FANGIO e COLLINS: Il campione e il gentiluomo.

di Cristian Lafauci

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Era il 1956 : dopo che la Mercedes si ritirò dal mondiale, Stirling Moss passò alla Maserati, mentre io ricevetti la proposta di Enzo Ferrari ; la macchina mi sembrava molto promettente : si trattava della Lancia D 50, ceduta alla scuderia Ferrari dopo l’abbandono dal mondiale della Lancia ; quello che mi ci voleva per tenere a bada Moss, ero pronto a scommettere che sarebbe stato il rivale più pericoloso per il titolo .

Era uno che in pista era capace di tutto, anche della manovra più spericolata ; gli ho visto fare cose da far tremare i polsi ; strano , perché sceso dalla macchina era la persona più tranquilla che avessi mai visto..

Ferrari decise di affiancarmi Collins per l’ imminente stagione, prima di allora lo conoscevo di vista : aveva esordito a 21 anni nel 1952 , prima con la Hwm e successivamente nella Vanwall ; nel 55 aveva fatto un paio di apparizioni con la Maserati, da quanto avevo potuto notare mi sembrava un ragazzo di talento, ma quando ebbi modo di conoscerlo di persona, si rivelò una piacevole scoperta : questo inglese era ben visto da tutti, ed in breve riuscì a conquistare la stima e la simpatia di coloro i quali avevano a che fare con lui .

È se la conquistò con pieno merito ; aveva un carattere gentile , disponibile , decisamente affabile con tutti , a partire dal meccanico fino al giornalista….

Mi diede subito l’impressione di un giovane estremamente rispettoso nei confronti dei piloti più esperti che aveva di fronte .

Giorno dopo giorno , via via che , aumentando la confidenza , si parlava e ci si confrontava sempre più , cominciavo a conoscere meglio e ad apprezzare quel ragazzo : mi raccontava di suo padre , meccanico in un garage , e di come sin dall’adolescenza fosse appassionato ai motori , di quando iniziò a lavorare come apprendista nel garage di suo padre e , nel contempo , iniziava a correre nelle gare locali .

Ascoltando i suoi racconti , mi tornava in mente la mia gioventù , quando , già da ragazzino , lavoravo nelle riparazioni nelle officine .

Tutto questo mi aiutò non poco ad approfondire la mia conoscenza della meccanica ; anche per lui fu così , tanto che pure Enzo Ferrari diceva che Collins sapeva assimilare la vettura che guidava , sfruttava al meglio le prestazioni della macchina , cooperava con tecnici e meccanici ed era veloce e irriducibile in gara .

E mentre tutto questo avveniva tra noi , il mondiale 56 ebbe inizio e quindi , entrò nel vivo : nel Gp di Argentina hanno avuto da ridire perché quando sono uscito di pista , sono stato aiutato a ripartire da alcuni spettatori ; sarà stato pure vietato , ma la rimonta che ho fatto dopo è stato qualcosa di spettacolare , e non l’ ha certo fatta il pubblico , l’ho fatta io….

Con buona pace di tutti quelli che hanno continuato a criticare : quei punti me li sono guadagnati con una gara incredibile , e se alla fine hanno pesato sull’assegnazione del titolo , non mi tocca ; ripeto , li ho meritati , quando ho superato Moss che era in testa , lui per tentare di resistere , ha rotto il motore e si è dovuto ritirare ; ho fatto una gara immensa , poche storie , altro che pubblico….

A Montecarlo avevo conquistato la pole , ma in gara non ho reso affatto bene , non ero per niente soddisfatto di come ho corso ; Moss era imprendibile , già tanto aver ottenuto un secondo posto alle sue spalle .

In Belgio a Spa il duello è continuato , poi quello che sembrava un colpo di fortuna , si è risolto in un nulla di fatto : Moss , prima perde una ruota poi con un’altra vettura arriva terzo ; io ero in testa incontrastato , poi ci si mettono dei problemi alla trasmissione che mi costringono al ritiro ; alla fine vince Collins , e se l’è meritata tutta , ha fatto una buona gara , come pilota il ragazzo ha davvero talento , devo ammetterlo….

A inizio luglio , a Reims , in Francia , l’inglesino vince ancora , gara perfetta , io e Moss arriviamo rispettivamente 4 ‘ e 5 ‘ ; Collins è anche al comando del mondiale ; ci toccherà guardarci anche da lui .

Ha i numeri per rendersi molto pericoloso ; Ferrari ha visto bene scegliendolo : può avere un futuro da protagonista .

Io invece ho voluto mettere le cose in chiaro con la scuderia nel dopo gara ; certe decisioni non mi pare possano mettermi nelle condizioni migliori per difendere il titolo conquistato l’anno scorso ; io la mia parte la faccio , come sempre ; la facciano pure loro !

A Silverstone mi è andata bene : Moss andava come una freccia , poi gli ha ceduto il propulsore , io sono passato al comando e ho vinto , con Collins secondo ; è vero , stava diventando un antagonista per il titolo , anche se mi stavo talmente affezionando che non lo vedevo fino in fondo come una minaccia , in parte mi faceva anche piacere per lui ; non si trovava li per caso…

Al Nurburgring ho fatto una gara da manuale : vittoria , anche se Moss al secondo posto non mi lasciava del tutto tranquillo in vista dell’ultima gara , cioè quella che avrebbe assegnato il mondiale .

Si correva a Monza : quel pomeriggio del 2 settembre faceva davvero caldo , la folla ad assistere era quella delle grandi occasioni .

Avevano un bel dirmi prima della gara , che mi darebbe bastato anche solo un secondo posto per vincere il titolo ; io non faccio calcoli , tantomeno in un’occasione simile , ci sono troppe incognite per potersi permettere di ragionare così , io parto per vincere , come sempre ; poi i conti li faremo alla fine .

Gara difficile : Moss prende il comando e ogni giro che passa non molla il colpo ; io le provo tutte ma niente da fare…

Finché al 34° giro mi si rompe pure lo sterzo e devo fermarmi ai box ; viene detto a Musso di fermarsi e darmi la sua vettura , ma lui , che era al secondo posto , fa finta di niente e continua la gara ; ormai sento davvero di averlo perso il mondiale , e così , all’ultima corsa , per un guasto , proprio non mi va giù…

Proprio allora , giunge ai box Collins per un cambio gomme , al momento era terzo in gara , avrebbe anche potuto provare a vincerlo lui il mondiale….

Invece scende dalla macchina , viene da me e mi dice : ” Maestro , sono ancora giovane e avrò tempo per vincere un titolo mondiale , lei forse no ; prenda la mia auto e vinca ! ”

Lo giuro , quel gesto mi ha quasi fatto scendere le lacrime….lo dico tranquillamente : Peter è stato uno dei più grandi gentiluomini che abbia mai incontrato nella mia carriera .

Salgo al volante e do tutto quello che ho ; alla fine riesco a fare un’ottima rimonta fino al 2 ‘ posto , e da lì non mi schioda più nessuno ; Moss arriva primo ma gli serve a ben poco , visto che il titolo lo porto a casa io .

Ovviamente andai a ringraziare Collins , il quale fu molto contento per me , anche se sminui’ con una scrollata di spalle la sua fondamentale parte in tutto ciò : per lui era così che si doveva fare e così ha fatto…

Credevo che sarei rimasto alla Ferrari , invece saltò l’accordo e andai alla Maserati , mentre al mio posto arrivò Mike Hawthorn , il grande amico di Collins ; era divertente vedere quei due insieme , sembravano fratelli da tanto che erano legati e che si volevano bene .

