ADDIO PICCOLO GRANDE “LOCO” HOUSEMAN.

di Remo Gandolfi

Scrissi questo pezzo un paio di anni fa e solo pochi giorni fa lo sono andato a ripescare per aggiornarlo un po’ anche nella consapevolezza dei suoi problemi di salute.

Avrebbe dovuto uscire la settimana prossima in un importante sito di calcio nel web.

Oggi invece questo meraviglioso “folletto”, questo campione meraviglioso, quest’uomo fragile ma dal cuore grande come una montagna ha deciso di togliere il disturbo.

Una vita sempre al massimo e sempre fuori dagli schemi.

Con il suo immancabile bicchiere di vino in mano e una delle sue adorate “Gauloises” fra le labbra.

Addio piccolo grande uomo. Tu che hai saputo divertirti in campo e che hai fatto divertire milioni di tifosi … anche quelli delle squadre contro le quali giocavi.

… perchè con te in campo non era MAI una partita “normale”.

Che la terra ti sia lieve meraviglioso indimenticabile “Loco”.

 

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Genialità e pazzia: quanto è sottile il confine ? Quante volte ce lo siamo chiesti parlando di scrittori, musicisti o pittori ? Ebbene, questa è la domanda ricorrente anche quando si parla del “Loco” Renè Houseman.

A vederlo oggi ricorda tantissimo un altro genio maledetto, il grande Chet Baker … Rughe profonde che gli solcano il viso, una testa folta di capelli con un ciuffo perennemente ribelle, gli occhi apparentemente stanchi di uomo di più di sessant’anni  che però, se guardi in profondità, li vedi vivi e sereni come solo quelli che hanno lottato e vinto contro demoni cattivi possono avere.

Anche se da qualche mese deve lottare contro uno di quei “mali” che quando ti attaccano sono difficili da sconfiggere.

Renè Houseman è stata la più grande ala destra nella storia del calcio argentino.

Piccolissimo (165 cm) ma sveltissimo, imprevedibile con le sue finte, i suoi tunnel, i suoi repentini cambi di direzione. Giocava a destra ma se lo mettevi sull’altra fascia alla fine cambiava poco … ti saltava senza pietà, sfornava cross su cross per i fortunati centravanti che hanno giocato con lui. E segnava tanti gol. Le sue statistiche parlano chiaro; nell’Huracan giocò 266 partite segnando 108 gol. Tanti attaccanti puri sarebbero felici di avere questi numeri.

Il primo a credere davvero in lui fu Cesar Menotti. El Flaco di calcio ne ha sempre capito tanto e il talento, quando lo vede, lo riconosce. Lo strappa al Defensores de Belgrano, in serie B e lo butta dentro, a 19 anni, nell’Huracan che El Flaco sta costruendo con la sua idea di calcio, fatto di tecnica, di stile e di coraggio.

Quando lo presenta alla squadra viene Renè viene accolto con grande freddezza.

Non c’è da stupirsi. Sembra un barbone.

“Mister, ma questo dove l’ha trovato ? Sembra un alcolizzato”  dirà qualcuno al “Flaco” Menotti.

“Ragazzi, quel ragazzo qua è l’ultima cosa che ci manca prima di diventare imbattibili.

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Passano poche settimane e Houseman diventa uno dei pilastri di quel meraviglioso team che nel 1973 vince il suo primo trofeo dell’era professionistica nella storia del “Globo”. Con lui ci sono giocatori fantastici, come Brindisi, Babington, Basile, Larrosa e Carrascosa. La squadra gioca un calcio che in Argentina non si vedeva da tempo e Houseman è il chiavistello che scardina tutte le difese. Menotti lo lascia libero di muoversi su tutto il fronte di attacco. In pratica agisce da seconda punta dietro Roque Avallay, il 9 del team. Renè impressiona tutti, i suoi assists e soprattutto le sue giocate sempre imprevedibili accendono la fantasia di tutti i tifosi e non solo del “Globo”. Insieme ai compagni di squadra Babington, Brindisi e Carrascosa entra nei 22 della spedizione ai mondiali di Germania del 1974 dove l’Argentina, pur eliminando gli azzurri nelle qualificazioni, non ottiene quello che probabilmente era nel potenziale del team. Uno dei pochi a salvarsi è proprio Houseman, (che contro l’Italia diede una “bambola” strepitosa al nostro Giacinto Facchetti) segna 3 gol in 6 partite e a differenza dei colleghi sopracitati, rimane sempre nella rosa della Nazionale diventando, con il suo mentore Menotti diventato nel frattempo selezionatore della Nazionale, uno dei punti fermi del team.

Però il suo personale demone, l’alcool, è già entrato nella sua vita. Le sue umilissime origini fanno si che Renè non si stacchi mai dal suo quartiere e dagli amici di infanzia a cui, con il cuore enorme che si ritrova, non riesce mai a dire di no, che sia prestando del denaro o partecipando a bisbocce interminabili dove era immancabilmente lui a pagare per tutti. Addirittura si racconta che in un periodo in cui i calciatori erano tutt’altro che ricchi e dove addirittura i Club pagavano a “minutaggio” (più giochi più guadagni) Renè si inventava spesso piccoli infortuni facendosi sostituire a una decina di minuti dalla fine … in modo che anche altri componenti della rosa potessero dividersi qualcosa.

L’Huracan rimane ad alti livelli per diverse stagioni ma anche quando il team inizia una naturale flessione per Renè non se ne parla di lasciare la squadra ! Nel 1981 però, a 28 anni e nel pieno della maturità calcistica ma anche quando i suoi problemi con l’alcool sono ormai noti, arriva l’offerta dei Millionarios del River Plate. Ingaggio decisamente più corposo, possibilità di vincere trofei, giocare regolarmente la Libertadores … tutte cose che al “Loco” Houseman non interessano minimamente ! Gioca un pugno di partite nel River e poi fa ritorno nel suo Huracan. Ma i tempi d’oro sono passati. Le sue prestazioni calano parallelamente al suo sempre maggiore consumo di alcool e alla vita sregolata. Qualche breve esperienza in Cile e addirittura in Sudafrica … ma Houseman, a 31 anni, è ormai un ex-calciatore.

Terminata la carriera calcistica al “Loco” Renè non rimane in tasca un solo pesos.

Da quel momento la sua discesa nell’abisso è inarrestabile. Finisce a dormire sotto i ponti, a chiedere l’elemosina ai semafori … a 50 anni sembra uno di 70. Per fortuna nel 2006 il vecchio amico e compagno di squadra Carlos Babington diventa presidente del Club, si ricorda del vecchio Renè e gli riapre le porte del Club, inserendolo nello staff tecnico e togliendolo letteralmente dalla strada. Stavolta Renè non si lascia scappare l’occasione e rinasce. Ora è facile vederlo ospite in trasmissioni televisive dove la sua onestà e la sua schiettezza sono ammirate e apprezzate da tutti. Chiunque lo incontri o parli con lui è colpito dalla sua umanità, dalla sua semplicità e dalla sua umiltà. “Mi fa bene al cuore pensare che ci sia ancora qualcuno che mi fermi per strada, si ricordi di me e mi parli di qualche mio dribbling o di qualche mio gol. In fondo giocavo solo a calcio e non ho mai saputo fare nient’altro”.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

“Solo una volta giocai mentre ero davvero ubriaco. Venivo dalla festa di compleanno di mio figlio e arrivai al campo che quasi non stavo in piedi. Non so quante docce gelate mi costrinsero a fare per cercare di rimettermi in sesto. Alla fine lasciarono a me la decisioni e io risposi che avrei potuto giocare anche su una gamba sola ! Li convinsi, scesi in campo dall’inizio, feci un gol, chiesi il cambio e andai e negli spogliatoi a dormire” (di quella partita e di quel gol esistono immagini che potete vedere in allegato)

Non ho mai messo via un solo pesos. Quello che avevo lo spendevo, per la mia famiglia, i miei amici o per chi ne avesse bisogno. Quando vedo le persone intorno a me felici cosa me ne faccio del denaro ?”

