ALVIERO CHIORRI: Quando il calcio era “gioia e rivoluzione”.

di REMO GANDOLFI

CHIORRI

“Quando nasci e vivi in una piccola città della provincia lombarda e ti capita di amare visceralmente il calcio non hai molte alternative.

Prendi la tua auto e fai quella manciata di chilometri che ti separano dallo Stadio di San Siro a Milano e vai a vederti una partita del Milan o dell’Inter.

Se poi, come nel mio caso, sei uno che invece di un Club in particolare ami semplicemente IL CALCIO e la BELLEZZA che solo questo gioco sa regalarti allora segui l’una o l’altra senza preoccuparti di soffrire per una sconfitta o di esaltarti per una vittoria.

Io sono fatto così.

Per questo motivo da “neo-patentato” alla fine degli anni ’60 mi facevo i miei 90 chilometri da Cremona a Milano per andare a vedere Gianni Rivera.

… non il Milan … GIANNI RIVERA.

E che il Milan perdesse o vincesse non me ne poteva fregare di meno ! Io volevo vedere lui, “Il Gianni”. Mi bastavano due finte di corpo, un dribbling e un paio dei suoi lanci millimetrici e io potevo tornarmene nella mia Cremona contento e appagato.

Lo stesso feci più o meno dieci anni dopo.

Stavolta però era l’Inter che andavo a vedere.

Mi correggo ancora. Non l’Inter ma lui, EVARISTO BECCALOSSI.

Quando con quel suo culo basso e la sua apparente indolenza partiva in dribbling seminando avversari come birilli non riuscivo proprio a non esaltarmi.

Qualche volta mi capitava perfino di discutere con qualche tifoso interista al mio fianco.

“Certo che se qualche volta la passasse prima la palla quel testone di un bresciano !” sbottava qualcuno quando il quarto o il quinto giocatore avversario riusciva magari a togliergli la palla.

“E perché dovrebbe ?” rispondevo io. “Dio gli ha regalato il dono supremo del dribbling … perché non dovrebbe utilizzarlo ?”.

Mi guardavano come si può guardare solo un matto o un extraterrestre, ma non me ne importava nulla.

Poi un bel giorno viene da me il mio amico Paolo e mi fa “Sai che quel matto arrivato da Genova è forte davvero ?”.

Ovviamente sapevo di chi stava parlando il mio amico.

In quell’estate del 1984 la Cremonese aveva ceduto alla Sampdoria il più forte calciatore mai uscito dal settore giovanile della squadra della mia città: Gianluca Vialli.

Nella trattativa, insieme ad un bel po’ di milioni, la squadra blucerchiata aveva inserito un calciatore di cui qualche anno prima si parlava in termini molto lusinghieri.

Il suo nome era Alviero Chiorri ma era da un po’ di tempo che non si sentiva più parlare di lui.

“Paolo, se fosse bravo come dici mi spieghi cosa sarebbe venuto a fare da noi in provincia e per di più in una squadra al suo primo anno in Serie A dopo oltre mezzo secolo ?” gli dissi quel giorno senza troppo trasporto.

“Fidati. L’ho visto in azione in Coppa Italia, qui al nostro “Zini” contro il Monza. Con il pallone ci sa fare davvero” mi spiegò Paolo sempre più determinato.

Le sue insistenza finirono per farmi cedere.

E così il giorno del nostro ritorno in Serie A, il 23 settembre del 1984, mi convinsi a tornare a vedere la squadra della mia città.

Quel giorno sembrava che tutta Cremona fosse allo stadio.

Quasi 17.000 persone per festeggiare quello storico evento.

Mi bastarono pochi minuti per capire che non avevo più bisogno di prendere l’auto e andare a San Siro. Bastava la mia bicicletta con la quale percorrere quel chilometro scarso che divideva casa mia dallo stadio della mia città.

Alviero Chiorri era un autentico spettacolo per gli occhi.

Quel giorno meraviglioso in cui battemmo il Torino di Gigi Radice, di Dossena, di Junior e di Schachner avevo trovato un nuovo calciatore che rappresentava appieno la mia “idea” del calcio: la bellezza.

E giocava per la squadra della mia città !

Segnammo due gol da due calci piazzati.

Un rigore ed una punizione dal limite: procurati entrambi da due giocate sublimi del riccioluto numero 11 che arriva dalla Sampdoria.

Nel primo caso erano passati si e no due minuti dal fischio d’inizio. Chiorri si fa dare il pallone sulla trequarti, alza la testa e nonostante la difesa del Torino schierata si lancia verso la porta avversaria.

Finta e tunnel al primo malcapitato avversario prima di saltarne altri due in velocità e presentarsi solo davanti al portiere avversario … prima di venire steso con uno sgambetto da dietro.

La seconda fu ancora più spettacolare.

Anche stavolta il mancino con i calzettoni abbassati alla “Mario Corso” pareva chiuso dai difensori avversari. Si ferma improvvisamente e si gira, sempre con il pallone incollato ai piedi, come a cercare aiuto dalle retrovie. Poi con una improvvisa “veronica” salta tre avversari in un fazzoletto prima di puntare deciso l’area avversaria. Stavolta viene steso un paio di metri prima di entrarvi.

Sulla punizione seguente segnamo il gol del 2 a 0.

Sono passati poco più di 22 minuti.

E io sono già follemente innamorato di questo mancino romano che il Dio del pallone, non si sa per quale strano destino, ha deciso di fare arrivare qua da noi, in mezzo alla nebbia della Pianura Padana.

Sono stati 8 anni meravigliosi, irripetibili quelli che Chiorri decise di passare con noi a Cremona.

Anche se abbiamo continuato a fare su e giù tra la serie A e la serie B, anche se ci sono state partite dove faceva arrabbiare per la sua testardaggine o per la sua abulia.

Lui giocava per “noi”, per la gente che lo andava a vedere.

Gol e assist parevano interessargli relativamente.

La giocata impossibile che si realizzava: quello era il suo obiettivo e quando ci riusciva, per chiunque amasse il calcio, era una gioia assoluta.”

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Qualche anno fa chiesero a Renzo Ulivieri chi è stato il più forte calciatore che avesse mai allenato.

“Alviero Chiorri” fu la risposta del vulcanico (e bravo) allenatore toscano.

“Ma … ci scusi Ulivieri” riprese il giornalista in evidente disagio “ma forse dimentica che lei ha allenato Beppe Signori, Roberto Mancini e Roberto Baggio”

“Lei mi ha chiesto chi era il più forte e io le ho risposto” .

 

Saranno in molti tra quelli che non sono già negli “anta” a rimanere spiazzati.

Per gli altri invece, nessuna sorpresa.

Alviero Chiorri è stato uno dei talenti più puri, dotati e geniali espressi dal calcio italiano.

Nato a Roma nel marzo del 1959 viene prelevato dalla Sampdoria dalla sua piccola società, la Pro Roma, quando ha ancora solo 15 anni.

Ci mette un attimo a far capire a tutti che è un fuoriclasse, di quelli autentici, di quelli che ti cambiano il corso delle partite.

Viene convocato per la Nazionale Juniores.

Quando arriva a Coverciano gli comunicano con grande enfasi che è stato convocato per i Mondiali di categoria che si terranno in quella stessa estate in Tunisia.

“Ma voi siete matti ! Macchè Tunisia. Io quest’estate vado al mare con i miei amici !” è la replica del giovane Chiorri.

Italo Allodi e Italo Acconcia, dirigente capo e allenatore non credono alle loro orecchie.

Ne viene fuori un litigio furibondo. A Chiorri dicono di tutto. Andrà via da Coverciano scortato da due carabinieri. Ma sul suo nome, per qualsiasi Nazionale azzurra, viene tracciata una croce … che non verrà mai più cancellata.

Alla Sampdoria fa il suo esordio a 17 anni.

A gettarlo nella mischia è il “sergente di ferro” Eugenio Bersellini, che tra urla e calci nel sedere sta disperatamente cercando di mettere in riga quel prodigioso ma indisciplinato talento.

Lui va in campo e gioca allo stesso modo in cui giocava in cortile da bambino, nelle giovanili o in allenamento: vuole divertirsi e divertire.

Avrebbe tutto. Doti fisiche e tecniche.

Solo che non c’è verso di “inquadrarlo”.

Punta ? Esterno ? Rifinitore ? Alviero Chiorri va dove lo porta l’istinto.

Allenatori e dirigenti s’incazzano. I tifosi lo adorano.

La Sampdoria è in Serie B e fatica a risalire.

Chiorri la A la merita e la Sampdoria lo cede in prestito al Bologna.

Potrebbe essere la stagione della sua definitiva consacrazione ma dopo un eccellente avvio stavolta è un brutto infortunio a tenerlo lontano dal campo per parecchi mesi.

Il Bologna retrocede ma la sua Sampdoria in quella stessa stagione fa il percorso inverso, risalendo in Serie A.

Chiorri rientra a Genova.

Sulla panchina trova Renzo Ulivieri che soprattutto nella prima stagione gli dà parecchio spazio non ripagato però da un Chiorri sempre più anarchico e discontinuo.

La stagione successiva è ancora peggiore. Nel suo ruolo è arrivato Roberto Mancini, che aveva già trovato a Bologna, e per lui le chance sono limitate.

Come raccontato all’inizio entra nell’affare Vialli, va a Cremona dove gioca 8 stagioni. In provincia ritrova se stesso. E’ amato dalla gente e la pressione non è la stessa di un club come la Sampdoria.

L’ideale per uno come lui che del risultato non si è mai preoccupato troppo.

Appenderà gli scarpini al fatidico chiodo al termine della stagione 1991-1992 … a soli 33 anni e giocando la sua ultima partita proprio al Marassi di Genova, contro la Sampdoria.

Per lui niente patentino da allenatore, niente procure né tantomeno incarichi dirigenziali.

Due anni dopo Alviero Chiorri, “Il marziano” come lo chiamavano a Genova, si trasferisce per sempre a l’Havana di Cuba, luogo di cui si era innamorato qualche anno prima e che diventerà il posto dove invecchiare … con una nuova compagna e una meravigliosa bimba mulatta di nome Nicole.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Quando Alviero Chiorri viene aggregato per la prima volta al raduno ufficiale della prima squadra, nel luglio del 1976, ci sono Presidente, Allenatore e tifosi.

