TOM SIMPSON: La morte in diretta di un campione vero.

simpson copertina

Spero di non aver fatto il passo più lungo della gamba.

Quella meravigliosa villa che ho fatto costruire in Corsica mi sta dissanguando.

Dopo la vittoria nel Campionato del Mondo di due anni fa mi ero illuso che sarebbe stato tutto facile.

Purtroppo è andata molto diversamente.

Il 1966 non poteva iniziare nel modo peggiore; una stupida caduta dagli sci e una tibia in pezzi.

Ci ho messo tre mesi prima di tornare sulla bici.

A quel punto della stagione mi rimaneva un solo obiettivo: il più prestigioso di tutti.

Il Tour de France.

Nessuno mi dava grande credito.

In fondo il mio miglior piazzamento è stato il 6° posto del 1962 e poi solo ritiri.

Ma quando la dea bendata si mette di mezzo non c’è veramente nulla da fare.

Quel giorno sulle Alpi ero là a giocarmela con tutti i migliori quando per colpa di una motocicletta al seguito della corsa sono caduto a terra scendendo il Galibier.

Non c’era un solo pezzo del mio corpo che non mi facesse un male tremendo.

Ma il problema vero erano quei 5 punti di sutura alla mano che non mi permettevano di stringere il manubrio … figuriamoci di azionare un freno !

Ritiro dal Tour e un’annata da gettare alle ortiche.

Per fortuna la maglia di campione del mondo addosso mi ha permesso di entrare in quel “circo Barnum” della Kermesse post-tour, così profumatamente pagate che mi hanno permesso di cominciare a sognare la casa in Corsica, quella dove fra qualche anno mi ritirerò con mia moglie Helen e le mie adorate Jane and Joanne.

40 corse in 40 giorni.

Folle, lo so.

Talmente tanto che nel finale di stagione non avevo più una stilla di energia.

Ne al Mondiale di Nurburgring in Germania e neppure al Giro di Lombardia, entrambe corse che vinsi l’anno prima.

Questa però sarà la stagione decisiva, per tanti motivi.

A novembre di questo 1967 compirò trent’anni e non posso pensare di avere più di 2 o forse 3 stagioni ad alto livello.

E da queste stagioni devo ottenere il massimo.

Per questo motivo il mio atteggiamento è cambiato.

Forse anch’io sono cambiato.

Sento la pressione come non mai.

Se ne sono accorti tutti, i miei compagni di squadra della Peugeot e gli avversari.

Non sono più il mattacchione del gruppo, quello sempre con la battuta pronta, quello che sdrammatizza ogni situazione o quello che ha una parola di conforto per tutti.

“Tommy, che ti succede ? Ti è morto il gatto ?”

Questa è solo una delle frasi che mi sento ripetere spesso in gruppo.

Ormai alla mia faccia tirata e ai miei inusuali silenzi si stanno abituando tutti.

La stagione è iniziata nel migliore dei modi con una vittoria alla Parigi-Nizza, una tra le corse a tappe “brevi” più importanti di tutto il calendario internazionale.

In quella competizione il sottoscritto insieme ad un ragazzino belga di nome Eddy Merckx abbiamo messo a ferro e fuoco la corsa dominando dal primo all’ultimo giorno. Due vittorie di tappa per Eddy e classifica finale per me.

Alla Vuelta ho rifinito la condizione vincendo due tappe e avrei fatto bene anche nella classifica finale se non fosse per una crisi terribile che mi ha colto scalando l’Envalira.

Ora siamo qui al Tour e fare risultato qui vuol dire offerte di contratto, sponsors e chiamate per tutte le danarose kermesse post-Tour.

Un posto sul podio a Parigi. Oppure indossare ancora, come 5 anni fa, la maglia gialla. Questi sono i miei obiettivi.

Ci sono contatti già molto avviati con la Salvarani, lo squadrone italiano capeggiato da Felice Gimondi.

Mi vogliono per fare il capitano insieme a lui.

La firma sul contratto dovrebbe essere quasi una formalità.

Ma si sono presi tempo.

Vogliono vedere come mi comporto al Tour prima di definire i dettagli.

Uno in particolare … quello che a me interessa di più: la durata del contratto.

Con 3 anni di contratto sarei a posto, sicuro e tranquillo.

Con la villa in Corsica pronta ad accogliere me e la mia famiglia a fine carriera.

Ora però ho un problema più impellente a cui pensare.

Fisicamente sono a pezzi.

Sto male come un cane.

Una fottuta e bastarda gastroenterite che mi ha “aggredito” due giorni fa, nella tappa del Galibier.

Diarrea e dolori pazzeschi allo stomaco non mi hanno permesso di mangiare nulla.

Come ho fatto ad arrivare al traguardo solo Dio lo sa.

Il mio Direttore Sportivo della Peugeot, Gaston Plaud, mi ha pregato di ritirarmi.

“Sei matto a continuare Tommy. Rischi di mandare a puttane tutta la stagione.”

Però … ci sono diversi però.

Il primo è che Gaston Plaud qui al Tour non è il mio Direttore Sportivo.

Il Tour quest’anno si torna a correre con le rappresentative nazionali e qui il mio Direttore Sportivo è Daniel Dousset che invece continua a starmi addosso come una giacca dicendomi che devo fare meglio, che devo attaccare per tornare nei primi posti della classifica.

Fottuto coglione.

Come se io avessi paura ad attaccare !

Io che non  ho fatto altro in tutta la mia carriera.

Sempre, fino al limite (e a volte anche oltre) delle mie forze.

Sono io che so benissimo che non posso semplicemente ritirarmi dal Tour.

Li vedo già i titoli sui giornali “Ennesimo ritiro per Tom Simpson. Ormai è evidente: non è un ciclista per le grandi corse a tappe”.

In pratica un epitaffio alla mia carriera.

Oggi siamo arrivati a Marsiglia.

Classica tappa di trasferimento, come vengono chiamate in gergo le tappe “cuscinetto” prima delle giornate decisive.

Io sono ancora uno straccio.

Ho dormito pochissimo e ho passato più tempo in bagno che nel letto.

Mi ci vorrebbe un’altra tappa tranquilla per recuperare un altro pochino di energie.

Domani però sarà tutto meno che una giornata tranquilla: domani c’è il Mont Ventoux.

E’ un’ascesa comunque terribile se sei al 100% della condizione … che diventa infame se al 100% non lo sei.

La “montagna calva” così la chiamano, per via di quel paesaggio, assolato, ventoso e senza vegetazione.

Devo riuscire a non perdere altro terreno, in attesa che passi anche questo maledetto malanno.

Devo riuscirci e sia chiaro: per farlo sono pronto a tutto.

simpson ventoux

Tommy Simpson non arriverà mai sulla vetta del Mont Ventoux.

A poco più di 2 km dalla vetta il ciclista inglese inizia a perdere terreno nei confronti del gruppetto di testa.

Ci sono tutti i migliori.

Lui, nonostante i tre giorni terribili che ha appena passato, è 7mo in classifica generale.

Tommy appare sempre più in difficoltà a tenere il passo degli altri leader della corsa.

Ma non è una “cotta” normale.

Lo si capisce qualche metro dopo quando il forte ciclista britannico inizia a zigzagare in modo innaturale, quasi meccanico.

Spinge più con le spalle che con le gambe ma non riesce semplicemente ad andare avanti.

Gli spettatori più vicini lo soccorrono, tentano di spingerlo.

Ma non si tratta più di spingerlo.

Ormai il problema è sorreggerlo, perché Simpson, cerca disperatamente di restare seduto sulla sua bici ma le forze lo stanno abbandonando completamente.

Simpson cade a terra.

Chiede aiuto ai tifosi a bordo strada

“Put me back on my bike” è la frase che la leggenda vuole che Tommy abbia urlato in quei terribili momenti.

Probabilmente non ha più la forza o la lucidità per una frase del genere.

“On, on, on” con un filo di voce è assai più probabile che sia uscito dalla sua bocca in quei momenti.

I tifosi lo aiutano a risalire in sella.

Il suo procedere a zig zag, curvo sul manubrio senza più forze ma solo grazie all’inerzia delle generose spinte dei tifosi che in quel momento vedono solo un grande ciclista in grave difficoltà, sono in realtà il segnale di qualcosa di peggio.

