MIKE & JULES PETERS: Amore, speranza e forza.

di REMO GANDOLFI

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“Ho imparato a vivere ogni singolo giorno della mia vita come il più grande dei regali.

Ogni mattina, quando apro gli occhi, penso la stessa cosa: sono VIVO.

E ogni giorno ci sono così tante cose da fare !

Se non sono in Tour a suonare c’è una nuova canzone da registrare in studio, un pezzo nuovo da scrivere, una serata da organizzare, una partita di calcio dei miei ragazzi a cui assistere.

Oppure c’è una bella camminata da fare nei boschi e nelle colline intorno a Dyserth, la cittadina del Galles del Nord dove vivo.

E con me c’è la mia “ragazza” e madre dei miei figli Jules.

Siamo innamorati da oltre 30 anni e ogni nuovo giorno che arriva mi fa innamorare di lei sempre di più.

L’avevo conosciuta nel 1986 quando con gli “Alarm” eravamo in testa alle classifiche di vendita.

Erano gli anni in cui gli U2, i miei amici Big Country e noi eravamo usciti prepotentemente alla ribalta con il nostro rock, corposo, sanguigno e onesto.

“Epico” dicevano gli addetti ai lavori.

Ero sempre a Londra per lavoro ma appena potevo me ne tornavo dalle mie parti, nel nord del Galles.

E un giorno incontrai Jules.

Avete presente quando vedi una persona e sai ESATTAMENTE che quella sarà la persona con cui vuoi condividere il resto della vita ?

Ecco, a me capitò.

E non me ne sono mai pentito, anzi.

Sembrava tutto perfetto.

Facevo il mestiere migliore del mondo e al mio fianco c’era la donna migliore del mondo.

E anche quando me ne andai dagli Alarm nel 1991 non c’era in realtà nulla che mi spaventasse.

Avevo tanto entusiasmo e tanta voglia di mettermi in gioco in maniera diversa.

Poi arrivò lui, il CANCRO.

La prima volta che me lo diagnosticarono fu nel 1995.

Avevo 36 anni.

Nel mio mestiere è ancora un’età in cui stai crescendo, affinando le tue doti, la tua tecnica, i tuoi gusti e le tue passioni.

Un cancro non è contemplato.

E invece ho dovuto farci i conti.

Non una volta sola.

Tre.

Tre volte ci ha provato, sotto forme diverse, anche attraverso la Leucemia.

“Strenght” si chiama l’album degli Alarm che ci diede la popolarità anche fuori dal Regno Unito.

Le coincidenze della vita …

STRENGHT … forza … era quella di cui avevo bisogno per combattere contro il male.

Ci sono stati momenti in cui pensavo di non farcela.

Avevo voglia di mollare, di arrendermi.

Tre volte.

Se si ripresenta tre volte vuol proprio dire che LUI non ha nessuna intenzione di arrendersi !

Allora tanto vale che lo faccia io …

Solo che nella mia vita nel frattempo era cambiato tutto.

Erano arrivati Dylan ed Evan, i nostri due meravigliosi ragazzi e poi Jules non mi avrebbe mai permesso di arrendermi.

E così ti rimane solo una scelta: trasformare questa prova terribile in un’opportunità.

Insieme al mio amico James Chippendale abbiamo creato la “LOVE HOPE STRENGHT” che è una fondazione che raccoglie denaro per chi, come noi, viene attaccato dal male.

E poi c’erano tante canzoni ancora da scrivere, tanti concerti da fare, tante partite di calcio da vedere e tante montagne da scalare.

Forse è per questo che “il bastardo” non si è più ripresentato … perché ha capito che stavolta si giocava davvero pesante.

E se lui non aveva intenzione di mollare … beh, di sicuro non l’avrei fatto nemmeno io !

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Siamo nel giugno del 2016.

L’appuntamento è con l’annuale “Snowdon Rocks”, la scalata del Monte Snowdon, il più alto del Galles. Sulla cima Mike Peters e il suo gruppo si esibiranno, come ormai da dieci anni consecutivi, in un concerto per raccogliere fondi per la “LOVE HOPE STRENGHT”, la fondazione fondata proprio da Mike Peters insieme all’uomo d’affari statunitense James Chippendale per raccogliere denaro contro la lotta alla leucemia e al cancro, dai quali entrambi sono stati colpiti in passato.

Quasi 500 persone sono salite sui quasi 1.100 metri della montagna.

E’ stata la solita festa, si è cantato e ballato insieme a Mike e agli storici pezzi degli Alarm come “68 guns”, “The deceiver” “Absolute reality” o la struggente “Spirit of ‘76”.

Ma si è parlato anche di prevenzione, della ricerca e delle nuove scoperte che possono dare in qualche modo speranza a milioni di persone nel mondo.

Con Mike c’è ovviamente anche Jules, la bellissima moglie di Mike e madre dei due scatenati Dylan ed Evan, i biondissimi figli della coppia.

Rientrata a casa Jules decide di sottoporsi ad un check-up completo.

Sono giorni particolari per tutto il Galles.

La squadra di calcio nazionale è impegnata nelle finali del Campionato Europeo che inizierà fra pochi giorni in Francia.

Per il Galles è un’occasione speciale.

Non solo non ha mai giocato una fase finale di un Campionato Europeo ma l’ultima volta in cui ha giocato le finali di una competizione internazionale fu nel lontano 1958, ai mondiali di calcio che si disputarono in Svezia.

A “casa Peters” il calcio è una grandissima passione e sono giorni perfetti per Mike e Jules per organizzare barbecue per amici e parenti e assistere poi tutti insieme alla partita.

Il Galles gioca ben aldilà delle aspettative e a casa Peters sono giorni di festa praticamente ininterrotta.

E’ il 4 di luglio.

Il Galles tre giorni prima ha sconfitto, contro tutti i pronostici, il Belgio nei quarti di finale.

Fra due giorni affronterà il Portogallo nella partita di semifinale.

A casa Peters è previsto un grande party per l’occasione.

Quel giorno, quel 4 di luglio, a Jules arriveranno i risultati della sua visita.

Ha un tumore al seno.

Per due giorni non dirà nulla a nessuno, nemmeno a Mike.

Lo farà solo alla fine della partita.

“LOVE HOPE STRENGHT”.

In quel gesto ci sono tutte e tre le parole per le quali Mike sta combattendo da oltre 20 anni la sua battaglia, privata e pubblica, contro il cancro.

Jules, quelle parole, le fa tutte sue.

Solo che ora non c’è più tempo da perdere.

Due operazioni in meno di un mese.

Si, due.

Perché durante la prima operazione il chirurgo si accorge che il male ha già iniziato a farsi spazio nel corpo di Jules.

Se ne accorge quasi per caso, sfiorando con una dito una minuscola massa tumorale.

La biopsia conferma la peggiore delle ipotesi.