Quando gli chiedono che progetti ha per il futuro due sono le risposte classiche del “Loco”; la prima è una “broma” (scherzo, battuta) pura: “beh, come vedi mi tengo in forma. Sono ancora magro e scattante … sai, con la penuria di ali in questo momento la Nazionale argentina potrebbe ancora aver bisogno di me !” La seconda riassume in pieno il suo carattere e la sua filosofia di vita: “cosa farò nel futuro ? Hermano, io non so neppure cosa farò appena avrò finito di parlare con te !”.

Houseman ha sempre avuto un grande attaccamento al Barrio dove è cresciuto, el Bajo Belgrano. Nel 1973, nel momento più importante della storia recente del “Globo”, i dirigenti decisero di toglierlo da quel misero quartiere e di allontanarlo dalle “cattive compagnie” di bisboccia e grandi bevute. Così decisero di mettere El Loco in un prestigiosissimo appartamento nel cuore di Parque Patricios, quartiere di lusso di Buenos Aires. Houseman restò qui per la bellezza di 20 giorni, prima di lasciare l’appartamento e tornare fra gli amici del suo Barrio.

Soprattutto agli inizi della sua carriera Houseman ha sempre dovuto sopportare gli insulti di dirigenti e compagni di squadra che gli ricordavano le sue umili origini. “Villero” era il più ricorrente ed è il dispregiativo dato a chi nasce e vive nelle baracche delle periferie, paragonabili alle favelas brasiliane. Alla domanda se questo gli ha mai creato problemi la risposta di Houseman è sempre stata lapidaria “Offendermi ? E perché ? E’ la verita, per cui perché offendermi ? Anzi, ne sono sempre stato orgoglioso”

Houseman fu protagonista di due campionati mondiali con la Nazionale argentina, quello del 1974, deludente, e quello vittorioso del 1978. L’analisi di quelle due squadre è impietosa quando sorprendente.

“Nel 1974 eravamo più forti. C’erano giocatori migliori ma ognuno giocava semplicemente per se, senza preoccuparsi minimamente della squadra e dei compagni. Quella nazionale avrebbe dovuto chiamarsi “DEPORTIVO YO” tanto eravamo impegnati a farci belli singolarmente. Quella del 1978 aveva meno talento ma grazie al lavoro del “Flaco” Menotti eravamo finalmente una squadra e che giocava il calcio che avevamo giocato con l’Huracan.”

Una persona della bontà di Houseman non ha rancori verso nessuno nel mondo del calcio, ma l’unico che il buon Renè non riesce proprio a stimare è Carlos Bilardo, l’allenatore campione del mondo con l’Argentina nel 1986. “Quell’uomo prima ha ucciso il ruolo dell’ala e poi ha ucciso il calcio argentino. Ha vinto è vero, ma quello non era il calcio di questo Paese”.

Quando parla dei due giocatori più forti del suo periodo non ha dubbi; Miguel Angel Brindisi, compagno nell’Huracan e in nazionale. “Sapeva fare tutto. Impostava lui l’azione d’attacco e poi te lo trovavi in area a concludere”. L’altro è Johann Cruyff “Una gazzella. Elegante, imprevedibile e un leader assoluto. Più le cose si mettevano male per la sua squadra, più pretendeva la palla dando l’esempio ai compagni”.

Oggi è uno dei più grandi sostenitori e ammiratori di Leo Messi. E’ di pochissimi mesi fa una sua toccante e lucida lettera aperta in cui parla di Messi, difendendolo a spada tratta e chiudendo la lettera con un perentorio ringraziamento: “Grazie Leo per essere la cosa più bella che io abbia mai visto su un campo di calcio”.

L’argomento più delicato: l’alcool. “Non so quando e neppure perché ho cominciato. So solo che mi piaceva e dopo un po’ le cose sono finite fuori controllo.” “Quando decisi di smettere smisi e basta. 22 giorni in clinica e una volta tornato alla vita normale non ho più toccato un singolo “vasito”. E dopo diciassette anni è ancora così.

E infine la domanda classica; “cosa avresti fatto se non fossi diventato un calciatore ?”

La risposta del “Loco” è fantastica ! “Semplice. Avrei passato il tempo a “mirar minas” ! (a guardare ragazze giovani e belle)

Questo, signori, è il “Loco Houseman”.

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Nei quattro brevi filmati allegati; Il suo gol all’Italia ai mondiali 1974, due gol al River tra cui quello segnato mentre era completamente ubriaco, alcune delle sue più belle giocate e infine un recente servizio su di lui e la sua storia personale.

http://youtu.be/5CjcncZOOuw

http://youtu.be/dGxq6D6tFJw

http://youtu.be/pp_exG1-S9U

http://youtu.be/Woj-IaLP5ic

 

LEOPOLDO LUQUE: Campione del mondo con la morte nel cuore.

di Remo Gandolfi

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“Mi sembra di aspettare queste giornate da sempre.

Fin da quando ho esordito in Primera con i colori del Rosario Central quasi 6 anni fa.

Anzi, forse sognavo questi momenti fin da bambino, nello spelacchiato campetto del mio barrio, Guadalupe Oeste, a Santa Fe, la mia città.

Giocare in un Campionato del Mondo di calcio con la maglia della Nazionale del mio Paese.

E perdipiù questo mondiale lo giochiamo proprio qui, in Argentina !

Cinque giorni fa abbiamo esordito contro l’Ungheria.

Squadra tosta e partita durissima.

Dopo neanche 10 minuti ci hanno fatto gol.

Non certo l’inizio sognato da tutti.

Monumental muto per un minuto … forse neanche.

Poi la nostra gente ha ricominciato a cantare, ad incitarci, a sostenerci.

Cinque minuti dopo ho segnato il gol del pareggio.

Daniel Bertoni ci ha dato la vittoria quando ormai non ci speravamo quasi più.

Quel gol però mi ha dato una carica immensa !

Ieri sera contro la Francia ho segnato io il gol della vittoria in un’altra difficilissima partita.

E che gol ragazzi !

Un siluro da quasi 25 metri.

Ma qui il sogno si è interrotto.

Pochi minuti dopo in un banale contrasto sono caduto a terra in maniera goffa.

Un dolore pazzesco al gomito destro.

I medici volevano farmi uscire.

“E’ lussato Leo !”

“Non se ne parla neanche” ho risposto loro.

Primo perché “El Flaco” aveva già fatto tutti e due i cambi e secondo perché ero convinto ci fossero i miei famigliari dentro lo stadio e non volevo si preoccupassero per me.

Ma nessuno della mia famiglia era al Monumental ieri sera.

Avevano qualcosa di molto più brutto di cui preoccuparsi.

Di vegliare il corpo di mio fratello Oscar.

Aveva solo 25 anni.

Un incidente d’auto.

Così mi hanno detto almeno.

Voglio crederci … DEVO crederci.

In caso contrario quella piccolissima fiammella che prova a farmi tornare la voglia di continuare a giocare stupide partite di calcio e che a fatica rimane ancora accesa da qualche parte nella mia anima si spegnerebbe del tutto … come spazzata dal vento che sale in questa stagione da Mar de la Plata.

Mio fratello era un feroce oppositore del regime di Videla e dei suoi sanguinari compari.

Non lo ha mai nascosto.

E “loro” lo sapevano benissimo.

Mi hanno detto che c’era tanta nebbia … guidava il camioncino che un nostro vicino di casa gli ha prestato per l’occasione.

“Non posso non vedere almeno una volta mio fratello giocare al Monumental” ha detto ai miei prima di partire.

Mio padre non ha voluto che lo sapessi.

Fino a stamattina, a poche ore dalla fine del partita con la Francia

“Leo deve giocare un Mondiale”.

“Lasciamolo in pace almeno stasera” ha detto ai miei famigliari appena ha saputo di quello che era successo ad Oscar.

Ho lasciato il ritiro.

Ora sono qua con Oscar.

Il suo corpo è carbonizzato, quasi irriconoscibile.

Voglio occuparmi di tutto io.

Non voglio che i miei genitori lo vedano così.

I militari mi hanno offerto un elicottero per arrivare qui a Santa Fè.

Che si fottano.

Non ho bisogno di loro.

E dopo non tornerò in ritiro.

Per me il Mondiale è finito.

Menotti mi ha già parlato.

Come solo lui sa fare … come un padre.

“Non ce la faccio Mister, mi dispiace” e lui ha capito.

