HELNO: L’uomo delle maree.

di CRISTIAN LAFAUCI

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“Di volta in volta di bicchiere in bicchiere di bevuta in bevuta mordo ancora a denti stretti sono un morto ancora vivente”

Partiamo dalla fine, dai versi de “La chanson de Van Horst” di Jacques Brel, scelti come epitaffio sulla tomba di Helno, nel cimitero di Pantin, a Saint Denis, vicino Parigi.

Partiamo dalla fine, che nello slang francese del “verlan”, si scompone e diventa inizio.

Noel, come il giorno di Natale…infatti nasce proprio il 25 dicembre del 1963 a Montreuil, nella banlieue parigina. Partire dal punk per arrivare con Les Negresses Vertes ad abbracciare idealmente, con la musica, il mondo intero. Dal 1963 al 1988; esce “Mlah” il loro primo album, tutto bene, come suggerisce il titolo; forse….scrivendo i testi di quelle canzoni, Helno, come è logico che sia, ci mette un po di se, o forse tanto….

C’è l’allegria, la gioia, la spensieratezza, ma ci sta pure quel retrogusto amaro, vitale, quella malinconia, quel disagio verso ciò che, intorno a noi, non ci sta bene, c’intristisce. ( voila l’ete)

Ci sta quell’impotenza di fronte al mare, quella metafora di vita che fa capire che si può annegare in qualsiasi momento e quella precarietà dell’esistenza stessa. ( c’est pas la mer a boire)

Ci sta il cercare rifugio in mezzo alle maree, per potersi permettere i sentimenti più vivi ed autentici, per arrivare anche ad amare serenamente. ( l’ homme des marais).

Avere però quella poesia dentro di sé, quella sensibilità, è un’arma a doppio taglio: da un lato arrivi a percepire qualcosa impossibile ai più, dall’altro, il fatto stesso di percepirlo, è fonte di malessere, di sofferenza.

E poco conta il successo che arriva per la band, i tour in Europa, Stati uniti e Giappone, il nuovo album “Famille nombreuse” che esce nel 1991….

Non è il primo, non sarà l’ultimo; ma anche lui cerca, tramite qualche “paradiso artificiale”, di raggiungere quel rifugio sicuro al centro delle maree, come quello da lui scritto e cantato, dove il malessere resta fuori, dove la sofferenza non arriva, dove sei al riparo dal rumore che viene dall’esterno, dove sei libero, se vuoi, di amare…. Non è il primo e non sarà l’ultimo; ma anche lui, invece, finisce per naufragare in quel mare, per annegare tra quelle onde; non è come il sole, di cui parla in quella canzone, che sa nuotare… è solo un uomo, non ha le pinne, ma Gesù ha fallito, è affondato, e ora è il frutto della marea….

Quella marea avviene la notte tra il 21 e il 22 gennaio del 1993, dopo aver registrato la puntata di un programma tv, nella casa materna, nel 19 arrondisment, a Parigi.

Gli uomini comuni usano termini come “overdose”, oppure “eroina”; in realtà è stata soltanto quell’onda insormontabile che, presto o tardi, giunge in quella tempesta chiamata vita.

Il viaggio è finito, forse… o, più semplicemente, ne è soltanto iniziato un altro.

Buon viaggio,uomo delle maree.

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TOM PRYCE: La tragica fine del “re della pioggia”.

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“Questa sarà la stagione decisiva.

Ne sono perfettamente consapevole.

Quella dove devo fare “il salto” definitivo.

Tutte le voci che si susseguono sul mio conto mi fanno ovviamente un grande piacere.

Già due anni fa si parlò insistentemente di un mio passaggio alla Lotus al posto nientemeno che di Ronnie Peterson !

Ora se n’è ritornato a parlare … di loro e di qualche altra scuderia di grande livello interessate al sottoscritto.

Quello che però serve, specialmente in questo mestiere, è rimanere totalmente concentrati e con i piedi saldamente ancorati al terreno.

Intanto perché nella Formula 1 tutto cambia con una rapidità impressionante e poi perché alla fine  sono ancora alla Shadow e vincere dei Gran Premi, come ogni pilota di Formula 1 sogna di fare, con questa macchina è praticamente impossibile.

Però devo continuare a tirar fuori il meglio dal mio mezzo, devo continuare a migliorare la mia guida e devo continuare ad accumulare esperienza fra tutti i marpioni che ci sono in questo folle circo.

E poi posso sempre contare su un fedele alleato: il buon GIOVE PLUVIO che quando decide di scatenarsi per me cambia davvero tutto !

Davvero … quando l’asfalto è bagnato, anzi è zuppo di pioggia, io non temo davvero nessuno.

Perfino con la Shadow sono in grado di dare del filo da torcere a tutti.

Come in Austria un anno e mezzo fa quando sotto un diluvio riuscii ad andare per la prima volta sul podio, pur partendo in 10ma fila.

Molti mi chiedono da cosa dipende questa abilità.

Io rispondo che essere nato in Galles sicuramente aiuta visto che da noi un giorno senza pioggia è raro come un pub senza Guinness !

Quest’anno nei primi due Gran Premi in Sudamerica le cose non sono andate benissimo ma qua in Sudafrica le cose sembra che inizino a “girare”.

La mia nuova DN8 lascia intravedere progressi e pare iniziare a dare qualche soddisfazione.

Nelle prove di mercoledì qui in Sudafrica sono arrivato davanti a tutti !

Miglior tempo assoluto.

Dietro di me, in seconda posizione, Niki Lauda con la sua Ferrari che però si è beccato un secondo tondo tondo !

E indovinate un po’ … veniva giù che Dio ( o il mio amico Giove Pluvio !) la mandava.

Poi però le cose sono tornate nella normalità già dal giorno dopo.

Sole e caldo e il mio 15mo posto nella griglia di partenza di domani alla fine rispecchia i nostri valori al momento.

Insomma, comunque sia la sensazione è che finalmente abbiamo girato l’angolo e questo mondiale, con questa nuova macchina, dovrebbe dare anche al nostro piccolo team qualche bella soddisfazione.

… e se poi il mio amico Giove Pluvio di tanto in tanto volesse darci una mano …

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 Il Gran Premio del Sudafrica di quel sabato 5 marzo 1977 sarà l’ultimo della vita di Tom Pryce.