Quando arriva la notizia della necessità di una seconda operazione Mike Peters è negli Stati Uniti.

Per lui c’è prima una visita a Washington davanti a diversi membri del Congresso per parlare insieme a James della loro attività, del loro impegno e della battaglia quotidiana di “LOVE HOPE STRENGHT” per sensibilizzare il maggior numero di persone possibili e per raccogliere adesioni.

A questo incontro seguirà un Tour negli gli Stati Uniti insieme alla sua Band.

Dovrebbero essere giorni meravigliosi per Mike, che ha saputo rilanciare la sua carriera più volte, spesso ripartendo quasi da zero.

Ma Jules, il suo amore da più di 30 anni, sta male.

Mike vuole mandare tutto all’aria e tornare a casa, nel Galles del nord, vicino a Jules.

Ma lei insiste.

Mike deve continuare il Tour, ci ha investito denaro e se stesso.

“Ce la posso fare” le dice.

Jules torna sotto i ferri ma pare proprio che nulla, ma davvero nulla, vada per il verso giusto.

Vengono trovate altre aree dove il tumore ha attecchito.

Jules si sottoporrà a 18 settimane di chemioterapia e ad un trattamento con le radiazioni.

Ogni singolo giorno per 4 settimane.

“Un’amica che aveva già vissuto tutto questo mi disse che dopo alcune grosse bevute era stata molto peggio. Così mi sono detta che ce la potevo fare anch’io”.

LOVE HOPE STRENGHT … e anche Jules, come Mike, ne ha da vendere.

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Oggi, ad inizio 2019, Jules e Mike possono dire di avere vinto le loro reciproche battaglie contro il cancro.

Entrambi.

Insieme.

La guerra, lo sanno benissimo, non è mai finita.

Ma per entrambi, adesso, ogni singolo giorno è il più grande dei regali.

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A seguire

Il trailer sul film dedicato a Mike e alla sua incredibile storia di coraggio.

 

https://youtu.be/iVzC7wnGtXg

 

 

 

APPENDICE

 

E di pochi giorni fa la notizia che a Mike Peters, per il suo impegno nella lotta contro i tumori e per l’opera di raccolta fondi benefici, sarà conferita una delle massime onorificenze previste nel Regno Unito: quella di MBE, ovvero Member of the Order of the British Empire.

 

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Jules mostra alcune ciocche dei suoi meravigliosi capelli biondi che se ne sono andati durante la chemio.

Una donna con la sua forza ha trovato modo di scherzare anche su quello.

“Trixie” è il nome dato da Jules alla sua parrucca.

“Ci abbiamo messo un po’ a fare amicizia. Ma ora siamo diventate inseparabili !”.

Jules racconta anche, in toni diversi, che la perdita dei capelli fu uno dei momenti più difficili da affrontare.

“Questa cosa mi stava distruggendo. Perdere i capelli è stato come perdere la propria femminilità, la propria sessualità. Per un periodo avevo perso completamente il senso di essere “donna”.

 

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Questa è un’immagine della annuale camminata verso il Monte Snowdon, sulla cima del quale Mike Peters si esibisce in un concerto per raccogliere fondi per la LOVE HOPE STRENGHT.

 

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Qui sopra la famiglia Peters al completo è insieme ad un vecchio amico di Mike, Bono Vox, leader degli U2 che, con gli ALARM di Mike Peters e i BIG COUNTRY diedero vita nei primi anni ’80 alla nuova ondata rock del post-punk.

 

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L’attività di Mike come musicista non si è mai interrotta.

Anzi. Anche nel 2018 Mike Peters ha fatto oltre 100 date … e la signora con cappello e pantaloni bianchi è ormai parte integrante del gruppo. E’ sua moglie Jules.

… perché per Jules e Mike il tempo per stare insieme non è mai abbastanza …

 

Infine due video di due splendide canzoni degli Alarm.

 

La prima è la struggente “Walk forever by my side”

https://youtu.be/toUNki8PIIk

 

E’ la seconda è la nuovissima “Beautiful”… difficile non pensare che siano entrambe dedicate alla bellissima Jules …

https://youtu.be/PgXrHpduUjQ

 

 

 

 

 

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TOMAS FELIPE CARLOVICH: La leggenda del “Trinche”.

 

el trinche.jpg“EL TRINCHE” CARLOVICH

di Remo Gandolfi

Che sia una storia unica, meravigliosa e a tratti commovente è una certezza; quanto poi di questa storia ci sia di reale o quanto sia semplicemente una leggenda ingigantita negli anni, nei racconti tramandati o nella fantasia di qualche giornalista o ex-calciatore è in realtà tutto da dimostrare.

Ma quando perfino Maradona dice che il più grande di tutti non è stato lui e non è stato neppure Pelè ma è stato “El Trinche” Carlovich … beh, qualche valutazione bisogna farla ! Continua a leggere “TOMAS FELIPE CARLOVICH: La leggenda del “Trinche”.”

ROLAND RATZENBERGER: Nemmeno la morte.

di RENATO VILLA

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1.

Nemmeno la morte mi ha reso giustizia.

 

La Nera Signora si è presa il mio corpo e la mia essenza   vitale in quella curva di Imola.

 

Ma nemmeno lei è servita a darmi pari dignità nei confronti degli altri miei colleghi.

 

Nemmeno la morte è servita a farmi ricordare.

 

Per tutti sono stato, e sarò per sempre, un “signor Nessuno”, come tanti altri che hanno fatto la mia vita.

 

Nemmeno la morte è riuscita a rendermi giustizia.

 

2.

E’ proprio strano.

Quando muori pensi che si ricordino di te, almeno quel minimo di tempo.

 

A me non è successo.

 

Perché la sorte ha voluto che, mentre mi trovavo disteso sul tavolo per l’autopsia, andava a morire, in un’altra curva, un altro mio collega.

 

Ma non uno qualunque.

 

Il più grande.

Ayrton Senna.

 

E, in quel momento, mi sentii abbandonato anche dalla Morte.

 

Perché “io” non Le ero bastato.

 

Non valevo poi così tanto, ed allora aveva ghermito il più grande.

 

Perché Lei non lascia mai le cose malfatte.

 

3.

I box della Simtek erano chiusi, in segno di lutto.

 

Ma la pista, e le gradinate, erano rumore.

Di motori e di gente.

 

Erano l’essenza stessa di quella gara che io non avevo potuto vivere.

 

Io, disteso sul tavolo d’autopsia, avevo attorno un mondo intero.

 

In pista stava succedendo il finimondo.

Perché la Morte aveva deciso di compiere il gesto più eclatante.

 

E io, io mi sentivo ancora più solo.

Sempre più solo.

 

4.

Non è bello sapere che nemmeno nel momento finale della tua vita c’è un qualcuno che, senza volere, ti scavalca e ti cancella dalla memoria collettiva.

 

A me è accaduto così.

