MARTIN PALERMO: E’ ora di fare giustizia.

di REMO GANDOLFI

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In questa storia non ci sono tragedie, sfortune particolari o brutti scherzi del destino.

Di “maledetto” insomma non c’è praticamente nulla.

In questa storia c’è soltanto un enorme, profonda ingiustizia.

L’ingiustizia è quella che riguarda uno dei più grandi attaccanti argentini della storia che per molti, troppi distratti osservatori delle vicende calcistiche, viene ricordato quasi solo ed esclusivamente per colui che “sbagliò tre calci di rigore nella stessa partita”.

Vero.

Questo accadde realmente ed è ancora sul celeberrimo “Guinness dei Primati”.

Le immagini a seguire sono inequivocabili.

https://youtu.be/RRxwOFnMUXc

 

Ma che una carriera prestigiosa e per alcuni versi sorprendente sia riassunta in una notte maledetta e in 3 semplici calci ad un pallone è quanto meno vergognoso.

Martin Palermo è stato capace di segnare 306 gol in 623 partite.

Praticamente un gol ogni due partite.

Ma Martin Palermo è per molti solo colui che “sbagliò tre calci di rigore nella stessa partita”…

E’ stato capace di segnare una doppietta ai “Galacticos” del Real Madrid, ma non in una partita qualsiasi: nella finale di Coppa Intercontinentale.

Praticamente il campionato del Mondo per club.

Eppure Martin Palermo è per molti solo colui che “sbagliò tre rigori nella stessa partita”…

Vedere sotto per credere.

https://youtu.be/3dEcaK3gC1Q

 

Martin Palermo è stato capace di rompersi il legamento crociato del ginocchio destro e il collaterale, di rimanere comunque in campo e in quelle condizioni di segnare il gol decisivo in una partita di campionato argentino contro il Colon.

Vedere sotto per credere.

https://youtu.be/jkPotFVT5JE

 

Ma Martin Palermo è per molti solo colui che “sbagliò tre calci di rigore nella stessa partita”…

Il suo passaggio alla Lazio di Cragnotti salta due volte.

Prima dell’infortunio per un capriccio del Presidente del Boca Macrì (che ora in Argentina è Capo di Stato) e poi per colpa di questo maledetto infortunio.

“El Titan” (uno dei suoi soprannomi) rimane al palo per i classici 6 mesi ma proprio alla fine di questo periodo, maggio 2000, il Boca deve giocare, dopo ben 6 anni di astinenza in questa competizione, i quarti di finale della Copa Libertadores, la Champions League d’America.

Il suo mentore, autentico padre calcistico, Carlos Bianchi, il grandissimo allenatore del Boca ed ex-grandissimo goleador, nelle settimane prima dell’incontro inizia una sottile battaglia psicologica “per la partita di ritorno avremo la sorpresa più gradita di tutte; il rientro di Martin Palermo in squadra.” Dichiarerà a giornali e televisioni.

Il River vince il match di andata per 2 a 1.

Bianchi insiste “Martin è pronto”. E rientrerà proprio al ritorno alla Bombonera”.

Americo Gallego (ex-grande “5” della Nazionale Argentina campione del mondo nel 1978) ci casca in pieno.

“Beh, se quel giorno gioca Martin Palermo noi faremo giocare Enzo Francescoli” (uruguayano talentuosissimo ma ritiratosi più di 3 anni prima !)

Inizia il match è con grande sorpresa di tutti Martin Palermo è effettivamente in panchina.

La partita inizia bene per gli “Xeneizes”. Dopo un quarto d’ora  il Boca è in vantaggio, ma il River regge benissimo e anzi sfiora più volte il pareggio.

A 13 minuti dalla fine, fedele alle sue parole, Carlos Bianchi fa entrare Martin Palermo.

Quei 13 minuti sono tutti qua sotto da vedere.

https://youtu.be/oL4a5gL21KM

Ma Martin Palermo è per molti solo colui che “sbagliò tre calci di rigore nella stessa partita”…

L’anno dopo, nel 2001, arrivano le sirene dei grandi Clubs europei.

Ma incredibilmente Palermo non va ne al Valencia, ne al Chelsea e neppure al Napoli, i tre club che parevano quelli maggiormente intenzionati ad assicurarsi le prestazioni del bomber argentino.

A spuntarla è il “piccolo” Villareal che si sta comunque facendo un nome nella Liga Spagnola, pur non disponendo delle risorse e soprattutto del fascino  e della tradizione di Real Madrid, Barcellona o dello stesso Valencia.

L’inizio è comunque promettente anche se non certo devastante.

6 gol in 17 partite ma anche tanti assists e sponde per i compagni. La stagione successiva, la prima intera con il Villareal parte alla grande ma in Copa del Rey arriva un altro grosso guaio, anche questo fonte di derisione e spesso raccontato in modo distorto.

Martin segna un importantissimo gol contro il Levante.
Corre a festeggiarlo con gli “hinchas” più caldi del “Sottomarino giallo” ma nei festeggiamenti un muretto di recinzione gli cade sopra una gamba.

Doppia frattura di tibia e perone.

Lunghissimi mesi di stop.

Il recupero è stavolta più lento del previsto e quando Martin torna in condizione al Villareal è arrivato Benito Floro che lo vede, e non è certo il primo allenatore nella storie del “Loco”, più o meno come il fumo negli occhi.

Va al Real Betis ma senza convincere.

L’anno successivo scende addirittura in serie B al Deportivo Alaves, lui che  3 anni prima aveva segnato una doppietta in una finale di Coppa Intercontinentale, ma neppure qua riesce a fare sfracelli … anzi.

A 31 anni pare iniziata la parabola discendente. In Europa non c’è più nessuno interessato e allora c’è solo una strada percorribile; quella del ritorno a casa, nel “suo” Boca.

Qua lo amano davvero.

E sanno aspettarlo. Ci vorranno due stagioni per vedere Martin Palermo e il Boca tornare ai vertici.

E nel 2007 l’ennesima consacrazione.

Un altro trionfo nella finale di Copa Libertadores.

E poco importa se stavolta la scena è quasi tutta di Roman Riquelme, l’uomo che con i suoi assist ha tanto contribuito in maniera determinante alle fortune di Martin Palermo.

E importa ancora meno che proprio in quel match il suo rapporto particolare con i calci di rigore aggiunga un altro capitolo.

https://youtu.be/4062zK3zTVs

Infine c’è la Nazionale Argentina.

Palermo non ha mai avuto troppi fans tra i Commissari tecnici che si sono succeduti in quegli anni sulla panchina dei biancocelesti.

Tutti tranne uno: Diego Armando Maradona.

Maradona lo stima. Palermo ha il cuore blu e oro come quello del “Diego”.

E Maradona, da Commissario Tecnico, si ricorda di lui.

E lo fa in una delle partite più drammatiche della storia intera del calcio argentino.

Quella contro il Perù, per le qualificazioni ai Mondiali del 2010.

L’Argentina ha un solo risultato possibile; vincere. Qualsiasi altro risultato vorrebbe dire perdere al 99% la possibilità di disputare i Mondiali di Sudafrica.

Un disastro nazionale.

Ecco come andò a finire.

https://youtu.be/8BNECvcU_Y0

Ma tant’è … Martin Palermo è per molti solo colui che “sbagliò tre rigori nella stessa partita”…

Per chiudere ecco come il popolo “Xeneizes” lo ha salutato, nel giugno del 2011, ultima partita di Palermo alla Bombonera.

… e sfido a non emozionarsi … perfino se tifosi del River !

https://youtu.be/91b9OD4ck2k

 

 

 

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JONAH LOMU: La leggenda di un guerriero Maori.

di LISA AZZURRA MUSETTI

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“Rivolgi sempre il viso verso il sole e le ombre cadranno alle tue spalle.”

– Proverbio Maori-

 

Quando nel tuo sangue scorre in modo continuo e palpitante il gene del guerriero non puoi che combattere, fino alla fine, anche se poi alla fine il mostro vince.

Gli antenati di Jonah Lomu erano indubbiamente guerrieri maori. Bastava guardarlo negli occhi e ne potevi percepire il fuoco. Un gigante di quasi due metri per centodiciotto chili che sfondava le linee avversarie con una potenza devastante. Impossibile dimenticarlo mentre evoca tutta la forza dei suoi antenati, completamente vestito di nero, guidando i suoi compagni in quell’antica danza di guerra che è l’Haka. Vestito di nero lui certo, ma anche i suoi compagni di nazionale, la squadra di rugby della Nuova Zelanda, nota come All Blacks a causa delle loro divise completamente nere. Il rugby è uno sport duro ma nobile e rispettoso proprio come lo era Jonah. I suoi reni però lo sono stati molto meno. Colpito da una sindrome nefrosica nel 2004 aveva subito il trapianto di un rene e come tutti i guerrieri maori aveva alzato la testa al cielo, aveva invocato le arcaiche divinità e finita la convalescenza era tornato in campo.