Come detto Tom parte in 7ma fila ma la sua partenza è disastrosa.

All’abbassarsi della bandiera a scacchi la Shadow di Tom pare avere grossi problemi.

Nel giro di poche centinaia di metri  Pryce si vede sopravanzato da tutti gli altri concorrenti, compreso addirittura il compagno di squadra Zorzi, non esattamente un fulmine di guerra e partito dall’ultimo posto, il 22mo, della griglia di partenza.

Al  termine del primo giro però all’ultimo posto ora c’è proprio lui, Tom Pryce.

Per qualche momento si teme addirittura che debba abbandonare la corsa o quantomeno fermarsi ai box per capire l’entità del problema.

Improvvisamente però il suo mezzo recupera l’efficienza.

La Shadow inizia a rispondere alle sollecitazioni.

A Tom non sembra vero.

“Adesso vi faccio vedere io !” avrà sicuramente pensato il pilota gallese, persona talmente umile e semplice da arrivare a pensare agli inizi di carriera di non riuscire a prendere il patentino da pilota in quanto si riteneva “non abbastanza intelligente” per tutti quei test …

Inizia invece una spettacolare e clamorosa rimonta.

Dopo 18 giri Tom è risalito addirittura in 13ma posizione e ormai ha nel mirino anche Stuck e Laffite.

Nel rettilineo davanti alle tribune, concepito con un dosso nella prima metà del rettilineo stesso, si trova la Shadow di Zorzi, suo compagno di squadra, in panne sulla sinistra e sul manto erboso.

Zorzi non riesce ad uscire immediatamente dall’auto faticando a disconnettere il tubo di ossigeno dal proprio casco.

L’auto ha un principio di incendio.

La cosa allerta due commissari di corsa posizionati dalla parte opposta a quella in cui si trova la macchina del pilota italiano.

A pochi metri uno dall’altro si lanciano di corsa attraverso la pista.

In quel momento sta arrivano la Brabham di Hans Stuck.

Stuck, che ha appena superato il dosso che copriva la visibilità della seconda parte del rettilineo, si trova improvvisamente di fronte il primo assistente.

Scarta tutto sulla destra, evitando l’impatto con il commissario di corsa per “millimetri” come dirà in seguito lo stesso pilota tedesco.

Immediatamente dietro Stuck c’è però Tom Pryce.

Quando Stuck sterza repentinamente verso destra Pryce, che era nella sua scia, non può materialmente vedere cosa c’è davanti a lui.

E davanti a lui c’è il secondo commissario di corsa che, qualche metro più indietro rispetto al primo, sta andando anche lui in soccorso a Zorzi.

Tom Pryce lo centra in pieno.

L’impatto è tremendo.

Il corpo dell’assistente viene scagliato in aria e ricadrà, dilaniato e mutilato, qualche metro davanti a Zorzi e al primo assistente.

Ma la tragedia non finisce qui.

Anche se sul momento nessuno pare accorgersi di quello che è realmente accaduto.

L’estintore di quasi 20 kg che aveva tra le mani il secondo commissario di corsa colpisce in pieno il casco di Tom Pryce che in quel momento stava sopraggiungendo a 270 km/ora.

Tom Pryce muore sul colpo.

La sua Shadow continua però la sua corsa.

Prima in centro strada e poi portandosi sulla destra.

Distruggendo tutte le protezioni metalliche, i cartelloni e le insegne che trova sulla sua strada.

Perfino un entrata di emergenza per le auto di soccorso … prima di finire la sua corsa contro la Ligier di Jacques Laffite.

Dalla forza devastante dell’impatto contro il casco del povero Tom l’estintore sorvolerà la tribuna principale per finire la sua corsa nel parcheggio retrostante … distruggendo un’automobile che era lì parcheggiata.

Il corpo senza vita di Pryce viene recuperato in fondo al rettilineo.

Il cranio è sfondato e le braccia sono inermi lungo il corpo.

Per poter identificare chi è l’assistente di corsa investito dal pilota gallese non esiste riconoscimento possibile vista la devastazione del corpo.

L’unica maniera è riunire a fine gara tutti i commissari di corsa … e andare per esclusione.

Tutto questo per scoprire che il corpo dilaniato nell’impatto con la Shadow di Pryce è quello del più giovane assistente di gare, il diciannovenne Jansen Van Vuuren che, come il suo collega scampato miracolosamente alla morte, aveva attraversato il percorso di gare senza l’autorizzazione dei giudici.

In questo modo assurdo, quasi incredibile nella sua dinamica, finisce la carriera e la vita di Tom Pryce, pilota dal grandissimo potenziale, definito da tutti i suoi colleghi, “il re della pioggia”.

A seguire le immagini, invero decisamente crude, dell’incidente costato la vita a Tom Pryce

 

Fin dagli inizi della sua breve vita Tom Pryce dimostra di saperci fare.

Ha solo 10 anni quando guida con la massima disinvoltura il piccolo furgone del fornaio di Ruthin, il piccolo centro minerario del Galles dove Tom è nato e cresciuto.

Quando non ha ancora 20 anni finisce sotto l’ala protettrice di Trevor Taylor, ex pilota di Formula 1 e addirittura per qualche stagione compagno di squadra del grande Jim Clark, idolo assoluto di Tom.

Il primo grande trionfo per Pryce arriva nel campionato motoristico organizzato dal giornale Daily Express e ribattezzato “Crusader Championship”.

Le gare si corrono alternativamente sui due circuiti inglesi per antonomasia, Brands Hatch e Silverstone.

Per finanziarsi e poter partecipare alle gare Tom è costretto a vendere la sua auto personale, una piccola Mini Morris e occorre anche tutto il supporto economico della famiglia per sostenere le spese e potersi iscrivere alle gare.

Il premio per il vincitore sarà una “LOLA T200” Formula Ford del valore diverse migliaia di sterline.

Il trofeo è combattutissimo e verrà deciso solo all’ultima gara.

Si corre a Silverstone, il giorno prima del Gran Premio di Formula 1.

Tom sembra avere qualche difficoltà.

Parte solo dalla 3a fila e per trionfare nel campionato ha assoluta necessità di vincere l’ultima gara.

