ABDON PORTE: Anche questo è morire d’amore.

di Remo Gandolfi

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E’ una storia “vecchia” di un secolo.

Che a qualcuno magari potrà anche far sorridere … talmente anacronistica e folle.

Invece, a mio parere, è una meravigliosa e triste storia d’amore.

 

E’ il 4 marzo del 1918.

Il Nacional di Montevideo ha da poco concluso l’incontro di campionato con il Charley vincendolo per 3 reti ad 1.

Abdon Porte, capitano, uomo simbolo e da più di un lustro indiscusso idolo della tifoseria del “Decano”, ha giocato tutta la partita.

Le cronache parleranno di una buona prestazione del capitano del Nacional.

Come di rito, dopo ogni incontro casalingo, i giocatori si trasferiscono nella sede del Club, ai tempi in una zona diversa della città rispetto allo stadio, per la cena di gruppo.

Poco prima di sedersi a tavola Abdon viene convocato dal Comitato Direttivo del Club (allora non esisteva la figura dell’allenatore).

Quello che stanno per dirgli è per “l’Indio” (così veniva soprannominato Porte per i suoi tratti somatici) devastante: il suo posto in squadra dalla prossima partita sarà preso dal giovane e promettente Alfredo Zibechi.

In un periodo dove non esistevano sostituzioni, panchine, panchinari o “rotazioni” questo vuol dire una cosa sola: essere fuori squadra.

Vuol dire assistere alle partite dalla tribuna in mezzo alle altre riserve e ai dirigenti.

Per Abdon è un colpo tremendo.

Lui adora e vive per il Nacional.

Sono 7 anni che gioca nella squadra che ha sempre amato, quella per cui faceva il tifo fin da bambino e per la quale ha sempre sognato un giorno di vestire la casacca.

Sono stati 7 anni di successi, di trionfi continui a livello nazionale e internazionale.

In quegli anni l’Uruguay aveva i giocatori più forti del mondo e il Nacional era la più forte squadra di Club di tutto il Sudamerica.

Con lui sempre in prima linea, come capitano, condottiero e giocatore più amato dalla tifoseria del “Decano”.

Abdon gioca a centrocampo, è molto alto per l’epoca.

Ha grande forza fisica ma è molto intelligente tatticamente, bravo nell’organizzare il gioco ed è un autentica iradiddio nel gioco aereo.

Nell’ultima stagione ha conquistato addirittura il titolo di capocannoniere, lui che gioca a centrocampo ma che sa inserirsi in attacco con grande tempismo e che soprattutto sa essere letale con il suo inarrivabile colpo di testa.

Qualche mese prima però, durante uno dei soliti accesissimi derby contro il Penarol, rimedia un infortunio alla gamba dopo pochi minuti di gioco.

Come detto non sono previste sostituzioni e Abdon resta in campo, stoicamente, contribuendo con la sua leadership e il suo carisma ad un’altra vittoria contro gli acerrimi rivali gialloneri.

Dopo quell’incontro sarà costretto a rimanere fuori per oltre un mese e quando rientra tutti, compagni, dirigenti e tifosi, si accorgono che c’è qualcosa che non va.

Abdon non è più quello di prima.

Ha perso in dinamismo, in potenza fisica e anche il suo gioco non è più lucido come in precedenza.

Comincia a fare qualche errore di troppo.

Qualche mugugno sugli spalti … poi i mugugni si trasformano in fischi.

Fino a quella sera, dove arriva quella decisione da parte di Presidente e Comitato Direttivo.

Abdon deve farsi da parte.

Anche se non ha ancora 30 anni.

Anche se il Nacional per lui è tutto.

Porte va regolarmente alla cena con compagni e dirigenti ma sono in tanti a ricordarselo ancora più cupo e silenzioso del solito.

E’ uno dei primi ad andarsene quella sera.

Appena in tempo per prendere l’ultimo tramvai della notte e con quello arrivare fino al Gran Parque Central, la sua vera casa per gli ultimi 7 anni.

Entra nel campo di gioco e probabilmente inizia a camminare su quel terreno ripercorrendo con la memoria i tanti trionfi vissuti su quello stesso terreno di gioco.

Va verso il cerchio del centrocampo.

La sua zona, il suo territorio, il pulpito dal quale dirigeva il gioco come un sapiente direttore d’orchestra con la sua tecnica, il suo acume e la sua grande personalità.

Poi estrae dalla tasca della giacca due pezzi di carta che stringe nella mano sinistra.

Con la destra estrae una pistola.

Se la punta al petto e spara.

Il suo corpo senza vita verrà ritrovato poche ore dopo, alle prime luci della mattina seguente dal custode del campo Severino Castillo, incredulo e sconvolto nel constatare che  quel corpo è quello di Abdon Porte, capitano e bandiera del Nacional.

Nei due biglietti che stringe in pugno in uno c’è una preghiera al Presidente e ai dirigenti del Nacional di prendersi cura della anziana madre e della fidanzata, che Abdon Porte avrebbe dovuto sposare il mese successivo, e la richiesta di essere seppellito nel Cimitero della Teja vicino agli idoli della sua giovinezza, i fratelli Bolivar e Carlitos Cespedes, giocatori del Nacional e morti di vaiolo nel 1905.

Nell’altro biglietto un disperato e toccante grido d’amore per il suo amato Nacional.

“Anche ora che sono polvere sarò sempre il tuo amante Nacional. Non dimenticare mai nemmeno un istante quanto io ti abbia amato. Addio per sempre.”

Nessuna acredine, nessun rancore verso niente e nessuno … solo uno smisurato affetto per l’autentico amore della sua vita: il Nacional de Montevideo.

Abdon Porte si è sparato al cuore e chissà … forse anche questo non è stato per caso.

Non alla testa come fanno praticamente tutti coloro che decidono di porre fine ai loro giorni.

Quasi a volerci dire che il suo gesto non è stato “pensato”, che non viene dal cervello …

Il suo gesto viene dal cuore, quel cuore irrimediabilmente ferito dalla notizia di poche ore prima; quella che il suo amore, il Nacional, stava per abbandonarlo.

E questo per Abdon Porte, “l’indio”, è stato già morire.

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Nota: ancora oggi in tutte le partite del Nacional è esposto questo striscione a testimonianza che l’amore di Abdon Porte per il “suo” Nacional, anche a distanza di un secolo, non è stato dimenticato.

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IL CIELO DELL’AFRICA

zambia morti

di Walter Panero
In una stanza d’albergo ad Eindhoven (Paesi Bassi).
28 aprile 1993, ore 18,30.
Il Capitano ed il dirigente.

L’uomo osserva l’orologio. I suoi compagni sono in volo e dovrebbero essere quasi arrivati ormai. Un viaggio lungo, più lungo di quello che dovrà fare lui domani per raggiungerli.
Avrebbe voluto tornare a casa prima per volare con loro, visto che è il Capitano della squadra.
Ma lui gioca in Europa da diversi anni, è un professionista, e quella di stasera è una partita davvero molto importante per il suo club; per questo i suoi dirigenti hanno deciso di trattenerlo.
Partirà domani, col primo volo. E tutto sommato non gli è andata male, visto che impiegherà meno tempo lui per raggiungere Dakar dei suoi compagni che devono fare ben quattro scali.
Vuole bene alla squadra per la quale gioca ormai da quattro stagioni, fin da quando si fece notare segnando tre gol nientemeno che all’Italia alle Olimpiadi di Seul. Gli piace l’Europa, perché lì si respira aria di grande calcio.
Ma questa non è casa sua. E non lo sarà mai, perché per lui casa è da un’altra parte.
Da un’altra parte c’è la sua gente.
Quella che lo accoglie da re ogni volta che se ne torna là.
Quella che lo ferma per strada.
Quella che lo tratta come un eroe.

L’uomo ha appena finito di preparare il borsone per la partita di stasera.
Tra pochi minuti arriverà qualcuno, busserà alla porta, e vorrà dire che sarà tempo di partire col pullman per raggiungere lo stadio dove lui ed i suoi compagni scenderanno in campo.

Ecco che bussano. L’uomo si aspettava un magazziniere, e invece è uno dei dirigenti più importanti della squadra: una persona di solito gioviale e sorridente.
Ma stavolta sulle labbra e negli occhi del dirigente non appare alcun sorriso.
I suoi occhi sono lucidi ed ha un’espressione sconsolata sul volto. Quasi disperata.

“Cosa succede?” chiede il Capitano.

Il dirigente non parla, lo abbraccia, gli sussurra qualcosa in un orecchio.
Il Capitano lancia il borsone sul pavimento, nella stanza.
Si butta sul letto ed inizia a piangere come un bambino disperato.

 

Libreville (Gabon). 28 aprile 1993, ore 17 circa.
I pensieri ed i sogni del portiere.

 

Se è vero che ognuno di noi ha un grande sogno, il mio è sempre stato quello di giocare nella squadra che rappresenta il mio paese. Non pensavo ad altro, fin da quando inseguivo un pallone di stracci nei campetti nella township della mia città: a quei tempi a casa non c’era molto da mangiare, ma a noi bastava avere un pallone da inseguire e da calciare per essere davvero felici.
Per la verità, le cose non sono cambiate molto da allora:  i ragazzi che adesso stanno in strada non hanno certo molto di più di quanto avessimo noi ai nostri tempi. Anche loro vivono di poco pane, di tanto pallone e di moltissimi sogni. E uno dei loro sogni è diventare come noi: uno dei Chipolopolo, la nostra Nazionale.
Eh sì, perché io alla fine ce l’ho fatta a realizzare il mio sogno. Gioco nei Chipolopolo da oltre dieci anni, ormai, e quasi mi sembra che sia diventata una cosa normale. Ma non quando scendo in campo. Quando calpesto l’erba verde, vedo la gente sugli spalti, e sento suonare il nostro inno mi tremano le gambe esattamente come il primo giorno.
Non sono il Capitano di questa squadra, ma uno dei più vecchi questo sì. Tutti quanti mi conoscono nel nostro Paese e, quando giro per strada, i gruppi di ragazzi mi fermano per chiedermi un autografo o anche solo per farmi i complimenti. A volte, specie quando mi trovo con la mia famiglia, mi verrebbe voglia di allontanarli o di dire che non sono io. Ma poi, guardandoli meglio e leggendo nei loro occhi le stesse speranze e gli stessi sogni che avevo io alla loro età, ci ripenso e mi fermo con loro a firmare autografi e a farmi fotografare fin quando non sono loro a esserne stufi.
Non sono il Capitano, ma sono nettamente il più anziano su questo aereo che, dopo un volo interminabile con ben tre scali, ci porterà dall’altra parte del Continente a giocare una partita fondamentale.
Mi guardo intorno e ovunque vedo facce più giovani di me.
Ecco il giovane bomber.
Ecco il centrocampista pieno di talento.
Ecco il difensore roccioso.
Ma questo è soltanto il modo in cui li conosce la gente. Per me, che li osservo dal mio mondo di solitudine che è proprio di chi ha scelto – o si è trovato – a svolgere il ruolo di portiere, sono soprattutto dei ragazzi.
Ragazzi di vent’anni o poco più. Ragazzi con i loro pensieri, con le loro passioni, con i loro sogni.
C’è quello che si deve sposare in estate.
C’è quello che ha appena avuto una bimba e non parla d’altro, mostrando a chiunque le foto della piccola.
C’è quello che adora la musica e suona in un gruppo.
C’è quello che ama leggere.
Ci sono quelli, quasi tutti, che sognano di andare a giocare in Europa, come il nostro Capitano che è impegnato in una partita internazionale con la sua squadra e che ci raggiungerà a destinazione. Sognano di diventare dei campioni come il grande Roger Milla; come il portiere Thomas N’Kono, idolo dalla mia adolescenza.
Sognano di andare in Francia, in Belgio, in Olanda, in Germania. O addirittura in Inghilterra o in Italia. Posti di cui conosco solo il nome o poco più. Ma i giocatori che giocano in quei campionati li conosciamo eccome: Maradona, Matthaeus, Van Basten, Baggio e tantissimi altri.