Nel 2011 però il nuovo rene inizia ribellarsi e presto, nonostante terapie, cure e sessioni di dialisi i medici sentenziano che si ha bisogno di un nuovo rene, un altro trapianto. Troppo, anche per un gigante dal sorriso bonario come lui e dal cuore tenero. Forse un po’ troppo amante delle donne che spesso sono state la causa di decisioni impreviste, trasferimenti e scandali nella sua vita.

Lomu era un guerriero, non un santo.

I “Supremi”, coloro che sono gli sciamani della popolazione maori dicono che “Nel mondo del Sogno (il loro oltretomba) ci si arriva tramite una via liscia, una via impervia o una via che si interrompe di colpo”.

Nel caso di Jonah la via è stata impervia e dolorosa.

Il 18 Novembre 2015 ad Auckland pioveva. Le lacrime di quelle arcaiche divinità che, nonostante la conversione (per amore) alla Chiesa Mormone, ancora vegliavano su di lui. Si spense il nostro guerriero maori, a causa di una trombosi polmonare, con le lacrime degli Dei ad accompagnare il suo varcare la soglia del Mondo del Sogno. Impossibile pensare di meno per qualcuno che, di sogni sportivi, in quella Terra che sembra quasi alla fine del Mondo, misteriosa ed affascinante, fatta di ghiaccio e di fuoco, ne aveva regalati tanti.

 

CYRILLE REGIS: Ho vinto la mia battaglia.

 

di REMO GANDOLFI

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Non è stato affatto facile. A quei tempi se eri un “colored”, come si diceva allora, eri un facile bersaglio per i tanti idioti che frequentavano gli stadi inglesi alla fine degli anni ’70.

Insulti di ogni tipo, dal verso ripetuto della scimmia fino al lancio di noccioline o banane.

Allora era di moda urlare il proprio odio nei nostri confronti e quasi vantarsi della propria stupidità di razzisti.

Quando arrivai al West Bromwich Albion nell’estate del 1977 non c’erano molti neri che giocavano in First Division.

C’era Viv Anderson al Nottingham Forest, due giovanissimi attaccanti al Manchester City come Palmer e Bennet, c’era Garry Thompson, anche lui giovanissimo al Coventry e … basta !

Eravamo in due anche noi al WBA: Laurie Cunningham e il sottoscritto mentre l’anno successivo ci raggiunse Brendan Batson.

Ci facevamo coraggio, cercavamo di non sentire gli insulti che arrivavano dagli spalti e continuavamo a ripeterci che presto saremmo stati in tanti a giocare in First Division perché nelle squadre giovanili c’erano sempre più ragazzi di colore … e molti di loro erano davvero bravi.

Ci dicevamo che nel giro di poco tempo anche il più stupido fra gli stupidi razzisti avrebbe finito per stancarsi di fare il verso dell’orango ogni volta che entravamo in possesso di palla o che passavamo vicino alle fasce laterali.

Mi raccontava il mio amico Laurie che lui al Leyton Orient, dove militava prima di venire qui al West Brom, non riusciva più neppure a tirare i calci d’angoli dagli insulti e dalla roba che gli arrivava addosso.

E spesso erano i suoi stessi tifosi …

Nel frattempo si trattava di resistere, di tenere duro provando a fare finta di nulla … e quando la rabbia rischiava di andare fuori controllo c’era solo un modo per non scoppiare: canalizzarla nel modo giusto.

Brendan con un bel tackle, Laurie con uno dei suoi funambolici dribbling e io con una bella zuccata vincente.

Quella era la maniera migliore per vedere sul volto di quegli idioti spegnersi quel loro sorriso ebete.

Ogni tanto pensavamo ai giocatori di colore del passato, a quello recente come Clyde Best del West ham o andando indietro negli a Jack Leslie che negli anni ’20 era forse il più forte calciatore di tutto il campionato ma che si vide negare l’esordio in Nazionale solo ed esclusivamente per il colore della sua pelle.

Per loro deve essere stato ancora peggio.

Molto peggio.

Per nostra fortuna a Ronnie Allen prima e a Ron Atkinson dopo non gliene fregava nulla di che colore avevamo l’epidermide.

“Costruiremo un West Bromwich che lotterà per le prime posizioni della First Division e che andrà a disputare le Coppe Europee e per arrivare a questo sono pronto anche a mettere in squadra dei marziani VERDI !” questo è quello che continuava a ripeterci Ronnie quando nell’estate del 1977 ci portò a “The Hawthorns”.

E alla fine di quella stagione (nel frattempo era arrivato Ron Atkinson) fu esattamente quello che riuscimmo ad ottenere !

Un sesto posto finale nella First Division e un posto nella Coppa UEFA della stagione successiva !

Sono stati anni fantastici quelli.

Pensavamo di aver raggiunto il massimo.

Invece era solo l’inizio .

Nella stagione 1978-1979 arrivammo addirittura terzi in campionato, dietro due squadroni pazzeschi come il Liverpool e il Nottingham Forest.

In Coppa Uefa uscimmo solo ai quarti di finale contro una squadra eccellente come la Stella Rossa di Belgrado.

Nel turno precedente eliminammo il Valencia che nelle sue file aveva un “certo” Mario Kempes, fresco protagonista dei Mondiali di Argentina.

Il mio compagno di squadra e amico Laurie Cunningham aveva già esordito nella Nazionale Under 21.

Il primo “colored” nella storia del calcio inglese.

E già si parlava del fatto che lui o il sottoscritto avremmo potuto essere i primi dalla pelle scura ad esordire con la Nazionale Inglese.

regis e cunningham

In realtà il primo fu Viv Anderson, il grande terzino del Nottingham Forest, anticipando di qualche mese Cunningham.

Io dovetti attendere un po’ di più … ma fui comunque il terzo e quel giorno, il 23 febbraio del 1982 quando entrai a mezzora dalla fine al posto di Trevor Francis in una partita del Torneo Interbritannico contro l’Irlanda del Nord rimane uno dei giorni più belli di tutta la mia carriera.

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Cyrille Regis nasce a Maripasoula, nella Guyana Francese, il 9 febbraio 195

Il padre lascia la sua terra nel 1962 in cerca di lavoro.

In quel periodo c’è bisogno di braccia robuste soprattutto nell’edilizia e il papà di Cyrille, Robert, ha una struttura fisica forte e robusta.

L’anno successivo ci sono abbastanza soldi e prospettive per farsi raggiungere dalla sua famiglia.

Cyrille si innamora del calcio ma è anche un ragazzo serio e giudizioso.

Finita la scuola si guadagna un diploma da elettricista.

Gioca nella squadretta locale, il Molesey, ma la sua bravura arriva ben presto alle orecchie dell’Hayes, squadra semiprofessionistica di quell’area londinese e dalla quale sono passati giocatori come Robin Friday prima di Regis e Les Ferdinand qualche anno dopo.

Ronnie Allen, capo degli scout del West Bromwich Albion all’epoca, lo vede giocare e capisce che in quel fisico scolpito, in quei muscoli esplosivi e in quei piedi con la dinamite c’è molto di più di un elettricista/calciatore part time.

Insiste con la dirigenza per acquistare Cyrille.

Al WBA sono parecchio titubanti.

L’Hayes d’altronde non ha certo intenzione di “mollarlo” gratis !

Ronnie Allen si offre di pagare di tasca sua parte del cartellino.

Alla fine si trova un accordo: 5.000 sterline “sull’unghia” e altre 5.000 in base a vari bonus concordati.

Siamo nel maggio del 1977.

Nella stessa estate arriverà dal Leyton Orient un altro ragazzo di colore, dal fisico più esile di Cyrille ma veloce come una gazzella.

Si chiama Laurie Cunningham.

Formeranno una coppia d’attacco devastante.

Cunningham è velocissimo, salta l’uomo con grande facilità e sa servire palloni d’oro a Regis che dal canto suo è forte in progressione, ha un tiro potentissimo con entrambi i piedi ed è spaventosamente dotato in elevazione.

Poche settimane dopo il suo arrivo at “The Hawthorns” una svolta importante: Johnny Giles, l’ex grande centrocampista di Leeds United e della Nazionale d’Irlanda e manager del West Bromwich, dopo l’ennesima lite con la dirigenza del Club, rassegna le proprie dimissioni.

L’incarico per la nuova stagione è affidato proprio a Ronnie Allen, l’uomo che aveva “scoperto” Regis e lo aveva voluto a tutti i costi al West Bromwich.

