FABIO CASARTELLI: Il sorriso che non dimenticheremo mai.

di Remo Gandolfi

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“Ormai so bene qual è il mio posto.

Non è stato facile accettarlo.

Specialmente dopo le mie tante vittorie nelle categorie Juniores e poi nei Dilettanti.

Soprattutto dopo quel giorno meraviglioso in quell’estate spagnola di 3 anni fa.

Campione Olimpico di ciclismo su strada.

Con tutte le più forti squadre professionistiche italiane a farmi la corte e a volermi nelle loro fila nei professionisti l’anno successivo.

Scelsi le Ceramiche Ariostea, squadra di ottimo livello con un uomo per le corse a tappe come il danese Bjarne Riis e due eccellenti ciclisti italiani come l’esperto Davide Cassani e un forte corridore da classiche come Giorgio Furlan ma soprattutto per l’esperienza e l’acume del Direttore Sportivo Giancarlo Ferretti, da sempre capace di trasformare ottimi corridori in campioni.

Sono un passista veloce, di quelli che vanno forte in pianura, non si fanno staccare su un cavalcavia e che quando si arriva in un gruppo ristretto posso dire la mia in volata.

Sognavo la Sanremo e poi di vincere qualche bella tappa al Tour o al Giro.

La prima stagione però è stata un’autentica sofferenza.

Facevo una fatica pazzesca a restare con i primi.

Una sola vittoria, alla Settimana Bergamasca.

Un buon Giro di Svizzera con un paio di piazzamenti importanti e nulla più.

Molto poco per chi, come me, si aspettava di entrare nei professionisti e spaccare tutto.

“Stai sereno Fabio” continuavano a ripetermi Ferretti e i miei compagni.

“Il primo anno è difficile per tutti. Anche Hinault e Indurain il primo anno vinsero praticamente niente” mi raccontava spesso Ferretti.

E fu esattamente così.

Per quanto lavorassi duramente, stringendo i denti spesso oltre i miei limiti non c’era proprio verso di arrivare con i primi.

L’anno scorso andai a correre con la ZG Mobili-Selle Italia.

Fu un passo indietro, lo sapevo bene ma non immaginavo neanche lontanamente di fare un’annata così disastrosa.

I risultati non arrivavano e in più ci si mise anche un guaio al ginocchio e dovetti rimanere fermo per parecchio tempo.

Non fu un periodo facile.

Ma c’era qualcosa che compensava abbondantemente tutto il resto: l’amore di Annalisa, la ragazza romagnola che avevo sposato nell’autunno dell’anno precedente.

Il suo sostegno, il suo calore e la serenità che ha saputo trasmettermi sono state determinanti in quel periodo.

E allora quest’anno un altro cambiamento: ho firmato per la Motorola, squadra americana di grandi mezzi e di grandi ambizioni.

C’è il mio amico Andrea Peron, ci sono Axel Merckx e c’è un giovane texano che due anni fa, a soli 21 anni, è stato capace di staccare tutti e di vincere il Campionato del Mondo nella bufera di Oslo.

Non ho ancora vinto quest’anno ma anche quest’anno al Giro di Svizzera ho fatto un buon terzo posto. Ora siamo qui al Tour e so perfettamente quali sono i miei compiti. Stare vicino ai miei capitani, lavorare duro per tenerli nelle posizioni migliori … ma se si sarà l’occasione di mettermi dentro una fuga cercherò di non farmela scappare.

E’ la corsa più importante di tutto il calendario ciclistico internazione e già essere qua è una grande soddisfazione.

Fare un buon risultato poi sarebbe la vetrina migliore per un buon contratto anche negli anni a venire.

Ora la famiglia si è allargata.

E’ arrivato il nostro primo figlio, Marco.

E’ nato 6 settimane fa e io praticamente non l’ho mai visto … sono sempre in giro a correre in bicicletta !

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E’ il 18 luglio del 1995.

La giornata è torrida.

Come quasi sempre a luglio.
Come quasi sempre al Tour.

Siamo nel bel mezzo dei Pirenei e per tutto il giorno si andrà su e giù per queste durissime montagne.

La Rai da qualche anno ha iniziato a trasmettere le tappe principali dalle primissime ore del pomeriggio, al Tour de France come al Giro d’Italia.

Per i “malati” di ciclismo come il sottoscritto il richiamo è irresistibile.

Prendo il pomeriggio libero dal lavoro e finito di mangiare mi piazzo davanti al televisore per godermi questa tappa che prevede ben 5 colli da scalare.

Inizia il collegamento. Le immagini mostrano Richard Virenque con la sua maglia a pois di leader dei Gran Premi della montagna al comando della corsa.

Vuole mettere fieno in cascina e garantirsi l’arrivo a Parigi con questa prestigiosa maglia addosso. Dietro di loro un gruppetto di ottimi corridori tra i quali lo spagnolo Escartin e il nostro Chiappucci, “Il Diablo”, uno che quando c’è da accendere le polveri è sempre in prima fila anche se i suoi anni migliori sembrano ormai alle spalle.

Ascolto distrattamente le voci del grandissimo Adriano De Zan e dell’opinionista al suo fianco, l’ex campione del mondo Vittorio Adorni, mio concittadino.

Raccontano la cronaca di quanto accaduto nella prima parte di corsa.

Poi c’è un lungo silenzio, che lì per lì percepisco come il classico problema tecnico.

Quando Adriano De Zan riprende a parlare dice qualcosa che sono CERTO di aver capito male.

“Scusate la mia commozione ma il nostro computer ha appena annunciato che Fabio Casartelli è morto”.

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Immediatamente cerco di pensare a chi può essere uno che si chiama così, proprio come il ciclista della Motorola tutt’ora campione olimpico in carica.

Poi la voce di De Zan si spezza … tornano diversi secondi di silenzio.

Allora capisco.

A morire è stato proprio quel Fabio Casartelli, quel ragazzo il cui sorriso sul podio di Barcellona ha emozionato tutti gli appassionati di ciclismo, quel sorriso quasi sorpreso di trovarsi lì, con la medaglia d’oro al collo più prestigiosa dello sport.

Lui che quel giorno avrebbe dovuto in teoria lavorare per Davide Rebellin, la freccia più acuminata della squadra azzurra in quelle Olimpiadi.

Il silenzio è rotto da Vittorio Adorni che prova, senza riuscirci, a dare una spiegazione dell’accaduto, a tentare di far credere ai telespettatori che si, si può anche morire in una corsa di bicicletta.

Lo fa andando a ripescare vecchi casi del passato … sono due, solo due in una corsa che si corre da più di 80 anni.

Morire in una corsa in bicicletta.

No dai non può essere !

Ricordo che accadde anche al Giro d’Italia una volta.

Fu un corridore spagnolo, Santisteban, nella prima tappa.

Ma ero un bambino, il ricordo è sbiadito e poi non vidi nessuna immagine.

Le immagini di quella caduta le vidi solo alla sera, nei telegiornali.

Non si vede la dinamica, la si può solo intuire.

Quando arriva la moto delle riprese si vedono corridori a terra, qualcuno che cerca di rialzarsi.

Uno addirittura, Dante Rezze, finisce nella scarpata oltre la curva, rompendosi un femore.

Ma ce n’è uno, immobile a terra, con una vasta macchia di sangue vicino alla testa.

Non ha il casco. Nessuno lo portava quel giorno.

Non era ancora obbligatorio e poi con quel caldo sarebbe stato un problema in più.

L’impatto contro il paracarro di cemento è così violento che con ogni probabilità per Fabio non ci sarebbe stato comunque nulla da fare.

La corsa va avanti ma io non riesco più guardarla.

L’organizzazione del Tour decide, cinicamente, non solo di proseguire la corsa ma di non dire nulla ai ciclisti fin dopo la corsa.

… Addirittura fin dopo la festosa premiazione dell’idolo di casa Virenque capace di vincere quella corsa dopo oltre 100 km di fuga in solitario.

Il giorno dopo non c’è corsa.

E’ solo un mesto trasferimento verso l’arrivo a Pau, dove i compagni di squadra di Fabio attraversano per primi il traguardo, abbracciati nel saluto al loro compagno che non c’è più.

Due giorni dopo si arriva a Limoges.

E’ la tappa che Fabio aveva cerchiato in rosso ad inizio del Tour.

