JOHN THOMSON: Arrivai da ragazzo, me ne andai quando ero ancora un ragazzo.

di ANTONELLO CATTANI

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Mia mamma Jean era una persona molto premurosa, forse solo un po’ apprensiva, come tutte. Diceva che il calcio era uno sport pericoloso e non voleva che ne facessi la mia professione.  Molto meglio il lavoro in miniera, insieme a papà John, come tutti del resto facevano a Cardenden, il nostro paesino a 90 chilometri da Glasgow.

Anche perché, tra tutti i ruoli, avevo scelto quello più pericoloso. Per tuffarsi con la faccia tra le gambe di un attaccantein corsa ci vuole una buona dose di pazzia e coraggio, e quello di certo non mi mancava. Anche se non avevo il fisico da corazziere. Ero alto 1.75, ero magro, tanto che gli amici mi prendevano in giro: “Se ti giri di lato, riusciamo a malapena a vederti!”. Ma questa era la mia forza, la mia agilità non aveva eguali, e le mie dita, lunghe e sottili, avevano una presa d’acciaio. Cosìdiceva il mio allenatore.

Ho sempre giocato in porta, fin da bambino.Mi chiamo John Thomson, sono a nato a Kirkaldy il 28 gennaio 1909, e il 20 ottobre 1926 ho realizzato il mio sogno: il Celtic mi ha offerto un contratto da professionista a 17 anni.Dieci sterline di ingaggio, ma questo non importa, avrei pagato di tasca mia per giocare in quel club.

A febbraio del 1927 sono diventato il portiere titolare del Celtic, avevo appena compiuto 18 anni e mi ero fidanzato con Margareth, cosa potevo chiedere di più alla vita?

Il 16 aprile di quell’anno ho giocato la mia prima finale di Scottish Cup, contro una squadra delle mie parti, l’East Fife, che militava in seconda divisione. Sembrava una partita facile, ma iniziò in salita. Forse fu l’emozione di trovarmi davanti a 80.000 persone ad Hampden Park, lo stadio dove gioca la nazionale, a bloccarmi su quel colpo di testa di Wood dopo solo sette minuti. Per fortuna i miei compagni pareggiarono subito, e poi vincemmo 3-1. Fu il mio primo trofeo, una gioia indescrivibile.

Ho debuttato con la maglia della mia adorata nazionale di Scozia, il 5 maggio 1930 a Parigi. Era un’amichevole, ma ero emozionatissimo. Vincemmo 2-0 e riuscii a mantenere la mia porta inviolata, feci anche alcune buone parate, devo ammetterlo.

Ho giocato altre tre volte con la mia nazionale, nel torneo interbritannico, contro il Galles, l’Irlanda del Nord e l’Inghilterra, a Glasgow, il 28 marzo 1931 davanti a 130.000 tifosi entusiasti per la nostra vittoria per 2-0. Forse questa è stata la mia partita più bella, non so quante parate ho fatto contro i nostri avversari.

Due settimane dopo ci sono volute due partite, sempre ad Hampden Park, per risolvere la finale di Scottish Cup tra il Celtic e il Motherwell. Nella prima siamo stati fortunati. Anche a causa del forte vento a sfavore, siamo andati sotto 0-2, forse ho commesso qualche errore. Abbiamo pareggiato all’ultimo minuto: 2-2 e ripetizione tre giorni dopo. Questa volta abbiamo vinto facilmente 4-2, e la mia seconda coppa di Scozia era in bacheca.

In campionato però dominavano i Rangers, l’altra squadra di Glasgow, acerrima nemica del Celtic, una rivalità tra cattolici e protestanti che va ben oltre le questioni calcistiche. I blu di Ibrox avevano vinto tutti i campionati dal 1927 al 1931. Dovevamo fare qualcosa!

All’inizio del campionato 1931-32 volevamo a tutti i costi interrompere il dominio dei Rangers. Abbiamo iniziato bene, vincendo le prime sei partite. Ci siamo così presentati ad Ibrox, il 5 settembre 1931 per il primo derby della stagione senza alcuna paura. Non sapevo che sarebbe stata la mia ultima partita.

Gli scontri tra i tifosi erano stati più duri del solito, il clima della “grande depressione” aveva reso la rivalità ancora più accesa. Anche in campo i colpi non mancavano. Il primo tempo si chiuse sullo 0-0, con poche occasioni da gol.

All’inizio del secondo tempo il loro centravanti Sam English è sfuggito alla nostra difesa e mi si è presentato solo davanti a me. Non ci ho pensato due volte a buttarmi tra le sue gambe, il coraggio non mi mancava, ed ho evitato la rete.

Ricordo un urlo, mi sembrava Margareth, che era in tribuna insieme a mio fratello, ma forse era solo la mia immaginazione, come potevo udirla in mezzo al brusìo di ottantamila persone?

Sam English non era riuscito a fermare la sua corsa, l’impatto tra le sue ginocchia e la mia testa è stato tremendo. Un grande dolore, poi per un attimo mi sono rialzato per controllare se avevo davvero evitato il gol. Avevo infatti udito i tifosi dei Rangers esultare, ma festeggiavano solamente perché ero rimasto a terra. “Allora vuol dire che sono veramente forte” pensai.

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 Fu l’ultimo pensiero della mia vita.Dopo non ricordo più nulla.

John Thomson morì quella sera stessa alle 21.25, a nulla valsero i tentativi dei medici di rianimarlo. Il capitano dei Rangers, Davie Meiklejohn aveva conoscenze mediche e si era reso subito conto della gravità dell’infortunio.  La prima cosa che fece fu di zittire il pubblico che esultava isterico per l’infortunio di John. Fu lo stesso Davie a leggere l’orazione funebre il giorno del funerale di John. Fu seppellito nel suo paese a Cardenden, e quel giorno, mercoledì 9 settembre 1931, un limpido sole illuminò le decine di migliaia di persone accorse a dargli l’ultimo saluto.

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John era molto amato dai suoi tifosi, in un sondaggio tenuto poche settimane prima di morire aveva ricevuto più consensi di tutti, anche del centravanti, popolarissimo Jimmy McGrory, e non è una cosa facile per un portiere.

 

Disse di lui il suo allenatore WillieMaley: “Il suo talento di portiere lo mostrò superbamente in campo. Mai ci fu portiere capace di parare i tiri più violenti con tanta grazia e facilità. In tutto ciò che faceva c’erano un equilibrio e una bellezza dei movimenti da guardare con meraviglia. Tra i Celt scomparsi, egli occupa un posto speciale”

… Ho adorato il giorno abbagliante e, nonostante le paure,

l’orgoglio ha governato la mia volontà: non ricordare gli anni passati …

 

Sono alcuni versi dell’inno “Lead Kindly Light” che fu eseguito da una banda di cornamuse in suo onore prima della partita del Celtic, il sabato seguente, a cui seguirono non uno ma due minuti di silenzio assoluto.

Lo ricordò così il giornalista sportivo John Arlott: “Un grande giocatore, che arrivò da ragazzo e se ne andò quando ancora era un ragazzo. Non ebbe predecessori, né eredi. Era unico.”

