BRANDON LEE “Il Corvo”: Perché non può piovere per sempre …

di RENATO VILLA

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1.

L’ho ammazzato io, quel ragazzo.

Non che volessi farlo, assolutamente. Ma ho preso quella pistola e l’ho passata a chi la doveva usare, come il mio lavoro prevede.

Sì, perché io sono un semplice attrezzista.

Un trovarobe.

Ed ora mi sento colpevole della morte di un ragazzo che non doveva morire.

So che non è colpa mia, ma nessuno mi crederà quando proverò a giustificarmi.

Perché non esiste giustificazione per un simile errore.

Perché, alla fine, di quello si tratta.

 

2.

L’ho visto cadere.

Ho filmato la scena.

Giuro, e vi giurerò finché campo, che pensavo si rialzasse.

Invece no.

Non si è rialzato.

E io ho filmato tutto.

Ho documentato tutto.

E ancora adesso non riesco a crederci.

Ancora adesso non dormo la notte.

 

3.

Avevamo previsto tutto.

Era tutto calcolato al microsecondo, e non erano contemplati incidenti.

E invece…

Invece, è successo qualcosa d’imprevisto.

Qualcosa che nel mio script non esisteva.

Il ragazzo non si è rialzato.

Io non volevo crederci, non era possibile.

Anche perché voleva dire solo una cosa: che tra di noi si nasconde un assassino.

E questo, nel mio script, non era assolutamente previsto.

No.

Non era previsto per niente.

 

4.

Non era il rumore giusto, quello.

Una pistola di scena non fa quel botto.

Li conosco bene i suoni, io con “loro” ci lavoro.

Quello è il botto di una pistola vera.

Appena ho sentito quel suono ho capito che quel ragazzo non si sarebbe rialzato mai più.

Ma nessuno di noi, che ci siamo guardati stupiti, ha ancora capito da dove sia sbucata quell’arma.

Perché nessuno di noi può averla portata, e perché la produzione ci mette a disposizione armi di scena, solo ed esclusivamente armi di scena.

E adesso, ancora adesso, mi chiedo cosa possa essere accaduto per far arrivare quell’arnese lì, dove non doveva essere.

Siamo tutti colpevoli, e nessuno di noi potrà mai dire di avere la coscienza pulita.

Perché, in fondo, siamo tutti quanti degli assassini.

Magari senza saperlo, ma lo siamo.

 

5.

Abbiamo dato ordine di far arrivare le armi di scena all’inizio della lavorazione, anche per poterle controllare.

Un malfunzionamento poteva pregiudicare la buona riuscita delle scene, e quindi del film.

Certo nessuno pensava che in mezzo a quello stock di pistole ce ne fosse una vera.

Vuol dire che non sono state controllate.

Oppure…

No, non ci voglio credere, alla seconda ipotesi.

No.

Vorrebbe dire che qualcuno aveva “un motivo” per farlo.

Un movente.

E io non ci voglio credere.

 

6.

A volte la realtà supera l’immaginazione.

Tu credi di vedere una cosa, ed invece davanti agli occhi ne hai un’altra.

Credi di girare la scena di un omicidio e no, stai semplicemente riprendendo un omicidio nel momento esatto nel quale avviene.

A volte essere dietro la macchina da presa è una maledizione.

E io quella maledizione me la porterò dentro per sempre, perché non credo ancora adesso a quello che i miei occhi hanno visto.

Ma l’hanno visto.

Per davvero.

L’hanno visto e ripreso.

E l’hanno sbattuto nella mia memoria.

Io non dimenticherò.

Mai.

 

7.

Subito ho pensato a uno scherzo.

Ma non erano certo scherzi da fare, specie quando si giravano scene di quel genere.

Poi … poi mi sono preoccupato, ed ho guardato la pistola che tenevo in mano.

Non poteva essere vero.

Non poteva essere carica.

Non potevo avergli sparato sul serio.

E poi, le armi di scena sono note per essere inoffensive.

Quindi, quella non lo era.

Qualcuno mi ha reso colpevole di un omicidio.

Ma io so di non esserlo.

Lo so.

Ma nessuno al mondo mi crederà.

Solo Dio.

 

8.

Ho sentito lo sparo.

E, subito dopo, ho sentito dolore.

Mi sono accasciato a terra, come prevedeva il copione, ma come non sarebbe dovuto accadere.

Ho sentito la gente correre e urlare intorno a me.

E sopra di me non vedevo nulla e nessuno.

I miei occhi non vedevano, erano gonfi di lacrime.

Di dolore.

Non potevo muovermi, e non volevo crederci.

Ero sdraiato sotto la pioggia.

Ero lì.

La mia vita scivolava via goccia dopo goccia.

Sentivo voci.

Intuivo luci.

Ma l’unica cosa che mi faceva capire che continuavo a sopravvivere era il ticchettio della pioggia.

Sapevo che avevo una scadenza.

Che sarebbe finita.

Perché … perché non  può piovere per sempre.

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NADIA COMANECI e “Il suo corpo che cambia”

 

di DIEGO MARIOTTINI

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Non è una canzone dei Litfiba, ma soltanto una possibile chiave di lettura. Una delle tante, per carità, non certo l’unica, vista la multiformità del personaggio. Maalmeno un’angolatura diversa rispetto al solito “10” conseguito alle Olimpiadi di Montreal nel 1976. Perché quel voto, così perfetto, così rotondo e non migliorabile può azzerare ogni sfumatura e fare il funerale di Stato a chiunque. Tanto più a una ragazzina che in quel momento non ha ancora compiuto 15 anni. È Nadia Comaneci, colei che sta alla ginnastica come Pelé sta al pallone e la Vezzali alla scherma. La vicenda paradossale di una stella dello sport che, come direbbe Il Gattopardo “è vissuta a cavallo tra due mondi e a disagio in entrambi”. Una vita che inizia nella Moldavia romena il 12 novembre 1961 e che prosegue oggi dall’altra parte di un Muro che (dicono) non esiste più. Un corpo che cambia sembianze e postura a seconda della realtà in cui vive: oro (e muscoli) alla patria ieri, molto “american woman” oggi.

GRAZIA E MUSCOLI. È un corpo in apparenza esile e difficile da definire quello che il mondo osserva volteggiare in televisione nell’estate del 1976. Ci sono le Olimpiadi a Montreal, Canada, ed è di scena la ginnastica. In apparenza esile solo perché è un fisico minuto, se visto da una tv in bianco e nero. Difficile da definire perché non può più essere più quello di una bambina ma non ancora quello di una donna. Tuttavia è quello di una campionessa “bonsai” e anche chi osserva distrattamente quella ragazza dell’Est europeo senza conoscerla, sta per accorgersene. Non è soltanto l’insieme aggraziato e tonico di una ginnasta, è una sorta di marchio politico “in fieri”. Un’icona quasi a sua insaputa. È, né più né meno, l’atleta come la vuole il regime: fondamentalmente né maschile né troppo femminile, ma funzionale alla gloria di un Paese e di un’Idea. E soprattutto vincente. Il mondo sta per stupirsi ma nell’ambiente ginnico internazionale si parla da tempo di una ragazzina che è la sintesi ideale fra talento smisurato e una forza di volontà direttamente proporzionale. Non viene da Marte, la ragazzina, bensì da una cittadina della Romania orientale denominata Onești.

L’INCONTRO GIUSTO. In lingua russa Nadežda (di cui Nadia è diminutivo) significa Speranza ed è proprio la speranza quella che i signori Comaneci ripongono nella loro bambina, quando all’età di 3 anni la mandano a fare ginnastica. Si applica ma per intravedere talento individuale in quella selva indifferenziata di coetanee ci vuole un occhio particolarmente acuto. Lo sguardo giusto è quello di Bela Karolyi, classe 1942, un allenatore bravo quanto esigente che a Onești ha aperto una scuola assieme alla moglie. In un contorno di normalità scorge in una ragazzina che ha da poco compiuto 6 anni le stimmate di un potenziale talento superiore. Comincia a lavorare su di lei e con lei è particolarmente duro. Va scolpito il corpo, vanno armonizzati i movimenti, una mente sgombra e concentrata deve sovrintendere al tutto. Il maestro diventa così una sorta di Pigmalione e lei, una casta Galatea pronta a sacrificarsi pur di valorizzare la dotazione che la natura le ha concesso. Quando diventa allenatore della nazionale romena di ginnastica artistica nel 1974, Karolyi ha in mano l’asso di briscola. Una tredicenne che al volteggio, alle parallele asimmetriche e alla trave sembra guardare le altre dall’alto verso il basso. E non per snobismo o presunzione.