“Se mi lasciano un po’ di libertà e la gamba gira in quella tappa provo a fare risultato”.disse prima della partenza della “Grande Boucle”

Fabio non c’è più ma ci pensa Lens Armstrong, suo compagno di squadra, a ricordarlo nel migliore dei modi.

Va in fuga, resiste al ritorno del gruppo, e arriva da solo, sul traguardo di Limoges con le dita e lo sguardo al cielo, a salutare Fabio che forse, quel giorno lì, avrebbe potuto essere al posto suo.

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A seguire le immagini della sua meravigliosa medaglia olimpica di Barcellona, perché è così che dobbiamo ricordarlo.

https://youtu.be/zes-YFZfDW8

 

 

 

Come sempre la prima parte in prima persona è “romanzata” da chi scrive ma nasce da decine e decine di letture su Fabio, da interviste, ad articoli a spezzoni televisivi.

Sperando come sempre di avere reso in qualche modo omaggio alla memoria di questo sfortunato ragazzo.

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SERGE GAINSBOURG: “Au revoir Monsieur G.”

di CRISTIAN LAFAUCI

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Una sigaretta accesa , l’ennesima Gitanes a farmi compagnia , mentre l’aria fredda pizzica la pelle e avvolge le strade nella notte di Parigi .

Sarebbe stato decisamente più comodo starsene a casa , invece uno lascia le lenzuola ancora calde e una donna che vi riposa beatamente , senza che neanche si sia accorta che tu sei uscito a perderti tra strade pressoché deserte . Perché ?

Perché la notte racchiude in sé una seduzione e delle risposte stimolanti come poche .

Almeno per me !

Il suo fascino non è alla portata di tutti , oserei definirla rivelatoria : svela tutte le maschere , i canoni e le ipocrisie del giorno ; ha tutte le carte in regola anche per fare male a chi non c’è abituato….

È simile a una donna che si sfila un magnifico abito da sera , si strucca , e finalmente la vedi per quello che è realmente .

Parlo sempre di donne ; lo so ! non potrei fare altrimenti !

Ne ho conosciute e frequentate molte , alcune le ho persino amate…

Ognuna di loro mi ha lasciato dentro qualcosa , e posso giurare che , soprattutto loro , dopo avermi avuto accanto non sono più state le stesse….

Sono speciale ; so anche questo ! E non è un delirio di grandezza , ma puro e semplice realismo ; sono stato unico e ne ho sempre avuto la piena consapevolezza .

Conobbi Lize ch’ero poco più che ventenne ; studiavo pittura all’istituto d’arte , questa modella russa era la segretaria di Georges Hugnet ; lui era amico di Salvador Dali’ ed io iniziai a frequentarlo : mi piaceva molto , era geniale , come me , e ho sempre provato empatia verso quei talenti puri , indiscutibili , fuori dalle convenzioni e dai limiti del comune , del resto l’ho sempre sostenuto di essere incapace di mediocrità… Sposo Lize nel ’51 ; decido di adottare un nome d’arte : Lucien Ginsburg lo trovo banale e reputo che Serge Gainsbourg suoni decisamente meglio .

La mia cara amica Michele Arnaud , mi trova un ingaggio presso un nightclub ,così inizio ad eseguire i miei brani , compresi quelli che avevo scritto per Juliette Greco . Con Lize finisce tutto nel ‘ 57 , intanto , poco dopo , viene pubblicato il mio primo album , e quello è il mio mare : ho la possibilità di spaziare , sia sulla musica , dove mi muovo senza difficoltà tra jazz , swing e musica d’autore ; sia nelle tematiche , dove posso andare a ruota libera e parlare di donne ( e adulteri ovviamente ) , di alcool ( come sarebbe insipida la vita senza qualcosa di buono nel bicchiere…) , di povertà , insoddisfazione ed altre miserie . Mi dicono che so trattare questi temi con classe e sarcasmo.. naturale , lo so perfettamente quanto valgo ; mi dicono che sono uno che va oltre i cliché : naturale , l’unico che ho dovuto accettare è quando durante l’occupazione nazista in Francia , ho dovuto appuntare la stella gialla sulla giacca , perciò li rifuggo come la peste…

Mi dicono che so muovermi agevolmente tra i vari stili musicali ( e me lo diranno durante tutta la mia carriera…) ; certo , io viaggio tra le note , come i miei genitori , dall’Ucraina , hanno vagato mezza Europa , prima di giungere in Francia , dove sono nato nel ’28 . È stato però il secondo disco a mettermi decisamente in luce : mi dicono che so essere affascinante e provocatorio : lo so benissimo ! Provocare é una delizia : mi piace mettere alla berlina i vizi e i sogni incobfessati ( e inconfessabili ) della cosiddetta rispettabile società civile , le ipocrisie dietro cravatte , doppi petti e immagini da foto ricordo ; quanto marcio sotto il tappeto ! E allora lasciatemi le mie Gitanes , il mio bicchiere sempre colmo , le mie donne che bramano per starmi accanto… e le risate che mi provoca l’invidia degli uomini nel vedermele tutte attorno…

Mi dicono che sono brutto ! probabilmente…..ma quello che ho dentro io , non lo hanno in molti ; e non è solo una questione di soldi e di potere : è carisma , è genialità , capacità di creare e reinventare , fare scuola , essere fonte d’ispirazione e punto di riferimento . È questo che inebria ; io lo ho , ci provino lor signori se ne sono capaci , si accomodino , mi stupiscano , se hanno la testa e il cuore per riuscirci , ovviamente…. E procedevo senza sosta , in quei due binari che nella mia vita si sono incrociati chissà quante volte : nella musica , dove ogni volta , era una sfida , una scoperta , un cimentarsi in generi e sonorità diverse , che fosse pop , folk , psichedelia , reggae , album più concettuali , o ammiccamenti alla disco music , ma sempre a modo mio , sia ben chiaro…. E ovviamente nelle donne ; lo so , sono monotono , ma che ci posso fare , è più forte di me…. Ricordo Nico , che recitava nel film ” strip tease ” del mio amico Pointrenaud , per il quale realizzai la colonna sonora , o France Gall ; ho scritto diverse canzoni per lei ; ah.. cosa sarebbe stata senza di me?.. ..

Il 1967 : e chi se lo dimentica ? ero ospite in un programma tv , e lo era anche Brigitte ; così entrò a far parte della mia vita…. É stato qualcosa di assoluto , totalizzante , follemente poetico ( secondo voi potrei mai cedere alle lusinghe di un amore banale ? ) , lei lasciò all’istante Gunther Sachs ed io Beatrice , la mia seconda moglie ; aristocratica sì , ma solo formalmente : aveva una gelosia ed una possessivita ‘ da farmi mancare l’aria . Invece Brigitte era quell’ aria stessa che andavo cercando , non a caso la prima versione di ” je t’aime…moi non plus ” l’avevo scritta apposta per lei . Ricordo ancora la notte in cui la registrammo insieme , diciamo che abbiamo fatto il possibile per renderla credibile e verosimile , ma non chiedetemi i particolari : sono pur sempre un gentiluomo…

L’anno dopo era già tutto finito tra noi : è stata una batosta , lo ammetto ; d’altronde , chi non mi vuole non mi merita…. Ma la vita sa sorprendere , niente da dire ! Nel 69 ero tra i protagonisti del film ” slogan ” , del quale composi anche la colonna sonora , e , guarda un po’ , la protagonista femminile era proprio Jane : quella che sarà la mia Jane . Certo , gli inizi non furono facili , eravamo un continuo mare in burrasca , vuoi perché lei non parlava francese , e per i nostri caratteri ; col tempo si sistemo’ tutto , il nostro divenne un vero e proprio sodalizio , suggellato tra l’altro , dalla nascita di Charlotte .

Il mio carattere : sono stato snob ? certo , e lo rivendico ! il mio snobismo deriva dalla piena consapevolezza delle mie potenzialità ; quando uno possiede qualcosa in grado di farlo svettare sugli altri , ma si adegua al piattume circostante , oltre a svilire se stesso e le sue doti , non farà di sicuro molta strada . Artisticamente , lo sperimentare ed esplorare i più svariati territori , mi ha permesso di crescere ed affinare il mio stile , di rendermi ancor più unico di quanto già sapessi di essere ; e se la risposta del pubblico o della critica non era positiva , per me non contava affatto : ho sempre preferito una libertà espressiva che mi soddisfi pienamente , piuttosto che svendermi per giungere al successo ad ogni costo ; tanto , se sei un fuoriclasse , il successo arriva comunque , e infatti così é stato….

