STORIE MALEDETTE: La pianura degli argentini.

di Remo Gandolfi

kempes-fiorenzuola

E’ una storia irreale.

Sembra finzione.

Ci hanno pure fatto un film (davvero bello tra l’altro)

Solo che finzione non è.

E’ tutto, TRAGICOMICAMENTE vero.

L’attore principale è un “certo” Mario Kempes, argentino.

Avete letto bene.

Non è un caso di omonimia.

E’ proprio lui.

Mario Kempes, eroe assoluto dei Mondiali del 1978, quelli giocati in Argentina e vinti dalla Nazionale di casa.

I Mondiali della dittatura sanguinaria di Videla.

I Mondiali della “marmellata peruviana”.

I Mondiali delle torture e delle uccisioni ai dissidenti nella Scuola Meccanica dell’Esercito a poche centinaia di metri dal Monumental, lo stadio dove l’Argentina si consacrerà Campione del Mondo di calcio.

I Mondiali degli aerei che sorvolavano il Rio della Plata scaricando migliaia di corpi, non solo di membri dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo o dei Montoneros, ma anche di giovani studenti universitari che semplicemente speravano in una Argentina diversa, democratica.

Ma i veri protagonisti di questa storia sono 23 ragazzi argentini e uruguaiani che nell’estate del 2001 arrivano in Italia, la terra dei loro avi, di cui hanno conservato il passaporto e quindi utilizzabili anche nel campionato italiano di Serie C2.

Lasciano famiglie, affetti, certezze … convinti di firmare un redditizio contratto nel Paese considerato l’Eldorado del pallone.

Arrivano in mezzo alla Pianura Padana, a Fiorenzuola d’Arda, dove d’inverno la nebbia ti entra nelle ossa e dove d’estate per le zanzare non bastano gli AK-47.

Si portano dietro gli stessi identici sogni dei loro nonni che avevano fatto il viaggio inverso decine e decine di anni prima.

Quello di un futuro diverso e migliore, di quello che si prospettava in Argentina che da lì a qualche mese sarebbe sprofondata in una delle sue peggiori (anche se ahimè frequenti) crisi economiche di sempre.

Sono ragazzi, la maggior parte provenienti da campionati di serie B di Argentina e di Uruguay ma per cui l’Italia, allora il Paese del Bengodi del calcio Mondiale, era IL SOGNO.

Quei 2.000.000 di lire o poco più al mese che potevano essere magari solo un trampolino di lancio verso la Serie C1 o la B o chissà, magari anche verso il palcoscenico principale, quello dove giocavano in quel momento Batistuta o Recoba, idoli assoluti per la maggior parte di loro.

A guidarli c’è proprio Mario Kempes, ex grandissimo giocatore ma soprattutto innamorato del calcio e autentico giramondo della panchina.

Indonesia. Albania, Venezuela, Bolivia … dove c’era una panchina disponibile Mario Alberto Kempes Chiodi andava.

E così in quell’estate del 2001 si fa convincere da un certo Alessandro Aleotti e dalla sua Global Sporting Football, una delle tante agenzie di calcio interinale che gestivano (ora sono molte di più) il futuro di centinaia di ragazzi ad ogni latitudine accecati dal Dio Pallone e trattati come merce di scambio e con la stessa durata di scadenza di una mozzarella …

Il sogno finisce ben presto.

Cavilli burocratici, soldi che non arrivano, fideiussioni mancate e perfino una “spruzzata” di stupido e bieco campanilismo …

E così si passa attraverso la tristezza di Daniel, che sognava di ripetere le imprese di suo zio, Alberto Schiaffino, geniale centrocampista degli anni ’50, nella dignità con cui Gaston dissimula la delusione, oppure nelle risate gioiose di Pedro che sembra impermeabile allo sconforto o nelle pacate riflessioni di Oscar, che sembra molto più maturo dei suoi 20 anni …

Tutto, come detto, finisce ancora prima di iniziare.

Kempes ci proverà pochi mesi dopo, ancora in C, ancora in Italia, alla Virtus Casarano.

Resisterà un mese. Senza vedere un soldo pare … prima di tornare in Spagna, sempre su una panchina di serie C.

Per quasi tutti i ragazzi invece sarà un ritorno in Sudamerica con la coda tra le gambe. Nonostante Mario Kempes continui a ripetere loro che ogni “esperienza val la pena di essere vissuta, anche la peggiore”.

Scacciati anche loro come i loro nonni da una terra che non aveva spazio per loro, neppure nella sfolgorante giostra del calcio.

E’ una storia di quelle che io definisco “dell’altra metà del calcio”…

Quella più vera, umana e spesso tragica.

Ed è una storia da vedere.

 

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BLIND LEMON JEFFERSON: Il Blues della città fredda

di MARCO DI GRAZIA

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E’ il 29 dicembre del 1929, la notte del 29 dicembre; in una Chicago che, come tutti gli USA, è in preda alla grande depressione, si aspetta l’anno nuovo che porti con sé speranza e benessere. E’ una notte fredda, anzi, gelida, quella del 29 dicembre 1929, nella città fredda per eccellenza. E in questa notte gelida c’è un uomo che sta camminando per strada, da solo. Ha litigato da poco con la sua donna, che se n’è andata in taxi e per questo sta percorrendo la strada che porta al suo albergo a piedi, faticosamente, sfidando il vento gelido che gli schiaffeggia la faccia.

L’uomo è ben vestito, anzi, riccamente vestito. E’ nero.

Ed è cieco.

Ma nonostante questo sa muoversi nella città dove passa buona parte del suo tempo da qualche anno.

Ma questa non è una notte in cui incamminarsi per strada. Non per un uomo corpulento come lui, non per un uomo che ha appena litigato ferocemente come lui, non per un uomo per cui la notte è perennemente discesa sui suoi occhi fin dalla nascita. 

L’uomo a un certo punto sente un forte dolore al petto, si ferma, annaspa.

Cade.

Cade rovinosamente sul bordo della strada, apre bocca per chiedere aiuto, ma l’alito forma una nuvola di ghiaccio da cui non esce alcun suono. Sente il dolore che dal petto si espande al braccio e lo blocca. Lo paralizza.

Si accascia a terra.

Passano due persone e lo vedono, ma non si fermano. Chi sarà mai quello? Uno dei tanti neri barboni senza tetto che sono arrivati a migliaia, in città. Uno dei tanti mendicanti senza passato e senza futuro. Uno dei due nota il cappotto elegante che l’uomo indossa e pensa: chissà a chi l’avrà rubato. I due continuano per la loro strada, l’uomo sente i passi che si allontanano. Il dolore è sempre più forte e, anzi… ora non sente più niente. Lascia che i nervi si rilassano, la testa cade all’indietro e su quegli occhi che non hanno mai visto la luce, cala un nuovo velo scuro: quello della morte.