Sono quelle occasioni ufficiali dove tutto è organizzato da un protocollo sobrio e rigido. Divise ufficiali, compostezza nei modi e sorrisi di circostanza.

Chiorri arriva all’ultimo minuto.

Un attimo prima era in spiaggia con gli amici.

Sandali, bermuda e camicia a fiori. E gli immancabili orecchini.

“Sono stato il primo nell’album Panini fotografato con l’orecchino !” ricorda ancora oggi con orgoglio Alviero.

“Bersellini era tremendo. Allenamenti durissimi e con me era più duro che con tutti gli altri. Sapeva che ero una testa matta ma sentivo anche quanto mi stimava. Quando da Genova andò all’Inter voleva portarmi con sé ma i dirigenti nerazzurri avevano già scelto Beccalossi”.

Nell’anno trascorso a Bologna e condizionato da un grave infortunio si trovò a giocare con altre due delle più grandi promesse del calcio italiano di allora. Gli allora giovanissimi Roberto Mancini e Marco Macina.

“Macina tecnicamente era il migliore di tutti. Ma Roberto era calciatore “nella testa” cosa che né io né Marco eravamo” ammette con grande sincerità Chiorri.

Al ritorno a Genova Chiorri, negli anni bui della serie B, è l’autentico raggio di sole che illumina le domeniche dei tifosi blucerchiati. In Italia stanno arrivando tanti grandi stranieri ma il coro della Gradinata Sud in quel periodo è inequivocabile: “Alviero Alviero sei tu il nostro straniero”.

 

Si gioca in Coppa Italia. Avversario della Samp è la Fiorentina. Chiorri è in una di quelle giornate dove tutto quello che prova gli riesce. Dribbling, finte, assist “a nastro”, tiri … Moreno Roggi, il suo marcatore, sta rischiando di impazzire. Ad un certo punto dietro di lui sente una voce. “Oh ragazzino. Ormai ci hai rotto le palle. O ti dai una calmata o cominciamo a menarti sul serio”. Era Giancarlo Antognoni, il capitano dei “Viola” che cercava in qualche modo di arginare quella furia scatenata.

Una delle “stranezze” di Chiorri è quella legata all’uso degli scarpini durante le partite.

Scarpa a 6 tacchetti di ferro nel piede destro e scarpa “estiva” con i 13 tacchetti di gomma nel piede sinistro. Anche se diluviava.

“Io ero il classico mancino puro, che usa il destro solo per reggersi in piedi. Per farlo avevo bisogno di una scarpa che affondasse nel terreno, che mi desse stabilità. Nella sinistra invece mi occorreva qualcosa di più leggero e morbido nel piede con il quale dovevo creare le giocate.”

Dopo un paio di stagioni non all’altezza per Chiorri arriva l’addio a Genova. Il Presidente Mantovani gli comunica che è stato inserito nella trattativa per l’arrivo di Gianluca Vialli. Glielo dice con le lacrime agli occhi. “Alviero sei stato la più grande delusione della mia vita”.

Per fortuna di Chiorri a Cremona a volerlo c’è un’altra meravigliosa figura di presidente, Domenico Luzzara.

“Luzzara aveva da poco perso un figlio. Si affezionò tantissimo a me, c’era sempre quando ne avevo bisogno. Una persona meravigliosa” è il ricordo di Chiorri che aggiunge “Ci furono un paio di club importanti che si interessarono a me in quegli anni. Ma non me la sono proprio sentita di tradire l’affetto di quella bellissima persona”.

 

Persona talmente meravigliosa che quando Alviero Chiorri cade in una preoccupante depressione nel 1989 sarà proprio il Presidente Luzzara ad occuparsi di lui convincendo il suo adorato talento ad andare in clinica e a rimettersi in sesto. In quel finale di stagione la Cremonese è in lotta per il ritorno in Serie A. Il quarto posto finale a pari merito con la Reggina costringe i grigiorossi allo spareggio.

Alviero, che si è da poco ripreso dal suo difficile periodo, viene aggregato alla squadra.

Il cortisone somministratogli durante le cure gli ha “regalato” tanti chilogrammi in più che quando rientra in prima squadra non sono completamente spariti.

Nello spareggio per lui c’è solo un posto in panchina.

La partita non si sblocca e a pochi minuti dal termine dei supplementari viene mandato in campo con il solo scopo di avere un rigorista affidabile.

Chiorri va dal dischetto. Il suo rigore è qualcosa di inguardabile. Non centra neppure lo specchio della porta. Alviero scoppia in un pianto inconsolabile.

Tutte le cure, i mesi in clinica, i farmaci, i sacrifici per tornare in condizione … per essere solo colui che costerà ai suoi compagni il ritorno in serie A.

Gli si avvicina il portiere Rampulla.

Gli mette un braccio sulle spalle. “Stai tranquillo Alviero. Ci penso io”.

Rampulla mantiene la sua promessa.

Para due rigori consecutivi e quando Attilio Lombardo segna quello decisivo, sono parole di Alviero Chiorri, “mi sono sentito rinascere”.

 

Capitolo rimpianti.

“Il più grande è quello di non essere mai riuscito a segnare in un derby contro il Genoa. Questa cosa mi peserà per sempre”.

“Ero fatto così. Immaturo, anarchico e indisciplinato. Certo, con un’altra testa avrei potuto e dovuto fare molto di più. Ma di quante decine e decine di calciatori possiamo dire la stessa cosa ?” ammette Alviero con un fatalismo … “cubano”.

 

Non c’è solo Ulivieri tra i grandi estimatori di Chiorri.

I suoi primi anni alla Samp coincidono con gli ultimi di una bandiera di quella squadra.

Nonostante la differenza di età tra i due nasce una bella amicizia che non si è mai spezzata, neanche adesso, a quarant’anni circa da quei giorni.

Anche se uno è a Cuba a non fare nulla e l’altro è in giro per il mondo ad allenare.

Come ad Ulivieri anche a quest’ultimo qualche tempo fa venne fatta una domanda simile. “Mister ma c’è un giocatore tra quelli con cui ha giocato o che ha allenato che avrebbe meritato molto di più di quanto ottenuto ?

Uno c’è. Si chiama Alviero Chiorri. Qualità tecniche e atletiche a livello dei migliori che ho conosciuto nella mia carriera”.

Questo Signore, che ha allenato Zidane, Del Piero e Totti, si chiama MARCELLO LIPPI.

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TOMAS BROLIN: Un cuore giallo e blu.

di REMO GANDOLFI

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“Lo potevi incontrare dappertutto in città.

A passeggio ai Giardini, in un bar di Via della Repubblica oppure in qualche pizzeria da asporto, tranquillo, in fila ad aspettare il suo turno come al suo paese fanno tutti quanti con la massima naturalezza.

Semplice, pacato, spesso vestito addirittura un gradino sotto il “casual” (spesso in tuta e quasi mai quella della società) e sempre, ma davvero sempre, con il sorriso stampato sul quel suo bel faccione.

Lui era così.

Poi la domenica lo vedevi in campo e ti chiedevi se quella era la stessa persona che magari aveva incontrato il giorno prima al Centro Torri.

In perenne movimento, a scattare per dettare un passaggio, a lanciarsi sulle fasce palla al piede, a lottare per il pallone con difensori spesso più prestanti di lui e sempre con una energia che sembrava non finire mai.

Quando arrivò a Parma nell’estate del 1990 fummo tutti un po’ sorpresi.

Era stato una delle rivelazioni dell’ultimo mondiale, quello giocato proprio qui da noi in Italia e nonostante la Svezia non avesse fatto una gran figura di quel ragazzino biondo ne parlavano in tanti e assai bene.

C’erano squadre spagnole, inglesi e tedesche sulle sue tracce e in fondo noi eravamo una piccola squadra di provincia, senza grosse tradizioni e addirittura al nostro primo anno in Serie A.

Invece TOMAS BROLIN scelse proprio Parma.

Quando arrivò fu messo in squadra per giocare da attaccante insieme al “nostro” Sandro. (Melli).

Attaccante … per modo di dire perché in realtà lo trovavi dappertutto. Andava incontro ai centrocampisti, apriva spazi portandosi dietro il suo marcatore per tutto il fronte d’attacco, si faceva dare la palla da Osio o addirittura da Zoratto e poi partiva palla al piede mettendo a soqquadro le difese avversarie.

In questo modo Sandro se ne poteva stare negli ultimi 20 metri di campo a fare quello che era davvero bravo di fare: buttarla dentro.

Di quella nostra prima, indimenticabile stagione in Serie A, in città se ne parla ancora.

Al Bar Gianni, nei locali di Via Farini o in Piazza Garibaldi.

Parma aveva una grande tradizione nel  baseball, nella pallavolo, nel ciclismo e nel rugby.

Il calcio, almeno a questi livelli, era una novità assoluta.

L’ascesa dei ragazzi del grande Nevio Scala aveva sorpreso e spiazzato tutti.

A tal punto che la squadra non aveva neppure un posto fisso dove allenarsi !

Spesso la destinazione cambiava anche più volte nella stessa settimana.

I calciatori si cambiavano al Tardini, salivano su un pulmino che li portava al campo di allenamento, in Cittadella o allo Stuard il più delle volte o in qualche altro campo della città (e qualche volta addirittura in provincia) messo a disposizione dalle varie società sportive o dal Comune stesso.

Avrebbe potuto essere uno shock importante per gente come Tomas, come per il portiere brasiliano Claudio Taffarel e per il difensore belga Georges Grun che pochi mesi prima qui in Italia ci avevano giocato un Mondiale con le loro nazionali e che in quell’estate arrivarono insieme qui al Parma.

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Macché ! Mai nessuna lamentela, nessun mugugno. Imparammo subito che Tomas, Claudio e Georges erano ragazzi fantastici, umili, disponibili e gentili.

Perfetti per Parma e per i parmigiani, che non amano gli eccessi e che apprezzano serietà ed educazione.

Si fa un gran parlare dell’importanza “del gruppo” in una squadra di calcio.

Ecco, quello che nacque a Parma in quella stagione 1990/1991 sono più che sicuro ha avuto pochi eguali nella storia del calcio.

