NIKI LAUDA: Quadro a mezzo punto.

di RENATO VILLA

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1.

Forse dovrò ringraziare Jacky Ickx.

 

Forse.

 

Perché, grazie a quell’arrivo anticipato a Montecarlo, ora ho mezzo punto da giocare nei confronti di Alain.

 

E lui lo sa.

 

E sa anche che non sono uno che spreca occasioni così.

 

Lui dovrà vincere, e sperare che io NON arrivi secondo.

Vedremo cosa accadrà, al caldo dell’Estoril.

 

Perché là, a quel caldo, i motori cuociono.

 

2.

Ron non ci aveva dato ordini.

 

Eravamo liberi di fare la gara che volevamo, bastava che non ci autoeliminassimo.

 

Lui la gara la voleva, e la doveva, vincere.

 

A me, non fregava nulla di vincere la gara.

 

A me interessava il Mondiale.

Solo quello.

 

3.

L’atmosfera era carica, al box.

Tutti sapevano che non era concesso sbagliare.

 

Io ero il primo a saperlo.

 

Io sono un perfezionista.

A me non interessava che la macchina fosse la più veloce.

 

A me interessava che arrivasse in fondo, perché sapevo che al resto ci avrei pensato io.

 

Non ero obbligato a vincere.

 

Ero obbligato a non fermarmi, a non ritirarmi.

Perché sapevo che, se avessi mantenuto il giusto ritmo, avrei vinto il Mondiale.

 

Il giusto ritmo.

Quella via intermedia tra la fuga di Alain e l’annaspare degli avversari.

 

4.

Fu il venerdì che io cominciai a mettere a punto la macchina.

 

Quella era la cosa fondamentale.

 

Non “fare il tempo”.

Per quello, c’era il sabato.

 

A me interessava avere la macchina pronta per la gara.

 

Poi, che la pole la facesse chi voleva.

 

Chiunque.

Anche Alain.

 

Sì. anche lui.

Perché la pole position non dà punti in classifica.

 

Quelli te li devi guadagnare in casa.

 

5.

All’interno del team, esistono due squadre.

 

Ogni pilota ha il “suo” team.

 

Io sapevo cosa volevo, e anche cosa voleva Alain.

I miei meccanici seguirono le mie indicazioni in modo rigoroso e preciso.

 

Perché era quello che chiedevo loro.

 

E loro sapevano cosa dovevano fare.

 

Ascoltarmi quando parlavo, dopo essere rientrato ai box al termine di qualche giro di prova.

 

Perché il mio culo non sbaglia mai.

 

6.

-Allora, statemi a sentire- dissi.

Ci fu un silenzio tombale.

 

-La macchina non deve essere la più veloce- continuai.

Il silenzio proseguì.

-Deve essere affidabile e garantirmi di arrivare in fondo- furono le parole finali.

 

Avevano capito tutti la mia idea.

Correre di conserva per arrivare secondo.

 

Nel giro di pochi minuti tutto era stato deciso.

 

E, subito dopo, i meccanici si erano messi al lavoro sulla vettura.

 

-Ricordatevi che la cosa importante è che regga fino al termine della gara- dissi.

 

Quella era l’unica cosa importante.

 

Il resto…

il resto, contava poco.

 

7.

Poi, rientrai in pista.

 

Dovevo provare come era stata preparata, la macchina.

Dovevo valutarla.

 

Il mio culo, l’avrebbe valutata.

Perché io, col mio fondoschiena, riesco a capire se una macchina è a posto o no.

 

Lo era.

Decisi che quell’assetto sarebbe andato benissimo anche per la gara.

 

In fondo, io non dovevo vincere.

Mi bastava arrivare secondo.

E, se non mollava il motore, ero certo di farcela.

 

Però dovevo almeno partire in prima fila.

Accanto ad Alain.

 

Fargli sentire la pressione.

Fargli capire chi comanda.

 

8.

Ero assolutamente convinto che nell’altro box sapessero cosa fare.

Rischiare, forzando al massimo, con la possibilità di un ritiro?

Rischiare un po’ di meno, non sapendo che assetto avrei scelto e come avrei corso?

Oppure non rischiare quasi nulla, lasciandomi però strada per vincere senza problemi?

 

Secondo me, in quel box trionfava l’indecisione.

 

Ed era su quello che giocavo.

Perché io sapevo perfettamente come si sarebbero comportati.

 

Avevano solo una strada.

Rischiare.

 

Ma non volevano ammettere di aver perso prima di giocare.

 

Perché così era.

 

9.

Così, assettammo la macchina per una gara di contenimento.

 

Di relax.

 

Non ero io a dovermi preoccupare.

Era Alain.

 

Io dovevo solo confidare nella solidità del motore e nella finezza del mio piede destro.

 

Mi bastava vivere di conserva, restare dietro al mio compagno e non tirare esageratamente.

 

Vincere una battaglia non è importante.

 

L’importante è vincere la guerra.

 

10.

Le prove del venerdì diedero il responso desiderato.

 

Davanti, avevo soltanto il mio compagno di team.

E la cosa, in fondo, era prevedibile.

 

Gli altri stavano tutti dietro, come previsto.

E adesso, bisognava essere precisi nei calcoli, nella valutazione di ciò che sarebbe accaduto.

 

E io, errori così, non ne avevo mai fatto.

Ma non mi ero neanche mai trovato in una situazione del genere.

 

Ma c’è sempre una volta.

 

11.

Tanto per informarci, demmo una rapida occhiata al box di Alain.

 

Sono cose che tra compagni di team si possono fare, ma stavolta il motivo non era la solita stretta di mano.

 

Era pura pirateria.

Ma, d’altra parte, sapevamo che la stavano praticando anche loro.

 

E, con qualche rapida occhiata, capimmo che si stavano giocando tutto.

Perché solo quello gli era rimasto da fare.

Sperare nel mio orgoglio.

 

Però si scordavano una cosa.

 

Il mio orgoglio non vale un titolo mondiale.

 

12.

Qualcuno quella notte non avrà dormito molto.

 

Non è facile assopirsi quando c’è in gioco il sogno della tua vita.

 

A me era già successo nel 1975, quando ero alla Ferrari.

Ma io, dicono, sono un freddo.

 

Dicono.

Perchè quella notte dormii male anch’io.

 

Però ero un ragazzino giovane, e sapevo che avrei avuto altre occasioni.

 

Adesso non ci faccio più caso.

Sono più di dieci anni che giro le piste di tutto il mondo.

 

Kyalami, Interlagos, Anderstorp, Zolder, Jarama, Brands Hatch, Nurburgring, Detroit, Montecarlo.

 

E ora, l’Estoril.

 

Tappa decisiva per la mia terza impresa.

Mi addormentai rilassato, pensando alle prove dell’indomani.

 

13.

Quanto casino c’era al box di Alain!

 

Tutti a lavorare sulla sua monoposto, come se il renderla più veloce bastasse a fargli vincere il titolo.

 

Ma lo sapevano tutti che la situazione era nelle mie mani.

E sapevano che non avrei mai buttato al vento un match-point come quello.

 

Mi bastava giocare d’attesa.

 

E quella…

beh, quella era la mia specialità.

Avevo già vinto un mondiale in quel modo.

 

E volevo fare il bis.

 

14.

Le prove del sabato confermarono le mie idee.

 

Alain era davanti a tutti, con un assetto da rischio, da gara veloce.

 

Poi io.

E solo perché avevamo la macchina migliore.

 

Così, tutto quello che volevo e che avevo previsto accadde.

Io e Alain accanto, in prima fila.

Con lui che sapeva che l’avrei lasciato sfilare via.

Non mi importava niente il vederlo vincere.

 

Mi bastava stare lì, secondo, a controllare i parametri di funzionamento della mia McLaren.

 

Bastava che non cedesse.

Che il motore non cedesse.

Che la meccanica reggesse.

 

Perché, se tutto teneva, ero sicuro che avrei fatto secondo, che era quello che mi serviva.

Perché io, la mia macchina non l’avrei mai maltrattata per vincere.

 

15.

Quando andai, alla fine delle prove del sabato, nel motorhome della scuderia a parlare con Ron, le parole furono poche.

 

Lui sapeva.

 

Se poi di mezzo ci si fosse messa la sorte, allora, non ci sarebbe stato nulla da fare.

La sorte decide, a suo piacere.

 

Scambiammo poche parole.

 

Poi Ron annuì, e mi lasciò andare.

 

Sapeva di non sapere cosa avrebbe detto ad Alain.

In fondo, quello era un suo problema.

 

Era solo suo.

 

Assolutamente suo.

 

16.

Alla sera ci riunimmo, io e i meccanici.

 

-Ragazzi-, dissi, -è fatta-.

 

La macchina era pronta.

Ora, doveva solo riposare.

Intanto, il gruppo si stava già organizzando per l’indomani.

 

-Sei proprio sicuro che sia fatta?- mi chiese l’ingegnere.

Lo guardai.

-Se non succede nulla d’imprevisto, sì- risposi.

 

L’ingegnere ordinò di ricontrollare ogni particolare, quella notte.

Nulla doveva essere lasciato al caso.

Non doveva sfuggirci nulla.

 

Il mio mondiale passava attraverso controlli rigorosi.

 

Sapevano quanto ci tenessi, a vincerlo.

 

EPILOGO

Tutto finì come era stato previsto.

 

Alain vinse la gara, e io arrivai secondo.

Alain perdette il mondiale per mezzo punto.

 

Mezzo punto.

Una cosa mai vista.

 

Ma io sapevo da prima che sarebbe successa.

Perché quel virgola cinque nei suoi punti in classifica mi faceva calcolare tutte le possibilità.

Mi hanno spregiativamente chiamato in tanti modi.

 

Computer.

Ragioniere.

Taxista.

