La tragedia di Brema 1966, Spoon River del nuoto italiano.

di DIEGO MARIOTTINI

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Lo sport racconta storie, non tutte a lieto fine. In questo caso il lieto fine proprio non c’è.Un tardo pomeriggio di 52 anni fa muore il nuoto italiano. O perlomeno il destino elimina in pochi istanti un lavoro di anni, che avrebbe sicuramente portato in dotazione al Paese grandi campioni. È venerdì 28 gennaio 1966 e le agenzie di tutto il mondo battono una notizia che lascia attonito anche chi non ha dimestichezza di piscine. A Brema, nel nord della Germania (allora Ovest) un aereo della Lufthansa partito da Francoforte precipita in fase di atterraggio. Nebbia, luci difettose, errore umano. Nessun superstite. Tra le 46 vittime (i passeggeri, più l’equipaggio al completo) c’è una selezione della Nazionale italiana di Nuoto e un giornalista RAI diretti al meeting di Brema, il più prestigioso appuntamento della stagione indoor. Le vittime italiane saranno 9. La RAI diffonde la notizia all’ora di cena e azzera il sorriso dalla  faccia di chi vorrebbe guardare il Festival di Sanremo in santa pace. Mentre Modugno canta “Dio, come ti amo”, loro muoiono. L’opinione pubblica è scossa, poi sulla notizia cala pian piano la nebbia.Oggi questa storia la ricordano in pochi. Ci vorranno decenni di ricostruzione da parte della Federazione e del CONI per creare le basi di un movimento ancora una volta competitivo a livello internazionale.Ma quella di Brema non è soltanto una tragedia, appare piuttosto come una sorta di “Spoon River” in trasferta. Testimonianze di vita sportiva che vita non è più.

LA BALLATA DEL LAMPO NEL CIELO. Sono giovani, molto promettenti. Hanno davanti a sé un futuro di grandi soddisfazioni professionali. Qualcuno ha già conseguito buoni piazzamenti, perfino a livello internazionale. Non hanno vinto medaglie olimpiche, ma per quelle c’è tempo. Il più anziano dei ragazzi deve ancora compiere 23 anni, la più giovane ne ha 17 ed è già soddisfatta per essere stata convocata. Devono andare in Germania a difendere il Tricolore in un importante meeting di nuoto. Non hanno la notorietà dei calciatori e neppure il conto in banca dei più ricchi fra loro. Sono semplicemente atleti che hanno un rapporto speciale con l’acqua e che in piscina stanno costruendo il loro futuro. Ricordiamoli con le loro ipotetiche parole. Spoon River, sì. O La Ballata del lampo nel cielo, se si preferisce.

BRUNO BIANCHI(22 anni). Ero el vecio, l’anziano del gruppo. Di me si fidavano, dicevano che davo sicurezza. Addirittura, che portavo fortuna, permettetemi di dubitarne. Facevo stile libero.E quando nuotavo mi sentivo veramente libero. Alle Olimpiadi di Roma 1960 arrivai sesto nella staffetta 4 x 100. Non male per un ragazzo di 17 anni, vero? Poi il record italiano sui 100 e i 200 è stato mio. Sì lo so, oggi ci mettono la metà del tempo, ma almeno non mi dopavo, io. Vivevo da solo, a Torino, non era un problema. Lavoravo alla Fiat per mantenermi, non ero mica figlio di papà. A Trieste, la mia città, qualcuno ancora si ricorda di me. Mi hanno dedicato una piscina, meglio che niente. Non ho nulla da recriminare, quella sera è stato un errore umano. Pioveva, succede. Però, porca miseria, io volevo nuotare e ora volo.

SERGIO DE GREGORIO (20 anni). Ma quali 20 anni, non ci sono mica arrivato. Mi mancava un mese. Ero bello, lo so, non è colpa mia. Piacevo. Dicevano che sembravo un attore, uno di quelli che fanno i film o i fotoromanzi, ma che senso ha, adesso. Ho conquistato cinque titoli italiani e ho battuto 16 record. Ero gajardo, come dicono dalle parti mie, a Roma. Tempi da record alla mano, andai perfino a Tokyo nel ’64, alle Olimpiadi. Non potevamo vincere, eravamo troppo giovani e inesperti, però in finale ci siamo arrivati lo stesso. Ma che senso ha, adesso. Ci credevo, ho faticato, mi allenavo anche di notte. A Brema avrei fatto vedere a tutti chi ero, sarebbe stata la volta buona. Poi, nessuno mi avrebbe fermato più. Ma che senso ha, adesso.

AMEDEO CHIMISSO (19 anni).Io andavo a dorso, filavo che era una bellezza. Andavo all’indietro in piscina, forse perché nella vita mi piaceva andare controcorrente. Certe volte è meglio andare senza guardare dove vai.Tanto, se è destino arrivi pure a occhi chiusi. Oppure no. Ero di Venezia, abitavo alla Giudecca ed è lì, tra un canale e l’altro che ho imparato a nuotare. Il successo stava per arrivare, l’ultimo giorno della mia vita ho addirittura stabilito la miglior prestazione italiana sui 200 misti. Sì, a dorso ero forte, ma la morte l’ho dovuta per forza guardare dritta in faccia. Curioso, no?

LUCIANA MASSENZI (20 anni). Avevo tutto per sfondare. Il talento, la grinta, la voglia continua di migliorarmi. Ero di Roma, come Sergio, e come Sergio avevo una grande “tigna”, si dice così da noi quando hai cattiveria agonistica da vendere. Con Amedeo invece avevo un altro aspetto in comune: facevo dorso. Se avessi 20 anni oggi forse farei gli spot dello shampoo e le passerelle in défilé, ma sono altri tempi, per carità. Non mollavo mai, sono andata perfino in Francia per migliorarmi. Quel giorno invece dovevo andare in Germania per consacrarmi. Daniela Benecknon aveva la mia stessa grinta e allora al suo posto per Brema scelsero me. Per giunta, quel giorno si sposava la sorella. Daniela è ancora viva.

CARMEN LONGO (18 anni). A Bologna, rane come me non ce n’erano. Anzi, permettetemi di essere un po’ immodesta: in Italia. Sì, ero la più brava, fatemelo dire. Avevo talento ma ci ho lavorato molto, eh. L’allenatore non mi regalava nulla e nelle giornate in cui mi sentivo svogliata mi ricordava sempre che non ero ancora nessuno per cullarmi sugli allori. Funzionava. Mah, allori ne ho vinti pochi, non ho fatto in tempo. Il giorno dopo la mia morte, nella gara dei 200 rana, nella mia corsia c’era uno spazio vuoto. Beh, almeno non si può dire che quella gara l’abbia persa. Bisogna pur vedere il lato positivo delle cose, diamine.

DANIELA SAMUELE (17 anni). Ero la riserva e mi avevano convocato per la prima volta. Dicevano che ero la classica milanese, concreta e lavorativa, ma non era del tutto vero. Avevo i miei sogni, piccoli sogni, quelli di una ragazzina come me. Facevo il liceo artistico e avevo due modi per sognare: disegnare e nuotare. In valigia avevo messo un abito da sera di chiffon. Non me lo sarei mai tolto, per nessuna ragione al mondo.

DINO RORA (20 anni). Andavo anch’io a dorso, ma non perché fossi un tipo controcorrente. Mi piaceva.E poi a dorso stabilivo i miei tempi migliori, tutto qui. A Torino mi conoscevano tutti, gareggiavo per la Fiat Ricambi. Ai Giochi del Mediterraneo del ’63 fui grande. Arrivai terzo nei 200 ma soprattutto vinsi l’oro con la staffetta mista. Alle Olimpiadi di Tokyo non ero ancora maturo, ma avevo il tempo dalla mia parte. Ho una piccola confessione da fare: Dino è il diminutivo. Mi chiamo Chiaffredo ma non ditelo a nessuno. Un po’ mi vergogno.

PAOLO COSTOLI (55 anni). Quanto mi piaceva essere il loro allenatore, erano ragazzi fantastici. Con loro ho passato i momenti di sport più belli della mia vita. Perfino più belli di quando in vasca ci andavo io. Tra nuoto e pallanuoto, in piscina praticamente ci vivevo. E che soddisfazioni! Sono nato a Firenze ma mi sentivo cittadino del mondo. Mi piacevano due cose: lo sport e viaggiare. La vita mi ha permesso di farle entrambe, fino alla morte. Ce ne siamo andati insieme, io e miei “bischeri”, quella sera. Nello stesso lampo che da terra è salito fino in cielo. Forse è stato giusto così, chissà. Ma almeno Nico, il destino lo poteva anche risparmiare.

