ELIAS FIGUEROA: Più forte del destino.

di REMO GANDOLFI

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“Domani ci saranno in tribuna i miei genitori.

E so già che mia madre piangerà per tutti i novanta minuti della partita.

Non tanto per l’occasione in se.

… che comunque non è mica una cosa da tutti i giorni !

Domani infatti nel nostro campo di Valparaiso con i miei compagni della squadra Juniores del Santiago Wanderers affronteremo il Brasile !

Si, avete capito bene.

IL BRASILE.

Il Brasile campione del Mondo, quello di Pelè, Didi, Garrincha e Zagallo.

Il Brasile che quattro anni fa in Svezia incantò il Mondo con il suo gioco e i suoi inarrivabili talenti.

Il pianto di mia madre però ha ragioni ben più profonde della semplice emozione di vedere il proprio figlio quindicenne giocare contro la squadra più forte del mondo.

A sentire i dottori io non avrei mai potuto giocare a calcio.

Pochi anni fa, quando non avevo ancora undici anni, mi presi la poliomelite.

Rimasi a letto un anno intero.

“Signora” dissero i dottori a mia madre “forse suo figlio un giorno potrà tornare a camminare normalmente ma lo sport per lui è un discorso chiuso”.

Per i miei genitori quello che contava è che fossi sopravvissuto e che potessi avere una vita normale.

Non per me.

Io volevo giocare a calcio.

Lo volevo disperatamente.

Spiccavo già tra i miei coetanei.

Ero più alto della media ma mi muovevo con agilità, calciavo già con entrambi i piedi e mi piaceva da matti colpire la palla di testa.

“No, non se ne parla neanche !” mi ripetevo tutti i santi giorni.

“Io tornerò a giocare a calcio.” Ne ero sicuro. L’unico ad esserlo …

Dovetti ricominciare da capo a camminare.

Proprio come un bambino.

A 13 anni però ero già tornato a giocare nella squadra del mio “barrio”, l’Alto Florida.

A 15 anni entrai nel Santiago Wanderers, la squadra più forte di tutta Valparaiso.

E domani giocherò contro il Brasile.

Io gioco a centrocampo e il mio Mister mi ha già detto che dovrò stare attento ai movimenti di Didi, cercando di limitarlo e di non farlo giocare con tranquillità.

Ci pensate dopodomani sui giornali della mia città ?

“Duello a centrocampo tra Didi e il giovane Figueroa”..

… eh si mamma, un bel pianto puoi proprio concedertelo !

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Elias Figueroa giocherà una eccellente partita a tal punto che sono in tanti i giocatori brasiliani che a fine partita si complimentano con “il ragazzino con il numero 8” per la sua prestanza fisica, la sua tecnica e la sua grande personalità.

Il suo talento è talmente evidente che sono sufficienti due stagioni ad alto livello con il Santiago Wanderers per guadagnarsi prima un posto da titolare nella spedizione cilena ai Mondiali d’Inghilterra nel 1966 e poi per diventare uno dei giovani calciatori più ambiti di tutto il Sudamerica.

Per lui si scatena una feroce asta. Huracan e Independiente si contendono a suon di pesos il talento cileno ma quando sembra tutto fatto per i “diavoli rossi” di Avellaneda (Figueroa aveva già passato le visite mediche di rito) un blitz del Penarol (con tanto di aereo privato che lo preleva da Buenos Aires per portarlo a Montevideo) raggiunge l’obiettivo: Elias Figueroa giocherà con i “Carboneros” andando ad unirsi ad uno squadrone eccezionale che in quel periodo include tra le proprie fila alcuni dei calciatori più forti dell’epoca come il mitico portiere Ladislao Mazurkievicz, l’attaccante ecuadoregno Alberto Spencer, il centrocampista Pedro Rocha e il difensore Pablo Forland, padre di Diego, il grande attaccante di Manchester United e Atletico Madrid tra le altre.

Quando arriva al Penarol (nome che deriva da un “Barrio” di Montevideo fondato da un italiano di nome Crosa, piemontese emigrato originario di Pinerolo da cui il barrio prese il nome) gli “Aurinegros” sono addirittura Campioni del Mondo in carica avendo sconfitto nella finale della Coppa Intercontinentale nientemeno che il Real Madrid di Amancio, Gento e Pirri.

Figueroa è il tassello definitivo del puzzle che trasforma il Penarol in una squadra all’epoca inavvicinabile.

Due campionati consecutivi vinti con un record di imbattibilità di 56 partite consecutive (durata due anni esatti !) senza sconfitte e il trionfo nella Supercopa Sudamericana.

In questo torneo nella finale contro il Santos di Pelè Elias Figueroa gioca una partita sontuosa mettendo in mostra tutte le sue enormi doti.

Senso della posizione impeccabile, capacità di uscire palla al piede dalla propria area diventando di fatto il primo costruttore di gioco della squadra oltre alla sua enorme capacità nel gioco aereo che lo rendono un pericolo costante nell’area di rigore avversaria in occasione dei calci piazzati.

Per tre anni consecutivi viene eletto miglior calciatore del campionato uruguayano e la sua fama è ormai nota in tutto il Sudamerica.

E non solo.

Nel 1971 il Penarol però attraversa una pesante crisi economica.

Il Club di Montevideo si trova costretto praticamente a “svendere” i suoi giocatori migliori.

C’è una pletora di Club che vogliono Figueroa.

Una di queste è il Real Madrid.

Figueroa però sceglie l’Internacional di Porto Alegre.

Oggi sembrerebbe una scelta folle o quantomeno curiosa.

In realtà all’epoca il campionato brasiliano era il Campionato probabilmente più competitivo del pianeta e non solo per la presenza di tutti i grandi componenti del meraviglioso team brasiliano campione del Mondo a Messico 70.

Addirittura l’offerta economica è maggiore rispetto a quella delle “Merengues”.

In Brasile diventa un idolo assoluto.

Gli viene immediatamente assegnata la fascia di capitano e vincere il Campionato Gaùcho diventa quasi una formalità per l’Internacional.

Nel frattempo il Cile arriva alla partita di spareggio per la qualificazione ai Mondiali di Germania.

Avversaria è l’Unione Sovietica, forte del blocco della Dynamo Kiev che in quel momento è una delle squadre più forti del continente.

L’andata è un assedio dei russi ma Figueroa gioca un’altra partita impressionante, chiudendo tutti i varchi e dimostrandosi una volta di più “El Dueno de l’area”, il padrone dell’area di rigore.

Finirà 0 a 0, risultato eccellente in vista della partita di ritorno.

… partita di ritorno che si trasformerà in una delle pagine più farsesche e ridicole della storia di questo sport.

Con il Cile da alcuni mesi sotto la sanguinaria dittatura di Pinochet i russi si rifiutano di mettere piede nel paese e la Fifa s’inventa la geniale idea di far scendere comunque in campo il Cile contro … nessuno.

 

Ma è nel 1975, nella finale del Campionato Brasiliano, che Figueroa assurge a “Semidio”.

Il rivale dell’Internacional è il Cruzeiro di Belo Horizonte.

Nell’Internacional al fianco di Figueroa ci sono calciatori eccellenti come il centrocampista Paulo Cesar Carpeggiani, l’attaccante Valdomiro e soprattutto un giovanissimo regista arretrato di cui si dicono meraviglie: il suo nome è Paulo Roberto FALCAO.

Il Cruzeiro presenta tra le sue fila diversi nazionali brasiliani quali il terzino Nelinho, e gli attaccanti Roberto Batata e Palinha.

La partita è equilibratissima e combattuta.

Al decimo della ripresa c’è una punizione per l’Internacional sulla destra, a pochi metri dalla linea di fondo.

La calcia Valdomiro e la palla arriva nel centro dell’area di rigore del Cruzeiro.

Nell’accrocchio di calciatori che saltano per raggiungere il pallone ce n’è uno che salta più in alto di tutti deviando di testa il pallone all’angolino della porta difesa da Raul.

E’ proprio lui: Elias Figueroa.

Ma nel momento in cui stacca per colpire di testa succede qualcosa che consegnerà questo gol alla leggenda del calcio brasiliano.

Un raggio di sole, filtrato dalle nubi proprio in quell’attimo “illumina” quel momento storico, che consacra per la prima volta nella sua storia l’Internacional come campione del Brasile.

Sarà per sempre, per tutti, “El gol iluminado”.

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In Brasile Figueroa diventerà un autentico idolo e la sua figura andrà ben oltre quella del “semplice” calciatore.

Sempre presente con la bellissima moglie Marcela nelle manifestazioni ufficiali organizzate nella città e figura di spicco del “jet-set” locale.

Ma è in campo che Figueroa dà il meglio di se.

Sarà nominato “Miglior calciatore del Sud America” per tre stagioni consecutive, tra il 1974 e il 1976, precedendo calciatori del livello di Rivelino, Zico, Francisco Marinho, Kempes, Alonso, Cubillas o Brindisi.

Nel 1977 decide di tornare in Patria ma non per giocare in una delle grandi del suo Paese (Colo Colo, Universidad de Chile o Universidad Catolica) bensì nel “piccolo” Club Deportivo Palestino.

Per l’Internacional di Porto Alegre è un colpo durissimo da assorbire.

Non solo significa perdere il loro giocatore più importante ma Figueroa, ceduto ad un grande Club europeo, avrebbe fatto la gioia del cassiere dei “Colorado”.

Invece Figueroa (e soprattutto la signora Marcela) insistono per tornare nella loro terra.

Si tratta di rinunciare ad un mucchio di quattrini ma la decisione è irremovibile.

Al piccolo Club del Presidente, Don Enrique Atal, non pare vero di poter inserire nel proprio team il più forte difensore del Sudamerica.

I risultati sono immediati e sorprendenti.

Il Palestino vince immediatamente la Coppa del Cile e a segnare il gol decisivo nei supplementari è ovviamente Elias Figueroa.

Ma è quello che succede dal luglio di quel 1977 che non solo riscrive la storia del calcio cileno ma fa capire, se ce ne fosse ancora bisogno, l’impatto di questo straordinario calciatore.

Il Club Deportivo Palestino inizia una serie di 46 partite consecutive in cui nessuno riesce a sconfiggere Figueroa e compagni. Questa serie è la migliore di sempre nel calcio cileno. Ovviamente nel 1978 arriva anche il campionato cileno e l’anno successivo il piccolo Palestino arriverà addirittura alle semifinali della Copa Libertadores.

Sono quattro stagioni meravigliose che riscriveranno la storia del Club Deportivo Palestino e confermeranno l’assoluta qualità di questo difensore dalle doti eccelse e dal repertorio calcistico completo come poche volte si è visto nella storia di questo sport.

A 35 anni le sirene del “Soccer”, il calcio degli Stati Uniti d’America, ammagliano anche Figueroa che si trasferisce al Fort Lauderdale, dove giocherà a fianco di grandi campioni come il tedesco Gerd Muller e il peruviano Teofilo Cubillas, raggiungendo la finale del campionato perdendo poi in finale contro il Cosmos di New York di Pelè, Chinaglia e Beckenbauer.

Ma il Cile, il suo amato Cile, rimane la priorità.

C’è da qualificarsi per i Mondiali di Spagna e il via vai dagli Stati Uniti per giocare le partite di qualificazione rischiano di togliere freschezza a Figueroa.
A quel punto accade qualcosa di particolare, diremmo quasi di “sudamericano” nell’accezione però più ammirata del termine.

Il Colo Colo, la squadra più importante del Paese, trova una sponsorizzazione addirittura dalla Televisione Nazionale per riportare a casa (e nelle fila degli “Albos” !) Figueroa in quei primi e decisivi mesi del 1982.

Il Cile si qualificherà per quei Mondiali ma ne uscirà in maniera poco decorosa al primo turno, con tre sconfitte in tre incontri.

Figueroa, il calciatore più anziano di quella edizione e nonostante diversi problemi fisici, sarà una delle poche note liete della spedizione cilena.

E’ ormai però arrivato il tramonto di una carriera calcistica di altissimo livello che ha il solo torto di averlo reso un semidio in America Latina e … quasi uno sconosciuto in Europa.

La sua partita di addio sarà celebrata l’8 marzo del 1984 tra una selezione cilena e una del “Resto del Mondo”.