Hawthorn : che tipo ! col suo cravattino a papillon indossato sopra la tuta da gara ; un tipo razionale , poco spettacolare , uno da massimo risultato con il minimo sforzo….

Eppure in quel Gp di Francia del ’53 fece una gara fantastica , riuscendo a tenermi testa sempre ; non è mica da tutti…

Invece Collins conobbe un’attrice americana e si sposarono dopo davvero brevissimo tempo : nel gennaio 57 ; Enzo Ferrari era convinto che quel matrimonio facesse solo male a Peter : anche se era sempre smagliante in apparenza , il suo carattere allegro s’incrino’ e divenne nervoso….

Gli amici dicevano che ” l’America ” gli avesse tolto il sonno….

Non sta a me dare giudizi , ma effettivamente loro erano troppo diversi perché classe tutto per il meglio….

Il mondiale 57 lo vinsi ancora io ; una parte di me però era sinceramente dispiaciuta dal fatto che Collins non avesse più vinto una sola gara .

Anche per quello , quando il 19 luglio 58 vinse il Gp di Silverstone , fui sinceramente contento , almeno poteva riprendere da dove si era fermato ; un’inversione di tendenza ed un’iniezione di fiducia non da poco .

Purtroppo , pochi giorni prima , il 6 luglio , a Reims , durante il Gp di Francia , Musso perde la vita in gara , tentando di sorpassare Hawthorn .

Ma quello che accadde il 3 agosto mi fece davvero male , quelle lacrime di 2 anni prima a Monza , stavolta mi scesero , ma non erano di gioia…..

Durante il Gp in Germania , Collins , testa a testa con Brooks , perde il controllo della vettura e finisce in un fossato dopo aver urtato un albero ; morirà in ospedale in seguito alle ferite riportate .

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Apprendere quella notizia , oltre all’enorme dolore che mi diede , mi fece ripensare a quell’assolato pomeriggio di fine estate , due anni prima in Italia .

Quel meraviglioso gesto di quel bel ragazzo biondo dagli occhi che ridevano ed erano malinconici allo stesso tempo …..

era quello il tempo cui si riferiva : noi siamo abituati a pensare al tempo come a un cronometro che misura un giro di pista dai box..

magari fosse solo quello….

Il tempo è quello con cui far crescere e concretizzare i tuoi sogni , sono i piccoli gesti che partono dal profondo , i traguardi raggiunti che danno un senso a tutto , i momenti trascorsi con le persone a cui vuoi bene .

Lui ha rinunciato al suo tempo , ai suoi momenti , per me , credendo di averne di più , e invece non lo ha avuto….

Anche per questo lo dico sempre : io mondiali di F1 ne ho vinti 4 , e a chi mi obietta che ne ho vinti 5 , rispondo che il 5° non è un mondiale mio , bensì il tempo che mi ha regalato quel magnifico gentiluomo che si chiamava Peter Collins . ”

Juan Manuel Fangio

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FRANK VANDENBROUCKE: Una storia d’amore, di talento e di autodistruzione.

di Remo Gandolfi

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“E’ il momento più bello della mia carriera.

Anzi, mi correggo.

E’ il momento più bello della mia vita.

Non solo perché ho appena terminato la Vuelta dove sono andato forte come mai prima in vita mia … ma perché qui in Spagna ho trovato l’Amore.

Sarah, la donna più bella che avessi mai visto.

Lavorava per la Saeco, la squadra italiana, come “ragazza immagine”.

Spesso alla partenza della tappa la vedevo a fare i caffè per promuovere lo sponsor del team. E’ talmente bella che volta c’era una lunga fila per farsi consegnare da lei la tazzina insieme a qualche parola e un saluto.

Ho convinto il mio amico e compagno di squadra Massimiliano Lelli a presentarmela.

Lui prima di venire con noi alla Cofidis ha corso due anni con la Saeco e almeno di vista conosceva quella meravigliosa creatura.

Ho bevuto più caffè in quei giorni che in tutto il resto della mia vita !

Devo però rimanere concentrato … anche se ogni volta che vedo Sarah diventa sempre più difficile !

Fra una settimana si correrà il campionato del Mondo di ciclismo su strada.

Il Mondiale è il mio grande obiettivo.

Arrivo a questo appuntamento in uno stato di grazia assoluto.

Fisico e mentale.

Alla Vuelta avrei dovuto correre 10 tappe, trovare “la gamba” e poi ritirarmi.

Questo almeno era il programma stabilito con Bernard Sainz, il mio preparatore, medico e guru.

Non ho potuto non disubbidirgli.

Non con la strepitosa forma fisica che avevo in quei giorni.

Non dopo aver conosciuto Sarah e averle promesso, alla partenza di una tappa, che poche ore dopo le avrei portato i fiori destinati al vincitore.

Pensare che la tappa in questione era una tappa di montagna, non esattamente l’ideale per le mie caratteristiche di ciclista !

Ma l’amore, si sa, raddoppia le forze.

Ho messo la squadra alla frusta.

Massimiliano poi è stato eccezionale.

Ha tenuto un ritmo altissimo, dissuadendo chiunque dal tentare un attacco.

Poi sono partito io.

Mancavano ancora 70 km al traguardo.

Una pazzia secondo molti … secondo praticamente tutti.

Ma se non si fanno pazzie quando si è innamorati quando allora ??!!

E’ così dopo quasi due ore di fuga sono arrivato da solo al traguardo.

Mi sono presentato con i fiori da Sarah.

“Sei un uomo di parola” mi ha sussurrato Sarah dandomi un piccolo bacio sulla guancia.

Ora sono qui, in Toscana, ospite del mio amico Massimiliano per preparare il campionato del mondo.

E Sarah è qui con me.

Massimiliano mi sta chiamando dal cortile.

Mi aspetta per andare ad allenarsi.

Ma io preferisco restarmene a casa con Sarah.

Non ho bisogno di allenarmi ancora.

Sono già al massimo … nelle gambe, nella testa e nel cuore.

Ci vediamo domenica a Verona, per il Campionato del Mondo di ciclismo su strada.

Ah, dimenticavo … ho promesso i fiori a Sarah …

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Questa volta Frank Vandenbroucke non sarà in grado di mantenere la promessa fatta alla sua Sarah.

Alla partenza è uno dei favoritissimi, anzi forse è proprio il favorito numero 1.

Il percorso è perfetto per le caratteristiche del giovane campione belga.

Selettivo ma non durissimo.

Ci sarà una importante scrematura e i velocisti puri verranno inesorabilmente staccati.

Rimarranno solo i ciclisti più completi e tra questi ci sarà anche Frank, uno dei più veloci fra i “grandi”.

Queste almeno sono le previsioni della vigilia.

La corsa, come spesso accade, prende una piega assai diversa.

A 4 giri dalla fine, in un momento di gara relativamente tranquillo, Vandenbroucke finisce per terra. Un banale striscione biancorosso, di quelli che servono a delimitare lo spazio per gli spettatori, gli finisce tra la ruote.

Sembra una caduta banale, di quelle da cui ti rialzi subito, magari con qualche abrasione me niente di più.

Invece il polso destro di “VDB”, così veniva chiamato da molti Frank, ha un brutto impatto con l’asfalto.

Vandenbroucke risale in sella, ma il dolore è evidente.

Riesce, con l’aiuto dei compagni, a rientrare in gruppo.

Tenere stretto il manubrio e frenare diventano un’agonia.

