LEIVINHA: il più forte calciatore che non avete mai visto.

leivinha palmeiras
“L’unica certezza è che finora non siamo stati neanche lontanamente all’altezza delle aspettative.
Due pareggi, entrambi senza reti ed entrambi tutt’altro che esaltanti.
Non sono certo i risultati che ci si attendono dalla squadra Campione del Mondo !
… ancora meno quando la squadra in questione è il BRASILE.
Quel Brasile che solo 4 anni fa in Messico ha incantato il mondo con il suo calcio offensivo, creativo e spettacolare.
Tanto da far dire a molti “addetti ai lavori” che quel Brasile è stato con ogni probabilità la più forte squadra di tutti i tempi.
Era il Brasile di Pelé.
Pelé che in quel mondiale, alla soglia dei 30 anni, raggiunse probabilmente la vetta più alta della sua meravigliosa e ineguagliabile carriera.
Era il Brasile dei cinque “n° 10” schierati contemporaneamente in campo.
Jairzinho con il 7, Gerson con l’8, Tostao con il n° 9, Pelé (ovviamente !) con il 10 e Rivelino con l’11.
Tutti loro, nelle rispettive squadre di club, giocavano con il n° 10, il numero che in Brasile si da al giocatore più talentuoso della squadra.
Alla faccia di tutte le alchimie tattiche e i discorsi sugli equilibri difensivi e offensivi, su quelli tra la tecnica e la corsa.
Adesso, a distanza di 4 anni, siamo qua in Germania con un titolo da difendere.
Di quel magico quintetto sono rimasti solo Jairzinho e Rivelino. 
Ma non sono certo quelli di 4 anni fa.
Jairzinho ha perso quello spunto bruciante del Mondiale messicano e Rivelino è ora in cabina di regia ma anche per lui gli anni iniziano a farsi sentire.
Sono i nostri leaders e sono ancora grandi campioni.
Ma la differenza non la fanno più.
Due pareggi, all’esordio contro la Jugoslavia e poi contro la Scozia.
Due partite giocate sotto una pioggia incessante che non ci ha certo aiutato.
Io gioco in attacco, a fianco di Jairzinho.
E’ su noi due che ricade la responsabilità di fare gol.
E finora abbiamo fallito.
Oddio, non ci sono andato poi così lontano ! Contro la Scozia ho colpito la traversa con un gran tiro al volo … e probabilmente sta ancora vibrando adesso !Ma di gol … neppure l’ombra.
Mario Zagalo è un grande allenatore, ed una eccellente persona.
Continua a farci coraggio, a dire che il top della forma è vicino, di avere pazienza e i che i gol arriveranno e con loro quella fiducia in noi stessi di cui abbiamo terribilmente bisogno … e che sembra sparita chissà dove dopo le prime due opache prestazioni.
Il problema è che stiamo giocando senza un vero centravanti.
Non lo è Jairzinho e non lo sono neanch’io.
Nel Palmeiras, la mia squadra di Club, gioco alle spalle di un vero centravanti come Ronaldo o Cesar “Maluco”. (e con un genio come Ademir Da Guia in cabina di regia !)
E invece qui in Germania un vero centravanti non l’abbiamo.
E facciamo fatica a creare occasioni.
Una fatica tremenda.
Conquistiamo palla, Rivelino è il catalizzatore del nostro gioco, Jairzinho ed io proviamo ad attaccare gli spazi arrivando da dietro ma … non c’è nessuno a fare da punto di riferimento, capace di farci “salire” o fungere da appoggio.
Ma Zagalo continua a dirci che le cose cambieranno … e presto.
Per fortuna la prossima partita, l’ultima del girone di qualificazione, la giocheremo contro la matricola Zaire, prima rappresentante del calcio africano in un campionato del mondo.
Lo Zaire ne ha presi 9 dalla Jugoslavia !
A noi ne basteranno 3 per passare il turno.
Insomma … proprio la partita di cui abbiamo bisogno per sbloccarci.

E allora basterà aspettare domani, alle ore 16.00 del 22 giugno 1974.
… quando, speriamo, inizierà davvero il nostro mondiale.”

Joao Leiva Campos Filho “LEIVINHA”  di quel mondiale giocherà ancora la bellezza di un quarto d’ora scarso.
Si, perché nella partita con lo Zaire, una uscita folle e sconsiderata del portiere africano gli costerà un grave infortunio al ginocchio che gli precluderà la possibilità di giocare anche solo un altro minuto di quel Mondiale in cui un Brasile non certo trascendentale finirà la sua corsa in semifinale contro la meravigliosa Olanda di Cruyff e compagni.
Leivinha, che è lo zio di Lucas Leiva della Lazio, è stato un calciatore straordinario.
Purtroppo lo conoscono in pochissimi.
Ed è una grande ingiustizia.
Una tecnica sopraffina, eccellente con entrambi i piedi, veloce ma con due peculiarità assolute; una strabiliante abilità nel gioco aereo ( nonostante con i suoi 176 cm non fosse certo un gigante !) e la sua “bicicleta”, resa famosa diversi anni dopo dal suo connazionale Robinho ma della quale pare che l’inventore o quantomeno il primo vero “utilizzatore seriale” sia proprio stato il biondo rifinitore brasiliano. (vedere nel filmato allegato)

Leivinha inizia nel piccolo Club del Linense prima di passare al Portuguesa, squadra di prima divisione Brasiliana.
L’inizio è folgorante. 
Gioca 31 partite e segna la bellezza di 37 gol.
A quel punto tutte le più grandi squadre brasiliane e di mezzo Sudamerica sono sulle sue tracce.

Alla fine la scelta cade sui “Verdao” del Palmeiras, anche conosciuti come la “Palestra Italia”, in quanto fondata nel 1914 da emigrati italiani in seguito ad una tourné in Brasile di Torino e Pro Vercelli, squadra emergente del calcio brasiliano che nelle sue fila annovera campioni di assoluto valore come il biondo regista Ademir da Guia (il cui unico difetto è stato quello di essere … il 6° più forte numero 10 dei primi anni ’70 !), il portiere Leao che giocherà con il Brasile i mondiali del 1974 e del 1978 e del fortissimo difensore centrale Luis Pereira che con Leivinha condividerà la fantastica esperienza spagnola nell’Atletico Madrid.
Con il Palmeiras vincerà il campionato nazionale brasiliano del 1972 e del 1973.
Nel 1972 c’è l’esordio in Nazionale.
E’ in un torneo giocato in Brasile in quello stesso anno che Leivinha mostra appieno tutte le sue doti.

E’ il momento del “passaggio generazionale”.
Pelè e Tostao sono ormai al tramonto e Leivinha si sta affermando come quel calciatore moderno e completo che pare perfetto per restare ai vertici di un calcio che in Europa vede il calcio rivoluzionato dal meraviglioso Ajax di Cruyff, Neeskens, Krol e Rep e di li a poco dalla Nazionale Olandese, con Rinus Michels profeta della più grande trasformazione nel modo di interpretare il calcio dai tempi della grande Ungheria del 1958 di Puskas e Hidegkuti.
Arrivano i mondiali del 1974 in cui Leivinha pare pronto a recitare una parte da prim’attore.
E’ uno dei pochissimi che si salva nella fase iniziale. 
L’altro è il brillante terzino Francisco Marinho, autentica rivelazione di quel Mondiale, che con le sue scorribande sulla fascia sinistra e la sua zazzera bionda fece innamorare rispettivamente addetti ai lavori e migliaia di teenagers.
Ma la sfortuna, che accompagnerà la carriera di Leivinha per tutto il resto della carriera, manda i suoi primi segnali proprio in quell’edizione dei Mondiali.
Con lo Zaire arriva il primo brutto infortunio che gli impedirà di giocare il resto di quell’edizione dei Mondiali e lo terrà ai box per diversi mesi.
L’anno successivo, nel 1975, arriva la svolta della sua carriera; al termine dell’allora prestigiosissimo torneo precampionato “”Ramon Carranza” che si disputa a Cadice e che soprattutto allora vedeva la partecipazione delle più grandi squadre di Club del Mondo, dove Leivinha giocò a livelli sublimi (e segna un memorabile gol al Real Madrid).
In Spagna, a differenza dell’Italia, le frontiere sono già aperte e in quel momento nella Liga ci sono tanti tra i più grandi giocatori del Mondo.
C’è il Barcellona “Olandese” di Sua Maestà Johann Cruyff con il fedele scudiero Neeskens, c’è il Real Madrid (che vincerà il campionato in quella stagione) dei tedeschi Netzer e Breitner.
La risposta della terza forza del campionato spagnolo, l’Atletico Madrid allenato da un giovanissimo Luis Aragones, non si fa attendere; i “Materassai” della capitale decidono di far spesa in Brasile: arrivano il difensore centrale Luis Pereira e proprio Leivinha.
L’acquisto di Luis Pereira e di Leivinha è rocambolesco.
Si era appena concluso il famoso torneo Carranza, vinto dal Palmeiras e con Leivinha sugli scudi per le sue prestazioni e per il fantastico gol al Real Madrid.
Sull’aereo che riporta i giocatori “Verdao” a San Paolo ci sono anche il vice-presidente dell’Atletico Madrid Santos Campano e il medico sociale Dr. Ibanez che stanno andando in Brasile a verificare le condizioni del probabile neo-acquisto dei Colchoneros, il centrocampista brasiliano Ivo Ardais.
Si accorgono allora che sull’aereo con loro ci sono anche Luis Pereira e Leivinha.
A quel punto Santos Campano si avvicina ai due e a bruciapelo butta lì un “ma a voi due piacerebbe giocare nell’Atletico Madrid ? Il si di Pereira e Leivinha è perentorio. I tre, insieme al Dr. Ibanez scendono dall’aereo, trovano a San Paolo un laboratorio dove improvvisare una estemporanea visita medica. 
Dopo poche ore i 4 sono su un altro aereo … quello che però sta facendo il tragitto inverso, da San Paolo a Madrid dove, di li a pochi minuti dalla chiusura delle registrazioni per l’imminente campionato spagnolo, i due firmeranno per l’Atletico.
L’impatto alla prima apparizione in campionato, è devastante; un 4 a 1 al Salamanca con un tripletta di Leivinha. 