70.000 spettatori riempiranno le tribune del Estadio Nacional per tributare il meritato saluto a questo grandissimo campione che, come disse di lui il famoso poeta e scrittore brasiliano Nelson Rodrigues, era “pericoloso come una tigre del Bengala ed elegante come un Conte in smoking”. Era, insomma, il “difensore perfetto”.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Fin dalla tenera età Elias Figueroa dovette convivere con gravi problemi di salute. Prima la difterite che gli diedi problemi al cuore e poi un grave forma di asma.

Per lui pareva impossibile una vita normale ma la decisione dei genitori di trasferirsi nella città di Quilpuè (ancora oggi denominata la città del sole per il suo eccellente clima) fu decisiva.

Elias tornò ad essere un bambino normale … con un talento “fuori dal normale” per il pallone.

 

A 11 anni arriva però un’altra terribile notizia per il piccolo Elias che nel frattempo ha già messo in mostra le sue prodigiose doti nella piccola squadra locale: la poliomelite.

Figueroa rimane a letto per oltre un anno.

Guarisce ma quando lo fa deve praticamente imparare una seconda volta a camminare.

Ma è un ragazzino forte e coraggioso e poi c’è il pallone che per lui è una autentica ossessione.

Quando a 15 anni il Santiago Wanderers, una delle più importanti squadre cilene, gli offre un provino, Elias non si lascia sfuggire l’occasione.

Non solo.

Viene inserito nella squadra allievi dove resterà ben … un giorno ! Prima di essere aggregato alla Juniores il giorno successivo.

Passano poche settimane e Elias Figueroa, a 15 anni di età, farà il suo esordio tra i professionisti nella prima squadra del Santiago Wanderers.

 

Non tutto all’inizio va come sperato.

Elias Figueroa viene spostato dal centrocampo al centro della difesa dove dimostra di trovarsi immediatamente a proprio agio ma lì ci gioca “El Maestro” Raul Sanchez e per Figueroa c’è spesso la panchina.

Viene dato in prestito per una stagione al piccolo Club Union La Calera della regione di Valparaiso.

Qui Figueroa non solo si afferma definitivamente come un difensore di valore assoluto ma si guadagnerà l’appellativo di “Don” (solitamente riservato a personalità prestigiose e comunque di una certà età) dopo una sontuosa prestazione del piccolo Union in casa del poderoso Colo Colo.

Sarà il famoso radiocronista Hernan Solis che dirà di lui “oggi abbiamo visto un ragazzino di 17 anni che gioca con la maturità e la sicurezza di un veterano di mille battaglie. Per questo, da oggi, io non posso fare a meno di chiamarlo “DON ELIAS FIGUEROA”.

In quella partita si racconta che durante un disimpegno nella propria area di rigore Figueroa uscì palla al piede dopo due tunnel consecutivi a due diversi giocatori del Colo Colo …

 

Per qualificarsi ai Mondiali del 1974 il Cile dovette giocare la “famosa” partita di spareggio contro l’Unione Sovietica. La partita di ritorno, come molti sanno, non di disputò mai. L’URSS rifiutò di giocare la partita di ritorno nello stadio Nazionale Cileno teatro pochi mesi prima del terribile golpe di Pinochet e dove vennero segregati centinaia di oppositori del regime. L’andata però si giocò regolarmente e fu una delle prestazioni migliori della carriera di Figueroa.

L’Unione Sovietica aveva in squadra calciatori di valore assoluto. Su tutti il giovane attaccante della Dynamo Kiev Oleg Blokhin.

Nonostante la pressione praticamente ininterrotta per tutti i 90 minuti la difesa cilena tiene splendidamente e Figueroa è l’assoluto protagonista.

… anche perché sarà proprio lui, con un tackle robusto quanto legale, a mettere fuori combattimento il forte attaccante russo per il resto del match.

 

Un difensore come Figueroa, che più di una volta disse “Nella mia area di rigore entra chi dico io”, qualche volta ha dovuto anche “fare passo” contro avversari altrettanto determinati.

Il suo Fort Lauderdale gioca contro il Jacksonville Tea.

Partita normalissima in cui gli “Strikers” del Lauderdale stanno vincendo nettamente e con apparente tranquillità.

Ad un certo punto però il numero 9 del Jacksonville, Bob Newton, decide che ne ha abbastanza di vedersi costantemente anticipato da questo difensore cileno.

Con la palla a 50 metri di distanza sferra una gomitata in pieno volto a Figueroa.

Il difensore cileno perde conoscenza e 4 denti.

Dopo due giorni in ospedale viene dimesso, con 40 punti di sutura in bocca, venti interni e venti esterni.

“E sono felice che mia moglie non mi abbia lasciata ! Sembravo un mostro di un film dell’orrore” ! ricorda oggi con senso dell’umorismo Figueroa.

 

Figueroa è sempre stato riconoscente al Penarol e al calcio uruguaiano per averlo fatto crescere in maniera esponenziale come difensore.

“Penso sempre che uscire dalla difesa preoccupandosi di passare la palla ad un compagno valga cento volte di più che semplicemente calciare la palla il più lontano possibile. Ma nel Penarol ho imparato che occorre imporsi anche fisicamente quando serve … perché in quel campionato gli attaccanti giocando duro e se non ti adegui sei finito”

 

“L’attaccante più ostico che io abbia mai incontrato è stato l’argentino Luis Artime quando giocava nel Nacional. Ti sembrava facile da marcare, non si dannava più di tanto per cercare la palla o smarcarsi. Per 89 minuti lo potevi tenere in pugno. Poteva giocare una partita intera senza quasi toccare il pallone. Poi gli bastava un secondo e decideva la partita con un suo gol. Contro questi, che io chiamo i “fantasmi” dell’area di rigore non ci sono istruzioni o regole.”

 

In Brasile, terra in cui il calcio è una religione, Figueroa come detto diventa una figura di culto.

Un giorno addirittura viene immortalato completamente nudo nello spogliatoio dell’Internacional e la sua foto il giorno dopo viene pubblicata in una famosissima rivista locale.

Figueroa ovviamente non è felice della cosa e prova evidente imbarazzo.

Dopo qualche giorno quasi segregato in casa e il più possibile lontano dai riflettori decide con la moglie di uscire e andare al ristorante, uno dei più discreti e appartati della città e il tutto nella maniera più anonima possibile.

Non appena entrati, la titolare del ristorante, una corpulenta e simpatica signora italiana lo riconosce e si mette a battere le mani per attirare l’attenzione di tutti i clienti. “Signore sta entrando quel bell’uomo che abbiamo visto nudo pochi giorni fa sul giornale. Finalmente qualcuno che si preoccupa di far contente anche noi donne !!!”

… Figueroa racconta che il rossore sulle guance gli durò per tutta la durata della cena …

 

Si dice spesso che dove siamo nati è il posto dove è più difficile essere rispettati.

Figueroa lo scopre sulla sua pelle. Come detto il difensore cileno fa di tutto per tornare nel suo Paese. Il Presidente dell’Internacional gli mette addirittura davanti un assegno in bianco. “Metti tu la cifra Elias. Ma non andartene”.

Niente da fare. Il richiamo del suo paese è troppo grande. Elias si sente in debito dopo anni all’estero.

All’arrivo all’aeroporto ci sono migliaia di persone ad attenderlo.

Figueroa scende, visibilmente emozionato … e quale è la prima domanda di un giornalista è “Elias, sei tornato in Cile perché ti senti finito come calciatore ?” …

…”avrei voluto prenderlo a pugni !” racconta ancora oggi di quell’episodio il buon Elias.

 

Nel 1981 si verifica uno degli episodi più particolari e ricordati della carriera di Figueroa.

Al termine di una partita amichevole contro l’Argentina un fotografo chiede a Maradona di avvicinarsi per fare una foto con Figueroa “Che venga lui qua !” è la risposta piccata di Maradona.

Allora il fotografo va da Figueroa chiedendo la stessa cosa.

… salvo ricevere la stessa identica risposta “Che venga lui qua !”

Superfluo aggiungere che quella foto non fu mai scattata …

 

Infine la dedica definitiva di Pelè, che Figueroa più di una volta affrontò limitando come nessun altro il grande attaccante brasiliano. “Figueroa è il miglior calciatore cileno di sempre e il più grande difensore della storia del calcio sudamericano” … detto da uno che giocò con Carlos Alberto e Djalma Santos non è cosa da poco …

 

 

 

 

 

 

 

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Wlodek LUBANSKY: Quel maledetto giorno di giugno.

 

di REMO GANDOLFI

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“E’ la partita più importante di tutta la mia carriera.

Mi correggo.

E’ molto di più.

E’ la partita più importante della storia del mio Paese.

Una vittoria oggi vorrebbe dire avere un piede e mezzo ai prossimi Mondiali di calcio che si disputeranno in Germania Ovest nella prossima estate.

L’anno scorso abbiamo vinto le Olimpiadi.

E’ stato un grandissimo risultato ma le Olimpiadi, nel calcio, sono poco più di un Campionato Europeo per le squadre dell’Est Europa visto che ad Ovest e in Sudamerica non possono mandare le loro rappresentative migliori.

Questo grande trionfo però ci ha sbloccati.

Ci ha regalato quell’autostima che oggi ci fa affrontare qualsiasi avversario senza alcun timore reverenziale.

E’ già qualche anno che le nostre squadre migliori si fanno strada nelle principali competizioni europee per Club.

Tre anni fa con il mio Gornik Zabre siamo arrivati addirittura in finale della Coppa delle Coppe dopo aver eliminato squadroni come gli scozzesi del Glasgow Rangers e gli italiani della Roma, cedendo solo in finale agli inglesi del Manchester City.

Nella stessa stagione il Legia Varsavia (i nostri grandi rivali in Patria) sono arrivati fino alle semifinali della manifestazione più importante, la Coppa dei Campioni, perdendo con gli olandesi del Feyenoord che poi vinsero la manifestazione.

E poi diciamocelo … siamo proprio una bella squadra !

In porta c’è quel matto di Jan Tomaszewski.

Fa paura soltanto a vederlo. Centonovantatre centimetri di muscoli.

Quando esce sui palloni alti vi garantisco che è meglio spostarsi !

Al centro della difesa c’è il mio compagno di squadre Jerzy Gorgon, un altro gigante di un metro e novanta che però ha due piedi squisiti. Spesso è proprio lui ad impostare la nostra manovra.

A centrocampo gioca un genio.

Si chiama Kazimierz Deyna.

Ha una tecnica e una visione di gioco che ha pochi eguali.

Quasi tutte le nostre manovre passano dai suoi piedi.

Ci dipingono come “nemici” e non solo perché siamo i capitani delle due squadre più forti del Paese ma anche perché c’è questa eterna discussione tra chi di noi due è il più forte.

“Che discussione idiota !” ha detto in televisione pochi giorni fa Tomaszewsky.

“Io so solo che siamo fortunati che siano tutti e due polacchi !”.

Grande Jan !

Esattamente quello che pensiamo sia io che Deyna.

In attacco, al mio fianco, ci sono altri due fenomeni: Gregorz Lato e Robert Gadocha.

Il primo è una delle ali più forti e veloci che ci siano in circolazione.

Parte da destra, ma è bravissimo a stringere verso la porta negli spazi che io riesco ad aprirgli con il mio continuo movimento.

Io gioco con il numero 9 sulle spalle ma non mi piace per niente rimanere fermo in area ad aspettare il pallone.

Sull’altra fascia c’è il mio compagno del Gornik Gadocha.

Lui è un ala più tradizionale. Gioca quasi sulla linea laterale ma ha una caratteristica molto particolare: pur giocando all’ala sinistra lui è un destro naturale che ama stringere verso il centro del campo.

Tra noi c’è una grande intesa e lui sa perfettamente quando servirmi la palla negli spazi oppure cercare il triangolo per poi andare a concludere.

Oggi pomeriggio saranno in 80 mila i nostri connazionali sugli spalti dello stadio Slaski a Chorzow ad incitarci.

Contro abbiamo una grande squadra.

L’Inghilterra di Sir Alf Ramsey che, anche se è in fase di rinnovamento dopo il titolo mondiale di sette anni fa e il dignitoso mondiale messicano di tre, è sempre una signora squadra.

Abbiamo fiducia, tanta fiducia.

I Mondiali si giocheranno ad un passo da casa nostra.