Di sicuro non in quella del Parma Calcio.

Finimmo la stagione al 5°posto. Da neo-promossi.

Non ci potevamo credere.

Nella stagione successiva avremmo giocato in Europa.

Noi che fino a pochi anni prima come obiettivo principale avevamo quello di battere i cugini reggiani nei nostri derby di Serie C !

Tomas per diverse stagioni fu determinante.

Anche quando arrivò quel “matto” di Tino Asprilla prima e Gianfranco Zola dopo, continuò da dare il suo grande contributo alla squadra spesso adattandosi a giocare anche in ruoli diversi o addirittura qualche volta partendo dalla panchina.

Nel frattempo il Parma era diventato un club importante a livello europeo.

Il 12 maggio del 1993 andammo addirittura nel tempio inglese di Wembley a vincere il nostro primo titolo continentale: la Coppa UEFA.

Non fu una semplice trasferta.

Fu un pellegrinaggio.

Per anni tra i tifosi che allora riempivano il nostro Ennio Tardini quel 12 maggio rappresentava lo “spartiacque” assoluto tra il VERO tifoso e il semplice sostenitore.

Bastava una domanda.

“Tu c’eri quella sera a Wembley ?” e la risposta definiva il tuo status di tifoso.

Poi però arrivò quel maledetto 16 novembre del 1994.

In quel momento a Parma si parlava di Scudetto. Per la prima volta nella nostra storia.

Eravamo in testa alla classifica con Lazio, Fiorentina e Juventus dietro di noi ad inseguire.

Tomas era diventato un imprescindibile giocatore del nostro centrocampo dove Nevio Scala lo aveva reinventato. La sua duttilità, la sua intelligenza tattica, il suo dinamismo lo avevano trasformato nel nostro playmaker.

Quel giorno Tomas si ruppe la caviglia, proprio mentre stava mandando in porta il compagno di squadra Dahlin con la sua Nazionale.

Rimase fuori 6 mesi.

Quando tornò la Juventus aveva 8 punti di vantaggio e a Parma di scudetto non si parlava più da settimane.

Non solo.

Tomas non era più lui.

Faceva sempre la sua parte con orgoglio, dedizione e grande senso tattico.

Ma qualcosa mancava.

Qualcosa che prima c’era e ora non più.

Inutile nasconderlo.

Quando arrivarono gli inglesi del Leeds con una valigia piena di sterline non ci fu nessuno tra società e tifosi che non pensasse che l’affare l’aveva fatto il Parma.

Quello che soffriva era “il cuore”.

A Parma, come diciamo noi, gli volevamo “un bene della Madonna”.

Arrivò da noi che era un ragazzino e ora era rimasto uno degli ultimi baluardi di quella prima, meravigliosa stagione nell’elite del calcio italiano.

Lui, Capitan Minotti e Gigi Apolloni. Solo loro tre.

Melli, il “sindaco” Osio, Cuoghi, Zoratto, Taffarel, Grun … se n’erano andati tutti.

Ma Parma, discreta, educata, rispettosa e a volte un po’ fredda e distante, non ha mai dimenticato nessuno di quei ragazzi.

Tomas Brolin per primo, che scelse Parma quando lo voleva mezza Europa.

E a Parma, Tomas Brolin, si sentirà sempre a casa.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

L’arrivo di Brolin sulla scena calcistica fu assolutamente eclatante. Al suo debutto assoluto con l’IFK Norrkoping Tomas segnò una tripletta in un importantissimo match di campionato contro il Goteborg, trasmesso in tv e visto da milioni di svedesi … tra cui ovviamente il manager della Svezia Olle Nordin.

La nazionale svedese si era qualificata da poche settimane per i Mondiali del 1990 dopo un’assenza lunga 12 anni. Il CT Nordin decise di provare il ragazzino in una partita amichevole contro il Galles.

Brolin esordisce con una doppietta ed una prestazione di altissimo livello. Altre due reti nella successiva amichevole con la Finlandia e a questo punto il posto tra i 22 per i Mondiali è suo.

 

Ai Mondiali del 1990 sarà una delle poche note liete della Nazionale svedese, sconfitta in tutti e tre i match del girone ma il suo gol contro il Brasile (e ai danni del futuro compagno di squadra Taffarel) e le sue ottime prestazioni lo proietteranno all’attenzione di tutti gli osservatori internazionali.

Brolin raccontò che al Norrkoping arrivarono 12 richieste di trasferimento da parte di svariati Club eruropei, tutti più che pronti a pagare

 

Nel 1992, durante i campionati Europei organizzati proprio dagli svedesi, Brolin è ancora una volta il migliore dei suoi. Tre reti in quattro incontri con la “chicca” del gol contro l’Inghilterra a una manciata di minuti dal termine che dava la certezza del passaggio alle semifinali prima di cedere contro la Germania in semifinale al termine di un confronto spettacolare e ricco di reti.

 

La consacrazione definitiva per Tomas e per la sua Nazionale arriva ai Mondiali del 1994 degli Stati Uniti dove Brolin, ormai diventato stabilmente un centrocampista offensivo, supporta con le sue qualità la coppia d’attaccanti formata dall’opportunista Martin Dahlin e dalla “torre” Kennet Andersson.

La cavalcata della Svezia arriverà fino alle semifinali dove solo un gol di Romario ad una decina di minuti dal termine (e con la Svezia in 10 dalla metà del secondo tempo) permetterà al Brasile di raggiungere la finale, vinta poi contro gli azzurri ai calci di rigore. Tomas Brolin sarà eletto nella “Formazione ideale” di quei Mondiali insieme a nomi come Roberto Baggio, Stoichov e lo stesso Romario.

Tomas in quel momento è al top della sua carriera.

Cinque mesi dopo l’infortunio in Nazionale che condizionò pesantemente il resto della sua carriera fino al ritiro dall’attività agonistica avvenuto nell’estate del 1988 … quando Tomas Brolin ha soltanto 28 anni.

 

Quando Tomas Brolin si infortunò gravemente alla caviglia tutti pensarono che il Parma sarebbe andato sul mercato per cercare un’alternativa allo svedese.

Ci pensò Nevio Scala a chiarire subito la questione.

“In giro uno forte come Tomas non c’è. L’unico che può sostituirlo degnamente ce l’abbiamo già in casa. Nestor Sensini.

 

Al Leeds le cose non andarono come Brolin si sarebbe aspettato. La forte compagine capace di vincere il titolo solo tre anni prima si stava sfaldando. Da Brolin il manager Wilkinson e i tifosi di Elland Road si attendevano grandi cose ma era inequivocabile che nessun calciatore da solo avrebbe potuto risollevare le sorti di quel team.

Nonostante le critiche, spesso impietose, ricevuto dai media inglesi, Brolin non giocò in maniera così disastrosa. In quel team era l’unico calciatore (insieme allo scozzese Mc Allister ) con la qualità sufficiente per rifornire di assist il forte centravanti del Ghana Tony Yeboah in un team che era stato incapace di sostituire adeguatamente calciatori del valore di Gordon Strachan, David Batty o Lee Chapman.

 

Mentre le cose nel Leeds stavano andando di male in peggio ci si mise anche un innocente “pesce d’aprile” di Brolin che si ritorse clamorosamente contro di lui.

Durante un’intervista alla televisione svedese Tomas affermò il quel 1 aprile 1996 che avrebbe lasciato il Leeds per giocare il resto della stagione con il suo vecchio team del IFK Norrkoping. La cosa però venne presa terribilmente sul serio dal Leeds e da Wilkinson che multarono Brolin e chiesero le sue pubbliche scuse.

 

Brolin e Wilkinson sono ai ferri corti da tempo.

Dopo la partita contro il Liverpool, persa dal Leeds con un umiliante 0 a 5, Wilkinson accuserà Brolin di scarso impegno e di poca dedizione ai compiti difensivi richiesti.

Anni dopo Brolin ammetterà che in quella partita non giocò effettivamente con la sua proverbiale energia e dedizione. “Wilkinson mi aveva addirittura schierato sulla fascia destra quel giorno chiedendomi di fare su e giù per la fascia come un idiota” racconta lo stesso Brolin “quando pochi mesi prima al momento del mio acquisto mi aveva garantito di schierarmi sempre nel mio ruolo di playmaker di centrocampo”.

 

Sul finire di quella stagione Tomas torna in Svezia per l’ennesima operazione alla sua martoriata caviglia. Ci sono frammenti ossei da rimuovere che non consentono più la completa mobilità dell’arto.

Dopo una brevissima parentesi allo Zurigo per Tomas c’è un nostalgico ritorno a Parma.

Tomas paga (profumatamente !) di tasca sua per svincolarsi almeno provvisoriamente dal Leeds e fare ritorno nella “sua” Parma.

Carlo Ancelotti, il nuovo mister dei gialloblù, lo tiene in buona considerazione schierandolo spesso a partita iniziata e in una occasione, nell’incontro interno con l’Atalanta, dal primo minuto.

Il Parma però deciderà di non confermare Brolin che a questo punto dovrà fare ritorno al Leeds … scoprendo che non è minimamente nei piani di George Graham, il nuovo allenatore dei “Whites” che lo esclude dalla rosa.

L’ultima sua esperienza è al Crystal Palace dove giocherà 13 partite senza riuscire una sola volta a trovare la via della rete.

Al termine di quella stagione anche Tomas Brolin deve arrendersi all’evidenza: la sua caviglia sinistra non gli permetterà più di essere il fantastico calciatore visto in azione tra il 1990 e il novembre del 1994.

Parma e la Svezia hanno però avuto la fortuna, e il merito, di godere di un grande calciatore e di un professionista esemplare che nonostante la chiusura anticipata della sua carriera calcistica non ha avuto alcuna remora a lanciarsi in svariate attività “alternative” compresa l’apertura di un locale a Stoccolma chiamato “11” (il suo numero di maglia nelle prime stagioni al Parma), nel campo immobiliare e addirittura socio in una ditta che produceva accessori per aspirapolvere !

… diventando nel frattempo anche un giocatore di poker di fama mondiale !