Dopo un esordio con doppietta in un partita di Coppa di Lega contro il Rotheram Cyrille Regis viene inserito al centro dell’attacco al quarta di campionato, in una partita interna con il Middlesbrough.

Il WBA vincerà per due reti ad uno ed il gol della vittoria sarà segnato proprio da Regis.

Il gol nella partita successiva in trasferta a Newcastle gli farà conquistare definitivamente un posto da titolare in una squadra che presenta tra le proprie fila giovani interessanti e futuri nazionali inglesi quali il già citato Laurie Cunningham, il terzino sinistro Derek Statham e soprattutto il grandissimo Bryan Robson, futura colonna di Manchester United e Nazionale Inglese.

Regis segnerà 10 gol in quella stagione, conclusa come detto con un eccellente sesto posto e la qualificazione per la Coppa Uefa.

Nella stagione successiva, con Ron Atkinson arrivato sulla panchina del Club della Midlands, il WBA toccherà vette mai più raggiunte nella sua storia recente.

Un terzo posto in campionato e soprattutto prestazioni di livello altissimo, trasformando il West Bromwich Albion in una delle squadre più spettacolari di tutta la First Division.

La percezione di Manager, calciatori e tifosi è che la squadra sia praticamente pronta a lottare per il titolo.

Mancano un paio di innesti e poi Liverpool e Nottingham, i due team più forti del periodo, diventerebbero alla portata del piccolo Club delle Midlands.

Invece accade l’esatto contrario.

Il WBA non ha le risorse economiche per fare quest’ultimo decisivo salto di qualità.

Non solo non può permettersi di acquistare giocatori di valore ma sarà invece costretto a vendere i suo pezzi più pregiati.

Il primo ad andarsene, nell’estate del 1979, è proprio Laurie Cunningham.

Nientemeno che al Real Madrid, primo calciatore britannico a vestire la prestigiosa maglia dei bianchi del Santiago Bernabeu.

Nel 1981, dopo aver portato il West Bromwich ad un eccellente quarto posto in campionato ad andarsene sarà il Manager Ron Atkinson, attratto dal prestigio del Manchester United.

Come prima mossa Ron Atkinson “ruberà” al West Bromwich i due centrocampisti centrali titolari, il giovanissimo Remi Moses e addirittura il capitano del Club Bryan Robson.

Ad onor del vero nel caso di Robson la dirigenza proverà in tutti i modi a trattenere il fortissimo centrocampista, offrendogli la notevole, per l’epoca, cifra di 1.000 sterline a settimana.

Robson andrà al Manchester United ma per strapparlo al WBA occoreranno 1.5 milioni di sterline, record assoluto per il trasferimento di un calciatore nel campionato inglese.

A questo punto pare evidente che il West Bromwich Albion sia praticamente in svendita al miglior offerente.

Il giocatore di maggior talento rimasto è proprio Cyrille Regis.

Arsenal e Tottenham iniziano un’asta vera e propria per assicurarsi le sue prestazioni.

La dirigenza del WBA, che pare ormai solo interessata a riempire le casse del club, si frega ancora le mani.

Ma stavolta c’è un problema: Cyrille Regis non ha nessuna intenzione di andarsene.

Anche perché al posto di Ron Atkinson sulla panchina del WBA è tornato il suo mentore, Ronnie Allen e Regis conosce il significato della parola “riconoscenza”.

Come nelle previsioni la stagione 1981-1982 sarà assai tribolata per il West Bromwich che lotterà per garantirsi la salvezza fino alle ultime giornate di campionato.

Salvezza in gran parte raggiunta grazie ai 17 gol in campionato segnati da Cyrille Regis che proprio in quella stagione stabilirà il suo record personale di segnature in First Division.

A cui si aggiungeranno le 8 reti segnate nelle due sfortunate cavalcate nelle due Coppe Nazionali, FA CUP e Coppa di Lega entrambe terminate inopinatamente in semifinale, contro il QPR la prima e contro il Totthenam Hotspurs la seconda.

Sarà proprio durante questa stagione che arriverà il tanto atteso esordio con la nazionale inglese.

Regis continuerà a resistere alle lusinghe di squadre più titolate fino all’autunno del 1984.

Il Coventry offre 250.000 sterline e il West Bromwich accetta.

L’esplosione di Garry Thompson al centro dell’attacco dei “Baggies” fa ritenere Regis non più necessario.

Sarà un errore gravissimo che il West Bromwich pagherà ad un prezzo altissimo la stagione successiva in cui il Club retrocederà in Seconda Divisione dopo un campionato chiuso all’ultimo posto e con sole 4 vittorie in 42 incontri di campionato.

Regis al Coventry farà sempre appieno la sua parte e pur non segnando con la stessa continuità dei suoi anni migliori al WBA sarà per diverse stagioni titolare inamovibile degli Sky Blues.

E per lui, proprio al Coventry, arriverà il primo ed unico trofeo alzato nella sua quasi ventennale carriera: la FA CUP al termine della stagione 1986-1987, vinta in una delle più spettacolari finali viste a Wembley e che vide trionfare il Coventry per 3 reti a 2 nei confronti del Tottenham Hotspurs.

Nel 1991, a 33 anni compiuti, il Coventry ringrazia e saluta Regis.

“Free-transfer”. Regis è padrone del suo cartellino e libero di andare a giocare dove vuole.

Sarà un altro team delle Midlands, forse il più prestigioso di tutti, che offrirà a Regis un contratto.

E’ l’Aston Villa, sulla cui panchina si è seduto il suo vecchio allenatore al West Bromwich, “Big” Ron Atkinson.

“Quando ho saputo che Cyrille Regis era libero non ci ho pensato un secondo ! Pensare che volevo chiamare il Coventry per comprarlo !”.

Atkinson non si è sbagliato.

Regis non ha finito le cartucce.

Il “passo” non è più esplosivo come qualche anno prima, l’elevazione non è più così impressionante, ma è ancora integro fisicamente e soprattutto è un giocatore intelligente.

Diventa il punto di riferimento per i difensori e i centrocampisti dei Villans.

Riesce a “sgonfiare” ogni palla che arriva nei suoi paraggi.

Quando gioca spalle alla porta e si piazza tra palla e difensore non c’è verso di spostarlo o di togliergli il pallone.

Finirà la stagione con 39 presenze e 11 gol.

Nessuno al club farà meglio di lui. Solo il giovanissimo Dwight Yorke riuscirà ad eguagliare il suo score.

Ma quella stagione sarà il suo canto del cigno.

Giocherà ancora per qualche anno, finendo una bellissima carriera a 38 anni nel Chester City, nella quarta serie inglese.

Tornerà al West Bromwich come collaboratore dello staff tecnico prima di intraprendere la carriera di procuratore sportivo.

Nel 2008 per Cyrille Regis è arrivato uno dei premi più ambiti per ogni membro della comunità britannica: l’MBE (Member of the Most Excellent Order of the British Empire) consegnatogli direttamente dalla regina per i suoi meriti non solo sportivi ma per il contributo dato da Regis all’integrazione nello sport dei tanti atleti delle ex-colonie britanniche e non solo.

Nel gennaio di questo 2018 un infarto si è portato via Cyrille Regis.

I tributi ricevuti possono soltanto in parte spiegare l’importanza di questo calciatore nella storia recente del calcio britannico.

Un professionista modello, una persona valoriale, umile e riflessiva. di grande spessore umano e un calciatore dalle qualità straordinarie a cui le misere cinque presenze nella nazionale maggiore d’Inghilterra non rendono assolutamente giustizia.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Il trio “colored” formato da Regis, Cunningham e Batson alla fine degli anni ’70 in Inghilterra fu ribattezzato da Ron Atkinson “The Three Degrees” prendendo il nome dal famoso trio di cantanti di colore che impazzava in quegli anni e formato da Shirley Porter, Lina Turner e Fayette Pinkney.

In loro onore è imminente (MARZO 2019) nel centro di West Bromwich l’inaugurazione di una statua in bronzo nel centro della città con protagonisti proprio il trio “Regis-Cunningham-Batson”

Anche nella vita per Regis non è stato tutto rose e fiori.

Racconterà lo stesso Regis che “Per un lungo periodo la fama e il denaro mi avevano dato alla testa. Dopo un’infanzia sulla soglia della miseria non mi sembrava vero poter fare ora praticamente quello che volevo. In questo modo ho distrutto il mio matrimonio. Poi quando è morto Laurie Cunningham tutto è entrato in una nuova prospettiva. Ho scoperto la religione e la mia vita è tornata sui binari giusti. E questo sicuramente ha contribuito ad allungare anche la mia carriera di calciatore”

Uno dei più grandi ammiratori di Cyrille Regis è stato il grande Johann Cruyff. Pochi sanno che durante la stagione 1986-1987 durante la cavalcata del Coventry verso la FA CUP, Cruyff, allenatore dell’Ajax, aveva pensato proprio a Regis come sostituto per Marco Van Basten, destinato al Milan nella stagione successiva.