Il repertorio è quello dei grandi attaccanti; stacco imperioso e zuccata vincente, azione di rimessa palla al piede dopo aver saltato il portiere in dribbling palla in rete da un angolo quasi impossibile. Il terzo è il classico gol di opportunismo da navigato attaccante.
La stagione di Leivinha è da incorniciare; 18 gol in 31 partite e il secondo posto nella classifica marcatori, dietro il bomber Quini (famoso anni dopo per essere stato vittima di un rapimento mentre giocava nelle file del Barcellona).
Leivinha gioca nel suo ruolo preferito, da trequartista con libertà di muoversi su tutto il fronte di attacco inserendosi da dietro con il suo eccellente tempismo.
La stagione successiva arriva all’Atletico Madrid il forte centravanti argentino Ruben Cano, che poi prenderà la nazionalità spagnola e contenderà per qualche anno il posto di n° 9 delle furie rosse al grande Santillana, centravanti del Real Madrid, che i tifosi interisti con le tempie grigie ricorderanno sicuramente.
Con una coppia del valore di Ruben Cano e Leivinha, più “El Raton” Ayala in appoggio l’Atletico diventa ancora più temibile.
Le avversarie sono agguerritissime ma l’Atletico Madrid alla fine della stagione metterà in fila tutti, vincendo una storica Liga.
Leivinha però inizierà proprio in quella stagione, a soli 27 anni, la sua terribile via crucis, fatta di incidenti, fratture, recuperi e poi di nuovo infortuni in serie.
In Spagna il calcio è violento in quel periodo e per i giocatori di classe sono tempi durissimi.
Leivinha in quella stagione giocherà solo 15 partite, segnando comunque 8 reti.
La svolta, forse decisiva per la sua carriera, avviene alla seconda giornata.
L’Atletico Madrid gioca fuori casa, a Vigo, contro il Celta.
L’entrata di un difensore del Celta è di quelle da codice penale; i legamenti crociati di Leivinha saltano.
Passeranno 7 mesi prima di rivederlo in campo.
Nella sua terza stagione in Spagna le cose non cambiano; 18 partite e 7 reti tra le quali spicca un’altra tripletta, proprio al Celta di Vigo.
Ma non riesce più a giocare con continuità.
Il suo eccellente spunto in velocità non è più lo stesso.
L’Atletico però continua a credere in lui.
I tifosi adorano il loro “Principe” e la dirigenza gli offre un altro anno di contratto.
Lo score è identico alla stagione precedente; 18 presenze e 7 reti.
Un altro infortunio, ancora al ginocchio e un lungo periodo fuori dal campo.
E’ evidente che un calcio così competitivo non è più adatto alle ginocchia martoriate di Leivinha.
Arriva però una proposta stimolante e soprattutto allettante dal punto di vista economico; i COSMOS di New York lo vogliono nelle proprie fila.
Proprio li dove hanno giocato Pelè, Beckenbauer e il nostro Giorgio Chinaglia fra gli altri.
C’è un contratto faraonico per quattro stagioni, a partire dall’aprile del 1980.
Per restare in forma, terminato il contratto con i Colchoneros nel giugno del 1979, Leivinha accetta l’offerta del San Paolo, gli acerrimi rivali del “suo” Palmeiras.
Si tratta di giocare qualche mese, mantenere un buon livello fisico, e poi andare a chiudere la carriera con le tasche piene dei dollari dei Cosmos.
Ovviamente però la dea bendata non ne vuole sapere di concedere tregua al biondo talento brasiliano …
Altro infortunio.
E questo sarà l’ultimo.
A soli 29 anni Leivinha dovrà lasciare il calcio.
Ora fa il commentatore televisivo, sempre pacato, bonario, mai sopra le righe.
Come era in campo, dove sapeva farsi amare dai suoi compagni non solo per l’enorme talento, ma anche per il suo spiccato altruismo.
Di lui restano i commenti dei vecchi compagni di squadra di quel meraviglioso Atletico Madrid.
Chi, come il terzino Marcelino, lo descrive come colui che “Rivoluzionò il calcio spagnolo. Quello che sapeva fare lui non l’avevo mai visto fare da nessun altro giocatore. Era di una qualità tecnica impressionante. Era incredibile vedere come saltava con facilità irrisoria i difensori con la sua “bicicleta” che nessuno allora faceva e che soprattutto nessuno riusciva a fermare. Aveva una visione di gioco straordinaria e di lui colpiva il fatto in un solo giocatore c’erano tecnica, velocità, dribbling e anche un’impressionante abilità nel gioco aereo”
Garate, storico centravanti dell’Atletico Madrid che, ormai al crepuscolo quando Leivinha arrivò all’Atletico, lo ricorda così “Leivinha era un autentico spettacolo per gli occhi. Un giocatore straordinario. Tutti parlano delle sue “bicicletas” o della sua abilità nel gioco aereo … a me colpirono due cose ben distinte; una, la sua straordinaria abilità nel controllare il pallone con il petto e l’altra il suo incredibile altruismo. Credo che nei suoi anni all’Atletico abbia forse fatto più assists che reti.”
Ma, forse ancora più degni di nota, i commenti sulle sue qualità umane.
Garate lo ricorda come “una persona di grande spessore umano. Umile, attento e sempre gentilissimo e disponibile, senza nessuna mania di protagonismo”.
Rubio fu l’attaccante che nell’ultima stagione di Leivinha nell’Atletico contese e alla fine fece il suo il posto di attaccante al fianco di Ruben Cano e dell’altro argentino, il “capellone” Ruben Hugo Ayala.
Ebbene, proprio Rubio afferma che “nessuno mi è stato più vicino e mi ha insegnato più cose di Leivinha. Per me è stato il giocatore più forte che sia mai passato dall’Atletico Madrid.”
Joao Leiva Campos Filho “LEIVINHA” … Il più forte giocatore che (quasi) nessuno conosce.

futbolquepasion

leivinha palmeiras“L’unica certezza è che finora non siamo stati neanche lontanamente all’altezza delle aspettative.

Due pareggi, entrambi senza reti ed entrambi tutt’altro che esaltanti.

Non sono certo i risultati che ci si attendono dalla squadra Campione del Mondo !

… ancora meno quando la squadra in questione è il BRASILE.

Quel Brasile che solo 4 anni fa in Messico ha incantato il mondo con il suo calcio offensivo, creativo e spettacolare.

Tanto da far dire a molti “addetti ai lavori” che quel Brasile è stato con ogni probabilità la più forte squadra di tutti i tempi.

Era il Brasile di Pelé.

Pelé che in quel mondiale, alla soglia dei 30 anni, raggiunse probabilmente la vetta più alta della sua meravigliosa e ineguagliabile carriera.

Era il Brasile dei cinque “n° 10” schierati contemporaneamente in campo.

Jairzinho con il 7, Gerson con l’8, Tostao con il n° 9, Pelé (ovviamente !) con il…

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HECTOR OESTERHELD: L’eternauta

di MARCO DI GRAZIA

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Buenos Aires, fine anni ’50. Una fredda notte d’inverno. Juan è in casa sua e sta giocando a carte con tre amici. Nelle stanze attigue la moglie e la figlia dormono.

La serata scorre tranquilla, fra chiacchiere, giocate più o meno improbabili, finti litigi fra amici, musica e notiziari alla radio. Poi i quattro si accorgono che ha cominciato a nevicare.

Ma… attenzione! E’ una strana neve quella che sta cadendo giù: è… sembra fosforescente. I fiocchi di neve emanano una strana luce azzurrina.

Ma non è tutto qui, anzi, siamo solo all’inizio, perché i quattro amici si accorgono quasi subito che c’è qualcosa di terribile in quella strana neve: le persone, appena vengono toccate da quei fiocchi, cadono a terra.

Senza vita.

Persone e animali.

I quattro osservano dalla finestra e vedono con angoscia quello spettacolo di morte che si ingigantisce sempre più di fronte ai loro occhi.

Una morte terribile sta scendendo dal cielo sotto forma di fiocchi di neve fosforescenti.

Questo è l’inizio di uno dei più straordinari romanzi del novecento: l’Eternauta, scritto da Hector Oesterheld e disegnato da Francisco Solano Lopez.

Eh già, disegnato, perché di romanzo a fumetti, si tratta. Una delle più belle narrazioni che questo medium ha saputo offrirci, per mano di uno degli autori più grandi e visionari.

