JIM CLARK: Non doveva finire così.

di Renato Villa

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No, mio Signore, non è giusto, non doveva finire così. Era stata una sofferenza sino dall’inizio, quella gara, combattuta contro il tempo e contro tutti gli avversari, e non bastava che la sfortuna si accanisse contro la mia vettura verde, e contro il sogno di vittoria che avevo, oggi. Non credevo che si potesse arrivare a combattere per nulla, per inseguire un sogno perduto alla terza curva… no, non lo credevo davvero, quando ho sentito il motore mancarmi all’ultima curva dell’ultimo giro… quella dannata parabolica assassina, che oltre ai miei sogni di un trionfo leggendario stroncherà le vite di piloti più giovani e meno esperti di me, che la conosco e la affronto con il dovuto rispetto… e comunque io, io sono il Mito, lo Scozzese Volante, l’uomo che ha vinto tutto e vincerà ancora, se la sorte beffarda me ne lascerà il tempo, e la soddisfazione. Perché in questo momento, al mondo non esiste un uomo più veloce di me, e che sappia mettere a punto un’auto meglio di me. E so che la prossima sarà veloce, ancora più veloce di questa, ed il mio sogno è quello di vincere con quella macchina. Davvero, non ne vedo l’ora.

No, mio Signore, non doveva cominciare così, come tutte le altre volte, con la muta di cani lanciata in caccia alla volpe. Come sempre. gli altri inseguono, come sempre devono sperare che mi succeda qualcosa, per provare ad ottenere un risultato, perché in questo momento nessuno di loro può reggere il mio ritmo, può seguirmi a quella velocità. Eppure, dopo poco, ho sentito la macchina sbandare da una parte all’altra della pista, perché c’era qualcosa che non andava, che me la sbilanciava, e poteva essere solamente un pneumatico, insomma, mio Dio, una gomma, una stupida gomma forata. E non era altro che un problema da poco, d’accordo, ma nel 1967 i cambi gomme sono lenti, e di tempo se ne perde, e poi per arrivare ai box si deve percorrere la pista, e non basta neppure quello, perché si resta ultimi, staccati, perché per non rovinare la macchina si deve andare troppo lenti, e Monza è una pista velocissima, di quelle che adoro, ma che ti ingannano fino alla fine, ed allora mi sono trovato lì, ai box, a cambiare quella gomma, sperando di metterci il meno possibile… e poi, quando sono tornato in pista, mi hanno solo detto – Corri-. Ed io ho obbedito, e mi sono messo a correre.

No, mio Signore, non doveva continuare così, con la mia macchina giusto ad un giro dai primi, e la rabbia per una gomma forata che mi lasciava staccato dal mondo. Non mi sembrava giusto non combattere, non correre, quel giorno, perché la velocità del mio bolide era superiore a quella di tutti gli altri, e sapevo che se avessi fatto quello che sapevo avrei vinto, sicuramente. Il capo ai box mi aveva atteso con l’espressione leggermente infastidita che può avere un Lord inglese davanti ad uno stupido imprevisto, ed osservava la lentezza esasperante di quel cambio gomme con le mani in tasca ed il solito cappellino calcato in testa, gli occhi che bruciavano di rabbia. Ed io ero lì, dentro a quella macchina rombante, attendendo che mi venisse dato il via, il via per il rientro in pista, perché avevo chiara la sensazione che sarebbe stata una gara memorabile, e che chi mai l’avesse vista non l’avrebbe scordata mai più. Quando rientrai in pista vidi i due primi sfilarmi davanti, come non avevo preventivato che potessero fare, e pensai che non avevo altra scelta che mettere il piede sull’acceleratore, e non toglierlo mai più di lì. Dovevo recuperare, ed avevo paura di non farcela, prima di tutto perché il motore non sapevo ancora se avrebbe retto, a certi ritmi, e poi perché andando così veloce c’era anche il rischio di fare un errore, uno solo, che potesse pregiudicare tutta la gara. E io non volevo, no, non volevo pregiudicare il tutto. Sapevo che avrei provato a rimontare, che non avrei mollato… fino alla fine.

No, mio Signore, non dovevi illudermi così, quando cominciai a vedere che giravo due secondi più veloce di tutti gli altri, e che lentamente qualcuno cominciava ad avere paura, o ad avere problemi. La risalita era iniziata, drammatica e trionfale, come mai era successo in un Gran Premio, e lentamente vedevo macchine fermarsi a bordo pista, e la mia classifica migliorare, giro dopo giro, sorpasso dopo sorpasso, record dopo record. Non oso pensare ai visi stupefatti dei miei meccanici, e dei miei amici ai box, il capo per primo, che avrà controllato se il suo cronometro funzionava o si era inchiodato sotto il minuto e mezzo, per qualche strana e magica ragione. No, non aveva ancora pensato a cosa poteva capitare, quando non si videro transitare alcuni piloti che avrebbero potuto rallentarmi, e tirò un sospiro di sollievo. Tempo perso in meno, gli sarà venuto da pensare, mentre controllava le lancette del cronometro, che a lui sembrava impazzire, o fermarsi di colpo. E poi, vidi ferma anche la macchina di Danny, e pensai, ma forse fu lì il mio peccato, che forse avrei potuto anche vincere, perché la mia macchina sembrava un orologio, e le altre avevano tutte qualche piccolo inconveniente, qualche incidente di percorso. E poi la gente sulle tribune, assiepata, stupita, esaltata, urlante, sarà una sensazione indescrivibile che mi porterò dentro per sempre, fino a quando avrò vita. Perché è stata quella la molla per correre, credetemi, quella e nessun’altra. 