John, Thomson, a distanza di molti anni, è rimasto immortale nel cuore dei tifosi del Celtic, che gli hanno dedicato una canzone:

 

“Un giovane ragazzo chiamato John Thomson

da Wellesley Fife egli arrivò

per giocare nei Celtic Glasgow

e farsi un nome

 

Nel quinto giorno di settembre

contro i Rangers egli giocò

dalla sconfitta salvò i Celtic

ah! ma che prezzo pagò!

 

La palla rotolò nel mezzo

il giovane John corse e si tuffò

La palla rotolò via: il giovane John rimase a terra

Per il suo club questo eroe morì

 

Ho fatto un giro a Parkhead,

Al caro e vecchio Paradise,

E quando i giocatori sono usciti,

Le lacrime sono sgorgate dai miei occhi.

 

Per un famoso volto che mancava,

dalla brigata bianca e verde,

E mi hanno detto che Johnny Thomson,

aveva giocato la sua ultima partita.

 

Addio mio caro Johnny,

Principe dei giocatori dobbiamo salutarti,

Mai più ci alzeremo a incitarti

sui gradoni del Celtic Park.

 

Adesso i tifosi sono tutti in silenzio,

mentre arrivano da vicino e da lontano,

Mai più inciteranno John Thomson,

la nostra luminosa e splendente stella.

 

Quindi andiamo, Celtic Glasgow,

alzati e gioca la partita,

Perché tra i pali c’è un fantasma,

Johnny Thomson è il suo nome.”

 

(“The John Thomson’s Song” – Canto dei tifosi del Celtic)

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Il calcio di Arkan e la storia criminale dell’Obilić.

di DIEGO MARIOTTINI

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Se non giochi a tre punte, non sei nessuno e questo Arkan lo ha sempre saputo. In attacco ci vuole un tridente a tutto campo: i contatti giusti con la politica, possedere (o controllare) le televisioni e avere una squadra di calcio che rafforzi la propria immagine sui mercati. Altrimenti, che imprenditore sei. E ŽeljkoRažnatović, conosciuto nell’ex Jugoslavia e nel mondo come il comandante Arkan non è mai stato uno che gioca tanto per giocare. Alla fine della guerra nei Balcani, Arkanè un uomo ricchissimo e oltremodo potente. Dal del tu ai vertici della politica serba, è ogni giorno in televisione e il suo personale bottino di quattro anni di imprese belliche è stimato intorno ai 500 milioni di euro di oggi.

 

CON IL SUO INGEGNO CRIMINALE è diventato, fra gli anni ’70 e il decennio successivo, il numero uno della malavita a Belgrado. Con un uso spregiudicato del tifo calcistico, ovvero reclutando i tifosi peggiori della Stella Rossa e trasformandoli in un corpo paramilitare particolarmente spietato, denominato le “Tigri”, “il comandante” si è distinto nella guerra che per quasi tutti gli anni ’90 insanguina i Balcani. Terminato ilconflitto, Arkan, più volte sfuggito alla giustizia internazionale, vuole far dimenticare il proprio passato e si propone come un imprenditore che investe in attività del tutto legali.L’ex Tigre apre una catena di panifici, è proprietario di lussuosi casinò ed entra con forza nel ramo immobiliare. Investe anche nel sociale quando lancia Terzo Figlio, un’organizzazione filantropica in grado di fornire sostegno economico a famiglie serbe con tre o più bambini a carico. Arkanè uno dei pochi in grado di offrire impiego a centinaia di persone, in un Paese ancora devastato da anni di guerra e dall’embargo imposto dalle Nazioni Unite. Ma finché non possiedi una squadra di calcio forte e vincente non sei ancora nessuno, perché non hai la visibilità giusta a livello globale. Tale è il motivo per cui decide di concentrare capitali anche nel calcio: non più “semplice” capo degli ultrà (la guerra è finita e almeno per ora non servono più Tigri da reclutare), bensì proprietario di un club di successo internazionale.

 

LA SCELTA NATURALE dovrebbe cadere sulla Stella Rossa di Belgrado, ma il proprietario rifiuta la pur allettante offerta. La scelta successiva è molto mirata e ha davvero il sapore della sfida lanciata al mondo: nel 1996 Arkan compra infattil’ObilićFootball Klub di Belgrado. Non si tratta di una squadra di grido e di fama internazionale, tutt’altro. La società Obilićè attiva dal 1924 è ha alle spalle una storia di dignitosa comprimaria del calcio jugoslavo. Naturalmente il piccolo team di Belgrado non è in grado di competere con le formazioni jugoslave più blasonate e non riesce mai a salire dal fondo della classifica in modo stabile, pur giocando un calcio tecnico e veloce. Alla fine della guerra, all’Obilićviene imposto il cambio di nome ed è costretto a rifondarsi con la denominazione di FK Cuburac, ripartendo dai campionati minori. Nel 1953 alla squadra viene consentito di riappropriarsi della vecchia denominazione e nei 30 anni successivi il nuovo Obilićsi barcamena sulla soglia della Terza Divisione.La diaspora delle squadre croate, slovene e bosniache consente all’Obilićdi avanzare fino alla Seconda Divisione, la Prva Liga Srbijaa 16 squadre, a partire dal campionato 1991/92.

 

TUTTO NUOVO. Da nuovo proprietario della squadra, il “presidentissimo” dà vita a un’operazione di restyling senza precedenti. Il vetusto stadio, che non può ospitare più di 4500 spettatori e che si trova a Vračar, comune dell’hinterland della Capitale, è tappezzato sia all’interno sia all’esterno di foto della milizia guidata dal comandante Arkan durante la guerra in Croazia e in Bosnia. Una sorprendente contraddizione per un imprenditore che vorrebbe far dimenticare le imprese di sangue del recente passato. Alprimo tentativo l’Obilićraggiunge il traguardo della massima serie del campionato di calcio del suo Paese. Ma appare ovvio a tutti che quello è solo un primo passo. Anche le squadre più blasonate cominciano a temere l’ineluttabile.  Il campionato serbo sta per trasformarsi in una farsa a beneficio del Comandante. La forza dell’Obilićè la stessa forza del presidente e proprio come il suo presidente, quasi mai la squadra vince in modo pulito.Ma vince. In quel periodo si verifica più di una denuncia alla magistratura: il calcio in Serbia appare corrotto e i risultati delle partite vengonotalvolta falsati a vantaggio dell’Obilić. Tuttavia gli effetti di quelle azionilegali sono di fatto nulli.

 

ORDINE & DISCIPLINA. Gli ordini del presidente Arkan non risparmiano niente e nessuno. Se uno o più giocatori vengono sorpresi a bere alcolici prima della partita, la pena per i malcapitati può essere anche la fustigazione. Non parliamo poi di cosa può succedere in caso di sconfitta: si racconta che una volta i giocatori siano stati costretti a scendere dal pullman e a percorrere 30 chilometri a piedi per fare ritorno a casa. Insomma, tra agevolazioni arbitrali, intimidazioni dagli spalti e punizioni corporali per mantenere la disciplina interna, in un anno la squadra passa dalla serie B serba al titolo di campione nazionale. È il 1998. Una squadra dell’hinterland di Belgrado venuta dal nulla si guadagna così il diritto di disputare i preliminari della Champions League. Dopo avere superato in scioltezza (e senza nemmeno bisogno di ricorrere a trucchi) gli islandesi dell’IBV, la squadra slava verrà eliminata al secondo turno dai tedeschi del Bayern Monaco. Troppo accentuata la disparità rispetto all’avversaria, che proprio in quell’edizione arriverà a disputare la finalissima di Coppa, perdendo poi in modo rocambolesco con il Manchester United per 2-1. Con il declino del Comandante, che viene assassinato a Belgrado il 15 gennaio 2000, una squadra di modesta entità quale l’Obilić tornerà alle sue dimensioni tradizionali. Una pagina nera della storia dei Balcani corrisponde a un momento altrettanto nero del calcio nell’ex Jugoslavia.