Il polso inizia a gonfiarsi.

Frank è costretto perfino a staccare con i denti il braccialetto che le aveva regalato Sarah qualche giorno prima.

Intanto la gara entra nel vivo.

I piani di Frank erano di attaccare al penultimo giro, staccare tutti e arrivare solo al traguardo.

Il dolore non cambia questi piani.

E’ proprio lui, al penultimo giro fra lo stupore generale, a tentare un attacco sulla salita di Torricella, la più dura e selettiva del percorso.

La sua “strappata” crea immediatamente il vuoto.

Le gambe girano a mille ma è evidente a tutti che Frank non riesce a fare forza sul manubrio e ad esprimere tutta la sua impressionante potenza di quei giorni.

All’inizio della discesa il gruppo dei migliori rientra su “VDB”,

L’ulteriore selezione fa si che rimarranno solo in 9 a giocarsi il titolo.

Sarà lo spagnolo Freire, che forse proprio per timore dello spunto veloce di Frank, deciderà di anticipare la volata scattando a quasi 400 metri dall’arrivo.

Gli altri lo guarderanno partire, senza accennare ad una reazione.

Frank Vandenbrouck arriverà solo 7° che, con un polso fratturato come verrà confermato in seguito, è comunque un’incredibile risultato.

Per Frank è il ritorno sulla terra dopo una parentesi, magica e irripetibile.

Cosa fare ora ? In Belgio c’è un figlio che lo aspetta, una compagna, Clothilde, dalla quale si sta separando e c’è Sarah che è appena entrata nella sua vita.

Frank non riesce a ritrovare un equilibrio e i suoi demoni, sempre pronti ad azzannarlo nei momenti difficili, ritornano più aggressivi e spietati che mai.

Nell’ottobre dell’anno successivo sposerà Sarah e l’anno successivo arriverà la piccola Margaux.

Ma i guai giudiziari che coinvolgono il suo team, la Cofidis, la sua relazione con il “santone” Sainz (più volte implicato in vicende di doping e condannato ancora nel novembre del 2017 per traffico di sostanze dopanti) lo portano al centro dell’attenzione mediatica e sempre più nelle retrovie del gruppo.

Nel 2000 e nel 2001 praticamente non ottiene risultati.

Girano voci sempre peggiori sul suo conto.

Si parla di dipendenze da sostanze che non sono più solo gli stimolanti prestazionali.

Nel 2002 viene finalmente sospeso dopo che nella sua abitazione verranno ritrovati EPO, Clenbuterolo e, purtroppo, anche dosi di morfina.

La sospensione è di 6 mesi al termine dei quali Frank, ancora una volta, si dice pronto a rientrare in gruppo, giurando di avere chiuso con il passato.

C’è nientemeno che lo squadrone della Quick Step a dargli una nuova possibilità.

Frank si allena duramente in inverno, pare rinato.

Arriva un eccellente secondo posto al Giro della Fiandre, la classica belga più importante del calendario.

Tutto effimero e vano.

Frank è ormai in un circolo vizioso di dipendenza, depressione e disagio.

Tocca il fondo due volte nel giro di pochi mesi nel 2006.

La prima volta professionalmente, iscrivendosi ad una gara cicloturistica in Italia sotto falso nome (Francesco Del Ponte) e con la foto sul tesserino di Tom Boonen, nuovo idolo della tifoseria belga dopo la caduta in disgrazia di Frank.

La seconda è assai peggiore; il 6 giugno di quell’anno tenta il suicidio.

Ormai è in caduta libera.

La relazione con Sarah è al capolinea, dopo 7 anni di alti e bassi, iniziati con un amore che aveva trasformato la vita di Frank.

Vandenbroucke non riesce ad accettare l’addio di Sarah, che probabilmente non ne poteva proprio più di quell’ottovolante impazzito che era diventata la vita di Frank.

Nel 2008 la gendarmeria belga lo troverà in un elenco di consumatori abituali di cocaina durante le indagini per un traffico di sostanze stupefacenti nel paese.

La morte arriverà, con cause mai completamente chiarite, in un piccolo albergo di Saly Portudal, in Senegal, il 12 ottobre del 2009.

Morto in solitudine, come il “Chava” Jimenez e come il nostro compianto Marco Pantani.

Tre autentici fenomeni del ciclismo, ma che scesi dalla bicicletta non hanno potuto e saputo affrontare la vita.

 

 

GIULIANO FIORINI: La Lazio e quel gol segnato da uno stadio intero.

di Diego Mariottini

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Non era un fuoriclasse e forse nemmeno un campione, Giuliano Fiorini. Però era un giocatore dotato di potenza fisica e di un repertorio fatto anche di colpi pregevoli. Ma al di là di tutto un attaccante come lui ha sempre un posto fisso nel cuore. E nel cuore non esistono riserve, solo titolari. La sua è una storia che inizia dalla fine. Agosto 2005, prima giornata di campionato. All’Olimpico di Roma scendono in campo Lazio e Messina. C’è un’aria strana quel pomeriggio. Dovrebbe esserci entusiasmo e invece si respira una certa mestizia generale. Paolo Di Canio, scuro in volto, tiene in mano una maglietta di altri tempi, la maglia con la grande aquila di una Lazio che in termini temporali ancora non gli appartiene. La mostra con orgoglio alla Curva Nord. Quella è la maglietta di Giuliano Fiorini. L’attaccante della “Lazio dei -9” è morto da pochi giorni. Applaudono e piangono, i tifosi. Piangono le stesse diversissime lacrime che Fiorini aveva fatto versare loro in una lontana domenica di giugno del 1987. Tornano alla mente proprio gli occhi gonfi di Giuliano Fiorini e la commozione liberatoria di un intero stadio. 70.000 persone esauste e impazzite di gioia. Il pianto di un giocatore per il gol più importante della sua carriera. Una di quelle realizzazioni in grado di consegnare alla leggenda il suo marcatore. Partire da -9 punti a seguito della condanna per una presunta combine di risultati è un handicap che tutti giudicano impossibile da colmare al termine del campionato 1986/87. Serve una vera impresa sportiva e all’ultima giornata ancora tutto è da decidere. Anche con un pareggio la Lazio scivolerebbe in serie C, con una vittoria accederebbe perlomeno agli spareggi salvezza. La Lazio che a sette minuti dalla morte, non muore. Non muore più.

Classe ’58, modenese doc, il futuro attaccante laziale esordisce in serie A all’età di 17 anni con la maglia del Bologna. Fiorini è duro, brontolone, ruvido sul piano agonistico ma sempre corretto. Punta soprattutto sui mezzi fisici ma ai suoi fondamentali tecnici non si può rimproverare nulla. È uno che si fa volere bene perché in campo non si risparmia e perché è una persona autentica. Il che non significa essere necessariamente comodi o simpatici, anzi. Giuliano Fiorini quel che deve dire, dice con schiettezza. Ai compagni, agli avversari. Agli arbitri, che spesso fanno finta di non sentirlo per non dovere intervenire. È un anarchico di buon cuore. Uno di quelli che se gli dici “devi farlo”, non lo farà mai. Perché è anche testardo e non accetta imposizioni. Ma se solo cambi frase e gli sussurri “fallo per noi, è importante” lui poi in partita darà l’anima. Dunque, bisogna innanzitutto accettarlo com’è.

