ISMAEL URZAIZ: Di fedeltà, di cuore e … di attributi.

di REMO GANDOLFI

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Siamo al termine della stagione 2001-2002.

Ismael Urzaiz, centravanti dell’Athletic Club de Bilbao da 6 stagioni, è in scadenza di contratto.

Il “tira e molla” sul suo rinnovo va avanti fin dall’autunno precedente, tra momenti di tensione, altri in cui tutto sembra risolto ed altri ancora in cui tutto pare destinato a chiudersi senza trovare una via d’uscita.

Insomma, un autentico “culebron” come dicono da quelle parti.

“Isma” ha quasi 31 anni, viene da una stagione eccellente chiusa con 18 reti all’attivo e soprattutto con una conclamata e fondamentale importanza nell’economia di gioco del team basco.

“Senza di lui dovremo rivedere le nostre ambizioni” dichiara in quel periodo il manager dell’Athletic Jupp Heynckes.

Urzaiz sa che il prossimo sarà il contratto più importante, quello che lo accompagnerà al crepuscolo della carriera, quello che potrebbe addirittura essere l’ultimo se il fisico decidesse improvvisamente di non sorreggerti più in maniera adeguata.

E’ una decisione difficilissima quella che attende “El Tanque” del glorioso Club basco, nazionale spagnolo in 25 occasioni.

Le pretendenti non gli mancano certo.

Nel calcio britannico, forse il più adatto in assoluto per il suo stile, ma non solo.

Con Chelsea e Glasgow Rangers a contenderselo ci sono l’Hertha Berlino e lo Schakle 04 in Germania, l’Ajax di Amsterdam e in Italia c’è l’Udinese che si è fatta avanti in maniera molto decisa.

In Spagna poi ci sono Celta di Vigo ed Espanyol che sono pronte a fare carte false per avere un attaccante della sua caratura al centro dell’attacco.

Il 30 giugno il contratto di Isma scade.

Le speranze di tutto il popolo “zurigorri” di continuare a vedere con i propri colori questo potente attaccante sembrano definitivamente svanite. Si parla già di possibili sostituti … come se fosse facile trovare uno come lui in un mercato ristretto come quello in cui si muove l’Athletic !

Si, c’è un ragazzo molto forte e di grandi speranze come Aritz Aduriz che gioca nelle giovanili del Club, ma ha solo 20 anni e bisogna dargli il tempo di maturare.

Si arriva così alla metà di luglio e probabilmente i tifosi dell’Athletic sono già “passati oltre” pensando a come potrà sopperire il team all’addio del suo principale referente offensivo.

Poi le agenzie iniziano a far filtrare una notizia.

Ismael Urzaiz “torna” all’Athletic !

Isma ha accettato l’ultima proposta di contratto che era sul tavolo dal maggio precedente.

… rinunciando ad ingaggi decisamente superiori di quello offerto dall’Athletic … ma chiudendo tutti i discorsi con poche, semplici parole: “Questa è casa mia e da casa mia non posso e non voglio andarmene”.

Isma firmerà un contratto triennale a cui farà seguito un altro contratto, stavolta per due stagioni, che lo legherà’ all’Athletic Club fino al 2007 quando Isma avrà quasi 36 anni.

Gli anni migliori li ha dati e li darà all’Athletic.

Senza vincere nessun trofeo e guadagnando assai meno che altrove.

Ma ricevendo in cambio quello che non si può comprare: riconoscimento, affetto e stima incondizionati … per sempre.

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Ismael Urzaiz nasce a Tudela, in Navarra, il 7 ottobre del 1971.

Fin da ragazzo si fa notare per la sua impressionante capacità nel gioco aereo.

Ma non c’è solo quello. Il suo tocco di palla è eccellente per un ragazzo alto e robusto come Isma e inoltre tira con entrambi i piedi con precisione e potenza.

Non sono però l’Athletic Club, la Real Sociedad o l’Osasuna a tesserare il giovanissimo attaccante navarro.

A muoversi per lui, quando Isma ha soltanto 13 anni, è nientemeno che il Real Madrid.

Nelle giovanili del Real Madrid si forgia e insieme alle sue doti innate sviluppa una grandissima capacità di giocare spalle alla porta, facendo da punto di riferimento per i compagni, sia nel gioco aereo che con la palla a terra.

Al Real Madrid però trovare spazio è un’impresa quasi impossibile.

A Hugo Sanchez, lo straordinario bomber messicano, è succeduto nel frattempo un altro fantastico numero 9, il cileno Ivan Zamorano.

Urzaiz farà il suo esordio con i “Blancos” in una partita di Champions League contro i danesi dell’Odense.

Nelle stagioni successive per il bomber di Tudela inizieranno una serie di prestiti in squadre di medio livello come il Celta di Vigo, il Rayo Vallecano e infine il Salamanca.

Qui, in seconda divisione e dopo un difficile inizio, Urzaiz diventa l’eroe del team realizzando i due gol decisivi (ovviamente di testa !) nello spareggio promozione contro l’Albacete.

https://youtu.be/_mifkwlFdao

Le sue prestazioni attirano l’attenzione di una grande gloria madridista, il terzino Josè Antonio Camacho, che in quel periodo siede sulla panchina dell’Espanyol di Barcellona.

Sarà l’anno della svolta per Urzaiz.

Le sue 15 reti in quella stagione proietteranno il suo nome tra i più ambiti per una miriade di Club di Primera Division.

A questo punto però l’Athletic Bilbao, che se lo era già fatto colpevolmente sfuggire da adolescente, mette sul piatto un’offerta economica di quelle impossibili da rifiutare: i 35 milioni di pesetas pagati dall’Espanyol si trasformano a distanza di una sola stagione, nei 500 milioni pagati dal club basco.

E’ l’estate del 1996.

Sarà una delle decisioni più azzeccate prese nella storia recente del glorioso Club di Ibaigane.

Isma s’impone subito come centravanti del team relegando la gloria locale Kuko Ziganda ad un ruolo un po’ più defilato sulla fascia. Ma l’area di rigore è il territorio di Urzaiz che nonostante un girone d’andata non esaltante chiude la stagione con 18 reti, di cui ben 14 nella seconda parte della stagione.

Urzaiz continua a segnare con grande regolarità e ovviamente la Nazionale Spagnola non può non accorgersi di lui.

Arriva così il debutto contro la Repubblica Ceca. E’ il 9 ottobre del 1996. Isma ha compiuto 25 anni due giorni prima.

Il suo rivale principale per la maglia numero 9 delle “Furie Rosse” è Fernando Morientes, centravanti del Real Madrid che nonostante l’incessante “sponsorizzazione” dei media madrileni (e ovviamente madridisti !) siederà spesso in panchina a fare da rincalzo ad Urzaiz.

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L’anno successivo è per l’Athletic Club un anno da consegnare alla storia: arriva un secondo posto nella Liga che dà ai Baschi il diritto di giocare la successiva Champions League dove uscirà al primo turno ma a testa altissima, fermando la Juventus (semifinalista in quella edizione) sul pareggio sia al San Mames che al Comunale di Torino.

Gli anni successivi saranno sempre di buonissimo livello anche se i vertici della classifica saranno sempre più difficili da raggiungere per il Club basco e la sua filosofia che prevede l’utilizzo solo di giocatori nati nelle 7 province di Euskal Herria o formatisi nelle giovanili del Club.

Ci saranno qualificazioni per competizioni europee, qualche sfortunata finale di Copa del Rey e nelle ultime due stagioni di Isma all’Athletic anche il clamoroso rischio di retrocedere, cosa mai accaduta nella storia del “Leoni del San Mames”.

Ismael Urzaiz lascerà l’Athletic nel giugno del 2007, a quasi 36 anni dopo aver regalato all’Athletic i suoi anni migliori.

Ha però ancora la voglia di un ultima avventura.

Quella con l’Ajax di Amsterdam, sua vecchia pretendente negli anni d’oro del “Tanque di Tudela”.

Non sarà una stagione esaltante.

Urzaiz giocherà un pugno di partite senza mai trovare la via del gol.

Ma non sarà certo quest’ultima opaca stagione a compromettere una meravigliosa carriera ad altissimo livello … improntata su una parola bellissima e obsoleta che si chiama FEDELTA’.

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E’ il 27 maggio del 2007.

L’Athletic Club affronta il Mallorca nella terz’ultima partita della Liga.

Per i biancorossi baschi è un’altra stagione balorda, la seconda di fila dove il rischio di retrocedere in Seconda Divisione  è diventato ormai un incubo conclamato.

Ci sono Betis, Celta, Real Sociedad e Athletic praticamente incollate in classifica.

Due di queste squadre faranno compagnia al Gimnastic, già matematicamente retrocesso da diverse settimane.

I 40.000 del San Mames hanno gli occhi sui loro beniamini ma la testa è anche nella vicina Pamplona dove l’Osasuna, già praticamente in salvo, deve affrontare una Real Sociedad assetata di punti.

E’ stata una settimana di sospetti, di illazioni, di polemiche e accuse più o meno gratuite fra le due grandi rivali del calcio basco.

In casa Athletic si teme un’Osasuna remissivo e poco agguerrito mentre quelli dell’Anoeta sono invece convinti che il Mallorca, in acque ancora più tranquille di classifica, arrivi al San Mames appagato e magari anche … “ammorbidito”.

Le notizie che però arrivano da Pamplona rassicurano immediatamente il popolo “zurigorri”: I ragazzi del “Kuko” Ziganda, vecchia gloria dei baschi e ora sulla panchina del team navarro, stanno vincendo sulla Real Sociedad.

Al San Mames però il risultato non si sblocca.

E se non si fanno i 3 punti oggi rischia di essere tutto vano.

Il Mallorca onora la contesa con grande etica e professionalità, ribattendo colpo su colpo alle iniziative dell’Athletic.