CRONACHE DA MARTE. Il 18 luglio 1976 l’atleta romena è la prima ginnasta nella storia dei Giochi olimpici a ricevere il massimo punteggio ottenibile alle parallele asimmetriche. La votazione, dopo una prestazione stupefacente, viene ritardata poiché i computer sono programmati per registrare votazioni fino al 9,99. Il “10” non è assolutamente previsto, data l’impossibilità di riceverlo. Al posto del 10 è inserito nel computer il voto 1,00, moltiplicato per dieci volte. La piccola Nadia vince tre medaglie d’oro (concorso generale individuale, trave e parallele asimmetriche), una d’argento (concorso generale a squadre) e una di bronzo (corpo libero). E’ dunque la più giovane atleta di sempre a vincere un titolo olimpico. Con la revisione dei regolamenti, l’età minima per la partecipazione alle competizioni di ginnastica verrà alzata a 16 anni. Quel fatidico 18 luglio Nadia Comaneci ha 14 anni e 8 mesi, il che rende impossibile per il futuro battere il record di precocità per il titolo olimpico nella ginnastica.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA D’ORO. Stakanov sta al suo lavoro come Nadia Comaneci sta al suo corpo e alle sue vittorie. Da qui a eroe nazionale nella Romania di allora il passo è brevissimo. La sua figura è icona di regime, tutte le connazionali (e non soltanto loro) vorrebbero essere leggere ed eteree come la campionessa e lei è spesso ospite di casa Ceaușescu. Troppo spesso, mormora a voce bassissima qualcuno. Il prezzo di una simile notorietà è alto e svilisce grazia e professionalità nel ruolo da quattro soldi che il potere le impone. È costretta per lungo tempo a essere l’amante del terzogenito Ceaușescu, Nicu. Lei deve essere non soltanto come il regime la vuole, ma anche quella che il figlio del dittatore pretende che sia. Nonostante ciò, per il popolo Nadia è un eroe al femminile e i suoi movimenti continuano a essere sogni a occhi aperti per chi osserva. Nel 1980, a voler bissare il titolo olimpico è una veterana di non ancora 19 anni. Una ragazzina con lo sguardo di una donna determinata e insieme malinconica. Anzi, triste. Occhi che hanno visto il meglio ma anche il peggio che quella vita e quelle frequentazioni possono offrire. Due ori e due argenti ripagano degli sforzi, ma non colmano voragini interiori. La carriera della più grande di tutte termina nel 1984, poco prima delle Olimpiadi di Los Angeles. Ha 23 anni e decide di fare l’allenatrice.

1989, FUGA DA BUCAREST. Nadia Comaneci è sempre stata avanti. Avanti nella concezione della sua disciplina. Avanti nell’anticipare tempi e modi. Non attende il crollo del regime per fuggire da un Paese che le ha dato gloria ma anche inflitto sofferenze e privazioni forse nemmeno raccontabili. L’icona fugge dal quadro, il dipinto farà a meno di lei e non sarà più lo stesso. Nella notte del 27 novembre 1989, poco prima dello scoppiare dei moti rivoluzionari in Romania, Nadia è già irreperibile.Cammina per 6 ore attraverso il confine con l’Ungheria dove c’è un amico in macchina, pronto ad attenderla. Gli Stati Uniti l’accolgono come rifugiata politica.Nicolae ed Elena Ceaușescu vengono giustiziati il giorno di Natale, al termine di un processo della durata massima di 10 minuti. In un’intervista l’ex campionessa dichiarerà che avrebbe voluto fuggire molti anni prima ma che non aveva mai trovato nessuno disposto ad aiutarla. Da Eroe del Lavoro Socialista non fa neppure in tempo a passare da traditrice del sistema, perché il sistema stesso nel frattempo implode. O perlomeno cambia faccia. Nel frattempo, Nadia Comaneci cambia corpo.

LIVING IN AMERICA. Una volta giunta negli Stati Uniti, si occupa della promozione di prodotti di abbigliamento sportivo e diventa perfino modella per abiti da sposa. In poco tempo le sue forme si modificano. Pochi lo notano, ma un po’alla volta l’icona è uscita da uno sfondo per andare a comporne un altro. È sempre più tonica, ma non come lo sarebbe una ginnasta di quella generazione. Piuttosto, come un’istruttrice di fitness. La sua diventa una femminilità poco da Est europeo, molto americana. Bella e procace, ma non più aggraziata come era. Non più lei, per certi aspetti. È come se, per la seconda volta nella sua esistenza, Nadia Comaneci, abbia aderito a un preciso standard: stavolta, quello del sistema occidentale. Nel 1994, si fidanza con il ginnasta americano Bart Conner. I due si sposano in Romania nell’aprile del 1996. 10 anni dopo, a 44 anni, l’ex ginnasta di Onești diventa madre. Con il marito è oggi proprietaria dell’Accademia di ginnastica Bart Conner (che conta oltre 1000 allievi), dell’International Gymnast Magazine, della compagnia di produzione The Perfect 10 e di 4 negozi di articoli sportivi. È inoltre vicepresidente del consiglio di amministrazione dell’International Special Olympics, presidente onoraria della federazione romena di ginnastica e del comitato olimpico del suo Paese, ambasciatrice dello sport della Romania, vicepresidente del consiglio di amministrazione di un’associazione per la lotta alla distrofia muscolare. Una donna realizzata, insomma. Una di quelle che guardano sempre avanti, forse proprio per non guardare indietro. “Si muore un po’ per poter vivere”, diceva una canzone di tanti anni fa. Per certi aspetti quel verso sembra scritto proprio per la signora Nadežda Comaneci in Conner.

 

 

 

FRANCESCO “KAWASAKI” ROCCA: Core de Roma.

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di Remo Gandolfi

L’Italia è reduce dalla disfatta tedesca dell’estate precedente.

Ferruccio Valcareggi, il CT della Nazionale che aveva vinto gli europei del 1968 e che si era laureata vicecampione del mondo ai Mondiali messicani di 4 anni prima, viene inevitabilmente esonerato.

Al suo posto arriva un “vecchio saggio” del calcio italiano: Fulvio Bernardini, noto per aver portato ai vertici del calcio italiano squadre non di primissima fascia come la Fiorentina (campione d’Italia nella stagione 1955-56 e addirittura finalista l’anno successivo in Coppa Campioni, battuta dal Real Madrid di Di Stefano e Gento) e poi il Bologna (campione d’Italia nella stagione 1963-64).

Bernardini è un cultore del bel gioco, ama il calcio offensivo ed è bravissimo a scoprire e lanciare giovani.

Al suo fianco dopo pochi mesi arriverà, come collaboratore e allenatore “di campo”,  il friulano Enzo Bearzot, uomo della Federazione ed ex roccioso difensore di Torino e Inter.

La prima uscita di questo nuovo corso è una amichevole in Jugoslavia nel settembre del 1974.

Gli slavi sono una eccellente compagine con giocatori del valore di Suriak, Petrovic e Oblak.

Fra i convocati azzurri spiccano due novità assolute.

Sono due ventenni che si sono già messi in luce nella precedente stagione e soprattutto nelle prime partite ufficiali di Coppa Italia.

Sono Giancarlo Antognoni della Fiorentina (già ribattezzato da molti addetti ai lavori come il nuovo “Rivera” anche se il “vecchio” Rivera ha solo 31 anni e ancora diverse cartucce da sparare) e un terzino della Roma, Francesco Rocca, già un idolo tra i tifosi giallorossi  e soprannominato “Kawasaki” per la sua velocità nelle frequenti scorribande sulla fascia.

Ma se il “Bell’Antogno” fiorentino riuscirà, pur dovendo patire gravissimi infortuni che in qualche modo ne limiteranno possibilità e carriera, quello del giovane terzino romano sarà invece un autentico calvario.

Un terzino assolutamente sui generis, che con il suo modo di giocare richiamava alla mente i due migliori terzini visti al Mondiale tedesco di pochi mesi prima: l’olandese Ruud Krol e il brasiliano Francisco Marinho.

Una devastante forza fisica, una progressione entusiasmante e una dedizione assoluta negli allenamenti, nella cura della tecnica e del proprio fisico.

A queste eccellenti doti fisiche e umane la grande fortuna di imbattersi nel “maestro” Niels Liedholm, unico nella sua capacità di trasformare diamanti grezzi in pietre preziose di primissima qualità.

Ore e ore passate sul campo di allenamento ad affinare la tecnica individuale, a migliorare il piede sinistro, l’abilità nei cross e la capacità di marcare a zona, novità assoluta nel panorama del calcio italiano, per poi saper scegliere il momento giusto per l’inserimento in avanti.