No, mio Signore, non dovevi esaltarmi così, lanciato alla conquista di un qualcosa che non sapevo se sarebbe venuto, convinto di poter abbattere le barriere del tempo. Erano attimi di strane sensazioni, quelli, nei quali vedevo gli avversari sempre più vicini. Anche Graham, che aveva la mia stessa macchina, e che sapevo che avrei ripreso prima della fine della gara. E poi capivo che il tempo per me si era fermato in una nuvola di velocità, sperso come poche altre volte alla ricerca della traiettoria, della traiettoria fuori traiettoria per un sorpasso impossibile, tra le mani e le voci delle persone che urlavano il mio nome, esaltate dall’imprevisto che avevano davanti ai loro occhi. E la giustizia che sembrava avvicinarsi, mentre lentamente scavalcavo altri avversari, o doppiavo qualcuno, perché la mia macchina andava troppo più veloce delle altre, lasciandole indietro come tram a cavalli. Non chiedevo nulla di particolarmente strano, mio Signore, chiedevo solo che tu mi lasciassi andare, almeno per questa volta, a prenderli tutti, perché sapevo di averne la possibilità, così come lo sapeva il capo, al box, ancora perplesso, un po’ per i tempi ed un po’ perché gli sembrava impossibile, quello che stava vedendo, a meno che un folletto non si fosse impadronito di me e della mia macchina… e non si stesse divertendo. 

No, mio Signore, non dovevi beffarmi così, facendomi vedere le macchine di alcuni dei miei avversari ferme a bordo pista, e lasciandomi sempre più la convinzione che avrei potuto farcela. S’erano fermati Bruce e Graham, che erano nel gruppetto dei primi, e mi era rimasto poco per arrivare a tagliare il traguardo del sogno. Mancavano poco più di cinque giri quando ero riuscito a balzare al comando della gara, come era accaduto all’inizio, e mi sentivo tranquillo, perché ormai la macchina non poteva tradirmi più, perché non poteva accadere null’altro di imprevedibile in quella gara. Sì, mio Signore, forse ho peccato di presunzione, e questo per un uomo che corre sul filo della morte è sicuramente grave, ma in quel momento non vedevo cosa potesse portarmi via quella vittoria, quel risultato assolutamente unico ed irripetibile. Ed invece, mio Signore, devo ammettere che ero cieco.

No, mio Signore, non dovevi tradirmi così, all’ultima curva, lasciandomi col motore sputacchiante e morente, ad osservare John che mi passava, scavalcandomi e togliendomi quel trionfo che avrei meritato più di qualunque altro. La benzina, solo lei, poteva lasciarmi a piedi alla parabolica, mentre stavo per alzare le braccia in segno di giubilo e scatenare nella gente il boato degli applausi. E neppure il secondo posto mi è stato riservato, perché sul filo del rasoio ho visto un’altra vettura superarmi, mio Signore, quasi a farmi capire che bisogna essere umili per vincere, che bisogna saper accettare le sventure per capire cos’è il trionfo. Il gradino più basso del podio mi è stato riservato da Te, come punizione per il mio comportamento, forse, o come lezione, ma la gente non ha approvato e mi ha tributato un’ovazione che penso non sia mai stata dedicata ad altri, mio Signore. Forse loro non capiscono, o forse sono io che accetto tutto perché Tu mi hai sempre protetto, e so che mi proteggerai ancora per molto tempo, mio Signore, so che lo farai.

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Jim Clark nasce a Kilmany, in Scozia (non dite mai ad un uomo delle Highlands che è un inglese, potreste morire) il 4 marzo del 1936. Alla fine degli anni ’50 conosce, durante una gara minore, Colin Chapman. L’anno seguente diventa pilota Lotus in F1. L’English Green delle vetture di Chapman diventa per lui una seconda pelle. Nel 1960 esordisce nel mondiale, e nel 1962 lo perde per un pelo, guidando la Lotus 25, telaio monoscocca e costruita appositamente per lui. Le cose migliorano nel 1963, quando domina il mondiale e giunge secondo a Indianapolis. Il secondo mondiale giunge nel 1965, alla guida della Lotus 33, ed è un trionfo ancora più schiacciante. Oltre a ciò, Clark vince anche la 500 miglia di Indianapolis. La sua gara più avvincente ed indimenticabile è però il GP d’Italia del 1967… prima del tragico incidente del 7 aprile 1968 a Hockenheim, probabilmente dovuto ad una lenta foratura di uno pneumatico.

Le cause effettive della morte dello Scozzese Volante non saranno mai accertate.

A seguire un breve video che ripercorre l’ultimo Gran Premio del grande Jim, quello maledetto di Hockenheim.

https://youtu.be/asb92E8HU8s

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CHET BAKER: Una tromba e una siringa.

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Due sono le cose che mi hanno fatto davvero compagnia per tutta la vita.

Una tromba e una siringa.

Non riesco nemmeno ad immaginare come sarebbe stata la mia vita senza di loro.

Le donne, i dischi, i concerti, la fama, i soldi …

Tutto è entrato e uscito dalla mia vita senza sconvolgermi, deprimermi o esaltarmi più di tanto e per tutte queste cose i ricordi nella mia testa sono confusi, sbiaditi e vaghi.

Ma ricordo perfettamente i momenti in cui riuscivo a creare qualcosa di bello con la mia tromba.

Così come ricordo perfettamente ogni singola volta in cui mi prendeva la terribile “rota”, l’astinenza da eroina.

E quando finalmente riuscivo a trovare la mia dose il mondo riusciva di nuovo ad essere un posto tutto sommato vivibile …

Beh … se devo essere proprio sincero in un paio di occasioni la mia tromba l’ho dovuta addirittura vendere.