Anzi, ad inizio ripresa sono proprio gli ospiti ad andare vicinissimi a sbloccare il risultato con Victor e solo un miracolo del portiere dell’Athletic Dani Aranzubia tiene l’Athletic in partita.

Lo scampato pericolo convince Josè Manuel Esnal, per tutti “Manè”, l’allenatore dell’Athletic, a correre ai ripari.

Fuori l’ala sinistra Gabilondo e dentro il vecchio leone Ismael Urzaiz che si va a posizionare in attacco a fianco del giovane Aduriz.

Con due “arieti” del genere in area di rigore il Mallorca va immediatamente “in bambola” !

Ogni cross fa scattare il campanello d’allarme nella retroguardia di Ballesteros e compagni.

Prima è Urzaiz che un morbido tocco su cross di Yeste mette di pochissimo alto con Moya, il numero 1 maiorchino, battuto.

Passano pochi minuti e su un altro cross in area Aduriz viene vistosamente trattenuto da Nunes, il centrale del Mallorca.

E’ rigore sacrosanto.

Yeste e Iraola sono i due rigoristi dell’Athletic.

Aduriz è un altro che ha già calciato con successo dagli undici metri.

E’ lui che tiene in mano il pallone e sembra l’incaricato del tiro.

Ma è un pallone che improvvisamente è diventato pesante, pesantissimo.

E questo non è un rigore “normale”.

Più che i piedi in questi casi conta il cuore e … quelle due parti del corpo che si trovano più o meno a metà strada tra i piedi e la testa di un essere umano, circa una spanna sotto l’ombelico.

Ad Ismael Urzaiz abbondano tutte queste cose ed è lui che si fa avanti per calciare questo rigore.

Nonostante il rischio enorme che a quasi 36 anni e dopo undici stagioni nell’Athletic possa venire ricordato come “quello che sbagliò il rigore che ci mandò in Seconda” …

Ecco come andò a finire.

https://youtu.be/ika77pvRytE

Sarà l’ultimo gol di Ismael Urzaiz nell’Athletic.

Quello che, per un solo punto, consentirà all’Athletic di salvare il suo status di squadra SEMPRE in Primera, non intaccando così una delle storie più belle del calcio: quello di una Squadra che da 120 anni combatte con i figli della propria terra con la stessa tenacia, lo stesso coraggio di Davide contro Golia … perdendo a volte sul campo ma senza mai perdere orgoglio, dignità e senso di appartenenza … proprio come questo gigante navarro che con i suoi 128 gol ha scritto pagine importanti nella storia dell’Athletic Club de Bilbao.

 

Doveroso, per i tanti che non conoscessero Ismael Urzaiz o che ne avessero un’idea “distorta”, vedere questo filmato con alcuni dei suoi gol più belli e importanti.

https://youtu.be/axGizdX6Ihs

 

 

 

 

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BARRY HULSHOFF: Il campione dimenticato della grande Olanda.

di REMO GANDOLFI

hulsh e cruyff

“Non è stato affatto facile.

Vedere i miei compagni incantare il mondo con il loro gioco e andare addirittura ad un passo dal trionfo nella Campionato del Mondo mi provoca sensazioni contrastanti.

Una gioia immensa per loro, per Wim, per Ruud, per Joahn, per Arie, per Johann e per tutti gli altri.

Molti di loro sono i miei compagni nell’Ajax e insieme abbiamo vinto tre Coppe dei Campioni consecutive.

Sapevo che avrebbero fatto un grande mondiale.

Ma non essere stato lì con loro mi ha fatto male, tanto male.

Molto più del dolore al mio ginocchio malandato che mi ha costretto a rimanere qua ad Amsterdam a seguire il mondiale di calcio in tv.

Ci ho messo tanto tempo a prendere consapevolezza che in mezzo a tutti quei campioni potevo starci anch’io.

L’autostima non è mai stato il mio forte.

Anzi.

Da ragazzino giocavo in una piccola squadra, lo Zeerbugia.

Il posto giusto per uno come me.

Mi divertivo.

Giocavo da mezzala, facevo la mia parte ma nessuno pretendeva troppo da me.

Qualcuno in quel periodo si mise in testa che potevo ambire a qualcosa di più, che non ero poi così “normale” come pensavo io.

Anche in famiglia mi spinsero a crederci, a provare ad uscire da quel piccolo e confortevole guscio … dove personalmente stavo da Dio !

Mi mandarono ad un provino per l’Ajax.

Me lo dissero il giorno stesso, temendo che se lo avessi saputo prima mi sarei inventato una scusa per non andarci.

Così fui costretto ad accontentarli e mi trovai a giocare una partitella insieme ad altri ragazzi della mia età.

Alcuni di loro erano davvero bravi, rapidi e con grande tecnica.

Io ero già alto e robusto … e tremendamente impacciato.

Feci letteralmente schifo quel giorno.

“Bene” mi dissi “Ora almeno mi lasceranno in pace e potrò tornare con i miei amici nello Zeerbugia”.

Invece l’Ajax mi chiamò.

Cosa abbiano visto in me quel giorno me lo chiedo ancora adesso …

Un anno con le giovanili e poi o il contratto professionistico oppure … tanti saluti !

Continuai a giocare da mezzala ma capivo benissimo da solo che non stavo andando da nessuna parte.

Poi arrivò Rinus Michels.

Era appena diventato l’allenatore della prima squadra.

E mi volle con lui.

… a fare cosa ? mi chiedevo io …

“voglio un difensore possente, forte fisicamente ma che sappia giocare a calcio” mi disse Michels.

“C’è un problema Mister” gli risposi io “Io gioco da centrocampista”

“Fino a ieri. Da oggi non più” fu come Michels chiuse l’argomento.

Mi spiegò molto chiaramente cosa voleva da me e come intendeva far giocare la squadra.

L’anno successivo vincemmo subito il campionato.

Io facevo lo stopper ma non voleva che il mio lavoro iniziasse e finisse con il tentativo di annullare il centravanti avversario.

“Come prendiamo palla noi tu vai avanti, ti avvicini ai centrocampisti così saremo in superiorità numerica in quella zona di campo”.

Era iniziata la RIVOLUZIONE.

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Rivoluzione che divenne storia quando all’Ajax arrivò dal Partizan Belgrado Velibor Vasovic.

Rinus Michels si era innamorato di lui vedendolo giocare nella finale della Coppa delle Coppe nel maggio del 1966 che i bianconeri di Belgrado persero 2 a 1 contro il Real Madrid.

Per il grande coach olandese Vasovic, detto” Vasco”, è l’uomo ideale per l’idea di calcio che ha in testa “Il Generale”.

“Quindi dobbiamo prendere un calciatore come lui ?” gli chiesero i dirigenti dell’Ajax.

“No. Non “come” lui. Io voglio proprio “lui” fu la sentenza di Michels.

Con l’arrivo di Vasovic come libero l’Ajax inizia a costruire quell’idea di calcio che rivoluzionerà per sempre questo gioco. Non solo uno dei due centrali, Hulshoff o Vasovic, dovrà sempre uscire dal guscio difensivo e unirsi al centrocampo, ma Vasovic sarà chiamato a fare da “inventore” del trappola del fuorigioco, ovvero l’improvviso avanzamento della linea difensiva per mettere in fuorigioco gli attaccanti avversari.

Con Hulshoff già davanti a lui e Neeskens pronto a lanciarsi in pressing sugli avversari anche nella loro metà campo, a Vasovic bastava salire repentinamente qualche metro per mettere in fuorigioco gli attaccanti avversari.

Hulshoff con questo sistema si esalta. Adora partecipare alla costruzione del gioco e smette praticamente di fare lo stopper vecchia maniera diventando sempre di più un difensore centrale come vediamo praticamente ad ogni latitudine nel calcio moderno.

E così Vasovic diventa libero davvero … di impostare il gioco, di andare a sostenere il centrocampo e qualche volta di spingersi in attacco anche senza palla, in modo da creare quella superiorità numerica che da sempre è la chimera degli allenatori di calcio.

Tanto ci pensa Hulshoff, che nell’1 contro 1 non teme rivali e che diventa imprescindibile nell’economia del gioco dell’Ajax.

Arriva così il primo trionfo nella Coppa dei Campioni nella finale contro i sorprendenti greci del Panathinaikos che in panchina hanno un mito che di Coppe dei Campioni se ne intende: Ferenc Puskas. E’ un 2 a 0 netto e inappuntabile.

Nella pioggia di quella sera di maggio a Wembley l’Ajax dipinge calcio … sembrano i campi di girasole di Van Gogh … sembra qualcosa di molto simile all’AMORE.

 

Ma degli olandesi, nonostante il Feyenoord abbia vinto l’anno prima la Coppa dei Campioni contro il Celtic a San Siro, non si riesce ad immaginare niente di più che una bellissima, abbagliante meteora.

Quello che succede nell’estate di quel 1971 sembra confermare questa ipotesi.

Vasovic, il professore di quell’Ajax, decide, a 32 anni di appendere le scarpe al chiodo e di tornare nella sua Belgrado, nel suo Partizan, ad insegnare calcio.

Ma soprattutto se ne va Rinus Michels, attratto dalle (tante) pesetas dei catalani del Barcellona.

“Abbiamo raggiunto il massimo. Non potremo mai andare più in là di così” dirà l’ex professore di educazione fisica il giorno del suo commiato dai “lancieri”.

Sbagliato.

L’Ajax ha ancora margini di miglioramento.

Lo sa bene Stefan Kovacs, l’allenatore rumeno che si siederà sulla panchina dell’Ajax nelle due successive stagioni. Il “calcio totale” voluto e creato da Michels diventerà un magnifico “disordine organizzato” dove la creatività di giocatori come Cruyff (autentico profeta del team), Haan, Neeskens, Krol, Rep e Keizer innalzerà ulteriormente il livello di una squadra che pare davvero non avere limiti.