Per due stagioni, tra il 1974 e il 1976 Francesco Rocca sarà indiscutibilmente il miglior terzino italiano e uno dei più forti al mondo, a livello dei due campioni sopracitati.

Nella stagione 1974/75 la Roma è protagonista di un campionato strepitoso.

Un terzo posto finale con alcune vittorie eclatanti come quella contro la Juve (che poi vincerà il campionato) e in entrambi i derby contro la Lazio.

Terzo posto raggiunto con un calcio moderno, organizzato e assolutamente spettacolare.

Il portiere Ginulfi, il libero Santarini, le due mezzali Cordova e De Sisti, il bomber Pierino Prati sono i giocatori di maggior classe della squadra.

Ma colui che attira su di se le maggiori attenzioni grazie ad una continuità di rendimento eccezionale e soprattutto alle sue spettacolari incursioni sulla fascia è proprio lui, Francesco Rocca.

Diventa l’idolo assoluto della tifoseria.

Nato a San Vito Romano, a una mezz’ora d’auto dalla capitale, il 2 agosto del 1954, diventa ben presto un titolare inamovibile in Nazionale anche se la mancata qualificazione agli Europei di Jugoslavia del 1976 per mano dell’Olanda saranno una cocente delusione per il giovane difensore della Roma.

La stagione successiva, pur non essendo per i colori giallorossi all’altezza della precedente (chiusa con un anonimo 10mo posto), confermerà appieno tutte le qualità di Rocca.

E’ sempre l’ultimo a “mollare”, anche quando la partita sembra ormai compromessa.

Il suo ardore agonistico, la sua generosità e il suo coraggio lo hanno fatto entrare definitivamente nel cuore di tutti i tifosi giallorossi.

Walter Sabatini, suo compagno di squadra in quel periodo e ora apprezzatissimo dirigente calcistico lo definirà senza mezzi termini “il più forte calciatore con il quale io abbia mai giocato. Aveva semplicemente tutto. Qualità fisiche, tecniche e morali”.

Superata la delusione per la mancata qualificazione agli europei del 1976 la Nazionale italiana parte per una tournée negli Stati Uniti dove il calcio sta muovendo i primi, faticosi passi.

C’è il torneo del Bicentenario, istituito per celebrare appunto i 200 anni di vita degli Stati Uniti d’America.

L’Italia perde nettamente contro l’inarrivabile Brasile, poi di misura contro l’Inghilterra (altra grande assente alla fase finale degli Europei) e liquidiamo con un perentorio 4 a 0 la giovane e inesperta nazionale statunitense.

Uno dei 4 gol è segnato proprio da Francesco Rocca al termine di una classica azione delle sue: palla rubata a metà campo e prorompente progressione chiusa con un gran destro a fil di palo.

Sarà il suo primo e purtroppo anche ultimo gol in Nazionale.

A settembre si ricomincia.

La Roma ha ringiovanito le proprie fila, dando spazio in prima squadra a giovani e promettenti calciatori provenienti dalle giovanili o al rientro dai classici prestiti per “farsi le ossa”.

Due di loro diventeranno in breve due colonne portanti della Roma del futuro: Agostino Di Bartolomei e Bruno Conti.

E’ il 10 ottobre del 1976.

Siamo alla seconda giornata di campionato.

La Roma, dopo un buon pareggio esterno all’esordio nella trasferta con il Genoa, è attesa all’Olimpico dal Cesena.

Passano solo tre minuti di gioco quando Bittolo, l’ala del Cesena e avversario diretto di Rocca, entra in scivolata da dietro su un innocuo pallone che il numero 3 della Roma sta accompagnando in fallo laterale.

Il colpo è sul polpaccio. Il ginocchio fa un movimento innaturale, con una flessione ed una estensione in rapida sequenza.

Rocca sente un piccolo dolore al ginocchio ma senza dargli troppo peso.

L’adrenalina dell’esordio stagionale davanti al proprio pubblico, l’intensità del match e il carattere indomito di Francesco combinano a zittire quel piccolo segnale d’allarme.

Rocca continua a giocare una eccellente partita ma il dolore con il passare dei minuti aumenta e si fa sempre più insistente.

Francesco termina l’incontro ma il ginocchio inizia a gonfiarsi in maniera importante e fa un male terribile. La notte non chiude occhio.

Il sabato successivo c’è la Nazionale.

Inizia il cammino verso i prossimi mondiali in Argentina e per Bernardini e Bearzot Rocca è uno dei titolari indiscutibili.

Lo staff medico della Roma prima e quello della Nazionale all’arrivo a Coverciano decidono che “Kawasaki” è in condizione di giocare contro il Lussemburgo.

“Basteranno tre giorni di assoluto riposo” gli viene detto “ghiaccio in continuazione e articolazione in scarico. E tutto andrà a posto” sentenziano i medici della Nazionale.

Maledetta ignoranza e superficialità.

Francesco si accorge che c’è qualcosa che non va … ma chi è lui per andare contro il parere dei medici ?

In fondo ha solo 22 anni e poi come si fa a dire di no alla Nazionale ?

Francesco giocherà tutti i novanta minuti di quel match ma il suo contributo, nella netta vittoria degli azzurri per 4 a 1, sarà veramente minimo.

Sui giornali dell’epoca la sua prestazione sarà unanimemente stroncata.

Uno dei peggiori in campo.

Si prenderà anche un “5 –“ da uno dei suoi più grandi estimatori dell’epoca; Gianni Brera.

Il guaio al ginocchio sinistro lo ha condizionato per tutta la partita e quando riprende gli allenamenti con la sua Roma la settimana successiva il problema è tutt’altro che risolto.

E’ il 19 ottobre.

I giallorossi si stanno allenando alle Tre Fontane.

Rocca sta semplicemente palleggiando con alcuni compagni di squadra.

Con loro c’è anche l’ex-arbitro internazionale Lattanzi.

Mentre Rocca sta per calciare con il destro portando il peso del corpo sull’altra gamba il ginocchio sinistro cede.

Il terzino della Roma si ritrova lungo disteso a terra.

E’ un dolore assurdo, irreale.

Per qualche secondo Rocca perde addirittura i sensi.

Viene portato fuori a braccia.

Due giorni dopo Francesco Rocca verrà sottoposto ad un intervento chirurgico dal Dottore Perugia e dalla sua equipe.

Il responso è sconfortante.

Coinvolti i legamenti, il menisco esterno, la capsula e c’è un distacco osteo-cartilagineo del condilo femorale interno.

Per Francesco, per i compagni, per il Club e per i tifosi la botta è tremenda.

Sono infortuni che in quel periodo non lasciano molte speranze.

Un semplice menisco vuol dire mesi di inattività e spesso il recupero non è mai completo.

Qui c’è un ginocchio praticamente da ricostruire.

Francesco Rocca da San Vito Romano non è uno che molla facilmente, anzi.

Un mese e mezzo di gesso con il tono muscolare che se ne va completamente.

Rieducazione, fisioterapia, tanti pesi in palestra per recuperare almeno in parte la tonicità del muscolo della gamba sinistra.

Le prime corsette, il pallone e finalmente il ritorno in gruppo.

E’ il 17 aprile del 1977 e Francesco Rocca torna finalmente in campo, a Perugia.

La Roma perde 3 a 0, lui gioca una partita abbastanza anonima ma come può essere diversamente dopo una così lunga assenza ?

Ma da quel giorno torna titolare.

L’incubo sembra finito.

Ma non è così. Tutto effimero.

Neppure un mese dopo Francesco si deve fermare.

Il ginocchio ha ricominciato a fare male, a gonfiarsi a dismisura.

A giugno la Roma parte per una tournée nel Nord America.

Rocca sta male ma è lui la grande attrazione della squadra ed è lui che i nostri connazionali emigrati vogliono vedere in campo.

Subirà una doppia umiliazione.

Quella di scendere in campo in condizioni talmente precarie da sembrare la controfigura di se stesso e di dover uscire dopo pochi minuti nella prima gara mentre nella seconda le cose vanno anche peggio.

Francesco non vorrebbe giocare questo match. Sente che il ginocchio non è a posto. La Società insiste. C’è l’immagine e soprattutto il portafoglio da salvaguardare. Qualcuno vede nell’atteggiamento del terzino una forma di ritorsione per non aver ascoltato la sua preghiera di rimanere in Italia a curarsi per tornare al meglio alla ripresa degli allenamenti.

Assurdo per uno come lui che ci metteva l’anima anche nelle partitelle in allenamento.

La Roma la spunta e Francesco nella successiva partita in Canada accetta di andare in panchina.

Contro i Vancouver Whitecaps Rocca entra nel secondo tempo al posto del compagno di squadra Maggiora. Al primo scatto, su un lancio dalle retrovie, si ferma di colpo.

