PIERINO PRATI: Solo un “maledetto” equivoco.

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di REMO GANDOLFI

Quando nel luglio del 1967 Pierino Prati si presenta per la prima volta nel ritiro del Milan impegnato in una amichevole in Belgio,  l’impatto con Nereo Rocco, il grande “Paron” allenatore dei rossoneri, è memorabile.

Un dirigente accompagnatore introduce Prati a Rocco.

“Signor Rocco, le ho portato Pierino Prati.”

Rocco “squadra” il giovane attaccante da capo a piedi.

Pierino ha 20 anni, è longilineo, ha i capelli lunghi con il ciuffo ribelle, camicia rosa e pantaloni rigorosamente a “zampa d’elefante” come suggerito dai dettami della moda del periodo.

Dopo un paio di minuti buoni in osservazione Rocco esclama “Guarda che io sto aspettando Pierino Prati il calciatore, mica il cantante ! Questo rimandalo da dove è venuto !”.

Quello che ne seguirà sarà in realtà un rapporto speciale tra un calciatore talentuoso ma che non disdegna il lavoro e soprattutto ha tanta voglia di migliorarsi e di arrivare.

Pierino Prati in quell’estate rientra al Milan dopo il prestito al Savona dell’anno precedente.

“A farsi le ossa” come si diceva allora.

Stavolta in Serie B, dopo l’esperienza di Salerno in C di due anni prima.

Un giovane che a quei tempi riusciva a rimanere “vivo” nei campi di provincia della Serie B o della Serie C significava che era pronto per palcoscenici più importanti.

Pierino Prati dimostra non solo di non temere lo scontro fisico e le maniere forti dei navigati difensori delle serie minori ma dimostra soprattutto di sapere giocare a calcio e di avere una idea molto chiara di dove si trovino le porte in un campo di calcio.

15 reti in 29 partite sono un bottino eccellente soprattutto considerando che per il Savona in quell’anno ci sarà la retrocessione in Serie C.

Il Milan di Nereo Rocco, appena rientrato sulla panchina dei rossoneri dopo l’esperienza al Torino, sta ripartendo con un nuovo progetto.

La vittoria di Wembley contro il Benfica nella Coppa dei Campioni sembra più lontana dei 4 anni che sono in realtà trascorsi.

Occorre ora rinnovare la squadra ma per il Paron questo non vuol dire solo giovani, anzi.

Rocco porta a Milano, sponda rossonera, giocatori che sembrano apparentemente a fine carriera o che comunque hanno già intrapreso la loro parabola discendente come atleti.

In quell’estate arriveranno Saul Malatrasi (30 anni) e soprattutto il portiere Carlo Cudicini (32 anni) e l’ala svedese Kurt Hamrin (33 anni).

Oltre a “Pierino la Peste” (così verrà soprannominato Pierino da lì a poche settimane) arrivano altri giovani di buone doti come il centrocampista Nevio Scala, e gli attaccanti Giorgio Rognoni e Lino Golin.

L’inizio della stagione è promettente. Arrivano molti pareggi e poche vittorie ma la squadra è solida. Pierino non è però tra i titolari ad inizio stagione ma ben presto Rocco capisce che le sue caratteristiche sono perfette per andarsi ad integrare con quelle degli altri due attaccanti.

Sormani, intelligente tatticamente, con grande tecnica di base e ottima visione di gioco e Hamrin, rapido, bravo nel saltare l’uomo e nel “mettere in mezzo” cross eccellenti.

Ma soprattutto dietro di loro c’è Gianni Rivera che sta arrivando allo zenit della sua straordinaria carriera.

Pierino segna il suo primo gol in campionato alla settima giornata, in una trasferta al Sant’Elia contro il Cagliari di Riva e terminata in pareggio 2 a 2.

Da quel giorno non si fermerà più.

A fine campionato sono 15 reti in totale che gli valgono il titolo di miglior marcatore della Serie A, a cui andranno aggiunte tre reti in Coppa Italia e quattro nella Coppa delle Coppe che il Milan vincerà nella finale contro l’Amburgo coronando così una stagione meravigliosa.

L’impatto di Prati sarà così devastante che Ferruccio Valcareggi, il commissario tecnico della nostra nazionale, lo inserirà nella rosa degli azzurri che in quell’estate trionferanno nel campionato europeo.

In questa competizione però inizierà uno dei malintesi più assurdi della storia recente del nostro calcio. Quasi al livello di quello che si verrà a creare tra Rivera e Mazzola, giocatori con caratteristiche talmente diverse da essere non solo perfettamente compatibili ma addirittura complementari.

Pierino Prati da quella estate del 1968 verrà sempre visto come L’ALTERNATIVA a Gigi Riva, attaccante straordinario e probabilmente unico nella storia del nostro calcio … ma che POTEVA (e forse DOVEVA) giocare CON Pierino Prati, formando così una coppia d’attacco assolutamente devastante.

Prati e Riva avevano in fondo solo due cose in comune: erano due grandissimi attaccanti e giocavano entrambi con la maglia numero 11.

Senza questo secondo condizionante aspetto, avrebbero potuto giocare benissimo assieme.

Prati e Riva erano, come caratteristiche, complementari non identici.

Prati era un destro naturale che SAPEVA calciare anche con il sinistro.

Riva era un mancino puro. La gamba destra gli serviva solo per correre e stare in equilibrio.

Prati amava partire più da lontano e svariare su tutto il fronte d’attacco, partendo possibilmente da sinistra per andare nei “tagli” sugli assist al bacio di Gianni Rivera oppure rientrando da sinistra per calciare con il destro.

https://youtu.be/VhnY3R807uA (minuto 1.28”)

Riva giocava essenzialmente negli ultimi 20 metri dove era letale quando si lanciava a colpire in acrobazia o quando “liberava” il suo terrificante sinistro.

Entrambi fortissimi nel gioco aereo (dove Prati si faceva preferire per la sua maggiore elevazione) avrebbero davvero potuto formare una coppia d’attacco devastante.

Probabilmente addirittura più forte e sicuramente meglio assortita di quella composta da Riva e dal pur fortissimo Boninsegna, mancino come Riva e come Riva più uomo da area di rigore.

Fatto sta che Pierino gioca la prima partita di finale contro la Jugoslavia ma nella ripetizione deve fare posto a Gigi Riva che segnerà una delle due reti che daranno la vittoria agli azzurri di Ferruccio Valcareggi.
La stagione successiva è quella della consacrazione definitiva per Prati e per il Milan.

In campionato arriva per i rossoneri un secondo posto di tutto rispetto alle spalle di una sorprendente Fiorentina ma il capolavoro assoluto dei rossoneri arriverà in Coppa dei Campioni.

Durante il percorso verso la finale i rossoneri dovranno incontrare le due più recenti vincitrici della Coppa dei Campioni: gli scozzesi del Celtic nei quarti di finale (decisivo ancora Pierino con il suo gol al Parkhead dopo lo 0 a 0 dell’andata a San Siro) e in semifinale i campioni in carica del Manchester United di Best, Charlton, Law e Stiles, battuti per 2 reti a 1 nello score complessivo.