In quella Germania che i nostri genitori non hanno ancora perdonato dopo quello che ci hanno fatto passare meno di 30 anni fa.

A quel Mondiale vogliamo esserci anche noi.

Oggi pomeriggio possiamo scrivere la storia … e poi stanotte affogare nella vodka insieme a milioni di polacchi !

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E’ il 6 giugno 1973.

Allo Slaski Stadion di Chorzow davanti ad 80.000 spettatori si gioca Polonia – Inghilterra.

In palio un posto tra le 16 finaliste del Campionato del Mondo che inizierà in Germania Ovest esattamente un anno dopo.

L’Inghilterra è una eccellente squadra.

Sulla panchina siede ancora Sir Alf Ramsey, l’uomo che portò sul tetto del mondo calcistico i maestri inglesi sette anni prima.

Di quella impresa sono rimasti soltanto in tre: i centrocampisti Alan Ball e Martin Peters e il capitano Bobby Moore. Ma ci sono calciatori di grande valore come l’attaccante Allan Clarke del Leeds, il portiere Peter Shilton e il roccioso difensore del Derby County Roy Mc Farland.

Solo che, in quel 6 giugno del 1973, proprio non c’è partita.

La tecnica e la velocità dei polacchi sono fonte di continuo imbarazzo per la retroguardia inglese che sbanda paurosamente.

Bastano sette minuti ai polacchi per passare in vantaggio.

E’ una punizione di Gadocha dalla sinistra sulla quale Bobby Moore, per anticipare Lubanski, tocca il pallone quel tanto da mettere fuori causa Shilton.

Esattamente il tonico che serve ai polacchi.

Sospinti dall’incessante incitamento dei propri sostenitori Lubansky, Deyna e compagni mettono ripetutamente in imbarazzo la compassata retroguardia inglese, in grave difficoltà ad arginare gli attaccanti della Polonia.

Ad inizio ripresa arriva il gol del ko definitivo.

E’ ancora Bobby Moore il protagonista in negativo per gli inglesi.

L’elegante difensore del West Ham si fa sorprendere dalla determinazione e dalla velocità di Lubanski che prima strappa il pallone dai piedi del capitano inglese per poi lanciarsi verso la porta di Shilton e batterlo con un tiro angolatissimo che tocca il palo prima di finire in fondo alla rete.

La Polonia, con il vantaggio di due reti, può giocare sul velluto.

Lascia l’iniziativa agli inglesi i cui tentativi però s’infrangono contro la solidissima e organizzata difesa polacca.

Sono passati meno di dieci minuti dal bel gol di Lubanski quando accade però qualcosa che in qualche modo rovinerà questo importantissimo trionfo.

Dopo uno scambio con Gadocha è il terzino Kraska a lanciare Lubanski sulla fascia sinistra.

La sua velocità è doppia rispetto a quella di Mc Farland che non ha altra scelta che tentare un disperato intervento in scivolata.

Il difensore inglese riesce a sfiorare la palla ma colpisce poi in pieno Lubanski sulla gamba destra, sulla quale l’attaccante si stava appoggiando.

Lubanski riesce ancora a fare qualche passo prima di cadere a terra in maniera piuttosto strana, quasi goffa.

A tal punto che, con l’attaccante polacco a terra, Mc Farland inveisce contro di lui, convinto che il numero 10 polacco stia solo facendo scena.

Bastano pochi secondi però per capire che l’infortunio è invece molto serio.

Lubanski viene trasportato a braccia fuori dal campo e caricato, in maniera a dir la verità piuttosto sbrigativa, su una ambulanza.

La diagnosi è devastante: rottura dei legamenti crociati del ginocchio destro.

A quell’epoca il recupero completo viene considerato impossibile.

Lubanski starà fuori 20 mesi dai campi di calcio e dovrà ovviamente saltare quel Mondiale di Germania che consacrerà la sua Polonia come una delle squadre più forti e spettacolari del dopoguerra.

Lasciando in tutti i tifosi polacchi sospesa per sempre la domanda “Ma con Lubanski ai Mondiali di Germania come sarebbe finita ?”.

Lubanski riuscirà come detto a tornare su un campo di calcio solo nei primi mesi del 1975 in quella che sarà la sua ultima stagione con il Gornik Zabrze, dopo 13 anni di ininterrotta militanza.

Per lui la Federazione Polacca farà addirittura uno strappo ai suoi rigidi regolamenti permettendogli di andare a giocare in una squadra di Club estera prima del compimento dei 30 anni di età (come invece capitò ad esempio a Deyna o a Lato).

Per Lubanski a farsi avanti non è uno squadrone di primissimo piano.

Ci sono troppi dubbi sul suo completo recupero.

A prendersi questo rischio è il piccolo Lokeren, squadra della Prima Divisione Belga … che farà uno degli affari più redditizi della propria storia !

Lubanski ha forse perso qualcosa di quel fantastico “cambio di passo” ma è un giocatore con una tecnica ed una intelligenza calcistica di prim’ordine.

E nel non trascendentale campionato belga (che però in quegli anni produsse due grandissime squadre come Bruges e Anderlecht) Lubanski torna ad essere quel prolifico attaccante che era in Polonia.

Nelle sue prime 5 stagioni segnerà 83 reti in 171 partite prima di iniziare la parabola discendente nei primi anni ’80.

Le sue prestazioni con il Lokeren lo ripropongono all’attenzione del tecnico polacco Jacek Gmoch che porta Lubanski con se ai Mondiali di Argentina del 1978.

Per Lubanski è la possibilità di giocare quel Mondiale di calcio che la sfortuna gli ha impedito di giocare 4 anni prima.

… ma ne lui ne la Polonia sono gli stessi di quel meraviglioso periodo.

“Wlodek” Lubanski giocherà da titolare i primi due incontri con Germania e Tunisia ma lascerà poi il posto di titolare al giovane e fortissimo Zbigniew Boniek accontentandosi di subentrare nei finali di partita.

Terminato il periodo al Lokeren Lubanski, a 35 anni, si trasferisce al Valenciennes, nella seconda divisione francese.

Qui gioca una stagione straordinaria segnando la bellezza di 28 reti in 31 partite, non sufficienti però a garantire a “Les Athéniens” il ritorno nella massima serie.

Lubanski giocherà ancora due stagioni, sempre nella Seconda Divisione francese con il piccolo Quimper prima di appendere le scarpe al chiodo nel maggio del 1985, a 38 anni suonati.

Una carriera divisa in due.

Dal 6 giugno del 1973 in avanti quella di un ottimo attaccante.

Prima di quel 6 giugno quella di un giocatore fantastico … per molti, il miglior calciatore polacco di sempre.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Wlodziemierz Lubanski ha esordito in nella Nazionale polacca a 16 anni e 188 giorni. Il più giovane calciatore nella storia del calcio polacco. Fu in occasione di un’amichevole contro la Norvegia nella quale Lubanski segnò una rete.

 

Lubanski, con 48 reti in 75 partite è il secondo miglior realizzatore di sempre nella storia della nazionale polacca. Verrà superato solo da Robert Lewandowski il 7 ottobre 2017, quando con la sua tripletta di quel giorno supererà Lubanski … anche se dopo 90 partite in Nazionale !

 

Un altro record personale di Lubanski è quello di aver vinto per due anni consecutivi (1969-70 e 1970-71) la classifica marcatori della Coppa delle Coppe, manifestazione alla quale partecipavano le vincitrici delle Coppe nazionali.

 

Nel 1968 il Gornik Zabrze viene invitato in Sud America per una serie di partite amichevoli. I giornalisti brasiliani presenteranno il team polacco come “la squadra dove gioca Lubanski, il Pelé bianco”.

Nel suo periodo al Lokeren nel 1980 arriva in connazionale Gregorz Lato.

Anche per lui, ormai nella fase calante della carriera, non c’era stata la possibilità di giocare in un grande club straniero prima del compimento dei 30 anni di età.

I due però ritrovano immediatamente l’intesa del periodo insieme in Nazionale e il Lokeren, nella prima stagione con Lato e Lubanski insieme, raggiunge il miglior risultato della propria storia: un secondo posto in campionato dietro l’Anderlecht e una finale di Coppa del Belgio, chiusa con una sconfitta ad opera dello Standard Liegi.

Con loro due, a formare il tridente d’attacco, un “certo” Preben Larsen Elkjaer.

 

Infine una doverosa correzione: in quasi tutte le biografie su Lubanski si attribuisce al centrocampista inglese Alan Ball l’intervento che di fatto condizionò la carriera di Lubanski. Non è esatto: l’intervento fu del difensore centrale Roy Mc Farland che sempre ad onor del vero non commise neppure fallo in quell’occasione, toccando nettamente prima il pallone di sbilanciare Lubanski che si infortunò di fatto appoggiando male il piede dopo il contrasto con lo stopper inglese. Alan Ball su in effetti espulso per un brutto fallo nel finale di partita … ma Lubanski era giù uscito infortunato da circa mezzora …

 

JUAN ROMAN RIQUELME: Il Boca è la mia sposa ma l’Argentinos Juniors è mia madre.

 

di REMO GANDOLFI

riquelme argentinos

“Oggi è il 7 dicembre 2014.

Per chi come il sottoscritto è un hincha dei “Bichos Colorados” è un giorno che non potrà mai essere dimenticato.

Anche se di anni ne ho già più di 50 e se, come spero, dovessi camparne altrettanti !

Quante volte nella vita ci è capitato di ridere di felicità e contemporaneamente piangere per una grande tristezza ?

E’ successo oggi.

Oggi siamo tornati in Primera Division.

Negli occhi e nel cuore di tutti noi c’è ancora quel giorno di aprile di quest’anno quando un pareggio tra Olimpo e River ci condannò alla Seconda serie del calcio argentino.

Sono passati solo 8 mesi da quel giorno.

Ma sembravano non passare mai.

Oggi invece siamo felici.

Sapere che torneremo a giocare alla Bombonera, al Cilindro de Avellaneda o al Monumental non ha prezzo.

E sapere che qui, alla Paternal nel nostro “Diego Armando Maradona” torneranno a giocare i migliori calciatori del nostro paese.

Ma è anche un giorno triste, tristissimo.

Non solo per noi “Bichos”.

E’ un giorno triste per tutti coloro che amano il calcio.

Parlo di quelli che lo amano nella sua espressione più poetica, romantica e passionale.

Quelli insomma, che amano LA BELLEZZA.

Oggi è il giorno dell’addio al calcio di Juan Roman Riquelme.

L’abbiamo visto crescere proprio qui, più di 20 anni fa.

E non occorreva essere degli esperti per capire che il talento di questo ragazzo magro e timidissimo lo avrebbe portato lontano.

Non solo “lontano” da noi, dalla Paternal e dal “Diego Armando Maradona” il nostro piccolo ma accogliente stadio.

Lo hanno portato fino in Spagna.

Prima in una squadra dove volevano che fosse uno dei tantiLUI, Juan Roman Riquelme.

E poi in un’altra dove invece poteva essere LUI, l’unico, il leader, il “caudillo” … e dove per colpa di un calcio di rigore fallito non è entrato nella leggenda.

Quando a luglio di quest’anno iniziò a spargersi la voce del suo ritorno all’Argentinos Juniors nessuno ci voleva credere.

“Ma figurati se viene a giocare da noi in Segunda ! “El Mudo” è un tipo strano … ma mica è scemo !” era la frase più ricorrente nei bar, nelle piazze, negli uffici e nelle officine del nostro barrio de La Paternal.

Era semplice scaramanzia.

Ci speravamo tutti … ma avevamo una paura fottuta che questo sogno s’infrangesse da qualche parte prima di realizzarsi.

Io me lo ricordo bene Riquelme quando era qui con noi da ragazzino.

Non solo non mi perdevo nessuna partita della prima squadra (allora potevi andare in trasferta dove volevi, in qualunque stadio e se volevi stare lontano dai casini ce la facevi eccome !) ma non mi perdevo neppure le partite delle riserve, della “Quinta”, della “Sesta” e quando potevo neppure della “Settima” (che poi sono i ragazzi con meno di 16 anni) dei miei Bichos !

Lo ricordo bene quel ragazzino magro magro, che accarezzava la palla come se temesse di farle male e che già a 14 anni vedeva autostrade dove gli altri non vedevano neppure dei sentieri.