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ANTONIO MARTIN VELASCO: Come una stella cadente …

di REMO GANDOLFI

 

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“Il passato, il presente e il futuro del ciclismo spagnolo: Delgado, Indurain e Martin”.

Queste le parole del Direttore Sportivo della Banesto, Josè Miguel Echevarri il giorno in cui ho firmato per la più forte squadra ciclistica di Spagna ed una delle più forti del mondo.

Non mi sembra vero.

Correrò insieme a due miti assoluti della mia adolescenza, a due modelli ai quali mi sono ispirato fin da bambino quando sulle salite intorno a Torrelaguna sognavo di correre il Tour de France staccando tutti sul Tourmalet, sull’Alpe d’Huez o sul Mont Ventoux.

Ci ho sperato tanto nella chiamata della Banesto.

E dopo il Tour dello scorso anno questo sogno è diventato realtà.

Non avrei mai immaginato di andare così forte al mio primo Tour de France.

E’ una corsa che mette soggezione e dove la prima volta si va quasi esclusivamente per fare esperienza.

Già il giorno della presentazione capisci che non è una corsa come tutte le altre; è tutto più grande, imponente e spettacolare.

A qualcuno, e so di tanti ciclisti a cui è capitato, finisce quasi per intimidire, per bloccare gambe e testa.

Io sono riuscito invece a viverla come una grande avventura, godendo di ogni singolo istante, fuori e dentro la corsa e vivendo il tutto con grande entusiasmo e serenità.

… ma se mi avessero detto che avrei vinto la maglia bianca di miglior giovane arrivando davanti a gente del valore di Virenque, Escartin, Zulle, Hamburger, Brochard o del mio compagno di squadra Rincon mi sarei messo a ridere come un matto !

Invece me li sono messi dietro tutti quanti conquistando un 12mo posto nella classifica generale finale.

Di dubbi ne avevo, e tanti, quando sono passato professionista due anni fa.

Era il 1992 e davvero non sai mai cosa aspettarti quando inizi a correre con i “grandi”.

La storia del ciclismo è piena di ragazzi che negli Juniores e nei Dilettanti sembravano dei mostri e che invece una volta passati nei “PRO” sono diventati improvvisamente corridori normali.

Questo è esattamente il timore comune a tutti i ragazzi che fanno il famoso “salto”.

Così è stato anche per me.

Almeno fino a quel meraviglioso giorno su a Vallter 2000 nella tappa regina della Volta Catalunya.

Era il 14 settembre.

Lungo la salita finale man mano che il ritmo cresceva vedevo tanti atleti di primissimo livello non riuscire a tenere il ritmo.

Sto parlando di gente come Jalabert, Zulle, Breukink, Fondriest, Mottet … perfino Delgado.

Io invece sempre lì, appiccicato alle ruote di Indurain e Rominger.

Rominger ha allungato e non ce l’ho fatta a rispondere subito, ma quando ho reagito e mi sono lanciato all’inseguimento ero convinto di avere ancora tanta gente dietro di me a ruota … e invece avevo solo Miguel Indurain che non è neppure riuscito a passarmi nel rettilineo.

Ecco, quel giorno ho capito che uno spazio nel ciclismo che conta poteva esserci anche per il sottoscritto e salire sul podio di quella corsa, insieme a due campioni come Indurain e Rominger è stato fondamentale per la mia crescita di ciclista e … per la mia autostima !

So benissimo però che per arrivare davvero in alto non basta andare forte in salita.

Bisogna farlo anche a cronometro.

Soltanto chi è riuscito a fare questo è arrivato a vincere il Tour.

Delgado, Indurain e Luis Ocana prima di loro.

Devo lavorare tanto sotto questo aspetto.

Ma ho solo 23 anni e tanto tempo davanti.

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E’ l’11 febbraio del 1994.

Antonio Martin Velasco si sta allenando per l’imminente avvio della stagione agonistica.

Il suo primo grande appuntamento sarà la Parigi-Nizza, importantissima corsa a tappe francese nella quale l’obiettivo è prendere confidenza su alcuni dei percorsi delle strade di Francia del Tour di quell’anno.

Nei programmi della Banesto e del Direttore Sportivo Echevarri, l’uomo che ha voluto a tutti i costi Martin nel suo team, c’è di mandare Antonio al Tour come “spalla” di Miguel Indurain, per fargli fare esperienza e per avere comunque una seconda freccia in carniere nel caso qualcosa dovesse andare storto per il campione navarro.

Quel giorno di febbraio insieme ad Antonio c’è un ragazzo di 19 anni, si chiama Angel Luis Robledillo.

Sono grandi amici ed escono spesso insieme ad allenarsi su quelle strade che per loro sono di casa, nei pressi di Torrelaguna, nella provincia di Madrid.

L’allenamento è praticamente finito.

Sono nei pressi di Reduena, sulla Nazionale 320 ad una manciata di km da casa.

Sono in un tratto di leggera discesa e stanno chiacchierando tranquillamente, fianco a fianco.

Angel è vicino al bordo della strada, Antonio è al suo fianco a mezzo metro da lui, neppure al centro della loro corsia.

Sono in una semicurva verso sinistra quando alle loro spalle arriva un camion-frigo.

Si sente un colpo.

Angel Luis Robledillo chiude gli occhi per una frazione di secondo.

Quando li riapre vede la bicicletta di Antonio volare via.

Si gira e sull’asfalto c’è il corpo di Antonio.

Scende dalla bici, si avvicina all’amico.

Arriva anche il camionista, fermatosi immediatamente dopo l’impatto.

L’unica cosa che possono constatare è che Antonio Martin Velasco è morto.

Colpito dallo specchietto retrovisore del camion, guidato dal ventiduenne Antonio Alvarez Sanchez.

Il quale cercherà in seguito di falsificare il tachigrafo del suo camion nel tentativo di far credere che stesse procedendo a 70 km/ora, ovvero nei limiti concessi ai mezzi pesanti su quella strada.

… in realtà stava viaggiando a 120 km all’ora

La legge dirà che è un omicidio.

“Por imprudencia temeraria” dichiara la legge spagnola.

Antonio Alvarez Sanchez verrà condannato a 6 mesi di carcere e ad un anno di sospensione della patente.

Salvo poi ridimensionare il tutto quando l’avvocato difensore del camionista dimostrerà che Sanchez soffriva di “disturbi psichiatrici”.

A soli 22 anni il ciclismo spagnolo perderà la sua più grande promessa.

Quel ciclista che con ogni probabilità sarebbe stato l’anello di congiunzione tra l’era dei Delgado, degli Indurain e degli Olano e quella successiva dei Contador, dei Rodriguez, dei Freire e dei Valverde e dei Sanchez.

Antonio nasce praticamente su una bicicletta.

Nel suo “pueblo” di Torrelaguna, ad un tiro di schioppo da Madrid, tutti se lo ricordano sempre e solo in sella alla sua bici.

Da cross prima e da corsa poi.

Il suo talento è evidente a tutti.

Inizia a vincere fin da ragazzino.

Nel 1985, quando ha solo 15 anni, è praticamente imbattibile.

Lascia la scuola; tutti hanno già capito che il suo futuro, e il suo pane, glielo darà la bicicletta.

Si distingue da subito per le sue doti di scalatore, ma “sul passo” è tutt’altro che fermo.

Questo fa pensare a molti che in quel ragazzo pelle ed ossa ci siano tutte le doti necessarie per trasformare Antonio in un ciclista completo, capace di primeggiare anche nelle grandi corse a tappa.

Dopo 3 stagioni da Juniores prima e da Dilettante poi nel CD Cajamadrid arriva nel 1992 il passaggio tra i professionisti.

Sarà l’Amaya Seguros, piccolo ma eccellente team spagnolo che ama dare spazio a giovani “rampanti”.

Già nella sua prima stagione, spesso traumatica per tanti neoprofessionisti, Antonio fa immediatamente mostra delle sue non comuni doti.

La sua prestazione nella durissima Volta Catalunya, corsa a tappe di una settimana del World Tour, con tante salite ed una esigente cronometro individuale, non lascia dubbi: la Spagna ha già in casa il successore di Pedro Delgado e di Miguel Indurain.

L’anno successivo, il 1993, è quello della consacrazione definitiva.

Sempre alla Volta vince la tappa regina con arrivo in salita a Pla de Beret, regolando allo sprint i compagni di fuga Rincon e Mejia e lasciando a oltre mezzo minuto gente come Chiappucci, Fondriest e Indurain.

E poi la strabiliante prestazione al Tour de France, dove conquista la maglia bianca della classifica dei giovani (primo spagnolo a riuscirci dopo Enrique Martinez Heredia nel 1976) giungendo addirittura 12mo nella classifica generale che dimostra in maniera inequivocabile che per le corse a tappe il madrileno è davvero portato.

La Banesto, la squadra più forte di Spagna e una delle più forti di tutto panorama ciclistico, non se lo fa sfuggire.

Crescere con i consigli e l’esempio di Pedro Delgado (l’unico ciclista di cui Antonio abbia mai avuto un poster in camera) e Miguel Indurain.

L’ideale per un giovane ciclista con grandi doti fisiche ed una grande voglia di imparare.

Probabilmente per Antonio è l’inverno più lungo della sua carriera tanta è la voglia di rimettersi un numero sulla schiena e di correre. Si parla addirittura di farlo correre da leader uno dei grandi Giri … il Giro d’Italia o addirittura la Vuelta.

Insomma, tutto sembra pronto per Antonio per spiccare il grande volo nel ciclismo che conta.

Finirà tutto in quella maledetta giornata di febbraio, quando cadrà per sempre … nel momento stesso in cui aveva appena iniziato ad aprire le ali.

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IVAN ZAMORANO: L’eroe dei due mondi.

di REMO GANDOLFI

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“Io non c’ero due anni fa a Tenerife.

C’ero l’anno scorso però.

E fa un male cane ancora adesso.

Dicono che il fulmine non picchia mai due volte nello stesso posto.

Invece al Real Madrid, e a parecchi dei miei compagni di squadra di oggi, è successo.

Due anni fa si sentivano il titolo di Campioni di Spagna strettamente in pugno.

Eravamo avanti per due gol a zero con poco più di un tempo da giocare.