Per il Milan è la finale.

Si gioca al Santiago Bernabeu di Madrid e di fronte ci sono i sorprendenti “lancieri” dell’Ajax di Amsterdam, squadra ricca di giovani talenti fra i quali spicca il ventunenne Johann Cruyff, giocatore rapido e imprevedibile, capace di giocare indifferentemente da regista, da rifinitore o da centravanti classico.

Il Milan però è in serata di grazia.

Difesa e centrocampo reggono senza troppi patemi le sfuriate degli olandesi mentre il Milan quando riparte di rimessa, illuminato da un grande Rivera, trova spesso ampi varchi nella difesa dell’Ajax.

Già dopo meno di un minuto Prati colpisce di sinistro il palo ma passano solo una manciata di minuti e il Milan è già in vantaggio.

Sormani va via sulla sinistra prima di calibrare un cross verso il centro dell’area. La palla è praticamente sul dischetto di rigore e sembra francamente troppo lenta e lontana dalla porta per poter impensierire il numero 1 olandese.

Solo che la palla arriva a Prati, che con un bellissimo colpo di testa in torsione mette la palla sul secondo palo dove il portiere olandese non può proprio arrivare.

Da quel momento sarà un monologo rossonero.

Il 4 a 1 finale sancirà in maniera inequivocabile la superiorità del Milan in una delle vittorie più nette nella storia della competizione.

E se è vero che Rivera incanta il mondo con la sua tecnica sopraffina e la sua visione di gioco, nessuno rimane indifferente alla prestazione strepitosa di Pierino Prati, che quella sera entrerà nella storia della più prestigiosa competizione europea per Club segnando una tripletta in finale.

Pochi mesi dopo i rossoneri chiuderanno un biennio sensazionale con la vittoria nella Coppa Intercontinentale, prima battendo a San Siro nettamente gli argentini dell’Estudiantes e poi resistendo stoicamente nella “vergogna” dell’incontro di ritorno alla Bombonera di Buenos Aires, una delle pagine più violente della storia di questo sport.

In quella stagione il Milan subirà però un primo processo involutivo.

In campionato la marcia è irregolare e sia in Coppa Italia che in Coppa dei Campioni arrivano due eliminazioni piuttosto repentine.

Prati inizia a patire qualche infortunio fisico e salterà ben 9 partite di campionato, chiudendo comunque la stagione come capocannoniere dei rossoneri con 12 reti in campionato e 17 complessive.

Non abbastanza però da guadagnarsi un posto sull’aereo che condurrà la nazionale italiana in Messico. Valcareggi convocherà solo 3 attaccanti e in un epoca dove praticamente tutte le squadre del pianeta giocano con almeno due attaccanti in campo la scelta pare quantomeno cervellotica.

Insieme a Riva ci sono solo lo juventino Pietro Anastasi e Sergio Gori, compagno di reparto di Riva nel Cagliari neo campione d’Italia.

Poco prima della partenza per il Messico Pietro Anastasi, scherzando con il massaggiatore Tresoldi, subisce un colpo al basso ventre.

Lì per lì sembra una cosa da nulla.

Anastasi rimane in Italia per accertamenti mentre i suoi compagni si imbarcano per il Messico.

Solo che non è una cosa da nulla: serve una operazione per rimettere “in sesto” un brutto versamento ad un testicolo.

A quel punto Valcareggi si avvede della svista e non si limita a chiamare un attaccante al posto di Anastasi ma decide di mandare a casa anche il centrocampista Lodetti, tra lo sconforto dello stesso giocatore e l’incredulità dei compagni di squadra.

Arrivano quindi due attaccanti: Pierino Prati e Roberto Boninsegna.

Ma tant’è … Prati è ALTERNATIVA di Riva e così sarà “Bonimba” a giocare il Mondiale messicano al fianco del grande Gigi Riva.

Per Pierino non c’è spazio, neppure per un minuto.

Eppure nel girone di qualificazione l’attacco gira totalmente a vuoto.

Nelle tre partite con Israele, Uruguay e Svezia riusciamo a segnare un solo gol … con un centrocampista ! Il buon “Domingo” Angelo Domenghini.

Si torna alle questioni di casa nostra.

Un Milan rinnovato (sono arrivati Romeo Benetti, Giorgio Biasolo e Silvano Villa) e voglioso di riprendere lo scettro del comando dopo una stagione di transizione.

Sarà una stagione eccellente ma, come direbbe qualcuno, con “zero tituli”.

Un secondo posto in campionato dietro i rivali cittadini dell’Inter ed una finale di Coppa Italia persa ai calci di rigore con il Torino (rigori calciati, come prevedeva il regolamento dell’epoca, tutti dallo stesso calciatore, in questo caso Gianni Rivera che dopo aver segnato i primi 3 sbagliò il quarto e il quinto consegnando di fatto il trofeo nella mani dei granata).

Per Prati una stagione eccellente.

19 reti (suo record personale) il 2° posto nella classifica dei cannoniere dietro Roberto Boninsegna e soprattutto una stagione senza un solo problema fisico.

A 25 anni Pierino ha raggiunto la piena maturità psico-fisica.

Pian piano si sta trasformando sempre di più in una prima punta e la sua abilità e il suo coraggio in area di rigore lo rendono un autentico spauracchio per le pur arcigne difese del nostro campionato.

La Nazionale rimane però un tabu o quasi.

Quando Riva è infortunato Pierino è sempre la prima alternativa ma non c’è continuità e così diventa difficile garantire grandi prestazioni.

Nelle qualificazioni per gli Europei di Germania (che gli azzurri purtroppo falliscono) giocherà 4 partite segnando 3 reti.

Ma nelle successive qualificazioni per i Mondiali di Germania non ci sarà più spazio per Prati con Riva tornato ai suoi migliori livelli dopo il brutto infortunio subito in Nazionale contro l’Austria.

Di lì a poco invece inizieranno per Prati una serie di guai fisici che ne condizioneranno sempre di più le prestazioni.

Giocare con continuità diventa sempre di più una chimera.

La stagione 1972-1973 sarà quella maledetta.

Partita con i migliori presupposti (Pierino segnerà 8 reti nelle prime 9 partite ufficiali della stagione) poi inizieranno una serie infinita di infortuni, primo fra tutti la terribile pubalgia che lo terrà praticamente fuori per tutto il resto della stagione … e quando gioca Pierino lo fa con tante infiltrazioni di antidolorifici, per tentare di sopportare i terribili dolori al pube.

La sua assenza sarà purtroppo per i colori rossoneri determinante nell’amara conclusione del campionato perso a Verona all’ultima giornata.

Avrebbe potuto essere un anno eccezionale per Prati che quell’anno, con l’arrivo del mancino Chiarugi all’ala sinistra fu messo stabilmente centravanti diventando così principale riferimento offensivo del Milan.

Al termine di quella sfortunata stagione il Milan decide di rinunciare a Prati.

Una scelta che spiazza il popolo rossonero. Pierino ha solo 26 anni e sebbene i suoi problemi fisici (pubalgia in primis) lo hanno decisamente condizionato nella stagione precedente, la decisione appare ai più quantomeno frettolosa.