Sono passati altri giorni.

La stretta al cuore non se ne va.

Mio padre non insiste più.

Ma accende la radio proprio mentre i miei compagni stanno entrando in campo contro l’Italia.

Il telecronista dice che i giocatori stringono un lungo striscione all’entrata nella “cancha” del Monumental.

Sopra c’è scritto “LEOPOLDO, TE ESPERAMOS”.

Inizio a piangere.

Mio padre mi abbraccia.

Non dice nulla.

Qualcosa però dentro si è mosso, qualcosa sta cambiando.

Mi chiamano al telefono Passarella e ancora Menotti.

Ma non sono pronto, ancora non ce la faccio.

Guardiamo la partita contro la Polonia, stavolta in tv.

Alla fine della partita mio padre mi guarda e mi dice “Leo, devi tornare. Ormai è andata così. Nessuno può farci più nulla”.

Un amico mi riaccompagna a Rosario, dove si trovano ora i miei compagni.

Non dimenticherò quel momento.

Tutti mi hanno accolto come un fratello.

Tutti. Nessuno escluso.

Ho sentito tanto calore, come non avrei mai immaginato.

E ora siamo qui.

E’ il 25 giugno.

E siamo in finale !

Stiamo a fatica raggiungendo con il pullman il Monumental.

La gente di Buenos Aires sembra sia tutta in strada.

Ad aspettare noi.

Ad accompagnarci, a spingerci e ad incitarci.

Nei loro occhi non c’è solo solo passione, orgoglio ed entusiasmo.

C’è qualcosa di diverso.

Forse si chiama SPERANZA.

La speranza che possiamo essere noi, una squadra di calcio, a portare un po’ di luce nelle loro vite.

Nel buio di questi terribili anni per l’Argentina.

Sono in tanti a piangere un famigliare o un amico in questi anni.

Qualcuno che non rivedranno mai più.

Né da vivo né da morto.

E allora andiamo avanti.

Infiliamoci maglietta, scarpe e pantaloncini e proviamo a regalare un sorriso a chi, da anni ormai, non sorride più …

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Leopoldo Luque vincerà insieme ai suoi compagni il campionato del Mondo, il primo conquistato dagli argentini.

“El Pulpo” diventerà uno dei più grandi attaccanti del calcio argentino, vincendo 5 campionati nel suo Paese, tutti con il River e tutti tra il 1975 e il 1980, anni nei quali Luque ha militato con i Millionarios, in quel periodo una delle più forti squadre del  Sudamerica.

In quel Mondiale Luque, che ricordiamo saltò due partite, a detta di molti sarebbe stato lui il capocannoniere, rubando così la scena al pur grandissimo Mario Kempes, autentico mattatore di quell’edizione.

Resta il fatto che la sua grinta, il suo dinamismo, la sua tenacia e un tiro dalla potenza devastante, ne hanno fatto un mito assoluto per i tifosi argentini.

Suo fratello, giusto ricordarlo, fu effettivamente vittima di un incidente automobilistico provocato probabilmente dalla fittissima nebbia che in quelle prime ore del mattino il povero Oscar incontrò nel suo tragitto tra Santa Fè e Buenos Aires.

Infine ricordiamo che Leopoldo Luque fu uno dei pochissimi ad incontrare le madri di Plaza de Mayo e anche uno dei pochi a riconoscere che il clima in quei Mondiali era assolutamente intimidatorio e che, anche se non si immaginavano le efferatezza che emersero in seguito, “sapevamo tutti che i Militari non ci stavano raccontando la verità”.

Questo è Leopoldo Luque, grande attaccante e grande uomo.

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Qui sotto un piccolo tributo con alcune belle immagini della sua carriera nella Nazionale Argentina.

 

Come di consueto la prima parte in prima persona è scritta “romanzata” dal sottoscritto che ha provato ad immaginare lo stato d’animo di questo campione in un momento del genere. Racconto corroborato da decine di interviste, racconti e articoli su Luque e su quel Mondiale.

 

 

L’Olanda, il Belgio, Kieslowski e Gwyneth Paltrow.

di Remo Gandolfi

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Questa è una storia maledetta.

Per certi versi la più “maledetta” di tutte.

No, non ci sono morti violente, tragici infortuni che hanno messo la parola fine a carriere luminose o promettenti, o vite buttate nel cesso da autodistruzione con droghe o alcol.

Questo però è la storia che ha cambiato così clamorosamente il corso degli eventi da riscrivere completamente una delle pagine più importanti di questo sport.

Siamo nel 1973.

Per l’esattezza è il 18 novembre del 1973.

Si gioca per le qualificazioni ai campionati del mondo che si disputeranno l’estate successiva in Germania.

Di fronte ci sono Olanda e Belgio.

Che sono due eccellenti squadre.

La nazionale olandese è composta quasi per intero dai giocatori dell’Ajax di Amsterdam, capace di vincere le ultime tre edizioni della Coppe dei Campioni.

Il calcio espresso dai “lancieri” nelle ultime stagioni sta letteralmente trasformando questo sport.

Ritmo altissimo, squadra corta e raccolta, pressing asfissiante sul portatore di palla avversario, la rivoluzionaria tattica del fuorigioco applicata con costanza e bravura.

Ma a fare la differenza è soprattutto la qualità tecnica dei protagonisti, tutti in grado di “dare del tu” al pallone, terzini compresi.

Di fronte c’è il Belgio.

Un’ottima squadra.

Il Belgio ha partecipato all’ultima edizione della Coppa del Mondo in Messico nel 1970 e agli ultimi europei si è classificata addirittura al 3° posto.

In panchina c’è un giovane allenatore, molto preparato e soprattutto molto pragmatico.

“Se non prendiamo gol non possiamo perdere”.

Questa la semplice filosofia di Raymond Goethals che fa della organizzazione di gioco e della solidità difensiva le peculiarità principali di questa Nazionale.

In mezzo al campo a dirigere le operazioni c’è Paul Van Himst, la risposta belga a Johan Cruyff e come Cruyff capace di giocare attaccante, rifinitore o regista, a seconda dell’occasione e della necessità del team.

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E’ l’ultima partita di qualificazione ed è tutto ancora assolutamente in bilico.

Belgio e Olanda hanno dominato il loro girone di qualificazione che comprendeva anche Norvegia e Islanda che si sono rivelate poco più che due sparring-partner in questo titanico duello tra i “cugini” belgi e olandesi.

Le due nazionali arrivano a questo scontro a pari punti ma la differenza reti, introdotta per la prima volta proprio in quelle qualificazioni, è nettamente a favore di Cruyff e compagni.

Un clamoroso + 22 frutto di 24 reti segnate e sole 2 subite che la dice lunga sulla potenza di fuoco dei “tulipani”.

Di contro il “muro” belga, che nelle 5 partite precedenti di qualificazione ha si segnato solo 12 gol … ma non ne ha incassato nessuno !

Neppure nella partita di andata giocata ad Anversa esattamente un anno prima, terminata 0 a 0 e dove il Belgio seppe “ingabbiare” senza troppa fatica olandesi.

Oggi però si gioca in Olanda.

E non solo i padroni di casa hanno due risultati a disposizione per strappare il biglietto per i mondiali tedeschi , ma sono anche supportati da quasi 53.000 scatenati e urlanti tifosi, assolutamente certi di vedere Cruyff, Rep e Rensenbrink fare a fettine la difesa belga e perforare senza troppa difficoltà la porta del pur fortissimo Christian Piot.

Raymond Goethals, fedele al suo credo calcistico, imposta una partita di contenimento.

Sa bene che affrontare a viso aperto gli olandesi alla ricerca del gol-qualificazione consegnerebbe i suoi al suicidio sportivo.

L’Olanda, che in panchina ha ancora il ceco Frantisek Fadrhonc, non particolarmente amato dalla Federazione Olandese ma per il quale i calciatori, capitan Cruyff in primis, stravedono, parte abbastanza contratta.

Tiene in mano il pallino del gioco ma nel primo tempo non riesce praticamente a creare pericoli.

In fondo il pareggio sarebbe sufficiente per qualificarsi ma gli olandesi sanno benissimo che con una squadra sorniona e scaltra come il Belgio puntare su un pareggio a reti bianche è come giocare col fuoco.