Però nonostante questa classe cristallina e questo talento così evidente faceva dentro e fuori dai team.

“Troppo gracile” dicevano i vari “Mister” quando aveva 13, 14 e 15 anni.

Così arriva il giorno in cui suo padre Jorge ne ha abbastanza di questo dentro e fuori dai vari team giovanili del figlio.

Tutti parlano del talento di Roman, sia nell’Argentinos che in altre squadre di Buenos Aires.

 

Solo che pare che proprio ai “Bichos” non sappiano apprezzarlo e riconoscerlo.

Affronta il responsabile del settore giovanile del club, Carlos Balcaza.

“Se mio figlio non vi serve lo porto via di qui” dice senza mezzi termini il papà di Juan Roman, primogenito degli undici figli avuti da Jorge e da Ana Maria.

“No. Suo figlio è bravo e da qui non si muove. Ha solo bisogno di crescere un po’ e di irrobustirsi” è la riposta di Balcaza.

Che immediatamente sposta il giovane Riquelme da “enganche” (il classico 10 argentino) a “volante”, il centrocampista con il numero 5 classico della tradizione argentina, colui cioè che imposta il gioco “dal basso” ponendosi davanti alla difesa.

Da quel giorno cambia tutto.

Ho visto con i miei occhi Juan Roman trasformarsi partita dopo partita.

Giocare da “5” voleva dire avere meno pressione fisica dagli avversari, più tempo sul pallone e possibilità di vedere il gioco a 360°.

Nel frattempo Riquelme cresceva fisicamente, diventava più forte, più consapevole.

Dopo pochi mesi era il leader riconosciuto del team.

Un leader silenzioso (in quello non è mai cambiato !) ma dare la palla a lui voleva dire “metterla in banca” come si diceva allora !

Nel 1995 i nostri ragazzi sono andati in Italia, per un torneo internazionale dedicato ad un grande allenatore italiano del passato, Nereo Rocco.

Chi era là e ha visto con i suoi occhi ci ha raccontato tutto.

I nostri ragazzi vinsero quel prestigioso torneo e Juan Roman era stato eletto il miglior calciatore del torneo.

Già, il 1995.

Quell’anno fu uno dei peggiori nella storia del nostro club.

Il nostro vecchio stadio demolito, non c’erano soldi nelle casse del Club e fummo costretti ad elemosinare un campo dove giocare.

In questo caos fu quasi scontato vedere il team retrocedere in Segunda Division e svendere per quattro pesos i nostri ragazzi migliori.

Toccò ovviamente anche a Riquelme.

Allora Giocava nella “Quinta” dell’Argentinos.
C’erano dei ragazzi formidabili in quella squadra.

Ruiz, Islas, Ledesma, Herron, Nicholas Cambiasso …

Ah se solo avessimo potuto tenerli con noi !

Ma Juan Roman Riquelme da Don Torcuato era di un’altra pasta.

Si diceva che sarebbe andato al River e qualcuno diceva che perfino il Barcelona aveva messo gli occhi su di lui.

Ma alla Paternal sapevamo tutti benissimo che c’era solo una squadra nella quale “El mudo” avrebbe voluto giocare: il Boca Juniors.

Non che avesse molta scelta ! Se fosse andato ai “Millionarios” probabilmente suo padre lo avrebbe ucciso !

Fu in una partita della “Quinta” nell’agosto del 1996 che ci accorgemmo che in tribuna a vedere Juan Roman si era scomodato addirittura Don Carlos Bilardo, l’allenatore del Boca, lo stesso che dieci anni prima aveva riportato il nostro calcio sul tetto del mondo.

Quella sera Roman giocò una partita sensazionale.

Si era irrobustito e mentre solo fino a poco più di un anno prima bastava un soffio di vento a fargli perdere equilibrio e pallone ora togliergli la palla dai piedi era diventata un’impresa assoluta !

Quando pochi mesi dopo lessi sul Clarin che Bilardo lo aveva inserito nei titolari per una partita con l’Union per il suo esordio alla Bombonera non potei resistere.

Comprai un biglietto anch’io e andai a quella partita.

RIQUELME Boca

Juan Roman non sembrava un ragazzo all’esordio.

Sembrava un veterano di 100 battaglie.

Non giocava ancora da “10” ma da mezzala sinistra, con il numero 8.

Costruiva gioco, si inseriva, distribuiva palloni con tranquillità e intelligenza.

Ogni corner e ogni calcio di punizione erano “roba sua”. Nessuno osava avvicinarsi.

Un paio di volte, ne sono sicuro, l’ho perfino sentito chiedere la palla a compagni di squadra più grandi di lui di 10 o magari 15 anni !

C’era gente intorno a me che sgranava gli occhi “Ma de donde viene este pibe ? Madre de Dios que pinta que tiene !”

Nell’intervallo tutti parlavano di lui.

“E’ mio nipote” dissi ad un certo punto.

Era una bugia ovviamente ma non ho potuto resistere ! In fondo era un po’ vero … ero come uno di famiglia.

L’avevo visto giocare almeno 50 partite !

“Beh, complimenti. Quel ragazzo ci sa fare davvero con la palla !”

Ma se nel primo tempo Roman aveva stupito … beh, nel secondo per poco non venne giù la Bombonera !

Due giocate lo fecero entrare nel cuore di ogni “bostero” presente quel giorno allo stadio.

La prima quando ricevuta la palla dal compagno Caceres finse di restituirgliela di prima invece di girarsi, puntare il cuore della difesa avversaria e quando ben tre difensori dell’Union provarono a chiudere su di lui “scaricò” il pallone quasi in stile cestistico ancora su Caceres che a quel punto si trovò solo davanti al portiere mettendo dentro il gol del definitivo due a zero.

La seconda credo che fece alzare dai seggiolini anche gli “hinchas” più attempati.

Ricevuto il pallone sulla sinistra, a 40 metri dalla porta dell’Union, Riquelme strinse verso il centro, saltò un avversario e giunto ad un paio di metri dall’area di rigore avversaria parve intenzionato a tirare in porta. Due difensori dell’Union si precipitano a chiudere su di lui ma Riquelme non tirò in porta.

Mise invece una palla apparentemente “alla cieca” alla sua sinistra dove stava arrivando di gran carriera il numero 11 Pompei il quale sparò un gran sinistro che si infranse però sull’esterno della rete.

… come Riquelme abbia potuto vedere il compagno quel giorno nessuno riuscì a capirlo.

Poi scoprimmo che “El Mudo” aveva anche un paio di occhi nella nuca …

Non sono più tornato alla Bombonera.

Mi avrebbe fatto troppo male vedere il nostro ragazzo diventare quello che è diventato e pensare a cosa sarebbe stato se fosse rimasto con noi.

Se con lui fossero rimasti i ragazzi di cui parlavo prima e gli altri arrivati dopo di lui come Esteban Cambiasso o Fabrizio Coloccini …

Sono stato l’ultimo a crederci quando nei bar, nelle officine o nei negozi della Paternal tutti giuravano che “El Mudo” sarebbe tornato a casa.

… anche se la prima cosa che facevo alla mattina era guardare il mio cellulare e vedere se c’era un messaggio di Christian Perez, mio grande amico e capo magazziniere del Club, sempre uno dei primi a sapere cosa succede nei Bichos.

Poi la notizia è arrivata davvero.

Juan Roman Riquelme tornava a casa.

Eravamo in 15.000 quel giorno di agosto a dare il benvenuto al nostro figliol prodigo.

Con lui c’era anche Christian Ledesma, come quasi vent’anni prima.

Fu una partita soffertissima.

Ci illudevamo che bastassero loro, Matias Caruzzo e Gaspar Iniguez a fare del Boca Unidos un sol boccone.

Invece fu una partita difficile, tesa e poco brillante.

Andammo vicini a soccombere più di una volta.

Arrivammo a poco più di quarto d’ora alla fine, con il risultato inchiodato sullo 0 a 0.

I nostri erano in dieci a difendere negli ultimi 20 metri.

In attacco c’era solo Roman.

Non certo perché fosse il contropiedista migliore del team !

… ma solo perché forse non aveva più tanta benzina in corpo …

Poi riusciamo a recuperare il pallone.

Quando Reinaldo Lenis però alza la testa nella metacampo avversaria c’è solo lui, Roman Riquelme.

Non ci sono altre alternative.

Roman riceve palla sul vertice sinistro dell’area.

Gli basta un tocco con l’esterno per evitare l’unico difensore avversario che lo contrasta.

Si porta la palla sul destro e tira.

Non è una delle sua conclusioni migliori ma la palla rimbalza davanti a Matias Garavano, il portiere del Boca Unidos, e lo trae in inganno.

E’ il gol della vittoria, nel giorno del suo rientro a casa.

Roman ne segnerà altri 4 nelle restanti 19 partite e farà tanti di quegli assist per i compagni che in alcune partite bravi ragazzi come Castillejos e Rinaldi ci sembravano Martin Palermo o Gabriel Batistuta.

E oggi, con questo pareggio contro il Douglas Haig, abbiamo riconquistato un posto in Primera.

Che è dove l’Argentinos Juniors deve stare.

Anche se Juan Roman Riquelme ha detto basta.

D’altronde lo disse molto chiaramente quando firmò per noi quest’estate.

“Non potrei mai scendere in campo alla Bombonera con i colori di un’altra squadra”.

Questo disse Roman.

E così sarà.

Oggi invece a fine partita ha solo detto che “il debito con l’Argentinos è saldato. Ora ho ricambiato quello che l’Argentinos ha fatto per me”.

Tutto vero.

Ora però non andartene più da qua.

Ti vogliamo qui, alla Paternal, per sempre.

La formula Roman, sceglila tu.

 

 

 

ISMAEL URZAIZ: Di fedeltà, di cuore e … di attributi.

di REMO GANDOLFI

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Siamo al termine della stagione 2001-2002.

Ismael Urzaiz, centravanti dell’Athletic Club de Bilbao da 6 stagioni, è in scadenza di contratto.

Il “tira e molla” sul suo rinnovo va avanti fin dall’autunno precedente, tra momenti di tensione, altri in cui tutto sembra risolto ed altri ancora in cui tutto pare destinato a chiudersi senza trovare una via d’uscita.

Insomma, un autentico “culebron” come dicono da quelle parti.

“Isma” ha quasi 31 anni, viene da una stagione eccellente chiusa con 18 reti all’attivo e soprattutto con una conclamata e fondamentale importanza nell’economia di gioco del team basco.

“Senza di lui dovremo rivedere le nostre ambizioni” dichiara in quel periodo il manager dell’Athletic Jupp Heynckes.

Urzaiz sa che il prossimo sarà il contratto più importante, quello che lo accompagnerà al crepuscolo della carriera, quello che potrebbe addirittura essere l’ultimo se il fisico decidesse improvvisamente di non sorreggerti più in maniera adeguata.

E’ una decisione difficilissima quella che attende “El Tanque” del glorioso Club basco, nazionale spagnolo in 25 occasioni.

Le pretendenti non gli mancano certo.

Nel calcio britannico, forse il più adatto in assoluto per il suo stile, ma non solo.

Con Chelsea e Glasgow Rangers a contenderselo ci sono l’Hertha Berlino e lo Schakle 04 in Germania, l’Ajax di Amsterdam e in Italia c’è l’Udinese che si è fatta avanti in maniera molto decisa.

In Spagna poi ci sono Celta di Vigo ed Espanyol che sono pronte a fare carte false per avere un attaccante della sua caratura al centro dell’attacco.

Il 30 giugno il contratto di Isma scade.

Le speranze di tutto il popolo “zurigorri” di continuare a vedere con i propri colori questo potente attaccante sembrano definitivamente svanite. Si parla già di possibili sostituti … come se fosse facile trovare uno come lui in un mercato ristretto come quello in cui si muove l’Athletic !

Si, c’è un ragazzo molto forte e di grandi speranze come Aritz Aduriz che gioca nelle giovanili del Club, ma ha solo 20 anni e bisogna dargli il tempo di maturare.

Si arriva così alla metà di luglio e probabilmente i tifosi dell’Athletic sono già “passati oltre” pensando a come potrà sopperire il team all’addio del suo principale referente offensivo.

Poi le agenzie iniziano a far filtrare una notizia.

Ismael Urzaiz “torna” all’Athletic !