Ma qualcuno lo taccia perfino di essere un “malato immaginario” e questo, un professionista serio e un calciatore coraggioso come Prati non può accettarlo.

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L’offerta della Roma è importante.

Pierino va nella capitale. Segna all’esordio ma la Roma stenta ad ingranare e la pubalgia, pur attenuata da infiltrazioni altri rimedi (vedi una protezione al pube tipo quella dei pugili).

Poi, dalla settima giornata arriva il suo autentico mentore: il “Barone” Niels Liedholm che Pierino aveva avuto come allenatore nelle giovanili del Milan e al quale darà sempre il merito per averlo migliorato tantissimo come calciatore.

Con lui la Roma inizia a “giocare a calcio”. Nel girone di ritorno i risultati migliorano sensibilmente e anche Prati torna a livelli accettabili segnando 6 reti (saranno 8 in totale) di cui 3 nelle ultime tre partite.

Ma è la stagione successiva quella dove Prati torna il giocatore che il popolo milanista aveva così visceralmente amato ed ammirato.

A Roma accadrà la stessa identica cosa.

I guai fisici subiti ne hanno probabilmente ridotto la mobilità e l’esplosività in progressione ma Pierino, persona e calciatore intelligente, diventa sempre più una punta centrale classica, restringendo il suo campo d’azione essenzialmente all’area di rigore avversaria.

In quella stagione segnerà 14 reti in campionato e 8 in Coppa Italia risultando non solo uno dei migliori realizzatori di tutta la serie A ma, insieme a Rocca e De Sisti, il giocatore della Roma con più presenze in campo nella stagione.

Quella stagione sarà però il canto del cigno per “Pierino la Peste” che dalla stagione successiva ripiomberà in pieno nei suoi guai fisici.

Nel frattempo però il rapporto con la tifoseria della Roma è diventato speciale.

L’amore del popolo giallorosso per Prati non mancherà mai, neppure nei momenti più tribolati e difficili.

Molto suggestivo in quegli anni diventerà il rito del pre partita in cui una procace tifosa giallorossa offre un mazzo di fiori al numero 9 giallorosso.

La stagione 1976-1977 sarà l’ultima alla Roma per Pierino.

Gioca con sufficiente regolarità (20 incontri) ma il suo contributo in zona-gol è inferiore alle attese: solo 4 reti in campionato.

Al termine della stagione Niels Liedholm torna sulla panchina del Milan e per Prati, con il nuovo allenatore Gustavo Giagnoni, non c’è posto.

Si trasferisce alla Fiorentina ma ormai gli anni migliori sono alle spalle.

Torna dove ha lasciato splendidi ricordi tanti anni prima, nella “sua” Savona, dove nessuno lo ha dimenticato.

Prati gioca una stagione più che dignitosa prima di trasferirsi negli Stati Uniti per una breve parentesi ai Rochester Lancers prima di far ritorno nell’estate del 1979 ancora a Savona.

Due stagioni positive, senza quei guai fisici che ne avevano condizionato troppi anni di carriera.

24 reti in poco più di 50 partite sono sempre un buon bottino per un attaccante, indipendentemente da quale sia il livello in cui si gioca.

A quasi 35 anni Pierino Prati dice basta.

Con tante fantastiche soddisfazioni, con ricordi meravigliosi da portarsi appresso ma anche con un grande, irrisolto punto di domanda: Riva ed io insieme cosa avremmo potuto fare ?

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Pierino Prati è stato il mio idolo assoluto da bambino. Poterne scrivere è stata per me una gioia immensa ma non l’avrei mai potuto fare senza il benestare, l’approvazione e l’appoggio dello stesso Pierino (di una gentilezza e di una semplicità disarmanti) e di suo figlio Cristiano che mi dato sostegno, informazioni preziose e soprattutto mi ha messo in contatto con Pierino. Le chiacchiere al telefono con il mio “bomber” sono e saranno un ricordo indimenticabile.

PS: Durante la nostra chiacchierata Pierino mi ha chiesto se sono milanista. “No, è stata la mia risposta. Ho tifato Milan, poi Roma, poi Fiorentina e infine Savona”. … tutte le squadre in cui ha militato Pierino Prati …

 

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Sandro Mazzola: Nel nome del padre.

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di CRISTIAN LAFAUCI

Mio padre ? certo che me lo ricordo ! E ne ho un ricordo così vivo proprio perché di tempo insieme ne abbiamo potuto trascorrere poco ; troppo poco . Me lo ricordo quando si allenava al Filadelfia , mi portava con lui e mi faceva tirare i rigori , Bacigalupo era d’accordo e si tuffava dall’altra parte per farmi segnare , io un po’ me ne accorgevo ma era una gioia simile a quella di segnare in una finale . Era un leader e bastava vedere come lo.ascoltavano tutti gli altri della squadra , quel rispetto totale che sa di fiducia che solo pochi uomini riescono ad ottenere con naturalezza .

E me lo ricordo quando scendeva in campo la domenica e mi teneva per mano , bastava quello per capire quel senso di invincibilita’ che aveva quella squadra . Capitava spesso che loro fossero in viaggio per una trasferta o un torneo , ma quella volta era davvero passato troppo tempo ; io ogni tanto chiedevo e mi rispondevano sempre la stessa cosa , che era in viaggio… Io non avevo neanche sette anni ma certe cose le riesci a intuire a ogni età , e avevo come il sospetto che fosse accaduto qualcosa di brutto . Finché un giorno mi ero nascosto sotto il tavolo e sentendo mia madre parlare con un’amica , ebbi la conferma al fatto che mio padre non lo avrei più rivisto per il resto della mia vita .

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Il dolore è inevitabile ma , anche se può apparire cinico , il mondo e la vita vanno avanti , non può essere altrimenti , era così per chiunque , lo sarebbe stato anche per me . E anche se da adolescente avevo iniziato a praticare il basket , alla fine l’incontro con il calcio era inevitabile , in fondo mi è sempre piaciuto , e a quanto dicevano gli altri , mi riusciva piuttosto bene . Lo diceva anche Lorenzi , l’attaccante dell’Inter , lo avranno pure chiamato ” Veleno ” ma con me e mio fratello è sempre stato una persona splendida , ha fatto davvero tanto per noi e ci voleva sinceramente bene .

E vennero i giorni delle giovanili proprio nell’Inter con Meazza come allenatore , e le notti dove sognavo di giocare a pallone con mio padre , come ai tempi del Filadelfia . Finché quel 10 giugno del ’61 feci il mio esordio in prima squadra contro la Juventus ; il presidente Moratti per protesta contro la ripetizione della partita decise di schierare la squadra primavera , ci sommersero di reti , ma l’unico goal nostro lo segnai proprio io su rigore . Ma oltre a quello , mi resto’ impresso quello che mi disse Boniperti prima della gara : ” lo sai che di nascosto andavo a vedere le partite di tuo padre ? era il più grande ! ”

Tempo neanche due anni e venne il giorno della rivincita , era il 28 aprile del ‘ 63 , sempre a Torino contro la Juve . Se avessimo vinto , lo scudetto era nostro , e alla mezz’ora ricevetti palla da Corso in area , la piazzai di destro all’incrocio , e anche se nel secondo tempo ci fu da soffrire parecchio , alla fine portammo a casa vittoria e campionato . Un anno dopo eravamo addirittura a Vienna a giocarci una finale di coppa campioni contro il Real Madrid , non ho mai visto tanti campioni di quel livello tutti insieme ! Puskas , Gento e ovviamente Di Stefano , lui era semplicemente magnifico ! e in tanti dicevano che come giocatore assomigliasse a mio padre….