Nel secondo tempo gli “orange” iniziano a spingere con maggiore vigore.

Prima ci prova John Neeskens con un gran tiro da fuori e poi è Johnny Rep che prima si vede deviare in corner un bel colpo di testa da un prodigioso riflesso di Piot e poi “riesce” a calciare fuori una conclusione “a botta sicura” da dentro l’area piccola.

Il Belgio contiene senza troppo affanno le ultime sfuriate degli olandesi.

Si arriva così ad un minuto dal termine.

C’è un punizione per il Belgio dalla sinistra, sulla trequarti.

Van Himst, con l’esterno del piede, calcia una sontuosa parabola che supera tutta la difesa olandese e arriva sul secondo palo, dove il centrocampista Jan Verheyen arriva con grande tempismo e con una precisa conclusione al volo mette alle spalle dell’immobile Scrjivers.

La panchina belga esplode. E’ il gol qualificazione.

Lo stadio Olimpico di Amsterdam e i suoi 53.000 supporters sono ammutoliti.

L’arbitro, il sovietico Kazakov, sta per indicare il centrocampo e convalidare il gol quando dalla parte opposta vede il guardalinee con la bandierina alzata.

Segnala chiaramente un fuorigioco di Verheyen.

La rete viene annullata.

Il Belgio è fuori dai Mondiali.

Senza mai perdere e senza subire neppure un gol nelle qualificazioni.

Non era mai successo.

E con ogni probabilità non accadrà mai più.

L’Olanda, per la prima volta dal 1938, andrà ai Mondiali.

Ci andrà e darà spettacolo.

Entrando per sempre nella storia del calcio e dell’immaginario collettivo consegnando alla leggenda di questo sport forse la Nazionale più bella di sempre, di sicuro la più bella tra quelle che non hanno MAI vinto un Mondiale.

Il calcio totale, le lezioni di calcio ad Argentina e Brasile nei mondiali tedeschi, la sfortunata finale contro i tedeschi stretti d’assedio per tutto il secondo tempo.

Cruyff, Neeskens, Rensenbrink, Krol, Van Hanegem, Haan … tutti giocatori che ancora oggi hanno un posto di rilievo nella storia di questo sport.

… Ah scusate … quasi dimenticavo.

Il gol di Verheyen quel giorno di novembre del 1973 era REGOLARE.

Tre, non uno, tre giocatori olandesi lo tenevano in gioco …

Come si intitolava quel film ? ah già …”Sliding doors”.

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ENEAS de Camargo: Un anno come una vita intera.

di Remo Gandolfi

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Quando arrivò a Bologna non sapeva neanche dov’era BOLOGNA.

Il suo procuratore gli aveva detto che era in Italia. Che Bologna era una bella e accogliente città e che aveva una forte squadra di calcio.

Quello che il suo procuratore non gli disse però era molto di più di quello che gli disse.

Ad esempio che Bologna partiva con 5 punti di penalizzazione per il coinvolgimento della società nel disastro “calcio scommesse” della stagione precedente.

Non gli disse neppure che a Bologna, alle porte della Pianura Padana, faceva un freddo cane d’inverno.

E che a Bologna nevica spesso.

Eneas arriva nel 1980, l’anno in cui in Italia si riaprono le frontiere (uno per squadra) dopo quasi tre lustri di autarchia calcistica.

Ne arrivano 11 e ben 4 sono brasiliani.

E’ il fascino della Nazione calcistica più ammirata e prolifica di talenti.

Eneas è gioviale, allegro, perennemente sorridente.

Bologna è una città che accoglie, che sa aspettare e che sa amare.

E Bologna si innamora di questo ragazzo dolce, gentile e solare che di mestiere fa l’attaccante.

Di lui si sa davvero poco.

L’unica cosa che possono fare i tifosi è dare un’occhiata alle statistiche che lo accompagnano e che dicono che segna mediamente un gol ogni due partite (niente affatto male !) e che ha già giocato 3 partite con la Nazionale Brasiliana.

Beh, giocatori scarsi che giocano nella Nazionale brasiliana non se ne sono visti molti …

Chi va a vedere la preparazione e le prime amichevoli rimane incantato.

Dal giocatore, che ha nel repertorio praticamente tutte le caratteristiche del brasiliano tipico, dal dribbling, al colpo di tacco, alla visione di gioco e … all’anarchia tattica.

Dall’uomo, che ha un minuto sempre e per tutti. E sempre con un meraviglioso sorriso stampato sulle labbra.

Quando inizia il campionato Eneas mostra appieno le sue doti.

E’ più un rifinitore, un “10” più che un attaccante puro.

Ma a Gigi Radice, alla Dirigenza e ai tifosi va bene così.

Per i gol ci sono Salvatore Garritano o Giuliano Fiorini.

L’avvio di stagione è eccellente, per il Bologna (3 vittorie e 3 pareggi) nelle prima 6 giornate.

Alla 4a addirittura il Bologna espugna il Comunale di Torino dei futuri campioni della Juventus.

Eneas de Camargo fa letteralmente impazzire quella che è praticamente la difesa della Nazionale italiana che due anni prima impressionò ai mondiali di Argentina e che vincerà quelli di Spagna due anni dopo.

Nei minuti finali Eneas si avventa su pallone respinto da Zoff, finge di rientrare e Osti, il giovane difensore juventino, abbocca in pieno alla sua finta di corpo e lo stende in area.

Calcio di rigore che Paris trasformerà con freddezza.

Eneas sarà “man of the match” come si direbbe oggi.

Di una spanna buona su tutti.

Poi però arrivano le nebbie, il freddo e la neve.

L’inverno emiliano è deleterio per Eneas.

Fisicamente, perché inizieranno guai muscolari vari fino a quel brutto strappo al bicipite posteriore che lo terrà ai box per oltre 3 mesi … fino praticamente alla fine dell’inverno.

Psicologicamente, perché la famosa “saudade” che ha già colpito praticamente da subito la giovane moglie, ora inizia a farsi sentire anche per lui.

La nostalgia del suo Brasile è forte e l’infortunio e la cupezza degli inverni bolognesi acuiscono questo sentimento.

Ma Bologna lo ha accolto, lo aspetta e lo ama.

Bologna gli perdona gli errori sotto porta (alcuni veramente clamorosi !) e qualche prestazione abulica dove sembra un “Bambi” sperduto nel rettangolo di gioco.

Quando rientra, a febbraio, in una partita di campionato con il Perugia si va a sedere in panchina.

La partita è già in ghiaccio per i Felsinei quando Radice decide di mettere in campo Eneas.

L’accoglienza del pubblico è quasi commovente.

I tifosi vogliono un suo gol e lo spronano con cori e incitamenti.

Che non si placano neanche quando si divora letteralmente il 3 a 0 perché invece di tirare vuole prima saltare in dribbling l’intera difesa dei Grifoni.

A pochi minuti dal termine c’è un azione sulla destra.

Il cross è allungato di testa da Fiorini verso il secondo palo dove è appostato Eneas.

Eneas si lancia in tuffo di testa incrociando la palla sul palo lontano.

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E’ il gol del 4 a 0, un gol inutile ai fini dell’incontro ma viene salutato con un boato dalla curva dei tifosi del Bologna.

La corsa di Eneas verso quei tifosi che lo hanno accolto, aspettato e amato, è gioia e commozione pura.

Sarà l’unico gol segnato al Dall’Ara dal brasiliano.

E sarà soprattutto una stagione memorabile per il Bologna che chiude al 7mo posto.

… che sarebbe stato un 5° senza la penalizzazione.

Pare tutto avviato verso una riconferma del brasiliano.

Il campionato italiano è così diverso da tutti gli altri e non è facile per nessuno adattarsi al primo impatto.

Secondo i tifosi Eneas merita una seconda chance.

Non la pensano così la dirigenza e Radice che decideranno di sbarazzarsi di lui.

In cambio dall’Udinese arriverà il tedesco Herbert Neumann con Eneas che farà il viaggio inverso.

Il Bologna, nella stagione successiva con Burgnich in panchina, retrocederà per la prima volta nella sua gloriosa storia in Serie B e in quanto a Neumann il popolo di Bologna si ricorderà più dell’avvenenza della  moglie che delle imprese calcistiche del marito.