Proposi a Jane di reinterpretare ” je t’aime…” , forse anche per esorcizzare il fantasma di Brigitte che mi si muoveva dentro , e lei accettò . Fu un successo , ma fu anche un mare di polemiche ! Quelle con me non sono mai mancate , e ammetto anche il gusto sottile che mi ha sempre dato la provocazione e le polemiche ad essa correlate . Adoro raccontare con il mio stile inconfondibile e con la mia classe , i miei vizi e le mie passioni ; mi fa sorridere lo sdegno e la condanna di chi , magari ha scheletri ben più ingombranti nel suo armadio , ma storce il naso indignato , perché trova che i miei affondi siano inopportuni o diano scandalo ; io allora , di rimando , rincaro la dose..

E via con la crociata pseudo puritana per ” je t’aime…”, e via quando nell’album ” aux armes et caetera ” rivisitai a mio modo ” la marsigliese ” e venni tacciato di vilipendio alla nazione….le risate invece quando , ospite di un programma tv , in segno di disappunto verso il sistema fiscale davvero pressante , bruciai una banconota da 500 franchi ; o quella volta in cui , ero ospite insieme a Whitney Houston , e le dissi che avrei gradito andare a letto con lei al termine della trasmissione…. E purtroppo anche con Jane fini’ , e fini’ male…lei se ne andò , come se n’era andata Brigitte , si mise con un regista , un mediocre , come lo era Gunther Sachs ; ma se a loro sta bene così….

A me restava la mia vita , le mie Gitanes , i miei brindisi , i miei dischi , perciò andai avanti in quello che mi riusciva maledettamente bene . Certi mi facevano notare che uno nella mia posizione sarebbe dovuto e potuto essere più mondano….scusate ma a questi teatrini da mezze tacche e pseudo celebrità , proprio non mi va di prendere parte ; sono indiscutibilmente al di sopra della media , quindi se qualcuno vale me ne accorgo subito , ed in tal caso , sono il primo ad apprezzare l’interazione ; diversamente , non ho proprio tempo da perdere .

Da Rue de Verneuil , dove abito , alla Senna sono pochi passi ; sarebbe davvero magnifico passeggiare sulle sue sponde abbracciato ad una bella donna , profumata , coi capelli scompigliati dal vento della notte , e sorridente ; invece l’ambulanza sulla quale mi trovo , mi dice che ormai è tempo di chiudere il sipario….Già quella volta nel 73 ebbi la meglio anche su un infarto : stavolta no . È il 2 marzo 1991 , è notte è il freddo fa da padrone sulle rive della Senna ; non ho rimpianti , è stata una folle e magnifica avventura , ho vissuto i miei giorni come meglio non avrei potuto , anzi , mi correggo : li ho vissuti esattamente come avrei voluto , non oserei chiedere di più . Un ultimo sguardo alla Senna ; non me la voglio ricordare quando Jane tento’ il suicidio gettandovisi , ma voglio ripensare a quella magica notte del 67 dove percorrevo quelle strade insieme a Brigitte , ed entrambi euforici e spensierati , cantavamo ” raindrops keep fallin’ on my head ” guardandoci negli occhi….

 

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YERAY ALVAREZ LOPEZ: Un Leone fra i leoni.

di Remo Gandolfi

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Questa storia parla di un leone.

Ma non dell’animale da tutti considerato come il “Re della foresta”.

E c’entra solo in parte il fatto che nella squadra dove gioca sono tutti “Leoni”, quelli del San Mames dell’Athletic Club di Bilbao.

Solo che Yeray Alvarez Lopez è un LEONE vero.

La sua è una storia di determinazione, di coraggio, di sofferenza che va ben oltre la “normale” capacità umana di affrontare le avversità.

Yeray nasce il 24 gennaio del 1995 a Barakaldo, la cittadina alle porte di Bilbao che tra l’altro ha dato i natali a Javier Clemente, https://wp.me/p5c7YM-5V l’ultimo allenatore a portare i baschi al trionfo nella Liga.

Quando nasci da quelle parti e ti piace giocare a pallone il sogno è uno solo, sempre quello, per tutti i ragazzini da generazioni e generazioni: giocare nell’Athletic Club di Bilbao, indossare almeno una volta nella vita la maglietta “zurigorri” (biancorossa) e calpestare il terreno del San Mames.

Yeray non è differente da tutti i suoi coetanei attuali, delle generazioni passate e, potete scommetterci, di quelle future per chissà quanto tempo ancora.

C’è una differenza però, e non da poco.

Yeray Alvarez Lopez a calcio ci sa giocare davvero.

Tanto che, entrato nella “Cantera del Lezama” (il favoloso centro sportivo sulle colline sovrastanti Bilbao da sempre fucina inesauribile di talenti) a tredici anni stabilirà uno strano ma incredibile record: non giocherà mai più di una singola stagione nella stessa categoria.

Nelle cinque squadre giovanili in cinque anni diversi, poi uno nella Juniores, uno nel Baskonia (terza squadra del Club che gioca nella D spagnola), uno nel Bilbao Athletic (seconda squadra del Club in serie C) e poi in Prima squadra dal 2016.

Sarà proprio a settembre di quell’anno, in una partita di Europa League a Reggio Emilia contro il Sassuolo, che Yeray farà il suo esordio nell’Athletic.

E la sua prestazione sarà l’unica nota lieta di quel match per l’Athletic e i suoi supporter che videro il Sassuolo “passeggiare” su un Athletic stranamente abulico e impacciato.

Da quel giorno però la sua presenza in prima squadra non è mai più stata messa in discussione … con il “Txingurri” Valverde (ora manager del Barça) e i tifosi dei Leones a fregarsi le mani all’idea di avere una coppia di centrali del valore di Aymeric Laporte e proprio di Yeray.

… In pratica ruoli coperti per i prossimi dieci anni !

La dea bendata però non condivide questi progetti della società di Ibaigane, dei fedeli e appassionati tifosi baschi e dello stesso Yeray.

Proprio mentre iniziano a susseguirsi voci di “forte interessamento” di Real Madrid e soprattutto di Barcellona nei confronti del talentuoso difensore dell’Athletic, poco prima di Natale di quel 2016 il Presidente Josu Urrutia convoca in fretta e furia una conferenza stampa.

C’è molta curiosità fra i media anche e soprattutto considerando la serietà, il rigore e la correttezza del Club basco, che ama tenere un profilo basso e il più possibile lontano dai riflettori soprattutto dei media nazionali.

La notizia comunicata dal club in quella conferenza stampa lascia tutti completamente sbigottiti: Yeray Alvarez, il 21 difensore dell’Athletic, ha il cancro.

In un normale controllo di routine si è evidenziato un tumore al testicolo destro

Società, compagni e tifosi sono increduli e affranti.

A Bilbao si vivono giorni di smarrimento totale.

A Bilbao non è come altrove.

“Uno dei nostri ragazzi sta male” è la frase che si sente dire nei bar, nei negozi, nelle scuole e nelle officine.

A Bilbao, come in nessun’altra parte al mondo, questa frase ha un significato così forte e profondo.

Sono tutti ragazzi baschi, molti di loro nati e cresciuti a Bilbao e nelle immediate vicinanze.

Il senso di appartenenza della squadra ai tifosi e viceversa è qualcosa di difficilmente spiegabile se non si è mai stati da quelle parti.

“Il ragazzo è sereno ed è forte. E’ pronto ad affrontare questa battaglia” dirà Urrutia in quella conferenza stampa.

Yeray affronterà la malattia e l’operazione con una forza ed una maturità incredibili per un ragazzo della sua età.

Come un leone insomma …

“Tornerò presto ragazzi” è quello che dirà ai compagni e ai tifosi prima di entrare in sala operatoria.
Nessuno è in grado fare previsioni sulla data del suo rientro.

Peggio.
Nessuno è in grado di garantire che Yeray Alvarez Lopez potrà tornare su un campo di calcio.

Ma si parlava di LEONI o sbaglio ?