Quando loro segnarono un gol pochi secondi prima di andare negli spogliatoi sembrava solo un piccolo incidente di percorso.

Invece nella ripresa tutto quello che poteva andare storto ci andò.

Prima l’espulsione di Villaroya e poi uno sfortunato autogol di Ricardo Rocha e poi una giocata folle di Sanchis, uno dei più forti difensori d’Europa, che regala a Pier e al Tenerife il gol della vittoria e al Barcellona il titolo che i miei compagni meno di un’ora prima sentivano già in tasca.

Lo scorso anno quando il calendario ci rimise di fronte il Tenerife all’ultima giornata ne eravamo addirittura contenti !

Stavolta c’ero anch’io.

La sete di rivincita dei miei compagni era talmente grande … e nessuno pensava che sarebbe potuto accadere un’altra volta.

Invece andammo a Tenerife nella stessa identica situazione della stagione precedente.

Ci presentammo all’Heliodoro Rodriguez Lopez con un punto di vantaggio sul Barcellona.

Stavolta sapevamo che sarebbe stata molto più dura.

Il Tenerife di Valdano e Cappa era diventata una signora squadra.

Giocatori del valore di Castillo, Pizzi, Dertycia e Redondo.

E soprattutto erano in lotta per un piazzamento tra le prime 6 che voleva dire qualificazione per la Coppa UEFA, per la prima volta nella storia del Club.

Fu, se possibile, ancora peggio.

Perdemmo due a zero e non fummo mai veramente in partita.

Dopo una decina di minuti eravamo già sotto di un gol.

Quando arrivò il secondo, sul finire del primo tempo, capimmo che sarebbe stata un’altra giornata tremendamente storta.

Quel giorno avrei potuto segnare un tripletta ma fu una delle giornate più nere di tutta la mia carriera. Prima fui capace di sbagliare due gol solo davanti al portiere avversario Augustin che poi mi abbattè quando lo avevo già saltato e mi apprestavo a mettere il pallone nella porta sguarnita.

L’unico che non vide quel rigore sacrosanto fu proprio colui che avrebbe dovuto vederlo …

Per chiudere in bellezza persi anche il controllo dei nervi, reagendo stupidamente ad una trattenuta di un loro difensore e venni espulso.

Ancora una volta i nostri grandi rivali del Barcellona ci superarono proprio sulla linea del traguardo.

 

Sono passati quasi due anni da quel giorno.

Oggi al Santiago Bernabeu arriva il Deportivo La Coruna. Sono loro i nostri rivali per il titolo. E’ la terz’ultima partita della stagione ma vincere oggi vorrebbe dire avere le mani sul titolo, stavolta senza sorprese dell’ultima giornata.

Siamo tesi come le corde di un violino.

In settimana ci siamo allenati duramente come al solito.

Jorge Valdano, il nostro nuovo mister, (si proprio quello che allenava il Tenerife !) ha provato in tutti i modi a darci serenità, ad infonderci sicurezza e autostima.

Ma la paura di fallire ancora è davvero troppo grande.

Non vincere stasera (o addirittura perdere …) vorrebbe tornare a subire una pressione pazzesca e non facile da gestire in un grande Club come il Real Madrid che non vince il titolo da un lustro esatto.

Neanche il mio grande amico Amavisca ha voglia di scherzare.

E per uno come lui, che non ha rivali quando si tratta di ridere, inventarsi battute o combinare casini, è davvero qualcosa di veramente raro !”

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Sarà una serata memorabile per il Real Madrid e per Zamorano.

E sarà una serata non certo adatta ai tifosi delle Merengues con problemi di coronarie.

Dopo il gol del vantaggio di José Emilio Amavisca, imbeccato da un assist con il contagiri di Fernando Redondo e dopo aver fallito in diverse occasioni il raddoppio a metà della ripresa arriva la doccia fredda e con lei tutti i fantasmi delle ultime tribolate stagioni.

Bebeto, il fortissimo centravanti brasiliano campione del Mondo un anno prima con la sua Nazionale, trova con un preciso diagonale il gol del pareggio.

Il Depor sente chiaramente la paura del Real e diventa padrone del campo.

Capisce che può vincere il match e riaprire una Liga che sembrava ormai blindata dagli uomini di Jorge Valdano.

Fran, esterno del Depor, arriva quasi sul fondo e prova a mettere un cross in area dove sono almeno in tre i giocatori biancazzurri ad attendere il pallone.

Mancano cinque minuti alla fine.

Il suo cross viene intercettato da Chendo che appoggia a Redondo.

Il “5” del Real appoggia al danese Laudrup, che riesce ad evitare l’anticipo di Alfredo e ad aprire sulla sinistra per Amavisca. Quando l’esterno del Real riceve la palla è ancora nella propria metà campo. Percorre qualche metro, alza la testa e cambia completamente gioco dalla parte opposta.

In attacco per il Real, c’è solo Ivan Zamorano, a non meno di 25 metri dalla porta avversaria.

Il Serbo Miroslav Dukic salta per anticipare il cileno che però sale in cielo, controlla con il petto un pallone che sembra impossibile. Attende un rimbalzo e poi scarica una botta in diagonale che piega letteralmente le mani a Liano, il “guardameta” del Depor.

Il Bernabeu esplode.

Zamorano si toglie la maglia e la sua corsa folle finisce sulla linea laterale, quella sotto la tribuna principale.

Si inginocchia e viene sommerso dall’abbraccio dei compagni.

E’ il suo 28mo gol nella Liga.

L’incubo è finito.

Il Real torna sul tetto di Spagna.

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Ivan Zamorano nasce a Santiago il 18 gennaio del 1967 e sarà l’unico figlio di Luis Zamorano e di Alicia Zamora. Quando ha solo tre anni si trasferisce a Vila Mexico, nel comune di Maipù.

Quando Ivan ha soltanto 13 anni il padre Luis muore improvvisamente a causa di un’appendicite fulminante.

Ivan è legatissimo al padre che gli ha trasmesso la passione per il futbol. Sono anni difficili per Ivan che  trova nel calcio e nel conforto della madre la forza per superare questo trauma.

Il suo primo contratto professionistico arriva nel 1985 con il Cobresal, squadra di prima divisione della città di El Salvador.

El Salvador è ad un passo dal deserto di Atacama, dove ci sono le principali miniere di rame del paese. Non è un posto facile dove vivere ma tra la squadra e la comunità si crea un legame molto stretto.

Ben presto Ivan mette in mostra le sue grandi doti ma il Mister della squadra, Manuel Rodriguez Araneda, ritiene che il ragazzo abbia necessità di “farsi le ossa” altrove, per trovare più spazio fra gli undici titolari. Viene così ceduto in prestito al Cobreandino in Seconda Divisione.

Qui Ivan esplode letteralmente.

Segna e fa segnare e mostra un carattere combattivo e mai domo che lo fa affrontare senza alcun timore i durissimi difensori di quella categoria.

I dirigenti del Cobresal non perdonano Mister Araneda per questa sua scelta.

Zamorano viene richiamato nel Cobresal dove Araneda fa immediatamente ammenda consegnando ad Ivan la maglia numero 9 della squadra.

La risposta di Zamorano è perentoria: 13 gol nel torneo di Apertura del 1987 e titolo di capocannoniere.

Nello stesso anno Ivan debutta in Nazionale (segnando contro il Perù) ma quando già si parla di un suo trasferimento in qualche importante club del Sudamerica ad anticipare tutti è il Bologna che oltre a Zamorano investe sul connazionale Hugo Rubio, decisamente più esperto e navigato di Ivan.

Gigi Maifredi, l’allenatore dei rossoblù, non ritiene Ivan Zamorano pronto per il campionato italiano. La scelta è di mandarlo in prestito al San Gallo, nella massima divisione svizzera.

Succederà la stessa cosa di pochi anni prima in Cile con il Cobresal.

Al San Gallo Zamorano dimostrerà quanto sia stato errata la valutazione di Mister Maifredi … con una differenza però: che stavolta sarà Zamorano a rifiutare di tornare al Bologna preferendo prima giocare un’altra stagione nel San Gallo.

Segnerà 37 reti in 61 incontri ufficiali nel team svizzero e a questo punto si farà avanti il Siviglia, squadra spagnola.

Il San Gallen incasserà la cifra record per questo piccolo club di 2.5 milioni di dollari e Ivan approderà in una delle squadre più importanti della Liga.

Al Siviglia gli infortuni ne condizioneranno in buona parte le prestazioni ma la sua qualità non passa certo inosservata.

Ma la chiamata del grande Real Madrid sorprende un po’ tutti gli osservatori … e lo stesso Zamorano che inizialmente non vuole credere che uno dei Club più importanti del pianeta possa richiedere le sue prestazioni.

Il 14 giugno del 1992 Ivan Zamorano viene presentato come nuovo acquisto delle Merengues.

Il suo compito non è per niente facile: deve sostituire un’icona assoluta come Hugo Sanchez che in quella stessa estate fa il suo ritorno in Messico.

Zamorano recupera appieno la sua condizione fisica e gioca una stagione straordinaria.

Segna 27 reti arrivando secondo nella classifica marcatori della Liga ad un solo gol dal brasiliano Bebeto, vincendo la Copa del Rey ma perdendo inopinatamente il titolo all’ultima giornata nella trasferta di Tenerife.

La stagione successiva è invece assai deludente, per il Club (solo un 4° posto nella Liga) e per Zamorano che segna solo 11 reti in Campionato.

All’inizio della stagione successiva sulla panchina dei “bianchi” del Bernabeu arriva Jorge Valdano che comunica al bomber cileno di non far parte dei suoi piani per la nuova stagione.

Zamorano ha intenzioni opposte.

Lui al Real Madrid ci sta benissimo e non ha nessuna intenzione di trasferirsi altrove e nonostante alcuni “dissapori” iniziali, convince Valdano delle sue qualità.

Sarà probabilmente la miglior stagione nella carriera di “Bam Bam” Zamorano che vincerà la Liga e trionferà nella classifica del “Pichichi” segnando la bellezza di 28 reti.

Quella successiva sarà invece una delle più tribolate nella storia recente del Real Madrid. Problemi a tutti livelli, dalla Presidenza al campo dove le “Merengues” chiuderanno la stagione con un deludentissimo sesto posto. Ivan sarà coinvolto nella pessima stagione del club anche se a differenza di diversi suoi compagni sarà spesso l’ultimo ad arrendersi sul campo.

