HUGO “Tomate” PENA: l’anima del San Lorenzo.

di REMO GANDOLFI

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Non faccio che ripensare a quel giorno !

Nonostante siano passati ormai quasi 4 mesi.

Non riesco a togliermi dagli occhi e dal cuore le immagini e le sensazioni provate al termine di quella storica, fondamentale partita.

Il popolo di Boedo, il MERAVIGLIOSO popolo di Boedo, ci ha portati in trionfo.

Tutti noi.

Ogni singolo giocatore è stato sollevato verso il cielo dai nostri incredibili tifosi.

Hanno iniziato in Parque Patricios, subito dopo la partita e poi la festa è continuata a casa nostra, al Gasometro.

Il loro calore, il loro abbraccio, le felicità negli occhi della gente di Boedo sono già un ricordo indelebile.

E’ successo tutto dopo una partita del Campeonato Metropolitano.

Era il 24 agosto.

La partita si è giocata nel campo dei nostri cugini dell’Huracan.

L’avversario era il Tigre.

Lo abbiamo battuto nettamente e senza appello.

3 a 0.

Io, che sono un difensore, ho segnato il primo gol, di testa, dopo nemmeno 4 minuti di gioco.

Da quel momento, e per tutto l’incontro, il grido dei nostri tifosi, del MERAVIGLIOSO pubblico di Boedo, è risuonato come un mantra …

“Boedo no se va !” “ Boedo no se va” ! …

Non ce ne andiamo … non andremo in Segunda Division.

Si, perché questa partita non era per un trofeo, non era la finale di una coppa o la partita decisiva per il titolo.

Era la partita che poteva voler dire per il San Lorenzo RETROCESSIONE.

La vittoria contro il Tigre è servita “solo” a rimanere in Prima Divisione.

Qualsiasi altro risultato avrebbe significato per il San Lorenzo, uno dei più grandi Club di tutta l’Argentina, la retrocessione.

E retrocedere, per questo Club e per il MERAVIGLIOSO popolo di Boedo, non è semplicemente contemplabile.

Sarebbe una catastrofe.

Una tragedia.

E invece ce l’abbiamo fatta !

Pensare che non dovevo neanche giocarla questa partita …

Avevo una caviglia malconcia.

Dopo la partita con il River di domenica scorsa non riuscivo neanche a camminare.

“Tomate, non puoi farcela. Non ha senso rischiare” mi hanno detto i nostri dottori.

No amici miei !

Io questa partita non la salto.

Non posso non esserci.

Magari non sarò al 100%, ma la mia parte, potete starne certi, la faccio anche su una gamba sola !

Così ho detto loro.

La caviglia non mi ha tradito.

E ora  non vedo semplicemente l’ora che ricominci un’altra stagione !

Dobbiamo fare molto, molto di più per ricambiare l’amore incondizionato dei nostri tifosi.

Dobbiamo tornare ai vertici, a giocarci i trofei con il River, il Boca, l’Estudiantes e l’Independiente.

Manca poco più di un mese all’inizio del campionato.

Poco importa se mi sto riprendendo da una maledetta frattura alla tibia.

Ne ho viste di peggio !

Quando il pallone ricomincerà a rotolare ci voglio essere, ci DEVO essere.

A fianco dei miei compagni e davanti al nostro pubblico, il MERAVIGLIOSO pubblico di Boedo che tutte le settimane riempie il Gasometro e che non merita di soffrire come nella scorsa stagione.

Dovremo fare in modo che non accada.

Mai più.

 

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Hugo “Tomate” Pena non giocherà mai più con la maglia del suo adorato San Lorenzo.

Hugo “Tomate” Pena non giocherà mai più una partita di calcio.

Il destino se lo porterà via il 9 gennaio 1980.

A soli 29 anni.

In una maniera assurda, terribile, irreale … quasi paradossale.

Hugo è nella sua casa di Villa Devoto.

E’ seduto sul divano e sta guardando la televisione.

In braccio ha sua figlia, la piccola Gabriela, di 3 anni.

La gamba sinistra del “Tomate” è immersa in una bacinella.

Dentro c’è una soluzione di sali sciolti nell’acqua calda.

Serve a curare una frattura alla tibia di qualche mese prima.

Tutto può servire per accelerare il suo recupero e permettergli di tornare in campo con il “suo” San Lorenzo alla ripresa della stagione agonistica.

E’ l’ora di “Tom & Jerry”, il cartone preferito dalla piccola Gabriela.

Hugo si alza dal divano e preme il pulsante del televisore per cambiare canale.

Ha ancora il piede immerso nella bacinella.

La scarica elettrica lo colpisce in pieno.

L’urlo è straziante.

Accorrono la moglie e i vicini da casa.

La piccola, illesa, è ancora seduta sul divano.

Le condizioni di Hugo appaiono subito disperate.

La corsa dell’ambulanza verso il vicino ospedale di Sarsfield è frenetica quanto disperata.

Tutto inutile.

Hugo “tomate” Pena morirà pochi minuti dopo l’arrivo in ospedale.

La notizia si sparge con la velocità della luce.

Il quartiere di Boedo si ferma, paralizzato, incredulo, affranto.

Ai suoi funerali saranno migliaia quelli che lo accompagneranno nell’ultimo viaggio.

El “Tomate” (il “pomodoro” così chiamato per la sua pelle bianchissima che diventava rossa come il famosissimo ortaggio ai primi raggi di sole) era il giocatore più amato dai tifosi del “Ciclon”.

Arrivato al Gasometro poco più di un anno prima conquistò da subito il cuore dei tifosi del San Lorenzo (di cui era da sempre un tifoso sfegatato) per la sua eleganza dentro e fuori dal campo, per la sua professionalità esemplare, per la sua capacità di guidare il reparto difensivo con l’esempio più che con le parole.

Coraggioso, determinato e leale, “dejava todo en la cancha” che da quelle parti è forse il più bel complimento per un calciatore.

Hugo era un giocatore “atipico” per tanti motivi.

Uno di questi era il suo amore per lo studio.

Voleva diventare ingegnere elettronico (ironia della sorte …) e il giorno del suo esordio, con l’Argentinos Juniors contro il Lanus nel 1970, era ancora iscritto ad Ingegneria.

Nel 1973, viste le sue eccellenti prestazioni con i “Bichos” se lo contendono fino alle ultime ore della chiusura del mercato le due grandi per antonomasia del calcio argentino, Boca Juniors e River Plate.

I Millionarios la spuntano sborsando 70.000 dollari (cifra assai importante per il periodo) e con loro Pena giocherà quasi 100 partite, diventando il leader della difesa del River.

L’avvento nel 1976 di Daniel Passarella, nuovo “caudillo” della difesa della “banda”, lo spingerà a lasciare il River per il Chacarita e dopo poco più di un anno l’arrivo finalmente all’amato San Lorenzo.

Il suo periodo nel Ciclon coincide purtroppo con uno dei periodi più travagliati del glorioso Club di Boedo tanto caro al nostro Santo Padre.

Enormi problemi economici che costringono il San Lorenzo a vendere tutti i giocatori migliori (primo fra tutti Jorge Olguin, futuro campione del mondo con l’Argentina nel 1978) ma proprio la passione, il carattere indomito e il coraggio del “Tomate” lo fanno diventare in poche settimane l’idolo del MERAVIGLIOSO popolo di Boedo.

Infine, occorre sottolineare che in occasione della partita descritta all’inizio del racconto con il Tigre, Pena fu sottoposto per tutta la settimana a continue infiltrazioni di cortisone, una addirittura pochi minuti prima di scendere in campo, talmente malridotte erano le condizioni della sua caviglia.

Come detto il San Lorenzo vinse e si salvò davvero per il rotto della cuffia dalla retrocessione.

… salvo poi retrocedere la stagione successiva, anche se ogni tifoso del San Lorenzo afferma con assoluta certezza che con il “Tomate” in campo anche in quella stagione non sarebbe mai potuto accadere …

 

Fu talmente grande l’impatto della morte di Hugo Pena e le sue circostanze che per lungo tempo ai bambini argentina veniva ricordato come monito quanto accaduto al povero Hugo …

“secate bien y no toque la tele descalzo o vas a terminar como el Tomate Pena”

(asciugati bene e non toccare la televisione scalzo o farai le fine del Tomate Pena)

 

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Un’immagine dei funerali del “Tomate” Pena, anima del Club di Boedo.

 

 

GLENN STROMBERG: Capitano per sempre.

di REMO GANDOLFI

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Ci sono calciatori che entrano nel cuore dei propri tifosi piano piano.

Ma che una volta entrati dal cuore non se ne vanno più.

Spesso non sono i più talentuosi, i più creativi o i più spettacolari della squadra.

Non sono ne il numero 9 che fa 30 gol a stagione, il fantasista che ti fa sobbalzare il cuore ogni volta che parte in dribbling o il portiere che va a strappare una palla dall’incrocio dei pali quando magari hai già le mani nei capelli per la disperazione di un gol subito.

Sono quelli che la maglia, senza bisogno di baciare lo stemma come di moda oggi, la inzuppano letteralmente del proprio sudore, in partita e negli allenamenti.

Sono quelli che prendono e danno botte perché il calcio non è solo degli ingegneri ma è anche dei manovali.

Sono quelli che si legano ad una città, alla gente di questa città, ad una società e ad una maglia e che anche un congruo aumento di stipendio, la possibilità di vincere trofei o la vetrina internazionale non sono in grado cambiare le loro priorità.