Sapete com’è …  i soldi ricavati dalla cessione di “lei” mi servivano per riempire “l’altra” …

Ma sono state eccezioni e tutte le volte per brevissimo tempo.

Per molti sono una specie di fenomeno.

Si, in parte per come riesco a suonare questo strumento.

Soprattutto adesso che ho denti finti e quasi 60 anni sul groppone.

Ma soprattutto perché sono ANCORA VIVO.

Mi buco da più di 30 anni.

E sono ancora qua.

Ne ho visti tanti, ma proprio tanti fra quelli con cui negli anni ho condiviso un palco suonando jazz e ho condiviso anche questa “passione”.

“Birdie”, Fats Navarro, Billie Holiday, John Coltrane, Philly Joe Jones …

Solo che il fatto che io non sia ancora in loro compagnia sembra spiazzare e confondere molti.

Li capisco.

Io però una spiegazione ce l’ho.

Le mie labbra, i muscoli del volto, la lingua …  la famosa “embouchure” … sono fatte per suonare la tromba.

Certo, quando quei bastardi di spacciatori mi ruppero i denti in California me la vidi proprio brutta !

Tutti pensavano che non sarei più stato in grado di suonare.

Ma il vecchio Chet qualche amico ce l’aveva ancora e … oplà !

Denti nuovi  e si ricomincia daccapo.

Forse addirittura meglio di prima !

Allo stesso modo il mio corpo è fatto per assumere eroina.

Tante volte avrei dovuto morire di overdose.

Mi hanno preso per i capelli tante di quelle volte !

Però sono ancora qua.

Il perché ve l’ho detto.

Il mio corpo sa come comportarsi con “lei”.

Io sono convinto che abbiano fatto un patto senza dirmi niente !

Ed io ho imparato ciecamente a fidarmi di entrambe.

Della roba e del mio corpo.

Denti miei non ne ho praticamente più e trovare una vena “libera” diventa ogni giorno più difficile.

Mi trascino con il classico passo dei tossici … ginocchia molli e testa piegata in avanti e incassata fra le spalle.

Ma riesco ancora a suonare la tromba !

Anche se sono sempre in meno quelli che si ricordano di me.

“Ma davvero il vecchio Chet è ancora vivo ???”

Ebbene si brutti figli di puttana !

… e ve l’ho detto … una tromba e una siringa le porterò sempre con me.

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Chet Baker a 60 anni non ci arriverà.

Il suo corpo senza vita verrà ritrovato su un marciapiede di Amsterdam la notte  del 13 maggio 1988.

Esattamente sotto la finestra della sua camera, al 2° piano dell’Hotel Prins Hendrik.

Aveva 59 anni … ma sembravano 20 di più.

La causa della morte verrà archiviata come “caduta accidentale”, non avendo riscontrato altre tracce o segni sul corpo del grande trombettista americano che potessero far pensare a qualcosa di diverso.

L’autopsia rivelerà la presenza di eroina nel sangue ma non in quantità tale da giustificarne la morte.

Altra eroina (e anche cocaina) verrà trovata in seguito nella stanza d’albergo di Chet.

L’eroina è stata la costante nella vita di Chet Baker.

Quando arrivò sulla scena del jazz, poco più che ventenne, affascinò letteralmente tutti.

Dolcissimo, talmente timido da sembrare indifeso, con quei lineamenti delicati … e soprattutto un talento cristallino che faceva prevedere a tutti gli addetti ai lavori un futuro radioso nel Jazz.

Qualcuno lo definì “James Dean, Sinatra e Bix nella stessa persona”.

Il Jazz, per sua natura musica di sperimentazione, creatività  e ricerca purtroppo diventerà anche sperimentazione, creatività e ricerca anche per le droghe pesanti, l’eroina in particolare, assai prima dell’avvento della “Beat Generation”.

Gente come Charlie Parker, Gerry Mulligan, Stan Gets e lo stesso Miles Davis ne facevano uso in maniera corposa e regolare.

Ci arrivò ovviamente anche Chet e per lui divenne un legame imprescindibile.

Per sempre.

Nel giro di pochissimo tempo il grado di assuefazione di Chet Baker raggiunse livelli ormai fuori controllo.

In Italia verrà addirittura beccato in flagrante (steso a terra privo di sensi nel bagno di una stazione di servizio nei pressi di Lucca, laccio emostatico al braccio e siringa poco distante).

Sedici mesi di carcere che servirono a Chet per ripulirsi completamente.

Regalò ai tanti appassionati di jazz della Toscana momenti meravigliosi.

Perfino durante la sua detenzione !

Chet amava sedersi sul davanzale della finestra della sua cella e suonare la sua adorata tromba.

La notizia si sparse con la velocità della luce e spesso sotto la finestre del carcere, sulla passeggiata delle Mura, si riunivano sempre più persone stregate dal suono della sua tromba.

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Quel breve periodo fu forse il più sereno della vita di Chet.

Così socievole, gentile e generoso quando l’eroina stava fuori dalla sua vita e così scontroso, irascibile e distante quando la sua dipendenza tornava ineluttabile e spietata.

Pochi anni dopo, rientrato in America, la situazione precipita.

L’eroina è padrona della sua vita.

E’ in California e da quelle parti non è come a New York dove trovare la roba è facile come  fare spesa al mercato del pesce.

Siamo nel 1966 e durante un alterco con degli spacciatori locali durante una trattativa Chet si beccherà una “passata” tremenda dove, oltre ad un paio di ossa rotte a rompersi saranno anche i due incisivi superiori, probabilmente già indeboliti da anni di dipendenza e determinanti per “l’embouchure”,  per suonare la sua adorata tromba.

Chet non può più suonare.

E’ costretto a trovarsi un lavoro “normale”.

