IL MURO E LA COCCINELLA

di CRISTIAN LAFAUCI

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Secondo il Talmud , uno dei testi sacri della religione ebraica , ogni epoca conosce 36 uomini dalla cui condotta dipende il destino dell’umanità , uomini che anche nei momenti più bui e nefasti della storia , con le loro azioni permettono che il mondo non sprofondi irrimediabilmente nelle tenebre ; questi uomini vengono chiamati ” giusti ” . La vicenda che andremo a raccontare non coinvolge il popolo ebraico , ma il termine pare davvero appropriato nei confronti di ciò che i due protagonisti hanno compiuto . Lo scenario è la Jugoslavia d’inizio anni 90 ; Tito , l’unico uomo capace di tenere insieme questi popoli , è morto nel 1980 , da allora è stata una lenta escalation che ha soffiato sul fuoco dei vari nazionalismi regionali , fino a portare nel 1991 , l’apertura delle ostilità militari , facendo sprofondare il paese in una sanguinosa guerra civile . Prima la Slovenia , poi la Croazia e quindi la Bosnia , ormai tra i vicini di un tempo ci si spara , il passato , anche se così recente , sembra essere svanito , ha fatto posto all’odio cieco e totale ed alla violenza brutale e indiscriminata .

Questo clima di follia non ha risparmiato nessuno , dalla gente comune a persone famose e conosciute , persino Drazen Petrovic e Vlade Divac , celebri e titolati campioni di basket che vinsero tutto sotto le insegne della Jugoslavia unita ed erano legati da una profonda amicizia , ormai non si rivolgono neanche più la parola . Per Drazen , di origine croata , Vlade non è più quel fraterno amico che era fino a poco tempo prima , ma è soltanto un serbo , quindi un nemico . Sarajevo prima della guerra era considerata un’isola felice , perfetto esempio di integrazione tra le varie etnie che si trovavano in Bosnia ; fiore all’occhiello dell’utopia creata da Tito , la gente raccontava che contemporaneamente si poteva sentire il suono delle campane di una chiesa , proprio mentre i mussulmani si recavano alla moschea per la preghiera . Ora quella Sarajevo non esiste più , ma è diventata una città sotto assedio , si combatte per le strade e ci sono cecchini ovunque . Chi ha potuto è scappato , mentre per chi è rimasto la vita è durissima , anche andare a fare la spesa o uscire a prendere una semplice boccata d’aria può voler dire restare coinvolti in uno scontro a fuoco tra opposte fazioni , o essere colpiti da una granata , ma anche finire nel mirino di un cecchino .

Tuttavia , in quell’immenso dramma , due uomini decisero che la priorità era restare umani , fare qualcosa pur di marcare le distanze con la barbarie che imperversava intorno . Il primo si chiama Zdravko Grebo ex è un noto professore universitario di Sarajevo ; nell’inferno del ’92 , pochi mesi dopo l’inizio dell’assedio alla città , decide di fondare una stazione radiofonica indipendente , chiamata Radio Zid ( muro ) . L’intento è chiaro : oltre a tenere informata la popolazione civile su quanto avviene in città e nel mondo , oltre ad offrire un minimo di svago ed evasione con un poco di musica , si tratta anche di preservare una sorta di cultura urbana della città . Grazie all’aiuto di amici e di qualche membro delle nazioni unite presente sul posto, Zdravko e i suoi collaboratori riescono a reperire il materiale ed i supporti necessari per andare in onda . Nonostante la guerra , le bombe , la paura , ma anche gli inconvenienti tecnici come le interruzioni di elettricità , Radio Zid è sempre in onda , 24 ore su 24 , talvolta Zdravko e la sua squadra sono costretti a rischiare la loro incolumità tra le cannonate e i cecchini appostati pur di recarsi in radio , o devono dormire e restare in sede poiché tornare alle proprie abitazioni sarebbe troppo pericoloso , ma nessuno li smuove dal loro dovere , dalla loro missione ; stanno combattendo una personale guerra alla guerra , alla follia di quei giorni , con il loro contributo cercano di dare alla popolazione vittima quanto loro di quella bestialità , una speranza , una parvenza di normalità , il sapere che ci sta qualcuno come loro che non si rassegna a quell’orrore quotidiano .

Si parla di tutto attraverso i microfoni di radio Zid : dell’assedio a Sarajevo , della situazione in Bosnia , ma anche di ciò che avviene all’ estero , della vita di ogni giorno . Viene criticato quel nazionalismo responsabile di quella enorme tragedia umana che si sta vivendo , e neppure il presidente bosniaco Itzebegovic viene risparmiato da critiche . In poco tempo questa radio diventa un punto d’incontro virtuale , una sorta di quotidiana resistenza al terrore ; quando le linee telefoniche sono funzionanti la gente della città telefona , interviene , raccontano le loro storie , ed anche se l’assedio prosegue viene rotto l’isolamento , i cittadini sentono di non essere più solo , si fanno simbolicamente forza gli uni con gli altri . Spesso intervengono in collegamento artisti ed intellettuali che vivono in altri paesi dell’ormai ex Jugoslavia , e da questo punto di vista l’assedio è ormai rotto , a chi con le armi vuole dividere i popoli , gli uomini che agiscono con il cuore , il cervello e la cultura creano ponti , gli uomini liberi appunto vanno oltre i conflitti e cercano il dialogo , la discussione , il confronto e agiscono in termini di propositivita’.

Molti giornalisti e volontari stranieri che si trovano in città per seguire il conflitto , passano dalla radio portando solidarietà ma anche notizie e cd musicali , contribuendo così ad ampliare l’archivio sonoro di radio Zid . Musica , tanta musica , per evadere e non sentire il suono di bombe e proiettili , ma non solo . Nei mesi più freddi , quando i bambini non possono raggiungere le scuole , la radio improvvisa una sorta di scuola invernale virtuale grazie a microfoni ed etere ; anche l’Unicef da una mano all’idea creando un programma interamente dedicato a loro , dove appunto i piccoli abitanti di Sarajevo sono invitato negli studi a raccontare liberamente le loro esperienze di vita e a recitare poesie . L’emittente diventa un punto di riferimento anche per la scena musicale del posto , grazie ad essa si sviluppa e cresce un nuovo stimolo a fare musica , che sia rock , hip hop , grunge o punk poco importa , quello che conta è che anche se per poco , chitarre e amplificatori sostituiscono mitragliatrici e granate .

Diverse nuove band si ritrovano in cantine abbandonate o in rifugi antiaerei per provare e registrare i loro demo , addirittura tra loro ci sono ragazzi che si mettono a suonare durante le soste dai combattimenti in prima linea , quindi tutti si recano in radio a portare il proprio demo . Per dare visibilità al panorama musicale cittadino ma anche per dare un segnale , a Zdravko e al suo staff viene una folle e splendida idea ; nel gennaio del 1995 va in scena un concerto / festival dal nome emblematico : rock sotto l’assedio . Nonostante l’opera della radio sia invisa ai vari nazionalismi locali che hanno creato più di un problema a Grebo e ai suoi , l’emittente vanta anche tanti amici ed estimatori , tra cui diversi musicisti esteri simpatizzanti della causa che porta avanti con coraggio radio Zid . E soprattutto da oltre confine arriveranno quegli aiuti e supporti che permetteranno al festival di diventare realtà . Il successo della kermesse è enorme e dai racconti dei presenti emerge che nonostante problemi tecnici e coprifuoco , questo concerto ha rappresentato uno straordinario momento di catarsi collettiva e un forte messaggio politico degli abitanti di Sarajevo : a chi voleva dividere si è risposto stando uniti , oltre ogni differenza ; non si è trattato solamente di musica , ma ha rappresentato uno splendido atto di resistenza alla guerra .