Il ginocchio ha ceduto ancora una volta.

Esce dal campo in lacrime.

La Roma si vedrà costretta ad annullare le restanti amichevoli a San Josè e a San Francisco.

Senza Rocca in campo non c’è alcun interesse da quelle parti a veder giocare i giallorossi.

Nel settembre del 1977 Rocca va a Lione dal celebre chirurgo Prof. Trillat, luminare nel campo degli infortuni al ginocchio.

Per lui il problema sono i legamenti che sono da ricostruire completamente.

Due ore e un quarto di intervento alla fine del quale il Professor Trillat ammette che la situazione, anche stavolta, è peggiore del previsto: la stabilità del ginocchio è compromessa. Si parla comunque di un “70% di possibilità di un pieno recupero”.

Non sarà così.

Altre tre operazioni, altri tre sempre più disperati tentativi di recupero.

Nel frattempo Francesco, grazie ad un carattere e ad una determinazione quasi sovrannaturale, ritorna sempre in campo mettendo insieme in questi 5 anni di autentico calvario quasi 70 presenze.

Il 3 agosto del 1981 Francesco Rocca dirà basta.

Ha solo 27 anni.

Lascia il suo amato calcio con la morte nel cuore.

Lui che a 17 anni era andato ad un passo dal firmare un contratto con la Juventus e che invece il vecchio “mago” Helenio Herrera aveva assolutamente voluto nella primavera della Roma dopo averlo casualmente visto all’opera in un amichevole.

L’etica del lavoro, del sacrificio, delle rinunce hanno sempre fatto parte della natura di questo grandissimo calciatore che ha giocato fino a 27 anni ma la cui carriera è virtualmente finita a 22, quel giorno di ottobre alle Tre Fontane.

Grazie al compianto Artemio Franchi Rocca ha potuto lavorare per anni a fianco di tanti allenatori della nostra Nazionale, creando con alcuni di loro una simbiosi professionale importante, come con Giovanni Trapattoni che arriverà a definirlo “il mio braccio destro”

Farà poi l’allenatore per praticamente tutte le categorie Under della Nazionale italiana, sempre con una professionalità ed un rigore rari in un mondo dove invece amicizie e clientelismo hanno spesso la meglio sulle qualità umane e sulle conoscenze.

E con un particolare non da poco, che Rocca ama raccontare ancora oggi con il giusto orgoglio.

“In 27 anni di carriera da allenatore e preparatore nessuno dei miei ragazzi ha mai patito un infortunio muscolare. Zero assoluto.

Ho passato le notti sui libri di biomeccanica e su quelli sull’alimentazione e il mio lavoro sul campo è sempre stato mirato. Dicono che facevo allenamenti durissimi. E’ vero ma conoscevo sempre fin dove potermi spingere. Vi sembra un record da poco ?”

Con la Roma non è stato tutto rosa e fiori.

In Società ci si è forse dimenticati troppo presto di lui e questa è una ferita che rimarrà sempre aperta nel grande cuore di Francesco Rocca.

I tifosi giallorossi però non si sono mai dimenticati di lui e non lo faranno mai.

“Sono un uomo fortunato, grato alla vita” ama ripetere Francesco oggi.

“Ho giocato per la squadra che amo davanti ai tifosi più “belli” e appassionati d’Italia. Ho vestito per 18 volte la maglia della Nazionale e sono pure riuscito a fare un gol !” aggiungendo poi che “Si, potevo essere più fortunato, ma al mondo c’è tanta gente che sogna quello che ho avuto io dalla vita”

E’ di pochi anni fa un sondaggio tra i tifosi della “Lupa” per eleggere la “Hall of fame” di tutti i tempi.

Francesco Rocca è lì, a fianco di Falcao, Bruno Conti, Amadei, Bernardini, Pruzzo o Losi.

“Ne sono così orgoglioso !” ammette Rocca che poi quasi si schernisce aggiungendo “… veramente faccio fatica a capire perché mi vogliano ancora così bene … in fondo io ho giocato solo tre anni”.

… più che sufficienti per entrare nella leggenda della AS ROMA e nel cuore di tutti i tifosi.

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IMPORTANTE:

Prima di pubblicare questo pezzo ho voluto contattare personalmente Francesco e la figlia Chiara. Credo sia una forma importante di rispetto dovuto alla “persona” prima ancora che al calciatore, all’atleta o al “personaggio”.

Senza il loro benestare sarebbe rimasto nel cassetto, come tante altre piccole storie scritte in passato. Invece Francesco Rocca e la figlia Chiara me ne hanno dato il permesso e i loro complimenti me li tengo stretti stretti e mi riempiono di orgoglio.

Grazie di cuore.

JEAN-MARC BOSMAN: Un uomo detto “sentenza”.

di DIEGO MARIOTTINI

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Ora anche i calciatori hanno un’anima, è scritto nero su bianco. Oltre all’anima hanno perfino un potere decisionale su se stessi e sul proprio destino, o almeno così si dice. Possono stabilire se restare dove sono o trovarsi una squadra in cui giocare a condizioni più vantaggiose (o meno pesanti). Tutto questo è possibile grazie a una delibera che ha fatto storia (e giurisprudenza) nel mondo del calcio. È la celeberrima sentenza Bosman. Il 15 dicembre 1995 la Corte di Giustizia delle Comunità Europee accoglie le istanze del calciatore belga Jean-Marc Bosman. Dandogli ragione, la Corte stabilisce un principio destinato a modificare per sempre il rapporto fra un giocatore e la società di appartenenza. Una vicenda della quale spesso si parla ma di cui in pochi casi viene approfondita l’importanza. Una storia da ripercorrere e da capire bene.Ma anche unospaccato personale dal sapore molto più amaro che dolce.

UNA QUESTIONE EUROPEA.Siamo all’inizio degli anni ’90. Jean Marc-Bosman, classe 1964, è un discreto centrocampista che milita nell’RFC Liegi, dopo essere stato per anni un giocatore dell’altra squadra della città vallona, lo Standard. Non ha piedi eccelsi e lo sa anche lui, segna poco ma in mezzo al campo è un faticatore piuttosto affidabile, e questo lo sanno tutti. Un valido gregario, insomma. Il suo contratto scade nel 1990 e il giocatore ha intenzione di trasferirsi in Francia, dove il Dunkerque vorrebbe tesserarlo. Il trasferimento è possibile, ma solo se l’RFC avrà ritenuto congrua l’offerta. Poiché così non sarà, l’affare sfuma e Bosman si trova costretto a fare il “separato in casa”, con una riduzione d’ingaggio e addirittura fuori rosa.Lo stallo che si viene a creare spinge il calciatore a fare causa all’RFC, nel tentativo di far valere diritti acquisiti e ritenuti inalienabili. Sono gli anni in cui l’idea di Unione Europea si sta affermando come concetto geografico e giuridico. Non esiste ancora l’euro, ma da anni se ne parla.Ilcaso finisce alla Corte di giustizia dell’Unione Europea in Lussemburgo. In sostanza, Bosman è il primo calciatore a lamentare un aspetto fondamentale dell’essere cittadino dell’UE: l’impossibilità di svolgere il proprio lavoro in armonia con il concetto della libera circolazione che tanto viene sbandierata a chiacchiere. Da principio l’UEFA e la Federazione calcistica del Belgio (Union RoyaleBelgedesSociétés de Football Association) sono dalla parte della squadra di Liegi e contro il giocatore.

L’ARIA DEL CAMBIAMENTO (WIND OF CHANGE). Intuiscono che il dilemma è epocale e che, se Bosman vince, tutta la giurisprudenza calcistica belga ed europea andrà del tutto rivista. In altre parole, potrebbero mutare in modo drastico i rapporti gerarchici fra le società calcistiche e i loro dipendenti (i calciatori). Non è esattamente il Wind of Change che cantano gli Scorpions dopo il crollo del Muro di Berlino, ma si profila comunque un cambiamento importante, non soltanto in sede sportiva. Infatti UEFA, Federazione e RFC saranno impegnate per anni in una battaglia legale che avrà fine soltanto il 15 dicembre 1995. Quel giorno si stabilisce che il sistema di regole del calcio europeo costituisce in quel momento una pesante restrizione alla libera circolazione dei lavoratori, in chiaro contrasto con l’articolo 39 del Trattato di Roma del 1957.Il calciatore belga ha dunque ragione e vince la causa, ma quella sentenza va molto oltre il caso singolo. La sentenza Bosman ha infatti una valenza “erga omnes”. A tutti i calciatori dell’Unione Europea viene così permesso di trasferirsi gratuitamente alla fine del loro contratto, nel caso di un trasferimento da un club dell’Unione Europea a un altro, sempre dell’Unione Europea. Inoltre, un calciatore ha facoltà legale di firmare un pre-contratto con un altro club, sempre a titolo gratuito, se il contratto che in quel momento lo vincola ha una durata residua inferiore o uguale ai sei mesi. In sostanza, c’è un prima e un dopo quel 15 dicembre 1995. Prima, anche un giocatore a fine contratto doveva ottenere il permesso del suo club per trasferirsi e la società cedente esigeva un indennizzo calcolato in base allo stipendio lordo del calciatore nell’ultimo anno moltiplicato per un coefficiente che variava in base all’età dell’atleta. Dopo, per un giocatore a fine contratto è molto più semplice trasferirsi a un altro club: il passaggio è gratuito. Nel suo penultimo anno un giocatore può ricomprare il proprio contratto con una somma calcolata “pro rata” rispetto al suo salario.

