LA PUERTA 12: La più grande tragedia nella storia del calcio argentino.

PUERTA 12 A.jpg

E’ stata la più grande tragedia del calcio argentino.

Di più.

E’ stata una autentica strage.

71 vittime.

Età media 19 anni, morti al termine di una partita di calcio.

Era il 23 giugno del 1968.

La partita era … “LA partita”.

River Plate contro Boca Juniors.

Al Monumental, la casa dei “Millionarios”.

Quelli sono anni maledetti per l’Argentina.

La crisi economica sta investendo il Paese dopo la grande illusione del 1963/1964 dove il calo della disoccupazione fu sensibile e dove il salario reale crebbe in maniera importante

Solo due anni prima c’è stato un golpe militare, quello guidato dal Generale Julio Alsogaray che porterà al potere il Generale Juan Carlos Ongania, a spazzar via la schiacciante vittoria del Peronismo alle elezioni del 1965.

La repressione, che il popolo argentino conoscerà in maniera devastante meno di dieci anni dopo, è all’ordine del giorno.

Sono anni duri, dove la violenza è in ogni piega della vita del Paese.

Il calcio non fa differenza, anzi.

E’ violenza sugli spalti ed è violenza in campo.

Ed è in questo contesto che si gioca il “Superclasico” di quell’inverno del 1968.

La partita è “aburrida” come dicono da quelle parti.

Poco spettacolo, poche giocate e tanti calcioni.

Gli spalti ai tempi non erano certo simili ai “salotti” degli stadi inglesi attuali.

E quel giorno il clima dentro il Monumental, era particolarmente teso.

Bandiere avversarie bruciate, frizioni continue tra le due tifoserie, lancio di oggetti vari da un settore all’altro.

Uno dei “passatempi” preferiti ai tempi era quello di riempire bicchieri di carta di urina e lanciarla nei posti sottostanti.

Questo in particolare pare fosse l’esercizio preferito quel giorno soprattutto fra i tifosi più giovani.

Mancano meno di 10 minuti alla fine del match.

La partita, come detto, è tutto fuorché avvincente.

Fa freddo, in Argentina è pieno inverno e a quel punto un grande numero di tifosi del Boca decidono di avviarsi vero le uscite.

Una di queste è la “Puerta 12”, uno dei cancelli, stretti e ripidi da dove gli stessi tifosi sono entrati meno di due ore prima.

E qui succede qualcosa di imprevisto.

E tragico.

I tifosi che stanno scendendo verso quel cancello ad un certo punto si trovano davanti altri tifosi che non riescono a defluire normalmente.

Alle loro spalle continuano ad arrivare tifosi che si incanalano verso quel budello stretto, irregolare e semibuio.

Bastano pochi minuti per fare diventare quel posto una trappola mortale.

Ci sono centinaia di persone intruppate in pochi metri.

La calca è spaventosa.

Da dietro continuano a scendere tifosi.

Chi è davanti invece tenta disperatamente, e inutilmente, di risalire.

Lo spazio per respirare non c’è più.

Si diffonde la “bestia” peggiore che può insinuarsi nell’animo umano; il panico.

Chi perde l’equilibrio e cade a terra non ha possibilità di scampo.

I tifosi del Boca che scendono dalla porta a fianco, la 13, notano immediatamente che c’è qualcosa che non va.

Ma la polizia è già lì ed è in massa proprio davanti alla porta 12.

Cosa è successo realmente ?

Intanto iniziamo dalla fine.

Nessun colpevole. Per il Governo Argentino e la giustizia del Paese nessuno ha avuto responsabilità oggettive in questa tragedia.

“Una disgrazia”.

Le terribili parole con cui tante, troppe volte, abbiamo sentito mettere il sigillo su tragedie, stragi, e disastri di varia natura.

Il Governo argentino, immediatamente dopo la tragedia, ha un solo obiettivo; chiudere “la pratica” il più presto possibile.

Molti dei testimoni oculari di quel giorno vengono minacciati.

I racconti di chi si presenta spontaneamente alla Polizia per testimoniare non vengono trasformati in verbali, anzi.

Molti dei testimoni oculari di quel giorno vengono minacciati.

Viene offerto un pugno di “pesos” alle famiglie che hanno perso tanti dei loro ragazzi quel giorno, si e no abbastanza per pagare il funerale di quei disgraziati che hanno perso la vita per una partita di calcio.

La cifra è ridicola.

Vergognosa.

Poco più di 1.000 dollari a famiglia.

In cambio una firma per rinunciare ad aprire azioni legali contro il River, la Federazione Argentina e la Polizia.

Accettarono quasi tutti.

Tranne due.

Nélida Oneto de Gianolli y Diógenes Zúgaro che fecero causa per Responsabilità Civile al River e che ricevettero a fine processo 50.000 dollari circa cadauno.

L’inchiesta termina quasi subito.

Qualcuno dice che i tornelli che servono per far entrare ad uno ad uno i tifosi all’inizio della partita non sono mai stati tolti e che scendendo i tifosi del Boca se li sono trovati davanti come ostacolo insormontabile.

Qualcuno parla di negligenza, addirittura della saracinesca di entrata della “Puerta 12” praticamente chiusa completamente e che ha virtualmente intrappolato i tifosi del Boca in quel piccolo budello.

Ma sono in tanti che danno un’altra, ancor più agghiacciante versione.

Come detto c’è un governo militare al potere, instauratosi dopo un Golpe meno di due anni prima.

Durante la partita i tifosi del Boca intonano spesso cori “Peronisti”, assolutamente vietati a quell’epoca.

La Polizia aspetta il momento per farsi giustizia.

Il momento giusto è mentre i tifosi iniziano a scendere verso l’uscita.

Ci sono già state cariche nel secondo anello ma ora buona parte dei poliziotti sono sistemati all’uscita proprio della “Puerta 12”, quella da dove usciranno gran parte dei tifosi del Boca.

E lì pare inizi la carica più violenta a tutti coloro che si apprestano ad uscire da quell’angusto cancello.

Così si spiegherebbe il perché non solo quasi nessuno riesce ad uscire ma anche il perché tanti tentino disperatamente di risalire l’ingresso e tornare verso la relativa tranquillità della tribuna.

Come detto certezze assolute non ce ne sono.

Ma il coro del derby successivo che si poteva udire sugli spalti, cantato da tutti i tifosi del Boca e pare anche da tanti di quelli del River, lascia ben poco spazio alle supposizioni …

“No habia puerta, no habia molinete, era la cana que daba con el machete” … “non è stata colpa della porta, non è stata colpa dei tornelli, è colpa della polizia che picchiava col manganello” …

PUERTA 12 B.jpg

A seguire il trailer del Documentario “La Puerta 12”, dedicato appunto alla tragedia del Monumental.

Nota: questo articolo è stato possibile grazie alla preziosa collaborazione di due grandi amici che, come altri in passato, mi hanno dato la possibilità di raccontare queste piccole storie. Grazie a Federico Lopez Campani e a Roberto Bianchi.

 

 

 

Annunci

Anthony Perkins. … o Norman Bates ?

di Renato Villa

perkins.jpg

NON SONO STATO IO… NON LO SO…

 

Li ho uccisi io.