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Il secondo uomo che con la luce del suo cuore spinse più in là l’oscurità di quei giorni , si chiama Predrag Pasic . Predrag a Sarajevo è nato , nel 1958 , è diventato un calciatore professionista , ha giocato nella squadra della sua città , poi in Germania nello Stoccarda e nel Monaco 1860 Predrag è stato anche parte della nazionale Jugoslava e con i plavi ha disputato il mondiale 1982 . Quando Sarajevo sprofonda nella guerra lui è li , un altro nei suoi panni non se lo sarebbe fatto ripetere due volte e avrebbe cercato scampo all’estero , magari un buon contratto come calciatore poteva ancora ottenerlo.. . Ma Predrag non prende neanche in considerazione questa ipotesi , è la sua terra e non ha fatto nulla di male , perché dunque scappare ? Ma proprio perché in fondo lui era nato e cresciuto in quella Sarajevo che aveva fatto di multietnicità e civile convivenza la propria bandiera , e dato che il calcio è il suo mondo , anche lui viene illuminato da una pazza e stupenda idea : fondare una scuola calcio per i bambini della città . Un modo per far evadere anche loro dalle aberrazioni del momento , aperta a tutti , etnie e divisioni restano fuori , in quello spazio ci saranno solo bambini che si divertono e giocano a calcio ; insieme .

 

Pasic paga di tasca sua perché per una settimana tramite radio e manifesti affissi sui muri rimasti in piedi , venga pubblicizzata la sua iniziativa . E il giorno in cui tutto doveva formalmente avere inizio , Pasic era davanti al cancello del campo sportivo , col rischio di prendersi un proiettile da qualche cecchino appostato nei dintorni , ad aspettare i bambini che avrebbero voluto unirsi al progetto del Klub Bubamara ( coccinella ) . Come disse lui stesso in seguito , già trovarsi davanti una decina o una dozzina di bambini da allenare sarebbe stato un successo e un incentivo , invece quel giorno di bambini ne arrivarono circa 300 ! Per motivi di sicurezza gli allenamenti si tenevano nella palestra attigua al campo e in cui Predrag veniva coadiuvato dai ragazzi delle giovanili del Fk Sarajevo . E mentre fuori la guerra non conosceva soste , in quella palestra quei bambini stavano idealmente gettando le basi del post conflitto , e si stavano dando , come è giusto a quell’età , una possibilità insieme , senza differenze ne astio .

Non era facile per nessuno , ne per Pasic che ricevette diverse minacce dai vari nazionalisti che imperversavano nell’area e che mal digerivano chi cercava di unire là dove loro stavano dividendo . Neanche per i bambini del Bubamara fu semplice , infatti per andare ad allenarsi dovevano attraversare ( e lo fecero ogni volta tutti insieme , in gruppo ) un ponte sotto il tiro di mortai e cecchini . Ma qui avvenne il cosiddetto miracolo sportivo , e mai termine fu più azzeccato ; Pasic poté portare avanti il proprio compito , e i piccoli allievi della scuola calcio poterono sempre giungere agli allenamenti e a casa sani e salvi .

Finalmente , nel 1996 , dopo lo smisurato tributo di sangue e sofferenze sulla popolazione , l’assedio di Sarajevo ebbe termine . La situazione con fatica e difficoltà andò poco alla volta normalizzandosi in Bosnia e , pur tra i segni sia tangibili rimasti nella città , che quelli altrettanto indelebili nella memoria della gente , a gradi si ritornò ad una parvenza di normalità . Oggi Sarajevo è una città che pur non avendo affatto scordato le brutalità del recente passato , cerca di guardare avanti e si sta in un delicato equilibrio , riprendendo . Ma ad esempio tra le numerose iniziative di resistenza civile e culturale nate sulla scia di radio Zid , ancora oggi troviamo il Sarajevo film festival , una tra le più interessanti ed apprezzate rassegne cinematografiche europee .

E chi segue il calcio conoscerà sicuramente Edin Dzeko , ottimo attaccante di Manchester City e Roma , tra i più validi in campo internazionale ; Edin è stato uno dei bambini cresciuti nella scuola calcio del Bubamara . Alla fine quindi chi sono Zdravko Grebo e Predrag Pasic ? Qualcuno potrebbe dire eroi , e probabilmente avrebbe ragione…. magari però loro due sarebbero i primi a ridimensionarsi e a definirsi come due semplici uomini nati e vissuti in una Jugoslavia unita , dove non vigevano le spinte fratricide che portarono alla tragedia sotto gli occhi di tutti ; ma dove il motto era : ” Bratstvo i Jedinstvo ” , fratellanza e unità , appunto.

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BRUNO GIORDANO, il ragazzo del ’56.

di DIEGO MARIOTTINI

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Potente, ma anche raffinato nel tocco. Combattivo, ma anche scaltro in area di rigore. Non alto, ma con i tempi giusti per segnare di testa e beffare difensori più longilinei. Taurino sul piano fisico, ma dotato di insospettabile agilità. Centravanti, ma con la capacità di calciare una punizione vincente da autentico numero 10 e di segnare da ogni posizione. Inoltre leader, egocentrico, quasi dispotico incerti casi. Bruno Giordano è stato questo e molto altro. “Il più forte giocatore italiano con cui abbia mai giocato” dirà un giorno di lui Diego Armando Maradona. È senz’altro il caso di fidarsi. Una vita che inizia a Roma, quartiere Trastevere, il 13 agosto del 1956, una carriera in serie A che parte (con gol) a Genova il 5 ottobre della metà anni 70. Autentica forza della natura in campo, un rimpianto molto serio del calcio italiano per ciò che avrebbe potuto dare, al netto di circostanze incancellabili e ancora non del tutto chiare. Quando le vicissitudini personali (e non solo la classe in campo) fanno l’uomo, in ogni senso. Ecco la sua storia, calcistica e umana.

IL POTERE DELLA STRADA. In quartieri romani popolari e un po’ turbolenti come era allora Trastevere, ci sono tre modi per emergere o per farsi rispettare. Avere la battuta pronta, picchiare per primo, saper giocare bene a calcio. In ciascuno dei casi il risultato è garantito: gli altri sono zittiti. Alla metà degli anni 60 si fa sotto un ragazzino che queste tre qualità le riunisce tutte e le utilizza quando servono. E servono spesso, se sei tifoso della Lazio in posti come quelli. Tifare biancoceleste sembra quasi da eretici, a Trastevere. Del resto lui, dell’eretico ha le generalità invertite. Si chiama Bruno Giordano, il contrario di Giordano Bruno, filosofo panteistico arso vivo a Campo de’ Fiori nel 1600 per mano della Chiesa cattolica, apostolica e romana. Il ragazzino ha i suoi problemi familiari, non è uno studente modello e ai banchi di scuola preferisce pochi metri quadrati nei vicoli del suo quartiere.Urge perfezionare una tecnica già innata. Da un certo momento in poi, all’oratorio Don Orione circola voce che il pomeriggio venga sempre a giocare un ragazzino un po’ inquieto e talvolta prepotente. Uno spacconcello di quartiere,uno “un po’ stronzetto” forse, ma anche un adolescente di straordinarie qualità tecniche. Uno che possiede tanto di “cazzimma”, pur senza essere di Napoli. L’ecodi certe prodezze rionali arriva fino a Henrique Flamini detto el flaco (il magro), un ex calciatore argentino naturalizzato che nel 1969 fa l’osservatore per la Lazio. El Flaco lo va a vedere e gli bastano poche azioni per capire di essere di fronte a un talento non comune. “Deve molto migliorare sul piano caratteriale – riferirà in società – ma in prospettiva uno così ti può cambiare la vita”. Parole che convincono la società a tesserare il talentino di Trastevere. Costo dell’operazione: 30mila lire e 10 palloni di cuoio nuovi di zecca. “Un giorno saprete dirmi chi sono” sogghigna con l’arroganza ingenua dell’ultimo arrivato un ragazzino di 14 anni non ancora compiuti ma già perfettamente consapevole dei propri mezzi.