NICO SAPIO (36 anni). No Paolo, non sono d’accordo. La vita è spesso una cooperazione senza merito per chi ne gode i frutti e la morte non fa altro che invertire questa logica. Io facevo il giornalista e vi seguivo. Era il mio lavoro e ogni lavoro espone a rischi. Al Centro RAI di Genova volevano che facessi la diretta del meeting di Brema e io puntualmente ci sono andato, senza discutere. Il nuoto e la vela erano le mie specialità. Non sentirti in colpa per me, tu non c’entri nulla. Ti ricordi quando feci quel servizio radiofonico sulla morte di Fausto Coppi? Mi fecero tanti complimenti. Parlavo del destino, quel giorno, e mi veniva in mente “Per chi suona la campana”. Ma per chi vuoi che suoni, la campana? Ci siamo dentro tutti, Paolo. E quell’attrice tedesca, quella che stava tre posti avanti a noi? Se n’è andata con lo stesso lampo e non è mica colpa di nessuno. Pensa piuttosto che forse il nostro sacrificio è servito a qualcosa. Ci sarebbe stata la Pellegrini, Magnini, Fioravanti, Battistelli, la Quadarella e tutti gli altri, senza di noi? Io dico di no e già per questo dovremmo essere felici. La gente dimentica, è nuoto, mica calcio. Ma se il CONI e la Federazione si sono dati da fare per ricostruire un intero movimento e i risultati alla fine sono arrivati, dobbiamo esserne contenti. È con i risultati che si lascia memoria di sé. Non farti cattivi pensieri. Guardiamo avanti, il meglio deve ancora venire. Forse.

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HUGO ORLANDO GATTI: Loco era “Loco” … ma che fenomeno !

di REMO GANDOLFI

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Con il soprannome “El Loco” ci sono probabilmente almeno un centinaio di calciatori nella storia del Futbol di questo paese. Già in queste pagine ci siamo occupati di uno dei grandi “Locos” del calcio argentino, Renè Houseman, che però aveva nella bottiglia la sua più importante “pazzia”.

Ma quando si parla di uno “matto”, ma matto davvero, il primo nome che viene in mente a tutti quanti in Argentina è quello di Hugo Orlando Gatti.

Eccentrico, controcorrente, polemico, presuntuoso, arrogante, guascone … di lui si può dire di tutto ma non che sia una persona o ancora prima uno sportivo “normale”.

Hugo Gatti nasce in un quartiere di Buenos Aires, il Carlos Tejedor, il 19 agosto 1944.

Gli inizi sono nell’Atlanta, dove dopo tutta la classica trafila nelle giovanili fa l’esordio in prima squadra nel 1962 a 18 anni. In quel periodo gioca con mostri sacri come Luis Artime (uno dei più grandi bomber nella storia del calcio argentino) Nestor Errea, Carlos e Mario Griguol e in quegli anni l’Atlante vive uno dei migliori periodi della sua storia.

Da subito si capisce che Gatti non è un portiere tradizionale. Non si limita a difendere la propria porta o a comandare la sua area con le sue proverbiali uscite sui palloni alti ma esce dall’area spesso per anticipare attaccanti lanciati a rete,  oppure palla al piede per impostare lui stesso l’azione. A volte capita addirittura che vada a battere le rimesse laterali ! Resta il fatto che fargli gol è difficile, molto. Ha una personalità spiccata e nulla pare intimidirlo. Passano meno di due anni e per Gatti arriva la chiamata dei Millionarios del River Plate. Sembra il passo definitivo verso la consacrazione. Arriva addirittura la chiamata della Nazionale Argentina per i Mondiali inglesi del 1966 quando Gatti ha solo 21 anni. Ma le cose al River non vanno come previsto; il posto da titolare tra i pali del Millionarios stenta ad arrivare; c’è una autentica leggenda come Amedeo Carrizo con cui fare i conti e in 4 stagioni, tra il 1964 e il 1968, Gatti mette insieme 77 partite. La “via di fuga” e un posto da titolare certo è rappresentata dal Gimnasia Y Esgrima La Plata. Qui rimane 5 stagioni, positive ma non esaltanti. Il suo stile unico ha i suoi detrattori anche se l’arrivo sulla scena internazionale di un altro pazzo come lui, l’olandese Jongbloed, finisce per fare accettare con un po’ più di elasticità le “follie” di Gatti. Intanto, insieme alle sue uscite spericolate e alle sue giocate fuori area inizia ad affermarsi per quella che negli anni diventerà una sua peculiarità assoluta; quella di “pararigori”. Sono ben 8 quelli che para nelle sue stagioni al Gimnasia e addirittura 3 nella stessa stagione, il 1972, sui 5 complessivi che gli tirano. Nel 1975 finalmente la svolta per la carriera di Hugo; arriva la chiamata del grande Juan Carlos Lorenzo che lo vuole con lui al Union de Santa Fe. E con lui arrivano giocatori fantastici del calibro di Victorio CoccoRubén “Chapa” SuñeBaudilio JáureguiMiguel TojoErnesto MastrángeloVíctor Marchetti … è la “Grande Rivoluzione del ‘75” quando l’Union diventa l’autentica rivelazione del calcio argentino e per il gioco espresso diventa la squadra al centro dell’attenzione di tifosi e media. Gatti gioca partite sensazionali, para ben 4 rigori tra cui uno decisivo contro il River Plate. Juan Carlos Lorenzo a fine stagione riceve la chiamata degli “Xeneises” del Boca e vuole a tutti i costi che “El Loco” Gatti lo segua per diventare “l’arquero” del Boca. La trattativa tra i due Presidenti di Boca (Alberto Josè Armando) e Union (Manuel Corral) è durissima ed estenuante. L’Union sta costruendo un team formidabile, in grado di puntare al titolo assoluto, ma Lorenzo insiste con il Presidente Armando … Gatti è fondamentale per le ambizioni del Boca. La scelta di Lorenzo si rivela più che azzeccata; nella prima stagione (1976) il Boca Juniors vince sia il Metropolitano che il Nacional, quest’ultimo in una storica e indimenticabile finale contro i grandi rivali del River. (a seguire le immagini, meravigliose per patos e commento anche se di qualità non certo eccezionale)

L’anno dopo arriva addirittura il trionfo continentale nella Copa Libertadores dove Gatti diventa decisivo con una miracolosa parata su un tiro di Vanderley, attaccante del Cruzeiro. Questa vittoria da al Bocala possibilità di disputare la Coppa Intercontinentale, vinta contro il Borussia Monchengladbach (che partecipa in virtù della rinuncia degli inglesi del Liverpool) e Hugo Gatti è ancora protagonista assoluto, in particolar modo nella partita giocata in Germania e vinta per 3 a 0 dove “El Loco” para tutto il parabile e anche qualcosa di più !

Sempre nel 1977 però accade qualcosa che rende problematica la continuità di Gatti per un lungo periodo di tempo; un grave infortunio al ginocchio in un match di campionato contro il Temperley. Gatti, che fino a quel punto è titolare inamovibile della Nazionale Argentina che Cesar Menotti sta preparando per il Mondiale di casa, perde il posto di titolare a favore dell’altrettanto fortissimo Ubaldo “Pato” Fillol. https://wp.me/p5c7YM-4l Quello che accade nei mesi immediatamente precedenti il Mondiale è storia e al tempo stesso gossip e illazione pura; fatto sta che ai Mondiali del 1978 Fillol è il titolare e Gatti non entra neppure nei 22. “El Loco” non dimenticherà mai questo “sgarro” e accuserà in eterno Menotti di aver ceduto alle pressioni della stampa argentina che voleva Fillol come titolare. Altre voci dicono che sia stato lo stesso Gatti (profondamente antifascista a tal punto di appoggiare pubblicamente la campagna elettorale di Raul Alfonsin, “radicale e socialista” che sarà il primo presidente della nuova Repubblica argentina) a “inventarsi” il male al ginocchio ogni volta che arrivava la chiamata della Nazionale “di Videla” … male al ginocchio che poi spariva magicamente ogni volta che doveva scendere in campo con il Boca. Qualcuno, più maligno, afferma che il dolore al ginocchio era solo una scusa per Gatti che non accettava l’idea di fare da riserva “all’odiato” Pato (papero) Fillol.