La gara è arrivata quasi a metà e Tom, pur avendo recuperato diverse posizioni, appare ormai troppo lontano dal pilota in testa alla corsa, Chris Smith.

Ma a quel punto il fedele “Giove Pluvio” si ricorda del suo figliolo prediletto e scarica sulla corsa un autentico nubifragio, in puro stile “british”.

Tom non solo raggiunge e supera Smith, ma riuscirà a vincere la corsa con oltre 10 secondi di margine sul secondo classificato.

I suoi progressi continuano e sono rapidissimi e prodigiosi.

Nemmeno due anni dopo arriva l’esordio in Formula 3.

Si corre a Brands Hatch.

Tra gli avversari quel giorno ci sono piloti che scriveranno pagine importanti nella storia della Formula 1 quali Roger Williamson, Jochen Mass e un “certo” James Hunt.

Tom li lascerà tutti dietro vincendo con un margine tale da lasciare tutti assolutamente sbigottiti.

E quel giorno c’era il sole …

Ormai il suo nome circola ai più alti livelli e a 25 anni arriva finalmente il primo contratto in Formula 1.

E’ la piccola TOKEN a dargli questa opportunità.

Con loro esordirà nel Gran Premio del Belgio, riuscendo a qualificarsi partendo dalla 10ma fila.

Poche settimane dopo arriva la svolta per la carriera del pilota gallese: al Gran Premio di Montecarlo non gli viene concessa dagli organizzatori la possibilità di correre.

“Troppo pericoloso il circuito per un pilota ancora così inesperto”.

Tony Vlassopoulos, suo patron alla Token, stizzito per il trattamento perpetrato ai danni del suo pupillo, deciderà di farlo partecipare al Gran Premio di Formula 3, che si correrà come “antipasto” alla gara di Formula 1.

La prestazione di Pryce desterà stupore e sensazione: vincerà la corsa con 21 secondi di vantaggio sul secondo classificato, pur essendo partito dalla 4a fila … il che, in un percorso tortuoso e stretto come quello di Montecarlo, significa tanto …

La sua abilità, il suo coraggio, la sua tecnica soprattutto in curva e sul bagnato hanno definitivamente allertato molte scuderie, almeno tutte quelle di seconda fascia.

Sarà la SHADOW a spuntarla e ad ingaggiarlo.

Al suo primo Gran Premio si qualificherà addirittura con l’11mo tempo anche se la gara durerà fino alla prima curva del circuito dove si scontrerà con James Hunt e dovrà abbandonare la corsa.

Al suo secondo Gran Premio partirà addirittura dalla 3a posizione arrivando a girare in prova a soli tre decimi dal fuoriclasse austriaco emergente Niki Lauda, autore del miglior tempo.

Nell’inverno successivo, viste le eccellenti prestazioni di Pryce, sono sempre più frequenti le voci che lo vogliono alla Lotus di Colin Chapman, grandissimo estimatore di Tom fin dagli esordi.

L’idea è quello di uno scambio di piloti: l’affermato Ronnie Peterson dalla Lotus alla Shadow con Pryce a fare il percorso inverso.

Pare ci si vada davvero molto vicini ma poi non se ne farà nulla.

In quella stessa stagione, quella del Mondiale del 1975, arriverà per Pryce il primo podio.

Accadrà al Gran Premio d’Austria, sotto un diluvio ovviamente !

Andrà a punti in altre 4 occasioni dimostrando a tutti che con la classe si può arrivare a piazzamenti più che dignitosi anche senza una macchina di primissimo livello sotto il sedere.

La stagione successiva inizia alla grande: un altro podio nel Gran Premio del Brasile, il primo della stagione.

Poi arriva qualche battuta d’arresto ma la nuova DN8 ridà vigore alle ambizioni di Pryce e del compagno di squadra Jarier.

In Olanda a Zandvoort Pryce parte addirittura dalla 2a fila con il terzo miglior tempo.

Alla fine arriverà 4° resistendo con caparbietà e bravura all’attacco di macchine molto più performanti della sua Shadow.

Si arriva così alla stagione 1977 che come detto inizierà sotto i migliori auspici anche se per appianare le difficoltà economiche del piccolo team britannico si dovrà lasciar andare Jean-Pierre Jarier e ingaggiare al suo posto l’italiano Renzo Zorzi, pilota capace di portare sponsors ma definito da Jackie Oliver, uno dei manager del team, “il peggior pilota che abbiamo mai avuto alla Shadow”

Tutto però finirà in quel maledetto sabato pomeriggio di Kyalami in quello che verrà ricordato negli anni come l’incidente più assurdo, sfortunato e terribile della storia del Campionato Mondiale di Formula 1.

Nel suo paese natio di Ruthin c’è una bellissima lapide in bronzo a ricordare il povero Tom mentre il suo corpo riposa nella chiesa di San Bartolomeo nei pressi di Sevenoaks in Kent … nella stessa chiesa dove solo due anni prima Tom aveva preso in sposa la sua adorata Nella.

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Infine il ricordo di chi ha condiviso con lui sudore, fatica, gioie e delusioni … i meccanici della Shadow.

“Tom non andava quasi mai a mangiare nei ristoranti di lusso con gli altri piloti, i manager e gli sponsors. Lui preferiva rimanere con noi perché diceva “quello che riesco a fare sulla mia macchina lo devo a voi e a nessun altro … e poi con loro non saprei di cosa parlare … almeno con voi posso parlare di motori !”

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Come di consueto la prima parte in prima persona è sempre frutto della “fantasia” di chi ha scritto questo piccolo tributo a questo talentuoso e sfortunato pilota.

Ma ricerche, testimonianze, racconti e aneddoti ne comprovano la credibilità del racconto.

 

 

STUART ADAMSON: un grande cuore in una grande terra.

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“The Edge ha dichiarato qualche giorno fa in un’intervista che si è ispirato a me come chitarrista. E che ero il suo idolo assoluto ai tempi degli SKIDS.

Beh, mi fa ovviamente un grande piacere.

Abbiamo fatto un pezzo di strada insieme nei primi anni ’80.

“Epic rock” avevano definito il nostro stile e quello degli U2, degli Alarm e anche dei Simple Minds.