Due successive Coppe dei Campioni (la prima in finale contro l’Inter e la seconda a Belgrado contro la Juventus), la Coppa Intercontinentale contro il fenomenale Independiente di Bochini, Bertoni & co. e i trionfi in ambito nazionale dimostreranno inequivocabilmente che Michels aveva torto.

Hushoff con Kovacs farà da stopper, da libero, da regista difensivo e da uomo di riferimento per i calci piazzati vista la sua rinomata abilità nel gioco aereo.

Nel 1973 però anche Kovacs si fa da parte. Lo chiama la nazionale francese che dopo anni di vacche magre vuole tornare ai vertici.

Se ne va anche Cruyff, offeso perché i compagni optano per un altro giocatore (Piet Keizer) come capitano del team. Troppo per l’ego smisurato del fenomeno olandese che lascia l’Ajax per accasarsi al Barcellona dove ritrova il suo mentore Michels riportando immediatamente i “blaugrana” ai vertici della Liga dopo 14 anni di digiuno.

L’Ajax viene affidata a George Knobel che resterà però per una sola stagione e con risultati non certo esaltanti, pagando in maniera importante l’addio di Cruyff.

Hulshoff è sempre uno dei pilastri del team. Anche nella nazionale olandese, in lotta con il fortissimo Belgio di Paul Van Himst per un posto ai mondiali di Germania, Hulshoff è imprescindibile.

Sarà proprio un suo gol ad un minuto dalla fine nell’agonica vittoria in Norvegia (2 a 1) a qualificare di fatto l’Olanda per i Mondiali di Germania del 1974.

Il barbuto difensore olandese è, con Krol e Surbier, un certezza della difesa degli “orange”. Molto più difficile stabilire chi andrà fra i pali e chi farà compagnia ad Hulshoff al centro della difesa.

Il destino, come spesso accade, ha altri progetti.

In una partita di campionato contro il NEC Hulshoff si romperà i legamenti di un ginocchio.

Michels, che a furor di popolo viene messo sulla panchina dell’Olanda poche settimane prima dell’inizio dei Mondiali s’inventa Arie Haan, un centrocampista, come libero affiancandogli il giovane e inesperto Rjisbergen, che farà il suo esordio in Nazionale in un’amichevole giocata dall’Olanda meno di due settimana prima dell’inizio del Mondiale.

Per Hulshoff non ci sarà solo la grande delusione di non giocare quei mondiali che consegnarono per sempre gli Orange alla storia del calcio mondiale … ma il grave infortunio subito non gli permetterà di tornare mai più ai suoi livelli abituali. La sua carriera finirà di fatto nel 1977, quando Barry ha solo 31 anni.

In Nazionale non giocherà mai più chiudendo la sua carriera con un pugno di presenze (14) e un numero di reti (6) quasi da attaccante.

Hulshoff, con la sua barba e i suoi capelli lunghi rappresentava meglio di chiunque altro “la Rivoluzione” che il calcio olandese aveva messo in atto in quei primi anni ’70.

Lui, con i calzettoni arrotolati intorno alle caviglie, che calciava con entrambi i piedi, che poteva giocare “corto” o trovare un compagno a 30 metri di distanza e che con i suoi 185 centimetri diventava quasi imbattibile nel gioco aereo … nella sua area e in quella avversaria.

Rivedendo la finale del 1974 ai tanti che lo ricordano viene sempre in mente lo stesso pensiero: ma con tutti quei cross messi in mezzo all’area tedesca vuoi che con Hulshoff in campo almeno uno non sarebbe finito prima  sulla sua testa e poi il fondo della rete di Sepp Majer ?

Beh, chi scrive è uno di quelli …

 

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Hulshoff come detto aveva un grande problema di autostima. Si racconta che ad un certo punto RInus Michels non sapesse più come fare a motivarlo ad alzare il livello della sua ambizione e a togliergli quell’insicurezza di fondo che pareva non volerlo abbandonare. Decise così di affrontare il proprio difensore in maniere energica “Barry, per le prossime tre partite starai fuori !” gli urla Michels.

Che si aspetta a questo punto una reazione d’orgoglio da Hulshoff.

Reazione che non arriverà mai.

Hulshoff attende pazientemente in panchina per poi tornare regolarmente in campo al termine della scadenza voluta da Michels.

 

L’esordio internazionale di Hulshoff avviene nella famosissima sfida con il Liverpool di Billy Shankly. Siamo nel 1966 e i Reds sono un grande team. All’andata, nella nebbia di Amsterdam, i “lancieri” dell’Ajax demoliscono Roger Hunt e compagni con un clamoroso 5 a 1. Al termine della prima frazione l’Ajax è in vantaggio per 4 reti a 0. C’è una nebbia intensa che avvolge Amsterdam e purtroppo pochi riescono a vedere quell’autentico spettacolo del primo grande Ajax della storia.

Il ventenne Hulshoff non giocherà quel match ma sarà buttato nella mischia nella partita di ritorno all’Anfield Road. Dovrebbe essere poco più di una formalità dopo il risultato dell’andata.

Ma Shankly carica come solo lui sa fare i Reds e promette che “all’andata hanno avuto tanta fortuna ma qui all’Anfield li distruggeremo. Non ci sarà partita e segneremo molti più gol dei 4 che ci servono per passare il turno”.

L’avvio del Liverpool è veemente. Due volte tremano i pali della porta olandese ma l’Ajax si difende con ordine e quando Cruyff ad inizio ripresa porterà in vantaggio i “lancieri” per il Liverpool si chiuderà definitivamente ogni possibilità di rimonta. Il 2 a 2 finale dimostrerà in maniera inequivocabile che una grande squadra stava arrivando sul palcoscenico del grande calcio internazionale.

Hulshoff giocherà da terzino destro, al posto dell’infortunato Suurbier, cavandosela egregiamente contro la fortissima ala del Liverpool Peter Thompson.

Ma, per sua stessa ammissione, sarà un altro il ricordo indelebile di quella notte all’Anfield. “Il calore del pubblico. Non ho mai più giocato in una atmosfera simile. Sembrava una marea umana, che cantava e si muoveva come un unico corpo. Anche quando le sorti del match per il Liverpool si erano compromesse i tifosi dei Reds non hanno smesso di incitare la loro squadra per un solo minuto.”

 

Nel 2000 arriva per Barry Hulshoff il momento più difficile: l’adorata moglie Hilda, sposata oltre trent’anni prima, si spegne a causa di un tumore allo stomaco. Il calcio perde d’importanza e Hulshoff, che nel frattempo ha intrapreso la carriera di allenatore, decide di fermarsi. Riprende un anno dopo, guidando i belgi del Malines, prima di rientrare nei ranghi dell’Ajax, fortemente voluto dall’amico Johann Cruyff.

 

Nel periodo di Hulshoff all’Ajax gli stipendi erano ben lontani dalle cifre attuali. E anche dopo i successi europei c’era bisogno di arrotondare con altre attività. Una di queste erano rappresentate dalle offerte delle varie aziende per apparire in pubblicità. Anche ad Hulshoff si presenta questa occasione. E’ una ditta di cibo per cani, la famosa “Chappi” ad offrire un ingaggio a Hulshoff. L’idea è di riprendere Buddha, il cane di Hulshoff, mentre insieme al suo padrone corrono su spiagge e boschi dopo che il cane ha mangiato con gusto una scatoletta del prodotto.

Hulshoff accetta … ma solo dopo aver avuto la certezza che il prodotto piacesse davvero al suo adorato Buddha !

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https://youtu.be/slDBJCrdiWU

 

 

 

 

 

 

 

STAN CULLIS: Contro quei bastardi io non gioco …

di REMO GANDOLFI

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“Che si fottano”.

Queste sono le tre parole di risposta.

A pronunciarle è un giovane calciatore inglese di appena 21 anni.

Sono le parole pronunciate davanti al Comitato dei 14 Selezionatori della Nazionale inglese, poche ore prima di scendere in campo in una prestigiosa partita internazionale.

“Lo sai vero figliolo che a questo punto per te ci sarà solo un posto in tribuna ?”

Gli dice Tom Whittaker, che è colui che guida gli allenamenti ma che non ha nessun peso sulla scelta della formazione.

“Che si fottano”.

E’ la risposta, identica, del giovane difensore dei Leoni d’Inghilterra.

“Come preferisci. Vorrà dire che giocherà qualcun altro al tuo posto”.

Ma cosa può essere successo per far si che un calciatore inglese, per di più giovanissimo, decida di preferire la tribuna piuttosto che un posto tra i titolari in una importante partita internazionale con la maglia della Nazionale del proprio paese ?

Siamo nel 1938.

Per la Nazionale inglese sono anni di autoimposto embargo calcistico.

Troppo fieri (o altezzosi ?) della propria storia calcistica di inventori del più bel gioco del mondo per abbassarsi ad accettare il confronto con le altre nazioni in competizioni ufficiali. Meglio limitarsi a qualche amichevole, peraltro sempre ben remunerata economicamente.

Anche per gli ormai imminenti mondiali di Francia la decisione della Federcalcio inglese è stata chiara: “non parteciperemo”.

Neppure quando, con il celeberrimo “Anschluss” di solo un paio di mesi prima, la Germania invade l’Austria annettendola a se ed eliminando di fatto i loro ex-vicini dal prossimo campionato del Mondo per la quale gli austriaci erano regolarmente iscritti.

Il posto vacante è stato offerto proprio agli inglesi che, ancora una volta, hanno rifiutato l’invito.

Invito invece che non rifiutano per questo incontro di sabato 14 maggio dove la Nazionale inglese sta per affrontare la Germania.

Tra poche ore le due nazionali scenderanno in campo all’Olympiastadion di Berlino (quello reso celebre dalle Olimpiadi di due anni prima).

I tedeschi sono già da 5 anni sotto il regime totalitario del Partito Nazionalsocialista di Adolf Hitler e il Terzo Reich è in quel momento al massimo del consenso tra la popolazione teutonica anche grazie ad una feroce e martellante campagna propagandistica.

