eddy non ha lo stesso sapore, nonostante Ocana in quel Tour andava come un treno … forse addirittura più forte di due anni prima.

Merckx per Ocana era diventato un’ossessione.

Batterlo significava battere il “dittatore” del ciclismo mondiale, colui che quando correva gli altri erano felici di piazzarsi secondi.

Non lui. No, lui non era felice di arrivare secondo.

I dittatori li ha sempre detestati. Tutti quelli incontrati nella vita.

Francisco Franco che affamò la Spagna e costrinse la sua famiglia ad emigrare in Francia per trovare lavoro.

Suo padre, autoritario e burbero che voleva per il figlio un futuro da carpentiere e odiava vederlo correre in bicicletta.

Il suo capo cantiere quando Luis faceva il muratore e correva nei dilettanti al quale dopo l’ennesimo alterco Ocana tiro un martello, colpendolo in testa e trovandosi disoccupato un istante dopo.

Arrivò perfino a chiamare il suo pastore tedesco “Merckx” raccontando, tra il serio e il faceto, che gli piaceva l’idea di avere un Merckx ubbidiente e che gli si coricava ai piedi.

Finita la carriera ciclistica, tutt’altro che longeva (smetterà nel 1977, a soli 32 anni) si accorge definitivamente che la sua “Signora” non ha alcuna intenzione di mollare la presa su di lui.

L’anno successivo, mentre è in auto a seguito di una corsa ciclistica come commentatore televisivo, sarà vittima di un incidente automobilistico.

Perderà l’occhio sinistro.

Nel frattempo è tornato a vivere nei suoi Pirenei, sponda francese, a Mont-de-Marsan.

Ama la campagna, il verde e la tranquillità.

Inizia a produrre un distillato di vino, il più antico del mondo: l’Armagnac.

L’inizio è più che confortante.

Luis è conosciutissimo, il suo prodotto piace e con la moglie e i due figli sembra finalmente arrivare la tanto agognata serenità.

Chissà … che la “Signora Sfortuna” si sia accasata altrove ?

Semplice illusione e vana speranza.

Nel giro di poco tempo a Luis Ocana viene riscontrata l’epatite C, non esattamente facile da curare ai tempi. Come se non bastasse ci si mette anche la natura contro di lui.

Per tre anni di seguito il raccolto delle sue vigne andrà praticamente distrutto dalla grandine.

Anche per lui, che aveva combattuto con un destino avverso fin dall’infanzia, questo è troppo.

Cade in un feroce stato depressivo.

Gli amici ricordano che la morte era praticamente in ogni discorso di Luis in quel periodo.

Finché la morte arriva davvero.

Ci aveva già provato Luis.

Il 17 maggio del 1994.

La moglie Josiane riesce a salvarlo.

Arrivano i medici e arriva la gendarmerie.

Luis sembra pentito.

I medici tranquillizzano Josiane.

Due giorni dopo, è il 19 maggio, Luis ha un’altra delle sue terribili crisi depressive.

Diventa collerico e intrattabile.

La moglie cerca di placare la sua collera.

Tutto inutile.

Luis Ocana è fuori di se.

Lei cerca di sfuggirgli e con il cordless in mano tenta disperatamente di chiamare il medico.

Poi Luis, come faceva spesso in quelle circostanze, pare placarsi di colpo.

Si scusa con la moglie.

Dice che andrà in ufficio a sbrigare alcune pratiche.

Josiane tira un sospiro di sollievo.

Riesce così a chiamare il medico, avvisandolo delle condizioni del marito e supplicandolo di raggiungere la loro abitazione immediatamente.

Poi però viene assalita da un dubbio.

Uno di quelli atroci.

Corre nell’ufficio del marito.

E trova Luis Ocana alla poltrona della sua scrivania.

In un lago di sangue.

Si è sparato un colpo in testa.

Luis Ocana, l’unico vero “anti-Merckx” della storia del ciclismo, morirà così, a soli 49 anni.

Lascerà i suoi due figli e sua moglie Josiane.

La Signora Sfortuna alla fine è riuscita ad averlo tutto per lei.

 

 

Come al solito la prima parte raccontata in prima persona è di pura fantasia ma estrapolata da interviste, articoli e filmati del grande Luis e di quel maledetto Tour de france del 1971.

 

 

 

PAUL VAESSEN: Storia di talento, di sfortuna, di eroina e di morte.

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Mancano meno di 20 minuti alla fine del match.

Il risultato è inchiodato sullo 0 a 0.

E a noi non basta. Nella nostra tana, su ad Highbury, abbiamo pareggiato 1 a 1.

Serve un gol. E alla svelta.

La Juventus è una grande squadra. Praticamente 2/3 della Nazionale italiana che ha impressionato tutti due anni fa ai Mondiali di Argentina.

Causio, Bettega, Tardelli, Scirea, Zoff, Cabrini …

Il Comunale di Torino è una bolgia.

70.000 tifosi della “Old Lady” sugli spalti con i loro cori, il loro incitamento, le loro coreografie. Sanno bene che la finale della Coppa delle Coppe è sempre più vicina, ad ogni minuto che passa.

Io sono seduto in panchina. Non ho ancora compiuto 19 anni. Ne avevo 16 quando ho debuttato con i Gunners. Era a Lipsia, in Coppa Uefa. Qualche altro piccolo cameo in prima squadra l’ho già fatto … Chelsea, Norwich, Middlesbrough.

Ma qui siamo a Torino e questa è la JUVENTUS !

Da qualche minuto abbiamo iniziato a spingere con più intensità.

E più la nostra intensità sale più la Juve inizia ad arretrare, a lasciarci campo.

Anche sugli spalti il rumore è meno assordante. Un pò di timore tra i tifosi juventini inizia a serpeggiare.

In fondo ci basta un gol.

E per fare un gol basta un secondo …

Mi sto scaldando ai bordi del campo con i miei compagni. E’ una piacevole e mite serata di fine aprile, ma io ho ancora la tuta addosso.