Tutti.

O meglio, li ha uccisi mia Madre.

Non so ancora chi sia stato, tra noi due.

So solo che sono rimasto intrappolato in  questa mia vita alternativa, nella quale una Madre non c’è.

Mi accorgo che ho completamente perso la testa, e non mi capacito assolutamente di quello che mi sta accadendo.

Sono rimasto il Figlio della Madre, l’Assassino, il Gestore del Motel.

Non ho più avuto un nome.

 

 

Quel giorno, quando mi arrivò la notizia, mi misi  a ballare dalla gioia.

Girare un film con il Maestro, con Sir Alfred Hitchcock, per me attor giovane era un punto d’arrivo mai sognato.

Ma c’era una cosa che mi lasciava qualche perplessità.

Il mio ruolo.

Non avevo mai interpretato un “cattivo”, tanto meno di quel tipo.

Io ero un attore da film brillanti, da commedie, alla peggio da storie certamente non “nere”.

PSYCHO invece è una storia allucinata.

È la storia di un elogio alla follia.

 

*

 

Quando lei si presentò al Motel e mi chiese una stanza, in  lei vidi la donna  che non avevo mai avuto.

Alta, bionda,sorridente, elegante.

E dolce.

Le offrii la cena, approfittando di un temporale tale che faceva sembrare la pioggia una muraglia.

E la guardai mente, perplessa, fissava i miei animali impagliati.

Un hobby come un altro, in fondo.

 

*

 

Sir Alfred mi disse che mi aveva scelto apposta, e che mi aveva voluto come contrapposizione al personaggio del racconto.

Io, magro, tranquillo e quasi impaurito dal mondo circostante.

Lui arrogante, grasso, untuoso, antipatico.

Il progetto del Maestro era quello di farmi rendere simpatico un personaggio odioso.

Devo ammettere che non era certo un compito facile.

D’altra parte, quello che aveva in testa lui era imperscutabile, irraggiungibile.

A me nasceva solo il sospetto di essere coinvolto in qualcosa di epocale.

 

*

 

Sapevo che la Madre non apprezzava che si fermassero al Motel delle ragazze, specialmente se belle.

Ma quella notte, con quell’acqua, sarebbe stato criminale non concedere una camera a quella ragazze infreddolita e cercava rifugio dalla pioggia.

Non avrei mai immaginato il proseguimento della nottata.

In fondo, non avevo fatto niente di male.

Avevo procurato un cliente al Motel.

Ma qualcuno era in agguato.

E io, io… non  potevo fare nulla.

 

*

 

Quando iniziai a calarmi nella parte, mi accorsi che c’era qualcosa che mi prendeva e non  mi lasciava più andare.

Un’ombra  nera che avvolgeva il mio personaggio e  che cominciava a farmi venire strani e cupi pensieri.

Era la prima volta che accadeva.

Poi, il Maestro iniziò le riprese delle scene nel Motel.

Una antica casa gotica che metteva paura solo a guardarla torreggiava sopra la zona delle riprese.

E lì, c’era un a finestra sempre illuminata.

Dietro, si vedeva una sagoma.

 

La Madre.

 

*

 

No.

Non volevo che accadesse.

Non me lo sarei mai aspettato.

Non credevo che la Madre avrebbe reagito così, come invece fece.

In quel modo crudele.

Le urla, il sangue, il corpo macellato dalle coltellate non me li scorderò più.

Indelebili.

Terrificanti.

E io ne ero responsabile.

Io.

Anche se non avevo fatto nulla.

Aveva fatto tutto la Madre.

Lo sapevo, l’avevo temuto.

Ed ora mi trovavo a dover risolvere una situazione pericolosa.

Ma sapevo già cosa fare.

Il laghetto e la macchina.

Erano l’unica cosa da fare.

E la feci.

 

*

 

All’inizio, mi sentivo come non mi era mai successo.

Stralunato.

Perché la vita che dovevo instillare in Norman era una vita da incubi.

Poi il Maestro venne a parlarmi.

Voleva la mia timidezza, il mio comportamento solito.

Non dovevo essere uno psicopatico.

Dovevo essere simpatico, e lasciare alla gente il sospetto che ci fosse qualcun altro in quel posto maledetto.

E la scena della doccia fu terrificante da vivere, dall’esterno.

Ma come Norman fu una cosa esaltante.

Ma io non sono Norman…

 

*

 

Poi vennero a cercare la ragazza.

Sapevo che sarebbe successo. 

Uno era un poliziotto privato, e di lui so solo che la Madre se ne sbarazzò senza problemi.

Io avevo i miei impegni al Motel, cercando di fare la mia parte di presenza.

In fondo era la mia unica fonte di guadagno.

Ma la Madre  continuava a lasciare prove.

Restava a me il  compito di farle sparire.

Restava a me il compito di proteggerla.

Restava a me il compito di far sapere al mondo che era viva.

Che quel corpo mummificato che si trovava nella casa non era quello della Madre.

Io ero assolutamente innocente.

Non avevo fatto nulla.

Avevo solo fatto sparire le prove.

Ma non avevo colpe.

Avevo solo difeso la Madre.

 

Io non sono Norman…

io non sono Norman…

 

io sono Norman…

 

io sono Norman…

io sono Norman…

PABLO VICO’: Nel nome del figlio

pablo vico

Ci sono storie che sembrano favole.

Quelle in cui l’altalena della vita può farti toccare il fondo (e magari cominciare pure a scavare come diceva il grande Freak Antoni) e subito dopo proiettarti in Paradiso, posto che magari pensavi esistesse solo per quelli ricchi, quelli belli e quelli davvero fortunati.

La storia di Pablo “El flaco” Vicò è una di queste.

Pablo vive nella piccola cittadina di Adrogué, poco più di 20 km a sud di Buenos Aires.

Qualche centinaio di case attorno ad una fermata della stazione di questo piccolo centro dell’area metropolitana della Grande Buenos Aires.

Pablo, da quando ha l’età della ragione, ha un’unica grande passione; il Brown o meglio il Club Atletico Brown.

La squadra della sua città.

Questo piccolo e orgoglioso Club che dei suoi 70 anni di storia (la fondazione risale al marzo del 1945) ne ha passati più della metà in Primera C (la quarta serie del calcio argentino) con brevi  e fugaci apparizioni nella categoria superiore.

Pablo in gioventù ci gioca anche per il suo adorato Brown. E’ un buon “9”, di quelli che lottano su tutti i palloni, che corrono come matti su tutto il fronte d’attacco e che quando riesce a liberarsi al tiro sa fare anche male.

Finito questo periodo diventa una delle poche centinaia di tifosi fedeli e appassionati che seguono questo team ovunque e tutti conoscono questo baffuto spilungone quasi pelle e ossa con l’immancabile sigaretta fra le labbra.

Arriva pura la possibilità di dare una mano con il settore giovanile del Club e per Pablo sembra davvero il Paradiso.

Ma la vita comincia a presentargli il conto, cosa che gli accadrà continuamente sparandolo in questo ottovolante impazzito che sembra non voglia dare tregua a quest’uomo buono e gentile.

Pablo perde il lavoro e con il lavoro la possibilità di pagare un affitto.