C’è però un sogno che ci accomuna tutti quanti: qualificarci per i prossimi Mondiali che si svolgeranno nell’anno a venire negli Stati Uniti. Sarebbe un evento storico per il nostro Paese. Non oso pensare a che cosa succederebbe laggiù se accadesse una cosa del genere. Farebbero festa per giorni interi, un po’ com’era avvenuto quando la nostra squadra aveva battuto per 4 a 0 l’Italia alle Olimpiadi di Seul.
Un sogno realizzabile, stavolta.
Ma per ottenerlo è necessario vincere la prossima partita che si disputerà in Senegal contro la squadra locale. Se dovessimo vincere, le possibilità di farcela aumenterebbero tantissimo.
Se dovessimo vincere! Che sogno!

Ci hanno avvisati che stiamo per decollare. Con la mano destra controllo che la cintura sia ben agganciata.
I motori sono accesi. L’aereo si muove sulla pista prima lentamente, poi con maggiore rapidità.
Tra poco decolleremo e io sento un fremito nelle gambe. Una strana sensazione di timore che mi prende sempre, fin dalla prima volta in cui salii su un aereo. Eppure dovrei essere abituato a volare, dopo aver percorso centinaia di chilometri di volo attraversando tutto il Continente, e anche oltre.
Ecco che il rumore aumenta. I motori rombano. L’aereo punta verso la pista. Si ferma. Poi parte. Acquisisce velocità. Ancora, ancora, ancora. Fino ad alzarsi da terra.
Rivolgo il mio sguardo verso destra e vedo un paio di compagni anche loro agitati. E il Mister. E il medico.
Mi sembra tutto tranquillo. Mi posso rilassare adesso.
Dal finestrino, anche se è quasi sera, si intravede uno spettacolo bellissimo: l’Oceano che incontra la terra, fino ad abbracciarla.
La nostra terra. La terra dei nostri padri. L’Africa.
Osservo l’enorme distesa d’acqua sotto di noi.
Socchiudo gli occhi.
Sogno di quand’ero bambino e cercavo di giocare all’attacco con i ragazzi più grandi, che mi mettevano sempre ed inesorabilmente in porta.
Sogno il mio esordio con i Chipolopolo.
Sogno la prossima partita.
Sogno di affrontare Maradona e Matthaeus ai Mondiali.
Sogno.
Quando mi risveglierò saremo tutti arrivati alla nostra prossima destinazione.

 

Eindhoven (Olanda) 28 aprile 1993, ore 18,30 e pochi secondi.

 

“Non è possibile!….Ma proprio tutti, tutti?….” urla il Capitano disperato.

Il dirigente non parla, ma la sua faccia vale più di mille risposte.

Il Capitano rimane lì sul letto. Immobile. Ammutolito.
Per lui non ci sarà nessuna partita stasera.
E neanche nel fine settimana con la sua Nazionale.
Domani andrà all’aeroporto e non partirà per il Senegal, ma per casa sua.
Domani tornerà in Africa. Non per disputare una partita, ma per versare tutte le lacrime che ancora gli restano.

zambia team 1993
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Quasi diciannove anni dopo

 

Libreville (Gabon) 12 febbraio 2012. Stadio “Omar Bongo”. In tribuna. Il Presidente.

 

Il Presidente ha quarantotto anni e qualche chilo di sovrappeso rispetto a quando giocava alcuni anni fa. Ma probabilmente stasera quei chili se ne sono andati tutti a causa della tensione.
E’ stata una partita tirata e piena di emozioni, ma con poche occasioni da entrambe le parti, se si esclude un rigore sbagliato dal più forte e famoso degli attaccanti avversari.
Alla fine, quasi senza rendersene conto, si è giunti ai rigori.
Una soluzione che molti ritengono ingiusta, ma che in fondo è l’unica percorribile.
Una soluzione che fa battere forte il cuore a tutti i tifosi nello stadio.
Una soluzione che toglie il fiato anche al Presidente.
La prima serie di cinque tiri si è conclusa con cinque centri per parte.
E così si è andati avanti ad oltranza.
Ancora un gol per parte.
Quindi gli avversari hanno sbagliato, ma anche la squadra del Presidente ha tirato in cielo il settimo rigore.
Ottavo tiro per gli avversari: ancora fuori.

“Ora è la volta buona … ora è la volta buona!” pensa il Presidente con la camicia madida di sudore, come capitava alla sua maglietta ai tempi in cui scendeva in campo.

“Ora è la volta buona! … Ora è la volta buona!…” pensano tutti i suoi connazionali, quelli che sono allo stadio e quelli che si trovano in Patria davanti alla televisione.

Tutti trattengono il fiato e guardano ciò che succede in campo.
Ma molti, stranamente, rivolgono uno sguardo verso il cielo.

 

Libreville (Gabon) 12 febbraio 2012. In campo. Il difensore.

 

Anche Stopira guarda per un attimo il cielo. Aveva solo quattro anni nel 1993, ma suo padre e suo nonno gli hanno raccontato quella storia un sacco di volte. All’inizio quando la sentiva sbuffava, perché quei racconti gli sembravano lontani, noiosi e sempre uguali. Ma poi un giorno conobbe il suo Presidente che gli raccontò la medesima storia, aggiungendo però di averli conosciuti di persona. Uno per uno. Anche se il destino aveva voluto che lui non fosse con loro.
Aveva conosciuto il vecchio portiere, quello che si doveva sposare, quello che aveva una bambina piccola, quello che amava la musica.
E all’improvviso quei personaggi, che a Stopira prima sembravano estranei alla realtà, uscirono dai racconti dei vecchi e si trasformarono in persone reali.
Stopira comprese, tanto farsi regalare un loro poster ed appenderlo nella sua stanza. Tanto da tenere la loro foto in tasca, ogni volta che andava in campo.
Stopira tiene in mano il pallone e cammina lentamente. Ha ventidue anni, le gambe che tremano e l’aria di chi vorrebbe essere ovunque, tranne che nel posto in cui si trova in questo momento.
Intorno a lui sente tanto rumore e tanta tensione. La stessa tensione che gli fa battere forte il cuore e gli fa sentire la gola secca e la saliva che non riesce più a scendere.
Mai avrebbe pensato di essere lì. Anche se porta il nome di un vecchio attaccante francese, Stopira è un difensore. Fin da quando era piccolo, gli hanno sempre insegnato ad evitare che un avversario faccia dei gol, non certo a segnare. Non è il suo mestiere, quello. Punto.
Ma sette dei suoi compagni hanno già tirato, e adesso tocca proprio a lui. Quando il Mister lo ha chiamato dicendogli di andare a calciare, Stopira ha fatto finta di non sentire. “Magari non parla con me, magari se io non gli rispondo chiama qualcun altro…”, aveva pensato.
Niente da fare.

“Ehi Stopira … sei diventato sordo? Ho detto che tocca a te!…” gli ha ripetuto il Mister.

E lui, come un automa, si è alzato, ha dato una pacca sulla spalla a uno dei suoi compagni (lo stesso che aveva sbagliato in precedenza), ed ha iniziato a camminare lentamente verso il centro del campo.

Il rigore decisivo.
Quante volte gli è capitato di vederne, di rigori decisivi.
Ma sugli spalti o in televisione è tutto diverso. Vedi gli altri morire di tensione e te ne stai rilassato e  tranquillo sulla tua sedia, mentre scherzi con gli amici della tensione che vedi dipinta sul volto di chi calcia. Come qualche anno prima, ai Mondiali di Germania, quando Trezeguet sbagliò facendo piangere un intero paese, e Grosso segnò mandandone in delirio un anno.
Stopira aveva diciassette anni, allora. Ed era solo una giovane promessa del calcio del suo Paese. Se ne stava al bar con gli amici simpatizzando un pochino per gli Italiani, perché da difensore apprezzava più gli anticipi di Cannavaro che le serpentine di Zidane ed Henry, anche se il suo idolo da bambino era Basile Boli, un Francese con sangue africano nelle vene.

Ma adesso in campo non ci sono i suoi idoli d’infanzia e di adolescenza. Adesso il protagonista è lui. Adesso sono affidate a lui le speranze di un intero Paese.
Se Stopira sbaglia, come il compagno che lo ha preceduto, si va avanti a tirare.
Ma se dovesse segnare….beh….se dovesse segnare, un intero paese esploderebbe di gioia irrefrenabile….la gente scenderebbe nelle piazze….i ragazzi nelle strade festeggerebbero per giorni e giorni….e per anni, forse per decenni, in tutto il Continente non si parlerebbe d’altro….

Il rigore decisivo.
In pochi attimi è contenuta tutta la storia sportiva, e non, di un Paese. E Stopira questo lo sa bene,  perché mentre cammina sente sulle sue spalle, pesante come un macigno, tutta la responsabilità di quello che sta per accadere.
Stopira si volta verso la panchina. Il Mister cerca di apparire tranquillo e gli alza il pollice come per dire: “stai sereno, va tutto bene”. Sì….va tutto bene per te che te ne stai lì a guardarmi, pensa il difensore, ma per me un po’ meno.
Accanto al Mister, i compagni della panchina sono tutti inginocchiati a terra, come raccolti in preghiera. Mentre i ragazzi che sono scesi in campo in questa interminabile partita se ne stanno in piedi e abbracciati nel cerchio di centrocampo. Qualcuno è fermo, come paralizzato. Qualcun’altro rivolge le braccia e le mani verso il cielo come ad invocare qualcosa o qualcuno.

Stopira posa il pallone sul dischetto. Arretra di qualche passo. Rivolge un rapido sguardo al portiere avversario che lo fissa negli occhi.

“Lui….lui sì che non ha niente da perdere…” pensa Stopira adesso “…per lui le cose andranno bene comunque….se dovessi segnare, nessuno dirà mai che è colpa sua….ma se invece dovesse respingere il mio tiro diventerà l’idolo di un’intera Nazione….se rinasco un’altra volta faccio il portiere, altro che….”.
Stopira borbotta qualcosa tra sé e sé. E, prima di avanzare verso il pallone, rivolge ancora uno sguardo verso il cielo.

Uno, due, tre passi.

“Lo tiro forte alla sinistra del portiere!…”pensa Stopira. E il suo cervello dà questo impulso al pallone.
Stopira calcia con potenza e…

“Maledizione! Sono scivolato!” pensa tra sé e sé mentre sente che il piede sinistro scivola sull’erba bagnata.
Ma nell’istante in cui appoggia le mani per rialzarsi prontamente, sente l’urlo dei suoi compagni. E il boato della sua gente. La palla è finita in rete, non esattamente dove lui avrebbe voluto calciarla, ma comunque in rete!
Stopira si alza. E urla. E corre. I suoi compagni cercano di inseguirlo per abbracciarlo.
Ma lui corre. Ancora. Ancora. Come un pazzo. E dietro di lui, insieme a lui, corre un intero paese.
Poi si ferma e i suoi compagni, col Mister, riescono a raggiungerlo, ad abbracciarlo, a portarlo al centro del campo.

Un uomo in giacca e cravatta gli corre incontro tutto sudato e trafelato.
Stopira lo riconosce: è il Presidente.
In campo i ragazzi che hanno vinto la partita si abbracciano festanti.
Anche il Presidente e Stopira si abbracciano.
Insieme rivolgono lo sguardo verso il cielo.
E dai loro occhi iniziano a scendere lacrime.

 

Da qualche parte. In qualche momento.
I pensieri del portiere.