 

Ma io ho un nome e un cognome.

 

Io mi chiamo Andreas Nikolaus Lauda.

Detto Niki.

 

Non scordatevelo mai.

 

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PICCOLA NOTAZIONE

Questo racconto doveva essere concluso all’inizio di maggio del 2019.

Poi, per vari motivi, ha subito un ritardo.

Lo finisco con la morte nel cuore.

Se n’è andato un altro mito della mia gioventù.

Ciao Niki, e grazie.

 

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MARCO PIERRE WHITE: Cocaina e pepe quanto basta.

di LISA AZZURRA MUSETTI

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L’alta cucina è l’ambiente con il più alto tasso di rischio di dipendenza dalla droga perché certi ritmi,  a volte,  sono folli. “

Questa è la dichiarazione che Gordon Ramsey fece durante una delle puntate del suo celebre programma televisivo  “Cucine da incubo”. Certo è difficile pensare che possa essere riferita a se stesso,  ma indubbiamente un riferimento al suo maestro e mentore c’è eccome.

Marco Pierre White.

Marco nasce a Leeds,  l’11 Dicembre del 1961 da madre di origine italiana e dal padre,  cuoco inglese.  Grazie al lavoro di suo padre Marco si appassiona alla cucina ma lascia la scuola alberghiera Allerton High School a soli sedici anni e si trasferisce da solo a Londra. Da quel momento inizia la sua ascesa come chef e la sua discesa come uomo.

Salta da un ristorante pregiato all’altro dove impara tutto in modo molto veloce… ma anche da uno spacciatore all’altro. I ritmi lavorativi dell’alta cucina sono pazzeschi ed il giovane Marco resta in piedi come puo’: grazie al suo da subito espresso geniale talento ed a dosi su dosi di cocaina. Nonostante questa sua forte dipendenza il suo talento lo porta ad aprire il suo primo ristorante londinese nel 1987, l’Harvey e poco dopo un secondo,  il Marco Pierre White.  Fra una riga di bianca coca,  una di bianco sale ed una di bianco zucchero Marco divenne il primo chef britannico a ricevere tre Stelle Michelin.

Pierre White però è lungi dall’essere un semplice ottimo chef,  è la prima vera rockstar dei fornelli : droga, alcool e belle donne sono le cose di cui preferisce circondarsi.  Non era strano trovarlo in “situazioni molto intime” con le clienti dei suoi locali, oppure vederlo lanciare piatti o addirittura coltelli dietro a qualche componente della sua brigata di cucina, men che meno trovarlo completamente ubriaco ad inizio servizio ma al tempo stesso così lucido da non sbagliare un dosaggio di sapori o un impiattamento.

Nel 1999 decise di ritirarsi dalla cucina, ripulirsi dalle droghe e gestire da lontano i suoi,  ormai molti, ristoranti in giro per il mondo.  Al giorno d’oggi compare spesso in diversi show televisivi con una compostezza ed un cipiglio difficile da credere per una persona con alle spalle tre matrimoni falliti,  una vita da star dello show business e che si è spesso trovato con un piede oltre l’orlo del precipizio definitivo.

Come dicevano gli AC/DC :“It’s a long way to the top if you wanna rock ‘n’roll”.

In questo caso sarebbe meglio dire: “It‘s a long way to the top if you wanna cook ‘n’roll.”

HO RUBATO LA COPPA DEI CAMPIONI

di SIMONE GALEOTTI

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Ho la testa che mi scoppia, devo rallentare, sto correndo troppo e credo di non aver rispettato nessun limite di velocità. Ma non sono ubriaco, stasera non ho bevuto niente, niente di niente, nemmeno un bitter. Sono lucidissimo e appena l’emicrania allenta la sua morsa mi viene persino da ridere come un nevrotico clown da circo. In tutta sincerità non so come finirà questa notte. Ogni volta che oltrepasso le luci giallognole della M42 un riflesso metallico mi balena sulla fronte e per un attimo alzo impercettibilmente gli occhi sullo specchietto controllando per l’ennesima volta che quella chincaglieria ingombrante scaraventata in malo modo sul sedile posteriore della mia Datsun Cherry blu cobalto sia ancora al suo posto. La cartellonistica autostradale mi indica che giusto adesso ho infilato la M1 e sto andando verso Sheffield. La campagna delle West Midlands è buia da far paura, solo qualche lampione in lontananza a delimitare perimetri di fabbriche di periferia. Man mano che il tempo passa mi rendo conto di aver commesso una bella stronzata, ma d’altro canto ne avevo ben donde, quei disgraziati mi stavano mettendo sotto sopra il locale, il mio locale, belli e straricchi con le loro mogliettine stronze e viziate sottobraccio più un numero imprecisato di fidanzate stridule al seguito. E allora ho pensato al modo migliore su come fargliela pagare. Adesso però sento la rabbia calare, credo sia tempo di porre fine a questa sceneggiata inutile, devo fermarmi, rimettere a posto le idee, provare a spiegare il fatto e tornare a casa. In fondo a questo punto è solo necessario trovare una stazione di polizia e cercare di esporre nella maniera più esauriente possibile quello che è accaduto all’incirca un’ora fa. Tutto sommato se saranno comprensivi non sarà certo un dramma, o almeno spero. Scalo un paio di marce e il motore della Datsun grugnisce che è una meraviglia. Imbocco l’uscita e mi passo una mano sui capelli per non assomigliare troppo a un fuggitivo di chissà quale carcere di estrema sicurezza e con il labbro inferiore mi inumidisco i baffi. Leggo distrattamente l’indicazione e pare sia finito in un posto chiamato West Bar, dove francamente non sono mai stato ma dove, per fortuna, c’è quello che speravo: una piccola stazione di polizia ricavata nell’angolo di un vecchio edificio georgiano in mattoni scuri. Parcheggio la macchina accanto a quella delle forze dell’ordine e mi volto, si mi volto un ultimo istante verso il sedile alle mie spalle scuotendo sensibilmente la testa. Quattro parole in ordine ben preciso mi solcano la mente, sembra che il mio vocabolario dialettico si sia ristretto a questa frase:
“Che cazzo ho fatto?” 

L’aria tersa della notte mi riempie i polmoni e mi aiuta ad asciugarmi la mente. Ormai è primavera inoltrata nonostante tiri la solita arietta frizzante di queste parti. C’è una coppia che sta uscendo dall’ufficio della polizia, lei assomiglia vagamente a Kate Bush, indossa una minigonna inguinale, un giacchetto di pelle nemmeno buono per un rigattiere di seconda mano e si regge in piedi approssimativamente su di un paio di scarpe rosse fuoco dal tacco imbarazzante. Lui ha la faccia seminascosta da una fluente barba nera, una camicia a motivi floreali e un paio di jeans laceri calati sopra delle converse scolorite. Il poliziotto in cima alla breve scalinata tiene le mani sui fianchi, appare stanco e decisamente nervoso:
“Andate a casa forza, e non fatevi beccare più, altrimenti prima o poi passate qualche giorno nella patrie galere per la gioia della signorina Thatcher che ne ha le palle piene di comunisti, hooligans, punk e drogatelli come voi…” 

Poi pigramente sposta lo sguardo su di me. Ho un piede sul gradino più in basso e l’altro ancora sull’asfalto, mentre impugno il corrimano sinistro della ringhiera. Cerco l’espressione più pacata di questo mondo tuttavia si capisce lontano un miglio che non sono credibile. Allora guardo l’orologio come a darmi un inflessione di serietà e i cristalli liquidi del mio Seiko al quarzo indicano che è mezzanotte passata da qualche minuto. L’ora dei folli, andiamo male Eric mio. Il poliziotto, un giovane dai capelli biondicci senza berretto d’ordinanza e con una frangetta più buffa che accattivante, dopo un attimo di esitazione, in tono seccato mi dice:
“E lei?” 

E io? Penso tra e me…
“Io dovrei soltanto farvi presente una cosa, dieci minuti e me ne vado.” 
“Guardi, si auguri che sia una cosa seria e non una cavolata perché ultimamente di dissennati c’è ne sono pure troppi in giro. Si figuri, un oretta fa ci hanno chiamato dalla centrale di Birmingham perché dicono che un pazzo abbia rubato la Coppa dei Campioni vinta dall’Aston Villa… Avanti, salga su e si accomodi, arriviamo tra un istante.” 

Sto per aggiungere qualcosa ma ritraggo all’ultimo momento le parole. Meglio così, meglio parlare all’interno, in maniera concisa e ordinata, magari mi offriranno pure qualcosa, diamine in un qualche giornale lessi che per certi collaboratori di giustizia c’era un trattamento di favore.
La stazione di Polizia assomiglia a una sorta di ambulatorio medico con uno sportello in vetro antiproiettile fissato lungo un bancone che copriva i sei o sette metri di larghezza della stanza più un minuscolo atrio d’aspetto con delle seggioline di legno scomodissime fissate alla parete dove rannicchiarsi e aspettare il proprio turno magari in manette. In quel caso, per ora, me ne stavo senza catene ai polsi. Attesi i cinque minuti accademici. Nel frattempo il poliziotto che mi aveva fatto entrare si era defilato scomparendo dentro una porta di servizio ed ero rimasto solo sotto un neon il cui continuo “bzz-bzz” ne annunciava l’imminente decesso. Ciò avrebbe confermato l’ineluttabilità della legge di Murphy. Al di là dello sportello, immancabile, la classica donnona da centralino, una stanca e flaccida signora dai capelli rossicci che con una certa probabilità si stava ridipingendo per la terza volta le unghie. Alzò svogliatamente la faccia per scrutarmi storcendo un angolo della bocca come a confermare la sua già confezionata tesi precotta della presenza di un tossicodipendente o di nuovo,  alticcio, scocciatore notturno. Insomma evidentemente non presentavo la faccia da serial killer, terrorista islamico, e nemmeno  da fanatico dell’IRA. Con ostentato biasimo mi dice di darle un documento e di spiegarle il motivo per cui alle 00.24 minuti del 31 maggio 1982 fossi voluto entrare alla caserma della polizia di West Bar poco fuori il centro urbano di Sheffield:
“Prego signor… Sykes, mi dica…”