Eneas a Udine.

Scelta niente male per uno che ha dimostrato di soffrire oltremisura il freddo !

Non giocherà neppure una partita.

Tornerà in Brasile al Palmeiras, dove giocherà tre campionati dignitosi ma senza ritrovare i fasti di un tempo.

Lascerà il calcio a soli 33 dopo un triste girovagare nelle serie inferiori.

Avvia un attività commerciale … ma ha perso il suo proverbiale sorriso nel momento in cui ha lasciato il campo di gioco.

Si parla di depressione e della passione per la bottiglia che non aveva mai nascosto.

Il destino per lui è rappresentato da un camion contro il quale andrà a schiantarsi nel settembre del 1988.

Lotterà strenuamente per quattro mesi prima di arrendersi due giorni dopo Natale.

Colpa di una banale broncopolmonite che saprà però essere definitiva in un corpo già martoriato dopo quel terribile incidente.

Saranno in tanti a Bologna a piangerlo a questa notizia.

Si, perché Bologna lo aveva accolto, aspettato e amato … e non lo aveva mai dimenticato.

 

 

ALBERTO “El conejo” TARANTINI: Di tutto e di più.

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Campione del Mondo di calcio, tre fratelli portati via dal destino, protagonista con il Boca e con il River, l’inferno della tossicodipendenza … fino alla nuova vita, quella di un sessantenne in pace con se stesso e il mondo.

Questa è la storia di Alberto Tarantini.

“Sono un uomo grato al destino”. Sentirlo dire da un sessantenne con i capelli color cenere, che della sua storia personale può dire davvero “ne ho viste di tutti i colori” stupisce e fa una grande tenerezza.

L’infanzia in miseria, il padre poliziotto con sette figli da crescere. Due di questi strappati alla vita prima di compiere due anni e un terzo che se ne è andato in una maniera impossibile da accettare … una banale operazione a 12 anni, per correggere un paio di orecchie a sventola. Il risveglio del piccolo a metà operazione, una maschera di ossigeno, l’arresto cardiaco e la morte.

Il padre di Tarantini non si riprenderà mai più da questo tragico momento. Si sentirà per sempre responsabile, lui che fu l’unico in famiglia ad opporsi strenuamente a quella inutile e stupida operazione. Tarantini racconterà che l’unica fonte di gioia sarà proprio poter seguire il piccolo Alberto agli inizi della sua carriera calcistica. Seguire gli allenamenti, le prime partite in prima squadra, le prime vittorie di Alberto … le uniche cose in grado di togliere dalla testa, anche solo per brevi momenti, la tragica morte del figlio dodicenne.

Ma il destino pare non voler allentare la presa sulla famiglia Tarantini.

E’ il 1975.

Alberto torna a Buenos Aires reduce dalla vittoria con l’Argentina giovanile nel prestigioso torneo di Tolone. Il padre è ad accoglierlo all’aeroporto. Insieme tornano a casa. Dopo qualche ora gli chiede di accompagnarlo in auto da un amico di famiglia nelle vicinanze. Alberto è stanco e ancora intontito dal viaggio … dice al padre che non se la sente di accompagnarlo ma di prendere pure la sua auto. Il padre rifiuta l’offerta. Si incammina a piedi verso la casa dell’amico. “El conejo” non vedrà mai più suo padre vivo. Un infarto lo coglie per strada, a pochi metri dalla casa dell’amico a cui intendeva fare visita. Il suo cuore non era più lo stesso dalla morte del fratello dodicenne di Alberto.

“Quello fu il giorno che cambiò la mia carriera. In tutti i sensi” racconta lo stesso Tarantini. Il giorno dopo andò dal Presidente del Boca, il celeberrimo Armando, per chiedergli i soldi necessari al funerale di suo padre. Il Presidente acconsente ma in cambio chiese una firma di “garanzia” sulla restituzione della cifra. “Non potevo crederci … mio padre era morto da poche ore e il mio Presidente mi chiedeva una garanzia sulla restituzione della cifra”. “Gli tirai in faccia il denaro, pretesi di vedere il mio contratto con il Boca, lo strappai davanti ai suoi occhi giurandogli che da allora in poi sarei stato il suo peggior incubo” Tarantini giocò senza contratto i due anni successivi, prendendo il 20% per cento di quanto precedentemente stabilito, in pratica un minimo sindacale, fino a rompere definitivamente tutti i rapporti nel 1977 a pochi mesi dal Mondiale.

Non finì qui ovviamente. Per un po’ fu Armando a rivelarsi l’incubo di Tarantini; spinse tutti gli altri Presidenti di Club argentini ad un “patto” in cui si sarebbero impegnati a non mettere sotto contratto “El conejo”. E così fu. Per Tarantini non ci fu nessuna squadra disposta a dargli la possibilità di giocare.

Nonostante questo la fiducia di Menotti nel suo “ribelle” terzino rimane immutata. Alberto giocherà da titolare inamovibile i mondiali di casa contribuendo in maniera determinante con la sue scorribande sulla fascia sinistra, i suoi prodigiosi recuperi difensivi e la sua inesauribile energia al trionfo dei biancocelesti, il primo titolo per questo meraviglioso Paese “ammalato” di calcio, entrando nella storia come l’unico calciatore a vincere i Mondiali pur non avendo un contratto con nessuna squadra professionistica!

Anche dopo la fine del Mondiale “l’embargo” nei suoi confronti non finisce. Deve lasciare il Paese. Per lui arriva l’offerta addirittura del Barcellona. Tarantini è ovviamente felice ma quando tutto sembra ormai fatto sorge un problema; il club catalano intende “naturalizzarlo” visto che in squadra ci sono già i due stranieri permessi dal regolamento: Maradona e Schuster. La proposta è quasi comica; Tarantini deve sposare una ragazza spagnola (per’altro una modella!) per avere la doppia nazionalità, potendo divorziare 48 ore dopo! Ovviamente Alberto si rifiuta e fa le valigie.  Si trasferisce nel campionato inglese, nelle file di un club non certo di prima fila come il Birmingham City. La sua irruenza, la sua voglia di attaccare e la sua scarsa disciplina tattica si scontrano con i rigidi dettami del calcio inglese di allora, fermamente inchiodato sul classico 4-4-2 applicato praticamente da tutti i teams britannici dove i difensori dovevano innanzitutto difendere. Nel campionato inglese le cose non vanno come sperato. Il Mondiale di Spagna si avvicina, El Conejo vede in pericolo il suo posto di titolare sulla sinistra della difesa di Menotti. Pur di tornare in Argentina accetta l’offerta del piccolo Club del Talleres di Cordoba, che è talmente piccolo da non aver firmato “il gentlemen’s agreement” voluto dal Presidente nel Boca nei suoi confronti! Bastano poche partite per capire che Alberto non ha perso nessuna delle qualità di pochi anni prima anzi, nel suo gioco ci sono una maturità ed un controllo maggiori. Poco dopo il suo ritorno è il River Plate che vuole Alberto nelle sue file ad arricchire una formazione già di per sé eccezionale con tanti campioni del Mondo presenti nelle file dei Millionarios. Per Alberto la soddisfazione è doppia; un grande Club nel quale poter tornare a giocare per vincere dei trofei e soprattutto giocare per gli “odiati” rivali del Boca! Quale sgarbo migliore all’odiato Armando?

Con il River vince un Metropolitano e un Nacional (esattamente come aveva fatto da giovanissimo nelle file del Boca). Nel 1983 si trasferisce in Europa, nelle file del Bastia in Francia dove disputa 2 eccellenti stagioni. Rimarrà in Europa fino a fine carriera, prima nel Toulouse per chiudere la sua carriera calcistica nelle file del St. Gallen in Svizzera nel 1989 a neppure 34 anni.