 

Quando Ayrton arrivò, aveva un buco in gola.

Ma era Ayrton.

 

-Non è giusto- mi disse (i morti parlano tra loro, non lo sapete?).

 

Io rimasi stupito.

Cosa, non era giusto?

 

-Da domani si parlerà di questo week-end come di quello nel quale sono morto io- aggiunse tristemente.

 

Vero.

Mi avrebbero dimenticato.

 

Di me si sarebbe ricordato giusto che, nelle prove, avevo  anticipato la fine del grande campione.

 

Con una differenza.

Non avrebbero nemmeno detto il mio nome.

Se lo sarebbero scordato.

 

Avrebbero parlato di “un pilota della Simtek”.

Forse il nome strano mi avrebbe fatto ricordare dagli appassionati, e probabilmente giusto da loro.

Per il resto, sarei scomparso.

Di me avrebbero parlato solo le cronache.

Solo le cronache.

 

5.

E’ triste sapere che nemmeno la Morte è equa.

 

Ma al mondo di equo non c’è nulla.

 

Pensavo che, in fondo, arrivato alla fine sarei stato trattato come tutti.

Invece no.

 

La Morte scelse di farmi accompagnare nel mio viaggio dal campione più grande.

 

E fu così che la mia storia finì, per diventare quella di un altro.

 

Perciò chiedo solo una cosa, con questa lettera.

 

Chiedo solo che mi si ricordi.

 

Roland Ratzenberger

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GAGARIN, L’UOMO DELLE STELLE

di LISA AZZURRA MUSETTI

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“Qui è il Maggiore Tom che parla al comando a terra, sto per varcare la porta

E fluttuo nel modo più strano

E le stelle hanno un aspetto molto diverso oggi

Qui sono seduto su una lattina, lontano, sopra il mondo

Il Pianeta Terra è blu e non c’è nulla che io possa fare.”

– David Bowie, Space Oddity-

 

 

 

Jurij Alekseevič Gagarin è un bellissimo giovane uomo sovietico , proveniente da un paesino freddo di nome Klušino. Il genere di paesino sperduto nel gelo dove nessuno vorrebbe abitare. Ha il diploma di metalmeccanico e durante i suoi studi si appassiona al volo e decide così di entrare a far parte dell’Aviazione Sovietica e l’Accademia aeronautica sovietica di Orenburg, nel 1957 prende il diploma di Aviatore Ufficiale.

Ma lui non è come gli altri. Lui in cielo è perfetto. Non sbaglia un decollo, un atterraggio, una manovra. Lui è l’Icaro del mondo moderno, ma le sue ali non si sciolgono.

Non ancora almeno.

Jurij non sa che, in uffici lontani dalla sua ingenua visione di giovane uomo, qualcuno sta gettando le basi per un progetto incredibile: mandare l’uomo nello spazio.

Due anni dopo però le sue capacità lo portano ad essere scelto, insieme ad altre due decine di colleghi per un addestramento con il fine ultimo di scegliere, fra i tanti, il primo uomo a tentare la conquista dello spazio. L’addestramento è folle. Le prove per la forza centrifuga spezzano letteralmente più di una schiena (vertebre ed altre ossa in frantumi),  quelle per il livello di resistenza ai cambi di pressioni provocano molte embolie…e poi i test psicologici, che, come immaginerete rasentavano la follia.

Ma non per lui. Lui era perfetto, un robot sovietico fatto per volare ed infatti sarà lui, insieme a German Titov (suo ipotetico sostituto) ad arrivare alla fine di una straziante gincana della mente e del corpo.

È il 12 aprile 1961 quando Jurij cambiò per sempre la storia e diede uno sbandamento spaventoso all’equilibrio fra le due superpotenze della Guerra Fredda: Unione Sovietica e Stati Uniti.

La navicella Vostok1 decolla alle 9: 07 orario di Mosca. E arriva nello spazio. Con l’Ufficiale Gagarin salvo.

Tutto il mondo era incredulo.

Tre sono le frasi più famose che lui disse su quella navicella:

 

“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini.”

 

“Saluto la fraternità degli uomini, il mondo delle arti, e Anna Magnani”

 

E poi la più importante, che venne usata per decenni come propaganda politica sovietica ma che effettivamente sembra non risultare in nessuna registrazione:

“Non vedo nessun Dio quassù”.

 

Al suo atterraggio ovviamente diviene un eroe nazionale, l’espressione più pura dell’Unione Sovietica….ancora più pura della neve che la avvolge per la maggior parte dell’anno.

 

Passa qualche anno, Jurij continua il suo lavoro di pilota militare, ma un giorno, il 27 Marzo 1968 lui ed il suo copilota Vladimir Seryojin stanno eseguendo un volo di routine su un MiG-15UTI. Ad un tratto il veivolo precipita. Dal nulla. Si schianta nei pressi della cittadina di Kiržač.

L’Ufficiale Gagarin muore a soli trentaquattro anni lasciando una moglie e due figlie.

I documenti delle indagini parlano di un attacco di panico. Un attacco di panico su un aereo al miglior aviatore dell’URSS? Poco probabile, ma se anche fosse stato così, il copilota ha proprio il ruolo di intervenire in tali situazioni.

Le ipotesi si sprecano: suicidio, interferenze aliene, sabotaggio.

Si sa, “quello che succede in Russia rimane in Russia”, è sempre stato così e sempre lo sarà.

Forse il primo uomo nello spazio, proprio in quello spazio aveva visto qualcosa che non avrebbe dovuto rivelare, o ascoltato segreti di cui non sarebbe dovuto essere a conoscenza…

Non possiamo saperlo, ma avete presente quando qualcuno muore e diciamo “Ci guarda da lassù”?

Ecco, lui è stato il primo a farlo veramente, il primo Uomo delle Stelle.

 

I CERCHI DI KAREL

di RENATO VILLA

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Stava disegnando. Non sembrava che fosse poi tanto importante, quello che stava facendo. I suoi erano disegni strani di visioni da incubo, e di altri mondi che solo lui poteva vedere. Eppure, solo i suoi occhi avevano quel vantaggio, e lui sapeva che non era una cosa da poco. Nessuno sapeva come facesse, a realizzarli, quei cerchi. Solo lui aveva presente la sua realtà, e solo lui sapeva che non era una realtà effettiva. Già. Continuò a disegnare, lasciando per strada i ricordi ed i pensieri, e si mise ad illustrare quel mondo che stava sognando. Non dormiva quasi mai, Karel. Non sentiva il sonno, e la paura. I suoi occhi non vedevano, sognavano. La luce che filtrava fragile dalle tapparelle del suo studio rendeva ancora più poetica la realizzazione di quelle opere nere, cupe, sulle quali poi lui innestava la bellezza della sua arte. Non doveva venderle a nessuno: se le sarebbe trascinate via con sé, aveva giurato, e non avrebbe mai più fatto mercato delle sue capacità. Aveva collaborato con tante riviste, da giovane, ed ora non ne aveva più voglia. Voleva che tutti i suoi cerchi si unissero, come per magia, e formassero un quadro gigantesco, come quelli dei grandi maestri dei secoli passati. Ma erano cerchi, quelli di Karel, e geometricamente era difficile, fare un’operazione simile. In ogni caso, lui era sicuro che ce l’avrebbe fatta. Aveva già il centro, perché l’aveva già scelto, ed ora si trattava solo di realizzare il resto, o di montarlo, come si diceva in gergo cinematografico. Karel amava il suo lavoro. Forse troppo, pensò, e si decise ad alzarsi. Avrebbe bevuto qualcosa, perché aveva sete, ed aveva voglia di staccare per qualche minuto. Tanto, ormai non gli correva più dietro nessuno. Solo il tempo.