Diventa l’addetto ad una pompa di benzina, dove lavora fino a 14 ore al giorno e dove pagarsi il suo “veleno” diventa impresa impossibile.

Qui la storia diventa confusa.

Qualcuno paga per ricostruirgli la bocca. Denti nuovi e sistemazione dell’arcata dentale.

La sua ex-moglie ? Miles Davis ? o molto più probabilmente un automobilista di passaggio che lo riconosce, si commuove nel vederlo in quelle condizioni e gli finanzia l’operazione.

Fatto sta che Chet torna sulle scene, sfatando il mito che vuole che nessuno possa suonare uno strumento a fiato con denti finti.

Chet torna a suonare e chissà, forse anche per lo scampato pericolo e per il terrore di dover “mollare” uno dei due grandi amori della sua vita, tornerà a farlo più ispirato e geniale di prima.

Nonostante dall’altro amore non riesca proprio a staccarsi.

L’Europa è diventata la sua casa, il posto dove lo apprezzano di più.

Il posto dove lavora e dove si rifugia per poter continuare a convivere con le sue due grandi passioni: suonare la tromba e farsi di eroina.

L’amicizia con Elvis Costello gli apre nuovi scenari e nuove possibilità.

Il fisico però, minato da decenni di eccessi, non è più lo stesso.

Siamo a metà degli anni ’80.

Si è trasferito ad Amsterdam, dove per quelli con il suo vizio è un po’ meno stressante vivere.

Il suo consumo di eroina è però smodato, folle.

Viene salvato un paio di volte in extremis (“tranquilli, il mio corpo sa come gestire la puttana”!)

Quando arriva la notizia della sua morte nessuno si stupisce più di tanto.

Anzi, la sua longevità da “tossico” ha ben pochi paragoni, anche in un mondo di eccessi come quello della musica.

Da allora i tributi al suo indiscutibile genio si sprecano.

Un bellissimo film/documentario in bianco e nero “Let’s get lost”, una biografia cruda e toccante come “Chet Baker, la lunga notte di un mito” e anche un film recentissimo con Ethan Hawke nei panni di Chet “Born to be blue”.

Testimonianze inequivocabili di quanti siano quelli che hanno amato questo vecchio, geniale e dolcissimo angelo maledetto.

 

Nel video che seguo uno dei suoi tanti capolavori … ALMOST BLUE.

https://youtu.be/z4PKzz81m5c

 

 

Tengo a precisare come sempre che la prima parte raccontata in prima persona è frutto della “fantasia” di chi scrive anche se supportata da decine e decine di documenti riguardanti Chet, la sua vita, le sue passioni e le persone che gli hanno voluto bene.

 

HELNO: L’uomo delle maree.

di CRISTIAN LAFAUCI

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“Di volta in volta di bicchiere in bicchiere di bevuta in bevuta mordo ancora a denti stretti sono un morto ancora vivente”

Partiamo dalla fine, dai versi de “La chanson de Van Horst” di Jacques Brel, scelti come epitaffio sulla tomba di Helno, nel cimitero di Pantin, a Saint Denis, vicino Parigi.

Partiamo dalla fine, che nello slang francese del “verlan”, si scompone e diventa inizio.

Noel, come il giorno di Natale…infatti nasce proprio il 25 dicembre del 1963 a Montreuil, nella banlieue parigina. Partire dal punk per arrivare con Les Negresses Vertes ad abbracciare idealmente, con la musica, il mondo intero. Dal 1963 al 1988; esce “Mlah” il loro primo album, tutto bene, come suggerisce il titolo; forse….scrivendo i testi di quelle canzoni, Helno, come è logico che sia, ci mette un po di se, o forse tanto….

C’è l’allegria, la gioia, la spensieratezza, ma ci sta pure quel retrogusto amaro, vitale, quella malinconia, quel disagio verso ciò che, intorno a noi, non ci sta bene, c’intristisce. ( voila l’ete)

Ci sta quell’impotenza di fronte al mare, quella metafora di vita che fa capire che si può annegare in qualsiasi momento e quella precarietà dell’esistenza stessa. ( c’est pas la mer a boire)

Ci sta il cercare rifugio in mezzo alle maree, per potersi permettere i sentimenti più vivi ed autentici, per arrivare anche ad amare serenamente. ( l’ homme des marais).

Avere però quella poesia dentro di sé, quella sensibilità, è un’arma a doppio taglio: da un lato arrivi a percepire qualcosa impossibile ai più, dall’altro, il fatto stesso di percepirlo, è fonte di malessere, di sofferenza.

E poco conta il successo che arriva per la band, i tour in Europa, Stati uniti e Giappone, il nuovo album “Famille nombreuse” che esce nel 1991….

Non è il primo, non sarà l’ultimo; ma anche lui cerca, tramite qualche “paradiso artificiale”, di raggiungere quel rifugio sicuro al centro delle maree, come quello da lui scritto e cantato, dove il malessere resta fuori, dove la sofferenza non arriva, dove sei al riparo dal rumore che viene dall’esterno, dove sei libero, se vuoi, di amare…. Non è il primo e non sarà l’ultimo; ma anche lui, invece, finisce per naufragare in quel mare, per annegare tra quelle onde; non è come il sole, di cui parla in quella canzone, che sa nuotare… è solo un uomo, non ha le pinne, ma Gesù ha fallito, è affondato, e ora è il frutto della marea….

Quella marea avviene la notte tra il 21 e il 22 gennaio del 1993, dopo aver registrato la puntata di un programma tv, nella casa materna, nel 19 arrondisment, a Parigi.

Gli uomini comuni usano termini come “overdose”, oppure “eroina”; in realtà è stata soltanto quell’onda insormontabile che, presto o tardi, giunge in quella tempesta chiamata vita.