Fiorini non condurrà mai una vita da atleta, gli piace troppo la buona cucina, fuma e non è astemio. Dopo la trafila in serie C il Bologna lo riporta alla casa madre per affiancarlo a un giocatore d’attacco più giovane e più talentuoso, Roberto Mancini. Dopo due stagioni arriva il trasferimento a Genova, dove diventa idolo della curva rossoblu. Al punto che la piazza si ribella quando la società lo cede alla Lazio. Giorgio Chinaglia, che lo vuole in biancoceleste a tutti i costi, rivede in Fiorini qualcosa del Long John calciatore. L’avvio è promettente: gol-vittoria all’esordio con il Palermo e ottima intesa in avanti con Oliviero Garlini. Ma un problema al tallone  costringe la punta a rallentare gli allenamenti e poi a operarsi. Chiude con 3 gol in 18 apparizioni.

Nella seconda stagione, però, è il leader indiscusso della squadra assieme a Mimmo Caso. Il 26 luglio del 1986, quando nel ritiro di Gubbio arriva la notizia che la Lazio è stata condannata dalla giustizia sportiva, dopo il celebre discorso dell’allenatore Eugenio Fascetti alla squadra (“Chi vuole andare, vada. Ma chi decide di restare, dia il massimo e non ne parli più”) Giuliano Fiorini si alza e per primo dice: “Io resto, qualunque cosa succeda”. Con quelle poche parole, secche, precise, rassicuranti, si porta dietro tutti. Anche in campionato, nei momenti di difficoltà scuote i compagni, carica l’ambiente con i suoi numeri e con la sua gestualità. 6 gol segnati non rappresentano per lui un campionato particolarmente prolifico, ma grazie al settimo sigillo entra per sempre nella leggenda. Ultima giornata. All’Olimpico viene il Vicenza. In settimana si viene a sapere il portiere titolare biancorosso, Mattiazzo, è indisponibile. Prenderà il suo posto fra i pali il secondo, Dal Bianco. Si tratta di un perfetto sconosciuto, la cui carriera si svolgerà quasi per intero in Veneto, saltando di categoria in categoria. In realtà, quella che dovrebbe essere una buona notizia si trasforma in un incubo con un nome e un cognome. Quel pomeriggio Ennio Dal Bianco sembra la sintesi ideale fra Zoff, Yashin e Zamora. Per più di 80 minuti, sostenuta e sospinta da oltre 70.000 tifosi, la Lazio si getta all’assalto della porta del Vicenza per segnare quel gol che significherebbe non soltanto salvezza ma anche sopravvivenza. Tuttavia Dal Bianco sembra insuperabile e alle conclusioni degli attaccanti avversari sa contrapporre autentici miracoli. Ci prova Acerbis, ci prova Caso, ci prova Fiorini più volte. È un tiro a segno ma Dal Bianco provvede sempre. Con il passare dei minuti, sugli spalti la speranza lascia il posto alla disperazione, alla consapevolezza di essere davvero a un passo dalla serie C e forse addirittura alla fine di una storia lunga 87 anni. Ma il destino è in agguato e qualcuno quel destino lo chiama giustizia.

È il minuto 83. Cross dalla trequarti di Acerbis, la difesa del Vicenza respinge ma non riesce a liberare. In posizione centrale recupera palla Esposito che cede a Podavini. Il terzino biancoceleste fa due passi e dalla distanza dei 20 metri tenta la conclusione. Ne viene fuori un tiro sbagliatissimo che però si trasforma in un assist in piena area per Fiorini. Il centravanti arriva per primo, arpiona il pallone ed elude l’intervento del diretto marcatore. Dal Bianco accenna all’uscita ma sul tocco in allungo di Fiorini non può nulla. È un vento di follia e di disperazione collettiva a spingere quel pallone in fondo alla rete. “Con me hanno segnato in 70mila” dirà un giorno l’autore del gol. In quell’esultanza, ben più di 70.000 persone sfogano in un istante mesi di paure, di frustrazioni e di speranze che a 7 minuti dalla fine del campionato sembrano perse. Gesti di isteria unanime, uomini di una certa età che piangono come fossero bambini. Bambini che vedono i loro genitori impazzire e rimangono quasi increduli. La corsa di Fiorini sotto la Curva Nord travolto dall’abbraccio dei compagni. Immagini indimenticabili, come indimenticabile resterà il gol di Fabio Poli nello spareggio vinto a Napoli contro il Campobasso. La rete che mette la parola fine a un incubo durato quasi 12 mesi. Il 5 agosto del 2005 a soli 47 anni, Giuliano Fiorini è vittima dell’unico difensore che non lo abbia lasciato passare. A distanza di tanti anni, di lui rimane un ricordo umano e professionale indelebile, un sorriso stralunato e una grinta che sapevano rincuorare tutti, anche nei momenti peggiori. E soprattutto un gol che non cambia la storia di una società. La riscrive del tutto.

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“El Garrafa” SANCHEZ: Son fatto così. Prendere o lasciare …

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“Mi chiedono tutti perché non curo di più il mio fisico, perché non perdo qualche chilo e non metto su qualche muscolo in più.

Semplice.

Perché gioco a calcio e per giocare a calcio quello che mi serve sono i piedi e la testa.

Non una “tartaruga” scolpita sull’addome.

Mi chiedono tutti perché non mi è mai interessato giocare in grandi Club per vincere trofei e magari guadagnare molti più soldi.

Semplice.

Perché io sto bene con la mia famiglia e in mezzo alla mia gente.

Mi chiedono tutti perché non corro di più, perché non rientro a dare una mano in difesa o non inseguo gli avversari.

Semplice.

Ci sono già altri miei compagni che devono fare questo … anche perché non saprebbero fare altro.

Io invece devo mettere davanti alla porta i miei compagni, devo creare occasioni da gol, devo preservare le energie per quando avrò la palla tra i piedi … anche perché non saprei fare altro.

Mi chiedono tutti perché faccio così tanta fatica a passare la palla ai miei compagni.

Semplice.

Perché ho una paura fottuta che non me la restituiscano !

Il calcio è un GIOCO e io adoro GIOCARLO.

Ci sono tanti miei colleghi che scendono in campo tesi, nervosi e che pensano troppo prima di una partita e così si perdono tutto il piacere, la gioia.

Una partita non devi “pensarla”

Devi solo “giocarla”.

Io infatti non penso a nulla.

Conto solo i minuti che mancano prima di scendere in campo perché è li dove sono davvero felice.

Glielo dissi a mio padre quando mi ruppi i legamenti del ginocchio agli inizi della mia carriera nel LAFERRERE.

Quando rientrai non ero più lo stesso.

Avevo perso il mio scatto bruciante, quello che insieme al mio dribbling mi permettevano di saltare con facilità gli avversari.

“Luis” mi disse il mio vecchio “senza il tuo spunto non potrai mai arrivare dove eri destinato … ai vertici del calcio argentino. Forse è meglio che molli tutto …”

“Pa’, ci sono solo due cose che non posso proprio smettere di fare: giocare a calcio e correre con la mia moto”.

Mio padre però aveva ragione. Non ero più lo stesso di prima.

Fino ad allora giocavo da “9”, da centravanti e facevo davvero un sacco di gol.

Non restava che una cosa da fare; arretrare qualche decina di metri, giocare da “10” e invece di segnare io stesso fare in modo di mandare a rete i miei compagni.

Mio padre.

Ero in Uruguay quando si ammalò gravemente.

Giocavo in serie A e guadagnavo più soldi di quelli che potevo spendere !

Il mio vecchio però non stava bene e io non ce la facevo proprio a rimanere lontano da lui e dai miei cari.