LA RIVOLUZIONE A META’. Ma la sentenza si spinge oltre.Un calciatore è un lavoratore come gli altri e può circolare liberamente in tutta Europa, senza restrizioni relative alla nazionalità se appartenente a Paesi dell’Unione Europea. Per questo le Federazioni non possono più limitare il tetto di giocatori stranieri comunitari in campo. Allora erano consentiti nella rosa 3 giocatori stranieri quasi ovunque. Fa eccezione l’Inghilterra che assimila i giocatori britannici, siano essi inglesi, gallesi, scozzesi o irlandesi. Da quel momento le limitazioni riguardano soltanto calciatori extracomunitari. Ma il potere del calcio non si fa trovare impreparato e quella che in apparenza è l’applicazione di un principio libertario, diventa di fatto un modo per rendere le squadre forti sempre più forti e quelle deboli sempre più marginali alle vette delle varie classifiche. Due sono i principali effetti negativi della sentenza Bosman: un rialzo sostanziale degli ingaggi, sempre meno alla portata delle piccole squadre, e la ricerca sistematica dell’escamotage per aggirare ostacoli di natura formale. Non è un caso se nel 2001 il calcio italiano – tanto per citare una delle irregolarità più eclatanti – viene infatti colpito dallo scandalo dei passaporti falsi, ossia l’utilizzo di metodi fraudolenti per naturalizzare calciatori nati in paesi extraeuropei. Il modo in questione è una falsa dichiarazione: si attribuiscono a giocatori brasiliani, argentini, talvolta africani, discendenze europee che in determinati casi risulteranno del tutto false. C’è infine un effetto sotto gli occhi di tutti: i singoli campionati delle varie federazioni europee perdono nel corso degli anni le proprie peculiarità. La presenza in campo di giocatori indigeni diventa più l’eccezione che la regola. Sempre più difficile, tanto per fare un esempio, considerare la vittoria dell’Inter nella Champions League 2009/10 una vera vittoria del calcio italiano. Se Marco Materazzi non entrasse in campo nei minuti di recupero di Inter-Bayern Monaco, la squadra nerazzurra avrebbe in quel momento in campo 11 giocatori stranieri.

MOB RULES. Un problema ancor oggi non risolto ma che non è stato certo creato dal signor Jean-Marc Bosman. Lui voleva soltanto giocare in una squadra che gli garantisse un posto da titolare e che non gli facesse subire un’intollerabile forma di mobbing.  Peraltro – ironia della sorte – la sentenza che porta il suo nome ha avvantaggiato molti (alla lunga, perfino l’UEFA) ma non il diretto interessato. Bosman, 54 anni a ottobre prossimo, dopo aver vinto la causa che lo riguardava, fatica (ed è un eufemismo) a trovare un club che ingaggi un personaggio scomodo. Tutti i soldi guadagnati grazie ai risarcimenti, vanno via tra avvocati e spese legali. Passa così da un mobbing storico a uno cosmico, diventando sempre meno frequentatore di campi di calcio e sempre più di bar dove si servono superalcolici in modo compiacente. Si è parlato addirittura di un tentativo di suicidio legato alla depressione. È vivo, ma da anni si sa poco e nulla di lui. Il calcio europeo dovrebbe gratitudine o perlomeno comprensione all’ex centrocampista belga e invece lo ha lasciato cadere nell’oblio con l’arma più potente e più feroce che ci sia: l’indifferenza generale. “La mia– ha detto in una recente occasione – è una storia importante: i giovani la devono conoscere. Oggi il Belgio ha una generazione formidabile di calciatori: questi ragazzi devono sapere che, se sono diventati milionari, lo devono anche a me“.Il calcio del terzo millennio, oltre alle prodezze di giocatori pagati milioni di euro proprio grazie alla sentenza Bosman, contiene anche storie come queste. Purtroppo.

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ANTOINE DE SAINT EXUPERY: … ho sempre avuto un sogno …

di CRISTIAN LAFAUCI

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I medici a riguardo, sono stati piuttosto categorici : dicono che quando sono precipitato con l’aereo nel deserto , a causa del caldo e della crescente disidratazione , quello che ho visto è stato un sogno , un’allucinazione ; nulla più…. Possono raccontarmi quello che vogliono , ma io ne sono certo : quel bambino dai capelli color dell’oro , lo l’ho visto ; era reale quanto lo sono io e lo siete voi…. E quell’incontro , tanto fortuito quanto magnifico , ha segnato senza appello la mia esistenza . Riconosco di essere sempre stato un tipo particolare : già dai tempi del collegio , mi definivano un bambino introverso e malinconico ; allo stesso modo però mi riconoscevano di essere assai fantasioso .

Probabilmente fu anche quella dose di fantasia ad accendere in me la voglia di realizzare un sogno : quello di volare ! Quello spazio , ovvero i cieli , precluso per natura all’uomo , era diventato il mio obiettivo ; del resto , se uno ha un sogno , nulla gli è vietato ; tanto meno di spiccare il volo . Nel 1921 mi arruolai nel 2 ° reggimento di aviazione , di stanza a Strasburgo : da lì a poco , il brevetto di pilota , prima civile e poi militare , ne fu la conseguenza . E vi assicuro , anche se vi potrà sembrare un’ovvietà , che quando sei in cielo e guardi il mondo da lassù , tutto cambia prospettiva , radicalmente…. Tutto ciò che normalmente ci fa dannare l’anima , quello che riteniamo di vitale importanza , dall’alto sono solo macchie , puntini , variazioni di colore ; diventa davvero arduo capire da quella distanza , cosa conti realmente o meno….. E allora ti affidi all’istinto , o meglio , impari a vedere col cuore ; infatti quel bambino me lo confido’ il segreto di cui gli aveva fatto dono la volpe : l’essenziale è invisibile agli occhi .

Nel ’26 iniziai come pilota per l’Aeropostale : da Tolosa a Dakar è una rotta piuttosto lunga , ma non era affatto un problema ; i lunghi voli in solitaria mi permettevano meglio di riflettere , di mettere a fuoco i miei pensieri ; in quanto alla solitudine non me ne curavo affatto : talvolta , anzi , forse più spesso di quanto si pensi , si è soli anche in mezzo agli uomini…. Nel 1930 invece , il lavoro mi portò in Argentina ; anche qui accettai senza riserve ; in fondo , non si è mai contenti dove si sta ; tanto vale , quando si può , cambiare aria .

Intanto gli anni passavano : tutte le mie riflessioni mi stimolarono a farne dei libri , i quali ebbero una risposta lusinghiera ; nel frattempo l’Aeropostale venne assorbita dalla nascente Air France . Poi nel ’33 avvenne l’incidente di cui accennavo prima : l’aereo che precipita nel deserto e il mio incontro con quel bambino ; checché ne dicano dottori o cattedrati vari . Allora , presi una decisione : iniziai a tirare giù degli appunti , secondo quanto la memoria mi suggeriva ; volevo tener vivo il suo ricordo , come quello del nostro incontro e della nostra amicizia ; da una parte mi piaceva pensare a lui , anche se a volte affiorava tristezza o malinconia ; come lui stesso m’insegno’ , è il rischio nel creare dei legami : si può anche arrivare a piangere se ci si è lasciati ” addomesticare “….

Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, ripensai a quando diceva che gli uomini non hanno immaginazione e ripetono tutto ciò che si dice loro ; il mondo era sull’orlo del precipizio , gli uomini ” adulti ” invocavano la guerra , e gli altri vi si adeguavano… È vero , anch’io vi presi parte , ma non avevo in testa alcun desiderio di sopraffazione o egemonico , soltanto difendere la mia terra da un’aggressione nemica , tutto qui . Io sarei anche entrato in una squadriglia di caccia , ma mi fu precluso per via della mia età ( non ero più un ragazzino e non ero in uno stato psicofisico impeccabile ) e quindi mi misero alle ricognizioni , sempre nei cieli , come era stato il destino della mia vita . In seguito ,quando gli alleati presero possesso del nord Africa , entrai nelle loro forze aeree : un modo per tornare in Francia .