Il viaggio è finito, forse… o, più semplicemente, ne è soltanto iniziato un altro.

Buon viaggio,uomo delle maree.

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TOM PRYCE: La tragica fine del “re della pioggia”.

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“Questa sarà la stagione decisiva.

Ne sono perfettamente consapevole.

Quella dove devo fare “il salto” definitivo.

Tutte le voci che si susseguono sul mio conto mi fanno ovviamente un grande piacere.

Già due anni fa si parlò insistentemente di un mio passaggio alla Lotus al posto nientemeno che di Ronnie Peterson !

Ora se n’è ritornato a parlare … di loro e di qualche altra scuderia di grande livello interessate al sottoscritto.

Quello che però serve, specialmente in questo mestiere, è rimanere totalmente concentrati e con i piedi saldamente ancorati al terreno.

Intanto perché nella Formula 1 tutto cambia con una rapidità impressionante e poi perché alla fine  sono ancora alla Shadow e vincere dei Gran Premi, come ogni pilota di Formula 1 sogna di fare, con questa macchina è praticamente impossibile.

Però devo continuare a tirar fuori il meglio dal mio mezzo, devo continuare a migliorare la mia guida e devo continuare ad accumulare esperienza fra tutti i marpioni che ci sono in questo folle circo.

E poi posso sempre contare su un fedele alleato: il buon GIOVE PLUVIO che quando decide di scatenarsi per me cambia davvero tutto !

Davvero … quando l’asfalto è bagnato, anzi è zuppo di pioggia, io non temo davvero nessuno.

Perfino con la Shadow sono in grado di dare del filo da torcere a tutti.

Come in Austria un anno e mezzo fa quando sotto un diluvio riuscii ad andare per la prima volta sul podio, pur partendo in 10ma fila.

Molti mi chiedono da cosa dipende questa abilità.

Io rispondo che essere nato in Galles sicuramente aiuta visto che da noi un giorno senza pioggia è raro come un pub senza Guinness !

Quest’anno nei primi due Gran Premi in Sudamerica le cose non sono andate benissimo ma qua in Sudafrica le cose sembra che inizino a “girare”.

La mia nuova DN8 lascia intravedere progressi e pare iniziare a dare qualche soddisfazione.

Nelle prove di mercoledì qui in Sudafrica sono arrivato davanti a tutti !

Miglior tempo assoluto.

Dietro di me, in seconda posizione, Niki Lauda con la sua Ferrari che però si è beccato un secondo tondo tondo !

E indovinate un po’ … veniva giù che Dio ( o il mio amico Giove Pluvio !) la mandava.

Poi però le cose sono tornate nella normalità già dal giorno dopo.

Sole e caldo e il mio 15mo posto nella griglia di partenza di domani alla fine rispecchia i nostri valori al momento.

Insomma, comunque sia la sensazione è che finalmente abbiamo girato l’angolo e questo mondiale, con questa nuova macchina, dovrebbe dare anche al nostro piccolo team qualche bella soddisfazione.

… e se poi il mio amico Giove Pluvio di tanto in tanto volesse darci una mano …

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 Il Gran Premio del Sudafrica di quel sabato 5 marzo 1977 sarà l’ultimo della vita di Tom Pryce.

Come detto Tom parte in 7ma fila ma la sua partenza è disastrosa.

All’abbassarsi della bandiera a scacchi la Shadow di Tom pare avere grossi problemi.

Nel giro di poche centinaia di metri  Pryce si vede sopravanzato da tutti gli altri concorrenti, compreso addirittura il compagno di squadra Zorzi, non esattamente un fulmine di guerra e partito dall’ultimo posto, il 22mo, della griglia di partenza.

Al  termine del primo giro però all’ultimo posto ora c’è proprio lui, Tom Pryce.

Per qualche momento si teme addirittura che debba abbandonare la corsa o quantomeno fermarsi ai box per capire l’entità del problema.

Improvvisamente però il suo mezzo recupera l’efficienza.

La Shadow inizia a rispondere alle sollecitazioni.

A Tom non sembra vero.

“Adesso vi faccio vedere io !” avrà sicuramente pensato il pilota gallese, persona talmente umile e semplice da arrivare a pensare agli inizi di carriera di non riuscire a prendere il patentino da pilota in quanto si riteneva “non abbastanza intelligente” per tutti quei test …

Inizia invece una spettacolare e clamorosa rimonta.

Dopo 18 giri Tom è risalito addirittura in 13ma posizione e ormai ha nel mirino anche Stuck e Laffite.

Nel rettilineo davanti alle tribune, concepito con un dosso nella prima metà del rettilineo stesso, si trova la Shadow di Zorzi, suo compagno di squadra, in panne sulla sinistra e sul manto erboso.

Zorzi non riesce ad uscire immediatamente dall’auto faticando a disconnettere il tubo di ossigeno dal proprio casco.

L’auto ha un principio di incendio.

La cosa allerta due commissari di corsa posizionati dalla parte opposta a quella in cui si trova la macchina del pilota italiano.

A pochi metri uno dall’altro si lanciano di corsa attraverso la pista.

In quel momento sta arrivano la Brabham di Hans Stuck.

Stuck, che ha appena superato il dosso che copriva la visibilità della seconda parte del rettilineo, si trova improvvisamente di fronte il primo assistente.

Scarta tutto sulla destra, evitando l’impatto con il commissario di corsa per “millimetri” come dirà in seguito lo stesso pilota tedesco.

Immediatamente dietro Stuck c’è però Tom Pryce.

Quando Stuck sterza repentinamente verso destra Pryce, che era nella sua scia, non può materialmente vedere cosa c’è davanti a lui.