 

METODI SPICCI. Arkan si è mosso nel calcio come in guerra, e la sua gestione è stata violenta dentro e fuori dagli spogliatoi. Una volta un centrocampista avversario si sentì dire che se nel secondo tempo avesse segnato gli avrebbero spaccato le rotule. Agli allenatori delle squadre avversarie veniva intimato di dare partita vinta all’Obilić, altrimenti sarebbero stati guai.Prima di ogni partita lo stadio si riempiva di uomini in nero, in nero come le Tigri. Gli arbitri venivano accolti ai cancelli e ricevevano ‘suggerimenti’ su come dirigere l’incontro. Sugli spalti i tifosi brandivano pistole contro i giocatori avversari e facevano capire che aria tirasse. Alla fine del primo tempo, se il risultato era in bilico, i sostenitori di Arkan scendevano negli spogliatoi. C’erano campioni che si ritiravano misteriosamente prima della gara. Altri venivano esclusi a forza: uno dichiarò in seguito ai giornalisti che gli uomini di Arkan lo avevano rinchiuso nel garage per tutti i 90 minuti della partita contro l’Obilić. È in effetti la pagina più brutta di quello che una volta era uno dei campionati più divertenti d’Europa. Il calcio dell’ex Jugoslavia è piegato prima alle logiche della guerra etnica, poi al bisogno di propaganda mediatica di uno dei più lucidi, risoluti e spietati criminali del XX secolo.

 

A BEN VEDERE, nemmeno la morte di Arkan chiuderà in modo definitivo quella pagina. Certe pagine forse non si chiudono più. Il calcio balcanico, fino agli anni ’80 fucina di talenti assoluti, avrà perso per sempre la sua età dell’innocenza. La Super Liga (così si chiama oggi il campionato serbo, orfano da oltre 20 anni delle squadre croate, slovene, bosniache e in ultimo montenegrine), oggi di super non ha proprio nulla. I migliori giocatori trovano fortuna in Occidente e –cosa peggiore- lo spirito di Arkan sembra ancora aleggiare. L’unica buona notizia è chel’Obilić, la cui presidentessa da qualche anno non è più la moglie di Arkan, è tornato a militare nelle serie minori (nel 2018/19 sta giocando in quella che è la quinta serie nazionale). E questo non sarà molto in termini assoluti, ma è già qualcosa.

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Kubilay Türkyılmaz: il turco di Svizzera

di VINCENZO CAMPITELLI

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Anno 1964: Istanbul-Bellinzona, biglietto di sola andata. Kubilay viene al mondo ancora prima di nascere. Dopo un’interminabile odissea ferroviaria partita dalle rive del Bosforo con destinazione Canton Ticino, negli stessi anni in cui parallelamente si registra l’esodo turco verso la Germania, una coppia di neosposi giunge a Bellinzona dalla Turchia con la certezza di come la Terra Promessa non risponda soltanto all’Eretz Yisrael di biblica memoria, ma anche al nome di un paese sul quale sventola la bandiera rossocrociata.

Nomina sunt consequentia rerum: parafrasando con qualche necessaria forzatura Giustiniano nelle sue Institutiones, forse il destino di Kubilay era già scritto nel cognome che portava; perché se la tua famiglia si stabilisce a metà anni sessanta nelle valli ticinesi con un cognome che più turco non si può, quasi più legittimo di qualsivoglia cartà d’identità o passaporto, il semplice fatto di venire al mondo in un simile contesto rappresentà già di per sè una missione che quello stesso destino ti consegna al primo vagito, prima ancora che i tuoi occhi di neonato percepiscano la luce. Perché se i tuoi genitori hanno scelto per te il nome di un sovrano d’Oriente che giocoforza richiama alla mente le cronache di viaggio di Marco Polo, le poesie di Coleridge e i melodrammi di Antonio Salieri (per non citare le “Città Invisibili” di Calvino”), non potrai passare inosservato sin da quando nella tua scuola, nella tua squadra e nei giornali del tuo Paese la gente leggerà il tuo nome: Kubilay Türkyılmaz.

“Kubicosa?”, “Scherzate? Sicuri che sia svizzero?”, “Che lingua parlerà mai questo turco che durante l’infanzia ha conosciuto la Turchia soltanto attraverso le poche foto che i genitori avevano messo in valigia prima di partire?”.

“Mi sono sempre portato dietro una cosa: quando venni a Bellinzona tanta gente, anche ex compagni delle giovanili, scommettevano che io non sarei riuscito ad avere una carriera. E questo mi ha sempre dato molta forza, anche per il fatto di essere figlio di stranieri e di dover dimostrare quel qualcosa in più per entrare nelle loro simpatie.” Le parole del turco di Svizzera che non si sapeva che lingua parlasse vengono fuori in un perfetto italiano, rafforzato da un’originale cadenza lombarda e ripercorrono la propria infanzia durante la quale dovunque ci si trovasse alla fine spuntava sempre un pallone, fino agli anni in cui le scelte sbagliate sono dietro l’angolo ma è il timore verso la figura di tuo padre a tenerti in riga e aggrappato a quel sogno di sfondare tra i grandi sui manti erbosi che contano. E tanto di guadagnato se l’unico doping che permette al tuo fisico di esplodere prima dei diciotto anni sono le bistecche di cavallo mangiate il giorno prima della partita.

Il passo verso l’affermazione è breve, accellerato non ancora ventunenne dalla prima convocazione nella nazionale svizzera per un’amichevole contro la Francia. Tra i vari Sutter, Bickel, Bonvin, Geiger, Marini ed Hermann non può non risaltare all’occhio quel cognome così esotico che rasenta l’impronunciabilità e che entra in campo al minuto 65 in sostituzione dell’assai più germanico Zwicker, ma che da quel momento risulterà una presenza fissa nell’undici iniziale de “La Nati”.

La Svizzera che insegue ma fallisce la qualificazione al Mondiale di Italia ’90 è, come molte nazionali dell’epoca in relazione alle selezioni di oggi, forse troppo mitteleuropea e quasi per nulla arricchita dal talento dei tanti figli di immigrati stranieri che hanno reso dal 2006 a oggi la selezione rossocrociata una presenza fissa ai Mondiali, grazie ai valori che tanto ricordano altre scuole calcistiche in primis quella balcanica. Ma Kubilay il Turco riesce a suo modo a distinguersi: segna e diverte ma senza mai fare breccia definitivamente nel cuore degli appassionati rossocrociati. Un controsenso? O magari un carattere condito da reazioni provocatorie dopo ogni gol, in parte così comuni nel mediatico calcio moderno? Nessuna di queste supposizioni, se non forse il fatto di essere spesso ritenuto lo “straniero” della nazionale elvetica a cui si aggiungeva un’aperta sincerità (altimenti detta limpida schiettezza) da parte del diretto interessato nel non esimersi dall’esprimere in più di un’occasione il proprio fastidio nel rispondere a giornalisti che in conferenza stampa rivolgevano domande in francese e in tedesco ma non in italiano; a lui, ticinese che in quelle occasioni tornava ad essere il Turco di Svizzera verso il quale non si sapeva in che idioma interloquire durante le interviste.

