FABRIZIO DE ANDRE’: In direzione ostinata e contraria.

di RENATO VILLA

faber1.jpg

RADIO LIBERA

-Per presentare il nuovo trentatre giri di Fabrizio, ragazzi, ecco Inverno, uno dei brani migliori del disco- disse il disc-jockey, appoggiando la puntina sul vinile. La musica si espanse nelle case, e RadioRebelde venne immediatamente tempestata di telefonate. Intanto, la canzone era partita, e tutti quanti potevano ascoltarla, ed apprezzarla sotto tutti i punti di vista.

Sale la nebbia
Sui prati bianchi
Come un cipresso
Dai camposanti
Un campanile
Che non sembra vero
Segna il confine
Tra la terra e il cielo…

-Ragazzi, questa è pura poesia- disse Stefano, attaccato alla radio di casa, mentre la voce cupa di Faber invadeva la cucina, nella quale il ragazzo stava studiando, accompagnato come sempre dall’ascolto di una qualunque radio libera, che quella volta era RadioRebelde.
-Mica è Montale o Pascoli- sbottò la madre, insegnante e rigorosamente integrata, che digeriva male la passione del figlio per le canzoni di De Andrè. Per lei, la poesia era codificata sui libri di studio, e basta. Quegli strimpellatori non erano altro che dei simpatici cantastorie medievali, di quelli che potevano avere successo giusto perchè c’erano ragazzi come Stefano.

Ma tu che vai
Ma tu rimani
Vedrai la neve
Se ne andrà domani
Rifioriranno
Le gioie passate
Col vento caldo
Di un’altra estate

-Mamma, non lo si può neanche ascoltare sulla RAI, tanto sono bacchettoni- rintuzzò il ragazzo, staccando il naso dagli appunti di francese che aveva lì davanti. Intanto, la radio continuava a proporre Inverno a tutto volume, e la madre di Stefano rinunciò a parlare con il figlio. Non era proprio possibile discutere con quell’essere, pensò, mentre scuotendo la testa pensava che era tanto migliore il mondo prima, senza le radio libere… da quando erano arrivate a far casino, nelle teste dei ragazzi erano entrate strane idee. Forse troppo strane, le venne da pensare, mentre cercava un primo rapido da cucinare per mezzogiorno.

Stefano aveva deciso di continuare a studiare, ma allora, a metà degli anni Settanta, non era facile essere universitari senza essere schierati da una parte o dall’altra. E lui, facile prevederlo, era schierato dalla parte degli sconfitti, come diceva la musica che ascoltava. Quando arrivava in facoltà aveva sempre un walkman con una cassetta dentro, o, alla peggio, una radio puntata su RadioRebelde, come quando era ragazzo. E, quel giorno, aveva Dottrine Politiche, e la radio sintonizzata sulla solita stazione.

A un diciottenne alcolizzato
Versò da bere ancora un poco
E mentre quello lo guardava
Lui disse “amico ci scommetto stai per dirmi
Adesso è ora che io vada”
L’alcolizzato lo capì
Non disse niente e lo seguì
Sulla sua cattiva strada

Come al solito era all’ascolto di una canzone di Fabrizio. Sua madre era ormai stanca di lottare con lui per cercare di fargli capire che la poesia era ben altra, e lui ormai si nutriva di quelle ballate come delle trenette al pesto di sua nonna. E poi, ci si riconosceva, in quella canzone, perché lui, sulla cattiva strada ci era finito ben più di una volta. Aveva fumato, era quasi arrivato alle droghe pesanti, perché le cattive compagnie non si frequentano mai troppo poco, eppure ne era uscito, perché RadioRebelde l’aveva aiutato, raccontando storie e proponendo canzoni, ed anche portandolo a collaborare, come disc-jockey, qualche tempo prima. Già, era successo anche quello, ricordò, mentre ascoltava quella canzone salendo le scale di Balbi. Sapeva che avrebbe dovuto spegnere la radio, una volta arrivato nel luogo della lezione, e così si decise ad ascoltare l’ultimo passaggio della canzone.

E quando poi svanì del tutto
A chi diceva “è stato un male”
A chi diceva “è stato un bene”
Raccomandò “non vi conviene
Venir con me dovunque vada
Ma c’è amore un po’ per tutti
E tutti quanti hanno un amore
Sulla cattiva strada
Sulla cattiva strada”

La voce di Fabrizio se ne andò in sottofondo, mentre il disc-jockey annunciava il concerto gratuito alla Sala Chiamata del Porto. Stefano decise che sarebbe andato a sentirlo, Fabrizio, quella volta, in mezzo ai lavoratori del porto.
-Radio Rebelde vi porta nella musica di confine, ragazzi… ed ora, dopo Faber, un’altra voce che fa parte del nostro universo. Il Duca Bianco, ragazzi… David Bowie, che è nelle sale cinematografiche proprio in questo periodo con L’uomo che cadde sulla Terra- disse il disc-jockey, lasciando scivolare un brano che Stefano aveva orecchiato a qualche festa da amici. Dopo le prime note, si accorse che lo stavano guardando, e spense la radio.

Stefano ricordava ancora i sampietrini, i lacrimogeni, le cariche, gli slogan operai e quello strano interrogatorio che aveva subito, qualche tempo prima, a causa dell’arresto di due suoi compagni di corso. I tempi stavano cambiando, e non certo in meglio, pensò, accendendo la radio e sintonizzandola, come ormai faceva abitualmente, su RadioRebelde. Ormai si era sicuri solo di una cosa: che non si era più sicuri di nulla. Erano troppe, tre stragi di fila, e in meno di un anno. Bologna, maggio del 1980, e Italicus e Ustica, a seguire. Certo che le cose continuavano drammaticamente ad essere sempre più indigeste, pensò Stefano mentre con dita sapienti ed abituate terminava di sintonizzarsi. Chissà cosa gli avrebbero fatto sentire, quella volta, gli amici di RadioRebelde.
-Ed ora, dopo tanta musica straniera, un pezzo italiano- annunciò la ormai arcinota voce del disc-jockey, con il quale era da tempo divenuto amico, passando ogni tanto una sera davanti ad una bottiglia di whisky, e di quello buono. E, dalla radio, uscì la voce inaspettata di un caro amico.

Se ti tagliassero a pezzetti
Il vento li raccoglierebbe
Il regno dei ragni cucirebbe la pelle
E la luna tesserebbe i capelli e il viso
E il polline di Dio
Di Dio il sorriso…

Era una delle canzoni dell’ultimo ellepì di Fabrizio. Era probabilmente la più bella del disco, e a Stefano venne in mente che piaceva anche a sua madre. Strano che una canzone potesse piacerle per il testo, pensò, mentre gli ultimi articoli della tesi venivano raccolti e messi da parte, per essere rigorosamente ricontrollati. Meno male che c’era RadioRebelde a farlo sentire parte di un mondo, azzardò, mentre raccoglieva tutto.

E adesso aspetterò domani
Per avere nostalgia
Signora libertà signorina fantasia
Così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
Con la tua nuvola di dubbi e di bellezza…

Stefano raccolse definitivamente la sua roba, ed attese che la canzone decantasse, lasciandolo solo. RadioRebelde continuava a confortarlo, sganciandolo da una vita di amare delusioni, personali e politiche. L’ultima era stata una ragazza, che l’aveva mollato per i suoi trascorsi, non solo politici. Che bel tipino che era, pensò, mentre appoggiava i capitoli della tesi l’uno sull’altro, attendendo la fine del programma.

Stefano era in macchina, e stava percorrendo stancamente la sopraelevata perché non voleva restarsene in città quel giorno, il dodici ottobre. Celebrare Colombo e la sua banda di tagliagole non gli era sembrato un atto che meritasse di essere considerato intelligente, e così aveva telefonato a Maurizio, un suo caro amico di Recco che la pensava come lui, ed avevano deciso che avrebbero passato quella settimana a parlare di musica, di calcio (Maurizio era genoano fino al midollo), e di tutto ciò che poteva passare loro per la testa, per trasformarlo poi in materiale da pubblicare. Stanco di sentirsi solo, Stefano prese la decisione più rapida, ed accese con un colpo secco la radio dell’automobile, sintonizzata ormai da sempre sullo stesso canale.
-Amici di RadioRebelde, finalmente un’occasione per protestare contro il mondo falso e buffonesco che ci propongono le autorità… ricordiamoci, oltre che di Chico Mendes, di tutto il popolo pellerossa massacrato dagli occidentali per quella terra che era la loro terra- disse il disc-jockey, e subito dopo azzardò una canzone che, difficilmente, qualcuno avrebbe accettato, se l’avesse scritta qualcun altro.

Tentò la fuga in tram
Verso le sei del mattino
Dalla bottiglia d’orzata
Dove galleggia Milano
Non fu difficile seguirlo
Il poeta della Baggina
La sua anima accesa
Mandava luce di lampadina…

Quanto era che non la sentiva in radio, La domenica delle salme, pensò Stefano mentre imboccava Corso Marconi. Se c’era una canzone criptica, ermetica, montaliana, era quella. Sua madre l’aveva subito amata, forse per il suo innato attaccamento ai poeti ermetici, e forse perché Fabrizio quella volta si era davvero superato. Sua madre… ora aveva superato la sessantina, e forse per questo era meno intollerante nei confronti di quelli che definiva ancora “cantastorie”.
-I polacchi non morirono subito…- citò a memoria Stefano, che conosceva le evoluzioni poetiche di Faber a memoria, tranne ovviamente quelle in sardo, perché non aveva ancora avuto il tempo di studiarlo assieme ad Andrea, un suo collega al giornale che veniva da Alghero.