“Regis aveva una potenza fisica impressionante e un grande carisma. Spingevo i miei dirigenti ad agire subito. Tergiversarono un po’ e quando a maggio Regis vinse la FA CUP e fu uno dei grandi protagonisti di quel successo capimmo che la cifra per averlo sarebbe stata per noi eccessiva”.

Cyrille Regis perderà l’amico Laurie Cunningham nel luglio del 1989, vittima di un incidente automobilistico a Madrid mentre Cunningham era un giocatore del Rayo Vallecano.

“Era il mio migliore amico. Quello che abbiamo condiviso nei pochi anni insieme al West Bromwich va oltre la semplice amicizia. Senza l’aiuto l’uno per l’altro non so se ce l’avremmo fatta a reggere gli abusi che ricevevamo in campo e fuori dal campo dai tifosi avversari in quel periodo.”

Pochi giorni prima del suo debutto a Wembley Cyrille è negli spogliatoi con i compagni di squadra del West Bromwich. Ad ognuno di loro vengono consegnate le varie lettere dei fans.

In una di quelle di Regis c’è dentro un proiettile.

E una scritta. “se tu provi a mettere uno dei tuoi piedi neri sul nostro campo di Wembley uno di questi proiettili ti attraverserà le ginocchia”.

Regis si farà una grossa risata e una altrettanto grande la strapperà a Viv Anderson “Ehi Viv, tu sei stato il primo e non hai avuto niente, io sono stato il terzo e ho avuto questo !”

Regis conserverà per sempre il proiettile per ricordarsi “cosa abbiamo dovuto passare all’epoca”.

Sempre in merito al razzismo di cui lui e i primi calciatori di colore del campionato inglese sono stati vittime Regis ricorda che “Più offese e insulti ricevevo più aumentava la mia rabbia agonistica e più miglioravano le mie prestazioni”.

… senza dimenticare che forse il politico più famoso nato a West Bromwich, Peter Griffiths del Partito Conservatore, pare abbia coniato la frase “Se vuoi un negro come vicino di casa allora vota Partito Laburista”.

Tutto questo negli anni in cui Regis e la sua famiglia erano appena arrivati in Gran Bretagna …

Infine il ricordo di alcuni calciatori del passato e del presente.

Ron Atkinson, il suo manager al West Bromwich prima e all’Aston Villa poi.

“Il più forte attaccante che io abbia mai allenato. In campo era una belva assatanata, che lottava come un indemoniato su ogni pallone. Fuori dal terreno di gioco era una delle persone più gentili, disponibili e riflessive che io abbia mai conosciuto. Ricordo come gli insulti e gli abusi che riceveva lo caricassero come una molla. Durante una partita a Leeds fu fischiato e insultato ad ogni tocco di palla. Cyrille segnò due reti fantastiche.

A fine partita il pubblico di Elland Road era tutto in piedi ad applaudirlo.”

Kenan Malik, il grande scrittore e opinionista indiano cresciuto in Inghilterra in quegli anni ricorda come “Cyrille fu un punto di riferimento assoluto per tutti coloro che come il sottoscritto arrivarono in Inghilterra in quegli anni da altri Paesi. Io ero tifoso del Liverpool e negli anni ’70 il coro più frequente che sentivo ad Anfield e negli altri stadi inglesi era There ain’t no black in the Union Jack, all the Pakis can fuck off back.”

Spesso me lo cantavano in faccia gli stessi tifosi del Liverpool …

Poi vedevo Regis giocare e sopportare senza battere ciglio ogni tipo di offese e allora mi dicevo – Beh, se ce la fa lui che è là in mezzo al campo posso farcela anch’io qui in tribuna – “.

Andy Cole, il grande attaccante di Manchester United e Newcastle. “Cyrille Regis era il mio idolo da bambino ed è la principale ragione per cui ho fatto di tutto per diventare un calciatore professionista. Era veramente una persona speciale. Tutti noi gli dobbiamo qualcosa”.

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Riposa in pace Cyrille. Grande calciatore e persona ancora migliore.

PIERINO PRATI: Solo un “maledetto” equivoco.

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di REMO GANDOLFI

Quando nel luglio del 1967 Pierino Prati si presenta per la prima volta nel ritiro del Milan impegnato in una amichevole in Belgio,  l’impatto con Nereo Rocco, il grande “Paron” allenatore dei rossoneri, è memorabile.

Un dirigente accompagnatore introduce Prati a Rocco.

“Signor Rocco, le ho portato Pierino Prati.”

Rocco “squadra” il giovane attaccante da capo a piedi.

Pierino ha 20 anni, è longilineo, ha i capelli lunghi con il ciuffo ribelle, camicia rosa e pantaloni rigorosamente a “zampa d’elefante” come suggerito dai dettami della moda del periodo.

Dopo un paio di minuti buoni in osservazione Rocco esclama “Guarda che io sto aspettando Pierino Prati il calciatore, mica il cantante ! Questo rimandalo da dove è venuto !”.

Quello che ne seguirà sarà in realtà un rapporto speciale tra un calciatore talentuoso ma che non disdegna il lavoro e soprattutto ha tanta voglia di migliorarsi e di arrivare.

Pierino Prati in quell’estate rientra al Milan dopo il prestito al Savona dell’anno precedente.

“A farsi le ossa” come si diceva allora.

Stavolta in Serie B, dopo l’esperienza di Salerno in C di due anni prima.

Un giovane che a quei tempi riusciva a rimanere “vivo” nei campi di provincia della Serie B o della Serie C significava che era pronto per palcoscenici più importanti.

Pierino Prati dimostra non solo di non temere lo scontro fisico e le maniere forti dei navigati difensori delle serie minori ma dimostra soprattutto di sapere giocare a calcio e di avere una idea molto chiara di dove si trovino le porte in un campo di calcio.

15 reti in 29 partite sono un bottino eccellente soprattutto considerando che per il Savona in quell’anno ci sarà la retrocessione in Serie C.

Il Milan di Nereo Rocco, appena rientrato sulla panchina dei rossoneri dopo l’esperienza al Torino, sta ripartendo con un nuovo progetto.

La vittoria di Wembley contro il Benfica nella Coppa dei Campioni sembra più lontana dei 4 anni che sono in realtà trascorsi.

Occorre ora rinnovare la squadra ma per il Paron questo non vuol dire solo giovani, anzi.

Rocco porta a Milano, sponda rossonera, giocatori che sembrano apparentemente a fine carriera o che comunque hanno già intrapreso la loro parabola discendente come atleti.

In quell’estate arriveranno Saul Malatrasi (30 anni) e soprattutto il portiere Carlo Cudicini (32 anni) e l’ala svedese Kurt Hamrin (33 anni).

Oltre a “Pierino la Peste” (così verrà soprannominato Pierino da lì a poche settimane) arrivano altri giovani di buone doti come il centrocampista Nevio Scala, e gli attaccanti Giorgio Rognoni e Lino Golin.

L’inizio della stagione è promettente. Arrivano molti pareggi e poche vittorie ma la squadra è solida. Pierino non è però tra i titolari ad inizio stagione ma ben presto Rocco capisce che le sue caratteristiche sono perfette per andarsi ad integrare con quelle degli altri due attaccanti.

Sormani, intelligente tatticamente, con grande tecnica di base e ottima visione di gioco e Hamrin, rapido, bravo nel saltare l’uomo e nel “mettere in mezzo” cross eccellenti.

Ma soprattutto dietro di loro c’è Gianni Rivera che sta arrivando allo zenit della sua straordinaria carriera.

Pierino segna il suo primo gol in campionato alla settima giornata, in una trasferta al Sant’Elia contro il Cagliari di Riva e terminata in pareggio 2 a 2.

Da quel giorno non si fermerà più.

A fine campionato sono 15 reti in totale che gli valgono il titolo di miglior marcatore della Serie A, a cui andranno aggiunte tre reti in Coppa Italia e quattro nella Coppa delle Coppe che il Milan vincerà nella finale contro l’Amburgo coronando così una stagione meravigliosa.

L’impatto di Prati sarà così devastante che Ferruccio Valcareggi, il commissario tecnico della nostra nazionale, lo inserirà nella rosa degli azzurri che in quell’estate trionferanno nel campionato europeo.

In questa competizione però inizierà uno dei malintesi più assurdi della storia recente del nostro calcio. Quasi al livello di quello che si verrà a creare tra Rivera e Mazzola, giocatori con caratteristiche talmente diverse da essere non solo perfettamente compatibili ma addirittura complementari.