Per lui e la sua famiglia si prospetta un futuro nella miseria, cosa non aliena nel sul piccolo barrio.

Il “suo” Club si ricorda di lui.

Gli offrono la possibilità di fare il custode al Club. Apre le porte a giocatori e dirigenti, tiene pulita la sede sociale, cura il terreno di gioco e lo stadio, perfino i campi da tennis adiacenti.

Gli trovano pure due stanze dentro il Club in cui vivere.

Anni di incondizionato amore per il Brown non sono passati inosservati.

A Pablo sembra già il massimo. Vive “dentro” il Club che ama.

Di certo non naviga nell’oro ma ha un tetto sopra la testa, un po’ di cibo nel piatto e … può vedere il suo Brown gratis !

Ma il bello deve ancora venire.

Come detto da una mano nelle giovanili e qualche volta lo inseriscono pure nello staff della prima squadra.

Pablo capisce di calcio. Adora Marcelo Bielsa e Angel Cappa.

Come dire “quelli che fanno giocare a calcio le loro squadre”.

Il Brown continua a vivacchiare nella serie C argentina ma nel 2009 la possibilità di una retrocessione in Primera C (cosa che non accadeva dal 1996) è evidente.

E allora a qualcuno nel Club viene un idea “ Scusate, ma chi è che conosce davvero questo Club,  giocatori, dirigenti e ogni zolla della cancha e ogni pezzo di cemento delle gradinate ? Quest’uomo è Pablo Vicò ed è l’unico che può davvero raddrizzare la baracca”.

Sembra una follia.

Ma a volte le follie si fanno.

A Pablo viene affidata la prima squadra.

Con lui nello staff gli amici di sempre.

L’impatto è immediato. Non solo come “Mister” ha le idee chiare (la palla la giochiamo a terra, niente pelotazos e chi sa saltare l’uomo in dribbling … sarà libero di farlo !) ma è lo spessore umano che colpisce e spiazza tutti.

I giocatori gli vogliono bene, per lui danno l’anima in camp

E lui se li coccola o li sgrida come farebbe un padre con i figli.

“Noi allenatori possiamo correggere i dettagli in un calciatore, ma è il valore dell’uomo che anche in campo fa la differenza”. Questo dice ed è questo in cui crede “El Flaco”.

La costruzione di un team non è cosa che si fa in pochi mesi.

Ci vuole pazienza, dedizione, osservazione e ascolto.

E nel giugno del 2013 Pablo Vicò e il suo Brown riscrivono la storia di questo piccolo Club.

Il Brown arriva alla finale dei play-offs per la Promozione nella Primera B Nacional, la serie B argentina.

Si arriva ai rigori contro l’Almagro.

Il Brown vince.

Pablo viene portato in trionfo come un eroe, come una star o un icona rock.

Ormai tutti quanti lo chiamano “Don Ramon”.

Poi il giorno dopo lo puoi trovare dare una mano a rimettere a posto il campo da tennis del Club.

Ma “El trico” (così viene chiamato il Club) non naviga certo nell’oro, La serie B argentina è tosta.

Tutto quello che può andare storto ci va. Infortuni, pali e traverse, pure qualche decisione arbitrale un po’ strana … fatto sta che il Brown ritorna, nemmeno un anno dopo, nella serie C argentina.

Praticamente ad ogni latitudine retrocessione vuol dire una cosa; il licenziamento del Mister.

Nel Club Atletico Brown non funziona così.

Pablo Vicò rimane intoccabile sulla sua panchina.

Sanno benissimo tutti quanti, tifosi, dirigenti e calciatori, che un mister e soprattutto un UOMO così, sono un autentico lusso per un Club del genere.

E Pablo non prende neanche in considerazione di andarsene, nonostante qualche altro Club di Primera B Nacional,  abbia messo gli occhi su questo dinoccolato baffone.

Lui vive “del” e “per” il Brown.

E cosi inizia una nuova stagione.

Siamo a febbraio di quest’anno.

C’è una banda di delinquenti che da un po di tempo sta mettendo a ferro e fuoco il barrio e le sue immediate vicinanze. Rapinano piccoli negozi e attività commerciali ma soprattutto sono specializzati in furti d’auto.

Sono le 13.30 del 5 febbraio.

La gang in questione ha appena rubato una VW Golf ma stavolta la polizia è nei paraggi.

Inizia un furioso inseguimento per le vie di Adroguè.

I delinquenti perdono il controllo del mezzo che va a centrare un piccolo furgoncino bianco.

Alla guida c’è un uomo di 40 anni, che sta andando a lavorare.

E’ Cristian Gabriel Vicò, il figlio di Pablo.

Dopo 4 giorno di agonia Cristian muore.

Pablo e la sua famiglia sono distrutti.

Anche il calcio, il suo amato calcio e il suo adorato Brown, paiono non riuscire a chiudere questa ferita.

La gente di Adroguè gli si stringe attorno.

I messaggi di affetto, le visite al Club anche solo per dare una pacca sulla spalla o due parole di conforto a Pablo si moltiplicano.

Tanto lui è sempre lì. Vive ancora nelle stanze che il Club gli ha messo a disposizione, all’interno dello stadio. Da quasi 15 anni.

Pablo pian piano si riprende. Il suo Brown continua a giocare un buon calcio e le vittorie iniziano ad arrivare in serie.

Si arriva all’ultima di campionato. Il Brown ci arriva come 2° in classifica, ad un punto dalla capolista, l’Estudiantes de Buenos Aires.

Il Brown gioca fuori casa, contro il Deportivo Moron.

Il risultato è sull’1 a 1. Non sufficiente per tornare in Primera B Nacional, anche perché l’Estudiantes sta pareggiando il suo match.

Il match è agli sgoccioli. E’ iniziato il 4° e ultimo minuto di recupero.

C’è un corner per il Brown. La palla schizza impazzita verso l’area di porta.

Sembra un pallone innocuo ma sul secondo palo arriva come un furia Juan Manuel Garcia, un difensore.

E’ nel posto giusto al momento giusto. Proprio come gli eroi delle favole.

Il suo gol riporta il Brown Adroguè in Serie B.

Le immagini a fine partita sono qui a seguire.

Non occorrono commenti. Pablo Vicò chiede solo di estraniarsi per un momento da quella bolgia.

Si rivolge al cielo e poi si inginocchia. Cristian Gabriel da lassù, ne è certo, gli ha dato una mano.

Il Brown ritorna in Primera B Nacional. Pablo Vicò e la sua impresa sono su tutti i media argentini.

Tutti imparano a conoscere la sua incredibile e commovente storia.

E ancora una volta è il Paradiso, anche se certe cicatrici non potranno chiudersi mai.

____________________________________________________________________________

E’ il 15 dicembre del 2016.

Il mio piccolo tributo al “Flaco” è già praticamente pronto.

Ma l’ottovolante impazzito che è la vita di quest’uomo decide di fare un altro giro.

Pablo ha un malore. Un forte dolore al petto.

Viene ricoverato d’urgenza. E’ un infarto.

Le ultime notizie parlano di condizioni stabili e i medici sono ottimisti.

“Evoluciona favorablemente” dicono da quelle parti.