 

La notte del 29 dicembre del 1929 morì, a Chicago, il grande bluesman e chitarrista Blind Lemon Jefferson, il primo grande divo del Blues.

Quella raccontata è una delle ipotesi, o forse una somma di alcune di esse, a proposito della morte misteriosa di questo personaggio che era diventato in pochi anni un vero e proprio divo.

Colui che divenne la prima stella del Blues di sesso maschile era nato in Texas nel 1893 e aveva iniziato a suonare la chitarra fin da bambino, rivelandosi da subito eccezionalmente dotato, nonostante il grave handicap della cecità fin dalla nascita.

In breve la sua fama aveva superato i confini del suo territorio e si era allargata sempre di più, seguendo il girovagare dell’artista, come tanti bluesmen su e giù per gli States. Un treno, una chitarra e un canto malinconico da diffondere.

I suoi blues, carichi di immagini suggestive e poetiche e cantati con una voce possente, sono diventati da subito dei classici che lo hanno fatto diventare il caposcuola del Texas Blues.

Ma ciò che più ha impressionato è stato il suo stile chitarristico, originale e virtuoso, che è stato d’esempio per decine di artisti venuti dopo di lui. Il suo stile è fondamentale per il genere musicale che si stava codificando proprio in quel periodo e la sua influenza è enorme su grandi chitarristi e bluesmen che sarebbero diventati a loro volta delle leggende come Robert Johnson, Leadbelly, T-Bone Walker.

Dal 1926 la Paramount lo aveva messo sotto contratto, facendogli incidere diversi dischi a Chicago. La sua popolarità crebbe sempre di più, facendolo diventare un vero e proprio divo, anche qui in anticipo di alcuni decenni su quanto sarebbe diventato poi per altri musicisti.

Tutto fino a quella notte del 29 dicembre del 1929 quando, in una Chicago stretta nella morsa del freddo e della grande depressione, un ricco uomo di colore moriva per strada, a 36 anni, solo e disperato come un blues.

Come tanti di quei blues che Blind Lemon Jefferson aveva composto,  suonato e cantato, regalando al mondo un tesoro di valore inestimabile.

 

MARCO DI GRAZIA

 

 

rif. Fabrizio Poggi: “Angeli perduti del Mississippi”

Jorge “El Lobo” CARRASCOSA: l’uomo che non volle alzare la Coppa del Mondo.

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Credo che questa sia “la storia” fra tutte quelle che si possono raccontare nel secolo abbondante di partite, tragedie, trofei, eroi e farabutti del calcio argentino. La più raccontata, dibattuta e contraddittoria fra tutte quelle che il mondo del calcio argentino abbia mai vissuto.

E’ la storia di un terzino, non particolarmente dotato da un punto di vista tecnico ma con una dedizione, una grinta, una voglia di vincere che lo hanno reso famoso come “El Lobo”, il lupo, proprio per queste caratteristiche di chi davvero non molla mai.

Jorge Carrascosa nasce a Valentin Alsina (Buenos Aires) il giorno di Ferragosto del 1948. Muove i primi passi nel Banfield dove esordisce in prima squadra a 19 anni. Un paio di stagioni dopo arriva il trasferimento al Rosario Central con il quale “El Lobo” vince  il Campionato Nacional nel 1971. L’anno prima ha già esordito in Nazionale e il suo gioco ruvido ma tenace, di grande spessore agonistico e di capacità di grande concentrazione per tutti i 90 minuti ha già attirato l’attenzione dei tecnici della Nazionale argentina. Nel 1973 Cesar Menotti lo porta all’Huracan e Carrascosa diventa pietra miliare di quella meravigliosa squadra che vince dando spettacolo il Metropolitano del 1973. Con lui, in quella squadra ci sono fra gli altri il suo grande amico René Houseman, Carlos Babington, Miguel Angel Brindisi che con Carrascosa faranno parte della spedizione ai Mondiali di Germania del 1974.

Carrascosa passerà alla storia per il suo grande “rifiuto” a giocare i Mondiali del 1978, quelli di casa, quelli dove l’amico e mentore Cesar Menotti fa il Selezionatore, quelli dove Carrascosa avrebbe giocato con la fascia di capitano al braccio. Ma ad un mese circa dall’ufficializzazione dei 22 convocati Carrascosa comunica a Menotti, con cui si sente regolarmente da anni, la sua decisione; non giocherà i Mondiali organizzati dal suo Paese e forse i primi, nella storia, dove l’Argentina ha realistiche possibilità di vittoria.

Per tanti, ancora oggi, il motivo del rifiuto è uno soltanto; Carrascosa è sempre stato un uomo di sinistra e l’idea di giocare per una dittatura sanguinaria e fascista non riesce proprio a contemplarla. Figuriamoci poi la possibilità, neppure tanto remota, di ricevere direttamente dalle mani del “Asesino Videla” la Coppa tanto sognata!

Non solo, al termine della stagione successiva, si ritirerà, a soli 31 anni, dal calcio lasciando anche la sua fascia da capitano nel suo amato Huracan (nonostante avesse ancora due anni di contratto).

Ma se questa è la versione ufficiale e raccontata ancora oggi da più parti, il disagio del “Lobo” ha ragioni molto più profonde e che coinvolgono tantissimi aspetti, anche umani, e che lo hanno portato ad una decisione così estrema, contraddittoria e sicuramente coraggiosa.

Nei primi anni ’70 il calcio sta cambiando, l’Ajax di Amsterdam prima e la Nazionale Olandese in seguito hanno rivoluzionato il mondo del pallone. La “prestazione” sta iniziando a sostituire la bellezza estetica del gioco, correre diventa sempre più importante. Iniziano a circolare stimolanti, droghe vere e proprie che innalzano il livello della “prestazione”. Il gioco fantasioso, creativo e un po’ anarchico di giocatori come il suo amico Houseman sta facendo posto ad un calcio sempre più aggressivo e fisico. Inoltre le voci su partite comprate e vendute con estrema facilità nel campionato argentino girano con sempre maggiore frequenza e soprattutto con sempre più evidenza e riscontro. Nel 1974, proprio ai Mondiali di Germania, accade un’altra cosa che segnerà profondamente il progressivo rifiuto di Jorge verso quel mondo che era stato da sempre il suo.

L’Argentina per qualificarsi alla seconda fase deve battere la piccola nazionale di Haiti con almeno tre gol di scarto ma questo non è sufficiente se nell’altro match la Polonia, già matematicamente qualificata, non riesce ad avere la meglio sugli azzurri di Valcareggi, di Riva e Rivera. La Federazione, con l’appoggio consenziente della gran parte dei giocatori e dello staff, decide di mettere mano al portafogli incentivando con una importante somma di denaro (si parla di 25.000 dollari) la prestazione dei polacchi che infatti giocano una partita attenta e determinata eliminando gli azzurri e rendendo possibile la qualificazione al secondo turno della “Albiceleste”.