Tanto mica devo entrare !

Queste sono partite da uomini, non da ragazzini come me.

Corricchio, faccio qualche piccolo esercizio fisico senza troppa convinzione. I miei occhi sono sul campo, dove sto sperando in una invenzione di Liam o in una zuccata di Frankie.

Poi sento chiamare il mio nome.

Avrò capito male.

Guardo i miei colleghi a bordo campo con me. Ci sono due Steve, un John ma un solo Paul.

Paul sono io.

Don Howe, il nostro grande Coach, la vera mente della squadra, si sbraccia.

Mi avvicino quasi titubante.

“Forza ragazzo, togliti quella tuta !” mi grida.

Merda. Dice proprio a me.

Mi tremano le gambe e anche le mani. Per poco non finisco lungo disteso mentre goffamente cerco di sfilarmi la tuta.

Don mi da un paio di stringatissime istruzioni tattiche, poi mi batte una mano sulla spalla e mi dice “Vai dentro ragazzo, e segnaci quel benedetto gol”.

Entro in campo. Mi sembra di avere 140.000 occhi tutti su di me.

I miei compagni mi fanno coraggio. Qualcuno mi sorride, qualcuno mi guarda un pò stupito, sorpreso come e più di me di vedermi in campo in un match del genere.

Mancano 13 minuti alla fine.

Entro al posto di David, un centrocampista e mi piazzo vicino a Frank con Alan che si defila un pò a destra.

Frank è il nostro bomber. E’ un leader, anche se parla poco e sorride ancora meno.

Qualcuno dice che presto se ne andrà dall’Arsenal e che io prenderò il suo posto al centro dell’attacco.

Ora però sono in campo con lui.

Le sue prime parole mi sorprendono “Ragazzo, tu stai in area e attacca sempre il secondo palo. Io cercherò di portarmi dietro Gentile per tenerlo lontano dall’area”.

Frank Stapleton, idolo assoluto della North Bank, centravanti della Nazionale Irlandese che si sacrifica per la squadra e per me !

Vabbè, quando mi sveglierò da questo sogno avrò qualcosa di grosso da raccontare agli amici !

Il primo tocco di palla è disastroso. Il mio stop è in realtà un passaggio a Scirea, il loro bravissimo libero. Cerco di rimediare andando su di lui in pressing come un indemoniato.

Mi evita in dribbling con una facilità irrisoria, quasi fossi una cacca di cane sul marciapiede.

Davvero un inizio niente male.

Arriva una palla lunga da dietro di David. E’ esattamente a metà tra me e Frankie. Siamo entrambi due “target men”, due prime punte, due “torri”. Io sono 188 cm e per me è naturale andare a cercare questi palloni per fare sponda per un compagno.

Ma è altrettanto naturale per Frank.

Saltiamo entrambi su quella palla, entrambi saltiamo più in alto dei difensori juventini e arriviamo insieme su quella palla … peccato che dietro di noi non c’è nessuno a raccogliere il passaggio.

Frank mi manda letteralmente a quel paese.

“Cazzo ragazzo, ti ho detto di stare in area”.

Beh, se non altro ritrovo il Frank Stapleton che conosco !

Intanto i minuti passano.

La Juventus è ora decisamente spaventata e si chiude sempre di più.

Ma fare gol ad una difesa italiana che si chiude è quasi come vincere alla Lotteria nazionale.

Improvvisamente troviamo un varco sulla sinistra. E’ un pò che ci stiamo provando da quella parte.

In fondo i nostri due giocatori più creativi, Liam e Graham, sono entrambi mancini.

Per 88 minuti i risultati però sono stati scarsi.

Ora però riusciamo a servire “Rixy” nella sua posizione, sulla linea laterale a una trentina di metri dalla linea di fondo. La fascia è ben presidiata dai giocatori bianconeri ma Rixy prova a partire in progressione. Lo spazio sembra davvero troppo poco ma improvvisamente trova un punto di riferimento inaspettato. C’è Frank, sulla linea laterale, a fare da sponda e a triangolare con Rixy.

Noi tutti sappiamo bene che al nostro riccioluto e biondo mancino bastano pochi centimetri di spazio per riuscire a mettere uno dei suoi fantastici crosses.

E’ proprio così che meno di un anno fa abbiamo vinto la FA CUP contro il Manchester United a Wembley, grazie ad un suo cross “al bacio”, quella volta per Alan.

E anche oggi, come allora, mancano meno di 120 secondi alla fine.

Rixy punta deciso la linea di fondo. Guadagna mezzo metro su Claudio Gentile.

Per Rixy equivale ad un miglio marino.

A meno di mezzo metro dalla linea di fondo riesce a pennellare il suo cross.

“Ragazzo, attacca il secondo palo” mi ha detto Frank appena entrato.

E così faccio.

La palla scavalca tutta la difesa della Juve. Perfino Cabrini ha fatto un passo verso il centro per chiudere su Alan.

La palla mi arriva precisa sulla testa. Non devo quasi saltare. Sono a due metri dalla porta.

La metto dentro.

Nel Comunale di Torino scende un silenzio irreale.

Zoff guarda i suoi compagni, allarga le braccia come a dire “E questo chi è ? da dove è sbucato ?

Poi si mette le mani nei capelli. Ha capito che per la Juventus è la fine.

Corro verso la panchina, cerco di arrivare da Don … credo.

In realtà non capisco più niente.

I compagni mi sommergono. Mi arrivano addosso contemporaneamente David e Willie, i nostri due difensori centrali. Equivale a dire circa 170 kg, in un colpo solo.

Non riesco nemmeno a gridare. Ma non è emozione.

E’ solo che quasi mi sfondano la cassa toracica !

Siamo in finale di Coppa delle Coppe.

Siamo la prima squadra britannica che espugna il campo della Juventus.

Siamo ad un passo da un trionfo europeo.

Il “gol benedetto” chiesto dal nostro grande Coach l’ho segnato io.