Di certo c’è che Gatti continua a giocare alla grande nel Boca che rivincerà, rimanendo imbattuto per tutto il Torneo, la Copa Libertadores del 1978. Nonostante “El Loco” abbia già 34 anni nessuno si sogna di mettere in dubbio le sue qualità e il posto di titolare nel Boca. Bisogna arrivare al 1981 per trovare un portiere, in questo caso Carlos Rodriguez, in grado di mettere in discussione la titolarità di Gatti. Dopo un lungo ballottaggio Rodriguez ha la meglio: Gatti si deve sedere in panchina. In quella stagione il Boca ha un potenziale enorme: in una squadra già fortissima sono arrivati un certo Diego Armando Maradona e Miguel Angel Brindisi ma il campionato, per un grosso calo di rendimento nella seconda parte della stagione, sta sfuggendo di mano agli Xeneises. Mister Marzolini allora decide di rimettere in prima squadra Gatti, in un match importantissimo contro i “Pincharratas” dell’Estudiantes. L’avvio è da brividi; Gatti sbaglia completamente il tempo di una uscita e solo un provvidenziale salvataggio del compagno di squadra Roberto Mouzo impedisce ai biancorossi di Mar de La Plata di andare in vantaggio. Gatti, che in quanto ad autostima e fiducia nei suoi mezzi non è secondo neppure al suo grande idolo Mohammed Alì, non si perde d’animo e nel resto della partita diventa assolutamente decisivo con le sue parate ma non solo; su un lungo lancio verso la propria area “El Loco” esce dalla sua area anticipando un attaccante avversario, controlla il pallone e lo porta fino alla linea di metà campo prima di appoggiare la palla all’ala sinistra Perotti che, dopo aver saltato un paio di difensori, segna il gol decisivo.

http://youtu.be/1MvDp3s_ntE

Gatti non uscirà più dalla squadra titolare fino alla fine del Torneo che il Boca riuscirà a conquistare dopo 4 stagioni di digiuno. A seguire l’azione del gol di Maradona nella decisiva partita con il Racing Club.

http://youtu.be/09khSZTCV6U

Dopo di allora, salvo qualche brevissima parentesi, Gatti rimane titolare indiscutibile del Boca fino al 1988 … alla veneranda età di 44 anni ! Nel 1988 però, alla prima partita di campionato contro il Club Deportivo Armenio alla Bombonera, Gatti si rende protagonista di un errore clamoroso; esce dall’area per anticipare su un pallone lungo il centravanti avversario Maciel … El Loco pare in anticipo ma sbaglia banalmente il tempo e il controllo della palla lasciando così sguarnita la propria porta.  Per Maciel è un gioco da ragazzi segnare il gol che si rivelerà decisivo per le sorti del match. L’allentore Josè Omar Pastoriza è inviperito; si scaglia contro Gatti e lo relega in panchina nell’incontro successivo. Nessuno poteva prevedere che quella diventerà l’ultima partita di calcio ufficiale giocata dal Loco Gatti.

Uscito in maniera brusca e tra mille polemiche dal Boca “El Loco” non si arrende all’idea di non giocare più a calcio. Si fanno decine e decine di ipotesi, di altre squadre argentine e brasiliana. L’unica proposta concreta arriva però dalla Colombia e precisamente dal Deportivo Calì. Pare tutto fatto; il contratto è pronto. Poche settimane prima si gioca in Colombia la partita di addio al calcio della gloria colombiana Willington Ortiz. In quella partita Gatti decide di giocare con la maglia dei grandi rivali del Deportivo, l’America de Calì ! Le polemiche sono roventi. El Loco viene attaccato con veemenza da tutti i tifosi e dirigenti del Deportivo. Il contratto è stracciato e Gatti torna in cerca di “occupazione”.

Ma non accadrà più nulla. El Loco non entrerà più in una “cancha”. Ma dal calcio non uscirà mai. Ora lavora come opinionista sia per la televisione argentina che per alcuni organi di informazione spagnoli e ogni volta che apre bocca sa scatenare come nessuno polemiche e diatribe infinite ! El Loco è ancora oggi “incontrollabile” in uno studio televisivo come lo era in un campo di calcio. Lui che era abituato ad “uscire” perché a stare in porta tutta la partita si annoiava …

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Parlando di Fillol ai Mondiali del 1978 “Hanno scelto lui. Lui è gentile, corretto ed educato. Lui è la tradizione, io sono la follia. Lui aspetta che la palla gli arrivi addosso, io esco di porta e la vado a cercare. Lui è il fidanzato che ogni madre vorrebbe per sua figlia … solo che le figlie preferiscono me !”

“Io guardo intensamente la palla. Se la guardi intensamente puoi fermarla o farla andare dove vuoi. Potete chiamarmi  stregone o sciamano. Ma è esagerato. Sono solo il miglior portiere sulla faccia della terra.”

“Io non ho paura di nulla e di nessuno. Mai avuta. Una volta i tifosi avversari dietro la mia porta mi tirarono una scopa: la presi e iniziai a pulire l’area. Sapete com’è: in Argentina ci sono sempre un sacco di coriandoli in campo !”

“Andammo a giocare contro l’Argentinos Juniors e tutti mi parlavano di questo piccoletto, dicevano che era un fenomeno. Era alto poco più di un metro e mezzo con una gran testa di riccioli neri e tutti ad adularlo perché aveva già fatto un sacco di gol. Mi avvicinai a lui prima della partita “Oh Gordito (cicciottello) guarda che oggi tu a me non segni neanche se torna Gesù Cristo in terra per la seconda volta” … per ottanta minuti mi ascolta docile docile. Poi quel diavolo mi fa quattro gol negli ultimi dieci … che tu sia maledetto Diego Armando Maradona !!!”

Sempre sull’amato (!) Fillol. “Lui le partite le gioca. Io le vivo. Molti dei gol che ho preso lui li avrebbe evitati con la sua prudenza … ma sono molti di più quelli che io ho parato e che per lui sarebbero stati imprendibili, perché lui non si buttava, non rischiava. Ma ci si può fidare di uno che nella vita non si butta mai ??!!”

“Maradona ed io eravamo i due più forti giocatori nel 1978. Siamo stati insieme i due più grandi “non-campioni del Mondo” allora !

“Oggi, a distanza di quasi 40 anni, tutti i componenti della squadra di allora a dichiararsi oppositori di Videla e all’oscuro di quello che succedeva. Gli unici che allora lo fecero davvero sono stati, oltre al sottoscritto, tre in tutto; El Lobo Carrascosa che addirittura lasciò la squadra. “El conejo” Tarantini che ebbe il coraggio di chiedere a Videla cosa era capitato ad alcuni suoi amici e Mario Kempes, che odiava Videla e che mai gli strinse la mano.“

Memorabile quello che accadde in una partita contro l’Independiente. Gatti si toglie scarpe e calzettoni e si va a sedere sopra la traversa DURANTE l’incontro. “Non stavo accadendo nulla. E mi stavo annoiando a morte”.

Come opinionista sono decine e decine le sue dichiarazioni controcorrente, polemiche e spesso al limite dell’arroganza. Ecco alcune delle più “clamorose”.

Durante una trasmissione televisiva dopo un commento calcistico da parte della giornalista Irene Junquera la stessa fu “investita” da un Gatti al massimo della sua “locura” ! “ma da quando le donne capiscono di calcio ? Non ne hanno mai capito nulla ! Lavare i piatti è quello che sanno fare meglio !”

Famosissima la sua repulsione per la maggior parte dei giornalisti sportivi “Ma come possono parlare di calcio se la maggior parte di loro non ha mai dato un solo calcio a un pallone ???”

E infine, la sua dichiarazione-simbolo “Io non mi sento un portiere. Io sono un attaccante che gioca in porta”.

A seguire un piccolo “riassunto” di alcune delle più grandi parate di Gatti e nel secondo una raccolta delle più grandi “pazzie” televisive del Loco.

Buon divertimento !

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http://youtu.be/QPt4wF1Pu5I

http://youtu.be/tUC4ZnyguTA

GIULIANA SALCE, l’atleta che morì e visse due volte.

di DIEGO MARIOTTINI

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18 gennaio 1985, Parigi. Nel mondo dell’atletica Giuliana Salce non è certo una sconosciuta, ma il grande pubblico deve ancora scoprire le sue doti. Gli auspici sono i migliori. E poi, per noi italiani vincere a casa dei francesi dà più gusto, c’è poco da fare. La gara è la marcia e la manifestazione è quella dei mondiali indoor. Ma la storia di Giuliana è anche la storia di una donna nata due volte. È una vicenda di doping, di errori, di pentimento, di redenzione. Di trappole invisibili e di ambienti che si vendicano perché di legalità non vogliono sentir parlare. Sono le parole della diretta interessata a ricostruire gli splendori di un’atleta che fa grande l’Italia e che poi finisce nell’oblio. Tanto da non trovare più lavoro da nessuna parte per tanto, troppo tempo.