Isma ha accettato l’ultima proposta di contratto che era sul tavolo dal maggio precedente.

… rinunciando ad ingaggi decisamente superiori di quello offerto dall’Athletic … ma chiudendo tutti i discorsi con poche, semplici parole: “Questa è casa mia e da casa mia non posso e non voglio andarmene”.

Isma firmerà un contratto triennale a cui farà seguito un altro contratto, stavolta per due stagioni, che lo legherà’ all’Athletic Club fino al 2007 quando Isma avrà quasi 36 anni.

Gli anni migliori li ha dati e li darà all’Athletic.

Senza vincere nessun trofeo e guadagnando assai meno che altrove.

Ma ricevendo in cambio quello che non si può comprare: riconoscimento, affetto e stima incondizionati … per sempre.

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Ismael Urzaiz nasce a Tudela, in Navarra, il 7 ottobre del 1971.

Fin da ragazzo si fa notare per la sua impressionante capacità nel gioco aereo.

Ma non c’è solo quello. Il suo tocco di palla è eccellente per un ragazzo alto e robusto come Isma e inoltre tira con entrambi i piedi con precisione e potenza.

Non sono però l’Athletic Club, la Real Sociedad o l’Osasuna a tesserare il giovanissimo attaccante navarro.

A muoversi per lui, quando Isma ha soltanto 13 anni, è nientemeno che il Real Madrid.

Nelle giovanili del Real Madrid si forgia e insieme alle sue doti innate sviluppa una grandissima capacità di giocare spalle alla porta, facendo da punto di riferimento per i compagni, sia nel gioco aereo che con la palla a terra.

Al Real Madrid però trovare spazio è un’impresa quasi impossibile.

A Hugo Sanchez, lo straordinario bomber messicano, è succeduto nel frattempo un altro fantastico numero 9, il cileno Ivan Zamorano.

Urzaiz farà il suo esordio con i “Blancos” in una partita di Champions League contro i danesi dell’Odense.

Nelle stagioni successive per il bomber di Tudela inizieranno una serie di prestiti in squadre di medio livello come il Celta di Vigo, il Rayo Vallecano e infine il Salamanca.

Qui, in seconda divisione e dopo un difficile inizio, Urzaiz diventa l’eroe del team realizzando i due gol decisivi (ovviamente di testa !) nello spareggio promozione contro l’Albacete.

https://youtu.be/_mifkwlFdao

Le sue prestazioni attirano l’attenzione di una grande gloria madridista, il terzino Josè Antonio Camacho, che in quel periodo siede sulla panchina dell’Espanyol di Barcellona.

Sarà l’anno della svolta per Urzaiz.

Le sue 15 reti in quella stagione proietteranno il suo nome tra i più ambiti per una miriade di Club di Primera Division.

A questo punto però l’Athletic Bilbao, che se lo era già fatto colpevolmente sfuggire da adolescente, mette sul piatto un’offerta economica di quelle impossibili da rifiutare: i 35 milioni di pesetas pagati dall’Espanyol si trasformano a distanza di una sola stagione, nei 500 milioni pagati dal club basco.

E’ l’estate del 1996.

Sarà una delle decisioni più azzeccate prese nella storia recente del glorioso Club di Ibaigane.

Isma s’impone subito come centravanti del team relegando la gloria locale Kuko Ziganda ad un ruolo un po’ più defilato sulla fascia. Ma l’area di rigore è il territorio di Urzaiz che nonostante un girone d’andata non esaltante chiude la stagione con 18 reti, di cui ben 14 nella seconda parte della stagione.

Urzaiz continua a segnare con grande regolarità e ovviamente la Nazionale Spagnola non può non accorgersi di lui.

Arriva così il debutto contro la Repubblica Ceca. E’ il 9 ottobre del 1996. Isma ha compiuto 25 anni due giorni prima.

Il suo rivale principale per la maglia numero 9 delle “Furie Rosse” è Fernando Morientes, centravanti del Real Madrid che nonostante l’incessante “sponsorizzazione” dei media madrileni (e ovviamente madridisti !) siederà spesso in panchina a fare da rincalzo ad Urzaiz.

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L’anno successivo è per l’Athletic Club un anno da consegnare alla storia: arriva un secondo posto nella Liga che dà ai Baschi il diritto di giocare la successiva Champions League dove uscirà al primo turno ma a testa altissima, fermando la Juventus (semifinalista in quella edizione) sul pareggio sia al San Mames che al Comunale di Torino.

Gli anni successivi saranno sempre di buonissimo livello anche se i vertici della classifica saranno sempre più difficili da raggiungere per il Club basco e la sua filosofia che prevede l’utilizzo solo di giocatori nati nelle 7 province di Euskal Herria o formatisi nelle giovanili del Club.

Ci saranno qualificazioni per competizioni europee, qualche sfortunata finale di Copa del Rey e nelle ultime due stagioni di Isma all’Athletic anche il clamoroso rischio di retrocedere, cosa mai accaduta nella storia del “Leoni del San Mames”.

Ismael Urzaiz lascerà l’Athletic nel giugno del 2007, a quasi 36 anni dopo aver regalato all’Athletic i suoi anni migliori.

Ha però ancora la voglia di un ultima avventura.

Quella con l’Ajax di Amsterdam, sua vecchia pretendente negli anni d’oro del “Tanque di Tudela”.

Non sarà una stagione esaltante.

Urzaiz giocherà un pugno di partite senza mai trovare la via del gol.

Ma non sarà certo quest’ultima opaca stagione a compromettere una meravigliosa carriera ad altissimo livello … improntata su una parola bellissima e obsoleta che si chiama FEDELTA’.

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E’ il 27 maggio del 2007.

L’Athletic Club affronta il Mallorca nella terz’ultima partita della Liga.

Per i biancorossi baschi è un’altra stagione balorda, la seconda di fila dove il rischio di retrocedere in Seconda Divisione  è diventato ormai un incubo conclamato.

Ci sono Betis, Celta, Real Sociedad e Athletic praticamente incollate in classifica.

Due di queste squadre faranno compagnia al Gimnastic, già matematicamente retrocesso da diverse settimane.

I 40.000 del San Mames hanno gli occhi sui loro beniamini ma la testa è anche nella vicina Pamplona dove l’Osasuna, già praticamente in salvo, deve affrontare una Real Sociedad assetata di punti.

E’ stata una settimana di sospetti, di illazioni, di polemiche e accuse più o meno gratuite fra le due grandi rivali del calcio basco.

In casa Athletic si teme un’Osasuna remissivo e poco agguerrito mentre quelli dell’Anoeta sono invece convinti che il Mallorca, in acque ancora più tranquille di classifica, arrivi al San Mames appagato e magari anche … “ammorbidito”.

Le notizie che però arrivano da Pamplona rassicurano immediatamente il popolo “zurigorri”: I ragazzi del “Kuko” Ziganda, vecchia gloria dei baschi e ora sulla panchina del team navarro, stanno vincendo sulla Real Sociedad.

Al San Mames però il risultato non si sblocca.

E se non si fanno i 3 punti oggi rischia di essere tutto vano.

Il Mallorca onora la contesa con grande etica e professionalità, ribattendo colpo su colpo alle iniziative dell’Athletic.

Anzi, ad inizio ripresa sono proprio gli ospiti ad andare vicinissimi a sbloccare il risultato con Victor e solo un miracolo del portiere dell’Athletic Dani Aranzubia tiene l’Athletic in partita.

Lo scampato pericolo convince Josè Manuel Esnal, per tutti “Manè”, l’allenatore dell’Athletic, a correre ai ripari.

Fuori l’ala sinistra Gabilondo e dentro il vecchio leone Ismael Urzaiz che si va a posizionare in attacco a fianco del giovane Aduriz.

Con due “arieti” del genere in area di rigore il Mallorca va immediatamente “in bambola” !

Ogni cross fa scattare il campanello d’allarme nella retroguardia di Ballesteros e compagni.

Prima è Urzaiz che un morbido tocco su cross di Yeste mette di pochissimo alto con Moya, il numero 1 maiorchino, battuto.

Passano pochi minuti e su un altro cross in area Aduriz viene vistosamente trattenuto da Nunes, il centrale del Mallorca.

E’ rigore sacrosanto.

Yeste e Iraola sono i due rigoristi dell’Athletic.

Aduriz è un altro che ha già calciato con successo dagli undici metri.

E’ lui che tiene in mano il pallone e sembra l’incaricato del tiro.

Ma è un pallone che improvvisamente è diventato pesante, pesantissimo.

E questo non è un rigore “normale”.

Più che i piedi in questi casi conta il cuore e … quelle due parti del corpo che si trovano più o meno a metà strada tra i piedi e la testa di un essere umano, circa una spanna sotto l’ombelico.

Ad Ismael Urzaiz abbondano tutte queste cose ed è lui che si fa avanti per calciare questo rigore.

Nonostante il rischio enorme che a quasi 36 anni e dopo undici stagioni nell’Athletic possa venire ricordato come “quello che sbagliò il rigore che ci mandò in Seconda” …

Ecco come andò a finire.

https://youtu.be/ika77pvRytE

Sarà l’ultimo gol di Ismael Urzaiz nell’Athletic.

Quello che, per un solo punto, consentirà all’Athletic di salvare il suo status di squadra SEMPRE in Primera, non intaccando così una delle storie più belle del calcio: quello di una Squadra che da 120 anni combatte con i figli della propria terra con la stessa tenacia, lo stesso coraggio di Davide contro Golia … perdendo a volte sul campo ma senza mai perdere orgoglio, dignità e senso di appartenenza … proprio come questo gigante navarro che con i suoi 128 gol ha scritto pagine importanti nella storia dell’Athletic Club de Bilbao.

 

Doveroso, per i tanti che non conoscessero Ismael Urzaiz o che ne avessero un’idea “distorta”, vedere questo filmato con alcuni dei suoi gol più belli e importanti.

https://youtu.be/axGizdX6Ihs

 

 

 

 

BARRY HULSHOFF: Il campione dimenticato della grande Olanda.

di REMO GANDOLFI

hulsh e cruyff

“Non è stato affatto facile.

Vedere i miei compagni incantare il mondo con il loro gioco e andare addirittura ad un passo dal trionfo nella Campionato del Mondo mi provoca sensazioni contrastanti.

Una gioia immensa per loro, per Wim, per Ruud, per Joahn, per Arie, per Johann e per tutti gli altri.

Molti di loro sono i miei compagni nell’Ajax e insieme abbiamo vinto tre Coppe dei Campioni consecutive.

Sapevo che avrebbero fatto un grande mondiale.

Ma non essere stato lì con loro mi ha fatto male, tanto male.

Molto più del dolore al mio ginocchio malandato che mi ha costretto a rimanere qua ad Amsterdam a seguire il mondiale di calcio in tv.

Ci ho messo tanto tempo a prendere consapevolezza che in mezzo a tutti quei campioni potevo starci anch’io.

L’autostima non è mai stato il mio forte.

Anzi.

Da ragazzino giocavo in una piccola squadra, lo Zeerbugia.

Il posto giusto per uno come me.

Mi divertivo.

Giocavo da mezzala, facevo la mia parte ma nessuno pretendeva troppo da me.

Qualcuno in quel periodo si mise in testa che potevo ambire a qualcosa di più, che non ero poi così “normale” come pensavo io.

Anche in famiglia mi spinsero a crederci, a provare ad uscire da quel piccolo e confortevole guscio … dove personalmente stavo da Dio !

Mi mandarono ad un provino per l’Ajax.

Me lo dissero il giorno stesso, temendo che se lo avessi saputo prima mi sarei inventato una scusa per non andarci.

Così fui costretto ad accontentarli e mi trovai a giocare una partitella insieme ad altri ragazzi della mia età.

Alcuni di loro erano davvero bravi, rapidi e con grande tecnica.

Io ero già alto e robusto … e tremendamente impacciato.

Feci letteralmente schifo quel giorno.

“Bene” mi dissi “Ora almeno mi lasceranno in pace e potrò tornare con i miei amici nello Zeerbugia”.

Invece l’Ajax mi chiamò.

Cosa abbiano visto in me quel giorno me lo chiedo ancora adesso …

Un anno con le giovanili e poi o il contratto professionistico oppure … tanti saluti !

Continuai a giocare da mezzala ma capivo benissimo da solo che non stavo andando da nessuna parte.