Glenn Stromberg per l’Atalanta e i suoi meravigliosi tifosi è tutto questo.

E forse anche di più.

Si perché questo “svedesone” di più di un metro e novanta non solo per la DEA ci ha giocato 8 stagioni consecutive rinunciando ad ingaggi assai superiori in squadre più blasonate e probabilmente più vincenti.

A Bergamo Stromberg è rimasto a viverci, lui e la sua splendida famiglia … compresa la nipotina Ginevra !

E pensare che l’inizio non fu affatto facile.

Anzi.

Quando Stromberg arriva a Bergamo nell’estate del 1984 l’Atalanta è appena risalita in Serie A dopo un lustro di purgatorio in Serie B ed uno addirittura in Serie C.

Stromberg si è già fatto un nome importante prima del Goteborg dove riesce a vincere addirittura una Coppa UEFA nel maggio del 1982 e poi al Benfica, sempre insieme al suo mentore  Sven Goran Eriksson.

A Bergamo Glenn trova come “mister” Nedo Sonetti, un toscano verace che definire calcisticamente “pragmatico” è un evidente eufemismo.

Glenn fa fatica ad inserirsi in una squadra “sparagnina”, votata a difendersi prima ancora che ad attaccare.

Lui che viene da squadre vincenti, dove ha sempre avuto carta bianca per inserirsi in attacco a cercare lui stesso la rete.

E in più scopre ben presto che ignoranza, pregiudizi e cattiveria sono ancora parte integrante del nostro Paese.

“Marisa” è il nomignolo con cui i tifosi avversari lo etichettano a causa di quella lunga zazzera bionda, mettendone anche in discussione la “mascolinità” e i gusti sessuali.

Glenn sopporta senza troppi problemi.

Ha altro a cui pensare.

Come la salvezza dell’Atalanta e come soprattutto a trovare il modo di tornare ad essere quel giocatore universale che era stato con Goteborg e Benfica.

Nella seconda parte del campionato l’Atalanta e soprattutto Stromberg iniziano ad ingranare.

Pian piano i tifosi atalantini imparano ad apprezzare questo lungagnone dinoccolato ma che sa caricarsi sulle spalle la squadra, mettendoci cuore e intelligenza tattica in ogni partita.

Alla fine della stagione sarà un ottimo 10mo posto e per Stromberg arriverà in quel 1985 la grande soddisfazione di essere nominato “Calciatore Svedese dell’Anno”.

La svolta vera nel rapporto con la società, i tifosi e la città di Bergamo arriverà due stagioni dopo.

Al termine della stagione 1986-1987 l’Atalanta retrocede in Serie B.

Arriva però anche in finale di Coppa Italia, e pur perdendola con il Napoli che si è anche laureato Campione d’Italia, l’Atalanta conquista il diritto di partecipare alla prossima Coppa delle Coppe.

A fine stagione però lo svedese manifesta il desiderio di andare altrove.

Non è felice della situazione e per di più nel mirino di qualche tifoso c’è anche lui.

“Marisa” non è più un nomignolo con cui viene irriso solo dai tifosi avversari … ora anche qualche supporter della DEA pensa di utilizzare la stessa stupida “arma”.

 

In quell’estate il presidente Bortolotti decide di consegnare la squadra nelle mani del giovane mister Emiliano Mondonico, capace nella stagione precedente di portare il Como ad un clamoroso 9° posto in Serie A.

E’ la mossa migliore possibile, per l’Atalanta e per Stromberg.

Tra i due è feeling immediato.

Mondonico racconterà in seguito che si rivedeva in quel ragazzone un po’ fuori dagli schemi, con una intelligenza sopra la media e con un piglio “ribelle” che era lo stesso che aveva il Mondonico calciatore.

In più scoprono il comune amore per i Rolling Stones !

E’ fatta.

Mondonico convince Stromberg a rimanere in Serie B, gli offre la fascia da capitano e ne fa il leader assoluto della squadra.

Dopo qualche giorno di allenamento in preparazione viene risolta una volta per tutte anche la questione “Marisa”.

E’ in programma un’amichevole contro una squadra minore.

Stromberg ha già segnato due reti e guida già la squadra con autorità e carattere.

Dagli spalti un paio di cretini pensano bene di rovinare la festa.

“Svegliati Marisa” e il grido che arriva dalla tribuna.

Glenn butta un occhio verso la zona da dove è arrivata quella voce.

Con lui c’è anche Aldo Cantarutti, bomber degli orobici e altro giocatore di stazza importante.

Insieme scavalcano la rete di protezione.

Stromberg solleva per il bavero uno dei “furbetti”.

“Io mi chiamo Glenn, Glenn Stromberg. Capitano della Svezia e dell’Atalanta. Non dimenticarlo MAI. Né tu né tutti gli altri”.

Torna in campo, sorride alla panchina e riprende a giocare.

Quella stagione entrerà di diritto nella storia dell’Atalanta Bergamasca Calcio.

Non solo ci sarà un immediato ritorno in Serie A (anche se soffertissimo e all’ultima giornata) ma ci sarà soprattutto una cavalcata incredibile nella Coppa delle Coppe che porterà i bergamaschi fino alla Semifinale persa contro i belgi del KV Mechelen (o Malines nella dizione francofona) ancora oggi il miglior risultato di una squadra di Seconda Divisione nelle Coppe Europee.

Stromberg è adorato dal pubblico.

E’ il capitano, il simbolo, l’anima.

Si sacrifica in copertura, è sempre pronto a rientrare e a difendere con grande umiltà per poi trovarlo un attimo dopo a impostare l’azione o lanciarsi in profondità a dettare il passaggio.

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La stagione successiva sarà, quella del ritorno in Serie A, sarà semplicemente strepitosa.

Un 6° posto finale, che vale un posto nella successiva Coppa UEFA e “condita” anche da alcuni risultati che gli appassionati tifosi bergamaschi per anni avevano solo potuto sognare: vittorie in trasferta sui campi della Juventus e del Milan.

Ormai l’Atalanta è una realtà del calcio italiano.

Per la DEA e i suoi incredibili tifosi saranno anni indimenticabili.

Arriveranno giocatori straordinari come Claudio Caniggia e il brasiliano Evair, ci saranno altri piazzamenti eccellenti e partecipazioni a competizioni europee.

E ci saranno anche brutti episodi, che toglieranno all’Atalanta possibili grandi soddisfazioni e feriranno nell’animo Glenn Stromberg che sull’etica e la correttezza professionale aveva costruito la sua carriera.

Ci riferiamo a quanto accaduto il 26 gennaio del 1990.

Si giocano i quarti di finale di Coppa Italia. Di fronte c’è il Milan, campione d’Europa in carica e che nel maggio dello stesso anno bisserà il successo nella competizione europea più importante.

E’ il Milan di Berlusconi, di Sacchi e del fantastico trio olandese formato da Van Basten, Gullit e Rjikard.

Al Milan basterebbe un pareggio per qualificarsi ma invece è l’Atalanta che va in vantaggio e il match è ormai giunto alle battute conclusive.

Borgonovo è a terra dopo un contrasto.

Si contorce e impreca.
Glenn Stromberg se ne avvede a appoggia la palla in fallo laterale per poter prestare i soccorsi all’attaccante del Milan. Alza perfino un braccio per richiamare l’attenzione di arbitro e medici

Rjikard batte la rimessa laterale porgendo la palla a Massaro.

Gli atalantini rimangono tutti fermi, in attesa che il pallone venga loro restituito o calciato fuori dal terreno di gioco.

Massaro invece butta la palla in mezzo all’area.

Atalantini sempre tutti fermi.

Sul pallone si catapulta proprio Borgonovo che probabilmente non ha visto quanto accaduto pochi secondi prima. Ingaggia un duello con Barcella, lo stopper atalantino, il quale lo strattona un po’ nel corpo a corpo.

E’ calcio di rigore.

Gli atalantini sono tutte le furie.

La palla era dell’Atalanta e il Milan avrebbe dovuto restituirla.

Siamo allo scadere.

Sul dischetto si presenta Franco Baresi.

Gli atalantini, invitano il capitano rossonero a fare giustizia.

L’unica possibile è calciare il rigore fuori.

Stromberg rincara la dose “Se sei un uomo questo rigore lo calci in tribuna” dice lo svedese a Baresi.

Baresi non ascolta nessuno.

Tira e segna.

Il Milan è in semifinale di Coppa Italia.

L’Atalanta è fuori.

E’ un episodio vergognoso, nella storia del Milan e del calcio italiano.

Succede il finimondo, in campo e soprattutto negli spogliatoi.

“Qualcuno prenderà dei calci nel sedere” dirà Mondonico in seguito su quanto avvenuto negli spogliatoi.

Il Milan non ci fa una grande figura.

Rjikard si limiterà a dire “noi siamo dei professionisti”, Baresi glisserà in maniera poco ortodossa e Berlusconi, “dopo” parlerà di rifare la partita … dopo, sempre dopo.

L’unico che ne uscirà alla grande è Paolo Maldini, che a fine partita se ne uscirà con un laconico “che figura di merda che abbiamo fatto”!

Stromberg giocherà ancora due stagioni con la DEA e alla fine della stagione 1991-1992, a soli 32 anni, deciderà di lasciare il calcio.

Il tributo dei tifosi atalantini è da pelle d’oca.

L’affetto per questo gigante svedese va assai oltre i meriti calcistici.