Io nel tunnel che portava in campo ero quasi rimasto ipnotizzato a guardarlo , mi riportò sulla terra Suarez , che mi disse : ” resti a guardare Di Stefano o vieni a giocare la finale con noi ? ” Eccome se la giocai quella finale , con tutto quello che avevo in corpo….. e riuscii anche a segnare con un tiro di destro da fuori area a fine primo tempo . Quel Real era fortissimo , bastava concedergli il minimo spazio ed erano dolori , così quando Milani raddoppio’ pensammo tutti che ormai era fatta….invece al primo errore riaprirono la partita . Mancava un quarto d’ora alla fine e andai a pressare Santamaria che stava prendendo palla quasi al limite della loro area ; appena gli rubai la sfera , entrai in area e di esterno destro la misi nell’angolo : 3 – 1 e stavolta non ci raggiungono più….

Non so cosa mi prese appena segnato quel goal , so solo che iniziai a correre e ad esultare come da bambino al Filadelfia con mio padre e Bacigalupo . Eravamo campioni d’Europa e a fine gara stavo andando verso Di Stefano per chiedergli se avesse voluto scambiare la sua maglia con la mia ; mi venne incontro Puskas dicendomi : ” Ho giocato contro tuo padre e oggi sei stato degno di lui ; questa è per te ! ” e mi ritrovai tra le mani quella maglia bianca con il numero dieci. Non so se fosse davvero così , ma non sono mai stato tanto felice in vita mia .

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THE KENNEDYS: La famiglia reale d’America.

di LISA AZZURRA MUSETTI

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Maledizione; Vocabolario Treccani: “maledizióne (ant. maladizióne) s. f. [dal lat. maledictioonis, der. di maledicĕre «dir male»; propr. «maldicenza»]. 1. a. L’atto e le parole con cui si maledice, con cui cioè s’invoca su individui, gruppi, città, ecc. la condanna e la punizione della divinità (o degli antenati).”

 

Per gli irlandesi le maledizioni non sono cosa su cui scherzare, ve lo dice una che ci ha vissuto per mesi.

Non importa se di fatto sei un cittadino statunitense da generazioni a questa parte, per certe cose il sangue si fa sentire, soprattutto se ci credi, se sei un uomo od una donna potente e ricco/a , se sfidi il tuo tempo, se il tuo cognome è Kennedy.

“La Famiglia Reale d’America”, così sono stati più volte definiti i Kennedy, ricchissima famiglia imprenditoriale di origini irlandesi residente nella East Coast ed infiltrata nella politica.

Il patriarca della famiglia, Joseph P. Kennedy per quanto strano, analizzando gli schieramenti politi futuri della sua famiglia, era uno stimatore di Hitler ed un uomo estremamente crudele con i figli. Nel 1941 fece ricoverare sua figlia Rosemary in un manicomio in quanto considerata “ribelle” e obbligò gli psichiatri a praticarle una lobotomia rendendola un vegetale per il resto dei suoi giorni.

Lui stesso, nonostante più longevo dei suoi stessi figli, morirà muto e paralizzato a causa di un ictus.

Un inizio triste per una grande famiglia. Già solo un inizio. L’inizio della Maledizione dei Kennedy.

Joseph ebbe, oltre a Rosemary, ben otto figli, fra cui uno dei personaggi politici più importanti del secolo scorso: John Fitzgerald Kennedy.

Ma andiamo con ordine.

Seconda Guerra Mondiale. Joseph è contrario all’entrata in Guerra degli USA, ma i suoi figli, giovani, forti e cittadini americani sono costretti ad arruolarsi.

Il primogenito, Joseph Patrick Kennedy Jr. morirà proprio durante questa guerra nel mezzo di un volo d’addestramento, sua sorella, Kathleen Agnes Kennedy, morì anche lei durante un invidente aereo nel 1948.

Della vita del più importante rappresentante di questa famiglia si sa tutto ed il contrario di tutto, proprio come della sua morte. John Fizgerald Kennedy è qualcosa di più di un politico: è IL POLITICO. Sembra quasi che nessuno possa odiarlo.

Elletto Presidente il 7 Novembre 1960, democristiano, sostenitore dei diritti civili delle persone di colore. Sposa una degna rappresentante della nuova aristocrazia statunitense: Jacqueline Bouvier. Colta ed elegante certo, ma non bella e ancor meno sensuale. Questo porterà il Presidente ad avere molte relazioni documentate, la più importante indubbiamente quella intrecciata con l’attrice più sexy della storia di Hollywood: Marilyn Monroe.

Nonostante Kennedy fosse un abituale consumatore di varie droghe non fu certo questo ad ucciderlo. Come tutti sanno, il 22 Novembre del 1963 a Dallas, durante una parata ufficiale accanto alla moglie, fu assassinato con dei colpi di fucile da Lee Harvey Oswald. I documenti relativi all’omicidio furono decretati segreti ed il tutto, teorie e complotti compresi, abilmente insabbiati.

Da quel momento in poi la Maledizione dei Kennedy sembra scatenarsi.

Le morti premature o violente furono frequenti:

Robert Kennedy, fratello del presidente, fu ucciso con un colpo d’arma da fuoco a Los Angeles il 6 Giugno del 1968.

John John, figlio di J.F.K e Jackie Kennedy morì in un incidente aereo nel 1999 con la moglie, Carolyn Bessette e la cognata, Lauren Bassette. Una tragica morte che porta a quota tre le vittime della famiglia Kennedy in volo, in meno di due generazioni.

Michael, il figlio di Robert Kennedy, muore nel 1997 in un incidente di sci fra le montagne di Aspen in Colorado.

“Ok, ok” starete pensando “ora ci credo pure io alle maledizioni.”

Eppure no, non finisce certo qui. Forse, come spesso in momenti difficili si ipotizza, ci sono destini più tristi della morte, ed anche in questo contesto, la reale famiglia d’America non si tira indietro.

Il 19 giugno 1964 Ted Kennedy si schianta con un aereo privato (ancora il volo, è forse questa la vera maledizione dei Kennedy?) nelle vicinanze della cittadina di Southampton. Ted ne viene estratto vivo per miracolo, ma le conseguenze di quell’incidente lo tortureranno per tutta la vita, anche se forse non saranno certo più dolorose delle pene sentite per l’amputazione della gamba a suo figlio, Edward Moore Kennedy, all’età di dodici anni.

Il tutto può, soprattutto agli occhi dei più giovani, sembrare quasi la trama di un libro, ma è la verità, il lato oscuro che qualche crudele divinità ha voluto infliggere in cambio di gloria e potere.