Di tragico e irreversibile.

Dopo pochi angoscianti metri, Simpson crollerà a terra.

Verrà spostato a bordo strada, sdraiato sulle pietre di quella inospitale montagna, sotto un sole che scalda quasi a 40 gradi.

I medici del Tour gli praticheranno lì, su quel letto di pietre, il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca.

Tutto inutile.

Tommy Simpson su quelle pietre ci morirà.

L’elicottero che arriverà qualche minuto dopo consegnerà all’ospedale di Avignone un cadavere.

simpson morte

Cosa è successo ?

Come si può morire così ?

In sella ad una bicicletta nel bel mezzo della corsa ciclistica più importante e amata del mondo e trasmessa in diretta televisiva per milioni di appassionati in tutta Europa.

ANFETAMINE.

Due flaconi vuoti in una tasca di Simpson e un altro rimasto a metà.

La famosa “bomba” di cui si parla o addirittura ci si scherza in gruppo.

Allora non esisteva l’antidoping.

Nessuno si era mai posto il problema.

“Cosa pensate” disse un giorno Jacques Anquetil, il grande campione francese “che possiamo veramente fare 4.000 km in bicicletta in 22 giorni di gara andando a pane e acqua ?”

ANFETAMINE.

Questa è la spiegazione che viene data qualche settimana dopo e che sconvolge e al tempo stesso “solletica” l’opinione pubblica, che fa vendere giornali e che porta uno sport già amatissimo sulle prime pagine dei giornali, stavolta non solo sportivi.

“Sono tutti drogati. Prima o poi doveva accadere”.

La frase con cui viene liquidata la morte di un ragazzo di 29 anni dai “benpensanti” e dai giustizialisti dei mass media di allora.

E’ vero. Tracce di anfetamina sono state trovate nel sangue del povero Simpson.

Ma siamo sicuri che sia davvero tutto qua ?

No, troppo facile liquidarla così !

L’anfetamina era di uso comune a quei tempi.

L’antidoping era una parola sconosciuta all’epoca.

Di Anquetil abbiamo già detto.

Ma lo stesso Simpson quando gli venivano riferite le voci sul suo conto e le sue “abitudini” amava dire “d’altronde non posso perdere per colpa di una pillola” facendo capire che ciclisti meno dotati di lui potevano batterlo solo grazie al famoso “aiutino” per cui l’unica soluzione era … adeguarsi.

CONCAUSE.

Questa è sicuramente una parola più adatta per provare almeno a spiegare questa tragedia.

Tre giorni prima Tom Simpson fu REALMENTE colpito da una forte gastroenterite con ripetuti attacchi di diarrea e terribili spasmi allo stomaco.

Questo vuol dire passare 24-36 ore terribili in cui un comune mortale fa fatica semplicemente a bere, ad alimentarsi e che fa diventare un’impresa titanica anche fare i pochi metri che separano dalla camera da letto al bagno.

Simpson invece ha dovuto fare nelle tre tappe precedenti quella del Ventoux ben 648 (seicentoquarantotto) chilometri su una bicicletta.

Sotto il sole di luglio.

Partiamo proprio da qua.

Tutti sapevano, i suoi direttori sportivi compresi ovviamente, quanto Tommy soffrisse terribilmente il caldo.

La sua carriera è stata costellata di episodi dove il caldo si era rivelato  il suo più acerrimo nemico.

Perfino prima della partenza per la maledetta tappa che costò la vita al ciclista britannico un giornalista francese si avvicinò a Tommy e vedendolo particolarmente provato e pallido e conoscendo la sua avversione per il caldo gli chiese se era proprio quello il motivo della sua condizione.

Simpson, da sempre uno dei ciclisti più simpatici e spiritosi del gruppo rispose da par suo “No amico. Il problema non è il caldo. Il problema è il Tour !”

Uno di quelli che non ha mai creduto alla (facile) equazione “anfetamine-morte di Simpson” è Ercole Baldini, la famosa “Locomotiva di Forlì” e grande amico di Simpson.

Testuale dalla sua biografia:

Tommy era un ragazzo eccezionale. Quando morì sul Mont Ventoux fui davvero molto colpito. Quando poi, molti, troppi giornali scrissero che la sua morte era stata causata dall’ingerimento di sostanze dopanti, al dolore si aggiunse la rabbia per quella  che giudicai, allora come oggi, una ingiustizia e una spiegazione superficiale.

Sono SICURO che il motivo scatenante della crisi che poi l’ha portato alla morte sia dovuto alla sua incredibile insofferenza al sole e al calore.

Di questo suo problema ne aveva parlato con me in occasione di una tournée in Nuova Caledonia nel 1963.

Anche laggiù il sole e il caldo gli provocarono una crisi fortissima che lo costrinse ad un ricovero ospedaliero per un paio di giorni.

Ed era una corsa “esibizione”, corsa con i dilettanti della zona e di sicuro Tommy non aveva avuto bisogno di prendere eccitanti quel giorno !

Eravamo tutti molto preoccupati per il suo stato e proprio lì ci raccontò che anche da bambino, a causa del caldo, aveva avuto crisi simili, perfino nella sua natia Gran Bretagna, terra non certo paragonabile alla Francia a luglio !

Tutti sapevano che nelle giornate più calde correva addirittura con una foglia di cavolo sulla testa per proteggersi dal sole.

Mettendoci insieme il caldo di quel giorno, la fatica di una salita così dura e le sue condizioni di salute non certo ideali trovo che sia davvero molto poco corretto chiudere la faccenda facendo passare Tom Simpson per un dopato e un imbroglione.

Tommy era un grandissimo ciclista e così dovremmo ricordarlo tutti”

Il caldo opprimente del Mont Ventoux, il corpo disidratato dalla diarrea dei giorni precedenti, le anfetamine, la fatica …

Quanto ognuna di queste è stata decisiva nelle morte di Tommy ?

Non lo sapremo mai.

 E non dimentichiamo un altro aspetto fondamentale.

Uno dei motivi per cui Tom Simpson era così amato dal pubblico e stimato dai colleghi era per il suo indomito spirito combattivo.

Simpson non mollava mai.

Chiedendo spesso al suo corpo di andare oltre i propri limiti.

Più di una volta è stato “raccolto con il cucchiaino” a fine gara, completamento spossato e privo della benché minima stilla di energia.

Questa sua caratteristica era talmente conosciuta che diversi ciclisti passando quel giorno sul Mont Ventoux e vedendolo steso a terra non si sono in quel momento preoccupati più di tanto.

“Il solito Tommy. Anche stavolta ha finito la benzina  prima dell’arrivo”.

Emblematico è quello che capitò a Simpson nella sua prima stagione intera da professionista.

E’ il 1960 e si sta correndo la Paris-Roubaix.

Una delle classiche monumento, una tra le più affascinanti e le più difficile del calendario internazionale.

A questo si aggiunge anche una novità assoluta: è la prima corsa ciclistica trasmessa in Eurovisione.

Tom è al suo esordio nel terribile “inferno del Nord”.

Affronta però le pietre del pavé francese con il coraggio e la maestria di un veterano.

E soprattutto attacca.

Attacca ripetutamente. Prima porta via un gruppetto e poi, a 45 km dall’arrivo, se ne va via da solo.

Vi rimarrà fino a poco più di un chilometro dall’entrata al velodromo di Roubaix quando verrà raggiunto da Pino Cerami (che vincerà la corsa) e da Tino Sabbadini (un belga ed un olandese !).

A Tommy si era spenta la luce.

Ad un chilometro e mezzo dall’arrivo.

Finirà addirittura 9°, arrivando ad oltre un minuto dal vincitore.

All’arrivo gli verrà tributata un’autentica ovazione e gli verrà chiesto addirittura di fare un giro d’onore del velodromo per raccogliere l’abbraccio dello sportivissimo e competente pubblico francese.

Le immagini sono commoventi nella loro eloquenza; Tom Simpson, chino sul manubrio e con un mazzo di fiori in mano che sembra pesare un quintale, riuscirà a malapena a completarlo quel giro d’onore.

Aveva semplicemente dato tutto quello che aveva in corpo … quel giorno come molte altre volte nella sua carriera.