 

SI’, Giuliana Salce non è una sconosciuta e le avversarie sanno di essere di fronte alla numero 1. Del resto, non è lei a dirlo, sono i fatti, i tempi realizzati e i risultati. Non sarà un’atleta che copre le prime pagine dei quotidiani sportivi, ma non è colpa sua se nella gerarchia dei lettori l’ultimo dei calciatori viene prima di qualsiasi campione di altre discipline. Due anni prima, a L’Aquila, l’atleta romana aveva stabilito il record del mondo sui 5 km di marcia all’aperto su pista, con un tempo per allora straordinario: 21’51″85. D’improvviso la russa Aleksandra Deverinskaya si trova fuori dal libro dei primati. Negli anni 80 il mondo è ancora diviso in occidente capitalista e blocco comunista e Giuliana, per non fare torto a nessuno, mette in fila anche le americane. Nel febbraio 1984 la statunitense Sue Brodock perde il record sul miglio che deteneva da 5 anni e nello stesso mese viene ritoccato anche il primato sui 3 km di marcia.

 

RITOCCATO? No, diciamo pure sbriciolato, distrutto, smaterializzato: tra il precedente record e quello appena stabilito passa qualcosa come 12 secondi, più del tempo che copre la distanza dei 100 metri piani. Nella tappa di avvicinamento ai mondiali di Parigi, la Salce manda alle avversarie un altro messaggio chiaro e inequivocabile. A Genova, una settimana prima del grande evento, stabilisce infatti la migliore prestazione mondiale indoor sui 2 km di marcia, fermando il cronometro a 8’21″13 e polverizzando il record sulla distanza che già da 5 anni le apparteneva. Fa già paura così, ma ciò che avviene il 18 gennaio di tanti anni fa al Palais Omnisports de Paris-Bercy è consegnato agli annali dell’atletica leggera. Del resto se il nome di Giuliana Salce è presente nella Hall of Fame dell’atletica leggera, ci sarà pure un motivo.

 

Giuliana, che cosa accade a Parigi quel 18 gennaio di 33 anni fa?

Innanzitutto va detto che quella era una manifestazione molto particolare, il primo campionato mondiale di atletica leggera indoor. Quello del 1985 era un inverno particolarmente freddo in tutta Europa. Ricordo la neve a Roma dopo 15 anni, figuriamoci che cosa poteva essere Parigi. Un inferno bianco. Nell’ultimo periodo mi ero allenata a Formia, dove il clima era un po’ più mite che altrove e c’era il pistino coperto. Il venerdì della gara, dopo essere arrivata a Parigi accreditata come una delle favorite, vedo una marea di marciatrici che stanno lì a contendersi il titolo con me. Avevo fatto tantissimi sacrifici e il mio unico obiettivo era vincere. Per dire, credo di essere stata l’unica a non avere visto la Torre Eiffel. Pino Dordoni, il responsabile della Nazionale di marcia, mi regalò una medaglia d’oro come augurio e mi diede un importante consiglio, quello di saper aspettare. Tattica immediatamente disattesa dal mio comportamento in pista. Partii molto forte, quasi senza rendermene conto, poi mi chiesi se avevo fatto bene. Arrivai all’unica conclusione logica: se avessi rallentato avrei compiuto un gesto inutile. Tanto valeva proseguire su quei ritmi. Rimasi in testa fino alla fine e ricordo bene che all’ultimo giro pensai “Ora vado a vincere e basta”. All’arrivo dissi a me stessa “Ora sono veramente campionessa del mondo”. Feci il giro d’onore con il cono di luce che mi seguiva, come se fossi a teatro. Nel Palais suonavano le note di “2001, Odissea nello spazio”, quella musica mi è rimasta nella testa. Finita la premiazione telefono subito a mio padre e in modo molto romano gli dico “Ah Papà, so arivata prima”. Un’emozione pazzesca per entrambi.

 

Dopo quella grandissima affermazione non ti fermi certo lì…

Ho avuto altre bellissime soddisfazioni, Parigi è soltanto la più significativa in assoluto. Nella mia carriera ho migliorato 17 volte il record del mondo nella marcia, sia indoor che outdoor, perfino nella mia ultima corsa. I risultati più importanti degli anni successivi sono stati l’argento agli Europei di Liévin, sempre in Francia, del 1987. Nello stesso anno arrivo seconda anche al Mondiale di Indianapolis, negli Stati Uniti. Poi, a causa di qualche problema di salute smetto l’attività nel 1988, a 33 anni e per un decennio io e lo sport ci dividiamo.

 

Poi però passi al ciclismo e anche sulle due ruote i risultati arrivano…

Il ciclismo mi è servito per recuperare un buono stato di salute, poi quella delle due ruote è diventata una pratica sportiva a buon livello. Nel 1999 sono stata inserita nella Categoria Master, dopo due anni di corsa amatoriale. Ho fatto parte della Nazionale e agli Europei in Austria del 2000 mi sono classificata sesta. Ho vinto anche il Campionato italiano a cronometro e quello della Montagna nel 2000.

 

All’inizio del nuovo millennio sei improvvisamente al centro di una vicenda di doping nella quale però alla fine dimostri di quale pasta sia fatto il tuo carattere. La vogliamo ripercorrere brevemente?

La riassumo per stati d’animo. Nel doping si può cadere per tanti motivi, ma anche i modi posso essere più d’uno e il brutto è che in certi frangenti neppure te ne accorgi. In certi casi ci si scivola quasi inconsapevolmente, oppure per frustrazione. Quasi sempre si è malconsigliati. Nel mio caso – e non vuol essere una giustificazione, ci mancherebbe – mi sono dopata per migliorare prestazioni e salute, ma non dici a te stessa che ti stai dopando: essenzialmente ti stai aiutando. Il mio poi è stato un caso abbastanza particolare perché per anni sono stata bulimica e anoressica, era più la testa a portare avanti il corpo che il contrario. Ad ogni modo, il mio “rapporto” con il doping è durato 4 mesi. Ho deciso di autodenunciarmi dopo la morte di Pantani, a seguito di una grave crisi interiore. Anni prima avevo fatto una denuncia anonima, ma non si può dire che sia la stessa cosa. Per nulla. Se vuoi portare in evidenza un problema devi farlo esponendoti sul piano mediatico, c’è poco da fare. Ho dovuto superare l’ostilità di tutto l’ambiente sportivo, che si è completamente chiuso a riccio. Al punto che anche trovare un impiego è stato un grande problema. Me la stavano facendo pagare con ogni mezzo. Oggi lavoro come operatrice ecologica presso l’AMA (l’azienda municipalizzata che si occupa della nettezza urbana a Roma, nda). Quando posso vado nelle scuole a portare la mia testimonianza. Quella di una persona che ha sbagliato e che i ragazzi non devono imitare.

 

Cosa ti manca di oltre 30 anni fa, quando hai compiuto un’impresa come quella di Parigi?

Non vorrei essere fraintesa ma mi manca il clamore dell’impresa su giornali e televisioni. Non tanto per me quanto per la visibilità dell’atletica e della marcia nello specifico. Ogni volta che vincevo era come avere fatto uno spot all’atletica leggera ed era bello, perché il movimento nel suo complesso cresceva. Per assurdo più di trenta anni fa il calcio non aveva il predominio mediatico sugli altri sport, così come avviene oggi. Ed è veramente assurdo, perché rispetto ad allora ci sono più mezzi di comunicazione e più canali dedicati. Quindi esistono spazi che però non vengono utilizzati. Sì, l’interesse dei media mi manca davvero.

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EDGARDO PRATOLA: “Lottate sempre per i vostri sogni”.

di REMO GANDOLFI

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Alla mia età, a 31 anni, si inizia sempre più spesso a pensare a cosa fare “da grandi”.

Alla fine cioè, della carriera di calciatore e ai pochi anni di calcio giocato che rimangono.

Restare nel calcio ? Fare l’allenatore ? Il Direttore Sportivo ? O magari lavorare con i giovani ?

Oppure cambiare completamente strada e  dedicarsi ad altro.

Questi sono, o dovrebbero essere, i pensieri per un calciatore della mia età.

Io non avrò questo lusso.

Per me non si parlerà di “anni”.

Ma di mesi … forse addirittura di settimane.

E non per colpa di un ginocchio o di una caviglia.

Per colpa di un maledetto cancro.