Hector Oesterheld era nato nel 1919 e fin da giovane aveva seguito la sua naturale propensione alla narrazione, diventando, in breve tempo, uno degli scrittori più importanti del panorama argentino per quanto riguarda le historietas.

Ma la notorietà mondiale arrivò grazie a questo romanzo bellissimo e visionario, l’Eternauta, appunto, che descrive una invasione aliena che comincia proprio con questa nevicata, provocata dagli invasori, per, diciamo così, “sfoltire” le fila di coloro che si avviavano a essere conquistati.

Un romanzo lungo e appassionante, tratteggiato dalla matita di Solano Lopez, in cui il geniale autore vedeva più in là del suo tempo, vedeva una società appiattita e ridotta all’obbedienza cieca.

Come succede nelle dittature. Come sarebbe successo in Argentina da lì a poco.

Come, forse, Oesterheld aveva profetizzato.

La trama dell’Eternauta rimanda a tanto di ciò che in quel paese e non solo si vide negli anni successivi.

Oesthereld non si fermò a quel romanzo, scrisse tanto e accompagnandosi a grandi collaborazioni, fra cui la più importante è quella con Alberto Breccia, uno dei più bravi illustratori e disegnatori del pianeta.

Proprio Breccia ebbe il compito di ridisegnare la sceneggiatura dell’Eternauta; era la fine degli anni ’60 e Oesterheld aveva deciso di enfatizzare la parte politica e la critica ai regimi dittatoriali.

Non solo: Oesterheld e Breccia, anzi, e i Breccia: Alberto e suo figlio Enrique, furono gli autori di un altro splendido romanzo grafico: “Che”. Ed è pleonastico dire di chi parlava.

Arriviamo così agli anni ’70 e al colpo di stato del generale Videla. Ai desaparecidos, al cancellamento di una generazione di giovani che si ribellavano alla dittatura. E non solo dei giovani, perché anche Hector Oesterheld subì la stessa sorte. Anche lui oggi rientra fra le tante persone che scomparvero e furono uccise.  E per poco anche Alberto Breccia non subì lo stesso trattamento, in quanto fu costretto a… ma lo lasciamo dire a lui.

Chi produce sotto dittatura riflette per forza la situazione politica. È stato pubblicato un libro su di me durante la fase peggiore della dittatura. Se nelle bibliografia fosse stato citato il libro sul “Che” sarei scomparso anch’io.

Hector era stato ucciso, l’editore del libro era stato ucciso, io fui minacciato telefonicamente; due case del mio quartiere saltarono in aria. Anche Enrique fu minacciato.”

Cosa poteva fare Alberto Breccia in questa situazione? Distrusse tutte le copie del libro, distrusse tutte le sue splendide tavole originali e conservò solo una copia. Solo una copia di quel libro dedicato a Che Guevara, che sotterrò in un campo vicino a casa. E che recuperò solo parecchi anni dopo, nel 1987, e la consegnò a un editore spagnolo. Così quel libro venne finalmente alla luce.

Quello che non venne alla luce, in quel 1978, fu invece la ferocia dei militari argentini. Quel 1978 in cui i lupi si erano mascherati da agnelli. In quel 1978 che, a tutti noi, associato all’Argentina vuol dire Mundial. Vuol dire Rossi e Bearzot, vuol dire la finale mancata di poco dall’Italia, vuol dire quell’incredibile (ma non troppo) “biscotto” che permise all’Argentina di andare in finale. E quel palo di Rob Rensembrink a un minuto dal novantesimo, che avrebbe potuto far cambiare la storia. Se non di un paese, almeno di una competizione vergognosa che qualcuno dovrebbe prendersi la briga di cancellare.

Così come furono cancellati migliaia e migliaia di donne e uomini, più o meno giovani, che a quel regime dicevano di no!, e che a quel regime si opponevano con quello che potevano. Anche con delle storie a fumetti.

Come fece Hector Oesterheld, che oggi possiamo ricordare come il suo personaggio più famoso, come un Eternauta, un pellegrino del tempo, che rincorre i secoli e le coscienze per farci sapere che se anche cade dal cielo una neve letale, in qualche modo si può e si deve trovare il modo per non farsi uccidere e per renderla innocua.

eternauta

DENIS BERGAMINI: L’ora della verità.

bergamini

Siamo nell’autunno del 1989.

Professionalmente per Donato “Denis” Bergamini è il momento migliore della carriera.

Ha 27 anni ed è nel pieno della maturazione psico-fisica.

Il suo Cosenza è reduce dal suo primo campionato di Serie B dopo 24 lunghi anni di purgatorio nelle serie inferiori.

Denis ha avuto parecchi guai fisici in quella stagione che hanno limitato il suo contributo a sole 16 presenze.

Ma la sua qualità è evidente a tutti.

Talmente evidente che nell’estate del 1989 ci sono diverse squadre che bussano alla porta del Cosenza per arrivare al cartellino di Denis.

Si parla addirittura della Fiorentina, squadra di Serie A e allenata da Bruno Giorgi, che l’anno precedente era proprio al Cosenza arrivato ad un passo dalla promozione in Serie A.

Ma sono soprattutto Padova e Parma che spingono decise per avere Denis tra le loro fila.

Sono entrambe in Serie B ma sono due serie candidate alla promozione.

Gli emiliani, guidati da Nevio Scala, proprio nella stagione 1989-1990 raggiungeranno la promozione in Serie A e nel giro di pochi anni diventeranno una delle squadre più forti del nostro campionato.

L’ipotesi di andare a giocare nella città ducale è allettante per Denis.

Parma poi è così vicina alla sua Ferrara, la città dove vivono i suoi cari e la sua fidanzata.

Il Cosenza però è altrettanto ambizioso e non intende perdere uno dei suoi giocatori più importanti.

Denis accetta di buon grado di rimanere.

I tifosi lo adorano e arriva anche un adeguamento di contratto importante.

Si parla addirittura di una cifra tre volte superiore a quella precedente.

Gigi Simoni, giovane, emergente e preparato allenatore, è il Mister del Cosenza.

Inizia la nuova stagione.

L’avvio non è esaltante ma pian piano la squadra comincia a ritrovarsi.

Denis gioca con continuità e i guai fisici della stagione precedente paiono completamente superati.

E’ fuori dal campo dove ci sono i problemi.

Denis non è più lui.

E’ preoccupato, cupo e sempre più introverso.

La storia con Isabella è finita ma chiudere definitivamente non è affatto facile.

Non dopo l’aborto di Isabella di due anni prima.

Denis avrebbe riconosciuto il figlio.

Si sarebbe assunto la responsabilità di padre … ma non quella di marito.

Codici d’onore, la famiglia, le tradizioni … questo è il ritornello che Denis sente probabilmente per mesi e mesi.

Poi ci sono quei sussurri, quei bisbigli su amicizie sbagliate, su giri di droga e calcio scommesse.

Resta il fatto che Denis ora è spaventato.

Arrivano telefonate strane, spesso molto brevi che turbano Denis.

Se ne accorgono i suoi compagni e se ne accorgono i suoi famigliari.

Alla fidanzata, romagnola come lui, confiderà che “laggiù a Cosenza qualcuno mi vuole male”.

Ma è il massimo che il timido e introverso Denis riesce a dire.

Di lì a poco arriverà la sera del 18 novembre e sull’asfalto della Statale 106 Jonica verrà trovato il suo corpo senza vita.

Inizieranno in quel momento 28 squallidi anni di bugie, ricostruzioni superficiali e lacunose, depistaggi e clamorose incongruenze.

Fino a pochissimi giorni fa, quando finalmente il riesame sul corpo del povero Denis ha permesso di arrivare finalmente alla prima, fondamentale verità: Denis Bergamini è morto per soffocamento.

Ed era quindi già morto quando fu investito dal TIR.

Esattamente come riscontrarono i RIS di Messina 5 anni prima.

Ora però quello che si attendono tutti è GIUSTIZIA.

La stanno aspettando da 28 anni tutti i tifosi del Cosenza che hanno così profondamente amato questo biondino che correva per 90 minuti come un indemoniato, che vinceva contrasti contro avversari che erano il doppio di lui fisicamente e che metteva il cuore in ogni partita.

La stanno aspettando i vecchi compagni di squadra, molti dei quali amici fraterni di Denis, che non hanno mai creduto alla versione ufficiale raccontata per anni … quella del suicidio.

La stanno soprattutto aspettando due anziani genitori e una sorella che non hanno mai smesso di lottare durante questo incubo durato 28 anni anche quando tutto sembrava perduto e compromesso nei meandri di carte processuali, di dichiarazioni apparentemente inconfutabili … e di una montagna di menzogne.

28 anni che sono stati una condanna che la famiglia Bergamini ha scontato al posto di chi ha ucciso il loro Denis.

28 anni di una coriacea e infinita battaglia legale intrapresa dalla famiglia alla ricerca della verità.

“Siamo pronti a tutto, a qualsiasi verità. Basta che la smettano di raccontarci frottole come è stato fatto in tutti questi anni”. Questo è quello che ha sempre dichiarato con coraggio  e coerenza la sorella Donata.

Frottole come la squallida messa in scena dell’investimento del TIR che avrebbe trascinato il corpo del povero Denis per quasi 60 metri.

Nonostante i vestiti (poi fatti frettolosamente sparire) e le scarpe immacolate di Denis nonostante la pioggia e il fango di quella sera.