E’ l’onestà della persona, il senso di appartenenza, l’indole innata al lavoro, alla fatica e al sacrificio.

Tutti i pregi del popolo di quelle parti.

Glenn diventerà bergamasco dentro, a tal punto di rimanere qui a fine carriera, iniziando attività commerciali di successo, facendo conoscere i prodotti italiani nel suo paese dove torna spesso per fare l’opinionista sportivo.

Per capire cosa davvero ha rappresentato Stromberg per Bergamo e i tifosi atalantini forse le parole non bastano.

Meglio lasciar parlare le immagini.

Sono del 2012.

Glenn Stromberg ha smesso di giocare da 20 anni abbondanti.

Ma nell’omaggio reso dalla curva della DEA ai capitani storici guardate chi c’è al centro della coreografia.

https://youtu.be/YVXpoLmgM8M

 

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BLAZ “Baka” SLISKOVIC: Il genio, le sigarette e il PESCARA nel cuore.

di REMO GANDOLFI

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“Sono seduto al tavolino del mio bar preferito in Corso Manthonè a sorseggiare il mio … penultimo bicchiere di rosso di Montepulciano della serata.

Alle pareti di questo locale ci sono tante foto.

In prevalenza attrici ed attori degli anni ’60 e ’70.
Tutti bellissimi e tutti rigorosamente in bianconero.

Poi, quasi nascoste dalle decine di bottiglie di liquori schierate in fila come tanti soldatini, c’è un’altra parete.

Qui ci sono foto di calciatori.

Tutti rigorosamente del Pescara Calcio.

La foto più grande ritrae insieme gli ultimi tre gioielli ammirati al nostro Stadio Adriatico.

Verratti, Immobile e Insigne che si abbracciano dopo un gol.

Ce n’è un’altra che ritrae Zeman di profilo, con la proverbiale sigaretta in bocca, in un’altra c’è uno dei nostri idoli del passato, un pescarese doc che si chiamava Franco Marchegiani e un’altra ancora con Stefano Rebonato, che con i suoi gol a metà anni ’80 ci portò in serie A.

Più in basso, quasi nascosta, ce n’è un’altra.

Grande poco più di una cartolina, infilata nello specchio sulla parete dietro il bancone.

C’è un calciatore con i baffi, una testa folta di capelli neri e la barba incolta.

Sulla foto, in basso a destra, c’è una scritta, quattro lettere in tutto. BAKA.

Ai ragazzi seduti al tavolo di fianco al mio impegnati a bere spritz o qualche altra diavoleria del genere sono sicuro che quella vecchia foto non dice assolutamente nulla …

Ma per quelli come il sottoscritto che hanno le tempie grigie, una ragnatela di rughe in viso e pochi capelli in testa, quell’uomo è stato semplicemente IL CALCIO.

Quando Galeone lo portò a Pescara in quell’estate del 1987 in prestito dai francesi dell’Olympique Marsiglia lo conoscevamo davvero in pochi.

Eravamo addirittura delusi.

Sapevamo che la società aveva acquistato dal Torino Leo Junior, un brasiliano fortissimo che anche se ormai al crepuscolo della carriera era in grado di darci una grossa mano.

Con il suo arrivo eravamo convinti che sarebbe arrivato un altro brasiliano, magari addirittura giovane e nazionale come Junior.

Galeone amava i brasiliani, amava il talento e la genialità.

Ci bastò molto poco per capire il “brasiliano” che sognavamo era arrivato davvero.

… anche se sulla carta d’identità c’era scritto “ BLAZ SLISKOVIC – Nato a Mostar – Bosnia Erzegovina-Jugoslavia”.

Una tecnica di base incredibile, dribbling, un tiro potente e una visione di gioco tale che, come diceva un grande allenatore suo connazionale “permette di vedere autostrade dove gli altri non vedono neppure i sentieri”.

Con uno come Giovanni Galeone, che amava il buon calcio quanto le carte, il buon vino e la vita, e due come “Baka” (tutti lo chiamavano così) e Leo in campo a guidare una squadra di ragazzi che avevano “fame” e qualità come Bergodi, Gaudenzi, Gasperini e il “nostro” Marchegiani, la salvezza non sembrava più una chimera.

Fu una stagione indimenticabile.

Iniziammo vincendo a San Siro contro l’Inter e poi lungo il cammino battemmo il Verona e addirittura la Juventus di Cabrini, Tacconi e del gallese Rush.

Prendemmo anche delle belle sberle ma nessuno se ne lamentava.

Galeone voleva che si giocasse all’attacco contro tutti, senza timori qualunque fosse il blasone dell’avversario.

A fine stagione arrivò la salvezza e Baka Sliskovich, pur giocando a centrocampo, fu il nostro goleador.

Tra lui e Galeone si creò un legame che andava oltre l’aspetto calcistico.

Erano entrambi due antieroi, due sognatori … a loro modo due ribelli nel rigido mondo del pallone.

Interminabili partite a carte, sigarette e vino cementarono un rapporto che avrebbe dovuto andare avanti per anni.

Invece Baka in aprile in una partita al Comunale contro il Torino si fece male.

Senza di lui facemmo la miseria di 3 punti nelle ultime 5 partite …

Per fortuna avevamo messo in cascina punti sufficienti per salvarci, anche se solo per un punto in più sull’Avellino.

Il Marsiglia voleva riprendersi indietro Sliskovic e noi non avevamo gli 8 miliardi di vecchie lire che i francesi chiedevano per il suo cartellino.

L’anno successivo tornammo in B,

Ma il ricordo di quella magica stagione, di Baka, di Galeone, di Leo e dell’Adriatico non ce lo toglierà mai nessuno.

… è ora di ordinare un altro “rosso” … sempre il penultimo, ovviamente.”

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Prima di arrivare nel campionato italiano nelle file del Pescara “Baka” Sliskovich si era già fatto conoscere dai tifosi italiani in due distinte occasioni.

La prima nel marzo del 1980 quando Blaz Sliskovich, non ancora 21enne, gioca con la Nazionale olimpica jugoslava una partita di qualificazione contro la rappresentativa azzurra.

In palio c’è un posto alle Olimpiadi di Mosca dell’estate successiva.

Si gioca proprio a Mostar, la città di Sliskovich, che sarà il protagonista assoluto dell’incontro.

Nel 5 a 2 finale “Baka” segnerà una tripletta e risulterà inavvicinabile per gli azzurri tra i quali spiccava la presenza di giocatori del livello di Altobelli, Ancelotti, Fanna e dei fratelli Baresi.

La seconda capita 5 anni dopo.

Nel frattempo Sliskovich è passato dal Velez Mostar all’Hajudk Spalato, squadra ai vertici del campionato jugoslavo.

Nell’autunno di quel 1985 il sorteggio in Coppa UEFA mette di fronte il Torino di Junior, Zaccarelli, Dossena e Schackner all’Hajduk di Sliskovich, Asanovic e dei fratelli Vujovic.

L’andata a Torino si chiude sul risultato di 1 a 1 ed è proprio Sliskovich  che con una magistrale conclusione al volo segna il gol dei suoi.

Nella partita di ritorno, con il risultato ancora sull’1 a 1, sarà ancora “Baka” a segnare il secondo e decisivo gol, stavolta con una impressionante punizione da circa 30 metri.

Ad assistere all’incontro di Torino in tribuna c’è anche lui, Giovanni Galeone, (all’epoca allenatore della Spal) che si segnerà nel suo taccuino il nome di quel talentuoso e un po’ anarchico centrocampista … in attesa dell’occasione giusta che arriverà nell’estate di due anni dopo.

 

Baka Sliskovich è sempre stato, per dirla come il grande “Faber”, uno che è andato sempre in “direzione ostinata e contraria”.

Fuori dagli schemi, dalle regole e dalle costrizioni di un mondo, quello del calcio, sempre troppo “stretto” per uno come lui che amava la vita e voleva viverla appieno.

Amava le belle donne, il buon vino, il cibo della sua Jugoslavia (cevapcici, pita, cevapi e un immancabile goccio di Slivovitz) e il caffè, consumato in quantità industriali.

E poi c’erano le sigarette.

Blaz Sliskovich era un fumatore “seriale”, da sempre.

“Johann Cruyff era il mio idolo da ragazzo. Non sono diventato bravo come lui, questo lo so benissimo. Ma in una cosa l’ho battuto: IL FUMO !

Dicevano che Cruyff anche quando era in attività un pacchetto al giorno spesso non gli bastava … spesso a me non ne bastano due !” ricorderà con ironia Baka.

 

A proposito di idoli. Blaz “Baka” Sliskovic è stato l’idolo di un ragazzino francese, figlio di algerini, nato a Marsiglia nel 1972. Diventato ancora più forte di Baka. Il suo nome è Zinedine Zidane.

 

Poco dopo il suo trasferimento all’Hajduk dove si sta rapidamente affermando come uno dei calciatori più forti dell’intera Jugoslavia ed è già da tempo nel giro della Nazionale, “Baka” si innamora perdutamente di una ginnasta russa.

Per lei molla tutto, calcio compreso ovviamente. Si trasferisce da lei a Mosca per vivere appieno il suo amore. Per quasi un anno di lui non si hanno notizie.

L’amore finisce.

Sliskovich torna in Bosnia e all’Hajduk. E’ da poco rientrato in prima squadra quando subisce un gravissimo infortunio.

Quasi un altro anno ai box. Ci sono dei dubbi sul suo recupero completo.