Sono sul tetto del mondo.

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Paul Vaessen giocherà ancora una ventina di partite con i Gunners. 

Segnerà qualche gol, uno addirittura in un derby con il Totthenam.

Giocherà alcune ottime partite a conferma che il “dopo-Stapleton” i Gunners ce l’avevano già in casa.

Ma proprio contro il Totthenam Hotspurs di romperà il legamento crociato del ginocchio destro.

3 interventi, una protesi dolorosa quanto inutile che porterà per 4 mesi, centinaia di ore di rieducazione. 

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Tutto inutile.

Nell’estate del 1982, quando non ha ancora 22 anni, dovrà abbandonare il calcio.

Il dolore, fisico e morale, di chi si è visto strappare i suoi sogni in un modo così crudele lo avvicineranno alla peggiore delle compagne: l’eroina.

L’Arsenal, colpevolmente, lo scaricherà senza nessun tipo di appoggio, ne morale ne economico. In pochi anni la vita di Paul Vaessen, il nuovo Frank Stapleton, diventerà identica a tanti altri ragazzi come lui caduti nella spirale della tossicodipendenza.

Eroina, carcere, tentativi di riabilitazione … poi ancora eroina, carcere, tentativi di riabilitazione.

Arriva anche un figlio, un breve periodo di serenità, un corso di fisioterapia … ma il dolore al ginocchio aumenta, ora è zoppo. L’eroina lenisce il dolore al ginocchio e al cuore.

In un regolamento di conti in quel torbido mondo si prende sei coltellate. 

In sala operatoria il suo cuore di ferma due volte.

Lo salvano per miracolo.

Il calcio lo ha reso uno storpio, si trascina la sua gamba tra un lavoretto e l’altro … tra un buco e l’altro. 

Racconta spesso del suo “quarto d’ora di gloria” ma ormai quasi nessuno gli crede.

Arriva a pesare poco più di 60 kg, lui che è quasi 190 centimetri.

Non ha ancora 40 anni quando in una calda giornata di agosto il suo corpo senza vita viene ritrovato in un piccolo appartamento di Bristol. 

E’ una overdose a stroncarlo.

Da giorni aveva un terrore in più con cui fare i conti; la possibilità di vedersi amputare la gamba. Occorre una delicata e costosa operazione per evitarlo.

E’ un mercoledì. 

La madre cerca di rintracciarlo disperatamente nelle ore precedenti.

Il giorno prima è arrivata la conferma che i fondi per l’operazione sarebbero arrivati.

Troppo tardi.

La notte di Torino, la “sua” notte, è lontana molto di più di 20 anni.

Sembra un’altra vita, peggio … sembra la vita di un altro.

Si, si può salire sul tetto del mondo … ma cadere da lassù ti uccide.

Riposa in pace Paul.

 

Qui sotto il gol alla Juventus. Semifinale di Coppa delle Coppe 1980.

FABRIZIO DE ANDRE’: In direzione ostinata e contraria.

di RENATO VILLA

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RADIO LIBERA

-Per presentare il nuovo trentatre giri di Fabrizio, ragazzi, ecco Inverno, uno dei brani migliori del disco- disse il disc-jockey, appoggiando la puntina sul vinile. La musica si espanse nelle case, e RadioRebelde venne immediatamente tempestata di telefonate. Intanto, la canzone era partita, e tutti quanti potevano ascoltarla, ed apprezzarla sotto tutti i punti di vista.

Sale la nebbia
Sui prati bianchi
Come un cipresso
Dai camposanti
Un campanile
Che non sembra vero
Segna il confine
Tra la terra e il cielo…

-Ragazzi, questa è pura poesia- disse Stefano, attaccato alla radio di casa, mentre la voce cupa di Faber invadeva la cucina, nella quale il ragazzo stava studiando, accompagnato come sempre dall’ascolto di una qualunque radio libera, che quella volta era RadioRebelde.
-Mica è Montale o Pascoli- sbottò la madre, insegnante e rigorosamente integrata, che digeriva male la passione del figlio per le canzoni di De Andrè. Per lei, la poesia era codificata sui libri di studio, e basta. Quegli strimpellatori non erano altro che dei simpatici cantastorie medievali, di quelli che potevano avere successo giusto perchè c’erano ragazzi come Stefano.

Ma tu che vai
Ma tu rimani
Vedrai la neve
Se ne andrà domani
Rifioriranno
Le gioie passate
Col vento caldo
Di un’altra estate

-Mamma, non lo si può neanche ascoltare sulla RAI, tanto sono bacchettoni- rintuzzò il ragazzo, staccando il naso dagli appunti di francese che aveva lì davanti. Intanto, la radio continuava a proporre Inverno a tutto volume, e la madre di Stefano rinunciò a parlare con il figlio. Non era proprio possibile discutere con quell’essere, pensò, mentre scuotendo la testa pensava che era tanto migliore il mondo prima, senza le radio libere… da quando erano arrivate a far casino, nelle teste dei ragazzi erano entrate strane idee. Forse troppo strane, le venne da pensare, mentre cercava un primo rapido da cucinare per mezzogiorno.

Stefano aveva deciso di continuare a studiare, ma allora, a metà degli anni Settanta, non era facile essere universitari senza essere schierati da una parte o dall’altra. E lui, facile prevederlo, era schierato dalla parte degli sconfitti, come diceva la musica che ascoltava. Quando arrivava in facoltà aveva sempre un walkman con una cassetta dentro, o, alla peggio, una radio puntata su RadioRebelde, come quando era ragazzo. E, quel giorno, aveva Dottrine Politiche, e la radio sintonizzata sulla solita stazione.