Al suo ritorno in Argentina i fantasmi delle tante tragedie e di una vita vissuta “senza prendere il fiato” chiedono il conto; El Conejo entra in una spirale purtroppo comune a tanti ex-calciatori, fatta di una vita completamente dissoluta, di frequentazioni sospette e purtroppo, di tanta, tanta cocaina. Tarantini perde completamente il controllo, ci sono processi per spaccio, risse e anche il carcere. La risalita non è facile. Ci sono cliniche, ospedali ma soprattutto c’è l’amore della nuova compagna Adriana. Tarantini ricomincia a vivere anche se il calcio gli ha voltato le spalle, a cominciare dai suoi ex-compagni di Nazionale. Torna nella sua città natale, ricomincia a lavorare nel mondo del calcio, soprattutto con i settori giovanili. Poi, pochi anni fa, arriva la svolta; una proposta dalla televisione argentina come commentatore e opinionista nel nuovo progetto del calcio “para todos” come fortemente voluto dal governo argentino della Presidentessa Kirchner. Oggi “El conejo” lo si può vedere regolarmente alla televisione argentina come commentatore delle partite di Primera. Tarantini rimane ancora oggi quello che era; un ribelle che non ha certo paura di esprimere la sua opinione, con coerenza e coraggio. Ma la cosa che colpisce di più nel vederlo dietro ad un microfono è che Alberto ha lo stesso entusiasmo che aveva quando con la sua fluente chioma scorrazzava sull’out sinistro di una cancha. L’entusiasmo e la passione di chi ha toccato con mano l’abisso e che, come ricorda ogni volta che parla del suo passato, ora è “grato alla vita”.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Il soprannome “Conejo” gli viene affibbiato da un suo compagno di squadra al Boca, Tabita Garcia. Tarantini in età giovanile aveva un tic particolare; quello di “arricciare” il naso spessissimo. “Sembri un coniglio” gli dice Garcia. Da allora e ancora tuttora, per tutti in Argentina, Tarantini è “El conejo”.

“Con mio padre vivo non avrei mai potuto giocare per il River. Non me lo avrebbe permesso. Lui era del Boca nell’anima. E se non fosse morto probabilmente non avrei mai lasciato il Boca”

Nella finale mondiale del 1978 Tarantini finisce il match con la maglia sporca di sangue: “Neeskens mi ruppe due denti in una “pelea” in area di rigore. Passarella gli aveva poco prima dato una gomitata in bocca e Neeskens diventò matto! Colpiva tutti quelli che gli arrivavano a tiro per vendicarsi!” … “aveva davvero “dos huevos asi”!

“Non ho mai voluto rivedere quella finale. Se capita di imbattermi mentre in tv fanno vedere qualcosa di quella partita cambio canale. Quella partita è tutta qua, nella mia testa e nella mia memoria. Mi ricordo tutto, il discorso di Menotti, le facce dei miei compagni, la sensazione entrando nel Monumental, mi ricordo ogni tackle, ogni colpo di testa, ogni passaggio riuscito ed ogni errore di tutti quei 120 minuti. E mi ricordo la gente che a fine partita, si abbracciava, baciava “santini” e piangeva. Non voglio rivederla … ho paura di perdere la magia …”

Si racconta che Tarantini fu uno dei primi motivi del famoso “odio” tra Menotti, allenatore dell’Argentina nel 1978 e 1982 e il suo successore Bilardo, che li vinse nel 1986. Menotti disse a Bilardo “ti lascio una grande squadra. Tarantini più altri 10.” Ma fu subito evidente che “el conejo” non rientrava nei piani di Bilardo e del suo gioco pragmatico, difensivo e assai poco spettacolare. Celeberrima la foto in cui il Dittatore Videla visita gli spogliatoi della Nazionale Argentina e stringe la mano a Tarantini, uno dei più conosciuti oppositori del regime tra i giocatori argentini. Come se non bastasse la faccia del “Conejo” a far trasparire la sua avversione per Videla il racconto è sorprendente! “Mentre Videla inizia il suo giro di saluti guardo Passarella e gli dico “scommetti 1000 dollari con me che prima di stringergli la mano mi metto la mano nelle palle e la tolgo solo al momento di stringergli la mano?” Passarella, divertito e sicuro che il compagno di squadra non avrà il coraggio di arrivare a tanto, accetta. Videla vide benissimo dove tenevo la mano e appena prima di stringerla diedi un’altra bella “sfregatina” … ma la stanza era piena di fotografi e a quel punto non poteva tirarsi indietro!”“Passarella, ad oggi, deve ancora darmi i 1000 dollari !!!”.Arrivai al River nel 1980 e poche settimane dopo si giocava il Superclasico contro il Boca. Alla fine dell’ultimo allenamento mi si avvicinarono “El negro” Jota Jota e Merlo, miei compagni di squadra, dicendomi che il nostro allenatore Labruna non intendeva farmi giocare contro il Boca, per timore delle ripercussioni tra i tifosi e la pressione nei miei confronti nel mio primo match da “traditore”. Corsi come una furia nel suo spogliatoio e lo aggredì alla mia maniera se non mi fai giocare non convocarmi neanche. Io me ne vado a casa” Lui mi guardò con la sua classica flemma e mi disse “tranquillo, certo che giochi. Volevo solo vedere come avresti reagito se ti avessi tenuto fuori” …

“Quel derby lo vincemmo per 5 a 2. Me ne dissero di tutti i colori, inventarono nuovi cori per sputtanarmi e offendermi … penso che fu l’unica volta nella storia in cui i tifosi del Boca non si preoccuparono di perdere un derby con il River … erano troppo impegnati ad offendermi !!!” “Pochi mesi prima di lasciare il Boca giocammo e vincemmo la Copa Libertadores contro i brasiliani del Cruzeiro. A fine partita mentre stavo rientrando negli spogliatoi mi accorsi che il Presidente Armando era coricato per terra nel bel mezzo dei festeggiamenti in preda ad un attacco cardiaco … stava quasi soffocando. Andai da lui, gli slacciai la cravatta e chiesi aiuto … dietro di me c’era il nostro medico sociale. In pratica salvai la vita a quel “hijo de puta!” La più grande delusione calcistica “Quando non fui convocato per i Mondiali di Germania del 1974. E’ vero che avevo solo 19 anni ma avevo già esordito in Nazionale ed ero convinto di andare. Quando Cap me lo comunicò piansi come un bambino”. L’avversario più “tosto” mai affrontato “Nessun dubbio! Joe Jordan, lo scozzese allora centravanti del Manchester United. Quando saltava di testa ti distruggeva. Era di marmo. Una volta saltando con lui su un cross lo colpì inavvertitamente con il gomito e lo mandai knock-out. Quando si riprese ricordo la sua espressione come se fosse oggi. Ero convinto che mi avrebbe ucciso!” La cosa di cui sei più orgoglioso “che ancora oggi tutti mi salutano cordialmente. I tifosi del River, del Boca, quelli che seguirono la Nazionale nel 1978 e i ragazzini che allora non erano ancora nati ma che hanno sentito le storie dai genitori. Non creo che esista una sola persona che possa dire “Tarantini mi ha deluso”. La persona a cui devi di più nella vita ? “Non a cui devo di più … a cui DEVO TUTTO ! Mia moglie Adriana. L’unica che mi è stata vicina dopo quel terribile periodo in cui tutti, soprattutto nel calcio, mi voltarono le spalle. Perfino nei due anni in cui non feci assolutamente nulla, lei lavorava, pensava a tutto lei e mai una volta mi ha rinfacciato questo. Mi ha ridato autostima, mi ha insegnato ad ascoltare e ad aprirmi … Non so se senza di lei oggi sarei la persona che sono. So per certo però che con lei a fianco non avrei mai fatto gli errori che ho fatto”.

Che dire? Bentornato “Conejo”!

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ORESTES OMAR CORBATTA: “El Garrincha Argentino”

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Mi sono buttato via … lo so.

Pensavo che i giorni di gloria sarebbero durati per sempre.

Ma non è stato così.

Non poteva essere così.

Se non hai mai avuto nulla quando arrivano fama e denaro puoi perdere completamente il controllo, la misura e il senso di realtà.

Ed è quello che è successo a me.

Sono analfabeta ed è la mia più grande vergogna.

Non sopporto che le persone lo sappiano.

Per questo motivo non mi vedrete mai in giro senza un libro o un quotidiano in tasca … anche se non so che farmene.

Me ne vergogno come un cane ma a casa mia eravamo in tanti e il problema era procurarsi il pane … non i libri.

Mi vergogno di questo ancora di più dell’altra “cosa” … del mio alcolismo senza limiti che mi ha portato ad essere quello che sono ora.