E davanti a lui c’è il secondo commissario di corsa che, qualche metro più indietro rispetto al primo, sta andando anche lui in soccorso a Zorzi.

Tom Pryce lo centra in pieno.

L’impatto è tremendo.

Il corpo dell’assistente viene scagliato in aria e ricadrà, dilaniato e mutilato, qualche metro davanti a Zorzi e al primo assistente.

Ma la tragedia non finisce qui.

Anche se sul momento nessuno pare accorgersi di quello che è realmente accaduto.

L’estintore di quasi 20 kg che aveva tra le mani il secondo commissario di corsa colpisce in pieno il casco di Tom Pryce che in quel momento stava sopraggiungendo a 270 km/ora.

Tom Pryce muore sul colpo.

La sua Shadow continua però la sua corsa.

Prima in centro strada e poi portandosi sulla destra.

Distruggendo tutte le protezioni metalliche, i cartelloni e le insegne che trova sulla sua strada.

Perfino un entrata di emergenza per le auto di soccorso … prima di finire la sua corsa contro la Ligier di Jacques Laffite.

Dalla forza devastante dell’impatto contro il casco del povero Tom l’estintore sorvolerà la tribuna principale per finire la sua corsa nel parcheggio retrostante … distruggendo un’automobile che era lì parcheggiata.

Il corpo senza vita di Pryce viene recuperato in fondo al rettilineo.

Il cranio è sfondato e le braccia sono inermi lungo il corpo.

Per poter identificare chi è l’assistente di corsa investito dal pilota gallese non esiste riconoscimento possibile vista la devastazione del corpo.

L’unica maniera è riunire a fine gara tutti i commissari di corsa … e andare per esclusione.

Tutto questo per scoprire che il corpo dilaniato nell’impatto con la Shadow di Pryce è quello del più giovane assistente di gare, il diciannovenne Jansen Van Vuuren che, come il suo collega scampato miracolosamente alla morte, aveva attraversato il percorso di gare senza l’autorizzazione dei giudici.

In questo modo assurdo, quasi incredibile nella sua dinamica, finisce la carriera e la vita di Tom Pryce, pilota dal grandissimo potenziale, definito da tutti i suoi colleghi, “il re della pioggia”.

A seguire le immagini, invero decisamente crude, dell’incidente costato la vita a Tom Pryce

 

Fin dagli inizi della sua breve vita Tom Pryce dimostra di saperci fare.

Ha solo 10 anni quando guida con la massima disinvoltura il piccolo furgone del fornaio di Ruthin, il piccolo centro minerario del Galles dove Tom è nato e cresciuto.

Quando non ha ancora 20 anni finisce sotto l’ala protettrice di Trevor Taylor, ex pilota di Formula 1 e addirittura per qualche stagione compagno di squadra del grande Jim Clark, idolo assoluto di Tom.

Il primo grande trionfo per Pryce arriva nel campionato motoristico organizzato dal giornale Daily Express e ribattezzato “Crusader Championship”.

Le gare si corrono alternativamente sui due circuiti inglesi per antonomasia, Brands Hatch e Silverstone.

Per finanziarsi e poter partecipare alle gare Tom è costretto a vendere la sua auto personale, una piccola Mini Morris e occorre anche tutto il supporto economico della famiglia per sostenere le spese e potersi iscrivere alle gare.

Il premio per il vincitore sarà una “LOLA T200” Formula Ford del valore diverse migliaia di sterline.

Il trofeo è combattutissimo e verrà deciso solo all’ultima gara.

Si corre a Silverstone, il giorno prima del Gran Premio di Formula 1.

Tom sembra avere qualche difficoltà.

Parte solo dalla 3a fila e per trionfare nel campionato ha assoluta necessità di vincere l’ultima gara.

La gara è arrivata quasi a metà e Tom, pur avendo recuperato diverse posizioni, appare ormai troppo lontano dal pilota in testa alla corsa, Chris Smith.

Ma a quel punto il fedele “Giove Pluvio” si ricorda del suo figliolo prediletto e scarica sulla corsa un autentico nubifragio, in puro stile “british”.

Tom non solo raggiunge e supera Smith, ma riuscirà a vincere la corsa con oltre 10 secondi di margine sul secondo classificato.

I suoi progressi continuano e sono rapidissimi e prodigiosi.

Nemmeno due anni dopo arriva l’esordio in Formula 3.

Si corre a Brands Hatch.

Tra gli avversari quel giorno ci sono piloti che scriveranno pagine importanti nella storia della Formula 1 quali Roger Williamson, Jochen Mass e un “certo” James Hunt.

Tom li lascerà tutti dietro vincendo con un margine tale da lasciare tutti assolutamente sbigottiti.

E quel giorno c’era il sole …

Ormai il suo nome circola ai più alti livelli e a 25 anni arriva finalmente il primo contratto in Formula 1.

E’ la piccola TOKEN a dargli questa opportunità.

Con loro esordirà nel Gran Premio del Belgio, riuscendo a qualificarsi partendo dalla 10ma fila.

Poche settimane dopo arriva la svolta per la carriera del pilota gallese: al Gran Premio di Montecarlo non gli viene concessa dagli organizzatori la possibilità di correre.

“Troppo pericoloso il circuito per un pilota ancora così inesperto”.

Tony Vlassopoulos, suo patron alla Token, stizzito per il trattamento perpetrato ai danni del suo pupillo, deciderà di farlo partecipare al Gran Premio di Formula 3, che si correrà come “antipasto” alla gara di Formula 1.