… e inginocchiati agli ultimi semafori
Rifacevano il trucco alle troie di regime
Lanciate verso il mare.
I trafficanti di saponette
Mettevano pancia verso est
Chi si convertiva nel novanta
Ne era dispensato nel novantuno…

Stefano continuò a viaggiare, appoggiato alla Domenica delle salme, e si tolse da quella incomoda e fastidiosa città, la sua città, nella quale si celebrava l’anniversario del primo di tutti i genocidi. E pensò a sua madre, che era andata a vedere la celebrazione, e non per mera curiosità, ma per il fatto. E, disgraziatamente, durante il viaggio gli venne in mente che lei era ancora della generazione che considerava Colombo un eroe.

Quella notte Stefano stava lavorando ad un articolo, come faceva spesso, e teneva accesa la radio, per tenersi sveglio. La radio ed il caffè, erano le due cose che lo facevano lavorare tranquillamente fino a mattina. Era una fredda notte di gennaio, e lui doveva buttare giù, su carta, la base fondamentale dell’articolo che avrebbe venduto a una qualche rivista, perché ormai era così che si guadagnava da vivere. La laurea gli era servita veramente a poco, ma aveva reso felice sua madre, ed anche suo padre, che aveva festeggiato stappando una bottiglia di quello buono. Ora suo padre aveva quasi ottant’anni, e continuava ad interessarsi di tutto, e leggeva tutto ciò che lui scriveva, proprio perché sentiva molto di se stesso in Stefano. Sua madre… sua madre continuava la sua battaglia contro le sue idee, e sapeva che non l’avrebbe terminata se non con la sua fine. In quel momento, RadioRebelde si zittì di colpo, interrompendo Simon and Garfunkel in mezzo a Sound of silence. Non era mai successo. Contemporaneamente, il telefono squillò, e Stefano si alzò, ed andò a rispondere. Era sua madre.
-Stefano, metti la radio- gli disse, con una voce che non sembrava neppure la sua.
-Cosa c’è, mà?- chiese Stefano, preoccupato.
-Metti la tua radio libera, Stefano. Mettila- gli ordinò sua madre. Stefano tornò in salotto, ed ascoltò.
-Non avrei mai voluto darvi questa notizia, amici di RadioRebelde.- stava dicendo il disc-jockey. –Non ve la darò. Capirete dalla prossima canzone che cosa è accaduto- sussurrò. Sembrava sconvolto anche lui. Poi, partì la musica. Stefano la riconobbe al volo.

Alta sui naufragi
Dai belvedere delle torri
China e distante
Sugli elementi del disastro…

Stefano si lanciò verso il telefono, che non aveva riagganciato, e sussurrò a sua madre –Faber?-. Dall’altra parte del filo si sentì un triste –Sì-, che sapeva tanto di amara conferma. Stefano andò ad alzare la radio, perché tutti capissero il suo dolore.

… Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
Col suo marchio speciale di speciale disperazione
E tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
Per consegnare alla morte una goccia di splendore
Di umanità di verità…

Stefano si accasciò sugli appunti, che ormai avevano solo il senso di un lavoro fatto come tanti altri, e si fermò ad ascoltare, ad ascoltare RadioRebelde, quella notte, con le lacrime agli occhi e sua madre al telefono.

… Ricorda Signore questi servi disobbedienti
Alle leggi del branco
Non dimenticare il loro volto
Che dopo tanto sbandare
È appena giusto che la fortuna li aiuti
Come una svista
Come un’anomalia
Come una distrazione
Come un dovere

 

 

Annunci

DAVID ROCASTLE: Il coraggio, il cuore e la sconfitta di “Rocky”.

rocky

Sono chiuso nella mia auto.

A 500 metri dal nostro campo di allenamento.

Sto piangendo come un bambino.

Ancora non riesco a crederci.

Sono uscito mezz’ora fa dall’ufficio del nostro Boss, George Graham.

Non potevo davvero credere alle sue parole.

“David, ti ho appena venduto al Leeds United.” mi dice.

“Ma … Boss … io non voglio andare al Leeds United !”

“Io sono felice qui, nell’Arsenal”.

E mentre glielo dico le prime lacrime iniziano a gonfiarmi gli occhi.

Qualcuna inizia a scivolare giù …

“Raccogli la tua roba. Dopodomani Howard Wilkinson ti aspetta a Dublino per unirti alla squadra”.

Adesso le lacrime arrivano copiose.

Lo so che non dovrei. Lo so che non serve a nulla.

George Graham non ha mai cambiato idea una volta.

Sono 6 anni che lo conosco.

E’ arrivato all’Arsenal che ero poco più di ragazzino.

Ma non ha esitato un secondo a buttarci dentro in prima squadra.

Tony, Martin, Niall, Michael ed io … una banda di ragazzini !

E con lui abbiamo vinto subito.

La Coppa di Lega.

A Wembley, in finale contro il Liverpool.

Poi sono arrivati trofei ancora più importanti.

Due campionati di Prima Divisione.

Ora però il Boss mi ha detto di andarmene.

Andarmene dall’Arsenal.

Da casa mia.

Sono qua da quando avevo 15 anni e l’Arsenal è l’unica squadra per la quale voglio giocare a calcio.

Non riesco a smettere di piangere.

Qui ci sono tutti i miei amici, molti dei quali hanno fatto tutte le giovanili con me.

Prima di entrare nell’ufficio del Boss alcuni di loro mi prendevano in giro

“Ehi Rocky, vai dal Boss. Maledetto bastardo ti beccherai un aumento di stipendio”.

La scorsa stagione è stata una delle più belle della mia carriera.

L’anno prima avevo avuto dei guai seri ad un ginocchio.

Ho fatto fatica a tornare ai miei livelli.

Dicevano che era un problema serio.

“Degenerativo” lo hanno definito i dottori.

E’ vero, ho perso un po’ di quello spunto in velocità che caratterizzava il mio gioco e giocare in fascia se non riesci a saltare l’avversario è dura !

Il Boss allora mi ha messo in mezzo al campo.

Mezz’ala.

Non ci avevo mai giocato ma mi sono subito trovato a mio agio.

Ho giocato praticamente sempre e ho fatto anche qualche gol.

Probabilmente ho giocato la più bella stagione della mia carriera !

E poi quel gol all’Old Trafford !

Che gioia ragazzi !!

… e ora invece me ne devo andare …

E ancora non riesco a smettere di piangere.

____________________________________________________________________________________________

Per David “Rocky” Rocastle lasciare i Gunners fu semplicemente insopportabile.

Lui che per l’Arsenal faceva il tifo.

Figlio di una famiglia caraibica emigrata in Inghilterra alla fine degli anni ’50.

Il padre muore nel 1972, quando David ha solo 5 anni.

Ma gli amici e i parenti ricordano a David quello che il padre amava spesso raccontare, anche lui innamorato del calcio.

“Andare negli stadi inglesi per un uomo con la pelle scura alla fine degli anni ’60 non era affato semplice. Qualche insulto razzista arrivava sempre prima o dopo … quando addirittura non finiva peggio. Ad Highbury non mi è mai capitato una volta”. Ed è per questo che ho cominciato a tifare per i Gunners”.

David viene visto in un campetto a Lewisham, il suo quartiere, addirittura dal Presidente dei Gunners, David Dein, che arrivato a casa racconterà estasiato alla moglie “Ho visto il nuovo n° 7 dell’Arsenal ! ha 14 anni e gioca come un brasiliano !”

Viene preso nelle giovanili.

Con lui ci sono Tony Adams, Niall Quinn, Michael Thomas, Martin Keown, Martin Hayes e dopo poco arriverà anche Paul Merson.

Del talento di David se ne accorgono tutti.

Ma c’è un problema.

Gioca sempre con la testa bassa, in dribbling salta gli avversari come birilli, ma sempre non avere idea di dove sia la porta.

Nel suo sguardo “storto” c’è la risposta; David ha una miopia importante che una volta corretta con un paio di lenti a contatto lo trasforma ben presto in una autentica iradiddio !

Ha tecnica, velocità, dribbling ma è anche forte fisicamente e soprattutto lotta come un leone.

Questa sarà la caratteristica che lo renderà un idolo per il popolo biancorosso di Highbury.

E di tutte le squadre che verranno dopo.

Non è frequente vedere un giocatore del suo talento inseguire gli avversari come un indemoniato, lanciarsi in tackles impavidi, sacrificarsi in pressing e raddoppi di marcatura.

Entrerà, per restarci per sempre, nel cuore dei tifosi dei Gunners una sera di primavera del 1987.

E’ la semifinale di Coppa di Lega.

Dopo due pareggi si gioca “la bella”.

Il campo però è quello degli odiati cugini del Totthenam.

Uno squadrone da far paura.

Hoddle, Waddle, Ardiles, Clive Allen … contro una banda di ragazzini alcuni dei quali neppure ventenni.

David Rocastle segnerà il gol della vittoria, al 90mo minuto.

Gol che permetterà ai Gunners di tornare a Wembley dopo 7 lunghi anni.

https://youtu.be/geJbTwOQoQU

Arriveranno come detto due titoli di First Division, 14 presenze in Nazionale ma purtroppo per Rocky nessuna partecipazione a Mondiali o ad Europei.

L’arrivo al Leeds nell’estate del 1992 segnerà invece l’inizio di un declino inatteso quanto rapido.

I dottori, purtroppo, avevano ragione.

Il ginocchio gli crea sempre più spesso problemi.

Con i campioni d’Inghilterra in carica non riuscirà mai ad esprimersi ai suoi eccellenti livelli e i trasferimenti al Manchester City, al Chelsea (lo vorrà Glenn Hoddle, dicendo che “si, so dei problemi al ginocchio di David. Ma 60 minuti suoi sono meglio di 90 di tanti altri giocatori !” poi al Norwich e poi addirittura al Hull in Terza divisione saranno contraddistinti da prestazioni altalenanti, spesso incolore e da tanti guai fisici che lo costringeranno, a soli 32 anni, ad appendere le scarpe al chiodo.