Questa sua indole di guerriero infaticabile e mai domo gli farà guadagnare l’amore degli appassionati, la stima e l’ammirazione dei colleghi ma verrà spesso ritenuto un limite dagli addetti ai lavori in quanto questo suo stile coraggioso ma altamente dispendioso lo faceva considerare inadatto alle grandi corse a tappe dove invece occorre centellinare con parsimonia ed intelligenza ogni sforzo.

Questo era Tom Simpson, un campione vero.

simpson ironico

Con questo piccolo tributo ci auguriamo di avere reso giustizia ad un grande atleta, ad un uomo amabile, estroverso e benvoluto da tutti e che non merita, come diceva il suo caro amico Ercole Baldini, di essere ricordato come un imbroglione e un drogato.

… sperando anche che Helene, Jane e Joanna abbiano potuto vivere una vita serena … magari proprio in Corsica, nella villa che aveva sognato di dividere con loro il povero Tom.

https://youtu.be/4BstxVPorI4

 

GIGI MERONI: 50 anni dopo.

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di Diego Mariottini

Torino, domenica d’autunno. Il campione vuole festeggiare in casa con il compagno di squadra e con le rispettive compagne. In campo Gigi ha dato spettacolo e nel pomeriggio il Toro ha vinto per 4-2 contro la Sampdoria. È sera e dall’altra parte della città un ragazzetto è alla guida della sua Lancia Appia. C’è voglia di fare onore a una partita sofferta ma al limite della perfezione. È un anno particolare, quel 1967. Un anno nel quale c’è qualcosa nell’aria, si profila un vento di cambiamento ma è un’aria strana e le idee sul futuro del mondo non sono ancora abbastanza chiare. Un anno di fatti importanti ma quasi tutti poco piacevoli. Prima il suicidio di Tenco al Festival di Sanremo, poi il golpe dei colonnelli greci, e poi ancora la “guerra dei sei giorni” fra Egitto e Israele. Per non parlare della morte di Totò e di Che Guevara. Il mondo è in preda a un’accelerazione improvvisa, tutto vorrebbe correre e anche Gigi Meroni suo malgrado è dentro quel movimento irregolare. Anzi, lui è pronto a cambiare, il mondo non molto. Anche il ragazzetto alla guida si muove più veloce, la sua macchina ha bisogno di gas per salire di giri. Ma bisogna stare attenti quando si accelera troppo. Qualcuno potrebbe mettersi di traverso proprio in quel momento.

Che razza di ipocriti e di bigotti. “Meroni il sovversivo”, “Meroni il pagliaccio”, “Meroni la vergogna del calcio italiano”. E ora che era morto tutti a incensarlo, a osannarlo, a dargli l’estremo saluto in lacrime. Pronti a stracciarsi le vesti, perfino. Loro che –per carità di Dio- lo avevano sempre apprezzato, loro che ne avevano sempre riconosciuto il grande valore, pur criticandone qualche atteggiamento “eccessivo”. Balle! Gigi era semplicemente se stesso, un ragazzo che voleva andare oltre l’orizzonte grigio e allineato dell’Italia del suo tempo. Uno che usava la propria diversità per mostrare una verità scomoda: tutto è forma, convenzione, pronto a trasformarsi in linguaggio ipocrita, di regime. Le pure forme non esaltano mai le individualità. Oggi capelli un po’ lunghi, orecchini, baffi, pizzetti e tatuaggi lunghi tutto il braccio non fanno male a nessuno, sono anzi l’altra faccia del conformismo che fa dei calciatori attuali personaggi da ente del turismo. Lo può fare impunemente un cretino qualsiasi e sembrare perfino rassicurante ai più. Ma quando Gigi faceva l’alternativo, quell’insieme di comportamenti significava davvero mettersi contro la gran parte della stampa e dell’opinione pubblica. Essere stravaganti e fuori dagli schemi appariva come una sfida alla morale e alle convenzioni.

meroni artista

Quella sera in città fa freddino, piove, e chi è in giro a piedi va di fretta, senza formalizzarsi se attraversare sulle strisce o no. Il ragazzetto alla guida continua la sua corsa in macchina. Senza esagerare, ma senza mai fermarsi. Il ragazzo si chiama Attilio Romero ed è un grande tifoso granata. In camera sua troneggia il poster del numero 7 del Torino.

15 ottobre 1967. Sera crudele, perfino per chi tifa “quegli altri”. Meroni e il suo amico Poletti stanno attraversando a piedi Corso Re Umberto, le signore stanno aspettando. Ma Cristiana in realtà non è la signora Meroni, perlomeno non ancora. Forse un giorno si sposeranno, forse no. Convivono e anche questo è un intollerabile motivo di scandalo. Forse un giorno avranno anche un figlio, chissà, c’è tempo per decidere, la vita è lunga. Per ora c’è un grande amore ma per i benpensanti è secondario. Contano lo status, gli anelli, i pezzi di carta. La Lancia Appia di Attilio Romero sta per imboccare il Corso. Sono le 21,30 circa e la sonnolenta Torino è davantialla tv. Sta per cominciare la Domenica Sportiva. Quell’anno la conduce Enzo Tortora.

Ovunque fosse andato a giocare fino a quel momento, Gigi Meroni era diventato l’idolo delle folle. I dribbling, le finte repentine, le sue giocate d’ingegno e una plateale irriverenza agonistica avevano incendiato il cuore dei tifosi fin dal primo momento.  A Genova, sponda rossoblù, scoppia un feeling sul filo della simbiosi. Sarà la fase storica, sarà un carattere insofferente alle regole, sarà quel vento di contestazione che comincia a soffiarealla metà degli anni 60. Saranno tante cose insieme ma Luigi – subito ribattezzato in modo confidenziale Gigi da chi rimane estasiato dalle qualità tecniche di un mingherlino neppure alto ma con una fantasia di gioco che non vuole limiti e confini – si sente a casa sua. È lì che un giorno incrocia lo sguardo di Cristiana: una storia d’amore che scandalizza e che tiene banco sui rotocalchi di allora. Quando i due si conoscono a Genova, lei ha 17 anni, e nella vita ricarica i fucili nel tiro a segno del Luna Park alla Foce. Madre tedesca e padre napoletano, giostrai di tradizione. La famiglia di lei non vede di buon occhio la relazione e nel 1964 Gigi deve assistere impotente al matrimonio della ragazza con un altro, imposto dalla madre alla Bella del Luna Park. Ma Cristiana, d’accordo con Meroni, si rivolge alla Sacra Rota. Quel matrimonio non s’aveva da fare e non durerà. Nel frattempo Gigi è passato dal Genoa a Torino, dove i tifosi già impazziscono per quel numero 7 geniale, incostante, pronto a tutto purché non gli si chieda nulla. Troppo individuo per essere leader, troppo talentuoso per i gol facili. Abiti particolari, barba incolta, atteggiamenti da eterno outsider in cerca di sé. Per molti la sua è voglia di stupire, per lui è semplicemente “un’altra cosa”. Ed è in nome di “quell’altra cosa” che Cristiana lo ama. Checché ne dica il mondo, il sentimento deve trionfare sulle regole. Lei prende e si trasferisce con lui a Torino, residenza in Corso Re Umberto 46. Anche Attilio Romero, che con la sua Lancia Appia ha appena imboccato con una certa decisione proprio Corso Re Umberto, adora Gigi. Addirittura si è fatto crescere i capelli, proprio come lui. Somigliargli è essere un po’ Meroni, anche senza quei piedi e quella fantasia in campo.

Enzo Tortora sta per andare in onda, la Domenica Sportiva è quasi ai titoli di testa e qualcuno lo chiama un attimo in disparte. È successo qualcosa ma non si sa bene cosa. Dietro le quinte all’improvviso gli dicono la verità. In serata una macchina ha investito all’improvviso Meroni mentre il calciatore stava attraversando una via del centro di Torino. Con lui c’era Fabrizio Poletti, che si è fatto male ma che se la caverà con poco. Il numero 7 granata invece è in fin di vita, in condizioni gravissime. L’urto di una FIAT 124 ha spinto all’indietro il ragazzo nella corsia opposta, dove una Lancia Appia non ha potuto evitare di centrarlo in pieno. Anzi, lo ha trascinato con sé in rettilineo per quasi 50 metri. Tortora si rifiuta di dare la notizia in diretta, così come un’ora più tardi sarà categorico nel non volerne annunciare la morte. La televisione non può dare spettacolo in nome di un presunto quanto malinteso diritto di cronaca.