Tre settimane dopo l’operazione Yeray riceverà dai medici il via libera per tornare agli allenamenti.

Sono gli ultimi giorni di gennaio del 2017.

Ad un mese e un giorno dalla operazione Yeray torna nella rosa dell’Athletic per il match contro lo Sporting Gjion.

In campo, e da titolare, ci tornerà la settimana successiva, al Nou Camp, contro Messi e compagni dimostrando ancora una volta che quello è il suo posto e che non teme nessuno, nemmeno la squadra forse più forte del globo.

E’ il 4 febbraio del 2017.

Ora però c’è da recuperare il tempo perduto.

C’è da aiutare l’Athletic a conquistare un posto in Europa per la prossima stagione e c’è da ritrovare una maglia tra gli Under 21 della Spagna che in estate parteciperanno agli europei di categoria.

Siamo a fine stagione.

Entrambi gli obiettivi sono stati raggiunti.

Yeray ha apportato senso della posizione, tempismo, velocità e capacità nella costruzione del gioco alla difesa dei “Leones” … i gol del “vecchio”, incombustibile Aduriz, hanno fatto il resto.

Già da marzo, in una amichevole contro i pari età della Danimarca, Yeray ha ritrovato il suo posto nel cuore della difesa della nazionale under 21 e ora è nella lista dei calciatori che partiranno per la fase finale in Polonia dalla metà di giugno.

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Prima di partire il ragazzo di Barakaldo si sottopone ad uno dei periodici controlli di routine.

L’esito è devastante.

Il tumore è tornato.

Più aggressivo di prima.

E’ un incubo.

Non è possibile che la sfortuna si accanisca così con un ragazzo di 22 anni.

“State tranquilli. Vincerò anche stavolta” è l’unica cosa che scriverà Yeray sul suo profilo Instagram … quando avrebbe il diritto sacrosanto di imprecare, di piangersi addosso e di urlare al mondo tutta la sua rabbia.

Un lungo ciclo di chemioterapia lo attende.

Niente europei, niente vacanze, niente inizio della preparazione con i compagni.

L’estate di questo ragazzone umile quanto coraggioso trascorre tra sedute di chemio, riposo e speranze.

Un leone si diceva.

Ma stavolta accanto ha una leonessa, di quelle forti, dolci e presenti.

Si chiama Eneritz, ed è la sua ragazza.

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Questa bellissima ragazza basca sarà lo scoglio a cui si aggrapperà Yeray in questi mesi, il suo rifugio quando si isolerà da tutto il resto per giocare la partita più importante della sua vita.

Ma accade qualcos’altro in questa estate di strenua lotta e di sofferenza.

Siamo circa a metà del lungo ciclo di chemioterapia quando Yeray decide di far visita ai compagni di squadra che nel frattempo hanno ripreso gli allenamenti a Lezama.

Yeray entra in uno spogliatoio che però sembra completamente deserto.

C’è un silenzio assoluto.

Poi svolta un angolo e ad accoglierlo ci sono tutti i suoi compagni di squadra, che lo abbracciano,lo applaudono e gridano il suo nome.

Ma c’è di più.

Si fa fatica a riconoscere i vari De Marcos, Aduriz, Susaeta o Laporte.

Sapete perché ? Perché si sono tutti rasati a zero, proprio come è stato costretto a fare Yeray, in un bellissimo e commovente gesto di solidarietà.

La scena è sul web.

Non commuoversi è umanamente impossibile.

Bastano quei pochi secondi per capire che l’Athletic, e Bilbao, sono qualcosa di speciale, di unico.

Passa tutta l’estate e arriva l’autunno.

I dubbi, le paure e le speranze si inseguono e si confondono.

Finalmente è il “Kuko” Ziganda, il nuovo manager ed ex grande attaccante dell’Athletic, a dare la notizia più bella.

“Yeray sta bene e fra pochi giorni tornerà ad allenarsi con noi”.

Siamo a fine settembre.

Il Club e tutto il popolo dell’Athletic tirano un enorme sospiro di sollievo.

Il ragazzo che con il suo coraggio impavido ha conquistato il cuore di tutta la Naziona Basca è tornato.

La chemio lo ha debilitato parecchio, stavolta i tempi sono più lunghi.

Ma l’Athletic, Bilbao e la Nazione Basca lo aspettano con pazienza.

Finalmente il 7 di gennaio di quest’anno si rimette scarpe, pantaloncini e la SUA maglia numero 5.

Quel giorno al San Mames c’è l’Alaves e Yeray è solo in panchina.

… quando si alzerà per iniziare il riscaldamento sarà un boato a salutarlo.

E’ un urlo liberatorio di tutto il San Mames, che, tutto in piedi, lo applaude e lo chiama.

“Il nostro ragazzo è tornato” è la frase che domani si sentirà dire nei bar, nei negozi, nelle scuole e nelle officine.

Non giocherà in quel match.

Rientrerà come l’anno precedente il 4 di febbraio in un incontro fuori casa a Girona.

“Il giorno più bello di questa stagione” diranno tanti tifosi “Zurigorri” in questa stagione tribolata e avara di soddisfazioni.

Ma da quelle parti lo sanno che ad anni buoni si alternano anni difficili dove però tifosi e squadra sanno compattarsi ancora di più per uscire insieme dalle difficoltà.

I Baschi fanno dell’orgoglio e della determinazione le loro peculiarità principali.

Yeray Alvarez Lopez ne ha incarnato più di chiunque questa immagine.

Due partite “secche” contro il male.

Due vittorie nette e schiaccianti.

“Ora sono più forte e determinato di prima” dirà Yeray a pochi giorni dal suo rientro agonistico “e ora apprezzo ancora di più le cose semplici della vita, come bere un bicchiere di vino, una serata al cinema con Eneritz o una cena tra amici.”

A 23 anni il tempo è tutto dalla parte di questo ragazzo che ha mantenuto intatti i suoi sogni: giocare con la Nazionale spagnola e soprattutto alzare un trofeo con l’Athletic Club di Bilbao.

… e che quando gli parlano dell’interessamento nei suoi confronti dei grandi Club si mette a ridere e risponde “Scusate, ma sapete dove sono nato vero ? Beh, io è qui che voglio giocare tutte le partite della mia carriera.”

E che il cielo stavolta ti ascolti, Yeray Alvarez, leone fra i leoni.

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JOHNNY DOYLE: “Abbiamo vinto per Johnny Doyle”

di Simone Galeotti

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Dopo lo scroscio di applausi, un coro. Consapevolmente atteso, che partì dalla “Jungle” spezzando il giro d’onore:

“Abbiamo vinto la lega per Doyle, oh sì, abbiamo vinto la lega per Doyle..”

Certi attimi hanno la capacità arcana di fermare il tempo, immortalandolo in una bolla dai riflessi argentei che sale verso l’alto sospinta dalle voci e dal cuore. Qualcuno pianse, altri cercarono nelle mente un loro ricordo personale, un palpito.

Il calendario dichiarava 15 maggio 1982, l’almanacco cattolico recitava Sant’Isidoro agricoltore, quello più profano della Scottish Premier League enunciava invece Celtic- St Mirren. La squadra di McNeill vincerà nettamente 3-0 aggiudicandosi il terzo titolo in quattro anni. Parole e musica di Tom McAdam e George McCluskey.

Erano passati otto mesi dal tragico incidente domestico del 19 ottobre 1981 che era costato la vita a Johnny Doyle. Una scarica elettrica fatale mentre stava armeggiando con un apparecchio nella sua soffitta.

Oggi Doyle riposa nel cimitero di Grassyards a Kilmarnock, una digradazione verdeggiante dove sbucano sul marmo nomi e epitaffi, e tutt’intorno profumi di fiori e di erba bagnata sotto su un cielo velato.

Johnny Doyle era di Bellshill, Lanarkshire. Vi nacque l’11 maggio del 1951 da una famiglia di poche pretese. Il padre William, minatore, subì un brutto infortunio sul lavoro quando Johnny era un bambino. La sorella di Johnny, Anne Marie, rammenta che il padre dopo l’incidente fu costretto a deambulare su una sedia a rotelle trascorrendo pomeriggi interi a guardare suo figlio calciare un pallone, rimproverandolo spesso:

“Devi tenere ferma quella gamba destra. Se non impari a calciare con entrambi i piedi non potrai mai giocare nel Celtic!”