E lo farà dopo aver giocato un pugno di partite addirittura in Malesia, nel dicembre del 1999.

Ma la dea bendata ha evidentemente deciso che tutto questo non bastava.

Poco più di un anno dopo, nel febbraio del 2001, David Rocastle conferma quello che in tanti nel mondo del calcio già sospettavano da tempo; Rocky è malato.

Ma nessuno poteva immaginarne la gravità.

David Rocastle ha un cancro.

Il terribile “linfoma di Hodgkin” una delle più aggressive forme di tumore che attacca il sistema immunitario.

Il mondo del calcio si stringe intorno a Rocky, alla moglie Janet e ai suoi tre figli, Ryan, Melissa e Monique.

Rocastle è amato e benvoluto da tutti.

Professionista esemplare, correttissimo in campo, disponibile e affabile con tutti.

E poi Rocky è il suo soprannome !

Di combattere non ha mai avuto paura.

Ma questa battaglia, la più importante di tutte, David Carlyle Rocastle, la perderà.

Nemmeno due mesi dopo quel tragico annuncio.

E’ il 31 marzo del 2001.

 

David Rocastle è una delle 32 leggende della storia dell’Arsenal dipinte sui muri del nuovo Emirates Stadium.

Di lui, una frase rimarrà per sempre a cementarne il ricordo, quella che amava dire a tutti, soprattutto ai nuovi arrivati in prima squadra, o ai ragazzi delle giovanili, riferendosi all’Arsenal, la squadra che amava.

“REMEMBER WHO YOU ARE, WHAT YOU ARE AND WHO YOU REPRESENT !”

A seguire questo breve e toccante tributo a questo grande e sfortunato talento.

LAYNE STALEY: Troppo fragile per questo mondo.

layne copertina

“Brutto figlio di puttana.

Molli me e mia madre come un paio di scarpe rotte.

Non ti fai vedere per quasi vent’anni e adesso rispunti fuori, bello come il sole, dicendomi “sono tornato figlio mio” !

Sei sempre stato un gran bastardo.

Pensare che quando avevo 16 anni mi sono perfino messo a cercarti.

Dappertutto.

Volevo capire perché te ne eri andato a quel modo.

Poi parlando con le persone che ti conoscevano, a cominciare da mia madre,  ho capito.

Non ne valeva la pena.

Eri solo un tossico senza speranza.

E un gran figlio di puttana.

Il guaio è che qualcosa dai tuoi geni di merda l’ho ereditato.

Non con la musica di certo, visto che a parte ascoltare i tuoi gruppi Heavy Metal non sapevi ne cantare ne suonare.

Una passione me l’hai trasmessa purtroppo: quella per l’eroina.

In quella sono uguale a te.

Anche se a te diceva la mamma che serviva solo per sballare, per avere una scusa per startene via da casa giorni interi con i tuoi amici del cazzo.

Mentre a me serve per lenire quel maledetto dolore che sento dentro di me da sempre.

Forse proprio da quando te ne sei andato da casa tu.

Senza una parola, un saluto o un fottuto biglietto di addio … e io avevo solo 6 anni.

E ora rispunti fuori dal nulla.

Ma guarda un po’ le combinazioni della vita !

Tuo figlio con il suo gruppo vende qualche milione di dischi, si compra una casa tutta sua, in banca ha un conto a sette cifre … e chi si rivede ???

Phil “figlio di puttana” Staley.

Pensa che per un po’ di tempo non ho neppure portato il tuo cognome da tanto mi facevi schifo.

Ora torni e mi racconti che sei “pulito come un bambino”

Da ben 6 anni. Cavoli che bravo !!!

Peccato che dopo neppure una settimana che ti sei ripresentato hai ricominciato a farti come se non ci fosse un domani !

E la cosa che mi fa più incazzare e che sono IO ad avere i sensi di colpa e a non riuscire a mandarti dove meriteresti …  a fare in culo da dove sei venuto.

Carina come immagine; padre e figlio che si fanno insieme di eroina come due adolescenti.

Ormai ti presenti a casa mia tutti i giorni e grazie a te, brutto figlio di puttana, mi faccio con una frequenza come mai prima d’ora.

“Figliolo, ma di cosa ti preoccupi ? Con i tuoi soldi ci ripuliamo quando vogliamo !”

Sai qual è la cosa che mi fa più incazzare di questa frase, già di per se del cazzo per conto suo ?

Che nessuno fino ad ora, compresa la mamma, ti ha mai sentito parlare al PLURALE in vita tua !

Sei la mia rovina due volte, Phil “figlio di puttana” Staley.

… e io non riesco nemmeno a cacciarti via …”

Da quel devastante periodo Layne Staley non ne uscirà mai più.

Anzi.

Sarà un precipitare senza soluzione di continuità verso l’abisso più cupo.

La sua dipendenza dall’eroina diventerà assoluta, nefasta e totalmente irreversibile.

Fino al 19 aprile del 2002, quando il suo corpo senza vita verrà ritrovato nella sua casa di Seattle.

… 15 giorni dopo la morte, avvenuta, per una folle e tragica coincidenza (?) il 5 aprile.

Esattamente 8 anni dopo esatti dalla morte di Kurt Cobain.

 

Layne Staley era il cantante degli Alice in Chains, uno dei primi gruppi, sia cronologicamente che per importanza, della famosa scena di Seattle.

Quando nel 1990 esce “Facelift” i 4 ragazzi di Seattle vengono catapultati verso la fama dapprima negli States e a seguire nel resto del pianeta.

Più di 2 milioni di copie vendute solo negli Stati Uniti d’America.

Due anni dopo, con “Dirt” riescono a fare meglio.

Molto meglio.

4 milioni di copie vendute e insieme a Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden diventano i paladini di questa nuova ondata musicale che lascerà un segno indelebile, e spesso tragico, nella storia del rock.

Sembra tutto andare alla grande per Layne ma la sua vita privata sta invece diventando un autentico inferno.

La sua dipendenza dall’eroina, di cui è probabilmente già un consumatore da tempo, sta iniziando a diventare un problema serio e sempre più difficile da gestire per Layne e per i compagni della band che stanno assistendo giorno dopo giorno ad un processo autodistruttivo che appare già irreversibile per il loro amico e front-man del gruppo.

Proprio in quel periodo farà irruzione nella sua vita il padre Phil.

Più di 15 anni dopo da quando lasciò lui e la madre.

Torna a farsi vivo ora, dopo aver visto la foto del figlio in una rivista musicale.

Phil diventerà per parecchio tempo una presenza fissa, sempre più ingombrante e nefasta nella vita del figlio.

Praticamente ogni giorno suo padre va da Layne a batter cassa.

Si bucano spesso insieme e a quel punto la corsa verso il baratro di Layne sembra inarrestabile.

Già dal 1994 il suo livello di dipendenza è tale da far decidere agli “Alice” di rinunciare al tour promozionale di “Jar of Flies” un EP che debutta al primo posto nelle classifiche di vendita, novità assoluta per gli Alice in Chains.

Layne Staley viene convinto dagli amici a ricoverarsi in una clinica per disintossicarsi.

Sarà solo il primo di una lunga (e purtroppo vana) serie di tentativi.

Per un breve periodo sembra che Layne possa farcela.

Parte addirittura un nuovo progetto con altri musicisti di Seattle tra cui Mick McCready dei Pearl Jam e Barrett Martin degli Screming Trees.

Il gruppo prenderà il nome di Mad Season e in questo seppur brevissimo interludio Layne ritrova una parvenza di energia e speranza.

Tutto assolutamente effimero.

Le sue apparizioni pubbliche iniziano a diradarsi e gli impegni presi con gli “Alice in Chains” e con i Mad Season saltano con sempre maggiore frequenza.

Nel 1995 esce “Alice in Chains” o “Tripod” come molti usano chiamare quell’album per via delle foto in copertina.  (Tripod significa “trepiedi” e le foto in copertina sono di un cane con 3 zampe e di un uomo con tre gambe).

Anche questo album schizza in vetta alle classifiche.

Anche stavolta però tour promozionale ridotto al minimo.

Le condizioni di Layne non lo permettono.

Nonostante i testi di quel disco sono in gran parte dello stesso Staley.

Liriche cupe, nichiliste e malinconiche dove la depressione e la dipendenza di Layne traspaiono chiaramente in diversi pezzi, evocativi ed autobiografici.

L’amico Gerry Cantrell, il chitarrista della band, ricorda quel periodo con tanta frustrazione ma anche con tanta dolcezza nei confronti di Layne “E’ insopportabile per un musicista non poter suonare dal vivo, davanti ai propri fans, quello su cui si è lavorato per mesi. Ma con Layne abbiamo vissuto insieme momenti meravigliosi e ora, che invece dobbiamo viverne di assai più duri e difficili, continueremo a farlo insieme. In questo gruppo mai nessuno pugnalerà un altro alle spalle o verrà abbandonato a se stesso.”

Parole toccanti e profonde ma quando l’anno successivo l’ex-fidanzata di Layne, Demri Lara Parrott, (quella che con ogni probabilità aveva fatto scoprire a Layne i “piaceri” dell’eroina) morirà di overdose anche gli amici del gruppo capiscono che Layne ha imboccato ormai una via senza ritorno.

layne e diana.jpg

Pochi mesi prima, nell’aprile del 1996, gli Alice in Chains sono ospiti di MTV e del loro celeberrimo “Unplugged”.

Sono due anni e mezzo che praticamente non suonano insieme dal vivo.

Quello che si vede quella sera sul palco è uno spettacolo sconfortante e terribile.

Non tanto per la voce, quella c’è ancora eccome !