La lungimiranza è spesso incarnata da personaggi che forse non sanno neanche chi tu sia ma che in una giornata all’apparenza ordinaria come tante incrociano il loro destino al tuo attraverso una telefonata: “Buongiorno, Kubilay. Sono Oscar Damiani. Il presidente Gino Corioni vorrebbe incontrarLa a Bologna.” Un incontro per la firma di un contratto e una chiacchierata con aperitivo tra presidente, procuratore e Turco di Svizzera in…dialetto lombardo. Quanto basta per presentare Kubilay al pubblico del “Dall’Ara” e ai nuovi compagni, Cabrini in primis, che il nuovo arrivato dal Canton Ticino aveva visto soltanto durante le puntate di 90° Minuto trasmesse dalla TV elvetica. Proprio il “Bell’Antonio” da saggio capitano si rende disponibile in prima persona ad assistere il neocompagno di squadra in questa sua nuova esperienza italiana: “Tu venire con me e andare in albergo, io dopo passare prendere te per allenamento” mentre il Turco di Svizzera senza idioma ascoltava in orientale silenzio. Fino a quando arrivò l’invito a presentarsi in tv dove iniziò a parlare in italiano suscitando lo stupore di Cabrini forse paragonabile a quello che lo stesso Antonio visse in prima persona al Berbaeu dopo aver calciato fuori il rigore alla sinistra di Schumacher: “Mi hai preso in giro tutto ‘sto tempo? Ma tu parli italiano meglio di me!” Bologna diventa la seconda casa di Kubilay, per alcuni versi la sua Xanadu dove poteva sentirsi di diritto il Gran Khan di un impero le cui fondamenta, però, in quel preciso frangente, stavano scricchiolando non per cospirazioni di palazzo o invasioni barbariche ma per la crisi che avrebbe portato il glorioso Bologna FC al fallimento e il suo imperatore a cercarsi un nuovo regno.

Lecce, Cagliari o Galatasaray? La scelta avvenne in una manciata di secondi. Istanbul, la terra che richiama alla mente quell’odissea vissuta in treno dai propri genitori trent’anni prima; la Turchia, il paese in cui quel cognome tanto esotico (e forse proprio per questo mai del tutto amato dai tifosi della sua stessa nazione) sarebbe stato accolto e celebrato dagli incessanti canti che riecheggiano nella bollente arena dell’Ali Sami Yen. Ma anche i tanti timori che preoccupavano la mente di Kubilay che aveva respirato l’ultima volta l’atmosfera di Istanbul ben quindici anni prima ed i cui ricordi legati a quell’esperienza erano in parte sbiaditi. Il tempo del ritiro bagagli in aeroporto e l’accoglienza dei tifosi del “Gala” bastano per rinverdire quell’entusiasmo e quel richiamo di casa mai sopito grazie ai racconti dei nonni e dei genitori.

In Svizzera un legame di nascita e di passaporto. In Turchia un legame di sangue, arricchito dalla vita quotidiana, dall’atmosfera, dagli odori, dai rumori e in parte dalla confusione che solo chi ha vissuto in una città unica nel suo genere come Istanbul può dire di sentire propri.

E quale scenario migliore per sentirsi nuovamente sovrano se non quello di tentare per la prima volta in carriera conquiste importanti che si addicono alla figura di chi è nato con un nome che, ora più che mai, rievoca mirabili conquiste impresse nella storia? Il Gran Khan nella capitale dell’Impero Ottomano: palese bestemmia storica? Non proprio, se è altresì storicamente provato come l’Impero della Sublime Porta sia erede diretto delle tribù turco-mongole dell’Asia centrale che ad Oriente diedero vita all’Impero Mongolo di Gengis Khan e, successivamente, del nipote Kubilay Khan (nomen omen, direbbe qualcuno). Un assioma, invece, se consideriamo come ad animare gli animi del popolo del Galatasaray ci fosse all’orizzonte un’imminente campagna in Terra d’Albione ritenuta una sfida che, in caso di remoto successo, sarebbe entrata di diritto nei libri di storia. 20 ottobre 1993, stadio “Old Trafford”: Manchester United e Galatasaray si giocano il passaggio del turno in Champions’ League. Kubilay Türkyılmaz guida l’attacco turco, affiancato da un giovane Hakan Şükür contro Schmeichel, Cantona, Pallister e Hughes; la forza d’urto degli inglesi in meno di un quarto d’ora è devastante: un 2-0 in appena tredici minuti firmato da Robson e dall’autorete proprio di Hakan Şükür su azione di calcio d’angolo, quasi a dimostrare come la battaglia rischiasse di tradursi anticipatamente in un’umiliante resa incondizionata. Ma la storia insegna come spesso le grandi imprese militari siano frutto del riscatto dopo un rovescio subìto, quasi un’orgogliosa reazione che ti consente di rialzare la testa nello stesso istante in cui il tuo avversario ritiene di averti inferto il colpo di grazia. Minuto 16: Arif Erdem fulmina Schmeichel da fuori area e riporta il Galatasaray dall’inferno al purgatorio. La strada verso il paradiso (e la storia) invece la traccia Kubilay: questa volta il Turco tra i turchi con una doppietta umilia da solo l’undici di Alex Ferguson per un 3-2 che resiste fino al gol di Eric Cantona per il definitivo 3-3, punteggio che con lo 0-0 del ritorno qualificherà comunque il Galatasaray a spese dello United.

Turco in Svizzera, svizzero in Turchia o turco in Turchia? “Non so se sono stato accettato per quello che sono o per quello che ho fatto. Ho giocato per la maglia rossocrociata segnando a Wembley contro l’Inghilterra e parlo in dialetto oggi quando vado al bar con gli amici.” Pensieri e parole di Kubilay Türkyılmaz, lo svizzero con il nome da sovrano d’Oriente e madrelingua italiano dalla cadenza lombarda.

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KEITH MOON: il batterista burlone.

di ANDREA PELLICCIA

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A quarant’anni dalla morte ricordiamo il leggendario batterista degli Who, protagonista non solo di straordinarie performance sul palco ma anche di scherzi memorabili (e costosi)

 

“Tutto quello che vi hanno raccontato su Keith Moon è vero.

E vi hanno raccontato solo un decimo dei fatti.”

Alice Cooper

 

La limousine avanzava lentamente, incolonnata nel traffico delle auto dirette nella zona dell’aeroporto di Los Angeles. L’autista volse lo sguardo allo specchietto retrovisore interno: aveva visto aprirsi lo sportellino che separa la cabina di guida dallo spaziosissimo vano riservato ai passeggeri.

A fare capolino era il viso di un giovanotto con i capelli a caschetto. – Senta, dobbiamo tornare con urgenza in albergo – disse con tono asettico. – Ho dimenticato una cosa.