RAPIDA SCALATA CON ESORDIO (E GOL). E ha ragione lui, perché Bruno Giordano, che vuole diventare un calciatore di successo senza bruciarsi come il suo “omonimo al contrario”, fa tutta la trafila delle giovanili strappando ovunque applausi e giudizi molto lusinghieri. È unboss, ha classe, risolve lui le partite. Specie quelle più complicate. Tommaso Maestrelli, che non disdegna di rivolgere uno sguardo alla squadra Primavera, ha le idee molto chiare. Se Chinaglia dovesse mai lasciare la Lazio, il successore naturale sarebbe proprio quel ragazzo, inutile cercare fuori casa. Sono gli anni in cui il palmarès dell’attaccante comincia a prendere forma: Campionato under 23 nel 1974, Campionato Italiano Primavera nel 1976.È la fase in cui Giordano comincia a fare la spola fra la prima squadra e quella giovanile. Da quella formazione di giovani promesse usciranno talenti come lui, come Lionello Manfredonia, come Andrea Agostinelli e Stefano Di Chiara. Poi, una domenica arriva il giorno dell’esordio in serie A. E’ il 5 ottobre 1975 e si gioca la prima giornata di campionato. La partita è Sampdoria-Lazio. La malattia improvvisa di Maestrelli ha portato sulla panchina biancoceleste Giulio Corsini. Tra Corsini e la squadra non ci sarà mai feeling ma almeno una buona intuizione il nuovo tecnico ce l’ha: Chinaglia e il giovane Giordano possono, anzi devono, giocare insieme. All’ultimo minuto, quando il risultato sembra fissato sullo 0-0 avviene ciò che Corsini spera. Un esordiente di 19 anni compiuti da poco, segna di rapina, regalando la vittoria alla Lazio. Il giorno dopo i giornali sportivi, non soltanto quelli della Capitale, celebrano la nascita di una stella.

GOL BELLISSIMI E DECISIVI. Viene confermato anche per la partita successiva contro l’Inter, ma deve lasciare il campo al 39° per un risentimento muscolare. Rientra alla 4^ giornata contro il Perugia e al 64° segna il suo secondo gol in 3 presenze in A. Sembra l’inizio di una grande annata ma in casa Lazio la situazione precipita presto. Corsini viene esonerato a novembre e Tommaso Maestrelli, che sembra sulla via di un’improbabile guarigione, torna sulla panchina biancazzurra. Nel frattempo però, il giovane attaccante ha perso posizioni e deve nuovamente attendere il suo turno. Gli vengono preferiti colleghi di cui oggi si stenta a ricordare il cognome.Poi ad aprile del 1976 Chinaglia abbandona, suo malgrado, una Lazio in piena lotta salvezza. Per completare la tessera numero 9 del mosaico torna in auge un “bomber in fasce” che aveva ben figurato a inizio stagione. Con l’apporto dei suoi gol, la Lazio si salva all’ultima giornata. Il presidente Lenzini si convince di avere un potenziale campione e respinge con forza le offerte delle squadre del nord. La fine del decennio consegna al calcio italiano un centravanti straordinario e dal repertorio completo, capocannoniere del campionato 1978/79. Non c’è realizzazione impossibile per uno come lui.

MA OGNI UOMO, anche il più pacificato con se stesso, ha un demone interiore contro il quale è costretto a combattere. Uno stopper feroce e inflessibile che costringe il più delle volte a giocare tutta la partita spalle alla porta. Un rigido marcatore che boicotta ogni verticalizzazione e che non gioca né davanti né dietro l’attaccante: è dentro. Bruno Giordano vive il suo tempo a modo proprio, segue il codice etico della strada e l’osservanza di quell’insieme di leggi non scritte è il trampolino di lancio ma si trasforma anche nell’orlo di un baratro che un giorno si palesa sotto i suoi piedi. Amicizie sconsigliabili, dirà qualcuno, modelli comportamentali sbagliati, sentenzierà in fretta qualcun altro. Forse c’è il sentirsi al di sopra delle regole. Sta di fatto che la sua vita cambia all’improvviso, al di là di ciò che può essere vero o falso quando si parla delle eventuali responsabilità di Bruno Giordano.

LA DISCESA NEGLI INFERI. La vicenda del calcioscommesse apre un calvario, per lui e per la società. A marzo del 1980 Giordano e altri suoi compagni sono accusati di avere condizionato il risultato di alcune partite alimentando un giro di scommesse clandestine. L’attaccante si dichiara estraneo e se èvero che la giustizia ordinaria lo assolve in pieno, quella sportiva lo condanna a stare lontano dai campi di gioco per 3 anni e mezzo. La Lazio è inoltre retrocessa d’ufficio in serie B, una pena che ad altre formazioni viene risparmiata. La pena inflitta ai singoli calciatori verrà mitigata sull’onda della vittoria nel Mundial 1982. Giordano, che per quasi due anni ha continuato ad allenarsi a parte, può tornare a giocare e accetta di dare il suo contributo alla risalita della sua Lazio. Alla fine del 1983 la missione è compiuta: biancocelesti ancora in A e Giordano capocannoniere del torneo cadetto. Giorgio Chinaglia è il nuovo presidente, ma le speranze dei tifosi legate al nome di quest’ultimo si riveleranno infondate. Per di più, un’altra dura prova attende Bruno Giordano, come calciatore e come uomo. L’ultimo giorno del 1983 si affrontano allo Stadio “Del Duca” Ascoli e Lazio. Sigioca da 21 minuti quando lo stopper dell’Ascoli Bogoni, interviene da dietro colpendo prima Giordano al polpaccio della gamba destra e poi portando il piede sinistro davanti a quello dell’avversario. Un’entrata a tenaglia,gratuita quanto violenta. Giordano cade in un urlo di dolore che scuote lo stadio intero. È un buon Capodanno per tutti tranne che per lui. Il responso è tremendo: frattura con prognosi dai 5 agli 8 mesi. E pensare chesi erano da poco riaperte le porte della Nazionale. Nell’amichevole Italia-Greciadel 5 ottobre 1983 Giordano aveva infatti segnato la sua unica rete in Azzurro. Inizia una fase di paziente riabilitazione che ha termine il 21 aprile del 1984, quando l’attaccante rientra in campo. La partita è Lazio-Napoli e dopo un solo minuto lo stadio esplode di gioia e quasi di commozione. Bruno Giordano non è solo tornato in campo, ha appena fatto gol al suo primo tocco di palla. Con il suo apportoin fase finale anche stavolta i biancocelesti si salvano, ma l’anno successivo la gestione Chinaglia giunge al capolinea e la retrocessione è inevitabile. Inevitabile come la cessione del giocatore.