Pierino Prati da quella estate del 1968 verrà sempre visto come L’ALTERNATIVA a Gigi Riva, attaccante straordinario e probabilmente unico nella storia del nostro calcio … ma che POTEVA (e forse DOVEVA) giocare CON Pierino Prati, formando così una coppia d’attacco assolutamente devastante.

Prati e Riva avevano in fondo solo due cose in comune: erano due grandissimi attaccanti e giocavano entrambi con la maglia numero 11.

Senza questo secondo condizionante aspetto, avrebbero potuto giocare benissimo assieme.

Prati e Riva erano, come caratteristiche, complementari non identici.

Prati era un destro naturale che SAPEVA calciare anche con il sinistro.

Riva era un mancino puro. La gamba destra gli serviva solo per correre e stare in equilibrio.

Prati amava partire più da lontano e svariare su tutto il fronte d’attacco, partendo possibilmente da sinistra per andare nei “tagli” sugli assist al bacio di Gianni Rivera oppure rientrando da sinistra per calciare con il destro.

https://youtu.be/VhnY3R807uA (minuto 1.28”)

Riva giocava essenzialmente negli ultimi 20 metri dove era letale quando si lanciava a colpire in acrobazia o quando “liberava” il suo terrificante sinistro.

Entrambi fortissimi nel gioco aereo (dove Prati si faceva preferire per la sua maggiore elevazione) avrebbero davvero potuto formare una coppia d’attacco devastante.

Probabilmente addirittura più forte e sicuramente meglio assortita di quella composta da Riva e dal pur fortissimo Boninsegna, mancino come Riva e come Riva più uomo da area di rigore.

Fatto sta che Pierino gioca la prima partita di finale contro la Jugoslavia ma nella ripetizione deve fare posto a Gigi Riva che segnerà una delle due reti che daranno la vittoria agli azzurri di Ferruccio Valcareggi.
La stagione successiva è quella della consacrazione definitiva per Prati e per il Milan.

In campionato arriva per i rossoneri un secondo posto di tutto rispetto alle spalle di una sorprendente Fiorentina ma il capolavoro assoluto dei rossoneri arriverà in Coppa dei Campioni.

Durante il percorso verso la finale i rossoneri dovranno incontrare le due più recenti vincitrici della Coppa dei Campioni: gli scozzesi del Celtic nei quarti di finale (decisivo ancora Pierino con il suo gol al Parkhead dopo lo 0 a 0 dell’andata a San Siro) e in semifinale i campioni in carica del Manchester United di Best, Charlton, Law e Stiles, battuti per 2 reti a 1 nello score complessivo.

Per il Milan è la finale.

Si gioca al Santiago Bernabeu di Madrid e di fronte ci sono i sorprendenti “lancieri” dell’Ajax di Amsterdam, squadra ricca di giovani talenti fra i quali spicca il ventunenne Johann Cruyff, giocatore rapido e imprevedibile, capace di giocare indifferentemente da regista, da rifinitore o da centravanti classico.

Il Milan però è in serata di grazia.

Difesa e centrocampo reggono senza troppi patemi le sfuriate degli olandesi mentre il Milan quando riparte di rimessa, illuminato da un grande Rivera, trova spesso ampi varchi nella difesa dell’Ajax.

Già dopo meno di un minuto Prati colpisce di sinistro il palo ma passano solo una manciata di minuti e il Milan è già in vantaggio.

Sormani va via sulla sinistra prima di calibrare un cross verso il centro dell’area. La palla è praticamente sul dischetto di rigore e sembra francamente troppo lenta e lontana dalla porta per poter impensierire il numero 1 olandese.

Solo che la palla arriva a Prati, che con un bellissimo colpo di testa in torsione mette la palla sul secondo palo dove il portiere olandese non può proprio arrivare.

Da quel momento sarà un monologo rossonero.

Il 4 a 1 finale sancirà in maniera inequivocabile la superiorità del Milan in una delle vittorie più nette nella storia della competizione.

E se è vero che Rivera incanta il mondo con la sua tecnica sopraffina e la sua visione di gioco, nessuno rimane indifferente alla prestazione strepitosa di Pierino Prati, che quella sera entrerà nella storia della più prestigiosa competizione europea per Club segnando una tripletta in finale.

Pochi mesi dopo i rossoneri chiuderanno un biennio sensazionale con la vittoria nella Coppa Intercontinentale, prima battendo a San Siro nettamente gli argentini dell’Estudiantes e poi resistendo stoicamente nella “vergogna” dell’incontro di ritorno alla Bombonera di Buenos Aires, una delle pagine più violente della storia di questo sport.

In quella stagione il Milan subirà però un primo processo involutivo.

In campionato la marcia è irregolare e sia in Coppa Italia che in Coppa dei Campioni arrivano due eliminazioni piuttosto repentine.

Prati inizia a patire qualche infortunio fisico e salterà ben 9 partite di campionato, chiudendo comunque la stagione come capocannoniere dei rossoneri con 12 reti in campionato e 17 complessive.

Non abbastanza però da guadagnarsi un posto sull’aereo che condurrà la nazionale italiana in Messico. Valcareggi convocherà solo 3 attaccanti e in un epoca dove praticamente tutte le squadre del pianeta giocano con almeno due attaccanti in campo la scelta pare quantomeno cervellotica.

Insieme a Riva ci sono solo lo juventino Pietro Anastasi e Sergio Gori, compagno di reparto di Riva nel Cagliari neo campione d’Italia.

Poco prima della partenza per il Messico Pietro Anastasi, scherzando con il massaggiatore Tresoldi, subisce un colpo al basso ventre.

Lì per lì sembra una cosa da nulla.

Anastasi rimane in Italia per accertamenti mentre i suoi compagni si imbarcano per il Messico.

Solo che non è una cosa da nulla: serve una operazione per rimettere “in sesto” un brutto versamento ad un testicolo.

A quel punto Valcareggi si avvede della svista e non si limita a chiamare un attaccante al posto di Anastasi ma decide di mandare a casa anche il centrocampista Lodetti, tra lo sconforto dello stesso giocatore e l’incredulità dei compagni di squadra.

Arrivano quindi due attaccanti: Pierino Prati e Roberto Boninsegna.

Ma tant’è … Prati è ALTERNATIVA di Riva e così sarà “Bonimba” a giocare il Mondiale messicano al fianco del grande Gigi Riva.

Per Pierino non c’è spazio, neppure per un minuto.

Eppure nel girone di qualificazione l’attacco gira totalmente a vuoto.

Nelle tre partite con Israele, Uruguay e Svezia riusciamo a segnare un solo gol … con un centrocampista ! Il buon “Domingo” Angelo Domenghini.

Si torna alle questioni di casa nostra.

Un Milan rinnovato (sono arrivati Romeo Benetti, Giorgio Biasolo e Silvano Villa) e voglioso di riprendere lo scettro del comando dopo una stagione di transizione.

Sarà una stagione eccellente ma, come direbbe qualcuno, con “zero tituli”.

Un secondo posto in campionato dietro i rivali cittadini dell’Inter ed una finale di Coppa Italia persa ai calci di rigore con il Torino (rigori calciati, come prevedeva il regolamento dell’epoca, tutti dallo stesso calciatore, in questo caso Gianni Rivera che dopo aver segnato i primi 3 sbagliò il quarto e il quinto consegnando di fatto il trofeo nella mani dei granata).

Per Prati una stagione eccellente.

19 reti (suo record personale) il 2° posto nella classifica dei cannoniere dietro Roberto Boninsegna e soprattutto una stagione senza un solo problema fisico.

A 25 anni Pierino ha raggiunto la piena maturità psico-fisica.

Pian piano si sta trasformando sempre di più in una prima punta e la sua abilità e il suo coraggio in area di rigore lo rendono un autentico spauracchio per le pur arcigne difese del nostro campionato.

La Nazionale rimane però un tabu o quasi.

Quando Riva è infortunato Pierino è sempre la prima alternativa ma non c’è continuità e così diventa difficile garantire grandi prestazioni.

Nelle qualificazioni per gli Europei di Germania (che gli azzurri purtroppo falliscono) giocherà 4 partite segnando 3 reti.

Ma nelle successive qualificazioni per i Mondiali di Germania non ci sarà più spazio per Prati con Riva tornato ai suoi migliori livelli dopo il brutto infortunio subito in Nazionale contro l’Austria.

Di lì a poco invece inizieranno per Prati una serie di guai fisici che ne condizioneranno sempre di più le prestazioni.

Giocare con continuità diventa sempre di più una chimera.

La stagione 1972-1973 sarà quella maledetta.