A un diciottenne alcolizzato
Versò da bere ancora un poco
E mentre quello lo guardava
Lui disse “amico ci scommetto stai per dirmi
Adesso è ora che io vada”
L’alcolizzato lo capì
Non disse niente e lo seguì
Sulla sua cattiva strada

Come al solito era all’ascolto di una canzone di Fabrizio. Sua madre era ormai stanca di lottare con lui per cercare di fargli capire che la poesia era ben altra, e lui ormai si nutriva di quelle ballate come delle trenette al pesto di sua nonna. E poi, ci si riconosceva, in quella canzone, perché lui, sulla cattiva strada ci era finito ben più di una volta. Aveva fumato, era quasi arrivato alle droghe pesanti, perché le cattive compagnie non si frequentano mai troppo poco, eppure ne era uscito, perché RadioRebelde l’aveva aiutato, raccontando storie e proponendo canzoni, ed anche portandolo a collaborare, come disc-jockey, qualche tempo prima. Già, era successo anche quello, ricordò, mentre ascoltava quella canzone salendo le scale di Balbi. Sapeva che avrebbe dovuto spegnere la radio, una volta arrivato nel luogo della lezione, e così si decise ad ascoltare l’ultimo passaggio della canzone.

E quando poi svanì del tutto
A chi diceva “è stato un male”
A chi diceva “è stato un bene”
Raccomandò “non vi conviene
Venir con me dovunque vada
Ma c’è amore un po’ per tutti
E tutti quanti hanno un amore
Sulla cattiva strada
Sulla cattiva strada”

La voce di Fabrizio se ne andò in sottofondo, mentre il disc-jockey annunciava il concerto gratuito alla Sala Chiamata del Porto. Stefano decise che sarebbe andato a sentirlo, Fabrizio, quella volta, in mezzo ai lavoratori del porto.
-Radio Rebelde vi porta nella musica di confine, ragazzi… ed ora, dopo Faber, un’altra voce che fa parte del nostro universo. Il Duca Bianco, ragazzi… David Bowie, che è nelle sale cinematografiche proprio in questo periodo con L’uomo che cadde sulla Terra- disse il disc-jockey, lasciando scivolare un brano che Stefano aveva orecchiato a qualche festa da amici. Dopo le prime note, si accorse che lo stavano guardando, e spense la radio.

Stefano ricordava ancora i sampietrini, i lacrimogeni, le cariche, gli slogan operai e quello strano interrogatorio che aveva subito, qualche tempo prima, a causa dell’arresto di due suoi compagni di corso. I tempi stavano cambiando, e non certo in meglio, pensò, accendendo la radio e sintonizzandola, come ormai faceva abitualmente, su RadioRebelde. Ormai si era sicuri solo di una cosa: che non si era più sicuri di nulla. Erano troppe, tre stragi di fila, e in meno di un anno. Bologna, maggio del 1980, e Italicus e Ustica, a seguire. Certo che le cose continuavano drammaticamente ad essere sempre più indigeste, pensò Stefano mentre con dita sapienti ed abituate terminava di sintonizzarsi. Chissà cosa gli avrebbero fatto sentire, quella volta, gli amici di RadioRebelde.
-Ed ora, dopo tanta musica straniera, un pezzo italiano- annunciò la ormai arcinota voce del disc-jockey, con il quale era da tempo divenuto amico, passando ogni tanto una sera davanti ad una bottiglia di whisky, e di quello buono. E, dalla radio, uscì la voce inaspettata di un caro amico.

Se ti tagliassero a pezzetti
Il vento li raccoglierebbe
Il regno dei ragni cucirebbe la pelle
E la luna tesserebbe i capelli e il viso
E il polline di Dio
Di Dio il sorriso…

Era una delle canzoni dell’ultimo ellepì di Fabrizio. Era probabilmente la più bella del disco, e a Stefano venne in mente che piaceva anche a sua madre. Strano che una canzone potesse piacerle per il testo, pensò, mentre gli ultimi articoli della tesi venivano raccolti e messi da parte, per essere rigorosamente ricontrollati. Meno male che c’era RadioRebelde a farlo sentire parte di un mondo, azzardò, mentre raccoglieva tutto.

E adesso aspetterò domani
Per avere nostalgia
Signora libertà signorina fantasia
Così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
Con la tua nuvola di dubbi e di bellezza…

Stefano raccolse definitivamente la sua roba, ed attese che la canzone decantasse, lasciandolo solo. RadioRebelde continuava a confortarlo, sganciandolo da una vita di amare delusioni, personali e politiche. L’ultima era stata una ragazza, che l’aveva mollato per i suoi trascorsi, non solo politici. Che bel tipino che era, pensò, mentre appoggiava i capitoli della tesi l’uno sull’altro, attendendo la fine del programma.

Stefano era in macchina, e stava percorrendo stancamente la sopraelevata perché non voleva restarsene in città quel giorno, il dodici ottobre. Celebrare Colombo e la sua banda di tagliagole non gli era sembrato un atto che meritasse di essere considerato intelligente, e così aveva telefonato a Maurizio, un suo caro amico di Recco che la pensava come lui, ed avevano deciso che avrebbero passato quella settimana a parlare di musica, di calcio (Maurizio era genoano fino al midollo), e di tutto ciò che poteva passare loro per la testa, per trasformarlo poi in materiale da pubblicare. Stanco di sentirsi solo, Stefano prese la decisione più rapida, ed accese con un colpo secco la radio dell’automobile, sintonizzata ormai da sempre sullo stesso canale.
-Amici di RadioRebelde, finalmente un’occasione per protestare contro il mondo falso e buffonesco che ci propongono le autorità… ricordiamoci, oltre che di Chico Mendes, di tutto il popolo pellerossa massacrato dagli occidentali per quella terra che era la loro terra- disse il disc-jockey, e subito dopo azzardò una canzone che, difficilmente, qualcuno avrebbe accettato, se l’avesse scritta qualcun altro.