Ma per l’aspetto e le condizioni di Layne.

Emaciato e magrissimo, vestito completamente di nero e con grandi occhiali scuri per buona parte del concerto.

Addirittura un paio di guanti neri … a nascondere le mani, ormai coperte di buchi e croste così comuni a tutti i tossicodipendenti ormai al capolinea.

Gli ultimi anni di Layne saranno praticamente in clausura, chiuso nella sua casa di Seattle a spendere centinaia di dollari al giorno in sostanze, dipingere e a giocare con un paio di amici saltuari a videogames.

Rilascerà l’ultima intervista tre mesi prima di morire.

Apparirà postuma alla sua morte, nella biografia “Layne Staley: Angry chair”.

In quell’intervista metterà definitivamente a nudo la sua devastante dipendenza dall’eroina, raccontando di un corpo ormai allo stremo e fuori controllo, con l’impossibilità addirittura di gestire i bisogni fisiologici.

Nelle sue parole tanto rimpianto per la stupidità di una scelta “leggera” che gli ha condizionato in seguito, gli affetti, la carriera e la vita.

Per un po’ l’eroina è stata il mio motore, quasi la mia linfa vitale. Ma ora tutto si è rivoltato contro di me. Sono in un inferno e il dolore mi è insopportabile”.

Arriva anche un pensiero per i suoi fans, soprattutto per quelli più giovani.

“Vorrei che nessuno pensasse che farsi di eroina sia “cool”, sia figo.

“E’ invece un’immensa cazzata. “

“C’erano un sacco di ragazzi “fatti” ai miei concerti che mi sorridevano e alzavano il pollice verso di me, facendomi capire che anche loro erano “high”, fuori di testa.”

“Ecco, questo è esattamente ciò che vorrei non accadesse più”.

Come detto il corpo di Layne verrà rinvenuto nella sua abitazione di Seattle ben 15 giorni dopo la sua morte.

Lui, che era alto 180 centimetri era arrivato a pesare 36 kg.

I tributi e le testimonianze di affetto soprattutto da parte dei tanti amici della celeberrima “scena di Seattle” si ripeteranno senza sosta per molto tempo.

Anche se le tragedie, per i protagonisti di quel meraviglioso e creativo periodo della storia del rock’n’roll, sembrano davvero non avere fine.

L’unica certezza è che la voce di Layne e le sue canzoni rimarranno per sempre.

L’unica speranza è che Layne possa trovare ora quella pace che non è riuscito a trovare qua sulla terra … lasciando quaggiù tutti i suoi ingombranti e sinistri fantasmi.

layne ultima.jpg

 

Come sempre la prima parte raccontata in prima persona è frutto della fantasia di chi scrive ma fedele a tutte le testimonianze e le interviste rilasciate da Layne e dagli amici più intimi in merito a quel periodo particolare della sua vita.

Il testo in questione è molto crudo e mi auguro non disturbi o non offenda nessuno.

Ma trasmettere la rabbia e l’angoscia provate da Layne Staley in quel periodo diventa molto difficile e anche poco realistico farlo con paroline dolci e delicate da oratorio.

Infine, le parole del titolo “Too tender for this world” sono state pronunciate da Ann Wilson, leader degli Heart, e cara amica di Layne.

 

 

 

 

 

MIRKO SARIC: Una storia di talento, di fragilità e di morte.

 

mirko saric 2.jpg

Pare proprio che nessuno riesca a capire.

Sto male.

Sto male come un cane ma nessuno pare darci peso.

Tutti a minimizzare … o addirittura a scherzarci sopra.

“Hai 20 anni figliolo ! Giochi a calcio in una delle più grandi squadre del Paese ! ma di cosa ti lamenti ???”

Oppure “hai più soldi di praticamente tutti i tuoi coetanei ! ma di cosa ti lamenti ???

O ancora “sei anche un bel ragazzo … potresti avere tutte le figliole che vuoi ! ma di cosa ti lamenti ???

Grazie a tutti.

Davvero … grazie di cuore.

Solo che non so che farmene dei vostri commenti stupidi, dei vostri paragoni superficiali e delle vostre considerazione idiote.

E tantomeno della vostra razionalità del cazzo.

La DEPRESSIONE se ne fotte della razionalità.

La DEPRESSIONE è come un’esperta puttana.

Ti lancia qualche occhiata … qualche segnale.

Ti circuisce con pazienza … piano piano.

Non le dai tanta importanza.

Pensi di sapere come tenerla lontana.

Poi, improvvisamente, realizzi.

Ed è troppo tardi.

Si è impossessata di te.

Sei SUO.

Non so se sono state troppe le prove che ho dovuto affrontare nei miei poco più che vent’anni.

So solo che sono state troppe PER ME.

Forse sono solo debole, impaurito e pavido di fronte alla vita.

Chi lo sa.

Vorrei essere come mio fratello.

Ha un paio di palle come due noci di cocco !

Il San Lorenzo, la “nostra” squadra, quella dove entrambi siamo cresciuti, lo ha mollato come un paio di  scarpe vecchie dopo 14 anni nel Club.

Glielo hanno detto l’ultimo giorno di contratto.

Pensate che mio fratello si sia abbattuto, sentito offeso, umiliato e sconfitto ?

Macché !

Mio fratello si è semplicemente cercato un’altra squadra.

Da solo.

In Argentina non c’è posto per lui ?

Allora ha preso un aereo e se ne è andato a giocare in Paraguay !

Io non ne sarei mai stato capace.

Mai e poi mai.

Dicono che sono bravo a giocare a calcio.

Al San Lorenzo a me ci tengono.

Mi sono sempre sentito desiderato, tutelato, protetto … quasi coccolato.

Ci tengono anche adesso.

Anche se i legamenti del mio ginocchio si sono spezzati.

E’ successo in una partita con le Riserve.

L’anno prima invece, e non avevo ancora 20 anni, giocavo titolare in prima squadra.

Ho già giocato 47 partite ufficiali con il San Lorenzo e ho segnato 6 gol.

Tante squadre, in Argentina e all’estero, si sono interessate a me.

Nonostante i 10 milioni di dollari del mio cartellino.

Poi però tutto ha cominciato ad andare storto.

Nel calcio e soprattutto nella vita.

E ora mi sento svuotato.

Privo di energie.

La voglia di ricominciare tutto daccapo non ce lo più.

Ci mancava pure questo maledetto ginocchio !

Non ho più voglia di lottare.

Qualche giorno fa l’ho detto anche al mio Mister, Oscar Ruggeri.

E’ una bravissima persona.

Ma anche lui, come gli altri, non capisce …

Non PUO’ capire.

Se non ci sei passato ti sembra completamente inconcepibile.

“Ma come può essere figliolo ? Hai tutto quello che si può desiderare !”

Eccetera eccetera eccetera …

Ve l’ho detto all’inizio.

Tutti provano a spiegarla, ad aiutarti, a sostenerti, a confortarti con la RAZIONALITA’.

Ma alla depressione, della razionalità, non gliene frega un cazzo.

Mirko-Saric-campeon.jpg

Mirko Saric verrà trovato impiccato nella sua camera il 4 aprile del 2000.

Non aveva ancora 22 anni.

A trovare il corpo del ragazzo sarà la madre, che era salita in camera preoccupata per il ritardo del figlio a pranzo.

Mirko era, come dicono in Argentina, la “joya” del settore giovanile del San Lorenzo.

Aveva  letteralmente bruciato le tappe tanto da diventare, a soli 18 anni, titolare inamovibile del Club di Boedo.

Un fisico perfetto.

190 centimetri per 80 kg di peso.

Una visione di gioco, una tecnica ed una eleganza di primissimo livello.

E quel sinistro !

Potente e preciso, capace di crosses al bacio come di repentini cambi di gioco di 30 o 40 metri.

Titolare inamovibile con Mister Ruggeri, il grande difensore centrale dell’Argentina ai mondiali del 1986.

Con un futuro ai vertici del calcio argentino e un trasferimento in qualche prestigioso Club europeo che sarebbe stato solo questione di tempo … forse di mesi.

Prima che tutto iniziasse ad andare storto.

Un primo infortunio ad una caviglia.

Il recupero e poi di nuovo un infortunio.

Quasi comico nella sua dinamica.

Investito mentre si stava riscaldando a bordo campo dal macchinino che entra in campo a soccorrere gli infortunati !

Nella vita le cose non vanno meglio.

Anzi.

Mirko inizia a frequentare una ragazza.

Quella sbagliata ovviamente.

Lui che ne aveva qualche centinaio tutte per lui ad aspettarlo alla fine di ogni allenamento.

Lei invece ha una bella serie di vizi.

Il minore dei quali è quello di andare a letto praticamente con chiunque le capiti a tiro.

Nasce un figlio.

Mirko gli fa da padre e da madre.

Se ne fa carico totalmente in tutti i momenti liberi dal calcio.

Lei invece non c’è quasi mai.

E poi arriva la “botta”.

Il figlio non è suo.

Mirko stavolta barcolla davvero.

I famigliari gli sono vicini.

“Sei giovane, hai tutta una vita davanti Mirko”.

Mirko, che è sempre stato introverso, si chiude in se stesso.

Salta anche qualche allenamento.

Perde il posto da titolare.

Ma al San Lorenzo hanno fiducia, lo aspettano.

In fondo è solo un ragazzo e a quell’età certe cose fanno male … ma poi il tempo aggiusta tutto.

E mentre gioca nelle riserve, contro il River Plate, il ginocchio va in briciole.

Rottura dei crociati.

Minimo 6 mesi ai box.

E a questo punto in Mirko si rompe qualcosa.

Dentro.

A tutto questo si aggiunge anche un incidente automobilistico dal quale esce illeso ma con l’automobile distrutta.

Per Mirko è troppo.