 

La luce della stanza era quella che lui aveva voluto, fioca e tetra come quella di una camera mortuaria. I suoi erano disegni particolari, amari, duri, a volte incomprensibili, ma sempre estremamente poetici, e lui sapeva che avrebbe dovuto lavorare ancora per molto, per arrivare a realizzare il suo sogno. Perché era un sogno, quella dannazione, e nient’altro, e Karel lo sapeva. La sua idea era mettere nel centro della tela un primo piano di una ragazza urlante, un po’ come il quadro di Munch, perché voleva che la gente rispondesse a quello che vedeva, e che lui voleva far vedere. Molti piangeranno, se riuscirò a completare il quadro, si disse. I suoi cerchi erano un numero spropositato, immenso, e sarebbero bastati per una marea di affreschi, perché lui continuava a produrli, e ad incastrarli l’uno nell’altro. Altro che Cappella Sistina, si disse, se mi riesce questo lavoro divento l’autore più maledetto di tutti, oltre Bosch, oltre tutti gli altri, e si parlerà quasi solo di me…

Quella era la presunzione dell’artista, del grande artista che si sentiva ormai alla fine, e voleva lasciare anche un solo segno tangibile della sua grandezza. Karel guardò la porta, e poi il soffitto, e sorrise. Si sentiva molto più vicino alla verità, adesso, più di quanto non lo fosse mai stato prima.

-Senza luce… senza luce posso dipingere, ma ora devo vedere- sussurrò, ed andò verso l’interruttore. Non aveva voglia di sedersi, ma di guardare ciò che era riuscito ad inventare. Accese la luce. E tutti quei cerchi gli apparvero inutili, alla luce, come invece non sembravano al buio notturno del suo studio. Spense la luce, e tornò a dipingere.

 

La mattina dopo, quando si svegliò, con gli occhi stanchi e distrutti dal lavoro, Karel guardò i suoi cerchi. Erano tanti, tantissimi, troppi, e capì che stava cercando di terminare un lavoro folle, pazzesco. Ma capì anche che la sua vita era passata davanti a quelle tele, stranamente formate, che l’avevano reso celebre proprio per quello, e non per altro. Gli occhi della gente non vedevano solo i quadri dei grandi autori, no, vedevano anche i suoi miseri e tetri cerchi, ogni giorno, ogni notte. Karel si rimise a lavorare, senza nemmeno aver bevuto un goccio di caffè, perché gli bastava avere un’idea per cominciare. Disegnare non è una cosa da tutti, e neppure dipingere, e lui lo sapeva bene: era per quello che aveva intenzione di completare quel lavoro, quella maledizione. Andò in cucina, e prese una bottiglia d’acqua fresca, per bere qualcosa ogni tanto. Poi si rimise a dipingere, e cercò qualcosa che potesse essere inserito in un particolare punto dell’affresco, di quell’affresco che sognava di portare a termine.

-La luce viene dall’alto…- pensò ad alta voce, guardando il cerchio che stava dipingendo. Era un disegno abbastanza strano, quello, e lui sapeva quanto lo fosse. Però lo voleva finire, e presto, perché non aveva molto tempo da perdere. In fondo, era uno dei suoi tanti incubi notturni.

 

Già, perché tutti i suoi cerchi provenivano dalle sue notti piene di terrore, vissute senza dipingere per diverso tempo. Ora, invece, soffriva di meno il sonno, e poteva permettersi di passare quasi tutta la notte davanti alla tela. Karel sapeva che non gli restava molto tempo, ma capiva che quell’opera lui avrebbe dovuto finirla prima del momento che doveva arrivare. Gli occhi gli facevano male, dopo un paio d’ore, ed allora li metteva a riposo, appoggiandosi sulla poltrona che si trovava lì vicino, e chiudendoli, come quando si dorme. Ma non dormiva, Karel, perchè nulla era più terribile di quel poco tempo passato a sonnecchiare: era una sequenza dopo l’altra d’immagini terrificanti che lui avrebbe poi trasposto nei suoi dipinti, nei suoi cerchi.

-Nero su rosso sfumato…- sussurrò, guardando l’ambiente del cerchio, e la figura del mostro che aveva appena finito di disegnare. Doveva essere qualcosa di cupo, ma anche qualcosa che attirasse, che convincesse a guardare, pensò imprecando. Poi guardò l’orologio. Si accorse di avere fame, e lasciò da parte l’ultimo cerchio. Non era ancora finito, nonostante tutto il suo lavoro. Avrebbe dovuto completarlo, dopo pranzo.

 

Il momento di mangiare giungeva sempre quando il lavoro lo tormentava, e la fame lo distraeva da certe situazioni dalle quali, anni prima, non sarebbe mai uscito. Non aveva più pianto per una donna da quando era andato a vivere a Venezia, Karel, ma da allora sapeva che avrebbe dovuto decidersi. O lavorare per vendere, o produrre arte. Fu l’ultima donna che incontrò a lanciargli l’idea dell’affresco gigante formato da tutte le sue tele. Lei non sapeva dei cerchi, ricordò mentre mangiava. Pensava che lui dipingesse come tutti gli altri, tele normali.

-Povera ragazza- disse tra sé il pittore, mentre spezzava il pane. Era stata l’ultima occasione che aveva avuto, e che aveva gettato da uno dei tanti ponti di quella città di sogno, quella. Però la ricordava come un fatto gioioso, perché era stato l’inizio di qualcosa di più importante. Finì di ammazzare il tempo mangiando, e poi si riavviò verso lo studio, caracollando come sempre. Sapeva che doveva finire quei cerchi, e che poi avrebbe dovuto iniziarne altri. Spense la luce, e si rimise al lavoro, lasciandosi trascinare dai suoi pensieri cupi e dalla sicurezza che avrebbe terminato il lavoro. Avrebbe staccato tra qualche ora, e solo per mangiare ancora. Adesso, doveva lavorare.