Non c’è la farà William Doyle, in breve quel guaio lo condurrà a una morte prematura.

Il figlio nel frattempo apprende e migliora. Aveva la faccia beffarda, Johnny, da poeta maledetto, con i capelli ricci disordinati come il mondo.

Scivolò dapprima all’ Ayr United: quattro sterline a settimana per stantuffare nella pioggia e nel fango del Somerset Park, tanto da diventare l’ultimo giocatore a indossare la maglia della nazionale per gli “Honest Men”.

Nel 1976 l’esperienza nella patria di Robert Burns ebbe termine perché il Celtic lo pretese e se lo portò a casa. Questa volta si parlò di una somma vicina ai 90000 pounds. Johnny ne fu entusiasta, non riusciva a crederci, stentava a dormire la notte. C’era in lui, evidentemente, la fierezza di appartenere a quel club che si portava sempre addosso sotto forma di sciarpa. La indossava ovunque in casa e in trasferta. Amava ascoltare la musica di Francis Rossi e Alan Lancaster, i cosiddetti “Status Quo”, che proprio quell’anno rischiarono grosso a Vienna dove furono bloccati per il possesso di qualche sostanza stupefacente di troppo. Ma erano gli anni settanta dai, che ci vuoi fare.

Doyle forse frenato dall’emozione non partirà in maniera eccezionale. D’altro canto, a dirla tutta, non si trattava di un fenomeno allo stato puro, tuttavia la sua determinazione, al di là delle prestazioni, lo avevano eletto un beniamino della tifoseria.

E in strada si mischiava alla gente comune. La sua semplicità lo portò tante volte a dare un passaggio post gara a tifosi che abitavano nella sua zona con genuina cortesia.

La sua posizione in squadra divenne in pericolo quando l’allenatore Billy McNeill acquistò nel 1978 l’ala Davie Provan e i tabloid profetizzarono la fine di Doyle a Parkhead.

Invece Johnny cominciò a macinare grandi partite e la “Jungle” cantava il suo nome, e lui, ironicamente, faceva finta di non sentire, incitandola a cantare più forte.

Il compagno di squadra Tommy Burns (altro uomo sfortunato) né ricordava un aspetto scanzonato:

“Quando Johnny tornava verso il centrocampo dopo aver segnato una rete mimava il gesto di fumare un sigaro e scuoterne la cenere”.

L’estasi si racchiuse in un volo serale nel momento in cui s’inerpicò lassù in alto a ghermire il traversone partito dai piedi di Alan Sneddon che appariva elevato per chiunque. Doyle ci arrivò, lo colpì di testa e la nuova traiettoria della sfera oltrepassò la chioma scura di Miguel Angel. Il Celtic sconfisse il Real Madrid nei quarti di finale della Coppa dei campioni del 1980 per 2-0. Purtroppo le due reti non servirono perché “el miedo escenico” del Bernabueu, risultò come spesso accadeva nel periodo determinante e “conturbante” e i sogni dei Bhoys si infransero amaramente.

Un giocatore disposto a dare tutto Doyle. Impavido in campo e burlone fuori, spesso al limite dell’irriverenza. Negli spogliatoi si divertiva a imitare gli accenti, rubava le chiavi dell’auto dei compagni andando poi a bloccarle in “simpatici” ingorghi. Tutti sapevano inoltre che Johnny teneva un goliardico libro nero dove riportava i nomi degli avversari che lo avevano sottoposto ad un trattamento ruvido, in modo da rendergli pan per focaccia la prossima volta.

Talmente bravo e un pò irriverente che ad ogni Old Firm faceva dannare quelli dei Rangers invitandoli a baciare il crocifisso che gli ciondolava sul petto. Nemmeno il Papa in maglia Hoops avrebbe scatenato una rabbia simile.

Vittima o colpevole? Un temperamento particolare, senza dubbio. Un derby lo segnerà: quello del 21 maggio 1979 giocato a Celtic Park.

“About seven o’clock.”

Era l’ultima partita della stagione in casa e il Celtic aveva bisogno di una vittoria per vincere il campionato. Una sconfitta o anche solamente un pareggio avrebbero consegnato il titolo ai “Gers” e dalle parti di Edminston Drive sarebbero impazziti.

Nemmeno dieci giri di lancette e i blu segnarono, firmandosi Alex MacDonald.

Ahi. Quell’anno sembrava girasse tutto storto; il governo conservatore di Margaret Thatcher aveva spaccato il Regno Unito e il dissenso si era manifestato in agitazioni che avevano riguardato tutti gli aspetti della vita del paese.

All’intervallo i Rangers erano ancora in vantaggio. Quando Johnny Doyle rientrò sul campo gli scese sugli occhi tanta di quella nebbia che in una rissa con MacDonald, l’arbitro Eddie Pringle fu costretto a espellerlo.

Dirà:

“Mentre uscivo dal campo volevo vomitare. Il Celtic stava perdendo il campionato per colpa mia.”

A ripensarci l’analisi a caldo di Doyle non faceva una piega. Un uomo in meno e un’impresa disperata da compiere. Restava mezzora, minuto più minuto meno per luce o eclisse.

“Sia fatta la luce” (genesi 1:3). E luce fu. Aitken e McCluskey ribaltarono la partita, tuttavia c’era veleno nella coda dei Rangers e Bobby Russell riportò in parità l’incontro, finché un maldestro autogol di Colin Jackson rimise avanti i biancoverdi e una crepa si aprì sui muri lontani di Ibrox. Pandemonio, paura, poi Murdo… Yeeeeeessss” 4-2.

“Ten men win the League.”

Poi venne quel giorno, quell’autunno così triste, quelle fasi, quel circuito di fili maledetto, quella scossa tremenda, gli angeli, il nulla, un bacio, un grido di tifosi, forse il volto di suo padre, chi lo sa.

“As long as it’s got green and white hoops any number between 1 and 11 will do me. I’d even settle for 12 or 13 sometimes. Numbers don’t bother me, as long as I’m playing for Celtic.”

Johnny Doyle, 11 may 1951- 19 oct 1981.

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ENRICO BOVONE: Sulla soglia della notte

di Simone Galeotti

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Siena era cambiata da quel giorno del 1973, quando già da campione affermato si era infilato la canotta verde della Mens Sana con il numero 12. Se l’aspettava. Tutto era cambiato. Il mondo intero. Perfino lui. Certo, era invecchiato abbastanza bene, si era tenuto in forma con un minimo di attività fisica, solo il viso mostrava più anni di quanti in realtà ne avesse veramente. Colpa di una piega amara che gli distorceva la bocca. L’aveva continuamente nascosta sotto quella barba da rivoluzionario errante, così alto, così magro, eppure andando avanti si cominciava a notare fin troppo bene.

Era depresso Enrico, piegato da una tristezza strana che gl’impediva di valutare oggettivamente la piega degli eventi e pensare alle conseguenze di un gesto che lo mise di fronte a un nugolo di spettri, abili nel girare lenti intorno a lui, e lui nel vederli avrebbe voluto mostrare ai giovani che il tempo lavora troppo duro ai fianchi degli uomini, laggiù, solo, dentro la sua macchina solcata da deboli rivoli di pioggia, fermo, alle pendici di un bosco, dentro i rumori smorzati di animali lontani, fra lo stormire delle foglie e il cigolio dei rami accarezzati dal vento docile di primavera. Un bosco fatto apposta per pregare, puntellato di antiche chiese e conventi laddove si poteva percepire l’eco di esortazioni al bisbiglio di laudes sillabate. Sul sedile del passeggero c’era un foglio di quaderno su cui Enrico aveva scritto le sue ultime volontà, e, accanto al foglio, sopra un plaid ripiegato in quattro, c’era una Beretta calibro 3.75.

Enrico Bovone ormai viveva a Siena, alla periferia sud della città, di questa città così diffidente e refrattaria alla modernità ma che forse, evidentemente, quella luna che affoga ogni sera dietro il profilo gotico del Duomo lo aveva rapito al punto da restarci per sempre.