Questo non era più il mio calcio” dirà Carrascosa diversi anni dopo in una delle sue rarissime interviste “se un incentivo economico è lo stimolo per giocare meglio a questo meraviglioso sport vuol dire che c’è qualcosa che non va”.

Proprio la Polonia torna prepotentemente nella storia professionale e umana di Carrascosa. Due anni dopo infatti, il 24 marzo del 1976, mentre la Dittatura dei Generali sta prendendo il potere con un terribile colpo di stato, la Nazionale Argentina è impegnata in un tour all’estero e proprio quel giorno deve disputare una partita amichevole contro la nazionale polacca. Le voci che arrivano dalla Patria natia sono confuse e contraddittorie. C’è grande timore nei giocatori per le famiglie a casa … a maggior ragione per quelli come Carrascosa o lo stesso Menotti che sono conosciuti alla giunta come uomini di sinistra, e quindi potenziali sovversivi e oppositori al regime. La squadra vorrebbe rientrare immediatamente in Argentina ma arriva una telefonata dai Generali (si parla addirittura di Videla in persona) “Voi pensate a giocare e a vincere. Anche questo è un segnale importante che dobbiamo dare al Paese” Quella partita sarà l’unica trasmissione televisiva di quel giorno oltre ai continui comunicati della Giunta appena insediatasi.

E così avviene. Tra lo sbigottimento e il disgusto di molti giocatori la partita si gioca. Mario Kempes, proprio l’eroe del mondiale argentino, ha una crisi di pianto inconsolabile; vuol tornare in Argentina immediatamente. A fatica i compagni riescono a tranquillizzarlo. Come detto la partita viene trasmessa in diretta nel Paese e il Paese si ferma per ammirare i propri eroi. Quelli che da lì a due anni avranno il compito di portare per la prima volta la Coppa del Mondo nella Patria del tango e dell’asado. Per quanto poco possa contare, l’Argentina vince 2 a 1.

Questo è un altro colpo terribile da assorbire per un uomo valoriale e onesto come “El Lobo”. Sempre più domande a cui diventa sempre più difficile dare risposta. Il calcio sta diventando sempre di più “mercato” perdendo via via le sue caratteristiche ludiche e romantiche. In più ora si sta trasformando in un importante ingranaggio nelle mani del regime e della sua propaganda. I suoi malumori sono continuamente condivisi con Menotti che però insiste; “Lobo, sei il mio capitano e voglio che sia tu ad alzare al cielo la Coppa”. Ma Carrascosa ormai ha preso la sua decisione ed è dapprima sorpreso e poi deluso nel constatare che Menotti, così strenuo oppositore di questo regime, alla fine decida non solo di rimanere al suo posto di Direttore Tecnico della Nazionale ma che finisca addirittura per diventare anche lui “manipolato” e “usato” dalla propaganda dei Generali.

Carrascosa rifiuta la convocazione. Daniel Passarella diventerà il capitano della Nazionale e sarà lui a ricevere la Coppa dalle mani di Videla mentre tanti giovani sono in quei giorni torturati e uccisi, mentre le madri di Plaza de Mayo continuano a camminare silenziose cercando notizie dei proprio figli … e mentre la “macchina del calcio” continua imperterrita ad andare avanti con la connivenza più o meno consapevole (molto più che meno …) di tutti i media occidentali.

Ma anche vedere Passarella alzare la Coppa quando avrebbe potuto essere lui a farlo non crea alcun tipo di rimpianto a Jorge. La sua decisione non ha mai vacillato, neanche negli anni successivi dove su di lui se ne sono dette di tutti i colori, infamandolo e colpendolo pur di far apparire la sua coraggiosissima e coerente decisione come il frutto di un “colpo di testa” di un mezzo matto. Si disse anche che l’unico motivo per cui giocava in Nazionale era per la sua amicizia con Menotti…

Quel calcio, quel mondo, gli stava stretto. Lui che in allenamento era felice di misurarsi con “El Loco” Houseman, felice di raccontare che era “lieto” di non dover giocare contro una peste del genere ma di averlo come compagno di squadra, felice di poter dire che con le sue scarse doti tecniche aveva comunque vinto due campionati con due diverse squadre, felice che il suo nome sarebbe stato accostato in eterno al meraviglioso Huracan di Menotti e a compagni di squadra del talento di Houseman, Babington, Brindisi, Avallay o Basile.

Sparita questa felicità il calcio, per Jorge “El Lobo” Carrascosa con aveva più senso.

lobo capitano

ANEDDOTI E CURIOSITA’
Menotti ci provò fino all’ultimo a convincere El Lobo a partecipare ai Mondiali del 1978. Lo chiamò anche il giorno prima di dirimere la lista dei convocati. “Questa mia decisione viene da anni di riflessioni, non la cambio certo in un giorno” gli rispose El Lobo.
“E’ vero che il calcio non è più quello di quando iniziai da ragazzo. Ma purtroppo neanche la vita è più così. Come puoi sentirti bene se mentre mangi un panino con il prosciutto crudo viene un bimbo a chiederti qualche pesos perché ha fame ?”
Parlando della corruzione nel calcio argentino
“Secondo voi è bello vincere qualcosa perché sai che l’arbitro ti ha regalato un calcio di rigore ? “Si può veramente festeggiare per una vittoria ottenuta con l’inganno ?”
“Non solo non ho giocato i Mondiali del 1978 ma non avrei neppure giocato quelli del 1982, mentre l’Argentina era in guerra con l’Inghilterra per le Malvinas. Posso pensare di giocare a calcio mentre ho un parente, un amico, un vicino di casa che stanno morendo su un campo di battaglia ?”
La sua filosofia nel calcio
“Ma perché bisogna vincere SEMPRE ? Perché viviamo in un mondo dove uno vale per quello che vince o guadagna e non per quello che è ?”
“La cosa più bella che è stata scritta su di me come calciatore è che sono “un giocatore di squadra” e i paragoni con Javier Zanetti quelli che mi riempiono più di orgoglio, per lo sportivo e soprattutto per lo spessore umano”
E infine sulla sua famosa scelta “Fu un atto di coscienza. L’uomo conta più dello sportivo anche se devo ammettere che non avevo idea dei rischi che potevo correre. Ma fu una decisione spontanea e per me del tutto naturale. Della quale non mi sono mai pentito.”

Nelle purtroppo scarsissime immagini in rete sul “Lobo” due profili (il secondo decisamente bello !) sul “suo” Huracan, quello bellissimo e vincente del 1973.

JUAN MANUEL SANTISTEBAN: “lo spettacolo deve continuare”

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“Il nostro Direttore Sportivo, il basco Antonio Barrutia, duro e schietto come il suo popolo, ce lo ha detto chiaramente prima di arrivare qui in Italia per la partenza del Giro: “si corre tutti per Francisco Galdos”

Lo scorso anno il nostro capitano, scalatore eccezionale, è andato davvero vicino ad una grande impresa qui nella “corsa rosa”.