Avevamo il mondo in mano.

Sono stati anni gloriosi, di grandi soddisfazioni.

Ora però le uniche “soddisfazioni” che mi sono rimaste sono qua, davanti a me su questo tavolo.

In fila come tanti ordinati soldatini.

Invece sono solo 8 bicchierini di vetro che contenevano fino a pochi minuti fa un liquido ambrato, prodotto nella mia terra, a Nord del Vallo di Adriano.

Il calore che mi avevano dato all’inizio si sta già trasformando in qualcosa che conosco altrettanto bene: la rabbia verso il mondo intero e verso me stesso per come sono riuscito, ancora una volta, a mandare a puttane tutto quanto.

Avevo smesso di bere nel momento stesso in cui i Big Country stavano arrivando al loro zenit.

Era il 1984 ed eravamo addirittura in lizza ai Grammy Awards a Los Angeles come gruppo rivelazione dell’anno con il nostro “The Crossing”, l’album di esordio e che ci diede una popolarità mondiale.

Per anni, fin dai tempi degli Skids, mi ero convinto che senza questo “carburante” non sarei mai stato in grado di affrontare il palco, il pubblico, i tour e le attenzioni di fans e media.

Ora poi che eravamo uno dei gruppi più importanti di tutto il Regno Unito e avevamo venduto milioni di dischi in tutto il mondo !

Invece ce la feci.

Grazie a Tony, a Mark e a Bruce.

Ma soprattutto grazie a mia moglie Sandra e all’arrivo in quel periodo del mio primogenito Callum.

E così ho smesso, di colpo e da un giorno all’altro con la bottiglia.

Tutto improvvisamente era diventato più bello, intenso e nitido.

Scoprendo che ce la potevo fare alla grande anche senza quel dannato “carburante”.

Tour mondiali (Stati Uniti compresi), la nascita di Kirsten nel 1985, il secondo e il terzo album che pur senza “spaccare” avevano retto l’urto del “post-primo LP”, trauma per il 90% delle Band del pianeta.

Poi addirittura un tour in Russia, primo gruppo sulla faccia del globo terrestre ad andare a suonare da quelle parti con una organizzazione privata e un pubblico che pagava un biglietto decidendo liberamente se andare o no ad un concerto … e non ad “inviti” come usava allora da quelle parti.

Arrivammo addirittura ad aprire i concerti dei Rolling Stones, suonando in più di una occasione davanti a più di 100.000 persone.

Poi, all’improvviso, tutto ha cominciato ad andare storto.

Qualche scelta commerciale sbagliata, produttori incapaci e qualche idiota incompetente nelle case discografiche … qualche pezzo un po’ meno ispirato.

Di lì a poco la separazione con Sandra, la donna che ho amato fin da quando ero ancora un lungagnone magro e brufoloso che imbracciava una chitarra negli Skids.

Infine la fuga a Nashville nella speranza che tutto potesse ricominciare dall’inizio.

Non per vendere milioni di dischi ma per tornare semplicemente a godere nel creare musica e nel suonarla … e a riprendere una vita normale.

Invece l’unica cosa che è davvero ricominciata è la schiavitù da questo liquido ambrato, prodotto nella mia terra, a Nord del Vallo di Adriano …

 

William Stuart Adamson, cantante e leader dei Big Country, verrà trovato morto nella sua stanza di albergo ad Honolulu, Hawaii, impiccato con un filo elettrico nel guardaroba.

E’ il 16 dicembre 2001.

Il suo livello di alcool nel sangue è di 0,279%

Di lui non si avevano notizie da diversi giorni.

Il suo manager e fedele amico Ian Grant lo aveva cercato disperatamente nei giorni precedenti, intuendo che il malessere di Stuart stavolta era davvero fuori controllo.

Era già capitato in passato che Stuart Adamson si rendesse irreperibile per diversi giorni.

La ragione era sempre la stessa: una delle famose “bender”, cioè le sessioni alcoliche capaci di durare giornate intere, anche consecutive, passate a bere ininterrottamente fino a dimenticarsi di tutto il resto … famiglia, amici, lavoro …

Stuart aveva fatto perdere le sue tracce da una ventina di giorni prima da Nashville, la celebre capitale della musica Country, dove si era trasferito dopo il doloroso divorzio da Sandra, l’amore di una vita, con cui aveva avuto due figli, Callum e Kirsten.

A Nashville era arrivato un breve periodo di serenità

Un nuovo amore e un nuovo matrimonio, con la avvenente parrucchiera Melanie Shelley e soprattutto un nuovo progetto musicale, i “Raphaels”, fondati insieme al musicista Marcus Hammond.

Qualche mese prima della scomparsa di Stuart era uscito il loro primo lavoro “Supernatural”, un disco profondo, malinconico e ispirato, con testi molto intimisti e curati con la solita grande attenzione da Stuart.

Un disco considerato di “Alternative Country” con atmosfere assai distanti dal rock “epico” dei Big Country, con le chitarre che si inseguono potenti e veloci in quel suono unico capace di ricreare le sonorità tradizionali della sua amata Scozia.

In tanti avevano confidato che qui potesse iniziare la rinascita, personale ancora prima che professionale, di Stuart Adamson.

Ma la guerra di Stuart con il suo demone personale non si placa, anzi.

La bottiglia lo porterà al fallimento del matrimonio anche con Melanie e di lì a poco avrebbe anche dovuto affrontare un processo per guida in stato di ebbrezza.

Tutto questo porterà Stuart ad acuire la sua dipendenza dall’alcool fino a condurlo all’ultima scelta, quella definitiva e senza possibilità di ritorno in quell’albergo di Honolulu.

Sono in tanti a ricordarlo con affetto, per la sua generosità, la sua sensibilità e la sua grande nobiltà d’animo e per quella sua grande ironia che ne faceva un autentico spasso per chiunque ha avuto la fortuna, come chi vi sta raccontando questa storia, di condividere qualche ora con lui.

In tanti lo hanno voluto ricordare fra tutte le persone del mondo del rock e del calcio (l’altra grande passione di Stuart).

Pete Townsend e Roger Daltrey, Fish, Kate Bush, Jim Kerr o Stuart Pearce, Gordon Strachan o Charlie Nicholas solo per citarne alcuni.