Una volta in Corsica, meditare sulle parole del mio giovane amico, mi suggerì una folle idea : ” i bambini sanno quello che cercano “ ; già…ripensai , loro non sono ancora stati corrotti dal mondo degli adulti , dal mondo delle ” cose serie ” ; se le loro cose serie sono queste , non fa altro che rafforzare una mia vecchia convinzione , e cioè che mi rattristerà sempre essere diventato grande… Quindi , quel 31 luglio del 1944 mi alzai in volo dalla base di Borgo in Corsica , ufficialmente con destinazione Lione ; missione di ricognizione .

Però io ho un altro piano : sparirò ed insieme al mio aereo svanirò nel nulla ; purtroppo durante una guerra è pieno di gente della quale si perde ogni traccia. Quando incontrai il mio giovane amico nel deserto , ricordo alla perfezione il punto esatto in cui cadde sulla terra dalla sua stella , con la mia esperienza sarà semplice arrivarci .

Il mondo degli adulti non mi ha mai particolarmente entusiasmato , ma la piega presa in questi ultimi anni , mi disgusta , non fa per me. Ho bisogno di ritrovare il mio amico , delle sue risate e dei suoi silenzi , e sono certo che quando mi vedrà , capirà ; del resto me lo ha insegnato proprio lui : i bambini capiscono…. E se il suo pianeta fosse davvero troppo piccolo per tutti e due ? Non credo proprio ! Al limite , ci stringeremo quel minimo per starci entrambi ; in fondo , tra amici funziona così….

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DRAGAN MANCE: la storia di un fuoriclasse mancato.

di DIEGO MARIOTTINI

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È il 1985, siamo alla metà di un decennio che sta modificando tutto. Ovunque, e in particolar modo nell’allora Jugoslavia. Il Paese non è ancora frazionato nelle singole realtà che lo compongono e in quegli anni la guerra etnica è soltanto un concetto di pura fantascienza. Malgrado l’unitarietà della nazione, qualcosa al suo interno scricchiola. Il maresciallo Tito è morto da 5 anni e all’interno del sistema ogni giorno di più si sta scavando un baratro del quale nessuno si vuole accorgere. Lo sport è un modo per nascondere le crescenti tensioni e per tenere unita una Repubblica socialista che parla fin troppe lingue. Il calcio propone su un terreno di gioco una serie di dualismi che nel tempo non rimarranno soltanto sportivi: Belgrado-Zagabria, Belgrado-Spalato, Belgrado-Sarajevo. Anche dentro la Capitale esiste uno scontro che dura 365 giorni l’anno. Stella Rossa e Partizan dividono la città in due e tutto è motivo di contrapposizione. Ma all’improvviso quelli del Partizan sanno di poter contare su un’arma in più. L’arma si chiama Dragan Mance e questa è la sua storia. Bella e insieme amara.

 

MANCE, DRAGAN MANCE.Pronto, chi è?” “Buongiorno signor Mance, siamo del Partizan Belgrado”. Quando nel settembre del 1980 il giovane Dragan, 18 anni non ancora compiuti, risponde al telefono, crede che siano i suoi amici mentre gli fanno uno scherzo di cattivo gusto. Sì, di cattivo gusto, perché loro sanno che con lui su certe cose non si gioca. E invece sono veramente quelli del Partizan e vogliono metterlo sotto contratto. Nella vita Dragan non vuole soltanto essere un campione di calcio, vuole vincere tutto con il suo Partizan. Non ha ancora riattaccato la cornetta ed è già partito da Zemun per arrivare in città al più presto. Zemun è il maggior comune della municipalità di Belgrado, un posto in apparenza tranquillo ma che nei decenni successivi vedrà il sorgere e l’affermarsi di uno dei principali clan mafiosi dei Balcani. Basta un breve provino per non aver bisogno d’altro, per gli osservatori il ragazzo ha tutto: classe, visione di gioco, capacità di segnare e far segnare, carattere, ma soprattutto quella spavalderia che può mandare in visibilio i tifosi. Quando nasce un amore, l’amore è subito. Quell’amore fra lui e il pubblico nasce il 22 novembre 1980 quando il ragazzo entra nel secondo tempo di una partita tiratissima contro il Sarajevo. Entra e non uscirà più. Finisce 1-1 ma per qualcuno averlo visto all’opera è già una vittoria.

 

LA RISPOSTA A UN DESIDERIO. Per i supporter Dragan Mance è la risposta ai loro sogni più proibiti. È di Belgrado, tifa da sempre per il Partizan e ha i numeri tecnici e caratteriali del campione. Non si può volere di più, lui è un desiderio che si è fatto carne. Non è particolarmente alto, ma ha una buona elevazione. Non è aitante ma contrasta l’avversario di turno senza paura.Fa tanti gol, molti dei quali di pregevole fattura. Il campionato jugoslavo, la Prva Liga, ha trovato la sua stella. Certo, i rivali della Stella Rossa ancora sono più forti e vincono di più, specie in quel decennio, ma se prima esisteva un gap tecnico, ora quella differenza è stata annullata. Bisogna soltanto concretizzare la crescita di una squadra costruita intorno al suo zlatnidečko, il ragazzo d’oro. I numeri diranno che, nonostante la giovane età la caratura di quel numero 9 è davvero aurea. In 4 stagioni, Mance realizza 42 gol in 117 partite. Neanche l’allora CT della Nazionale, Todor Veselinovic, può ignorare il giovane Dragan, malgrado l’esistenza di una serie di campioni che la scuola balcanica sta producendo a raffica, proprio in quegli anni. Stanno irrompendo sulla scena i vari Boban, Savicevic, Prosinecki, Stojkovic e Mance non sembra inferiore a nessuno di loro da nessun punto di vista.

 

ARRIVA LA CONSACRAZIONE. Il Partizan cresce e in pochi anni può giocarsela per il titolo. I rivali della CrvenaZvezda (Stella Rossa in serbocroato) sono avvertiti, ma non soltanto loro. Il 26 giugno 1983, all’ultima giornata di campionato, l’Hajduk Spalato perde in casa dello Slobodadi Tuzla e ai bianconeri di Belgrado basta un pareggio interno con il Velez Mostar per laurearsi campione di Jugoslavia dopo 5 anni di digiuno. Il protagonista assoluto è un campione di 22 anni e mezzo, uno che 3 anni prima non credeva che all’altro capo del telefono ci fossero i vertici della sua squadra del cuore. I numeri dicono abbastanza: 15 gol in 30 presenze fanno presente che il ragazzo segna, in media, una volta sì e una no. Peraltro, contro difensori avversari che non vanno certo per il sottile, quando si tratta di intimidire qualcuno. L’anno successivo il Partizan disputa la Coppa dei Campioni ma esce agli ottavi di finale e Mance non ha l’occasione di farsi notare dal grande pubblico continentale. Ma è solo questione di tempo, ne sono convinti tutti, anche i pochi osservatori stranieri che dicono di conoscerlo. La stagione 1983-84 è avara di soddisfazioni, soprattutto perché la Stella Rossa si riprende il titolo. Dragan il grande segna solo 8 volte e la squadra non va oltre il secondo posto. Nel frattempo a febbraio del 1984 si svolgono a Sarajevo le Olimpiadi invernali.Sottouna coltre di neve pochi possono immaginare che cosa si stia per agitare. 10 anni dopo quelle stesse piste a cinque cerchi si trasformeranno loro malgrado in cimiteri della guerra etnica. Ma per la città bosniaca quello è un momento d’oro: il Sarajevo è campione di Jugoslavia 1984-85 e il Partizan di Mance non va oltre il terzo posto, un punto sopra i rivali della Stella. Malgrado ciò la squadra si è resa protagonista di un’impresa europea che ha finalmente delineato anche fuori dalla Jugoslavia il profilo di un fuoriclasse in ascesa. I bianconeri di Belgrado si sono qualificati per disputare la Coppa UEFA. L’avventura terminerà anche in questo caso agli ottavi di finale, ma non prima di avere eliminato gli inglesi del Queens’ Park Rangers. La sera del 7 novembre 1984 fa a tutt’oggi parte della storia del club. Quella partita si è fatta epica e spesso l’epica diventa storia. All’andata il QPR ha dilagato, il 6-2 inflitto agli slavi non sembra regalare speranze. Al Partizan servono 4 gol senza subirne. La sera del 7 novembre lo Stadio JNA, quello dell’esercito jugoslavo, è una bolgia. Quasi 60mila tifosi cantano a una voce. Bisogna dare forza ai ragazzi, perché se non si crede nella qualificazione sugli spalti è difficile che ci si possa credere in campo. Mance dà un’occhiata alla cornice di tifo e stabilisce che “ora o mai più”. Dopo 5 minuti ha già segnato staccando di testa a centro area. Quel gol è la sferzata di energia che ci vuole. Il resto è la partita perfetta di chi non vuole mollare. 4-0 serviva, 4-0 sarà. Ma nulla sarebbe stato possibile senza la classe e la grinta del suo uomo di spicco, che però a fine stagione ha un suo cruccio: se può vincere lo scudetto il Sarajevo, allora noi abbiamo l’obbligo di riprenderci quello che è nostro, dice Dragan ai suoi.