Un secondo posto finale, battuto solo dall’italiano Fausto Bertoglio.

Ricordo che io ero, come tutta la Spagna, davanti al televisore per assistere a quell’ultima meravigliosa tappa del Giro che arrivava proprio in cima al Passo dello Stelvio.

Fu una tappa meravigliosa, epica.

In una cornice di folla incredibile a fra autentici muri di neve ai bordi della strada.

Galdos vinse quella tappa ma non riuscì a colmare il distacco di 41 secondi che aveva dall’italiano.

L’obiettivo quest’anno è fare, se possibile, ancora meglio.

Per cui fino a quando il nostro capitano avrà una chance di vittoria tutti noi correremo per lui.

Se non dovesse andare così allora avremo il via libera anche noi gregari per tentare qualche sortita e magari per portarci a casa qualche bel piazzamento.

Questo programma per me non fa una piega; ne’ in un caso ne’ nell’altro.

Al sottoscritto lavorare duro per il proprio capitano è sempre piaciuto.

Conosco i miei limiti.

A 31 anni so benissimo quello che posso e che non posso fare.

In salita non sono certo un fenomeno e se non vai in montagna nel ciclismo la classifica te la scordi.

Ma ho un buon motore, una discreta potenza e in pianura non sono in molti a farmi paura.

Qualcuno dice che dovrei essere un po’ più ambizioso.

In fondo qualche bella corsa l’ho vinta … tre tappe alla Vuelta e una al Giro del Delfinato.

Mica corse qualunque !

Ma a me non importa.

Ho amato e amo la bicicletta.

Mi ha dato la possibilità di stare per tanti anni lontano dalla mia piccola azienda agricola, dai campi da arare, dalle mucche da mungere per fare quello che amo di più: correre in bici.

Ad ottobre di quest’anno compirò 32 anni.

Non manca molto al giorno in cui sentirò che la fatica supererà il piacere di stare in sella.

E a quel punto tornerò ai miei campi, nella mia adorata Cantabria con mia moglie Mercedes e i miei due adorati “cuccioli” Monolino e Maria.

Intanto ieri siamo arrivati in Italia.

Fra tre giorni partirà la corsa rosa.

Si partirà dalla Sicilia.

Saranno tappe per i velocisti ma se dovesse arrivare un segnale dal nostro Direttore Sportivo beh … io sono pronto a provare a fare qualcosa !

 

 

E’ la 1° tappa del Giro d’Italia del 1976.

59ma edizione della “corsa rosa”.

E’ divisa in due semitappe, entrambe il linea.

Alla partenza di Messina ci sono nubi minacciose.

Non esattamente il tempo che ci si attende nella terza decade di maggio in Sicilia.

Qualcuno nel gruppo è perfino contento.

La partenza e l’arrivo della brevissima semitappa (solo 64 km) è a Catania e da quelle parti, tra fichi d’india e zagare, agavi e terra brulla non è raro che in quel periodo si sfiorino anche i 30 gradi.

Invece quando si parte da Piazza Duomo ci sono nuvoloni grigi che non promettono nulla di buono.

La gara è velocissima. Osler e Pella tentanto la fuga, ma vengono presto ripresi. Ci sono tante squadre con fior di velocisti che non vogliono, non possono permettere che sfugga loro la prima maglia rosa.

Roger De Vlaeminck, il gitano, dominatore della classifica a punti in quegli anni, Patrick Sercu altro velocista belga fenomenale così come Rick Van Linden, belga pure lui. Per gli italiani ci sono il gigante buono Ercole Gualazzini, lo scaltrissimo Pierino Gavazzi, l’ex campione del mondo di 4 anni prima Marino Basso e un giovane e arrembante Francesco Moser che pur non essendo un velocista puro si lancia nelle volate senza alcun timore.

La prima ora vola via a 40km/ora di media che in un percorso così tortuoso è sicuramente un bel “viaggiare”.

Sono quasi le 12.30.

Dalle finestre delle case arriva il profumo del pesce delle tavole imbandite di quei meravigliosi paesini sparpagliati sotto lo sguardo maestoso dell’Etna.

Gonzales Linares, il fortissimo corridore spagnolo, numero due della squadra spagnola della KAS, ha una foratura.

E’ il momento peggiore con il gruppo che viaggia a mille e che si appresta ad attraversare Acireale prima di lanciarsi verso il ritorno a Catania.

Immediatamente si fermano Oliva, Carlos Ocana e proprio Juan Manuel Santisteban.

Il ritmo è frenetico. Qualche km a testa bassa quando finalmente, da lontano, si comincia a intravedere la coda del gruppo.

Siamo in un tratto di discesa, di quelle ampie e scorrevoli dove però non è difficile superare gli 80 o anche i 90 km all’ora.

Santisteban guida il gruppetto. Quando c’è da “menare” lui è sempre davanti.

C’è da affrontare un ampio curvone sulla destra, di quelli che solitamente non danno problemi nemmeno a ciclisti meno esperti e navigati di Manolo.

Però succede qualcosa.

Manolo si gira per vedere se i compagni sono dietro di lui ?

Oppure tocca con la pedivella l’asfalto mentre si appresta a disegnare la curva ?

O magari vede la sua ruota davanti trovare del ghiaietto e perdere aderenza ?

O forse addirittura una borraccia gettata incautamente da qualcuno nel gruppo transitato di lì qualche manciata di secondi prima lo ostacola ?

Nessuno lo saprà mai con certezza.

Potrebbe piegare la bici al limite forse, scivolare e finire fuoristrada, magari “grattando” il corpo su quell’asfalto viscido e finire fuori strada, nel fosso o infilandosi sotto il guard-rail.

Solo che Manolo NON VUOLE CADERE.

Non alla PRIMA tappa del suo PRIMO Giro d’Italia.

Non dopo un pugno di chilometri di corsa.

E così, in un tentativo estremo di rimanere in sella porta tutto il corpo verso l’esterno tentando di domare il suo mezzo.

Con il risultato che Manolo Santisteban viene letteralmente sbalzato dalla sella nel più classico “high side” motoristico.

Il suo volo finisce contro il guardrail a bordo strada.

Batte la testa.

Allora il casco non lo portava nessuno, non esisteva obbligo.

I suoi compagni hanno visto tutto ma questo “tutto” accade in pochi secondi e dopo poco sono già lontani, ignari del fatto che il loro compagno e amico Juan Manuel Santisteban è morto sul colpo.

Meno di due minuti dopo arriva Piero Ceccoli, medico del giro.

Può solo constatare che l’inevitabile è già accaduto.

Viene caricato sull’ambulanza, non prima che qualcuno riesca a scattare la foto che il giorno dopo farà il giro del Mondo.

santisteban morte

Tutto questo nella prima tappa del Giro, dopo neppure due ore di corsa.

La corsa va avanti.

Si arriva, come da copione, in volata.