Proprio allora, quando c’era bisogno di me in persona e non solo dei soldi che mandavo loro.

Sono tornato in Argentina, al BANFIELD, ed è stata la scelta migliore della mia carriera !

Cinque anni meravigliosi.

… anche se qualche volta Mister Falcioni l’avrei strozzato volentieri !

Al “Taladro” ho avuto tanto affetto.

Porterò sempre nel cuore i miei compagni, i tifosi e tutti i meravigliosi ricordi.

Però, a 31 anni, sapevo che per me lo spazio in prima squadra sarebbe stato sempre di meno e io non ce la faccio proprio a stare in panchina.

Sto male come un cane a vedere gli altri giocare.

Avrei potuto giocare ancora in Serie B … ma l’idea di tornare nel “mio” Deportivo Laferrere è stata troppo attraente !

E chi se ne frega se siamo in serie C !

Il campo è grande uguale, le porte sono sempre due e si gioca sempre in 11 !

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El “Garrafa” torna nel suo Club dove tutto iniziò 12 anni prima.

E’ felice … quasi come lo sono i tifosi di riabbracciare il loro adorato figliol prodigo.

In fondo ha ancora solo 31 anni e ci sono tanti “canios” da tirare, tante rabonas e gambetas per divertirsi e divertire i tifosi.

Tutto questo però al destino non importa.

La sua moto e il suo amore per la velocità lo tradiscono.

Si sta recando all’allenamento.

E’ ancora a poche centinaia di metri da casa.

Saluta un amico a bordo strada e poi impenna la moto.

Perde il controllo e la sua testa va a sbattere contro un palo della luce a bordo strada.

E’ senza casco.

Non lo metteva mai.

E’ l’8 gennaio del 2006 quando “El Garrafa” dopo un giorno di agonia, muore.

Sua madre ricorda ancora oggi quante volte lo implorava di andare piano, di non rischiare così.

“Mami, abbiamo tutti il nostro destino scritto”.

Era così Josè Luis Sanchez. Viveva al limite, fuori e dentro il campo da gioco.

“La moto non è diversa da quello che succede in campo” amava spesso ripetere “sai che prima o poi può arrivare l’entrata assassina che ti spezza la carriera … e allora cosa fai ? Non giochi ?”

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Josè Luis Sanchez, detto “El Garrafa” così chiamato perché il mestiere del padre era proprio quello di rifornire di bombole di gas liquido (dette appunto “garrafas) il poverissimo barrio de La Tablada di Buenos Aires, nasce a Buenos Aires il 26 maggio del 1974.

Il suo talento fin da ragazzino è evidente a tutti.

Tecnica, velocità e un controllo di palla eccellente.

Gioca da centravanti e nelle squadre giovanili segna caterve di gol.

Il suo esordio in prima squadra del Deportivo Laferrere è in un derby contro l’Almirante Brown … da terzino sinistro !

“I due terzini sinistri in rosa erano entrambi infortunati e io ero l’unico mancino rimasto disponibile !”

Josè Luis si adatta con fatica al ruolo. “Ricordo che un paio di volte mi misi a dribblare all’interno della nostra area di rigore … i miei compagni per poco non mi picchiarono !”

Dopo questo incontro però due cose sono però estremamente chiare; la prima è che “El Garrafa” è più che degno di giocare in prima squadra e la seconda è che solo un pazzo può farlo giocare terzino sinistro.

Pochi mesi dopo però la sorte gli presenta il primo “conto” importante; rottura dei legamenti crociati del ginocchio.

Rimane ai box quasi un anno e quando rientra, oltre ad un evidente timore nei contrasti, appare evidente a tutti una cosa: El Garrafa ha perso buona parte della sua incredibile velocità.

Non può più fare il centravanti ma anche se lo scatto non è più quello di prima ma la tecnica è rimasta la stessa, la capacità di inventare giocate prodigiose anche.

Arretra la sua posizione di qualche metro e diventa un “enganche”, il classico numero 10.

E’ sempre e comunque il giocatore più forte della serie C argentina.

Il carattere è focoso in campo quanto è spiritoso, guascone e allegro fuori.

Nel 1997 passa al Porvenir, squadra sempre di C ma con ambizioni più alte del suo Laferrere.

Con “El Garrafa” in cabina di regia arriva immediatamente la promozione in serie B.

Josè Luis è l’autentico ed indiscusso protagonista di quella stagione, con i suoi gol e soprattutto con i suoi assist.

In quel periodo il Porvenir affronta in amichevole la Nazionale Argentina che si sta preparando per i Mondiali di Francia.

La partita ideale per Josè Luis Sanchez di mettere in mostra le sue doti.

Ad un certo punto il Porvenir si trova in vantaggio addirittura per 3 a 1 quando arriva in modo inequivocabile l’ordine ai ragazzi del Mister Calabria di rallentare un po’ per non esporre ad una figuraccia la Nazionale Argentina.

El Garrafa prende alla lettera il consiglio.

Si fa dare il pallone e inizia letteralmente a “danzare” dribblando ripetutamente “El Cholo” Simeone e “El Muneco” Gallardo, le due mezzali dell’Argentina quel giorno (e ora affermatissimi allenatori di Atletico Madrid e River Plate rispettivamente).

Ad un certo punto un sorpresissimo Gallardo chiede “ma chi cavolo è quel vecchietto ? Ci sta facendo impazzire !”… quel “vecchietto” è Josè Luis Sanchez, 25 anni, ma con una calvizie incipiente che lo fa sembrare assai più vecchio !

El Garrafa rimane un’altra stagione nel team di Gerli ma ormai le sue gesta sono sulla bocca di tutti, in Argentina e oltre confine.

L’offerta più allettante arriva dall’Uruguay e da un ottimo team di Prima Divisione come il Bella Vista. L’impatto di Sanchez è straordinario; il club si qualifica per la Copa Libertadores ma Josè Luis non giocherà neppure un incontro; il padre e gravemente ammalato e lui vuole stare al suo fianco.

Il Club uruguayano non la prende bene.

Nessun tipo di supporto, né morale né economico.

El Garrafa rimane lontano dai campi di gioco per 7 lunghi mesi e alla morte dell’adorato papà pensa seriamente di lasciare il calcio.

A quel punto arriva la chiamata di Oscar Cachin Blanco, allenatore del Banfield a quell’epoca in Seconda Divisione.

“Nessuno avrebbe dato un pesos per Sanchez” ricorda il Mister del Banfield “era ingrassato parecchio e gli ultimi accadimenti lo avevano parecchio segnato”.

Ma come spesso accade, il calcio riesce a restituirgli la sua allegria e l’amore per il pallone.

“El Taladro” (il trapano, questo il soprannome del Banfield) conquista immediatamente la promozione e ancora una volta “El Garrafa” è l’autentico protagonista.

Per la gente del Banfield diventa un idolo assoluto.

Il suo nome entra finalmente tra i grandi del calcio argentino e alcune sue giocate rievocano due dei più grandi “10” di sempre; Ricardo Bochini e Diego Armando Maradona.

“Era un autentico artista” ricorda Mister Blanco “e gli artisti vanno lasciati liberi di creare”.

Nella partita decisiva per la promozione in Prima Divisione gioca la partita della vita.

Non c’è modo di togliergli il pallone tra i piedi.

“E’ impossibile giocare meglio di così in una partita di calcio” ricordano ancora oggi i tifosi del Banfield presenti quel giorno.