A questo punto è il poderoso Inter di Milano che sborsa oltre 4 miliardi delle vecchie lire per assicurarsi le prestazioni del 29enne cileno.

Arrivano due finali di Coppa Uefa (con Zamorano in rete in entrambe le occasioni) con il trionfo nella seconda in finale contro la Lazio.

Soprattutto da questa stagione il compito di Zamorano in squadra cambia radicalmente. L’arrivo del “Fenomeno” brasiliano Ronaldo costringe Zamorano ad un lavoro diverso da quello a cui era abituato. Non è più il terminale del gioco offensivo della squadra ma si trasforma nella classica “spalla”, muovendosi su tutto il fronte d’attacco, giocando quasi sempre di sponda e cercando di creare spazi per l’impressionante spunto veloce del compagno di reparto.

Zamorano si adatta immediatamente a questo nuovo ruolo entrando di prepotenza nel cuore dei tifosi nerazzurri che apprezzano il suo grande contributo alla squadra.

Nel frattempo con la propria Nazionale stanno arrivando grandissime soddisfazioni.

Con l’avvento di Marcelo Salas il Cile si ritrova una coppia di attaccanti di valore assoluto e con loro la qualificazione per i Mondiali di Francia viene raggiunta dopo 16 anni di assenza.

“Bam Bam” è decisivo.

Segnerà 12 reti durante il girone di qualificazione stabilendo un record ancora imbattuto.

Per il Cile è un buon Mondiale, chiuso negli ottavi dopo una sconfitta con il Brasile.

Al termine del 2000 si chiude la sua avventura italiana con i nerazzurri.

Ma le sfide non sono certo terminate per il 33enne Zamorano.

Si trasferisce in Messico, nel Club America, il più popolare e seguito nel paese degli Aztechi.

L’aspettativa è enorme.

E come al solito “Bam Bam” Zamorano non tradisce le attese.

Segna addirittura una tripletta.

https://youtu.be/DXn-rTWdmKk

Le “Aguilas” hanno un nuovo idolo.

L’attaccante cileno giocherà due stagioni ad altissimo livello con il prestigioso club messicano conquistando nell’estate del 2002 il titolo, tredici anni dopo l’ultimo trionfo.

Una vittoria per 3 reti a 0 in uno stadio Azteca gremito, ribaltando lo 0 a 2 dell’andata con Zamorano, manco a dirlo, protagonista dell’incontro con il secondo gol che portò la squadra ai supplementari dove fu decisiva la terza rete dell’argentino Hugo Castillo.

In Messico Zamorano è un referente assoluto per il team e un’icona per la “Hinchada” delle “Aguilas” ma c’è una promessa da mantenere.

Quella fatta al capezzale del padre malato: giocare un giorno per il Colo Colo, la squadra del cuore di Luis e anche del figlio Ivan.

“Bam-Bam” torna in Cile per un ultima stagione con le scarpe da calcio ai piedi.

Giocherà il torneo Apertura 2003, segnando 8 reti in 14 incontri e contribuendo a trascinare il Colo Colo nella finalissima contro il Cobreloa persa malamente per 4 reti a 0.

Al termine di questo incontro Ivan Zamorano annuncerà a 36 anni il suo addio per dedicarsi alle sue attività commerciali dove ha dimostrato la stessa capacità che aveva su un terreno di gioco.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Uno degli aneddoti più curiosi è quello raccontato dall’allenatore cileno Manuel Pellegrini.

“Giocavamo una partita di Coppa del Cile. Io giocavo difensore nell’Universidad de Chile. Contro di noi una squadra di Seconda Divisione, il Cobreandino.

Su un tiro da fuori il nostro portiere respinse la conclusione. Io saltai per allontanare il pallone di testa quando dietro di me arrivò un ragazzino di 17 anni che saltò mezzo metro più in alto di me e di testa mandò il pallone in rete. Quello stesso giorno decisi che era ora di chiudere con il calcio”

Quel ragazzo era, ovviamente, Ivan Zamorano.

Bellissima però la postilla di Pellegrini. “Beh, se avessi saputo cosa sarebbe diventato Zamorano avrei tranquillamente giocato un paio di anni in più !”.

 

Nell’estate del 1994 sulla panchina del Real Madrid arriva Jorge Valdano. Nella sua proposta di calcio non c’è posto per Ivan Zamorano. Lo comunica al cileno, invitandolo a cercarsi una squadra.

Ivan però non ha nessuna intenzione di arrendersi facilmente.

Durante uno dei primi allenamenti con la squadra, durante una partitella i due si trovano di fronte a contendersi la classica palla “50 e 50”.

Zamorano entra con grande decisione mandando letteralmente gambe all’aria l’ex-campione del mondo argentino.

Valdano si alza e con la sua solita flemma chiede a Zamorano “Ti alleni sempre con questa grinta o solo quando non sopporti il tuo allenatore ?”.

Zamorano giocherà una “pre-temporada” eccellente e alla fine convincerà Valdano (persona di grandissima cultura e intelligenza) a confermarlo come numero 9 dell’attacco del Real Madrid.

 

C’è una partita che per il Real Madrid conta più di ogni altra: ed è, come tutti sanno, il “Clasico” contro i rivali storici del Barcellona. Segnare contro il Barcellona per un attaccante del Real Madrid vuol dire garantirsi amore incondizionato e tanta pazienza in più in caso di prestazioni non eccezionali.

Ivan Zamorano c’era già riuscito nelle prime due stagioni, spesso e volentieri con il “marchio” della casa ovvero con delle “zuccate” terribili.

Nella stagione 1994-1995 però arriva una addirittura una tripletta, davanti al pubblico del Bernabeu che ha un sapore ancora più dolce perché contribuisce alla “manita” (5 reti a 0) che il Real rifila ai blaugrana, capaci di fare lo stesso a parti invertite solo un anno prima.

La cosa più clamorosa è forse il fatto che delle tre reti di Zamorano non ce ne sia neppure una di testa !

 

Sono in molti invece a ricordare quello che accadde con l’arrivo di Ronaldo all’Inter. Con l’importante “pressione” della Nike, sponsor del club nerazzurro e dello stesso Ronaldo, fu imposto a Zamorano di cedere la maglia numero 9 portata nella stagione precedente dove il fenomeno brasiliano si dovette “accontentare” del numero 10. Nella stagione 1998-1999, con l’arrivo di Baggio a cui fu assegnato il numero 10, Zamorano, non certo felice della cosa, si trovò a dover scegliere un nuovo numero di maglia.

Arriva un escamotage.

Pare che l’idea sia proprio del presidente Moratti.

Zamorano scenderà in campo non con il numero 18 che gli era stato assegnato ma con il numero 1+8 … a confermare che lui è ancora a tutti gli effetti un centravanti.

 

 

 

 

RAITH ROVERS: Il sogno dell’Olympiastadion.

di SIMONE GALEOTTI

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Fu una sensazione, non una certezza. Fu un illusione, un abbaglio; può capitare quando non sei abituato a certi palcoscenici e la storia ti corre accanto senza rendertene conto se non in un secondo momento scollato dal quel presente. Eppure il tabellone dell’Olympiastadion di Monaco di Baviera aveva lettere grandi, luminose, e recitava un risultato: Bayern Munchen 0- Raith Rovers 1: Danny Lennon al 43esimo del primo tempo.

Tutto vero, ma anche tutto passeggero; il Bayern di Klinsamnn, Babbel e Papin, ribaltò il risultato superando il turno dopo aver già messo le cose in chiaro nella partita d’andata.

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Francamente penso che chi si innamora del calcio lo fa essenzialmente per dei particolari che a chiunque altro sfuggirebbero, o nella più probabile delle ipotesi, trascurerebbe ritenendoli privi di importanza. Si, perché esiste un sottobosco assolutamente curioso che ogni tanto riemerge dai cassetti della memoria o meno metaforicamente dai miei veri cassetti, pieni di libercoli, fogli ingialliti, biglietti d’ingresso, e altre amenità. Ovvio, non si può ricordare tutto come è altrettanto difficile conservare tutto. E probabilmente non è neppure necessario o desiderabile. La memoria resta un meccanismo selettivo, decide da sola cosa abbandonare, lasciandoci il compito di capire il perché a posteriori. Altre volte rimane un segno su una rivista, un risultato scarabocchiato o una semplice fotografia. Ed ho la sensazione che queste cose abbiano verso di me una sorta di aspirazione, di anelito, tipo il soffio d’aria provocato dal passaggio di un fantasma che desidera farsi notare. Eccolo il dettaglio di cui parlavo, il vantaggio del piccolo Raith Rovers nella Coppa Uefa 1995/96 sul campo dei blasonati tedeschi che mi ha invitato a controllare l’attualità delle cronache perché nell’incantevole Stark’s Park si sono posizionati in testa al campionato di terza divisione grazie al manager John McGlynn che sta gestendo a dovere un gruppo dove la prolificità realizzativa di Lewis Vaughan e James Gullan sta tirando una volata chiaramente ancora lunga da decifrare ma stare lassù resta un vantaggio.

A ripensare agli anni d’oro di questo club, all’icona Jimmy Nicholl, alla vittoria contro il Celtic nella finale di Coppa di Lega

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e alla conseguente partecipazione europea, adesso fa un po’ sorridere questo loro navigare nelle serie inferiori ma, di necessità virtù, i Rovers si sono mossi con perizia pure per non dover fare a meno dell’antico campo da gioco. Il terreno dello Stark’s Park era stato affetto da una malattia chiamata “Black Layer”, una patina nerastra che impedisce il drenaggio, limitando l’ossigenazione dell’erba, la quale lentamente tende a sparire. I trattamenti apparvero subito costosi e inutili; l’afflizione sembrava più dura del previsto da rimuoversi. A quel punto il club, vistosi in difficoltà, pensò dapprima di installare un campo sintetico, tuttavia, consapevole del desiderio dei sostenitori di mantenere quello tradizionale, la dirigenza iniziò a intrattenere colloqui con i migliori botanici dell’Università di Edimburgo allo scopo di trovare la cura giusta per non perdere la superficie naturale. Alla fine gli esperti hanno raccomandato una versione geneticamente migliorata di una rara erba orientale conosciuta come “Floral Poi”, le cui radici affondano molto più in profondità dell’erba normale, il che significa che il terreno ha maggior aerazione e i risultati sono stati soddisfacenti, anzi, la qualità di queste zolle ha diminuito il numero delle partite annullate a causa di pioggia o intemperie varie.