In quest’ottica rientra anche l’organizzazione di questa prestigiosissima amichevole nella quale Hitler e i suoi accoliti si giocano un’altra fetta importante della loro reputazione, non solo in ambito sportivo.

Le due più grandi potenze europee a confronto su un campo di calcio.

Non è, come spesso accade, SOLO una partita di calcio.

La nazionale tedesca, sotto la guida di Sepp Herberger, viene da una striscia di 16 risultati utili consecutivi e la preparazione per questo match è meticolosa.

Due settimane di intensi allenamenti nella Foresta Nera per arrivare al top per l’incontro con i maestri inglesi.

Al contrario l’Inghilterra ha appena terminato la propria estenuante stagione e il team è pieno di giovani calciatori, di grande qualità ma di relativa esperienza.

Capitano dei bianchi per quell’incontro sarà Eddie Hapgood, l’unico insieme al compagno di squadra dell’Arsenal Cliff Bastin ad avere più di 10 presenze all’attivo in Nazionale.

Poche ore prima del match arriva però uno strano “invito” direttamente dal Foreign Office inglese all’ambasciatore inglese in Germania, Sir Neville Henderson.

Come forma di rispetto verso gli anfitrioni tedeschi l’undici inglese dovrà rispondere compatto al saluto nazista al momento della presentazione delle squadre in campo.

La notizia spiazza un po’ i dirigenti inglesi ma il Comitato che gestisce la selezione non ha altra scelta che comunicare nella riunione pre-partita in albergo dove vengono decise formazione e tattica di gioco questa decisione “superiore” ai propri giocatori.

La notizia viene accolta con grande sorpresa e pare ci sia anche un certo imbarazzo sui volti dei calciatori britannici.

Ma c’è anche il silenzio più assoluto.

A rompere questo silenzio ci pensa un giovane calciatore di 21 anni che è già una colonna del  Wolverhampton Wanderers e con già un paio di presenze all’attivo nella Nazionale maggiore.

Quello che dirà lo sapete già.

Stan Cullis non giocherà quella partita.

Ne giocherà altre con la Nazionale inglese prima che lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale interromperà, a 24 anni, la sua carriera proprio nel momento in cui un calciatore sta per raggiungere la sua completa maturità psicofisica.

L’Inghilterra, davanti a 105.000 spettatori tra cui Hermann Goering, Rudolf Hess e Joseph Goebbels, vincerà l’incontro per 6 reti a 3.

Ma Stan Cullis, a differenza del Governo Britannico, dei dirigenti della Federazione Inglese e di tutti i suoi compagni di quella spedizione nella Germania nazista, sarà l’unico che potrà ancora guardare indietro a quel giorno senza vergogna.

 

https://youtu.be/jlbLHviSTPc

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Stan Cullis giocherà praticamente tutta la sua carriera nel Wolverhampton Wanderers, tanto da far dire al grande Bill Shankly, suo rivale in tante battaglie sul campo prima e dalla panchina in seguito “Un giorno ho visto sanguinare Stan Cullis. Vi garantisco … aveva il sangue giallo-oro come le maglie dei Wolves”.

 

Le sue doti di leadership erano talmente evidenti che quando Cullis nella stagione 1936-1937 prese il posto al centro della difesa del leggendario Bill Morris ne ereditò anche, a soli 21 anni, la fascia di capitano.

 

Nelle due stagioni successive Stan Cullis contribuisce in maniera determinante a trasformare i “Wolves” (i lupi) in un team di altissimo livello.

Per due stagioni consecutive lotteranno per il titolo salvo chiudere sempre al secondo posto, rispettivamente dietro Arsenal ed Everton.

Quest’ultima stagione sarà particolarmente amara per i Lupi delle West Midlands che non solo perderanno il campionato nelle ultime settimane del torneo dopo aver dominato per buona parte del torneo, ma verranno sconfitti anche nella finale di FA CUP (contro il Portsmouth) diventando la terza squadra nella storia ad “ottenere” il double horror, arrivare cioè secondi in campionato e perdere la finale di Coppa.

 

Il campionato inglese di First Division riprende nel 1946. Sette stagioni sono trascorse. Sette stagioni sacrificate al conflitto bellico. Ma le cose, per il Wolverhampton, non sono affatto cambiate.

La squadra è ancora di altissimo livello e, come avevano fatto nelle due stagioni precedenti la guerra, i “lupi” si trovano a lottare ancora per il titolo.

A contenderlo stavolta sono i Reds del Liverpool.

Per il Wolves e i suoi appassionati tifosi è una stagione straordinaria.

Sono tutti convinti che sia la volta buona: il titolo di campione d’Inghilterra, per la prima volta nella sua storia, finirà tra le mani dei giallo-oro delle West Midlands.

A rendere epico questo finale di campionato ci si mette pure il calendario che proprio all’ultima di campionato mette di fronte proprio Wolverhampton e Liverpool.

La classifica sorride ai “Lupi” che hanno un punto di vantaggio sui Rossi del Merseyside e hanno anche una migliore differenza reti.

Insomma, due risultati utili su tre.

E in più si gioca al Molineux, la tana del Wolverhampton davanti a quasi 51.000 spettatori.

Il Wolverhampton però è contratto, nervoso e con le idee confuse.

Il timore di cadere ancora sull’ultimo ostacolo è evidente.

Il Liverpool nel primo tempo domina l’incontro.

Si porta prima in vantaggio con Balmer ma la rete del definitivo k.o. arriva a pochi minuti dal termine del primo tempo.

C’è un lungo rilancio del portiere del Liverpool Sidlow sul quale si avventa il numero 9 dei Reds Stubbins. Si lancia verso la porta avversaria.

Stan Cullis lo affronta.

Stubbins tocca la palla in avanti anticipando di un soffio l’intervento del capitano del Wolverhampton.

Poco male.

Per Stan sarebbe sufficiente frapporsi tra l’attaccante del Liverpool e il pallone, spostandolo quel tanto che basta per fargli perdere l’equilibrio.

Una punizione a quasi 30 metri dalla porta e forse un richiamo ufficiale da parte dell’arbitro.

Ma Stan Cullis non fa niente di tutto questo.

Stubbins lo supera in velocità, raggiunge il pallone e poi fulmina Williams, il portiere dei Wolves, con un secco rasoterra.

Si rivelerà il gol decisivo, non solo del match ma del campionato intero.

Nel secondo tempo infatti il Wolverhampton accorcerà le distanze con Dunn ma non riuscirà a segnare il gol del pareggio.

Saranno in tanti quelli che rimprovereranno a Cullis la sua passività in quella giocata che, di fatto, ha deciso una intera stagione.

Qualche giornalista a fine partita avrà addirittura l’ardire di chiedergli del perché non fosse ricorso al fallo in una azione così determinante.

“Semplice” fu la risposta di Stan Cullis.

“Perché non voglio essere ricordato come colui che ha permesso ai Wolves di vincere il primo titolo della propria storia con un gesto sportivamente disonesto”.

E in questa frase c’è DAVVERO tutto Stan Cullis.

 

Questa sarà anche l’ultima occasione per Stan Cullis di conquistare il titolo con i suoi amati Wolves.

All’inizio della stagione successiva arriva infatti un brutto infortunio contro il Middlesbrough che, a soli 30 anni, lo costringerà al ritiro dall’attività agonistica.

 

Al Wolverhampton Wanderers Football Club però sono tutti perfettamente consci che il “sapere calcistico” e il carisma di Stan non possono essere sprecati.

E così esattamente un anno dopo, nel giugno del 1948, Stan Cullis diventa il nuovo manager dei Wolves, a soli 31 anni di età.

Sarà colui che riscriverà la storia di questo Club trasformandolo per oltre un decennio in una delle squadre più forti d’Inghilterra (trionfando in tre campionati e due FA CUP) e d’Europa.

Si, d’Europa.

Perché Stan Cullis sarà così lungimirante e “avanti” da capire che è giunto il momento per i club britannici di uscire da quell’assurdo auto-isolamento che si sono imposti da sempre.

E così al Molinuex, uno dei primi stadi inglesi a munirsi di illuminazione per le partite serali, nel giro di pochi anni scesero in campo alcune delle più grandi squadre di Club europee.

Celeberrima a tal proposito la partita disputata con la grande Honved di Ferenc Puskas, Sandor Kocsis e Zoltan Czibor.

La partita si disputa il 13 dicembre del 1954.

E’ passato poco più di un anno da quando la grande Ungheria fece a pezzetti con un perentorio 6 a 3 la nazionale inglese sul suo sacro suolo di Wembley.

Si gioca in notturna e il secondo tempo, novità assoluta per l’epoca, viene trasmesso in diretta dalla BBC.

Quando gli appassionati di calcio del Regno Unito si mettono davanti al televisore per assistere ai secondi 45 minuti, l’Honved è già in vantaggio per due reti a zero, segnate da Kocsis e Machos nel primo quarto d’ora di gioco.

Quello che non hanno potuto vedere è stata una autentica esibizione di calcio da parte degli ungheresi, la cui creatività, tecnica e organizzazione di gioco è risultata inarrivabile per il pur fortissimo team inglese.

Nel secondo tempo sono in molti quelli che si collegano per ammirare le gesta dei grandi campioni magiari. Quello che non posso invece attendersi è una ripresa dominata in maniera netta ed autoritaria dai giallo-oro, che prima accorciano le distanze con un calcio di rigore di Hancocks e poi completano la rimonta con due gol in tre minuti del centravanti Swinbourne.

Ma cosa è successo ? Come è stata possibile una simile trasformazione ?

Stan Cullis nell’intervallo capisce che così non c’è partita e che anzi, continuando in questo modo c’è il rischio di una disfatta peggiore di quella subita a Wembley dalla Nazionale nell’anno precedente.