Addirittura in quel match (esiste il documento video) tiene il pallone tra i piedi per 18 secondi consecutivi prima di offrire l’assist per il secondo e decisivo gol.

Finalmente nel 2001, a 28 anni suonati, debutta finalmente nella Prima Divisione argentina.

… e il suo modo di giocare non cambierà di una virgola.

Neppure dal 2003 con l’arrivo del nuovo Mister Julio Cesar Falcioni che pretende da lui maggiore applicazione e maggiore rigore tattico.

Ovvio che il rapporto tra i due è tutt’altro che idilliaco e “El Garrafa” deve accomodarsi spesso in panchina, salvo poi entrare in campo nella ripresa e cambiare spesso il volto dell’incontro.

Nell’ultimo anno al Banfield però Sanchez è sempre più ai margini della squadra titolare. Nei giorni precedenti il “Clasico del Sur” contro gli acerrimi rivali del Lanus “El Garrafa” passando davanti all’ufficio di Falcioni sferra due violenti pugni contro la porta, urlando “quand’è che mi fai giocare brutto figlio di puttana ?” convintissimo che il Mister non fosse comunque all’interno.

Solo che la porta si apre, esce Falcioni che con fare serafico gli risponde “Mai più gordo … mai più”

La domenica successiva però, con il Lanus in vantaggio per una rete a zero a venti minuti dalla fine Falcioni si rimangia la parola … mette in campo Sanchez e il Banfield vince in rimonta per 2 a 1 !

Infine, l’aneddoto forse più significativo per definire El Garrafa.

Poco prima del trasferimento in Uruguay arriva la chiamata nientemeno che del Boca Juniors. L’allenatore è il Carlos Bilardo, campione del mondo con l’Argentina nel 1986 e conosciuto per la sua severità e il senso della disciplina.

In tanti gli raccontano meraviglie di questo ragazzo e Bilardo decide di dargli un’occhiata da vicino e lo convoca per un incontro ed un allenamento con la prima squadra.

Bilardo è in auto e si sta recando all’allenamento dove è previsto l’incontro con Sanchez.

Mentre è in tangenziale si vede superato a doppia velocità da una moto.

Fa solo in tempo a vedere che il centauro è senza casco, è pelato ed ha un vistoso giaccone giallo.

Maledice quel pazzo furioso e poi riprende la marcia verso la sede del Boca.

Quando arriva al campo gli si fa incontro un dirigente e al suo fianco Josè Luis Sanchez.

Che indossa un giaccone giallo.

Ragazzo, per caso sei venuto in moto” ? chiede Bilardo.

“Si” gli risponde “El Garrafa” “perché me lo chiede ?”

“Semplice. Perché adesso su quella moto ci risali e torni da dove sei venuto” sentenzia Bilardo.

La “carriera” al Boca Juniors di Josè Luis Sanchez dura la bellezza di un minuto scarso.

Questo era “El Garrafa” Sanchez.

Prendere o lasciare.

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BONVI: … E l’ultimo chiuda la porta …

di Marco Di Grazia

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“Che cos’è il genio?” Diceva il Perozzi in Amici miei: “il genio è  fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione”.

Vero, il genio è questo.

Oppure è Bonvi.

In un’epoca in cui si tende ad ampliare troppo certi aggettivi, quello di “genio” si applica alla perfezione a Franco Bonvicini, in arte Bonvi, genio e geniale artista che ci ha lasciati troppo presto, in una fredda notte di dicembre del 1995.

 

Raccontare qui chi era, anzi, chi è, Bonvi, è fin troppo scontato. Parlano per lui le tante pagine che gli sono dedicate, le sue biografie, le decine e decine di aneddoti raccontati da chi l’ha conosciuto, ma soprattutto i suoi fumetti.

Geniali!

Sempre.

Le Sturmtruppen, Nick Carter, Marzolino Tarantola, le Cronache dal dopobomba, le Cronache dallo spazio profondo (scritto dall’amico Francesco Guccini), Milo Marat, La Città (per i disegni di Giorgio Cavazzano) e tanto altro.

E poi Supergulp! Anzi: Gulp! e Supergulp!, le due trasmissioni televisive degli anni ’70 realizzate in collaborazione con Guido De Maria e Giancarlo Governi.

Chi non ha sognato, in quegli anni, con i “fumetti in tv”, quella meravigliosa trasmissione che ha formato una generazione intera? E di cui Bonvi era protagonista e spina dorsale.

 

Bonvi. Geniale nella sua arte, geniale nel suo modo di vivere, geniale nel suo sguardo, con i suoi occhi furbi e aperti sul mondo.

Amico inseparabile di Francesco Guccini e con lui animatore delle notti in osteria, in quelle osterie di fuori porta a “cercare le notti ed il fiasco”, e che riceverà, da Guccini, l’omaggio postumo in una bellissima canzone a lui dedicata: Lettera. Una canzone per l’amico scomparso.

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E si torna così a quel maledetto 9 dicembre del 1995. Bonvi deve andare da Red Ronnie, nella sua trasmissione: “Roxy Bar”. Ha un obiettivo: mettere in vendita le sue tavole per aiutare un amico, un amico malato: Roberto Raviola, in arte Magnus, uno che sta al fumetto d’autore come De Andrè sta alla canzone, d’autore.

Magnus è malato gravemente e ha bisogno di cure costose e Bonvi è deciso a dargli una mano.

Chi scrive lo aveva visto appena un paio di settimane prima, a Roma, durante le premiazioni della fiera Expocartoon. Mentre si stava svolgendo la serata, Bonvi era fuori, sdraiato su una scala, con lo sguardo appeso verso l’alto. Chi scrive, che allora era poco più di un ragazzo, si avvicinò timidamente e gli chiese se c’era qualcosa che non andava, se stava male. Bonvi non rispose, se non con un grugnito. Chi scrive si allontanò, poi seppe il giorno dopo, da amici di Bonvi, che il Genio era triste e pensava al suo amico Magnus.

 

E torniamo di nuovo a quel maledetto 9 dicembre. Bonvi si sta dirigendo al Roxy Bar. E’ una serata  fredda e nebbiosa. Bonvi non  sa esattamente dove sia lo studio televisivo, per cui si ferma a chiedere informazioni in un bar (che non è il Roxy, maledizione, è un bar normale) sulla strada. E mentre attraversa quella maledetta strada giunge un’auto che lo investe.

Dopo il buio è sempre più buio, la nebbia è sempre più nebbia.

A 54 anni termina così l’esistenza di un Genio, che però, a ben vedere… non terminerà mai.

Ach!, Bonven … e l’ultimo … chiuda la porta.

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PAUL LAKE: “Sono qui ma non ci sono”

di Remo Gandolfi

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“Mi sento un estraneo.

Sono qui, per la classica foto di squadra nel primo giorno di precampionato.

Sono qui … ma in realtà non ci sono.

Questa commedia va avanti ormai da anni.

E ogni anno mi sento sempre più inutile, fuori posto.

Quasi me ne vergogno.

In realtà non ho fatto nulla di male … anzi.

Le ho provate davvero tutte da quel maledetto giorno di fine estate al Villa Park di Birmingham.

Era il 5 settembre del 1990.

Avevo 21 anni.

Howard Kendall mi aveva consegnato la fascia di capitano del Manchester City.

L’unica squadra per cui io abbia mai giocato.

L’unica per la quale mi interessava giocare.

Pochi mesi prima ci sono stati i Mondiali di calcio.

C’è mancato davvero un pelo che non ci fossi anch’io nei 22 che sono saliti sull’aereo per l’Italia.