Un malato terminale con un cancro alla gola che i miei eccessi hanno provocato.

Giocavo nel Racing Club, la squadra più bella del mondo.

Giocavo in Nazionale e che Nazionale! Con me c’erano Sivori, Maschio, Angelillo … avremmo potuto e dovuto fare molto di più.

Al Racing la gente mi amava.

Mi sono divertito tanto in quel periodo.

Giocavo con il numero 7, stavo sempre vicino alla linea laterale e quando mi arrivava la palla nella mia zona nessuno riusciva a portarmela via.

Si dice che allora venivano allo stadio anche tanti tifosi dell’Independiente, i nostri grandi rivali, a vedermi giocare.

Dalle nostre parti non è frequente …

Sarei rimasto al Racing tutta la vita ma nel calcio contano i soldi, per le società e per i calciatori.

Così mi cedettero al Boca per un mucchio di soldi.

Ma pensavo già più a bere che a giocare.

Non ho lasciato un gran ricordo agli “Xeneises” ma la mia vita stava già andando a rotoli.

Ero già al mio secondo matrimonio.

Il primo era già naufragato.

Sposai una prostituta che mi fecero conoscere i miei compagni di squadra.

Non ero mai stato con una donna prima …

Me ne innamorai, anche se non sapevo neanche bene cosa volesse dire.

Restammo insieme per qualche anno e sembrava che, nonostante tutti mi diedero del matto quando la sposai, le cose funzionassero.

Poi se ne andò portandosi via tutto.

Beh, c’era pur sempre la bottiglia.

Mi sposai ben 4 volte e tutte le volte rimasi senza mogli e con sempre meno soldi.

Al Racing non si sono dimenticati di me e mi hanno dato una mano, ho due stanze in cui vivere, un bagno e un letto per dormire.

Ora sono qua a combattere contro questo tumore pur sapendo che alla fine sarà lui a vincere la partita.

Peccato … pensavo davvero che i giorni di gloria sarebbero durati per sempre …

 

In Argentina, quando si parla di numeri 7, il primo nome che viene citato è proprio il suo: Oreste Omar Corbatta. Nel Racing Club di Avellaneda il suo nome è leggenda, di quelle da tramandare nei racconti di generazione in generazione.

“El Arlequin” “El Garrincha argentino” “El Loco” “El dueno de la raya” … sono solo alcuni dei suoi soprannomi. Di sicuro c’è che l’abusato “genio e sregolatezza” con lui raggiunse un livello fino ad allora sconosciuto. Corbatta nasce nel 1936 a Daireaux nella provincia di Buenos Aires.Le giovanili le passa nell’Estudiantes ma è il Racing a dargli la possibilità di esordire in prima squadra. (anche perché all’Estudiantes pare che rubasse gli scarpini dei compagni di squadra per ricavarci qualche pesos …)

Esordio a 19 anni. Ma Corbatta è un idolo ancor prima di esordire. In una amichevole precampionato contro il Quilmes lo stadio del Racing si riempie. Non certo per la trascendenza del match. Ma perché tutti vogliono vedere lui, “El Loco”, di cui si raccontano già meraviglie. E quel giorno, Corbatta, non gioca neppure …

Nel giro di due anni è già un titolare inamovibile della Nazionale Argentina. C’è anche lui nella linea d’attacco dei “Carasucias” (qui da noi conosciuti come “gli angeli dalla faccia sporca) con Sivori, Maschio e Angelillo che distrusse il Brasile nella finale del Campionato sudamericano del 1957. Peccato però che solo un anno dopo, ai mondiali di Svezia, il Brasile del ragazzino Pelé i mondiali li vinse mentre l’Argentina uscì in modo indecoroso al primo turno … e l’unico a salvarsi di quella spedizione fu proprio lui, Corbatta, autore di tre gol in tre partite. Durante quei mondiali uno dei tanti aneddoti della sua incredibile e ahimè breve vita. Amedeo Carrizo, il mitico portiere argentino del River Plate, faceva parte anch’egli della spedizione. Corbatta si è già costruito una fama di infallibile rigorista ma Carrizo, altrettanto bravo nel pararli i rigori, lo sfida ad un singolare duello; 50 calci di rigore tirati da Corbatta. Carrizo vince la sfida se ne para almeno 10, in caso contrario vittoria di Corbatta. La notizia della sfida fa il giro tra addetti ai lavori e tifosi. A fine allenamento c’è più gente ad assistere alla sfida tra i due che in una normale partita del campionato svedese. Corbatta segna 49 volte. Con il 50mo rigore colpirà il palo.

Il segreto? mi metto sempre di lato alla palla, mai di fronte. E guardo il portiere negli occhi. Mai la porta o l’angolo dove voglio tirare. Mi basta che accenni un movimento … e lo faccio secco.

L’anno prima, durante un amichevole in Uruguay, fa letteralmente impazzire il terzino uruguagio Pepe Sasia, che non riesce neppure ad avvicinarlo, saltandolo sempre in dribbling con facilità irrisoria. Ne prende le sue difese un compagno di Sasia, che, da dietro, rifila un calcione tremendo a Corbatta. Mentre il n° 7 argentino è ancora a terra Sasia capisce che quella sarà probabilmente l’unica occasione in tutta la partita in cui potrà avvicinarsi a Corbatta … finge di aiutarlo a rialzarsi e poi gli rifila un tremendo pugno in faccia. Da quel giorno il sorriso di Corbatta sarà con due denti in meno. Nel Racing è amato alla follia. Gli si perdona di tutto. Non si allena praticamente mai. E il suo demone personale, l’alcool, inizia a diventare sempre più ingombrante. A volte lo vanno a prendere direttamente a casa. Sanno che se mezz’ora prima del match non si è ancora presentato qualcuno dovrà andare a casa a prenderlo. Prima di un importantissimo match di campionato contro l’Estudiantes Corbatta arriva allo stadio completamente ubriaco. Tre secchi d’acqua fredda pare non ottengano alcun risultato. Ma è troppo forte per lasciarlo fuori. Mentre il manager dà le ultime istruzioni prepartita Corbatta sonnecchia appoggiato al lettino del massaggiatore. Le uniche parole che riesce a dire sono “non passatemi la palla che non la vedo”.

Segnerà due gol. Chissà quanti ne avrebbe fatti se la palla l’avesse vista …

Il suo problema con l’alcool peggiora di giorno in giorno.

Gli mettono un angelo custode alle costole, nelle trasferte con la squadra specialmente. Mentre è con lui non beve, pare pian piano ritrovare un po’ di equilibrio. Poi però l’amara sorpresa: quando lasciano gli hotels dove la squadra soggiorna si accorgono che sotto il letto c’è sempre un cimitero di bottiglie di birra vuote. Nel 1963 il Boca spende 12 milioni di pesos per acquistare Corbatta.

Con quel denaro, quella montagna di denaro, il Racing Club amplia il suo stadio e costruisce un complesso sportivo. In 3 anni scarsi al Boca giocò solo 18 partite segnando 7 reti. Tre delle quali nello stesso incontro, al Velez Sarsfield nella Bombonera. I suoi eccessi però stanno diventando fuori controllo e il Boca a quel punto è ben felice di recuperare parte dell’investimento di pochi anni prima cedendo Corbatta all’Independiente di Medellin. Di lui, nei 4 anni passati in Colombia, si ricordano i 5 gol segnati in una partita di campionato contro il Deportes Tolima ma anche il rigore sbagliato (uno dei pochissimi) in una partita di Copa Libertadores … proprio contro il “suo” Racing Club. Proprio qui in Colombia la sua esistenza personale scende in una china dalla quale “El Arlequin” non saprà più risollevarsi.

Con l’ennesimo divorzio se ne vanno praticamente tutti i pochi soldi rimasti e l’alcool diventa sempre più il vero padrone della sua vita. Al suo ritorno in Argentina non c’è esattamente la fila di grandi Clubs pronti a farsi carico di un giocatore talentuoso ma di così difficile gestione. Finisce i suoi anni in squadre minori della Provincia argentina dove alterna prestazioni eccellenti ad altre clamorosamente insufficienti. Quanto mai significativo uno degli aneddoti di quel periodo. Durante un match giocato nella “cancha” del Ferro, in una di quelle giornate abuliche dove Corbatta si limita a corricchiare svogliato lungo la linea laterale, gli si avvicina un fotografo “forza Corbatta, mettiti a giocare che ti scatto una foto!”