L’autista deglutì, si era reso subito conto delle implicazioni che avrebbe comportato quell’imprevisto. Si sforzò di mostrarsi calmo. – Signore, ho il dovere di informarla che se torniamo indietro, con tutta probabilità perderete il vostro aereo.

Il ragazzo sbuffò. – Al diavolo l’aereo, chi se ne frega se arriveremo tardi per il concerto. Torniamo in albergo.

L’autista attese pochi secondi, sperando che qualcuno dei passeggeri lo convincesse a rinunciare alla sua richiesta. Ma dal retro non arrivò nessuna voce.

– Come desidera, signore – disse, infine, rassegnato, prima di imboccare l’uscita che li avrebbe riportati al punto di partenza.

Non ci volle molto per fare ritorno in albergo, il traffico era in direzione opposta. – Ecco fatto, quasi me ne dimenticavo! – esclamò il ragazzo mentre rientrava in auto visibilmente soddisfatto.

Si era fatto ridare le chiavi della stanza, era risalito, aveva staccato il televisore dalla presa di corrente e lo aveva scaraventato nella piscina sottostante.

Keith Moon, il batterista dei The Who, uno dei maggiori gruppi rock di tutti i tempi, è il protagonista di questo gesto ricordato da Roger Daltrey, il cantante della band: gli altri componenti sono Pete Townshend (chitarrista e compositore della maggior parte delle canzoni) e John Entwistle (bassista). Keith non era certamente nuovo ad atteggiamenti sopra le righe; i suoi eccessi si manifestavano soprattutto nel corso dei soggiorni nei costosissimi alberghi riservati a lui e alla band nelle tournée in giro per il mondo.

Il lancio del televisore dalla finestra dell’albergo era il suo “sport” preferito. Ma ne ha combinate anche molte altre. Ha distrutto la maggior parte delle camere d’albergo in cui ha alloggiato. Ha guidato una Cadillac nel giardino di un albergo finendo intenzionalmente dentro la piscina. Ha distrutto un letto con il materasso ad acqua mentre provava a farlo entrare in un ascensore. Ha terrorizzato gli abitanti di diversi villaggi della Gran Bretagna attraversandoli a bordo di un’auto e gridando da un megafono che era in arrivo un’inondazione o un’invasione di serpenti velenosi.

È considerato il più grande burlone della storia del rock: si stima che nella sua “carriera” abbia provocato danni per un ammontare superiore ai 500.000 dollari . Ma faremmo un torto enorme se lo ricordassimo solo per questo.

Keith Moon è stato soprattutto uno dei più straordinari batteristi della storia del rock. Se gli Who sono considerati una delle più grandi band di tutti i tempi e, secondo il mio modesto parere, la migliore insieme ai Led Zeppelin nelle esibizioni dal vivo, buona parte del merito va attribuita all’incredibile mix di talento, creatività e tecnica di Keith Moon. È stato uno dei primi batteristi rock a utilizzare la doppia cassa, diventata in seguito uno dei “marchi di fabbrica” dell’heavy metal, ed è considerato il maestro di molti batteristi delle generazioni successive.

La rivista Rolling Stone l’ha posizionato al secondo posto tra i migliori batteristi di tutti i tempi. Al primo posto c’è John Bonham dei Led Zeppelin. E con John Bonham condivide la tragica sorte della morte prematura.

Keith Moon è morto esattamente quarant’anni fa, il 7 settembre 1978, a soli 32 anni. La causa più probabile un’overdose di farmaci. John Bonham è morto due anni dopo.

 

“Spero di morire prima di diventare vecchio”. Pete Townshend l’ha scritto, Keith Moon l’ha messo in pratica.

WILLIAM CHALMERS e una Juventus da … record !

di REMO GANDOLFI

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E’ una storia strana.

Particolare e pazza.

E’ la storia di William Chalmers.

“Billy” Chalmers è un allenatore scozzese quasi sconosciuto che dopo una dignitosa carriera in squadre come il Newcastle e il Notts County intraprende la carriera di allenatore.

Ed è su una panchina che lo troviamo pochissimi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Una panchina tutt’altro che prestigiosa e ambita: quella del Ebbw Vale, piccola squadra del Galles.

Con risultati discreti ma non certo eclatanti.

Questo accade nella stagione 1947-1948.

In quella successiva invece William “Billy” Chalmers si andrà invece a sedere su un’altra panchina e non in Galles, in Inghilterra o nella sua Scozia natia.

No.

Andò in Italia.

Sulla panchina della Juventus.

Avete letto bene.

JUVENTUS.

La squadra della famiglia Agnelli che, dopo quasi un lustro di sconfitte e umiliazioni in serie inflitte dai concittadini del Torino, decide di affidarsi ad un Manager proveniente dalla terra che il calcio lo aveva inventato.

La leggenda (o almeno una delle leggende …) racconta che fu proprio il giovane rampollo Gianni a prendere questa decisione sull’onda dell’entusiasmo e dell’ammirazione che avevano suscitato in lui i “maestri inglesi” capaci di annichilire la Nazionale Italiana di calcio con un perentorio 4 a 0 pochi mesi prima.

Ora, che esistessero nella terra d’Albione almeno un centinaio di allenatori più accreditati (e capaci) del povero Chalmers è un dato di fatto assolutamente inconfutabile.

E che la scelta del giovane Agnelli sia stata quanto mai bizzarra lo è altrettanto.

Chissà, probabilmente il fatto che Chalmers fosse nato nello stesso  paesino scozzese (Bellshill, ad uno sputo da Glasgow) che diede i natali a Sir Matt Busby (per quei pochissimi che non lo sapessero è colui che portò il Manchester United di Best, Charlton e Law sul tetto d’Europa nel 1968) potrebbe aver mandato in confusione il povero Gianni.

Fatto sta che in quella stagione “la vecchia signora” si affidò a questo carneade per tentare di contrastare lo strapotere di quella che fu con ogni probabilità la squadra di Club più forte che si sia mai vista cimentarsi nel gioco del Foot-ball nel nostro Paese: il grande Torino di Valentino Mazzola, di Gabetto, Bacigalupo e Loik.

Come andò a finire è facile immaginarlo.

Il Torino (colpito sul finire di quella stagione dalla tragedia di Superga) vinse comunque quel campionato.

La Juventus si piazzò al 4° posto e Chalmers, oltreché a lasciare un ricordo indelebile in Boniperti e compagni per i suoi stravaganti metodi di allenamento (amava far allenare i suoi giocatori anche nei corridoi dei treni o nelle hall degli alberghi) entrò comunque nella storia della Juventus.

Non per meriti sportivi, tutt’altro.

Ma come l’unico allenatore nella storia dei bianconeri ad aver giocato almeno due derbies “della Mole” ed essere riuscito a perderli entrambi !

Un record.

E, come se non bastasse, nella stagione successiva la Juventus vinse lo Scudetto … con un allenatore inglese sulla panchina, Mr. Jesse Carver.