Rintraccio una parvenza di portamento ma capisco che alla luce dell’accaduto il mio sforzo di chiarire il caso in maniera ragionevole sia insostenibile, comunque devo provarci.
“Ho rubato io la Coppa dei Campioni ai giocatori dell’Aston Villa, c’è l’ho con me, è sul sedile posteriore della mia auto posteggiata all’esterno…” 

La donna respira profondamente. Emette un colpo di tosse di circostanza, schiocca le labbra, preme un numero sulla tastiera del telefono nero posto su un tavolino di legno accanto a lei e un paio di secondi dopo ecco aprirsi l’unica porta dietro di lei da cui escono due agenti. Quello di grado verosimilmente più alto, un tipo normolineo dal baffetto curato, prende la parola:
“Qual è il problema agente Davies?” 
“Il tipo qui dice di avere la Coppa dei Campioni o come diavolo si chiama quella cosa sportiva dentro la sua macchina, qua fuori al parcheggio…” 

Il poliziotto mi osserva da capo a piedi in un misto fra la curiosità e pena, dopodiché enuncia ciò che temevo.
“Mi ascolti bene, sono il sergente Mick Greenough e in vent’anni di servizio ne ho sentite parecchie di storie. Un giorno è venuto un tizio alle tre di notte dicendo di aver rapito la Regina Elisabetta e un’altra volta un tale vestito da Conte Dracula. Ci mancava giusto il ladro pentito delle coppe calcistiche. Sia cortese, mi dica la verità, mi sta prendendo per il culo vero? Guardi che mi girano le palle a fare il turno di notte e la sbatto dentro se scopro che si è fatto di qualche acido. Facciamo così, non ci siamo visti e vada a dormire, dalla patente vedo che abita nei dintorni di Birmingham, beh certo ne ha fatta un bel po’ di strada per venire fin qui a dirci questa stupidaggine, eh?” 
“No, no, è tutto vero, controlli pure, ecco queste sono le chiavi.” 
“Ok, ok, … agente Wells proceda ad aprire quella fottuta macchina e diamo soddisfazione al signor Sykes. Mi vada a prendere la Coppa…” 

Resto a testa china percependo le risate ironiche del gruppo di poliziotti a cui nel frattempo si è aggiunto il biondino che mi aveva accolto all’entrata. Quando l’agente Wells rientra però l’atmosfera cambia repentinamente. I volti si fanno improvvisamente seri e tesi. La Coppa dei Campioni d’Europa con ancora i nastrini colorati di claret&blue legati ai manici è sul bancone dell’ufficio della polizia di West Bar. Riconosco il momento confuso scivolante nel catartico e chiedo gentilmente di poter fumare una sigaretta.
“No, … qui non si fuma… E comunque adesso prima che mezza Scotland Yard, giornalisti, addetti dell’Aston Villa, tifosi, e curiosi vari arrivino in massa in quest’ angolo di merdosa Inghilterra mi spieghi cosa cavolo ha combinato visto che tutti, esercito compreso, siano alla ricerca di questa cosa.” 

Rinfilo la mia Benson&Hedges nel pacchetto semivuoto e riporto la versione mentre il luccicante trofeo sembra ipnotizzare gli ufficiali più giovani, increduli di avere quella coppa nel loro luogo di lavoro quotidiano.
“Mi chiamo Eric Sykes ma questo lo sapete già. Sono il titolare del Fox Inn di Hopwas.” 

[Una piccola digressione: il Fox Inn è il tipico pub che odora di impregnante per legno, birra e piscio, situato in un villaggio a due passi da Tamworth alla periferia nord di Birmingham, dove in genere l’alcool scorre in maniera copiosa, si canta, si balla e chi riesce a restare in piedi gioca a freccette, perché il vero sport nazionale da pub è il dardo, è lui che decide la supremazia.]
“I giocatori dell’Aston Villa avevano scelto senza nessuna prenotazione preventiva il mio locale per festeggiare. Me lì sono ritrovai tutti dentro belli carichi e con un nugolo di gente in coda che in breve ha imballato il pub in ogni ordine di posto e hanno sistemato la Coppa su uno sgabello del banco di mescita. Tutti la toccavano, baciavano, fotografavano. Era talmente al centro dell’attenzione che paradossalmente ad un certo punto rimase “sola” e nessuno sembrò più accorgersi di lei, talmente erano tutti sbronzi.” 
“E perché mai l’ha portata via Sykes? mi scusi, ma non capisco.” 
“Vede hanno incominciato a spaccarmi il pub quei casinisti, io ci tengo al mio posto di lavoro, le sterline le sudo, mica come quei calcia palloni a tradimento, e allora mi è salito il sangue alla testa, ho agito. Ho preso quella Coppa e sono scappato via, per dispetto, per spregio, per ripicca.” 
“Ma non ha pensato che potevano riempirla di soldi una volta andati via poteva essere un’occasione più unica che rara?”
“Ho già avuto in passato a che fare con calciatori di Prima Divisone o cantanti di grido, prima bevono anche il fondo del fusto e infine se ne vanno dicendo che passerà la società o il loro agente a pagare e puntualmente i conti non tornavano mai.”

A questo punto tuttavia la faccenda si fa grottesca. Mi invitano sul retro a prendere un tè. Si capisce che per il momento non hanno nessuna voglia di arrestarmi né tantomeno di avvertire Birmingham del ritrovamento. Questa cosa l’avrebbero raccontata ai nipotini e in qualche modo comprendo che volevano dilatare i tempi. Gli occorreva un idea geniale prima di ristabilire l’ordine naturale delle cose e riconsegnare il trofeo ai legittimi proprietari.

 

L’agente Tim Wells escogita la trovata:
“Dai alla svelta chiamiamo altri due ragazzi e organizziamo un match 4 contro 4 in garage. In palio la Coppa Campioni d’Europa. Non capita mica tutti i giorni di poterla sollevare dopo una partitella tra amici…” 

Chiaro no, voi che avreste fatto al loro posto?

 

Qualche giro d’orologio e vedo arrivare altri loro colleghi e ci trasferiamo tutti nel garage della caserma per giocare la partita di calcio più assurda della storia.

 

Nessuno parlò mai di quello che avvenne prima che le autorità venissero a riprendere il trofeo. Nessuno seppe di quella mezzoretta di calcio nell’umidissima autorimessa della polizia di West Bar. E io Eric Sykes tornai con tutta calma al mio pub ormai vuoto e in subbuglio. La versione ufficiale fu soltanto quella che l’oggetto era stato ritrovato e riconsegnato.

 

Anni dopo, l’edificio dove si trovava quella stazione di polizia fu messo in vendita e da polverosi scatoloni sono riemerse le foto degli otto fortunati, me compreso, che in una notte di maggio del 1982 si giocarono in amicizia la Coppa dei Campioni.

 

[Di Eric Sykes si persero le tracce, non si seppe mai se giocò con quelli che vinsero o no, sta di fatto che lo lasciarono andare indisturbato dopo “la partita”.]
“Non lo rifaccia, Sykes, mi raccomando.”. 
“Ah no, certo che no” –dissi -, e poi quando pensate che quelli possano rivincere un’altra volta la Coppa dei Campioni?”

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JUSTIN FASHANU: Sono quello che sono …

di REMO GANDOLFI

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“Le cose al Nottingham Forest non stanno affatto andando bene.

Sono qua da pochi mesi ma quello che doveva essere il trampolino definitivo verso la mia consacrazione di calciatore si sta rivelando un fallimento assoluto.

Nell’estate del 1981 metà First Division era sulle mie tracce.

Ho solo 20 anni e in meno di due stagioni da titolare ho segnato più di 40 gol nel piccolo Club dove sono cresciuto, il Norwich City.

Di strada ne ho fatta tanta da quel maledetto giorno in cui i miei si separarono e spedirono me e mio fratello minore John in un orfanotrofio nel Norfolk.

Avevamo 6 anni io e 5 mio fratello John.

L’estate scorsa mi volevano l’Arsenal, il Totthenam e pare perfino il Liverpool.

Ero “l’uomo mercato”.

Uno dei miei gol è stato votato “goal of the season” nella stagione scorsa ed ora è nella sigla di “Match of the day”.

Che gol ragazzi !

Spalle alla porta stoppo una palla non facile, me la faccio scivolare a fianco e “BUM” sparo un bolide da 25 metri buoni che si infila sotto l’incrocio della porta difesa da Ray Clemence, il bravissimo portiere dei Reds del Merseyside.

E quando si fa avanti il Nottingham Forest non ho un dubbio al mondo !

Voglio giocare per i ragazzi di Brian Clough !

Solo l’anno prima sedevano sul tetto d’Europa dopo il secondo trionfo consecutivo in Coppa dei Campioni.

La stagione precedente non è stata esaltante ma Peter Taylor, il famoso Assistente di Clough, quando è venuto a casa mia a Norwich ha parlato chiaro “Ragazzo, ti vogliamo con noi” mi ha detto.

“I tuoi goals possono farci tornare sul tetto d’Inghilterra e d’Europa.”

Parole che sono miele per le mie orecchie.

Ho già esordito e segnato con l’Under 21 inglese e ora manca solo il grande salto; quello alla Nazionale maggiore, quello nei bianchi Leoni d’Inghilterra.

Pare solo una questione di tempo, mesi, forse anche solo settimane.

Viv Anderson è stato il primo “colored” a giocare per i bianchi.

Guarda caso è del Nottingham.