Per la cronaca la spunta Patrick Sercu che indossa la prima maglia rosa di questo Giro iniziato come peggio non si potrebbe.

All’arrivo Antonio Menendez, grande amico di Manolo e suo compagno di camera, chiede informazioni “E’ riuscito Manolo a rientrare ? Non ditemi che si è fatto male ed è stato costretto a ritirarsi ???”.

La facce del Direttore Sportivo e degli altri uomini dello staff della Kas, la compagine spagnolo sono attonite, rimangono mute. Nessuno ha il coraggio di dire ad Menendez la verità.

Antonio cerca di capire cosa può essere successo quando qualche metro più in là sente Marino Basso, l’ex campione del mondo di Gap, che intervistato da un giornalista gli dice “tutto questo non conta niente oggi quando un tuo collega muore sulla strada”.

Antonio Menendez capisce ma ancora non vuole e non può credere a quello che ha sentito.

Si avventa su Basso “Chi è morto Marino ? Chi ?”

Juan Manuel Santisteban, il contadino di Ampuero, cittadina a due passi da Santander.
Juan Manuel Santisteban, detto “il Coco”, il brutto, per quei suoi lineamenti irregolari, quel suo sorriso sghembo e per quelle sue incredibili orecchie a sventola non tornerà dalla sua “Merche” e dai suoi figli ma morirà così sulle strade del Giro d’Italia, 24 anni dopo Orfeo Ponsin e 35 prima di Wouter Weylandt.

La KAS vuole ritirarsi.

Proprio non se ne parla di andare avanti in quelle condizioni. I suoi compagni non se la sentono di tornare in sella dopo quello che è successo.

Ma non c’è una notte per pensarci. Fra un paio d’ore si deve ripartire per la 2° semitappa, quella che da Catania dovrà portare i corridori a Siracusa.

Vincenzo Torriani, il patron della corsa rosa, fa opera di convincimento. “Restate e onoratelo in corsa”

La resistenza di Galdos e compagni alla fine cede.

Ci sono sponsors, contratti, impegni da rispettare e interessi economici.

Si torna in sella con la morte nel cuore ma con l’impegno di fare il meglio possibile.

Tutti gli introiti economici derivanti dai premi vinti in corsa saranno devoluti alla famiglia.

Ma le gambe non girano. I corridori della KAS sono ancora evidentemente scossi.

Ne’ Galdos, ne’ Lopez Carrill ne’ Gonzalez Linares riescono ad emergere.

Si arriva all’11ma tappa. La Terni-Gabicce Mare. Classica tappa di trasferimento in attesa di avvicinarsi alle prime montagne, quelle degli Appennini che inizieranno a delineare una classifica che al momento vede spalla a spalla il vecchio e mai domo leone Felice Gimondi con il giovane e agguerrito Francesco Moser.

L’arrivo in volata è praticamente una certezza.

Ci saranno le solite scaramucce, qualche gruppetto di comprimari che cercheranno di mettersi in luce e i “grandi” che penseranno a “salvare la gamba” in attesa della salite.

C’è qualcuno però che non la pensa così.

C’è qualcuno che considera questa tappa alla stregua di un campionato del mondo o di  una Milano-Sanremo.

C’è qualcuno che non appena viene abbassata la bandierina del via parte come un razzo, quasi che il traguardo fosse dietro la prossima curva.

Il suo nome è Antonio Menendez, “el rubio de Cangas del Narcea”, amico fraterno di Manolo.

Gesto encomiabile e valoroso.

Ogni ciclista del gruppo è sicuramente colpito e ammirato da questo coraggioso tentativo.

Coraggioso sicuramente.

Ma con 222 km da percorrere la parola “velleitario” è sicuramente la più indicata.

Passano i chilometri.

Il vantaggio aumenta.

Antonio sta viaggiando a 42 km all’ora di media dopo 100 chilometri di gara.

E’ ovvio che non può tenere questo ritmo per tutta la corsa.

Il vantaggio però aumenta, il gruppo lascia fare.

Lo tiene a “bagnomaria” convinto che Antonio, spagnolo atipico, biondo con gli occhi verdi, “imploda” fra pochi chilometri.

Fa incetta di traguardi volanti. Tutti premi che diventeranno pesetas preziose per la famiglia del suo amico Manolo.

Ad un certo punto però il vantaggio arriva a toccare i 18 minuti.

Antonio non molla, anzi, le sue energie si moltiplicano.

Il gruppo capisce che non c’è più nulla da fare. Antonio Menendez arriverà da solo al traguardo, con le braccia alzate non prima di farsi un segno della croce per ricordare il suo amico “Coco”, brutto è vero, ma il più simpatico di tutti.

Lui, Antonio, che arrivò ultimo in entrambe le due semitappe siciliane, lui che quando la sera i corridori tornavano in albergo trovava sempre un letto vuoto a fianco del suo.

Taglia il traguardo, distrutto dalla fatica e con gli occhi umidi di pianto.

E’ stata un’impresa, di quelle epiche che fanno la storia di questo meraviglioso sport.

Ma non è stata una fuga solitaria.

Su quella bicicletta, quel giorno, c’erano 4 gambe e due cuori.

E da lassù, probabilmente, Manolo avrà sorriso.

 

ricordo manolo

 

 

 

 

PHIL O’DONNELL: Riposa in pace zio Phil.

di SIMONE GALEOTTI

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Che cos’è questo silenzio assordante, questa voragine nella frenesia, spezzato solo da singhiozzi, da flebili preghiere, da passi ordinati sull’asfalto alla maniera delle note di un Requiem, davanti alle bifore gotiche della Chiesa di Saint Mary’s? Che cosa sono tutti questi fiori, queste sciarpe, queste maglie ripiegate su se stesse, questi nastri colorati di claret&amber bagnati dalle lacrime e dalla pioggia sottile di Motherwell? Hanno un valore? hanno un senso? ti accompagneranno Phil? dove? ti serviranno? Questo pegno di ricordi, questa schiera di commozione aggrappata come edera ai cancelli del tuo stadio, riesci a vederla zio?

Il Fir Park dove tutto era cominciato e dove tutto è finito. Esiste davvero una qualche specie di aldilà, un riverbero di luce da raggiungere indossando la maglia numero 10 degli Steelmen? Oppure no, siamo destinati al nulla, alla polvere, costretti a piantare radici di memoria? Agli inizi del 1800 Motherwell era poco più di una manciata di case scure sul lato destro del fiume Clyde. Oggi di quell’embrione di città resta una targa su un muro in Ladywell Road. Phil O’Donnell aveva trentacinque anni, era sposato con Eileen e padre di quattro figli.

E’ stato il freddo dicono. Il freddo che fa battere i denti anche a chi è nato qui nel North Lanarkshire.