L’urlo straziante di Cristiana apre il cielo in due, i compagni di squadra restano ammutoliti. Poche ore prima Gigi Meroni era stato il trascinatore in una domenica trionfale e ora non c’era più. Fossati, inseparabile compagno di stanza fin dai tempi del Genoa, è una maschera di dolore, Nestor Combin non ci vuole ancora credere. Negli spogliatoi del “Comunale” lui e Gigi si erano lasciati giurando solennemente di battere la Juve la domenica successiva, per la soddisfazione loro e del popolo granata. “Domenica gliene farai 3” aveva sentenziato Meroni al bomber, senza dargli possibilità di replica.

Alle nove in punto di martedì, la bara viene portata alla chiesa dei Santi Angeli Custodi, vicino alla stazione di Porta Susa. Torino si attiene da sempre ai rigidi orari lavorativi, ma quel giorno si blocca. Non vuol sapere d’altro. Chissenefrega delle fabbriche e della FIAT. 20 mila persone per strada, testa più testa meno. Applausi, applausi scroscianti per l’ultima del genio. Lo stesso avviene nel pomeriggio, quando il feretro di Gigi viene portato nella sua Como. Como bigotta e perbenista, che lo considerava un “peccatore” perché conviveva “more uxorio”. Al punto che una volta il parroco arriva perfino a negargli l’assoluzione, malgrado le offerte che Gigi aveva fatto alla parrocchia in tutti quegli anni. Ma quel giorno per tutti è tornato a casa il “Luigino”. Prima l’ostracismo poi la falsa pietà. Succede, dicono.

La domenica successiva c’è il derby con la Juventus. I ragazzi sentono di giocare in 10 anche se formalmente qualcuno ha la maglia numero 7. La indossa il giovane Carelli. Nestor Combin non ha dimenticato quelle parole: “Domenica gliene farai 3”. Ha la febbre a 39 per tutta la settimana, l’attaccante franco-argentino ed è nella lista dei sicuri assenti per domenica 22, ma sta facendo di tutto per rimettersi. C’è un patto e i patti si rispettano. Se lo erano giurato un po’ per gioco, per cameratismo scherzoso. Ma a quel punto per “l’indio” vincere ha il sapore del dovere morale, anche perché Meroni non aveva mai assaporato una stracittadina torinese. A Gigi quella vittoria è dovuta. Il Torino gliela deve. Il popolo granata avrà pure diritto ad un sorriso.

La forza del cuore sprigiona una potenza misteriosa, irragionevole, mai riconducibile alla logica. Non si assoggetta al buon senso e dei pronostici non ha alcun rispetto. Quella forza non si compra e non si vende, o ce l’hai o non è nemmeno il caso di parlarne. Non c’è tempo per recriminare, si gioca e basta. Lo stadio è pieno e di fronte c’è la Juve.

Sono passati pochi minuti, due, forse tre. Bercellino, commette fallo al limite dell’area su Moschino. Calcio di punizione per il Torino. La barriera è piazzata, ma stranamente si apre. Una saetta terrificante di Combin e la palla entra nella rete del portiere Colombo fermo lì a guardare. Corre sotto la curva “l’indio” in una gioia cui si mischiano sentimenti contrastanti. Quel gol lo vuole condividere con i suoi tifosi, loro sanno bene perché. Lui, il suo segno sul derby l’ha già lasciato. Ma tutto questo non basta a placare il suo fuoco. Mancano ancora 86 minuti da giocare.

Passano altri quattro minuti e l’attaccante scambia palla con Facchin, vede un corridoio buono e ci prova ancora. A volte l’effetto sorpresa funziona meglio di qualsiasi schema. Un tiro micidiale da trenta metri e il portiere bianconero resta come una statua. 2-0. Non è una doppia botta di fortuna, il Toro è superiore in tutti  i reparti, corre di più, ha testa e cuore dalla sua parte. Nella ripresa la Juve ci prova, e non giocherebbe neanche male, ma non è proprio giornata. Crea azioni, ma dalle parti del portiere Vieri proprio non ci arriva. E al quarto d’ora della ripresa, cala il sipario. Combin dopo un’azione manovrata a centrocampo, cui la difesa avversaria non sa opporsi, superal’ultimo uomo e la mette dentro ancora una volta. Lacrime e sorrisi si mischiano in modo indistinto.

 

Nestor è stato di parola con Gigi. Ma la partita non è ancora finita. La Juve ci prova ancora, per salvare almeno la faccia, ma a stroncarla definitivamente provvede il giovane Carelli. Del vero e insostituibile titolare non ha molto, se non la buona volontà in campo, ma quelpomeriggio d’autunno sembra sorretto da un motore supplementare. La riserva di Meroni si scatena sulla fascia, converge verso il centro, nel tentativo di servire ancora Combin. Ma il terzino avversario scivola, lasciando un corridoio spalancato verso la propria porta. Carelli si presenta solo davanti a Colombo e va in rete con una freddezza che da lui non si era mai vista prima. Forse ha segnato Carelli, forse ha soltanto segnato “la maglia numero 7”. 4-0 e finisce con il “torello” a centrocampo. Non era mai successo che il Toro battesse i cugini con quel risultato. Non sarebbe successo più.

Dall’alto, spunta un sorriso che non tutti possono vedere.

 

HECTOR “Macho” CAMACHO: “Solo così potete mettermi KO”.

di CRISTIAN LAFAUCI

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E’ facile parlare vedendo le cose da fuori… un articolo sul giornale, una notizia di sfuggita in tv…. mettiti invece nei miei panni : tanto per iniziare, nasci a Bayamon nel ‘62.

Dov’è? a Portorico, attaccata a San Juan, la capitale.

La gente che se la passa bene non è tanta ; devi imparare sin da subito a lottare, a sopravvivere e a farti furbo, perché non ti regalerà niente nessuno.

Beh, la mia famiglia era una delle tante con l’acqua alla gola, così quando ero bambino, ci siamo trasferiti a New York ; e lassù era ancora peggio…lo avrai capito … non stavamo certo a Manhattan !

Se sono entrato in una gang? si, certo! non me ne vergogno mica….quella città era una giungla, tutti ostili ; almeno quei ragazzi erano dalla mia parte, eravamo una famiglia…poi a 15 anni finisco dentro ; non ne faccio un dramma, a quel punto era solo questione di tempo….pago il debito allo zio Sam e torno libero.

A quei tempi avevo iniziato con la boxe : non me la cavavo affatto male,sai? Vedere Alì che combatteva mi ha fatto amare questo sport….era semplicemente immenso ; non solo era un grande pugile, ma lui dava spettacolo! sfidava l’avversario,faceva entusiasmare la gente,era una voce fuori dal coro ; volevo essere come lui,usare anch’io quello stile….

Come dilettante ho dato spettacolo! Mi hanno proposto di passare professionista : nessun problema! prima ero un peso piuma, poi sono salito nei leggeri junior ; anche lì facevo faville : Montes e Rojas li ho messi ko al 1° round….

Poi è arrivata l’occasione : il titolo mondiale WBC era vacante e me lo sarei giocato contro Limon ; tutti a dirmi di stare attento, che Limon era già stato campione del mondo, e così via….

Io invece faccio a modo mio : lo mando al tappeto già al 1o round e ce lo rimando altre 3 volte nel 5o ; l’arbitro sospende il match e la cintura è mia ; semplice, no?

Perché alla fine è la boxe ad essere semplice : tu sali sul ring e hai davanti uno che farà di tutto per farti male e per buttarti a terra ; sopporto il dolore, so incassare… ma giocati quello che vuoi che farò di tutto per mandarti giù prima io….

Mi muovo per il ring, scatto in avanti e colpisco, e credimi che in ogni colpo ci metterò tutta la rabbia, la paura di soccombere e la voglia di vincere e di restare a galla che ho!

Vai tranquillo che anche se arrivano i colpi e la pelle brucia, io non scappo, resto li pronto a darti quel colpo che ti farà finire col culo in terra ; niente di personale, ma, dato che è come una guerra, io le proverò tutte per vincerla !