Chissà, io potrei essere il primo nero a SEGNARE un gol per i bianchi d’Inghilterra.

Il Nottingham Forest ha sborsato un milione di sterline tondo tondo.

Sono il primo nero a costare tanto.

Insomma pareva tutto perfetto.

Solo che non è affatto così. Non lo è assolutamente.

Brian Clough non mi voleva al Forest.

Io sono un acquisto di Peter Taylor.

E’ lui che mi ha voluto al Forest.

Funziona così tra i due.

Se l’acquisto è all’altezza “Io e Peter abbiamo acquistato Tizio e Caio”, sentenzia “ego” Clough.

Quando il nuovo arrivato delude è un acquisto esclusivamente voluto da Taylor !

Il Nottingham è la controfigura della squadra che poco più di un anno fa vinse la Coppa dei Campioni in finale con l’Amburgo di Kevin Keegan.

Tanti se ne sono andati e i nuovi arrivati (di Taylor ovviamente !) non paiono all’altezza.

Io sono fra questi anzi, visto quello che hanno speso per me io sono il grande “flop”.

Qui non siamo al Norwich dove i miei compagni giocavano per me.

Io ho bisogno di cross, di palloni negli spazi per andare via di potenza e liberare il mio tiro.

Qua giocano palla a terra, scambi stretti e triangolazioni veloci.

Quando funziona è un bel calcio da vedere e da giocare.

Ma non è il mio calcio.

Potrebbe sembrare sufficiente ma questo è solo l’inizio dei miei guai.

Quelli veri sono altri …

Io sono omosessuale.

O meglio.

Amo ANCHE gli uomini.

Brian Clough ha saputo che frequento un locale conosciuto per essere ANCHE un ritrovo gay a Nottingham.

Questo per lui è inaccettabile.

E me lo fa sapere in maniera inequivocabile.

Siamo negli spogliatoi, al termine di un allenamento e ci sono tutti i miei compagni di squadra.

“Fash, dove vai sei hai bisogno di una micca di pane ?”

“Beh, dal fornaio, ovvio” rispondo io non avendo la più pallida idea di dove stia andando a parare il Boss.

“E dove vai sei hai bisogno di una bistecca ?”

“Dal macellaio, è chiaro”

“Bene ragazzo … allora se vai in un dannato locale di finocchi di cosa hai bisogno ??!!”.

Resto immobile, senza parole.

Lo trovo umiliante, inutile e umiliante.

I miei compagni abbassano gli occhi.

Quantomeno non ride nessuno alla sua ignobile battuta.

Ora però siamo ai ferri corti.

Quando non sono nei paraggi mi chiama “quel fottuto finocchio”.

Ma deve farmi giocare. Sono costato tanti soldi, non ha alternative.

Io però non riesco più a dare il massimo per un uomo così.

In campo sono nervoso, troppo.

Vengo espulso spesso e anche fuori dal campo le cose non vanno meglio.

Per lui sono troppo diverso. E non solo nei gusti sessuali.

Mi piacciono le macchine sportive.

In fondo ho vent’anni e voglio spassarmela un po’.

E sono religioso, credo profondamente in Dio.

Anche questo non sta bene al “carismatico” Brian Clough.

Non posso più giocare per lui.

Non ce la faccio.

Il guaio è che la mia reputazione ora è quella di piantagrane, di ragazzo viziato.

Sembrava tutto così vicino. La Nazionale inglese, la fama, i trofei.

Invece, per una scelta sbagliata, mi sono bruciato tutto in pochi mesi.

Ce la farò a risorgere ?”

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Justin Fashanu inizierà a girovagare da un team all’altro senza troppo successo. Troverà al Brighton un po’ del vecchio splendore ma nel 1985 arriva un grave infortunio al ginocchio.

In pratica sta fermo più di 3 anni.

Riparte dagli Stati Uniti d’America nel 1988. Il ginocchio pare tenere.

Torna in Inghilterra, ma le voci sulla sua omosessualità sono sempre più insistenti.

Il mondo del calcio è un mondo chiuso, omofobo e che vive di stupidi clichés.

30 anni fa lo era ancora di più.

Justin è stanco di tutta questa situazione e decide di prendere il toro per le corna.

In una lunga intervista al “SUN” dichiara apertamente la sua omosessualità, primo calciatore di fama a fare outing pubblicamente.

Justin pensa di trovare solidarietà o quantomeno comprensione.

Tutt’altro. L’isolamento è totale.

La comunità nera lo definisce “un affronto, un danno d’immagine per tutta la comunità, fatta da un uomo patetico e imperdonabile”.

Perfino suo fratello John, con il quale ha condiviso tutto, l’abbandono dei genitori, l’orfanotrofio, l’adozione e anche i primi successi nelle rispettive carriere di calciatori, lo rinnega prendendo le distanze da lui in maniera dura e inequivocabile.

Justin deve scappare dall’Inghilterra. Prova in Scozia ma è la stessa cosa “Poof, poof, poof” è il coro più carino che si leva dagli  spalti.

Finalmente pare trovare un po’ di pace negli Stati Uniti.

Gioca in una squadra di buon livello, segna diversi gol.

Pare rinato. C’è chi gli offre un contratto di allenatore-giocatore.

L’Inghilterra lo ha ripudiato. L’America pare accoglierlo. Ritrova un po’ di serenità.

Ma il destino lo aspetta al varco. E’ il 1998.

Ad una stazione di polizia del Maryland arriva un diciassettenne che afferma di essere stato drogato da un adulto e il quale poi ha avuto con lui un rapporto sessuale.

L’accusato della violenza è Justin Fashanu.

Fashanu si difende con veemenza. Il rapporto era assolutamente consenziente.

E’ pronto a tutto per dimostrarlo.

Perfino di sottoporsi alla macchina della verità.

Nero ed omosessuale.

Non sono certo delle attenuanti.

La polizia comunque pare credergli.

Nessun arresto preventivo.

Ma rimangono comunque tutte le altre accuse. Somministrazione e spaccio di droga e alcool ad un minorenne. Ed una assurda legge del Maryland, che vieta la sodomia e perfino i rapporti orali nel matrimonio … figuriamoci tra un nero, adulto ed omosessuale ed un minorenne.

Tutto questo equivale ad anni di carcere.

Quando la polizia va a casa sua per il processo Justin non c’è.

La paura è stata più grande della ragione.

Justin, in preda al panico, scappa in Inghilterra.

Contatta il suo ex-manager, i pochi amici.

Nessuno vuole più avere a che fare con lui.

Neanche fosse un lebbroso.

Nero ed omosessuale nell’Inghilterra di quegli anni è molto peggio.

Lo trovano impiccato in un garage semi abbandonato di Shoreditch, nel nord di Londra,  il 3 maggio del 1998.

Nel Maryland intanto il processo a suo carico viene archiviato per mancanza di prove.

Justin Fashanu aveva 37 anni.

Sul suo corpo trovano un biglietto “Non voglio dare altro imbarazzo alla mia famiglia e alle persone che mi sono care. Spero solo che il Gesù che amo mi accolga e che io possa finalmente trovare la pace”

Speriamo Justin, speriamo davvero.

E speriamo anche che, almeno lassù, tu possa amare chi vuoi.

https://youtu.be/1Wk34X94Whk

 

 

 

SHEFFIELD UNITED: love, strip and blades.

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di SIMONE GALEOTTI

Solo per un attimo, ma ci siamo anche io e te in quell’inquadratura. Forse adesso dovrei riderne di quel pomeriggio; nell’istante in cui vincevamo il titolo di quarta divisione e tornavamo a risalire dal fondo del calcio professionistico inglese, io perdevo te. Ti vedevo sparire poco a poco, trascinata gioiosamente dall’onda umana dei tifosi che si riversavano verso le ringhiere dello stadio a festeggiare il goal di Keith Edwards che valeva il primo posto in campionato. Mi guardavi, sospinta verso bordo campo, come scusandoti per quella felicità. Lasciarsi a Darlington era una cosa da idioti. Ecco perché quando Edwards segnò la sua trentacinquesima rete stagionale, che gli consegnò la “Scarpa d’Oro” oggi in mostra al “Legends Of The Lane”, non immaginavo di chiudere in un modo così improbabile la nostra storia d’amore.

“Good things come to those who wait”. Lui parlava dello United e io pensavo a noi.

Ascoltalo sul filmato che gira ancora su Youtube; disse proprio così il telecronista mentre Edwards stava per colpire il pallone davanti alla stand dove ci avevano assiepato. Lo vidi qualche giorno dopo sul nuovo TV color della Philips appena comprato dai miei per sostituire il vetusto apparecchio in bianco e nero. A questo proposito c’è una cosa che penso, mi fa star male e paradossalmente mi fa sorridere ancora dopo tanti anni: hai mai pensato che ogni tifoso dello Sheffield United, di tanto in tanto, andrà a cercarsi la rete decisiva di quella giornata e si commuoverà di gioia? Tutti quanti insomma, ogni tanto, si rifugeranno in quel giorno bislacco della nostra vita per essere felici. A saperlo, chissà, avrei sperato che il pallone uscisse.

Sheffield, maggio 1982. Il cuore plumbeo dell’Inghilterra, i suoi tetti anneriti, il suo alienante ciclo di vite. Un agglomerato siderurgico in cui l’esistenza è scandita dal clangore delle industrie pesanti e dalle loro fucine a stampo. Sheffield la capitale dell’acciaio, il motore della rivoluzione industriale, lo studio psichiatrico dove la diagnosi dice che la desolazione del lavoro a catena si sposa a un anelito anticonformista forse per via di un’antica rivalità con Londra. “London burning they all shout/ But I wouldn’t even piss on it to put the fire out” (“’Londra brucia’, gridano tutti/ Ma io non ci piscerei sopra neanche per spegnere l’incendio”) era l’icastico anthem con cui la band locale dal nome bizzarro 2.3, sbeffeggiava i Clash in “(I Don’t Care About London”).