Nonostante il viso, il torace e gli arti superiori di Denis praticamente intatti, senza ferite o escoriazioni.

Nonostante l’orologio da polso di Denis rimasto integro e perfettamente funzionante … nonostante l’impatto con il mezzo pesante e il successivo trascinamento del corpo.

Nonostante nessuna fra tutte le persone che conoscevano Denis abbia mai creduto anche solo per un istante alla versione della ex-fidanzata Isabella Internò e dell’autista del TIR Raffaele Pisano i quali dichiararono che Bergamini si sarebbe “tuffato a pesce” sotto le ruote del mezzo pesante che stava sopraggiungendo.

Questa versione è stata smontata definitivamente.

Ora però rimane l’ultimo, fondamentale passo.

Quello più importante e dovuto alla famiglia Bergamini e alla memoria del povero Denis.

Assicurare i colpevoli alla giustizia per chiudere definitivamente, anche se dopo 28 lunghissimi anni, l’ennesima storia vergognosa della giustizia italiana.

… E come ha ricordato la sorella Donata alla notizia della accertata e definitiva causa della morte del fratello pochi giorni fa “ora finalmente ci sarà qualcun altro che inizierà ad avere paura”.

EVA CASSIDY: … se io fossi lì adesso …

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Se io fossi li adesso sarei semplicemente sbigottita da tutte quelle attenzioni.

Se io fossi lì adesso sentirei tessere le mie lodi da un famosissimo conduttore della BBC che arriva addirittura a dire che sono “la più bella voce della mia generazione”.

Se io fossi lì adesso potrei sentirmi cantare “Over the rainbow” praticamente in tutte le radio del Regno Unito.

Se io fossi lì adesso sentirei anche le telefonate di migliaia di ascoltatori che nei programmi radiofonici a richiesta chiamano in continuazione per ascoltare questa canzone.

Se io fossi lì adesso mi vedrei addirittura in video, girato con una semplice camera in un piccolo locale del Maine, con la mia chitarra in mano mentre canto questa canzone.

Se io fossi lì adesso vedrei questo video “passare” addirittura a “Top of the Pops” con centinaia di ragazzi entusiasti che mi applaudono e cantano con me questa canzone.

Se io fossi lì adesso sentirei gente del calibro di Sting, Eric Clapton e Paul Mc Cartney dedicarmi parole di grande stima e apprezzamento per la mia voce.

Io, che per tanto tempo non sapevo decidermi tra pittura e canto.

Io, che non volevo altro che cantare le mie canzoni in giro per i piccoli locali di Washington o di Seattle.

Io, che volevo solo un piccolo cottage sulla spiaggia, dove dipingere e scrivere canzoni.

Io, che mi chiudevo in me stessa o che addirittura mi mettevo a piangere ogni qualvolta non mi sentivo apprezzata.

Io, che arrossivo ogni volta che qualcuno mi chiedeva una foto, voleva un autografo o mi faceva un complimento.

Chissà cosa farei se fossi lì adesso …

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Eva Cassidy non vedrà mai tutto questo.

Non sarà mai “lì adesso”.

Eva non vivrà un solo secondo di questo successo perché Eva Cassidy se n’era andata quattro anni prima, nel 1996, quando un tumore aveva avuto la meglio su di lei, nonostante tre anni di lotta disperata per sconfiggerlo.

Eva Cassidy raggiungerà un successo planetario con l’album “Songbird”, pubblicato nel 1998.

Per più di due anni questo disco rimarrà nel più totale anonimato.

Poi Terry Wogan, il più popolare conduttore radiofonico di tutto il Regno Unito, si innamora di uno dei pezzi dell’album.

E’ la celeberrima “Over the rainbow”, la canzone tratta dal “Mago di Oz” e resa famosa da Judy Garland  più di 60 anni prima.

Il programma di Wogan alla BBC Radio è immediatamente subissato di richieste di ascoltatori, innamorati della dolce e melodiosa voce di Eva.

A quel punto occorre cavalcare l’onda.

Un video della canzone viene trasmesso a “Top of the Pops”, la trasmissione della televisione inglese seguita praticamente da ogni teenager britannico.

L’impatto è sconvolgente e clamoroso.

Eva Cassidy balza al 1° posto delle classifiche dei dischi più venduti nel Regno Unito.

Più di un milione di copie in poche settimane e il suo successo si estende in breve a Scandinavia prima e a tutti in paesi del centro Europa in seguito.

Da lì a poco anche gli Stati Uniti si accorgeranno finalmente di lei, che per anni era stata relegata ad esibizioni in piccoli locali della East Coast davanti a poche decine di persone.

Sembra tutto meraviglioso.

Un sogno che si avvera.

Ma è troppo tardi.

Eva Cassidy aveva solo 33 anni.

Di lei restano le sue canzoni e pochissime immagini.

Ora sono tantissimi i riconoscimenti, i tributi, le onorificenze e soprattutto i milioni di dischi venduti per questo fragile e dolcissimo usignolo.

A conferma una volta di più della spietata e crudele legge dello show business … quella che afferma che la migliore operazione di marketing per un artista è morire giovane.

 

Qui di seguito il bellissimo “Over the rainbow”

https://youtu.be/2rd8VktT8xY

ARMANDO PICCHI: tutto troppo in fretta.

di CRISTIAN LAFAUCI

picchi

20 giugno 1935

Eravamo 4 fratelli.

Leo , il più grande , è sempre stato il mio eroe ;quando ero bambino mi metteva sulla canna della bicicletta e andavamo ovunque .

Probabilmente a casa avrebbero voluto che riuscisse a trasmettermi la passione negli studi , visto che lui si è laureato , invece mi ha attaccato l’amore per il calcio .

Oh , lui ci ha provato , mi ha aiutato quando facevo il liceo scientifico prima , e in seguito , quando ho provato a prendere la maturità come ragioniere ; niente , non c’è stato verso , tutto inutile…

Sono nato a Livorno , in piazza Mazzini , di li al mare è un attimo , e per me quello è sempre stato un punto di riferimento .

Poi nel 40 scoppia la guerra e con la mia famiglia finiamo sfollati a Vada , un pò più a sud .

Ci siamo rimasti anche qualche anno dopo la fine del conflitto : erano anni difficili e non sapevi mai cosa sarebbe potuto succedere .

Leo , stavo dicendo : lui non era solo uno studente che era riuscito a laurearsi, ma anche un giocatore del Livorno in serie A , aveva giocato 3 stagioni pure nel Torino dopo la tragedia di Superga ; amavo il calcio e volevo diventare un giocatore come lui .

Ho iniziato come tutti , in piccole squadrette , poi a 16 anni sono passato proprio al Vada , nei dilettanti ; l’anno dopo ero nel Casciana Terme , che era allenato da Ugo , il marito di mia sorella , poi nel San Frediano .

Nel 54 mi chiama il Livorno in serie C ; la prima stagione ho giocato una volta sola , poi , poco alla volta , ho iniziato a ritagliarmi più spazio .

Intanto Magnozzi , il mister , mi aveva cambiato diversi ruoli : prima mezz’ala , poi mediano , quindi , nel 56 , terzino ; a me piaceva giocare la palla , far ripartire l’azione , ma , allo stadio , la gente aveva da ridire…

Così Leo mi da due dritte , mi spiega che è meglio se in partita sparo anche qualche pallone in tribuna per spazzare l’area , così lo faccio , la gente applaude e siamo tutti contenti .

Ma non c’era solo il calcio : c’erano gli amici come il Lessi e il Balleri , che chiamavamo il ” Lupo “da come si abbuffava a tavola…

E c’erano le estati al mare , dove si faceva il bagno , si conosceva le ragazze , si mangiava , ci si dormiva pure .

Intendiamoci : si giocava a pallone pure li , ma nei ” gabbioni ” , che erano campetti piccoli in cemento con la rete metallica intorno , di solito ci giocavamo scalzi , perché con le scarpe rischiavi di prendere delle storte…

Eravamo sempre ai bagni Fiume ; li aveva costruiti mio nonno e per me erano una seconda casa , ma andavamo anche in altri stabilimenti , specie se c’ era qualche sfida nei gabbioni , li dentro non si facevano mica tanti complimenti , era calcio vero , pure troppo…

Avevamo una bella difesa in quel Livorno : solida.

Finché , nel 59 , il sogno : il presidente della Spal , Mazza , porta me e il Balleri in serie A .

Facciamo un gran campionato e arriviamo al 5 ‘ posto , ma quello che succede dopo è da togliere il fiato : mi vuole l’Inter !

Come allenatore è arrivato Herrera dal Barcellona , ha un modo tutto nuovo di concepire il ruolo : dalla preparazione atletica , all’ alimentazione , il profilo medico…

È un grande motivatore e attira da subito grande curiosità per il suo modo di fare , dentro e fuori dal campo .

Per 2 stagioni di fila si ripete la solita storia : partiamo forte , sembra fatta , poi in primavera il calo e lo scudetto lo vincono gli altri .

A me personalmente non stava andando poi male : ero in una squadra di vertice , stavo facendo bene , avevo pure fatto un goal nel derby dell’autunno del 60 ; logico però che vedere vincere gli altri , ti girano…

Mi mancava Livorno, il mare , però in fin dei conti anche a Milano mi stavo ambientando : erano gli anni del boom , del benessere , l’atmosfera era serena e spensierata ; dopo la guerra , ci si era rimboccati le maniche e ripartiti , ora cominciavano a vedersi i frutti .