Enrico Bovone è il ritratto di un campione e di un uomo fuori dalle righe, non fosse altro perché mandava a quel paese un bel po’ di luoghi comuni sugli eroi – o presunti tali – dello sport. Uno di quei tipi che tutti frequentano per anni, ma che in realtà nessuno conosce veramente a fondo. E pare strano a dirsi per un uomo di due metri e dieci, tuttavia l’impressione era quella di trovarsi davanti a una sorta di gigante invisibile, nonostante sia stato protagonista nel basket italiano per oltre quindici anni. La sua è una storia senza lieto fine partita da Novi Ligure, in Piemonte, dove nacque nel 1946. Un ragazzo e un atleta problematico, di difficile collocazione. È molto ragionevole che nessuno sapesse bene dove piazzarlo quel lungagnone strano, che sorrideva raramente, affatto portato ai teatrini, ai proclami, chiuso in quella bolla d’aria perennemente annoiata.

Eppure, Enrico Bovone ha marcato un’epoca. Non fosse altro per il fatto di essere stato il primo pivot moderno del nostro basket che Aldo Giordani definì il “Gigantissimo”. Bovone un tranquillo studente quattordicenne che tale Nico Messina, insegnante di educazione fisica, scoprì indirizzandolo al basket, destinazione Tortona, in cui restò al centro di una singolare sfida automobilistica tra i dirigenti di Simmenthal Milano e Ignis Varese, accorsi per accaparrarsi la giovane promessa. Le relazioni narrano che Cesare Rubini rimase bloccato in un ingorgo autostradale e così Bovone finì a Varese dove vinse una Coppa delle Coppe nel 1967.

Bovone pareva l’uomo destinato a diventare il giocatore faro anche della nazionale, il leader, l’uomo simbolo di un movimento sportivo che ormai era esploso al pari dei Beatles e dei Rolling Stones. Invece Bovone si limitò al compitino senza mai assurgere a quel fenomeno che molti auspicavano, nonostante dal punto di vista tecnico migliorò notevolmente con il passare degli anni, costruendosi, tra l’altro, un gancio sotto canestro di rara bellezza.

Dopo Varese, il passaggio a Milano sponda All’Onestà, poi Udine dove nella stagione 1971-72 risulterà miglior marcatore e rimbalzista del campionato. E nel 1973, l’approdo a Siena nella Mens Sana guidata in panchina dal totem Ezio Cardaioli, per formare con l’americano Carl Johnson una coppia di lunghi fenomenale. Una volta chiusa la carriera da giocatore, nel 1979 vestirà per una stagione il ruolo di direttore sportivo della società senese, quanto bastò per rendersi conto che di basket ne aveva ormai abbastanza.

Il fatto è che a lui, per sua stessa ammissione, di fare sfracelli non importava un bel niente. Anzi, dirla tutta, senza quei duecentodieci centimetri che si portava dietro, Enrico Bovone non avrebbe mai messo piede in un palazzetto né da giocatore, né tantomeno da spettatore.

Dinoccolato, introverso, vagamente assente, dava l’idea di trovarsi in mezzo a un campo di basket più per caso che per volontà. Era accaduto, non voluto, un po’ come quei figli concepiti senza desiderio di procreare. Che segnasse un canestro o che gli venisse fischiato un fallo, contro o a favore, mostrava la solita faccia languorosa e impenetrabile. Oppure quando nel frastuono durante i time out se ne stava impalato ad ascoltare l’allenatore, le mani sui fianchi, una gamba leggermente piegata, con l’espressione di chi è terribilmente stufo e avrebbe voluto essere da tutt’altra parte.

Dove? a fare un lungo giro da solo in macchina, mentre fuori piove. Così rispose a una domanda su cosa gli piacesse fare fuori dal campo di pallacanestro.

Si sposerà e resterà a Siena, dove aprirà un’edicola in un paesino del circondario, dopodiché poco a poco l’oblio, il divorzio, le liti, l’allontanamento a modo suo, senza farsi notare, dagli amici, dal canto della Verbena, dal palazzetto.

Qualcuno ricorda di averlo visto negli ultimi giorni rispondere al saluto dei conoscenti con aria distratta, la mente già rivolta all’ ultimo atto di un’esistenza refrattaria.

La mattina di martedì 1° maggio 2001, un automobilista di passaggio notò un auto con lo sportello aperto e a terra un uomo sdraiato su un telo al limitare del bosco. Era lui, Enrico Bovone, si era suicidato sparandosi un colpo alla testa, nei pressi di un monastero dove le candele friggono la cera della devozione ma dove, fuori, negli anfratti di querce secolari, spregiudicati spiriti isterici ti fanno rimpiangere di essere ancora vivo, di rincorrere Bacco e Venere, invitandoti a sottrarti al presente.

 

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ADDIO PICCOLO GRANDE “LOCO” HOUSEMAN.

di Remo Gandolfi

Scrissi questo pezzo un paio di anni fa e solo pochi giorni fa lo sono andato a ripescare per aggiornarlo un po’ anche nella consapevolezza dei suoi problemi di salute.

Avrebbe dovuto uscire la settimana prossima in un importante sito di calcio nel web.

Oggi invece questo meraviglioso “folletto”, questo campione meraviglioso, quest’uomo fragile ma dal cuore grande come una montagna ha deciso di togliere il disturbo.

Una vita sempre al massimo e sempre fuori dagli schemi.

Con il suo immancabile bicchiere di vino in mano e una delle sue adorate “Gauloises” fra le labbra.

Addio piccolo grande uomo. Tu che hai saputo divertirti in campo e che hai fatto divertire milioni di tifosi … anche quelli delle squadre contro le quali giocavi.

… perchè con te in campo non era MAI una partita “normale”.

Che la terra ti sia lieve meraviglioso indimenticabile “Loco”.

 

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Genialità e pazzia: quanto è sottile il confine ? Quante volte ce lo siamo chiesti parlando di scrittori, musicisti o pittori ? Ebbene, questa è la domanda ricorrente anche quando si parla del “Loco” Renè Houseman.

A vederlo oggi ricorda tantissimo un altro genio maledetto, il grande Chet Baker … Rughe profonde che gli solcano il viso, una testa folta di capelli con un ciuffo perennemente ribelle, gli occhi apparentemente stanchi di uomo di più di sessant’anni  che però, se guardi in profondità, li vedi vivi e sereni come solo quelli che hanno lottato e vinto contro demoni cattivi possono avere.

Anche se da qualche mese deve lottare contro uno di quei “mali” che quando ti attaccano sono difficili da sconfiggere.

Renè Houseman è stata la più grande ala destra nella storia del calcio argentino.

Piccolissimo (165 cm) ma sveltissimo, imprevedibile con le sue finte, i suoi tunnel, i suoi repentini cambi di direzione. Giocava a destra ma se lo mettevi sull’altra fascia alla fine cambiava poco … ti saltava senza pietà, sfornava cross su cross per i fortunati centravanti che hanno giocato con lui. E segnava tanti gol. Le sue statistiche parlano chiaro; nell’Huracan giocò 266 partite segnando 108 gol. Tanti attaccanti puri sarebbero felici di avere questi numeri.

Il primo a credere davvero in lui fu Cesar Menotti. El Flaco di calcio ne ha sempre capito tanto e il talento, quando lo vede, lo riconosce. Lo strappa al Defensores de Belgrano, in serie B e lo butta dentro, a 19 anni, nell’Huracan che El Flaco sta costruendo con la sua idea di calcio, fatto di tecnica, di stile e di coraggio.

Quando lo presenta alla squadra viene Renè viene accolto con grande freddezza.

Non c’è da stupirsi. Sembra un barbone.

“Mister, ma questo dove l’ha trovato ? Sembra un alcolizzato”  dirà qualcuno al “Flaco” Menotti.

“Ragazzi, quel ragazzo qua è l’ultima cosa che ci manca prima di diventare imbattibili.