“Ad minchiam sarà lei !” parola di FRANCO SCOGLIO

di DIEGO MARIOTTINI

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Poteva risultare simpatico o meno. Come allenatore poteva piacere o non piacere, ma di certo la sua non è stata una figura confusa nella massa. In quella massa indifferenziata che popola il mondo del calcio e che fa del conformismo una regola non scritta ma strettamente osservata. Franco Scoglio non era affatto così. In quell’ambiente spesso tiepido, opportunista, stereotipato, lui somigliava soltanto a se stesso. Nel modo di parlare, nel suo intendere il gioco del calcio. Nel guardare con attenzione dove altri il più delle volte si girano dall’altra parte. Nell’esprimersi in modo anche duro e perentorio ma almeno chiaro, netto, lontano da quei “vedremo” o da quei “chissà” che fanno da leitmotiv a milioni di interviste insulse. Se altri dicono che “si vince in 11 e si perde in 11”, Franco Scoglio spiegava sempre il motivo. Perché non amava le definizioni generiche, il comunicare o il giocare “ad minchiam”, come talvolta era solito dire quando qualcosa o qualcuno non gli andava a genio.

IN DIRETTA TV. Franco Scoglio muore a 64 anni il 3 ottobre 2005, mentre parlava anzi litigava di calcio in televisione. Durante un’accesa (ma civile) discussione televisiva con il presidente del Genoa Enrico Preziosi, Scoglio avverte un malore improvviso e crolla dalla sua sedia. La trasmissione viene immediatamente sospesa, si procede ai soccorsi ma ogni azione risulta vana. “Morirò parlando del Genoa”, aveva detto qualche tempo prima, tra il serio e il faceto, a un amico. Un presagio, forse. La sorte gli dà ragione. Quella ragione che in ogni dibattito Scoglio vuole, quasi pretende. Perché è un duro, un assolutista, uno che nell’andare controcorrente vive di sue certezze e di idee personali da concretizzare. Francesco Scoglio, detto Franco, nasce a Lipari nel 1941. Negli anni 60 si laurea in Pedagogia e poco dopo insegna a Palmi, in Calabria, presso un Istituto Agrario. Nel mentre, gioca a calcio a discreti livelli. Ha una breve esperienza in campo con la Palmese, ma in realtà ha altro in mente. Vuole fare l’allenatore, lui è nato per insegnare. Per far giocare, più che per giocare. Quando si mette in testa qualcosa, è difficilissimo spostarlo di un millimetro. Tant’è che a poco più di 30 anni Franco Scoglio è un allenatore. Lo ha deciso e lo ha fatto. Ha a che fare con i ragazzi della Reggina, anzi, a ben vedere sono loro che hanno a che fare con lui. Lo chiamano “il professore”. Del resto, lui non avrà un carattere facile ma non è certo uno che usurpa titoli.

GLI INIZI. Nel 1973 allena in serie D, a Gioia Tauro. La Gioiese fa un ottimo campionato ma il secondo posto nel girone non dà la promozione. Al posto della Gioiese passa il Messina, quello stesso Messina che l’anno successivo lo chiama in panca. Scoglio sale così di categoria e nel campionato 1974/75 allena in serie C. La squadra dello Stretto termina al sesto posto giocando un buon calcio, ma l’allenatore (guai a chiamarlo mister) non viene riconfermato. Eppure la squadra vince il derby dello Stretto sia all’andata sia al ritorno. Forse è questione di chimica fra le parti. Il professore è bravo, ha competenza, ma andarci d’accordo è faticoso e di norma i presidenti amano figure più comode. L’anno dopo Scoglio è sulla panchina dell’Acireale. Stavolta retrocede ma la società non lo manda via. Lo manda via a metà della stagione successiva. Da qui un girovagare per l’Italia (C1, C2, Interregionale) quasi decennale. Poi nel 1984, il ritorno in pianta stabile a Messina. Il suo lavoro e il suo credo tattico sta finalmente dando frutti. È duro, ma con i giocatori è anche disponibile al dialogo e al confronto. A modo suo, s’intende. Convince la squadra che nel calcio moderno ci vuole sacrificio negli allenamenti, prove e riprove sulle diagonali e sulle palle inattive.

TATTICA, NON CHIACCHIERE. Fa suo il concetto di zona “sporca”, un misto di marcatura a uomo e a zona. È attento osservatore della tattica in altri sport, saccheggia in modo appropriato schemi di gioco dal basket e perfino dal rugby. Va oltre il senso comune di circolazione della palla. Nel 1985 si concede il lusso di battere la Roma in Coppa Italia. Il primo anno sfiora la promozione in B, nel 1986 la ottiene. È il primo a credere nelle capacità di un ragazzo palermitano con occhi spiritati e senso del gol, Salvatore Schillaci. Il secondo a crederci sarà Zeman. Due campionati di media classifica in B e poi Scoglio lascia Messina. Conosce Genova ed è amore a prima vista, la sponda è quella rossoblù. Un amore ricambiato, anche perché al primo tentativo il Genoa è promosso in serie A. Alla soglia dei 50 anni, dopo essersi spostato in continuazione da nord a sud della Penisola, Franco Scoglio entra nel calcio che conta e, a suo modo, diventa un personaggio. Le sue interviste rompono gli schemi usuali della comunicazione sportiva. È un uomo schietto e, come spesso avviene, non c’è nulla di più rivoluzionario (e fastidioso) della sincerità. A volte farebbe bene a non tracimare nella brutalità, ma lui è comunque un allenatore che pensa chiaro e parla chiaro. E se si riesce a superare un primo impatto che lo fa apparire presuntuoso, ci si accorge che non è uno che parla “ad minchiam”. La serie A è dura e rimanere a galla, specie se non si è stati calciatori professionisti noti al grande pubblico, è impresa per allenatori tenaci e corazzati. Per affrontare la massima categoria arrivano dal Sudamerica Aguilera e Perdomo. Il primo si dimostra un ottimo giocatore, l’altro no. Nella visione di gioco di Scoglio, Perdomo dovrebbe essere il perno più avanzato di un rombo difensivo composto anche da Signorini, Torrente e Caricola. In pratica, il giocatore davanti alla difesa. Una sorta di Pirlo ante litteram, per come la vede il Professore. L’idea c’è, il calciatore meno. In ogni caso, il Genoa arriva all’undicesimo posto e si salva senza particolari patemi.

“UNO DI NOI”. Si viene a formare il primo nucleo della squadra che con Osvaldo Bagnoli stupirà un intero continente nell’European Tour 1991/92 (semifinalista di Coppa UEFA). C’è Eranio, c’è Signorini, c’è Ruotolo. Il ceco Skuhravy arriva dopo Italia ’90 a fare coppia d’attacco con Aguilera. Nel ’90 Scoglio va a Bologna ma dura solo 6 partite. La squadra non è all’altezza e cambiando l’ordine degli allenatori la retrocessione non cambia. Anzi, non si evita. Nulla può neppure Gigi Radice, che prende il posto di Scoglio dalla settima d’andata. In seguito il Professore allena anche Udinese, Lucchese, Pescara, Torino, Cosenza e Ancona. Nel 1993, a sbornia europea consumata per i rossoblù, torna sulla panchina del Genoa. Obiettivo salvezza, stavolta. Mission impossible, adatta soltanto a Tom Cruise? Neanche per sogno, la squadra si salva e per la curva Scoglio diventa “uno di noi”. E lo rimarrà per sempre, anche dopo che il tecnico sarà stato esonerato alla decima giornata del campionato 1994/95. Alla fine del millennio Franco Scoglio vive un nuovo amore calcistico, l’Africa.