Corbatta lo guarda incuriosito “Se me la fai, gioco”.

Tempo pochi secondi e Omar Oreste Corbatta si fa dare la palla da un compagno di squadra, parte in dribbling saltando tre avversari e spara un diagonale imprendibile per il portiere avversario. A quel punto tutto tronfio si gira verso il fotografo “Allora? Hai fatto la foto?”

“No” è la risposta sconsolata del fotografo … “non mi hai neanche lasciato il tempo di inserire il rullino”!!!

Pare che “hijo de la puta madre que te pariò” sia stato l’epiteto più gentile che si prese quel giorno quel fotografo … con Corbatta che per tutto il resto della partita continuò a camminare lungo la fascia destra senza quasi mai toccare il pallone !

Gli ultimi giorni della vita di Corbatta sono di miseria e di alcool, con il Racing che gli concede una piccola stanza nel centro di allenamento e gli dà qualche pesos per dare una mano con il settore giovanile. I suoi eccessi gli regaleranno un tumore in gola che si porterà via “El Arlequin” nel dicembre del 1991, a soli 55 anni.

Infine, il calcio secondo Oreste Omar Corbatta “sapete perché non riescono mai a togliermi la palla? Semplice. Perché lei ed io siamo innamorati e lei non vuole andarsene da me!”

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CARLOS CASZELY: Non ho paura di voi.

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“Siamo arrivati qua come nessuno c’era mai arrivato prima d’ora.

Ci siamo qualificati per giocare questo Campionato del Mondo battendo … nessuno!

Proprio così.

L’’URSS, dopo il pareggio a Mosca della partita di spareggio dell’andata, si è rifiutato di venire in Cile a giocare la partita di ritorno da noi, nel novembre del 1973.

E così, grazie alla farsa voluta dalla FIFA, siamo dovuti comunque scendere in campo e segnare un gol contro … dei fantasmi.

Il motivo della rinuncia russa?

Il Cile, il mio adorato e meraviglioso Paese, da due mesi era caduto sotto la bieca, spietata e sanguinaria dittatura del Generale Pinochet e della sua feroce ghenga.

Il sogno di un Paese democratico, libero, autonomo e finalmente indipendente dal giogo sempre più asfissiante degli Stati Uniti d’America e della sua politica economica che stava uccidendo il nostro Paese è finito l’11 settembre dello scorso anno.

Con la morte del nostro Presidente Allende questo sogno si è spezzato.

Oggi non ci sono alternative.

O la pensi come “loro” o … è meglio non pensare affatto.

Io non sono così.

Tutta la mia famiglia non è così.

Tanti miei compagni, amici, studenti e operai non sono così.

Avevamo una Democrazia.

Avevamo scelto Salvador Allende per guidarci nel tentativo di uscire da tanti, troppi anni bui e disperati per il Paese.

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Lo ammetto, non è mai stato facile, nemmeno per un minuto.

Ma ci stavamo provando, a nutrire questa giovane Democrazia dalle gambe ancora esili e fragili, a farla crescere e irrobustirla.

Tutti noi cileni ci stavamo provando, anche se a non volere questa Democrazia non erano solo quattro militari o un branco di ricchi imprenditori.

A non volerlo era il Paese più ricco e potente del Mondo, quello che stava ormai vincendo la guerra fredda contro il gigante Russo, lo stesso che due mesi dopo si è rifiutato di giocare contro di noi una partita di pallone.

Ad aggiungersi alla beffa la tragedia.

Lo stadio di quella patetica messa in scena è stato proprio quello dove tanti miei compagni, amici e conoscenti sono stati segregati, torturati e uccisi dagli aguzzini di Pinochet.

Io sono stato più fortunato di tanti di loro.

Dal giugno dello scorso anno gioco e vivo in Spagna, lontano da questo orrore.

Ma i giornali arrivano anche qui e quando parlo al telefono con la mia famiglia, anche se fanno di tutto per sdrammatizzare, per non farmi stare in ansia, capisco che sul mio Paese è scesa la notte, quella più buia e spaventosa.

E poi ho potuto anche vederlo in faccia Pinochet!

E’ stato poco prima di partire per l’Europa.

Ha voluto salutare la squadra, augurarci buona fortuna e stringere a tutti la mano.

Non a me.

Eppure lo avevano avvisato.

“Caszely si rifiuterà” gli hanno detto.

E avevano ragione.

Io non voglio neanche toccarlo quel lurido assassino.

Ora però siamo qui, in Germania, a giocare i Mondiali di calcio.

In pratica il sogno di ogni calciatore, il culmine di una carriera.

Ma nessuno di noi riesce a vivere questo momento nella sua pienezza.

Il pensiero va a casa, alle famiglie e agli amici, ai tanti ragazzi coraggiosi che sono già stati uccisi … e a quelli che moriranno ancora.

Domani si comincia.

Ci tocca proprio la Germania Ovest, la favorita.

Quella di Beckenbauer, di Muller, di Overath e di Breitner.

E allora mettiamocela tutta … e speriamo di regalare un sorriso alla nostra gente laggiù in Cile.

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Quello che successe in quella partita è nella storia del calcio mondiale. Il Cile giocò con il cuore in mano, difendendo con i denti contro i fortissimi tedeschi e cadendo solo grazie ad un gol da 30 metri del “maoista” Paul Breitner. Caszely entrò effettivamente nella storia in quella partita. Una storia maledetta appunto …

Fu infatti il primo giocatore espulso in un Mondiale CON il cartellino rosso, utilizzato per la prima volta quattro anni prima in Messico ma senza che nessun giocatore in tutto il Mondiale messicano incorresse in questa sanzione. Ad onore del vero nelle cronache dell’incontro si fa spesso menzione del trattamento rude del mastino Bertie Vogts nei confronti dell’attaccante cileno, che, all’ennesima entrata dura del terzino teutonico, finì per reagire nel modo documentato. In una intervista televisiva di qualche anno fa lo stesso Carlos Caszely, da sempre oppositore del governo di Pinochet e dichiaratamente comunista, ammise che venne offeso per tutto il match dallo stesso Vogts, la cui fede politica pare fosse diametralmente opposta a quella dell’attaccante cileno. Quello che non bisogna dimenticare è che Carlos Caszely è stato un fantastico attaccante, sia con il Colo Colo, team cileno nel quale militò per oltre 10 anni in due diverse tappe, sia nella Nazionale Cilena dove a tutt’oggi è ancora il 3° miglior goleador di sempre, dietro due mostri sacri come Marcelo Salas e Ivan Zamorano. Così è stato anche nella sua esperienza in Spagna, prima al Levante e poi all’Espanyol Caszely dove “El Chino” ha sempre segnato valanghe di gol guadagnandosi anche un curioso e simpatico appellativo, quello di “El Rey del metro cuadrado” per il suo opportunismo e per la sua incredibile rapidità. Anche nella vita sociale del suo amato Cile non si è mai tirato indietro. Attivo fin da giovanissimo nelle file del partito della “Unidad Popular” appoggiando in special modo la candidatura di due esponenti del partito comunista quali Gladys Marin e Volodia Teitelboim. Sua madre nel periodo più sanguinoso della dittatura fu sequestrata e torturata e la sua storia personale fu da lei stessa raccontata in tv con a fianco il figlio Carlos durante le prime elezioni “libere” volute dallo stesso Pinochet nel 1988, convinto com’era di avere (erroneamente) la maggioranza del popolo cileno dalla propria parte. Un’altra testimonianza della sua onestà culturale e del suo spessore di persona Caszely la diede qualche anno dopo, nel 1997, quando gli fu chiesto dal “Partido Por la Democracia” di partecipare come candidato alle elezioni di quell’anno.

“No” rispose Caszely “Voi non volete me, ma l’immagine che rappresento”.

Coerenza e coraggio.

Questo è Carlos Caszely, il “re del metro quadrato”.

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Nota a margine: Il Signore nella foto sotto insieme a Carlos ha dedicato un meraviglioso speciale dedicato a questo grande calciatore e soprattutto grande persona. IMPERDIBILE.

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