 

Dal posto in cui siamo possiamo vedere tutto ciò che accade in campo. Osserviamo quei ragazzi e vediamo che hanno le nostre stesse facce, indossano le nostre stesse maglie, pensano le stesse cose che pensavamo noi.
C’è quello che si deve sposare. C’è quello che ha avuto una bambina da poco. C’è quello che ama la musica. C’è quello a cui piace leggere. Ci sono quelli che sognano di andare a giocare in Europa.
Tante passioni. Tanti sogni.
Ma uno è il più grande di tutti: vincere qualcosa di veramente importante.
Ed è quello che è accaduto oggi. Dopo tanta attesa, e tanti tentativi andati male.
Com’è strana la vita: con tutti i posti che ci sono nel mondo proprio là. Proprio nello stesso luogo in cui noi….beh….in cui noi siamo rimasti giovani per sempre.
Li vediamo correre per il campo, con i sorrisi che si mescolano alle lacrime.
Vediamo il Presidente con loro che impazzisce di gioia e di commozione.
Lo conosciamo bene, visto che lui altri non è che il nostro Capitano.
Anche noi non riusciamo a trattenere le lacrime.
Siamo rimasti qui ad aspettare e a sperare per tantissimo tempo che arrivasse questo momento. Stasera siamo scesi in campo anche noi ed è per questo che nessuno oggi avrebbe mai potuto battere quei ragazzi. E noi con loro.
Finalmente ce l’abbiamo fatta a vincere! Finalmente, tutti insieme, siamo riusciti a coronare il nostro grande sogno!

zambia champ

Il 27 aprile 1993, l’aereo “De Havilland Canada DHC 5 Buffalo” dell’aeronautica militare zambiana che trasportava la Nazionale dello Zambia da Lusaka a Dakar, dove la squadra avrebbe dovuto affrontare la rappresentativa senegalese, si inabissò nell’Oceano Atlantico poco dopo uno scalo tecnico a Libreville, capitale del Gabon. Morirono trenta persone, tra le quali i 18 giocatori della Nazionale, i tecnici, i dirigenti e cinque membri dell’equipaggio.

Il Capitano della Nazionale Khalusha Bwalya, essendo impegnato in una partita col PSV di Eindhoven, squadra nella quale militava da qualche anno, decise di raggiungere il Senegal autonomamente e per questo si salvò la vita.

Circa diciannove anni dopo, proprio a Libreville, la Nazionale dello Zambia si è laureata campione d’Africa battendo ai rigori la Costa d’Avorio di Drogba, grazie al penalty decisivo del difensore Stopira Sunzu.
I principali protagonisti di questa storia sono:

Il portiere: David Chabala
Il Capitano: Khalusha Bwalya
Il Presidente: Khalusha Bwalya, diciannove anni dopo
Il difensore ed ultimo rigorista: Stopira Sunzu
I loro sogni inseguiti e finalmente realizzati.

 zambia omaggio

Chi volesse vedere la serie di rigori che ha assegnato l’ultima Coppa d’Africa può cliccare qui:

http://www.youtube.com/watch?v=v8QxcFTaqCE&feature=related

 

FRANKLIN LOBOS: Morire e poi risorgere.

lobos giocatore

“Quanti anni … anzi no! Quanti secoli sono passati da quando giocavo nella Serie A del mio Paese ?

Ma soprattutto … siamo sicuri che questa sia la stessa vita?

A volte non credo proprio.

Guardo le poche foto che ho ancora in casa e faccio molta fatica a pensare che quello che vedo lì sia la stessa persona che vedo oggi riflessa allo specchio: doppio mento, rughe e una bella calvizie che avanza inesorabile.

Giocavo a calcio.

Ho giocato anche nel Cobresal.

Ed in quella squadra ho pure vinto un Campionato guadagnando la promozione nella PrimeraDivision del Cile.

In quel periodo in squadra con noi c’era un ragazzino fenomenale: ogni volta che riceveva un pallone decente all’interno dell’area sapevi già come andava a finire:

…con il portiere che raccoglieva la palla dal fondo della rete!

Si chiamava Ivan Zamorano ed ha scritto pagine importanti nella storia del calcio del mio Paese.

Ecco … Io in quella vita lì giocavo a centrocampo.

Correvo, correvo proprio come un matto. In campo lottavo come un guerriero Lakota e dove c’era il pallone ero, quasi sempre, li anch’io.

Facevo anche gol.

Direi nemmeno tanto pochi per un centrocampista; anche se praticamente segnavo sempre e solo in unico modo: su calcio di punizione.

Mi chiamavano “El mortero magico”.

Tiravo di potenza (davvero tanta potenza) e, quando la palla superava la barriera, c’erano davvero tante possibilità che il portiere neppure la vedesse.

So di tanti calciatori avversari che, a quei tempi, si inventavano ogni tipo di scusa pur di non andare in barriera.

Sono arrivato perfino in Nazionale!

Ho giocato diverse partite di qualificazione per le Olimpiadi di Los Angeles del 1984; ma poi, a quelle Olimpiadi, ci andarono altri ed io mi accontentai di vedere i miei compagni alla tv.

Ovvio, un po’ di delusione la provai, ma sapevo benissimo che c’erano giocatori più bravi e meritevoli del sottoscritto.

E poi cos’era quel piccolo dispiacere in confronto alla gioia pazzesca, infinita ed indimenticabile provata solo 3 anni prima?!?!

Vi racconto cosa successe.

Copiapò è una cittadina del nord del Paese.

Si trova nel bel mezzo del deserto di Atacama.

Io è lì che sono nato e cresciuto.

Ci sono poche cose: il caldo, la polvere e le miniere.

Con l’apertura di queste trappole per uomini, parlo delle miniere, arrivarono dalle mie parti il lavoro, un po’ di denaro e la possibilità di una vita più dignitosa.

Con i soldi arrivati con l’apertura della miniera fu costruito un piccolo ma accogliente stadio e con lo stadio è nata anche una piccola squadra, piccola ma decente. Con me c’erano giocatori del valore di Ramon Climent, Mario Caneo e Diego Solis: amici veri, in campo e fuori dal campo.

Squadra talmente “decente” che nell’anno di grazia 1981, nell’ultima partita in casa della stagione, noi del “Regional Atacama” arrivammo a disputare un match che mai avremmo pensato di giocare: quello che poteva significare la promozione nella Prima Divisione Cilena.

Un sogno da realizzare per la squadra, la regione e tutti gli abitanti di questa zona dimenticata da Dio e dal resto del Paese.

Per tutti i lavoratori della miniera poi era molto di più di una semplice partita di calcio: era la rivincita.

Significava tanta forza in più per tornare il giorno dopo a scavare laggiù in fondo, laggiù nel buco del culo del mondo.

Io ero il capitano di quella squadra anche se a 24 anni ero addirittura uno dei più giovani.

Ricordo che negli spogliatoi poco prima di scendere in campo regnava un silenzio totale, assoluto.

Lo stesso silenzio a cui pensi di esserti abituato dopo aver vissuto tanti anni in un deserto.

Le uniche parole che fummo in grado di scambiarci furono la promessa a noi stessi  che se avessimo vinto quella partita saremmo andati, tutti insieme, ai piedi del Santuario di San Pedro di Atacama.

Lo stesso posto in cui le madri, le sorelle, le mogli e le fidanzate dei minatori vanno a pregare perché la terra restituisca loro, ogni giorno, i propri cari.

Quei 90 minuti volarono via in un lampo.

L’arbitro fischiò la fine.

Avevamo vinto: Diego, Ramon, Mario, io e tutti gli altri.

Bastò guardarci negli occhi.

Sebbene fossimo tutti allo stremo delle forze non ci fu nemmeno bisogno di parlare.

Non entrammo neppure negli spogliatoi.

Ci incamminammo così, in maglietta e calzoncini verso il Santuario, lungo la Statale 5, nel caldo torrido di quel giorno, con la polvere del deserto che ci riempiva i polmoni.

9 km da percorrere e dietro di noi, con noi, i nostri tifosi, il nostro popolo, festante e gioioso.

In questa vita ora è invece è diverso.

Oggi di anni ne ho 53 ed ho due figlie che studiano all’Università; purtroppo con il calcio in Cile negli anni ’80 non diventavi mica ricco.

Ho provato a fare il taxista.

Guidare mi piace ma non si guadagna abbastanza.

E così ora guido qualcos’altro e la strada che faccio è sempre la stessa.

Tutti i santi giorni che il buon Dio manda in terra, più volte al giorno.

Si, perché ora sono al volante di una specie di pulmino che porta i miei amici minatori fino a 700 metri sotto terra, a raschiare la roccia per 8 ore al giorno per cercare rame e oro.

Sperando che queste ore passino in fretta per poter tornare alle nostre famiglie e alla luce del sole del deserto di Atacama.”

miniera

E’ il 5 agosto del 2010.

Sono passati 29 anni da quel giorno meraviglioso, scolpito per sempre nella memoria di Franklin Lobos e di tutti gli abitanti di quella zona del Mondo dimenticata da Dio e dal resto del Cile.

Franklin mette in moto la sua “camioneta” per andare, come ogni giorno, a recuperare i suoi amici e colleghi minatori che stanno terminando il loro turno.

È con un collega a fianco e stanno scendendo giù per questa lunga spirale che lì porterà laggiù in fondo, a 700 metri sotto terra.

Li porta a raccogliere i suoi compagni che vedono in Franklin Lobos una specie di moderno Caronte, il loro traghettatore che li riconduce ogni giorno alla vita ed ai loro cari.

Solo che “Caronte” questa volta porta persone in carne ed ossa e non anime.

Quel giorno, però, c’è qualcosa che non va.

Rumori sinistri, rocce che si sgretolano e cadono davanti e dietro Franklin ed al suo accompagnatore.

A poche centinaia di metri dal punto stabilito per il recupero dei colleghi c’è un’esplosione.

Poi un crollo.

La montagna intera sembra scoppiare dietro di loro … e sopra di loro.

Enormi pezzi di roccia e terra cadono sul solito percorso di Franklin che prova ad accelerare mentre dietro di lui la strada si riempie di detriti.

Riescono ad arrivare al punto stabilito; riescono a raggiungere i compagni.

Ci sono 31 minatori che li attendono pronti a tornare in superficie dopo il loro turno di lavoro.

Il frastuono provocato dal crollo, a pochi metri da loro, è però peggio di un pugno allo stomaco.

C’è stato un crollo ed è di enormi proporzioni.

Tutte le vie di uscita sono bloccate.

Chi ha il coraggio di andare a vedere cosa è successo torna dai compagni con la disperazione negli occhi.

Sembra che una roccia enorme ostruisca il passaggio.

No, in realtà si scoprirà che è molto ma molto peggio.

È crollato il tetto della miniera e tra loro e la salvezza ora c’è in mezzo una montagna.

Quella è l’unica via di accesso … ma purtroppo anche l’unica via di fuga.

Sono in 33 e sono bloccati a 700 metri sotto terra … nel buco del culo del mondo.

La notizia inizia a filtrare piano piano.

Non ci sono comunicazioni ufficiali da parte della compagnia titolare della miniera ma le famiglie, che non vedono tornare a casa i loro cari, fanno molto presto a capire che qualcosa di grave è accaduto.

Si teme il peggio.

Passano i giorni e le speranze diminuiscono ogni volta che il sole tramonta.

Arriva la notizia che nel rifugio, dove si spera siano almeno una parte dei minatori, i viveri sono sufficienti per 48, forse 72 ore.

Troppo pochi ovviamente.

Passano 17 interminabili giorni quando finalmente arriva la notizia più bella e ormai quasi insperata: i 33 minatori sono vivi, tutti quanti e in buona salute.

A raccontarlo, a coloro che sono fuori da quell’inferno, sarà un biglietto attaccato ad una sonda mandata fin laggiù nella speranza di stabilire un contatto.

biglietto 33

Franklin Lobos è là con gli uomini di quel gruppo.

Il più anziano ha 62 anni e fra meno di un mese lo attende la pensione mentre il più giovane di anni ne ha soli 19, ed in superficie lo attende la fidanzata con un figlio in grembo.

