RICCARDO PALETTI: 10 secondi.

di RENATO VILLA

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10.

Sono qui, seduto nel mio abitacolo.

 

Attendo che il semaforo si illumini.

Tra un paio di secondi si accenderà il rosso.

 

I motori sono già accesi.

La mano destra è sulla leva del cambio.

La sinistra è sul volante.

 

Il cervello calcola i tempi di reazione.

E calcola anche, arrivando lanciati in fondo al rettilineo, a che velocità ci si potrà arrivare.

 

Perché io non parto davanti.

 

Non guido una Ferrari.

Guido un’Osella.

 

E ho quasi tutti davanti.

 

9.

I miei colleghi sono tutti più esperti di me.

Sanno perfettamente come comportarsi sulle piste.

Io sono quello che in America chiamano “rookie”.

Esordiente.

Novizio.

 

Non che la cosa mi faccia sentire inferiore, quello no.

 

È che la pista di Montreal è tutto tranne che facile, e non penso sia l’ideale per un esordio o quasi.

 

Ma bisogna pur sempre iniziare.

 

Perché, senza iniziare, non si va avanti.

 

E io, avanti, ci voglio andare.

E tanto.

 

8.

Questi secondi scorrono fin troppo lentamente.

Il semaforo deve ancora diventare rosso.

 

Sembra debba durare un’eternità, questa maledetta procedura di partenza.

Ma è una cosa che devo imparare a conoscere bene, e farlo meglio che partendo dal fondo non è possibile.

 

Anche perché così tengo d’occhio tutto e tutti.

 

Vedo ogni cosa.

 

Forse non vedo le prime due file, ma loro sfileranno via tranquille mentre noi ci scanneremo per guadagnare una posizione.

 

Una.

 

Che vitaccia infame, scannarsi per essere diciottesimo o diciannovesimo.

 

Ma ci tocca, a noi esordienti con le macchine più lente.

Per avere le migliori, ci vorrà del tempo.

 

7.

Il semaforo adesso ha cominciato la procedura di partenza.

Ancora quattro secondi e scatteremo tutti, in questo lungo rettilineo.

 

Ogni secondo, un semaforo che scatta e diventa verde.

 

Ogni secondo, una valanga di pensieri che si accumula nelle nostre menti.

Pensieri.

Emozioni.

Sensazioni.

 

Ogni secondo, un attimo di paura passa.

Perché siamo sempre più vicini al via.

E, una volta partiti, si comincia a vivere.

 

6.

La seconda luce si è accesa.

Ancora tre secondi.

Ancora tre.

Ma c’è qualcosa che non capisco.

 

Vedo qualcuno che si sbraccia, davanti.

Ma davanti davvero.

 

Nelle prime file.

 

E se si sbraccia, vuol dire che ha qualche problema.

Ma mancano tre secondi.

Potrebbero ancora fermare tutto, ma non è detto.

 

Vediamo cosa faranno.

Perché non possono farci rischiare così.

 

5.

Invece no, ecco la terza luce.

Hanno deciso di farci partire.

Anche se può esserci pericolo.

 

Tanto in pista loro non ci sono.

Ci siamo noi.

 

Comunque, io spero di arrivare a schivare l’ostacolo che ci troveremo davanti.

In fondo, da dietro, l’ho già detto, si vede meglio.

L’importante è non trovarsi in mezzo al casino nel momento sbagliato.

E io spero che non succeda.

 

4.

La quarta luce si è accesa.

Devo essere pronto.

Piede sull’acceleratore e mano sul cambio.

 

Solo così potrò sperare di partire bene.

 

Davanti continuano i segnali, ma a quanto pare sono inutili.

Il semaforo continua ad andare avanti.

 

3.

Si è accesa anche l’ultima luce.

 

A questo punto non c’è più niente da fare che sperare.

Sperare che il rischio sia rientrato, o che tutti si riesca ad evitarlo.

 

È quello che spera l’organizzazione.

Poi, con questo rettilineo, dovremmo riuscire a cavarcela.

 

Tutti.

 

Anche se non si è mai sicuri di niente.

Perché basta che chi ti è davanti scarti all’ultimo e va a finire male.

Ma non sarà così.

No.

Non sarà così.

 

2.

Si parte.

Scattano tutti, anche la mia Osella fa il possibile per dimostrarsi degna della partecipazione al mondiale di Formula 1.

 

Ma è successo qualcosa.

Qualcosa di strano.

 

Ho davanti una corsia vuota.

Non capisco.

 

Sembra che tutto stia andando per il meglio.

Almeno, sembra.

 

1.

Non capisco.

Si buttano tutti a sinistra, intasando la traiettoria.

 

Accelero.

 

Potrei arrivare in fondo al rettilineo avendo superato diversi avversari, io che di solito sono prudente.

 

D’altra parte, un’occasione così non l’avrò più.

 

Devo sfruttarla.

 

Per me, per il team, per tutto il piccolo mondo che mi circonda.

È troppo importante.

 

E allora accelero, e spero che tutto vada per il verso giusto.

 

EPILOGO

No.

Nulla è andato bene.

La Ferrari di Pironi era ferma sulla griglia, in fondo al rettilineo.

 

L’ho vista all’ultimo, quando uno dei miei avversari ha scartato.

 

L’impatto è stato inevitabile.

Violento.

Devastante.

 

Della mia Osella è rimasto poco.

 

Di me, solo il ricordo di un ragazzo che voleva provare al mondo che poteva stare in Formula 1, con i grandi.

 

Ma non ne ha avuto il tempo.

 

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MASSIMO MORGIA: Nel nome di un amico.

di REMO GANDOLFI

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E’ il 9 giugno del 1977.

Massimo Nobile e Claudio Cavalieri stanno viaggiando a bordo della BMW 3000 di Cavalieri.

Destinazione Cassino per far visita ad un amico.

Sono entrambi calciatori dell’Avellino che a due giornate dalla fine è invischiato nella lotta per non retrocedere in quel campionato di Serie B.

Sono nei pressi di San Nicola la Strada e sono quasi le 9 di sera quando Claudio Cavalieri perde il controllo del suo potente mezzo che sbanda e va a finire la sua corsa contro un pilastro in cemento a bordo strada.

I due ragazzi muoiono sul colpo.

Hanno entrambi 23 anni.

Massimo Nobile  era il miglior amico di Massimo Morgia.

Massimo Morgia fa l’allenatore di calcio.

E’ uno di quelli con la valigia perennemente pronta.

Non solo perché il cambiamento è parte integrante della sua professione ma anche e soprattutto perché Massimo Morgia non accetta compromessi.

Se le promesse non vengono mantenute ci mette un nano secondo a strappare un contratto, salutare e ripartire altrove con la sua vita e la sua carriera.

Massimo Morgia e Massimo “Massimino” Nobile sono cresciuti insieme, nel quartiere San Paolo di Roma.

Sono amici fin dall’infanzia.

Ci sono tre anni di differenza tra loro.

Massimo Morgia è come un fratello maggiore e Massimino Nobile si fida ciecamente di lui.

Morgia prima lo porta con se alla OMI Roma dove i due condivideranno campo e spogliatoio con un ragazzino taciturno, timidissimo ma di grande talento: si chiama Agostino Di Bartolomei.

Massimo Morgia fa il difensore.

E’ alto, forte fisicamente, tenace e volitivo. E’ eccellente nell’anticipo e nel colpo di tesa.

Ma è uno di quei difensori che hanno cervello, che sanno “leggere” la partita e i movimenti degli attaccanti.

E i piedi sono migliori del classico stopper del periodo.

Massimino invece è il classico centrocampista completo.

Corsa, grinta ma anche piedi “educati”.

Morgia nel 1973 va al Rovereto, in serie D.

Serve un centrocampista di corsa e temperamento ma che abbia anche qualità.

“Conosci Massimo Nobile ?” gli chiede un dirigente.

“Certo” risponde Morgia. “Se potete acquistatelo oggi stesso.”

Nobile arriva a Rovereto a novembre.

I due giocano una eccellente stagione e per entrambi arriva la chiamata dell’ambiziosa Nocerina, squadra che gioca in Serie C.

E’ la stagione 1974-1975.

Al sud il calcio è calore, passione, è tifo spesso “cieco”.

Nel bene e nel male.

La squadra non ottiene i risultati attesi.

C’è in pericolo la categoria.

C’è tanta rabbia e i tifosi contestano la squadra.

Quando tirano quelle arie meglio non farsi vedere troppo in giro.

I due passano mesi interi praticamente in clausura, segregati in un convitto fuori città.

Poi Massimo Morgia si rompe le scatole di questa situazione e fa quello che non hanno il coraggio di fare i “vecchi” dello spogliatoio.

Va a parlare con i tifosi.

“Molto probabilmente come calciatori siamo delle mezze seghe ma vi garantisco che in campo ci mettiamo l’anima in ogni partita” dice loro Morgia in tono deciso.

Aggiungendo “e adesso se volete menatemi pure”.

Nessuno si azzarderà a toccarlo. Anzi. La stima per quel difensore roccioso, tenace e passionale da quel giorno aumenterà ulteriormente.

A fine stagione arriverà la salvezza mentre quella successiva sarà addirittura eccellente, con un 7° posto finale di tutto rispetto.

Al termine di quella stagione le loro strade si divideranno.

Massimo Morgia andrà alla Lucchese, sempre in C, dove incontrerà l’amore della vita, Annalisa e dalla quale avrà una figlia che chiamerà Valentina, nome voluto fortemente da Massimo perché così si chiamava la figlia del suo mentore Giovanni Meragalli.

Per “Massimino” Nobile c’è l’Avellino che milita nel campionato di serie B.

Per Morgia è una stagione maledetta. Ha grossi guai alla caviglia.

La sera prima dell’incidente Nobile cerca il suo amico al telefono per sentire come sta e per fare le chiacchiere rituali che due grandi amici hanno bisogno di fare, specie ora che le loro carriere hanno preso strade diverse.

Nobile non riesce a rintracciare Morgia.

L’ultimo tentativo è chiamare a casa della madre di Massimo.

Non è neppure lì ma con la madre di Morgia si conoscono da una vita e passano più di un’ora al telefono.