Solo che nell’ultima partita con la Nazionale B prima delle convocazioni quel vecchio sclerotico che ci faceva da selezionatore ha deciso di farmi giocare ala sinistra contro l’Irlanda.

Io ala sinistra !

Ho giocato e posso giocare dappertutto … tranne che ala sinistra e centravanti.

Mi sono giocato così le mie chances.

Ma mi è passata alla svelta !

A 21 anni ce n’è di tempo !

Invece il mio tempo ha iniziato a finire il 5 settembre del 1990, sul campo dell’Aston Villa.

Anticipo pulito e con perfetto tempismo su Tony Cascarino.

Solo che i tacchetti si piantano nel terreno … mentre il resto della gamba spinge per andare in avanti.

Nel contrasto di forze sento un dolore al ginocchio.

Lancinante, terribile.

Rimango a terra.

“E’ una fottuta distorsione ai legamenti” penso.

Mi era già capitato qualcosa di simile anche due anni fa, contro il Bradford.

Anche se il dolore non era neanche paragonabile.

Lo strepitoso (!) staff medico del Manchester City decide di farmi sottoporre ai raggi X.

“Niente di rotto, Paul ! Fra meno di due mesi sarai in campo”

Solo che appena riprovo a correre il dolore torna più forte di prima.

Si decidono a farmi un’artroscopia.

Il legamento crociato anteriore è “andato”.

Il primo tentativo di ricostruzione fallisce miseramente.

Appena ritorno ad allenarmi il crociato mi parte ancora.

18 operazioni.

Quasi altrettanti tentativi di rientri.

Sempre meno convinti, sempre più forzati.

Ormai non ci credo più … come faccio a crederci ?

E ancora questa patetica pantomima … la foto di gruppo con tutti i miei compagni di squadra, alcuni dei quali non sanno neppure chi sono e non mi hanno nemmeno mai visto giocare.

Sono qui … ma in realtà non ci sono.

 

Paul Lake da quel maledetto settembre del 1990 le ha provate davvero tutte per tornare a giocare a calcio.

Questa è la storia di un ragazzo che amava il City, che fin da bambino andava sugli spalti del Maine Road a tifare i Blues.

Il Manchester City che tranne alcuni brevi periodi della sua storia è sempre stato nell’ombra del più seguito, amato e vincente Manchester United.

Ma che ha un pubblico fedele, appassionato come pochi in Inghilterra, che ha sempre stipato le tribune del Maine Road nonostante per tanti anni i suoi supporters si siano sempre sentiti come sulle montagne russe.

Un attimo là in alto quasi a toccare le stelle fianco a fianco alle grandi d’Inghilterra e un attimo dopo doversi sudare il ritorno in First Division a Barnsley, a Hull o a Bournemouth.

Proprio in uno di questi periodi nasce questa piccola storia.

Quella di un giocatore dal talento precoce quanto cristallino, dalle possibilità illimitate che poco più di un teenager aveva già messo la fascia di capitano al braccio nella squadra che amava, l’unica per la quale era interessato a giocare.

Ci avevano provato il Liverpool, l’Arsenal, i Rangers di Glasgow … addirittura il Manchester United a portarlo via dal Maine Road.

Niente da fare.

“E al Manchester City che voglio giocare. Possibilmente per sempre”

Howard Kendall, all’inizio della stagione 1990-1991 non ci pensa due volte.

Contratto di 5 anni e fascia da capitano … a Paul che di anni ne ha 21 e quando in squadra ci sono giocatori come Peter Reid o Colin Hendry che hanno giocato decine e decine di partite con le rispettive nazionali d’Inghilterra e di Scozia … e hanno come minimo 10 anni più di lui !

Ma in quella maledetta sera di settembre del 1990 la fortuna gli volta completamente le spalle.

Sembra un intervento normalissimo, quasi banale.

Invece il ginocchio va in mille pezzi.

Il crociato si spezza e con lui la carriera di Paul.

5 anni dove da capitano a idolo incontrastato dei tifosi del Manchester City arriverà a sentirsi un peso per il Club.

Club che non farà molto in quegli anni per meritarsi la stima di Paul.

Club che quando perderà definitivamente la fiducia in un suo completo recupero lo farà passare attraverso esperienze umilianti come quando, dopo l’ennesima operazione al suo martoriato ginocchio (saranno i compagni di squadra con una colletta a pagare il biglietto aereo alla fidanzata di Paul per accompagnarlo) il Club lo farà tornare in classe Economy, con tanto di stampelle e in un sedile troppo angusto per i suoi 185 centimetri e il suo ginocchio ingessato … con il Medico del Club comodamente seduto in business class ..

A tutto questo si aggiungerà l’onta di atterrare a Manchester e doversi pure cercare una carrozzina a noleggio con la quale arrivare ad un taxi …

Come detto i tentativi saranno tanti.

Chi scrive ha avuto la possibilità di vedere dal vivo uno dei primi, quelli in cui la speranza era ancora viva.

Fu nel primo “Monday night” del calcio inglese.

Siamo ad agosto del 1992 ed è la prima di campionato.

Si gioca al Maine Road e la partita è Manchester City vs QPR.

Paul è in campo, con il suo adorato numero 8.

Ha fatto tutta la preparazione, tra alti e bassi ma finalmente sembra a posto.

Peter Reid, manager del City, lo definirà “l’acquisto più importante dell’estate” talmente grande è la soddisfazione nel riavere Paul a disposizione.

Paul per un’ora gioca alla grande.

Gioca addirittura in attacco stavolta.

A fianco di Niall Quinn e si muove da seconda punta, facendo da riferimento per i centrocampisti e muovendosi su tutto il fronte d’attacco.

Dopo un’ora di partita però Paul si tiene il ginocchio … chiede il cambio.

Esce sulle sua gambe, seppur zoppicando leggermente.

Il Maine Road trattiene il fiato.

Dopo il match Paul dirà che il ginocchio non è a posto, gli si è gonfiato un po’ e non si sente troppo sicuro.

Tre giorni dopo il Manchester City va a Middlesbrough.

Paul viene comunque mandato in campo dall’inizio.

La sua partita durerà la bellezza di tre minuti … prima che il suo legamento crociato si spezzi per la 3a volta.

Ancora un tentativo giocando con le riserve nel 1994 e poi tutti i possibili e immaginabili ricorsi più o meno disperati come agopuntura e stregoni vari con le loro acque miracolose e preghiere.

Paul cade in una terribile depressione.

Ogni santo giorno deve prendere degli antidolorifici per riuscire ad avere una parvenza di vita normale.

Gli è stato tolto il calcio, troppo presto per pensare a cos’altro fare nella vita.

Nel 1995 si sposa, ha un figlio ma il suo matrimonio va in pezzi dopo pochi mesi.

Il Manchester City però, finalmente si ricorda di lui e non lo abbandona.

Fa un corso da fisioterapista e inizia a lavorare nello staff medico del Club.

E’ quello di cui Paul ha bisogno.

Per fortuna pian piano i suoi fantasmi lo abbandonano.

Arriva una nuova storia d’amore.

Sposa Joanne e arrivano due figli.

La vita ricomincia a sorridergli.

Adesso Paul, dopo aver fatto da “ambasciatore” per il Manchester City nella comunità occupa lo stesso ruolo stavolta per la Premier League, andando in giro per il Regno Unito  e per il mondo a promuovere quello che per molti è ora il campionato più bello del mondo.