Pensa che nulla vada più per il verso giusto.

Che nulla ci andrà mai più …

I famigliari ricordano questo periodo con tanta apprensione a tal punto che gli evidenti segnali di una depressione ormai conclamata convincono loro e i dirigenti del San Lorenzo a ricorrere a cure specialistiche.

Mirko inizia un percorso terapeutico.

E a questo punto accade l’errore più comune in questi casi; pensare che essere in cura equivale a guarire.

Anche la preoccupata telefonata al padre di Mirko da parte di Mister Ruggeri la sera stessa del loro colloquio viene presa con un po’ di sufficienza.

“Grazie Mister, ma Mirko è così. Tende a ingigantire tutto” gli risponde il padre.

“Uno psicologo lo sta seguendo e vedrà che si risolverà tutto”.

La soluzione invece, drammatica e definitiva, la troverà Mirko Saric in una tiepida giornata di aprile, impiccato ad un lenzuolo nella camera della sua abitazione.

 Descansa en paz Mirko

 

 

A seguire un breve video dal quale è però facile intuire le grandi doti di questo sfortunato e fragile ragazzo.

 https://youtu.be/RQSwU6EwrPY

La prima parte raccontata “romanzata” in prima persona è ovviamente frutto dell’autore anche se basata su decine di testimonianze, racconti e ricerche su Mirko.

 

GIANLUCA SIGNORINI: Il capitano.

di RENATO VILLA

signorini 1.jpg

Era sempre la solita storia. La gente camminava senza guardarsi intorno, nella città incupita dal dolore e dal senso di perdita. Tutti si sentivano accomunati dalla rabbia, e da quella strana sensazione che si prova quando viene a sparire qualcuno che sembra di conoscere, uno che si potrebbe quasi definire un amico di famiglia. Quel giorno, il cielo era cupo, come tante altre volte. Piovigginava, perchè a Genova il diluvio universale non è di casa, e molti ragazzi vagavano con sciarpe rossoblu nelle vicinanze dello stadio. Ma sapevano tutti che non ci sarebbe stata alcuna partita, quel giorno, e neppure quella sera. Era solo quella sensazione di rabbia che li costringeva a rappresentare il loro dolore. Dopo Faber, se n’era andato anche Picchiagorin, qualche mese prima, ed era stato un colpo fin troppo duro, per loro, che avevano vissuto nella Nord per così tanto tempo. Ma quella mattina, svegliarsi con quella notizia li aveva raggelati, intristiti, ribaltati dall’incazzatura e dal dolore. Se n’era andato per sempre, il loro guerriero, l’uomo della corsa folle sotto la gradinata, quello che per tutti era semplicemente il Capitano. Era stato il loro capitano, quello delle avventure in Europa, delle battaglie disperate, dello spareggio a Firenze, che aveva incarnato perfettamente il loro spirito, a salutarli per sempre. 

 

Angelo lo conosceva, il Capitano. Abitavano a pochi palazzi di distanza, ed andavano a fare la spesa dalla stessa gente, ed ogni tanto lo vedeva accompagnare i figli a scuola, lì sotto casa sua, e pensava “un giorno  o l’altro gli parlo, me lo faccio fare un autografo”. Ma non ne aveva mai avuto il coraggio, e quando il Capitano se n’era andato nella sua città, sapeva che non si sarebbero più rivisti. Non che non gli avrebbe fatto piacere, al Capitano, ma quella nuova vita l’avrebbe portato da una città all’altra, perché ora non era più esclusivamente un giocatore, e quindi si stava impegnando a capire, a valutare, da dirigente, perché sarebbe stato quello il suo compito futuro. Ricordava, Angelo, il tempo passato a chiacchierare lì nei giardini, prima che lui inforcasse la bicicletta e tornasse verso casa, in quelli che erano rari momenti liberi dal lavoro o dalla famiglia. E ricordava anche quel gol di testa in un derby, che l’aveva divertito troppo, per come poi erano proceduti i “menaggi” tra il Capitano e qualche amico sampdoriano. In fondo, a Genova quelle erano cose normali, ovvie, perché non si viveva in una città nella quale ci si sparava addosso solo per la fede sportiva. Al massimo, si pagava il giornale il doppio, se proprio si andava troppo sul pesante, ma erano cose che un giocatore di calcio si poteva anche permettere, una volta nella vita… e poi, era comunque un gioco che continuava da lungo tempo, e che non faceva vittime, anzi. Divertiva solamente, in quel periodo, e Angelo ripensava tristemente a tutti quei ricordi, mentre la televisione lasciava scivolare le immagini di qualche partita.   

 

Ricordava, Angelo, quella nottata passata ad osservare il Capitano e il suo degno compagno Fuffo ribattere di testa tutti i palloni che passavano per quell’area, sotto la lieve pioggerellina inglese che li aveva accompagnati nella magia di Liverpool. E continuava a pensare che, come aveva fatto per tanto tempo, quei ricordi non avrebbe potuto toglierglieli nessuno, perché facevano parte di un qualcosa che molta gente non capiva, o non aveva neppure provato a capire. Il rosso della Kop, là di fronte, le bandiere, le sciarpe e quella canzone, che per quelli della sua generazione era diventata un simbolo d’appartenenza, You’ll never walk alone, gli erano entrati definitivamente nel cuore in quella notte inglese. E tutte quelle testate, per interrompere il gioco dei rossi di casa, il Capitano le aveva date in soli novanta minuti, e ne aveva date molte di più che in mezzo campionato. Ad Angelo era venuto in mente che quell’anno, in Coppa, aveva quasi sempre piovuto, e lui continuava a girare vestito con una maglia, ed al massimo una sciarpa, perché nonostante la pioggerella la temperatura era mite, e si poteva anche girare leggeri. E poi, si lasciò scivolare nei ricordi, pensando a quella volta che il Capitano era andato a girare per il quartiere, e si era trovato davanti un immane bandierone rossoblu, che era stato costretto a firmare, “perché non puoi rifiutarti”, gli avevano detto. E lui, aveva estratto da un marsupio qualcosa, aveva sussurrato “non scrive” con il suo accento toscano, ed aveva acchiappato il pennarello che i ragazzi avevano pronto per chissà cosa, ed aveva firmato il telo, nell’unico spazio bianco che c’era. 

 

Erano tanti i ricordi che Angelo aveva del Capitano, perché allora si vedeva spesso con i ragazzi che andavano a giocare a pallone lì sotto, e tra di loro c’era anche il figlio del Capitano, che era già un ometto di una decina d’anni, e che loro invitavano a giocare, perché era simpatico e perché era genoano come tutti loro. Uno dei più particolari era dovuto alla presenza stessa del Capitano nel loro campetto, in pantaloni eleganti e mocassini, con la giacca appesa ad uno degli spuntoni metallici della griglia, un po’ alla Archimede Pitagorico ed un po’ alla speraindio. Era sceso dall’edicola, quella volta, il Capitano, ed aveva girato gli occhi verso il campetto, guardando quel tango rimbalzare come una pallina da flipper.

-Dai, vieni- aveva detto Diego, senza attendere i pareri degli altri. Il Capitano si era levato la giacca, appendendola come già descritto, ed aveva cominciato a giocare. Era stata una cosa incredibile, che Angelo non avrebbe scordato mai più. Un tiro di un avversario aveva centrato la griglia poco distante dalla giacca… che era ovviamente caduta, ed il Capitano era andato a raccoglierla, e l’aveva appoggiata sulla panchina lì vicino. Pensò ancora, Angelo, a quanto si erano divertiti, e a quanto avrebbe ricordato quel giorno incredibile.

 

E poi, i pensieri corsero alla sfida in casa con il Torino, quando una sagoma urlante in maglia rossoblu era sbucata dal tunnel, dribblando sbirri e cani poliziotto, per andarsi ad inginocchiare sotto la Nord, in lacrime. Angelo non ci aveva quasi più creduto, dopo che il Padova aveva segnato l’uno a zero a Milano, ed invece aveva davanti un uomo che urlava la propria gioia, perché credeva ciecamente in se stesso e nella squadra. Era stata una settimana di tormenti, quella, anche se ormai tutti credevano d’averla scampata. Anche Angelo, allora, credeva di essere riuscito a schivare la retrocessione in extremis, anche se era troppo giovane per capire che non era ancora finita. C’era ancora uno spareggio da giocare, e in una città non propriamente amica come Firenze, contro una squadra di gente che avrebbe venduto carissima la pelle. Quella settimana era corsa via veloce, ed Angelo aveva capito allora il significato della parola “fede”. Non aveva mai visto una mobilitazione simile per una trasferta, e pensò che non ne avrebbe visto altre di quel tipo. Lui allora era ancora piccolo per essere rischiato in una trasferta simile, e così si allungò per terra davanti al televisore, pronto a piangere in ogni caso.

signorini2

Angelo si ricordò delle lacrime che aveva versato quel giorno, alla fine dello spareggio, e continuò a guardare le immagini che scivolavano lente, dal televisore. Immagini che parlavano di uno stadio in lacrime, sotto la solita acqua, e della rabbia di tutti quelli che erano tornati, sofferenti e stanchi, in macchina, in pullman o in treno. Ricordava, Angelo, le prese in giro degli amici che tifavano per l’altra parte della città, che dicevano che così era stata una cosa ancora più bella. Quante volte aveva ingoiato amaro, in quel periodo, convinto che prima o poi la gente avrebbe capito, imparato, che a lui interessava relativamente il tutto, o almeno, era quello che dava a vedere, che voleva dare a vedere. E si ricordò, Angelo, del Capitano,immobile in mezzo al campo, incredulo, silenzioso, dopo una partita nella quale aveva sputato sangue, mentre osservava quel pallone uscire, largo oltre il palo sulla sua destra. Aveva ancora una volta gli occhi lucidi, ma questa volta di rabbia e di disperazione, il vecchio combattente delle aree. Sapeva che non era possibile riparare a quell’errore, metterci un’altra pezza, come era successo già qualche altra volta. Sapeva che erano condannati.