Ma ancora una volta è The Edge, chitarrista degli U2e grande amico di Stuart che dopo aver ricordato in occasione del suo funerale che “Stuart ha scritto le canzoni che avrebbero voluto scrivere gli U2” ha pronunciato la frase che più ha toccato i cuori di tutti i presenti e di tutte le persone che hanno conosciuto Stuart Adamson.

“Nessuno nel mondo della musica rock, aveva un cuore grande come quello di Stuart Adamson”.

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La prima parte, dove mi permetto di parlare per Stuart, è ovviamente frutto della fantasia di chi scrive.

Ma da autentico fan dei Big Country fin dai loro esordi posso dire che le decine, forse centinaia di interviste, testimonianze, biografie e racconti su Stuart rendono anche questa prima parte quanto mai credibile e realistica.

You’ll never walk alone Big Man.

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DARIO CORONEL: Il “gemello” di Tevez.

L’ALTRO “APACHE”

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E’ notte inoltrata. La polizia di Buenos Aires è sulle tracce della gang che ha poco prima rapinato un Bingo di “Calle Rivadavia”. A capo di questo piccolo gruppetto c’è un ragazzo di 17 anni. Lo chiamano “Il Guacho Cabanas” per la somiglianza con l’allora famoso attaccante del Boca  Per la polizia è un volto conosciutissimo. Ce l’hanno nel mirino da tempo. Da quando guidò il suo gruppo di sbandati a due ripetuti assalti contro la caserma della polizia del quartiere, con decine di colpi di arma da fuoco sparati contro finestre, porte e muri della caserma. Ma soprattutto da quando ha ucciso, in uno scontro a fuoco dopo una rapina, un loro collega. Continua a leggere “DARIO CORONEL: Il “gemello” di Tevez.”

LUIS OCANA: Quando classe e talento non bastano.

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“Non ho paura di nessuno.

Neppure di lui, del “CANNIBALE”.

Lo so, a cronometro è un pochino più forte di me.

Ma a me non rifila 4 o 5 secondi al chilometro come agli altri scalatori !

E quando la strada si impenna sotto le ruote nessuno, nemmeno lui, riesce a tenere il mio passo.

Ne lui ne gli altri scalatori “puri” come il mio compaesano Fuente, il belga Van Impe o l’olandese Zoetemelk.

Che scattino pure !

Quando lo fanno guadagnano si e no trenta metri … quando va bene.

Nel giro di duecento gli torno sotto e quando inizio io a “macinare” sono loro a staccarsi.

A questo Tour sono arrivato in condizioni strepitose.

Già al Giro del Delfinato, anche se alla fine sono arrivato 2° dietro Marckx, nella tappa di Annecy, quando l’ho staccato sotto il diluvio, ho capito che quest’anno al Tour potevo davvero dire la mia.

Sei giorni fa ne ho avuto la prima conferma: al primo arrivo in salita sul Puy de Dome, pur senza infliggere grandi distacchi, sono arrivato davanti a tutti e questo mi ha dato le risposte che cercavo.

Ma è stato tre giorni fa che ho capito che Eddy Merckx non solo è ATTACCABILE … ma è anche e soprattutto BATTIBILE.

Quel giorno ad Orcieres ho sentito le gambe “girare” come nei giorni migliori.

Maurice De Muer, il mio direttore sportivo, continuava a supplicarmi di aspettare l’ultima salita per attaccare.

“Luis, se rimani senza benzina prima della salita finale ci giochiamo il Tour !”

Certo che ce lo giochiamo … per vincerlo.

Quando ho attaccato sulla Cote de Laffrey (dura, ma pur sempre una Cote) mi avrebbe strozzato.

La tappa era iniziata da poche decine di chilometri ma non ce la facevo proprio a starmene buono in mezzo al gruppo.

Per fortuna il pretesto me lo ha dato Agostinho e così sono scattato per andare via con lui.

Quando dopo pochi secondi sono arrivati Zoetemelk e Van Impe ma NON Merckx mi sono decuplicate le forze !

Siamo stati insieme fino ai piedi del Col de Noyer.

A quel punto mancavano più di 70 km all’arrivo.

Sono ripartito ancora.

In realtà volevo solo alzare il ritmo (così ho detto al mio Direttore Sportivo all’arrivo … voi ci credete ?!?!).

Testa bassa, occhi sull’asfalto e gambe che giravano a mille.

Quando mi sono voltato non c’era più nessuno dietro di me.

Cosa dovevo fare ? Fermarmi ?

Quando sono arrivato da solo ad Orcieres ho fatto in tempo a scendere dalla bici, asciugarmi dal sudore, rispondere ai giornalisti, cambiarmi la maglia e andarmi a sedere comodamente sul palco.

In tutto quasi sei minuti.

Tanto ci è voluto prima che arrivasse qualcun altro all’arrivo, Lucien Van Impe.

Quando è arrivato Merckx il cronometro segnava 8 minuti e 42 secondi.

Ho la maglia gialla addosso.

La prima parte del mio sogno si è realizzata.

Ora devo far diventare realtà la seconda: portare questa maglia a Parigi”

 

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Luis Ocana non porterà la maglia gialla a Parigi.

Nonostante quell’anno fosse probabilmente il più forte di tutti.

Anche dell’immenso Eddy Merckx.

Merckx dal giorno di quella disfatta le tentò tutte per riprendersi lo scettro “rubatogli” da quel determinato e irrispettoso spagnolo che con la famiglia per sfuggire a Francisco Franco e alla povertà si trasferì nel versante francese dei Pirenei.

Qualcosa era riuscito a riguadagnare nei confronti di Luis ma con ogni probabilità non sarebbe bastato un altro Tour intero per riuscire a recuperare il distacco.

Ma nella tappa con l’arrivo a Luchon Luis Ocana inizierà a “flirtare” con una “Signora” che non lo lascerà mai più, per il resto della sua breve vita: la cattiva sorte.

La tappa è corsa in condizioni atmosferiche pazzesche, davvero al limite anche per chi, come i ciclisti, è abituato a tutto.

Piove a dirotto e le strade dei Pirenei sono un mare di acqua e di fango.