I medici non ci hanno girato troppo intorno.

E’ un tumore al colon che si sta estendendo a macchia d’olio nel mio corpo.

Non mi rimane molto tempo.

Questo vuol dire che per me non si tratterà di dire addio solo al calcio, ai miei compagni di squadra, ai tifosi e alla mia adorata maglia dell’Estudiantes.

Dovrò dirlo a mia moglie, la mia adorata Ana Laura e alle mie splendide bimbe, Camila e Lara.

Prima però voglio giocare ancora una partita almeno, una sola.

L’Estudiantes non me lo negherà, lo so.

Ho già perso quasi 5 kg di peso in poche settimane ma fra pochi giorni ci sarà il derby contro il Gimnasia.

Voglio esserci.

Devo esserci.

Poco importa se quel giorno sarà uno di quelli “balordi” dove dentro mi sembra di sentire gli artigli di un leone inferocito o dove per liberarmi la pancia dovrò prendere una dose doppia di lassativi.

Magari giocherò anche male e forse non lascerò un gran ricordo ai nostri tifosi che mi vedranno quel giorno.

Poco importa.

Quella partita conterà per me, perché voglio avere un ricordo con cui crogiolarmi nei mesi che dicono mi restano da vivere.

Si, lo faccio per me.

Sono egoista ? Forse

Ma credetemi … a questo punto non mi interessa granché.

Voglio rimettermi gli scarpini ai piedi per l’ultima volta, per l’ultima volta voglio risentire la puzza dell’olio di canfora negli spogliatoi, per l’ultima volta voglio sentire le grida dei miei compagni prima di scendere in campo … e per l’ultima volta voglio sentire il calore dei nostri tifosi quando entreremo nella cancha.

Voglio rimettermi per l’ultima volta la maglia del “Pincha”, la squadra che ho sempre amato e per cui facevo il tifo da bambino e con la quale ho avuto la fortuna di giocare 233 partite.

Voglio per l’ultima volta correre sul prato del Jorge Luis Hirschi dove mi sono divertito come un matto per tanti anni.

Se poi riuscirò ancora a vincere qualche duello aereo, a fare qualche bel tackle e magari mandare a gambe all’aria un avversario o due … beh, avrò ricordi ancora migliori da portare con me.

 

Il 27 aprile del 2002, a 32 anni, Edgardo Fabian Pratola detto “El Ruso”, perderà la sua battaglia contro il cancro.

Poco più di un anno dopo dall’aver realizzato il suo ultimo sogno.

Edgardo Pratola giocò, e vinse, la sua ultima partita, contro i rivali storici dell’Estudiantes, quelli del “Lobo” del Gimnasia Y Esgrima La Plata.

Edgardo, nato a La Plata il 20 maggio del 1969, si fece tutta la trafila delle giovanili dell’Estudiantes prima di approdare alla prima squadra nella quale esordì a 19 anni.

Con i “Pinchas” rimase fino al 1996, conoscendo nel giro di meno di un anno la delusione per una retrocessione in Segunda e la immediata risalita in Primera durante una trionfale stagione giocata con al braccio la fascia di capitano.

Poi il trasferimento in Messico, nelle file del Leon, squadra di vertice di quel campionato.

“El Ruso” vi rimarrà per tre stagioni prima di rientrare in Argentina.

Una stagione con l’Union de Santa Fe prima dell’agognato ritorno nelle fila del “suo” Estudiantes nel 2000.

La gioia per il ritorno nel suo adorato Club è però di breve durata.

Nei primi mesi del 2001 gli viene diagnosticato un tumore al colon.

La dignità, il coraggio e la determinazione con cui Edgardo lotterà per più di un anno contro questo male spietato saranno  un ricordo indelebile per tutti quelli vicino a lui, famigliari, amici e tutta la società dell’Estudiantes.

“El Ruso” era profondamente amato e rispettato per le sue grandi doti umane.

Calcisticamente non era un fenomeno, non aveva ne grande tecnica e neppure grandi doti naturali.

Ma era un combattente nato, aveva cuore e coraggio.

Picchiava come un fabbro !

Fino al maggio del 2014 deteneva il record di espulsioni nel campionato argentino !

Ben 19, cifra niente male considerando oltretutto che ai suoi tempi il calcio argentino era molto più duro e fisico di oggi e gli arbitri assai più tolleranti.

il classico prototipo del “2” che in Argentina è da sempre lo stopper, quello che deve semplicemente fermare, con le buone (raramente) o con le cattive (assai più spesso) il centravanti avversario.

L’Estudiantes si comporterà fino all’ultimo in maniera splendida nei confronti di Edgardo, una delle storiche “bandiere” di questo Club.

Gli verrà offerto addirittura un ruolo nello staff tecnico di Mister Nestor Craviotto ma i medici si oppongono fermamente.

Non ci sono le condizioni sufficienti per un fisico già così minato dalla malattia.

Una delle ultime grandi gioie gliela regalano i suoi compagni di squadra al termine di un altro derby vittorioso contro i rivali del Gimnasia.

E’ il 22 gennaio del 2002 e nei festeggiamenti di fine gara il compagno di squadra e grande amico personale Mauricio Piersimone se lo mette sulle spalle e lo porta in giro per il campo davanti ai propri tifosi e a quelli altrettanto meravigliosi del Gimnasia che nonostante la caldissima rivalità mostreranno quella sera e in altre occasioni il loro appoggio e il loro sostegno ad un grande e leale avversario.

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La mattina del 27 aprile, solo tre mesi dopo quell’indimenticabile sera, Edgardo Pratola spirerà nell’Ospedale Italiano di Mar del Plata.

Poche ore dopo l’Estudiantes ha in programma un importante incontro di campionato con l’Independiente.

L’incontro verrà disputato ugualmente e pare proprio che “El Ruso” lo abbia espressamente chiesto a compagni e dirigenti nei giorni precedenti.

Le ultime parole sono al padre Natalio, poco prima di morire.

“Ricorda ogni giorno alle mie “ragazze” (Camila di 3 anni e Lara di undici mesi) di affrontare la mia morte semplicemente come una cosa in più che fa parte della vita.

 E di andare avanti, lottando sempre per i loro sogni”

 

Riposa in pace guerriero.

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JOHN THOMSON: Arrivai da ragazzo, me ne andai quando ero ancora un ragazzo.

di ANTONELLO CATTANI

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Mia mamma Jean era una persona molto premurosa, forse solo un po’ apprensiva, come tutte. Diceva che il calcio era uno sport pericoloso e non voleva che ne facessi la mia professione.  Molto meglio il lavoro in miniera, insieme a papà John, come tutti del resto facevano a Cardenden, il nostro paesino a 90 chilometri da Glasgow.

Anche perché, tra tutti i ruoli, avevo scelto quello più pericoloso. Per tuffarsi con la faccia tra le gambe di un attaccantein corsa ci vuole una buona dose di pazzia e coraggio, e quello di certo non mi mancava. Anche se non avevo il fisico da corazziere. Ero alto 1.75, ero magro, tanto che gli amici mi prendevano in giro: “Se ti giri di lato, riusciamo a malapena a vederti!”. Ma questa era la mia forza, la mia agilità non aveva eguali, e le mie dita, lunghe e sottili, avevano una presa d’acciaio. Cosìdiceva il mio allenatore.

Ho sempre giocato in porta, fin da bambino.Mi chiamo John Thomson, sono a nato a Kirkaldy il 28 gennaio 1909, e il 20 ottobre 1926 ho realizzato il mio sogno: il Celtic mi ha offerto un contratto da professionista a 17 anni.Dieci sterline di ingaggio, ma questo non importa, avrei pagato di tasca mia per giocare in quel club.

A febbraio del 1927 sono diventato il portiere titolare del Celtic, avevo appena compiuto 18 anni e mi ero fidanzato con Margareth, cosa potevo chiedere di più alla vita?

Il 16 aprile di quell’anno ho giocato la mia prima finale di Scottish Cup, contro una squadra delle mie parti, l’East Fife, che militava in seconda divisione. Sembrava una partita facile, ma iniziò in salita. Forse fu l’emozione di trovarmi davanti a 80.000 persone ad Hampden Park, lo stadio dove gioca la nazionale, a bloccarmi su quel colpo di testa di Wood dopo solo sette minuti. Per fortuna i miei compagni pareggiarono subito, e poi vincemmo 3-1. Fu il mio primo trofeo, una gioia indescrivibile.