C’è un ora fatale che scocca da dieci anni esatti negli orologi dei tifosi del Well: le 17.18 del 29 dicembre 2007. Un inceppo, un sussulto nel meccanismo che fatica nel far avanzare le lancette sul quadrante, al pari del cuore di Phil O’Donnell nel momento in cui il malore ebbe la meglio, stroncando la vita al capitano tornato nel club con cui aveva esordito a soli diciassette anni. Suo nipote David Clarkson stava giocando con lui e aveva già segnato due goal. Il giovane David che inevitabilmente gli aveva fatto affibbiare quel soprannome: uncle. La partita andava alla grande: 5-2 contro il Dundee United al trentaduesimo del secondo tempo. Mica male, c’era profumo d’Europa nell’aria. Poi Mark McGhee si alzò dalla panchina.

Chiamò Phil: “vieni zio, faccio entrare Marc Fitzpatrick”. Voleva dargli un po’ di respiro. Ma appena O’Donnell prese la strada della linea laterale si accasciò di schianto a terra, immobile. Lo soccorsero tutti, perfino il medico dell’altra squadra. Lamentava dolori alla gola, respirava male, appariva cianotico. “Dai Phil, che ti succede, non adesso, non ora, non lasciarci, in fondo non volevi andartene da casa nemmeno dopo i due milioni di sterline offerti dal Celtic.” A Glasgow ammirarono i tuoi piedi nonostante i troppi infortuni. E allora, passando da Sheffield sponda Owls, rientrò nel 2004.

La situazione apparì subito grave. Un ischemia, forse un infarto. Agitazione e mani tremanti a nascondere il volto. Mani più salde sul suo petto per il massaggio cardio-polmonare in attesa dell’ambulanza. Cinque minuti che non sono mai passati e continuano a scorrere in uno spazio temporale parallelo dove magari si apre una porta del destino diversa e Phil O’Donnell si salva. Invece nella teoria dei multiversi questo è l’universo sbagliato. Chissà quale sarà stato il suo ultimo pensiero? un bacio, i bambini, i suoi genitori, oppure quel pomeriggio a Hampden dove aiutò il “Well” a vincere la seconda Coppa di Scozia della sua storia segnando una stupenda rete di testa?. Idealismi. Mentre i macchinari cercavano di rianimarlo e la sirena balenava sull’orizzonte delle vecchie acciaierie di Motherwell, in direzione del Winshaw General Hospital, O’Donnell ci lasciava per sempre.

Rest in peace, uncle Phil.

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François Truffaut: NOUVELLE VAGUE

di RENATO VILLA

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Questa è una sera dolorosa, nella quale le stelle si spengono tristi sulla Ville Lumière.

Il fumo di una sigaretta sembra nebbia.

Nel cielo passano immagini e ricordi, e lungo le strade parigine c’è qualcosa di strano, qualcosa che lascia l’amaro in bocca.

Qualcosa di triste.

La gente è stupefatta, la notizia è quasi incredibile.

Era ancora giovane, per morire così.

Perché questa è la storia di una stella cadente.

*

Charles era seduto di fronte a me, in un bistrot di Pigalle.

Parlavamo ovviamente del film, di quel film che avevamo girato assieme qualche anno prima, e dei progetti, o meglio, del progetto che avevo in testa.

Gli dissi che mi avrebbe fatto piacere lavorare ancora con lui, in quella che doveva essere la fine di un trittico, di un percorso.

Lui fece la sua classica espressione pensosa, e mi disse che se ne sarebbe parlato di lì a non molto, davanti ad un bicchiere in qualche altro locale.

E, comunque, era sicuro che se avesse partecipato sarebbe stato un successo.

*

Il ragazzino ribelle che scivolava tra le luci del coprifuoco, in mezzo alla Parigi coinvolta nella seconda guerra mondiale, per rubare le locandine e le foto dei film, era cresciuto.

Cominciava ad avere idee, pensieri, e un padre che non era suo padre.

E cominciò a scrivere, a scrivere sulla più prestigiosa rivista cinematografica di Francia.

Les Cahiers.

Ma la sua idea era sempre la stessa: quella di essere il giudicato e non il giudice.

Perché, diceva, “i critici sono registi falliti”.

*

La Croisette era affollata come al solito, in quella serata di maggio fine anni cinquanta.

Il giovane regista passeggiava tranquillo, come se non avesse avuto notizia di quello che stava per accadere.

Sembrava che non si curasse del successo del suo film, e che pensasse che, in fondo, c’era gente più meritevole di un neppure trentenne nel ricevere la Palma d’Oro.

Poi, ad un c erto punto, si girò ed andò a cercare un mezzo per tornare in albergo.

Non sarebbe certo toccato a lui vincere, si disse, e si avviò verso un taxi.

*

La ragazza sgranò gli occhi alla proposta.

Non le era ancora toccata una parte così importante.

Protagonista.

E non la parte di una donna.

La parte “della” donna.

Catherine.

Annuì.

Poi, con uno sguardo saettante, chiese: “Quando si comincia?”

*

L’ex ragazzino ribelle, ora regista di valore, richiuse il libro.

Ne era rimasto impressionato.

Sarebbe stato da farci un film sopra, si disse.

Poi riprese il testo tra le mani, lo coccolò, lo sfogliò e cominciò a rileggerlo.

C’erano tanti punti interessanti, in quel libro, pensò.

Così provò a tirare giù una base di storia, e si premurò di fare in modo che arrivasse all’autore.

Sapeva che non era facile, ma doveva provarci.

Perché, se ci fosse riuscito, quello sarebbe stato il film che l’avrebbe lanciato in grande stile, definitivamente, anche davanti a quello che era il grande pubblico.

In fondo, quel libro parlava di tutto.

Non era solo un libro di fantascienza, ambientato in  un’epoca diversa da quella nella quale lui viveva.

Era un libro che trasmetteva messaggi.

Proprio quello che lui voleva fare.

*

Quella sera sarebbe stato ospite d’onore alla cerimonia cinematografica più importante del mondo. La premiazione degli Oscar.

Gli spettava ricevere uno dei premi più ambiti nel mondo del cinema, ed il fatto che a consegnarglielo  fosse il suo grande amico e Maestro Alfred Hitchcock lo rendeva teso come non era mai stato.

E sapeva che, nonostante la lunga amicizia che lo legava al regista inglese, avrebbe dovuto mantenere il comportamento formale richiesto dall’ Academy.

Si rassegnò.

In fondo, ne valeva la pena.

*

Era passato qualche anno.

Le sue storie continuavano ad essere seguite, e l’idea che gli frullava in testa da tempo stava diventando sempre più insistente.

Cinema, teatro. Mancava la musica.

L’ultimo tassello.

La fine del percorso, iniziato una decina di anni prima e al quale voleva dare una degna chiusura.

Ma non sapeva se sarebbe mai riuscito a girare quel film.

Sapeva però che si sarebbe acceso un’altra sigaretta.

TRUFFUAT FINE

HENRIK LARSSON: “non mollare MAI !”

di CRISTIAN LAFAUCI

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La vita talvolta prende delle traiettorie imprevedibili , segue dei percorsi impensabili , che a prima vista possono apparire senza senso .