Incantevole Kirkcaldy, disposta sul fianco di un braccio di mare che si insinua nel cuore della Scozia fino a stringersi in una sinuosa vena in prossimità di Stirling. Daniel Defoe, autore del celebre romanzo Robinson Crusoe, definì la cittadina “One street, Onte mile long“ossia, una strada lunga un miglio, ed è su questa via che dal 1305, annualmente, si svolge il Links Market, la fiera più lunga al mondo nel senso topografico del termine.

Il Raith Rovers, fondato nel 1883, indossa una meravigliosa maglia navyblue con sul petto un leone rampante detto Roary Rover. Nell’antico gaelico scozzese la parola “Rath” significa fortezza o comunque residenza fortificata, ecco perché forse a Kirkcaldy hanno scelto questo appellativo per la loro squadra, rifacendosi alla vicina rocca di Ravenscraig. Ciò detto a tutt’oggi ci sono ancora diverse controversie sull’etimologia del nome portate avanti da animosi appassionati seduti sui legnosi sgabelli del Penny Farthing in High Street. Un episodio curioso è datato 1967 quando il commentatore della BBC David Coleman dopo che i Rovers avevano battuto in casa il Queen of the South per 7-2, esclamò convinto:

“Stasera ci sarà un mucchio di gente a festeggiare per le vie di Raith”.

Un po’ come se da noi avessero detto che le strade di Atalanta sono colme di tifosi in delirio. Risulterà una delle gaffe televisive peggiori di sempre, ma è acqua passata e anche Harry Ritchie, super tifoso dei Rovers, nel suo “Take my whole life too” ci ironizza sopra; in ogni caso l’importante è che oggi allo Stark’s Park stanno tornando a cantare.

 

CESARE PAVESE: La nebbia, gli occhiali e il “vizio assurdo”.

di SARA DEL BARBA

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Gli uomini che hanno una tempestosa vita interiore e non cercano sfogo o nei discorsi o nella scrittura, sono semplicemente uomini che non hanno una tempestosa vita interiore.” (1938 -“Il mestiere di vivere” C. Pavese – Diario 1935/1950).

L’indissolubile e simbiotico legame fatto a nodo che più tiri e più si stringe tra arte e vita, quello che si compone del vissuto, a volte tenero e confortante, molte altre straziante e tormentoso, è una matassa aggrovigliata di domande, emozioni, scoperte, esperienze e ancora domande. Ci prova la scrittura a sciogliere quel nodo. Ma è un mordace palliativo. La mia esistenza è l’emblema massimo dell’arte che, in tutte le sue forme, che sia scrittura, cinematografia, sperimentazione del colore, finisce sempre per confondersi con la “vita vera”, fino al punto da rendere i confini tra le due troppo indefiniti per procedere sicuri, come la fitta nebbia delle mie Langhe. Così, mentre il dolore corrode e consuma ogni guizzo illusorio di pace, solo la letteratura sa essere madre affettuosa, che con il suo caldo abbraccio dà un senso definito alla perpetua sofferenza, ponendola in una dimensione superiore, dissipando, seppur per poco tempo, la cruenta consapevolezza dello stato di fatto di un’esistenza di profonda solitudine. Universalizzare ciò che si vive non è superbia, è solo l’umano tentativo di lenire il senso opprimente dell’angoscia, di sopravvivere alla propria tristezza congenita, alla propria percezione di fallimento, di costante insoddisfazione. Di infelicità affettiva che non ha la speranza della  dolcezza consolatoria. E’ un modo di illudersi che a quel senso di abbandono vi possano essere soluzioni diverse dal “vizio assurdo”. Ma prima o poi arriva la resa dei conti, il momento che ti ossessiona da una vita intera, quello in cui comprendi fino in fondo che nemmeno la tanto amata scrittura può dissipare questo disagio. Un’abitudine insita, fatta di un bisogno morboso. Nel mio caso non è bisogno di fumare, né di bere. E’ un vizio del pensiero. Che ha bisogno di concretizzarsi nella sua inevitabile, obbligatoria forma. La conclusione che hai sempre saputo di dover raggiungere. Guardo fuori dalla finestra di questa camera, fatta di pareti che avrà visto così tanti tipi di passanti da non sorprendersi di quello che sto per fare. Brusio di gente accaldata in strada. La pipa è quasi spenta. Appoggio gli occhiali un’ultima volta.

Il maggior torto del suicida è non d’uccidersi, ma di pensarci e non farlo”. (C. Pavese, 1937)

Chi sta dall’altra parte si chiede, inevitabilmente, come sia possibile. Un uomo di grande spessore culturale, un artista della penna, che ha saputo sperimentare stili di scrittura tanto variegati, dettati da una sorta di percezione di incomodità nel campo non solo politico dell’Italia di quegli anni, ma anche letterario. La poesia era da tempo taciturna e la prosa era fin troppo adoperata. La disgregazione sociale, civile, morale e politica era avvertita da Cesare Pavese proprio nell’urgenza di abbandonare quegli atteggiamenti stilistici anacronistici così forzatamente richiamati dal rondismo. La linfa vitale per la sua scrittura Cesare la trova, oltre che nei propri ricordi e nel proprio vissuto trasponendoli nei suoi libri così autobiografici, nel linguaggio realistico, attuale, energico, oggettivo proprio della letteratura d’oltreoceano. Pur non essendo mai andato in America, impara a conoscere perfino lo slang più duro della lingua americana, grazie alla sua inarrivabile intelligenza e alle conoscenze che aveva nel Nuovo Mondo. Diventa famoso oltre i confini, compone la sua tesi di laurea da avanguardista sulla poesia di Walt Whitman che fu tanto contrastata e criticata nel ventennio fascista dal conservatorismo accademico. E allora, può essere lecito domandarsi come un siffatto artista possa arrivare ad avere un rifiuto tale della propria esistenza da sentirsi obbligato a mettervi fine. La costante metamorfosi di un’anima che diviene sempre più antro, come la grotta di una roccia carbonatica in cui persino il calcare diviene troppo facilmente aggredibile, scioglievole, in balia dell’acqua che scorre senza mai fermarsi e scava dentro, ancora ed ancora. E l’anima, a poco a poco, si disgrega, si separa, si disperde. Svanisce.

Cesare Pavese nasce a Santo Stefano Balbo, tra le colline nebbiose delle Langhe, il 9 settembre 1908, l’anno d’uscita de “La riconquista di Mompracem” di Salgari, che tre anni dopo anticiperà, seppure in modo ben più atroce, quel vizio assurdo messo in scena anche da Pavese proprio a Torino. Cesare non è mai stato felice. Solitudine, mancanze, angoscia. Quando è ancora bambino la famiglia si trasferisce a Torino: questo mutamento rappresenta senza dubbi la sua prima lacerazione esistenziale. Qui, poco dopo, il padre muore a causa di una malattia incurabile. Cesare è un bambino timido e introverso, ama leggere e interrogarsi sulla natura, sempre solo. Il rapporto con la madre è tutt’altro che affettuoso: ella soffre a tal punto per la perdita del marito da divenire asettica col figlio, severa e rigida, di una freddezza insostenibile. La malinconia data dalla mancanza dei luoghi e dei paesaggi del suo paese natio, simbolo di serenità e spensieratezza, sarà sempre il leit motiv della sua anima. E’ una concezione condizionata dal primo vedere, dalle scoperte fanciullesche. Ma non è una memoria alla Proust, né una brama di ritorno al bambinesco leopardiano o pascoliano. E’, piuttosto, il veicolo per ritrovare se stessi e ciò che sarà di noi, che è già segnato nella tenera età, quando, per la prima volta, abbiamo conosciuto e scoperto la realtà che ci circonda. “L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità – si vorrebbe morire.” (1937). Il Pavese adolescente è già capace di scrivere componimenti struggenti sull’amore mai appagato, la delusione dei rapporti amorosi, tematica che lo accompagnerà fino all’ultimo respiro, bloccato per sempre dai barbiturici. “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi” è la traduzione in versi di quella corrispondenza tra amore e morte, in cui compare per la prima volta quell’espressione che suona tragicomica – “vizio assurdo” –  che sta a significare la sua inclinazione al suicidio. Tra la nostalgia delle origini e l’incapacità di avere rapporti amorosi come gli altri coetanei, Cesare si chiude sempre più in se stesso. Il vizio s’insinua nelle sue viscere, diviene tormento e malattia. Nel diario che ha lasciato, tenuto per quindici anni della sua vita, fino al 1950, anno del concretizzarsi del “vizio assurdo”, non può non trovarsi l’idea del suicido in ogni riga, anche quando vuole essere celata con la maestria che contraddistingue la sua scrittura. La parola ossessione non esprime a sufficienza quel tarlo mentale, continuo, incessante, senza tregua alcuna.

Le sue opere, tante opere, sono stracolme di personaggi che tornano, che vivono di solitudine, di esclusione e delusione: il trovatello che va in America e poi torna senza ritrovare ciò che aveva salutato; la guerra, la Resistenza, quelli che muoiono e quelli che, non morendo, non si sentono eroi; gli innamorati non corrisposti, l’infedeltà delle donne; il fallito che non si uccide e quello che invece ha il coraggio di farlo. Tanti, tantissimi personaggi che sono, nella sua mente, uno solo: se stesso.

Ancor prima che un artista, Pavese è un uomo, con gli occhiali sempre allentati sul naso, perennemente intento a scrivere, appuntare, leggere, imparare. Col pensiero fisso delle sue Langhe e delle donne che lo fanno soffrire. E’ un uomo che vorrebbe tanto vivere, condividere le esperienze con i ragazzi e poi uomini come lui, mantenere delle amicizie senza sentirsi schivo o disadattato. Vorrebbe una donna e formare una famiglia. Ma qualcosa di troppo forte lo costringe ad evitare il contatto umano, a passeggiare solo, a sentirsi inadeguato rispetto agli altri uomini.