Ho debuttato con la maglia della mia adorata nazionale di Scozia, il 5 maggio 1930 a Parigi. Era un’amichevole, ma ero emozionatissimo. Vincemmo 2-0 e riuscii a mantenere la mia porta inviolata, feci anche alcune buone parate, devo ammetterlo.

Ho giocato altre tre volte con la mia nazionale, nel torneo interbritannico, contro il Galles, l’Irlanda del Nord e l’Inghilterra, a Glasgow, il 28 marzo 1931 davanti a 130.000 tifosi entusiasti per la nostra vittoria per 2-0. Forse questa è stata la mia partita più bella, non so quante parate ho fatto contro i nostri avversari.

Due settimane dopo ci sono volute due partite, sempre ad Hampden Park, per risolvere la finale di Scottish Cup tra il Celtic e il Motherwell. Nella prima siamo stati fortunati. Anche a causa del forte vento a sfavore, siamo andati sotto 0-2, forse ho commesso qualche errore. Abbiamo pareggiato all’ultimo minuto: 2-2 e ripetizione tre giorni dopo. Questa volta abbiamo vinto facilmente 4-2, e la mia seconda coppa di Scozia era in bacheca.

In campionato però dominavano i Rangers, l’altra squadra di Glasgow, acerrima nemica del Celtic, una rivalità tra cattolici e protestanti che va ben oltre le questioni calcistiche. I blu di Ibrox avevano vinto tutti i campionati dal 1927 al 1931. Dovevamo fare qualcosa!

All’inizio del campionato 1931-32 volevamo a tutti i costi interrompere il dominio dei Rangers. Abbiamo iniziato bene, vincendo le prime sei partite. Ci siamo così presentati ad Ibrox, il 5 settembre 1931 per il primo derby della stagione senza alcuna paura. Non sapevo che sarebbe stata la mia ultima partita.

Gli scontri tra i tifosi erano stati più duri del solito, il clima della “grande depressione” aveva reso la rivalità ancora più accesa. Anche in campo i colpi non mancavano. Il primo tempo si chiuse sullo 0-0, con poche occasioni da gol.

All’inizio del secondo tempo il loro centravanti Sam English è sfuggito alla nostra difesa e mi si è presentato solo davanti a me. Non ci ho pensato due volte a buttarmi tra le sue gambe, il coraggio non mi mancava, ed ho evitato la rete.

Ricordo un urlo, mi sembrava Margareth, che era in tribuna insieme a mio fratello, ma forse era solo la mia immaginazione, come potevo udirla in mezzo al brusìo di ottantamila persone?

Sam English non era riuscito a fermare la sua corsa, l’impatto tra le sue ginocchia e la mia testa è stato tremendo. Un grande dolore, poi per un attimo mi sono rialzato per controllare se avevo davvero evitato il gol. Avevo infatti udito i tifosi dei Rangers esultare, ma festeggiavano solamente perché ero rimasto a terra. “Allora vuol dire che sono veramente forte” pensai.

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 Fu l’ultimo pensiero della mia vita.Dopo non ricordo più nulla.

John Thomson morì quella sera stessa alle 21.25, a nulla valsero i tentativi dei medici di rianimarlo. Il capitano dei Rangers, Davie Meiklejohn aveva conoscenze mediche e si era reso subito conto della gravità dell’infortunio.  La prima cosa che fece fu di zittire il pubblico che esultava isterico per l’infortunio di John. Fu lo stesso Davie a leggere l’orazione funebre il giorno del funerale di John. Fu seppellito nel suo paese a Cardenden, e quel giorno, mercoledì 9 settembre 1931, un limpido sole illuminò le decine di migliaia di persone accorse a dargli l’ultimo saluto.

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John era molto amato dai suoi tifosi, in un sondaggio tenuto poche settimane prima di morire aveva ricevuto più consensi di tutti, anche del centravanti, popolarissimo Jimmy McGrory, e non è una cosa facile per un portiere.

 

Disse di lui il suo allenatore WillieMaley: “Il suo talento di portiere lo mostrò superbamente in campo. Mai ci fu portiere capace di parare i tiri più violenti con tanta grazia e facilità. In tutto ciò che faceva c’erano un equilibrio e una bellezza dei movimenti da guardare con meraviglia. Tra i Celt scomparsi, egli occupa un posto speciale”

… Ho adorato il giorno abbagliante e, nonostante le paure,

l’orgoglio ha governato la mia volontà: non ricordare gli anni passati …

 

Sono alcuni versi dell’inno “Lead Kindly Light” che fu eseguito da una banda di cornamuse in suo onore prima della partita del Celtic, il sabato seguente, a cui seguirono non uno ma due minuti di silenzio assoluto.

Lo ricordò così il giornalista sportivo John Arlott: “Un grande giocatore, che arrivò da ragazzo e se ne andò quando ancora era un ragazzo. Non ebbe predecessori, né eredi. Era unico.”

John, Thomson, a distanza di molti anni, è rimasto immortale nel cuore dei tifosi del Celtic, che gli hanno dedicato una canzone:

 

“Un giovane ragazzo chiamato John Thomson

da Wellesley Fife egli arrivò

per giocare nei Celtic Glasgow

e farsi un nome

 

Nel quinto giorno di settembre

contro i Rangers egli giocò

dalla sconfitta salvò i Celtic

ah! ma che prezzo pagò!

 

La palla rotolò nel mezzo

il giovane John corse e si tuffò

La palla rotolò via: il giovane John rimase a terra

Per il suo club questo eroe morì

 

Ho fatto un giro a Parkhead,

Al caro e vecchio Paradise,

E quando i giocatori sono usciti,

Le lacrime sono sgorgate dai miei occhi.

 

Per un famoso volto che mancava,

dalla brigata bianca e verde,

E mi hanno detto che Johnny Thomson,

aveva giocato la sua ultima partita.

 

Addio mio caro Johnny,

Principe dei giocatori dobbiamo salutarti,

Mai più ci alzeremo a incitarti

sui gradoni del Celtic Park.

 

Adesso i tifosi sono tutti in silenzio,

mentre arrivano da vicino e da lontano,

Mai più inciteranno John Thomson,

la nostra luminosa e splendente stella.

 

Quindi andiamo, Celtic Glasgow,

alzati e gioca la partita,

Perché tra i pali c’è un fantasma,

Johnny Thomson è il suo nome.”

 

(“The John Thomson’s Song” – Canto dei tifosi del Celtic)

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Il calcio di Arkan e la storia criminale dell’Obilić.

di DIEGO MARIOTTINI

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Se non giochi a tre punte, non sei nessuno e questo Arkan lo ha sempre saputo. In attacco ci vuole un tridente a tutto campo: i contatti giusti con la politica, possedere (o controllare) le televisioni e avere una squadra di calcio che rafforzi la propria immagine sui mercati. Altrimenti, che imprenditore sei. E ŽeljkoRažnatović, conosciuto nell’ex Jugoslavia e nel mondo come il comandante Arkan non è mai stato uno che gioca tanto per giocare. Alla fine della guerra nei Balcani, Arkanè un uomo ricchissimo e oltremodo potente. Dal del tu ai vertici della politica serba, è ogni giorno in televisione e il suo personale bottino di quattro anni di imprese belliche è stimato intorno ai 500 milioni di euro di oggi.

 

CON IL SUO INGEGNO CRIMINALE è diventato, fra gli anni ’70 e il decennio successivo, il numero uno della malavita a Belgrado. Con un uso spregiudicato del tifo calcistico, ovvero reclutando i tifosi peggiori della Stella Rossa e trasformandoli in un corpo paramilitare particolarmente spietato, denominato le “Tigri”, “il comandante” si è distinto nella guerra che per quasi tutti gli anni ’90 insanguina i Balcani. Terminato ilconflitto, Arkan, più volte sfuggito alla giustizia internazionale, vuole far dimenticare il proprio passato e si propone come un imprenditore che investe in attività del tutto legali.L’ex Tigre apre una catena di panifici, è proprietario di lussuosi casinò ed entra con forza nel ramo immobiliare. Investe anche nel sociale quando lancia Terzo Figlio, un’organizzazione filantropica in grado di fornire sostegno economico a famiglie serbe con tre o più bambini a carico. Arkanè uno dei pochi in grado di offrire impiego a centinaia di persone, in un Paese ancora devastato da anni di guerra e dall’embargo imposto dalle Nazioni Unite. Ma finché non possiedi una squadra di calcio forte e vincente non sei ancora nessuno, perché non hai la visibilità giusta a livello globale. Tale è il motivo per cui decide di concentrare capitali anche nel calcio: non più “semplice” capo degli ultrà (la guerra è finita e almeno per ora non servono più Tigri da reclutare), bensì proprietario di un club di successo internazionale.