In tanti mi hanno criticato per il mio stile : dicevano che colpivo in clinch, che usavo le spalle, i gomiti, che irridevo l’avversario….e con questo?

Te lo ripeto, è una battaglia ; quando sei con l’acqua alla gola le provi tutte e non lasci niente d’intentato ; quante volte mi sono preso gioco pure dell’arbitro…

E poi la prima difesa… Solis al 3o round mi prende con un uppercut…. l’ho sentito, eccome….ma la soddisfazione di mandarmi giù se la poteva scordare….in compenso, lo centro in pieno con un destro al mento nel 5o round…. ko e tanti saluti.

E allora “it’s Macho time”! perché Macho? Perché le ragazze ci sballavano con uno come me…

Non hai idea cosa sia entrare sul ring a Las Vegas o al Madison Square Garden a NY con la folla che urla il tuo nome e vuole la battaglia, vuole il ko…. io a Las Vegas ho messo Ramirez al tappeto, a NY contro Rosario è stato uno sconto a viso aperto … quante ce ne siamo date !

Poi mi piaceva dare spettacolo : quando facevo il mio ingresso vestito da Tarzan, Pellerossa, Capitan America….e salivo sul ring ballando ; mi davano del buffone? Lasciali parlare, non hanno capito niente ; sul ring sei solo, con uno che farà di tutto per stenderti…. beh, io gli faccio vedere che la cosa non mi preoccupa affatto ; me la rido e ci ballo su….ma appena suona la campana, quel ” buffone” non ti darà tregua, contaci!

 camacho gladiatore

Quel “buffone” ha fatto sentire i suoi pugni a ” boom boom” Mancini e lo ha battuto ; quel ” buffone ” è uno dei pochi che hanno vinto 3 titoli mondiali in 3 diverse categorie ; quel ” buffone ” ha sfidato gente come Chavez e De La Hoya ed è uscito sconfitto soltanto ai punti.

Chi parla, non si è mai trovato in un ring con Chavez davanti ; credimi, non è per niente piacevole : è una forza della natura, ha una cattiveria agonistica pazzesca, ha tecnica, classe e i suoi colpi fanno male ; beh,questo ” buffone ” ha combattuto colpo su colpo contro quel campione che si è portato a casa i suoi lividi pure lui….

ho sconfitto gente come Duran e Leonard ; a 46 anni suonati e dopo 3 anni di inattività, ho battuto per ko tecnico Ballard, campione del mondo in carica dei medi leggeri.

Però i giornalisti parlano del mio arresto per quel tentativo di furto, parlano di alcool, parlano di droga…..buoni quelli! Sbavano per avere un’intervista quando sei al top e al primo errore ti massacrano tanto per fare notizia…

Come quel 20 novembre del 2012 : eravamo di nuovo a San Juan quando mi hanno sparato ; tutti pronti a urlare che l’amico con cui ero in macchina, era un narcotrafficante, che aveva della cocaina con sé ; era un mio amico…e quando uno è un amico, lo è a prescindere da quello che fa per campare….punto.

Ho lottato per 4 giorni in ospedale, poi i medici mi hanno dichiarato cerebralmente morto ; lancio dell’asciugamano : ko!

Su 87 incontri disputati, ne ho vinti 79 e non ho mai subito un ko in carriera : devono averlo capito quelli che mi hanno sparato in testa, che quello era l’unico modo per stendermi ; non ne esistevano altri….

 

 

IAN “STU” STEWART: il sesto Rolling Stones.

stu colori

di REMO GANDOLFI

Beh, sentirsi dire da Keith Richards “Ehi amico non hai un bell’aspetto … perché non ti fai vedere da un medico ?” sembra quasi il finale di una barzelletta.

Keith Richards che dice a me di prendermi cura di me stesso … vi rendete conto ???

Uno come lui che riuscire a vederlo sobrio e lucido per 24 ore di fila è un’impresa assoluta !

Keith ed io ci conosciamo da tanti anni.

Eravamo insieme fin dall’inizio.

Anzi, in realtà risposi prima di lui ad un annuncio pubblicato da un “certo” Brian Jones che voleva fondare un gruppo blues.

Keith arrivò qualche settimana dopo e subito dopo di lui un suo vecchio amico che diceva di cavarsela bene con il canto.

Un” certo” Mick Jagger.

Con loro fondammo i Rolling Stones, nome inventato su due piedi da Brian durante un intervista per una rivista musicale.

stu with rolling

Dicevo di Keith.

E’ un ragazzo d’oro anche se ha più vizi di un imperatore romano.

Fu lui, più di tutti gli altri, ad incazzarsi di brutto quando il nostro manager di allora, Andrew Loog Oldham, decise di tagliarmi fuori dal gruppo.

“Ragazzi, Stu non c’entra niente con voi e con l’immagine del gruppo” disse ai tempi Andrew.

“Voi siete sporchi, cattivi, maledetti e ribelli … lui sembra uno appena uscito da un turno in miniera”.

“E poi sembra il classico “bonaccione” che al pub paga una pinta a tutti”.

Ci rimasi malissimo ovviamente.

Avevamo già fatto qualche concerto e ce la stavamo giocando alla grande.

E poi essendo l’unico che aveva un lavoro fisso ero riuscito con i miei risparmi ad acquistare un piccolo furgone per gli spostamenti del gruppo.

Fu allora che Keith prese le mie difese.

“Non ce ne fotte un cazzo Andy se Stu è brutto, grasso o troppo gentile ed educato … lui sa suonare il suo piano come non ho mai visto fare da nessun cazzo di bianco finora” furono più o meno le parole che Keith disse al nostro agente.

A quel punto Oldham mi propose di continuare a suonare in studio per la band … e di guidare il nostro furgone nei trasferimenti.

A  fare in pratica da “road manager”.

“Stu, manda tutti a fare in culo. Con quelle mani sai quanto ci metti a trovare un altro gruppo ?”

Grazie Keith, amico mio.

Solo che io non voglio andare in un altro gruppo.

Keith, Mick, Bill, Ron e Charlie sono i miei amici.

Come lo era il povero Brian.

Io sto bene con loro e non me ne vado da nessuna parte.

In fondo anche se non sono e non sarò mai un membro ufficiale del gruppo e la mia faccia non apparirà sulle copertine dei dischi e sui rotocalchi non è certo la fine del mondo !

Sono il primo a sapere di non essere esattamente un adone !

Però capimmo tutti fin dall’inizio che stavamo creando qualcosa di speciale.

All’inizio facevamo solo cover ma le facevamo così bene che in breve ovunque andavamo a suonare c’era sempre un folto gruppo di ragazzi (e ragazze !) che ci seguivano dappertutto su e giù per l’Inghilterra.

Quando decidemmo che era ora di iniziare a scrivere cose nostre fu un momento meraviglioso

Mick e Keith passavano giornate intere a scrivere i testi, a cercare i riff e le melodie.

Furono momenti intensissimi e soprattutto … sereni !

Mick e Keith erano così assorbiti dalla loro nuova veste di compositori che non dovevo dannarmi tutto il santo giorno a tenere lontano da loro ragazze e spacciatori !
Sono passati più di 20 anni da allora ma siamo ancora al top.

Negli ultimi mesi qualche screzio tra Mick e Keith c’è stato ma sono certo che si risolverà presto.

Sono come il pane e il burro: separati hanno molto meno sapore …

Seguirò comunque il consiglio di Keith … mi farò visitare.

Anche se tutte le volte che ci penso mi viene da ridere !

Keith Richards che dice a me “Ehi amico, lo sai che hai una brutta cera ?”

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Keith Richards aveva ragione.

Ian Stewart, il sesto Rolling Stones, morirà nella sala d’aspetto del medico dove aveva deciso di farsi visitare dopo che nelle settimane precedenti aveva sofferto di spasmi e difficoltà respiratorie.

Un infarto lo stroncherà a soli 47 anni.

“Stu era il collante che per più di 20 anni aveva tenuto insieme i Rolling Stones”.

Così dirà di lui l’amico Keith Richards che probabilmente deve alla presenza costante, quasi fraterna di Ian Stewart, tanti provvidenziali “interventi” per la sua stessa salute.

“Stu” così chiamato da tutti, non fu solo determinante per il suo lavoro al piano e alle tastiere nei primi dischi dei Rolling Stones, ma lo fu altrettanto per la sua figura quasi paterna nei confronti di quegli scapestrati dei suoi amici.