Poi arrivò Rinus Michels.

Era appena diventato l’allenatore della prima squadra.

E mi volle con lui.

… a fare cosa ? mi chiedevo io …

“voglio un difensore possente, forte fisicamente ma che sappia giocare a calcio” mi disse Michels.

“C’è un problema Mister” gli risposi io “Io gioco da centrocampista”

“Fino a ieri. Da oggi non più” fu come Michels chiuse l’argomento.

Mi spiegò molto chiaramente cosa voleva da me e come intendeva far giocare la squadra.

L’anno successivo vincemmo subito il campionato.

Io facevo lo stopper ma non voleva che il mio lavoro iniziasse e finisse con il tentativo di annullare il centravanti avversario.

“Come prendiamo palla noi tu vai avanti, ti avvicini ai centrocampisti così saremo in superiorità numerica in quella zona di campo”.

Era iniziata la RIVOLUZIONE.

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Rivoluzione che divenne storia quando all’Ajax arrivò dal Partizan Belgrado Velibor Vasovic.

Rinus Michels si era innamorato di lui vedendolo giocare nella finale della Coppa delle Coppe nel maggio del 1966 che i bianconeri di Belgrado persero 2 a 1 contro il Real Madrid.

Per il grande coach olandese Vasovic, detto” Vasco”, è l’uomo ideale per l’idea di calcio che ha in testa “Il Generale”.

“Quindi dobbiamo prendere un calciatore come lui ?” gli chiesero i dirigenti dell’Ajax.

“No. Non “come” lui. Io voglio proprio “lui” fu la sentenza di Michels.

Con l’arrivo di Vasovic come libero l’Ajax inizia a costruire quell’idea di calcio che rivoluzionerà per sempre questo gioco. Non solo uno dei due centrali, Hulshoff o Vasovic, dovrà sempre uscire dal guscio difensivo e unirsi al centrocampo, ma Vasovic sarà chiamato a fare da “inventore” del trappola del fuorigioco, ovvero l’improvviso avanzamento della linea difensiva per mettere in fuorigioco gli attaccanti avversari.

Con Hulshoff già davanti a lui e Neeskens pronto a lanciarsi in pressing sugli avversari anche nella loro metà campo, a Vasovic bastava salire repentinamente qualche metro per mettere in fuorigioco gli attaccanti avversari.

Hulshoff con questo sistema si esalta. Adora partecipare alla costruzione del gioco e smette praticamente di fare lo stopper vecchia maniera diventando sempre di più un difensore centrale come vediamo praticamente ad ogni latitudine nel calcio moderno.

E così Vasovic diventa libero davvero … di impostare il gioco, di andare a sostenere il centrocampo e qualche volta di spingersi in attacco anche senza palla, in modo da creare quella superiorità numerica che da sempre è la chimera degli allenatori di calcio.

Tanto ci pensa Hulshoff, che nell’1 contro 1 non teme rivali e che diventa imprescindibile nell’economia del gioco dell’Ajax.

Arriva così il primo trionfo nella Coppa dei Campioni nella finale contro i sorprendenti greci del Panathinaikos che in panchina hanno un mito che di Coppe dei Campioni se ne intende: Ferenc Puskas. E’ un 2 a 0 netto e inappuntabile.

Nella pioggia di quella sera di maggio a Wembley l’Ajax dipinge calcio … sembrano i campi di girasole di Van Gogh … sembra qualcosa di molto simile all’AMORE.

 

Ma degli olandesi, nonostante il Feyenoord abbia vinto l’anno prima la Coppa dei Campioni contro il Celtic a San Siro, non si riesce ad immaginare niente di più che una bellissima, abbagliante meteora.

Quello che succede nell’estate di quel 1971 sembra confermare questa ipotesi.

Vasovic, il professore di quell’Ajax, decide, a 32 anni di appendere le scarpe al chiodo e di tornare nella sua Belgrado, nel suo Partizan, ad insegnare calcio.

Ma soprattutto se ne va Rinus Michels, attratto dalle (tante) pesetas dei catalani del Barcellona.

“Abbiamo raggiunto il massimo. Non potremo mai andare più in là di così” dirà l’ex professore di educazione fisica il giorno del suo commiato dai “lancieri”.

Sbagliato.

L’Ajax ha ancora margini di miglioramento.

Lo sa bene Stefan Kovacs, l’allenatore rumeno che si siederà sulla panchina dell’Ajax nelle due successive stagioni. Il “calcio totale” voluto e creato da Michels diventerà un magnifico “disordine organizzato” dove la creatività di giocatori come Cruyff (autentico profeta del team), Haan, Neeskens, Krol, Rep e Keizer innalzerà ulteriormente il livello di una squadra che pare davvero non avere limiti.

Due successive Coppe dei Campioni (la prima in finale contro l’Inter e la seconda a Belgrado contro la Juventus), la Coppa Intercontinentale contro il fenomenale Independiente di Bochini, Bertoni & co. e i trionfi in ambito nazionale dimostreranno inequivocabilmente che Michels aveva torto.

Hushoff con Kovacs farà da stopper, da libero, da regista difensivo e da uomo di riferimento per i calci piazzati vista la sua rinomata abilità nel gioco aereo.

Nel 1973 però anche Kovacs si fa da parte. Lo chiama la nazionale francese che dopo anni di vacche magre vuole tornare ai vertici.

Se ne va anche Cruyff, offeso perché i compagni optano per un altro giocatore (Piet Keizer) come capitano del team. Troppo per l’ego smisurato del fenomeno olandese che lascia l’Ajax per accasarsi al Barcellona dove ritrova il suo mentore Michels riportando immediatamente i “blaugrana” ai vertici della Liga dopo 14 anni di digiuno.

L’Ajax viene affidata a George Knobel che resterà però per una sola stagione e con risultati non certo esaltanti, pagando in maniera importante l’addio di Cruyff.

Hulshoff è sempre uno dei pilastri del team. Anche nella nazionale olandese, in lotta con il fortissimo Belgio di Paul Van Himst per un posto ai mondiali di Germania, Hulshoff è imprescindibile.

Sarà proprio un suo gol ad un minuto dalla fine nell’agonica vittoria in Norvegia (2 a 1) a qualificare di fatto l’Olanda per i Mondiali di Germania del 1974.

Il barbuto difensore olandese è, con Krol e Surbier, un certezza della difesa degli “orange”. Molto più difficile stabilire chi andrà fra i pali e chi farà compagnia ad Hulshoff al centro della difesa.

Il destino, come spesso accade, ha altri progetti.

In una partita di campionato contro il NEC Hulshoff si romperà i legamenti di un ginocchio.

Michels, che a furor di popolo viene messo sulla panchina dell’Olanda poche settimane prima dell’inizio dei Mondiali s’inventa Arie Haan, un centrocampista, come libero affiancandogli il giovane e inesperto Rjisbergen, che farà il suo esordio in Nazionale in un’amichevole giocata dall’Olanda meno di due settimana prima dell’inizio del Mondiale.

Per Hulshoff non ci sarà solo la grande delusione di non giocare quei mondiali che consegnarono per sempre gli Orange alla storia del calcio mondiale … ma il grave infortunio subito non gli permetterà di tornare mai più ai suoi livelli abituali. La sua carriera finirà di fatto nel 1977, quando Barry ha solo 31 anni.

In Nazionale non giocherà mai più chiudendo la sua carriera con un pugno di presenze (14) e un numero di reti (6) quasi da attaccante.

Hulshoff, con la sua barba e i suoi capelli lunghi rappresentava meglio di chiunque altro “la Rivoluzione” che il calcio olandese aveva messo in atto in quei primi anni ’70.

Lui, con i calzettoni arrotolati intorno alle caviglie, che calciava con entrambi i piedi, che poteva giocare “corto” o trovare un compagno a 30 metri di distanza e che con i suoi 185 centimetri diventava quasi imbattibile nel gioco aereo … nella sua area e in quella avversaria.

Rivedendo la finale del 1974 ai tanti che lo ricordano viene sempre in mente lo stesso pensiero: ma con tutti quei cross messi in mezzo all’area tedesca vuoi che con Hulshoff in campo almeno uno non sarebbe finito prima  sulla sua testa e poi il fondo della rete di Sepp Majer ?

Beh, chi scrive è uno di quelli …

 

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Hulshoff come detto aveva un grande problema di autostima. Si racconta che ad un certo punto RInus Michels non sapesse più come fare a motivarlo ad alzare il livello della sua ambizione e a togliergli quell’insicurezza di fondo che pareva non volerlo abbandonare. Decise così di affrontare il proprio difensore in maniere energica “Barry, per le prossime tre partite starai fuori !” gli urla Michels.

Che si aspetta a questo punto una reazione d’orgoglio da Hulshoff.

Reazione che non arriverà mai.

Hulshoff attende pazientemente in panchina per poi tornare regolarmente in campo al termine della scadenza voluta da Michels.

 

L’esordio internazionale di Hulshoff avviene nella famosissima sfida con il Liverpool di Billy Shankly. Siamo nel 1966 e i Reds sono un grande team. All’andata, nella nebbia di Amsterdam, i “lancieri” dell’Ajax demoliscono Roger Hunt e compagni con un clamoroso 5 a 1. Al termine della prima frazione l’Ajax è in vantaggio per 4 reti a 0. C’è una nebbia intensa che avvolge Amsterdam e purtroppo pochi riescono a vedere quell’autentico spettacolo del primo grande Ajax della storia.

Il ventenne Hulshoff non giocherà quel match ma sarà buttato nella mischia nella partita di ritorno all’Anfield Road. Dovrebbe essere poco più di una formalità dopo il risultato dell’andata.

Ma Shankly carica come solo lui sa fare i Reds e promette che “all’andata hanno avuto tanta fortuna ma qui all’Anfield li distruggeremo. Non ci sarà partita e segneremo molti più gol dei 4 che ci servono per passare il turno”.

L’avvio del Liverpool è veemente. Due volte tremano i pali della porta olandese ma l’Ajax si difende con ordine e quando Cruyff ad inizio ripresa porterà in vantaggio i “lancieri” per il Liverpool si chiuderà definitivamente ogni possibilità di rimonta. Il 2 a 2 finale dimostrerà in maniera inequivocabile che una grande squadra stava arrivando sul palcoscenico del grande calcio internazionale.

Hulshoff giocherà da terzino destro, al posto dell’infortunato Suurbier, cavandosela egregiamente contro la fortissima ala del Liverpool Peter Thompson.

Ma, per sua stessa ammissione, sarà un altro il ricordo indelebile di quella notte all’Anfield. “Il calore del pubblico. Non ho mai più giocato in una atmosfera simile. Sembrava una marea umana, che cantava e si muoveva come un unico corpo. Anche quando le sorti del match per il Liverpool si erano compromesse i tifosi dei Reds non hanno smesso di incitare la loro squadra per un solo minuto.”

 

Nel 2000 arriva per Barry Hulshoff il momento più difficile: l’adorata moglie Hilda, sposata oltre trent’anni prima, si spegne a causa di un tumore allo stomaco. Il calcio perde d’importanza e Hulshoff, che nel frattempo ha intrapreso la carriera di allenatore, decide di fermarsi. Riprende un anno dopo, guidando i belgi del Malines, prima di rientrare nei ranghi dell’Ajax, fortemente voluto dall’amico Johann Cruyff.

 

Nel periodo di Hulshoff all’Ajax gli stipendi erano ben lontani dalle cifre attuali. E anche dopo i successi europei c’era bisogno di arrotondare con altre attività. Una di queste erano rappresentate dalle offerte delle varie aziende per apparire in pubblicità. Anche ad Hulshoff si presenta questa occasione. E’ una ditta di cibo per cani, la famosa “Chappi” ad offrire un ingaggio a Hulshoff. L’idea è di riprendere Buddha, il cane di Hulshoff, mentre insieme al suo padrone corrono su spiagge e boschi dopo che il cane ha mangiato con gusto una scatoletta del prodotto.

Hulshoff accetta … ma solo dopo aver avuto la certezza che il prodotto piacesse davvero al suo adorato Buddha !

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https://youtu.be/slDBJCrdiWU

 

 

 

 

 

 

 

STAN CULLIS: Che si fottano.

di REMO GANDOLFI

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“Che si fottano”.