Uno di questi parte da Lione per giungere a Parigi.

Sembrerebbe il nome di una di quelle grandi classiche del ciclismo tra freddo , fango e pavé ; invece è legata al destino e alla carriera di un calciatore , di padre capoverdiano e madre svedese , il cui percorso professionale lo ha portato dalla Svezia dall’Olanda e dalla Scozia alla Spagna

Strano , vero ? probabilmente sì , ma il bello della vita è proprio quello…

” È stata una bella soddisfazione andare al Celtic ; lo ricordo ancora come se fosse adesso : luglio 97 .

I 4 anni precedenti , nel Feyenoord , erano stati molto positivi per me : ero cresciuto tecnicamente , poi con la nazionale avevamo colto un terzo posto ai mondiali del 94 ; mi brucia ancora per la semifinale persa contro il Brasile , ci eravamo battuti come meglio non avremmo potuto….però , pazienza ! avevamo comunque raggiunto un grande risultato .

Stavo bene in Scozia , molto bene : c’era un buon rapporto con gli altri compagni di squadra , ma anche con i tifosi , la gente ; cominciavo a capire quando mi dicevano che il Celtic è molto di più di una semplice squadra di calcio….

Stavo facendo bene : nel 98 avevamo vinto il campionato e il Celtic Park era un’unica marea verde festante ; tutto procedeva per il meglio !

Lo ammetto : mi sarebbe piaciuto potermi misurare nella Premier League inglese , in fondo però non mi potevo certo lamentare , la mia carriera finora era lusinghiera .

Poi è arrivata quella serata a Lione….quella me la ricorderò finché campo , e non è affatto piacevole.

E pensare che quell’edizione di coppa uefa , la 99 / 2000 , era iniziata bene per noi : avevamo vinto il turno preliminare in Galles e il primo turno in Israele ; ora ci sarebbe toccato il Lione , cliente difficile , erano una buona squadra , avremmo dovuto sudare per qualificarci , ma potevamo farcela ; in attacco poi stava a me capitalizzare al massimo i palloni che sarebbero arrivati ; ma non è un problema , è il mio ruolo , e come si fa goal , modestamente , lo so piuttosto bene .

Invece è andato tutto da schifo , è diventato un dramma : erano passati appena una decina di minuti e stavo cercando di raggiungere il pallone , col difensore che tentava di contrastarmi , eravamo affiancati , le gambe sono venute a contatto , hanno fatto leva ed è stato un dolore tremendo , qualcosa che non auguro a nessuno…

larsson infortunio

Come se non bastasse , il vedermi la gamba sinistra spezzata , mi ha mandato nel panico : altro che calcio ! in quei momenti avevo addirittura paura di non poter tornare a camminare come prima…

La diagnosi è stata impietosa : frattura alla gamba sinistra in due punti , rottura di tibia e perone .

I medici me lo hanno detto : sarei potuto tornare a giocare , e questo era già un sollievo , ma ci sarebbe voluto del tempo .

E il tempo è passato ; mi ero dato questo obiettivo e ogni sforzo , per minimo che fosse , ogni progresso era finalizzato al tornare in campo .

Con la maglia del Celtic ovviamente : la società , i compagni , i tifosi , tutti aspettavano di vedermi tornare al mio posto , e non importava quanto ci volesse , io dovevo solo fare la mia parte e recuperare al meglio .

Lo ammetto : tutto questo mi ha fatto un gran bene , mi ha dato quella forza , quella spinta in più per riprendermi completamente , per affrontare riabilitazione , fisioterapia , rieducazione e riacquistare la forma migliore .

Quante sere , prima di addormentarmi , ripensavo a cosa sarebbe stato , a quale emozione poteva essere quando sarei tornato , finalmente , a vestire quella maglia a righe biancoverdi con il numero 7.

E quel momento è giunto : nella stagione 2000 / 2001 ; è stata un ‘ emozione forte , ed allo stesso tempo , fantastica , come un nuovo esordio , quasi una rinascita ; tutto era alle spalle , il dolore , la paura , la preoccupazione , il duro lavoro per tornare quello di un tempo , l’ansia di arrivarci prima possibile .

Tutto era passato , come un brutto sogno , da cui ci si sveglia all’improvviso ; subito il cuore va a mille , poi ci si scorda tutto e si va avanti .

Io mi ero svegliato , ero andato avanti , mi ero rimesso la maglia numero 7 e mi sono commosso quando , appena sceso in campo , ho sentito il boato del Celtic Park che mi salutava .

E io allora sentivo di volerli ripagare per tutto dell’affetto e quell’attesa , e l’ho fatto nella maniera che mi riusciva più naturale : a suon di goal .

A fine agosto abbiamo disputato il derby contro i Rangers , e giocavamo in casa ; quel giorno la squadra è stata perfetta e pure io ero in gran forma : le gambe giravano che era una meraviglia .

Poi Sutton protegge quel pallone nella metà campo avversaria e serve me che stavo avanzando ; ho accelerato , tagliando in diagonale e ho saltato due difensori che mi si sono parati davanti ; al limite dell’area , vedo il portiere fuori dai pali e lo metto fuori causa con un pallonetto di destro .

E li è stata una festa : la gente sugli spalti che esultava , io che correvo per il campo fino a che i compagni non mi hanno placcato per abbracciarmi ; non è stato ne il primo ne l’ultimo goal che ho segnato ai Rangers , ma la soddisfazione che ho provato in quel momento era da autentico stato di grazia : il peggio era passato e potevo finalmente gioire .

larsson celtic

E sono giunte le vittorie dei campionati , le coppe di Scozia , la scarpa d’oro per i 35 goal realizzati nel 2000 / 2001 , quindi , nel 2003 , ho pensato che la vita mi stesse per restituire quello che mi aveva tolto anni prima .

Quell ‘ anno , in coppa uefa eravamo stati grandiosi ; si , proprio quella coppa uefa dove mi ero spaccato una gamba anni prima ; in semifinale avevamo eliminato il Boavista e ci saremmo giocati la coppa contro un’altra squadra portoghese , vale a dire il Porto .

Sapevamo che la squadra di Mourinho era molto forte , ma l’entusiasmo era comunque tanto ; a Siviglia , da subito , siamo tornati coi piedi per terra : quel Porto era davvero un pessimo cliente , giocatori giovani , pieni di carica agonistica , ottimi palleggiatori e correvano come dei razzi .

Io ci ho provato con una punizione nel primo tempo : forte e nello specchio , ma ci voleva altro per battere un portiere come Baia .

Invece loro erano straripanti , sfondavano da tutte le parti , finché alla fine del tempo , all’ennesima occasione respinta dal nostro portiere , sulla ribattuta passano in vantaggio

Poteva essere il tracollo , invece a inizio ripresa , manovriamo in attacco , parte un lungo cross che taglia tutta l’area , io ci provo e colpisco di testa a incrociare dentro l’area piccola , il pallone attraversa la porta colpisce il palo ed entra.