Tentò la fuga in tram
Verso le sei del mattino
Dalla bottiglia d’orzata
Dove galleggia Milano
Non fu difficile seguirlo
Il poeta della Baggina
La sua anima accesa
Mandava luce di lampadina…

Quanto era che non la sentiva in radio, La domenica delle salme, pensò Stefano mentre imboccava Corso Marconi. Se c’era una canzone criptica, ermetica, montaliana, era quella. Sua madre l’aveva subito amata, forse per il suo innato attaccamento ai poeti ermetici, e forse perché Fabrizio quella volta si era davvero superato. Sua madre… ora aveva superato la sessantina, e forse per questo era meno intollerante nei confronti di quelli che definiva ancora “cantastorie”.
-I polacchi non morirono subito…- citò a memoria Stefano, che conosceva le evoluzioni poetiche di Faber a memoria, tranne ovviamente quelle in sardo, perché non aveva ancora avuto il tempo di studiarlo assieme ad Andrea, un suo collega al giornale che veniva da Alghero.

… e inginocchiati agli ultimi semafori
Rifacevano il trucco alle troie di regime
Lanciate verso il mare.
I trafficanti di saponette
Mettevano pancia verso est
Chi si convertiva nel novanta
Ne era dispensato nel novantuno…

Stefano continuò a viaggiare, appoggiato alla Domenica delle salme, e si tolse da quella incomoda e fastidiosa città, la sua città, nella quale si celebrava l’anniversario del primo di tutti i genocidi. E pensò a sua madre, che era andata a vedere la celebrazione, e non per mera curiosità, ma per il fatto. E, disgraziatamente, durante il viaggio gli venne in mente che lei era ancora della generazione che considerava Colombo un eroe.

Quella notte Stefano stava lavorando ad un articolo, come faceva spesso, e teneva accesa la radio, per tenersi sveglio. La radio ed il caffè, erano le due cose che lo facevano lavorare tranquillamente fino a mattina. Era una fredda notte di gennaio, e lui doveva buttare giù, su carta, la base fondamentale dell’articolo che avrebbe venduto a una qualche rivista, perché ormai era così che si guadagnava da vivere. La laurea gli era servita veramente a poco, ma aveva reso felice sua madre, ed anche suo padre, che aveva festeggiato stappando una bottiglia di quello buono. Ora suo padre aveva quasi ottant’anni, e continuava ad interessarsi di tutto, e leggeva tutto ciò che lui scriveva, proprio perché sentiva molto di se stesso in Stefano. Sua madre… sua madre continuava la sua battaglia contro le sue idee, e sapeva che non l’avrebbe terminata se non con la sua fine. In quel momento, RadioRebelde si zittì di colpo, interrompendo Simon and Garfunkel in mezzo a Sound of silence. Non era mai successo. Contemporaneamente, il telefono squillò, e Stefano si alzò, ed andò a rispondere. Era sua madre.
-Stefano, metti la radio- gli disse, con una voce che non sembrava neppure la sua.
-Cosa c’è, mà?- chiese Stefano, preoccupato.
-Metti la tua radio libera, Stefano. Mettila- gli ordinò sua madre. Stefano tornò in salotto, ed ascoltò.
-Non avrei mai voluto darvi questa notizia, amici di RadioRebelde.- stava dicendo il disc-jockey. –Non ve la darò. Capirete dalla prossima canzone che cosa è accaduto- sussurrò. Sembrava sconvolto anche lui. Poi, partì la musica. Stefano la riconobbe al volo.

Alta sui naufragi
Dai belvedere delle torri
China e distante
Sugli elementi del disastro…

Stefano si lanciò verso il telefono, che non aveva riagganciato, e sussurrò a sua madre –Faber?-. Dall’altra parte del filo si sentì un triste –Sì-, che sapeva tanto di amara conferma. Stefano andò ad alzare la radio, perché tutti capissero il suo dolore.

… Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
Col suo marchio speciale di speciale disperazione
E tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
Per consegnare alla morte una goccia di splendore
Di umanità di verità…

Stefano si accasciò sugli appunti, che ormai avevano solo il senso di un lavoro fatto come tanti altri, e si fermò ad ascoltare, ad ascoltare RadioRebelde, quella notte, con le lacrime agli occhi e sua madre al telefono.

… Ricorda Signore questi servi disobbedienti
Alle leggi del branco
Non dimenticare il loro volto
Che dopo tanto sbandare
È appena giusto che la fortuna li aiuti
Come una svista
Come un’anomalia
Come una distrazione
Come un dovere

 

 

DAVID ROCASTLE: Il coraggio, il cuore e la sconfitta di “Rocky”.

rocky

Sono chiuso nella mia auto.

A 500 metri dal nostro campo di allenamento.

Sto piangendo come un bambino.

Ancora non riesco a crederci.

Sono uscito mezz’ora fa dall’ufficio del nostro Boss, George Graham.

Non potevo davvero credere alle sue parole.

“David, ti ho appena venduto al Leeds United.” mi dice.

“Ma … Boss … io non voglio andare al Leeds United !”

“Io sono felice qui, nell’Arsenal”.

E mentre glielo dico le prime lacrime iniziano a gonfiarmi gli occhi.

Qualcuna inizia a scivolare giù …

“Raccogli la tua roba. Dopodomani Howard Wilkinson ti aspetta a Dublino per unirti alla squadra”.

Adesso le lacrime arrivano copiose.

Lo so che non dovrei. Lo so che non serve a nulla.

George Graham non ha mai cambiato idea una volta.

Sono 6 anni che lo conosco.

E’ arrivato all’Arsenal che ero poco più di ragazzino.

Ma non ha esitato un secondo a buttarci dentro in prima squadra.

Tony, Martin, Niall, Michael ed io … una banda di ragazzini !

E con lui abbiamo vinto subito.

La Coppa di Lega.

A Wembley, in finale contro il Liverpool.

Poi sono arrivati trofei ancora più importanti.

Due campionati di Prima Divisione.

Ora però il Boss mi ha detto di andarmene.

Andarmene dall’Arsenal.

Da casa mia.

Sono qua da quando avevo 15 anni e l’Arsenal è l’unica squadra per la quale voglio giocare a calcio.