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A NAPOLI, CON DIEGO. La nuova fase della carriera agonistica di Bruno Giordano si svolge alle pendici del Vesuvio dove nel 1986/87 il numero 9 riesce a vincere scudetto e Coppa Italia. Costituisce il famoso tridente “MaGiCa”, prima con Maradona e Carnevale, poi con Maradona e Careca. Tecnicamente Maradona lo considera il partner ideale e lo dice in ogni occasione, senza mezzi termini. Il ruolino delle tre stagioni in azzurro indica 23 reti in 78 partite. Non è più un ragazzo e ha perso qualcosa in termini di rapidità, ma la classe è quella di sempre, unita a una sapienza tattica che prima non c’era. Al termine della stagione 1987/88, quella dello scudetto clamorosamente perso contro il Milan del neopresidente Berlusconi, l’attaccante romano deve subire l’epurazione, in seguito a dissidi con l’allenatore Ottavio Bianchi e con il Direttore Sportivo Luciano Moggi.Non è l’unico a non andare d’accordo con i vertici partenopei: la stessa sorte tocca a Bagni, a Garella e a Ferrario. A 32 anni Giordano riesce a trovare una squadra solo grazie al mercato di novembre: finisce ad Ascoli. Stagione 1988/89: i bianconeri marchigiani devono trovare una punta che sostituisca il brasiliano Casagrande, vittima di un pesante infortunio. Agli ordini del tecnico Ilario Castagner, Bruno Giordano sferra l’ennesima zampata del leone, segnando 10 reti in 26 presenze.Con questa “prodezza di provincia” si guadagna un altro ingaggio, stavolta la maglia è quella del Bologna. Il suo contributo è, ancora una volta, sostanzioso. Con 7 reti all’attivo aiuta la squadra di Gigi Maifredi a raggiungere l’obiettivo di disputare la Coppa UEFA.Ormai la carriera del bomber volge al termine: le ultime due stagioni le vive nuovamente ad Ascoli, una in B e l’ultima, 1991/92 in serie A, dove il 5 gennaio 1992 realizza la sua ultima rete da professionista, proprio contro la Roma. Poi inizia una nuova vita, seduto in panchina ma mai come riserva. Con alterne fortune, ma senza mollare mai. Del resto, essere Bruno Giordano non è non cadere. È sapersi rialzare. Sempre e comunque.

ARSENIO ERICO: “Il più grande di tutti”. Parola di Alfredo Di Stefano.

di REMO GANDOLFI

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“Non ho mai visto uno più forte di lui. Aveva tutto. Tecnica, potenza, velocità.

E un fiuto per il gol davvero incredibile”

A dire queste cose è un “certo” Alfredo Di Stefano, uno di quei calciatori che è davvero difficile lasciar furori dalla top 5 dei più forti di sempre.

Ma a chi si riferisce Alfredo Di Stefano ? Forse ai suoi compatrioti Maradona o Messi ? A Pelè ? Forse a Cruyff o Beckenbauer ?

No, sta parlando di Arsenio Erico.

… immagino il vostro stupore …

Eppure Arsenio Erico è stato non solo il più forte giocatore paraguayano di tutti i tempi ma le sue performance e i suoi gol in Argentina lo hanno catapultato nella storia del calcio sudamericano.

Arsenio nasce ad Asuncion, in Paraguay, il 15 marzo 1915.

La sua è una famiglia di calciatori.

Il padre, lo zio e i fratelli hanno tutti giocato in diverse epoche per il Nacional, uno dei club più importanti del Paese.

Arsenio Erico entra in questo Club a 11 anni.

E’ già evidente a tutti che il suo talento è fuori dal comune.

A 17 anni è già in prima squadra e non c’è un solo supporter del Nacional che non sia più che convinto che il futuro di questo ragazzo sarà assolutamente straordinario.

In area di rigore è spietato.

Ha un gran tiro, un’eccellente tecnica di base e una capacità innata di essere sempre al posto giusto nel momento giusto.

Ma ha una caratteristica peculiare che lo rende impossibile da contenere: una elevazione assolutamente straordinaria.

Questa dote, in un fisico slanciato (sfiora i 180 cm di altezza che all’epoca era una misura non comune) lo rendono praticamente insuperabile nel gioco aereo.

Segna una quantità enorme di gol di testa.

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Tra i tifosi del Nacional è già diventato un idolo.

Tutto però sembra destinato a finire.

Scoppia la guerra del Chaco.

E’ il giugno del 1932.

Il Paraguay va in conflitto con la Bolivia, a seguito della disputa tra due compagnie petrolifere di questi due Paesi per una zona di confine ritenuta ricca di risorse naturali.

Arsenio, come praticamente tutti i giovani del suo Paese, viene chiamato alle armi.

Sembra proprio che la sua carriera, appena iniziata, sia già al capolinea.

Ma quella che poteva sembrare una catastrofe a livello personale si trasforma invece in una insperata opportunità.

Il comandante Molinas, sfegatato tifoso del Nacional, lo riconosce fra gli altri ragazzi appena arrivati al fronte.

“Tu ragazzo sei il futuro del Nacional. Non possiamo permetterci di perderti”.

Arsenio viene inviato alla Croce Rossa, il posto più sicuro di quell’assurdo conflitto.

Ma c’è di più.

La Croce Rossa ha la sua squadra di calcio, organizzata con l’obiettivo di disputare incontri-esibizione in giro per il Sudamerica per raccogliere fondi per i soldati al fronte.

La squadra è solo poco più che mediocre ma Erico cattura l’attenzione praticamente di ogni squadra avversaria.

E’ in Argentina che si scatena una vera e propria gara d’asta per il giovanissimo attaccante.

River Plate e Boca Juniors, le due grandi per antonomasia, ingaggiano un braccio di ferro a suon di pesos.

E quando il River pare averla spuntata arriva un’offerta “principesca” dall’Independiente, altra grande del calcio argentino.

I “Rojos” offrono praticamente il doppio di quanto offerto dai “Millionarios” !

12.000 pesos al Nacional (che ovviamente possiede ancora il cartellino di Arsenio), 200 pesos al mese per Arsenio e un assegno di 5.000 pesos per lui al momento della firma.

Cifre pazzesche per il periodo.

La prima cosa che fa Arsenio Erico è donare per intero i 5.000 pesos alla Croce Rossa paraguayana.

Molto più di quello raccolto nei tanti mesi in tour per il continente dalla squadra.

Quando debutta per l’Independiente ha appena compiuto 19 anni.

Le prime due stagioni sono complicate da diversi infortuni che ne limitano il rendimento.

Ma che il ragazzo sia un talento fuori dal normale se ne sono accorti tutti al “Estadio Libertadores de America”.

Nel 1937 Erico riesce finalmente a giocare una stagione intera.

Il risultato è impressionante: segna 48 reti in 34 partite.

1,41 a partita. Una cifra impressionante.

L’anno successivo la media sarà ancora migliore: i gol sono 43 ma in sole 30 partite.

Ma quello che più conta è che in quel 1938 l’Independiente conquisterà il primo titolo della sua storia ed Arsenio Erico ne è il protagonista assoluto, anche se al suo fianco ci sono calciatori fantastici come Zorrilla, De La Mata, Sastre e Vilarino.

E’ talmente entrato nel cuore della gente che per lui i soprannomi, così amati a quelle latitudini, si sprecano.

E quasi tutti legati alla sua incredibile elevazione, che ha stupito e affascinato la fantasia dei tifosi.

“El hombre de goma” “El saltarin Rojo” “El Aviador” “El diablo saltarin” “El rey del gol” “El mago” o “El virtuoso” solo per citarne alcuni.

Proprio in quella stagione capiterà un episodio curioso che consegnerà definitivamente Arsenio Erico alla leggenda e al folklore del calcio argentino.

Accade che la più grande azienda produttrice di tabacco del Paese, la “Cigarillo” metta in palio una impressionante quantità di denaro (qualcuno parla addirittura di un’automobile) per il giocatore che riuscirà a segnare 43 reti in una sola stagione, 43 come il nome del famoso “Cigarillo 43”.