La sensazione di non appagamento è stata fedele compagna della breve vita di Cesare. Quanti hanno tentato di trovare delle risposte plausibili tra le righe di tutti suoi scritti, degli indizi nei suoi pensieri profondi, non sono stati capaci di cogliere le motivazioni di quel tremendo e soffocante disagio umano che, nonostante le grandi aspirazioni, gli innumerevoli sforzi, l’ha condannato alla perpetua insoddisfazione interiore.

Nemmeno la consapevolezza del proprio indiscutibile valore artistico riesce nell’impresa di trovare la pace a quel conflitto interiore. Anzi, a tratti è quasi come se i suoi successi letterari gli dessero fastidio. Questo è “un difetto per cui vale la pena uccidersi”, come scrive. E l’immagine stessa del suicidio, pur essendo necessaria per Pavese, è al medesimo tempo annosa, perché è scandalo, peccato, follia per la società e la religione.

Troppo piccolo di fronte alla vita ed inerme di fronte al destino. Troppo rumore nella mente, la malattia nell’anima sputa la sua sentenza definitiva: incurabile. Nonostante il premio Strega, i riconoscimenti per le sue opere, i continui progressi di quello stile vivo e genuino. Troppo cuore.

Eppure, non è stato mai un mistero per nessuno il suo pensiero di morte, la sua inclinazione fortemente depressiva. Forse, anche chi gli è stato vicino non ha mai creduto fino in fondo al fatto che Pavese avrebbe davvero realizzato questo disegno di non vita.

Il 27 agosto 1950 il corpo di Cesare Pavese viene trovato senza vita sul letto di un albergo, a Torino. Abbondanti sonniferi fermano il suo respiro, spegnendo quella mente così brillante e bloccando le palpitazioni di quel cuore tanto profondo. Esalando, forse, nella tragedia di quel gesto, un primo ed ultimo, flebile sospiro di sollievo.

Le sue ultime righe di lascito su un piccolo biglietto suonano quasi come le note di accompagnamento al fermo immagine di una persona che prova a guardare oltre la morte e ad immedesimarsi in coloro che non sanno darsi risposta ad eventi del genere perchè incapaci di odiare la vita: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.  

Qualche giorno prima, il 17 Agosto 1950, ha fine il suo diario iniziato nel 1935: “I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo. Il piacere di farmi la barba dopo due mesi di carcere – di farmela da me, davanti a uno specchio, in una stanza d’albergo, e fuori era il mare. È la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancor finito. Nel mio mestiere dunque sono re. In dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora. Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa ho messo insieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era eroismo? No, non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell’«inquieta angosciosa», sono ricaduto nella sabbia mobile. Da marzo mi ci dibatto. Non importano i nomi. Sono altro che nomi di fortuna, nomi casuali – se non quelli, altri? Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita. Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono. Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò. Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t’interessa, qual è la loro pena, il loro cancro segreto?”

Mi piace ricordarlo con uno dei suoi pensieri, scritto nel dicembre 1938, dove trovo la pace del mio di pensiero, perché nella pratica della lettura e della scrittura, che sia propria o altrui, è dannatamente emozionante ritrovare le sensazioni del proprio pensato e vissuto, anche quelle che vanno a nascondersi negli angoli più remoti dell’io, che, spaventato a volte dalla realtà, ha anche bisogno di sentirsi nudo:“Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.”

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GLI 8 DI ASHTON GATE

di SIMONE GALEOTTI

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Prendere o lasciare, sì, ma non è così semplice, perché in mezzo c’è la storia del Bristol City. Ok, mettiamo la puntina del giradischi sul piatto e in sottofondo ascoltiamo “For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?” dei The Pop Group, la band che più di ogni altra ha tracciato la strada per quel filone sperimentale e un po’ oscuro del “Bristol Sound”.  Mark Stewart la voce, John Waddington alla chitarra, Gareth Sager al sassofono, Dan Catsis al basso e Bruce Smith alla batteria. Già Bristol. Un po’ Amsterdam, un po’ Bombay. E scorci di Londra, angoli di Genova, le scalinate di Oporto, il calore di Kingston. Una città di mare che si nasconde dietro le anse del canale mentre da est rimonta l’eco delle onde. Gli antichi docks screpolati dal tempo, il nuovo fronte del porto che è un trionfo di musei, di spazi, di luce. Le case georgiane, antico orgoglio dei ricchi mercanti. Strade strette e cortili che appaiono e scompaiono magicamente. Gli oltre sessantamila studenti, i graffiti. Un crogiolo di razze, di colori e di vicende diverse. Attraverso questa porta l’Inghilterra ha scoperto il mondo e, secoli fa, se lo è portato a casa. Perché ci sono sere che a Bristol, lungo le banchine, si respira lo stesso profumo d’avventura che accendeva la fantasia di Louis Stevenson, venuto qui da Edimburgo per ritemprare la sua salute cagionevole, e da qualche parte riecheggiano i racconti su isole dimenticate da Dio usciti dalla bocca screpolata dal sale di vecchi lupi di mare, quei racconti ascoltati con fervore da Daniel Defoe che in uno studiolo del centro scrisse il suo Robinson Crusoe, e, infine, sempre qui il pirata Long John Silver reclutava marinai sotto l’ombra storta del campanile di Temple Church. Nel 1982 a Bristol succede l’imprevedibile. Il capitano del City Geoff Merrick è costretto a rincasare dopo le partite e dopo gli allenamenti scortato dalla polizia. Non solo lui, molti altri suoi compagni sono giornalmente sottoposti a una serie di minacce e la situazione stava obiettivamente sfuggendo di mano. Facciamo un passo indietro. Nel 1976 i “robins” guidati in panchina da Alan Dicks ottennero la promozione in First Division e la società non badò a spese pur di assicurarsi una squadra che gli consentisse la permanenza nel massimo campionato del calcio inglese conquistando una salvezza tranquilla e vincendo nel 1978 la Anglo-Scottish cup che andò a far compagnia a un “inusuale” coppa del Galles datata 1934. Eppure, dopo quattro anni il sogno si interromperà con una brusca retrocessione. Ma il dramma non finirà lì. Sarà infatti il primo di tre declassamenti consecutivi di categoria che porteranno il Bristol City in quarta serie, ovvero quella a contatto pruriginoso con i dilettanti. La situazione economica si rivelò disperata, soprattutto a causa di contratti decennali fatti firmare con troppa enfasi e poca lucidità. Fatto sta che in panchina arrivò il giovane Roy Hodgson, deciso a far fruttare in patria l’esperienza maturata in Svezia alla guida dell’Halmstads. Non ne avrà modo né tempo. In quei giorni convulsi lo spettro della scomparsa del club agitava le notti negli uffici di Ashton Gate. Hodgson sarà costretto ad andarsene dopo aver battuto in una partita interna il Chester per 1-0. Il giorno seguente arrivò la dichiarazione di fallimento del Bristol City. In fretta e furia verrà costituita una società (la Bcplc), cui sarà concessa la possibilità di ereditare dal vecchio City, giocatori, diritti sportivi e lo stadio Ashton Gate allo scopo di tenere in vita temporaneamente la società sotto altra forma giuridica. A tirare le fila della situazione sono, Deryn Coller, Ken Sage, Les Kew e Ivor Williams che instancabilmente faranno le ore piccole per tentare il salvataggio di un club nato nel 1894 e che si era innamorato del rosso delle divise garibaldine. I quattro concorderanno un prezzo con il curatore per ricomprare lo stadio a un prezzo fissato intorno alle 600000 sterline ma nonostante estemporanee lotterie e la vendita di azioni a benefattori vari, nelle casse societarie ne arrivarono a malapena la metà. Si dice che avrebbero potuto incassare di più, ma quando si sparse la voce di un investitore intenzionato a rilevare la quota per poi abbattere l’impianto e vendere il terreno a una ditta edile decisero di non proseguire capendo l’unica cosa ragionevole, e cioè che per ridare un futuro al Bristol City era necessario che i giocatori più importanti si licenziassero spontaneamente senza la pretesa di un rimborso o di una qualunque sorta di liquidazione. Tuttavia in quarta divisone in quei primi anni ottanta i salari erano bassi, la maggior parte dei calciatori avevano famiglia, figli e mutui insoluti; quel denaro giustamente lo avevano pattuito a suo tempo e ora gli serviva, ed inoltre era chiaramente impensabile collocarli in un’altra squadra a metà stagione alle stesse condizioni economiche. La scadenza, implacabile, si avvicinò. Senza quei maledetti soldi alle 12 in punto del 3 febbraio 1982 il Bristol City avrebbe dato un amarissimo addio al calcio. E a quel punto, quando si delineò netto il confine fra vita e morte sportiva, i tifosi cominciarono nelle forme e nelle maniere più assillanti a chiedere un gesto di amore ai giocatori. I telefoni squilleranno continuamente, le buche delle lettere intasate di richieste di aiuto e comprensione, poi, come detto, si arriverà perfino alle intimidazioni. Tutto però sembrava perduto, finché, a poche ore dall’obbligo finanziario fissato dal tribunale, otto giocatori del Bristol City decideranno di rinunciare ai compensi previsti dai loro contratti salvando di fatto il club. Quando gli otto entrarono nella sala da pranzo della Dolman Exhibition Hall, i 275 ospiti riuniti si alzarono all’unisono offrendo una prolungata standing ovation. Per quel gesto, Peter Aitken, Gerry Sweeney, Julian Marshall, Chris Garland, Jimmy Mann, Geoff Merrick, David Rodgers e Trevor Tainton passeranno alla storia come “gli otto di Ashton Gate”. Per alcuni di loro abbandonare la squadra non fu solo un sacrificio economico ma anche sentimentale come quello di Gerry Sweeney. Gerry giocava lì da undici anni: un autentica leggenda protagonista della promozione del ‘76, che non aveva abbandonato la barca nonostante le tre retrocessioni di fila. Oggi non mancano opuscoli commemorativi e una grande targa all’esterno dello stadio perpetua ai posteri il loro sacrificio.

8 di bristol