Era lui che c’era nei momenti di difficoltà personali.

Era lui che scarrozzava il gruppo in ogni angolo del paese … cercando sempre di trovare tranquilli e sicuri

alberghi fuori città, per tenere lontane (almeno in parte !) le tentazioni a cui amavano NON resistere Keith e compagni.

Li tutelava, li proteggeva, li difendeva …

Era la coscienza dei Rolling Stones.

E poi c’era la sua enorme competenza musicale.

“Tutto quello che facevamo doveva piacere a Stu” ricorderà Mick Jagger.

“Senza la sua approvazione sapevamo che c’era qualcosa che non andava, che si poteva migliorare” amava raccontare il cantante delle “Pietre Rotolanti”.

Non è un caso che i Rolling Stones, in particolare Keith e Mick, attraversarono il periodo peggiore della loro carriera proprio negli anni successivi alla morte di Stuart, prima di ricomporsi, sanare le fratture e ripresentarsi al grande pubblico con il disco “Steel Wheels” per ripartire poi per un tour mondiale sempre “sold out”.

Ian Stewart era nato in un piccolo paese minerario della Scozia, Pittenweem, ma la famiglia si trasferì nel Surrey quando Stu aveva solo 4 mesi.

Ciò non impedì a Ian Stewart di conservare per sempre il suo pronunciato accento scozzese, di cui andava particolarmente fiero.

Una delle più belle testimonianze dell’affetto e della riconoscenza dei Rolling Stones nei confronti del loro amico Ian Stewart ci fu in occasione dell’inserimento della Band nella celeberrima “Rock and Roll Hall of Fame” avvenuta nel 1989.

I Rolling chiesero, ed ottennero, che vi fosse inserito anche il nome di Ian Stewart accanto a quelli di Mick Jagger, Keith Richards, Brian Jones, Charlie Watts, Ron Wood e Bill Wyman.

Ma la più bella testimonianza nei confronti di Stu rimane la frase che gli dedicherà Keith Richards nella sua famosissima autobiografia “Life”.

“Ian Stewart. Io ancora oggi lavoro per lui.

Perché i Rolling Stones sono la “sua” band”.

stu e mick

 Come al solito la prima parte raccontata in prima persona è opera dell’autore e non sono le parole di Ian Stewart.

E, come al solito, il tutto è stato accompagnato da una ricerca approfondita sul bravo e sfortunato “Stu”… il sesto Rolling Stones.

 

 

LA PUERTA 12: La più grande tragedia nella storia del calcio argentino.

PUERTA 12 A.jpg

E’ stata la più grande tragedia del calcio argentino.

Di più.

E’ stata una autentica strage.

71 vittime.

Età media 19 anni, morti al termine di una partita di calcio.

Era il 23 giugno del 1968.

La partita era … “LA partita”.

River Plate contro Boca Juniors.

Al Monumental, la casa dei “Millionarios”.

Quelli sono anni maledetti per l’Argentina.

La crisi economica sta investendo il Paese dopo la grande illusione del 1963/1964 dove il calo della disoccupazione fu sensibile e dove il salario reale crebbe in maniera importante

Solo due anni prima c’è stato un golpe militare, quello guidato dal Generale Julio Alsogaray che porterà al potere il Generale Juan Carlos Ongania, a spazzar via la schiacciante vittoria del Peronismo alle elezioni del 1965.

La repressione, che il popolo argentino conoscerà in maniera devastante meno di dieci anni dopo, è all’ordine del giorno.

Sono anni duri, dove la violenza è in ogni piega della vita del Paese.

Il calcio non fa differenza, anzi.

E’ violenza sugli spalti ed è violenza in campo.

Ed è in questo contesto che si gioca il “Superclasico” di quell’inverno del 1968.

La partita è “aburrida” come dicono da quelle parti.

Poco spettacolo, poche giocate e tanti calcioni.

Gli spalti ai tempi non erano certo simili ai “salotti” degli stadi inglesi attuali.

E quel giorno il clima dentro il Monumental, era particolarmente teso.

Bandiere avversarie bruciate, frizioni continue tra le due tifoserie, lancio di oggetti vari da un settore all’altro.

Uno dei “passatempi” preferiti ai tempi era quello di riempire bicchieri di carta di urina e lanciarla nei posti sottostanti.

Questo in particolare pare fosse l’esercizio preferito quel giorno soprattutto fra i tifosi più giovani.

Mancano meno di 10 minuti alla fine del match.

La partita, come detto, è tutto fuorché avvincente.

Fa freddo, in Argentina è pieno inverno e a quel punto un grande numero di tifosi del Boca decidono di avviarsi vero le uscite.

Una di queste è la “Puerta 12”, uno dei cancelli, stretti e ripidi da dove gli stessi tifosi sono entrati meno di due ore prima.

E qui succede qualcosa di imprevisto.

E tragico.

I tifosi che stanno scendendo verso quel cancello ad un certo punto si trovano davanti altri tifosi che non riescono a defluire normalmente.

Alle loro spalle continuano ad arrivare tifosi che si incanalano verso quel budello stretto, irregolare e semibuio.

Bastano pochi minuti per fare diventare quel posto una trappola mortale.

Ci sono centinaia di persone intruppate in pochi metri.

La calca è spaventosa.

Da dietro continuano a scendere tifosi.

Chi è davanti invece tenta disperatamente, e inutilmente, di risalire.

Lo spazio per respirare non c’è più.

Si diffonde la “bestia” peggiore che può insinuarsi nell’animo umano; il panico.

Chi perde l’equilibrio e cade a terra non ha possibilità di scampo.

I tifosi del Boca che scendono dalla porta a fianco, la 13, notano immediatamente che c’è qualcosa che non va.

Ma la polizia è già lì ed è in massa proprio davanti alla porta 12.

Cosa è successo realmente ?

Intanto iniziamo dalla fine.

Nessun colpevole. Per il Governo Argentino e la giustizia del Paese nessuno ha avuto responsabilità oggettive in questa tragedia.

“Una disgrazia”.

Le terribili parole con cui tante, troppe volte, abbiamo sentito mettere il sigillo su tragedie, stragi, e disastri di varia natura.

Il Governo argentino, immediatamente dopo la tragedia, ha un solo obiettivo; chiudere “la pratica” il più presto possibile.

Molti dei testimoni oculari di quel giorno vengono minacciati.

I racconti di chi si presenta spontaneamente alla Polizia per testimoniare non vengono trasformati in verbali, anzi.

Molti dei testimoni oculari di quel giorno vengono minacciati.

Viene offerto un pugno di “pesos” alle famiglie che hanno perso tanti dei loro ragazzi quel giorno, si e no abbastanza per pagare il funerale di quei disgraziati che hanno perso la vita per una partita di calcio.

La cifra è ridicola.

Vergognosa.

Poco più di 1.000 dollari a famiglia.

In cambio una firma per rinunciare ad aprire azioni legali contro il River, la Federazione Argentina e la Polizia.

Accettarono quasi tutti.

Tranne due.

Nélida Oneto de Gianolli y Diógenes Zúgaro che fecero causa per Responsabilità Civile al River e che ricevettero a fine processo 50.000 dollari circa cadauno.

L’inchiesta termina quasi subito.

Qualcuno dice che i tornelli che servono per far entrare ad uno ad uno i tifosi all’inizio della partita non sono mai stati tolti e che scendendo i tifosi del Boca se li sono trovati davanti come ostacolo insormontabile.

Qualcuno parla di negligenza, addirittura della saracinesca di entrata della “Puerta 12” praticamente chiusa completamente e che ha virtualmente intrappolato i tifosi del Boca in quel piccolo budello.

Ma sono in tanti che danno un’altra, ancor più agghiacciante versione.

Come detto c’è un governo militare al potere, instauratosi dopo un Golpe meno di due anni prima.

Durante la partita i tifosi del Boca intonano spesso cori “Peronisti”, assolutamente vietati a quell’epoca.

La Polizia aspetta il momento per farsi giustizia.

Il momento giusto è mentre i tifosi iniziano a scendere verso l’uscita.

Ci sono già state cariche nel secondo anello ma ora buona parte dei poliziotti sono sistemati all’uscita proprio della “Puerta 12”, quella da dove usciranno gran parte dei tifosi del Boca.