L’intervento chirurgico non è ancora scongiurato.

Un barrio intero è con il fiato sospeso.

Forza Pablo … ci sono ancora tanti giri da fare su quel pazzo ottovolante che è la tua vita.

——————————————————–

E così sarà.

Pablo Vicò si riprende completamente e a tutt’oggi continua a guidare, per la ottava stagione consecutiva,il suo adorato Club Atletico Brown, con risultati ogni anno migliori tanto da essere ormai una realtà una presenza assodata nella Primera B Nacional, la serie “B” del calcio argentino.

E sarà così per chissà quanti anni ancora si augurano i tifosi de “El Trico” (soprannome della squadra) di Adroguè.

Tifosi che sanno che dopo ogni gol il secondo sguardo di Pablo sarà sempre rivolto a loro … ma il primo sarà sempre rivolto verso il cielo, verso il suo adorato Cristian.

… è davvero bello quando le favole non vogliono saperne di avere una fine …

“El Centavo Mucino”: l’assurda morte del bomber del Chivas.

mucino 3

Avevo ragione io.

Si sono sbagliati sul mio conto e non potrei esserne più felice !

Al Cruz Azul, la squadra dove ho giocato nelle ultime quattro stagioni, pensavano che i miei recenti guai al ginocchio non fossero risolvibili e che io avessi già dato il meglio di me.

E pensare che ho appena compiuto 24 anni !

E pensare che abbiamo vinto tre campionati negli ultimi 4 anni !

Nessuno però mi ha costretto ad andarmene.

Solo che se non sento la fiducia totale nei miei confronti preferisco andarmene altrove.

Noi attaccanti siamo fatti così.

La fiducia è tutto … ne abbiamo bisogno.

Così sono venuto fin quassù a Guadalajara.

Al Chivas.

Squadra gloriosa con un pubblico fantastico.

Vengono da anni difficili.

Un paio di stagioni fa hanno rischiato addirittura la retrocessione.

Impensabile per un Club di questa caratura.

Neppure quest’anno, nel mio primo campionato con il “Rebano Sagrado” (la mandria sacra), abbiamo fatto sfracelli.

In chiave personale però sono davvero felice.

Mi hanno accolto con un calore incredibile fin dall’inizio.

E fin dall’inizio mi sono sentito subito a casa.

Certo che quel gol contro l’America !!!

Di testa in tuffo.

Una “palomita” come la chiamano da queste parti.

Ne ho fatti altri 14, ma nessuno importante come quello.

Il gol della vittoria nel “Clasico” messicano non ha prezzo !

Anche in Nazionale continuano a credere in me.

Purtroppo li le cose sono andate molto peggio.

Fra due settimane inizieranno i mondiali in Germania, ma il Messico non ci sarà.

Haiti è arrivata davanti a noi nel girone di qualificazione.

Una catastrofe per una popolo come il nostro dove il calcio è molto di più di un gioco.

Tutto questo solo quattro anni dopo aver ospitato noi i Mondiali.

Però bisogna guardare avanti.

Alla prossima stagione con il Chivas tanto per cominciare.

Il glorioso “Rebano Sagrado” DEVE tornare ai vertici del calcio del Paese.

Lo pretendono i tifosi, lo pretendono presidente e dirigenti, lo pretendiamo noi giocatori … lo pretende la storia di questo grande Club.

Ed io, con i miei gol, farò di tutto perché questo accada.

mucino 2

E’ una calda serata di primavera inoltrata.

Ed  è sabato sera.

Siamo a Guadalajara.

Octavio “El Centavo” Mucino sta cenando al Carlos O’Willys, ristorante tra i più in voga della città.

Con lui ci sono 3 amici e le rispettive mogli e fidanzate.

Lui è uno degli idoli dei “Chivas”, la squadra principale della città.

E’ arrivato l’anno prima, dal Cruz Azul, dove ha contribuito con i suoi gol in maniera decisiva alla conquista degli ultimi due campionati.

Ha 24 anni.

E’ un eccellente centravanti e su di lui sono riposte tante speranze da parte dei tifosi del “Rebano Sagrado”, il popolarissimo club messicano.

La stagione è finita due settimane prima.

Non è stata esaltante ma quelli sono anni difficili per il Chivas.

E meno male che è arrivato “El Centavo”, il piccoletto, così chiamato fin dall’infanzia non tanto per la sua scarsa altezza (è alto 172 centimetri) ma perché visto il suo precoce talento fin da bambino lo facevano giocare sempre con ragazzi di categoria superiore e lui era regolarmente il più piccolo in campo.

Nel tavolo a fianco alcuni ragazzotti, eleganti nei loro vestiti italiani alla moda e con i loro Rolex di rito al polso.

Figli dell’alta borghesia locale.

Nessun dubbio su questo.

All’inizio sono solo un po’ esuberanti.

Riconoscono Octavio.

Loro sono tifosi dell’Atlas, l’altra squadra di Guadalajara.

Qualche smargiassata tipica di tanti adolescenti, qualche sfottò e qualche schiamazzo un po’ sopra le righe.

L’alcool però aumenta l’intensità di grida, risate e sbruffonate.

Ben presto gli sfottò diventano insulti.

Interviene il titolare del locale invitando i ragazzi a calmarsi e a contenersi un po’.

E’ un ometto piccolino, mite e pacifico.

Il suo fisico tutt’altro che slanciato e un paio di baffetti ben curati lo fanno somigliare tantissimo a Cico, il compagno di avventure di Zagor, fumetto popolarissimo all’epoca.

Il suo intervento non fa altro che accrescere l’arroganza dei ragazzi.

Ora stanno diventando davvero pesanti.

Ce n’è uno di loro in particolare, Jaime Muldoon Barreto, che si erge un po’ a capobranco e a forza di insulti finisce per far perdere la pazienza a Octavio e ai suoi amici.

E’ proprio Octavio che si alza dal tavolo all’ennesima provocazione.

I due passano in breve dalle parole ai fatti.

Octavio che da giovanissimo ha tirato di boxe, schiva senza problemi i primi goffi attacchi di Barreto.

Poi prende il ragazzo per il bavero, lo solleva e parlandogli a pochi centimetri dal volto gli dice “Chiquito, non confondermi con qualcun altro … sei un ragazzino e allora vai a cercare rogne con altri ragazzini … non con me e non qua dentro”.

Jaime Muldoon Barreto, evidentemente ferito nell’orgoglio, reagisce.

Parte un pugno, maldestro, che arriva a malapena al bersaglio.

Poi inizia con una serie di calci ma anche qua con scarsi risultati.

Octavio allora lo blocca per la seconda volta, lo prende ancora per il bavero ma stavolta accompagna questo gesto con uno schiaffo.

Non un pugno, come fra uomini.

Con uno schiaffo, come si fa appunto con i bambini troppo capricciosi e impertinenti.

A quel punto intervengono gli amici di Octavio e anche quelli di Barreto che, rinsaviti, aiutano a riportare la calma.

Ognuno si risiede al proprio tavolo.

Ognuno finisce la propria cena

Ognuno riprende le classiche chiacchiere di una serata al ristorante.

Tutto a posto.

Tutto rientrato.