Forse le maledizioni non esistono, forse sono solo favole oscure, forse bisogna tirare un sospiro di sollievo nel non chiamarsi Kennedy.

Questa è la triste storia dei Reali d’America.

 

P.S.= John John Kennedy è stato fidanzato per anni con l’attrice hollywoodiana Daryl Hannah e lui aveva praticamente deciso di sposarla. Si mise in mezzo la madre che disapprovava la relazione: bella, bionda, attrice di Hollywood. Le ricordava troppo Marilyn.

Forse, se avesse sposato lei invece della Bassette sarebbe ancora vivo. Citando il bellissimo libro La mia Africa: “Quando gli Dei vogliono punirci avverano i nostri desideri”.

La tragedia di Brema 1966, Spoon River del nuoto italiano.

di DIEGO MARIOTTINI

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Lo sport racconta storie, non tutte a lieto fine. In questo caso il lieto fine proprio non c’è.Un tardo pomeriggio di 52 anni fa muore il nuoto italiano. O perlomeno il destino elimina in pochi istanti un lavoro di anni, che avrebbe sicuramente portato in dotazione al Paese grandi campioni. È venerdì 28 gennaio 1966 e le agenzie di tutto il mondo battono una notizia che lascia attonito anche chi non ha dimestichezza di piscine. A Brema, nel nord della Germania (allora Ovest) un aereo della Lufthansa partito da Francoforte precipita in fase di atterraggio. Nebbia, luci difettose, errore umano. Nessun superstite. Tra le 46 vittime (i passeggeri, più l’equipaggio al completo) c’è una selezione della Nazionale italiana di Nuoto e un giornalista RAI diretti al meeting di Brema, il più prestigioso appuntamento della stagione indoor. Le vittime italiane saranno 9. La RAI diffonde la notizia all’ora di cena e azzera il sorriso dalla  faccia di chi vorrebbe guardare il Festival di Sanremo in santa pace. Mentre Modugno canta “Dio, come ti amo”, loro muoiono. L’opinione pubblica è scossa, poi sulla notizia cala pian piano la nebbia.Oggi questa storia la ricordano in pochi. Ci vorranno decenni di ricostruzione da parte della Federazione e del CONI per creare le basi di un movimento ancora una volta competitivo a livello internazionale.Ma quella di Brema non è soltanto una tragedia, appare piuttosto come una sorta di “Spoon River” in trasferta. Testimonianze di vita sportiva che vita non è più.

LA BALLATA DEL LAMPO NEL CIELO. Sono giovani, molto promettenti. Hanno davanti a sé un futuro di grandi soddisfazioni professionali. Qualcuno ha già conseguito buoni piazzamenti, perfino a livello internazionale. Non hanno vinto medaglie olimpiche, ma per quelle c’è tempo. Il più anziano dei ragazzi deve ancora compiere 23 anni, la più giovane ne ha 17 ed è già soddisfatta per essere stata convocata. Devono andare in Germania a difendere il Tricolore in un importante meeting di nuoto. Non hanno la notorietà dei calciatori e neppure il conto in banca dei più ricchi fra loro. Sono semplicemente atleti che hanno un rapporto speciale con l’acqua e che in piscina stanno costruendo il loro futuro. Ricordiamoli con le loro ipotetiche parole. Spoon River, sì. O La Ballata del lampo nel cielo, se si preferisce.

BRUNO BIANCHI(22 anni). Ero el vecio, l’anziano del gruppo. Di me si fidavano, dicevano che davo sicurezza. Addirittura, che portavo fortuna, permettetemi di dubitarne. Facevo stile libero.E quando nuotavo mi sentivo veramente libero. Alle Olimpiadi di Roma 1960 arrivai sesto nella staffetta 4 x 100. Non male per un ragazzo di 17 anni, vero? Poi il record italiano sui 100 e i 200 è stato mio. Sì lo so, oggi ci mettono la metà del tempo, ma almeno non mi dopavo, io. Vivevo da solo, a Torino, non era un problema. Lavoravo alla Fiat per mantenermi, non ero mica figlio di papà. A Trieste, la mia città, qualcuno ancora si ricorda di me. Mi hanno dedicato una piscina, meglio che niente. Non ho nulla da recriminare, quella sera è stato un errore umano. Pioveva, succede. Però, porca miseria, io volevo nuotare e ora volo.

SERGIO DE GREGORIO (20 anni). Ma quali 20 anni, non ci sono mica arrivato. Mi mancava un mese. Ero bello, lo so, non è colpa mia. Piacevo. Dicevano che sembravo un attore, uno di quelli che fanno i film o i fotoromanzi, ma che senso ha, adesso. Ho conquistato cinque titoli italiani e ho battuto 16 record. Ero gajardo, come dicono dalle parti mie, a Roma. Tempi da record alla mano, andai perfino a Tokyo nel ’64, alle Olimpiadi. Non potevamo vincere, eravamo troppo giovani e inesperti, però in finale ci siamo arrivati lo stesso. Ma che senso ha, adesso. Ci credevo, ho faticato, mi allenavo anche di notte. A Brema avrei fatto vedere a tutti chi ero, sarebbe stata la volta buona. Poi, nessuno mi avrebbe fermato più. Ma che senso ha, adesso.

AMEDEO CHIMISSO (19 anni).Io andavo a dorso, filavo che era una bellezza. Andavo all’indietro in piscina, forse perché nella vita mi piaceva andare controcorrente. Certe volte è meglio andare senza guardare dove vai.Tanto, se è destino arrivi pure a occhi chiusi. Oppure no. Ero di Venezia, abitavo alla Giudecca ed è lì, tra un canale e l’altro che ho imparato a nuotare. Il successo stava per arrivare, l’ultimo giorno della mia vita ho addirittura stabilito la miglior prestazione italiana sui 200 misti. Sì, a dorso ero forte, ma la morte l’ho dovuta per forza guardare dritta in faccia. Curioso, no?

LUCIANA MASSENZI (20 anni). Avevo tutto per sfondare. Il talento, la grinta, la voglia continua di migliorarmi. Ero di Roma, come Sergio, e come Sergio avevo una grande “tigna”, si dice così da noi quando hai cattiveria agonistica da vendere. Con Amedeo invece avevo un altro aspetto in comune: facevo dorso. Se avessi 20 anni oggi forse farei gli spot dello shampoo e le passerelle in défilé, ma sono altri tempi, per carità. Non mollavo mai, sono andata perfino in Francia per migliorarmi. Quel giorno invece dovevo andare in Germania per consacrarmi. Daniela Benecknon aveva la mia stessa grinta e allora al suo posto per Brema scelsero me. Per giunta, quel giorno si sposava la sorella. Daniela è ancora viva.