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Passano poche settimane e Houseman diventa uno dei pilastri di quel meraviglioso team che nel 1973 vince il suo primo trofeo dell’era professionistica nella storia del “Globo”. Con lui ci sono giocatori fantastici, come Brindisi, Babington, Basile, Larrosa e Carrascosa. La squadra gioca un calcio che in Argentina non si vedeva da tempo e Houseman è il chiavistello che scardina tutte le difese. Menotti lo lascia libero di muoversi su tutto il fronte di attacco. In pratica agisce da seconda punta dietro Roque Avallay, il 9 del team. Renè impressiona tutti, i suoi assists e soprattutto le sue giocate sempre imprevedibili accendono la fantasia di tutti i tifosi e non solo del “Globo”. Insieme ai compagni di squadra Babington, Brindisi e Carrascosa entra nei 22 della spedizione ai mondiali di Germania del 1974 dove l’Argentina, pur eliminando gli azzurri nelle qualificazioni, non ottiene quello che probabilmente era nel potenziale del team. Uno dei pochi a salvarsi è proprio Houseman, (che contro l’Italia diede una “bambola” strepitosa al nostro Giacinto Facchetti) segna 3 gol in 6 partite e a differenza dei colleghi sopracitati, rimane sempre nella rosa della Nazionale diventando, con il suo mentore Menotti diventato nel frattempo selezionatore della Nazionale, uno dei punti fermi del team.

Però il suo personale demone, l’alcool, è già entrato nella sua vita. Le sue umilissime origini fanno si che Renè non si stacchi mai dal suo quartiere e dagli amici di infanzia a cui, con il cuore enorme che si ritrova, non riesce mai a dire di no, che sia prestando del denaro o partecipando a bisbocce interminabili dove era immancabilmente lui a pagare per tutti. Addirittura si racconta che in un periodo in cui i calciatori erano tutt’altro che ricchi e dove addirittura i Club pagavano a “minutaggio” (più giochi più guadagni) Renè si inventava spesso piccoli infortuni facendosi sostituire a una decina di minuti dalla fine … in modo che anche altri componenti della rosa potessero dividersi qualcosa.

L’Huracan rimane ad alti livelli per diverse stagioni ma anche quando il team inizia una naturale flessione per Renè non se ne parla di lasciare la squadra ! Nel 1981 però, a 28 anni e nel pieno della maturità calcistica ma anche quando i suoi problemi con l’alcool sono ormai noti, arriva l’offerta dei Millionarios del River Plate. Ingaggio decisamente più corposo, possibilità di vincere trofei, giocare regolarmente la Libertadores … tutte cose che al “Loco” Houseman non interessano minimamente ! Gioca un pugno di partite nel River e poi fa ritorno nel suo Huracan. Ma i tempi d’oro sono passati. Le sue prestazioni calano parallelamente al suo sempre maggiore consumo di alcool e alla vita sregolata. Qualche breve esperienza in Cile e addirittura in Sudafrica … ma Houseman, a 31 anni, è ormai un ex-calciatore.

Terminata la carriera calcistica al “Loco” Renè non rimane in tasca un solo pesos.

Da quel momento la sua discesa nell’abisso è inarrestabile. Finisce a dormire sotto i ponti, a chiedere l’elemosina ai semafori … a 50 anni sembra uno di 70. Per fortuna nel 2006 il vecchio amico e compagno di squadra Carlos Babington diventa presidente del Club, si ricorda del vecchio Renè e gli riapre le porte del Club, inserendolo nello staff tecnico e togliendolo letteralmente dalla strada. Stavolta Renè non si lascia scappare l’occasione e rinasce. Ora è facile vederlo ospite in trasmissioni televisive dove la sua onestà e la sua schiettezza sono ammirate e apprezzate da tutti. Chiunque lo incontri o parli con lui è colpito dalla sua umanità, dalla sua semplicità e dalla sua umiltà. “Mi fa bene al cuore pensare che ci sia ancora qualcuno che mi fermi per strada, si ricordi di me e mi parli di qualche mio dribbling o di qualche mio gol. In fondo giocavo solo a calcio e non ho mai saputo fare nient’altro”.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

“Solo una volta giocai mentre ero davvero ubriaco. Venivo dalla festa di compleanno di mio figlio e arrivai al campo che quasi non stavo in piedi. Non so quante docce gelate mi costrinsero a fare per cercare di rimettermi in sesto. Alla fine lasciarono a me la decisioni e io risposi che avrei potuto giocare anche su una gamba sola ! Li convinsi, scesi in campo dall’inizio, feci un gol, chiesi il cambio e andai e negli spogliatoi a dormire” (di quella partita e di quel gol esistono immagini che potete vedere in allegato)

Non ho mai messo via un solo pesos. Quello che avevo lo spendevo, per la mia famiglia, i miei amici o per chi ne avesse bisogno. Quando vedo le persone intorno a me felici cosa me ne faccio del denaro ?”

Quando gli chiedono che progetti ha per il futuro due sono le risposte classiche del “Loco”; la prima è una “broma” (scherzo, battuta) pura: “beh, come vedi mi tengo in forma. Sono ancora magro e scattante … sai, con la penuria di ali in questo momento la Nazionale argentina potrebbe ancora aver bisogno di me !” La seconda riassume in pieno il suo carattere e la sua filosofia di vita: “cosa farò nel futuro ? Hermano, io non so neppure cosa farò appena avrò finito di parlare con te !”.

Houseman ha sempre avuto un grande attaccamento al Barrio dove è cresciuto, el Bajo Belgrano. Nel 1973, nel momento più importante della storia recente del “Globo”, i dirigenti decisero di toglierlo da quel misero quartiere e di allontanarlo dalle “cattive compagnie” di bisboccia e grandi bevute. Così decisero di mettere El Loco in un prestigiosissimo appartamento nel cuore di Parque Patricios, quartiere di lusso di Buenos Aires. Houseman restò qui per la bellezza di 20 giorni, prima di lasciare l’appartamento e tornare fra gli amici del suo Barrio.

Soprattutto agli inizi della sua carriera Houseman ha sempre dovuto sopportare gli insulti di dirigenti e compagni di squadra che gli ricordavano le sue umili origini. “Villero” era il più ricorrente ed è il dispregiativo dato a chi nasce e vive nelle baracche delle periferie, paragonabili alle favelas brasiliane. Alla domanda se questo gli ha mai creato problemi la risposta di Houseman è sempre stata lapidaria “Offendermi ? E perché ? E’ la verita, per cui perché offendermi ? Anzi, ne sono sempre stato orgoglioso”

Houseman fu protagonista di due campionati mondiali con la Nazionale argentina, quello del 1974, deludente, e quello vittorioso del 1978. L’analisi di quelle due squadre è impietosa quando sorprendente.

“Nel 1974 eravamo più forti. C’erano giocatori migliori ma ognuno giocava semplicemente per se, senza preoccuparsi minimamente della squadra e dei compagni. Quella nazionale avrebbe dovuto chiamarsi “DEPORTIVO YO” tanto eravamo impegnati a farci belli singolarmente. Quella del 1978 aveva meno talento ma grazie al lavoro del “Flaco” Menotti eravamo finalmente una squadra e che giocava il calcio che avevamo giocato con l’Huracan.”

Una persona della bontà di Houseman non ha rancori verso nessuno nel mondo del calcio, ma l’unico che il buon Renè non riesce proprio a stimare è Carlos Bilardo, l’allenatore campione del mondo con l’Argentina nel 1986. “Quell’uomo prima ha ucciso il ruolo dell’ala e poi ha ucciso il calcio argentino. Ha vinto è vero, ma quello non era il calcio di questo Paese”.

Quando parla dei due giocatori più forti del suo periodo non ha dubbi; Miguel Angel Brindisi, compagno nell’Huracan e in nazionale. “Sapeva fare tutto. Impostava lui l’azione d’attacco e poi te lo trovavi in area a concludere”. L’altro è Johann Cruyff “Una gazzella. Elegante, imprevedibile e un leader assoluto. Più le cose si mettevano male per la sua squadra, più pretendeva la palla dando l’esempio ai compagni”.

Oggi è uno dei più grandi sostenitori e ammiratori di Leo Messi. E’ di pochissimi mesi fa una sua toccante e lucida lettera aperta in cui parla di Messi, difendendolo a spada tratta e chiudendo la lettera con un perentorio ringraziamento: “Grazie Leo per essere la cosa più bella che io abbia mai visto su un campo di calcio”.

L’argomento più delicato: l’alcool. “Non so quando e neppure perché ho cominciato. So solo che mi piaceva e dopo un po’ le cose sono finite fuori controllo.” “Quando decisi di smettere smisi e basta. 22 giorni in clinica e una volta tornato alla vita normale non ho più toccato un singolo “vasito”. E dopo diciassette anni è ancora così.

E infine la domanda classica; “cosa avresti fatto se non fossi diventato un calciatore ?”