TRAMONTI D’AFRICA. Tra il 1998 e il 2000 allena la Nazionale della Tunisia. I risultati sono buoni: un quarto posto nella Coppa d’Africa del 2000 e la qualificazione al campionato mondiale del 2002 sono risultati tangibili. Poi allena la Libia, oggi non sarebbe il caso, vista la situazione politica “post Gheddafi”. L’ultima esperienza su una panchina Scoglio la vive a Napoli nella stagione 2002/2003. È una piazza difficile e la città vive un momento ancor più complicato. La squadra è in serie B e non c’è tempo per teorizzare il calcio dell’avvenire. In mancanza di risultati positivi, l’esonero arriva prima dell’inizio del girone di ritorno. Una volta terminata la carriera da allenatore, il Professore fa il commentatore televisivo per molte reti televisive italiane (da ultimo a Controcampo su Italia 1), ma anche all’estero (opinionista per Al-Jazeera). I suoi giudizi netti e trancianti, sciorinati sul filo dell’arroganza concettuale, non lo rendono simpatico a tutti ma negare la qualità del ragionamento sarebbe impresa dura. Negli ultimi anni della sua vita Franco Scoglio insegna all’Università di Messina. Non è tornato a Lipari, ma le Eolie sono piuttosto vicine. L’Ateneo siciliano gli affida la cattedra di Teoria, tecnica e didattica del calcio per il corso di laurea di Scienze Sportive e Motorie. La sera del 3 ottobre 2005 il Professore si trova negli studi di Primocanale, tv locale genovese. Con lui c’è anche Claudio Onofri, bandiera del Genoa negli anni 70 e 80. A Scoglio la gestione Preziosi non piace affatto e, tanto per cambiare, al diretto interessato non la manda a dire. All’improvviso si accascia all’indietro sulla poltrona dove è seduto. I presenti in studio pensano che sia uno scherzo, sta morendo. La sua profezia “Morirò parlando del Genoa” in effetti si avvera. Un privilegio riservato a lui e a Socrates (“Vorrei morire di domenica, nel giorno in cui il Corinthians vince il titolo”). Mica a gente “ad minchiam”.

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IL MURO E LA COCCINELLA

di CRISTIAN LAFAUCI

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Secondo il Talmud , uno dei testi sacri della religione ebraica , ogni epoca conosce 36 uomini dalla cui condotta dipende il destino dell’umanità , uomini che anche nei momenti più bui e nefasti della storia , con le loro azioni permettono che il mondo non sprofondi irrimediabilmente nelle tenebre ; questi uomini vengono chiamati ” giusti ” . La vicenda che andremo a raccontare non coinvolge il popolo ebraico , ma il termine pare davvero appropriato nei confronti di ciò che i due protagonisti hanno compiuto . Lo scenario è la Jugoslavia d’inizio anni 90 ; Tito , l’unico uomo capace di tenere insieme questi popoli , è morto nel 1980 , da allora è stata una lenta escalation che ha soffiato sul fuoco dei vari nazionalismi regionali , fino a portare nel 1991 , l’apertura delle ostilità militari , facendo sprofondare il paese in una sanguinosa guerra civile . Prima la Slovenia , poi la Croazia e quindi la Bosnia , ormai tra i vicini di un tempo ci si spara , il passato , anche se così recente , sembra essere svanito , ha fatto posto all’odio cieco e totale ed alla violenza brutale e indiscriminata .

Questo clima di follia non ha risparmiato nessuno , dalla gente comune a persone famose e conosciute , persino Drazen Petrovic e Vlade Divac , celebri e titolati campioni di basket che vinsero tutto sotto le insegne della Jugoslavia unita ed erano legati da una profonda amicizia , ormai non si rivolgono neanche più la parola . Per Drazen , di origine croata , Vlade non è più quel fraterno amico che era fino a poco tempo prima , ma è soltanto un serbo , quindi un nemico . Sarajevo prima della guerra era considerata un’isola felice , perfetto esempio di integrazione tra le varie etnie che si trovavano in Bosnia ; fiore all’occhiello dell’utopia creata da Tito , la gente raccontava che contemporaneamente si poteva sentire il suono delle campane di una chiesa , proprio mentre i mussulmani si recavano alla moschea per la preghiera . Ora quella Sarajevo non esiste più , ma è diventata una città sotto assedio , si combatte per le strade e ci sono cecchini ovunque . Chi ha potuto è scappato , mentre per chi è rimasto la vita è durissima , anche andare a fare la spesa o uscire a prendere una semplice boccata d’aria può voler dire restare coinvolti in uno scontro a fuoco tra opposte fazioni , o essere colpiti da una granata , ma anche finire nel mirino di un cecchino .

Tuttavia , in quell’immenso dramma , due uomini decisero che la priorità era restare umani , fare qualcosa pur di marcare le distanze con la barbarie che imperversava intorno . Il primo si chiama Zdravko Grebo ex è un noto professore universitario di Sarajevo ; nell’inferno del ’92 , pochi mesi dopo l’inizio dell’assedio alla città , decide di fondare una stazione radiofonica indipendente , chiamata Radio Zid ( muro ) . L’intento è chiaro : oltre a tenere informata la popolazione civile su quanto avviene in città e nel mondo , oltre ad offrire un minimo di svago ed evasione con un poco di musica , si tratta anche di preservare una sorta di cultura urbana della città . Grazie all’aiuto di amici e di qualche membro delle nazioni unite presente sul posto, Zdravko e i suoi collaboratori riescono a reperire il materiale ed i supporti necessari per andare in onda . Nonostante la guerra , le bombe , la paura , ma anche gli inconvenienti tecnici come le interruzioni di elettricità , Radio Zid è sempre in onda , 24 ore su 24 , talvolta Zdravko e la sua squadra sono costretti a rischiare la loro incolumità tra le cannonate e i cecchini appostati pur di recarsi in radio , o devono dormire e restare in sede poiché tornare alle proprie abitazioni sarebbe troppo pericoloso , ma nessuno li smuove dal loro dovere , dalla loro missione ; stanno combattendo una personale guerra alla guerra , alla follia di quei giorni , con il loro contributo cercano di dare alla popolazione vittima quanto loro di quella bestialità , una speranza , una parvenza di normalità , il sapere che ci sta qualcuno come loro che non si rassegna a quell’orrore quotidiano .

Si parla di tutto attraverso i microfoni di radio Zid : dell’assedio a Sarajevo , della situazione in Bosnia , ma anche di ciò che avviene all’ estero , della vita di ogni giorno . Viene criticato quel nazionalismo responsabile di quella enorme tragedia umana che si sta vivendo , e neppure il presidente bosniaco Itzebegovic viene risparmiato da critiche . In poco tempo questa radio diventa un punto d’incontro virtuale , una sorta di quotidiana resistenza al terrore ; quando le linee telefoniche sono funzionanti la gente della città telefona , interviene , raccontano le loro storie , ed anche se l’assedio prosegue viene rotto l’isolamento , i cittadini sentono di non essere più solo , si fanno simbolicamente forza gli uni con gli altri . Spesso intervengono in collegamento artisti ed intellettuali che vivono in altri paesi dell’ormai ex Jugoslavia , e da questo punto di vista l’assedio è ormai rotto , a chi con le armi vuole dividere i popoli , gli uomini che agiscono con il cuore , il cervello e la cultura creano ponti , gli uomini liberi appunto vanno oltre i conflitti e cercano il dialogo , la discussione , il confronto e agiscono in termini di propositivita’.