E’ ormai ora di chiusura.

Gli ultimi ad uscire dal locale sono proprio “El Centavo” e il suo gruppo.

Fuori dal locale però c’è ancora Barreto, con i suoi amici, appoggiati ad un Galaxy rosso.

Octavio li vede, si avvicina ai ragazzi.

Allunga la mano verso Barreto.

“Quello che è stato è stato ragazzo … senza rancore”.

Solo che di rancore ce n’è ancora … e tanto.

Jaime Muldoon Barreto estrae una pistola e spara tre colpi verso Octavio Mucino.

Il primo lo colpisce al petto, il secondo ad una spalla ma il terzo lo colpisce in testa, sulla tempia.

Serve a tutti qualche secondo per realizzare.

Per capire che qualcosa di grave, di irreparabile, è appena successo.

Jaime Muldoon Barreto sale in macchina e con gli altri amici parte a tutta velocità.

Uno del gruppo di Octavio prova ad attaccarsi alla portiera dell’auto ma dopo pochi metri deve mollare la presa.

Un vigilante del servizio di guardia al ristorante estrae la pistola e prova a sparare verso la macchina dei “fighetti” della Guadalajara “bene” ma senza successo.

Octavio “El Centavo” Mucino morirà due giorni dopo, senza aver mai ripreso conoscenza.

L’assassino, il giovane Jaime Muldoon Barreto, figlio di un industriale tra i più ricchi di Guadalajara verrà prima aiutato a fuggire all’estero e quando rientrerà due anni dopo in Messico, verrà dichiarato che “No era responsable de su actos” (In pratica il nostro” incapace di intendere e di volere”) al momento dell’omicidio in quanto i medicinali prescritti al giovanotto per curarsi dall’epilessia assunti con ingenti quantità di alcool lo hanno reso incapace di rispondere dei suoi atti.

Ennesimo caso in cui il denaro sposta gli equilibri della legge ed un assassino rimane impunito.

A piangerlo sarà il Messico intero che perderà uno dei suoi calciatori migliori.

Saranno i compagni di Nazionale, quelli del Chivas e i vecchi compagni del Cruz Azul.

Tutti quanti profondamente affezionati a questa attaccante con la faccia da indio, sempre sorridente, gioioso e con la battuta pronta.

Che nella cancha sapeva smarcarsi con un intelligenza incredibile, sapeva farsi trovare sempre al posto giusto in area di rigore e che con la sua esplosività andava a staccare e a segnare meravigliosi gol di testa, nonostante i suoi 172 centimetri.

Lascerà la moglie e il piccolo Octavio Junior, di appena 1 anno e 3 mesi.

Octavio “El Centavo” Mucino, ucciso da uno stupido figlio di papà talmente stupido da rifiutare un gesto di pace.

Convinto che il proprio orgoglio valesse più della vita di un altro uomo.

 mucino chivas

Come sempre trovo giusto puntualizzare che sia le parole in prima persona di Octavio Mucino sia la ricostruzione della sua uccisione sono “romanzate” anche se vengono da decine di interviste, racconti, cronache del periodo e testimonianze di tifosi del Cruz Azul e del Chivas.

Come calciatore dicono fosse un po’ a metà tra “Chicharito Hernandez” e “Pippo Inzaghi”.

Ma era,  soprattutto,  una persona per bene.

 

FRANCISCO MARINHO: L’angelo biondo.

 francisco marinho 1

“Avrei bisogno di qualche ora di sonno in più.

Le notti sono sempre troppo corte.

E’ sempre stato così per me.

Anche quando giocavo.

Nel Botafogo, nel Fluminense, nei Cosmos di New York, nel San Paolo.

E nella nazionale brasiliana.

Stamattina non ce la faccio proprio ad alzarmi.

Ma ci sono dei turisti tedeschi che mi stanno già aspettando.

Affitto qualche vecchia 4×4 per chi vuole godersi i dintorni delle bianchissime spiagge di Natal.

Consegno la macchina, do loro una piccola guida del posto e incasso i miei Real

E poi comincio a bere.

Fin dalla mattina.

Qui di bar sulla spiaggia ce ne sono in abbondanza.

Strimpello la mia chitarra e ogni tanto qualcuno mi riconosce.

E spesso mi offre da bere.

Ieri un turista tedesco mi ha detto che si ricorda di me, che mi ha visto giocare.

Ai Mondiali, con il Brasile.

marinho 2.jpg

Era il 1974 e si giocava proprio in Germania.

“Eri forte davvero” mi dice. “Ma se tu fossi stato tedesco non avresti mai e poi mai potuto fare il terzino !”

“In difesa non c’eri mai !” e poi giù una risata di gusto.

Tutto vero.

Vero a tal punto che perfino per il mio Paese, il Brasile, dove il calcio è follia, improvvisazione e divertimento ero considerato troppo indisciplinato, troppo anarchico.

In quel Mondiale perdemmo in Semifinale contro l’Olanda, magnifica squadra, e ci rimase solo la finale per il 3° e 4° posto.

Ero sempre in attacco.

In fondo a chi importava di vincere quell’inutile partita ?

E infatti perdemmo 1 a 0 e il gol lo segnò Lato, l’ala polacca che io avrei dovuto marcare

Solo che quando segnò io ero in attacco, ad almeno trenta metri da lui.

Il nostro portiere, Leao, non la prese bene.

Mi attacco’ letteralmente alla parete, urlandomi di tutto.

Ma era più forte di me.

Non ce la facevo a starmene in difesa, a rincorrere il mio avversario e a cercare di strappargli il pallone o a evitare che tirasse in porta.

Ero io che attaccavo.

Ed era il mio avversario che doveva corrermi dietro !

Io sono così.

Devo divertirmi … sennò che gusto c’è ?

In ogni cosa che faccio.

Nella vita o giocando a calcio.

Gli allenamenti, i giri di campo, i ritiri, le tattiche, la vita ascetica di un atleta …

Mi spiace gente !

Non fa per me.

Mi sono divertito,

Tanto.

Mi sono divertito a tal punto che sono riuscito in pochi anni a dilapidare un patrimonio.

Sui tavoli da gioco in Uruguay, noleggiando un volo privato (e a mie spese !) non appena avevo finito di giocare la mia partita in Brasile.

E poi feste, auto di lusso, viaggi.

Ai Cosmos di New York e poi a Fort Lauderdale ho guadagnato in 2 anni quanto tanti miei colleghi non riescono a guadagnare in una carriera intera in Brasile.

Ma ce l’ho fatta comunque a spenderli tutti !

E poi le donne.

Mai avuto problemi ad averne quante ne volevo.

Di “Sex Symbol” nel calcio prima di me ce n’era stato solo uno: George Best.

E come me anche lui dietro una gonna ci impazziva.

E, come me, ancora di più davanti ad una bottiglia.

Donne e alcool.

Binomio imprescindibile.

Ho 13 figli che ho riconosciuto.

La maggior parte in Brasile, qualcuno altrove.

E probabilmente ne ho anche qualcun altro di cui non sono a conoscenza.

L’anno scorso però mi sono spaventato davvero.

Dopo l’ennesima solenne bevuta (è durata un week end intero) ho avuto una emorragia interna.