Partita con i migliori presupposti (Pierino segnerà 8 reti nelle prime 9 partite ufficiali della stagione) poi inizieranno una serie infinita di infortuni, primo fra tutti la terribile pubalgia che lo terrà praticamente fuori per tutto il resto della stagione … e quando gioca Pierino lo fa con tante infiltrazioni di antidolorifici, per tentare di sopportare i terribili dolori al pube.

La sua assenza sarà purtroppo per i colori rossoneri determinante nell’amara conclusione del campionato perso a Verona all’ultima giornata.

Avrebbe potuto essere un anno eccezionale per Prati che quell’anno, con l’arrivo del mancino Chiarugi all’ala sinistra fu messo stabilmente centravanti diventando così principale riferimento offensivo del Milan.

Al termine di quella sfortunata stagione il Milan decide di rinunciare a Prati.

Una scelta che spiazza il popolo rossonero. Pierino ha solo 26 anni e sebbene i suoi problemi fisici (pubalgia in primis) lo hanno decisamente condizionato nella stagione precedente, la decisione appare ai più quantomeno frettolosa.

Ma qualcuno lo taccia perfino di essere un “malato immaginario” e questo, un professionista serio e un calciatore coraggioso come Prati non può accettarlo.

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L’offerta della Roma è importante.

Pierino va nella capitale. Segna all’esordio ma la Roma stenta ad ingranare e la pubalgia, pur attenuata da infiltrazioni altri rimedi (vedi una protezione al pube tipo quella dei pugili).

Poi, dalla settima giornata arriva il suo autentico mentore: il “Barone” Niels Liedholm che Pierino aveva avuto come allenatore nelle giovanili del Milan e al quale darà sempre il merito per averlo migliorato tantissimo come calciatore.

Con lui la Roma inizia a “giocare a calcio”. Nel girone di ritorno i risultati migliorano sensibilmente e anche Prati torna a livelli accettabili segnando 6 reti (saranno 8 in totale) di cui 3 nelle ultime tre partite.

Ma è la stagione successiva quella dove Prati torna il giocatore che il popolo milanista aveva così visceralmente amato ed ammirato.

A Roma accadrà la stessa identica cosa.

I guai fisici subiti ne hanno probabilmente ridotto la mobilità e l’esplosività in progressione ma Pierino, persona e calciatore intelligente, diventa sempre più una punta centrale classica, restringendo il suo campo d’azione essenzialmente all’area di rigore avversaria.

In quella stagione segnerà 14 reti in campionato e 8 in Coppa Italia risultando non solo uno dei migliori realizzatori di tutta la serie A ma, insieme a Rocca e De Sisti, il giocatore della Roma con più presenze in campo nella stagione.

Quella stagione sarà però il canto del cigno per “Pierino la Peste” che dalla stagione successiva ripiomberà in pieno nei suoi guai fisici.

Nel frattempo però il rapporto con la tifoseria della Roma è diventato speciale.

L’amore del popolo giallorosso per Prati non mancherà mai, neppure nei momenti più tribolati e difficili.

Molto suggestivo in quegli anni diventerà il rito del pre partita in cui una procace tifosa giallorossa offre un mazzo di fiori al numero 9 giallorosso.

La stagione 1976-1977 sarà l’ultima alla Roma per Pierino.

Gioca con sufficiente regolarità (20 incontri) ma il suo contributo in zona-gol è inferiore alle attese: solo 4 reti in campionato.

Al termine della stagione Niels Liedholm torna sulla panchina del Milan e per Prati, con il nuovo allenatore Gustavo Giagnoni, non c’è posto.

Si trasferisce alla Fiorentina ma ormai gli anni migliori sono alle spalle.

Torna dove ha lasciato splendidi ricordi tanti anni prima, nella “sua” Savona, dove nessuno lo ha dimenticato.

Prati gioca una stagione più che dignitosa prima di trasferirsi negli Stati Uniti per una breve parentesi ai Rochester Lancers prima di far ritorno nell’estate del 1979 ancora a Savona.

Due stagioni positive, senza quei guai fisici che ne avevano condizionato troppi anni di carriera.

24 reti in poco più di 50 partite sono sempre un buon bottino per un attaccante, indipendentemente da quale sia il livello in cui si gioca.

A quasi 35 anni Pierino Prati dice basta.

Con tante fantastiche soddisfazioni, con ricordi meravigliosi da portarsi appresso ma anche con un grande, irrisolto punto di domanda: Riva ed io insieme cosa avremmo potuto fare ?

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Pierino Prati è stato il mio idolo assoluto da bambino. Poterne scrivere è stata per me una gioia immensa ma non l’avrei mai potuto fare senza il benestare, l’approvazione e l’appoggio dello stesso Pierino (di una gentilezza e di una semplicità disarmanti) e di suo figlio Cristiano che mi dato sostegno, informazioni preziose e soprattutto mi ha messo in contatto con Pierino. Le chiacchiere al telefono con il mio “bomber” sono e saranno un ricordo indimenticabile.

PS: Durante la nostra chiacchierata Pierino mi ha chiesto se sono milanista. “No, è stata la mia risposta. Ho tifato Milan, poi Roma, poi Fiorentina e infine Savona”. … tutte le squadre in cui ha militato Pierino Prati …

 

Sandro Mazzola: Nel nome del padre.

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di CRISTIAN LAFAUCI

Mio padre ? certo che me lo ricordo ! E ne ho un ricordo così vivo proprio perché di tempo insieme ne abbiamo potuto trascorrere poco ; troppo poco . Me lo ricordo quando si allenava al Filadelfia , mi portava con lui e mi faceva tirare i rigori , Bacigalupo era d’accordo e si tuffava dall’altra parte per farmi segnare , io un po’ me ne accorgevo ma era una gioia simile a quella di segnare in una finale . Era un leader e bastava vedere come lo.ascoltavano tutti gli altri della squadra , quel rispetto totale che sa di fiducia che solo pochi uomini riescono ad ottenere con naturalezza .

E me lo ricordo quando scendeva in campo la domenica e mi teneva per mano , bastava quello per capire quel senso di invincibilita’ che aveva quella squadra . Capitava spesso che loro fossero in viaggio per una trasferta o un torneo , ma quella volta era davvero passato troppo tempo ; io ogni tanto chiedevo e mi rispondevano sempre la stessa cosa , che era in viaggio… Io non avevo neanche sette anni ma certe cose le riesci a intuire a ogni età , e avevo come il sospetto che fosse accaduto qualcosa di brutto . Finché un giorno mi ero nascosto sotto il tavolo e sentendo mia madre parlare con un’amica , ebbi la conferma al fatto che mio padre non lo avrei più rivisto per il resto della mia vita .

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Il dolore è inevitabile ma , anche se può apparire cinico , il mondo e la vita vanno avanti , non può essere altrimenti , era così per chiunque , lo sarebbe stato anche per me . E anche se da adolescente avevo iniziato a praticare il basket , alla fine l’incontro con il calcio era inevitabile , in fondo mi è sempre piaciuto , e a quanto dicevano gli altri , mi riusciva piuttosto bene . Lo diceva anche Lorenzi , l’attaccante dell’Inter , lo avranno pure chiamato ” Veleno ” ma con me e mio fratello è sempre stato una persona splendida , ha fatto davvero tanto per noi e ci voleva sinceramente bene .

E vennero i giorni delle giovanili proprio nell’Inter con Meazza come allenatore , e le notti dove sognavo di giocare a pallone con mio padre , come ai tempi del Filadelfia . Finché quel 10 giugno del ’61 feci il mio esordio in prima squadra contro la Juventus ; il presidente Moratti per protesta contro la ripetizione della partita decise di schierare la squadra primavera , ci sommersero di reti , ma l’unico goal nostro lo segnai proprio io su rigore . Ma oltre a quello , mi resto’ impresso quello che mi disse Boniperti prima della gara : ” lo sai che di nascosto andavo a vedere le partite di tuo padre ? era il più grande ! ”

Tempo neanche due anni e venne il giorno della rivincita , era il 28 aprile del ‘ 63 , sempre a Torino contro la Juve . Se avessimo vinto , lo scudetto era nostro , e alla mezz’ora ricevetti palla da Corso in area , la piazzai di destro all’incrocio , e anche se nel secondo tempo ci fu da soffrire parecchio , alla fine portammo a casa vittoria e campionato . Un anno dopo eravamo addirittura a Vienna a giocarci una finale di coppa campioni contro il Real Madrid , non ho mai visto tanti campioni di quel livello tutti insieme ! Puskas , Gento e ovviamente Di Stefano , lui era semplicemente magnifico ! e in tanti dicevano che come giocatore assomigliasse a mio padre….