Come nelle previsioni Arsenio raggiunge per primo questa cifra, alla penultima partita del campionato.

Invece di ricevere il meritatissimo premio per l’impresa ottenuta come triste scappatoia l’azienda “Cigarillo” gli comunica che il premio sarà assegnato a chi segnerà ESATTAMENTE 43 reti in una stagione.

A quel punto c’è solo una soluzione che Erico non dubita un secondo a mettere in atto: nelle partita successiva non segna neppure un gol, facendo segnare i compagni o addirittura mancando volontariamente delle occasioni incredibili sottoporta … tra le risate e il divertimento del pubblico che ovviamente conosceva tutta la storia !

Sempre in quella stagione arriverà un’altra dimostrazione dello spessore di Arsenio Erico.

Non del calciatore stavolta ma dell’uomo.

L’Argentina gli offre la possibilità del secondo passaporto in modo da poter disputare con la “Albiceleste” gli imminenti mondiali di Parigi del 1938. C’è anche una enorme somma di denaro in ballo.

Si parla addirittura di 200.000 pesos.

Arsenio rifiuta l’offerta.

Grazie, ma il mio paese è il Paraguay”

Frase che lo farà assurgere allo stato di semidio nel suo Paese natio.

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L’Independiente si ripeterà l’anno successivo conquistando un altro titolo con Arsenio che per la terza stagione consecutiva supererà il muro dei 40 gol.

La superiorità dei “Rojos” è impressionante.

Non si contano le vittorie di larga misura a tal punto che più di una volta i giocatori dell’Independiente decidono di  inscenare una curiosa pantomima: Erico che, con la palla tra i piedi nell’area di rigore avversaria, ritorna verso la propria porta fingendo di dribblare anche i suoi compagni !

Ma non c’è malizia o volontà di irridere gli avversari … è solo un modo per far divertire il proprio pubblico, di cui Arsenio è l’indiscusso idolo.

Nel 1940 l’Independiente deve cedere il titolo al Boca Juniors, piazzandosi comunque al secondo posto (per la 5a volta nelle ultime otto stagioni) ed Erico inizierà a vedere calare le sue impressionanti medie realizzative.

All’inizio del 1942 c’è qualche screzio con la società.

Arsenio intanto non ha mai dimenticato una vecchia promessa fatta al padre.

“Vincerò il campionato paraguayano con il Nacional”.

Trova un accordo con l’Independiente e torna nel suo paese per disputare il campionato con la sua squadra del cuore.

Manco a dirlo il Nacional vincerà il campionato a mani basse guidato dal suo figliol prodigo, davvero troppo forte per i suoi avversari.

Missione compiuta e promessa al padre realizzata, Erico torna in Argentina, ovviamente sempre nelle file del suo Independiente. Ormai la soglia dei trent’anni è vicina e l’esplosività di un tempo inizia pian piano a scemare.

Nel 1945 tornerà a toccare la quota di 20 gol in una stagione ma in quella successiva i suoi problemi al ginocchio sinistro, tormentato da problemi al menisco che si sta trascinando da tempo, iniziano a diventare difficili da gestire.

4 gol in 19 partite sono il segnale inequivocabile che il tramonto è ormai prossimo.

Dopo una  stagione all’Huracan condizionata dai suoi guai fisici e dopo un lungo periodo di inattività tornerà per il suo personale canto del cigno al suo amato Nacional, dove svolgerà i compiti di allenatore-giocatore.

E’ il 1949 e a 34 anni Arsenio Erico, il più grande calciatore paraguayano di tutti i tempi, appenderà le fatidiche scarpe al chiodo.

Ci sarà per lui una breve esperienza in panchina nel Club Sol de America, sempre in Paraguay che Erico porterà ad un brillante secondo posto.

E’ l’ultima sua esperienza nel calcio.

Arsenio torna a vivere in Argentina dove nel 1960 sposerà la signora Aurelia Blanco.

Dopo pochi anni però i problemi mai risolti al menisco diventano seri davvero.

Il ginocchio si infetta e la chirurgia di quel tempo non trova rimedio migliore che l’amputazione dell’arto.

Il problema non si risolve.

Tutt’altro.

Sopraggiungono complicazioni e il suo cuore, il 23 luglio del 1977, cessa di battere.

Arsenio Erico ha 62 anni.

Quello che accade il giorno dopo, in una partita del campionato argentino tra River Plate e il suo amato Independiente, proprio le due squadre che 40 anni prima avevano strenuamente lottato a suon di pesos per assicurarsi le prestazioni del grande centravanti paraguayano, è entrato di diritto nella leggenda del calcio argentino.

Uno spettacolo meraviglioso con le due tifoserie unite nel ricordare questo grande campione e persona di grande umiltà e lealtà in un unico, meraviglioso coro: “Se siente, se siente, Erico està presente” …

L’Independiente si farà carico di tutte le spese relative al funerale, a cui assisterà una folla oceanica che accompagnerà la salma di Arsenio dalla sede del club di Avellaneda fino al cimitero di Moron in Buenos Aires … distante 65 km. !

Per anni vi sarà un contenzioso aperto tra il governo paraguayano e quello argentino per poter avere i resti di Erico nella propria terra.

Nel 2010 il Paraguay la spunterà e riporterà a casa il proprio campione.

Nessuno nella storia del calcio argentino ha fatto meglio di lui in termini realizzativi.

295 reti in 332 presenze nel campionato argentino … due in più del fenomenale attaccante del River Plate Angel Labruna, fermo a 293.

Quello che rimane però, oltre a questo impressionante numero di reti, sono le qualità umane di Erico.

Persona umilissima, ha sempre condiviso con i compagni ogni trionfo, limitandosi a dire che “io segno semplicemente perché tra me e i miei compagni c’è un’intesa perfetta. Senza quella non potrei segnare tutte queste reti”.

Paraguay e Argentina. Due nazioni accomunate da un unico grande affetto per un calciatore: Arsenio Pastor Erico Martinez.

 

https://youtu.be/_XInrEwiKOI

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Si è detto del colpo di testa di Erico e della sua incredibile elevazione.

Un altro dei suoi colpi preferiti era “il colpo dello scorpione” quello per intenderci che Renè Higuita portò qualche anno fa sui campi di calcio. Ma se Higuita lo praticò non più di due o tre volte in partite ufficiali e comunque con lo scopo di allontanare il pallone, per Arsenio Erico era invece semplicemente un modo in più per tirare verso la porta.

Si sa per certo che segnò almeno una volta in questo modo, durante un match contro il Boca Juniors,

Un’altra caratteristica dello stile calcistico di Arsenio era il colpo di tacco. Fino ad allora nessuno aveva mai utilizzato questa zona del piede per giocare a calcio.

Arsenio Erico trasformò questa “giocata” in una incredibile fonte di assist per i compagni che, proprio con il colpo di tacco, liberava in zona gol quando lui stesso era impossibilitato a concludere.

Durante uno dei suoi primi ricoveri in ospedale per curare quel maledetto menisco che tanto lo perseguitava uno dei medici che lo aveva in cura gli chiese quando si sarebbe finalmente nazionalizzato argentino per giocare con “l’Albiceleste”. Perentoria la risposta di Arsenio: “Io morirò paraguayano dottore”.

Infine l’ultimo è un ricordo della moglie, la sua adorata Aurelia Blanco.

Poco prima di morire Arsenio la chiamò vicino a se e con un bisbiglio le disse “Se dovessi morire stanotte Aurelia non dimenticarti di seppellirmi con un pallone al mio fianco”.