 

LA SCELTA NATURALE dovrebbe cadere sulla Stella Rossa di Belgrado, ma il proprietario rifiuta la pur allettante offerta. La scelta successiva è molto mirata e ha davvero il sapore della sfida lanciata al mondo: nel 1996 Arkan compra infattil’ObilićFootball Klub di Belgrado. Non si tratta di una squadra di grido e di fama internazionale, tutt’altro. La società Obilićè attiva dal 1924 è ha alle spalle una storia di dignitosa comprimaria del calcio jugoslavo. Naturalmente il piccolo team di Belgrado non è in grado di competere con le formazioni jugoslave più blasonate e non riesce mai a salire dal fondo della classifica in modo stabile, pur giocando un calcio tecnico e veloce. Alla fine della guerra, all’Obilićviene imposto il cambio di nome ed è costretto a rifondarsi con la denominazione di FK Cuburac, ripartendo dai campionati minori. Nel 1953 alla squadra viene consentito di riappropriarsi della vecchia denominazione e nei 30 anni successivi il nuovo Obilićsi barcamena sulla soglia della Terza Divisione.La diaspora delle squadre croate, slovene e bosniache consente all’Obilićdi avanzare fino alla Seconda Divisione, la Prva Liga Srbijaa 16 squadre, a partire dal campionato 1991/92.

 

TUTTO NUOVO. Da nuovo proprietario della squadra, il “presidentissimo” dà vita a un’operazione di restyling senza precedenti. Il vetusto stadio, che non può ospitare più di 4500 spettatori e che si trova a Vračar, comune dell’hinterland della Capitale, è tappezzato sia all’interno sia all’esterno di foto della milizia guidata dal comandante Arkan durante la guerra in Croazia e in Bosnia. Una sorprendente contraddizione per un imprenditore che vorrebbe far dimenticare le imprese di sangue del recente passato. Alprimo tentativo l’Obilićraggiunge il traguardo della massima serie del campionato di calcio del suo Paese. Ma appare ovvio a tutti che quello è solo un primo passo. Anche le squadre più blasonate cominciano a temere l’ineluttabile.  Il campionato serbo sta per trasformarsi in una farsa a beneficio del Comandante. La forza dell’Obilićè la stessa forza del presidente e proprio come il suo presidente, quasi mai la squadra vince in modo pulito.Ma vince. In quel periodo si verifica più di una denuncia alla magistratura: il calcio in Serbia appare corrotto e i risultati delle partite vengonotalvolta falsati a vantaggio dell’Obilić. Tuttavia gli effetti di quelle azionilegali sono di fatto nulli.

 

ORDINE & DISCIPLINA. Gli ordini del presidente Arkan non risparmiano niente e nessuno. Se uno o più giocatori vengono sorpresi a bere alcolici prima della partita, la pena per i malcapitati può essere anche la fustigazione. Non parliamo poi di cosa può succedere in caso di sconfitta: si racconta che una volta i giocatori siano stati costretti a scendere dal pullman e a percorrere 30 chilometri a piedi per fare ritorno a casa. Insomma, tra agevolazioni arbitrali, intimidazioni dagli spalti e punizioni corporali per mantenere la disciplina interna, in un anno la squadra passa dalla serie B serba al titolo di campione nazionale. È il 1998. Una squadra dell’hinterland di Belgrado venuta dal nulla si guadagna così il diritto di disputare i preliminari della Champions League. Dopo avere superato in scioltezza (e senza nemmeno bisogno di ricorrere a trucchi) gli islandesi dell’IBV, la squadra slava verrà eliminata al secondo turno dai tedeschi del Bayern Monaco. Troppo accentuata la disparità rispetto all’avversaria, che proprio in quell’edizione arriverà a disputare la finalissima di Coppa, perdendo poi in modo rocambolesco con il Manchester United per 2-1. Con il declino del Comandante, che viene assassinato a Belgrado il 15 gennaio 2000, una squadra di modesta entità quale l’Obilić tornerà alle sue dimensioni tradizionali. Una pagina nera della storia dei Balcani corrisponde a un momento altrettanto nero del calcio nell’ex Jugoslavia.

 

METODI SPICCI. Arkan si è mosso nel calcio come in guerra, e la sua gestione è stata violenta dentro e fuori dagli spogliatoi. Una volta un centrocampista avversario si sentì dire che se nel secondo tempo avesse segnato gli avrebbero spaccato le rotule. Agli allenatori delle squadre avversarie veniva intimato di dare partita vinta all’Obilić, altrimenti sarebbero stati guai.Prima di ogni partita lo stadio si riempiva di uomini in nero, in nero come le Tigri. Gli arbitri venivano accolti ai cancelli e ricevevano ‘suggerimenti’ su come dirigere l’incontro. Sugli spalti i tifosi brandivano pistole contro i giocatori avversari e facevano capire che aria tirasse. Alla fine del primo tempo, se il risultato era in bilico, i sostenitori di Arkan scendevano negli spogliatoi. C’erano campioni che si ritiravano misteriosamente prima della gara. Altri venivano esclusi a forza: uno dichiarò in seguito ai giornalisti che gli uomini di Arkan lo avevano rinchiuso nel garage per tutti i 90 minuti della partita contro l’Obilić. È in effetti la pagina più brutta di quello che una volta era uno dei campionati più divertenti d’Europa. Il calcio dell’ex Jugoslavia è piegato prima alle logiche della guerra etnica, poi al bisogno di propaganda mediatica di uno dei più lucidi, risoluti e spietati criminali del XX secolo.

 

A BEN VEDERE, nemmeno la morte di Arkan chiuderà in modo definitivo quella pagina. Certe pagine forse non si chiudono più. Il calcio balcanico, fino agli anni ’80 fucina di talenti assoluti, avrà perso per sempre la sua età dell’innocenza. La Super Liga (così si chiama oggi il campionato serbo, orfano da oltre 20 anni delle squadre croate, slovene, bosniache e in ultimo montenegrine), oggi di super non ha proprio nulla. I migliori giocatori trovano fortuna in Occidente e –cosa peggiore- lo spirito di Arkan sembra ancora aleggiare. L’unica buona notizia è chel’Obilić, la cui presidentessa da qualche anno non è più la moglie di Arkan, è tornato a militare nelle serie minori (nel 2018/19 sta giocando in quella che è la quinta serie nazionale). E questo non sarà molto in termini assoluti, ma è già qualcosa.

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Kubilay Türkyılmaz: il turco di Svizzera

di VINCENZO CAMPITELLI

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Anno 1964: Istanbul-Bellinzona, biglietto di sola andata. Kubilay viene al mondo ancora prima di nascere. Dopo un’interminabile odissea ferroviaria partita dalle rive del Bosforo con destinazione Canton Ticino, negli stessi anni in cui parallelamente si registra l’esodo turco verso la Germania, una coppia di neosposi giunge a Bellinzona dalla Turchia con la certezza di come la Terra Promessa non risponda soltanto all’Eretz Yisrael di biblica memoria, ma anche al nome di un paese sul quale sventola la bandiera rossocrociata.

Nomina sunt consequentia rerum: parafrasando con qualche necessaria forzatura Giustiniano nelle sue Institutiones, forse il destino di Kubilay era già scritto nel cognome che portava; perché se la tua famiglia si stabilisce a metà anni sessanta nelle valli ticinesi con un cognome che più turco non si può, quasi più legittimo di qualsivoglia cartà d’identità o passaporto, il semplice fatto di venire al mondo in un simile contesto rappresentà già di per sè una missione che quello stesso destino ti consegna al primo vagito, prima ancora che i tuoi occhi di neonato percepiscano la luce. Perché se i tuoi genitori hanno scelto per te il nome di un sovrano d’Oriente che giocoforza richiama alla mente le cronache di viaggio di Marco Polo, le poesie di Coleridge e i melodrammi di Antonio Salieri (per non citare le “Città Invisibili” di Calvino”), non potrai passare inosservato sin da quando nella tua scuola, nella tua squadra e nei giornali del tuo Paese la gente leggerà il tuo nome: Kubilay Türkyılmaz.

“Kubicosa?”, “Scherzate? Sicuri che sia svizzero?”, “Che lingua parlerà mai questo turco che durante l’infanzia ha conosciuto la Turchia soltanto attraverso le poche foto che i genitori avevano messo in valigia prima di partire?”.