La risposta del “Loco” è fantastica ! “Semplice. Avrei passato il tempo a “mirar minas” ! (a guardare ragazze giovani e belle)

Questo, signori, è il “Loco Houseman”.

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Nei quattro brevi filmati allegati; Il suo gol all’Italia ai mondiali 1974, due gol al River tra cui quello segnato mentre era completamente ubriaco, alcune delle sue più belle giocate e infine un recente servizio su di lui e la sua storia personale.

http://youtu.be/5CjcncZOOuw

http://youtu.be/dGxq6D6tFJw

http://youtu.be/pp_exG1-S9U

http://youtu.be/Woj-IaLP5ic

 

LEOPOLDO LUQUE: Campione del mondo con la morte nel cuore.

di Remo Gandolfi

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“Mi sembra di aspettare queste giornate da sempre.

Fin da quando ho esordito in Primera con i colori del Rosario Central quasi 6 anni fa.

Anzi, forse sognavo questi momenti fin da bambino, nello spelacchiato campetto del mio barrio, Guadalupe Oeste, a Santa Fe, la mia città.

Giocare in un Campionato del Mondo di calcio con la maglia della Nazionale del mio Paese.

E perdipiù questo mondiale lo giochiamo proprio qui, in Argentina !

Cinque giorni fa abbiamo esordito contro l’Ungheria.

Squadra tosta e partita durissima.

Dopo neanche 10 minuti ci hanno fatto gol.

Non certo l’inizio sognato da tutti.

Monumental muto per un minuto … forse neanche.

Poi la nostra gente ha ricominciato a cantare, ad incitarci, a sostenerci.

Cinque minuti dopo ho segnato il gol del pareggio.

Daniel Bertoni ci ha dato la vittoria quando ormai non ci speravamo quasi più.

Quel gol però mi ha dato una carica immensa !

Ieri sera contro la Francia ho segnato io il gol della vittoria in un’altra difficilissima partita.

E che gol ragazzi !

Un siluro da quasi 25 metri.

Ma qui il sogno si è interrotto.

Pochi minuti dopo in un banale contrasto sono caduto a terra in maniera goffa.

Un dolore pazzesco al gomito destro.

I medici volevano farmi uscire.

“E’ lussato Leo !”

“Non se ne parla neanche” ho risposto loro.

Primo perché “El Flaco” aveva già fatto tutti e due i cambi e secondo perché ero convinto ci fossero i miei famigliari dentro lo stadio e non volevo si preoccupassero per me.

Ma nessuno della mia famiglia era al Monumental ieri sera.

Avevano qualcosa di molto più brutto di cui preoccuparsi.

Di vegliare il corpo di mio fratello Oscar.

Aveva solo 25 anni.

Un incidente d’auto.

Così mi hanno detto almeno.

Voglio crederci … DEVO crederci.

In caso contrario quella piccolissima fiammella che prova a farmi tornare la voglia di continuare a giocare stupide partite di calcio e che a fatica rimane ancora accesa da qualche parte nella mia anima si spegnerebbe del tutto … come spazzata dal vento che sale in questa stagione da Mar de la Plata.

Mio fratello era un feroce oppositore del regime di Videla e dei suoi sanguinari compari.

Non lo ha mai nascosto.

E “loro” lo sapevano benissimo.

Mi hanno detto che c’era tanta nebbia … guidava il camioncino che un nostro vicino di casa gli ha prestato per l’occasione.

“Non posso non vedere almeno una volta mio fratello giocare al Monumental” ha detto ai miei prima di partire.

Mio padre non ha voluto che lo sapessi.

Fino a stamattina, a poche ore dalla fine del partita con la Francia

“Leo deve giocare un Mondiale”.

“Lasciamolo in pace almeno stasera” ha detto ai miei famigliari appena ha saputo di quello che era successo ad Oscar.

Ho lasciato il ritiro.

Ora sono qua con Oscar.

Il suo corpo è carbonizzato, quasi irriconoscibile.

Voglio occuparmi di tutto io.

Non voglio che i miei genitori lo vedano così.

I militari mi hanno offerto un elicottero per arrivare qui a Santa Fè.

Che si fottano.

Non ho bisogno di loro.

E dopo non tornerò in ritiro.

Per me il Mondiale è finito.

Menotti mi ha già parlato.

Come solo lui sa fare … come un padre.

“Non ce la faccio Mister, mi dispiace” e lui ha capito.

Sono passati altri giorni.

La stretta al cuore non se ne va.

Mio padre non insiste più.

Ma accende la radio proprio mentre i miei compagni stanno entrando in campo contro l’Italia.

Il telecronista dice che i giocatori stringono un lungo striscione all’entrata nella “cancha” del Monumental.

Sopra c’è scritto “LEOPOLDO, TE ESPERAMOS”.

Inizio a piangere.

Mio padre mi abbraccia.

Non dice nulla.

Qualcosa però dentro si è mosso, qualcosa sta cambiando.

Mi chiamano al telefono Passarella e ancora Menotti.

Ma non sono pronto, ancora non ce la faccio.

Guardiamo la partita contro la Polonia, stavolta in tv.

Alla fine della partita mio padre mi guarda e mi dice “Leo, devi tornare. Ormai è andata così. Nessuno può farci più nulla”.

Un amico mi riaccompagna a Rosario, dove si trovano ora i miei compagni.

Non dimenticherò quel momento.

Tutti mi hanno accolto come un fratello.

Tutti. Nessuno escluso.

Ho sentito tanto calore, come non avrei mai immaginato.

E ora siamo qui.

E’ il 25 giugno.

E siamo in finale !

Stiamo a fatica raggiungendo con il pullman il Monumental.

La gente di Buenos Aires sembra sia tutta in strada.

Ad aspettare noi.

Ad accompagnarci, a spingerci e ad incitarci.

Nei loro occhi non c’è solo solo passione, orgoglio ed entusiasmo.

C’è qualcosa di diverso.

Forse si chiama SPERANZA.

La speranza che possiamo essere noi, una squadra di calcio, a portare un po’ di luce nelle loro vite.

Nel buio di questi terribili anni per l’Argentina.

Sono in tanti a piangere un famigliare o un amico in questi anni.

Qualcuno che non rivedranno mai più.

Né da vivo né da morto.

E allora andiamo avanti.

Infiliamoci maglietta, scarpe e pantaloncini e proviamo a regalare un sorriso a chi, da anni ormai, non sorride più …

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Leopoldo Luque vincerà insieme ai suoi compagni il campionato del Mondo, il primo conquistato dagli argentini.

“El Pulpo” diventerà uno dei più grandi attaccanti del calcio argentino, vincendo 5 campionati nel suo Paese, tutti con il River e tutti tra il 1975 e il 1980, anni nei quali Luque ha militato con i Millionarios, in quel periodo una delle più forti squadre del  Sudamerica.

In quel Mondiale Luque, che ricordiamo saltò due partite, a detta di molti sarebbe stato lui il capocannoniere, rubando così la scena al pur grandissimo Mario Kempes, autentico mattatore di quell’edizione.

Resta il fatto che la sua grinta, il suo dinamismo, la sua tenacia e un tiro dalla potenza devastante, ne hanno fatto un mito assoluto per i tifosi argentini.

Suo fratello, giusto ricordarlo, fu effettivamente vittima di un incidente automobilistico provocato probabilmente dalla fittissima nebbia che in quelle prime ore del mattino il povero Oscar incontrò nel suo tragitto tra Santa Fè e Buenos Aires.

Infine ricordiamo che Leopoldo Luque fu uno dei pochissimi ad incontrare le madri di Plaza de Mayo e anche uno dei pochi a riconoscere che il clima in quei Mondiali era assolutamente intimidatorio e che, anche se non si immaginavano le efferatezza che emersero in seguito, “sapevamo tutti che i Militari non ci stavano raccontando la verità”.

Questo è Leopoldo Luque, grande attaccante e grande uomo.

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Qui sotto un piccolo tributo con alcune belle immagini della sua carriera nella Nazionale Argentina.

 

Come di consueto la prima parte in prima persona è scritta “romanzata” dal sottoscritto che ha provato ad immaginare lo stato d’animo di questo campione in un momento del genere. Racconto corroborato da decine di interviste, racconti e articoli su Luque e su quel Mondiale.