Durante la salita del Col de Mente Merckx prova ripetutamente ad allungare nel tentativo di staccare Ocana.

Luis però non cede di un metro.

Arrivati in cima il “cannibale” si lancia in una disperata discesa, come un leone ferito che attacca a testa bassa, incurante del pericolo.

Rischia di volar via ad ogni curva e all’uscita di ognuna rilancia la bici con rabbia.

In almeno tre occasioni rischia la caduta … ma quando si volta Luis Ocana è sempre dietro di lui !

“Non ci credo !” pensa Eddy. “Uno spagnolo che sa andare anche in discesa” !

“Non si era mai visto !”.

Merckx ha ragione.

Nella storia del ciclismo il paese iberico ha prodotto scalatori meravigliosi come Bahamontes, Jimenez o lo stesso Fuente … ma in discesa erano tutti scarsissimi.

Intanto il temporale aumenta di intensità, così come la veemenza degli attacchi di Merckx.

Nella autentica tempesta meteorologica che si sta scatenando il gruppetto con Eddy e Ocana si trova improvvisamente a dover affrontare una curva a sinistra al termine di un breve rettilineo.

Il temporale è al suo zenit e la visibilità è pessima.

Eddy, che è davanti qualche metro, è sorpreso.

Ma con un numero da autentico acrobata, pur arrivando lungo e finendo a bordo strada, riesce a rimanere in piedi.

Ocana, dietro di lui, si accorge con un attimo di ritardo della curva.

Non riesce a tenere in strada la sua bici, rallenta ma finisce comunque la sua corsa contro un muretto, rimanendo a terra.

La caduta, seppur spettacolare e sicuramente dolorosa, non pare provocare danni irreparabili.

Ocana, seppur dolorante, si rimette in piedi e sta tentando di rimettersi in sella.

In quel momento però sopraggiungono Lopez Carrill, Agostinho e Zoetemelk.

Anche loro, come Eddy e Luis pochi secondi prima, assolutamente sorpresi da quella curva.

Eddy è già ripartito.

Luis Ocana sta per farlo.

Joop Zoetemelk però lo centra in pieno.

Ocana viene sbattuto a terra violentemente.

La botta è terribile.

Perde i sensi.

Rimane a terra sull’asfalto, nei suoi Pirenei, con la maglia gialla addosso, ormai irriconoscibile dalla pioggia e dal fango.

Il suo Tour de France finisce in quel momento, a poche decine di chilometri da casa sua.

Verrà portato all’ospedale più vicino in elicottero.

Eddy alla fine di quella tappa torna in testa alla classifica del Tour.

Con un gesto encomiabile e da vero sportivo si rifiuterà di indossare la maglia gialla, in onore del suo sfortunatissimo e altrettanto forte rivale.

Eddy vincerà il suo terzo Tour consecutivo.

L’anno successivo Luis ci riprova.

Tutta la sua stagione è incentrata sul Tour.

“Stavolta non ce ne sarà per nessuno” afferma spavaldo lo spagnolo nei giorni prima della partenza.

Ocana ci prova continuamente, con grande coraggio e determinazione.

Ma Eddy Merckx pare inattaccabile.

Risponde colpo su colpo.

Poi la “Signora Sfortuna” si ricorda che ha designato lui, Luis Ocana, come partner del cuore.

Nella discesa dal Col d’Aubisque è addirittura un suo compagno di squadra, Santy, ad arrotarlo e ad investirlo.

Luis, sia pure acciaccato, non molla ma qualche giorno dopo sarà una forte bronchite a metterlo definitivamente ko.

Il Tour lo vincerà l’anno dopo, stracciando letteralmente tutti i suoi avversari.

Tranne uno.

Lui, Eddy Merckx, che quell’anno decide di non partecipare al Tour per tentare (ovviamente riuscendovi) la doppietta Giro e Vuelta.

Vincere senza Eddy non ha lo stesso sapore, nonostante Ocana in quel Tour andava come un treno … forse addirittura più forte di due anni prima.

Merckx per Ocana era diventato un’ossessione.

Batterlo significava battere il “dittatore” del ciclismo mondiale, colui che quando correva gli altri erano felici di piazzarsi secondi.

Non lui. No, lui non era felice di arrivare secondo.

I dittatori li ha sempre detestati. Tutti quelli incontrati nella vita.

Francisco Franco che affamò la Spagna e costrinse la sua famiglia ad emigrare in Francia per trovare lavoro.

Suo padre, autoritario e burbero che voleva per il figlio un futuro da carpentiere e odiava vederlo correre in bicicletta.

Il suo capo cantiere quando Luis faceva il muratore e correva nei dilettanti al quale dopo l’ennesimo alterco Ocana tiro un martello, colpendolo in testa e trovandosi disoccupato un istante dopo.

Arrivò perfino a chiamare il suo pastore tedesco “Merckx” raccontando, tra il serio e il faceto, che gli piaceva l’idea di avere un Merckx ubbidiente e che gli si coricava ai piedi.

Finita la carriera ciclistica, tutt’altro che longeva (smetterà nel 1977, a soli 32 anni) si accorge definitivamente che la sua “Signora” non ha alcuna intenzione di mollare la presa su di lui.

L’anno successivo, mentre è in auto a seguito di una corsa ciclistica come commentatore televisivo, sarà vittima di un incidente automobilistico.

Perderà l’occhio sinistro.

Nel frattempo è tornato a vivere nei suoi Pirenei, sponda francese, a Mont-de-Marsan.

Ama la campagna, il verde e la tranquillità.

Inizia a produrre un distillato di vino, il più antico del mondo: l’Armagnac.

L’inizio è più che confortante.

Luis è conosciutissimo, il suo prodotto piace e con la moglie e i due figli sembra finalmente arrivare la tanto agognata serenità.

Chissà … che la “Signora Sfortuna” si sia accasata altrove ?

Semplice illusione e vana speranza.

Nel giro di poco tempo a Luis Ocana viene riscontrata l’epatite C, non esattamente facile da curare ai tempi. Come se non bastasse ci si mette anche la natura contro di lui.

Per tre anni di seguito il raccolto delle sue vigne andrà praticamente distrutto dalla grandine.