Queste sono le tre parole di risposta.

A pronunciarle è un giovane calciatore inglese di appena 21 anni.

Sono le parole pronunciate davanti al Comitato dei 14 Selezionatori della Nazionale inglese, poche ore prima di scendere in campo in una prestigiosa partita internazionale.

“Lo sai vero figliolo che a questo punto per te ci sarà solo un posto in tribuna ?”

Gli dice Tom Whittaker, che è colui che guida gli allenamenti ma che non ha nessun peso sulla scelta della formazione.

“Che si fottano”.

E’ la risposta, identica, del giovane difensore dei Leoni d’Inghilterra.

“Come preferisci. Vorrà dire che giocherà qualcun altro al tuo posto”.

Ma cosa può essere successo per far si che un calciatore inglese, per di più giovanissimo, decida di preferire la tribuna piuttosto che un posto tra i titolari in una importante partita internazionale con la maglia della Nazionale del proprio paese ?

Siamo nel 1938.

Per la Nazionale inglese sono anni di autoimposto embargo calcistico.

Troppo fieri (o altezzosi ?) della propria storia calcistica di inventori del più bel gioco del mondo per abbassarsi ad accettare il confronto con le altre nazioni in competizioni ufficiali. Meglio limitarsi a qualche amichevole, peraltro sempre ben remunerata economicamente.

Anche per gli ormai imminenti mondiali di Francia la decisione della Federcalcio inglese è stata chiara: “non parteciperemo”.

Neppure quando, con il celeberrimo “Anschluss” di solo un paio di mesi prima, la Germania invade l’Austria annettendola a se ed eliminando di fatto i loro ex-vicini dal prossimo campionato del Mondo per la quale gli austriaci erano regolarmente iscritti.

Il posto vacante è stato offerto proprio agli inglesi che, ancora una volta, hanno rifiutato l’invito.

Invito invece che non rifiutano per questo incontro di sabato 14 maggio dove la Nazionale inglese sta per affrontare la Germania.

Tra poche ore le due nazionali scenderanno in campo all’Olympiastadion di Berlino (quello reso celebre dalle Olimpiadi di due anni prima).

I tedeschi sono già da 5 anni sotto il regime totalitario del Partito Nazionalsocialista di Adolf Hitler e il Terzo Reich è in quel momento al massimo del consenso tra la popolazione teutonica anche grazie ad una feroce e martellante campagna propagandistica.

In quest’ottica rientra anche l’organizzazione di questa prestigiosissima amichevole nella quale Hitler e i suoi accoliti si giocano un’altra fetta importante della loro reputazione, non solo in ambito sportivo.

Le due più grandi potenze europee a confronto su un campo di calcio.

Non è, come spesso accade, SOLO una partita di calcio.

La nazionale tedesca, sotto la guida di Sepp Herberger, viene da una striscia di 16 risultati utili consecutivi e la preparazione per questo match è meticolosa.

Due settimane di intensi allenamenti nella Foresta Nera per arrivare al top per l’incontro con i maestri inglesi.

Al contrario l’Inghilterra ha appena terminato la propria estenuante stagione e il team è pieno di giovani calciatori, di grande qualità ma di relativa esperienza.

Capitano dei bianchi per quell’incontro sarà Eddie Hapgood, l’unico insieme al compagno di squadra dell’Arsenal Cliff Bastin ad avere più di 10 presenze all’attivo in Nazionale.

Poche ore prima del match arriva però uno strano “invito” direttamente dal Foreign Office inglese all’ambasciatore inglese in Germania, Sir Neville Henderson.

Come forma di rispetto verso gli anfitrioni tedeschi l’undici inglese dovrà rispondere compatto al saluto nazista al momento della presentazione delle squadre in campo.

La notizia spiazza un po’ i dirigenti inglesi ma il Comitato che gestisce la selezione non ha altra scelta che comunicare nella riunione pre-partita in albergo dove vengono decise formazione e tattica di gioco questa decisione “superiore” ai propri giocatori.

La notizia viene accolta con grande sorpresa e pare ci sia anche un certo imbarazzo sui volti dei calciatori britannici.

Ma c’è anche il silenzio più assoluto.

A rompere questo silenzio ci pensa un giovane calciatore di 21 anni che è già una colonna del  Wolverhampton Wanderers e con già un paio di presenze all’attivo nella Nazionale maggiore.

Quello che dirà lo sapete già.

Stan Cullis non giocherà quella partita.

Ne giocherà altre con la Nazionale inglese prima che lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale interromperà, a 24 anni, la sua carriera proprio nel momento in cui un calciatore sta per raggiungere la sua completa maturità psicofisica.

L’Inghilterra, davanti a 105.000 spettatori tra cui Hermann Goering, Rudolf Hess e Joseph Goebbels, vincerà l’incontro per 6 reti a 3.

Ma Stan Cullis, a differenza del Governo Britannico, dei dirigenti della Federazione Inglese e di tutti i suoi compagni di quella spedizione nella Germania nazista, sarà l’unico che potrà ancora guardare indietro a quel giorno senza vergogna.

 

https://youtu.be/jlbLHviSTPc

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Stan Cullis giocherà praticamente tutta la sua carriera nel Wolverhampton Wanderers, tanto da far dire al grande Bill Shankly, suo rivale in tante battaglie sul campo prima e dalla panchina in seguito “Un giorno ho visto sanguinare Stan Cullis. Vi garantisco … aveva il sangue giallo-oro come le maglie dei Wolves”.

 

Le sue doti di leadership erano talmente evidenti che quando Cullis nella stagione 1936-1937 prese il posto al centro della difesa del leggendario Bill Morris ne ereditò anche, a soli 21 anni, la fascia di capitano.

 

Nelle due stagioni successive Stan Cullis contribuisce in maniera determinante a trasformare i “Wolves” (i lupi) in un team di altissimo livello.

Per due stagioni consecutive lotteranno per il titolo salvo chiudere sempre al secondo posto, rispettivamente dietro Arsenal ed Everton.

Quest’ultima stagione sarà particolarmente amara per i Lupi delle West Midlands che non solo perderanno il campionato nelle ultime settimane del torneo dopo aver dominato per buona parte del torneo, ma verranno sconfitti anche nella finale di FA CUP (contro il Portsmouth) diventando la terza squadra nella storia ad “ottenere” il double horror, arrivare cioè secondi in campionato e perdere la finale di Coppa.

 

Il campionato inglese di First Division riprende nel 1946. Sette stagioni sono trascorse. Sette stagioni sacrificate al conflitto bellico. Ma le cose, per il Wolverhampton, non sono affatto cambiate.

La squadra è ancora di altissimo livello e, come avevano fatto nelle due stagioni precedenti la guerra, i “lupi” si trovano a lottare ancora per il titolo.

A contenderlo stavolta sono i Reds del Liverpool.

Per il Wolves e i suoi appassionati tifosi è una stagione straordinaria.

Sono tutti convinti che sia la volta buona: il titolo di campione d’Inghilterra, per la prima volta nella sua storia, finirà tra le mani dei giallo-oro delle West Midlands.

A rendere epico questo finale di campionato ci si mette pure il calendario che proprio all’ultima di campionato mette di fronte proprio Wolverhampton e Liverpool.

La classifica sorride ai “Lupi” che hanno un punto di vantaggio sui Rossi del Merseyside e hanno anche una migliore differenza reti.

Insomma, due risultati utili su tre.

E in più si gioca al Molineux, la tana del Wolverhampton davanti a quasi 51.000 spettatori.

Il Wolverhampton però è contratto, nervoso e con le idee confuse.

Il timore di cadere ancora sull’ultimo ostacolo è evidente.

Il Liverpool nel primo tempo domina l’incontro.

Si porta prima in vantaggio con Balmer ma la rete del definitivo k.o. arriva a pochi minuti dal termine del primo tempo.

C’è un lungo rilancio del portiere del Liverpool Sidlow sul quale si avventa il numero 9 dei Reds Stubbins. Si lancia verso la porta avversaria.

Stan Cullis lo affronta.

Stubbins tocca la palla in avanti anticipando di un soffio l’intervento del capitano del Wolverhampton.

Poco male.

Per Stan sarebbe sufficiente frapporsi tra l’attaccante del Liverpool e il pallone, spostandolo quel tanto che basta per fargli perdere l’equilibrio.

Una punizione a quasi 30 metri dalla porta e forse un richiamo ufficiale da parte dell’arbitro.

Ma Stan Cullis non fa niente di tutto questo.

Stubbins lo supera in velocità, raggiunge il pallone e poi fulmina Williams, il portiere dei Wolves, con un secco rasoterra.

Si rivelerà il gol decisivo, non solo del match ma del campionato intero.

Nel secondo tempo infatti il Wolverhampton accorcerà le distanze con Dunn ma non riuscirà a segnare il gol del pareggio.

Saranno in tanti quelli che rimprovereranno a Cullis la sua passività in quella giocata che, di fatto, ha deciso una intera stagione.

Qualche giornalista a fine partita avrà addirittura l’ardire di chiedergli del perché non fosse ricorso al fallo in una azione così determinante.

“Semplice” fu la risposta di Stan Cullis.

“Perché non voglio essere ricordato come colui che ha permesso ai Wolves di vincere il primo titolo della propria storia con un gesto sportivamente disonesto”.

E in questa frase c’è DAVVERO tutto Stan Cullis.

 

Questa sarà anche l’ultima occasione per Stan Cullis di conquistare il titolo con i suoi amati Wolves.

All’inizio della stagione successiva arriva infatti un brutto infortunio contro il Middlesbrough che, a soli 30 anni, lo costringerà al ritiro dall’attività agonistica.

 

Al Wolverhampton Wanderers Football Club però sono tutti perfettamente consci che il “sapere calcistico” e il carisma di Stan non possono essere sprecati.

E così esattamente un anno dopo, nel giugno del 1948, Stan Cullis diventa il nuovo manager dei Wolves, a soli 31 anni di età.

Sarà colui che riscriverà la storia di questo Club trasformandolo per oltre un decennio in una delle squadre più forti d’Inghilterra (trionfando in tre campionati e due FA CUP) e d’Europa.

Si, d’Europa.

Perché Stan Cullis sarà così lungimirante e “avanti” da capire che è giunto il momento per i club britannici di uscire da quell’assurdo auto-isolamento che si sono imposti da sempre.

E così al Molinuex, uno dei primi stadi inglesi a munirsi di illuminazione per le partite serali, nel giro di pochi anni scesero in campo alcune delle più grandi squadre di Club europee.

Celeberrima a tal proposito la partita disputata con la grande Honved di Ferenc Puskas, Sandor Kocsis e Zoltan Czibor.

La partita si disputa il 13 dicembre del 1954.

E’ passato poco più di un anno da quando la grande Ungheria fece a pezzetti con un perentorio 6 a 3 la nazionale inglese sul suo sacro suolo di Wembley.

Si gioca in notturna e il secondo tempo, novità assoluta per l’epoca, viene trasmesso in diretta dalla BBC.

Quando gli appassionati di calcio del Regno Unito si mettono davanti al televisore per assistere ai secondi 45 minuti, l’Honved è già in vantaggio per due reti a zero, segnate da Kocsis e Machos nel primo quarto d’ora di gioco.

Quello che non hanno potuto vedere è stata una autentica esibizione di calcio da parte degli ungheresi, la cui creatività, tecnica e organizzazione di gioco è risultata inarrivabile per il pur fortissimo team inglese.

Nel secondo tempo sono in molti quelli che si collegano per ammirare le gesta dei grandi campioni magiari. Quello che non posso invece attendersi è una ripresa dominata in maniera netta ed autoritaria dai giallo-oro, che prima accorciano le distanze con un calcio di rigore di Hancocks e poi completano la rimonta con due gol in tre minuti del centravanti Swinbourne.

Ma cosa è successo ? Come è stata possibile una simile trasformazione ?

Stan Cullis nell’intervallo capisce che così non c’è partita e che anzi, continuando in questo modo c’è il rischio di una disfatta peggiore di quella subita a Wembley dalla Nazionale nell’anno precedente.

Due sono le sue mosse: la prima è quella di scavalcare il loro centrocampo con lanci lunghi verso i 4 attaccanti (due centrali e due esterni) bypassando così la fortissima linea mediana ungherese.