La moglie lo baciò sulla fronte e si limitò a dirgli “Dormi ora Arsenio che è notte fonda”.

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NESTOR COMBIN: Gigi Meroni, Nereo Rocco e una coppa insanguinata.

di REMO GANDOLFI

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Non riesco a fermare le lacrime.

Il mio migliore amico, il ragazzo più buono e più dolce di questa terra, il talento più puro che io abbia mai visto su un campo di calcio, non c’è più.

Sono passati solo 4 giorni da quella maledetta domenica sera in cui un auto ha messo sotto Luigino e con lui una buona parte del futuro di questo Club.

Un Club che sembra abbia nel DNA quello di farsi portare via i suoi figli prediletti.

Meno di 20 anni fa toccò ai ragazzi su alla Basilica e domenica sera è toccato a Luigino, il più amato di tutti.

E’ da quella sera che ho mal di stomaco, che riesco a malapena a mangiare, che faccio fatica a dormire.

E’ da quella sera che ripenso a quei momenti, gli ultimi che Luigino ed io abbiamo passato insieme.

E allora mi torna alla mente quando Luigino mi invita a prendere un caffè con lui e Poletti, io che gli dico di no, che sono troppo stanco.

E Luigino che mi prende in giro, dicendomi di godermela un po’ di più visto che “Nestor, segnare tre gol come hai fatto oggi contro la Sampdoria non ti ricapiterà mai più !”

… io che gli do uno scappellotto bonario e poi lo mando … dove potete facilmente immaginare !

Nemmeno mezz’ora dopo il corpo di Luigino era su quell’asfalto.

No, mi spiace.

Non ce la faccio proprio fra 3 giorni a tornare in campo.

Si lo so, c’è il derby.

La partita che i nostri tifosi aspettano tutto la stagione

Il derby, contro “quelli con la maglia a strisce verticali bianconere”.

Ma proprio non ce la faccio.

E’ inutile che insistano.

Compagni di squadra, dirigenti e tifosi.

Come possono chiedermelo ?

Come possono pensare che io sia in grado di scendere in campo facendo finta di niente ?

Facendo finta che quel corpo senza vita sull’asfalto di Corso Re Umberto non fosse quello del mio migliore amico ?

Luigino era quasi un fratello per me.

Quando non era con la sua adorata Cristiana o a dipingere nella sua mansarda eravamo praticamente sempre insieme.

O con le nostre rispettive compagne o da soli, come quando dopo l’allenamento ci fermavamo a giocare a bocce o a biliardo  nel nostro bar vicino a via Filadelfia, insieme a tanti tifosi del Toro con i quali avevamo legato.

E ora dovrei tornare in campo, senza di lui, per correre dietro ad un pallone …

Possono pure parlarmi di contratti da rispettare, di eventuali multe, di obblighi morali …

Io so solo che poche ore fa hanno seppellito il mio migliore amico e che nessuno può obbligarmi a pensare ad una stupida partita di calcio.

 

Nestor Combin quella domenica del 22 ottobre 1967, a soli 7 giorni dalla morte di Luigi Meroni, scenderà regolarmente in campo.

E giocherà come non aveva mai giocato prima e come non giocherà mai più nella sua pur eccellente carriera.

Il Torino vincerà quel derby, il primo senza Gigi Meroni, per 4 reti a 0.

Nestor Combin segnerà tre di quelle reti e l’ultima la segnerà un ragazzino di nome Alberto Carelli, che quel giorno scese in campo proprio con la maglia numero 7, quella di “Luigino” Meroni.

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Nestor Combin nasce a Las Rosas, provincia di Santa Fe in Argentina il 29 dicembre 1940.

Da ragazzo si trasferisce con la famiglia in Francia, e inizia a giocare nell’Olympique Lione, di cui diventa ben presto il centravanti titolare segnando con grande regolarità e impressionando per la sua forza fisica, il suo coraggio e soprattutto per la grande progressione che gli faranno guadagnare il soprannome di “La Foudre”, ovvero “il fulmine”.

Nel 1964, al termine della stagione, il suo Olympique gioca una amichevole contro il Real Madrid.

E’ il Real Madrid di Di Stefano, di Gento, di Puskas, di Santamaria e di Amancio che ha appena perso la finale di Coppa dei Campioni contro l’Inter del compianto Picchi, di Mazzola, di Corso, di Suarez e di Jair.

E’ un Real a fine ciclo e quando in questa amichevole Nestor Combin realizza la bellezza di tre reti ai “Bianchi” di Miguel Munoz e del Presidente Santiago Bèrnabeu Yeste, quest’ultimo decide che Nestor Combin ha le carte in regola per diventare il nuovo numero “9” del Real. Con lui intende acquistare anche il compagno di reparto Fleury Di Nallo, che con Combin ha una intesa quasi telepatica.

L’idea di diventare i sostituti di gente come Di Stefano (che in quell’estate lascerà il Real Madrid per accasarsi all’Espanyol di Barcellona) e Puskas è per i due giovani attaccanti semplicemente irresistibile.

La doccia fredda arriva però immediatamente.

Il Presidente del Lione Maillet deve però rifiutare la sontuosa offerta del Real. “Ho già promesso Combin alla Juventus e ho già incassato un congruo anticipo”.

Per Combin è un colpo da KO.

“Io alla Juventus ? E lo scopro ora ?” fu la reazione dell’attaccante di origine argentina.

Poi però si ricorda che alla Juventus in quegli anni c’è il suo idolo assoluto, quello che da ragazzino andava ad ammirare sugli spalti del Monumental: Omar Sivori.

Quando arriva però Combin alla Juve la squadra è in una fase di transizione.

Il 4° posto della stagione precedente porta ad una mezza rivoluzione in casa bianconera.

In panchina arriva un allenatore paraguayano, Heriberto Herrera, dai metodi moderni ma assai rigidi.

Combin ha una stagione non certo felice, ricca di infortuni e povera di gol (solo 7 in 24 partite).

Con Heriberto Herrera non lega e a fine stagione la Juventus rimette Combin sul mercato, nella speranza di riportare a casa almeno una parte del corposo investimento.

Di acquirenti convinti però neppure l’ombra.

Combin vorrebbe tornare in Francia ma la Juventus è proprietaria e “padrona” del cartellino e lo spedisce in prestito una stagione al Varese.

Squadra di ragazzi meravigliosi” dirà sempre Combin “ma giocare a calcio è un’altra cosa …”

In 16 presenze segna solo 2 reti e per Combin sembra la fine del percorso, almeno nel campionato italiano.

Poi però arriva “lui”: il grande, immenso “Paron” Nereo Rocco, unico nella capacità di andare a recuperare calciatori o giudicati a fine carriera oppure non all’altezza di giocare in grandi squadre.

“Ma cosa ci fa tu qui in una squadra come il Varese ?” gli dice il “Paron”.

Combin gli spiega la situazione, il discorso del prestito, le sue difficoltà con giocatori che non sanno servirlo a dovere ecc.

Alla fine Rocco lo porta con se a Torino, sponda granata … senza neppure stavolta rinunciare alla sua schiettezza e onestà “Ohi Indio, però sappi che io i titolari ce lo ho già, quindi devi darti da fare”.

Così, dopo solo una stagione, Combin ritorna a Torino, stavolta con la squadra “povera” della città ma con la quale il legame e l’affetto sono immediati.

Bastano poche partite e Combin si guadagna un posto da titolare anche perché Rocco da sempre fa giocare chi merita, in barba a gerarchie e posizioni di privilegio vere o fittizie.