La prestazione di Pryce desterà stupore e sensazione: vincerà la corsa con 21 secondi di vantaggio sul secondo classificato, pur essendo partito dalla 4a fila … il che, in un percorso tortuoso e stretto come quello di Montecarlo, significa tanto …

La sua abilità, il suo coraggio, la sua tecnica soprattutto in curva e sul bagnato hanno definitivamente allertato molte scuderie, almeno tutte quelle di seconda fascia.

Sarà la SHADOW a spuntarla e ad ingaggiarlo.

Al suo primo Gran Premio si qualificherà addirittura con l’11mo tempo anche se la gara durerà fino alla prima curva del circuito dove si scontrerà con James Hunt e dovrà abbandonare la corsa.

Al suo secondo Gran Premio partirà addirittura dalla 3a posizione arrivando a girare in prova a soli tre decimi dal fuoriclasse austriaco emergente Niki Lauda, autore del miglior tempo.

Nell’inverno successivo, viste le eccellenti prestazioni di Pryce, sono sempre più frequenti le voci che lo vogliono alla Lotus di Colin Chapman, grandissimo estimatore di Tom fin dagli esordi.

L’idea è quello di uno scambio di piloti: l’affermato Ronnie Peterson dalla Lotus alla Shadow con Pryce a fare il percorso inverso.

Pare ci si vada davvero molto vicini ma poi non se ne farà nulla.

In quella stessa stagione, quella del Mondiale del 1975, arriverà per Pryce il primo podio.

Accadrà al Gran Premio d’Austria, sotto un diluvio ovviamente !

Andrà a punti in altre 4 occasioni dimostrando a tutti che con la classe si può arrivare a piazzamenti più che dignitosi anche senza una macchina di primissimo livello sotto il sedere.

La stagione successiva inizia alla grande: un altro podio nel Gran Premio del Brasile, il primo della stagione.

Poi arriva qualche battuta d’arresto ma la nuova DN8 ridà vigore alle ambizioni di Pryce e del compagno di squadra Jarier.

In Olanda a Zandvoort Pryce parte addirittura dalla 2a fila con il terzo miglior tempo.

Alla fine arriverà 4° resistendo con caparbietà e bravura all’attacco di macchine molto più performanti della sua Shadow.

Si arriva così alla stagione 1977 che come detto inizierà sotto i migliori auspici anche se per appianare le difficoltà economiche del piccolo team britannico si dovrà lasciar andare Jean-Pierre Jarier e ingaggiare al suo posto l’italiano Renzo Zorzi, pilota capace di portare sponsors ma definito da Jackie Oliver, uno dei manager del team, “il peggior pilota che abbiamo mai avuto alla Shadow”

Tutto però finirà in quel maledetto sabato pomeriggio di Kyalami in quello che verrà ricordato negli anni come l’incidente più assurdo, sfortunato e terribile della storia del Campionato Mondiale di Formula 1.

Nel suo paese natio di Ruthin c’è una bellissima lapide in bronzo a ricordare il povero Tom mentre il suo corpo riposa nella chiesa di San Bartolomeo nei pressi di Sevenoaks in Kent … nella stessa chiesa dove solo due anni prima Tom aveva preso in sposa la sua adorata Nella.

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Infine il ricordo di chi ha condiviso con lui sudore, fatica, gioie e delusioni … i meccanici della Shadow.

“Tom non andava quasi mai a mangiare nei ristoranti di lusso con gli altri piloti, i manager e gli sponsors. Lui preferiva rimanere con noi perché diceva “quello che riesco a fare sulla mia macchina lo devo a voi e a nessun altro … e poi con loro non saprei di cosa parlare … almeno con voi posso parlare di motori !”

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Come di consueto la prima parte in prima persona è sempre frutto della “fantasia” di chi ha scritto questo piccolo tributo a questo talentuoso e sfortunato pilota.

Ma ricerche, testimonianze, racconti e aneddoti ne comprovano la credibilità del racconto.

 

 

STUART ADAMSON: un grande cuore in una grande terra.

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“The Edge ha dichiarato qualche giorno fa in un’intervista che si è ispirato a me come chitarrista. E che ero il suo idolo assoluto ai tempi degli SKIDS.

Beh, mi fa ovviamente un grande piacere.

Abbiamo fatto un pezzo di strada insieme nei primi anni ’80.

“Epic rock” avevano definito il nostro stile e quello degli U2, degli Alarm e anche dei Simple Minds.

Avevamo il mondo in mano.

Sono stati anni gloriosi, di grandi soddisfazioni.

Ora però le uniche “soddisfazioni” che mi sono rimaste sono qua, davanti a me su questo tavolo.

In fila come tanti ordinati soldatini.

Invece sono solo 8 bicchierini di vetro che contenevano fino a pochi minuti fa un liquido ambrato, prodotto nella mia terra, a Nord del Vallo di Adriano.

Il calore che mi avevano dato all’inizio si sta già trasformando in qualcosa che conosco altrettanto bene: la rabbia verso il mondo intero e verso me stesso per come sono riuscito, ancora una volta, a mandare a puttane tutto quanto.

Avevo smesso di bere nel momento stesso in cui i Big Country stavano arrivando al loro zenit.

Era il 1984 ed eravamo addirittura in lizza ai Grammy Awards a Los Angeles come gruppo rivelazione dell’anno con il nostro “The Crossing”, l’album di esordio e che ci diede una popolarità mondiale.

Per anni, fin dai tempi degli Skids, mi ero convinto che senza questo “carburante” non sarei mai stato in grado di affrontare il palco, il pubblico, i tour e le attenzioni di fans e media.

Ora poi che eravamo uno dei gruppi più importanti di tutto il Regno Unito e avevamo venduto milioni di dischi in tutto il mondo !

Invece ce la feci.

Grazie a Tony, a Mark e a Bruce.