Due sono le sue mosse: la prima è quella di scavalcare il loro centrocampo con lanci lunghi verso i 4 attaccanti (due centrali e due esterni) bypassando così la fortissima linea mediana ungherese.

La seconda è ancora più concreta: Cullis da istruzione agli inservienti, ai raccattapalle e ai ragazzi delle giovanili di inzuppare letteralmente d’acqua il terreno di gioco, in modo da attenuare il grande divario tecnico tra le due squadre.

Racconto confermato da Ron Atkinson, grande allenatore inglese degli anni ’80 e ’90 (WBA, Manchester United e Aston Villa tra le altre) che quel giorno partecipò insieme a diversi compagni di squadra delle giovanili all’operazione “acquitrino” nell’intervallo del match.

Uno fra i milioni di spettatori che nel Regno Unito assisterono a quel match, facendolo poi innamorare del Wolverhampton, fu un bambino di 8 anni, di Belfast, Irlanda del Nord.

Il suo nome era George Best.

 

https://youtu.be/EYFrfPVG7Zs

 

 

Infine, nessuno meglio del grande Bill Shankly, ha saputo riassumere Stan Cullis in un pensiero.

“Anche se Stan sapeva essere molto irascibile e a volte perfino oltraggioso, era una persona  buonissima d’animo e generosa. Una di quelle che a un amico avrebbe dato il suo ultimo penny. Amava i Wolves, avrebbe dato la vita per loro ma soprattutto era una persona di una intelligenza ben al di sopra della media che avrebbe avuto successo in qualsiasi cosa avesse scelto di fare. Da quando è stato inventato il calcio mi viene difficile pensare ad una persona migliore di lui”.

 

Stan Cullis, l’uomo che si rifiutò di piegarsi ai nazisti.

 

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Perché ci hanno bombardato ?

di SIMONE GALEOTTI
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“I Balcani producono più storia di quanta ne possano digerire”
“Ci fotte la guerra che armi non ha, ci fotte la pace che ammazza qua e là, ci fottono i preti i pope i mullah, l’ONU, la NATO, la civiltà”
Devo aspettare Goran, la mia guida. Intanto Belgrado, la “Città Bianca”, mi accoglie in un giorno di tiepido sole primaverile. Goran è un gigante, un tipo strano, buono, vociante, parla un ottimo inglese e rammenda discrete frasi in italiano. Cittadini sotto ogni cielo.
“Perché ci hanno bombardato?”.
La domanda nell’abitacolo dell’auto tornerà più volte in questi quattro giorni passati tra poeti, ristoranti, musicanti e passeggiate silenziose. La guerra che ha frantumato la Jugoslavia è passata dalla cronaca a quel limbo che sta tra il passato e la storia, ora abbiamo altri conflitti negli occhi e sembra che di quella lotta feroce e a tratti incomprensibile sia rimasto solo un fantasma che viene di notte a toccarti una spalla:
“Perché ci hanno bombardato?”.
Belgrado città rattoppata con molte crepe ancora aperte e visibili. Belgrado città chiara col suo bellissimo ponte tinteggiato, i palazzi che parlano di una capitale satellite dell’ex impero sovietico. Belgrado città marchiata nell’ etnia dall’ antica presenza ottomana e da quella slava del nord. “I salari medi – dice Goran- sono inferiori ai vostri 500 euro mensili ma il costo della vita è decisamente superiore. Siamo un miscuglio sociale con un’urbanizzazione crescente e una distonica alternanza fra i quartieri esclusivi di Vracar e Dedinje, o lo splendido Dorcol, e quartieri dormitorio tipo Banovo Brdo fino a vere e proprie baraccopoli. Per il resto è stato portato avanti un lavoro di riconciliazione, sai, due fiumi, due alfabeti… Adesso è una capitale di un piccolo Stato, ma è stata capitale di un grande e composito Stato, anzi, di uno Stato fasullo, esploso dopo la fine del regime di Tito per l’emergere di tensioni covate a lungo e per l’incapacità politica di gestire le differenze, noi abbiamo picchiato duro, Slobodan Milosevic è diventato nell’immaginario occidentale l’incarnazione del male. Le cronache di quei mesi parlano di violenze efferate, di esodi, di deportazioni ma le contro- rappresaglie contro di noi sono state altrettanto dure”.
Ivo Andric, premio Nobel serbo-croato racconta nel suo romanzo, “Il ponte sulla Drina”, le efferatezze che da queste parti si sono compiute nei secoli passati. Racconta del ponte che ha sempre legato popoli vicini e lontani.
Bizzarra fatalità di questa terra di uomini malinconici e allegri che ti offrono vino e hanno occhi sinceri. Sul fiume, sotto il grande ponte, c’è un ristorante, si chiama “Stenka”. È un posto stravagante. Lo anima Rada, una donna violentemente bella dagli occhi scuri e un dolore piantato come un pugnale nell’anima. È una filologa di valore ma ha voluto dedicarsi alla poesia fuori dalle Università. Intorno a un camino ci sono sempre ottime zampette di maiale in salsa di rafano per gli scrittori senza il becco di un quattrino. È la sua vera accademia, abitata da poeti e da suonatori di musica zingara. Si canta, si balla, si pensa in versi. Nel ristorante di Rada si sentono stornelli nostalgici portati dal vento che qui chiamano “Košava”. Nella città bianca non ci sono solo due fiumi e due alfabeti ma se sei sportivo (ed è praticamente impossibile non esserlo considerando l’accezione deformabile del termine includente un semplice tiro di dadi…) ti porti sulle spalle due destini paradossali: aver vinto le ultime coppe più importanti d’Europa mentre tutto cominciava a sfaldarsi.
“Perché ci hanno bombardato?”.
Goran ama il basket e tifa Partizan, è un “grobaro”, il soprannome significa becchini e venne coniato dai rivali della Stella Rossa perché le uniformi dei giocatori ricordavano quelle degli addetti alle sepolture. La sezione pallacanestro venne fondata nel 1945 e inizialmente giocava all’aperto sotto le mura della Fortezza di “Kalemegdan” dove oggi il club ha costruito due splendidi playground utilizzatissimi per i tornei estivi. “Come risposta a questo nomignolo, -mi dice Goran bevendo un sorso di “Zaječarsko” -, noi del Partizan a quelli della Crvena gli abbiamo affibbiato il nomignolo di “Cigani” perché potevano contare su molti sostenitori di etnia Rom”.
A dire il vero gli ultras della Stella Rossa si proclamano “Delije” che sta per eroi ma meglio non stuzzicare i fanatismi del derby “eterno.
Da Piazza Slavija, si sale verso Piazza della Repubblica e infiliamo dritti Bulevar Despota Stepana e in breve siamo davanti al glorioso “Pionir” (oggi Hala Aleksandar Nikolić). Pochi passanti, qualche albero, assenza apparente di calore umano, scritte fatte con lo spray qua e là sui muri e un palasport che comincia ampiamente a mostrare i suoi quasi cinquant’anni d’età.
“Perché ci hanno bombardato?”.
Là dentro, nel 1992, dopo la partenza di Divac, Paspalj, Grbović, e Savović, il Partizan basò la stagione su un nucleo giovane, senza stranieri, le cui stelle erano il ventiquattrenne Aleksandar “Sale” Djordjevic (o meglio Đorđević) e il ventunenne Predrag “Sasha” Danilović, uniti a una combinazione di buon talento creata dai vari Mladjan Silobad, Igor Perović, Vladimir Dragutinović e Zoran “Stragi” Stevanovic. Su Danilović, Goran apre al sentimento. “Lui era nato a Sarajevo da una famiglia di origine serba, moro, lungo, magro, si fece le giovanili nel Bosna ma quando si trattò di passare alla prima squadra essendo tifoso viscerale del Partizan desiderava venire a Belgrado a tutti i costi e scoppiò una lite per il suo cartellino tanto che venne squalificato e per un po’ se ne andò negli Stati Uniti a Cookeville nel Tennessee”.
Alla guida della squadra venne nominato Željko Obradović al suo esordio da tecnico. A causa dell’inasprirsi della situazione politica, la FIBA costrinse le squadre jugoslave a disputare le partite casalinghe fuori dai confini e il Partizan nell’ossimoro obbligato scelse di disputare gli incontri “interni” nel sobborgo madrileno di Fuenlabrada. Il fortino in terra iberica tenne alla perfezione e il Partizan si qualificò per i quarti al meglio delle tre partite in cui, abbastanza inverosimilmente, la federazione a un paio di giorni di distanza dal match, autorizzerà il Partizan a giocare dentro un “Pionir” tremolante di passione e fierezza.
“Perché ci hanno bombardato?”
L’avversario fu la Virtus Bologna e Danilović, dopo aver saltato la prima gara che i compagni fecero loro 78-65, è della partita in Italia ma i suoi 19 punti non furono sufficienti a scongiurare la sconfitta di misura che rimandò la qualificazione allo spareggio. E “Sasha “, contro la squadra che qualche mese dopo lo metterà sotto contratto, farà i fuochi d’artificio firmando il 69-65 che valse l’accesso alla Final Four programmata alla Abdi İpekçi di Istanbul. A proposito di “Sasha”. Goran sorride perché ci tiene a far presente che fra Danilović e Djordjevic il vero “Sasha” sarebbe il secondo: “ Quando arrivò da voi in Italia, insieme alla bella moglie Seka, avete cominciato a chiamarlo “Sale”. Djordjevic è un belgradese purosangue, un playmaker classico, acuto, intelligente, suo padre Bratislav è stato un campione altrettanto famoso se non di più.”
Effettivamente sua moglie era davvero bellissima tanto che la “fossa” gli dedicò un coretto, poi la Fortitudo congederà Djordjevic rapidamente quanto scioccamente, affidandosi al ragioniere John Crotty.
“Perché ci hanno bombardato?”
E quando lo dice Belgrado mi appare improvvisamente introversa, smarrita, a vent’anni di distanza dalle bombe NATO.
In Turchia il Partizan ritroverà Milano, col marchio Philips, già due volte battuta nella fase a gironi, che si avvaleva del gigantesco Darryl Dawkins, del cannoniere Antonello Riva e dell’energia di Riccardo Pittis. Il 14 aprile i belgradesi rinnovarono l’appuntamento con la vittoria, 82-75, trascinati da un Danilović incontenibile che promuoverà il Partizan all’atto decisivo in opposizione agli spagnoli della Juventut di Badalona di Lolo Sainz con il quintetto in neroverde formato da Corny Thompson, Jordi Villacampa, Harold Pressley e i fratelli Rafael e Tomas Jofresa.
Al quarto minuto dell’ultimo spicchio di partita i catalani conducono 65-68. Ad un minuto dalla sirena però una tripla di Danilović rimise in corsa i “grobari”. Poi il cardiopalma: Tomás Jofresa portò palla penetrando nel pitturato e fece partire un tiraccio sbilenco che rimbalzò sul ferro ma in qualche modo finì dentro: Badalona 70- Partizan 68 e dieci secondi più spiccioli da giocare. Djordjevic chiamò subito il pallone e dalla propria metà campo entrò in quella avversaria, fermandosi ad un niente dalla linea dei tre punti in posizione angolata e da lì scoccò il colpo sbilanciandosi leggermente a destra forse perché nella preghiera ortodossa si parte da quel lato per farsi il segno della croce. Tomás Jofresa che lo marcava non saltò sbilanciato dal brusco stop del belgradese, nemmeno Morales, lo spagnolo più vicino, saltò. Il tiro del figlio del grande “Bata” partì a quattro secondi esatti dalla sirena. I dodicimila del palazzetto turco trattennero il respiro seguendo la parabola della sfera. Canestro, si canestro. Partizan 71- Badalona 70. Incredulità, tripudio, e nell’inconscio, per un attimo, tutto si amalgamò formando strani contrasti dove s’intrecciavano minuscolo e grandioso come nei ricordi d’infanzia, quando la realtà pare brillare, vivificarsi di colori. E invece il 27 aprile 1992, pochi giorni dopo quella finale nacque la Repubblica Federale di Jugoslavia (Savezna Republika Jugoslavija) formata da Serbia e Montenegro. La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (Socijalistička Federativna Republika Jugoslavija) era ormai un ricordo.
“Perché ci hanno bombardato?”.
Rifletto. “Credo che qualunque risposta non avrebbe senso per te”. Goran mi guarda e dice pacato: “Umirati u lepoti”, sai cosa significa? – “No Goran” – “Significa morire nella bellezza”. E ripartiamo mentre il sole cala dietro le larghe guglie di San Sava.