“Baka” li spazzerà via tornando a giocare ancor meglio di prima. Nell’estate del 1986 sarà l’Olympique Marsiglia a riempire di franchi le casse dell’Hajduk per il suo cartellino.

 

A Marsiglia gioca un annata strepitosa, in una squadra dove Papin vive dei suoi assist e a centrocampo con Baka ci sono giocatori del valore di Giresse e Genghini. Arriverà un secondo posto in campionato e Sliskovich verrà eletto “Miglior calciatore straniero” della Prima Divisione francese.

… salvo, poche settimane dopo, essere messo sul mercato per dissapori con la dirigenza e l’allenatore Banide.

Per la gioia di Giovanni Galeone, del Pescara calcio e di tutti i tifosi abruzzesi !

 

Nel corso di quella magica e indimenticabile stagione in Abruzzo sono davvero innumerevoli i gol, gli assist e le giocate geniali rimaste nei ricordi dei tifosi del “Delfino”.

Ma ci fu un episodio particolare che rimase nella memoria collettiva della gran parte dei tifosi del Pescara.

Si gioca una partita di Coppa Italia. Dopo l’esordio con il Genoa (dove Baka ha già “timbrato” con il suo primo gol con i nuovi colori) e la vittoriosa trasferta di Monopoli, all’Adriatico arriva la Roma del Barone Liedholm.

Sliskovic riceva palla a centrocampo, un po’ defilato sul settore di destra. Su di lui si porta in pressing Bruno Conti, la geniale ala giallorossa.

Sliskovic fa una finta di corpo, Conti cerca di chiudergli lo spazio. Nel farlo però apre un “tantino” le gambe.

Un “tantino” troppo.

Sliskovich ci fa passare la palla in mezzo prima di riprenderla e di puntare palla al piede l’area avversaria, lasciando sul posto un esterrefatto Bruno Conti.

Il boato entusiastico dei 30.000 dello Stadio Adriatico non lascia spazio a dubbi: Pescara ha un nuovo calciatore da amare.

 

E’ il 10 aprile 1988.

La salvezza per il Pescara è sempre più vicina quando gli abruzzesi salgono al Comunale di Torino per sfidare i granata. Sliskovich è stato una delle rivelazioni del campionato.

Si mormora che diverse grandi squadre siano sulle sue tracce. Roma, Napoli … pare addirittura la Juventus.

Nulla che preoccupi più di tanto Galeone.

Sa che da Pescara “Baka” non ha alcuna intenzione di andarsene.

Quel giorno però il ginocchio di Sliskovich cede.

Altri mesi lontano dal campo e il prezzo fissato dall’Olympique Marsiglia è proibitivo.

Sliskovich tornerà a Marsiglia e inizierà girovagare per la Ligue 1 prima di un ritorno nostalgico a Pescara nella stagione 1992-1993.

Non sarà più la stessa cosa.

Baka ha imboccato da un paio di stagioni il viale del tramonto.

Ma si accorgerà, pur non riuscendo a dare quello che avrebbe voluto a squadra e tifosi, che una cosa non è cambiata … e non cambierà mai: l’amore della gente d’Abruzzo nei suoi confronti.

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ABDELHAK NOURI: Non mollare Appie.

di REMO GANDOLFI

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Patrick Kluivert quando arrivò alla Roma scelse il numero 34. Lo stesso numero di maglia che porta Amin Younes al Napoli, Philppe Sandler al Manchester City e Kevin Diks, in prestito ai danesi dell’Aarhus dalla Fiorentina.

Vebbè, qualcuno deve pur prenderlo quel numero direte voi.

Vero.

Ma quando lo scelgono 4 ragazzi, tutti olandesi e tutti molto giovani, la cosa non può passare inosservata.

Kluivert, Younes, Sandler e Diks sono tutti amici ed ex-compagni di squadra di ABDELHAK NOURI.

Forse a pochi questo nome dice qualcosa.

Ma su chi sarebbe diventato Abdelhak Nouri ci sono ben pochi dubbi.

Sarebbe stata solo una questione di tempo.

All’Ajax e tutti quelli che lo hanno visto in azione su un campo di calcio, ne sono tutti quanti assolutamente convinti: di Abdelhak Nouri si parlerebbe come si parla oggi di Matthijs De Ligt, di Frenkie De Jong, di Donny Van de Beek o come magari prestissimo si parlerà di Carel Eiting.

Abdelhak Nouri giocava con tutti loro nello “Jong Ajax” la squadra giovanile dell’Ajax.

Aveva giocato con loro nella stagione 2016-2017 alla fine della quale fu votato come “IL MIGLIOR CALCIATORE DELLA STAGIONE”.

In prima squadra aveva già esordito, proprio in quella stagione.

Era il 21 settembre del 2016 quando, in una partita di Coppa d’Olanda contro il Willem II, fece il suo debutto. Segnando anche una rete.

Un sogno che si realizzava per questo ragazzo di origini marocchine, nato proprio ad Amsterdam il 2 aprile 1997 e tifoso dei biancorossi da sempre.

Ancor di più da quando, a soli 7 anni, entrò nelle giovanili del Club.

Nel estate del 2017 viene definitivamente inserito nella rosa della prima squadra.

“Appie”, come viene chiamato da tutti, sceglierà il NUMERO 34.

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E’ l’8 luglio del 2017.

La preparazione dell’Ajax è iniziata da pochi giorni e nel piccolo stadio di Schwendau, nelle Alpi austriache a meno di 70 km da Innsbruck, si gioca una partita amichevole.

Di fronte all’Ajax ci sono i tedeschi del Werder Brema.

Mancano meno di venti minuti alla fine.

L’Ajax sta spingendo alla ricerca del gol del pareggio.

L’azione si sta sviluppando sulla fascia destra.

Dall’altra parte del campo però c’è un giocatore che sta camminando lentamente disinteressandosi totalmente allo sviluppo del gioco.

Poi improvvisamente si inginocchia a terra e poi si corica di schiena.

Un compagno se ne accorge, alza il braccio per attirare l’attenzione dei compagni.

L’arbitro ferma il gioco.

Passano diversi secondi prima che ci si renda conto che non è stanchezza, non è un infortunio e non è neppure colpa dei 30 gradi abbondanti di quella giornata di luglio.

Intorno al giovane Nouri si muovono tutti con apparente tranquillità.

Per oltre un minuto.

Poi Klaas-Jan Huntelaar si avvicina e i suoi gesti sono di autentico terrore.

A quel punto anche il medico del Werder Brema si precipita in campo.

Passeranno 7 lunghissimi minuti prima che un defibrillatore entri in azione.

Dopo 13 minuti, quando la situazione sembra ormai compromessa, il cuore di Abdelhak Nouri ricomincia a battere e il suo respiro torna regolare.

Arriva un elicottero che porta il giovane talento di origine marocchina all’ospedale di Innsbruck.
I primi segnali sono confortanti. Come spesso accade in questi casi viene indotto il coma ma i primi test a cuore e cervello sono confortanti.

La famiglia di Abdelhak arriva al suo capezzale.

Manca solo il padre, che dopo un anno a lavorare in macelleria era tornato in Marocco per qualche giorno di vacanza.

Ulteriori controlli però svelano un quadro diverso.

Ci sono importanti danni subiti dal cervello.

“Appie” non tornerà mai più su un campo di calcio.

A due anni abbondanti di distanza da quel giorno è ancora in un letto d’ospedale.

E’ uscito dal coma, riconosce i suoi famigliari, riesce a muovere bocca e occhi.

Per la famiglia di Nouri è un passo importante.

Non si arrendono, sono convinti che un pieno recupero sia ancora possibile.

Il padre Mohammed non lavora più in macelleria.

Passa tutti i giorni ore e ore al capezzale del figlio poi arrivano i fratelli Abderrahim e Mohammed a dargli il cambio.

Da quando è tornato ad Amsterdam, nel quartiere di Geuzenveld, gli attestati di affetto e il calore di amici, vicini e semplici tifosi dell’Ajax non hanno mai smesso di arrivare alla famiglia Nouri.

Nel campetto da gioco del quartiere campeggia una grande scritta su un muro “Appie 4 ever”.

Neanche all’Ajax intendono dimenticare questo ragazzino sempre sorridente, allegro e con tanta voglia di giocare a calcio e di imparare.

Sono tutti assolutamente sicuri che “Appie” avrebbe recitato una parte importantissima in questo Ajax che nella scorsa stagione ha incantato il mondo del pallone con il suo gioco offensivo e spettacolare.

Un classico 10, che amava giocare tra le linee e che si adattava benissimo anche partendo dall’esterno.

Edwin Van der Saar, l’ex grande portiere e ora direttore generale dell’Ajax ha ammesso con grande onestà che “si sarebbe dovuto fare molto di più quel giorno. Troppo tempo perso a liberare le vie respiratorie, troppo tempo perso prima di capire da dove veniva il problema.

… e troppo tempo perso prima di utilizzare il defibrillatore. Se tutto questo fosse stato fatto è possibile che Abdelhak ora sarebbe in condizioni migliori. Non è una certezza, ma è una possibilità”.

 

TRIBUTI

 

Il Guardian, il prestigioso quotidiano inglese, nel 2014 (quando Abdelhak aveva solo 17 anni) lo aveva inserito tra i 40 migliori giovani del calcio mondiale.

Ricorda David Endt, che fu general manager all’Ajax fino al 2013.