CARMEN LONGO (18 anni). A Bologna, rane come me non ce n’erano. Anzi, permettetemi di essere un po’ immodesta: in Italia. Sì, ero la più brava, fatemelo dire. Avevo talento ma ci ho lavorato molto, eh. L’allenatore non mi regalava nulla e nelle giornate in cui mi sentivo svogliata mi ricordava sempre che non ero ancora nessuno per cullarmi sugli allori. Funzionava. Mah, allori ne ho vinti pochi, non ho fatto in tempo. Il giorno dopo la mia morte, nella gara dei 200 rana, nella mia corsia c’era uno spazio vuoto. Beh, almeno non si può dire che quella gara l’abbia persa. Bisogna pur vedere il lato positivo delle cose, diamine.

DANIELA SAMUELE (17 anni). Ero la riserva e mi avevano convocato per la prima volta. Dicevano che ero la classica milanese, concreta e lavorativa, ma non era del tutto vero. Avevo i miei sogni, piccoli sogni, quelli di una ragazzina come me. Facevo il liceo artistico e avevo due modi per sognare: disegnare e nuotare. In valigia avevo messo un abito da sera di chiffon. Non me lo sarei mai tolto, per nessuna ragione al mondo.

DINO RORA (20 anni). Andavo anch’io a dorso, ma non perché fossi un tipo controcorrente. Mi piaceva.E poi a dorso stabilivo i miei tempi migliori, tutto qui. A Torino mi conoscevano tutti, gareggiavo per la Fiat Ricambi. Ai Giochi del Mediterraneo del ’63 fui grande. Arrivai terzo nei 200 ma soprattutto vinsi l’oro con la staffetta mista. Alle Olimpiadi di Tokyo non ero ancora maturo, ma avevo il tempo dalla mia parte. Ho una piccola confessione da fare: Dino è il diminutivo. Mi chiamo Chiaffredo ma non ditelo a nessuno. Un po’ mi vergogno.

PAOLO COSTOLI (55 anni). Quanto mi piaceva essere il loro allenatore, erano ragazzi fantastici. Con loro ho passato i momenti di sport più belli della mia vita. Perfino più belli di quando in vasca ci andavo io. Tra nuoto e pallanuoto, in piscina praticamente ci vivevo. E che soddisfazioni! Sono nato a Firenze ma mi sentivo cittadino del mondo. Mi piacevano due cose: lo sport e viaggiare. La vita mi ha permesso di farle entrambe, fino alla morte. Ce ne siamo andati insieme, io e miei “bischeri”, quella sera. Nello stesso lampo che da terra è salito fino in cielo. Forse è stato giusto così, chissà. Ma almeno Nico, il destino lo poteva anche risparmiare.

NICO SAPIO (36 anni). No Paolo, non sono d’accordo. La vita è spesso una cooperazione senza merito per chi ne gode i frutti e la morte non fa altro che invertire questa logica. Io facevo il giornalista e vi seguivo. Era il mio lavoro e ogni lavoro espone a rischi. Al Centro RAI di Genova volevano che facessi la diretta del meeting di Brema e io puntualmente ci sono andato, senza discutere. Il nuoto e la vela erano le mie specialità. Non sentirti in colpa per me, tu non c’entri nulla. Ti ricordi quando feci quel servizio radiofonico sulla morte di Fausto Coppi? Mi fecero tanti complimenti. Parlavo del destino, quel giorno, e mi veniva in mente “Per chi suona la campana”. Ma per chi vuoi che suoni, la campana? Ci siamo dentro tutti, Paolo. E quell’attrice tedesca, quella che stava tre posti avanti a noi? Se n’è andata con lo stesso lampo e non è mica colpa di nessuno. Pensa piuttosto che forse il nostro sacrificio è servito a qualcosa. Ci sarebbe stata la Pellegrini, Magnini, Fioravanti, Battistelli, la Quadarella e tutti gli altri, senza di noi? Io dico di no e già per questo dovremmo essere felici. La gente dimentica, è nuoto, mica calcio. Ma se il CONI e la Federazione si sono dati da fare per ricostruire un intero movimento e i risultati alla fine sono arrivati, dobbiamo esserne contenti. È con i risultati che si lascia memoria di sé. Non farti cattivi pensieri. Guardiamo avanti, il meglio deve ancora venire. Forse.

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HUGO ORLANDO GATTI: Loco era “Loco” … ma che fenomeno !

di REMO GANDOLFI

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Con il soprannome “El Loco” ci sono probabilmente almeno un centinaio di calciatori nella storia del Futbol di questo paese. Già in queste pagine ci siamo occupati di uno dei grandi “Locos” del calcio argentino, Renè Houseman, che però aveva nella bottiglia la sua più importante “pazzia”.

Ma quando si parla di uno “matto”, ma matto davvero, il primo nome che viene in mente a tutti quanti in Argentina è quello di Hugo Orlando Gatti.

Eccentrico, controcorrente, polemico, presuntuoso, arrogante, guascone … di lui si può dire di tutto ma non che sia una persona o ancora prima uno sportivo “normale”.

Hugo Gatti nasce in un quartiere di Buenos Aires, il Carlos Tejedor, il 19 agosto 1944.

Gli inizi sono nell’Atlanta, dove dopo tutta la classica trafila nelle giovanili fa l’esordio in prima squadra nel 1962 a 18 anni. In quel periodo gioca con mostri sacri come Luis Artime (uno dei più grandi bomber nella storia del calcio argentino) Nestor Errea, Carlos e Mario Griguol e in quegli anni l’Atlante vive uno dei migliori periodi della sua storia.

Da subito si capisce che Gatti non è un portiere tradizionale. Non si limita a difendere la propria porta o a comandare la sua area con le sue proverbiali uscite sui palloni alti ma esce dall’area spesso per anticipare attaccanti lanciati a rete,  oppure palla al piede per impostare lui stesso l’azione. A volte capita addirittura che vada a battere le rimesse laterali ! Resta il fatto che fargli gol è difficile, molto. Ha una personalità spiccata e nulla pare intimidirlo. Passano meno di due anni e per Gatti arriva la chiamata dei Millionarios del River Plate. Sembra il passo definitivo verso la consacrazione. Arriva addirittura la chiamata della Nazionale Argentina per i Mondiali inglesi del 1966 quando Gatti ha solo 21 anni. Ma le cose al River non vanno come previsto; il posto da titolare tra i pali del Millionarios stenta ad arrivare; c’è una autentica leggenda come Amedeo Carrizo con cui fare i conti e in 4 stagioni, tra il 1964 e il 1968, Gatti mette insieme 77 partite. La “via di fuga” e un posto da titolare certo è rappresentata dal Gimnasia Y Esgrima La Plata. Qui rimane 5 stagioni, positive ma non esaltanti. Il suo stile unico ha i suoi detrattori anche se l’arrivo sulla scena internazionale di un altro pazzo come lui, l’olandese Jongbloed, finisce per fare accettare con un po’ più di elasticità le “follie” di Gatti. Intanto, insieme alle sue uscite spericolate e alle sue giocate fuori area inizia ad affermarsi per quella che negli anni diventerà una sua peculiarità assoluta; quella di “pararigori”. Sono ben 8 quelli che para nelle sue stagioni al Gimnasia e addirittura 3 nella stessa stagione, il 1972, sui 5 complessivi che gli tirano. Nel 1975 finalmente la svolta per la carriera di Hugo; arriva la chiamata del grande Juan Carlos Lorenzo che lo vuole con lui al Union de Santa Fe. E con lui arrivano giocatori fantastici del calibro di Victorio CoccoRubén “Chapa” SuñeBaudilio JáureguiMiguel TojoErnesto MastrángeloVíctor Marchetti … è la “Grande Rivoluzione del ‘75” quando l’Union diventa l’autentica rivelazione del calcio argentino e per il gioco espresso diventa la squadra al centro dell’attenzione di tifosi e media. Gatti gioca partite sensazionali, para ben 4 rigori tra cui uno decisivo contro il River Plate. Juan Carlos Lorenzo a fine stagione riceve la chiamata degli “Xeneises” del Boca e vuole a tutti i costi che “El Loco” Gatti lo segua per diventare “l’arquero” del Boca. La trattativa tra i due Presidenti di Boca (Alberto Josè Armando) e Union (Manuel Corral) è durissima ed estenuante. L’Union sta costruendo un team formidabile, in grado di puntare al titolo assoluto, ma Lorenzo insiste con il Presidente Armando … Gatti è fondamentale per le ambizioni del Boca. La scelta di Lorenzo si rivela più che azzeccata; nella prima stagione (1976) il Boca Juniors vince sia il Metropolitano che il Nacional, quest’ultimo in una storica e indimenticabile finale contro i grandi rivali del River. (a seguire le immagini, meravigliose per patos e commento anche se di qualità non certo eccezionale)