Anche per lui, che aveva combattuto con un destino avverso fin dall’infanzia, questo è troppo.

Cade in un feroce stato depressivo.

Gli amici ricordano che la morte era praticamente in ogni discorso di Luis in quel periodo.

Finché la morte arriva davvero.

Ci aveva già provato Luis.

Il 17 maggio del 1994.

La moglie Josiane riesce a salvarlo.

Arrivano i medici e arriva la gendarmerie.

Luis sembra pentito.

I medici tranquillizzano Josiane.

Due giorni dopo, è il 19 maggio, Luis ha un’altra delle sue terribili crisi depressive.

Diventa collerico e intrattabile.

La moglie cerca di placare la sua collera.

Tutto inutile.

Luis Ocana è fuori di se.

Lei cerca di sfuggirgli e con il cordless in mano tenta disperatamente di chiamare il medico.

Poi Luis, come faceva spesso in quelle circostanze, pare placarsi di colpo.

Si scusa con la moglie.

Dice che andrà in ufficio a sbrigare alcune pratiche.

Josiane tira un sospiro di sollievo.

Riesce così a chiamare il medico, avvisandolo delle condizioni del marito e supplicandolo di raggiungere la loro abitazione immediatamente.

Poi però viene assalita da un dubbio.

Uno di quelli atroci.

Corre nell’ufficio del marito.

E trova Luis Ocana alla poltrona della sua scrivania.

In un lago di sangue.

Si è sparato un colpo in testa.

Luis Ocana, l’unico vero “anti-Merckx” della storia del ciclismo, morirà così, a soli 49 anni.

Lascerà i suoi due figli e sua moglie Josiane.

La Signora Sfortuna alla fine è riuscita ad averlo tutto per lei.

 

 

Come al solito la prima parte raccontata in prima persona è di pura fantasia ma estrapolata da interviste, articoli e filmati del grande Luis e di quel maledetto Tour de france del 1971.

 

 

 

PAUL VAESSEN: Storia di talento, di sfortuna, di eroina e di morte.

Paul-Vaessen

Mancano meno di 20 minuti alla fine del match.

Il risultato è inchiodato sullo 0 a 0.

E a noi non basta. Nella nostra tana, su ad Highbury, abbiamo pareggiato 1 a 1.

Serve un gol. E alla svelta.

La Juventus è una grande squadra. Praticamente 2/3 della Nazionale italiana che ha impressionato tutti due anni fa ai Mondiali di Argentina.

Causio, Bettega, Tardelli, Scirea, Zoff, Cabrini …

Il Comunale di Torino è una bolgia.

70.000 tifosi della “Old Lady” sugli spalti con i loro cori, il loro incitamento, le loro coreografie. Sanno bene che la finale della Coppa delle Coppe è sempre più vicina, ad ogni minuto che passa.

Io sono seduto in panchina. Non ho ancora compiuto 19 anni. Ne avevo 16 quando ho debuttato con i Gunners. Era a Lipsia, in Coppa Uefa. Qualche altro piccolo cameo in prima squadra l’ho già fatto … Chelsea, Norwich, Middlesbrough.

Ma qui siamo a Torino e questa è la JUVENTUS !

Da qualche minuto abbiamo iniziato a spingere con più intensità.

E più la nostra intensità sale più la Juve inizia ad arretrare, a lasciarci campo.

Anche sugli spalti il rumore è meno assordante. Un pò di timore tra i tifosi juventini inizia a serpeggiare.

In fondo ci basta un gol.

E per fare un gol basta un secondo …

Mi sto scaldando ai bordi del campo con i miei compagni. E’ una piacevole e mite serata di fine aprile, ma io ho ancora la tuta addosso.

Tanto mica devo entrare !

Queste sono partite da uomini, non da ragazzini come me.

Corricchio, faccio qualche piccolo esercizio fisico senza troppa convinzione. I miei occhi sono sul campo, dove sto sperando in una invenzione di Liam o in una zuccata di Frankie.

Poi sento chiamare il mio nome.

Avrò capito male.

Guardo i miei colleghi a bordo campo con me. Ci sono due Steve, un John ma un solo Paul.

Paul sono io.

Don Howe, il nostro grande Coach, la vera mente della squadra, si sbraccia.

Mi avvicino quasi titubante.

“Forza ragazzo, togliti quella tuta !” mi grida.

Merda. Dice proprio a me.

Mi tremano le gambe e anche le mani. Per poco non finisco lungo disteso mentre goffamente cerco di sfilarmi la tuta.

Don mi da un paio di stringatissime istruzioni tattiche, poi mi batte una mano sulla spalla e mi dice “Vai dentro ragazzo, e segnaci quel benedetto gol”.

Entro in campo. Mi sembra di avere 140.000 occhi tutti su di me.

I miei compagni mi fanno coraggio. Qualcuno mi sorride, qualcuno mi guarda un pò stupito, sorpreso come e più di me di vedermi in campo in un match del genere.

Mancano 13 minuti alla fine.

Entro al posto di David, un centrocampista e mi piazzo vicino a Frank con Alan che si defila un pò a destra.

Frank è il nostro bomber. E’ un leader, anche se parla poco e sorride ancora meno.

Qualcuno dice che presto se ne andrà dall’Arsenal e che io prenderò il suo posto al centro dell’attacco.

Ora però sono in campo con lui.

Le sue prime parole mi sorprendono “Ragazzo, tu stai in area e attacca sempre il secondo palo. Io cercherò di portarmi dietro Gentile per tenerlo lontano dall’area”.

Frank Stapleton, idolo assoluto della North Bank, centravanti della Nazionale Irlandese che si sacrifica per la squadra e per me !

Vabbè, quando mi sveglierò da questo sogno avrò qualcosa di grosso da raccontare agli amici !

Il primo tocco di palla è disastroso. Il mio stop è in realtà un passaggio a Scirea, il loro bravissimo libero. Cerco di rimediare andando su di lui in pressing come un indemoniato.

Mi evita in dribbling con una facilità irrisoria, quasi fossi una cacca di cane sul marciapiede.

Davvero un inizio niente male.

Arriva una palla lunga da dietro di David. E’ esattamente a metà tra me e Frankie. Siamo entrambi due “target men”, due prime punte, due “torri”. Io sono 188 cm e per me è naturale andare a cercare questi palloni per fare sponda per un compagno.