Quando Massimo arriverà sul luogo dell’incidente troverà diversi gettoni telefonici sparsi per terra … sono quelli rimasti dopo la telefonata fiume con la madre della sera prima.

 

Siamo nell’estate del 2017.

Massimo Morgia ha chiuso da pochi mesi la sua avventura all’Aquila.

Arriva una telefonata. E’ Nicola Padovano, il Presidente della Nocerina.

Offre a Massimo Morgia la panchina dei rossoneri campani.

La Nocerina è in Serie D.

Ci sono ambizioni ma ci sono anche altre Società con risorse economiche importanti.

Dalla sua la Nocerina ha un pubblico fedele e caloroso.

“I Molossi” hanno pochi rivali quando si tratta di spingere la propria squadra.

A Massimo Morgia tornano in mente le due stagioni passate a Nocera da calciatore.

Anni intensi, non sempre facili ma felici … insieme al suo grande e sfortunato amico Massimo Nobile.

Morgia accetta. Sarà lui il nuovo allenatore dei rossoneri.

“Lo devo al mio amico Massimino” saranno le sue prime parole dopo la firma.

Passa una settimana.

Arriva un’altra telefonata.

E’ una di quelle che ti cambiano la vita.

L’Albania offre a Massimo Morgia il ruolo di Direttore Tecnico di tutte le Nazionali del paese.

Contratto di 5 anni. Ottimamente remunerato.

E’ il coronamento di una carriera, un sogno che diventa realtà.

Dopo più di 25 anni su panchine di serie C e serie D su e giù per l’Italia sempre con lo stesso entusiasmo, lo stesso indomito spirito, lo stesso coraggio e la stessa coerenza dimostrando ovunque è andato che può esistere un altro concetto di calcio, più onesto e pulito.

E dove il denaro non è l’unico parametro  che conta.

Non lo sarà neppure stavolta per Massimo Morgia.

Ha firmato un contratto e soprattutto ha dato la sua parola d’onore alla Nocerina.

E questo è tutto quello che conta.

Siamo ai giorni nostri.

Massimo Morgia crea un gruppo eccezionale, coeso e affiatato.

Talmente forte e compatto che le vicissitudini societarie quasi non li sfiorano.

Dritti e avanti per la loro strada, fatta di vittorie e di pezzi di cuore lasciati in campo in ogni partita.

E poi ci sono loro, i “molossi”. Come numero non sono più quelli degli anni d’oro, ma come passione, calore, partecipazione e incitamento sembrano cinque volte tanti.

Tutti insieme stanno facendo un miracolo.

Uno dei tanti della carriera di questo baffuto capellone (si, Morgia ha ancora la stessa chioma di quando giocava, figlia di quel ’68 che porta ancora nel cuore).

La Nocerina sta lottando gomito a gomito per la promozione diretta contro Vibonese e Troina e con un posto nei play-offs già in cascina.

Come andrà a finire ovviamente nessuno lo sa.

Di certo c’è che a Nocera sarà esattamente come è stato a Palermo, a  Siena, a Pistoia o a Marsala.

L’impronta lasciata da Massimo Morgia non sarà così facilmente cancellata dal tempo.

A Nocera lo sanno benissimo e qualche giorno, in occasione del compleanno di Massimo, i “Molossi” glielo hanno dimostrato.

C’era uno striscione enorme a lui dedicato.

“Maestro di esempi e di valori di altri tempi. Auguri Mister”.

Ecco, in questo striscione c’è tutto Massimo Morgia.

C’è l’uomo che strappa un contratto perché, come ad Aquila, hanno mancato di rispetto ad un amico, c’è l’uomo che a Pistoia crea un settore giovanile quasi dal nulla e premia i ragazzi facendoli allenare ed apprendere dai calciatori della prima squadra.

E soprattutto c’è l’uomo che quando allenava la Juve Stabia vede due dei suoi ragazzi, Brunner e Radi, essere inseguiti, minacciati e picchiati dai propri tifosi e non può fare a meno di denunciare la cosa in mezzo ad un mare di omertà.

E quell’omertà, quell’apatia, quel disinteresse vergognoso lo svuotano dentro.

A tal punto che decide di mollare tutto.

“Perché questo” parole di Massimo Morgia “non ha niente a che vedere con il calcio che amo e che cerco di insegnare ai miei ragazzi”.

Massimo Morgia ha mille interessi. Legge Hermann Hesse e Oriana Fallaci, ama la storia contemporanea, sa tutto delle Rivoluzioni (riuscite e tentate) in America Latina e ama molti dei suoi protagonisti.

Mette tempo libero e denaro nell’aiutare bambini disabili e con la sindrome di Down, la stessa di cui soffre il suo adorato Paolino, il fratello della moglie.

Massimo starà lontano tre anni da quel mondo che da sempre è il suo mondo fino a quando l’amico Walter Novellino lo vorrà a tutti i costi con se a Livorno, a fargli da braccio destro.

Così la favola di Massimo Morgia può ricominciare, passando anche dalla Nocerina nel ricordo del suo grande amico Massimo Nobile.

E meno male che questa favola è ricominciata !

Perché di persone come Massimo Morgia, nel calcio come nella vita, non ce ne saranno mai abbastanza.

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JAN JONGBLOED: Una vita fuori area.

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di REMO GANDOLFI

“Quando Rinus Michels mi chiamò per giocare un’amichevole contro l’Argentina un mese prima dei Mondiali di Germania pensai ad uno scherzo di un amico.

Io in Nazionale ? In una partita importante in vista dei Mondiali di calcio ?

Ma dai ! Deve essere uno scherzo per forza !

In Nazionale ci avevo giocato una sola volta.

12 anni prima e per pochi minuti. Entrai ad una manciata di minuti dalla fine in una partita contro la Danimarca.

Stavamo perdendo tre a uno … feci tempo ad incassare un gol anch’io.

Poi più nulla.

Fino a quel giorno di maggio.

Giochiamo contro l’Argentina e stavolta siamo noi a vincere quattro a uno.

Faccio la mia figura in una partita che i miei compagni dominano dall’inizio alla fine.

Tocco più palloni con i piedi e di testa che con le mani.

Si perché Rinus Michels mi chiede di fare “come faceva Gyula Grosics, il portiere della grande Ungheria”.

Io non so nemmeno chi sia.

Allora Michels mi spiega che è stato il primo “portiere-libero” nella storia del calcio, perché usciva anche fuori dalla sua area a sventare i contropiedi avversari.

Io ho sempre giocato così per cui per me mica era un problema !

In Olanda stavamo diventando davvero bravi a giocare a calcio.

Prima il Feyenoord e poi l’Ajax, per tre anni consecutivi, hanno portato nel nostro piccolo paese la Coppa dei Campioni, il trofeo continentale per club più importante.

Io però non giocavo in nessuno di questi due club.

Giocavo nel Door Wilskracht Sterk … nel DWS per farla più facile.

Una piccola squadra di Amsterdam che navigava nelle parti basse della classifica da un po’ di anni, dopo il nostro trionfo del campionato del 1964.

Con il calcio guadagnavo pochino.

Chi mi dava da mangiare era la mia tabaccheria, che però mi lasciava anche il tempo per le altre due grandi passioni della mia vita: la pesca e il calcio … esattamente in quest’ordine !

Arriva il giorno della seconda telefonata di RInus Michels.

Stavolta lo riconosco.

“Jan, verrai con noi al Mondiale di Germania”.

Dopo i primi attimi di stupore e di gioia il primo pensiero è stato proprio per la mia tabaccheria.

E adesso ? Avrò bisogno di aiuto perché mia moglie non può mica mandarla avanti da sola.

C’è da badare al piccolo Erik, che ha undici anni ed è matto per il pallone !

Gioca in porta come me e sono sicuro che diventerà molto più forte di quel matto sgraziato di suo padre !

Non tutti la prendono bene nel vedermi tra i convocati.

I media olandesi sono stupiti ancora più del sottoscritto di vedere il mio nome tra i 22 che andranno ai Mondiali.

“Certo che se come terzo portiere dobbiamo ricorrere ad un vecchietto di quasi 34 anni non siamo messi benissimo !”

Questa era solo una delle più “dolci” fra le critiche che mi arrivavano dai giornali e dalle tv del mio paese.

Tutti quanti si aspettavano di vedere Jan Van Beveren al mio posto.

Otto anni meno del sottoscritto.

Giocava con il PSV stava diventando una delle squadre più forti del paese dopo anni di dominio di Feyenoord e Ajax.

Ma le sorprese erano tutt’altro che finite.

Allenamento dopo allenamento sentivo che la fiducia nei miei confronti aumentava.

Spesso era proprio Johann Cryff a farmi i complimenti per la mia abilità con i piedi.

“Jan, hai dei piedi che sono molto meglio di tanti giocatori che conosco !” mi ripeteva spesso il nostro capitano e leader.

Avere la sua benedizione non era cosa da poco.

Il carisma di Johann e la sua influenza nelle decisioni di Michels erano note ed evidenti a tutti.

Ma non potevo certo immaginare che per la nostra partita d’esordio ai Mondiali tedeschi a scendere in campo a fianco di Cruyff, Krol, Haan, Neeskens e Rensenbrink fossi proprio io.

“Jan, contro l’Uruguay giochi tu” mi disse Michels il giorno prima della partita.

“Mi serve uno che sia pronto ad uscire da quella benedetta area all’occorrenza. Gli altri 10 in campo si preoccuperanno di non far passare agli avversari la linea di metà campo … ma se e quando ci riusciranno ci dovrai pensare tu”.

E funzionava proprio così !

Era una cosa mai vista prima su un campo di calcio.

Capitava spessissimo che con gli avversari in possesso di palla invece di ripiegare e aspettare il loro errore come facevano praticamente tutti a quel tempo, la squadra intera scattava in avanti andando in pressione sul portatore di palla avversario, cercando di non farlo ragionare e di costringerlo all’errore.

E le poche volte che questa strategia non funzionava occorreva un portiere che accorciasse la distanza tra gli attaccanti avversari e la nostra porta.

… ed era la cosa che sapevo fare meglio in assoluto !