La sua intesa con i compagni è immediata. In particolare con il regista Ferrini e con i compagni di reparto Facchin e soprattutto con Gigi Meroni, un’ala estrosa, con una tecnica eccelsa e con il quale Nestor stringe un rapporto molto stretto, dentro e fuori dal campo.

La sua prima stagione al Toro si chiude con un buon 7° posto ma le premesse ci sono tutte perché il Torino ritorni presto ai vertici del calcio nazionale.

L’anno successivo però inizia nel peggiore dei modi: Nereo Rocco torna al Milan, squadra con cui aveva vinto la Coppa dei Campioni solo 4 anni prima e sulla panchina del Toro si siede Edmondo Fabbri, il grande allenatore che portò il Mantova dalla serie A alla serie D in sole 4 stagioni e che però è reduce (e capro espiatorio) della fallimentare spedizione azzurra ai Mondiali inglesi dell’anno prima.

L’avvio in campionato è all’altezza delle aspettative ma dopo quattro giornate e poche ore dopo la splendida vittoria con la Sampdoria (con tripletta di Combin) arriva la tragedia che segnerà per sempre lo stesso Combin e tutto il popolo  granata.

La morte del figlio prediletto, quello forse più scapestrato, più fragile e buono d’animo … e proprio per questo ancora più amato: Luigi Meroni.

Il Torino confermerà il settimo posto finale della stagione precedente ma andrà però a vincere la Coppa Italia, riportando dopo quasi vent’anni un trofeo nella bacheca del Club.

Nestor Combin rimane un’altra stagione al Torino continuando a giocare ad altissimo livello e a segnare con regolarità.

A quel punto però la corte di Nereo Rocco, che ha appena conquistato una splendida Coppa dei Campioni con il Milan, si fa pressante.

Serve un nuovo attaccante per sostituire Kurt Hamrin passato al Napoli e che possa completare un attacco già eccezionale con la sublime tecnica di Sormani e le incredibili doti in acrobazia di Pierino Prati.

Il fantastico senso dell’umorismo di Rocco non manca di evidenziarsi anche in quella occasione.

“Ogni volta che segnavo una rete in campionato con il Toro Rocco mi chiamava sgridandomi e imprecando alla sua maniera” ricorda con divertimento Combin “Mona, ma se te continui a fare gol e a giocare così bene come faccio poi io a comprarti ? Te me costi troppo !!!”

Nell’estate del 1969 Nestor Combin arriverà a Milano.

Dopo pochi mesi si gioca la Coppa Intercontinentale.

Rivali dei rossoneri sono gli argentini dell’Estudiantes, squadra allenata dal “resultadista” Osvaldo Zubeldia, capace di vincere Campionato, Coppa Libertadores e Coppa Intercontinentale (in finale contro il Manchester United di Best, Law e Charlton) nella stagione precedente.

L’Estudiantes è squadra organizzata, ottimamente preparata fisicamente e con alcune individualità di assoluto rilievo come gli attaccanti Conigliaro, Echecopar, il regista difensivo Carlos Bilardo (tecnico campione del Mondo con l’Argentina nel 1986) e soprattutto “la bruja” (la strega) Juan Ramon Veron (padre di Juan Sebastian).

L’andata a San Siro è un monologo rossonero.

Gianni Rivera dirige le operazioni in mezzo al campo e Sormani, Combin e Prati creano scompiglio nella difesa argentina, incapace di contenere la superiorità del Milan.

Sormani segnerà una doppietta e Combin segnerà l’altra rete in una netta vittoria per 3 reti a 0.

Il Milan mette così una grossa ipoteca sul titolo virtuale di “Campione del Mondo di Club” ma nessuno in quel momento può immaginarsi quello che attende Rivera, Prati e compagni nella gara di ritorno.

L’Estudiantes (che è di Mar de la Plata) decide di giocare a Buenos Aires il match di ritorno scegliendo il catino infuocato della Bombonera.

Quello che accadrà in questo incontro rappresenta una delle più grandi vergogne nella storia del calcio mondiale e una macchia indelebile nella storia di quello argentino.

Per l’Estudiantes non è una partita di calcio.

E’ una totale quanto vergognosa caccia all’uomo.

La durezza degli interventi dei giocatori argentini è devastante fin dall’inizio, diventando sempre più senza controllo quando si accorgono che l’arbitro dell’incontro, il cileno Massaro, permette loro praticamente qualsiasi cosa.

Quando poi alla mezzora di gioco Gianni Rivera, con un gol di rara bellezza, porta in vantaggio i rossoneri, per l’Estudiantes c’è solo un obiettivo: fare più male possibile.

Passano pochi minuti e il primo a farne le spese è il bomber rossonero Pierino Prati, uno che più la battaglia si fa accesa e più si esalta.

Ma anche lui non può difendersi prima dalla durissima entrata del terzino Manera e soprattutto dal vile calcio alla schiena che riceve dal portiere avversario Poletti mentre lo stesso “Pierino la peste” è ancora a terra.

L’Estudiantes riesce a ribaltare il risultato ma il due a uno è troppo poco per sovvertire l’esito del doppio incontro.

A quel punto l’obiettivo principale diventa proprio il “traditore” Combin, fuggito dall’Argentina in pieno regime militare (a seguito del colpo di stato organizzato dalla Marina Militare nel 1955 con la conseguente fuga del Presidente Peron in Paraguay).

La vendetta, anche in questo caso bieca e vergognosa, arriverà per mano del portiere argentino Poletti che con un violento pugno romperà naso e zigomo a Combin, costretto ad uscire dal campo in stato di semi incoscienza.

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E, per quanto incredibile, il peggio deve ancora venire.

La partita è appena finita, Combin è ancora negli spogliatoi a sottoporsi alle cure dei medici del Milan quando quattro poliziotti lo invitano ad uscire e ad unirsi a loro.

Combin viene portato in questura a Buenos Aires e messo in stato di arresto; l’accusa quella di aver evitato il servizio militare in Argentina.

L’indignazione della comitiva milanista è al culmine.

Sembra non ci sia limite alla vergogna, all’intimidazione e alla violenza.

Rocco è furibondo.

Il Milan è già all’aeroporto ma il Paron è decisissimo: nessuno tornerà in Italia se Nestor Combin non sarà anche lui parte della comitiva. Vengono coinvolte le ambasciate e vari politici di rilievo.

Finalmente questa grottesca situazione si sblocca e Nestor Combin, ancora in condizioni fisiche precarie, tornerà in Italia con i compagni di squadra.

Al Milan resterà per altre due stagioni senza però riuscire a ritrovare i fasti della sua permanenza granata.

Nell’estate del 1971 tornerà in Francia, nel Metz prima e nella Red Star di Parigi in seguito, tornando a segnare con regolarità in un campionato comunque di livello inferiore e anche forse meno ossessionato dal punto di vista difensivo come era allora il nostro calcio.

I suoi anni migliori però sono stati qua da noi, in Italia, dove ha lasciato tanti ricordi e tanto affetto.

Specie a Torino.

… anche se due notti sono state e resteranno per sempre due cicatrici indelebili nella storia della “foudre”, Nestor Combin da Buenos Aires.

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Come sempre la prima parte raccontata in prima persona è “immaginata” dall’autore ma basata su interviste, racconti e articoli raccolti su questo grande campione.

 

 

 

 

 

 

 

 

JIMI HENDRIX: Il ragazzo con la chitarra bianca.

di RENATO VILLA

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1. 

Cadono le bombe sul fango.

I ragazzi marciano nella giungla

I soldati sono convinti che faranno risuonare l’inno americano tra le mura e lungo le strade della capitale vietnamita.