Mi hanno preso per i capelli come si dice in questi casi !

… che non sono più biondi come quando giocavo …

Mi sono stati vicini in tanti, i miei ex-compagni di Nazionale mi hanno dato una mano.

Mi hanno pagato il soggiorno in una clinica, dove mi stanno rimettendo in piedi.

I medici sono stati chiari: “o smetti davvero o non c’è futuro”.

Ho 62 anni (e sono comunque 3 più di George Best !)

So bene quello che mi aspetta.

Quando hai vissuto come ho vissuto io non puoi aspettarti nulla di diverso.

Ma fra poco inizieranno i Mondiali di Calcio.

Qui, nel mio Paese, il Brasile

Voglio esserci anch’io.

E non solo per noleggiare qualche 4X4 in più ai turisti che affolleranno le spiaggie di Natal.

Ma anche e soprattutto perché pare che in tanti non si sono dimenticati di noi “vecchietti”, anche di quelli come me e della mia generazione che non hanno vinto nulla.

Devo solo fare il bravo … almeno per un po’ …”

 ___________________________________________________

Francisco das Chagas Marinho non vedrà mai l’inizio di quei Mondiali di calcio.

Una emorragia interna lo stroncherà, dopo una settimana tra la vita e la morte, il 1 giugno del 2014.

Mancavano 11 giorni all’inizio del Mondiale brasiliano.

Francisco Marinho è stato giudicato il più forte terzino sinistro dei Mondiali di Germania del 1974.

Le sue scorribande sulla fascia, i suoi lunghi capelli biondi, la sua velocità, la sua tecnica e un eccellente tiro da fuori area, lasciarono un segno indelebile nel calcio di allora.

Un calcio che stava cambiando, grazie e soprattutto all’Ajax e alla grande Olanda che ebbe la sua consacrazione proprio in quel Mondiale.

Francisco Marinho aveva solo 22 anni all’epoca ed era facile per lui prevedere una lunga e gloriosa carriera.

Nella Nazionale Brasiliana ma anche in Europa.

Non andò così.

Per il biondo giocatore brasiliano, nato poverissimo a Natal, nell’estrema punta del Nordest brasiliano, le tentazioni sono davvero troppe.

Non ce la fa proprio a fare una vita “normale”.

Conosce capi di stato, ha amicizie importanti (Mick Jagger è uno di questi) gira due film, vende più di 100.000 copie di un disco, fa pubblicità in televisione…  ma “brucia via” tutto alla velocità della luce.

Al ritorno in Patria dopo l’esperienza statunitense, a soli 29 anni, è praticamente finito come atleta.

Due stagioni mediocri al San Paolo prima di sprofondare, con poca gloria e ancor meno dignità, nelle leghe minori brasiliane.

Con il Brasile gioca la sua ultima partita nel 1977.

A soli 25 anni.

Quando un calciatore di solito non ha ancora raggiunto l’apice.

A Natal c’è una statua che lo ricorda.

Nel centro della città.

E’ alta 7 metri.

Chiunque da quelle parti conosce la sua storia.

Quella di chi di un ragazzo che aveva un grande talento con la palla tra i piedi e che ha vissuto la sua vita sempre a 100 all’ora, vivendo intensamente ogni istante tanto da far dire ai suoi amici più cari “Francisco ne è andato a 62 anni … troppo presto è vero: ma i suoi 62 equivalgono a 124 di una persona normale !”

Riposa in pace “angelo biondo”.

marinho vecchio.jpg

La foto sopra è di poche settimane prima della sua morte.

La parte in prima persona è come al solito “romanzata” e creata dal sottoscritto ma basata come sempre su decine di interviste, articoli, testimonianze e aneddoti su questo terzino che davvero, nel 1974, fece innamorare tutti.

Gli uomini per le sue grandi doti calcistiche e le ragazze di tutto il mondo per la sua fisicità e la sua inconfondibile zazzera bionda.

 

ANTONIO PUERTA: conoscete una maniera migliore di tramandare una leggenda ?

puerta1

“Non è stato affatto facile.

Fino a quel meraviglioso giorno di marzo del 2004 quando il nostro Mister di allora Joaquin Caparros decise che ero pronto per esordire in campionato.

Ci sono voluti più di due anni di trafila nella seconda squadra del Siviglia e tanta tenacia prima di arrivare dove sono ora: nell’undici titolare e nella rosa della Nazionale Spagnola.

Io non sono esattamente il calciatore più talentuoso in circolazione.

Ok, ho un bel sinistro, una buona tecnica, so saltare un avversario in dribbling e so crossare.

Ma non sono come David Silva o come Antonio Reyes. Non ho il loro talento naturale.

Ho dovuto lottare, sacrificarmi e metterci l’anima in ogni allenamento per arrivare in prima squadra.

Il Club per farmi fare esperienza ha provato diverse volte a propormi soluzioni in Segunda o anche in team di livello inferiore in Primera.

Non ne ho mai voluto sapere.

Io sono nato a Siviglia, nel Barrio del Nervion, tifo Siviglia da sempre.

Qui sono cresciuto e qui, solo qui, voglio giocare.

Nelle giovanili ho giocato a fianco di ragazzi meravigliosi (e grandi calciatori) come Sergio Ramos, Sergio Navas, Alejandro Alfaro e  il mio amicone Kepa Blanco e insieme siamo tutti arrivati a trovare il nostro spazio nel calcio che conta.

Poi è arrivata QUELLA sera.

Il 27 aprile 2006.

Al Sanchez Pizjuan giochiamo contro lo Schalke 04.

E’ la semifinale di Coppa Uefa.

All’andata abbiamo strappato uno 0 a 0 che non ci fa stare affatto tranquilli.

Io sono in panchina.

La partita non si sblocca. Questi tedeschi sono tosti, organizzati e hanno un paio di giocatori di grande qualità.

Ad un certo punto Juande Ramos, il nostro allenatore, mi chiama. Sono già venti minuti buoni che mi scaldo a bordo campo.

“Forza Antonio, vai in campo. Stai “aperto” sulla fascia sinistra e bombardami di cross la difesa dei tedeschi”.

Così mi ha detto il nostro Mister.

E quando nei supplementari è arrivato quel pallone dalla fascia opposta non ci ho pensato due volte; botta di sinistro al volo con la palla che “gira” giusto giusto per infilarsi a 5 centimetri dal palo opposto.

E’ venuto giù lo stadio.

In quel preciso istante ho capito che anch’io ero diventato un pezzetto di storia del mio amato Club.

https://youtu.be/iLjVhgHoTZg

 ________________________________________________________________

E’ il 25 agosto del 2007.

Si gioca al Sanchez Pizjuan di Siviglia.

Siamo quasi alla mezz’ora del primo tempo dell’incontro tra i padroni di casa del Siviglia e il Getafe.

E’ la prima partita della nuova stagione della Liga.

L’inizio è favorevole agli ospiti che trovano il gol dopo soli due minuti di gioco.

Il Siviglia per qualche minuto è scioccato da questo gol a freddo.

Ma poi inizia a macinare il suo solito gioco, specie sulle fasce dove Navas a destra e la coppia Capel-Puerta a sinistra stanno iniziando a produrre gioco e rifornimenti per la coppia di attaccanti Kanoutè e Luis Fabiano.