Molti giornalisti e volontari stranieri che si trovano in città per seguire il conflitto , passano dalla radio portando solidarietà ma anche notizie e cd musicali , contribuendo così ad ampliare l’archivio sonoro di radio Zid . Musica , tanta musica , per evadere e non sentire il suono di bombe e proiettili , ma non solo . Nei mesi più freddi , quando i bambini non possono raggiungere le scuole , la radio improvvisa una sorta di scuola invernale virtuale grazie a microfoni ed etere ; anche l’Unicef da una mano all’idea creando un programma interamente dedicato a loro , dove appunto i piccoli abitanti di Sarajevo sono invitato negli studi a raccontare liberamente le loro esperienze di vita e a recitare poesie . L’emittente diventa un punto di riferimento anche per la scena musicale del posto , grazie ad essa si sviluppa e cresce un nuovo stimolo a fare musica , che sia rock , hip hop , grunge o punk poco importa , quello che conta è che anche se per poco , chitarre e amplificatori sostituiscono mitragliatrici e granate .

Diverse nuove band si ritrovano in cantine abbandonate o in rifugi antiaerei per provare e registrare i loro demo , addirittura tra loro ci sono ragazzi che si mettono a suonare durante le soste dai combattimenti in prima linea , quindi tutti si recano in radio a portare il proprio demo . Per dare visibilità al panorama musicale cittadino ma anche per dare un segnale , a Zdravko e al suo staff viene una folle e splendida idea ; nel gennaio del 1995 va in scena un concerto / festival dal nome emblematico : rock sotto l’assedio . Nonostante l’opera della radio sia invisa ai vari nazionalismi locali che hanno creato più di un problema a Grebo e ai suoi , l’emittente vanta anche tanti amici ed estimatori , tra cui diversi musicisti esteri simpatizzanti della causa che porta avanti con coraggio radio Zid . E soprattutto da oltre confine arriveranno quegli aiuti e supporti che permetteranno al festival di diventare realtà . Il successo della kermesse è enorme e dai racconti dei presenti emerge che nonostante problemi tecnici e coprifuoco , questo concerto ha rappresentato uno straordinario momento di catarsi collettiva e un forte messaggio politico degli abitanti di Sarajevo : a chi voleva dividere si è risposto stando uniti , oltre ogni differenza ; non si è trattato solamente di musica , ma ha rappresentato uno splendido atto di resistenza alla guerra .

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Il secondo uomo che con la luce del suo cuore spinse più in là l’oscurità di quei giorni , si chiama Predrag Pasic . Predrag a Sarajevo è nato , nel 1958 , è diventato un calciatore professionista , ha giocato nella squadra della sua città , poi in Germania nello Stoccarda e nel Monaco 1860 Predrag è stato anche parte della nazionale Jugoslava e con i plavi ha disputato il mondiale 1982 . Quando Sarajevo sprofonda nella guerra lui è li , un altro nei suoi panni non se lo sarebbe fatto ripetere due volte e avrebbe cercato scampo all’estero , magari un buon contratto come calciatore poteva ancora ottenerlo.. . Ma Predrag non prende neanche in considerazione questa ipotesi , è la sua terra e non ha fatto nulla di male , perché dunque scappare ? Ma proprio perché in fondo lui era nato e cresciuto in quella Sarajevo che aveva fatto di multietnicità e civile convivenza la propria bandiera , e dato che il calcio è il suo mondo , anche lui viene illuminato da una pazza e stupenda idea : fondare una scuola calcio per i bambini della città . Un modo per far evadere anche loro dalle aberrazioni del momento , aperta a tutti , etnie e divisioni restano fuori , in quello spazio ci saranno solo bambini che si divertono e giocano a calcio ; insieme .

 

Pasic paga di tasca sua perché per una settimana tramite radio e manifesti affissi sui muri rimasti in piedi , venga pubblicizzata la sua iniziativa . E il giorno in cui tutto doveva formalmente avere inizio , Pasic era davanti al cancello del campo sportivo , col rischio di prendersi un proiettile da qualche cecchino appostato nei dintorni , ad aspettare i bambini che avrebbero voluto unirsi al progetto del Klub Bubamara ( coccinella ) . Come disse lui stesso in seguito , già trovarsi davanti una decina o una dozzina di bambini da allenare sarebbe stato un successo e un incentivo , invece quel giorno di bambini ne arrivarono circa 300 ! Per motivi di sicurezza gli allenamenti si tenevano nella palestra attigua al campo e in cui Predrag veniva coadiuvato dai ragazzi delle giovanili del Fk Sarajevo . E mentre fuori la guerra non conosceva soste , in quella palestra quei bambini stavano idealmente gettando le basi del post conflitto , e si stavano dando , come è giusto a quell’età , una possibilità insieme , senza differenze ne astio .

Non era facile per nessuno , ne per Pasic che ricevette diverse minacce dai vari nazionalisti che imperversavano nell’area e che mal digerivano chi cercava di unire là dove loro stavano dividendo . Neanche per i bambini del Bubamara fu semplice , infatti per andare ad allenarsi dovevano attraversare ( e lo fecero ogni volta tutti insieme , in gruppo ) un ponte sotto il tiro di mortai e cecchini . Ma qui avvenne il cosiddetto miracolo sportivo , e mai termine fu più azzeccato ; Pasic poté portare avanti il proprio compito , e i piccoli allievi della scuola calcio poterono sempre giungere agli allenamenti e a casa sani e salvi .

Finalmente , nel 1996 , dopo lo smisurato tributo di sangue e sofferenze sulla popolazione , l’assedio di Sarajevo ebbe termine . La situazione con fatica e difficoltà andò poco alla volta normalizzandosi in Bosnia e , pur tra i segni sia tangibili rimasti nella città , che quelli altrettanto indelebili nella memoria della gente , a gradi si ritornò ad una parvenza di normalità . Oggi Sarajevo è una città che pur non avendo affatto scordato le brutalità del recente passato , cerca di guardare avanti e si sta in un delicato equilibrio , riprendendo . Ma ad esempio tra le numerose iniziative di resistenza civile e culturale nate sulla scia di radio Zid , ancora oggi troviamo il Sarajevo film festival , una tra le più interessanti ed apprezzate rassegne cinematografiche europee .

E chi segue il calcio conoscerà sicuramente Edin Dzeko , ottimo attaccante di Manchester City e Roma , tra i più validi in campo internazionale ; Edin è stato uno dei bambini cresciuti nella scuola calcio del Bubamara . Alla fine quindi chi sono Zdravko Grebo e Predrag Pasic ? Qualcuno potrebbe dire eroi , e probabilmente avrebbe ragione…. magari però loro due sarebbero i primi a ridimensionarsi e a definirsi come due semplici uomini nati e vissuti in una Jugoslavia unita , dove non vigevano le spinte fratricide che portarono alla tragedia sotto gli occhi di tutti ; ma dove il motto era : ” Bratstvo i Jedinstvo ” , fratellanza e unità , appunto.

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