 

IL CALCIO DA’, IL DESTINO TOGLIE. La Prva Liga 1985-86 inizia l’11 agosto 1985, una data impensabile per un campionato come quello italiano. Alla vittoria dei campioni in carica seguono quelle di Partizan e Crvena Zvezda. Dopo la prima giornata sembra una corsa a tre e invece il Sarajevo dovrà mollare presto. Al suo posto si farà sotto un sorprendente Velez Mostar. C’è chi teme che qualche squadrone europeo metterà le mani su Mance ma la dirigenza ha già giocato d’anticipo. In estate il talento di Zemun ha firmato un quadriennale che mette d’accordo tutti. Almeno fino al 1989 l’attaccante vestirà la maglia bianconera, e non certo quella della Juventus o del Newcastle. Il 1 settembre Mance ha un colpo dei suoi. Segna il gol che vale una sudata vittoria interna contro i montenegrini del Buducnost. Nessuno può immaginare che quello sarà l’ultimo gol della sua vita. Martedì 3 settembre 1985 è un martedì di vigilia, il giorno dopo è previsto un turno infrasettimanale. Probabilmente quella mattina Dragan Mance ha fretta, deve correre perché ci sono gli allenamenti e poi la squadra deve partire in trasferta. Non è chiara la dinamica dei fatti, non ci sono testimoni oculari. C’è chi parla di una sbandata in curva dopo avere raggiunto una velocità eccessiva in macchina, chi invece sostiene che abbia cercato di evitare un pedone sbadato. Poco cambia. Il talento, il corpo, la speranza di un intero popolo rimangono stampati contro un palo della periferia di Belgrado. A fine mese Dragan Mance avrebbe compiuto 23 anni. Ora avrà sempre 23 anni. Il tifo del Partizan rimane attonito, perfino quelli della Stella Rossa hanno un moto di solidarietà verso gli avversari. La Jugoslavia di allora perde in un attimo uno dei suoi talenti più cristallini di sempre. Malgrado una perdita incalcolabile sotto ogni profilo, a fine stagione la squadra bianconera di Belgrado vincerà lo scudetto. Di lui resta poco, una via intitolata al suo genio calcistico, qualche prodezza tecnica tratta dai repertori televisivi, il rimpianto di tanta gente. E forse anche l’illusione a posteriori che negli anni 90 il talento di Dragan Mance avrebbe potuto portare un soffio di buon senso e di coesione generale in una terra inquieta per definizione. Un aspetto, quest’ultimo, sul quale mancherà la controprova. Mancherà per sempre.

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RAY KENNEDY: “Non l’avrai MAI vinta “amico mio” …

di REMO GANDOLFI

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“Che c’era qualcosa che non andava nel mio corpo lo sapevo da tempo.

Ero appena arrivato all’Arsenal quando alla fine di un allenamento mi accorsi improvvisamente che facevo fatica ad abbottonarmi la camicia.

Un piccolo tremolio alla mano destra, che semplicemente non voleva obbedire al cervello e infilare quei dannati bottoni al proprio posto.

Poco tempo dopo la stessa cosa mentre cercavo di allacciare le stringhe dei miei scarpini.

Sarà un po’ di stanchezza pensavo o magari una botta al braccio che mi aveva indolenzito un muscolo.

Quando hai vent’anni mica ci pensi a certe cose !

A quell’età ti senti forte, invincibile come i personaggi dei film americani.

… non immagini certo che quelli sono in realtà i primi segnali del morbo di PARKINSON.

E poi avevo altro a cui pensare.

Ero diventato un calciatore professionista !

E mica in una squadra qualsiasi … nell’ARSENAL FC.

Quando guardo indietro a quei giorni non posso non sentire un grande orgoglio.

Avevo giocato nel Port Vale da ragazzino. Mi aveva voluto nel club un “certo” Sir Stanley Matthews.

Lo stesso che dopo poco più di un anno mi diede il benservito.

“Sei troppo grosso, lento e sgraziato. Figliolo con il calcio tu non ci potrai mai campare” queste più o meno le parole con cui mi liquido’ Sir Stanley Matthews.

Non è stato affatto facile assimilare questa delusione.

Ma in fondo chi sono io per confutare le parole di uno dei più grandi calciatori della storia della mia nazione ?

Così me ne sono tornato dalle mie parti, nel nord est dell’Inghilterra.

Ad attendermi c’era un posto da operaio in una ditta di dolciumi e una maglia da attaccante in una piccola ma agguerrita squadra juniores, il New Hartley Juniors.

Li ho ricominciato a divertirmi e a fare tanti gol.

In attacco a fare coppia con me c’era Ian Watts, che qualche anno prima aveva giocato nella Nazionale Inglese Under-14.

Un giorno è venuto a vederci uno scout dell’Arsenal.

Quando si muovevano da Londra per venire fin lassù voleva dire che bolliva qualcosa di grosso in pentola !

Dalle nostre parti i ragazzi con più talento finivano immancabilmente nelle fila di Newcastle, Sunderland o Middlesbrough.

Il problema era che lo scout non si era fatto tutta quella strada per me !

Era venuto per vedere Ian.

Finita la partita vedo che lo scout si ferma a parlare con il nostro Presidente e un altro dirigente.

Pensai che per il mio compagno fosse fatta.

Invece due giorni dopo vengo convocato in sede e mi dicono che c’è pronto un contratto con l’Arsenal.

Ok, era solo un contratto giovanile ma mi sembrò di impazzire di gioia.

Neppure 6 mesi dopo firmai il mio primo contratto professionistico.

Sono stati anni fantastici con i Gunners.

A 18 anni ho esordito in prima squadra e pochi mesi dopo la soddisfazione incredibile di segnare un gol nella finale della Coppa delle Fiere. Giocavamo a Bruxelles contro l’Anderlecht e stavamo perdendo 3 a 0.

E proprio io, in campo da 5 minuti al posto di Charlie George, ho segnato quel gol che diventò decisivo visto che nel ritorno ad Highbury li sotterrammo noi per 3 reti a 0.

Ogni tanto però il “mio amico” tornava a farmi visita e mi mandava altri segnali.

Ma io semplicemente non volevo vederli.

Una sudorazione eccessiva, il braccio e la gamba destra che ogni tanto mi davano un fastidioso formicolio e poi la stanchezza … a volte finivo gli allenamenti e le partite completamente esausto.

Bertie Mee, il manager che solo tre anni prima ci guidò al “double” (vittoria in campionato e in coppa di Inghilterra) non era più particolarmente contento del sottoscritto.

E così nell’estate del 1974, anche se avevo solo 23 anni, dovetti lasciare i Gunners.

Incassarono ben 200.000 sterline che erano un bel po’ di soldini a quei tempi !

E comunque non fu certo un passo indietro nella mia carriera … anzi.

A volermi era il Liverpool di Bill Shankly !

Ero felice di arrivare in una squadra di quello spessore e con un allenatore fantastico.

I Reds avevano appena vinto la Coppa d’Inghilterra e già da qualche anno erano ai vertici del calcio inglese ed europeo.

Quello che però accadde non appena firmai per i Reds di Anfield non me lo aspettavo proprio !

Bill Shankly, spiazzando tutto il popolo della metà rossa di Liverpool, rassegnò le dimissioni.

E così mi trovai in una nuova squadra ma senza il manager che mi aveva fortemente voluto.

Per più di un anno non riuscivo proprio a trovare spazio in prima squadra.

Il Liverpool era una squadra forte e consolidata.

In attacco giocava quel fenomeno di Kevin Keegan e al suo fianco c’era il gallese John Toschack con il quale aveva costruito un’intesa quasi telepatica.

Qualche presenza ogni tanto, qualche gol ma mai la continuità in prima squadra.

Poi finalmente arriva il giorno in cui cambia tutto, in maniera drastica e definitiva.

E’ il 1 novembre 1975. Giochiamo in trasferta a Middlesbrough, dalle parti di casa mia.