 

E poi, ad Angelo tornò in mente una leggera sera di maggio, nella quale lui, il Capitano, era tornato a salutarli, ormai allo stremo, attorniato da tutti i suoi amici, in uno stadio che sembrava una chiesa. Era costretto su una sedia a rotelle, e non poteva più comunicare, se non con gli occhi, quegli occhi che continuavano ad essere fieri, combattivi, lucidi come sempre. Angelo si ricordò che quella sera lui era appollaiato lì, nella Nord, e non sapeva come trattenere le lacrime, ripensando a tutte le altre volte che lo aveva visto svettare, in mezzo a grappoli di giocatori, per allontanare ogni pericolo dall’area. E quella volta, in campo, con la maglia numero sei, c’era il figlio del Capitano, quello che giocava a pallone con loro, sotto casa, ed il padre lo osservava, da bordo campo, come solo un padre può osservare un figlio. Ed Angelo ricordava ancora quando il Capitano si era fatto accompagnare lì, sotto la Nord, tra il silenzio e le lacrime di una città dolente. Nessuno mai avrebbe scordato quel momento, pensò, mentre il telegiornale, impietosamente, passava ad un’altra notizia.

signorini 3.jpg

DRAZEN PETROVIC: il culto di Drazen.

petrovic3

di SIMONE GALEOTTI

Avete presente quegli attimi infiniti quando il pallone ruota sul cerchio di ferro del canestro e non si decide ne ad entrare ne ad uscire? Sembra quasi una giostra da luna park, con la sua musica da orchestrina, perfino un po’ stucchevole, triste, con i cavalli bianchi smaltati e la signora della cassa perennemente afflitta dal ricordo di tempi migliori. Dentro o fuori? Comunque salite bambini c’è posto. E allora tu sali e all’inizio ti diverti pure nel movimento rotatorio offerto dal raggio del perno che ti permette di fendere l’aria riportandoti a quella filosofia, mica tanto sconclusionata, sulla circolarità stessa della vita, sul suo ineluttabile eterno ritorno. Quando poi la frenata cigolante degli ingranaggi ti avverte che il tuo giro sta per terminare ti assale una sensazione strana, quella che ti porta a non capire se è stato bello oppure no, chissà, dovresti pensarci un po’, magari risalire.

Comprendi, casomai, in un improvviso barlume di pensiero, che in fondo la giostra è metafora di vita e afferri per la prima volta un vago concetto di caducità, di limite, tentando, in astrazione, di scorrere con lo sguardo una scadenza scolorita e per tutti illeggibile. Ma poi quel tiro è entrato o il ferro lo ha sputato? Al campetto di Sibenik la giostra c’era davvero, circondata da transenne arrugginite, e poco distante c’era un bambino longilineo dai capelli ricci che teneva fra le mani un pallone da basket ormai grattugiato da mille partite, un bambino complicato, con negli occhi l’orizzonte frastagliato del mare Adriatico. Ha una malformazione congenita ad un anca, parla poco ed è piuttosto introverso. Corre sgraziato, non ha un buon palleggio e nemmeno un buon rilascio. Anzi tira talmente male che gli amici lo chiamano “Kamen”: pietra. La Croazia nazione è sogno lontano, a Belgrado governa il Maresciallo Tito, ma in fondo a Zagabria hanno il Cibona che vince i titoli a ripetizione nella pallacanestro jugoslava e per il momento può bastare. E nel Cibona ci gioca uno bravo, uno famoso, guarda caso è il fratello di “kamen”: Aleksander Petrovic. Perché “kamen” ovviamente ha anche un nome vero: Drazen Petrovic.

“Come scivola via veloce quest’autostrada tedesca, il torneo per le qualificazioni agli europei giocato in Polonia a Wroclaw era andato bene, nell’ultima partita “Petro” aveva segnato 30 punti. Petrovic però non è tornato a casa con i compagni; vuole passare qualche giorno di svago in Germania con la sua fidanzata. Sono in auto, sulla direttrice Norimberga-Monaco. Drazen è un po’ stanco, vuole riposarsi, si sistema sul sedile del passeggero e si addormenta. A guidare ci pensa la fidanzata. Fuori il cielo è plumbeo, scende qualche goccia di pioggia: la Golf rossa sfreccia sull’asfalto.”

Drazen resta tipo scontroso e taciturno, però crescendo il fisico migliora nettamente, cominciano ad emergere sontuose capacità che sembravano impensabili. A Sibenik Drazen ha addirittura le chiavi della palestra ed ogni mattina rimette la sveglia alle 6 in punto, si prepara, e prima di andare a scuola va ad esercitarsi. Drazen Petrovic è un perfezionista, ossessivo, compulsivo, sembra posseduto, lo chiamano il diavolo. Si allena 7-8 ore al giorno e alla fine lo prendono nella squadra locale. E lui, giorno dopo giorno, diventa sempre più dedito al gioco. Nel 1979 Zoran-Moka Slavnic, il suo allenatore, dopo una partita giocata a Belgrado disse ad un gruppo di giornalisti: “Ho un ragazzo di talento con una voglia matta di allenarsi e lavorare, ambizioso fino all’inverosimile. Si chiama Drazen Petrovic. Ricordatevi questo nome…”.

Alcuni mesi dopo, nel dicembre del 1979 a soli 15 anni durante la partita fra Sibenka e OKK Beograd, “Petro” che nessuno più apostrofa come “Kamen”, va a referto nella massima serie: arresto in mezzo all’area avversaria, scontrandosi con il gigantesco pivot avversario Rajko Zizic, e con una combinazione di coraggio e leggerezza mette dentro un gancio che assomiglia alla magia dell’arcobaleno sulla costa dopo un temporale. Il Mozart dei canestri aveva tenuto il primo concerto.

“C’è un Tir sulla corsia opposta, comincia a sbandare, il conducente perde completamente il controllo del mezzo che deraglia paurosamente andando a infilarsi di netto sulla carreggiata dove sta arrivando l’auto di Petrovic e della sua compagna. La ragazza pianta il piede sul freno ma la strada bagnata fa perdere molta aderenza e l’impatto contro l’enorme autotreno, che intanto si è spiaggiato completamente su ambedue le corsie di marcia, appare inevitabile. Petrovic sta ancora dormendo, forse sogna l’ennesimo tiro, non vede né si sta accorgendo di niente.”

Drazen diventerà il leader del Sibenik a soli 17 anni, nonostante i suoi compagni di squadra abbiano almeno 10 anni in più di lui. Lo guida il suo misticismo, la sua incrollabile forza di volontà. Nel 1982, quando la linea dei tre punti non era ancora stata disegnata sui parquet, guida il suo club ad una storica finale di Coppa Korac, persa contro i francesi del Limoges. Un anno più tardi si rifarà. Vince il titolo nazionale e quello di miglior giocatore slavo. A quel punto molte grandi squadre mettono gli occhi sul ragazzo e l’allenatore americano “Digger” Phelps gli propone di andare a giocare per l’università di Notre Dame. L’offerta NCCA viene accantonata ciò nonostante è chiaro che ormai Sibenik, la città del suo cuore, è diventata troppo angusta. “Petro” se ne andrà a Zagabria, al Cibona, da suo fratello “Aca”. Quattro stagioni esaltanti in canotta blu, in cui vince anche due Coppe dei Campioni e al terzo giro del Draft NBA, Drazen viene scelto dai Portland Trail Blazers. Ma evidentemente per lui non è ancora arrivato il momento di fare il viaggio oltreoceano. Dopo l’argento raccolto alle Olimpiadi di Seul con la Jugoslavia unita, Petrovic firma per il Real Madrid. Altro giro, altri concerti, altre vittorie e ancora sul tetto d’Europa. Nella finale contro la Snaidero Caserta ad Atene, città di divinità e oracoli, segna da solo 62 punti commettendo un solo errore in tutta la partita. Nel cammino continentale si era verificato un episodio particolare: con il Real affronta il suo passato tornando a Zagabria per disputare un match con il Cibona del fratello Aleksander. “Quando entrò in campo – ha raccontato Aca – tutto il pubblico non smetteva di applaudirlo. Nei secondi finali, Drazen si ritrovò in lunetta per due liberi che se fossero entrati avrebbero condannato alla sconfitta i suoi ex compagni. Per il Real Madrid la vittoria significava poco, mentre per noi era fondamentale, quindi quasi lo pregai di sbagliare entrambi i tiri. Lui mi sorrise e segnò: semplicemente non sapeva come fare a perdere”. A 25 anni è già una sorta di semidio, gli USA non possono attendere: Petrovic sale su un aereo direzione Stati Uniti.

“Lo schianto è inevitabile. Scintille dei dischi. Impatto. L’auto si accartoccia, le lamiere si contorcono, i vetri vanno in frantumi. La parte anteriore è praticamente irriconoscibile. Poi solo un lungo residuo di pneumatici, il fumo e la pioggia battente, mentre si affannano i primi soccorritori e si odono le prime ambulanze a sirene spiegate.”

A Portland l’approccio è negativo. Il rapporto con coach Rick Adelman si rivela più complicato del previsto e Petrovic viene confinato, castigato, in fondo alla panchina dei Trail Blazers. L’esordio a stelle e strisce non è quel che si dice indimenticabile e nella successiva annata le cose iniziano anche peggio. Tuttavia, in inverno, lascia l’Oregon e l’ellittica Portland per andare ai Nets del New Jersey.