 

Quei cerchi lo stavano ipnotizzando, ormai. Li amava, come amava tutto ciò che rappresentava la bellezza e la fantasia. Karel aveva gli occhi stanchi, a forza di disegnare e dipingere, ma non sentiva il dolore che alcuni avevano addosso, perché a lui piaceva quel lavoro, e perché era necessario, per lui, cercare di lasciare una traccia nel futuro. Non voleva che lo si scordasse, com’era successo a tanta altra gente. Il suo nome era particolarmente considerato, negli ambienti importanti, e dalle pubblicazioni di un certo valore. Ma i galleristi non lo amavano, dicevano che era bravo solo come illustratore, e nessuno di quelli l’avrebbe invitato per organizzare una sua mostra. No, volevano dei nomi che richiamassero almeno un po’ di grande pubblico, e lui non ne faceva parte, di quei nomi. Ma quando mai avesse finito il suo affresco, allora sarebbe stato il più importante pittore degli ultimi cent’anni, lo sapeva benissimo. Ed adesso stava guardando tutto ciò che aveva appena terminato, con un sorriso soddisfatto. Chissà, forse ce l’avrebbe fatta davvero, o forse sarebbe stato distrutto prima dal suo lavoro. L’importante era che tutti sapessero, e che il mondo conoscesse la sua opera, come l’opera di un pittore. Karel guardava i suoi cerchi, con l’idea nuova sempre in agguato, ed attendeva. Attendeva qualcosa che non era ancora arrivato. E si addormentò, sognando cerchi, e vedendo il suo affresco finito, con una figura centrale che gli sembrava di conoscere… che gli sembrava proprio, di conoscere.

 

Sognò, ancora, ed ancora, perché sapeva che sognare era l’ultima cosa che gli rimaneva da fare, senza illudersi. Aveva un sorriso amaro, ogni notte, Karel, perché si era reso conto che nessuno l’avrebbe mai chiamato per una mostra. E nessuno si sarebbe mai impegnato a raccontare la sua storia, come, invece, sicuramente avrebbero fatto i suoi cerchi. Si abbandonò, lasciando davanti ai suoi occhi il disegno incompiuto di quella che doveva essere la sua ultima opera. Non credeva che ci sarebbe arrivato, pensò, e poi continuò a sognare, per vivere la sua realtà inutile. Non credeva ancora adesso di essere realmente vivo, nemmeno in quello che era il sogno. Ma la sua triste figura che guardava tutti i cerchi che si fondevano in uno solo non diventava altro che la tetra ed unica rappresentazione della morte, di quella che sarebbe stata la sua morte. Una lacrima scese sul suo viso, lasciandolo solo nei suoi pensieri più strani, in mezzo ai ricordi ed alle tante occasioni di rimpianto. Non pensava di poter rivivere certe situazioni, la sua maledizione, ed invece ci si ritrovava dentro come tutte le altre volte, tra la paura di un fallimento e la gioia di un sicuro successo. Non aveva il coraggio di guardarsi indietro, Karel, anche se sapeva che essere arrivato all’ultimo cerchio era qualcosa d’importante, per la sua vita. Il sonno lo stava prendendo del tutto, e lui non aveva più voglia di svegliarsi, come uno dei tanti barboni che attendevano la fine sotto i portici della città. Così, decise di continuare a dormire.

 

 

…tempo dopo, in una delle poche case antiche ancora in piedi entrò un gruppo di giovani. La porta si aprì faticosamente, lasciando intravedere nel buio qualcosa di indistinto. Una ragazza si accese una sigaretta, nervosamente. Un ragazzo, forse più incuriosito degli altri, tentò di entrare nella stanza. Quando ebbe spalancato la porta, si trovò immerso nel buio, insieme ai suoi amici. Quello era il buio dello studio di un pittore, lo capì dall’odore di colori ancora presente nell’aria, ed era ancora infestato dalle immagini demoniache dei suoi quadri… o meglio, dei suoi cerchi. Il ragazzo alzò lo sguardo verso la volta, e non riuscì a vedere nulla. La ragazza ripetè la stessa operazione, ed alzò la sigaretta, lentamente, verso il soffitto. Urlò, ed il suo urlo arrivò lontano, ben fuori città, anche se nessuno lo sentì. Una figura di donna la stava fissando dall’interno di uno di quegli strani cerchi, con un sorriso malefico ed i suoi occhi folli. La ragazza lasciò cadere la sigaretta, proprio mentre un’alta figura nerovestita le si avvicinava, levandosi in un colpo solo il cappuccio e mostrandole il volto orrendamente sfigurato. Quel viso d’angelo oscuro, sfregiato dal dolore e dalla solitudine, terrorizzò la ragazza, che rimase immobile in attesa di un qualcosa che non accadde mai. La sigaretta mai spenta iniziò ad attaccare il legno del pavimento, facendo salire leggere volute di fumo nella stanza. La porta si richiuse, di colpo, e le anime dei dipinti avvolsero i corpi dei ragazzi, e, trasferendoli nel dipinto, crearono altri cerchi. La sigaretta prese ad intaccare un pacco di fogli, pieni di scarabocchi, che dovevano essere degli studi per le prossime figure, che presero lentamente fuoco, tentando di attaccare il legno, ma non ci fu nulla da fare. Uno dei dipinti, rapido, si illuminò e l’acqua proveniente dalle nubi di quel dipinto spense le lievi fiamme. Al di fuori della porta, la città continuava a vivere, normalmente, la sua  stanca vita.

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IL PROFESSORE SUL PONTE: La Jugoslavia di Ivica Osim.

di VINCENZO CAMPITELLI

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“Quando il potere è in mano d’uno solo, quest’uno sa d’esser uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà.” 

E’ forse questa citazione di pirandelliana memoria a riassumere la natura di quello che fu un’idea di Stato inizialmente costituito, poi idealizzato ed infine abortito fino alla violenta implosione su se stesso. Lo stesso Stato che trovò la propria legittimità nel celebre motivo conduttore: sei repubbliche, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un Tito. E fu la morte del Maresciallo, avvenuta in una domenica di maggio del 1980, a simboleggiare metaforicamente il requiem sulla Jugoslavia che un destino beffardo si permise d’intonare durante un Hajduk Spalato contro Stella Rossa. In quello che è considerato il “Secolo del Calcio” la Storia trova la sua diretta rappresentazione nello sport, a maggior ragione se una delle protagoniste è la nazionale che per antonomasia sintetizzò il connubio tra genio e sregolatezza, talento e follia prima che a polverizzarla, insieme al paese del quale essa stessa ambiva ad essere eccellenza sportiva, sopraggiunse lo scoppio di un conflitto che trasformò quella terra da inesauribile fucina di talenti nel mattatoio della storia.