Io nel tunnel che portava in campo ero quasi rimasto ipnotizzato a guardarlo , mi riportò sulla terra Suarez , che mi disse : ” resti a guardare Di Stefano o vieni a giocare la finale con noi ? ” Eccome se la giocai quella finale , con tutto quello che avevo in corpo….. e riuscii anche a segnare con un tiro di destro da fuori area a fine primo tempo . Quel Real era fortissimo , bastava concedergli il minimo spazio ed erano dolori , così quando Milani raddoppio’ pensammo tutti che ormai era fatta….invece al primo errore riaprirono la partita . Mancava un quarto d’ora alla fine e andai a pressare Santamaria che stava prendendo palla quasi al limite della loro area ; appena gli rubai la sfera , entrai in area e di esterno destro la misi nell’angolo : 3 – 1 e stavolta non ci raggiungono più….

Non so cosa mi prese appena segnato quel goal , so solo che iniziai a correre e ad esultare come da bambino al Filadelfia con mio padre e Bacigalupo . Eravamo campioni d’Europa e a fine gara stavo andando verso Di Stefano per chiedergli se avesse voluto scambiare la sua maglia con la mia ; mi venne incontro Puskas dicendomi : ” Ho giocato contro tuo padre e oggi sei stato degno di lui ; questa è per te ! ” e mi ritrovai tra le mani quella maglia bianca con il numero dieci. Non so se fosse davvero così , ma non sono mai stato tanto felice in vita mia .

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THE KENNEDYS: La famiglia reale d’America.

di LISA AZZURRA MUSETTI

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Maledizione; Vocabolario Treccani: “maledizióne (ant. maladizióne) s. f. [dal lat. maledictioonis, der. di maledicĕre «dir male»; propr. «maldicenza»]. 1. a. L’atto e le parole con cui si maledice, con cui cioè s’invoca su individui, gruppi, città, ecc. la condanna e la punizione della divinità (o degli antenati).”

 

Per gli irlandesi le maledizioni non sono cosa su cui scherzare, ve lo dice una che ci ha vissuto per mesi.

Non importa se di fatto sei un cittadino statunitense da generazioni a questa parte, per certe cose il sangue si fa sentire, soprattutto se ci credi, se sei un uomo od una donna potente e ricco/a , se sfidi il tuo tempo, se il tuo cognome è Kennedy.

“La Famiglia Reale d’America”, così sono stati più volte definiti i Kennedy, ricchissima famiglia imprenditoriale di origini irlandesi residente nella East Coast ed infiltrata nella politica.

Il patriarca della famiglia, Joseph P. Kennedy per quanto strano, analizzando gli schieramenti politi futuri della sua famiglia, era uno stimatore di Hitler ed un uomo estremamente crudele con i figli. Nel 1941 fece ricoverare sua figlia Rosemary in un manicomio in quanto considerata “ribelle” e obbligò gli psichiatri a praticarle una lobotomia rendendola un vegetale per il resto dei suoi giorni.

Lui stesso, nonostante più longevo dei suoi stessi figli, morirà muto e paralizzato a causa di un ictus.

Un inizio triste per una grande famiglia. Già solo un inizio. L’inizio della Maledizione dei Kennedy.

Joseph ebbe, oltre a Rosemary, ben otto figli, fra cui uno dei personaggi politici più importanti del secolo scorso: John Fitzgerald Kennedy.

Ma andiamo con ordine.

Seconda Guerra Mondiale. Joseph è contrario all’entrata in Guerra degli USA, ma i suoi figli, giovani, forti e cittadini americani sono costretti ad arruolarsi.

Il primogenito, Joseph Patrick Kennedy Jr. morirà proprio durante questa guerra nel mezzo di un volo d’addestramento, sua sorella, Kathleen Agnes Kennedy, morì anche lei durante un invidente aereo nel 1948.

Della vita del più importante rappresentante di questa famiglia si sa tutto ed il contrario di tutto, proprio come della sua morte. John Fizgerald Kennedy è qualcosa di più di un politico: è IL POLITICO. Sembra quasi che nessuno possa odiarlo.

Elletto Presidente il 7 Novembre 1960, democristiano, sostenitore dei diritti civili delle persone di colore. Sposa una degna rappresentante della nuova aristocrazia statunitense: Jacqueline Bouvier. Colta ed elegante certo, ma non bella e ancor meno sensuale. Questo porterà il Presidente ad avere molte relazioni documentate, la più importante indubbiamente quella intrecciata con l’attrice più sexy della storia di Hollywood: Marilyn Monroe.

Nonostante Kennedy fosse un abituale consumatore di varie droghe non fu certo questo ad ucciderlo. Come tutti sanno, il 22 Novembre del 1963 a Dallas, durante una parata ufficiale accanto alla moglie, fu assassinato con dei colpi di fucile da Lee Harvey Oswald. I documenti relativi all’omicidio furono decretati segreti ed il tutto, teorie e complotti compresi, abilmente insabbiati.

Da quel momento in poi la Maledizione dei Kennedy sembra scatenarsi.

Le morti premature o violente furono frequenti:

Robert Kennedy, fratello del presidente, fu ucciso con un colpo d’arma da fuoco a Los Angeles il 6 Giugno del 1968.

John John, figlio di J.F.K e Jackie Kennedy morì in un incidente aereo nel 1999 con la moglie, Carolyn Bessette e la cognata, Lauren Bassette. Una tragica morte che porta a quota tre le vittime della famiglia Kennedy in volo, in meno di due generazioni.

Michael, il figlio di Robert Kennedy, muore nel 1997 in un incidente di sci fra le montagne di Aspen in Colorado.

“Ok, ok” starete pensando “ora ci credo pure io alle maledizioni.”

Eppure no, non finisce certo qui. Forse, come spesso in momenti difficili si ipotizza, ci sono destini più tristi della morte, ed anche in questo contesto, la reale famiglia d’America non si tira indietro.

Il 19 giugno 1964 Ted Kennedy si schianta con un aereo privato (ancora il volo, è forse questa la vera maledizione dei Kennedy?) nelle vicinanze della cittadina di Southampton. Ted ne viene estratto vivo per miracolo, ma le conseguenze di quell’incidente lo tortureranno per tutta la vita, anche se forse non saranno certo più dolorose delle pene sentite per l’amputazione della gamba a suo figlio, Edward Moore Kennedy, all’età di dodici anni.

Il tutto può, soprattutto agli occhi dei più giovani, sembrare quasi la trama di un libro, ma è la verità, il lato oscuro che qualche crudele divinità ha voluto infliggere in cambio di gloria e potere.

Forse le maledizioni non esistono, forse sono solo favole oscure, forse bisogna tirare un sospiro di sollievo nel non chiamarsi Kennedy.

Questa è la triste storia dei Reali d’America.

 

P.S.= John John Kennedy è stato fidanzato per anni con l’attrice hollywoodiana Daryl Hannah e lui aveva praticamente deciso di sposarla. Si mise in mezzo la madre che disapprovava la relazione: bella, bionda, attrice di Hollywood. Le ricordava troppo Marilyn.

Forse, se avesse sposato lei invece della Bassette sarebbe ancora vivo. Citando il bellissimo libro La mia Africa: “Quando gli Dei vogliono punirci avverano i nostri desideri”.

La tragedia di Brema 1966, Spoon River del nuoto italiano.

di DIEGO MARIOTTINI

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Lo sport racconta storie, non tutte a lieto fine. In questo caso il lieto fine proprio non c’è.Un tardo pomeriggio di 52 anni fa muore il nuoto italiano. O perlomeno il destino elimina in pochi istanti un lavoro di anni, che avrebbe sicuramente portato in dotazione al Paese grandi campioni. È venerdì 28 gennaio 1966 e le agenzie di tutto il mondo battono una notizia che lascia attonito anche chi non ha dimestichezza di piscine. A Brema, nel nord della Germania (allora Ovest) un aereo della Lufthansa partito da Francoforte precipita in fase di atterraggio. Nebbia, luci difettose, errore umano. Nessun superstite. Tra le 46 vittime (i passeggeri, più l’equipaggio al completo) c’è una selezione della Nazionale italiana di Nuoto e un giornalista RAI diretti al meeting di Brema, il più prestigioso appuntamento della stagione indoor. Le vittime italiane saranno 9. La RAI diffonde la notizia all’ora di cena e azzera il sorriso dalla  faccia di chi vorrebbe guardare il Festival di Sanremo in santa pace. Mentre Modugno canta “Dio, come ti amo”, loro muoiono. L’opinione pubblica è scossa, poi sulla notizia cala pian piano la nebbia.Oggi questa storia la ricordano in pochi. Ci vorranno decenni di ricostruzione da parte della Federazione e del CONI per creare le basi di un movimento ancora una volta competitivo a livello internazionale.Ma quella di Brema non è soltanto una tragedia, appare piuttosto come una sorta di “Spoon River” in trasferta. Testimonianze di vita sportiva che vita non è più.