Non riesco a smettere di piangere.

Qui ci sono tutti i miei amici, molti dei quali hanno fatto tutte le giovanili con me.

Prima di entrare nell’ufficio del Boss alcuni di loro mi prendevano in giro

“Ehi Rocky, vai dal Boss. Maledetto bastardo ti beccherai un aumento di stipendio”.

La scorsa stagione è stata una delle più belle della mia carriera.

L’anno prima avevo avuto dei guai seri ad un ginocchio.

Ho fatto fatica a tornare ai miei livelli.

Dicevano che era un problema serio.

“Degenerativo” lo hanno definito i dottori.

E’ vero, ho perso un po’ di quello spunto in velocità che caratterizzava il mio gioco e giocare in fascia se non riesci a saltare l’avversario è dura !

Il Boss allora mi ha messo in mezzo al campo.

Mezz’ala.

Non ci avevo mai giocato ma mi sono subito trovato a mio agio.

Ho giocato praticamente sempre e ho fatto anche qualche gol.

Probabilmente ho giocato la più bella stagione della mia carriera !

E poi quel gol all’Old Trafford !

Che gioia ragazzi !!

… e ora invece me ne devo andare …

E ancora non riesco a smettere di piangere.

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Per David “Rocky” Rocastle lasciare i Gunners fu semplicemente insopportabile.

Lui che per l’Arsenal faceva il tifo.

Figlio di una famiglia caraibica emigrata in Inghilterra alla fine degli anni ’50.

Il padre muore nel 1972, quando David ha solo 5 anni.

Ma gli amici e i parenti ricordano a David quello che il padre amava spesso raccontare, anche lui innamorato del calcio.

“Andare negli stadi inglesi per un uomo con la pelle scura alla fine degli anni ’60 non era affato semplice. Qualche insulto razzista arrivava sempre prima o dopo … quando addirittura non finiva peggio. Ad Highbury non mi è mai capitato una volta”. Ed è per questo che ho cominciato a tifare per i Gunners”.

David viene visto in un campetto a Lewisham, il suo quartiere, addirittura dal Presidente dei Gunners, David Dein, che arrivato a casa racconterà estasiato alla moglie “Ho visto il nuovo n° 7 dell’Arsenal ! ha 14 anni e gioca come un brasiliano !”

Viene preso nelle giovanili.

Con lui ci sono Tony Adams, Niall Quinn, Michael Thomas, Martin Keown, Martin Hayes e dopo poco arriverà anche Paul Merson.

Del talento di David se ne accorgono tutti.

Ma c’è un problema.

Gioca sempre con la testa bassa, in dribbling salta gli avversari come birilli, ma sempre non avere idea di dove sia la porta.

Nel suo sguardo “storto” c’è la risposta; David ha una miopia importante che una volta corretta con un paio di lenti a contatto lo trasforma ben presto in una autentica iradiddio !

Ha tecnica, velocità, dribbling ma è anche forte fisicamente e soprattutto lotta come un leone.

Questa sarà la caratteristica che lo renderà un idolo per il popolo biancorosso di Highbury.

E di tutte le squadre che verranno dopo.

Non è frequente vedere un giocatore del suo talento inseguire gli avversari come un indemoniato, lanciarsi in tackles impavidi, sacrificarsi in pressing e raddoppi di marcatura.

Entrerà, per restarci per sempre, nel cuore dei tifosi dei Gunners una sera di primavera del 1987.

E’ la semifinale di Coppa di Lega.

Dopo due pareggi si gioca “la bella”.

Il campo però è quello degli odiati cugini del Totthenam.

Uno squadrone da far paura.

Hoddle, Waddle, Ardiles, Clive Allen … contro una banda di ragazzini alcuni dei quali neppure ventenni.

David Rocastle segnerà il gol della vittoria, al 90mo minuto.

Gol che permetterà ai Gunners di tornare a Wembley dopo 7 lunghi anni.

https://youtu.be/geJbTwOQoQU

Arriveranno come detto due titoli di First Division, 14 presenze in Nazionale ma purtroppo per Rocky nessuna partecipazione a Mondiali o ad Europei.

L’arrivo al Leeds nell’estate del 1992 segnerà invece l’inizio di un declino inatteso quanto rapido.

I dottori, purtroppo, avevano ragione.

Il ginocchio gli crea sempre più spesso problemi.

Con i campioni d’Inghilterra in carica non riuscirà mai ad esprimersi ai suoi eccellenti livelli e i trasferimenti al Manchester City, al Chelsea (lo vorrà Glenn Hoddle, dicendo che “si, so dei problemi al ginocchio di David. Ma 60 minuti suoi sono meglio di 90 di tanti altri giocatori !” poi al Norwich e poi addirittura al Hull in Terza divisione saranno contraddistinti da prestazioni altalenanti, spesso incolore e da tanti guai fisici che lo costringeranno, a soli 32 anni, ad appendere le scarpe al chiodo.

E lo farà dopo aver giocato un pugno di partite addirittura in Malesia, nel dicembre del 1999.

Ma la dea bendata ha evidentemente deciso che tutto questo non bastava.

Poco più di un anno dopo, nel febbraio del 2001, David Rocastle conferma quello che in tanti nel mondo del calcio già sospettavano da tempo; Rocky è malato.

Ma nessuno poteva immaginarne la gravità.

David Rocastle ha un cancro.

Il terribile “linfoma di Hodgkin” una delle più aggressive forme di tumore che attacca il sistema immunitario.

Il mondo del calcio si stringe intorno a Rocky, alla moglie Janet e ai suoi tre figli, Ryan, Melissa e Monique.

Rocastle è amato e benvoluto da tutti.

Professionista esemplare, correttissimo in campo, disponibile e affabile con tutti.

E poi Rocky è il suo soprannome !

Di combattere non ha mai avuto paura.

Ma questa battaglia, la più importante di tutte, David Carlyle Rocastle, la perderà.

Nemmeno due mesi dopo quel tragico annuncio.