“Già allora si vedeva che aveva una qualità assoluta. Un giorno gli dissi che il suo stile di gioco mi ricordava quello del grande Andres Iniesta”. “Appie” sgranò gli occhi e rimase per un paio di secondi a bocca aperta prima di bisbigliare un “ma … dice sul serio ? E’ proprio il giocatore a cui mi ispiro ! Grazie Boss !”.

Ousmane Dembélé, l’attaccante del Barcellona, diventò amico di “Appie” durante un torneo giovanile, in cui giocarono come avversari. Nacque una bella amicizia e Ousmane ancora oggi, sui suoi scarpini di gioco, ha inciso il nome “Nouri” e il numero 34.

Due dei migliori amici di Abdelhak sono Frenkie de Jong ora al Barcellona e Donny Van de Beek.

Quest’ultimo va spessissimo a trovare “Appie” e si racconta che spesso rimanga a dormire vicino a lui, nel letto a fianco.

Il 16 aprile di quest’anno è stato proprio Van de Beek a segnare il gol del pareggio dell’Ajax nella sfida con la Juventus nei quarti di finale della Champions League.

“Stavo impazzendo di gioia quando correndo verso i nostri tifosi ho guardato il tabellone luminoso. Avevo segnato al minuto 34. E’ stato Appie, ne sono assolutamente sicuro” ricorda commosso Donny.

 

All’entrata del museo dell’Ajax, a pochi metri dal “Johann Cruyff Arena”, ci sono tre maglie con il numero 34. Su ognuna di loro, sopra il numero, c’è una parola.

Insieme formano un messaggio “Stay strong Appie”.

Non mollare ragazzo.

 

www.nourifoundation.com

 

L’URLO (E. Munch – 1893) – LA SUBLIMAZIONE DEL DOLORE UMANO.

di SARA DEL BARBA

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Urlo dell’angoscia. E’ un’istantanea sonora dell’attimo in cui un tramonto infuocato trascina negli abissi tutto il creato. Senza via di scampo.

La creatura emaciata si allunga, si contorce. Pare invertebrata, troppo fragile anche solo per sostenere la potenza dello squarcio che echeggia di linee ondulate, ipnotiche.

La bocca è un contorno curvilineo senza regole, livido, vuoto.

E allora, è anche un urlo vuoto, sordo e assordante nel medesimo istante.

Grida colui che ha iniziato il suo ciclo, ignaro, ancora, che quello smarrimento ne sarà l’ombra fino alla supplica dell’ultimo respiro.

Lacerante, acuto. Eppure flebile, soffocato, quasi muto.

Sostanza liquida,

Il grido.

Fa paura percepire quel suono feroce. Non possono nulla le mani che tentano di coprire le orecchie. Lo sfondo è un vortice insanguinato che produce linee rumorose, tortuose e languide, tutt’uno con la larva.

Il grido.

Fantasma senza sesso. L’io sta collassando.

Assale nel trasalimento di una scossa, nell’emozione che toglie la parola, nella materialità di un’allucinazione.

E’ la tragica angoscia esistenziale. L’inquietudine tremula di guardarsi dentro, che passa attraverso un volto spettrale immerso in un paesaggio onirico quanto reale.

E’ il volto di ogni uomo che chiede, urlando, dalla sua anima tumultuosa, la sordità per non udire, per mettere fine al suo terrificante, insostenibile dolore.

Il grido.

La creatura spaventata sta tremando, sente salire l’inquietudine, urlando di un grido di dolore infinito che ha veduto, rappreso come sangue, nell’abisso della memoria.

 

“Camminavo lungo la strada con due amici

quando il sole tramontò

il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue

mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto

sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco

i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura

e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.”

 

Ci troviamo ancora immersi negli strascichi dell’atmosfera della Belle Epoque, degli Impressionisti e dei Pointillistes. Ma ecco che Munch diviene, da subito, il più fulmineo antefatto figurativo per gli Espressionisti, anticipandoli. Le linee e il colore delle sue opere sputano fuori una potenza espressiva, espressione espressionistica appunto, di rara significazione per mezzo di un’immagine. La tematica del dolore umano, dell’angoscia senza respiro, della disumanizzazione della società, della sofferenza come attitudine propria ed inevitabile dell’esistenza, è assolutamente centrale per l’artista norvegese. Attraverso nuove tecniche artistiche. “Basta con gli interni, con gli uomini che leggono e donne che lavorano a maglia”, scrisse, con una chiara provocazione verso i Nabis post-impressionisti. “Da qualche parte ci saranno pure esseri umani che respirano e sentono e amano e soffrono.”

Munch dipinge la sua stessa anima morbosa, che vuole essere rappresentazione dei sentimenti dell’uomo di fronte ai misteri dell’esistenza: la vita, l’amore, la procreazione, la morte. Senza dubbio alcuno, è un’idea pessimistica e senza speranza. La paura sessuale, la sensazione di perdersi, l’allucinazione del turbamento umano, la sofferenza del corpo e dell’anima: tutto è ravvisabile nella violenza della sua pittura, nelle sue linee rosso sangue e blu glaciale.

Le tragedie personali diventano, per gli Espressionisti in generale, vere e proprie esperienze catartiche con cui graffiare la tela. Crudo ma vero. E così fa anche Munch. Con un occhio ben più che teso all’emblematica mano della sofferenza allucinata propria di Van Gogh – basti ricordare le linee schizzate della “Nuit étoilée” – studiando il linguaggio pittorico così espressivo di Gauguin, passando attraverso la filosofia esistenzialista di Kierkegaard. “Semplificazione deformata” dell’inquietudine umana, dell’irriverenza della morte, attraverso immagini anche blasfeme, severe, tristi. L’astrazione del sentimento diviene, così, concreta allegoria della psiche che nel suo tratto più individualista incontra l’assoluto ed esplode per chi guarda, prima attraverso il pensiero, poi dritto e senza scampo nell’anima.

Edvard Munch nasce il 12 dicembre del 1863. Cresce a Christania (attuale Oslo), la città dove si trasferisce con la famiglia quando ha appena un anno di età. Munch ha un’infanzia difficile e una vita tragica, piena di lutti e traversie: a cinque anni perde la madre e a dodici la cara sorella maggiore Sophie, entrambe per tisi; un fratello, poi, muore per annegamento e Lara, l’altra sorella, è affetta da crisi psichiche. Tutti eventi che influiscono, inevitabilmente, sulla maturazione del suo pensiero fortemente negativo e che lo porteranno a rifiutare convintamente l’idea ad avere una famiglia, per il timore incontrollato di trasmettere ad eventuale prole la tendenza della famiglia alla malattia, fisica e psichica. “Malattia e pazzia furono gli angeli custodi della mia culla”. Lui stesso, piuttosto avvezzo all’uso, anzi abuso, di alcol, soffre di turbe mentali e stati di allucinazione. Per un periodo fu anche ricoverato in una clinica psichiatrica a Copenaghen.

Inizialmente decide di intraprendere studi di ingegneria; dopo pochissimo tempo, però, decide di interromperli per seguire la sua indole artistica. Nel 1880 inizia la frequentazione della Scuola Reale di Pittura di Oslo, dove entra in contatto con pittori di impostazione naturalistica. Le sue prime opere risentono di questa influenza naturalista e sono caratterizzate da tematiche legate alla quotidianità e dall’utilizzo di una pittura dai toni scuri; tendenza che poi abbandona ben presto. Dopo un emblematico viaggio a Parigi, abbandona la strada naturalista per avvicinarsi al simbolismo e all’impressionismo. Da qui, poi, l’attrazione artistica si concentrerà su autori come Van Gogh e Gauguin, punti di riferimento importanti per addivenire a quell’idea iconografica di tragedia angosciosa dell’esistenza umana, da moderno espressionista. Il male di vivere e il difficile approccio con le donne caratterizzano tutta la sua vita.

Dopo molti viaggi su e giù per l’Europa, mostre famose (scandalosa quella di Berlino nel 1892), continua progressione, quasi ciclica e studiata della pittura, nel 1913 rientra in modo quasi definitivo a Oslo. Nel 1930, poi, un’incurabile malattia agli occhi gli rende quasi impossibile continuare a dipingere. Nel 1937 Munch i nazisti definiscono le sue opere “arte degenerata” e viene ordinato il loro ritiro dai musei.

La sua vita si è consumata attraverso un comportamento suicidario pur non avendo mai tentato di porre fine alla propria vita. Le sue tele, la sua arte sono state contenitore di quel male di vivere. L’impotenza di continuare a dipingere per la malattia è stata la concretizzazione ultima di quel dolore.

Muore il 23 gennaio 1944, lasciando tutti i suoi beni al Comune di Oslo, che nel 1963 inaugurerà il Munch Museet dedicato a colui che ha saputo dipingere con tale “furia”, introducendo innovativi mezzi espressivi, la cecità e l’impotenza dell’uomo di fronte alle catastrofi, mentali e materiali, dell’esistenza umana.

 

 

 

AGOSTINO DI BARTOLOMEI: “Sono solo un bravo ragazzo”.

di REMO GANDOLFI

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Si sono tutti dimenticati di me.

Tutti.

Anche quelli che credevo amici.

Anzi, soprattutto quelli che credevo amici.

Adesso sono qua, solo.

A contemplare un futuro dove il calcio, quel calcio a cui ho dato tutto me stesso per più di vent’anni, non vuole proprio saperne di “tenermi dentro”, di darmi la possibilità di insegnare e di condividere quello che ho imparato in tutti questi anni.