Abbiamo vinto contro l’Uruguay, poi pareggiato contro gli svedesi prima di battere senza appello Bulgaria, Argentina e Brasile.

E il sottoscritto, alla faccia di tutte le cassandre, finora ha subito un solo gol … e me lo ha segnato il mio amico Ruud Krol !.

Domani giocheremo la finale del Campionato del Mondo.

Di fronte avremo i padroni di casa della Germania Ovest.

Sono forti.

Forti e organizzati.

Ma noi abbiamo tutte le carte in regola per far “saltare” la loro organizzazione.

Cruyff, Rep, Rensenbrink e Neeskens possono colpire in ogni momento.

Siamo ad un passo dalla vetta, dal diventare CAMPIONI DEL MONDO …

Vi immaginate quanti nuovi clienti nella mia tabaccheria ???

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Jan Joengbloed e l’Olanda non vinceranno il Mondiale di Germania del 1974.

Saranno i tedeschi dell’Ovest di Beckenbauer, Muller & co. che saliranno quel giorno sul tetto del mondo calcistico.

Nonostante un mondiale fantastico, giocato dagli olandesi a livelli eccelsi.

Nonostante anche in finale l’Olanda darà una lezione di calcio offensivo ai tedeschi.

Il calcio in quell’estate del 1974, subirà la più grande rivoluzione della sua storia.

L’Olanda di Rinus Michels fu lo spartiacque definitivo tra il calcio tradizionale e quello moderno.

“Calcio Totale” lo chiamavano allora.

E JAN JOENGBLOED, il tabaccaio di Amsterdam, diventò in quell’estate il portiere più rivoluzionario, anticonformista e folle della storia del calcio.

L’Olanda perse quel Mondiale come perderà quello in Argentina di quattro anni dopo, sempre in finale e sempre contro il Paese che i Mondiali li aveva organizzati.

In porta, anche in quell’Olanda, c’era Jan Jongbloed, quasi trentottenne.

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Jan Joengbloed nasce ad Amsterdam, il 25 novembre del 1940.

Passa buona parte della sua carriera nel Door Wilskracht Sterk, un piccolo ma agguerrito club di Amsterdam nel quale Jan gioca la bellezza di 18 stagioni (le ultime delle quali il DWS prenderà il nome di FC AMSTERDAM) prima di passare al Roda nel 1977 e in seguito al Go Ahead Eagles nel 1982 … dove giocherà fino al momento del ritiro, nel 1986 … a quasi 46 anni.

Jan si mette ben presto in evidenza grazie alle sue qualità tra i pali, decisamente peculiari.

Tempista e coraggioso nelle uscite, abile con i piedi e molto efficace tra i pali anche se, con il suo fisico tozzo e sgraziato, non esattamente bello da vedere.

Nel settembre del 1962, quando non ha ancora compiuto 22 anni, fa il suo esordio in Nazionale.

L’Olanda gioca a Copenhagen con la Danimarca.

Subisce  una netta sconfitta (1 a 4) e Joengbloed ne è relativamente colpevole.

Entra a 6 minuti dalla fine.

Però fa in tempo a subire un gol.

Passano 12 lunghi anni quando viene richiamato da Rinus Michels in vista dei Mondiali di Germania.

Insieme ai vestiti porta con se una valigia con l’attrezzatura per la sua amata pesca.

“Tanto mica devo giocare !” pensa Jan.

E invece giocherà tutto il Mondiale diventando, con la sua maglia gialla e il numero “8” sulle spalle, uno dei protagonisti di quella grande Olanda.

Nei 4 anni successivi gioca in Nazionale un pugno di partite prima di essere rimpiazzato dal più giovane Piet Schrijvers in vista degli Europei di Jugoslavia del 1976.

Quando però cominciano i Mondiali di Argentina di due anni dopo Ernst Happel, l’allenatore austriaco degli arancioni, torna ad affidarsi all’ormai trentottenne Joengbloed.

Jan fa appieno il suo dovere nelle prime due partite, che gli olandesi chiudono senza subire reti.

Nel terzo incontro però vengono sconfitti dalla Scozia per tre reti a due e Joengbloed viene ritenuto uno dei “colpevoli” della sconfitta.

Piet Schrijvers tornerà titolare ma per lui i Mondiali finiranno  pochi minuti dopo l’inizio del vittorioso match contro gli azzurri che permetterà agli Olandesi di disputare la loro seconda finale di un Campionato del Mondo di calcio consecutiva. Il portiere dell’Ajax si scontrerà con il difensore Brandts, che mettendo il pallone nella propria porta, rovinerà addosso a Schrijvers mettendolo fuori causa.

Joengbloed torna in campo.

L’Olanda, con lo stesso Brandts e con un gol di Haan da quaranta metri, ribalterà il risultato.

E così sarà ancora “il tabaccaio” Joengbloed a difendere i pali della sua nazione in una finale di un campionato del mondo.

L’Olanda perderà anche quella finale anche se il palo di Rensenbrink all’ultimo minuto dei tempi regolamentari agiterà le notti di giocatori e tifosi olandesi per parecchio tempo a venire.

Finito il mondiale per l’Olanda è tempo di voltare pagine e di provare a ricostruire quella meravigliosa macchina di calcio che è stata la Nazionale olandese per quasi un decennio.

Joengbloed è ovviamente uno dei primi “epurati”.

Non giocherà mai più una partita in Nazionale e chiuderà la sua carriera con sole 24 presenze … di cui almeno un terzo giocate nella fase finale di un Mondiale.

Tornerà in Olanda, dove il calcio nel frattempo è diventato più popolare e anche più ricco.

Jan però non cederà mai la sua tabaccheria anche se ora ha più tempo per dedicarsi alle sue due grandi passioni: pesca e calcio.

A giocare si diverte ancora tanto e non ha nessuna intenzione di fare il pescatore a tempo pieno.

E’ il 23 settembre del 1984.

Joengbloed è praticamente già pronto a scendere in campo per una partita di campionato contro lo Sparta, a Rotterdam.

Negli spogliatoi entra un amico di famiglia.

“Jan vieni con me. Dobbiamo andare di corsa ad Amsterdam”.

Jan non si cambia neppure, sale in macchina con l’amico.

Quello che lo attende è la cosa peggiore che possa capitare ad un padre.

Suo figlio Erik, portiere come il papà, stava giocando in quello stesso pomeriggio una partita del campionato di Serie D olandese.

Si era scatenato un violento temporale sulla partita e Erik stava rinviando dal fondo quando un fulmine lo ha colpito in pieno.

Erik, 21 anni, figlio di Jan Joengbloed, morirà su quel campo di calcio.

Jan Joengbloed non si riprenderà mai più completamente da quello che accadde quel giorno.

Torna a giocare, sperando che questo lo aiuti a dimenticare, ma non è più la stessa cosa.

Neppure un anno dopo, durante un allenamento con la sua Go Ahead Eagles, ha un infarto.

Riescono a salvarlo ma è ovvio che il calcio deve appartenere al passato.

Difficile non pensare che quanto accaduto a suo figlio Erik possa aver influito sullo stato di salute di Joengbloed.

Oggi è un commentatore per la tv olandese.

Ha venduto la tabaccheria ma va ancora a pescare … e lascia a tutti noi una domanda insoluta: un portiere con i piedi di Joengbloed quanto varrebbe oggi ?

ANEDDOTI E CURIOSITA’

La scelta della maglia numero 8 ai mondiali di Germania per Joengbloed fu dovuta al semplice fatto che i numeri erano stati decisi in rigoroso ordine alfabetico.

L’unico a non rispettare questo criterio fu Johann Cruyff che ovviamente impose di portare la sua maglia numero 14.

Se avesse rispettato anche lui il criterio dell’ordine alfabetico Johann Cruyff avrebbe giocato i mondiali di Germania con … il numero “1”.

 

Quando si scatenò in Olanda la polemica dovuta alla convocazione a sorpresa di Joengbloed ai danni del giovane ed emergente Van Beveren uno dei primi a prendere le difese del portiere del DWS fu Johann Cruyff … con una dichiarazione piuttosto insolita !

“Magari non è il più forte portiere del mondo ma è simpaticissimo e riempie di allegria lo spogliatoio”.

… anche se poi, come detto, grazie anche all’intercessione di Cruyff, Joengbloed giocherà tutte le partite di quel bellissimo Mondiale.

 

Un’altra delle stranezze di Joengbloed era il fatto che non utilizzava i guanti.

“Non sento il pallone” diceva per spiegare questa sua scelta.

“Mi riesce molto più facile bloccarlo senza i guanti” aggiungeva Joengbloed.

… e poi, aggiungiamo noi, usava i piedi e la testa forse più spesso che le mani …

 

Jan Joengbloed ha parlato in rarissime occasioni della tragedia del figlio Erik.

Di certo si sa che quel calcio di rinvio lo stava per calciare un compagno di squadra di Erik Joengbloed, il difensore Rob Stenacker. All’ultimo momento Erik gli disse “vai pure Rob, questo lo calcio io”.

Salvandogli così la vita.

 

Jan Joengbloed è tutt’ora il recordman di presenze nel campionato olandese.

Nei suoi 27 anni di carriera è sceso in campo 707 volte.

Record che molto difficilmente verrà superato.

 

Infine la scelta di Jan Joengbloed di non lasciare mai l’Olanda, anche dopo il Mondiale del 1974 dove per lui arrivarono offerte da squadre tedesche, belghe e francesi.

“Ho una tabaccheria da mandare avanti, qua ci sono tutti i miei amici e poi abito già nel paese più bello del Mondo: l’Olanda”.

 

Quella stessa Olanda che fece così tanta fatica ad accettare questo “brutto anatroccolo” a difendere la porta di una delle squadre più forti della storia del calcio … salvo poi innamorarsi di lui e del suo stile unico e rivoluzionario.

https://youtu.be/kojt9bXX3Io

 

 

VICTOR LEGROTAGLIE: “El Maestro”. Storia di un genio sconosciuto.

di REMO GANDOLFI

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  1. Juninho Pernambucano: 77
  2. Pelè: 70
  3. Victor Legrottaglie:66
  4. Ronaldinho:66
  5. David Beckham: 65
  6. Diego Armando Maradona: 62
  7. Zico: 62
  8. Ronald Koeman: 60
  9. Rogerio Ceni: 59
  10. Marcelino Carioca: 57
  11. Cristiano Ronaldo: 53
  12. Leo Messi: 47

Questa è la classifica, aggiornata ad aprile 2019, dei calciatori che hanno segnato il maggior numero di gol su calcio piazzato nella storia  del calcio dal dopoguerra in poi.