“Mi sono sempre portato dietro una cosa: quando venni a Bellinzona tanta gente, anche ex compagni delle giovanili, scommettevano che io non sarei riuscito ad avere una carriera. E questo mi ha sempre dato molta forza, anche per il fatto di essere figlio di stranieri e di dover dimostrare quel qualcosa in più per entrare nelle loro simpatie.” Le parole del turco di Svizzera che non si sapeva che lingua parlasse vengono fuori in un perfetto italiano, rafforzato da un’originale cadenza lombarda e ripercorrono la propria infanzia durante la quale dovunque ci si trovasse alla fine spuntava sempre un pallone, fino agli anni in cui le scelte sbagliate sono dietro l’angolo ma è il timore verso la figura di tuo padre a tenerti in riga e aggrappato a quel sogno di sfondare tra i grandi sui manti erbosi che contano. E tanto di guadagnato se l’unico doping che permette al tuo fisico di esplodere prima dei diciotto anni sono le bistecche di cavallo mangiate il giorno prima della partita.

Il passo verso l’affermazione è breve, accellerato non ancora ventunenne dalla prima convocazione nella nazionale svizzera per un’amichevole contro la Francia. Tra i vari Sutter, Bickel, Bonvin, Geiger, Marini ed Hermann non può non risaltare all’occhio quel cognome così esotico che rasenta l’impronunciabilità e che entra in campo al minuto 65 in sostituzione dell’assai più germanico Zwicker, ma che da quel momento risulterà una presenza fissa nell’undici iniziale de “La Nati”.

La Svizzera che insegue ma fallisce la qualificazione al Mondiale di Italia ’90 è, come molte nazionali dell’epoca in relazione alle selezioni di oggi, forse troppo mitteleuropea e quasi per nulla arricchita dal talento dei tanti figli di immigrati stranieri che hanno reso dal 2006 a oggi la selezione rossocrociata una presenza fissa ai Mondiali, grazie ai valori che tanto ricordano altre scuole calcistiche in primis quella balcanica. Ma Kubilay il Turco riesce a suo modo a distinguersi: segna e diverte ma senza mai fare breccia definitivamente nel cuore degli appassionati rossocrociati. Un controsenso? O magari un carattere condito da reazioni provocatorie dopo ogni gol, in parte così comuni nel mediatico calcio moderno? Nessuna di queste supposizioni, se non forse il fatto di essere spesso ritenuto lo “straniero” della nazionale elvetica a cui si aggiungeva un’aperta sincerità (altimenti detta limpida schiettezza) da parte del diretto interessato nel non esimersi dall’esprimere in più di un’occasione il proprio fastidio nel rispondere a giornalisti che in conferenza stampa rivolgevano domande in francese e in tedesco ma non in italiano; a lui, ticinese che in quelle occasioni tornava ad essere il Turco di Svizzera verso il quale non si sapeva in che idioma interloquire durante le interviste.

La lungimiranza è spesso incarnata da personaggi che forse non sanno neanche chi tu sia ma che in una giornata all’apparenza ordinaria come tante incrociano il loro destino al tuo attraverso una telefonata: “Buongiorno, Kubilay. Sono Oscar Damiani. Il presidente Gino Corioni vorrebbe incontrarLa a Bologna.” Un incontro per la firma di un contratto e una chiacchierata con aperitivo tra presidente, procuratore e Turco di Svizzera in…dialetto lombardo. Quanto basta per presentare Kubilay al pubblico del “Dall’Ara” e ai nuovi compagni, Cabrini in primis, che il nuovo arrivato dal Canton Ticino aveva visto soltanto durante le puntate di 90° Minuto trasmesse dalla TV elvetica. Proprio il “Bell’Antonio” da saggio capitano si rende disponibile in prima persona ad assistere il neocompagno di squadra in questa sua nuova esperienza italiana: “Tu venire con me e andare in albergo, io dopo passare prendere te per allenamento” mentre il Turco di Svizzera senza idioma ascoltava in orientale silenzio. Fino a quando arrivò l’invito a presentarsi in tv dove iniziò a parlare in italiano suscitando lo stupore di Cabrini forse paragonabile a quello che lo stesso Antonio visse in prima persona al Berbaeu dopo aver calciato fuori il rigore alla sinistra di Schumacher: “Mi hai preso in giro tutto ‘sto tempo? Ma tu parli italiano meglio di me!” Bologna diventa la seconda casa di Kubilay, per alcuni versi la sua Xanadu dove poteva sentirsi di diritto il Gran Khan di un impero le cui fondamenta, però, in quel preciso frangente, stavano scricchiolando non per cospirazioni di palazzo o invasioni barbariche ma per la crisi che avrebbe portato il glorioso Bologna FC al fallimento e il suo imperatore a cercarsi un nuovo regno.

Lecce, Cagliari o Galatasaray? La scelta avvenne in una manciata di secondi. Istanbul, la terra che richiama alla mente quell’odissea vissuta in treno dai propri genitori trent’anni prima; la Turchia, il paese in cui quel cognome tanto esotico (e forse proprio per questo mai del tutto amato dai tifosi della sua stessa nazione) sarebbe stato accolto e celebrato dagli incessanti canti che riecheggiano nella bollente arena dell’Ali Sami Yen. Ma anche i tanti timori che preoccupavano la mente di Kubilay che aveva respirato l’ultima volta l’atmosfera di Istanbul ben quindici anni prima ed i cui ricordi legati a quell’esperienza erano in parte sbiaditi. Il tempo del ritiro bagagli in aeroporto e l’accoglienza dei tifosi del “Gala” bastano per rinverdire quell’entusiasmo e quel richiamo di casa mai sopito grazie ai racconti dei nonni e dei genitori.

In Svizzera un legame di nascita e di passaporto. In Turchia un legame di sangue, arricchito dalla vita quotidiana, dall’atmosfera, dagli odori, dai rumori e in parte dalla confusione che solo chi ha vissuto in una città unica nel suo genere come Istanbul può dire di sentire propri.

E quale scenario migliore per sentirsi nuovamente sovrano se non quello di tentare per la prima volta in carriera conquiste importanti che si addicono alla figura di chi è nato con un nome che, ora più che mai, rievoca mirabili conquiste impresse nella storia? Il Gran Khan nella capitale dell’Impero Ottomano: palese bestemmia storica? Non proprio, se è altresì storicamente provato come l’Impero della Sublime Porta sia erede diretto delle tribù turco-mongole dell’Asia centrale che ad Oriente diedero vita all’Impero Mongolo di Gengis Khan e, successivamente, del nipote Kubilay Khan (nomen omen, direbbe qualcuno). Un assioma, invece, se consideriamo come ad animare gli animi del popolo del Galatasaray ci fosse all’orizzonte un’imminente campagna in Terra d’Albione ritenuta una sfida che, in caso di remoto successo, sarebbe entrata di diritto nei libri di storia. 20 ottobre 1993, stadio “Old Trafford”: Manchester United e Galatasaray si giocano il passaggio del turno in Champions’ League. Kubilay Türkyılmaz guida l’attacco turco, affiancato da un giovane Hakan Şükür contro Schmeichel, Cantona, Pallister e Hughes; la forza d’urto degli inglesi in meno di un quarto d’ora è devastante: un 2-0 in appena tredici minuti firmato da Robson e dall’autorete proprio di Hakan Şükür su azione di calcio d’angolo, quasi a dimostrare come la battaglia rischiasse di tradursi anticipatamente in un’umiliante resa incondizionata. Ma la storia insegna come spesso le grandi imprese militari siano frutto del riscatto dopo un rovescio subìto, quasi un’orgogliosa reazione che ti consente di rialzare la testa nello stesso istante in cui il tuo avversario ritiene di averti inferto il colpo di grazia. Minuto 16: Arif Erdem fulmina Schmeichel da fuori area e riporta il Galatasaray dall’inferno al purgatorio. La strada verso il paradiso (e la storia) invece la traccia Kubilay: questa volta il Turco tra i turchi con una doppietta umilia da solo l’undici di Alex Ferguson per un 3-2 che resiste fino al gol di Eric Cantona per il definitivo 3-3, punteggio che con lo 0-0 del ritorno qualificherà comunque il Galatasaray a spese dello United.

Turco in Svizzera, svizzero in Turchia o turco in Turchia? “Non so se sono stato accettato per quello che sono o per quello che ho fatto. Ho giocato per la maglia rossocrociata segnando a Wembley contro l’Inghilterra e parlo in dialetto oggi quando vado al bar con gli amici.” Pensieri e parole di Kubilay Türkyılmaz, lo svizzero con il nome da sovrano d’Oriente e madrelingua italiano dalla cadenza lombarda.

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