Sono in pochissimi che si ricordano di lui come giocatore ma sono in tanti, molto più competenti del sottoscritto, che lo definiscono il giocatore potenzialmente più completo espresso dal calcio inglese negli ultimi 30 anni.

Bellissima l’ironia con la quale Paul ripensa a quel periodo

“Ogni tanto mi chiedono cosa salverei di quei maledetti anni ’90 … effettivamente due cose ci sono.

La nascita del mio primogenito Zac e il mio primo concerto degli Oasis … “

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Paul Lake è, come dicono in Gran Bretagna, un “cult hero” ovvero uno di quei giocatori che sono stati talmente amati da diventare leggenda, indipendentemente dalle stagioni giocate nel club, dai trofei o dalla loro esposizione nei media.

Paul Lake era un grandissimo giocatore, con un potenziale immenso al quale la sfortuna ha tolto la possibilità di diventare la bandiera del suo amato Manchester City e, senza ombra di dubbio alcuno, della Nazionale inglese.

Come al solito la parte “in prima persona” è personale anche se presa liberamente dalla sua bellissima biografia (I’m not really here) e da interviste, articoli e racconti su Paul.

 

 

 

 

 

ABDON PORTE: Anche questo è morire d’amore.

di Remo Gandolfi

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E’ una storia “vecchia” di un secolo.

Che a qualcuno magari potrà anche far sorridere … talmente anacronistica e folle.

Invece, a mio parere, è una meravigliosa e triste storia d’amore.

 

E’ il 4 marzo del 1918.

Il Nacional di Montevideo ha da poco concluso l’incontro di campionato con il Charley vincendolo per 3 reti ad 1.

Abdon Porte, capitano, uomo simbolo e da più di un lustro indiscusso idolo della tifoseria del “Decano”, ha giocato tutta la partita.

Le cronache parleranno di una buona prestazione del capitano del Nacional.

Come di rito, dopo ogni incontro casalingo, i giocatori si trasferiscono nella sede del Club, ai tempi in una zona diversa della città rispetto allo stadio, per la cena di gruppo.

Poco prima di sedersi a tavola Abdon viene convocato dal Comitato Direttivo del Club (allora non esisteva la figura dell’allenatore).

Quello che stanno per dirgli è per “l’Indio” (così veniva soprannominato Porte per i suoi tratti somatici) devastante: il suo posto in squadra dalla prossima partita sarà preso dal giovane e promettente Alfredo Zibechi.

In un periodo dove non esistevano sostituzioni, panchine, panchinari o “rotazioni” questo vuol dire una cosa sola: essere fuori squadra.

Vuol dire assistere alle partite dalla tribuna in mezzo alle altre riserve e ai dirigenti.

Per Abdon è un colpo tremendo.

Lui adora e vive per il Nacional.

Sono 7 anni che gioca nella squadra che ha sempre amato, quella per cui faceva il tifo fin da bambino e per la quale ha sempre sognato un giorno di vestire la casacca.

Sono stati 7 anni di successi, di trionfi continui a livello nazionale e internazionale.

In quegli anni l’Uruguay aveva i giocatori più forti del mondo e il Nacional era la più forte squadra di Club di tutto il Sudamerica.

Con lui sempre in prima linea, come capitano, condottiero e giocatore più amato dalla tifoseria del “Decano”.

Abdon gioca a centrocampo, è molto alto per l’epoca.

Ha grande forza fisica ma è molto intelligente tatticamente, bravo nell’organizzare il gioco ed è un autentica iradiddio nel gioco aereo.

Nell’ultima stagione ha conquistato addirittura il titolo di capocannoniere, lui che gioca a centrocampo ma che sa inserirsi in attacco con grande tempismo e che soprattutto sa essere letale con il suo inarrivabile colpo di testa.

Qualche mese prima però, durante uno dei soliti accesissimi derby contro il Penarol, rimedia un infortunio alla gamba dopo pochi minuti di gioco.

Come detto non sono previste sostituzioni e Abdon resta in campo, stoicamente, contribuendo con la sua leadership e il suo carisma ad un’altra vittoria contro gli acerrimi rivali gialloneri.

Dopo quell’incontro sarà costretto a rimanere fuori per oltre un mese e quando rientra tutti, compagni, dirigenti e tifosi, si accorgono che c’è qualcosa che non va.

Abdon non è più quello di prima.

Ha perso in dinamismo, in potenza fisica e anche il suo gioco non è più lucido come in precedenza.

Comincia a fare qualche errore di troppo.

Qualche mugugno sugli spalti … poi i mugugni si trasformano in fischi.

Fino a quella sera, dove arriva quella decisione da parte di Presidente e Comitato Direttivo.

Abdon deve farsi da parte.

Anche se non ha ancora 30 anni.

Anche se il Nacional per lui è tutto.

Porte va regolarmente alla cena con compagni e dirigenti ma sono in tanti a ricordarselo ancora più cupo e silenzioso del solito.

E’ uno dei primi ad andarsene quella sera.

Appena in tempo per prendere l’ultimo tramvai della notte e con quello arrivare fino al Gran Parque Central, la sua vera casa per gli ultimi 7 anni.

Entra nel campo di gioco e probabilmente inizia a camminare su quel terreno ripercorrendo con la memoria i tanti trionfi vissuti su quello stesso terreno di gioco.

Va verso il cerchio del centrocampo.

La sua zona, il suo territorio, il pulpito dal quale dirigeva il gioco come un sapiente direttore d’orchestra con la sua tecnica, il suo acume e la sua grande personalità.

Poi estrae dalla tasca della giacca due pezzi di carta che stringe nella mano sinistra.

Con la destra estrae una pistola.

Se la punta al petto e spara.

Il suo corpo senza vita verrà ritrovato poche ore dopo, alle prime luci della mattina seguente dal custode del campo Severino Castillo, incredulo e sconvolto nel constatare che  quel corpo è quello di Abdon Porte, capitano e bandiera del Nacional.

Nei due biglietti che stringe in pugno in uno c’è una preghiera al Presidente e ai dirigenti del Nacional di prendersi cura della anziana madre e della fidanzata, che Abdon Porte avrebbe dovuto sposare il mese successivo, e la richiesta di essere seppellito nel Cimitero della Teja vicino agli idoli della sua giovinezza, i fratelli Bolivar e Carlitos Cespedes, giocatori del Nacional e morti di vaiolo nel 1905.

Nell’altro biglietto un disperato e toccante grido d’amore per il suo amato Nacional.

“Anche ora che sono polvere sarò sempre il tuo amante Nacional. Non dimenticare mai nemmeno un istante quanto io ti abbia amato. Addio per sempre.”

Nessuna acredine, nessun rancore verso niente e nessuno … solo uno smisurato affetto per l’autentico amore della sua vita: il Nacional de Montevideo.

Abdon Porte si è sparato al cuore e chissà … forse anche questo non è stato per caso.

Non alla testa come fanno praticamente tutti coloro che decidono di porre fine ai loro giorni.

Quasi a volerci dire che il suo gesto non è stato “pensato”, che non viene dal cervello …

Il suo gesto viene dal cuore, quel cuore irrimediabilmente ferito dalla notizia di poche ore prima; quella che il suo amore, il Nacional, stava per abbandonarlo.

E questo per Abdon Porte, “l’indio”, è stato già morire.

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Nota: ancora oggi in tutte le partite del Nacional è esposto questo striscione a testimonianza che l’amore di Abdon Porte per il “suo” Nacional, anche a distanza di un secolo, non è stato dimenticato.

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