Franklin Lobos farà ancora parte di una SQUADRA: la più coesa, determinata ed unita che mai si era vista in nessun campo di calcio di tutto il pianeta.

In questo caso “Tutti per uno ed uno per tutti” non è solo un semplice motto.

È la loro regola unica ed assoluta.

Il loro “jefe”, il capo, laggiù è Luis Urzua.

È stato allenatore di calcio. È lui il più anziano quello che, se risaliranno da quel buco maledetto, si godrà la pensione, i nipotini e il meritato riposo.

È lui che si fa carico di organizzare la squadra.

Per prima cosa il cibo sarà razionalizzato al massimo ed il tempo sarà il loro bene più prezioso.

Resistere un giorno od anche un’ora o un minuto in più può essere fondamentale.

Allungare il tempo vuol dire vivere.

2 cucchiai di tonno, ¼ di bicchiere di latte e mezzo biscotto a testa è quello che hanno a disposizione ogni 48 ore.

Sì proprio “ogni 48 ore” avete letto bene.

L’acqua viene presa dai serbatoi dei tanti macchinari sepolti laggiù con loro.

Le luci di quei mezzi vengono accese di giorno e spente di notte: perché tutto deve sembrare il più normale possibile … l’unico modo forse, per non impazzire.

Riescono a comunicare ogni giorno con la superficie, con i propri cari ed attraverso un passaggio, grande poco più di 15 cm, arrivano loro viveri e vestiti.

Intanto, all’esterno, i trapani scavano e via via si fanno sempre più vicini.

Il tempo passa ma la speranza di rivederli tutti vivi aumenta ogni giorno.

Fuori, al sole del deserto di Atacama, si è creato un vero e proprio villaggio: è nato spontaneamente e lì ora vivono stabilmente i famigliari dei 33 minatori.

Di giorni ne passano e ne passeranno ben 69 prima che l’ultimo minatore, il “Mister” Luis Urzua, venga estratto da quella maledetta trappola nella miniera di San Josè di Copiapò … in quel posto da sempre dimenticato da Dio e dal resto del Paese.

Franklin Lobos è uno degli ultimi ad uscire.

Potevano risalire solo uno alla volta e tra il primo e l’ultimo è passato più di un giorno.

Al ritorno alla libertà, ad attendere Franklin Lobos, come per tutti gli altri, c’è la Sua famiglia; è li ad aspettarlo, come lo aspetta ogni volta che ritorna dal lavoro.

In mezzo a loro, però, anche 3 volti insoliti, non di qualcuno che vive da quelle parti, dove si conoscono tutti.

3 volti che il tempo ha riempito di rughe, regalato qualche chilo in più e lasciato tanti capelli in meno.

Franklin Lobos però li ha riconosciuti subito: quelli sono i volti di Ramon Climent, Mario Caneo e Diego Solis.

Si, c’erano tutti e tre ad attenderlo.

“Perché non eravamo amici solo in un campo di calcio. Siamo amici per la vita”.

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Per chi volesse saperne di più in Internet è facile trovare documentari e soprattutto il film completo “Los 33” girato e distribuito pochissimi anni fa … purtroppo non in Italia.

Questo è il trailer del film

 

 

 

CASSIUSCLEI e LERRIOLMS

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di Walter Panero

Un giorno di inizio ottobre del 1980. Davanti al televisore.

L’uomo è alto. L’uomo è bello. L’uomo ha i capelli crespi. L’uomo è nero.

L’uomo è a torso nudo ed indossa soltanto dei pantaloncini chiari.

L’uomo non sta fermo un attimo e sembra molto agitato. Alza le braccia verso il cielo. Fa girare le braccia. Fa roteare gli occhi. Non la smette un attimo di parlare, di urlare parole per me incomprensibili verso la gente e verso l’altro uomo, anche lui nero, anche lui nero ma meno bello. Quasi tutte incomprensibili, perché quando una voce fuori campo scandisce il nome dell’altro uomo i Buuuuuuh!Buuuuuuuh! urlati dall’uomo bello sono fin troppo chiari anche per me che ho pochi anni e che una roba del genere non l’avevo mai vista prima.

“Buuuuuuh! Buuuuuuh!” urla il primo uomo portandosi la mano avvolta in un guantone scuro alla bocca.

“Buuuuuuh!Buuuuuuuh!” risponde la folla come se fosse chiamata all’ordine dal proprio capo.

Intorno ai due uomini diverse persone. Alcune di esse circondano l’uomo bello che sembra avercela particolarmente con l’altro, che chissà cosa gli avrà fatto. Lo cerca con lo sguardo, lo minaccia, allunga i pugni. Sembra volerlo picchiare subito. Solo la gente che lo circonda riesce a fermarlo e ad impedirgli di andare immediatamente a regolare i conti con l’altro. Però continua a parlare. Però continua a fare gli occhi minacciosi. Però continua a urlare.

Poi i due vengono allontanati, uno da una parte e l’altro dall’altra di quel quadrato delimitato dalle corde.

L’uomo tranquillo saltella silente dalla sua parte, mentre l’indemoniato continua a dimenarsi, ad alzare i pugni, a parlare. L’altro fermo, lui in perenne movimento col corpo e con la lingua.

“Ma cosa dice? Perché si agita tanto?” mi lascio scappare.

“Cassius Clay è sempre stato così!” risponde secco mio padre.

Ecco. Appunto. Ne so quanto prima. Cioè, io ‘sto Cassiusclei l’avevo anche già sentito nominare più di una volta (“Mangia che diventi alto e forte come Cassiusclei”, “Ma chi si crede di essere quello, Cassisusclei?” e così via) ma di lui so davvero molto poco. Cioè sì, una volta mio nonno, che non segue nessuno sport se non il pugilato (la boxe, dice rigorosamente lui) mi ha detto che è un pugile “moru” molto forte, senza però andare molto oltre.

Chi sarà dei due ‘sto benedetto Cassiusclei? Il chiacchierone o il silenzioso? Tra l’altro quando sono comparse le scritte al momento della presentazione mi sembra di aver visto che nessuno dei due si chiami davvero Cassiusclei. E’ vero che mi hanno detto che sono in America, che là parlano Inglese e per quel poco che ne so quella è una lingua in cui le parole si dicono diversamente da come si scrivono. Però io una scritta che somigli a Cassiusclei non l’ho vista proprio. E anche adesso, la voce che racconta il combattimento che finalmente è iniziato parla di uno che si chiama Lerriolms e di uno che si chiama Muamadalì, ma di Cassiusclei non c’è traccia. Eppure ci dovrà pur essere, se mio padre continua a parlare di lui. Ma non mi va di fare altre domande ovvie. Certo è uno strano mondo quello dei grandi! Chissà se un giorno riuscirò a capirci qualcosa!

Intanto i due “Moru”, come dice semplicemente mio nonno, che non so se li distingua uno dall’altro visto che per lui sono semplicemente dei “Moru grand e gros”, iniziano a darsele di santa ragione in quel quadrato che in televisione chiamano ring.

Di Cassiusclei, almeno nelle parole del cronista, non c’è traccia, in compenso capisco che il chiacchierone di prima si chiama effettivamente Muamadalì (strano nome per un Americano!)

e anche adesso che il combattimento è iniziato sembra sia stato morso da una tarantola. Non sta fermo un attimo: saltella, agita i pugni, li porta verso il basso, fa cenno all’altro di colpire, continua a parlare. In compenso Lerriolms tace ma, a mano a mano che passa il tempo, comincia a colpire in maniera sempre più precisa l’altro uomo. Io non è che ci capisca gran che di questo sport che si chiama pugilato, e per mio nonno boxe, ma mi sembra che più passa il tempo più il silenzioso stia mettendo a tacere quell’altro.

“Niente da fè…l’è pi nen chiel…ij ani a paso per tuti…” si lascia scappare mio padre in Piemontese scuotendo la testa.

Niente da fare. Non è più lui. Gli anni passano per tutti. Capisco che si riferisce a questo Muamadalì, che ora ha smesso di saltellare e anche di chiacchierare e se ne sta ormai fermo con una mano sulle corde del ring cercando di limitare i danni. Sembra sfiancato. Sembra che tutte le energie le abbia spese prima dell’incontro e adesso le sue forze siano irrimediabilmente finite. Invece l’altro, che prima pareva un po’ esitante, sembra ancora nel pieno delle proprie energie.

Passano i minuti, e il copione non cambia, come in certi film di Badspenser (non so se si scrive così, cavolo di Americani!): il silenzioso di prima le dà, e l’altro le prende. Senza tregua. Senza possibilità (almeno per quel poco che capisco) che le cose possano cambiare.

“Vanno avanti finché uno non cade per terra?” vorrei chiedere a qualcuno. Ma preferisco tacere. Non mi va di fare la solita figura del moccioso che non sa niente.

“Decima ripresa…adesso secondo me lo butta giù…” dice mio padre.

“Tanto vince comunque ai punti…” interviene mio zio, suo fratello, che finora non aveva parlato mai.

Ai punti. Ai punti. Cosa vorrà dire vincere ai punti? Forse un giorno capirò anche questo.

“Ommisignur!” si lascia scappare mio nonno.

Muamadalì è fermo. Sembra un sacco vuoto, uno di quelli che usano i pugili per allenarsi. Lerriolms lo colpisce ovunque. Al viso, sui fianchi, destro, sinistro. Davvero non riesco a capire quale forza sovrumana stia impedendo all’altro, a Muamadalì, di rimanere ancora in piedi.

Suona la campana e, differentemente da quanto avveniva nelle prime riprese, il pugile bello non ha nulla da dire: nessuna parola, nessuna minaccia verso l’avversario. Si volta, stavolta anche lui silenzioso, cercando lo sgabello sul quale andare a sedersi per trovare un po’ di sollievo.

La signorina che ha il compito di segnalare l’inizio dell’undicesima ripresa sta già facendo la propria passeggiata sul ring. Si vedono degli strani movimenti all’angolo di Muamadalì. Persone che discutono, che urlano, che spingono. La telecamera poi va ad indugiare su di lui, che invece se ne rimane seduto sullo sgabello, silenzioso, quasi immobile: gli occhi prima in continuo movimento appaiono ora spenti. Una belva ferita, ecco come appare.

“Ill stop de faigt!” urla a un certo punto qualcuno, forse un medico.

Muamadalì non si rialza dallo sgabello. L’arbitro dell’incontro corre dall’altra parte e va ad alzare il braccio di Lerriolms dichiarandolo vincitore. Il primo match di boxe cui abbia mai assistito finisce qui. Per ritiro. Kappaò tecnico, dice la televisione.

Il vincitore alza le braccia al cielo per esultare e salutare la folla. Pochi secondi dopo, di colpo abbassa le braccia. Cerca di farsi largo tra la gente che è salita sul ring per complimentarsi con lui. Cercano di fermarlo, di riportarlo al centro del ring per la proclamazione del vincitore. Ma lui avanza lentamente tra la folla fino a raggiungere l’angolo dove è ancora seduto il suo avversario. Si abbassa verso di lui. Allunga la mano ancora foderata dal guantone. Forse pronuncia qualche parola. Poi torna sui suoi passi, verso il centro del ring, tra gente plaudente che lo abbraccia e lo bacia. Ma lui sembra contrariato. La testa bassa. Nessun sorriso traspare dalle sue labbra e dai suoi occhi.