Pure la mia terza stagione all’Inter sembrava sulla stessa riga delle altre : tutto bene , tutto a posto , poi a marzo il calo ; sconfitta a Bergamo e pareggio nel derby .

Allora Moratti perde la pazienza : convoca tutti in un albergo , ci fa una lavata di capo come non ne avevo mai prese e , di fatto , impone la formazione a Herrera .

Fatto è che ci riprendiamo e si arriva allo scontro diretto di Torino con la Juve: se si vince è la volta buona .

Mazzola la mette all’incrocio e ci portiamo avanti , poi ci tocca difenderci , a fine primo tempo mi scontro pure col nostro portiere e mi tocca stringere i denti e giocare azzoppato .

Quelli ci provano a pareggiare , ma non li facciamo passare , al fischio finale eravamo distrutti , ma avevamo vinto , e quella vittoria voleva dire scudetto ; ero felice .

Il punto era proprio quello : giocare a pallone è sempre stata una delle cose che più mi rendevano felice , figurarsi essere addirittura in una grande squadra e vincere dei campionati…. 

Così , anche quando Herrera mi ha spostato a fare il libero , mi sono adattato : non è che mi facesse impazzire , credevo di restare come fuori dal gioco , ma ho cercato di farlo al meglio ; però poi ho capito che da lì riuscivo a leggere la partita , i movimenti dei nostri e degli avversari , se qualcosa non andava , e metterci subito una pezza .

Ero felice : come quando siamo andati a giocare la prima partita di coppa campioni in Inghilterra contro l’ Everton ; avevamo tutto uno stadio contro perché alla vigilia , Herrera aveva detto che erano degli ” scarponi ” .

Abbiamo fatto una partita perfetta e , alla fine , quella stessa gente ci stava applaudendo .

Come quella sera del maggio 64 a Vienna : ci giocavamo la coppa campioni e avevamo davanti il Real Madrid ; avevano un bel dire che ormai fossero avanti con gli anni : tutte storie ! era una delle più grandi squadre di tutti i tempi !

Herrera aveva preparato quella partita come meglio non avrebbe potuto e noi negli spogliatoi avevamo una concentrazione e una determinazione mai vista ; potevano metterci davanti la più grande squadra di sempre e noi l’avremmo battuta .

Quando siamo scesi in campo e mi sono trovato di fianco il capitano del Real , Gento , ho capito che in quel momento stava accadendo qualcosa di speciale , cui la maggioranza delle persone assiste da spettatore , solo a pochi è concesso il privilegio di vivere da protagonista e determinare gli eventi .

Io ero lì , davanti a tutti , con quella fascia da capitano , che quando me la diedero la prima volta credevo fosse uno scherzo…

Ero lì , e avrei sputato sangue per quella maglia .

E quel sogno , che era la realtà , ebbe inizio….

Ricordo ogni istante , ogni particolare : dal verde dell’erba del campo , alle tribune piene di gente che urlava ; da Di Stefano e Puskas che ci facevano sudare freddo ogni pallone che toccavano , a noi che non gli davamo tregua ; giocavamo in anticipo , sempre , marcature a uomo , squadra corta , a lottare insieme se c’era da difendersi , ma pronti a ripartire e a colpirli .

Glielo dicevo a Facchetti di salire a dare una mano la davanti , che tanto dietro ci pensavo io , infatti  alla fine del primo tempo , si è sganciato e ha dato a Mazzola la palla che ha spedito in rete . 

Ricordo il 2-0 di Milani nel secondo tempo , li per un momento credevamo fosse fatta , poi il loro goal ci ha riportato coi piedi per terra , e soprattutto ricordo Mazzola che pressa Santamaria , gli prende palla e va a segnare il terzo goal .

Dopo è stata soltanto gioia : la mia , la nostra per aver fatto una partita stupenda e aver battuto quel Real Madrid , del nostro presidente , che dopo tutti gli sforzi finalmente veniva ripagato , per la gente che era allo stadio e per chi era davanti alla televisione .

Quella coppa che era il più grande traguardo per chi gioca a calcio , era tra le mie mani , l’ho sollevata al cielo…. è indescrivibile , è gioia , appunto .

La stessa provata per la vittoria in intercontinentale : dopo le biglie e le bottigliate in Argentina , la vittoria di Milano e quella nello spareggio di Madrid , col goal di Corso , sotto la pioggia , ai supplementari .

Sono stati anni di trionfi : lo scudetto nel 65 , nello stesso anno un’altra coppa campioni , vinta proprio a Milano contro il Benfica di Eusebio , e un ‘ altra intercontinentale ; lo scudetto del 66….

Abbiamo fatto qualcosa di unico ; a pensarci , sembra incredibile .

Herrera ? ha fatto tanto , e una parte del merito è suo , non dico di no ; sia lui che io volevamo vincere , su questo eravamo uguali….

Sapeva preparare le partite come pochi ; ha messo le basi per una squadra che ha fatto storia .

Però se in una partita ci stava da cambiare in corsa , lui non ci arrivava , s’ intestardiva e si rischiava di perdere ; io invece me ne accorgevo e cercavo subito di correre ai ripari ; forse è questo che non gli andava giù di me : mi vedeva come un rivale , invece non capiva che si remava tutti dalla stessa parte .

Su una cosa però eravamo totalmente diversi : per lui il calcio era un mezzo per arricchirsi ; lo so , ha avuto una vita dura , ha conosciuto la miseria più nera ; per me invece era diverso : giocare a calcio è sempre stato solo un piacere .

Che fosse nell’Inter , alla spiaggia nei gabbioni dove ci ho portato pure Guarneri , Burnich , Jair e Suarez ; nei tornei estivi amatoriali che continuavo a fare anche da professionista , o in nazionale .

Già , la nazionale : ho esordito nel 64 e non andavo certo male ; poi la polemica sul libero , che un uomo in più in difesa limita il potenziale offensivo…

Così ne ho fatto le spese io e Fabbri non mi ha più convocato…

Poi i mondiali del 66 , e sappiamo tutti com’è finita ; però una cosa è certa : io contro la Corea non avrei mai perso .

Il nuovo CT è Valcareggi e con lui il rapporto è ottimo : torno a essere convocato e tutto procede bene fino al giugno del 67 .

Eravamo in aereo per andare in Romania a giocare una partita di qualificazione agli europei : il ct mi chiede il motivo per cui , in una settimana , l’Inter ha perso una finale di coppa campioni e un campionato ; io gli spiego la mia opinione su questo crollo , solo che dietro di noi c’era un giornalista che ascoltava .

Questo mi giura che non farà parola di niente , ma il giorno dopo , il suo giornale titola : ” Picchi attacca Herrera ” .

Morale della favola , Herrera costringe Moratti a cedermi al Varese ; giuro che per me lasciare l’Inter è stato un dolore , come quando ti muore un familiare .

Non ne faccio una colpa al presidente : lui è sempre stato un ‘ ottima persona , un signore come ce ne sono pochi ; del resto , Herrera lo aveva messo alle strette ; ma in fin dei conti , se l’Inter deve qualcosa al mago , quanto deve il mago a noi giocatori ? Molto , forse moltissimo…

Riparto da Varese , facciamo anche un buon campionato , poi nell’aprile 68 crolla tutto : eravamo in Bulgaria per una partita dell’Italia e a metà del primo tempo , in uno scontro di gioco , mi rompo il bacino ; io ho provato a stare in campo lo stesso , ma era una sofferenza e non riuscivo a muovermi .

L’ospedale , la lunga degenza e il timore che col calcio giocato fosse davvero finita ; quell’estate poi  la nazionale vinse gli europei , e io che feci di tutto per arrivarci , ero uno spettatore come tanti….

Però trovai Francesca : l’ho conosciuta per caso e ci sono rimasto di sasso ; faceva la modella ed era un incanto .

Ci siamo sposati nell’ ottobre del 68 , ero ancora al Varese , tornare a giocare fu veramente dura .

Poi mi chiedono di fare l’allenatore , visto che nel frattempo mi ero iscritto al corso di 2 ‘ categoria a Coverciano ; la squadra è in zona retrocessione , io faccio del mio meglio , ma alla fine non riusciamo a salvarci per un solo punto .

Poi la delusione di vedere che , la stagione successiva , non ci fosse una sola squadra che mi volesse come giocatore ; in compenso la gioia fu quella dell’arrivo di Leo , mio figlio .

Verso Natale mi chiedono di allenare il Livorno , ultimo in B .

Io accetto , poi ci si mette pure quella storia per cui , non avendo il patentino adatto , non posso sedere in panchina ; pazienza , non voglio stare in paradiso a dispetto dei santi .

Vado in tribuna o sulla scaletta che porta agli spogliatoi , e in panchina va il mio secondo ; alla fine il Livorno si salva : 9° posto finale , alla faccia di chi non mi voleva !

La grande e inaspettata proposta : Allodi mi vuole come allenatore alla Juve … chi se lo aspettava ?

Non mi tiro indietro , la squadra è valida e ci sono elementi come Causio , Bettega e Capello .