L’anno dopo arriva addirittura il trionfo continentale nella Copa Libertadores dove Gatti diventa decisivo con una miracolosa parata su un tiro di Vanderley, attaccante del Cruzeiro. Questa vittoria da al Bocala possibilità di disputare la Coppa Intercontinentale, vinta contro il Borussia Monchengladbach (che partecipa in virtù della rinuncia degli inglesi del Liverpool) e Hugo Gatti è ancora protagonista assoluto, in particolar modo nella partita giocata in Germania e vinta per 3 a 0 dove “El Loco” para tutto il parabile e anche qualcosa di più !

Sempre nel 1977 però accade qualcosa che rende problematica la continuità di Gatti per un lungo periodo di tempo; un grave infortunio al ginocchio in un match di campionato contro il Temperley. Gatti, che fino a quel punto è titolare inamovibile della Nazionale Argentina che Cesar Menotti sta preparando per il Mondiale di casa, perde il posto di titolare a favore dell’altrettanto fortissimo Ubaldo “Pato” Fillol. https://wp.me/p5c7YM-4l Quello che accade nei mesi immediatamente precedenti il Mondiale è storia e al tempo stesso gossip e illazione pura; fatto sta che ai Mondiali del 1978 Fillol è il titolare e Gatti non entra neppure nei 22. “El Loco” non dimenticherà mai questo “sgarro” e accuserà in eterno Menotti di aver ceduto alle pressioni della stampa argentina che voleva Fillol come titolare. Altre voci dicono che sia stato lo stesso Gatti (profondamente antifascista a tal punto di appoggiare pubblicamente la campagna elettorale di Raul Alfonsin, “radicale e socialista” che sarà il primo presidente della nuova Repubblica argentina) a “inventarsi” il male al ginocchio ogni volta che arrivava la chiamata della Nazionale “di Videla” … male al ginocchio che poi spariva magicamente ogni volta che doveva scendere in campo con il Boca. Qualcuno, più maligno, afferma che il dolore al ginocchio era solo una scusa per Gatti che non accettava l’idea di fare da riserva “all’odiato” Pato (papero) Fillol.

Di certo c’è che Gatti continua a giocare alla grande nel Boca che rivincerà, rimanendo imbattuto per tutto il Torneo, la Copa Libertadores del 1978. Nonostante “El Loco” abbia già 34 anni nessuno si sogna di mettere in dubbio le sue qualità e il posto di titolare nel Boca. Bisogna arrivare al 1981 per trovare un portiere, in questo caso Carlos Rodriguez, in grado di mettere in discussione la titolarità di Gatti. Dopo un lungo ballottaggio Rodriguez ha la meglio: Gatti si deve sedere in panchina. In quella stagione il Boca ha un potenziale enorme: in una squadra già fortissima sono arrivati un certo Diego Armando Maradona e Miguel Angel Brindisi ma il campionato, per un grosso calo di rendimento nella seconda parte della stagione, sta sfuggendo di mano agli Xeneises. Mister Marzolini allora decide di rimettere in prima squadra Gatti, in un match importantissimo contro i “Pincharratas” dell’Estudiantes. L’avvio è da brividi; Gatti sbaglia completamente il tempo di una uscita e solo un provvidenziale salvataggio del compagno di squadra Roberto Mouzo impedisce ai biancorossi di Mar de La Plata di andare in vantaggio. Gatti, che in quanto ad autostima e fiducia nei suoi mezzi non è secondo neppure al suo grande idolo Mohammed Alì, non si perde d’animo e nel resto della partita diventa assolutamente decisivo con le sue parate ma non solo; su un lungo lancio verso la propria area “El Loco” esce dalla sua area anticipando un attaccante avversario, controlla il pallone e lo porta fino alla linea di metà campo prima di appoggiare la palla all’ala sinistra Perotti che, dopo aver saltato un paio di difensori, segna il gol decisivo.

http://youtu.be/1MvDp3s_ntE

Gatti non uscirà più dalla squadra titolare fino alla fine del Torneo che il Boca riuscirà a conquistare dopo 4 stagioni di digiuno. A seguire l’azione del gol di Maradona nella decisiva partita con il Racing Club.

http://youtu.be/09khSZTCV6U

Dopo di allora, salvo qualche brevissima parentesi, Gatti rimane titolare indiscutibile del Boca fino al 1988 … alla veneranda età di 44 anni ! Nel 1988 però, alla prima partita di campionato contro il Club Deportivo Armenio alla Bombonera, Gatti si rende protagonista di un errore clamoroso; esce dall’area per anticipare su un pallone lungo il centravanti avversario Maciel … El Loco pare in anticipo ma sbaglia banalmente il tempo e il controllo della palla lasciando così sguarnita la propria porta.  Per Maciel è un gioco da ragazzi segnare il gol che si rivelerà decisivo per le sorti del match. L’allentore Josè Omar Pastoriza è inviperito; si scaglia contro Gatti e lo relega in panchina nell’incontro successivo. Nessuno poteva prevedere che quella diventerà l’ultima partita di calcio ufficiale giocata dal Loco Gatti.

Uscito in maniera brusca e tra mille polemiche dal Boca “El Loco” non si arrende all’idea di non giocare più a calcio. Si fanno decine e decine di ipotesi, di altre squadre argentine e brasiliana. L’unica proposta concreta arriva però dalla Colombia e precisamente dal Deportivo Calì. Pare tutto fatto; il contratto è pronto. Poche settimane prima si gioca in Colombia la partita di addio al calcio della gloria colombiana Willington Ortiz. In quella partita Gatti decide di giocare con la maglia dei grandi rivali del Deportivo, l’America de Calì ! Le polemiche sono roventi. El Loco viene attaccato con veemenza da tutti i tifosi e dirigenti del Deportivo. Il contratto è stracciato e Gatti torna in cerca di “occupazione”.