Identità sportiva quindi come riflesso di un popolo o, nel caso jugoslavo, dei popoli che idealmente indossarono la magliava plava? La risposta è affermativa e tale riflesso ha lasciato nelle pagine della storia dello sport (non solo jugoslavo) immagini di estetica calcistica a cui spesso hanno fatto da contraltare inattese cadute a pochi passi dal tanto agognato traguardo. Una scuola di calcio, ma ancor prima di pensiero, posta al confine tra il professionismo del mondo occidentale e il tentativo di codificarlo in scienza esatta, tipico della cultura sportiva del blocco socialista da cui tuttavia si discostava anni luce per quel rifiuto di confinare il talento individuale nel ferreo inquadramento tattico-disciplinare che fu forza, ma alla lunga anche limite, delle grandi nazionali dell’Europa Orientale. Da qui il soprannome che ha accompagnato ed accompagna ancora oggi la nazionale plava a quasi trent’anni dalla dissoluzione della Jugoslavia: “il Brasile d’Europa”, forse il miglior monumento vivente del Futebol Bailado nel Vecchio Continente.

Eppure a livello di risultati la nazionale dei blu (i Plavi per l’appunto), se si eccettua il quarto posto ai mondiali cileni del 1962 e le finali europee raggiunte a Parigi nel 1960 e a Roma otto anni dopo, per tutta la durata degli anni settanta non aveva certamente imitato il Brasile: un buon mondiale disputato in Germania nel 1974 e poco altro. Furono gli anni ottanta ad inaugurare un’atmosfera nuova in seno alla nazionale jugoslava che centrò la qualificazione al Mundial di Spagna ’82 piazzandosi nel girone eliminatorio addirittura davanti ai futuri campioni dell’Italia. Un’illusione effimera se paragonata al naufragio a cui andò incontro la Jugoslavia durante il mondiale spagnolo: eliminazione al primo turno con l’uomo simbolo della squadra, il talentuoso fantasista Safet Sušić, incapace di prendere le redini di un gruppo spaccato in tre fazioni dove all’annoso contrasto serbo-croato si aggiungeva l’ingombrante peso dei “senatori” bosniaci emigrati in Francia come Edhem Šljivo, Vahid Halilhodžić e lo stesso Sušić.

Tra contrasti interni alla squadra e campagne sportive fallimentari annunciate che avevano portato tra il 1982 e l’estate del 1986 a ben quattro avvicendamenti alla guida tecnica della nazionale, la federcalcio jugoslava puntò sull’allenatore Ivan Osim. Nato a Sarajevo durante la Seconda Guerra Mondiale ad un mese esatto dall’invasione della Jugoslavia da parte della Wermacht e laureatosi successivamente in scienze matematiche presso l’Università della capitale bosniaca, “Ivica il Professore” univa un’innata capacità di gestione a livello umano alla coscienza di avere tra le mani un gruppo di solisti dalle qualità tecniche di assoluta eccellenza. Le esperienze del passato in campo internazionale avevano costituito diversi scenari per la stessa deprimente recita: artisti del pallone che offrivano numeri per palati sopraffini senza riuscire ad amalgamarsi a livello di squadra; gravissima lacuna che puntualmente si rivelava essere il tallone d’Achille di una nazionale de facto inesistente sotto il profilo dell’unicum collettivo. Il tutto tralasciando lo spogliatoio, il cui ingresso da parte dei commissari tecnici veniva a tradursi metaforicamente nel classico passaggio sotto le forche caudine.

Il Professor Osim ebbe sin da principio le idee chiare nel gettare le basi per un progetto all’apparenza alieno per quella che era stata la storia della nazionale jugoslava degli ultimi anni: cementare un collettivo di giovani che fosse in grado di crescere attraverso la condivisione di uno spirito di squadra invulnerabile al clima che in quel periodo iniziava a minare le fondamenta dello Stato jugoslavo, già in preda ad una progressiva destabilizzazione dove il sorgere di nazionalismi mai sopiti trovava puntualmente il proprio violento sfogo sui campi della Prva Liga. I famosi incidenti durante Dinamo Zagabria e Stella Rossa furono l’espressione diretta dello scontro tra il nazionalismo croato che aveva nel futuro presidente della repubblica croata Franjo Tuđjman la propria guida politica e il nazionalismo serbo dove, a guidare il tifo organizzato della compagine belgradese, spiccava Željko Ražnatović che passerà alla storia come il comandante Arkan; tra le stesse falangi ultrà del “Marakanà” di cui era il capo indiscusso, sarà Arkan a reclutare per la Srpska Dobrovoljačka Garda (tristemente nota come Unità Tigre) i propri pretoriani, futuri protagonisti di stupri ed esecuzioni sommarie che insanguineranno la Bosnia negli anni più cruenti del conflitto balcanico.

In un simile scenario la missione per il nuovo commissario tecnico si presentava alquanto complessa e il primo banco di prova per le ambizioni plave nel biennio 1986-1987, ossia le qualificazioni al Campionato Europeo in Germania Ovest, aveva già registrato un primo risultato fallimentare aggravato da un’umiliante sconfitta interna per 1-4 maturata contro l’Inghilterra.

A questo inizio in salita si aggiungeva un sorteggio tutt’altro che benevolo relativo alle qualificazioni mondiali di Italia ’90. La Jugoslavia del Professore si trovava costretta ad affrontare nello stesso girone la Scozia, reduce da quattro partecipazioni consecutive alla fase finale dei campionati del mondo e soprattutto la Francia del dopo Platini, favorita numero uno anche in virtù dell’ottimo terzo posto raggiunto appena due anni prima in Messico.

Per la stampa il destino della Jugoslavia era segnato in partenza: difficile imporsi in un girone già di per sè proibitivo senza avere alle spalle un gruppo di giocatori con esperienza e cultura della vittoria. Ma la Storia che secondo alcuni è il risultato di mai ben definite congiunture astrali, era sul punto d’inaugurare la Primavera del calcio jugoslavo che fiorì in primis grazie alla possibilità per i giocatori plavi di emigrare all’estero dopo il compimento del venticinquesimo anno d’età a condizione dell’assolvimento del servizio di leva in patria. Nuove realtà sportive ma soprattutto sociali e culturali iniziavano ad essere assimilate dalla nuova generazione di calciatori jugoslavi che, grazie alla già menzionata contingenza astrale favorevole, avevano dalla loro un talento cristallino che li portò ad issarsi sulla vetta del calcio mondiale giovanile grazie al successo nel Mondiale Under 20 disputato in Cile.

La Jugoslavia più bella e tragica della sua pur breve storia sembrava figlia della penna del grande Ivo Andrić, Premio Nobel per la Letteratura nel 1961, che nel suo “Il Ponte sulla Drina” non esita ad identificare il ponte come il luogo comune sul quale le diverse etnie della città di Višegrad si incontrano mettendo da parte differenze religiose e rivalità ataviche, al fine di ripercorrere le comuni memorie condivise in quanto figli della stessa città e per questo accomunati dall’identica storia e dalle medesime gioie e sofferenze: ciò che unisce gli individui rappresenta in essere l’effettivo superamento del contrasto etnico e idelogico.