Io che ci mettevo l’anima in ogni partita e in ogni allenamento, che ascoltavo ogni singola parola dei miei allenatori e che cercavo di applicare poi in campo, provando e riprovando fino a quando quelle cose non mi riuscivano alla perfezione.

Conoscevo i miei limiti, li ho sempre conosciuti.

Non ero esattamente un fulmine di guerra ma sapevo che con l’applicazione, con la concentrazione e con la dedizione potevo compensare questo mio difetto.

Posso dire di avercela fatta e non solo per quell’indimenticabile giorno di maggio al Marassi di Genoa quando riportammo lo scudetto a Roma.

Ho una famiglia meravigliosa.

Per amore loro e della mia splendida Marisa siamo venuti tutti qui, a Castellabate a vivere nella nostra bella casa dove ci ho messo tanti dei risparmi di 18 anni da professionista nel calcio.

Ma, come si dice, “lontano dagli occhi lontano dal cuore”.

Forse qualcuno lo ha interpretato come il mio ritiro dorato, quello dove veder crescere i miei figli e invecchiare, aspettando magari dei nipoti.

Ma non è affatto questa la mia intenzione.

Amo il calcio e il calcio è l’unica cosa che conosco.

Il mio amico Bruno (lui si che c’è sempre) me lo ripete spesso.

“Ago, tu sei troppo buono ed educato. Quelli in giacca e cravatta del mondo del calcio quando non gli servi più ti mettono da parte come un paio di scarpe vecchie. E se non gli rompi i coglioni un giorno si e l’altro pure quelli si dimenticano presto di te !”.

Io lo so che Bruno, il mio amico Bruno, ha perfettamente ragione.

Solo che io non ne sono capace.

Non sono mai stato bravo con le parole e non sono mai stato capace di “lisciare” presidenti, dirigenti, procuratori e quella pletora di faccendieri che sono sbucati come funghi negli ultimi anni in cui ho giocato a calcio.

Io ho sempre fatto “parlare” le mie gambe e la mia testa.

Per me ha sempre “parlato” il mio comportamento, la mia serietà professionale, la mia onestà …

Non ce la faccio proprio ad elemosinare un posto nei quadri dirigenziali o nel settore giovanile di un Club.

Tutti sanno chi sono.

Io, Agostino Di Bartolomei, se prendo un impegno vado anche nel fuoco per mantenerlo.

Forse si tratta solo di avere pazienza come mi ripete Bruno continuamente.

Ma il tempo passa e i tutti i miei progetti si stanno sgretolando come castelli di sabbia davanti ai miei occhi.

Mi sento chiuso in un buco.

E il pallone, il mio adorato pallone, è sempre più lontano …

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Ci sono due “30 maggio” nella storia di Agostino Di Bartolomei.

Il primo è quello del 1984 e per la città di Roma, quella

di fede giallorossa, è il giorno del suo incubo peggiore. In quel 30 maggio del 1984 c’era una Coppa dei Campioni che sembrava essere nel destino di un Club che negli ultimi anni aveva fatto passi da gigante, diventando prima una potenza assoluta del calcio italiano, non senza sofferenze e cocenti delusioni, e che quel giorno si apprestava, anzi DOVEVA coronare quella meravigliosa parabola andandosi a sedere sul tetto d’Europa.

Una finale di Coppa dei Campioni nella propria “arena”, con una città che non aspettava altro che impazzire di gioia.

Invece arrivò un incubo “rosso”, travestito da portiere-clown con due improbabili baffoni che ipnotizzò due dei gladiatori di quella Roma … e spaventando a tal punto il loro “Re” che quel rigore non volle nemmeno tirarlo.

Agostino Di Bartolomei, al rifiuto del Re che veniva dal Brasile, prende in mano il pallone, cuore e testicoli e butta dentro il primo rigore, senza che il portiere-clown dai grandi baffi possa solo pensare di sfiorare quel pallone. L’incubo si concretizzerà in seguito, e il Liverpool di Souness, Kennedy e del portiere-clown Grobbelaar alzerà quel trofeo sotto gli occhi, quasi sicuramente umidi, di giocatori della Roma e di migliaia e migliaia dei suoi appassionati sostenitori.

Sono serate che lasciano il segno, che ti stroncano le gambe e il cuore.

Ci vogliono settimane per rimettersi in sesto.

Poi però arriva la voglia di un’altra stagione, di un’altra avventura e di un altro giro sull’ottovolante perché come di dice Nick Hornby “prima o poi agosto ritorna e tutto ricomincia daccapo”.

Agostino Di Bartolomei non fa eccezione.

C’è un campionato sfuggito per un pelo da rivincere perché c’è un’altra Coppa dei Campioni in cui riprovarci prima che quel ciclo meraviglioso arrivi alla sua fine.

Solo che per Agostino Di Bartolomei non ci sarà una seconda possibilità.

La Roma, con Liedholm in partenza per Milano (sponda rossonera) si affida ad un altro svedese. Un tecnico giovane ma che ha già colto risultati importanti con Goteborg e Benfica.

Si chiama Sven-Goran Eriksson e la sua “idea” di calcio è diametralmente opposta a quella del connazionale svedese che lo ha preceduto.

Pressing, un rigido 4-4-2 con squadra corta e aggressiva.

… l’esatto opposto del gioco ragionato, compassato e basato sul possesso di palla voluto dal Maestro Liedholm.

Di Bartolomei non ha le caratteristiche che Eriksson chiede ai suoi.

Il suo rapporto d’amore con la Roma si interrompe bruscamente.

Alla sua ultima partita in giallorosso, quella vinta con il Verona in finale di Coppa Italia, La Curva Sud gli tributa un messaggio d’affetto inequivocabile: sullo striscione c’è scritto “Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva”.

A volere Di Bartolomei a tutti i costi è proprio Liedholm, che a Milano deve ricostruire un Milan che arriva da anni turbolenti e scarsi di soddisfazioni.

Di Bartolomei lascia Roma con la morte nel cuore ma con altrettanta voglia di dimostrare che lui, “Ago”, ha ancora tanto da dare.

Il 14 ottobre del 1984 a San Siro si gioca Milan – Roma.

Il Milan è partito benissimo in campionato. Gli innesti di Hateley, Virdis, Wilkins e dello stesso Di Bartolomei hanno alzato parecchio il tasso tecnico del team.

Quando scocca l’ora di gioco il risultato è ancora sullo 0 a 0.

C’è un appoggio di Wilkins qualche metro fuori dall’area di rigore della Roma.

Toninho Cerezo, il centrocampista brasiliano della Roma, pare in netto vantaggio sulla palla.

Non fa i conti però con l’irruenza e la fisicità di Di Bartolomei che gli strappa letteralmente il pallone dei piedi prima di lanciarsi in percussione verso la porta difesa da Tancredi.

Un tocco di esterno destro per controllare la palla e un altro, sempre con l’esterno del piede destro, per metterla in diagonale in fondo alla rete.

Di Bartolomei corre sotto la curva.

La sua gioia esplode in tutta la sua naturalezza.

“Ci sono ancora ! Non ero da buttare via” è probabilmente solo questo che la sua straripante esultanza vorrebbe significare.

Per i tifosi della Roma questa esultanza è troppa, è esagerata e non è consona all’immagine del “loro” Agostino Di Bartolomei.

Che si sia rotto qualcosa nel rapporto con la Roma e i suoi tifosi se ne ha evidenza  in modo lampante e per certi versi inaspettato qualche mese dopo, il 24 febbraio del 1985.

Per Liedholm c’è un’accoglienza caldissima, ci sono i fiori giallorossi di rito e ci sono i cori.

Per Di Bartolomei solo tanta freddezza.

Non certo quello che si aspettava “Ago” dopo tutti quegli anni in giallorosso.

In fondo cosa ha fatto di male ? Ha celebrato senza ipocrisia un gol per la sua “nuova” squadra contro quella “vecchia” dalla quale, giusto ricordarlo, non è certo stato lui a volersene andare.

Il nervosismo si trascina sul campo.

Il Milan imbriglia la Roma.

Liedholm regala una lezione di tattica al giovane connazionale e Di Bartolomei, schierato sulla linea di difensori, pensa a “fare legna” chiudendo spazi e rubando palloni sulla sua trequarti difensiva.

Il Milan va in vantaggio con Virdis e difende con ordine e determinazione il vantaggio.

Nel finale succede qualcosa che non c’entra proprio nulla con Agostino Di Bartolomei e la sua storia.

“Ago” arriva in ritardo su un pallone e con un robusto tackle manda per le terre Bruno Conti.

Si proprio lui l’amico Bruno.

Tra loro non ci sono problemi ed è tutto finito ancora prima di iniziare.

Ssolo che arriva Ciccio Graziani, entrato nella ripresa e forse con energie ancora in abbondanza da spendere, che aggredisce Di Bartolomei.

In pochi secondi i due si scambiano una gragnola di pugni prima che arrivino i compagni a dividerli.

Non c’è niente di rotto per nessuno dei due … quello che forse si è rotto definitivamente è il rapporto di “Ago” con la sua Roma.

 

Al Milan Di Bartolomei rimane per tre stagioni. Nell’estate del 1987 al Milan arriva Sacchi. La sua filosofia di calcio non prevede giocatori dalle caratteristiche di Ago che accetta a quel punto l’offerta del Cesena, squadra che si appresta ad affrontare una stagione nella massima serie con un solo obiettivo: la salvezza. Obiettivo che viene raggiunto con estrema facilità.