Tutti più o meno nomi conosciutissimi al grande pubblico.

Tutti tranne uno. Che non è nelle posizioni di rincalzo ma è addirittura sul podio, dietro a Juninho Pernambucano e a Pelè e a pari merito con Ronaldinho.

Si chiama VICTOR LEGROTAGLIE.

Questa è la sua (fantastica) storia.

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Siamo nella terra del calcio.
No, non dove il calcio è nato.

Siamo dove il calcio è esattamente quello che diceva il grande Bill Shankly.

“Il calcio non è una questione di vita o di morte. Il calcio è molto più importante”.

Questo paese si chiama Argentina.

Non è un caso che quando si parla dei 5-6 migliori calciatori della storia di questo gioco (si, gioco … non sport … perché lo sport è per atleti, il gioco è per gli artisti) almeno tre di questi sono nati in questo paese.

Alfredo Di Stefano, Diego Maradona e Lionel Messi.

Ebbene in questo paese accade che un giorno, più o meno verso la metà degli anni ’60 arrivano degli emissari del grande Real Madrid, la squadra più importante e vincente del continente europeo.

Attendono la fine dell’allenamento e all’uscita dagli spogliatoi dei calciatori vanno verso questo ragazzo moro, del cui sinistro magico hanno sentito dire meraviglie perfino nella lontana Europa.

Uno di loro gli va incontro.

“Victor, le carte sono tutte a posto. Abbiamo l’accordo con il tuo Club. Siamo lieti di dirti che da questo momento sei un calciatore del Real Madrid. Ah, dimenticavo, questo è un presente che ti manda direttamente Don Santiago Bernabéu, il Presidente del Real Madrid”.

E’ un orologio d’oro.

Victor, che tutti, tifosi, dirigenti e compagni di squadra chiamano “El Maestro”,  guarda il dirigente del Real Madrid dritto negli occhi, sorride e gli dice “Grazie di cuore. Ma io sto bene qua. Mendoza è casa mia e questo è l’unico Club nel quale mi interessa giocare” .

I dirigenti del grande Club spagnolo sono letteralmente spiazzati.

Il silenzio è rotto solo pochi secondi dopo, sempre dal “ Maestro”.

“Comunque ringraziate il vostro Presidente per l’orologio. E’ davvero molto bello !”.

Verranno a cercarlo i dirigenti dell’Inter di Milano, del Colo Colo, del Santos, del Penarol … ovviamente anche quelli di Boca Juniors e River Plate. Nei primi anni ’70 perfino i Cosmos di Pelè, Beckenbauer e Chinaglia cercheranno di portare nelle loro fila “El Maestro”.

Ma la risposta sarà sempre la stessa.

Il Maestro si chiama VICTOR ANTONIO LEGROTAGLIE e la squadra dove giocherà quasi tutta la sua carriera si chiama GIMNASIA Y ESGRIMA de MENDOZA.

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La storia di Victor Legrotaglie è quella, non così infrequente da quelle parti, di un talento sublime, di un autentico genio del calcio che alla fama, alle valigie di soldi (Il Cosmos si presentò proprio così … con valigie piene di dollari per ingaggiarlo) e al riconoscimento internazionale, preferiscono non uno ma tre o quattro livelli più in basso, dove il fatto di essere nel proprio ambiente, circondati da amici e famigliari e dal calore umano che ne consegue, conta molto di più.

Conoscono ormai in tanti la storia del “Trinche” Tomas Felipe Carlovich https://wp.me/p90x3d-jx che ha ormai i contorni della leggenda visto che non esistono praticamente riflessi filmati del suo talento ma che invece, come nella più classica tradizione del racconto orale tramandato di bocca in bocca, di generazione in generazione, di tifoso in tifoso ci racconta di Carlovich come di uno dei più grandi calciatori della storia del calcio argentino.

Con Victor Legrotaglie invece, abbiamo molte più certezze.

Intanto una statistica, riconosciuta a livello mondiale e che già di per sé racconta moltissimo di questo fenomeno che ha scelto la provincia (e i campionati minori) come palcoscenico.

E’ quella che avete visto all’inizio del pezzo.

 

Ma per gli amanti delle statistiche non è finita qua !

Il buon Victor Legrotaglie ha un altro record e qua pare non ci siano paragoni con nessun altro nella storia del calcio.

12 reti realizzate direttamente da calcio d’angolo !

A Mendoza, la sua città, da anni stanno lottando per il riconoscimento ufficiale di questo impressionante record.

Ma chi è in realtà VICTOR LEGROTAGLIE  e perché ha optato per una scelta così estrema e, soprattutto per noi oggi, così folle e anacronistica ?

 

Victor Legrotaglie nasce a Las Heras, cittadina a nord di Mendoza, il 29 maggio del 1937.

Le sue imprese calcistiche fin da ragazzino attirano l’attenzione di tutti gli osservatori della zona.

In famiglia tutti quanti, tranne la madre, sono tifosissimi dell’Independiente Rivadavia, l’acerrimo rivale del Gimnasia.

Ed è all’Independiente che va a provare da ragazzino Victor.

Alla dirigenza piace, anche se è pelle e ossa ha già un sinistro impressionante.

“Ok, ragazzo. Puoi restare con noi. Inizierai con le riserve.”

No, troppo poco per Victor.

Non è una testa calda e non è neppure un tipo arrogante e presuntuoso … solo che pensa di meritare qualcosa di più.

Non resta che andare “dall’altra parte”, al Gimnasia.

Non ha voglia di passare per il solito provino.

Così un giorno si fa prestare la borsa da calcio da un amico più grande che gioca nel Gimnasia.

Ha solo 16 anni ma ha le idee molto chiare in testa.

C’è un torneo estivo (il Torneo Vendimia, siamo nel 1953) e Victor si presenta negli spogliatoi prima del match.

L’allenatore, Alfredo “El Mona” Garcia, lo conosce bene e sa quanto sia talentuoso il ragazzo.

Fa finta di nulla e lo fa accomodare in panchina.

A metà del secondo tempo uno degli attaccanti del Gimnasia si infortuna.

“El Mona” chiede al “pibe” Victor se le sente di entrare in campo.

Il sorriso a 32 denti del giovane Legrotaglie toglie ogni dubbio.

Entra e segna due reti.

Al diciassettesimo anno di età firmerà il suo primo contratto professionistico con il Gimnasia Y Esgrima de Mendoza.

… senza aver giocato una sola partita in nessun settore giovanile … direttamente in prima squadra.

Nel Gimnasia Victor rimane per sei stagioni prima di trasferirsi nel 1959 al Chacarita Juniors con il quale vince immediatamente il titolo di Campione Nazionale della Seconda divisione.

Ma invece di rimanere per giocare finalmente in Primera Victor, come farà sempre anche negli anni successivi, decide di rientrare nel “suo” Gimnasia dove viene accolto come un eroe.

Altri anni nel Gimnasia alternati ogni tanto ad una stagione, mai di più, in altri club sempre delle vicinanze.

Nel 1968, dopo un altro anno stavolta giocando nella vicina provincia di San Juan, nella Juventud Alianza, Victor Antonio Legrotaglie torna nella sua Mendoza e nel su Gimnasia.

Ha 31 anni e dichiara che è lì, nel Gimnasia Y Esgrima che vuol terminare i suoi giorni di calciatore.

Le sirene dei grandi club continuano a lusingarlo ma “El Maestro” ha preso ormai la sua decisione.

E’ in mezzo alla gente che ama e che lo ama incondizionatamente, guadagna a sufficienza per dare un dignitoso stile di vita alla sua famiglia … e ripete sempre che “il rispetto e l’affetto che qua sento per me non lo troverei da nessun’altra parte nel mondo”.

Il destino però, come spesso accade, interviene nella vita di Victor e lo fa in maniera devastante.

La peggiore per un padre.

Il 19 maggio del 1969 il suo piccolo Victor Omar, per tutti “Cocò”, di soli 5 anni, muore per una banale caduta mentre sta giocando a casa delle zie.

Il mondo crolla addosso a Victor.

Il giorno dopo prende la sua auto e raggiunge il Cerro della Gloria, il monte che sovrasta Mendoza all’interno del Parco General San Martin.

La soluzione, l’unica in quel momento possibile, è troncare quel dolore insopportabile lanciandosi da lì con la sua automobile.

Victor perde la cognizione del tempo in quel luogo.

Poi decide di vivere.

E decide che vivere vorrà dire ricordare ogni giorno il suo piccolo Cocò.

Per il Gimnasia e per Victor arriveranno stagioni importanti che culmineranno con la conquista del Campionato Regionale proprio in quello stesso anno guadagnandosi così il diritto di partecipare al Campionato Nazionale, la serie A argentina, nel 1970.

“Los Compadres” fu il soprannome di quel grandissimo team del “Lobo Mendocino” (per distinguerlo dall’altro “Lobo”, quello del Gimnasia y Esgrima di Mar de la Plata) nel quale a fianco dell’ormai veterano Victor Legrotaglie militavano calciatori del valore di Fornari, Aceituno, Benitez, Sosa, Pereyra, Torres …

E’ il canto del cigno per Legrotaglie che continua però ad esprimersi a livelli assoluti.

E’ il regista di quella squadra che gioca un calcio “bailado” … “tocando y tocando” fin quando non si apre un varco nelle difese avversarie … scardinate quasi sempre da un lancio illuminante del “Maestro Victor” o da uno dei suoi letali calci di punizione.

Nel 1974 Victor Antonio Legrotaglie, a 37 anni suonati, dice basta.

Nella sua Mendoza dove continua ancora oggi, ad 82 anni, ad essere la figura di riferimento per ogni ragazzo che salga dal settore giovanile del Club.

Il Club che ha intitolato a lui lo stadio.