A settembre inizio ad avere un dolore alla cervicale , sarà un reumatismo , però non passa e peggiora…

In più mia moglie è stata male dopo la nascita di Gianmarco e hanno dovuto operarla un paio di volte .

Faccio la spola tra Torino e Milano e ogni ogni giorno che passa mi sento sempre peggio ; in compenso la squadra è in progresso . 

Non dimenticherò mai quando , dopo Natale , siamo andati a giocare a Milano contro l’Inter : sentire gli applausi dello stadio all’ingresso e all’uscita dal campo , mi hanno riempito il cuore ; la prova che quello che io ho sempre dato per quella maglia , non era stato dimenticato , ma se lo portavano dentro .

Però il dolore è sempre più forte , non da tregua , finché , a febbraio , Boniperti e Allodi mi convincono a ricoverarmi ; la diagnosi è tremenda : carcinoma maligno , insomma , un tumore .

Viene tentata ogni cura , ma non c’è niente da fare ; allora lascio la clinica e mi trasferisco sulle alture di San Remo ; ho vicino la mia famiglia , i miei amici .

Pure le gambe mi hanno abbandonato : non riesco neanche più a camminare ; questa proprio non mi va giù , non me la meritavo .

Almeno dalle finestre si vede il mare , non è Livorno ma il mare è lo stesso , non mi stancherei mai di guardarlo ed è sempre uno spettacolo meraviglioso .

La Juve è in finale di coppa delle fiere : bene ! lo dicevo io che con un organico così si poteva andare lontano….

Ma non con me ! io ormai sono arrivato al capolinea…

Proprio per questo gliel’ho detto a Francesca , che dopo si rifaccia una vita , che è ancora giovane ; insieme è stato splendido , anche se breve…

Sono stanco , sfinito…ma , ripensandoci , non cambierei una virgola dei giorni che ho vissuto…

Forse è giusto che vada a finire così….la vita mi ha dato tanto…ma tutto maledettamente in fretta .

26 maggio 1971

 

BESSIE SMITH: L’imperatrice cantava il Blues

di MARCO DI GRAZIA

bessie smith

Bessie Smith mi ha mostrato l’aria

e come fare per riempirla.

(Janis Joplin)

 

La strada correva lunga e diritta per miglia e miglia fra le piantagioni di quella piana alluvionale che si estende sui due lati del grande fiume e che forma la regione conosciuta come il Delta del Mississippi. La terra più fertile del mondo, ornata di piantagioni piatte e senza alberi, dove le case dei mezzadri neri spuntano come funghi isolati nel mezzo del mare verde del cotone. Sono circa le due di notte, una notte calda e umida, quella del 23 settembre 1937 e su quella strada, la highway 61, che si fa spazio nel cuore del Delta, una vecchia Packard, un’auto elegante ma che ha visto tempi migliori, procede a media velocità verso la sua meta: Clarksdale. Alla guida c’è tal Richard Morgan, che è partito un’ora prima da Memphis in compagnia di sua moglie, che sonnecchia sul sedile del passeggero. Gli occhi si fanno pesanti e c’è ancora un po’ di strada prima di arrivare a Clarksdale. Richard decide di accendersi una sigaretta. Il fuoco del fiammifero sembra essere l’unica luce di quella notte buia e senza stelle, una notte adatta a parlare con il destino. E il destino quella notte non si fa aspettare e si presenta. Sotto forma di un camion. L’autista di questo grosso mezzo si è fermato sul lato della strada, proveniente da Clarksdale e in direzione di Memphis. Un colpo di sonno, una piccola sosta e poi la ripartenza. Lentamente il bestione si rimette in moto e accende i suoi grossi occhi. Proprio in quel momento sta sopraggiungendo la Packard che percorre il lungo nastro di catrame in direzione opposta. Richard Morgan non si avvede del camion, o se ne accorge troppo tardi. Troppo tardi per evitarlo.

L’urto è improvviso e violento e la Packard vola come se fosse un rovo portato dal vento. La lamiera stride sull’asfalto per parecchi metri, poi l’auto si ferma rovesciata su un fianco. Richard Morgan riesce a uscire dalle lamiere. E’ sotto shock, ma il suo primo pensiero è per la moglie, rimasta all’interno. La chiama, ma non ottiene nessuna risposta. Intanto arriva un’altra auto. E’ una Chevrolet e a bordo ci sono due uomini. Uno di essi è un dottore. Scende e si precipita per portare aiuto. La donna viene trasportata fuori dall’auto e il dottore capisce subito che le sue condizioni sono gravi. Ha un braccio rotto, anzi, l’avambraccio le si sta praticamente staccando dal resto dell’arto. In più presenta altre ferite serie. Il rischio di morire dissanguata è grande. Il medico urla all’amico di risalire in macchina. Intanto arriva da dietro una terza auto, che va a sbattere contro la Chevrolet del dottore e i due passeggeri rimangono anch’essi feriti. L’amico del dottore riesce a far partire la Chevrolet e corre a chiamare un’ambulanza, anzi… due.

Serviranno due ambulanze e due ospedali, perché i feriti sono di due tipologie diverse: i due ultimi sopraggiunti sono bianchi, la moglie di Richard Morgan è invece nera. E’ anche famosa, ma ora non conta, conta più il fatto che è nera. E non può andare nello stesso ospedale in cui vanno i bianchi.

In poco tempo le ambulanze arrivano sul posto. I due bianchi vengono caricati sulla prima e vengono portati nell’ospedale per bianchi, che è a poca distanza dal luogo dell’incidente. La donna ferita gravemente dovrà essere invece trasportata all’Afro american Hospital G.T. Thomas di Clarksdale. Ci vorrà più tempo e lei è ferita gravemente. Ma non importa. Non può andare nell’ospedale dei bianchi.

D’altronde siamo nel Delta del Mississippi, ed è il 1937. In quei tempi e in quei posti un bianco e un nero non possono nemmeno stringersi la mano, figuriamoci stare nello stesso ospedale. Siamo nella regione del Delta, appunto. Fra Memphis, Clarksdale, Greenwood. Qui il canto disperato degli schiavi africani deportati a lavorare nelle immense piantagioni, è diventato, nel corso degli anni, un genere musicale vero e proprio: il Blues. E qui, in questa terra, dove uomini stremati, umiliati, sfruttati in schiavitù, hanno trasformato i loro tormenti in canzoni piene di dolore, sì, ma anche di nobiltà, di amore, di passione. Qui, fra questi campi verdeggianti di cotone, la nobiltà di queste canzoni ha prodotto i primi re del nuovo genere.

E una regina.

Anzi, di più: un’imperatrice. L’imperatrice del Blues.

Bessie Smith.

Bessie Smith era nata a Chattanooga, nel Tennessee, nel 1894. Una famiglia di poveri afroamericani, come quasi tutti. Figlia di un predicatore battista che morì giovane, lasciando nella povertà la vedova e i sette figli.

Ma Bessie ha qualcosa, un dono, che le permetterà fin da bambina, di aiutare nel sostentamento la famiglia: la voce. E’ una voce calda e possente che si rivela già in tenera età.

Canta, Bessie. Canta perché è nata per cantare. E presto si ritrova a essere pagata per farlo. E scopre così che la sua vita, la sua strada, il suo destino, sono segnati dalla sua voce.

Non ci mise molto, Bessie, a conquistarsi il titolo di Imperatrice del Blues. Aveva forza e determinazione, aveva talento, aveva la voglia di uscire da quel mondo di privazioni e povertà. E poi non sapeva solo cantare, sapeva anche ballare, recitare, esibirsi in scene comiche e da vaudeville. Era un’artista a tutto tondo, Bessie Smith.

Come Gertrude “Ma” Rainey, la grande cantante, che la prese con sé nella sua compagnia, dove non fece fatica ad affermarsi come una vera stella.

Cresceva la giovane Bessie. Cresceva e si concedeva a tutti i piaceri e gli eccessi che la vita può regalare. Viaggi, successo, arte, alcool e sesso. Senza negarsi e senza negare, Bessie viveva la sua arte e la sua sensualità senza alcuna vergogna.

Ma non bastava. Bessie doveva diventare qualcosa in più, doveva diventare l’Imperatrice. Nel 1923 salì definitivamente sul trono, grazie all’incisione di un disco: “Down Hearted Blues”, che vendette circa 800.000 copie e le fece spiccare il volo verso l’Olimpo tanto desiderato.

Bessie canta, incide dischi e si concede in lunghe tournèe; Bessie balla, Bessie recita, Bessie viene accompagnata dai più grandi musicisti dell’epoca. Bessie incanta chiunque, uomini e donne. La sua gente di colore, ma fa breccia perfino fra i bianchi. Bessie è protagonista di un film: St.Louis Blues. Bessie infarcisce le sue canzoni di doppi sensi e allusioni sessuali, Bessie conduce una vita sfrenata e senza limiti, Bessie malmena le rivali in amore, Bessie inveisce contro gli incappucciati del Ku Klux Klan.

Bessie regna, anzi, impera, sul Blues, perché ella è il Blues.