E lì pare inizi la carica più violenta a tutti coloro che si apprestano ad uscire da quell’angusto cancello.

Così si spiegherebbe il perché non solo quasi nessuno riesce ad uscire ma anche il perché tanti tentino disperatamente di risalire l’ingresso e tornare verso la relativa tranquillità della tribuna.

Come detto certezze assolute non ce ne sono.

Ma il coro del derby successivo che si poteva udire sugli spalti, cantato da tutti i tifosi del Boca e pare anche da tanti di quelli del River, lascia ben poco spazio alle supposizioni …

“No habia puerta, no habia molinete, era la cana que daba con el machete” … “non è stata colpa della porta, non è stata colpa dei tornelli, è colpa della polizia che picchiava col manganello” …

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A seguire il trailer del Documentario “La Puerta 12”, dedicato appunto alla tragedia del Monumental.

Nota: questo articolo è stato possibile grazie alla preziosa collaborazione di due grandi amici che, come altri in passato, mi hanno dato la possibilità di raccontare queste piccole storie. Grazie a Federico Lopez Campani e a Roberto Bianchi.

 

 

 

Anthony Perkins. … o Norman Bates ?

di Renato Villa

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NON SONO STATO IO… NON LO SO…

 

Li ho uccisi io.

Tutti.

O meglio, li ha uccisi mia Madre.

Non so ancora chi sia stato, tra noi due.

So solo che sono rimasto intrappolato in  questa mia vita alternativa, nella quale una Madre non c’è.

Mi accorgo che ho completamente perso la testa, e non mi capacito assolutamente di quello che mi sta accadendo.

Sono rimasto il Figlio della Madre, l’Assassino, il Gestore del Motel.

Non ho più avuto un nome.

 

 

Quel giorno, quando mi arrivò la notizia, mi misi  a ballare dalla gioia.

Girare un film con il Maestro, con Sir Alfred Hitchcock, per me attor giovane era un punto d’arrivo mai sognato.

Ma c’era una cosa che mi lasciava qualche perplessità.

Il mio ruolo.

Non avevo mai interpretato un “cattivo”, tanto meno di quel tipo.

Io ero un attore da film brillanti, da commedie, alla peggio da storie certamente non “nere”.

PSYCHO invece è una storia allucinata.

È la storia di un elogio alla follia.

 

*

 

Quando lei si presentò al Motel e mi chiese una stanza, in  lei vidi la donna  che non avevo mai avuto.

Alta, bionda,sorridente, elegante.

E dolce.

Le offrii la cena, approfittando di un temporale tale che faceva sembrare la pioggia una muraglia.

E la guardai mente, perplessa, fissava i miei animali impagliati.

Un hobby come un altro, in fondo.

 

*

 

Sir Alfred mi disse che mi aveva scelto apposta, e che mi aveva voluto come contrapposizione al personaggio del racconto.

Io, magro, tranquillo e quasi impaurito dal mondo circostante.

Lui arrogante, grasso, untuoso, antipatico.

Il progetto del Maestro era quello di farmi rendere simpatico un personaggio odioso.

Devo ammettere che non era certo un compito facile.

D’altra parte, quello che aveva in testa lui era imperscutabile, irraggiungibile.

A me nasceva solo il sospetto di essere coinvolto in qualcosa di epocale.

 

*

 

Sapevo che la Madre non apprezzava che si fermassero al Motel delle ragazze, specialmente se belle.

Ma quella notte, con quell’acqua, sarebbe stato criminale non concedere una camera a quella ragazze infreddolita e cercava rifugio dalla pioggia.

Non avrei mai immaginato il proseguimento della nottata.

In fondo, non avevo fatto niente di male.

Avevo procurato un cliente al Motel.

Ma qualcuno era in agguato.

E io, io… non  potevo fare nulla.

 

*

 

Quando iniziai a calarmi nella parte, mi accorsi che c’era qualcosa che mi prendeva e non  mi lasciava più andare.

Un’ombra  nera che avvolgeva il mio personaggio e  che cominciava a farmi venire strani e cupi pensieri.

Era la prima volta che accadeva.

Poi, il Maestro iniziò le riprese delle scene nel Motel.

Una antica casa gotica che metteva paura solo a guardarla torreggiava sopra la zona delle riprese.

E lì, c’era un a finestra sempre illuminata.

Dietro, si vedeva una sagoma.

 

La Madre.

 

*

 

No.

Non volevo che accadesse.

Non me lo sarei mai aspettato.

Non credevo che la Madre avrebbe reagito così, come invece fece.

In quel modo crudele.

Le urla, il sangue, il corpo macellato dalle coltellate non me li scorderò più.

Indelebili.

Terrificanti.

E io ne ero responsabile.

Io.

Anche se non avevo fatto nulla.

Aveva fatto tutto la Madre.

Lo sapevo, l’avevo temuto.

Ed ora mi trovavo a dover risolvere una situazione pericolosa.

Ma sapevo già cosa fare.

Il laghetto e la macchina.

Erano l’unica cosa da fare.

E la feci.

 

*

 

All’inizio, mi sentivo come non mi era mai successo.

Stralunato.

Perché la vita che dovevo instillare in Norman era una vita da incubi.

Poi il Maestro venne a parlarmi.

Voleva la mia timidezza, il mio comportamento solito.

Non dovevo essere uno psicopatico.

Dovevo essere simpatico, e lasciare alla gente il sospetto che ci fosse qualcun altro in quel posto maledetto.

E la scena della doccia fu terrificante da vivere, dall’esterno.

Ma come Norman fu una cosa esaltante.

Ma io non sono Norman…

 

*

 

Poi vennero a cercare la ragazza.

Sapevo che sarebbe successo. 

Uno era un poliziotto privato, e di lui so solo che la Madre se ne sbarazzò senza problemi.

Io avevo i miei impegni al Motel, cercando di fare la mia parte di presenza.

In fondo era la mia unica fonte di guadagno.

Ma la Madre  continuava a lasciare prove.

Restava a me il  compito di farle sparire.

Restava a me il compito di proteggerla.

Restava a me il compito di far sapere al mondo che era viva.

Che quel corpo mummificato che si trovava nella casa non era quello della Madre.

Io ero assolutamente innocente.

Non avevo fatto nulla.

Avevo solo fatto sparire le prove.

Ma non avevo colpe.

Avevo solo difeso la Madre.

 

Io non sono Norman…

io non sono Norman…

 

io sono Norman…

 

io sono Norman…

io sono Norman…

PABLO VICO’: Nel nome del figlio

pablo vico

Ci sono storie che sembrano favole.

Quelle in cui l’altalena della vita può farti toccare il fondo (e magari cominciare pure a scavare come diceva il grande Freak Antoni) e subito dopo proiettarti in Paradiso, posto che magari pensavi esistesse solo per quelli ricchi, quelli belli e quelli davvero fortunati.

La storia di Pablo “El flaco” Vicò è una di queste.

Pablo vive nella piccola cittadina di Adrogué, poco più di 20 km a sud di Buenos Aires.

Qualche centinaio di case attorno ad una fermata della stazione di questo piccolo centro dell’area metropolitana della Grande Buenos Aires.

Pablo, da quando ha l’età della ragione, ha un’unica grande passione; il Brown o meglio il Club Atletico Brown.

La squadra della sua città.

Questo piccolo e orgoglioso Club che dei suoi 70 anni di storia (la fondazione risale al marzo del 1945) ne ha passati più della metà in Primera C (la quarta serie del calcio argentino) con brevi  e fugaci apparizioni nella categoria superiore.

Pablo in gioventù ci gioca anche per il suo adorato Brown. E’ un buon “9”, di quelli che lottano su tutti i palloni, che corrono come matti su tutto il fronte d’attacco e che quando riesce a liberarsi al tiro sa fare anche male.

Finito questo periodo diventa una delle poche centinaia di tifosi fedeli e appassionati che seguono questo team ovunque e tutti conoscono questo baffuto spilungone quasi pelle e ossa con l’immancabile sigaretta fra le labbra.

Arriva pura la possibilità di dare una mano con il settore giovanile del Club e per Pablo sembra davvero il Paradiso.