A Mendoza sono nati grandi giocatori del passato come gli attaccanti Alfredo Castillo o Pedro Waldemar Manfredini (che giocò anche in Italia nelle file della Roma) o il centrocampista Bruno Rodolfi, nazionale argentino alla fine degli anni ’30 o Hugo Cirilo Memoli o giovani eccellenti calciatori di recentemente saliti alla ribalta come Enzo Perez o “El Pity” Martinez.

Ma da quelle parti non c’è nessuno che abbia un dubbio alcuno; il più forte giocatore “mendocino” di tutti i tempi è stato proprio lui: VICTOR ANTONIO LEGROTAGLIE.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Fin da bambino Victor era un talento assoluto. Ad ogni torneo locale c’era la fila alla sua porta per averlo nelle proprie file. Peccato che il più delle volte quando si presentava con la sua squadra gli avversari protestavano immancabilmente “Se gioca lui non giochiamo noi !”.

Quasi sempre si risolveva la questione dando a Victor il permesso di giocare ma … vietandogli di superare la linea di metà campo !

 

Il suo primo team si chiama “5 de octubre”. Restarono imbattuti per oltre 100 partite consecutive. Racconta lo stesso Victor che già allora le squadra più forti della zona (Godoy Cruz in primis) lo avrebbero voluto nel proprio settore giovanile ma, come ricorda Legrotaglie “fin da allora quello che mi interessava veramente era giocare insieme ai miei amici”.

 

In merito alla impressionante statistica del “Maestro” Legrotaglie sui calci di punizione due episodi alquanto significativi.

Durante una partita contro il Talleres un compagno di squadra di Legrotaglie viene steso al limite dell’area.

L’arbitro decreta il calcio di punizione ma il difensore che ha commesso il fallo insiste dicendo che il fallo lo ha commesso ALL’INTERNO della area di rigore e pertanto non è punizione ma calcio di rigore.

I compagni lo guardano straniti ma lui insiste.

Per lui è calcio di rigore.

Un suo compagno perde le staffe. “Ma tu sei completamente matto !”.

“No, i matti siete voi. Contro Legrotaglie meglio un calcio di rigore che una punizione dal limite. Credetemi lo conosco bene !”.

Finiscono le discussioni. E’ calcio di punizione.

… come è finita è inutile che ve lo dica vero ?

 

In un altro match, contro il Gutierrez Sport Club che il Gimnasia sta vincendo con autorevolezza, succede però qualcosa di strano.

Al “Lobo” vengono assegnati non meno di una decina di calci di punizione da fuori area e non uno di questi finisce nello specchio della porta.

Ci provano un po’ tutti, non solo Legrotaglie, ma il risultato è sempre il medesimo.

Il mistero viene chiarito a fine partita.

“Los Compadres” avevano fatto una scommessa.

Non su chi faceva gol ma su chi avrebbe colpito la testa del fotografo sistemato nei pressi della porta avversaria !

… chi vinse la scommessa è inutile che ve lo dica vero ?

 

Il lato estetico del calcio in Argentina ha avuto quasi sempre un’importanza fondamentale. La “giocata” creativa e spettacolare è un ingrediente fondamentale del gioco.

Victor Legrotaglie ne è stato un simbolo assoluto.

“A me dava più piacere fare un “canyo” (un tunnel all’avversario) che segnare un gol !” ha da sempre dichiarato “El Maestro”.

 

Per oltre due anni, tra il 1970 e il 1972, il Gimnasia, neopromosso in Primera, mantiene inviolato il proprio campo togliendosi alcune grandi soddisfazioni come battere nella propria cancha il River Plate o vincere in maniera netta in casa contro il Newell’s per 5 a 2 e con lo stesso risultato sconfiggere al Vecchio Gasometro il San Lorenzo de Almagro.

Proprio in questa partita si racconta che ad un certo punto l’arbitro del match, il Signor Goicoechea, prende da parte Victor Legrotaglie “Victor, se continuate a umiliarli così qua le cose si mettono male. Se iniziano a picchiare duro non sono sicuro di essere in grado di proteggervi”.

Victor trasmette il messaggio ai compagni.

Il Gimnasia continua a tenere il possesso della palla ma senza più infierire contro un avversario ormai alle corde.

A fine partita l’arbitro si avvicina a Legrotaglie, gli sorride e lui stesso cita il famoso coro dei tifosi del Gimnasia: “Hoy Mendoza està de fiesta, vino el Victor con su orquesta”.

 

Il momento più difficile della vita di Victor Legrotaglie è stato senza ombra di dubbio la scomparsa del suo piccolo Cocò.

L’unico figlio maschio del “Maestro” (che ha avuto anche due femmine) era la mascotte del Gimnasia ed entrava spesso nella “cancha” insieme al babbo e ai suoi compagni.

Per ricordarlo, nello stadio del Gimnasia come detto intitolato a Legrotaglie, esiste un ceppo in ricordo del piccolo Cocò, con una meravigliosa frase scritta incisa sopra “Por irse a jugar al cielo nos quedamos sin mascota. Aquí un pibe menos, allá un ángel más”. (Per andare a giocare in cielo noi siamo rimasti senza la nostra mascotte. Qui abbiamo un bambino in meno, lassù un angelo in più”).

 

La storia di Victor Legrotaglie, come ricordato all’inizio, ricorda molto quella di un altro grande del calcio argentino che, come “El Maestro”, ha optato per una carriera dal profilo basso in squadre minori.

Quella del “Trinche”, Tomas Felipe Carlovich.

Quello che non molti sanno è che non solo tra i due c’è una grande amicizia che fa si che ancora oggi, nonostante i 700 km tra Mendoza e Rosario, “El Victor” e “El Trinche” si frequentino per una ricorrenza o un semplice asado in compagnia.

Ma c’è di più.

I due giocarono una partita insieme, nella stessa cancha e con la stessa maglia.

Fu in occasione del passaggio dell’attaccante Dario Luis Felman dal Gimnasia al Boca Juniors.

Era il 19 aprile del 1975. El Maestro, ormai trentottenne e a fine carriera (giocherà ancora qualche partita la stagione successiva nell’Américo Tesorieri) viene schierato in mezzo al campo sul centro destra con “El Trinche” Carlovich come classico “5”, il centrocampista difensivo a protezione della difesa e primo nell’impostare la manovra.

Il primo tempo è un autentico “baile” per il povero Boca di Rogelio Dominguez.

Carlovich e Legrotaglie sono gli autentici padroni del campo.

Impongono il loro ritmo cadenzato, duettano come se giocassero insieme da sempre.

Alla fine sarà un 2 a 1 per il Gimnasia e nella memoria del “Maestro” Victor Legrotaglie sarà “la partita nella quale mi sono più divertito nella vita. Ora so perché chiamano Tomas Felipe Carlovich “El Rey”: uno forte come lui dalle nostre parti non lo avevo mai visto prima.”

E ad ogni incontro tra i due la frase del “Trinche” Carlovich al suo amico Victor è sempre la stessa.

“Il vero “Rey” sei tu amico mio”.

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NICCOLO’ PAGANINI: Il musicista del diavolo.

di LISA AZZURRA MUSETTI

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Vienna, secondo decennio del 1800.

All’entrata di un teatro dell’opera arriva una carrozza nera, trainata come sempre da quattro cavalli neri. Un solo uomo in quel periodo in Europa aveva l’abitudine di arrivare ai suoi concerti così: il genio genovese del violino Niccolò Paganini.

Vestito di nero, magrissimo e pallido sale sul palco ed inizia a suonare. Un uomo cieco fra il pubblico chiede quanti uomini ci siano nell’orchestra ed alla stupefacente risposta “Solo uno” … il suo volto si gela e sussurra “Allora è il Diavolo!”.

La stessa sera e sempre più spesso durante le sue esibizioni qualcuno giurerà di aver visto il Diavolo muovere l’archetto di Niccolò, l’archetto che suona un violino speciale, un  Guarneri del Gesù.

Speciale e maledetto, perché le sue corde, secondo la leggenda, sono state costruite con le viscere di una delle amanti di Paganini, sacrificata al Diavolo in cambio della gloria.

Tutt’altro che bello, zoppicante e con un’andatura sbilenca il genio esce di scena fra mille applausi. Viene accolto dietro le quinte dalle sue amanti…si perché nonostante un aspetto estetico tutt’altro che piacevole nessuna donna può resistergli e lui si concede al sesso ed ad altri piaceri come l’alcool ed il gioco nel modo più totale, tanto da contrarre la Sifilide.

Morirà a Nizza, il 27 maggio del 1840 ed il vescovo, vista la sua vita peccaminosa ne vietò la sepoltura in terra sacra.

Ma le stranezze della sua vita non finiscono con la sua morte. Quando il suo corpo viene riesumato alla metà degli anni quaranta del 1900 per essere trasportato nel cimitero della Villetta di Parma il suo corpo risulta decomposto, ma il suo viso ancora perfettamente intatto.

Il terreno? La natura? Il Diavolo?

Sicuramente Paganini aveva tanti misteri, molti dei quali mai svelati…e noi non possiamo che chiudere gli occhi ed ascoltare una sua composizione … consiglio?  Il Capriccio n. 24 …

TOSTAO: il genio dimenticato del “Pelé bianco”.

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“I medici sono stati chiari. Ci vorranno almeno 6 mesi prima di tornare su un campo di calcio.

Siamo in ottobre per cui prima di marzo non potrò riprendere gli allenamenti.

A giugno inizieranno i Mondiali di calcio.

Non mi rimane certo molto tempo ma so che posso farcela.

Quello che diventa difficile da capire e da accettare è che i miei mondiali di calcio non saranno a rischio per un ginocchio malconcio o una caviglia in disordine.

Io potrei non giocare i Mondiali di calcio e magari addirittura smettere di giocare perché non ci vedo più dal mio occhio sinistro.

E’ successo meno di due settimane fa in una partita di campionato.

Con il mio Cruzeiro giocavamo al Pacaembu di San Paolo contro il Corinhians.

Campo infame, zuppo di pioggia.

Ho la palla tra i piedi e mi sto avvicinando all’area di rigore avversaria.

Qualcuno mi tocca sul piede d’appoggio.