Solo quando lo speaker prende la parola, dichiarandolo “Campione del Mondo” (mantiene il titolo di campione del mondo, c’è scritto anche sullo schermo della TV in bianco e nero dei nonni), Lerriolms abbozza un sorriso e, quasi imbarazzato, lascia che qualcuno alzi il suo braccio destro in segno di trionfo. Ma anche qui dura poco. I giornalisti lo inseguono per strappargli qualche parola, ma ancora una volta il Campione del Mondo non riesce a stare fermo: al contrario di quanto era avvenuto all’inizio del match ora è lui ad essere agitato, mentre il suo avversario è costretto a stare zitto e immobile sullo sgabello. Ancora una volta Lerriolms attraversa a testa bassa tutto il ring per portarsi ancora una volta all’angolo ove siede l’avversario. Ancora una volta si abbassa. Ancora una volta sembra dire qualcosa. Ancora una volta, dopo alcuni istanti, si riporta a testa bassa verso il centro del ring dove finalmente, dopo aver abbracciato una donna che potrebbe essere la moglie, si concede alle interviste. Sempre senza sorridere. Sempre con un espressione quasi imbarazzata.

“Pover Cassius Clay!” dice ancora mio padre scuotendo la testa, mentre mio nonno si è alzato per spegnere la televisione.

“E’ ora che si ritiri!” dice senza mezzi termini mio zio.

“…Sono finiti i tempi che volava come una farfalla e pungeva come un ape…ha la mia età…ormai siamo vecchi…” aggiunge ancora mio papà.

Io continuo a non capire bene chi sia questo Cassiusclei di cui la mia famiglia continua a parlare. Non so praticamente nulla di lui. Ma da quel poco che capisco ha qualcosa a che fare con quel Muamadalì che all’inizio faceva tanto lo sbruffone e che poi ne ha prese tante, e chissà adesso che fine ha fatto dato che poi la telecamera ha inquadrato solo Lerriolms, il vincitore. Da quel poco che capisco deve essere stato un grande campione. Ma purtroppo, dal modo in cui le ha prese oggi, non lo è più. Certo se ha l’età di mio papà, cioè trentotto anni, è davvero molto molto vecchio e forse ha ragione mio zio quando dice che a questa età sarebbe meglio smettere e fare dell’altro.

“Povero Cassiusclei” mi lascio scappare anch’io.

Mio nonno, mio zio e mio padre mi guardano stupiti. Ero praticamente sempre stato zitto fino a quel momento. Forse non pensavano neppure che io stessi seguendo.

“Un giorno, quando sarai grande, saprai chi è stato per noi Cassius Clay. Un giorno, quando sarai grande, capirai cosa ha rappresentato per noi Muhammad Alì” dice ancora mio padre.

Io faccio di sì con la testa, prima di uscire in giardino a giocare.

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Oggi

 

Oggi, a quasi quarant’anni da allora, credo di sapere certo non tutto, ma tanto su Cassius Clay e su Muhammad Alì, che come intuii già allora erano effettivamente la stessa persona.

Tutto, al di là del suo valore di atleta sublime.

Tutto sul ragazzo che, tornato dalle Olimpiadi di Roma con la medaglia d’oro al collo, la gettò nel fiume Ohio perché nella sua città, nel paese che aveva appena rappresentato ai giochi olimpici, gli avevano impedito di entrare in un ristorante in quanto nero.

Tutto sul giovane uomo che fu capace, a soli venticinque anni, di rinunciare agli anni migliori della carriera da atleta a causa del rifiuto ad arruolarsi per la guerra del Vietnam.

Tutto sull’atleta che seppe riconquistare il titolo di campione del mondo anni dopo che quello stesso titolo gli era stato revocato proprio a causa delle sue scelte scomode.

Tutto di quel pugile ormai vecchio, di quell’uomo forse già malato, che quel giorno di ottobre di trentaquattro anni fa cercò di inseguire l’ennesimo sogno della sua carriera: riconquistare per la terza volta il titolo dei pesi massimi, al cospetto del ben più giovane Larry Holmes, campione in carica da alcuni anni.

Tutto della malattia bastarda che ha colpito Muhammad Alì ancor giovane e che da anni lo ha costretto ad una vita da quasi invalido, fino alla morte avvenuta un anno e mezzo fa.

Tutto dell’uomo che seppe sfidare quella stessa malattia presentandosi come ultimo tedoforo alle Olimpiadi di Atlanta, come a dire: “Sono vecchio, sono malato, non so più volare ma sono qui! Più forte che mai! Il più grande, sempre e comunque!”

Oggi so anche che in gioventù lo stesso Larry Holmes era stato lo sparring partner di Alì.

Oggi, rivedendo quel match, capisco molte cose sull’atteggiamento tenuto da Larry Holmes alla fine di quell’incontro.

Rivedendo le immagini di quel match mi rendo conto che, al di là della “consueta” sceneggiata iniziale da parte di Alì (la gente questo si aspettava, e lui questo diede alla gente) non ci fu quasi nulla di veramente agonistico in quell’incontro.

L’imbarazzo iniziale di Larry Holmes, le sue esitazioni durante l’incontro, il fatto che solo nella seconda parte del match il campione del mondo abbia iniziato a colpire seriamente un avversario visibilmente impreparato e inadeguato, e soprattutto quell’esultanza misurata e quasi triste, e quel duplice disperato tentativo di avvicinarsi all’avversario per consolarlo ed avere notizie sulle sue condizioni fisiche sono per me la conferma di come stavano in realtà le cose.

“Non c’è proprio niente da festeggiare! E’ davvero brutto fare un lavoro che ti costringe a picchiare un amico per giunta in difficoltà!”. Questo deve aver pensato alla fine di quel match il grande Larry Holmes, mentre si aggirava per il ring a testa bassa, come un’anima in pena, tra gente che voleva per forza festeggiare là dove da festeggiare non c’era proprio nulla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MARCO PANTANI: Il volo del pirata

di WALTER PANERO

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Genova 14 febbraio 2004. Ore 22 circa. All’uscita di un ristorante.

 

Bah. L’ho sempre pensato, io: questi menu di San Valentino sono una mezza fregatura. Alla fine ti costringono a prendere quello che vogliono loro, per non parlare del prezzo. E se mi lamento io che Genovese non sono, figuriamoci i Genovesi veri! Che poi chissà se è reale questa cosa dei Genovesi tirchi: a me non sembra siano poi tanto diversi da noi Piemontesi che anzi, a volte, siamo addirittura peggio.
Comunque stasera non potevo proprio esimermi da questo rito commerciale da cui solitamente rifuggo: stiamo insieme da ottobre, e questo è il primo San Valentino che trascorro con lei. Lei che ho conosciuto ad agosto sulle montagne peruviane; lei che ho baciato per la prima volta ad ottobre ai Murazzi di Torino col Po, Superga e le mie montagne che ci facevano l’occhietto; lei che ha tutta l’aria di essere quella … beh … quella … ma no dai … non diciamo niente che è meglio. E invece sì che lo dico! Ha tutta l’aria di essere quella giusta, quella che ha capito fin da subito che le mie passioni non sono una cosa di poco conto, ma fanno parte integrante di me. E se c’è una partita del Toro, o una corsa a cui voglio andare, mi dice subito: “Vai! E’ la tua vita!”. E non mugugna come farebbero tante altre.
Lei è quella che finalmente, a trentatré anni suonati, potrebbe davvero mettere in discussione la mia vita da bamboccione, figlio unico, un po’ viziato per portarmi a vivere lontano da casa, dalla mia città, dalle mie montagne, dal mio Toro, dall’odore della mia terra, trascinandomi in una città in fondo così vicina, ma così diversa dalla mia.

Usciamo insieme abbracciati dal locale. Pochi passi e raggiungeremo la macchina. E poi a casa al calduccio pensando alla partita di domani in cui il Toro di Mister Ezio Rossi, di Fuser, di Tiribocchi, insomma il mio Toro verrà qui ad affrontare il Genoa. Meccanicamente porto la mano sul cellulare che ho tenuto spento durante tutta la cena (penso di essere uno dei pochi che ancora ha l’abitudine di tenere il telefonino spento dei ristoranti…) e faccio per accenderlo e digitare il mio PIN….
4976 come gli ultimi due campionati vinti dal Toro. Un codice da alternare a volte con il 6598 che ricorda invece le ultime due vittorie di un Italiano al Tour de France, ovvero Gimondi nel 1965 e Pantani nel 1998. Le mie due passioni riassunte in quattro numeri. Sono proprio matto, penso. Mi chiedo come abbia fatto lei ad innamorarsi di me.

Passano pochi secondi e …BIP-BIP …un messaggio.

“Sarà una delle mie ammiratrici che mi fa gli auguri per San Valentino…” dico scherzando alla mia compagna di viaggio. Lei sorride ed il suo sorriso mi riempie il cuore.
Invece è Davide, un caro amico che abita nella “Granda” e che ho conosciuto qualche anno fa durante la naja. Suo malgrado è un gobbaccio, ma quello che lo salva ai miei occhi è che si tratta di un grande appassionato di ciclismo proprio come me. Quante domeniche trascorse insieme a fare il piantone al Comando dando un’occhiata alle Classiche e ai tapponi del Giro e del Tour. Quante discussioni e divergenze tra noi.

“Io adoro Chiappucci!” diceva Davide il gobbo.

“Uhm…molto meglio Bugno!” rispondevo io.

“Grande Pantani!” ribadiva lui che in Marco vedeva la naturale prosecuzione del Chiappa.

“….però Indurain resta il più forte!” dicevo io quasi apposta per farlo arrabbiare.

Il buon vecchio Davide, lui e il suo amico Giuan, che ha capito tutto della vita e che ha messo da parte il suo diploma per darsi alla produzione di Arneis e Nebbiolo nel Roero. Quanti ricordi, con loro. Quante corse viste insieme.
Come quella, forse la prima, di un’estate di qualche anno fa….

 

Lunedì 27 luglio 1998. Les Deux-Alpes. Mattina.

 

“Dai che oggi il Pirata piazza la botta e fa saltare il banco!….” dice Davide rivolgendo lo sguardo al cielo che minaccia pioggia. Fa un freddo che neanche a dicembre e stanotte, nella tenda, era ancor peggio. Ma ci siamo abituati, altro che!

“Seeeee….” rispondo io “…al massimo può fare lo scattino nel finale per vincere la tappa….il Tour ormai è deciso…l’ha vinto Ullrich!…Finché Marco non migliorerà un po’ in crono potrà vincere tutti i Giri che vorrà, ma al Tour possibilità ne avrà sempre poche…nel ciclismo di oggi è difficile recuperare in salita i minuti che si perdono nelle crono….”.

“Sei il solito pessimista!….E poi difficile non significa impossibile…dicevi le stesse cose al Giro parlando di Zuelle e poi hai visto com’è finita…..”

“Sì….ma qui siamo al Tour…..le salite sono meno secche…..è più complicato fare distacchi….e poi, lo sai anche tu, Ullrich non è Zuelle!…E’ difficile che il Tedesco perda gli oltre tre minuti di vantaggio che ha accumulato nella crono. E poi non dimentichiamoci che di cronometro ce n’è ancora una al penultimo giorno e anche se Marco oggi dovesse prendere la maglia gialla, Jan avrebbe la possibilità di rifarsì là…”

“Uhm….n’duma cu taca a pioeve…” (1) si inserisce Giuan.

Già. Inizia a scendere qualche goccia. Speriamo non continui perché vedere una corsa sotto l’acqua è davvero pesante. Anche se ho visto di peggio. Per esempio, quattro anni fa, ero a Sestrière con mio padre nella tormenta di neve ad applaudire lo Svizzero Richard che se ne andava a vincere la tappa e Berzin che controllava Pantani e Miguel Indurain, conservando a sorpresa la Maglia Rosa che avrebbe portato fino a Milano.
Ma Miguelon non è più in corsa da un paio di stagioni, mentre Marco che è ancora lì. Sempre lì, mani base sul manubrio a saltellare sui pedali. E quest’anno, dopo aver trionfato al Giro, è davvero fortissimo. Più forte che mai!