Ma è altrettanto naturale per Frank.

Saltiamo entrambi su quella palla, entrambi saltiamo più in alto dei difensori juventini e arriviamo insieme su quella palla … peccato che dietro di noi non c’è nessuno a raccogliere il passaggio.

Frank mi manda letteralmente a quel paese.

“Cazzo ragazzo, ti ho detto di stare in area”.

Beh, se non altro ritrovo il Frank Stapleton che conosco !

Intanto i minuti passano.

La Juventus è ora decisamente spaventata e si chiude sempre di più.

Ma fare gol ad una difesa italiana che si chiude è quasi come vincere alla Lotteria nazionale.

Improvvisamente troviamo un varco sulla sinistra. E’ un pò che ci stiamo provando da quella parte.

In fondo i nostri due giocatori più creativi, Liam e Graham, sono entrambi mancini.

Per 88 minuti i risultati però sono stati scarsi.

Ora però riusciamo a servire “Rixy” nella sua posizione, sulla linea laterale a una trentina di metri dalla linea di fondo. La fascia è ben presidiata dai giocatori bianconeri ma Rixy prova a partire in progressione. Lo spazio sembra davvero troppo poco ma improvvisamente trova un punto di riferimento inaspettato. C’è Frank, sulla linea laterale, a fare da sponda e a triangolare con Rixy.

Noi tutti sappiamo bene che al nostro riccioluto e biondo mancino bastano pochi centimetri di spazio per riuscire a mettere uno dei suoi fantastici crosses.

E’ proprio così che meno di un anno fa abbiamo vinto la FA CUP contro il Manchester United a Wembley, grazie ad un suo cross “al bacio”, quella volta per Alan.

E anche oggi, come allora, mancano meno di 120 secondi alla fine.

Rixy punta deciso la linea di fondo. Guadagna mezzo metro su Claudio Gentile.

Per Rixy equivale ad un miglio marino.

A meno di mezzo metro dalla linea di fondo riesce a pennellare il suo cross.

“Ragazzo, attacca il secondo palo” mi ha detto Frank appena entrato.

E così faccio.

La palla scavalca tutta la difesa della Juve. Perfino Cabrini ha fatto un passo verso il centro per chiudere su Alan.

La palla mi arriva precisa sulla testa. Non devo quasi saltare. Sono a due metri dalla porta.

La metto dentro.

Nel Comunale di Torino scende un silenzio irreale.

Zoff guarda i suoi compagni, allarga le braccia come a dire “E questo chi è ? da dove è sbucato ?

Poi si mette le mani nei capelli. Ha capito che per la Juventus è la fine.

Corro verso la panchina, cerco di arrivare da Don … credo.

In realtà non capisco più niente.

I compagni mi sommergono. Mi arrivano addosso contemporaneamente David e Willie, i nostri due difensori centrali. Equivale a dire circa 170 kg, in un colpo solo.

Non riesco nemmeno a gridare. Ma non è emozione.

E’ solo che quasi mi sfondano la cassa toracica !

Siamo in finale di Coppa delle Coppe.

Siamo la prima squadra britannica che espugna il campo della Juventus.

Siamo ad un passo da un trionfo europeo.

Il “gol benedetto” chiesto dal nostro grande Coach l’ho segnato io.

Sono sul tetto del mondo.

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Paul Vaessen giocherà ancora una ventina di partite con i Gunners. 

Segnerà qualche gol, uno addirittura in un derby con il Totthenam.

Giocherà alcune ottime partite a conferma che il “dopo-Stapleton” i Gunners ce l’avevano già in casa.

Ma proprio contro il Totthenam Hotspurs di romperà il legamento crociato del ginocchio destro.

3 interventi, una protesi dolorosa quanto inutile che porterà per 4 mesi, centinaia di ore di rieducazione. 

Paul-Vaessen-knee-injury

Tutto inutile.

Nell’estate del 1982, quando non ha ancora 22 anni, dovrà abbandonare il calcio.

Il dolore, fisico e morale, di chi si è visto strappare i suoi sogni in un modo così crudele lo avvicineranno alla peggiore delle compagne: l’eroina.

L’Arsenal, colpevolmente, lo scaricherà senza nessun tipo di appoggio, ne morale ne economico. In pochi anni la vita di Paul Vaessen, il nuovo Frank Stapleton, diventerà identica a tanti altri ragazzi come lui caduti nella spirale della tossicodipendenza.

Eroina, carcere, tentativi di riabilitazione … poi ancora eroina, carcere, tentativi di riabilitazione.

Arriva anche un figlio, un breve periodo di serenità, un corso di fisioterapia … ma il dolore al ginocchio aumenta, ora è zoppo. L’eroina lenisce il dolore al ginocchio e al cuore.

In un regolamento di conti in quel torbido mondo si prende sei coltellate. 

In sala operatoria il suo cuore di ferma due volte.

Lo salvano per miracolo.

Il calcio lo ha reso uno storpio, si trascina la sua gamba tra un lavoretto e l’altro … tra un buco e l’altro. 

Racconta spesso del suo “quarto d’ora di gloria” ma ormai quasi nessuno gli crede.

Arriva a pesare poco più di 60 kg, lui che è quasi 190 centimetri.

Non ha ancora 40 anni quando in una calda giornata di agosto il suo corpo senza vita viene ritrovato in un piccolo appartamento di Bristol. 

E’ una overdose a stroncarlo.

Da giorni aveva un terrore in più con cui fare i conti; la possibilità di vedersi amputare la gamba. Occorre una delicata e costosa operazione per evitarlo.

E’ un mercoledì. 

La madre cerca di rintracciarlo disperatamente nelle ore precedenti.

Il giorno prima è arrivata la conferma che i fondi per l’operazione sarebbero arrivati.

Troppo tardi.

La notte di Torino, la “sua” notte, è lontana molto di più di 20 anni.

Sembra un’altra vita, peggio … sembra la vita di un altro.

Si, si può salire sul tetto del mondo … ma cadere da lassù ti uccide.

Riposa in pace Paul.

 

Qui sotto il gol alla Juventus. Semifinale di Coppa delle Coppe 1980.