“Boccuccia di rosa“ diventa un autentico talismano; nelle restanti partite della stagione 1990-91 migliora nettamente le sue statistiche, chiudendo a 20 di media con il 51% da oltre l’arco. In estate torna nella sua Croazia, riemersa da un conflitto cruento e pieno di strascichi. Gli scontri fra le varie etnie hanno frantumato la Jugoslavia insieme alle bombe occidentali: croati e serbi su tutti. Drazen è croato-cattolico mentre Vlade Divac, il suo compagno più stimato, e’ serbo- ortodosso. Divac all’epoca è il centro indiscusso dei Los Angeles Lakers ma è reo di aver gettato sgarbatamente a terra una bandiera croata con la “Šahovnica” biancorossa. In Serbia viene visto come un eroe nazionale, ma Drazen credeva nell’indipendenza del suo paese e non poteva accettare che il suo migliore amico avesse rigettato in maniera così sprezzante il simbolo della sua nazione e decide di tagliare completamente i ponti con Divac.

Vlade lo chiama di continuo al telefono per scusarsi, per fargli capire che quel gesto non era contro la Croazia, semplicemente non era il momento adeguato per mettere in mezzo la politica. Drazen non si degna nemmeno di rispondergli. Petrovic non vuole sentir più parlare di lui e darà una sola risposta: “Una volta eravamo buoni amici, ora non lo siamo più”. Divac non fu mai in grado di risanare il loro rapporto. Resterà una ferita aperta.

Ad ogni modo Petrovic trascina la Croazia alla finalissima per l’oro alle Olimpiadi di Barcellona del 1992. Si deve accontentare della piazza d’onore perché contro quel “Dream Team” c’era poco da fare nonostante la sua “4” s’infili fra i colossi segnando il possibile. Quando riparte l’NBA “Petro” si afferma per il fuoriclasse che è: viene eletto migliore guardia della lega davanti a un certo Micheal Jordan. Gli americani si innamorano del ragazzo di Sibenik. Istinto, passo d’incrocio, dai e vai, scarico, specialista nel tiro da 3. Un genio assoluto. Alla fine del campionato diventa free agent e prende in considerazione l’idea di cambiare squadra visto che Pat Riley preme per portarlo al Madison Square Garden a giocare per i New York Knicks. Ma prima di prendere qualsiasi decisione sul suo futuro, Drazen vola in Polonia: deve aiutare la Croazia nelle qualificazioni agli Europei.

“Drazen Petrovic, il miglior giocatore europeo di tutti di tempi, muore sul colpo senza rendersi conto di niente il 7 giugno del 1993 a 29 anni. La sua ragazza, che in seguito diventerà la signora Bierhoff, si salva per puro miracolo. La tragedia ha anche un corredo crudo, se vogliamo amarissimo. I funzionari di polizia tedesca non hanno una bara delle dimensioni adatte per un uomo delle sue dimensioni. Devono dissanguarlo e piegarlo in maniera straziante.”

A Sibenik, a pochi passi dalla casa dove abitava da ragazzo, c’era un canestro artigianale appeso a un muro in mezzo alla strada. Dopo il trasferimento al Cibona, ma anche quando tornava da Madrid e perfino dagli Stati Uniti, Drazen si fermava a tirare con gli amici in quel canestro. La gente guardava dalle finestre, dalle soglie dei portoni, e gli automobilisti scendevano dalle macchine, fermando il traffico solo per vedere giocare Petrovic. E in coda nessuno s’arrabbiava, nessuno imprecava e nessuno suonava il clacson.

Oggi quel canestro è stato ricollocato esattamente nel punto dov’era, con una lapide, diventando a tutti gli effetti un vero e proprio monumento.

“Requiem”, di Mozart, naturalmente.

petrovic ultima.jpg

JEMPI MONSERE’: l’assurda morte di un campione.

jempi 1 cmondo

“Sto contando le ore.

Mancano solo 4 giorni.

Quattro soli giorni prima di correre la gara che amo di più: la Milano-Sanremo.

La sto aspettando come un bambino aspetta il Natale.

E poi la correrò con addosso la maglia di campione del mondo !

Sarà davvero qualcosa di speciale.

Qualcuno si stupirà perché io sono belga.

Ma nonostante tutte le fantastiche corse che ci sono dalle mie parti la Milano-Sanremo è la corsa che amo di più.

Da bambino ci ho visto vincere tanti miei connazionali su quel fantastico arrivo di Via Roma e ho sempre sognato di fare altrettanto un giorno.

L’anno scorso l’ho disputata per la prima volta.

Non è andata benissimo, sono arrivato 22mo.

Però sono arrivato con il gruppo di Eddy Merckx.

Ho corso praticamente attaccato a lui !

Ho cercato di carpirgli qualche segreto, di studiarlo e di capire come avrebbe interpretato la gara.

Ho capito tante cose di cui ho fatto tesoro e spero che fra quattro giorni mi possano tornare utili.

Ci saranno tutti, ma proprio tutti i migliori ciclisti del panorama mondiale.

Ci sarà Eddy ovviamente  e sappiamo bene tutti quanti che quando Eddy è in condizione batterlo diventa un’impresa quasi impossibile.

In fondo la Sanremo è la corsa che lo ha fatto conoscere al mondo !

L’ha già vinta tre volte e la prima di queste quando aveva solo 20 anni.

Ma la Sanremo ha una particolarità non da poco: non sempre la vince il più forte.

Spesso la vince il più astuto o il più temerario.

E la fortuna conta più che in tutte le altre corse “monumento” decisamente più dure e dove a vincere è quasi sempre il più forte.

Ci sarà ovviamente il mio grande amico Roger, anche se lui la testa ce l’ha già alla Roubaix !

Ci saranno gli italiani, galvanizzati dal successo di Dancelli dello scorso anno dopo quasi vent’anni di delusioni e sconfitte.

Ma so che posso giocarmela alla pari con tutti in questa corsa … e poi, con questa maglia iridata addosso, un po’ di energia in più sono sicuro che al momento giusto arriverà !

 

 

Jean Pierre Monseré detto “Jempi” non correrà quella Milano – Sanremo.

Non la correrà mai più come non correrà mai più una corsa in bicicletta.

Si perché nel pomeriggio del 15 marzo 1971, a soli 4 giorni dalla disputa della classica italiana, Jempi Monseré morirà in una banalissima, stupida ed inutile kermesse corsa a Gierle, a poche decine di chilometri da casa sua, a Roeselare.

Monseré verrà investito da una stupida e inutile donna che, a bordo della sua Mercedes, forzerà il posto di blocco della polizia entrando così nel circuito di gara.

Il tutto pare, per non arrivare tardi ad un appuntamento con il suo commercialista …

Ma quanto la malasorte abbia deciso di accanirsi contro Jempi e i suoi cari non finisce certo qui.

 jempi morte1

Jean-Pierre Monserè nasce a Roeselare, una piccola cittadina del Belgio Fiammingo nel 1948. E come praticamente tutti i ragazzini belgi si innamora di quella che è la grande passione del suo Paese: la bicicletta.

In Belgio non è come da noi dove i ragazzini prima giocano tutti a calcio e poi , accortisi che magari non tutti sono dei Roberto Baggio o dei Francesco Totti, si dedicano ad altre discipline. In Belgio no. In Belgio vai in bicicletta perché TUTTI vanno in bicicletta. E appena qualcuno si accorge che in bicicletta sai andare forte … ecco, quello è il tuo sport e quella sarà la tua strada.

E Jempi andava forte, fortissimo. Nelle categorie giovanili fa letteralmente “paura”.

Vince tutto o quasi e quando non vince lui vince il suo grande amico di sempre, un certo Roger De Vlaeminck, un ciclista che verrà poi soprannominato “Monsieur Roubaix” perché capace, come nessun altro nella storia, di vincere 4 volte la classica delle pietre, del terribile paveè francese e belga.

Sono amici ma sono come il giorno e la notte. Roger è scorbutico, arcigno e testardo. Parla poco e con poche persone. Jempi è brillante, spiritoso, burlone ed è anche bello. Piace alle ragazzine e agli inizi della carriera sono in tanti a dire “troppo bello e troppo attratto dalle ragazze … non andrà lontano” in quello che è lo sport più di sacrificio che si conosca.

Ma Jempi mette presto a tacere le voci che lo vogliono playboy e sciupafemmine: a 19 anni ha già trovato l’amore, quello vero, quello che sai da subito dentro di te che sarà per la vita.

Lei è bellissima ed è la reginetta dei locali della sua zona. Ha 17 anni, si chiama Annie. La conosce una domenica pomeriggio in discoteca e le dice “la prossima corsa che faccio la vinco e ti porto i fiori del vincitore”.

Jempi è di parola. I due in meno di un anno si sposeranno.

Neppure due mesi dopo essere passato da professionista vince la sua prima “Classica Monumento” così vengono chiamate le 5 corse più importanti del calendario internazionale.

Il Giro di Lombardia.

E’ sveglio e astuto oltre che forte; capisce subito chi va forte e chi no e sta attento a tutto quello che succede in corsa. E quando va via la fuga buona in mezzo c’è anche Jempi. Poco importa se questo suo primo trionfo non è di quelli sognati, quelli con le braccia al cielo, con la coppa, i fiori e i baci delle Miss … si perché Jempi arriva secondo in quella corsa, ma l’olandese Karsten il vincitore, verrà squalificato per aver utilizzato sostanze dopanti dopo pochi giorni.

Il 1969 si conclude con il nome del giovane Jempi Monserè sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori: che fosse forte si sapeva ma così forte nell’anno del suo esordio tra i professionisti dove inesperienza e timidezza hanno bloccato spesso anche i più grandi corridori del passato beh, non se lo aspettava nessuno.

In quegli anni il ciclismo era dominato da un altro belga, quello che diventerà il più grande ciclista di tutti i tempi e uno dei miti assoluti dello sport: Eddy Merckx.