Io non ci credo molto, ma magari ha ragione Davide. Magari il Pirata riuscirà davvero a far saltare il banco. Magari saprà approfittare del brutto tempo, visto che Ullrich proprio non lo gradisce: un Tedesco che non ama il freddo, succede….d’altra parte io sono Italiano e non riesco proprio a tollerare il caldo…un problema che evidentemente oggi non mi riguarderà….
Staremo a vedere va. Intanto andiamo a ripararci che la pioggia aumenta e la giornata è ancora lunga.
Ecco lì l’altro Davide, Cassani, quello della televisione. Chissà dove sarà De Zan, la voce del ciclismo, la voce più presente in casa nostra dopo la mia e quella dei miei genitori? Sicuramente in qualche bar a riscaldarsi per preparare la lunga maratona televisiva ed a studiare le classifiche sull’Equipe.
Ma sì. Adesso, ammesso che li troviamo, andiamo anche noi a comprarci un giornale, un paio di baguettes per il pranzo e soprattutto qualcosa di caldo. E poi tutti in strada. Non c’è mica tempo da perdere, quando si viene al Tour!

 

Qualche ora dopo. Al riparo sotto il tendone della CGT, il sindacato Francese.

 

“Marco Pantanì attaque sur le Col du Galibier…..et Jan Ullrich qui a laché….olalà….le Tour n’est pas éncore finì….il peut éncore tout changer!….”(2), urla la voce dentro la televisione.
E dalla montagna inzuppata di pioggia parte un boato. Ad urlare non sono soltanto i numerosi Italiani presenti, ma anche i Fiamminghi, gli Olandesi, i Danesi, i Baschi, i Francesi. Tutti tranne i Tedeschi tifano per Pantani. Perché i campioni veri, e lui lo è, non hanno nazionalità. Ma sono Campioni per tutti e di tutti.

Qui cinque gradi e pioggia che non dà un attimo di tregua. Invece, sulla grande e mitica montagna, temperature vicine allo zero e nevischio. Il Galibier: un serpentone di asfalto che sembra non finire mai. Quando mancano circa cinque chilometri allo scollinamento, il Pirata ha abbassato la testa ed è partito, mani basse sul manubrio come fa lui! Ullrich oscilla le spalle, inizialmente sembra resistergli, ma poi molla. Di pochi metri.

“Ora il crucco gestisce il distacco, prende il suo passo, perde qualche secondo e poi rientra nella discesa o nel falsopiano che porta ai piedi della salita finale, in cima alla quale ci troviamo noi. Mancano quasi cinquanta chilometri all’arrivo: è impossibile che ce la faccia!…”, penso tra me e me.

Invece no, caro vecchio mio! Ti vanti di essere un grande esperto di ciclismo, ma stavolta stai sbagliando tutto! Stavolta ti dovrai ricredere!
Marco passa in cima al Galibier con oltre due minuti di vantaggio su Ullrich, riprende alcuni avventurosi che si erano lanciati in fuga fin dalla mattina, li attende e prosegue con loro tra i quali ci sono “El Chava” Jimenez (3), il basco Fernando Escartin, il suo compagno di squadra Ricardo Serrano, il francese Christophe Rinero ed il marchigiano Rodolfo Massi. Proseguono nella discesa che porta al Lautaret e nel falsopiano successivo, trovando un buon accordo. Contro ogni logica, Ullrich non recupera, anzi perde addirittura altri secondi preziosi.

“Trois minutes et quatorze secondes….Pantanì Maillot Jaune virtuel!…” (4) grida la voce nella tele.

Ai piedi dell’ultima salita, Marco è già maglia gialla virtuale. Un sogno che si avvera.

Continua letteralmente a volare. Lascia i suoi compagni di fuga e si lancia da solo verso il trionfo e l’apoteosi.

Dietro, Ullrich non va più avanti ed entra in una crisi tremenda. Lo inquadrano e la sua faccia sembra quella di una di quelle vecchine nordiche che aspettano vicino al focolare, facendo la maglia, che il marito torni a casa dal pub dove è andato a rimpinzarsi di birra. Ogni singola pedalata appare come una sofferenza. Passano i minuti e lui sembra invecchiare sempre di più. Un calvario immane senza via di uscita.

Il traguardo si avvicina ed il vantaggio del Pirata aumenta: quattro, cinque, sei minuti! Dietro di lui nessuno se non le moto del seguito e l’urlo sovrumano della folla.

“Via …via … stacchiamoci dalla tele ed andiamo sulla strada! Via …via … che il Pirata sta per arrivare!…” diciamo mentre tiriamo su i cappucci delle nostre giacche a vento.

Il rumore delle pale dell’elicottero si unisce col boato del popolo della montagna. Un boato che cresce sempre di più, secondo dopo secondo. Sventolano le bandiere di tutti i luoghi d’Europa e del mondo.

“Le-voilà! Le voilà!” urla la folla.

“Eccolo! Eccolo!” gridiamo noi.

Dalla semi curva, pochi metri più in basso, intravediamo il luccichio ad intermittenza del lampeggiante azzurro di due moto. E tra esse, ecco che spunta una crapa pelata ornata da un pizzetto. Sotto ci sono due spalle ed un corpicino che appare esile, ma è forte come un toro. Eccolo lì, il Pirata! Solo come all’Alpe d’Huez nel ’95 e lo scorso anno. Solo come a Pampeago. Solo come a Plateau de Beille. Solo come sempre, in compagnia soltanto della sua bici e dei suoi pensieri.
Mi piacerebbe entrare nella testa del corridore e leggere nei suoi pensieri.
A cosa pensi Marco? Forse a quand’eri bambino e ti lanciavi con la tua biciclettina sulla salite vicino a casa tua in Romagna? Alle tue prime corse vinte? A quei ragazzi che ti prendevano in giro per il fatto che perdevi precocemente i capelli? Alla tua prima vittoria di tappa al Giro, quattro anni fa a Merano, che ti rivelò al mondo intero? All’incidente del ’95 nei pressi di quella stessa Supergache distrusse il Toro e che rischiò di comprometterti la carriera tenendoti fermo un anno? A quel gatto maledetto che, tagliandoti la strada, ti impedì probabilmente di trionfare al Giro dell’anno passato? Alla maglia rosa indossata a Milano più o meno due mesi fa? A Luciano Pezzi (5) che ha insistito perché tu fossi qui e che ora è salito lassù nel cielo? A tua madre? Alla tua morosa? Semplicemente a casa? A cosa pensi Marco?

E tu Jan, che passi staccato di oltre otto minuti dal battistrada ed hai la faccia di chi vorrebbe essere ovunque meno che qui, a cosa pensi? Forse alla tua vittoria al Tour dell’anno scorso? Forse al fatto che dopo la crono di Corrèze credevi di aver già vinto questa Grande Boucle (6)? Forse al modo per rifarti domani o nei prossimi giorni? O forse non pensi affatto, e l’unico tuo sentimento è la sofferenza stessa?

Io non so a che cosa stiano pensando loro, ma so per certo ciò che invece passa nella mia testa nel momento in cui vedo Marco sfrecciare come un lampo che precede il boato del tuono della folla,  fino a tagliare il traguardo e vestire la Maglia Gialla. Al di là dell’esaltazione del momento, un’esaltazione che mi lascia letteralmente senza parole e senza fiato, sono assolutamente consapevole di vivere la storia. So che la storia è qui. In questo momento. Da me. E so per certo che tra dieci, venti, cinquant’anni si parlerà ancora di questo istante. Di questa grande giornata di pioggia, di sport e di esaltazione. Ne parleranno i giornali. Ne parlerà la gente nei propri ricordi.
Ed io, così come Davide, come Giuan, come tutti coloro che sono qui su questa montagna, avremo la possibilità e la fortuna di poter dire: IO C’ERO! Io quel giorno ho partecipato, anche solo per un attimo, alla Grande Storia dello sport.
Non ho altro da dire. Per ora. Almeno credo.

 

Genova, 14 febbraio 2004. Ore 22 e pochi minuti.

 

Ma cosa vorrà mai dirmi Davide di tanto importante da scrivermi a quest’ora del sabato? E per giunta la sera di San Valentino? Oltretutto sa benissimo che io sono con Lei e che questa è la nostra prima festa trascorsa insieme….
Sì….ma….se mi scrive adesso dev’essere davvero qualcosa di molto importante. Qualcosa che non può aspettare. Qualcosa che….

Guardo il monitor del cellulare. Leggo il messaggio. Lo rileggo ancora. Poi scuoto la testa. E la abbasso guardandomi i piedi, come se su quei piedi ci fosse chissà cosa di interessante da vedere. Un po’ me lo aspettavo. Sapevo che lui stava male da mesi. Ma non immaginavo potesse davvero accadere….

“Che succede?” mi domanda lei.

Non rispondo.

“Ma che cos’hai?” insiste.

Non riesco a parlare. Mi viene un groppo in gola. Sento anche che i miei occhi diventano lucidi.

“Marco Pantani trovato morto in un albergo di Rimini” questo recita laconico il messaggio del mio amico Davide. In effetti non c’è bisogno di altre parole. Le parole non servono in momenti come questo. Sarebbero superflue. Punto e basta.

Vorrei piangere. Vorrei scappare. Fuggire lontano. Ma me ne resto lì, in compagnia di lei che ha capito tutto.
Lei non faceva ancora parte della mia vita quando Pantani, beh….quando Pantani era Pantani. Ma so che ora è in grado di capire esattamente quello che sto provando.
Non dice nulla. Si limita a farmi scivolare una mano sulla spalla. E tace.

Ho perso un coetaneo, un amico, un fratello. Anche se non lo conoscevo personalmente. Anche se a volte lo criticavo. Anche se a volte mi faceva incavolare. Anche se volte….
Beh…ora che Marco non c’è più tutto, proprio tutto, sembra perdere di significato.
Resta solo il ricordo di lui. Dei suoi trionfi. Del suo modo di vincere. Di quel sorriso sempre un po’ triste.
Il resto sono parole vuote.
Meglio, molto meglio, il silenzio.

 

Oggi. Febbraio 2012. In un appartamento della periferia di Torino.

 

La bambina ha poco meno di tre mesi, e suo padre la tiene in braccio stando seduto sul divano della vecchia stanza. Dietro di loro diversi poster: c’è quello in bianco e nero di Coppi e Bartali che si scambiano la borraccia, c’è quello del Grande Torino morto a Superga, ce n’è un altro che raffigura un bambino ricciolino vestito in stile anni ’70. Somiglia in maniera impressionante alla bambina di tre mesi e, a ben vedere, anche all’uomo che la sta tenendo in braccio. Suo padre.
C’è un altro poster nella stanza. Raffigura un ragazzo su una bicicletta. Ha il pizzetto, una bandana sulla testa e la sua maglia è gialla come il sole.
La bimba piange ed il padre cerca di tranquillizzarla dandole una carezza e cantandole una canzone dolce. La bimba si calma. I suoi occhi vengono rapiti dal poster che sta alle spalle del padre, e lei smette di piangere.
Il padre si volta e vede a sua volta il poster.

“Piccola….ti sei calmata vedendo il Pirata, eh?” dice “…e pensare che lui una volta faceva battere il cuore a migliaia di persone….ma quanto tempo è passato….adesso rimangono soltanto un poster sul muro e centinaia di ricordi…”

La bambina si addormenta ed il padre la osserva mentre la tiene in braccio.

“Un giorno….un giorno saprai…..un giorno ti racconterò di lui….e magari tu mi chiederai se tutte le cose che ti dirò corrispondono a verità….” le sussurro in un orecchio mentre dorme.

Potrò così raccontarti che quand’ero giovane c’è stato un Angelo che volava altissimo e scavalcava da solo le montagne.
Ti dirò che un giorno, mentre ero con tua madre, ricevetti la notizia che quell’Angelo era volato talmente in alto da raggiungere il cielo.
Lo stesso cielo in cui volarono anni prima Coppi e gli Angeli di Superga.
Lo stesso cielo che accoglie Ayrton Senna. E Sic. E tutti i grandi miti dello sport che se ne sono andati lassù prima di invecchiare, restando per questo eternamente giovani.
Lo stesso cielo che abbraccia coloro che solo la morte ha saputo rendere immortali.