ALVISE ZAGO: Il talento e la sfortuna.

di REMO GANDOLFI

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E’ il 9 ottobre 1988.

Si gioca la prima partita del campionato di Serie A.

Al Comunale di Torino i granata ospitano la Sampdoria, una delle squadre emergenti nel panorama del calcio italiano.

Vialli. Mancini, Vierchwood, Pagliuca, Cerezo, Chiesa … tutti calciatori di grande qualità e portati a Genova dall’ambizioso e altrettanto facoltoso presidente Paolo Mantovani.

Il Torino viene da una buonissima stagione, chiusa al settimo posto, ma ci sono molte perplessità in merito alla campagna trasferimenti dell’estate appena conclusa.

Tony Polster e Antonio Crippa vengono, nonostante le promesse della dirigenza, ceduti nel mercato estivo, così come il forte difensore Corradini.

Al loro posto arriva un forte attaccante brasiliano Muller, lo slavo Skoro e un altro brasiliano, il centrocampista Edu.

Sulla panchina del Toro siede Gigi Radice, l’uomo che poco più di 10 anni prima plasmò quella meravigliosa squadra capace di vincere uno scudetto fantastico e di sfiorarne un secondo, arrivando ad un solo punto della Juventus nonostante i 50 punti conquistati.

Il Torino del Presidente Gerbi non ha certo le risorse economiche della grandi del campionato ma come da sempre nella gloriosa storia del Club della Mole c’è la possibilità di attingere a piene mani dal settore giovanile più prolifico del Paese grazie al quale sopperire alle stagioni più difficili.

Roberto Cravero, Giorgio Bresciani, Diego Fuser sono solo alcuni dei tanti ragazzi della prima squadra forgiati in quegli anni dalle sapienti cure di Sergio Vatta, Responsabile del Settore Giovanile del Toro e capace, come nessuno di scovare e crescere giovani talenti.

Uno di questi è pronto oggi per il suo esordio in Serie A.

Si chiama Alvise Zago, ha 19 anni ed è la “Joya” (come direbbero in Argentina) il gioiello del settore giovanile granata.

Gigi Radice, dopo averlo aggregato alla prima squadra durante la preparazione estiva, non ha un solo dubbio al mondo: Alvise Zago è pronto per prendere in mano le redini del gioco del suo Torino.

Sarà lui, con la casacca numero 10 sulle spalle, ad agire nella metà campo avversaria cercando di innescare gli attaccanti granata.

Alla visione di gioco, alla capacità di saltare l’uomo in dribbling e ad una tecnica raffinata Zago unisce una grande predisposizione al lavoro, una grande voglia di imparare ed una professionalità sempre più rara nei ragazzi della sua età.

Qualcuno in realtà ne mette in dubbio “il cuore”, quella grinta e quella “cattiveria” agonistica che sono qualità imprescindibili per vestire la maglia di questo glorioso ed “unico” club.

Ma è lo stesso Vatta a zittire tutte le cassandre.

“Gli attributi di un calciatore non si vedono solo dalla foga con cui insegue un avversario o si lancia in un tackle. Si vedono anche e soprattutto quando un giocatore non ha paura a chiedere sempre la palla anche nei momenti più critici e delicati di una partita quando magari a tanti altri la palla sembra “scottare” tra i piedi.

Alvise è uno che in campo non si nasconde mai.”

Ci sono altre due peculiarità che colpiscono in questo ragazzo di Rivoli, paese della cintura Torinese.

La prima è uno stile di corsa un po’ particolare, con i piedi aperti “a papera” che viene parzialmente corretto da sofisticati plantari.

L’altro, assai più importante, è una grande abilità nel gioco aereo, caratteristica non certo comune a calciatori del suo ruolo e soprattutto in atleti come Alvise che non arrivano al metro e ottanta di altezza.

L’esordio con la Samp non è fortunato.

Il Torino soccombe per tre reti a due ma Zago fa in pieno la sua parte.

La sua posizione nell’undici titolare non sarà mai messa in discussione.

Si arriva così al 4 dicembre del 1988.

Il Torino sta perdendo per una rete a zero l’incontro interno con il Verona.

A portare in vantaggio gli scaligeri dopo pochi minuti dal fischio di inizio e il giovane attaccante argentino Caniggia.

Il Torino viene dalla bella vittoria in trasferta all’Olimpico contro la Roma e un risultato positivo oggi potrebbe proiettare il Toro verso posizioni di prestigio.

Il Verona chiude con facilità tutti i varchi per tutto il primo tempo e anzi, l’attacco a tre punte schierato dagli scaligeri (Pacione, Galderisi e Caniggia) crea diversi grattacapi alla difesa granata.

Manca ormai meno di un quarto d’ora alla fine quando al Torino viene concesso un calcio di punizione dalla sinistra.

Skoro calcia di destro a rientrare e nonostante l’area sia ben presidiata dai gialloblu veneti c’è un giocatore con la maglia granata che riesce a prendere il tempo meglio di tutti gli altri e a impattare la palla di testa mandandola in fondo alla rete difesa da Cervone.

Questo qualcuno è proprio Alvise Zago che immediatamente dopo corre, ebbro di gioia, verso la curva Filadelfia, la “sua” curva dalla quale ha assistito a decine e decine di partite del Toro.

E’ il suo primo gol in Serie A.

https://youtu.be/HjPspsjT4qo

Di lì a poche settimane il Commissario Tecnico della Nazionale Under 21 Cesare Maldini lo convocherà per la sua prima partita in azzurro.

Alvise Zago è ormai molto di più della semplice promessa sbocciata poco più di un anno prima al Torneo di Viareggio vinto proprio dal Toro di Sergio Vatta che nelle sue file annoverava tra gli altri anche Diego Fuser e Giorgio Bresciani (capocannoniere del torneo).

Il girone di andata si chiude con un Torino risucchiato però nei bassifondi della classifica anche se la posizione di Alvise in seno alla squadra non è mai messa in discussione.

Si arriva così al 21 febbraio 1989.

Per il Torino, che si appresta a giocare a Marassi contro la Sampdoria la prima partita del girone di ritorno, si prospetta una trasferta difficile.

Il Torino da qualche settimana ha cambiato allenatore, come sempre accade in questi casi.

Gigi Radice è stato rimpiazzato da Claudio Sala, l’indimenticato “poeta del gol” e protagonista in campo di quel Torino che proprio sotto la guida di Radice era tornato ai vertici del calcio italiano.

Come detto, per Alvise Zago non è cambiato nulla.

Titolare inamovibile con Radice, titolare inamovibile con Claudio Sala.

I Blucerchiati sono lanciatissimi nelle prime posizioni della classifica e hanno chiaramente i favori del pronostico.

Il Torino, e Zago, non hanno alcuna intenzione di fare da “sparring-partner” per lo squadrone di Vialli e compagni e dopo pochi minuti di gioco è proprio Alvise Zago a portare in vantaggio i granata.

E’ il suo secondo sigillo in Serie A e stavolta in un match di cartello.

La Samp reagisce a testa bassa e si riversa nella metà campo granata.

Dopo neppure venti minuti sul cronometro però accade qualcosa.

Qualcosa che per la sua dinamica “spiazza” e spaventa.