E se nello spogliatoio fosse proprio la maglia della nazionale a rappresentare idealmente il ponte narrato da Andrić sul quale costruire un destino comune? Il miracolo di Ivica il Professore si realizza prima ancora di salire sull’aereo che porterà la squadra al di là dell’Adriatico grazie naturalmente alla qualificazione ottenuta nel girone eliminatorio proprio a spese della più quotata Francia, sconfitta nettamente a Belgrado e inchiodata sul pareggio nella decisiva sfida di Parigi.

Mai come avvenuto in passato la Jugoslavia che si appresta a disputare un Mondiale riflette la propria multiculturalità nei suoi uomini chiave: il pararigori Ivković, il bomber del Paris Saint-Germain Vujović e i due campioni del mondo under 20 Jarni e Bokšić, tutti e quattro nati in Croazia; il centrale Spasić, la stella “Piksi” Stojković tra i migliori giocatori serbi mentre i maggiori uomini di esperienza recano nomi turchi e inconfondibili origini bosniaco-musulmane: il marcatore Hadžibegić, il mediano Šabanadžović e soprattutto il fantasista di lungo corso reduce dal mondiale di otto anni prima Safet Sušić. Senza dimenticare altri importanti nomi, ognuno dei quali rappresentante di una diversa nazionalità del paese: il bomber della Stella Rossa e futura meteora interista Darko Pančev (Macedonia), il mediano della Samp scudettata Srečko Katanec (Slovenia) il futuro “Genio” rossonero Dejan Savićević (Montenegro). Ma la filosofia dell’ambizioso progetto di Osim risiedeva nella convocazione di un biondo ragazzo di grandi speranze appena ventenne nato in Germania Ovest da una coppia di immigrati jugoslavi, croato il padre e serba la madre, idolo e talento assoluto della Stella Rossa che un anno dopo avrebbe alzato al cielo di Bari la Coppa dei Campioni: Robert Prosinečki che in quel Mondiale verrà nominato miglior giovane del torneo.

Un mosaico allestito nel momento più difficile del paese, quasi come a voler lanciare il guanto di sfida al mondo e al fato che inizialmente sembrava aver deciso di mandare in frantumi le speranze di quei giocatori e del loro tecnico. Zagabria, 3 giugno 1990: allo stadio Maksimir (lo stesso degli incidenti tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa) va in scena l’amichevole di lusso tra Jugoslavia e Olanda, rifinitura in vista dell’imminente mondiale italiano. Al momento degli inni nazionali, il pubblico di casa accompagna con scroscianti applausi le note di “Het Wilhelmus” sventolando le bandiere olandesi, anche per la somiglianza nella disposizione cromatica al tricolore croato. Al contrario, una bordata di fischi, insulti e urla di scherno si levano all’inno nazionale jugoslavo “Hej, Slaveni” contro i giocatori serbi presenti in campo, senza risparmiare nemmeno la persona di Ivica Osim. Imperturbabili i giocatori jugoslavi tra cui il solo Savićević abbozza una smorfia di disapprovazione nei confronti del pubblico ma ormai il destino era segnato: la Jugoslavia come entità politica esisteva solo nominalmente.

Movimentata la vigilia, traumatico il debutto mondiale contro la Germania Ovest: un 4-1 che venne paradossalmente benedetto dal doriano Katanec con un laconico “Potevano segnarcene altri otto” e al contempo impugnato dalla stampa nazionale per screditare l’allenatore accusato di essere preda di un’irreversibile confusione tecnica e avvezzo all’alcool. Dopo la vittoria contro Colombia ed Emirati Arabi che regalano ai plavi l’accesso agli ottavi contro la Spagna è lo stesso Osim a regalare un intervento ai microfoni che da solo vale la presenza in sala stampa: “Personalmente mi reputo un semplice funzionario pubblico che può venire messo alla porta anche per il solo sospetto di essere un alcolizzato. Se sono qui oggi è per imposizione da parte dei regolamenti FIFA, non per voi.

La Jugoslavia saprà sbarazzarsi della Spagna con una lectio magistralis di Stojković per poi accedere ai quarti contro l’Argentina di Maradona. Uno zero a zero che si protrae fino al minuto centoventi nonostante l’espulsione di Šabanadžović, marcatore diretto del Pibe, avvenuta al trentesimo del primo tempo. Se i supplementari sono inutili, i conseguenti rigori diventano il palco su cui va in scena l’ultima rappresentazione della Jugoslavia unita perché il 30 giugno 1990 al “Comunale” di Firenze fuori da quel campo la Jugoslavia già non esiste più. Il penalty decisivo è sui piedi di Faruk Hadžibegić dietro al quale rimangono unite per un’istante le speranze comuni di serbi, croati, sloveni, montenegrini e bosniaci inchiodati con gli occhi davanti a quegli undici metri.

Tutti, tranne Ivica il Professore. Lui non c’è. Lui ha già ringraziato i suoi uomini ai quali ha detto di non poter loro rimproverare nulla ma la lotteria dei rigori mal si addice alla sua persona che non sopportava quell’ingiusta roulette russa. Dal boato finale in cui emergono le urla di esultanza in spagnolo, il Professore rimasto da solo negli spogliatoi realizza che il viaggio per i suoi ragazzi è giunto all’ultima fermata. Scendendo idealmente da quel treno immaginario confessa a se stesso: “Tra due anni la Jugoslavia potrà vincere gli Europei, sempre ammesso che non la demoliscano prima.” L’opera di demolizione di uno Stato, prima ancora che di una squadra, era già allo stadio avanzato e coinvolgerà lo stesso Osim in occasione dell’assedio della sua Sarajevo; una ferita doppia per lui di etnia croata sposato con una donna musulmana che lo porterà in un secondo tempo a rinunciare definitivamente al proprio incarico per poi porsi la domanda, diversi anni dopo, su quello che sarebbe potuto accadere quel 30 giugno a Firenze in caso di vittoria. Un trionfo mondiale avrebbe avuto mai il potere d’impedire al corso della Storia di dilaniare il paese attraverso un’immane carneficina? Che la riflessione del Professore sia da considerare mera speculazione storica? O forse l’atto finale con cui calò definitivamente il sipario sulla Jugoslavia risiede nelle parole di Hegel: “E’ andata così, è il destino; non c’è nulla da farci. Ma pure quando consideriamo la storia come un simile mattatoio, il pensiero giunge di necessità a chiedersi in vantaggio di chi e di quale finalità ultima siano stati compiuti così enormi sacrifici.”

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HECTOR YAZALDE: Gol, miseria e solitudine.

di REMO GANDOLFI

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E’ un nome che a pochissimi dirà qualcosa … e allora partirò dai numeri ! 384 partite ufficiali giocate in carriera e 252 gol. Scarpa d’oro nel 1974 con 46 reti in 30 partite. (l’unico argentino oltre a Leo Messi ad aver vinto questo trofeo).