Poi però accade qualcosa di strano … di inizialmente poco decifrabile.

Un’azione del Getafe finisce con un nulla di fatto e Antonio Puerta, che aveva seguito e controllato l’azione, accompagna il pallone a fondo campo.

Improvvisamente Antonio si ferma e rimane qualche secondo accosciato, come per riprendere fiato dopo una lunga corsa.

Un istante dopo cade a terra, con il corpo in avanti.

Intorno tutti capiscono subito che c’è qualcosa che non va.

Dragutinovic inizia a correre verso Antonio e lui e il portiere Palop sono i primi a soccorrerlo.

Puerta ha perso conoscenza e rischia di soffocare.

Dragutinovic riesce ad estrargli la lingua.

Sono momenti di grande concitazione … e di paura.

Arriva il medico del Siviglia.

Antonio riprende conoscenza, si siede e riesce anche a dire qualche parola.

Compagni di squadra, avversari e i 40.000 del Sanchez Pizjuan tirano un enorme sospiro di sollievo.

Per un attimo pare addirittura che Antonio voglia tentare di riprendere a giocare !

Medico e compagni di squadra lo dissuadono.

Antonio è determinato e testardo.

Lo è sempre stato.

Come quando continuava a rifiutare proposte di prestito da decine di altri Club della Liga.

“Non se ne parla neanche” rispondeva.

“Io rimango qui a lottare per un posto in quella che è l’unica squadra per cui ho sempre sognato di giocare: il Siviglia F.C.”

Così determinato e testardo da volere a tutti i costi uscire dal campo sulle sue gambe.

Il pubblico, il calorosissimo e competente pubblico del Sanchez Pizjuan, gli tributa una ovazione.

Antonio è un ragazzo della “Cantera” e in Spagna, per quelli come lui, l’amore dei tifosi è qualcosa di speciale, di diverso.

Lo salutano e lo applaudono.

Tutti in piedi.

Antonio alza una mano per ricambiare il saluto … abbozza anche un sorriso e poi infila il sottopassaggio verso gli spogliatoi.

… I tifosi del Siviglia non lo vedranno mai più.

Il tempo di arrivare nello spogliatoio, di sedersi su una panca e Antonio verrà colpito da ben 5 attacchi cardiaci consecutivi.

Con un defibrillatore riusciranno a tenerlo in vita fino all’arrivo dell’ambulanza.

Poi la corsa verso il “Virgen del Rocio”, ospedale della città.

Gli attacchi cardiaci si susseguono, senza soluzione di continuità.

Antonio è determinato e testardo.

Lo è sempre stato.

Come quando si ruppe il menisco dieci minuti dopo il suo esordio nella seconda squadra del Siviglia.

“Tornerò più forte e determinato di prima” disse mentre lo portavano fuori dal campo.

E così fece.

Le sue condizioni sono però disperate.

Antonio Puerta continuerà a lottare strenuamente per quasi 3 giorni.

Prima di arrendersi, alle 14.30 del 28 agosto 2007, quando l’ossigeno smetterà definitivamente di arrivare al cervello.

Antonio Puerta aveva 22 anni.

… il 21 ottobre di quello stesso anno, neppure due mesi dopo la sua morte, nascerà Aitor, il suo primogenito.

aitor puerta.jpg

Una foto dalla partita commemorativa del 2016 contro il Boca Juniors. Al centro il piccolo Aitor.

 

 

Antonio Puerta, “l’uomo dal sinistro di diamante”, aveva esordito nell’autunno precedente con la Nazionale spagnola di Luis Aragones e ne sarebbe sicuramente diventato una parte integrante dei successi ottenuti dalle “furie rosse” negli anni a venire.

Ala sinistra o terzino, di quelli che sanno saltare l’uomo, sanno crossare e sanno andar su e giù per la fascia decine e decine di volte a partita.

Ma anche capace di difendere, di pressare e di lottare. “Un vincente nato” lo definirà Joaquin Caparros, l’allenatore che lo fece esordire nel 2004 in una partita di Liga contro il Siviglia.

Il suo avvento permette al Siviglia di cedere l’altra amatissima ala sinistra “prodotto della casa” Juan Antonio Reyes, che ad inizio del 2004 andrà agli inglesi dell’Arsenal per la cifra, allora davvero ragguardevole, di 35 milioni di euro.

Puerta si afferma definitivamente nella stagione 2005-2006 ed è proprio un suo gol nella semifinale di Europa League a permettere al Club andaluso di qualificarsi per la prima finale europea della sua storia, vinta poi in maniera netta e autorevole contro gli inglesi del Middlesbrough.

Nella stagione successiva il Siviglia si conferma ad altissimi livelli.

La squadra lotta fino alla fine su tutti e tre i fronti: Liga, Europa League e Copa del Rey.

Riuscirà ad aggiudicarsi entrambe le Coppe e chiuderà il Campionato al 3° posto dopo essere stato in testa per diverse giornate, cosa che al Siviglia non accadeva da più di 60 anni.

Antonio è una pedina fondamentale nello scacchiere di Juande Ramos e le sue prestazioni allertano ben presto gli osservatori delle più grandi squadre del continente.

Si parla di Arsenal, di Manchester United e soprattutto del Real Madrid, che da tempo ha messo gli occhi su Antonio per coprire la fascia sinistra orfana di Roberto Carlos.

Puerta invece rinnova il suo contratto con il Siviglia.

Per cinque anni. Non ci può essere testimonianza più tangibile del legame di Antonio al Siviglia F.C.

E’ già uno dei leader dello spogliatoio.

Il primo ad arrivare al campo di allenamento, il primo a rincuorare un compagno in difficoltà, il primo a riempire lo spogliatoio di allegria con le sue battute e le sue canzoni.

La sua disponibilità verso i tifosi è ricordata ancora oggi da tutti gli “hinchas” del Siviglia.

Autografi, foto e disponibilità totale. Di lui molti ricordano le innumerevoli volte in cui ha dato passaggi a tifosi al ritorno dall’allenamento … quando molti calciatori sono più “gelosi” della loro fuoriserie che della propria moglie …

Di lui restano due meravigliosi tributi.

Il primo è una statua nei pressi del Sanchez Pizjuan raffigurante Antonio ed eretta in suo onore nell’aprile del 2010, esattamente 4 anni dopo il suo storico gol allo Schalke 04 con una scritta sul basamento:

“Il tuo sinistro ci ha regalato un sogno che cambiò le nostre vite dando il via in quel momento ad uno dei periodi più gloriosi della storia del nostro amato Club. Grazie Antonio”.

Ma esiste ancora qualcosa di meglio, di più tangibile e toccante …

In ogni singola partita del Siviglia al minuto 16, il numero di maglia di Antonio, tutto il pubblico si alza in piedi, applaudendo e scandendo il suo nome.