Finisco lungo disteso perdendo il controllo del pallone che finisce tra i piedi di Ditao, uno dei difensori del Corinthians.

Il suo obiettivo è calciare il pallone il più lontano possibile.

Solo che la palla non va molto lontano.

Anzi percorre poco più di un metro prima di andare a stamparsi sul mio volto.

Colpendo in pieno il mio occhio sinistro.

La palla, inzuppata d’acqua e calciata con violenza, mi lascia quasi intontito.

Quando cerco di rialzarmi però c’è qualcos’altro oltre alle gambe molli e un dolore immenso in tutto il mio viso.

Non ci vedo più dall’occhio sinistro.

Penso al dolore, ai mondiali, alla mia carriera e alla paura fottuta di restare cieco da un occhio.

C’è il distacco della retina.

L’operazione, come dicono i medici “è stata un successo”.

Ma ci vorrà del tempo.

6 mesi.

6 lunghi mesi senza fare sforzi di alcun tipo per dare tempo alla retina di riattaccarsi e all’occhio di assorbire il tutto e provare, in due mesi, a dimostrare che il mio posto nell’undici titolare della mia Nazionale lo merito ancora.

Abbiamo un’ottima squadra.

Con talmente tanti giocatori di talento che sarà un problema per Joao Saldanha, il nostro Selezionatore, scegliere chi salirà sull’aereo per il Messico, nonostante abbia dimostrato di avere le idee molto chiare sugli uomini su cui puntare e sulla tattica di gioco.

Sento la fiducia del Mister. Mi ha detto che mi aspetterà e che se tornerò al 100% un posto per me nella sua Nazionale ci sarà sempre.

Ho già giocato in un Mondiale.

E’ stata solo una partita, ai Mondiali inglesi del 1966.

Avevo solo 19 anni.

Segnai anche un gol.

E l’adrenalina di quel giorno non la dimentico.

E voglio risentire quella sensazione tante volte ancora.

Ora non resta che aspettare.

E in quei due mesi, tra marzo e maggio, dimostrare a tutti che Eduardo Gonçalves de Andrade è tornato quello di prima.

 

 

Saranno mesi difficili per Tostão.

L’operazione è delicata e occorrono tempo e attenzione perché l’occhio sinistro di Tostão ritorni al massimo della efficienza.

Si arriva così al marzo del 1970 e Tostão ha da poco ripreso gli allenamenti quando arriva un’altra potenziale mazzata a mettere in dubbio la sua partecipazione ai Mondiali.

Joao Saldanha, il selezionatore della Nazionale Brasiliana, viene esonerato.

Nonostante un girone di qualificazione strepitoso e  il sostegno della gran parte della torcida brasiliana.

Il 17 marzo del 1970, a poco più di due mesi dall’inizio del Mondiale messicano, Joao Havelange, Presidente della Federcalcio brasiliana (e lo stesso che volle fortissimamente Saldanha sulla panchina della Seleçao solo due anni prima) decide di licenziare l’ex-giornalista e grandissimo conoscitore di calcio.

Il pretesto è dato dal carattere irascibile e violento di Saldanha che pare si presenti ad un incontro con uno dei suoi più efferati critici, l’allenatore del Botafogo Yustrich, brandendo un’arma da fuoco.

In realtà il motivo è essai più semplice e meno romanzato.

Saldanha è un comunista militante da sempre e la nuova giunta militare di destra che si è instaurata nel Paese nell’ottobre precedente e guidata da Emílio Garrastazu Médici, non vede certo di buon occhio la presenza di un “sovversivo” in un ruolo così preminente in un paese che “vive” di calcio.

Al suo posto viene insediato l’ancora giovanissimo Mario Zagallo, campione del Mondo con Pelè nel 1958 e nel 1962.

Per Tostão le cose si complicano.

Dalla quasi certezza di un posto come titolare si passa ora ad un posto come riserva … e sempre che dimostri di avere recuperato appieno dall’operazione alla retina.

Zagallo ha il “suo” Brasile in testa e per prima cosa inserisce in prima squadra Rivelino e Clodoaldo, fino ad allora figure “periferiche” nella gestione Saldanha.

Rivelino in particolare prende, nello schieramento di Zagallo, il posto di mezzala sinistra … in pratica il ruolo occupato da Tostão nel suo Cruzeiro e nella Nazionale di Saldanha.

Tostão non è certo uno che “molla”.

Rientra nel suo Cruzeiro e immediatamente torna a giocare ad altissimo livello.

I posti a centrocampo però sono tutti occupati.

Anche il suo compagno di squadra Dirceu Lopes, titolare inamovibile con Saldanha, viene invece accantonato da Zagallo.

Rivelino, Gerson e Clodoaldo sono i nuovi padroni del settore nevralgico del Brasile voluto da Mario Zagallo.

Giocatori di talento enorme come Ademir da Guia del Palmeiras non trovano posto neppure in panchina e addirittura Piazza, centrocampista di ruolo anche lui del Cruzeiro, viene arretrato al centro della difesa.

Tostão, che nel Cruzeiro agisce da “10”, viene considerato da Zagallo come l’alternativa a “O’Rey” Pelé.

Non certo una grande prospettiva per il mancino di Belo Horizonte.

In un Brasile così ricco di talenti manca però ancora un tassello (e non sarà certo l’ultima volta per la Nazionale brasiliana): il centravanti.

Rogerio Hetmanek, Dario (sponsorizzato addirittura dal Presidente della giunta militare Médici) il fortissimo ma ancora acerbo Leivinha … nessuno dei tre riscuote appieno la fiducia di Zagallo.

Allora fa un passo indietro: se Tostão, Pelé, Gerson e Jairzinho potevano coesistere nella Nazionale di Saldanha nulla vieta che possa accadere anche nella sua.

Per Tostão si inventa un ruolo da centrocampista avanzato che si, gioca con il numero 9, ma che fa TUTTO meno che rimanere fermo nei pressi dell’area avversaria.

Anzi, la sua intelligenza calcistica, la sua visione di gioco e il suo precisissimo sinistro diventeranno un’arma decisiva per innescare gli inserimenti di Pelé e di Jairzinho, che grazie al movimento di Tostão troveranno spesso autentiche praterie nelle quali lanciarsi.

Questa mossa si rivelerà decisiva nell’economia di gioco del Brasile e negli equilibri tattici di una Nazionale decisamente a trazione anteriore.

Il Brasile vincerà quel Mondiale giocando il calcio probabilmente più creativo e spettacolare visto nella storia di questo sport.

Sarà il Mondiale di Pelé, che chiuderà al top la sua meravigliosa carriera, sarà il Mondiale della “freccia” Jairizinho, del sinistro magico del molisano Roberto Rivelino, delle geometrie e dell’acume tattico di Gerson, delle scorribande sulla fascia del primo terzino fluidificante dell’era moderna Carlos Alberto, del centrocampista difensivo forse più forte della storia del calcio Clodoaldo … ma sarà, soprattutto per gli osservatori più attenti, il Mondiale di Tostão, il primo “vero falso nueve” della storia del calcio moderno.

Terminato il Mondiale Tostão torna nel suo Cruzeiro giocando un’altra stagione da incorniciare.

Viene addirittura incoronato Miglior calciatore del Sudamerica nella stagione 1971.

Il Brasile che dovrà difendere il titolo in terra di Germania nel 1974 ha però ormai diversi calciatori arrivati al crepuscolo delle loro carriere.

Pelé, Gerson, Brito, Felix, Carlos Alberto … hanno già tutti quanti dato il meglio di loro.

Per Tostão si prospetta un futuro da leader nella Nazionale brasiliana, nella quale continua a giocare (e segnare !) con grande regolarità.

Con Rivelino, Jairzinho, Clodoaldo e Piazza stanno crescendo giovani calciatori di sicuro avvenire come il portiere Leao, il terzino sinistro Francisco Marinho, lo stopper Luis Pereira e l’attaccante Leivinha.

Il dopo Pelé appare meno problematico del previsto.

La dea bendata però, ha altri progetti.

I problemi all’occhio sinistro si ripresentano verso la fine del 1972.

Tostao ha lasciato da pochi mesi l’adorato Cruzeiro per trasferirsi al Vasco de Gama.

La cifra pagata dal Presidente del Vasco de Gama Agathyrno Silva Gomes è impressionante.

Oggi sarebbe molto vicina ai 20 milioni di dollari, che per il campionato brasiliano era una cifra davvero sensazionale.

Le prestazioni di Tostão al Vasco de Gama non sono però, tranne il primissimo periodo, degne della qualità e del prestigio del giocatore nato a Belo Horizonte il 25 gennaio del 1947.

I problemi alla retina si accentuano.

Tostão si sottoporrà ad altri 4 interventi chirurgici ma senza risultati apprezzabili.

Inizia un triste fuoco incrociato di accuse.

La dirigenza del Vasco de Gama attacca il costosissimo neo acquisto reo di avere nascosto o minimizzato il problema al momento della firma del contratto, Tostão replica dicendo che ha passato con successo tutte le visite mediche a cui è stato sottoposto dalla stessa dirigenza del Vasco prima della firma del contratto.

Alla fine del 1973 Tostão è già un ex-calciatore.

Troppo alto secondo i medici il rischio di perdere completamente la vista dal suo martoriato occhio sinistro.

Eduardo Gonçalves de Andrade detto Tostão si ritira dal calcio.

Non ha ancora 27 anni.

Per lui parlano le immagini delle sue giocate per fortuna disponibili in rete e soprattutto le statistiche, inequivocabili.

271 reti in 449 partite di club e 32 reti in 54 partite con la Nazionale Brasiliana.

E come tiene spesso a sottolineare lo stesso Tostão “E non dimenticate che io non ero mica un attaccante !”.

 

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Da adolescente le priorità di Tostão erano molto chiare: “Volevo fare il medico. Laurearmi e salvare vite umane. Quando mi dissero che potevo avere una grande carriera giocando a calcio decisi di provarci, mettendoci anima e corpo. Ma sapevo che finita la carriera sarei tornato a fare quello che DAVVERO volevo fare nella vita”.