Il Cesena chiuderà quella stagione con un eccellente 9° posto e Di Bartolomei, oltre a prestazioni di alto livello, farà da “chioccia” a giovani di grande avvenire come Sebastiano Rossi, Lorenzo Minotti e Ruggiero Rizzitelli.

A 33 anni però Ago sta arrivando al crepuscolo della sua brillante carriera.

Carriera a cui in fondo mancano solo due cose per essere perfetta: quella Coppa dei Campioni sfiorata in quella maledetta notte di fine maggio e una maglia azzurra, anche solo una, che sarebbe l’attestato definitivo e finale alla sua storia professionale.

Arriva però un’ultima sfida.

Molto lontana dai palcoscenici ai quali è abituato Agostino.

E’ la Salernitana, squadra che milita in Serie C, ad offrirgli un nuovo contratto.

Ago sarà l’uomo che dovrà guidare la squadra campana all’assalto verso la promozione alla categoria superiore, che a Salerno manca da oltre vent’anni.

Agostino Di Bartolomei vive questa nuova avventura con il solito grande senso di responsabilità e con la consueta estrema professionalità, pur sapendo che con aspettative così alte nei suoi confronti i rischi sono sempre molto grandi.

Ma quello che accade dopo poche giornate di campionato è totalmente inaspettato e imprevedibile. Antonio Pasinato, l’allenatore dei granata, entra in conflitto con Di Bartolomei decidendo ben presto di prescindere da lui relegandolo il panchina.

Per “Ago” è uno smacco tremendo.

Non è certo questo il finale degno di una carriera come la sua.

I risultati della squadra però sono disastrosi.

Pasinato viene licenziato e con l’arrivo in panchina di Lamberto Leonardi tutto tornerà nella normalità con Agostino capitano e leader del team.

La stagione successiva inizia sotto i migliori auspici.

Il nuovo mister Giancarlo Ansaloni costruisce la squadra intorno a Di Bartolomei e i risultati arrivano immediatamente.

Stavolta la promozione nella serie cadetta non è più un sogno.

Alla penultima di campionato per la Salernitana è in programma la trasferta di Brindisi.

Una vittoria potrebbe significare la tanto agognata promozione.

La vittoria arriva e contemporaneamente i rivali diretti della Casertana perdono a Giarre.

A firmarla, e non poteva essere altrimenti, è proprio lui: Agostino Di Bartolomei con uno dei suoi rinomati tiri da fuori area.

Nella partita successiva contro il Taranto è solo una grande festa per entrambi i team neopromossi in Serie B. A fine partita c’è la classica, festosa invasione di campo.

Il grande e indimenticabile Luigi Necco mette un microfono sotto il naso di Agostino che anche in quei momenti di festa mantiene il suo classico aplomb dichiarando con il suo sorriso dolcissimo e la sua inappuntabile flemma che “Questa è stata la mia ultima partita”.

E così sarà, nonostante un campionato di Serie B da affrontare e nel quale la sua esperienza e la sua leadership sarebbero ancora utilissime.

Da quel giorno felice invece, inizierà una rapida discesa verso quel buco nero nel quale Agostino Di Bartolomei scivolerà, giorno dopo giorno, sempre di più fino ad arrivare al suo  “secondo” maledetto 30 di maggio, quello di dieci anni dopo esatti dopo la serata della finale di Coppa dei Campioni.

E’ il 30 maggio del 1994.

Il giorno in cui Agostino Di Bartolomei prenderà la pistola di casa, acquistata tempo addietro “per proteggere la sua famiglia”, se la punterà al cuore e metterà fine a 39 anni alla sua vita.

Lascerà tutti attoniti e sconvolti, senza fiato e senza risposte.

Solo con tante lacrime da versare per quel ragazzo introverso e profondo, taciturno e sensibile, che il mondo del calcio aveva colpevolmente e troppo in fretta dimenticato.

Lui, che come disse ai microfoni della Domenica Sportiva dopo il suo diverbio con Graziani in quel Roma -Milan “Sono solo un uomo tranquillo. E un bravo ragazzo.”

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La parte raccontata in prima persona è ovviamente del sottoscritto ma basata su decine e decine di interviste, tributi, video dedicati a questo grande calciatore e persona ancora migliore.

Il mio piccolo tributo è solo quello di uno che ha apprezzato profondamente Agostino Di Bartolomei.

 

SYLVIA PLATH: Una, nessuna, centomila identità.

di SARA DEL BARBA

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“Lo specchio magico: uno studio del doppio in due romanzi di Dostoevskij”. Doppio. Due metà complementari eppure contrapposte. In tempi ancora non sospetti, il congedo dallo Smith College rappresentò il segno premonitore di un dualismo che era già parte integrante di quel se stessa. O di quelle se stesse. Attrazione e repulsione. Bello e brutto. Felice e triste. Bruna e bionda. L’ambivalenza che fu (s)oggetto protagonista di quella tesina di fine college, è stato, nella realtà, (s)oggetto protagonista della vita di Sylvia. Fino a perdere quell’identità da topos letterario pirandelliano, alla Eliot. Triste come l’equivoco da commedia della tragedia, che vuole deliberatamente far ridere di un riso isterico, stridulo, dissonante.

Sylvia Plath è nata il 27 ottobre 1932 a Boston, nel Massachusetts. La futura e precoce poetessa, così dotata quanto travagliata, nota per lo stile confessionale del suo lavoro, vide emergere l’interesse per la scrittura già dalla tenera età; ne è testimone il primo di una lunga serie di diari che, ad ogni pagina, offrono l’autentica fotografia di un ago caldo, vibrante, insistente e vivo, che poi smussa la sua acutezza per esaurire della sua stessa furia.

Il padre, Otto Emil Plath, figlio di genitori tedeschi, si trasferì in America a sedici anni per diventare in seguito uno stimato entomologo. Quando Otto Plath morì, poco dopo il suo ottavo compleanno, Sylvia soffrì sia di angoscia che di libertà. Otto era un padre severo, autoritario nei confronti dei suoi figli. Sylvia ha definito la relazione con Otto nella sua poesia, “Papà”. Basta leggerla per ritrovare la consueta trappola della dicotomia emozionale. La madre, Aurelia Schober, apparteneva ad una famiglia austriaca emigrata nel Massachusetts. Il loro rapporto era stretto quanto ambiguo. Dopo la morte del padre, la madre di Sylvia si trasferì con i suoi figli a Wellesley, nel Massachusetts, dove Sylvia si diplomò alla Bradford Senior High School nel 1950. Nello stesso anno, la Plath entrò allo Smith College dove eccelleva accademicamente, tanto che divenne direttore della Smith Review e le fu offerto un posto di prestigio come redattore ospite della rivista Mademoiselle nell’estate del suo terzo anno alla Smith, per il quale trascorse un mese a New York. Qui iniziarono i problemi psicologici della depressione, poi la diagnosi del bipolarismo, fino al tragico epilogo.

Una borsa di studio del Programma della Commissione Fulbright la condusse fino all’università di Cambridge, in Inghilterra. Fu proprio al tempo degli studi presso il Newnham College, uno dei costituenti l’università di Cambridge appunto, che conobbe il famoso poeta e professore Ted Hughes. Si sposarono dopo pochissimo, nel 1956, inizialmente tenendo segreto il rapporto che legava una studentessa al professore. La tipica relazione burrascosa.

Nel 1960 fu pubblicata in inghilterra la prima raccolta di poesie di Sylvia, “The Colossus”. Nello stesso anno diede alla luce la sua prima figlia, Freida. Nome non casuale. Due anni dopo, Plath e Hughes ebbero un secondo figlio, Nicholas, che da adulto avrebbe messo fine alla propria vita, come se nel suo DNA fosse scritto lo stesso, identico, insopportabile senso di disperazione della madre.

Il matrimonio di Sylvia e Ted stava andando a pezzi. L’affascinante e colto Hughes, sempre così mondano, così avvezzo alla compagnia di belle donne, nel 1962 se ne andò con un’altra donna, lasciando che Sylvia sprofondasse definitivamente nell’imo di una depressione inspiegabile a parole. Lottando con la sua malattia mentale, contro le sue pulsioni autodistruttive, scrisse The Bell Jar (1963) che, basato sulla sua vita e su quel crollo mentale di giovane donna, fu pubblicato inizialmente con lo pseudonimo di Victoria Lucas. Troppo vero per svelare il vero nome dell’autrice che ne era anche la protagonista. Tante le poesie, che avrebbero poi costituito la collezione Ariel (1965), pubblicata dopo la sua morte.

Sylvia si suicidò l’11 febbraio 1963.

Nel 1982 divenne la prima persona a vincere un premio postumo Pulitzer.

La scrittura, bacchetta magica per espandere verso l’esterno i tormenti e le ansie che nella vita quotidiana è obbligata a dissimulare. Per essere agli occhi degli altri come loro la vogliono. Un processo morfogeno dell’identità, della psiche, che non ha mai avuto una conclusione definita e definitiva.