A Mary piaceva questa musica, così come il calcio. Non potevo chiedere di meglio eppure è finita. Finita esattamente al termine della cavalcata trionfale della squadra di Ian Porterfield iniziata il 29 agosto in una partita in casa contro l’Hereford United che di trionfale non ebbe molto visto che terminò con un sofferto pareggio ma dove avevo conosciuto lei iniziando una frequentazione.

Intanto, da un mese era scoppiata la guerra delle Falkland, due scogli in fondo al mondo su cui l’Inghilterra aveva piantato una bandiera ma che gli argentini reclamavano col nome di Malvinas e la giunta militare di Videla si era mossa per riprenderseli. La reazione del nostro paese era stata immediata. Avevano attaccato le isole e ora andavamo a ribadirne la proprietà. Giusto? Boh, in ogni caso la signora Thatcher mi doveva un lavoro.

Mary. Quel giorno di fine agosto avrei dovuto avere quattro occhi. Due per seguire le azioni sul campo, due per guardare lei. Andai in totale confusione, un po’ come le Blades con l’Hereford. Lei se ne stava insieme a un amica appoggiata a una delle balaustre sistemate nella Kop Stand e io lentamente cercavo di avvicinarmi. Mi ero attardato come sempre in Shoreham Street entrando all’ultimo momento. La retrocessione patita pochi mesi addietro non aveva certo alimentato gli entusiasmi. Che bella era Mary (ancora non sapevo si chiamasse così), la carnagione chiara le metteva in risalto gli occhi vivaci mentre una cascata di capelli color miele le incorniciava il viso semplice, quasi infantile. E quella sciarpa, la nostra sciarpa, bianca e rossa con la scritta Sheffield United Football Club a caratteri neri. Mi serviva una domanda. Una sola. Una, giusta e stuzzicante. Approfittai di una pausa nel gioco in seguito a un brutto fallo a centrocampo commesso su Steve Charles.

“Ciao, ti piace oggi Hatton …?”

Robert Hatton, detto Bob, era il mio giocatore preferito. Baffi scuri e furbo quanto basta per essere un centravanti. Era arrivato dal Luton Town, non aveva più la chioma dei tempi di quando vestiva la maglia del Blackpool o del Birmingham City ma restava figura iconica da applaudire.

“Si, –rispose lei- però è solo la prima partita, ha bisogno di tempo per entrare in forma, comunque è la spalla ideale per Edwards, se poi troviamo un centrocampista in grado di servirgli palloni invitanti tornare in terza divisione sarà un gioco da ragazzi, ah proposito, io sono Mary..”

Un attimo, occorreva concentrazione, quella risposta così rapida, sicura ed esperta, mi aveva frastornato.

“Hai ragione.., si parla dell’arrivo di Colin Harris, piace molto a Porterfield, comunque io sono Richard… senti, ti va una birra dopo la partita…?”

Ok, basta che non facciamo troppo tardi, domani devo lavorare…

RiseEd io ero già innamorato.

Beata lei che lavorava. Io un lavoro dovevo trovarlo. Mi avevano telefonato per una selezione. Ero andato a Meadowhall, il centro commerciale di Sheffield, tuttavia non fu un vero e proprio colloquio. Mi fecero provare a sistemare camicie in un magazzino, salire e scendere da uno scaleo, scrivere etichette. Il giorno dopo mi dissero che non andavo bene. C’era sempre l’acciaieria, tuttavia lì le cose non stavano prendendo una buona piega.

In ogni caso ci fidanzammo ufficialmente sabato 19 settembre a Hull. Perdemmo 2-1. La prima delle quattro sconfitte di quella stagione. Ci vedevamo già spesso, ma fu lì, nel rugginoso Boothferry Park che scattò il primo vero bacio. Lungo, intenso, determinato.

Eravamo felici. In fondo diceva lei c’è lo meritavamo per tutto quello che ci aveva fatto passare la nostra fede per lo Sheffield United. La stagione precedente eravamo retrocessi all’ultima giornata a causa della sconfitta patita contro il Walsall in casa. Colpa di un fallo di John McPhail su Alan Buckley. Passò alla storia come la battaglia di Bramall Lane. Loro finirono a 41 punti e noi restammo inchiodati a 40 e così finimmo giù insieme a Colchester, Blackpool e Hull e il nostro manager Martin Peters, il campione del mondo del 1966, ci lasciò.

Per fortuna l’ambizioso presidente Ken Brearley non stette con le mani in mano. E il 6 giugno del 1981 arrivò in panchina John “Ian” Portierfield, scozzese di Dunfermline, che aveva allenato il Rotherham e che da giocatore aveva vinto una sorprendente FA Cup con il Sunderland battendo il favoritissimo Leeds. I risultati pre-season furono buoni. Io andai a vedere anche l’amichevole estiva a Falkirk dove vincemmo per 3-2 e il neo arrivato Jeff King giocò una partita superba.

A Mary non piaceva King.

“Ci ha fatto retrocedere, ho pianto per tutta la sera, e poi faceva parte del “Wednesday” che nel “Boxing Day” del 1979, ci rifilò quattro goal…”

Un incubo ancora vivido nella mente di noi tifosi, eppure bisogna essere sinceri: il contributo di King si rivelerà fondamentale.

Il 31 ottobre, la sera di Halloween, battemmo il Blackpool 3-1 e guadagnammo la testa della classifica. Per festeggiare, io e Mary, finimmo in un pub in centro. Ordinammo una pinta e un pasticcio, mentre tutto intorno a noi balenavano le candele all’interno di zucche mostruose. A dire il vero non facevano paura a nessuno ma il locale rivestito di pannelli in legno, il tetto aguzzo e privo di luce per creare atmosfera era decisamente carino. Volle raccontarmi la leggenda di Jack o’Lantern, poi la riaccompagnai a casa.

Spesi un occhio della testa per comprargli un anello di fidanzamento, con le sterline che stavo racimolando lavorando saltuariamente presso una ditta di traslochi. Fu un momento toccante. Quella sera andammo a un concerto dei Cosmat Angels. Gli chiamavano gli angeli oscuri di Sheffield. Nessuna città al pari di questa ha saputo condensare una quantità di suoni così variegata, capace di sconvolgere l’intero panorama musicaledel Regno Unito e non solo. La band era nata nel ’78 per mano di Stephen Fellows, Kevin Bacon, Andy Peake, e Mike Glaisher. Incideranno un singolo d’esordio a nome Radio Earth, la lisergica Red Planet e nel settembre del 1980 uscì il meraviglioso Waiting For A Miracle.

I miracoli a Bramall Lane continuava a farli Keith Edwards. Aveva 25 anni ed era nel pieno della sua carriera. Possedeva la divina capacità di farsi trovare sempre al posto giusto nel momento giusto, un autentico predatore dell’area di rigore, con la millimetrica precisione di sfuggire alla trappola del fuorigioco.

Intanto la guerra delle Falkland era entrata nella sua fase più calda e il bilancio cominciava a farsi pesante. Il governo conservatore rischiava grosso. “Under Pressure” al pari della canzone dei Queen& David Bowie che stava spopolando in quei giorni.

Con Mary le cose andavano per il verso giusto. Lei stava progettando di farmi conoscere i suoi. Abitava in una casetta popolare dalle parti di Park Grange Mount, leggermente in periferia rispetto al centro cittadino.

A febbraio arrivò veramente Colin Harris, un’ala destra con la palla attaccata ai piedi che si rivelò anche un eccellente rigorista. L’ultima decisiva giornata saremmo andati a Darlington. Mary non era la stessa di sempre. Negli ultimi giorni era cambiata, meno sorridente, meno allegra, meno amorevole, meno tifosa, meno tutto.

“Cosa c’è che non va Mary?

“Richard credo sia meglio chiuderla qui la nostra storia, non c’è un motivo, alla fine non è detto che ci debba essere per forza un motivo quando si chiude una relazione. Questo è il tuo anello, è stato bello, scusami un giorno ti spiegherò…”

Si perse tra la folla dei tifosi. Non cercai di inseguirla, ero paralizzato, incredulo, pensavo fosse uno scherzo. Mi sedetti sui gradoni di cemento sbrecciato del Feethams e mi misi a piangere. Mi ripresi solo quando capitan Stuart Houston fece il giro di campo con la coppa fra l’esultanza dei presenti. Avevo perso un amore, avevo ritrovato le blades.

Ma sì, non c’è prevedibilità, amico mio, è così che funziona. Cinquanta e cinquanta. E’ quello che accade di fronte a una biforcazione. Di qua o di là. Vita o morte. Testa o croce. A Sheffield nel nostro caso al massimo c’è il pareggio; ma è un accontentarsi, una debolezza che ha il colore del cielo quando tuona. Ha un nome questa cosa, non è astrazione. La colpa è di due gentiluomini inglesi. Un Conte e un Capitano. Non riescono ad accordarsi.

Facciamo così dicono: “due bigliettini, uno con il mio nome, uno con il tuo, poi estraiamo a sorte.

Chi vince darà il nome alla gara.”

Quando srotolano il foglietto prescelto non c’è scritto Captain Bunbury, bensì Earl of Derby. Era il 1780. Da quell’anno la competizione più importante del circuito ippico reale si chiama Derby.

Ecco, a Sheffield, se escludiamo il derby United-Wednesday, non c’era molto fuori dall’estetica del XIX secolo, dal rigore dei palazzi post-bellici, c’era, quella sì, la rabbia giovanile del free-cinema inglese, c’era Joe Cocker e c’erano i Def Leppard. C’erano i sussidi per la disoccupazione e inevitabilmente tornano in mente le immagini di Full Monty.