C’è un pallone che viene allontanato dal cuore dell’area granata.

La palla è alta ed è qualche metro oltre la linea dei sedici metri dalla porta del Toro.

Zago salta per prolungare la traiettoria e allontanare ulteriormente il pericolo.

Sullo stesso pallone arriva però con veemenza anche Victor, il centrocampista spagnolo dei blucerchiati.

L’impatto tra i due è terribile.

Entrambi cadono a terra in maniera innaturale dopo lo scontro.

E a terra ci rimangono.

Quello che desta maggiori preoccupazioni nell’immediato è Victor che rimane a terra immobile a faccia in giù.

Ma un attimo dopo sono le urla di Alvise che attirano l’attenzione di compagni e avversari.

Alvise si tiene il ginocchio destro fra le mani e i primissimi compagni che lo soccorrono si rendono immediatamente conto della gravità.

E mentre Victor riprende piano piano conoscenza sono i compagni di Zago a sbracciarsi per attirare l’attenzione dei sanitari.

Il ginocchio destro di Zago nel toccare terra dopo lo stacco aereo sbilanciato dall’impatto con lo spagnolo, ha avuto un movimento tutt’altro che naturale.

Si teme subito per il legamento crociato che, nonostante i grandi progressi della chirurgia degli ultimi anni, rimane ancora lo spauracchio per praticamente tutti gli atleti professionisti.

Quando il giorno successivo arriva il responso dei medici però nessuno aveva messo in conto la gravità dell’infortunio del talentuoso ragazzo di Rivoli.

Rottura di ENTRAMBI i legamenti (anteriore e posteriore) e della capsula articolare.

Un ginocchio distrutto insomma.

Si parla di tempi di recupero lunghissimi.

Un anno di stop … probabilmente di più.

Ma sono anche in molti a temere il peggio e cioè che la carriera di Alvise Zago si arrivata al capolinea quel giorno maledetto a Marassi, alla sua 17ma partita in Serie A.

Alvise Zago non è uno che molla.

Il calcio ce l’ha nel sangue, non prende neppure in considerazione l’idea di un futuro senza dare calci ad un pallone.

Alvise tornerà su un campo di calcio.

Esattamente un anno e mezzo dopo.

Lo farà in Serie B, con la maglia del Pescara addosso, in prestito dal “suo” Torino.

Sarà una stagione più che dignitosa, arricchita da 5 reti in una ventina di partite.

Il Torino lo osserva, lo aspetta e continua a sperare.

In fondo era proprio a lui a cui era stata affidata la maglia numero 10, quella che fu di Valentino Mazzola … quella che il meraviglioso popolo granata si aspetta di vedere sulle spalle di quel ragazzo cresciuto nelle giovanili per almeno una decade.

Al Torino rientra brevemente ma ha bisogno di giocare, di mettere minuti nelle gambe e di ritrovare completamente se stesso e il ritmo partita.

Altro prestito, stavolta al Pisa, e altra stagione discreta.

Poi, finalmente, nel 1992 Alvise torna a casa.

Emiliano Mondonico lo aggrega alla prima squadra.

Lo mette in campo in una dozzina di partite … prima di arrendersi definitivamente al fatto che ALVISE ZAGO non tornerà mai più ad essere quello degli esordi e non diventerà mai quel campione su cui tutti erano pronti a scommettere … Sergio Vatta, Gigi Radice, Cesare Maldini e Azelio Vicini.

Verrà ceduto al Bologna dove giocherà un pugno di partite e poi sempre più giù, sempre più lontano da quei palcoscenici che sarebbero stati suoi di diritto per tante e tante stagioni.

Nola, Saronno, Varese, Seregno e Meda.

Per finire i suoi giorni di calciatore nella sua Rivoli, contribuendo in maniera determinante a portarla dalla Eccellenza alla Serie D.

A 35 anni, nel 2004, Alvise ha detto basta con il calcio giocato.

Ora lavora con i ragazzi, a cui trasmette il suo grande sapere con la sua grande modestia e simpatia, esattamente le stesse di quando giocava in Serie A e si emozionava ogni volta che gli mettevano un microfono davanti alla bocca.

Chi lo ha conosciuto ne parla come di un uomo sereno e realizzato, senza rimpianti.

Felice di essere tornato ad infilarsi gli scarpini e di poter tornare a correre su un campo di calcio dopo quel terribile giorno di febbraio del 1989.

“In fondo mi ritengo fortunato. Ho fatto comunque il lavoro che mi piaceva e ho conosciuto tante brave persone e tante realtà diverse. E alla fine ho capito che fare gol è sempre un’emozione fantastica … ed è la stessa identica sia che tu giochi a San Siro, all’Olimpico o a Cinisello Balsamo !”

Queste sono le sue parole, ripetute in più di un’intervista … lasciando ad altri la risposta più difficile “Chi sarebbe potuto diventare Alvise Zago ?”.

 

GRAEME LE SAUX: Più forte dell’ignoranza.

di REMO GANDOLFI

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Iniziò tutto con una battuta.

Stupida, ma non diversa dalle centinaia di battute stupide che vengono “sparate” negli spogliatoi di una squadra di calcio a tutte le latitudini del globo terrestre.

Ragazzi di 20 anni o poco più, sempre intenti a mostrare i muscoli, la loro virilità e mascolinità.

Graeme Le Saux all’epoca ha 22 anni e da un paio di stagioni si è ritagliato un posto da titolare nel Chelsea.

Gioca da terzino sinistro.

E’ un giocatore mancino con un eccellente tocco di palla, è rapido nei recuperi difensivi e molto bravo a supportare l’azione offensiva dei “Blues”.

Dai suoi cross sono nati diversi gol, specialmente per la testa di Kerry Dixon, il forte centravanti del Chelsea, e Graeme è già un beniamino dei tifosi di Stamford Bridge.

Graeme Le Saux è un calciatore sui generis.

Ha studiato, ha raggiunto il diploma e ha perfino dato qualche esame all’Università prima di mettere anima e corpo nella professione di calciatore.

Veste molto casual e non gliene frega nulla di vestiti firmati e fuoriserie dalle 50.000 sterline in su.

E, cosa che lo rende quasi una mosca bianca nel troglodita mondo del calcio inglese del periodo, ama leggere e informarsi.

Arriva all’allenamento leggendo il GUARDIAN, quotidiano progressista di approfondimento quando i compagni, quando va bene, leggono tabloid per massaie come il SUN o News of the World.

Ama i negozi di antichità e le gallerie d’arte quando il 99% dei calciatori inglesi non sa andare oltre il Pub o il proprio bookmakers.

Insomma … è un calciatore diverso.

Le battute nei suoi confronti sono sempre molto taglienti ma non trascendono comunque mai dal rispetto per un compagno di squadra che, semplicemente, ha un po’ più di spessore degli altri.

Poi un giorno accade qualcosa.

Siamo nell’estate del 1991, nei primissimi giorni di ritiro in vista della nuova stagione.

Nelle settimane precedenti Graeme Le Saux ha girato l’Europa.

Non andando in giro per spiagge famose e locali alla moda.

Ha visitato città d’arte e musei.

In Francia, in Belgio e in Olanda.

Con lui un compagno di squadra con il quale, come succede in ogni squadra del mondo, ha stretto un rapporto di amicizia.

E’ Ken Monkou, che gioca da difensore centrale.

E’ un ragazzone nero, di 190 centimetri, arrivato dal Feyenoord al Chelsea anche lui come Le Saux all’inizio della stagione precedente.

I calciatori si stanno cambiando in vista dell’allenamento che inizierà da lì a pochi minuti quando ad uno di loro non viene in mente di fare una domanda.

Di quelle stupide, da spogliatoio appunto.

“Ehi Graeme, ma com’è dormire in tenda solo soletto con Ken Monkou ?”

Forse basterebbe una risata, una “controbattuta” o magari anche solo un sorriso o un’alzata di spalle.

E invece, come ricorda lo stesso Le Saux “mi sono sentito offeso da quel commento idiota e ho replicato stizzito a quella battuta idiota.”

Fu un grave errore.

“E’ stato come mostrare il sangue a delle belve ferite” ricorda Le Saux.

“Le battute hanno iniziato a moltiplicarsi, offendendo me e tirando in ballo Ken, che all’epoca aveva già il suo bel daffare a sopportare i tanti razzisti che ancora frequentavano gli spalti.”

Nel giro di poche settimane “lo scherzo” era uscito dallo spogliatoio del Chelsea e come la famosa pallina di neve era diventato ormai una valanga.

“LE SAUX E’ OMOSESSUALE”.

Equazione facile e stuzzicante per il mondo omofobo del calcio e per gli spalti degli stadi inglese dove il “thug” (il teppistello violento e ignorante) era quanto mai di moda.

La situazione ben presto degenera.

I cori e gli sberleffi sui presunti gusti sessuali di Le Saux prima partono da 40-50 “morons” (come chiamano da quelle parti gli idioti irrecuperabili) per diventare migliaia nel giro di poche settimane.

C’è un momento in cui Graeme pensa addirittura di smettere con il calcio.

E si arriva al 7 settembre del 1991.

Non sono passati neppure due mesi dallo stupido scherzo negli spogliatoi.

Si gioca uno dei tanti derby di Londra.

Contro il Chelsea c’è il West Ham.

Si gioca all’Upton Park, in casa degli Hammers.

Sulle note di “People go west” dei Village People sono in migliaia i tifosi del West Ham che cantano “Le Saux takes it up the arse” (Le Saux lo prende nel c..o)

Graeme Le Saux è a pezzi.

Anche difendersi non è facile.

Farlo con troppa veemenza potrebbe far credere che davvero per lui sia un’offesa insopportabile e, da persona sensibile e intelligente, teme di offendere chi gay lo è davvero.

Graeme decide di dare fondo alle sue risorse di coraggio e soprattutto di dignità.