Ma soprattutto grazie a mia moglie Sandra e all’arrivo in quel periodo del mio primogenito Callum.

E così ho smesso, di colpo e da un giorno all’altro con la bottiglia.

Tutto improvvisamente era diventato più bello, intenso e nitido.

Scoprendo che ce la potevo fare alla grande anche senza quel dannato “carburante”.

Tour mondiali (Stati Uniti compresi), la nascita di Kirsten nel 1985, il secondo e il terzo album che pur senza “spaccare” avevano retto l’urto del “post-primo LP”, trauma per il 90% delle Band del pianeta.

Poi addirittura un tour in Russia, primo gruppo sulla faccia del globo terrestre ad andare a suonare da quelle parti con una organizzazione privata e un pubblico che pagava un biglietto decidendo liberamente se andare o no ad un concerto … e non ad “inviti” come usava allora da quelle parti.

Arrivammo addirittura ad aprire i concerti dei Rolling Stones, suonando in più di una occasione davanti a più di 100.000 persone.

Poi, all’improvviso, tutto ha cominciato ad andare storto.

Qualche scelta commerciale sbagliata, produttori incapaci e qualche idiota incompetente nelle case discografiche … qualche pezzo un po’ meno ispirato.

Di lì a poco la separazione con Sandra, la donna che ho amato fin da quando ero ancora un lungagnone magro e brufoloso che imbracciava una chitarra negli Skids.

Infine la fuga a Nashville nella speranza che tutto potesse ricominciare dall’inizio.

Non per vendere milioni di dischi ma per tornare semplicemente a godere nel creare musica e nel suonarla … e a riprendere una vita normale.

Invece l’unica cosa che è davvero ricominciata è la schiavitù da questo liquido ambrato, prodotto nella mia terra, a Nord del Vallo di Adriano …

 

William Stuart Adamson, cantante e leader dei Big Country, verrà trovato morto nella sua stanza di albergo ad Honolulu, Hawaii, impiccato con un filo elettrico nel guardaroba.

E’ il 16 dicembre 2001.

Il suo livello di alcool nel sangue è di 0,279%

Di lui non si avevano notizie da diversi giorni.

Il suo manager e fedele amico Ian Grant lo aveva cercato disperatamente nei giorni precedenti, intuendo che il malessere di Stuart stavolta era davvero fuori controllo.

Era già capitato in passato che Stuart Adamson si rendesse irreperibile per diversi giorni.

La ragione era sempre la stessa: una delle famose “bender”, cioè le sessioni alcoliche capaci di durare giornate intere, anche consecutive, passate a bere ininterrottamente fino a dimenticarsi di tutto il resto … famiglia, amici, lavoro …

Stuart aveva fatto perdere le sue tracce da una ventina di giorni prima da Nashville, la celebre capitale della musica Country, dove si era trasferito dopo il doloroso divorzio da Sandra, l’amore di una vita, con cui aveva avuto due figli, Callum e Kirsten.

A Nashville era arrivato un breve periodo di serenità

Un nuovo amore e un nuovo matrimonio, con la avvenente parrucchiera Melanie Shelley e soprattutto un nuovo progetto musicale, i “Raphaels”, fondati insieme al musicista Marcus Hammond.

Qualche mese prima della scomparsa di Stuart era uscito il loro primo lavoro “Supernatural”, un disco profondo, malinconico e ispirato, con testi molto intimisti e curati con la solita grande attenzione da Stuart.

Un disco considerato di “Alternative Country” con atmosfere assai distanti dal rock “epico” dei Big Country, con le chitarre che si inseguono potenti e veloci in quel suono unico capace di ricreare le sonorità tradizionali della sua amata Scozia.

In tanti avevano confidato che qui potesse iniziare la rinascita, personale ancora prima che professionale, di Stuart Adamson.

Ma la guerra di Stuart con il suo demone personale non si placa, anzi.

La bottiglia lo porterà al fallimento del matrimonio anche con Melanie e di lì a poco avrebbe anche dovuto affrontare un processo per guida in stato di ebbrezza.

Tutto questo porterà Stuart ad acuire la sua dipendenza dall’alcool fino a condurlo all’ultima scelta, quella definitiva e senza possibilità di ritorno in quell’albergo di Honolulu.

Sono in tanti a ricordarlo con affetto, per la sua generosità, la sua sensibilità e la sua grande nobiltà d’animo e per quella sua grande ironia che ne faceva un autentico spasso per chiunque ha avuto la fortuna, come chi vi sta raccontando questa storia, di condividere qualche ora con lui.

In tanti lo hanno voluto ricordare fra tutte le persone del mondo del rock e del calcio (l’altra grande passione di Stuart).

Pete Townsend e Roger Daltrey, Fish, Kate Bush, Jim Kerr o Stuart Pearce, Gordon Strachan o Charlie Nicholas solo per citarne alcuni.

Ma ancora una volta è The Edge, chitarrista degli U2e grande amico di Stuart che dopo aver ricordato in occasione del suo funerale che “Stuart ha scritto le canzoni che avrebbero voluto scrivere gli U2” ha pronunciato la frase che più ha toccato i cuori di tutti i presenti e di tutte le persone che hanno conosciuto Stuart Adamson.

“Nessuno nel mondo della musica rock, aveva un cuore grande come quello di Stuart Adamson”.

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La prima parte, dove mi permetto di parlare per Stuart, è ovviamente frutto della fantasia di chi scrive.

Ma da autentico fan dei Big Country fin dai loro esordi posso dire che le decine, forse centinaia di interviste, testimonianze, biografie e racconti su Stuart rendono anche questa prima parte quanto mai credibile e realistica.

You’ll never walk alone Big Man.

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