Ma attenzione, questa è anche la città dell’assurdo dove questo film che ha spopolato è preso sul serio come un programma politico. Se qualcuno crede che la storia di Gaz, il disoccupato dalla sigaretta perennemente accesa, e i suoi cinque compagni di sventura che si trasformano in improvvisati “stripper” per la gioia di un estasiato pubblico femminile sia solo una semplice pellicola, bene, ricredetevi. Lo so, voi vorreste che iniziassi a parlare di attualità, di calcio, magari dello Sheffield United che torna in Premier League, ok ci arriveremo alla fine, adesso riprendiamo il discorso.

Partiamo da Bardwell Road. Chi ha visto il film ricorda il quartiere, questa strada di periferia, in alto. C’è un motivo. Sheffield è stata eretta su sette colli” the city of seven hills. A Bardwell Road, Lomper, il disoccupato pel di carota, tenta il suicidio ma non riesce ad accendere il motore dell’auto che dovrebbe avvelenarlo con l’ossido di carbonio. A questo punto entra in scena Steve, altro senza lavoro, uno dalla pancia ben modellata dalle pinte di birra che all’insaputa dei veri intenti di Lomper crede di compiere una buona azione e gli fa ripartire il motore mandandolo al creatore. Sembra che dal punto dove è stata girata questa scena fra il macabro e il grottesco la città appaia in tutto il suo rugginoso declino. L’acciaio dopo le riforme dell’era Thatcher è solo un orpello, una sorta di appendice. La maggior parte delle “gotiche” ferriere sono abbandonate, le fonderie trasformate in uffici, i famosi coltelli quasi reperti da museo. Ha vinto il terziario dicono. E allora che facciamo? Ci spogliamo, semplice.

Allo Shiregreen il pub del famoso spogliarello cinematografico, il sipario è lo stesso e le donne ci sono, pronte a infiammarsi, urlare, e applaudire. In realtà il locale sarebbe un “Working men club”, un dopolavoro per chi il lavoro ce l’ha. Ma già di prima mattina si riempie di disoccupati. Nella sala dei biliardi giocano a “snooker“, personaggi usciti dall’iconografia dell’ufficio di collocamento, braccia tatuate e anello all’orecchio. E l’alternativa sono le freccette. La sera lo Shiregreen vive di spogliarello. Terry Green, 50 anni, è il segretario del club e in un intervista spiegò la filosofia:

“Quando lo strip è femminile, in scena c’è una donna, sola. Quando è maschile gli “stripper” si presentano in gruppo: una sera c’era tanta frenesia che una spettatrice è salita sul palco e, invasata dalla musica, ha fatto la luna”.

Cioè’?

“Si è calata le mutande e ha mostrato il sedere. Insomma abbiamo capito che le donne si divertono. E vengono allo Shiregreen”.

Zac nel film se ne andava in giro con la maglia dello Sheffield United. Una scelta forse non casuale. Il vero senza lavoro di Sheffield pare tifi Blades. Perché bisogna essere sfortunati nella sfortuna. Lo United ha una sala dei trofei piuttosto scarna ma c’è forse qualcosa di più profondo e passionale dell’essere incompiuti e perdenti? Cosa affascina di più del non arrivare mai, del sognare sogni irrealizzabili? Non è forse vivere un sentimento di calcio puro, onesto?

Dalle parti di Bramall Lane possono vantarsi di essere stati i primi nel mondo a coniugare il suffisso “United” con il nome della città e Bramall Lane è l’impianto più antico ancora in uso essendo stato inaugurato nel 1855 ben prima della nascita delle “lame” costituitesi nel 1889; le due sciabole incrociate che furono introdotte nel 1977 dal manager Jimmy Sirrel e disegnate dall’ex giocatore Jimmy Hagan. Se si esclude la stagione inaugurale e quella del 1891/92 i colori sono sempre stati il bianco e il rosso su pantaloncini neri. L’altro giorno il “Football Paper” titolava: blades on the brink of Premier. Tutto vero. Dopo dodici anni lo Sheffield United tornerà a calcare i campi patinati della Premier League: decisivo il disarmonico Leeds dell’ultimo periodo. L’ultima volta era stata nel 2007 quando le blades ahimè retrocedettero subito. Campione d’Inghilterra nel 1898 (non esattamente ieri), lo Sheffield United era riuscito a conquistare quattro FA Cup fino a una lunghissima e sfuggevole decadenza che ha dovuto fare i conti con i tornei del sottobosco tanto che dal 2010 al 2017 ha lottato nel fango della League One fino al doppio salto che è sembrato spezzare una maledizione.

I ragazzi di manager Chris Wilder, autentico talismano da promozione, hanno festeggiato senza giocare visto che il bomber locale Billy Sharp, soprannominato “the fox in the box” ossia la volpe nell’area, e compagni avevano ottenuto la vittoria decisiva nella giornata di sabato battendo il derelitto Ipswich Town per 2-0. E chissà se le cose il prossimo anno andranno nel verso giusto al celebre Shiregreen potrebbero invitare la squadra per un nuovo spogliarello epico. E la colonna sonora sarà ancora quella di Joe Cocker: You Can Leave Your Hat On. E allora dai Gaz, convinci pel di carota Lomper ad aspettare un po’ prima di suicidarsi sulla collina di Bardwell Road.

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ANDERLECHT vs NOTTINGHAM FOREST: Storia di ladri, di giacchette nere e di presidenti … onesti.

di REMO GANDOLFI

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E’ il 25 aprile del 1984.

Anderlecht e Nottingham Forest si apprestano a giocare la loro partita di ritorno della Semifinale di Coppa Uefa.

All’andata il Nottingham vince agevolmente l’incontro.

Un 2 a 0 firmato Steve Hodge, il giovane centrocampista del Forest autore di una doppietta.

E’ stato un dominio assoluto degli uomini di Clough e il risultato avrebbe potuto essere assai più ampio ma la serata non felicissima del centravanti Peter Davenport e le miracolose parate di Jacky Munaron hanno contribuito a tenere in piedi le pur flebili speranze dei belgi.

Il Forest da sempre nelle competizioni europee riesce a dare il meglio di se in trasferta.

Fu così nelle due Coppe dei Campioni vinte pochi anni prima e lo è stato anche nella galoppata dei rossi di Nottingham in questa edizione della Coppa UEFA.

Nei  4 incontri esterni disputati in trasferta per il Forest di Brian Clough ci sono 3 vittorie (Vorwarts Frankfurt, PSV Eindhoven e Celtic ) e un pareggio (Sturm Graz).

Con questo score nelle precedenti partite è evidente che il Nottingham Forest ha eccellenti possibilità di arrivare alla finale di Coppa UEFA dove di fronte si troverà o gli jugoslavi dell’Hajduk di Spalato o un’altra squadra inglese, il Totthenam di Glenn Hoddle, di Ossie Ardiles e di Steve Archibald.

L’avvio è favorevole ai belgi che dopo venti minuti di gioco sbloccano il risultato con un gran tiro da fuori di Enzo Scifo, il giovane e talentuoso regista dell’Anderlecht.

I belgi, sospinti dagli oltre 35.000 supporter di casa, si lanciano all’arrembaggio e per qualche minuto la difesa inglese sembra vacillare.

In realtà la celeberrima organizzazione difensiva del Forest tiene alla grande e per tutto il primo tempo e il primo quarto d’ora della ripresa gli attacchi dei belgi risultano vani, perdendo via via di intensità.

Ma proprio al quarto d’ora della ripresa accade qualcosa.

Qualcosa che lì per lì sembra solo una clamorosa svista della terna arbitrale spagnola.

Kenneth Brylle, il forte attaccante danese dell’Anderlecht, entra in area palla al piede.

Al suo fianco c’è il terzino Kenny Swain che lo controlla.

E’ almeno a mezzo metro da lui quando Brylle si lascia cadere a terra.

L’arbitro, lo spagnolo Guruceta Muru, assegna il calcio di rigore ai belgi.

Gli inglesi sono increduli.

Le proteste sono comunque garbate e civili.

Brian Clough non accetta dai suoi un comportamento diverso.

“I miei calciatori non protestano e non imbrogliano. Noi rispettiamo gli arbitri e le regole del gioco”.

E’ un refrain che Clough ripete e ripeterà per tutta la sua carriera.

Lo stesso Brylle realizza dal dischetto.

L’Anderlecht ora ci crede.

Ha pareggiato il conto con l’andata e c’è ancora mezzora da giocare più gli eventuali supplementari.

Mancano solo due minuti alla fine quando il regista dei belgi René Vandereycken pesca con un millimetrico lancio il centravanti Erwin Vandenbergh che solo davanti a Van Breukelen, il portiere olandese del Forest, lo trafigge con un delicato tocco di piatto destro.

Sembra finita per il Forest ma all’ultimo minuto di gioco c’è un calcio d’angolo per gli inglesi. La palla arriva al centro dell’area.

Il difensore centrale del Forest Paul Hart salta più in alto di tutti.

La palla finisce in fondo al sacco.

C’è un attimo di totale disperazione tra i belgi e uno di gioia assoluta tra gli inglesi.

Che si sovverte completamente quando i giocatori vedono il Signor Guruceta Muru con il braccio alzato.

Ha fischiato un fallo, un ostruzione, un fuorigioco … nessuno capisce esattamente cosa.

Fatto sta che il gol viene annullato.

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Pochi istanti dopo il triplice fischio chiuderà la contesa.

Gli animi sono decisamente surriscaldati.

I giocatori del Nottingham sono letteralmente inviperiti.

Va bene accettare un arbitraggio a senso unico per tutti i novanta minuti, va bene vedersi assegnare contro un rigore assurdo ma vedersi togliere un regolarissimo gol che li porterebbe dritti in finale diventa un po’ troppo da assimilare.