Per tutti gli anni ’20 è il nome più importante e influente legato al mondo del Blues, ma anche del Jazz. Ma poi accade qualcosa, qualcosa che fa svanire e nemmeno troppo lentamente il sogno. E’ una realtà che si chiama Grande Depressione, la crisi economica che si abbatte sugli Stati Uniti a partire dal 1929. Il mercato dei race records, l’industria discografica destinata al mercato afro-americano, crolla a causa dell’estrema povertà in cui è scivolata tutta quella fascia di popolazione. In più l’arrivo del cinema sonoro fa scomparire il Vaudeville. L’Imperatrice rimane senza impero. Letteralmente. Le attività artistiche in cui Bessie si cimentava da prima donna, svaniscono.

Cominciò così il periodo di declino di Bessie, che cadde in una sorta di depressione, alleviata soprattutto dal sempre maggiore consumo di alcool e droghe.

Ma la classe non è acqua, si sa. E nelle rare occasioni in cui poteva dimostrare ancora il suo immenso talento, Bessie non veniva mai meno alla sua fama di grande cantante e intrattenitrice. Ma con il passare degli anni queste occasioni si fecero sempre più rare.

Fino a quel 23 settembre del 1937, quando una vecchia Packard che ha visto tempi migliori percorre la Highway 61, diretta, in una notte calda e buia a Clarksdale. Dove non arriverà mai e gli ultimi sogni, o forse incubi di Bessie Smith si spensero nel sonno, in quell’incidente e in quella corsa verso l’ospedale, dove, verosimilmente, giunse già morta.

 

Sempre ammesso che un’Imperatrice possa morire.

 

TOM SIMPSON: La morte in diretta di un campione vero.

simpson copertina

Spero di non aver fatto il passo più lungo della gamba.

Quella meravigliosa villa che ho fatto costruire in Corsica mi sta dissanguando.

Dopo la vittoria nel Campionato del Mondo di due anni fa mi ero illuso che sarebbe stato tutto facile.

Purtroppo è andata molto diversamente.

Il 1966 non poteva iniziare nel modo peggiore; una stupida caduta dagli sci e una tibia in pezzi.

Ci ho messo tre mesi prima di tornare sulla bici.

A quel punto della stagione mi rimaneva un solo obiettivo: il più prestigioso di tutti.

Il Tour de France.

Nessuno mi dava grande credito.

In fondo il mio miglior piazzamento è stato il 6° posto del 1962 e poi solo ritiri.

Ma quando la dea bendata si mette di mezzo non c’è veramente nulla da fare.

Quel giorno sulle Alpi ero là a giocarmela con tutti i migliori quando per colpa di una motocicletta al seguito della corsa sono caduto a terra scendendo il Galibier.

Non c’era un solo pezzo del mio corpo che non mi facesse un male tremendo.

Ma il problema vero erano quei 5 punti di sutura alla mano che non mi permettevano di stringere il manubrio … figuriamoci di azionare un freno !

Ritiro dal Tour e un’annata da gettare alle ortiche.

Per fortuna la maglia di campione del mondo addosso mi ha permesso di entrare in quel “circo Barnum” della Kermesse post-tour, così profumatamente pagate che mi hanno permesso di cominciare a sognare la casa in Corsica, quella dove fra qualche anno mi ritirerò con mia moglie Helen e le mie adorate Jane and Joanne.

40 corse in 40 giorni.

Folle, lo so.

Talmente tanto che nel finale di stagione non avevo più una stilla di energia.

Ne al Mondiale di Nurburgring in Germania e neppure al Giro di Lombardia, entrambe corse che vinsi l’anno prima.

Questa però sarà la stagione decisiva, per tanti motivi.

A novembre di questo 1967 compirò trent’anni e non posso pensare di avere più di 2 o forse 3 stagioni ad alto livello.

E da queste stagioni devo ottenere il massimo.

Per questo motivo il mio atteggiamento è cambiato.

Forse anch’io sono cambiato.

Sento la pressione come non mai.

Se ne sono accorti tutti, i miei compagni di squadra della Peugeot e gli avversari.

Non sono più il mattacchione del gruppo, quello sempre con la battuta pronta, quello che sdrammatizza ogni situazione o quello che ha una parola di conforto per tutti.

“Tommy, che ti succede ? Ti è morto il gatto ?”

Questa è solo una delle frasi che mi sento ripetere spesso in gruppo.

Ormai alla mia faccia tirata e ai miei inusuali silenzi si stanno abituando tutti.

La stagione è iniziata nel migliore dei modi con una vittoria alla Parigi-Nizza, una tra le corse a tappe “brevi” più importanti di tutto il calendario internazionale.

In quella competizione il sottoscritto insieme ad un ragazzino belga di nome Eddy Merckx abbiamo messo a ferro e fuoco la corsa dominando dal primo all’ultimo giorno. Due vittorie di tappa per Eddy e classifica finale per me.

Alla Vuelta ho rifinito la condizione vincendo due tappe e avrei fatto bene anche nella classifica finale se non fosse per una crisi terribile che mi ha colto scalando l’Envalira.

Ora siamo qui al Tour e fare risultato qui vuol dire offerte di contratto, sponsors e chiamate per tutte le danarose kermesse post-Tour.

Un posto sul podio a Parigi. Oppure indossare ancora, come 5 anni fa, la maglia gialla. Questi sono i miei obiettivi.

Ci sono contatti già molto avviati con la Salvarani, lo squadrone italiano capeggiato da Felice Gimondi.

Mi vogliono per fare il capitano insieme a lui.

La firma sul contratto dovrebbe essere quasi una formalità.

Ma si sono presi tempo.

Vogliono vedere come mi comporto al Tour prima di definire i dettagli.

Uno in particolare … quello che a me interessa di più: la durata del contratto.

Con 3 anni di contratto sarei a posto, sicuro e tranquillo.

Con la villa in Corsica pronta ad accogliere me e la mia famiglia a fine carriera.

Ora però ho un problema più impellente a cui pensare.

Fisicamente sono a pezzi.

Sto male come un cane.

Una fottuta e bastarda gastroenterite che mi ha “aggredito” due giorni fa, nella tappa del Galibier.

Diarrea e dolori pazzeschi allo stomaco non mi hanno permesso di mangiare nulla.

Come ho fatto ad arrivare al traguardo solo Dio lo sa.

Il mio Direttore Sportivo della Peugeot, Gaston Plaud, mi ha pregato di ritirarmi.

“Sei matto a continuare Tommy. Rischi di mandare a puttane tutta la stagione.”

Però … ci sono diversi però.

Il primo è che Gaston Plaud qui al Tour non è il mio Direttore Sportivo.

Il Tour quest’anno si torna a correre con le rappresentative nazionali e qui il mio Direttore Sportivo è Daniel Dousset che invece continua a starmi addosso come una giacca dicendomi che devo fare meglio, che devo attaccare per tornare nei primi posti della classifica.

Fottuto coglione.

Come se io avessi paura ad attaccare !

Io che non  ho fatto altro in tutta la mia carriera.

Sempre, fino al limite (e a volte anche oltre) delle mie forze.

Sono io che so benissimo che non posso semplicemente ritirarmi dal Tour.

Li vedo già i titoli sui giornali “Ennesimo ritiro per Tom Simpson. Ormai è evidente: non è un ciclista per le grandi corse a tappe”.

In pratica un epitaffio alla mia carriera.

Oggi siamo arrivati a Marsiglia.

Classica tappa di trasferimento, come vengono chiamate in gergo le tappe “cuscinetto” prima delle giornate decisive.

Io sono ancora uno straccio.

Ho dormito pochissimo e ho passato più tempo in bagno che nel letto.

Mi ci vorrebbe un’altra tappa tranquilla per recuperare un altro pochino di energie.

Domani però sarà tutto meno che una giornata tranquilla: domani c’è il Mont Ventoux.

E’ un’ascesa comunque terribile se sei al 100% della condizione … che diventa infame se al 100% non lo sei.

La “montagna calva” così la chiamano, per via di quel paesaggio, assolato, ventoso e senza vegetazione.

Devo riuscire a non perdere altro terreno, in attesa che passi anche questo maledetto malanno.

Devo riuscirci e sia chiaro: per farlo sono pronto a tutto.

simpson ventoux

Tommy Simpson non arriverà mai sulla vetta del Mont Ventoux.

A poco più di 2 km dalla vetta il ciclista inglese inizia a perdere terreno nei confronti del gruppetto di testa.

Ci sono tutti i migliori.

Lui, nonostante i tre giorni terribili che ha appena passato, è 7mo in classifica generale.

Tommy appare sempre più in difficoltà a tenere il passo degli altri leader della corsa.

Ma non è una “cotta” normale.

Lo si capisce qualche metro dopo quando il forte ciclista britannico inizia a zigzagare in modo innaturale, quasi meccanico.

Spinge più con le spalle che con le gambe ma non riesce semplicemente ad andare avanti.

Gli spettatori più vicini lo soccorrono, tentano di spingerlo.

Ma non si tratta più di spingerlo.

Ormai il problema è sorreggerlo, perché Simpson, cerca disperatamente di restare seduto sulla sua bici ma le forze lo stanno abbandonando completamente.

Simpson cade a terra.

Chiede aiuto ai tifosi a bordo strada

“Put me back on my bike” è la frase che la leggenda vuole che Tommy abbia urlato in quei terribili momenti.

Probabilmente non ha più la forza o la lucidità per una frase del genere.

“On, on, on” con un filo di voce è assai più probabile che sia uscito dalla sua bocca in quei momenti.

I tifosi lo aiutano a risalire in sella.