Merckx è belga, ha solo 24 anni (solo 3 più di Jempi) ma sta già dominando il ciclismo tanto da essersi già meritato l’appellativo di “Cannibale” tanta era la sua fame di vittorie.

E si arriva così al giorno più atteso da tutti gli appassionati di ciclismo del globo: il campionato del mondo che premierà con la bellissima maglia iridata il corridore più forte. Siamo nell’agosto del 1970.

Si corre a LEICESTER, in Inghilterra, in quello che da tutti viene definito un circuito troppo facile, che rischia di non fare la dovuta selezione e soprattutto che può permettere a tanti atleti, e non solo ai più forti, di primeggiare.

E’ il nostro grande campione Gimondi a cercare di far saltare il banco, attaccando ripetutamente e cercando di selezionare il più possibile il gruppo. Gimondi va in fuga con il francese Vasseur. Merckx è più indietro, insieme a tutti gli altri favoriti della gara. Il vantaggio di Gimondi inizia ad essere consistente e i ciclisti del gruppo all’inseguimento capiscono che occorre fare qualcosa prima che sia troppo tardi; e qui arriva la svolta. Merckx, leader assoluto e capitano del team belga, non è nel suo solito stato di grazia. Monserè gli chiede se può avere via libera per giocarsi le proprie carte; Merckx in uno dei rari momenti di magnanimità della sua carriera, acconsente. Jempi esce dal gruppo come un ciclone, portandosi dietro 3 compagni di avventura, tra cui proprio quel Mortensen che l’anno prima lo battè al mondiale dilettanti. In breve raggiungono la coppia di testa e i 6 filano velocemente verso l’arrivo. Mortensen e Monserè sono i più veloci e qui succede qualcosa che magari non dovrebbe succedere ma che invece, nello sport, ogni tanto succede. Gimondi prova a chiedere a Monserè di aiutarlo, facendogli da punto di appoggio per battere Mortensen. Due piccioni con un fava: con uno di quelli forti mi alleo e con l’aiuto di questo batto l’altro.

La proposta è vantaggiosa: Gimondi gli dice “Il prossimo anno vieni con me a correre nella Salvarani (fortissima squadra di ciclismo e famoso mobilificio di Parma) e ti copriamo d’oro.”

Al primo tentativo di approccio di Gimondi in inglese Monserè non capisce ma quando Gimondi ci riprova, stavolta in francese, Monserè capisce perfettamente !

La sua reazione ? Si alza sui pedali e ci molla un’accelerata tale che  Gimondi, Mortensen e gli altri lo vedranno solo al traguardo !

E così il giovane jean-Pierre diventa a 21 anni e pochi giorni il più giovane campione del mondo di ciclismo della storia moderna.

jempi podio

I festeggiamenti all’arrivo sono quasi commoventi; perfino il Cannibale Eddy Merckx appare sinceramente felice per la vittoria del suo giovane compatriota e le attestazioni di affetto e di stima arrivano praticamente da tutti.

Si perché Jempi è buono, è gioviale e simpatico e anche in uno sport duro e a volte spietato come il ciclismo, nessuno vuole male a questo bel ragazzone fiammingo.

Vicino a lui la bella moglie Annie, che da lì a pochi mesi darà al marito Jempi il regalo più bello, assai di più anche della maglia iridata; l’arrivo di un figlio, di quello che verrà chiamato Giovanni, in onore di un carissimo amico italiano di Jean-Pierre.

jempi e giova

La stagione nuova, nel 1971, inizia nel migliore dei modi.

La maglia iridata e soprattutto l’arrivo del piccolo Giovanni, sembrano essere quell’ulteriore stimolo in più per Jempi che vince praticamente tutte le corse a cui partecipa a febbraio e nei primissimi giorni di marzo.

Si, perché Jempi vuole essere al massimo per il primo grande appuntamento della stagione: la mitica Milano-Sanremo, che Merckx ha già monopolizzato vincendola ben tre volte nelle 5 stagioni precedenti.

Battere Merckx nella “sua” corsa toglierebbe tutti i dubbi anche ai più scettici: finalmente l’uomo in grado di infastidire e battere il Cannibale è arrivato.

Jempi decide di seguire i consigli del suo allenatore: nessuna corsa dura di preparazione, niente Parigi-Nizza o Tirreno-Adriatico (le corse preferite da chi deve preparare la Sanremo) ma correre al sole della Spagna e poi restare in Belgio, correre piccole corse locali e non andare a forzare quando la forma è già così eccellente.

L’ultima di queste corse si disputa mercoledì 15 marzo. Il giorno dopo si parte per Milano perché sabato 19 c’è il grande appuntamento; la Milano-Sanremo.

E’ una piccola kermesse (così venivano chiamate le piccole manifestazioni cittadine che praticamente tutti i paesini del Belgio, della Francia e dell’Olanda organizzavano regolarmente) con tanti ragazzi locali e solo qualche buon corridore. Tra questi l’amico fraterno Roger De Vlaeminck. E’ un circuito cittadino, siamo a Gierle, vicino al confine francese. La corsa ha il suo svolgimento classico: i dodici migliori sono già davanti pronti a disputarsi la vittoria, con Monserè e de Vlaeminck strafavoriti.

I dodici escono da una curva ad angolo retto, riprendono velocità e rilanciano l’azione. Ma a quel punto succede qualcosa di folle, di pazzesco, di totalmente inaspettato; una macchina, una Mercedes, forza un posto di blocco della polizia che tutelava il percorso di gara.

Il gruppetto di ciclisti si trova improvvisamente questo ostacolo nella già stretta strada cittadina.

Tutti riescono per questione di centimetri ad evitare l’impatto … tutti tranne uno, l’ultimo di quel gruppo; Monserè.

Si era girato a controllare il vantaggio sul gruppo e non può certo immaginare che una macchina si trovi all’interno del circuito !

L’impatto è tremendo. Jempi Monserè con la sua maglia di campione del mondo addosso, muore sul colpo.

De Vlaeminck, il suo amico De Vlaeminck, si gira, lo vede atterra, inizia ad urlare. “Jempi, smettila con i tuoi stupidi scherzi, alzati fratello”.

jempi morte2

Jempi non si alzerà più.

Morirà su quella strada, a 22 anni, ucciso da una donna che era in ritardo per il suo appuntamento da un commercialista.

Lo schock è enorme; nessuno può capacitarsi che la bella favola di questo ragazzo possa finire così.

Eddy Merckx vincerà la sua quarta Sanremo tre giorni dopo e al rientro in Belgio andrà sulla tomba del suo giovane rivale a depositare i fiori vinti a Sanremo, sapendo in cuor suo che forse quei fiori li avrebbe avuti Jempi comunque.

……

E così la giovane moglie Annie rimane con il suo piccolo Giovanni, di neppure due anni e visto che il Belgio è terra di ciclisti una sua cugina e cara amica sposerà di li a poco Freddie Maertens, altro immenso campione belga che per il piccolo Giovanni diventerà un secondo padre, accudendolo, portandolo con lui in vacanza e a tante corse.

E sarà proprio Maertens che regalerà il giorno della sua prima comunione la prima biciclettina da corsa al piccolo Giovanni (una Flandria ovviamente !) con una raccomandazione: quando andrai in giro con la tua bici dovrai sempre mettere due cose; il casco e la maglia iridata come aveva tuo padre perché tutti devono sapere chi sei.

Siamo nel 1976, Il piccolo Giovanni, 7 anni non ancora compiuti, ha appena guardato in tv una tappa del tour de France dove lo “zio Freddie” li ha messi tutti in fila per la sesta volta in 20 tappe vincendo sul traguardo di Versailles.

Dice alla mamma che esce a fare un giretto con gli amichetti.

Giovanni è con gli amici, con le loro piccole bici ai bordi della strada del piccolo centro di Roselaere.

Sono si è no a 300 metri da casa.

Alle loro spalle sentono distintamente il rumore di una moto di grossa cilindrata.

Ma sono sul marciapiede e sono tranquilli.

Sono in una semicurva.

Il motociclista va troppo veloce

Perde il controllo del mezzo.

Sbanda.

Riesce per poche decine di cm ad evitare di centrare il gruppetto degli amici di Giovanni.

… che invece è davanti a loro di qualche metro.

Forse andava già più forte di tutti, come il papà …

La moto lo centra in pieno.

Lo uccide sul colpo.

I vicini sentono lo schianto, vedono il piccolo Giovanni a terra, esanime.

Chi ha il coraggio ora di dirlo alla madre ?

Chi ha il coraggio di dirle quello che il destino è stato capace di farle ?

Non può essere. Ci deve essere un limite anche alla malasorte … ma non è così purtroppo …

Roeselare e il Belgio intero sono sconvolti.

Come farà Annie a non crollare, a non cadere a pezzi dopo essersi vista strappare via così il marito e il figlio ?

La risposta la darà lei qualche anno dopo, nell’unica intervista rilasciata alla televisione belga in tutti questi anni.

“Credo che la sfortuna abbia voluto colpirci così per vendicarsi. Perché una cosa è certa: nessuno al mondo è mai stato più FELICE di noi tre in quei pochi anni insieme.

E quel ricordo è tutto ciò che mi serve per andare avanti senza di loro.”

annie oggi

 

 

 

Questo è stato in assoluto il primo pezzo “maledetto” che io abbia mai scritto.

L’ho sentito quasi come un dovere morale di provare a raccontare questa incredibile storia che purtroppo pochi conoscono nella speranza che qualcuno in più possa conoscere quanto la vita è stata terribile con questa famiglia.

Come sempre la prima parte raccontata in prima persona è mia, ma estrapolata da racconti, interviste, aneddoti su questo grandissimo e sfortunato ciclista.

Remo Gandolfi