Tra di loro, solitario, c’e un ragazzo nero.

Imbraccia il fucile come fosse una chitarra.

Perché lui la chitarra la sa suonare in modo divino.

E’ quasi zoppo per una ferita. Cammina a fatica, ma sa che, a breve, assieme a molti altri ragazzi nelle sue condizioni, verrà rimpatriato.

In questa terribile estate, nella quale ha visto di tutto, l’unica cosa che lo ha fatto sopravvivere sono state le musiche che sentiva nella testa.

Le sue canzoni.

La sua musica.

Perché è per quello che vive.

 

2.

Piove.

Proprio come in Vietnam.

Il ragazzo nero è sul palco. Porta uno strano vestito bianco sfrangiato, di fronte a una marea di ragazzi in jeans.

Sta suonando.

Sta suonando le musiche, le canzoni, che gli erano venute in mente allora.

Le teste dei ragazzi che ha davanti ondeggiano, seguono il tempo.

Il ritmo della musica.

In mezzo al fango.

E lì, in quel momento unico, riaffiorano i ricordi. In quel momento nasce l’idea, quella che passerà alla storia.

3.

Ad un certo punto, i ricordi prevalgono su ciò che stai facendo.

Non è necessario pensare a quello che si è vissuto.

Non è obbligatorio averlo davanti agli occhi, lì, proprio nel momento nel quale si suona qualcosa.

In fondo, la guerra non è poi così lontana.

Anche se non è neppure così vicina.

4.

Strano, la gente ascolta le tue evoluzioni musicali e ti guarda.

Fissa quel palco.

E’ lì che stai mettendoti in gioco, stai mettendo a nudo la tua anima.

E’ lì che suoni quelle canzoni che hai ideato durante la guerra, quando ti astraevi dal mondo e tenevi il fucile come una chitarra.

La gente ti vuole sentir suonare.

La gente le vuole ascoltare.

E tu intanto non sai cosa farai per chiudere il concerto.

I pezzi più importanti li hai già suonati tutti.

Forse qualcosa ancora ti rimane,  prima di doverti inventare una soluzione.

Perché la gente ti chiede ancora musica.

La reclama.

5.

Come sempre.

La pioggia infastidisce.

Anche se inizialmente è un ticchettare, fastidioso quanto si vuole, ma niente più di un ticchettare.

Poi però, come d’incanto, l’acqua inizia a scaricarsi violentemente.

Davanti, dove c’era la distesa di teste, ora c’è un pantano.

E suonare è più una sensazione che un’esecuzione.

Allora, nasce l’idea.

Nasce da un ritmo che conosci da quando eri bambino, che ti è stato ficcato in testa a forza e che hai sentito tanto anche durante la guerra.

Quel ritmo che è simbolo dell’America.

E che ora è solo un simbolo di morte.

Ecco, sì.

Potresti suonare quello.

6.

Una folla intera trattiene il respiro.

C’è assoluto silenzio.

Quell’attimo di assoluto silenzio che congela le folle e le lascia ferme in attesa.

Perché la folla si aspetta sempre il passaggio da un pezzo all’altro così, senza soluzione di continuità, è la regola quasi dei concerti.

Specialmente quando chi suona parla poco, e lascia parlare la sua musica.

E comunque, anche i più grandi a volte si perdono nei loro pensieri e nelle loro opere.

E nelle loro omissioni.

E hanno bisogno di un attimo di silenzio.

Di quel momento di tranquillità per capire cosa fare, cosa inventarsi per stupire per l’ennesima volta.

Ed è per questo che la folla sente questo minuto di silenzio.

Quel silenzio è per i tuoi compagni.

E’ per i tuoi commilitoni.

7.

A quelle note, la folla alza gli occhi.

Spalanca la bocca e si lascia scivolare addosso la pioggia a cascata.

Quelle note sono troppo conosciute.

Sono le note dell’inno americano.

Star spangled banner.

Ma gli occhi della gente sono stupiti, perché da quella chitarra bianca non escono solo le note dell’inno.

Esce anche un altro suono.

Un suono amaro.

Il suono delle bombe.

Le bombe che gli Stati Uniti avevano sganciato sul Vietnam.

Le bombe che Jimi si ricordava.

8.

Attacca Star spangled banner.

L’effetto è quello che deve essere, devastante.

Sapeva che sarebbe stato così.

Doveva.

La gente deve capire.

E’ indispensabile che la gente capisca.

Intanto, le bombe continuano a cadere sul fango.

La guerra è lontana.

E lo sarebbe stata sempre di più, se la gente avesse ascoltato.

 

E ascoltò.

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I tre secondi infiniti della storia sportiva …

di LISA AZZURRA MUSETTI

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Sono passati solo quattro giorni dall’evento che ha shockato il mondo intero. Proprio qui, a Monaco, in questa calda Estate del 1972 il gruppo terroristico palestinese di Settembre Nero ha invaso il villaggio olimpico sequestrando alcuni atleti israeliani.

Il tutto finì con una completa strage da parte di una polizia tedesca non preparata ad affrontare situazioni simili, ma nonostante tutto il pianeta si sarebbe aspettato di vedere interrotte le Olimpiadi, così non è stato.

Ma non è il solo episodio di questo torneo a brillare di luce politica.

Siamo alla finale di basket, sul parquet si sfidano i super campioni statunitensi e gli atleti dell’ Unione Sovietica.

Non è una partita come le altre, siamo nel mezzo della Guerra Fredda e in quel match la tensione fra le due superpotenze si sente tutta.

Mancano sette secondi alla fine del match ed i russi stanno vincendo per 50-49.

Collins viene fermato fallosamente nell’area avversaria e guadagna due tiri liberi. Li mette in canestro entrambi e ribalta la situazione: 51-49 per gli States.

Solita vecchia storia, alla fine loro vincono sempre…o forse no?

Mancano, teoricamente, tre secondi…che diventeranno, nella storia di questo sport i “Three Seconds”.

La palla è in mano ai russi ma l’arbitro ferma il gioco per una protesta intensa dalla panchina sovietica a causa di un time-out richiesto e non dato.

La palla a spicchi viene rimessa in gioco una seconda volta dall’Armata Rossa.

A questo punto accade qualcosa di  incredibile: gli arbitri decidono di portare indietro il cronometro di tre secondi ma il tabellone non viene resettato e quindi suona la fine del match.

Gli statunitensi esultano pensando che sia fatta. Grosso errore. Quando si rendono conto di non aver ancora vinto cestisti, tifosi e staff della squadra si lasciano andare a proteste furiose ottenendo che…il cronometro venga nuovamente rimesso indietro di tre secondi.

Sembra una barzelletta. Ma non la è.

Di nuovo palla ai russi per un disperato ultimo tentativo. Lancio lunghissimo in avanti dove c’è Belov che vola in cielo, prende la palla e segna uno dei canestri più assurdi ed importanti del basket.

Ovviamente a questo punto viene fischiata la fine: L’Unione Sovietica batte gli Stati Uniti e si porta a casa l’oro olimpico.

Gli americani non la prendono bene e si rifiutano di salire sul podio, al secondo posto…si sa che per loro un risultato che non sia la vittoria non è accettabile e non solo nello sport.

La vita però è strana e Belov per quella rocambolesca partita e quella gloria eterna sembra aver fatto un patto con il Diavolo: morirà a soli ventisei anni per una rara forma di tumore cardiaco, ma la T.A.S.S. non divulgò immediatamente le cause del decesso.

Due cose da ricordare: non sempre gli americani vincono e tutto quello che succede in Russia rimane in Russia.