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(1) Nel dialetto della Provincia Granda: “Andiamo che inizia a piovere!”
(2) “Marco Pantani attacca sul Col du Galibièr….e Jan Ullrich che ha ceduto….il Tour non è ancora finito….tutto può ancora cambiare!”
(3) José Maria Jimenez detto “El Chava”(il selvaggio), ciclista spagnolo morto suicida il 6 dicembre del 2003.
(4) “Tre minuti e quattordici secondi! Pantani Maglia Gialla virtuale!”
(5) Luciano Pezzi: ex corridore ai tempi di Coppi e Bartali, poi dirigente in campo ciclistico. Era consulente della “Mercatone Uno”, la squadra di Pantani, quando morì il 26 giugno del 1998, pochi giorni prima della partenza del Tour. Quell’anno, dopo la vittoria al Giro, Pantani non avrebbe voluto partecipare alla corsa a tappe francese, ma si dice che fu proprio Pezzi a convincerlo a presentarsi ai nastri di partenza.
(6) Grande Boucle: letteralmente grande ricciolo, uno degli appellativi con cui viene definito il Tour de France.

 

Chi volesse rivedere l’intera tappa Grenoble-Les Deux Alpes del 27 luglio 1998, al termine della quale Pantani prese la Maglia Gialla può digitare qui sotto:

http://www.youtube.com/watch?v=PPGWF2gHCSY&feature=related

DUNCAN EDWARDS: “Il più forte di tutti”. Parola di Bobby Charlton.

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Quello che dicono di me quasi mi spaventa.

“Ha tutto per giocare al gioco del calcio; forza fisica, tecnica e qualità morali”

“Sarà il futuro capitano della Nazionale inglese. E questo futuro è più vicino di quanto si creda!”

“Diventerà il più grande di tutti. Questo giovanotto offuscherà la memoria di Stanley Matthews e di Tommy Lawton”

… questi sono solo alcuni dei titoli apparsi di recente sui tabloids inglesi.

Faccio perfino fatica a credere che parlino di me.

Gioco a calcio da sempre.

E’ una passione assoluta, totale.

A me interessa solo giocare.

Giocherei allo stesso modo in un parco di Wolverhampton, la città dove sono nato, alla domenica mattina con gli amici.

Ora però gioco nel Manchester United, una delle più grandi squadre di Inghilterra.

Al nostro Manager, Matt Busby, non basta.

Dice che possiamo fare meglio, molto meglio di così.

Ottenere molto di più.

L’Europa, sempre snobbata dal calcio inglese fino ad un paio di stagioni fa, ora è diventato il vero banco di prova dove misurare le nostre qualità e il nostro vero valore.

Non so se siamo ancora pronti per arrivare ai vertici, ma ci stiamo provando.

La squadra costruita dal grande Matt è giovane, giovanissima.

Siamo in tanti nei nostri “early 20’s”.

Io ne ho 21 e c’è addirittura qualcuno più giovane di me, come Bobby, che a 20 anni è il “cucciolo” del gruppo.

Molti di noi giocano insieme da anni, prima nelle giovanili e poi per un brevissimo periodo nella squadra “Riserve”, la vera anticamera della prima squadra.

Ma molti di noi ci sono rimasti pochissimo.

Perché Matt si fida di noi.

E’ con noi che vuole costruire il futuro.

E’ con noi che vuol portare il Manchester United sul tetto d’Europa.

In Inghilterra abbiamo già lasciato il segno.

Nella maniera più chiara e inequivocabile.

Vincendo il campionato nella scorsa stagione.

A sorpresa dicono i commentatori sportivi, ma lo abbiamo vinto … nettamente e con merito.

Io mi sono ritagliato il mio posto da titolare, anche se spesso ho fatto da “comodino” come si dice dalle nostre parti, giocando qua e là … dove c’era bisogno.

Qualche volta al centro della difesa, qualche volta da attaccante, spesso a centrocampo dove a me piace di più.

Adoro correre avanti e indietro per il campo, mi piace essere nel centro dell’azione, mi piace toccare il pallone spesso.

Mi piace lanciarmi nei tackles senza troppi calcoli.

Cosa che in difesa non puoi fare … e mi piace inserirmi da dietro per arrivare in aerea sorprendendo le difese avversarie.

Ieri notte abbiamo giocato a Belgrado, contro la Stella Rossa.

Mamma mia che bella squadra! Che talento e che tecnica che hanno!

Individualmente sono più bravi di noi. Inutile nasconderselo.

Ma non hanno il nostro spirito di squadra.

Non hanno la nostra determinazione, la nostra ferocia agonistica.

Matt ce lo ha detto chiaramente “ragazzi, sono belli e bravi, ma non sono abbastanza organizzati”.

Tutto vero Boss!

Infatti abbiamo superato noi il turno.

E’ stato un 3 a 3 spettacolare, ma dopo che una settimana fa li abbiamo battuti a Manchester per 2 a 1.

Siamo in semifinale, insieme al Milan, al Vasas Budapest e al Real Madrid.

Ora però pensiamo solo a tornare in Inghilterra.

Sabato ci aspetta una partita importantissima di FA CUP contro lo Sheffield Wednesday.

E’ giovedì e ciascuno di noi, giocatori e staff, non vede l’ora di tornare a Manchester per infilarsi al caldo sotto le coperte.

E comunque non ci sarà certo il freddo che c’è qui!

Ci siamo fermati a Monaco di Baviera per il rifornimento di carburante.

Viene giù una neve pazzesca!

E fa talmente freddo che come scende diventa ghiaccio immediatamente.

Quando scendiamo in attesa che l’aereo faccia il pieno siamo investiti da un’aria gelida.

Alziamo il bavero dei nostri cappotti e ci infiliamo nel bar dell’aeroporto.

Matt è solitamente molto rigido per quanto riguarda l’alcool ma sa bene anche lui che se c’è un’occasione in cui mostrarsi un tantino “elastico” è proprio stasera!

Io non bevo.

In Inghilterra è quasi offensivo!

Sono ormai abituato alle prese in giro dei miei compagni, ma stasera sono ancora più insistenti del solito “Dunc, metti un po’ di caldo nelle budella! Con questo freddo ti si congela tutto … anche quello che per ora usi ancora molto sporadicamente!”

Che burloni.

Ma è un gran bel gruppo il nostro.

Abbiamo subito poco il passaggio in prima squadra perché a differenza di quello che succede negli altri team non abbiamo dovuto subire le vessazioni dei “vecchi, che in alcuni casi possono essere anche molto pesanti.

Qui intanto si discute per decidere se provare a decollare o meno.

Il pilota sembra molto tranquillo e sicuro di se.

Qualcuno dello staff dell’aeroporto un po’ meno.

Qualcuno chiama a casa, le mogli e le fidanzate.

Tommy ad esempio si sposerà a breve.

Lo sento che dice alla sua fidanzata di mettere in frigo una birra da bere insieme al suo ritorno.

Geoff è il più terrorizzato.

Odia gli aerei e volare.

Ci ha provato fino all’ultimo a convincere Matt a non portarlo con lui.

“Boss, io proprio non ce la faccio. Sugli aerei mi sanguina sempre il naso!”.

Ma Matt lo ha convinto, come al solito.

Ok, il capitano ci fa segno di salire.

Si torna a casa.

E domani sapremo chi ci toccherà al prossimo turno.

Ci siamo ad un passo. La finale della Coppa Campioni è davvero vicina.

Siamo dei ragazzini, ma Matt, come al solito aveva ragione.

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Duncan Edwards, insieme ad altri 7 compagni di squadra, non tornerà mai a casa. Il volo 609 della British European Airways non decollerà mai dall’aeroporto di Monaco di Baviera. Si schianterà contro una casa appena fuori dalla pista e poi finirà la sua corsa contro un deposito di carburante, che esploderà avvolgendo con le sue fiamma la carcassa dell’aereo.

Duncan Edwards, “The Tank”, il carro armato, lotterà, come faceva sul campo di calcio, contro la morte per 15 lunghi giorni, prima di arrendersi il 21 di febbraio del 1958. Duncan Edwards era il più promettente dei “Busby Babes”, la fantastica banda di giovanotti forgiati da Sir Matt Busby e che si stava preparando a dominare il calcio inglese e probabilmente europeo per almeno un lustro. Lui, umile ragazzo di Dudley, nei pressi di Wolverhampton, aveva già esordito nella Nazionale dei Leoni d’Inghilterra quasi due anni prima, in una partita contro la Germania Ovest, vinta dagli inglesi per 3 a 1 e con un gol del non ancora ventenne Edwards. E’ il febbraio 5 del 1958 e il Manchester United gioca il ritorno dei quarti di finale di Coppa dei Campioni a Belgrado contro la Stella Rossa. L’incontro finisce 3 a 3, permettendo grazie alla vittoria per 2 a 1 ottenuta all’andata all’Old Trafford, al Manchester United di raggiungere per il secondo anno consecutivo la semifinale di Coppa dei Campioni. Al termine dell’incontro il manager della Stella Rossa, Dragoslav Sekuralac afferma “Oggi ho visto in azione probabilmente il miglior giocatore del Mondo”. Parla di lui, di Duncan Edwards.

Questa però è destinata a rimanere l’ultima partita di calcio giocata dal giovane Duncan. Nel ritorno a Manchester da Belgrado l’aereo del Manchester deve fare scalo a Monaco di Baviera per fare rifornimento. Le condizioni metereologiche sono pessime: neve e ghiaccio sulla pista, visibilità scarsissima. L’aereo tenta due decolli, ma senza successo. Tutti i passeggeri ritornano al terminal. Duncan Edwards manda un telegramma alla Sig.ra Dorman, sua padrona di casa, a Stretford, quartiere di Manchester. “Tutti i voli sono stati cancellati. Arriveremo a Manchester domani.” L’ultimo gesto gentile e premuroso di questo ragazzone forte e coraggioso in campo quanto umile e gentile nella vita di tutti i giorni. Ma il pilota della compagnia di volo inglese BEA Elizabethan decide di fare un ultimo tentativo … sarà quello che costerà la vita a 23 persone, tra cui Duncan Edwards e sette suoi compagni di squadra. Raramente è capitato nella storia del calcio che un giocatore dopo neanche 5 anni di calcio professionistico abbia lasciato un impronta così indelebile. Nonostante la giovanissima età il suo carisma in campo era evidentissimo; un fisico imponente e una eleganza e personalità fuori dal comune. Bobby Charlton lo definì senza mezzi termini il più grande giocatore britannico di tutti e tempi e l’unico giocatore, sono parole di Sir Bobby, “che mi abbia fatto sentire inadeguato”. Continua sempre Charlton nella descrizione di Edwards “ogni grande calciatore spicca per una o due caratteristiche precise; il dribbling, il colpo di testa, la velocità, l’intelligenza tattica o la prestanza fisica. Duncan Edwards era semplicemente il migliore in ciascuna di queste “specialità”.

Tommy Docherty, manager per diverse stagioni del Manchester United, non ha dubbi e la sua considerazione di Edwards è, se possibile, ancora maggiore “sarebbe diventato il più grande giocatore di tutti i tempi … e non parlo solo del regno Unito. George Best era speciale, così come lo sono stati Pelè e Maradona, ma in termini di completezza come giocatore Duncan Edwards era superiore a tutti loro”.