Ma la vita comincia a presentargli il conto, cosa che gli accadrà continuamente sparandolo in questo ottovolante impazzito che sembra non voglia dare tregua a quest’uomo buono e gentile.

Pablo perde il lavoro e con il lavoro la possibilità di pagare un affitto.

Per lui e la sua famiglia si prospetta un futuro nella miseria, cosa non aliena nel sul piccolo barrio.

Il “suo” Club si ricorda di lui.

Gli offrono la possibilità di fare il custode al Club. Apre le porte a giocatori e dirigenti, tiene pulita la sede sociale, cura il terreno di gioco e lo stadio, perfino i campi da tennis adiacenti.

Gli trovano pure due stanze dentro il Club in cui vivere.

Anni di incondizionato amore per il Brown non sono passati inosservati.

A Pablo sembra già il massimo. Vive “dentro” il Club che ama.

Di certo non naviga nell’oro ma ha un tetto sopra la testa, un po’ di cibo nel piatto e … può vedere il suo Brown gratis !

Ma il bello deve ancora venire.

Come detto da una mano nelle giovanili e qualche volta lo inseriscono pure nello staff della prima squadra.

Pablo capisce di calcio. Adora Marcelo Bielsa e Angel Cappa.

Come dire “quelli che fanno giocare a calcio le loro squadre”.

Il Brown continua a vivacchiare nella serie C argentina ma nel 2009 la possibilità di una retrocessione in Primera C (cosa che non accadeva dal 1996) è evidente.

E allora a qualcuno nel Club viene un idea “ Scusate, ma chi è che conosce davvero questo Club,  giocatori, dirigenti e ogni zolla della cancha e ogni pezzo di cemento delle gradinate ? Quest’uomo è Pablo Vicò ed è l’unico che può davvero raddrizzare la baracca”.

Sembra una follia.

Ma a volte le follie si fanno.

A Pablo viene affidata la prima squadra.

Con lui nello staff gli amici di sempre.

L’impatto è immediato. Non solo come “Mister” ha le idee chiare (la palla la giochiamo a terra, niente pelotazos e chi sa saltare l’uomo in dribbling … sarà libero di farlo !) ma è lo spessore umano che colpisce e spiazza tutti.

I giocatori gli vogliono bene, per lui danno l’anima in camp

E lui se li coccola o li sgrida come farebbe un padre con i figli.

“Noi allenatori possiamo correggere i dettagli in un calciatore, ma è il valore dell’uomo che anche in campo fa la differenza”. Questo dice ed è questo in cui crede “El Flaco”.

La costruzione di un team non è cosa che si fa in pochi mesi.

Ci vuole pazienza, dedizione, osservazione e ascolto.

E nel giugno del 2013 Pablo Vicò e il suo Brown riscrivono la storia di questo piccolo Club.

Il Brown arriva alla finale dei play-offs per la Promozione nella Primera B Nacional, la serie B argentina.

Si arriva ai rigori contro l’Almagro.

Il Brown vince.

Pablo viene portato in trionfo come un eroe, come una star o un icona rock.

Ormai tutti quanti lo chiamano “Don Ramon”.

Poi il giorno dopo lo puoi trovare dare una mano a rimettere a posto il campo da tennis del Club.

Ma “El trico” (così viene chiamato il Club) non naviga certo nell’oro, La serie B argentina è tosta.

Tutto quello che può andare storto ci va. Infortuni, pali e traverse, pure qualche decisione arbitrale un po’ strana … fatto sta che il Brown ritorna, nemmeno un anno dopo, nella serie C argentina.

Praticamente ad ogni latitudine retrocessione vuol dire una cosa; il licenziamento del Mister.

Nel Club Atletico Brown non funziona così.

Pablo Vicò rimane intoccabile sulla sua panchina.

Sanno benissimo tutti quanti, tifosi, dirigenti e calciatori, che un mister e soprattutto un UOMO così, sono un autentico lusso per un Club del genere.

E Pablo non prende neanche in considerazione di andarsene, nonostante qualche altro Club di Primera B Nacional,  abbia messo gli occhi su questo dinoccolato baffone.

Lui vive “del” e “per” il Brown.

E cosi inizia una nuova stagione.

Siamo a febbraio di quest’anno.

C’è una banda di delinquenti che da un po di tempo sta mettendo a ferro e fuoco il barrio e le sue immediate vicinanze. Rapinano piccoli negozi e attività commerciali ma soprattutto sono specializzati in furti d’auto.

Sono le 13.30 del 5 febbraio.

La gang in questione ha appena rubato una VW Golf ma stavolta la polizia è nei paraggi.

Inizia un furioso inseguimento per le vie di Adroguè.

I delinquenti perdono il controllo del mezzo che va a centrare un piccolo furgoncino bianco.

Alla guida c’è un uomo di 40 anni, che sta andando a lavorare.

E’ Cristian Gabriel Vicò, il figlio di Pablo.

Dopo 4 giorno di agonia Cristian muore.

Pablo e la sua famiglia sono distrutti.

Anche il calcio, il suo amato calcio e il suo adorato Brown, paiono non riuscire a chiudere questa ferita.

La gente di Adroguè gli si stringe attorno.

I messaggi di affetto, le visite al Club anche solo per dare una pacca sulla spalla o due parole di conforto a Pablo si moltiplicano.

Tanto lui è sempre lì. Vive ancora nelle stanze che il Club gli ha messo a disposizione, all’interno dello stadio. Da quasi 15 anni.

Pablo pian piano si riprende. Il suo Brown continua a giocare un buon calcio e le vittorie iniziano ad arrivare in serie.

Si arriva all’ultima di campionato. Il Brown ci arriva come 2° in classifica, ad un punto dalla capolista, l’Estudiantes de Buenos Aires.

Il Brown gioca fuori casa, contro il Deportivo Moron.

Il risultato è sull’1 a 1. Non sufficiente per tornare in Primera B Nacional, anche perché l’Estudiantes sta pareggiando il suo match.

Il match è agli sgoccioli. E’ iniziato il 4° e ultimo minuto di recupero.

C’è un corner per il Brown. La palla schizza impazzita verso l’area di porta.

Sembra un pallone innocuo ma sul secondo palo arriva come un furia Juan Manuel Garcia, un difensore.

E’ nel posto giusto al momento giusto. Proprio come gli eroi delle favole.

Il suo gol riporta il Brown Adroguè in Serie B.

Le immagini a fine partita sono qui a seguire.

Non occorrono commenti. Pablo Vicò chiede solo di estraniarsi per un momento da quella bolgia.

Si rivolge al cielo e poi si inginocchia. Cristian Gabriel da lassù, ne è certo, gli ha dato una mano.

Il Brown ritorna in Primera B Nacional. Pablo Vicò e la sua impresa sono su tutti i media argentini.

Tutti imparano a conoscere la sua incredibile e commovente storia.

E ancora una volta è il Paradiso, anche se certe cicatrici non potranno chiudersi mai.

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E’ il 15 dicembre del 2016.

Il mio piccolo tributo al “Flaco” è già praticamente pronto.

Ma l’ottovolante impazzito che è la vita di quest’uomo decide di fare un altro giro.

Pablo ha un malore. Un forte dolore al petto.

Viene ricoverato d’urgenza. E’ un infarto.

Le ultime notizie parlano di condizioni stabili e i medici sono ottimisti.

“Evoluciona favorablemente” dicono da quelle parti.

L’intervento chirurgico non è ancora scongiurato.

Un barrio intero è con il fiato sospeso.

Forza Pablo … ci sono ancora tanti giri da fare su quel pazzo ottovolante che è la tua vita.

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E così sarà.

Pablo Vicò si riprende completamente e a tutt’oggi continua a guidare, per la ottava stagione consecutiva,il suo adorato Club Atletico Brown, con risultati ogni anno migliori tanto da essere ormai una realtà una presenza assodata nella Primera B Nacional, la serie “B” del calcio argentino.

E sarà così per chissà quanti anni ancora si augurano i tifosi de “El Trico” (soprannome della squadra) di Adroguè.

Tifosi che sanno che dopo ogni gol il secondo sguardo di Pablo sarà sempre rivolto a loro … ma il primo sarà sempre rivolto verso il cielo, verso il suo adorato Cristian.

… è davvero bello quando le favole non vogliono saperne di avere una fine …