Questi sono solo alcuni dei numeri di uno dei più grandi attaccanti argentini di sempre, che non ha avuto la notorietà internazionale che sicuramente avrebbe meritato essenzialmente per due motivi; il primo è perché non ha mai giocato in Europa in squadre di primissimo livello e in secondo luogo perché nei suoi anni migliori (tra il 1967 e il 1975) la Nazionale argentina era tutt’altro che irresistibile a livello internazionale.

Yazalde nasce il 29 maggio del 1946 in un barrio di Buenos Aires popolarissimo per avere dato i natali al grande Diego Maradona, quello di Villa Fiorito.

Gli anni dell’infanzia “Chirola” (questo il suo soprannome, legato ad una infanzia poverissima) non sono facili. La famiglia di Hector vive praticamente in miseria, non ha neppure i soldi per i libri di scuola e ben presto la scuola la deve lasciare per iniziare, fin da ragazzino, a lavorare. Prima vende giornali per strada, poi lavora in un negozio di frutta e verdura e poi vende gelati.

Ma la sua grande passione è il calcio, è un hincha sfegatato del Boca, di cui ammira le gesta dei vari Rattin (capitano dell’Argentina nel 1966 al mondiale inglese) o di Roma e Valentim.

Prova con diverse squadre, ma senza successo. La svolta arriva quasi per caso, come succede spesso anche nella vita dei più grandi: un giorno accompagna un amico ad un allenamento di una piccola squadra di quartiere, il “Pirana”. Vede giocare l’amico, chiede se qualcuno ha un paio di scarpette e di pantaloncini da prestargli … li trova e alla fine della sessione di allenamento gli viene immediatamente fatto firmare il contratto !

La squadra gioca in pratica nella 4a divisione argentina ma le caterve di gol segnate dal “Chirola” ben presto attirano l’attenzione di diversi “addetti ai lavori”. Il più lungimirante di tutti è “un certo” Julio Grondona, (presidente della Federazione Argentina per oltre 40 anni, deceduto nel luglio di quest’anno) che consiglia vivamente il giovane attaccante al Presidente dell’Independiente Carlos Radrizzani. Questi lo va a vedere giocare in un torneo notturno e anche qui la decisione è istantanea: Yazalde diventa così un giocatore del “Rojos”. Quando arriva al Club e lo vedono in borghese quasi si spaventano; Hector è alto 180 cm ma pesa poco più di 60 kg. “Quando soffiano cade” dicevano allora in tanti. Parte dalla squadra riserve ma è troppo forte per rimanere li a lungo e infatti nel 1967 Hector è già titolare indiscusso della formazione dei “Rossi” di Avellaneda che nel 1967 conquisteranno il titolo nazionale.

Il suo primo gol ufficiale lo segna alla 3a di campionato contro il Platense. Yazalde ha 21 anni, gioca già nelle giovanili della nazionale argentina, continua a segnare con grande frequenza, rivince il campionato argentino la stagione successiva (e con i soldi guadagnati si compra un appartamento in centro a Buenos Aires e da una grossa mano ai genitori e ai 7 fratelli). Arriva così, nel 1969. la prima partita nella Nazionale argentina. Saranno solo 10 in totale con la maglia biancoceleste, con solo 2 gol, quelli che vedrete in uno dei video in calce al pezzo.

Ma con i gol, tanti e spesso di buona fattura, arrivano le sirene dei grandi clubs. Hector è un giocatore intelligente, che sa muoversi tra le linee e partendo dalla posizione di centravanti classico sa svariare su tutto il fronte di attacco, riuscendo spesso a liberare il suo micidiale tiro.

Quando decide di lasciare l’Independiente dopo 72 gol in 110 partite questi sono solo alcuni dei teams che bussarono alla porta dei Rossi di Avellaneda; Santos e Palmeiras (forse le due più forti squadre brasiliane del periodo, nei bianchi di San Paolo con il n° 10 giocava un certo Pelè) il Valencia in Spagna, il Lione in Francia, il Nacional de Montevideo e il club amato da Yazalde fin dall’infanzia, il Boca Juniors. Ma alla fine si decide per lo Sporting Lisbona, nome importante in un periodo dove il calcio portoghese era ancora ad altissimo livello. L’impatto con i biancoverdi lusitani fu ottimo fin dall’inizio ma fu nella stagione 1973-1974 che Yazalde mostrò per intero il suo incredibile valore; 46 gol in 30 partite e il trionfo nella “Scarpa d’Oro”.

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Record per i tempi e come detto primo argentino a vincere questo importantissimo riconoscimento. Al termine di quella stagione lo attendono i mondiali in Germania e Yazalde è il bomber indiscusso della Nazionale argentina e a al suo fianco in attacco gioca un giovanissimo Mario Kempes. Hector però ci arriva con diversi guai fisici (una caviglia capricciosa in primis) e pur giocando un buon mondiale non mantiene totalmente fede alle attese. Gioca un’altra stagione con lo Sporting chiudendo la sua carriera portoghese con uno score impressionante; 104 presenze 104 gol ! Per lui arrivano i franchi dell’Olympique Marsiglia e nel 1975 si trasferisce nel sud della Francia, seguito dalla bellissima moglie, l’attrice e modella Carmen de Deus, star assoluta della televisione portoghese.

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In Francia “El Chirola” gioca un’altra ottima stagione (23 gol in 43 partite) ma la nostalgia della sua amata argentina è fortissima … firma per i “leprosos” del Newell’s dove gioca per 4 stagioni confermando tutta la sua classe e la sua fama di grande goleador. Si ritira nel 1981 a 35 anni e ben presto per lui inizia una terribile parabola discendente, fatta soprattutto di alcol e tanta, tanta solitudine. El Chirola morirà a soli 51 anni per una emorragia interna dovuta ad una cirrosi in stato ormai irreversibile. E, per chi scrive, una grandissima tristezza visto che Hector Yazalde, insieme al brasiliano Leivinha e al cileno Caszely furono i miei primi grandissimi idoli nel primo mondiale che ricordo con una certa “lucidità” … quello di Germania del 1974 dove erano i bomber di Argentina, Brasile e Cile e per me, folle innamorato del calcio sudamericano, autentici punti di riferimento, sia nel campo di calcio con gli amici di infanzia di Neviano degli Arduini sia sul panno verde dell’adorato Subbuteo.

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A seguire i gol di Yazalde ai Mondiali di Germania 1974

https://youtu.be/apFr9gRFlys

Un breve profilo dedicatogli dallo Sporting Lisbona

https://youtu.be/MOchEhcYR4M

Un gol di Yazalde in un match per il Newell’s contro il Boca Juniors (nel Boca segnano Brindisi e Maradona !)

https://youtu.be/mUHQvY9TsnE