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Sono in molti, e tra questi Terry Venables, ottimo calciatore inglese degli anni ’60 e ’70 e apprezzatissimo manager tra le altre di Totthenam, Barcellona e della Nazionale inglese, ad affermare che senza la tragedia di Monaco di Baviera sarebbe stato con ogni probabilità proprio Duncan Edwards e non Bobby Moore ad alzare al cielo la Coppa del Mondo vinta dalla Nazionale inglese nel 1966. Uno degli aneddoti più significativi su Duncan Edwards è raccontato da Sam Pilger nel suo libro “Best XI Manchester Utd.” dove lo scrittore inglese disegna un bellissimo profilo degli 11 migliori giocatori della storia dei Red Devils dell’Old Trafford.

“Quattro mesi prima della sua tragica morte Duncan Edwards giocò una delle sue ultime partite con la Nazionale inglese contro il Galles al Ninian Park di Cardiff. In quel giorno del novembre del 1957, Mister del Galles era Jimmy Murphy, braccio destro di Matt Busby al Manchester United. Durante il discorso pre-partita nello spogliatoio della Nazionale gallese Mister Murphy si soffermò a parlare di ogni singolo giocatore della Nazionale inglese, evidenziandone pregi ma soprattutto rendendo noti i difetti dei bianchi d’Inghilterra. Parlò in dettaglio di 10 giocatori della Nazionale inglese e mentre si preparava a chiudere la sua chiacchierata intervenne il centrocampista gallese del Newcastle Reg Davies “Mister, ma non ci ha parlato di Edwards?” “Cercate di non imbattervi mai in lui durante l’incontro. Semplicemente girategli al largo. Questo è l’unico consiglio che sono in grado di darvi”.

Questo era Duncan Edwards.

 

ROBY 10 DI FIORE.

di SIMONE GALEOTTI

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“Te lo ricordi quando arrivò a Firenze? Portava con sé bagagli e sogni, chissà quanto resterà, dicevamo fra noi. Non aveva vent’anni, un bel collo, sembrava di ceramica, i lineamenti sottili, quasi asiatici e in testa un cespuglio di ricci neri da Bacco gaudente. Cercava lo stadio, il centro, scorse uno di quei cartelli che lo indicano, credette di seguirlo ma in realtà percorse in tondo i viali, incontrandone altri, nessuno lo portò più in centro di quanto già non fosse, provò a orientarsi con la torre merlata di Palazzo Vecchio che si insinua tra i tetti, ora con le porte prive della cinta d’Arnolfo, ora in mezzo a uno slargo, ma qui si assomiglia tutto, le persiane, le terrazze, i fregi, il colore degli intonaci, la pietraserena, e non riuscì a raccapezzarsi, né a cogliere il pertugio giusto, come se la cerchia muraria esistesse ancora e lo respingesse. Salì su a Piazzale Michelangelo, e realizzò di essere in quel posto là famoso da cui si vede Firenze dall’alto, e fece qualche passo verso il muretto sotto al quale si apre il panorama con la cupola del Duomo, il marmo splendente del Campanile e le basiliche sparse dentro un mare occiduo di tegole, e la città stranamente non gli apparve ferma, bensì impegnata in una lunghissima azione al rallentatore come se faticosamente stesse scorrendo via. Oppure come se la stessa fosse già altrove, e lì sotto di sé, quel ragazzo, non vedesse più Firenze ma soltanto il suo riflesso.”

Roberto Baggio da Caldogno, approdò dal Vicenza che lo aveva strappato bambino alla squadra del suo paese ancor prima di possedere l’età richiesta dal regolamento per disputare incontri ufficiali. Subito un menisco rotto eppure a sedici anni eccolo incantare il pubblico del Menti, ormai orfano di Paolo Rossi, disegnando impensabili ghirigori in mezzo a disperati difensori avversari che ruzzolavano a terra cedendo ad ogni finta in maniera disarmante, incapaci di prevedere la pura naturalità del talento, perché, rifacendosi al teatro dei significati di Carmelo Bene, il genio fa quello che può ma il talento fa quello che vuole. Florindo e Matilde, i genitori, sono gente di provincia, del profondo veneto, hanno otto figli e una fabbrica di Carpenteria in cui devono far quadrare il bilancio. Non credono ai loro occhi quando nel 1985 Roberto venne eletto miglior giocatore della serie C e Ranieri Pontello gli mise sul tavolo del salotto un ricco contratto con la Fiorentina dove mancava solo la firma. Quella firma che mancherà anche quando nell’incontro contro il Rimini appoggerà male la gamba destra e lo raccolsero a pezzi: crociato, capsula, menisco e collaterale. Malgrado l’evento a Firenze nessuno ritratterà la parola data, nessuno pose sul piatto cifre differenti; la Fiorentina verserà i tre miliardi pattuiti con il Vicenza portando il ragazzo in Viale dei Mille, accollandosi operazione, cure e riabilitazione. E Roberto Baggio riassaggerà il campo nell’autunno del 1986, al termine di una lunga fisioterapia, giocando una buona partita contro la Sampdoria. Purtroppo, nell’allenamento di due giorni dopo, il menisco saltò un’altra volta e una nuvola grigia fece irruzione nella testa di Roberto Baggio, decidendo di restarci, tinteggiandolo di una luce solenne da scultura epica associata a un moto di tormento che lo accompagnerà in ogni attimo della sua carriera. Sarà in quel frangente che si avvicinò a una scuola italiana di buddhismo. Questo tipo di filosofia parve aiutarlo, fortificandolo, offrendogli risposte, rendendolo forse elusivo, eccentrico, ma lui tirò dritto, meditando, pregando, portando soprattutto a compimento l’ennesima rieducazione per essere pronto nella penultima di campionato, alla festa scudetto del Napoli di Maradona, in un San Paolo da pelle d’oca incorniciato da un cielo di maiolica, dove si svelerà una sorta di arcano simbolismo allorché Baggio infilò in rete una magistrale punizione dal limite dell’area pareggiando la rete realizzata dal bomber partenopeo Andrea Carnevale. Il suo primo goal in serie A diventerà così pura retorica, facile investitura: la nascita di un campione nel giorno della celebrazione del più grande dei campioni.

Nella stagione seguente Baggio incominciò a imprimere definitivamente il suo marchio. In panchina c’era Sven Goran Eriksson, biondino svedese pacato e taciturno che con gli occhialetti rotondi assomigliava più a un professore di lettere che a un tecnico di calcio. A San Siro di fronte al Milan di Arrigo Sacchi, Baggio ricevette un pallone poco oltre la metà campo, frenò un istante giusto il tempo di sfrangiare Filippo Galli e Carlo Ancelotti palesando una rapidità insolita e infine concluse, facendo sedere uno stordito Giovanni Galli, appoggiando delicatamente la palla nelle reti nere del Meazza. Lo superficie speciale nel sentimento dei tifosi viola se la conquistò segnando da par suo all’odiata Juve all’ultima giornata costringendola a un micidiale derby di spareggio con il Torino per non restare fuori dalle coppe. Tuttavia l’anno dell’esplosione di Baggio doveva ancora arrivare. Occorrerà attendere il torneo successivo. Insieme a Stefano Borgonovo darà vita a una delle coppie d’attacco più amate nella storia della Fiorentina. Apparve chiaro che Baggio era un giocatore unico, frutto di una commistione sapiente di antico e moderno per andatura e estro.

La Fiesole il sabato ballava allo Space Electronic e la domenica impazziva per Baggio: “il ragazzo gioca bene, il ragazzo gioca bene…”, e fu amore incondizionato, e a proposito d’amore, Baggio convolerà a nozze con la coetanea Andreina Fabbi, fidanzatina conosciuta da giovanissimo. I suoi colpi trascinano la Fiorentina in Coppa Uefa e strappano applausi, convertono gli infedeli, cacciano gli spiriti. A ponte di mezzo la trippa e il lampredotto sembrano pure più buoni. Gli spetterebbe di diritto una nicchia del corridoio Vasariano a quel Baggio lì; naif, caracollante, con i calzettoni giù alle caviglie, la 10 viola immancabilmente fuori dai pantaloncini, gonfiata dal vento secco del Campo di Marte, ad accompagnare nell’estetica il tocco infinito, sotto quello sguardo da eterno fanciullo ferito.

La stagione 1989/90 avrà due facce. Eriksson decise di andare in Portogallo, al Benfica, e a Firenze in una lamentosa alternanza pervennero Bruno Giorgi e Francesco Graziani. In campionato la Fiorentina stenterà, salvandosi con troppi patemi d’animo, però in Europa la squadra sorprese tutti volando verso la finale, verso quella maledetta doppia finale del 1990, ironia della sorte da disputare proprio contro la Juventus. E Baggio? Si rincorrevano le voci: “è già della Juve”, “no, resta”. Baggio appariva visibilmente scosso, turbato, sapeva di essere al centro di una trattativa e dentro la sua testa si agitavano fantasmi che nemmeno le candele del suo tempio di pace buddista riuscirono a scacciare. Quei fantasmi che nella gara d’andata a Torino gli si pareranno innanzi nel momento preciso in cui a tu per tu con il portiere bianconero Stefano Tacconi non riuscirà a fare ciò che era solito fare al meglio sprecando l’occasione di portare a due le reti gigliate e gelare un Comunale impietrito. Invece niente, la Coppa, con discrete polemiche, se la prenderà la Juve che effettivamente si prenderà Baggio. Eppure, nonostante il dispiacere, nulla si spezzò nell’amore, solamente qualcosa si torse e scivolò via nei chiaroscuri dei palazzi di Piazza Savonarola.

Piazza Girolamo Savonarola era la sede della Fiorentina nella primavera del 1990. La mattina del 17 maggio un comunicato radio diffuso dalle maggiori emittenti locali e nazionali annunciò ufficialmente la cessione di Roberto Baggio alla Juventus per una cifra stimata intorno agli 11 miliardi di lire. La famiglia Pontello e il procuratore del giocatore, Antonio Caliendo, si erano accordati con Giampiero Boniperti, Luca di Montezemolo e gli Agnelli. Fu come ritrovarsi in una di quelle mattine umide quando scendi alla stazione di Santa Maria Novella e non trovi Firenze. C’è solo nebbia, lo scenario ideale per “Firenze canzone triste” di Ivan Graziani. Certo, non si trattò di un fulmine a ciel sereno, era nell’aria, tuttavia nello sfregare previsione e certezza si propagò una scintilla che incendiò di rabbia le strade.

In breve, un intera città sdegnata, andò via- via concentrandosi sotto la sede societaria, nei viali contigui, dentro il giardino stesso della Piazza, sotto i lampioni di ghisa, a ridosso delle aiuole, sotto l’ombra dei tigli e dei cedri.

E quando dico un intera città, dico un intera città. C’erano signore con le borse della spesa, pensionati col cappello e bastone, impiegati in giacca e cravatta, studenti con lo zaino sulle spalle e operai a fine turno. Gente che ebbe un sussulto, (non le larve odierne) sentendosi defraudata di colui che avrebbe potuto offuscare il mito di Antognoni e invece fu solo l’ultimo dei tanti giocattoli rotti, l’ultima passione frustrata. Ci furono attimi di paura, di confusione, di tensione vera, di sirene a squarciare il brusio sommesso nei già caldo pomeriggio di maggio. Restò del sangue a macchiare l’asfalto, ci furono dei feriti, anche tra le forze dell’ordine. Nove ore di scontri, nove ore di guerriglia, nove ore di lacrime e lacrimogeni, e tutto questo per un ragazzo con la maglia viola numero 10.

Per concludere ci sarebbe la vicenda della sciarpa, è vero. La sciarpa viola precipitata dalle tribune e raccolta dallo stesso Baggio che a testa bassa usciva dal campo dopo la sua sostituzione nel Fiorentina- Juventus della stagione seguente al suo trasferimento. La sua volontà di non infierire, di non calciare il rigore assegnato alla Juve (tirato da De Agostini e parato da Mareggini) ebbe l’effetto di sopprimere ogni residuo fischio, ogni rimanente rancore, e quella sciarpa fu davvero l’ultimo pegno d’amore, un fiore, dentro le pagine di un diario di ricordi.

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