Andrà proprio così. Nel 1975 Eduardo Gonçalves de Andrade si iscrive all’Università laureandosi in Medicina … specializzazione, ovviamente, oftalmologia !

 

La sua convocazione per i Mondiali d’Inghilterra del 1966, quando Tostão aveva solo 19 anni, per molti osservatori fu una sorpresa assoluta.

Le sue prestazioni con il Cruzeiro però avevano attirato l’attenzione del Selezionatore della Nazionale Brasiliana Vicente Feola.

“Ha 19 anni ma gioca come se ne avesse 30. E in campo vede le cose un secondo prima di tutti gli altri” questa la motivazione di Feola alla sua convocazione.

 

Al rientro dai Mondiali arriverà per Tostão e il Cruzeiro una delle più grandi vittorie del team dello stato di Minas Gerais.

Quella nel Campionato Brasiliano che da luglio a dicembre metterà di fronte le 21 vincitrici dei vari campionati regionali più il Santos di Pelé campione in carica.

In finale arriveranno proprio il Santos e il Cruzeiro.

Non ci sarà partita. Il Cruzeiro trionferà per 6 a 2 all’andata fra le mura amiche  e sconfiggerà  3 a 2 il Santos anche in quella di ritorno, con Tostão autore di un meraviglioso gol su calcio di punizione.

 

Molto discussa fu la sua partenza dal Cruzeiro, dove Tostão era un idolo assoluto per i tifosi.

Il motivo fu l’esonero da parte del Presidente del club di Belo Horizonte Felicio Brandi del popolarissimo allenatore Orlando Fantoni.

Tostão era in tour in Australia con il resto dei compagni quando gli arriva la notizia che il Club sta per licenziare Fantoni per assumere proprio quel Yustrich, “l’amico” di Saldanha e famoso per i suoi metodi di allenamento quasi militareschi.

Chiede un incontro con il Presidente per dissuaderlo da quella scelta e quando capisce che non c’è nulla da fare dichiara “io ho giocato la mia ultima partita con il Cruzeiro”.

La notizia allerta tutte le principali squadre del paese e non solo ma quando Brandi comunica il prezzo del cartellino di

Tostão quasi tutte fanno un passo indietro: 5 milioni di cruzeiros sono decisamente troppi anche per team come il Flamengo, il Fluminense o il Corinthians.

Chi non vuole arrendersi è il Vasco de Gama che arriva ad offrire 3 milioni e mezzo.

Il Cruzeiro accetta.

E’ la cifra record nella storia del calcio brasiliano.

 

Anche una persona intelligente ed equilibrata come Tostão può a volte fare sciocchezze enormi.

Poco prima del mondiale messicano il mancino di Belo Horizonte torna negli Stati Uniti per una visita di controllo dal medico che lo aveva operato nell’ottobre dell’anno precedente.

Prima di andare a Houston dal dottor Roberto Abdalla Moura Tostão si concede una gita a Disneyland a Los Angeles.

Non resiste alla tentazione: sale sulle montagne russe per un giro di forti emozioni.

Quando qualche giorno dopo lo comunica al medico questi non ci vuole credere.

“Hai messo a repentaglio tutto quanto per una ragazzata” gli dice arrabbiato il medico.

Per fortuna non ci sono danni.

E Tostão  giocherà il mondiale messicano, entrando per sempre nella storia del calcio.

 

Tostão si è sempre contraddistinto per il grande senso autocritico (“calcio con un piede solo, non so colpire di testa e sono lento” dirà sempre di se stesso come calciatore) ma in una occasione in particolare arriverà, sono parole sue, “a vergognarsi come un cane in chiesa”.

E’ l’indomani del trionfo nella Taça Brasil vinta nel 1966 in finale contro il Santos di Pelé.

Uno dei quotidiani di Belo Horizonte pubblica una grande foto di Tostão con la didascalia “Il nuovo Rey del futbol” a indicare in Tostão il successore di Pelé.

“Temevo che Pelé ce l’avesse con me per quel titolo. Invece quando ci incontrammo di nuovo mi fece solo i complimenti per la mia prestazione in quella finale”.

 

Curiosa la storia del suo soprannome “Tostão”, con il quale è conosciuto universalmente.

Da bambino, oltre ad essere molto minuto e basso di statura, finiva comunque grazie alla sua abilità per giocare quasi sempre con ragazzi assai più grandi di lui.

“Tostão” era il nome della moneta di minor valore e di dimensioni più piccole in circolazione in Brasile … perfetto soprannome per il più piccolino (ma non certo quello di minor valore !) tra i ragazzini che giocavano a calcio a Belo Horizonte !

 

Infine, la dichiarazione più significativa e importante su questo straordinario calciatore. A darla è “El Flaco” Cesar Menotti, compagno di squadra di Pelé nel Santos e più volte avversario diretto di Tostão.

“Se Pelè non fosse nato, Tostão sarebbe stato Pelé”.

 

https://youtu.be/RT9PGQGBPm4

 

 

 

 

EZIO VENDRAME: Poeta, donnaiolo e ribelle. … ah già ! Anche calciatore !

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C’è un uomo che ad un giornalista famoso che lo vuole intervistare dà appuntamento

sulla tomba di Pier Paolo Pasolini.

Perché, racconta il nostro uomo, “Pier Paolo e’ ancora la persona più viva che c’è da queste parti”.

C’è un uomo che da calciatore per ribellarsi ad una partita “combinata” fra la sua squadra e quella avversaria si fa tutto il campo al contrario, con la palla al piede, fino ad un metro dalla propria linea di porta fingendo di calciare in rete.

Uno spettatore presente sulle tribune, a quel gesto, morirà d’infarto.

“Beh, se è debole di cuore non deve venire quando gioco io a calcio” sarà il commento del nostro uomo.

C’è un uomo che sempre mentre fa il calciatore si accorge che in tribuna c’è una persona a lui molto cara. Allora prende il pallone in mano, ferma il gioco e lo va a salutare.

L’uomo in tribuna è un poeta, si chiama Piero Ciampi da Livorno.

C’è un uomo che ancora oggi si diverte ad allenare i ragazzini di un paese vicino al suo ma che però, ogni anno che passa, dice che sempre di più sogna di “allenare una squadra di orfani” visto quanto è diventato difficile sopportare i genitori dei suoi ragazzi.

C’è un uomo che ha sempre vissuto la vita che voleva vivere, in barba alle convenzioni, all’Italia bigotta in cui è cresciuto, agli allenatori che lo volevano imbrigliare e ai mariti che ha fatto disperare per le tante donne che ha amato.

Quest’uomo si chiama EZIO VENDRAME. (prima calciatore e adesso poeta)

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Ezio Vendrame nasce a Casarsa della Delizia, in Friuli, il 21 novembre del 1947.

Quando ha solo 5 anni i suoi genitori si separano.

Nessuno dei due ha le possibilità economiche per farsi carico del piccolo Ezio.

Viene mandato in un orfanotrofio.

Anche se lui, i genitori, ce li ha tutti e due.

Sono anni terribili per Ezio e per tutti i bambini “ospiti” di quella struttura.

La disciplina dei preti che gestiscono l’orfanotrofio diventa spesso violenza o sadismo puro.

I più pestiferi vengono portati in giro con un guinzaglio, come i cani.

Non ci si può stupire se Ezio crescerà ateo e per tutta la vita sarà totalmente refrattario a regole, imposizioni e vincoli.

Per fortuna in adolescenza arrivano due autentiche ancore di salvezza che gli permetteranno, almeno in parte, di andare oltre gli anni dell’abbandono e della mancanza totale di amore.

Sono il calcio e le ragazze.

E non esattamente in quest’ordine.

A calcio Ezio scopre di essere bravo.

Molto bravo.

Dribbling, controllo di palla, visione di gioco e soprattutto una creatività ed una fantasia davvero rare con quella capacità di “inventare” la giocata dal nulla.

Qualità che ben presto attirano le attenzioni dell’Udinese.

Ezio scopre anche di avere una grande passione (e altrettanto talento !) nel sedurre rappresentanti di età varia dell’altro sesso.

“Ho portato a letto centinaia di donne ! ma giuro … le ho AMATE tutte quante. Non ho mai fatto l’amore senza sentimento” dirà sempre e con profonda convinzione lo stesso Vendrame.

L’Udinese lo inserisce nel suo settore giovanile ma … Ezio Vendrame è GIA’ Ezio Vendrame.

I diktat proprio non riesce a reggerli.

L’Udinese, senza troppi rimpianti, lo cede alla Spal.

Il suo rapporto con il Presidente Paolo Mazza non decolla.

Alla Spal il ricordo più intenso per Ezio non è legato al calcio.

Ma a “quell’altra” passione.

Ezio si innamora perdutamente di Roberta, una delle ragazze che facevano parte del “premio partita” ai giocatori in caso di vittoria.

Per lei salta gli allenamenti, fingendosi ammalato o con continui non meglio specificati “guai muscolari” … che spariscono miracolosamente in compagnia della sua “Regina”, come la chiamava Ezio.

Ovviamente il giochino non può durare a lungo e la cosa, una volta scoperta, non riempie esattamente di gioia il Presidente Mazza e i dirigenti estensi.

Vendrame inizia a girovagare per le divisioni inferiori fino alla estate del 1971 quando arriva per lui la chiamata del Lanerossi Vicenza, squadra della massima serie.

Qui Ezio trova squadra e ambiente ideale.

Dentro e fuori dal campo.

Capelli lunghi, look da hippy scanzonato e ribelle.

Inizia la stagione in panchina ma quando gioca mostra appieno tutte le sue qualità.

Viene lasciato libero di creare, di muoversi con un certa libertà tra il centrocampo centrale e le fasce.

Per un “anarchico” come lui non è solo la condizione ideale … è semplicemente l’unica possibile.

A Vicenza diventa ben presto un idolo.

Dei tifosi che affollano il Menti e delle signore vicentine vogliose di una “scossa” in quella sonnolenta provincia veneta.

In alcune partite Vendrame è assolutamente inarrivabile.

A Vicenza si parlerà per anni della sua performance contro l’Inter a San Siro nel 1972.

Invernizzi, l’allenatore dei nerazzurri, gli cambierà per ben tre volte la marcatura.