La seconda è ancora più concreta: Cullis da istruzione agli inservienti, ai raccattapalle e ai ragazzi delle giovanili di inzuppare letteralmente d’acqua il terreno di gioco, in modo da attenuare il grande divario tecnico tra le due squadre.

Racconto confermato da Ron Atkinson, grande allenatore inglese degli anni ’80 e ’90 (WBA, Manchester United e Aston Villa tra le altre) che quel giorno partecipò insieme a diversi compagni di squadra delle giovanili all’operazione “acquitrino” nell’intervallo del match.

Uno fra i milioni di spettatori che nel Regno Unito assisterono a quel match, facendolo poi innamorare del Wolverhampton, fu un bambino di 8 anni, di Belfast, Irlanda del Nord.

Il suo nome era George Best.

 

https://youtu.be/EYFrfPVG7Zs

 

 

Infine, nessuno meglio del grande Bill Shankly, ha saputo riassumere Stan Cullis in un pensiero.

“Anche se Stan sapeva essere molto irascibile e a volte perfino oltraggioso, era una persona  buonissima d’animo e generosa. Una di quelle che a un amico avrebbe dato il suo ultimo penny. Amava i Wolves, avrebbe dato la vita per loro ma soprattutto era una persona di una intelligenza ben al di sopra della media che avrebbe avuto successo in qualsiasi cosa avesse scelto di fare. Da quando è stato inventato il calcio mi viene difficile pensare ad una persona migliore di lui”.

 

Stan Cullis, l’uomo che si rifiutò di piegarsi ai nazisti.

 

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Perché ci hanno bombardato ?

di SIMONE GALEOTTI
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“I Balcani producono più storia di quanta ne possano digerire”
“Ci fotte la guerra che armi non ha, ci fotte la pace che ammazza qua e là, ci fottono i preti i pope i mullah, l’ONU, la NATO, la civiltà”
Devo aspettare Goran, la mia guida. Intanto Belgrado, la “Città Bianca”, mi accoglie in un giorno di tiepido sole primaverile. Goran è un gigante, un tipo strano, buono, vociante, parla un ottimo inglese e rammenda discrete frasi in italiano. Cittadini sotto ogni cielo.
“Perché ci hanno bombardato?”.
La domanda nell’abitacolo dell’auto tornerà più volte in questi quattro giorni passati tra poeti, ristoranti, musicanti e passeggiate silenziose. La guerra che ha frantumato la Jugoslavia è passata dalla cronaca a quel limbo che sta tra il passato e la storia, ora abbiamo altri conflitti negli occhi e sembra che di quella lotta feroce e a tratti incomprensibile sia rimasto solo un fantasma che viene di notte a toccarti una spalla:
“Perché ci hanno bombardato?”.
Belgrado città rattoppata con molte crepe ancora aperte e visibili. Belgrado città chiara col suo bellissimo ponte tinteggiato, i palazzi che parlano di una capitale satellite dell’ex impero sovietico. Belgrado città marchiata nell’ etnia dall’ antica presenza ottomana e da quella slava del nord. “I salari medi – dice Goran- sono inferiori ai vostri 500 euro mensili ma il costo della vita è decisamente superiore. Siamo un miscuglio sociale con un’urbanizzazione crescente e una distonica alternanza fra i quartieri esclusivi di Vracar e Dedinje, o lo splendido Dorcol, e quartieri dormitorio tipo Banovo Brdo fino a vere e proprie baraccopoli. Per il resto è stato portato avanti un lavoro di riconciliazione, sai, due fiumi, due alfabeti… Adesso è una capitale di un piccolo Stato, ma è stata capitale di un grande e composito Stato, anzi, di uno Stato fasullo, esploso dopo la fine del regime di Tito per l’emergere di tensioni covate a lungo e per l’incapacità politica di gestire le differenze, noi abbiamo picchiato duro, Slobodan Milosevic è diventato nell’immaginario occidentale l’incarnazione del male. Le cronache di quei mesi parlano di violenze efferate, di esodi, di deportazioni ma le contro- rappresaglie contro di noi sono state altrettanto dure”.
Ivo Andric, premio Nobel serbo-croato racconta nel suo romanzo, “Il ponte sulla Drina”, le efferatezze che da queste parti si sono compiute nei secoli passati. Racconta del ponte che ha sempre legato popoli vicini e lontani.
Bizzarra fatalità di questa terra di uomini malinconici e allegri che ti offrono vino e hanno occhi sinceri. Sul fiume, sotto il grande ponte, c’è un ristorante, si chiama “Stenka”. È un posto stravagante. Lo anima Rada, una donna violentemente bella dagli occhi scuri e un dolore piantato come un pugnale nell’anima. È una filologa di valore ma ha voluto dedicarsi alla poesia fuori dalle Università. Intorno a un camino ci sono sempre ottime zampette di maiale in salsa di rafano per gli scrittori senza il becco di un quattrino. È la sua vera accademia, abitata da poeti e da suonatori di musica zingara. Si canta, si balla, si pensa in versi. Nel ristorante di Rada si sentono stornelli nostalgici portati dal vento che qui chiamano “Košava”. Nella città bianca non ci sono solo due fiumi e due alfabeti ma se sei sportivo (ed è praticamente impossibile non esserlo considerando l’accezione deformabile del termine includente un semplice tiro di dadi…) ti porti sulle spalle due destini paradossali: aver vinto le ultime coppe più importanti d’Europa mentre tutto cominciava a sfaldarsi.
“Perché ci hanno bombardato?”.
Goran ama il basket e tifa Partizan, è un “grobaro”, il soprannome significa becchini e venne coniato dai rivali della Stella Rossa perché le uniformi dei giocatori ricordavano quelle degli addetti alle sepolture. La sezione pallacanestro venne fondata nel 1945 e inizialmente giocava all’aperto sotto le mura della Fortezza di “Kalemegdan” dove oggi il club ha costruito due splendidi playground utilizzatissimi per i tornei estivi. “Come risposta a questo nomignolo, -mi dice Goran bevendo un sorso di “Zaječarsko” -, noi del Partizan a quelli della Crvena gli abbiamo affibbiato il nomignolo di “Cigani” perché potevano contare su molti sostenitori di etnia Rom”.
A dire il vero gli ultras della Stella Rossa si proclamano “Delije” che sta per eroi ma meglio non stuzzicare i fanatismi del derby “eterno.
Da Piazza Slavija, si sale verso Piazza della Repubblica e infiliamo dritti Bulevar Despota Stepana e in breve siamo davanti al glorioso “Pionir” (oggi Hala Aleksandar Nikolić). Pochi passanti, qualche albero, assenza apparente di calore umano, scritte fatte con lo spray qua e là sui muri e un palasport che comincia ampiamente a mostrare i suoi quasi cinquant’anni d’età.
“Perché ci hanno bombardato?”.
Là dentro, nel 1992, dopo la partenza di Divac, Paspalj, Grbović, e Savović, il Partizan basò la stagione su un nucleo giovane, senza stranieri, le cui stelle erano il ventiquattrenne Aleksandar “Sale” Djordjevic (o meglio Đorđević) e il ventunenne Predrag “Sasha” Danilović, uniti a una combinazione di buon talento creata dai vari Mladjan Silobad, Igor Perović, Vladimir Dragutinović e Zoran “Stragi” Stevanovic. Su Danilović, Goran apre al sentimento. “Lui era nato a Sarajevo da una famiglia di origine serba, moro, lungo, magro, si fece le giovanili nel Bosna ma quando si trattò di passare alla prima squadra essendo tifoso viscerale del Partizan desiderava venire a Belgrado a tutti i costi e scoppiò una lite per il suo cartellino tanto che venne squalificato e per un po’ se ne andò negli Stati Uniti a Cookeville nel Tennessee”.
Alla guida della squadra venne nominato Željko Obradović al suo esordio da tecnico. A causa dell’inasprirsi della situazione politica, la FIBA costrinse le squadre jugoslave a disputare le partite casalinghe fuori dai confini e il Partizan nell’ossimoro obbligato scelse di disputare gli incontri “interni” nel sobborgo madrileno di Fuenlabrada. Il fortino in terra iberica tenne alla perfezione e il Partizan si qualificò per i quarti al meglio delle tre partite in cui, abbastanza inverosimilmente, la federazione a un paio di giorni di distanza dal match, autorizzerà il Partizan a giocare dentro un “Pionir” tremolante di passione e fierezza.
“Perché ci hanno bombardato?”
L’avversario fu la Virtus Bologna e Danilović, dopo aver saltato la prima gara che i compagni fecero loro 78-65, è della partita in Italia ma i suoi 19 punti non furono sufficienti a scongiurare la sconfitta di misura che rimandò la qualificazione allo spareggio. E “Sasha “, contro la squadra che qualche mese dopo lo metterà sotto contratto, farà i fuochi d’artificio firmando il 69-65 che valse l’accesso alla Final Four programmata alla Abdi İpekçi di Istanbul. A proposito di “Sasha”. Goran sorride perché ci tiene a far presente che fra Danilović e Djordjevic il vero “Sasha” sarebbe il secondo: “ Quando arrivò da voi in Italia, insieme alla bella moglie Seka, avete cominciato a chiamarlo “Sale”. Djordjevic è un belgradese purosangue, un playmaker classico, acuto, intelligente, suo padre Bratislav è stato un campione altrettanto famoso se non di più.”
Effettivamente sua moglie era davvero bellissima tanto che la “fossa” gli dedicò un coretto, poi la Fortitudo congederà Djordjevic rapidamente quanto scioccamente, affidandosi al ragioniere John Crotty.
“Perché ci hanno bombardato?”
E quando lo dice Belgrado mi appare improvvisamente introversa, smarrita, a vent’anni di distanza dalle bombe NATO.
In Turchia il Partizan ritroverà Milano, col marchio Philips, già due volte battuta nella fase a gironi, che si avvaleva del gigantesco Darryl Dawkins, del cannoniere Antonello Riva e dell’energia di Riccardo Pittis. Il 14 aprile i belgradesi rinnovarono l’appuntamento con la vittoria, 82-75, trascinati da un Danilović incontenibile che promuoverà il Partizan all’atto decisivo in opposizione agli spagnoli della Juventut di Badalona di Lolo Sainz con il quintetto in neroverde formato da Corny Thompson, Jordi Villacampa, Harold Pressley e i fratelli Rafael e Tomas Jofresa.
Al quarto minuto dell’ultimo spicchio di partita i catalani conducono 65-68. Ad un minuto dalla sirena però una tripla di Danilović rimise in corsa i “grobari”. Poi il cardiopalma: Tomás Jofresa portò palla penetrando nel pitturato e fece partire un tiraccio sbilenco che rimbalzò sul ferro ma in qualche modo finì dentro: Badalona 70- Partizan 68 e dieci secondi più spiccioli da giocare. Djordjevic chiamò subito il pallone e dalla propria metà campo entrò in quella avversaria, fermandosi ad un niente dalla linea dei tre punti in posizione angolata e da lì scoccò il colpo sbilanciandosi leggermente a destra forse perché nella preghiera ortodossa si parte da quel lato per farsi il segno della croce. Tomás Jofresa che lo marcava non saltò sbilanciato dal brusco stop del belgradese, nemmeno Morales, lo spagnolo più vicino, saltò. Il tiro del figlio del grande “Bata” partì a quattro secondi esatti dalla sirena. I dodicimila del palazzetto turco trattennero il respiro seguendo la parabola della sfera. Canestro, si canestro. Partizan 71- Badalona 70. Incredulità, tripudio, e nell’inconscio, per un attimo, tutto si amalgamò formando strani contrasti dove s’intrecciavano minuscolo e grandioso come nei ricordi d’infanzia, quando la realtà pare brillare, vivificarsi di colori. E invece il 27 aprile 1992, pochi giorni dopo quella finale nacque la Repubblica Federale di Jugoslavia (Savezna Republika Jugoslavija) formata da Serbia e Montenegro. La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (Socijalistička Federativna Republika Jugoslavija) era ormai un ricordo.
“Perché ci hanno bombardato?”.
Rifletto. “Credo che qualunque risposta non avrebbe senso per te”. Goran mi guarda e dice pacato: “Umirati u lepoti”, sai cosa significa? – “No Goran” – “Significa morire nella bellezza”. E ripartiamo mentre il sole cala dietro le larghe guglie di San Sava.