Anche sugli spalti la situazione è piuttosto tesa.

L’unico che mantiene completamente il suo aplomb è proprio Brian Clough che dopo aver stretto la mano all’arbitro andrà verso i suoi giocatori invitandoli ad uscire dal campo senza ulteriori proteste.

“Questa partita è stata comprata. E non c’è nulla che noi possiamo fare”.

Racconta Steve Hodge, uno dei calciatori del Nottingham, che ha fine partita si presentò negli spogliatoi un delegato UEFA che rivolgendosi a Clough gli chiese espressamente se voleva procedere con una protesta ufficiale nei confronti dell’arbitro spagnolo tanto era evidente quantomeno la sua incapacità visto nessuno poteva provare qualcosa di più e di diverso.

La risposta di Clough fu “non mi sono mai lamentato degli arbitri in 20 anni e non intendo iniziare stasera”.

Quando nel dopopartita Clough arriva in sala stampa le sue prime parole sono “Vi siete accorti che stasera ci hanno fregato vero ?”

L’Anderlecht andrà alla finale con il Totthenam, perdendola ai calci di rigore.

 

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Siamo nel 1997.

C’è una retata nella criminalità comune belga.

Uno dei delinquenti arrestati, Jean Elst racconterà alla polizia che l’allora Presidente dell’Anderlecht Constant Vanden Stock lo contattò pregandolo di mettersi in contatto con l’arbitro del match di ritorno della semifinale, il Signor Guruceta Muru, per convincerlo ad accettare denaro per condizionare l’esito del match a favore della squadra belga.

Elst contattò un amico che viveva in Spagna.

Questi si recò ad Alicante e per 18.000 sterline Guruceta Muru ACCETTO’ l’incarico.

Ancora più grave fu il fatto che un altro membro della malavita belga, tale René Van Aaken, riuscì  ben sette anni prima, nel 1990, ad entrare in possesso di materiale comprovante l’accordo … prima ricattando il Club belga (che pagò parecchio denaro per ottenere il silenzio del Signor Van Aaken) e poi inviando parte di questo materiale alla Federazione Belga.

… Federazione Belga che non fece assolutamente nulla dichiarando che non avevano potere per investigare sui fatti … trasferendo qualche tempo dopo tutte le loro informazioni direttamente alla UEFA.

UEFA che prima tentò di glissare sull’intera faccenda dicendo che “passati 10 anni dall’episodio in questione non c’erano più i margini per intervenire” salvo poi, su pressioni della BBC Inglese e dello stesso Nottingham Forest, sospendere per un anno l’Anderlecht dalla partecipazione alle Coppe Europee.

Esattamente 13 anni dopo i fatti.

Il Signor Guruceta Muru morì in un incidente stradale nel 1987 per cui fu impossibile avere la sua versione dei fatti, venuti alla luce come detto solo 13 anni dopo quella semifinale.

Infine Brian Clough.

Si seppe in seguito che il manager del Forest, pur perfettamente consapevole di quanto stesse accadendo in campo, a fine partita decise di comportarsi da “pompiere” per un’unica ragione.

“Dopo quanto accaduto in quel match i nostri tifosi erano veramente arrabbiati e sapevo benissimo che tra le migliaia che ci seguivano nelle trasferte c’erano diverse “teste calde”. L’unica cosa che non volevo, dopo quella atroce beffa, è che qualcuno si facesse anche male”.

E tutto questo nonostante per Brian Clough non fu neppure la prima volta che qualcuno cercò di corrompere arbitri  per fare perdere una sua squadra.

  1. Altra semifinale, stavolta in Coppa dei Campioni tra il Derby County e la Juventus … per un arbitro che ammise il tentativo di corruzione da parte del Club italiano (quello del ritorno, il portoghese Francisco Marques Lobo) … ci fu un altro, quello dell’andata, il tedesco Schulenburg, che in campo fece di peggio ma non ammise mai nulla …

Ma questa, come direbbe il grande Carlo Lucarelli … è un’altra storia …

Ah dimenticavo ! Sapete a chi è intitolato ancora oggi lo stadio dell’Anderlecht ?

Esatto ! Proprio a lui … al Signor CONSTANT VANDEN STOCK !

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GIGI RIVA: Storia di un guerriero fedele.

 

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“Quando arrivò qui da noi nell’estate del 1963 non era quel marcantonio muscoloso e potente che è oggi.

Aveva già due incredibili spalle squadrate, una mascella volitiva e un sorriso che non sapevi mai se era timidezza o se voleva prenderti per il culo.

Ma era magro come un chiodo e la prima cosa che pensammo noi sardi, che tra i fornelli siamo i migliori del mondo, è stata “ma cosa cavolo gli danno da mangiare a quei ragazzi qua in continente ?”.

Non giocava da attaccante puro all’inizio.

Ce ne avevano parlato come di un ala tornante (c’è poco da ridere ! allora si chiamavano così quelli che dovevano dividersi a metà fra la fase difensiva e quella offensiva del gioco) ed in effetti Giggi (rigorosamente con due “GG” qui da noi) si faceva un mazzo tanto a rincorrere avversari e a recuperare palloni nella nostra metà campo.

Ma il nostro mister Arturo Silvestri, detto “Sandokan”, che avendo fatto il difensore tutta la vita di attaccanti forti quando li incontra se ne intende, dopo poche partite lo mise in attacco.

I meno stupiti erano quelli come me che andavamo agli allenamenti e restavamo impressionati dalla potenza del sinistro di questo ragazzo e dalle sue incredibili doti in acrobazia.

Vedendolo giocare da attaccante abbiamo capito subito che quel ragazzo qui poteva davvero arrivare lontano.

E magari portare lontano pure noi che la Serie A sull’isola non l’abbiamo mai vista.

E intanto “GIGGIRRIVVA” lo vedevamo crescere e irrobustirsi ma fin dal primo momento capimmo che aveva una dote che non impari negli allenamenti, per quanto bravi possano essere i tuoi allenatori.

Il coraggio. Quello ce l’hai dentro di te. O non ce l’hai proprio.

Non c’era pallone che non potesse diventare raggiungibile, non c’era avversario abbastanza forte da potersi frapporre tra lui e quella sfera di cuoio e non c’era legge di gravità che condizionasse il suo stacco a colpire di testa o a lanciarsi in spericolate rovesciate nel cuore dell’area avversaria.

Non c’era una sola domenica in cui Giggi non ci obbligava a trattenere il fiato dalla paura quando si lanciava di testa in tuffo per colpire un pallone a mezzo metro da terra, in mezzo ad una selva di gambe pronte invece a calciare quel pallone il più lontano possibile.

 

Per farla breve … a fine stagione eravamo in serie A.

Per la prima volta nella storia una squadra dell’isola avrebbe disputato il campionato nazionale di calcio.

Questo risultato diede una scossa a tutti quanti.

Non so se fu per caso ma improvvisamente parve che il resto d’Italia iniziò a rendersi conto che la Sardegna non era fatta solo di pastori e pescatori e che nelle cronache dei telegiornali potevamo finirci non solo per i rapimenti.

E se Ricciotti Greatti, un friulano chiacchierone che dopo l’esperienza al Palermo aveva giurato che mai più avrebbe giocato in una squadra di calcio di un isola, fu il nostro leader e capocannoniere con 12 gol il giovane RIva contribuì e non poco con i suoi 8 gol a portarci nell’Olimpo del calcio italiano.

… e il bello doveva ancora venire !

Nella prima stagione di Serie A non sapevamo cosa aspettarci.

Ma i nostri ragazzi crescevano.

“Giggi” più di tutti gli altri.

Dopo un girone di andata in cui avevamo bisogno di prendere le misure con questa nuova realtà nel girone di ritorno diventammo davvero un osso duro per tutti.

RIva segnò 9 reti in quella stagione, compresa una alla Juventus nel gennaio del 1965.

Non l’avesse mai fatto !

Da allora, e per quasi 10 anni buoni, non passava settimana senza che un emissario della Juventus non venisse a vederlo qui da noi nel nostro vecchio e glorioso Amsicora prima, nel S. Elia poi o nelle trasferte in continente.

Ma intanto il nostro Giggi si irrobustiva, prendeva fiducia in se stesso e soprattutto SORRIDEVA !

Cosa che il primo anno qua da noi gli abbiamo visto fare poche volte.

Sono in tanti quelli che a quei tempi venivano qua da noi convinti di arrivare nell’anticamera dell’inferno … ma che poi quando capivano che si, siamo cocciuti e chiusi, ma che se ci sai prendere per il verso giusto ti diamo anche il cuore … facevano poi fatica ad andarsene.

Invece Riva era esattamente come siamo noi sardi.

Schivo, cocciuto e generoso.

L’anno dopo ci salvammo con qualche patema ma soprattutto perdemmo il nostro mister Silvestri, attratto dalle lusinghe del “suo” Milan.

Arrivò un allenatore romano, magro come un chiodo e apparentemente sempre sereno e tranquillo.

Così diverso da Silvestri che in allenamento era capace di prendere a calci nel culo i giocatori che non facevano quello che lui chiedeva.

Arrivammo sesti.

Un gran risultato.

Giggi segnò 11 gol e fu allora che ci dissero che non avremmo potuto tenerlo ancora con noi.

Così almeno la pensava il Presidente Enrico Rocca.

“Riva è in vendita”.

La motivazione era che i costi per continuare a giocare in Serie A erano davvero troppi per la Società.

Per poco non scoppia una rivoluzione.

“GIGGIRRIVVA non si tocca” era la frase che potevi sentire in ogni angolo della Sardegna.

Nelle campagne, sulle barche, nelle scuole e nei bar.

Nel frattempo Riva era diventato come un figlio, un fratello o un nipote per mezza Sardegna.

Ogni sera era a cena a casa di una famiglia diversa !