Avevamo raddrizzato la gara ma per il Porto non sembrava fare alcuna differenza : infatti tornano a spingere e dopo neanche una decina di minuti , una palla filtrante buca la nostra difesa e il loro attaccante va a segno .

Per fortuna non ci siamo persi d’animo e abbiamo reagito : un paio di minuti dopo ,su calcio d’angolo mi hanno lasciato libero di colpire di testa al centro dell’area e sono riuscito a mettere nel sacco il goal del 2 – 2 .

Non avrei mollato per nessuna ragione : nonostante tutto quello che mi era capitato , ero li a giocarmela e avevo pure realizzato una doppietta ; avrei fatto di tutto perché non fosse stato invano .

Abbiamo portato il match ai supplementari e quello era già qualcosa ; purtroppo dopo pochi minuti , un nostro difensore viene espulso per aver steso un avversario a centrocampo .

Eravamo stanchi , con un uomo in meno e gli altri ne avevano , obiettivamente , di più ; poco da dire…

Infatti , a cinque minuti dalla fine , sfruttano al meglio un nostro errore e ci fanno il terzo .

Sentivo una grande amarezza per quella sconfitta : sapevo benissimo che spesso la vita non ha il lieto fine come le favole , che anche se ti è andata male prima , non è detto che debba andarti meglio dopo ; tuttavia ci speravo tanto : credo sia umano e non conosco nessuno che non abbia sperato di prendersi una bella rivincita dalle amarezze della vita.

È stata davvero una sorpresa quando , nell’estate 2004 , è arrivata l’offerta del Barcellona : in Scozia sono sempre stato magnificamente , ma una chiamata del Barca non è cosa da tutti i giorni , tanto più che io avevo già 33 anni .

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L’inizio è stato positivo : tre reti in campionato e una in Champions , proprio a Glasgow , proprio contro il Celtic ; quella volta proprio non me la sono sentita di esultare , avevo trascorso li sette anni della mia vita , era stata la mia casa , ero tornato da avversario , ma loro mi avevano riservato un’accoglienza come a uno di famiglia ; scusate , ma di festeggiare quel goal , davvero non era il caso….

Ma , tanto per cambiare , il peggio doveva ancora venire : giochiamo in campionato contro il Real e mi capita un altro infortunio ; me ne accorgo subito che è qualcosa di grave .

Rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro e lesione del menisco : stavolta è finita .

Non sono più un ragazzino e anche qui i tempi di recupero sono lunghi ; la società ha fatto un bel gesto nei miei confronti e mi ha prolungato il contratto fino al giugno 2006 ; poco alla volta , lo scoramento e la rassegnazione si diradano , e comincia a farsi strada un’idea nella mia testa : voglio provarci , voglio tornare , anche solo per dimostrare che a tutta questa sfortuna non gliela voglio dare vinta ; proviamoci , non ho niente da perdere ! poi vada come vada…

Passano i mesi , ancora una volta tutta quella lunga trafila delle terapie riabilitative , ma quello che conta è che all’inizio della stagione seguente , sono pronto a ripartire .

Intanto , l’anno scorso abbiamo vinto la Liga , quindi ci sarà pure da giocare la Champions ; lo so bene che di talenti , anche più forti di me , ne abbiamo in abbondanza , però già che sono qui , e che ho superato pure questa , voglio giocarmi ogni singola possibilità che mi verrà concessa .

L’annata si dimostra più che positiva : gioco , segno anche qualche rete ( che non guasta mai…) e vinciamo di nuovo il campionato ; potrei già ritenermi soddisfatto , in fondo , già esserne stato protagonista , per come si erano messe le cose , è un gran traguardo…

Solo che siamo arrivati anche in finale di Champions e l’idea di potervi prendere parte , sarebbe qualcosa di unico .

Alla vigilia , il mister , Rijkaard , mi comunica che partirò dalla panchina : ci sono rimasto male , è vero , ma lo posso capire , non gliene faccio certo una colpa , poi non si sa mai…

La sera del 17 maggio , a Parigi , assisto al primo tempo dalla panchina : stiamo giocando una buona partita , ma sul finale di frazione è l’Arsenal a passare in vantaggio con un colpo di testa di Campbell ; non ci voleva , è un film che ho già visto , e non vorrei proprio riviverlo di nuovo .

Inizia la ripresa , ma la musica non cambia , anzi ci manca poco che Henry ci faccia anche il secondo , in più si è messo a piovere forte….

Poco prima del quindicesimo , Rijkaard viene da me e mi dice di iniziare a scaldarmi che mi fa entrare : è una scarica di adrenalina incredibile ; appena entro penso solo che non voglio che finisca come tre anni fa a Siviglia , non deve finire così , se esiste un minimo di giustizia , non può finire così .

Invece i minuti passano e il risultato non si schioda , e io a ripetermi in testa che non può finire così…

Manca un quarto d’ora , stiamo spingendo , parte un pallone in profondità e io scatto verso il limite dell’area per raggiungerlo , intanto vedo con la coda dell’occhio che sta arrivando Eto’ o da dietro , così , appena raggiungo la sfera , gliela prolungo per lui con l’interno destro ; Samuel entra in area e batte il portiere : 1 -1 , lo sapevo che non poteva finire così !

Quel goal ci toglie la stanchezza e continuiamo a spingere : cinque minuti dopo , Belletti manovra sulla trequarti d’attacco , vede che mi sto smarcando nell’area avversaria e mi serve , solo che il pallone non è proprio perfetto e rischia di finire sul fondo .

Mi allungo e riesco a stopparlo col sinistro , ma ormai sono troppo defilato , così vado verso il corner e mi porto dietro il difensore ; all’improvviso mi giro e sempre di sinistro , servo Belletti che si era portato in avanti ed era dentro l’area : lui controlla e batte per la seconda volta Lehmann ; ora ne sono convinto : stavolta non finirà così !

Infatti le lacrime non sono state di delusione ma di gioia ; ci sono stati gli abbracci , la premiazione e il giro di campo con la coppa appena vinta .

E mentre ero li sul terreno a festeggiare , mi è passato davanti tutto : le speranze , le sofferenze , i ritorni , le occasioni perdute , fino ad arrivare al trionfo che mi stavo godendo .

Per un istante ho anche pensato che in fin dei conti , Lione , in linea d’aria , non era poi così distante ; ma un attimo dopo , mi sono reso conto che , ormai , era lontano anni luce da me , era il classico brutto sogno di cui parlavo prima , e stavolta mi ero davvero risvegliato , definitivamente , e che risveglio ! con una Champions League tra le mani , sotto il cielo di Parigi….”

 

Per chiudere un MERAVIGLIOSO documentario della BBC dedicato interamente a questo grande e mai domo campione.