Il suo procedere a zig zag, curvo sul manubrio senza più forze ma solo grazie all’inerzia delle generose spinte dei tifosi che in quel momento vedono solo un grande ciclista in grave difficoltà, sono in realtà il segnale di qualcosa di peggio.

Di tragico e irreversibile.

Dopo pochi angoscianti metri, Simpson crollerà a terra.

Verrà spostato a bordo strada, sdraiato sulle pietre di quella inospitale montagna, sotto un sole che scalda quasi a 40 gradi.

I medici del Tour gli praticheranno lì, su quel letto di pietre, il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca.

Tutto inutile.

Tommy Simpson su quelle pietre ci morirà.

L’elicottero che arriverà qualche minuto dopo consegnerà all’ospedale di Avignone un cadavere.

simpson morte

Cosa è successo ?

Come si può morire così ?

In sella ad una bicicletta nel bel mezzo della corsa ciclistica più importante e amata del mondo e trasmessa in diretta televisiva per milioni di appassionati in tutta Europa.

ANFETAMINE.

Due flaconi vuoti in una tasca di Simpson e un altro rimasto a metà.

La famosa “bomba” di cui si parla o addirittura ci si scherza in gruppo.

Allora non esisteva l’antidoping.

Nessuno si era mai posto il problema.

“Cosa pensate” disse un giorno Jacques Anquetil, il grande campione francese “che possiamo veramente fare 4.000 km in bicicletta in 22 giorni di gara andando a pane e acqua ?”

ANFETAMINE.

Questa è la spiegazione che viene data qualche settimana dopo e che sconvolge e al tempo stesso “solletica” l’opinione pubblica, che fa vendere giornali e che porta uno sport già amatissimo sulle prime pagine dei giornali, stavolta non solo sportivi.

“Sono tutti drogati. Prima o poi doveva accadere”.

La frase con cui viene liquidata la morte di un ragazzo di 29 anni dai “benpensanti” e dai giustizialisti dei mass media di allora.

E’ vero. Tracce di anfetamina sono state trovate nel sangue del povero Simpson.

Ma siamo sicuri che sia davvero tutto qua ?

No, troppo facile liquidarla così !

L’anfetamina era di uso comune a quei tempi.

L’antidoping era una parola sconosciuta all’epoca.

Di Anquetil abbiamo già detto.

Ma lo stesso Simpson quando gli venivano riferite le voci sul suo conto e le sue “abitudini” amava dire “d’altronde non posso perdere per colpa di una pillola” facendo capire che ciclisti meno dotati di lui potevano batterlo solo grazie al famoso “aiutino” per cui l’unica soluzione era … adeguarsi.

CONCAUSE.

Questa è sicuramente una parola più adatta per provare almeno a spiegare questa tragedia.

Tre giorni prima Tom Simpson fu REALMENTE colpito da una forte gastroenterite con ripetuti attacchi di diarrea e terribili spasmi allo stomaco.

Questo vuol dire passare 24-36 ore terribili in cui un comune mortale fa fatica semplicemente a bere, ad alimentarsi e che fa diventare un’impresa titanica anche fare i pochi metri che separano dalla camera da letto al bagno.

Simpson invece ha dovuto fare nelle tre tappe precedenti quella del Ventoux ben 648 (seicentoquarantotto) chilometri su una bicicletta.

Sotto il sole di luglio.

Partiamo proprio da qua.

Tutti sapevano, i suoi direttori sportivi compresi ovviamente, quanto Tommy soffrisse terribilmente il caldo.

La sua carriera è stata costellata di episodi dove il caldo si era rivelato  il suo più acerrimo nemico.

Perfino prima della partenza per la maledetta tappa che costò la vita al ciclista britannico un giornalista francese si avvicinò a Tommy e vedendolo particolarmente provato e pallido e conoscendo la sua avversione per il caldo gli chiese se era proprio quello il motivo della sua condizione.

Simpson, da sempre uno dei ciclisti più simpatici e spiritosi del gruppo rispose da par suo “No amico. Il problema non è il caldo. Il problema è il Tour !”

Uno di quelli che non ha mai creduto alla (facile) equazione “anfetamine-morte di Simpson” è Ercole Baldini, la famosa “Locomotiva di Forlì” e grande amico di Simpson.

Testuale dalla sua biografia:

Tommy era un ragazzo eccezionale. Quando morì sul Mont Ventoux fui davvero molto colpito. Quando poi, molti, troppi giornali scrissero che la sua morte era stata causata dall’ingerimento di sostanze dopanti, al dolore si aggiunse la rabbia per quella  che giudicai, allora come oggi, una ingiustizia e una spiegazione superficiale.

Sono SICURO che il motivo scatenante della crisi che poi l’ha portato alla morte sia dovuto alla sua incredibile insofferenza al sole e al calore.

Di questo suo problema ne aveva parlato con me in occasione di una tournée in Nuova Caledonia nel 1963.

Anche laggiù il sole e il caldo gli provocarono una crisi fortissima che lo costrinse ad un ricovero ospedaliero per un paio di giorni.

Ed era una corsa “esibizione”, corsa con i dilettanti della zona e di sicuro Tommy non aveva avuto bisogno di prendere eccitanti quel giorno !

Eravamo tutti molto preoccupati per il suo stato e proprio lì ci raccontò che anche da bambino, a causa del caldo, aveva avuto crisi simili, perfino nella sua natia Gran Bretagna, terra non certo paragonabile alla Francia a luglio !

Tutti sapevano che nelle giornate più calde correva addirittura con una foglia di cavolo sulla testa per proteggersi dal sole.

Mettendoci insieme il caldo di quel giorno, la fatica di una salita così dura e le sue condizioni di salute non certo ideali trovo che sia davvero molto poco corretto chiudere la faccenda facendo passare Tom Simpson per un dopato e un imbroglione.

Tommy era un grandissimo ciclista e così dovremmo ricordarlo tutti”

Il caldo opprimente del Mont Ventoux, il corpo disidratato dalla diarrea dei giorni precedenti, le anfetamine, la fatica …

Quanto ognuna di queste è stata decisiva nelle morte di Tommy ?

Non lo sapremo mai.

 E non dimentichiamo un altro aspetto fondamentale.

Uno dei motivi per cui Tom Simpson era così amato dal pubblico e stimato dai colleghi era per il suo indomito spirito combattivo.

Simpson non mollava mai.

Chiedendo spesso al suo corpo di andare oltre i propri limiti.

Più di una volta è stato “raccolto con il cucchiaino” a fine gara, completamento spossato e privo della benché minima stilla di energia.

Questa sua caratteristica era talmente conosciuta che diversi ciclisti passando quel giorno sul Mont Ventoux e vedendolo steso a terra non si sono in quel momento preoccupati più di tanto.

“Il solito Tommy. Anche stavolta ha finito la benzina  prima dell’arrivo”.

Emblematico è quello che capitò a Simpson nella sua prima stagione intera da professionista.

E’ il 1960 e si sta correndo la Paris-Roubaix.

Una delle classiche monumento, una tra le più affascinanti e le più difficile del calendario internazionale.

A questo si aggiunge anche una novità assoluta: è la prima corsa ciclistica trasmessa in Eurovisione.

Tom è al suo esordio nel terribile “inferno del Nord”.

Affronta però le pietre del pavé francese con il coraggio e la maestria di un veterano.

E soprattutto attacca.

Attacca ripetutamente. Prima porta via un gruppetto e poi, a 45 km dall’arrivo, se ne va via da solo.

Vi rimarrà fino a poco più di un chilometro dall’entrata al velodromo di Roubaix quando verrà raggiunto da Pino Cerami (che vincerà la corsa) e da Tino Sabbadini (un belga ed un olandese !).

A Tommy si era spenta la luce.

Ad un chilometro e mezzo dall’arrivo.

Finirà addirittura 9°, arrivando ad oltre un minuto dal vincitore.

All’arrivo gli verrà tributata un’autentica ovazione e gli verrà chiesto addirittura di fare un giro d’onore del velodromo per raccogliere l’abbraccio dello sportivissimo e competente pubblico francese.

Le immagini sono commoventi nella loro eloquenza; Tom Simpson, chino sul manubrio e con un mazzo di fiori in mano che sembra pesare un quintale, riuscirà a malapena a completarlo quel giro d’onore.

Aveva semplicemente dato tutto quello che aveva in corpo … quel giorno come molte altre volte nella sua carriera.

Questa sua indole di guerriero infaticabile e mai domo gli farà guadagnare l’amore degli appassionati, la stima e l’ammirazione dei colleghi ma verrà spesso ritenuto un limite dagli addetti ai lavori in quanto questo suo stile coraggioso ma altamente dispendioso lo faceva considerare inadatto alle grandi corse a tappe dove invece occorre centellinare con parsimonia ed intelligenza ogni sforzo.

Questo era Tom Simpson, un campione vero.

simpson ironico

Con questo piccolo tributo ci auguriamo di avere reso giustizia ad un grande atleta, ad un uomo amabile, estroverso e benvoluto da tutti e che non merita, come diceva il suo caro amico Ercole Baldini, di essere ricordato come un imbroglione e un drogato.

… sperando anche che Helene, Jane e Joanna abbiano potuto vivere una vita serena … magari proprio in Corsica, nella villa che aveva sognato di dividere con loro il povero Tom.

https://youtu.be/4BstxVPorI4

 

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