Nella partita precedente si è fatto male Peter Cormack, il nostro centrocampista di fascia sinistra.

Bob Paisley decide di dare al sottoscritto la sua maglia, quella con il numero 5.

“Lo so che hai sempre giocato da attaccante figliolo, ma secondo me hai tutto quello che serve per diventare un ottimo centrocampista”.

… avrei giocato anche in porta pur di scendere in campo con i titolari !

Vinciamo quella partita (con un singolo gol di Terry McDermott) ma da quel giorno infiliamo una serie di 17 partite dove perdiamo solo una partita.

E torniamo prepotentemente in gioco per il titolo.

Ma quello che più conta è che la maglia numero 5 adesso è mia e nessuno me la toglierà per più per diverse stagioni a venire.

Vinciamo quel campionato all’ultima giornata.

Ad un quarto d’ora dalla fine stiamo perdendo di misura contro il Wolverhampton ma 3 gol nel finale ci consegnano il primo trofeo dell’era Paisley.

Quindici giorni dopo vinciamo anche la Coppa Uefa, andando a pareggiare fuori casa contro il belgi del Bruges dopo che all’Anfield li avevamo sconfitti di misura.

Il grande ciclo del Liverpool era iniziato e fino al 1981 ne sono stato una parte integrante.

In quell’anno vincemmo la nostra terza Coppa dei Campioni.

Da quel giorno in poi però tutto quello che poteva andare storto ci andò.

Il Liverpool fece fuori senza tanti complimenti il mio amico Jimmy Case (quante ne abbiamo combinate insieme !) e l’altro “mio amico” iniziò a frequentarmi con maggiore assiduità.

C’erano giorni buoni, dove mi lasciava tranquillo e altri dove invece mi torturava senza pietà.

A volte dopo mezzora di allenamento ero stanco come può esserlo qualcuno che ha corso una maratona.

Non avevo più il mio posto fisso in squadra.

La squadra stava cambiando pelle, stavano entrando nuovi giocatori e i risultati erano più o meno come la mia forma fisica: altalenanti.

Ci pensò il mio vecchio compagno di squadra John Toschack (quello talmente bravo da costringermi a cambiare ruolo !) che era nel frattempo diventato allenatore-giocatore allo Swansea, facendo il miracolo di portarlo dalla Quarta alla Prima Divisione in sole 4 stagioni.

Non solo.

In quella stagione, quella del 1981-1982, quando arrivai allo Swansea a gennaio pareva che proprio il team gallese avesse assai più possibilità di vincere il titolo rispetto ai miei ex-compagni del Liverpool.

E quando il 16 febbraio li battemmo senza appello al Vetch Field mi ero proprio convinto di avere fatto la scelta giusta.

Poi le cose iniziarono ad andare storte per noi.

E meravigliosamente bene per i Reds.

Perdemmo 7 delle ultime 12 partite e non andammo oltre un comunque onorevole sesto posto.

Il Liverpool invece vinse 13 delle ultime 16 partite (le altre 3 di questa serie si chiusero con dei pareggi) vincendo il titolo con una delle più straordinarie rimonte mai viste nella storia del calcio inglese.

Il “mio amico” intanto veniva a farmi visita sempre più spesso.

Nella stagione successiva Toschack mi diede perfino la fascia di capitano.

Ero lusingato e felice ma non potevo dare quello che ero abituato a dare da sempre quando scendevo in campo.

In alcune partite mi sembrava di andare al rallentatore tanta era la fatica che facevo.

Mi accusarono perfino di indolenza, di scarso impegno e disinteresse nei confronti della squadra.

Non li biasimo.

Nessuno poteva sapere quello che stava succedendo al mio corpo.

Ma non potevo accettare queste accuse.

Mi ribellai, mi sentivo ferito nel mio orgoglio di professionista, di calciatore e di uomo.

Ma semplicemente non riuscivo a dare di più.

Mi venne tolta la fascia di capitano e addirittura ricevetti una multa e per due settimane fui addirittura messo fuori squadra.

Mi misero nella lista di trasferimento a marzo del 1983 ma a quel punto non c’era la fila fuori dalla porta del Presidente a richiedere i miei servigi.

Retrocedemmo in Seconda Divisione.

Ad ottobre ci accordammo per terminare il contratto.

Feci qualche tentativo come allenatore-giocatore in squadre minori.

Me ne andai perfino a Cipro.

Tutto inutile.

Nel novembre del 1984 mi venne diagnosticato il Morbo di Parkinson.

Ora almeno il “mio amico” aveva un nome.

La mia carriera, a 33 anni, era già finita.

Qualche amico “vero”, come Lawrie Mc Menemy, il manager del Sunderland, mi offrì un posto nel suo staff.

Qualche mese sereno ma il “mio amico” stava diventando sempre più prepotente e aggressivo.

Un giorno buono e tre balordi.

Mi sono chiuso tra le mura di casa.

Quando sei in queste condizioni e la gente si ricorda di com’eri “prima” non è piacevole.

Ce l’avevo con il mondo intero e volevo distruggere tutto.

E sono stato bravo in questa impresa !

Sono “riuscito” a farmi lasciare da mia moglie su cui ho scaricato per anni la mia frustrazione e la mia rabbia. Se n’è andata, portandosi via Cara e Dale, i miei due figli.

I soldi sono finiti alla svelta.

Ho scritto un’autobiografia, insieme ad uno dei pochi amici che mi erano rimasti, il Dr. Lees, lo stesso che mi aveva in cura.

Ho dovuto vendere tutti i miei trofei e le mie medaglie ed ora tiro avanti grazie all’aiuto dell’Associazione dei Calciatori Professionisti.

Ero in miseria, malato e senza nessuna prospettiva.

Poi è successo un miracolo, di quelli che ogni tanto accadono … magari proprio quando non ci credi più.

Alcuni ragazzi di Liverpool (mi hanno detto che ero il loro idolo) si sono messi insieme, hanno fondato una associazione, la “Ray of Hope Appeal”.

Non credevo ci fossero ancora persone che si ricordassero di me … e che mi volessero così bene.

Karl Coppack e i suoi amici non solo hanno raccolto fondi e mi hanno aiutato con le spese mediche, i viveri e i beni di prima necessità.

No, hanno fatto molto di più.

Hanno deciso di portarmi con loro all’Anfield Road.

Proprio il giorno di Liverpool-Arsenal.

Non sapevo che giornata sarebbe stata per me … buona ? Di quelle dove “il mio amico” mi lascia in pace e riesco ad assomigliare ancora ad un essere umano “normale” ?

O invece quelle dove anche solo alzarsi da letto diventava come scalare il K2 ?

Quei ragazzi mi hanno incitato, sorretto e sostenuto.

“Figlioli, vi ringrazio di cuore, ma chi volete che si ricordi di me ?” ho detto loro.

Avevo paura. Non lo nego, paura di arrivare là e vedere le stesse facce che vedo le poche volte che mi azzardo ad uscire di casa per comprare il giornale o una bottiglia di latte.

E invece ecco cosa accadde.

https://youtu.be/j0I9rCCNLcU

Il pubblico in piedi gridare il mio nome, a cantare “you’ll never walk alone” tutta per me, la Kop con un immenso numero 5 e dall’altra parte i tifosi dei Gunners con il mio “10” quando giocavo per loro.

 

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Non si sono dimenticati di me.

Anche se oggi siamo nel 2009 e sono passati quasi 30 anni dai quei giorni meravigliosi.

Ora posso finalmente piangere di gioia e mi dispiace “amico mio” … questo proprio non puoi impedirmelo.

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Ray Kennedy è stato uno dei più grandi giocatori della storia del calcio inglese degli ultimi 50 anni.

Ha vinto tutto quello che si poteva vincere e lo ha fatto con la sua classe, la sua intelligenza calcistica, la sua capacità di disimpegnarsi praticamente in tutti i ruoli del centrocampo e dell’attacco.

Fin quando il terribile morbo di Parkinson glielo ha consentito è stato uno dei calciatori più costanti e continui nel rendimento che il calcio britannico ricordi.

Bob Paisley, il grande Bob Paisley suo allenatore nei fantastici anni con i Reds, disse di lui nella sua autobiografia: E’ mia opinione dire che Ray Kennedy è stato uno dei più grandi calciatori nella storia del Liverpool … e con ogni probabilità il più sottovalutato”.

https://youtu.be/Ekk-XnYCoeo

https://youtu.be/yNKDXryFgIg

Il racconto in prima persona è ovviamente romanzato da chi scrive ma è fondato su decine e decine di interviste, articoli, e profili dedicati a questo grandissimo campione, capace di scrivere la storia di due delle più grandi e amate squadre di calcio inglese, Arsenal e Liverpool.