In modo tale che ogni bambino entri in quel magnifico e passionale stadio per la prima volta sia COSTRETTO a chiedere al papà  “Chi era babbo Antonio Puerta ?” …

…………

conoscete una maniera migliore di tramandare una leggenda ?

https://youtu.be/cyF6A9JSmFQ

 

 

Come sempre la prima parte, raccontata in prima persona, non è altro che frutto della fantasia di chi ha scritto questo piccolo tributo ad un calciatore fantastico ma soprattutto ad un ragazzo meraviglioso, amato e benvoluto da tutti quanti.

Mi dicono i miei amici da quelle parti che si raccontano meraviglie di Aitor, suo figlio, e della sua “zurda” magica.

Beh, io lo sto aspettando … un sostenitore, qui in Italia, Aitor ce l’ha già …

Infine un bellissimo e toccante video-tributo ad Antonio.

https://youtu.be/oyeFHdR9J7E

 

ROBERT ENKE: 4427

di SIMONE GALEOTTI

enke1

“Ben lungi dall’essere negazione della volontà, il suicidio è il fenomeno di una sua più energica affermazione. La negazione, infatti, non consiste in un orrore dei mali della vita, ma nell’odio dei suoi piaceri. Il suicida vuole la vita: soltanto non è soddisfatto delle condizioni in cui gli si offre. Distruggendo il singolo fenomeno, il suicida non rinuncia quindi alla volontà di vivere ma, unicamente al vivere.”

A.Schopenhauer – “Il mondo come volontà e rappresentazione”

 

Quel pomeriggio, dopo gli allenamenti, qualcosa nella testa di Robert Enke prende consistenza, facendosi forma tangibile, divenendo ossessione, richiamo senza scampo.

Non era la prima volta, da un po’ di tempo Robert stava convivendo con un pensiero costante, ci si era perfino quasi abituato. Ma quella sera la sua immaginazione decide di superare il punto di non ritorno e la bolla non gli scoppia dentro al cervello in attesa di reimmergersi nella nuova salvifica ondata di circolazione sanguigna; quell’idea si coagula come lava al termine di un eruzione, lava uscita fuori dal suo cratere più profondo, creando un alter ego, un doppione di sé stesso, una sorta di figurina dell’album calciatori che lo osserva dall’esterno, da un punto d’osservazione privilegiato, dallo specchio di un mondo fuori dal mondo, e quest’altro Robert vede il suo corpo, lo vede morto, o in punto di morte.

Solo allora, alla stregua della firma di un patto faustiano, sorride. Il silenzio ed il freddo già intenso di novembre avevano avvolto la periferia di Hannover. Netta, immobile, era calata la sera infranta dalle luci al led della sua Mercedes GL 320. Robert Enke è un portiere di calcio, tutto sommato un buon portiere di calcio.

Ferma la macchina al limitare di un campo vicino al paese di Himmerlreich che, sentenza del destino, in tedesco significa “regno del cielo”; scende, abbandona il portafoglio sul sedile del passeggero e lascia lo sportello aperto; gocce di pioggia gelata si stagliano sul suo cranio perfettamente rasato, sulle spalle robuste, mentre la fronte è appena increspata dalle rughe di una trepidazione sommessa. Vede i tralicci della ferrovia, scorge la teoria parallela dei binari ai loro piedi e cammina, cammina nell’erba alta, fradicia, procede senza indugio con passo cadenzato da corteo attraverso un percorso che pare conoscere da tutta la vita, sembra un automa, indifferente nella pace di quarzo; addosso ha la tuta del suo Hannover ’96, morbida, come gli angeli sopra di lui che lo sfiorano dolcemente con ali di amore sconfinato ma Robert non cede, perché Robert Enke è nell’atto davanti alla sua quinta emendata, e qui occorre sospendere l’azione, non si può più tornare indietro.

Diceva Immanuel Kant nella “Critica alla Ragion Pura” che il romanticismo tedesco non consiste in una dichiarazione d’amore bensì nell’avvelenarsi con l’arsenico per amore.

Enke controlla l’orologio in uno sforzo terribile di appartenere ancora al tempo, mancano cinque minuti alle 18 e 20 del 10 novembre 2009 e il diretto 4427 Hannover-Brema dovrebbe transitare puntuale. Morire a rate è la specialità dei portieri scrisse Albert Camus che di portieri se ne intendeva per aver ricoperto il ruolo in gioventù.

Robert Enke comincia a morire tre anni addietro, quando sua figlia Lara si spegne a causa di una rara malattia cardiaca e la sua depressione prende una piega preoccupante anche secondo gli appunti conservati nello studio del suo psicoterapeuta Valentin Markser.

Eppure ci sono segnali di ripresa, almeno nella carriera agonistica che ad un certo punto fanno ben sperare. Il CT Joachim Löw lo convoca in nazionale per una gara amichevole contro la Georgia e in breve si conquista un posto nella selezione iscritta agli europei svizzero-austriaci del 2008. Con sua moglie Teresa adotta una bambina che chiamano Leila. Però quella sera Robert sta facendo troppo tardi, Teresa è preoccupata, lo cerca al cellulare ma lui non risponde, non risponderà più. Teresa non si accorge che il cassetto della scrivania del salotto è semiaperto. Dentro c’è una lettera. E’ il testamento spirituale di Robert Enke, le sue scuse, la sua vita attraversata in un pozzo di parole senza fondo, dove ripercorre l’infanzia a Jena, le prime ginocchia sbucciate sul campetto dei pulcini del Carl Zeiss, la trafila nelle giovanili, l’esordio in Bundesliga e l’estero; subito un triennio nel Benfica guidato da Jupp Heynckes di cui diviene capitano, poi lo stallo contrattuale a Lisbona e allora ecco Barcellona, il Camp Nou.

Eppure in Spagna non va bene, viene confinato in panchina, l’influsso nefasto di Saturno lo paralizza al pari del più famoso e malinconico quadro di Albrecht Dürer. Una sola apparizione di venti minuti in Coppa del RE e di seguito una vertigine di sconforto che passa dalla Turchia indossando la maglia del Fenerbache allenato da Christoph Daum. Altresì sul Bosforo scenderà in campo per una sola partita peraltro persa malamente 3-0 contro i rivali cittadini dell’Istanbulspor.

Finalmente torna dalle parti di casa, ad Hannover, e il volto riacquista una parvenza di serenità. Ma evidentemente dopo un po’ anche l’area piccola dell’Hannover ‘96 diventa rapidamente un purgatorio che non riesce a curare totalmente l’anima di un portiere perché si sa, seppure nel recente pareggio con l’Amburgo sei stato un protagonista, la sconfitta, l’umiliazione e l’inferno possono essere sempre dietro l’angolo presentandosi improvvisamente, crudelmente, la domenica successiva.

E Robert Enke non s’infila guanti bianchi come Sepp Maier per affrontare il fato oscuro, Enke è un puritano, si veste di nero e adesso il treno sta arrivando a folle velocità, si accorge di sentire un funerale nella mente, i passi leggeri di gente in lutto avanti e indietro, finché gli parve venir meno ogni senso e si getta, privo di suono, nel suo ultimo volo.

L’intera Germania si svegliò scioccata dal gesto di Enke, la bara venne esposta allo stadio davanti a quarantamila persone e le lacrime si persero in una brezza segreta dettata dallo spartito del ricordo, senza frasi, sotto il cielo tremolante di Hannover.

HENKE.jpg