Magari ci si dicevano 40 parole in tutta la serata ma il calore che volevamo trasmettergli lo sentiva eccome.

Poi sono arrivati quelli che i milioni li avevano davvero.

Siamo diventati una Società per Azioni.

E “Giggi” è rimasto con noi.

Quando tornò Scopigno (che fu mandato via per aver pisciato all’aperto durante una festa vi rendete conto ?) non ci serviva un esperto di calcio per capire che eravamo ormai una grande squadra.

Nel 1968-69 lottammo contro la Fiorentina fino alla fine per la conquista del titolo. “Giggi“ vinse la classifica dei cannonieri con 20 gol.

Nonostante l’anno prima si fosse fratturato il perone in una partita con la Nazionale.

Sapevamo che non ci mancava molto per poter pensare davvero in grande.

Il nostro “filosofo” aveva ormai trovato la quadratura del cerchio.

A tutti in quell’estate del 1969 dispiacque vedere andare via un grande attaccante come Roberto Boninsegna ma bastarono poche partite per capire che la contropartita ricevuta dall’Inter era più che adeguata.

Anzi, era un autentico affare !

Con Angelo Domenghini arrivò quel giocatore non solo capace di fare la fascia avanti e indietro decine di volte a partita ma soprattutto qualcuno capace di mettere in mezzo all’area quei cross sui quali il nostro “GIGGIRRIVVA” era praticamente impossibile da arginare.

Con Sergio “Bobo” Gori arrivò invece la spalla ideale per il nostro numero 11.

Capace di svariare su tutto il fronte d’attacco, di non dare punti di riferimento ai difensori avversari e che grazie al suo notevole altruismo e spirito di sacrificio lasciava Giggi libero di pensare ad un solo e unico obiettivo: fare gol.

La squadra ora era completa, organizzata in ogni reparto e soprattutto con quella fiducia nei proprio mezzi che ti convince che nulla è impossibile. Potevamo anche andare in svantaggio come contro la Roma o come nella partita forse più importante di tutte, quella con la Juventus al Comunale di Torino … ma sapevamo che fino al novantesimo non era mai finita per i nostri ragazzi.

E poi ci fu Vicenza.

Alla domenica pomeriggio tutta la Sardegna si fermava.

Tutti con l’orecchio alle radioline.

Nei bar, nelle case e sul lungomare.

Quel giorno la splendida voce graffiante di Sandro Ciotti ci raccontò di “un gol incredibile, un gesto atletico sublime e di rara bellezza … come forse non si è mai visto prima in un campo di calcio”.

Dopo una descrizione del genere ricordo che l’attesa per vedere questo gol alla Domenica Sportiva fu spasmodica.

Ognuno di noi provava ad immaginare come sarebbe stato quel gol … ma nessuno, neppure il più fantasioso tra i tifosi del Cagliari e del nostro “GIGGIRRIVVA” avrebbe potuto immaginare una rete di cotanta bellezza e spettacolarità.

La Rai era riuscita ad immortalare anche dal basso l’azione.

Si vede Bobo Gori che va sul fondo, mette il pallone in mezzo all’area dove “Domingo” fa da sponda di testa per Riva.

Giggi sta andando verso la porta ma il pallone è arretrato rispetto alla sua posizione.

Sembra una palla persa.

Non per Riva. Per lui il concetto di “palla persa” semplicemente non esiste.

Il nostro bomber effettua una torsione completa con il corpo per poi lanciarsi in rovesciata andando in cielo ad arpionare quel pallone con il suo magico sinistro.

Un istante dopo la palla d’infila sotto la traversa del portiere vicentino Pianta, ex-compagno di Riva al Cagliari fino a due stagioni prima, e letteralmente annichilito da questa prodezza.

Roba da non credere ai propri occhi.

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Poi arrivò quel meraviglioso 12 aprile del 1970.

Furono Gori e Riva a segnare i due gol che ci consegnarono lo scudetto nella partita al S. Elia contro il Bari.

Per Cagliari e la Sardegna intera fu la realizzazione di un sogno.

Che non si è più ripetuto e probabilmente non si ripeterà mai più … ma come ripete spesso il nostro Giggi “vincere uno Scudetto qua e come vincerne dieci altrove”.

 

Sono passati quasi 50 anni da allora.

Riva vive ancora qua con noi, nella nostra isola.

Non se n’è mai più andato.

Gli abbiamo dato affetto, calore e protezione.

… ma con lui, con GIGGIRRIVVA, saremo sempre in debito …

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Una delle passioni di Riva era la velocità.

Era piuttosto frequente vederlo sfrecciare con la sua auto sulla costa o nelle tortuose stradine dell’entroterra. Più di una volta pare che le forze dell’ordine abbiano chiuso un occhio una volta verificato chi c’era al volante. L’aneddoto migliore riguarda però Roberto Boninsegna, suo compagno al Cagliari e in Nazionale che una volta sceso dall’auto di Riva dopo una folle corsa sulle strade della Sardegna decise seduta stante di sottoscrivere un’assicurazione sulla vita !

Un’altra delle grandi passioni di Riva sono le sigarette. E’ conosciutissimo l’aneddoto di quando Gigi, ricoverato in ospedale dopo la frattura al perone contro il Portogallo accettò di farsi intervistare dal grande Gianni Mura in cambio di … un pacchetto di sigarette che in Ospedale ovviamente gli avevano proibito !

Sempre relativo al fumo (e non solo !) è legato uno degli aneddoti più divertenti che riguardano questo grande attaccante. E’ sabato sera e il Cagliari e in ritiro in vista dell’incontro di campionato dell’indomani. E’ passata abbondantemente la mezzanotte ma nella stanza di Riva non si sta dormendo.

Ci sono il portiere Albertosi, il centravanti Gori, il difensore Poli oltre ovviamente a Riva.

E’ in corso una serrata partita di poker. Sul tavolo c’è una bottiglia di whisky e la stanza è avvolta in un’unica, gigantesca nuvola di fumo.

All’improvviso si sente girare una chiave nella toppa.

Gori è il più lesto a capire cosa sta per accadere e si va a rintanare in un armadio.

La porta si apre e dietro la “nebbia” che avvolge la stanza Riva e soci scorgono la sagoma del Mister, Manlio Scopigno.

C’è un lungo, imbarazzato silenzio.

Ad un certo punto Scopigno mette una mano nel taschino della giacca, estrae una sigaretta e chiede con tutta la tranquillità del mondo “Dà fastidio se fumo ?”.

La risata è generale e liberatoria.

Ovviamente nessuna sanzione e nessuna reprimenda.

Anzi, come dirà lo stesso Riva “Da quel giorno saremmo andati in guerra per lui se ce lo avesse chiesto”.

 

In tempi in cui gli ingaggi dei calciatori, anche di quelli più bravi, non erano neppure paragonabili a quelli attuali, ha sempre stupito tutti il rifiuto di Riva di abbandonare la sua Sardegna per andare a guadagnare assai di più in uno degli squadroni del Nord.

La Juventus in particolare corteggiò assiduamente il bomber di Leggiuno e per diversi anni … senza mai riuscire a portarlo via dalla sua adorata Sardegna. Racconta lo stesso Riva che “praticamente ad ogni partita giocata nel “continente” a fine incontro mi avvicinava un emissario della Juventus dicendomi che c’era Boniperti che mi stava aspettando per un incontro e per parlare del mio futuro. Alla fine imparai a riconoscerli e appena li vedevo cambiavo strada per evitarli !”

 

Il denaro come detto non è mai stato fondamentale per Riva.

Ci fu un rifiuto ancora più grande e con in gioco una cifra ancora più importante, di quelle che possono davvero cambiarti la vita.

Accade infatti che il regista Franco Zeffirelli intenda offrire proprio al numero 11 del Cagliari la parte di San Francesco d’Assisi nel suo prossimo film.

L’offerta è da favola.

Gigi Riva dice semplicemente “No, grazie” rifiutando la parte e 400 milioni delle vecchie lire.

L’ultimo aneddoto è puramente calcistico e mi fu raccontato personalmente anni fa da Giorgio Negrisolo, ottimo difensore e centrocampista di squadre come la Sampdoria, la Roma e il Verona con oltre 250 presenze in Serie A.

Ed è quanto mai emblematico per descrivere chi era Gigi Riva.

“Era il 1970 e io giocavo nella Sampdoria nel mio secondo anno di serie A. Quel giorno andiamo a Cagliari, a giocare contro una squadra lanciatissima ai vertici della classifica mentre noi annaspiamo nelle zone basse. Siamo negli spogliatoi e il nostro Mister, il grande Fulvio Bernardini, ci dice “Ragazzi, oggi giochiamo contro Gigi Riva. Non me la sento di  imporvi nulla quindi vi chiedo: chi se la sente di marcarlo ?”.

Vedo tutti i miei compagni di reparto chinare contemporaneamente la testa trovando incredibilmente interessanti le punte dei propri scarpini.

Il silenzio è assoluto.

A quel punto io, giovane virgulto ventenne smanioso di mettermi in mostra, alzo il braccio e con fiero entusiasmo dico “Ci penso io Mister !”.

Quel giorno ho passato i 90 minuti più terribili della mia carriera di calciatore.

Perdiamo 4 a 0 e non solo Riva segna un gol e ne propizia un altro paio ma finisco la partita coperto di lividi dalla testa ai piedi !

… e pensare che, essendo io il difensore e lui l’attaccante, sarei io quello che avrebbe dovuto picchiare !

La stessa situazione si ripresenta qualche anno dopo, quando giocavo nella Roma.

Stavolta l’allenatore è il mago svedese Niels Liedholm ma la domanda è la stessa.

“Ragazzi chi se la sente di marcare Riva ?”

… anch’io ero entrato nel club “adoratori delle punte degli scarpini” !!!!

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