LA BALLATA DEL LAMPO NEL CIELO. Sono giovani, molto promettenti. Hanno davanti a sé un futuro di grandi soddisfazioni professionali. Qualcuno ha già conseguito buoni piazzamenti, perfino a livello internazionale. Non hanno vinto medaglie olimpiche, ma per quelle c’è tempo. Il più anziano dei ragazzi deve ancora compiere 23 anni, la più giovane ne ha 17 ed è già soddisfatta per essere stata convocata. Devono andare in Germania a difendere il Tricolore in un importante meeting di nuoto. Non hanno la notorietà dei calciatori e neppure il conto in banca dei più ricchi fra loro. Sono semplicemente atleti che hanno un rapporto speciale con l’acqua e che in piscina stanno costruendo il loro futuro. Ricordiamoli con le loro ipotetiche parole. Spoon River, sì. O La Ballata del lampo nel cielo, se si preferisce.

BRUNO BIANCHI(22 anni). Ero el vecio, l’anziano del gruppo. Di me si fidavano, dicevano che davo sicurezza. Addirittura, che portavo fortuna, permettetemi di dubitarne. Facevo stile libero.E quando nuotavo mi sentivo veramente libero. Alle Olimpiadi di Roma 1960 arrivai sesto nella staffetta 4 x 100. Non male per un ragazzo di 17 anni, vero? Poi il record italiano sui 100 e i 200 è stato mio. Sì lo so, oggi ci mettono la metà del tempo, ma almeno non mi dopavo, io. Vivevo da solo, a Torino, non era un problema. Lavoravo alla Fiat per mantenermi, non ero mica figlio di papà. A Trieste, la mia città, qualcuno ancora si ricorda di me. Mi hanno dedicato una piscina, meglio che niente. Non ho nulla da recriminare, quella sera è stato un errore umano. Pioveva, succede. Però, porca miseria, io volevo nuotare e ora volo.

SERGIO DE GREGORIO (20 anni). Ma quali 20 anni, non ci sono mica arrivato. Mi mancava un mese. Ero bello, lo so, non è colpa mia. Piacevo. Dicevano che sembravo un attore, uno di quelli che fanno i film o i fotoromanzi, ma che senso ha, adesso. Ho conquistato cinque titoli italiani e ho battuto 16 record. Ero gajardo, come dicono dalle parti mie, a Roma. Tempi da record alla mano, andai perfino a Tokyo nel ’64, alle Olimpiadi. Non potevamo vincere, eravamo troppo giovani e inesperti, però in finale ci siamo arrivati lo stesso. Ma che senso ha, adesso. Ci credevo, ho faticato, mi allenavo anche di notte. A Brema avrei fatto vedere a tutti chi ero, sarebbe stata la volta buona. Poi, nessuno mi avrebbe fermato più. Ma che senso ha, adesso.

AMEDEO CHIMISSO (19 anni).Io andavo a dorso, filavo che era una bellezza. Andavo all’indietro in piscina, forse perché nella vita mi piaceva andare controcorrente. Certe volte è meglio andare senza guardare dove vai.Tanto, se è destino arrivi pure a occhi chiusi. Oppure no. Ero di Venezia, abitavo alla Giudecca ed è lì, tra un canale e l’altro che ho imparato a nuotare. Il successo stava per arrivare, l’ultimo giorno della mia vita ho addirittura stabilito la miglior prestazione italiana sui 200 misti. Sì, a dorso ero forte, ma la morte l’ho dovuta per forza guardare dritta in faccia. Curioso, no?

LUCIANA MASSENZI (20 anni). Avevo tutto per sfondare. Il talento, la grinta, la voglia continua di migliorarmi. Ero di Roma, come Sergio, e come Sergio avevo una grande “tigna”, si dice così da noi quando hai cattiveria agonistica da vendere. Con Amedeo invece avevo un altro aspetto in comune: facevo dorso. Se avessi 20 anni oggi forse farei gli spot dello shampoo e le passerelle in défilé, ma sono altri tempi, per carità. Non mollavo mai, sono andata perfino in Francia per migliorarmi. Quel giorno invece dovevo andare in Germania per consacrarmi. Daniela Benecknon aveva la mia stessa grinta e allora al suo posto per Brema scelsero me. Per giunta, quel giorno si sposava la sorella. Daniela è ancora viva.

CARMEN LONGO (18 anni). A Bologna, rane come me non ce n’erano. Anzi, permettetemi di essere un po’ immodesta: in Italia. Sì, ero la più brava, fatemelo dire. Avevo talento ma ci ho lavorato molto, eh. L’allenatore non mi regalava nulla e nelle giornate in cui mi sentivo svogliata mi ricordava sempre che non ero ancora nessuno per cullarmi sugli allori. Funzionava. Mah, allori ne ho vinti pochi, non ho fatto in tempo. Il giorno dopo la mia morte, nella gara dei 200 rana, nella mia corsia c’era uno spazio vuoto. Beh, almeno non si può dire che quella gara l’abbia persa. Bisogna pur vedere il lato positivo delle cose, diamine.

DANIELA SAMUELE (17 anni). Ero la riserva e mi avevano convocato per la prima volta. Dicevano che ero la classica milanese, concreta e lavorativa, ma non era del tutto vero. Avevo i miei sogni, piccoli sogni, quelli di una ragazzina come me. Facevo il liceo artistico e avevo due modi per sognare: disegnare e nuotare. In valigia avevo messo un abito da sera di chiffon. Non me lo sarei mai tolto, per nessuna ragione al mondo.

DINO RORA (20 anni). Andavo anch’io a dorso, ma non perché fossi un tipo controcorrente. Mi piaceva.E poi a dorso stabilivo i miei tempi migliori, tutto qui. A Torino mi conoscevano tutti, gareggiavo per la Fiat Ricambi. Ai Giochi del Mediterraneo del ’63 fui grande. Arrivai terzo nei 200 ma soprattutto vinsi l’oro con la staffetta mista. Alle Olimpiadi di Tokyo non ero ancora maturo, ma avevo il tempo dalla mia parte. Ho una piccola confessione da fare: Dino è il diminutivo. Mi chiamo Chiaffredo ma non ditelo a nessuno. Un po’ mi vergogno.

PAOLO COSTOLI (55 anni). Quanto mi piaceva essere il loro allenatore, erano ragazzi fantastici. Con loro ho passato i momenti di sport più belli della mia vita. Perfino più belli di quando in vasca ci andavo io. Tra nuoto e pallanuoto, in piscina praticamente ci vivevo. E che soddisfazioni! Sono nato a Firenze ma mi sentivo cittadino del mondo. Mi piacevano due cose: lo sport e viaggiare. La vita mi ha permesso di farle entrambe, fino alla morte. Ce ne siamo andati insieme, io e miei “bischeri”, quella sera. Nello stesso lampo che da terra è salito fino in cielo. Forse è stato giusto così, chissà. Ma almeno Nico, il destino lo poteva anche risparmiare.

NICO SAPIO (36 anni). No Paolo, non sono d’accordo. La vita è spesso una cooperazione senza merito per chi ne gode i frutti e la morte non fa altro che invertire questa logica. Io facevo il giornalista e vi seguivo. Era il mio lavoro e ogni lavoro espone a rischi. Al Centro RAI di Genova volevano che facessi la diretta del meeting di Brema e io puntualmente ci sono andato, senza discutere. Il nuoto e la vela erano le mie specialità. Non sentirti in colpa per me, tu non c’entri nulla. Ti ricordi quando feci quel servizio radiofonico sulla morte di Fausto Coppi? Mi fecero tanti complimenti. Parlavo del destino, quel giorno, e mi veniva in mente “Per chi suona la campana”. Ma per chi vuoi che suoni, la campana? Ci siamo dentro tutti, Paolo. E quell’attrice tedesca, quella che stava tre posti avanti a noi? Se n’è andata con lo stesso lampo e non è mica colpa di nessuno. Pensa piuttosto che forse il nostro sacrificio è servito a qualcosa. Ci sarebbe stata la Pellegrini, Magnini, Fioravanti, Battistelli, la Quadarella e tutti gli altri, senza di noi? Io dico di no e già per questo dovremmo essere felici. La gente dimentica, è nuoto, mica calcio. Ma se il CONI e la Federazione si sono dati da fare per ricostruire un intero movimento e i risultati alla fine sono arrivati, dobbiamo esserne contenti. È con i risultati che si lascia memoria di sé. Non farti cattivi pensieri. Guardiamo avanti, il meglio deve ancora venire. Forse.

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