L’ultimo a provarci sarà il grande Giacinto Facchetti … senza risultato alcuno.

Contro Vendrame, quel giorno, rimedia una “bambola” epica.

“La notte precedente la partita la passai in compagnia di una “passeggiatrice brasiliana”.

Portò fortuna e da allora divenne quasi un rito ! Niente mi rilassava di più il giorno prima di una partita …” ricorda divertito Vendrame.

I ricordi “vietati ai minori” di Ezio sono infiniti.

“Nel 1973 andammo a giocare in Inghilterra per il Torneo Anglo-Italiano. Quando tornai da Londra avevo una valigia piena di articoli di un sexy-shop dove avevo speso una fortuna ! Per le signore vicentine che frequentavo all’epoca divenni ancora più popolare e richiesto !”

… e alla faccia dell’Italia perbenista, ipocrita e bigotta dell’epoca …

Le tre stagioni al Lanerossi Vicenza sono da incorniciare.

A tal punto che nell’estate del 1974 mezza Serie A è sulle tracce di quel “capellone con i piedi di velluto”.

A volerlo più di tutti è Luis Vinicio, l’allenatore brasiliano del Napoli, che vincerà in extremis la concorrenza dell’Inter.

Sembra l’occasione per la consacrazione definitiva per Vendrame.

Le cose però andranno assai diversamente.

Fin dall’inizio.

Da quando cioè Vendrame va a trattare il suo contratto con il Direttore Generale dei partenopei Francesco Janich, l’ex difensore tra le altre di Lazio e Bologna.

Vendrame è determinato a sfruttare al massimo l’occasione.

“Adesso lo frego“ pensa Ezio poco prima di sedersi al tavolo delle trattative.

Chiede 20 milioni di lire a stagione.

Esattamente il doppio di quanto percepiva al Vicenza.

Janich accetta senza battere ciglio.

Il contratto viene firmato.

Vendrame è raggiante.

Lo sarà ancora per un paio di giorni.

Fino a quando scopre che il giovane Ferradini, neo-acquisto dall’Atalanta, con una sola presenza in serie A nel curriculum di milioni ne guadagna 60 … ed è il meno pagato del resto della rosa !

Sul campo le cose vanno, se possibile, ancora peggio.

Il suo rapporto con Vinicio non decolla, anzi.

Bastano tre partite all’allenatore brasiliano per capire che Vendrame non è quello che si aspettava e che come calciatore non fa al caso suo.

Ezio passerà il resto della stagione tra panchina e tribuna … potendosi così dedicare alla sua attività preferita in assoluto per la gioia sua e di diverse signore napoletane.

… qualcuna di loro sedotta perfino nei bagni dello stadio San Paolo …

Finita la negativa (calcisticamente parlando !) esperienza napoletana Vendrame viene acquistato dal Padova, in serie C.

Pare impossibile che a neppure 28 anni non ci sia nessuna squadra di categoria superiore disposta ad investire su di lui.

Ma allora come oggi quando ti appiccicano una etichetta addosso è dura far cambiare idea agli “addetti ai lavori”.

A Padova, in un campionato per lui davvero troppo facile, gioca ad altissimi livelli e inizia anche a fare qualche gol, una delle sue lacune principali fino a quel momento.

La società però non naviga nell’oro, anzi.

I premi partita sono quelli minimi stabiliti dalla Federazione: 22.000 lire al punto.

In una delle ultime partite della stagione arriva all’Appiani di Padova l’Udinese, in lotta per la promozione in Serie B.

I dirigenti friulani offrono a Vendrame 7 milioni di lire per starsene buono buono per tutti i novanta minuti.

Innocuo lui, innocuo il Padova pensano i dirigenti bianconeri.

Vendrame accetta

“Ho fatto pena in tante di quelle partite ! E tutte senza che nessuno mi desse una lira … per una partita di merda in più cosa cambia ?” è il ragionamento di Vendrame prima del match.

Poi però succede qualcosa.

L’Appiani è pieno di tifosi friulani che hanno seguito la squadra nella trasferta in Veneto e non trovano niente di meglio che fischiare, insultare e inveire contro il loro conterraneo che gioca quel giorno con il “nemico”.

Si rivela la scelta peggiore che potessero fare.

Vendrame s’incazza.

S’incazza di brutto.

E decide di “giocare” sul serio.

Finirà 3 a 2 per il Padova, Vendrame segnerà una doppietta.

Del suo secondo gol si parlerà per anni a Padova.

C’è un calcio d’angolo per i padroni di casa.

Vendrame si appresta a calciarlo.

Prima però si soffia il naso con la bandierina del corner (“che schifo quei giocatori che si soffiano il naso a mani nude in campo !”) e poi “dichiara” rivolto verso la tribuna che dal calcio d’angolo metterà la palla in rete.

Detto fatto.

Vittoria del Padova e per l’Udinese niente promozione in Serie B.

“Quel giorno nelle mie tasche finirono 44.000 lire invece di 7 milioni … ma vuoi mettere la soddisfazione ???” è ancora oggi il divertito commento di Ezio.

Vendrame dopo le due stagioni al Padova continuerà a giocare calcando però i campi delle Serie minori fino al 1981.

“Perché a me piaceva da matti giocare al calcio. Quello che non mi piaceva era fare il calciatore” sarà una delle sue frasi simbolo.

Proverà a fare anche l’allenatore ma soprattutto farà quello che più di ogni altra cosa Ezio ama fare: vivere.

Vivere la vita appieno con le sue passioni.

La sua chitarra e la sua armonica a bocca, i suoi libri da leggere e le poesie da scrivere, il suo buon vino da bere e le serate con gli amici nelle trattorie dalle sue parti.

Ezio vive in una piccola casa in affitto (“di avere qualcosa in proprietà non me frega proprio niente !”) e va ancora ad allenare i ragazzi della Sanvitese con la sua Volkswagen Golf scassata.

Per lui, “il George Best del Tagliamento” la vita è perfetta così.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

“Odio le feste visceralmente. Il 23 dicembre mi chiudo in casa a scrivere le mie poesie e a suonare la chitarra. Riemergo dopo l’Epifania. Il peso delle feste per me è insopportabile.” racconta Vendrame.

Nel 1969 va in prestito al Siena. Lo allena un “pazzo”: Volturno Diotallevi.I suoi allenamenti sono massacranti, folli tanta è la durezza. Diotallevi è sempre in prima fila a dare l’esempio, ultimo a cedere, molto dopo ragazzi di 25 anni più giovani di lui.

Non pago, quando alla sera i calciatori rientrano in albero esausti li obbliga a tenere aperte le proprie stanze per assistere alle sue performance di corse su e giù per le scale …

Sempre nel 1969, in uno degli inverni più freddi che si ricordino, Vendrame decide di comprarsi un cappotto “come si deve”. Costo 70.000 lire. (lo stipendio medio degli italiani ai tempi era intorno alle 120.000 lire al mese). Mentre cammina per Siena vede uno zingarello chiedere la carità. Ezio non ci pensa un secondo. Il cappotto diventa del piccolo Rom.

“Aveva più freddo di me” fu il commento di Vendrame.

 

L’incontro con il grande poeta e cantautore livornese Piero Ciampi fu, a detta di Ezio, quello che cambiò completamente la sua prospettiva di vita. Tra i due nacque un legame di amicizia  fortissimo e una lunga frequentazione scrivendo poesie, suonando e componendo insieme … sempre con solenni bevute a fare da contorno !

Proprio legato a Ciampi c’è uno dei più grandi rimpianti di Vendrame.

“L’ultima volta che lo vidi litigammo furiosamente. Lui non voleva smettere di bere e pretendeva che rimanessi alzato con lui fino all’alba inoltrata. Purtroppo l’alcol era ormai per Piero fuori controllo … ma rimane pur sempre la persona migliore che io abbia mai incontrato”.

Un altro (piccolo) rimpianto di Ezio è quello di aver fatto il tunnel al suo idolo assoluto nel calcio: Gianni Rivera. “Fu un gesto istintivo. Mi venne incontro e aveva la gambe aperte. Subito dopo mi scusai con lui … anche se quando apri troppo le gambe qualche rischio lo corri sempre !”

Non può mancare il doping nei racconti di Vendrame.

“Siamo nel 1973. Andiamo a giocare a Roma. Avevamo bisogno disperato di almeno un punto per sperare di salvarci. Poche ore prima della partita il medico dà a tutti noi una piccola pasticca. Ce la mise in bocca con un grande rituale, uno ad uno, come fosse uno di quei maledetti preti con un’ostia.

In campo stavamo in piedi per miracolo. Eravamo debolissimi, quasi assonnati.

Per fortuna la Roma sembrava nelle nostre identiche condizioni e la partita finì con un orribile 0 a 0.

Rientrammo in albergo, mangiammo e poi andammo nelle nostre camere.

Alle prime ore del mattino ci ritrovammo nei corridoi, agitati e con una voglia matta di correre e saltare.

La “bomba” era scoppiata … anche se quasi 10 ore dopo !”

Vendrame  sa insegnare calcio, i suoi ragazzi lo adorano (Ezio per tutti, non “Mister”) e vincono anche spesso.

Anche se il suo stile di allenatore delle giovanili poco “ortodosso” gli ha creato negli anni non pochi problemi.

A tal punto che un genitore dei ragazzi della Sanvitese si presentò un giorno dal Presidente della società friulana con in mano un assegno in bianco. “Presidente, metta lei la cifra. Basta che quel matto se ne vada ad allenare da qualche altra parte”.

Per adesso Vendrame è ancora al suo posto.

Certo che non c’è poi troppo da stupirsi se qualche genitore un pochino meno “aperto” rimanga un po’ spiazzato dal discorso di “presentazione” di Ezio Vendrame alle nuove “nidiate” di ragazzi.

“Ragazzi miei, la prima cosa che dovete fare è buttare nel cesso le vostre Playstation e rinchiudetevi in quel cesso con un bel giornaletto di quelli giusti. Quando uscite innamoratevi appena potete di una bella figliola.

Perché il sesso fai da te è bello, ma quello con una coetanea è molto meglio !”

 

Questo, signore e signori, è EZIO VENDRAME.