E’ il 31 marzo del 2001.

 

David Rocastle è una delle 32 leggende della storia dell’Arsenal dipinte sui muri del nuovo Emirates Stadium.

Di lui, una frase rimarrà per sempre a cementarne il ricordo, quella che amava dire a tutti, soprattutto ai nuovi arrivati in prima squadra, o ai ragazzi delle giovanili, riferendosi all’Arsenal, la squadra che amava.

“REMEMBER WHO YOU ARE, WHAT YOU ARE AND WHO YOU REPRESENT !”

A seguire questo breve e toccante tributo a questo grande e sfortunato talento.

LAYNE STALEY: Troppo fragile per questo mondo.

layne copertina

“Brutto figlio di puttana.

Molli me e mia madre come un paio di scarpe rotte.

Non ti fai vedere per quasi vent’anni e adesso rispunti fuori, bello come il sole, dicendomi “sono tornato figlio mio” !

Sei sempre stato un gran bastardo.

Pensare che quando avevo 16 anni mi sono perfino messo a cercarti.

Dappertutto.

Volevo capire perché te ne eri andato a quel modo.

Poi parlando con le persone che ti conoscevano, a cominciare da mia madre,  ho capito.

Non ne valeva la pena.

Eri solo un tossico senza speranza.

E un gran figlio di puttana.

Il guaio è che qualcosa dai tuoi geni di merda l’ho ereditato.

Non con la musica di certo, visto che a parte ascoltare i tuoi gruppi Heavy Metal non sapevi ne cantare ne suonare.

Una passione me l’hai trasmessa purtroppo: quella per l’eroina.

In quella sono uguale a te.

Anche se a te diceva la mamma che serviva solo per sballare, per avere una scusa per startene via da casa giorni interi con i tuoi amici del cazzo.

Mentre a me serve per lenire quel maledetto dolore che sento dentro di me da sempre.

Forse proprio da quando te ne sei andato da casa tu.

Senza una parola, un saluto o un fottuto biglietto di addio … e io avevo solo 6 anni.

E ora rispunti fuori dal nulla.

Ma guarda un po’ le combinazioni della vita !

Tuo figlio con il suo gruppo vende qualche milione di dischi, si compra una casa tutta sua, in banca ha un conto a sette cifre … e chi si rivede ???

Phil “figlio di puttana” Staley.

Pensa che per un po’ di tempo non ho neppure portato il tuo cognome da tanto mi facevi schifo.

Ora torni e mi racconti che sei “pulito come un bambino”

Da ben 6 anni. Cavoli che bravo !!!

Peccato che dopo neppure una settimana che ti sei ripresentato hai ricominciato a farti come se non ci fosse un domani !

E la cosa che mi fa più incazzare e che sono IO ad avere i sensi di colpa e a non riuscire a mandarti dove meriteresti …  a fare in culo da dove sei venuto.

Carina come immagine; padre e figlio che si fanno insieme di eroina come due adolescenti.

Ormai ti presenti a casa mia tutti i giorni e grazie a te, brutto figlio di puttana, mi faccio con una frequenza come mai prima d’ora.

“Figliolo, ma di cosa ti preoccupi ? Con i tuoi soldi ci ripuliamo quando vogliamo !”

Sai qual è la cosa che mi fa più incazzare di questa frase, già di per se del cazzo per conto suo ?

Che nessuno fino ad ora, compresa la mamma, ti ha mai sentito parlare al PLURALE in vita tua !

Sei la mia rovina due volte, Phil “figlio di puttana” Staley.

… e io non riesco nemmeno a cacciarti via …”

Da quel devastante periodo Layne Staley non ne uscirà mai più.

Anzi.

Sarà un precipitare senza soluzione di continuità verso l’abisso più cupo.

La sua dipendenza dall’eroina diventerà assoluta, nefasta e totalmente irreversibile.

Fino al 19 aprile del 2002, quando il suo corpo senza vita verrà ritrovato nella sua casa di Seattle.

… 15 giorni dopo la morte, avvenuta, per una folle e tragica coincidenza (?) il 5 aprile.

Esattamente 8 anni dopo esatti dalla morte di Kurt Cobain.

 

Layne Staley era il cantante degli Alice in Chains, uno dei primi gruppi, sia cronologicamente che per importanza, della famosa scena di Seattle.

Quando nel 1990 esce “Facelift” i 4 ragazzi di Seattle vengono catapultati verso la fama dapprima negli States e a seguire nel resto del pianeta.

Più di 2 milioni di copie vendute solo negli Stati Uniti d’America.

Due anni dopo, con “Dirt” riescono a fare meglio.

Molto meglio.

4 milioni di copie vendute e insieme a Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden diventano i paladini di questa nuova ondata musicale che lascerà un segno indelebile, e spesso tragico, nella storia del rock.

Sembra tutto andare alla grande per Layne ma la sua vita privata sta invece diventando un autentico inferno.

La sua dipendenza dall’eroina, di cui è probabilmente già un consumatore da tempo, sta iniziando a diventare un problema serio e sempre più difficile da gestire per Layne e per i compagni della band che stanno assistendo giorno dopo giorno ad un processo autodistruttivo che appare già irreversibile per il loro amico e front-man del gruppo.

Proprio in quel periodo farà irruzione nella sua vita il padre Phil.

Più di 15 anni dopo da quando lasciò lui e la madre.

Torna a farsi vivo ora, dopo aver visto la foto del figlio in una rivista musicale.

Phil diventerà per parecchio tempo una presenza fissa, sempre più ingombrante e nefasta nella vita del figlio.

Praticamente ogni giorno suo padre va da Layne a batter cassa.

Si bucano spesso insieme e a quel punto la corsa verso il baratro di Layne sembra inarrestabile.

Già dal 1994 il suo livello di dipendenza è tale da far decidere agli “Alice” di rinunciare al tour promozionale di “Jar of Flies” un EP che debutta al primo posto nelle classifiche di vendita, novità assoluta per gli Alice in Chains.