Va in campo, si concentra sul calcio e cerca di ignorare cori, insulti e offese.

Gioca talmente bene che arriva addirittura in Nazionale, facendo il suo esordio nel 1994, quando è già un giocatore del Balckburn, con il quale vincerà nella sua seconda stagione ad Ewood Park, il titolo di campione d’Inghilterra.

I tempi stanno pian piano cambiando ma il tormentone su Graeme Le Saux non si placa mai del tutto.

Nel periodo al Blackburn c’è addirittura una scazzottata IN CAMPO con il compagno di squadra David Batty.

Sono in molti a ritenere che nel momento più caldo della “discussione” tra i due la parola “poof” (finocchio) sia uscita dalla bocca di Batty anche se Graeme ha sempre negato questo.

Quello che è impossibile da negare accade il 27 febbraio del 1999.

Si gioca Chelsea vs Liverpool allo Stamford Bridge.

Graeme Le Saux è tornato da un paio di stagioni al Chelsea.

Ci sono voluti 5 milioni di sterline, cifra importante per quei tempi, per riportare Graeme a Stamford Bridge dove a volerlo a tutti i costi da Ruud Gullit, manager dei Blues.

Robbie Fowler, centravanti del Liverpool, entra con decisione su Le Saux.

E’ un chiaro calcio di punizione.

Le Saux si appresta a batterlo quando Fowler si pone a pochi metri dal pallone,

L’attaccante dei Reds gira la schiena a Le Saux, si piega in avanti e portando le mani al sedere grida al terzino del Chelsea “Come on and give me one up the arse.” (forza dai, dammelo nel c..o).

fowler vs le saux.jpg

La scena provoca le risate del pubblico di Stamford Bridge ma Le Saux non ne è certo impressionato.

Segnala la cosa alla terna arbitrale e si rifiuta di calciare la punizione fin quando non verranno presi provvedimenti nei confronti di Fowler.

L’unico per cui vengono presi provvedimenti è invece Le Saux che viene ammonito per aver ritardato la ripresa del gioco.

A quel punto Le Saux perde il controllo.

Cerca una (comprensibile ?) vendetta nei confronti del bulletto cresciuto nei Docks di Liverpool.

Rifila a Fowler una gomitata mandandolo lungo disteso e poi lo scalcia ad ogni occasione.

Fowler rimarrà in campo ma sarà Le Saux ad uscire, saggiamente sostituito da Gianluca Vialli che ha capito che al suo giocatore sono ormai saltati i nervi.

Nessuna scusa ufficiale da nessuno.

Dalla Federazione arriverà una giornata di squalifica per Le Saux e due per Fowler.

I due si incontreranno poche settimane dopo, entrambi convocati nella Nazionale inglese di Kevin Keegan che si offrirà di fare da pacere ai due, con tanto di fotografie e strette di mano.

Robbie Fowler diserterà l’incontro al contrario di Le Saux pronto invece a chiudere l’episodio.

E’ passato poco più di un anno dalla tragica morte di Justin Fashanu (di cui vi abbiamo raccontato in questa rubrica) avvenuta nel maggio del 1998.

Fashanu, l’unico calciatore inglese in attività ad avere avuto il coraggio di fare outing … pagando questo coraggio con un prezzo assurdo: la sua stessa vita.

Graeme Le Saux ha continuato a giocare a calcio, sempre ad altissimo livello, fino al 2005.

Nel 2007 è uscita la sua autobiografia (Left Field: A Footballer Apart) dove, con molta onestà, sconsiglia caldamente calciatori professionisti dal fare “outing” considerando semplicemente i tempi non maturi.

Per l’ennesima volta è invece ancora il rugby a dare lezione di coraggio e di etica.

E’ relativamente recente l’ammissione del giocatore dei Wakefield Widecats Keegan Hirst di essere gay.

Lo stesso Keegan racconta quando prese il coraggio a quattro mani e per primo nell’ambiente lo confessò al suo allenatore, John Kear.

“John è un uomo di più di sessant’anni. Duro come il marmo e che ama il rugby come nessun altro. La sua risposta non la dimenticherò mai” racconta Hirst.

“Figliolo, tu sei un giocatore di rubgy e sei il mio capitano. Qualunque altra cosa tu sia sappi che a me va benissimo”.

 

https://youtu.be/hwZlEeCaKuQ

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Graeme Le Saux è ETEROSESSUALE.

Ha una moglie, Mariana, e due bellissimi figli, Georgina e Lucas.

 

 

 

 

RICCARDO PALETTI: 10 secondi.

di RENATO VILLA

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10.

Sono qui, seduto nel mio abitacolo.

 

Attendo che il semaforo si illumini.

Tra un paio di secondi si accenderà il rosso.

 

I motori sono già accesi.

La mano destra è sulla leva del cambio.

La sinistra è sul volante.

 

Il cervello calcola i tempi di reazione.

E calcola anche, arrivando lanciati in fondo al rettilineo, a che velocità ci si potrà arrivare.

 

Perché io non parto davanti.

 

Non guido una Ferrari.

Guido un’Osella.

 

E ho quasi tutti davanti.

 

9.

I miei colleghi sono tutti più esperti di me.

Sanno perfettamente come comportarsi sulle piste.

Io sono quello che in America chiamano “rookie”.

Esordiente.

Novizio.

 

Non che la cosa mi faccia sentire inferiore, quello no.

 

È che la pista di Montreal è tutto tranne che facile, e non penso sia l’ideale per un esordio o quasi.

 

Ma bisogna pur sempre iniziare.

 

Perché, senza iniziare, non si va avanti.

 

E io, avanti, ci voglio andare.

E tanto.

 

8.

Questi secondi scorrono fin troppo lentamente.

Il semaforo deve ancora diventare rosso.

 

Sembra debba durare un’eternità, questa maledetta procedura di partenza.

Ma è una cosa che devo imparare a conoscere bene, e farlo meglio che partendo dal fondo non è possibile.

 

Anche perché così tengo d’occhio tutto e tutti.

 

Vedo ogni cosa.

 

Forse non vedo le prime due file, ma loro sfileranno via tranquille mentre noi ci scanneremo per guadagnare una posizione.

 

Una.

 

Che vitaccia infame, scannarsi per essere diciottesimo o diciannovesimo.

 

Ma ci tocca, a noi esordienti con le macchine più lente.

Per avere le migliori, ci vorrà del tempo.

 

7.

Il semaforo adesso ha cominciato la procedura di partenza.

Ancora quattro secondi e scatteremo tutti, in questo lungo rettilineo.

 

Ogni secondo, un semaforo che scatta e diventa verde.

 

Ogni secondo, una valanga di pensieri che si accumula nelle nostre menti.

Pensieri.

Emozioni.

Sensazioni.

 

Ogni secondo, un attimo di paura passa.

Perché siamo sempre più vicini al via.

E, una volta partiti, si comincia a vivere.

 

6.

La seconda luce si è accesa.

Ancora tre secondi.

Ancora tre.

Ma c’è qualcosa che non capisco.

 

Vedo qualcuno che si sbraccia, davanti.

Ma davanti davvero.

 

Nelle prime file.

 

E se si sbraccia, vuol dire che ha qualche problema.

Ma mancano tre secondi.

Potrebbero ancora fermare tutto, ma non è detto.

 

Vediamo cosa faranno.

Perché non possono farci rischiare così.

 

5.

Invece no, ecco la terza luce.

Hanno deciso di farci partire.

Anche se può esserci pericolo.

 

Tanto in pista loro non ci sono.

Ci siamo noi.

 

Comunque, io spero di arrivare a schivare l’ostacolo che ci troveremo davanti.

In fondo, da dietro, l’ho già detto, si vede meglio.

L’importante è non trovarsi in mezzo al casino nel momento sbagliato.

E io spero che non succeda.

 

4.

La quarta luce si è accesa.

Devo essere pronto.

Piede sull’acceleratore e mano sul cambio.

 

Solo così potrò sperare di partire bene.

 

Davanti continuano i segnali, ma a quanto pare sono inutili.

Il semaforo continua ad andare avanti.

 

3.

Si è accesa anche l’ultima luce.

 

A questo punto non c’è più niente da fare che sperare.

Sperare che il rischio sia rientrato, o che tutti si riesca ad evitarlo.

 

È quello che spera l’organizzazione.

Poi, con questo rettilineo, dovremmo riuscire a cavarcela.

 

Tutti.

 

Anche se non si è mai sicuri di niente.

Perché basta che chi ti è davanti scarti all’ultimo e va a finire male.

Ma non sarà così.

No.

Non sarà così.

 

2.

Si parte.

Scattano tutti, anche la mia Osella fa il possibile per dimostrarsi degna della partecipazione al mondiale di Formula 1.

 

Ma è successo qualcosa.

Qualcosa di strano.

 

Ho davanti una corsia vuota.

Non capisco.

 

Sembra che tutto stia andando per il meglio.

Almeno, sembra.

 

1.

Non capisco.

Si buttano tutti a sinistra, intasando la traiettoria.

 

Accelero.

 

Potrei arrivare in fondo al rettilineo avendo superato diversi avversari, io che di solito sono prudente.

 

D’altra parte, un’occasione così non l’avrò più.

 

Devo sfruttarla.

 

Per me, per il team, per tutto il piccolo mondo che mi circonda.

È troppo importante.

 

E allora accelero, e spero che tutto vada per il verso giusto.

 

EPILOGO

No.

Nulla è andato bene.

La Ferrari di Pironi era ferma sulla griglia, in fondo al rettilineo.

 

L’ho vista all’ultimo, quando uno dei miei avversari ha scartato.

 

L’impatto è stato inevitabile.

Violento.

Devastante.

 

Della mia Osella è rimasto poco.

 

Di me, solo il ricordo di un ragazzo che voleva provare al mondo che poteva stare in Formula 1, con i grandi.

 

Ma non ne ha avuto il tempo.

 

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