Per me scrivere è una forma di vita” “Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita […] La scrittura è necessaria alla sopravvivenza del mio spocchioso equilibrio come il pane per il corpo […] Ho bisogno di scrivere e di esplorare le profonde miniere dell’esperienza e dell’immaginazione, far uscire le parole che esaminandosi, diranno tutto…”

Tentare di capire l’estenuante, eterno conflitto che fa sentire la propria anima e la propria mente in costante asfissia, arrancando tra il non poter ritrovare il ritmo regolare del respiro e il non poter farlo soffocare definitivamente, rende naturale tuffarsi in quella storia feroce e furiosa del lottare per vivere di quella giovane donna, del suo non fare pace con il modo di morire. L’autrice di questa storia non ha problemi ad alzarsi dal letto la mattina, anche se il suo narratore non può. Questa è la storia dell’ambizione di Sylvia quanto della sua malattia.

Come Esther Greenwood. “The Bell Jar” – “La Campana di Vetro”. Borsa di studio a New York, come apprendista in una rivista femminile per l’estate, la sua vita sembra essere sul punto di annunciare il luccichio di una foto da copertina, con “le scarpe comprate da Bloomingdale, il rossetto rosso e un vestito con le spalle scoperte”.

Ma quel fardello interiore è sempre in agguato. E’ la campana di vetro, è l’assenza di scelta, l’impossibilità di essere compresa dagli altri, l’impossibilità di mostrare il proprio dubbio. Esther, come Sylvia Plath, è intrappolata in una campana di ovatta, una cupola in cui l’aria è risucchiata dall’ordine prestabilito delle cose.

Ha un sorriso accecante in quella foto. Eppure qualcosa, dentro, la allontana anni luce dalla ragazza immortalata in quella posa.

Da subito, con una delicatezza malinconica che non la abbandona mai, nei prodotti della sua penna come nelle sue realtà di disordine mentale, Sylvia lascia che si possano scorgere le crepe che solcano nell’intimo la mente di Esther.

Come il servizio di piatti di fragilissima maiolica della nonna, quelli che non si possono toccare nella credenza di casa se non per specialissime e pre-selezionate occasioni, la sua sensibilità rischia di frammentarsi in mille pezzi al contatto con il mondo reale.

Esther vorrebbe avere la sicurezza che le sue colleghe di stage hanno del proprio corpo.

Brama la semplicità disarmante dell’impiego della seduzione che loro sanno mettere in pratica.

La vita a New York si rivela ben presto una gabbia dalla quale Esther tenta goffamente di liberarsi, provando in tutti i modi a vestire i panni della ragazza della foto.

Le giornate si fanno pesanti. Trascinano in una peregrinazione costante e nauseante un corpo senza vita.

Algida anche nell’apice della sua prima volta, che non scampa alla dicotomia nemmeno in quel momento in cui la freddezza di sé stride così tanto con la copiosa, rovente emorragia che brucia lungo le gambe.

E’ una colpa non sapere se preferire la campagna o la città? E’ un peccato pensare di non volersi sposare?

Il corpo è un estraneo; è letteralmente immobilizzata da se stessa. Dalle se stesse. Tragicamente inerte.

La sua identità sfugge sempre di più. Sa di dover avere un posto nella società, nel mondo. Perché tutti hanno una collocazione precisa. Ma la sua indecisione non è una semplice battuta d’arresto da ragazza che sta decidendo della sua vita: è una malattia. Perde la voglia di leggere, non sa più scrivere, non è possibile farsi rapire da Morfeo. Le notti sono troppo lunghe. La lettera di rifiuto alla scuola estiva di Harvard. Esther ha perso la sua identità. Smarrita.

L’unica via di uscita dal labirinto di una, nessuna, centomila identità è la morte.

Sylvia ha provato con tenacia a rimanere a galla. La maternità ha probabilmente rappresentato un momento di stand-by nei confronti dell’ossessione della morte. Per un attimo l’accettazione di una nuova condizione – di madre – ha dato la parvenza di poter far emergere quella parte pacata, tranquilla, quasi pacifica.

Ma la vita stessa è un’antagonista invincibile per Sylvia. La poesia rimane l’unico strumento in grado di spiegare lucidamente la sua necessità di morire. Di far soffocare definitivamente quel respiro mai stato regolare.

I suoi versi sono lo specchio del suo non riconoscersi in quella realtà, del non accettarla.

La voglia di indipendenza, di eccellere ancora, di brillare di luce propria e non di quella di un uomo che ha tanto amato e che non ha saputo vedere quanto sanguinava la sua anima.

Rotta. Hanno provato ad aggiustarla con l’elettroshock. La morte non è arrivata nemmeno in quell’occasione. Il vuoto continua a non potersi colmare.

E’ una sera molto fredda a Londra l’11 febbraio del 1963. Sylvia è a casa, i bambini sono andati a dormire. Ted è andato via da tempo, con un’altra donna, un’altra figlia. La solitudine è completamente aggrovigliata, tutt’una col suo corpo, in ogni suo nervo. La voglia di gridare, di farsi ascoltare. Di vomitare tutto il dolore. Ma l’immobilità è sempre trionfante.

In poche ore scorrono nella sua mente tutti i pensieri, tutte le sue disordinate identità. Una vita, seppure breve, a combattere per non rassegnarsi alla mediocrità, a lottare contro il mulino a vento dell’impossibilità di trovare la pace, nonostante i successi, l’amore, i ricordi piacevoli che hanno lenito di tanto in tanto quell’esistenza. Attraverso un amore che con un colpo la faceva sentire viva e calda e con l’altro la distruggeva, rendendola ghiaccio. Un’ombra scomoda, quella di Ted. Anche nella sua assenza.

La voglia di vita, quella che era riuscita a sentire ai tempi di bambina sulla East Coast, o alla notizia dello stage a New York.

Ripercorrendo l’antologia dei suoi sbagli, provando, un’ultima volta, a capire cosa avrebbe potuto fare di più, di meglio, di giusto, quali vesti si sarebbe dovuta cucire addosso per uscire da quella gabbia, per non sentire il peso di convivere con se stessa.

In quella sera gelida di febbraio Sylvia prende scotch e asciugamani e sigilla con una cura morbosa ogni fessura della porta. Con la stessa cura prepara la colazione per i suoi figli, latte, pane e burro. Li pone sul tavolo della loro camera, così che, all’indomani, Frieda e Nicholas abbiano, almeno per un attimo, il solito dolce risveglio, sperando che, prima o poi, possano capire il suo amore per loro anche in quell’ultimo, estremo gesto disperato.

Torna in cucina. Accende il gas e infila la testa nel forno. Nell’attesa e nella speranza di trovare nell’ultimo, debole, straziante anelito, la quiete. Per sentire un soffio di libertà nel momento in cui le crepe della sua campana di vetro esplodono, stridenti, in uno, nessuno, centomila frantumi.

 

 

Ted Hughes è stato certamente omertoso da quell’11 febbraio del 1963. Solo non molto prima della sua morte, avvenuta nel 1998, raccontò il complesso rapporto con Sylvia Plath nel libro “Lettere di compleanno”, esplicitamente indirizzate a lei. Dal momento in cui la abbandonò ed ancor di più dopo il suo suicidio, Ted divenne più noto per le gravose colpe che portava, quelle di aggressioni, tradimenti e minacce nei confronti della poetessa americana, che non per le proprie poesie. Colpe vere? O forse solo presunte? Certo è che il pensiero che ebbe Ted, nel momento in cui Sylvia pose fine alla sua tribolata esistenza, fu quello di stracciare le ultime pagine dell’ultimo diario della Plath. Quelle che raccontavano la sofferenza sempre più opprimente, il respiro reso sempre più affannoso dell’ultimo periodo della sua vita, quello della storia con e senza Ted.  Anche  la sua amante, Assia Wevill, non molti anni dopo il suicidio di Sylvia, pose fine alla propria vita, portando via con sé anche la piccola figlia Shura Hughes, di quattro anni. Storie incrociate di anime maledette.

Sylvia Plath è stata scrittrice dalla sensibilità emozionale fervida e drammatica. Come nella vita, anche nei suoi versi si possono ritrovare picchi energici straordinari, dicotomici tra il costruire e il distruggere. Come la sospensione costante della sua anima e della sua mente tra la vita e la morte. Leggerla porta inevitabilmente ad avvertire anche la propria intima fragilità. Ci si sente nude, senza possibilità di salvazione. Senza protezione. L’abisso della mente umana attraverso la necessaria scrittura, così tremendamente lucida, cruda, ma anche  ricercata nella sua metrica originale. Nodi inestricabili che, forse, nemmeno la morte ha potuto sciogliere.

“I Am Vertical” ne è un esempio, Pubblicata nell’estate del 1961 nella rivista “Critial Quarterly” e inclusa in Crossing the Water.

I Am Vertical

But I would rather be horizontal.

I am not a tree with my root in the soil

Sucking up minerals and motherly love

So that each March I may gleam into leaf,

Nor am I the beauty of a garden bed

Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,

Unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal

And a flower-head not tall, but more startling,

And I want the one’s longevity and the other’s daring.

 

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,

The trees and the flowers have been strewing their cool odors.

I walk among them, but none of them are noticing.

Sometimes I think that when I am sleeping

I must most perfectly resemble them–

Thoughts gone dim.

It is more natural to me, lying down.

Then the sky and I are in open conversation,

And I shall be useful when I lie down finally:

Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.

 

 

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.

Non sono un albero con radici nel suolo

succhiante minerali e amore materno

così da poter brillare di foglie a ogni marzo,

né sono la beltà di un’aiuola

ultradipinta che susciti grida di meraviglia,

senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confronto a me, un albero è immortale

e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:

dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

 

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,

alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso che mentre dormo

forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –

con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me più naturale.

Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,

e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:

finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

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