Layne Staley viene convinto dagli amici a ricoverarsi in una clinica per disintossicarsi.

Sarà solo il primo di una lunga (e purtroppo vana) serie di tentativi.

Per un breve periodo sembra che Layne possa farcela.

Parte addirittura un nuovo progetto con altri musicisti di Seattle tra cui Mick McCready dei Pearl Jam e Barrett Martin degli Screming Trees.

Il gruppo prenderà il nome di Mad Season e in questo seppur brevissimo interludio Layne ritrova una parvenza di energia e speranza.

Tutto assolutamente effimero.

Le sue apparizioni pubbliche iniziano a diradarsi e gli impegni presi con gli “Alice in Chains” e con i Mad Season saltano con sempre maggiore frequenza.

Nel 1995 esce “Alice in Chains” o “Tripod” come molti usano chiamare quell’album per via delle foto in copertina.  (Tripod significa “trepiedi” e le foto in copertina sono di un cane con 3 zampe e di un uomo con tre gambe).

Anche questo album schizza in vetta alle classifiche.

Anche stavolta però tour promozionale ridotto al minimo.

Le condizioni di Layne non lo permettono.

Nonostante i testi di quel disco sono in gran parte dello stesso Staley.

Liriche cupe, nichiliste e malinconiche dove la depressione e la dipendenza di Layne traspaiono chiaramente in diversi pezzi, evocativi ed autobiografici.

L’amico Gerry Cantrell, il chitarrista della band, ricorda quel periodo con tanta frustrazione ma anche con tanta dolcezza nei confronti di Layne “E’ insopportabile per un musicista non poter suonare dal vivo, davanti ai propri fans, quello su cui si è lavorato per mesi. Ma con Layne abbiamo vissuto insieme momenti meravigliosi e ora, che invece dobbiamo viverne di assai più duri e difficili, continueremo a farlo insieme. In questo gruppo mai nessuno pugnalerà un altro alle spalle o verrà abbandonato a se stesso.”

Parole toccanti e profonde ma quando l’anno successivo l’ex-fidanzata di Layne, Demri Lara Parrott, (quella che con ogni probabilità aveva fatto scoprire a Layne i “piaceri” dell’eroina) morirà di overdose anche gli amici del gruppo capiscono che Layne ha imboccato ormai una via senza ritorno.

layne e diana.jpg

Pochi mesi prima, nell’aprile del 1996, gli Alice in Chains sono ospiti di MTV e del loro celeberrimo “Unplugged”.

Sono due anni e mezzo che praticamente non suonano insieme dal vivo.

Quello che si vede quella sera sul palco è uno spettacolo sconfortante e terribile.

Non tanto per la voce, quella c’è ancora eccome !

Ma per l’aspetto e le condizioni di Layne.

Emaciato e magrissimo, vestito completamente di nero e con grandi occhiali scuri per buona parte del concerto.

Addirittura un paio di guanti neri … a nascondere le mani, ormai coperte di buchi e croste così comuni a tutti i tossicodipendenti ormai al capolinea.

Gli ultimi anni di Layne saranno praticamente in clausura, chiuso nella sua casa di Seattle a spendere centinaia di dollari al giorno in sostanze, dipingere e a giocare con un paio di amici saltuari a videogames.

Rilascerà l’ultima intervista tre mesi prima di morire.

Apparirà postuma alla sua morte, nella biografia “Layne Staley: Angry chair”.

In quell’intervista metterà definitivamente a nudo la sua devastante dipendenza dall’eroina, raccontando di un corpo ormai allo stremo e fuori controllo, con l’impossibilità addirittura di gestire i bisogni fisiologici.

Nelle sue parole tanto rimpianto per la stupidità di una scelta “leggera” che gli ha condizionato in seguito, gli affetti, la carriera e la vita.

Per un po’ l’eroina è stata il mio motore, quasi la mia linfa vitale. Ma ora tutto si è rivoltato contro di me. Sono in un inferno e il dolore mi è insopportabile”.

Arriva anche un pensiero per i suoi fans, soprattutto per quelli più giovani.

“Vorrei che nessuno pensasse che farsi di eroina sia “cool”, sia figo.

“E’ invece un’immensa cazzata. “

“C’erano un sacco di ragazzi “fatti” ai miei concerti che mi sorridevano e alzavano il pollice verso di me, facendomi capire che anche loro erano “high”, fuori di testa.”

“Ecco, questo è esattamente ciò che vorrei non accadesse più”.

Come detto il corpo di Layne verrà rinvenuto nella sua abitazione di Seattle ben 15 giorni dopo la sua morte.

Lui, che era alto 180 centimetri era arrivato a pesare 36 kg.

I tributi e le testimonianze di affetto soprattutto da parte dei tanti amici della celeberrima “scena di Seattle” si ripeteranno senza sosta per molto tempo.

Anche se le tragedie, per i protagonisti di quel meraviglioso e creativo periodo della storia del rock’n’roll, sembrano davvero non avere fine.

L’unica certezza è che la voce di Layne e le sue canzoni rimarranno per sempre.

L’unica speranza è che Layne possa trovare ora quella pace che non è riuscito a trovare qua sulla terra … lasciando quaggiù tutti i suoi ingombranti e sinistri fantasmi.

layne ultima.jpg

 

Come sempre la prima parte raccontata in prima persona è frutto della fantasia di chi scrive ma fedele a tutte le testimonianze e le interviste rilasciate da Layne e dagli amici più intimi in merito a quel periodo particolare della sua vita.

Il testo in questione è molto crudo e mi auguro non disturbi o non offenda nessuno.

Ma trasmettere la rabbia e l’angoscia provate da Layne Staley in quel periodo diventa molto difficile e anche poco realistico farlo con paroline dolci e delicate da oratorio.

Infine, le parole del titolo “Too tender for this world” sono state pronunciate da Ann Wilson, leader degli Heart, e cara amica di Layne.