Ma non accadrà più nulla. El Loco non entrerà più in una “cancha”. Ma dal calcio non uscirà mai. Ora lavora come opinionista sia per la televisione argentina che per alcuni organi di informazione spagnoli e ogni volta che apre bocca sa scatenare come nessuno polemiche e diatribe infinite ! El Loco è ancora oggi “incontrollabile” in uno studio televisivo come lo era in un campo di calcio. Lui che era abituato ad “uscire” perché a stare in porta tutta la partita si annoiava …

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Parlando di Fillol ai Mondiali del 1978 “Hanno scelto lui. Lui è gentile, corretto ed educato. Lui è la tradizione, io sono la follia. Lui aspetta che la palla gli arrivi addosso, io esco di porta e la vado a cercare. Lui è il fidanzato che ogni madre vorrebbe per sua figlia … solo che le figlie preferiscono me !”

“Io guardo intensamente la palla. Se la guardi intensamente puoi fermarla o farla andare dove vuoi. Potete chiamarmi  stregone o sciamano. Ma è esagerato. Sono solo il miglior portiere sulla faccia della terra.”

“Io non ho paura di nulla e di nessuno. Mai avuta. Una volta i tifosi avversari dietro la mia porta mi tirarono una scopa: la presi e iniziai a pulire l’area. Sapete com’è: in Argentina ci sono sempre un sacco di coriandoli in campo !”

“Andammo a giocare contro l’Argentinos Juniors e tutti mi parlavano di questo piccoletto, dicevano che era un fenomeno. Era alto poco più di un metro e mezzo con una gran testa di riccioli neri e tutti ad adularlo perché aveva già fatto un sacco di gol. Mi avvicinai a lui prima della partita “Oh Gordito (cicciottello) guarda che oggi tu a me non segni neanche se torna Gesù Cristo in terra per la seconda volta” … per ottanta minuti mi ascolta docile docile. Poi quel diavolo mi fa quattro gol negli ultimi dieci … che tu sia maledetto Diego Armando Maradona !!!”

Sempre sull’amato (!) Fillol. “Lui le partite le gioca. Io le vivo. Molti dei gol che ho preso lui li avrebbe evitati con la sua prudenza … ma sono molti di più quelli che io ho parato e che per lui sarebbero stati imprendibili, perché lui non si buttava, non rischiava. Ma ci si può fidare di uno che nella vita non si butta mai ??!!”

“Maradona ed io eravamo i due più forti giocatori nel 1978. Siamo stati insieme i due più grandi “non-campioni del Mondo” allora !

“Oggi, a distanza di quasi 40 anni, tutti i componenti della squadra di allora a dichiararsi oppositori di Videla e all’oscuro di quello che succedeva. Gli unici che allora lo fecero davvero sono stati, oltre al sottoscritto, tre in tutto; El Lobo Carrascosa che addirittura lasciò la squadra. “El conejo” Tarantini che ebbe il coraggio di chiedere a Videla cosa era capitato ad alcuni suoi amici e Mario Kempes, che odiava Videla e che mai gli strinse la mano.“

Memorabile quello che accadde in una partita contro l’Independiente. Gatti si toglie scarpe e calzettoni e si va a sedere sopra la traversa DURANTE l’incontro. “Non stavo accadendo nulla. E mi stavo annoiando a morte”.

Come opinionista sono decine e decine le sue dichiarazioni controcorrente, polemiche e spesso al limite dell’arroganza. Ecco alcune delle più “clamorose”.

Durante una trasmissione televisiva dopo un commento calcistico da parte della giornalista Irene Junquera la stessa fu “investita” da un Gatti al massimo della sua “locura” ! “ma da quando le donne capiscono di calcio ? Non ne hanno mai capito nulla ! Lavare i piatti è quello che sanno fare meglio !”

Famosissima la sua repulsione per la maggior parte dei giornalisti sportivi “Ma come possono parlare di calcio se la maggior parte di loro non ha mai dato un solo calcio a un pallone ???”

E infine, la sua dichiarazione-simbolo “Io non mi sento un portiere. Io sono un attaccante che gioca in porta”.

A seguire un piccolo “riassunto” di alcune delle più grandi parate di Gatti e nel secondo una raccolta delle più grandi “pazzie” televisive del Loco.

Buon divertimento !

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http://youtu.be/QPt4wF1Pu5I

http://youtu.be/tUC4ZnyguTA

GIULIANA SALCE, l’atleta che morì e visse due volte.

di DIEGO MARIOTTINI

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18 gennaio 1985, Parigi. Nel mondo dell’atletica Giuliana Salce non è certo una sconosciuta, ma il grande pubblico deve ancora scoprire le sue doti. Gli auspici sono i migliori. E poi, per noi italiani vincere a casa dei francesi dà più gusto, c’è poco da fare. La gara è la marcia e la manifestazione è quella dei mondiali indoor. Ma la storia di Giuliana è anche la storia di una donna nata due volte. È una vicenda di doping, di errori, di pentimento, di redenzione. Di trappole invisibili e di ambienti che si vendicano perché di legalità non vogliono sentir parlare. Sono le parole della diretta interessata a ricostruire gli splendori di un’atleta che fa grande l’Italia e che poi finisce nell’oblio. Tanto da non trovare più lavoro da nessuna parte per tanto, troppo tempo.

 

SI’, Giuliana Salce non è una sconosciuta e le avversarie sanno di essere di fronte alla numero 1. Del resto, non è lei a dirlo, sono i fatti, i tempi realizzati e i risultati. Non sarà un’atleta che copre le prime pagine dei quotidiani sportivi, ma non è colpa sua se nella gerarchia dei lettori l’ultimo dei calciatori viene prima di qualsiasi campione di altre discipline. Due anni prima, a L’Aquila, l’atleta romana aveva stabilito il record del mondo sui 5 km di marcia all’aperto su pista, con un tempo per allora straordinario: 21’51″85. D’improvviso la russa Aleksandra Deverinskaya si trova fuori dal libro dei primati. Negli anni 80 il mondo è ancora diviso in occidente capitalista e blocco comunista e Giuliana, per non fare torto a nessuno, mette in fila anche le americane. Nel febbraio 1984 la statunitense Sue Brodock perde il record sul miglio che deteneva da 5 anni e nello stesso mese viene ritoccato anche il primato sui 3 km di marcia.

 

RITOCCATO? No, diciamo pure sbriciolato, distrutto, smaterializzato: tra il precedente record e quello appena stabilito passa qualcosa come 12 secondi, più del tempo che copre la distanza dei 100 metri piani. Nella tappa di avvicinamento ai mondiali di Parigi, la Salce manda alle avversarie un altro messaggio chiaro e inequivocabile. A Genova, una settimana prima del grande evento, stabilisce infatti la migliore prestazione mondiale indoor sui 2 km di marcia, fermando il cronometro a 8’21″13 e polverizzando il record sulla distanza che già da 5 anni le apparteneva. Fa già paura così, ma ciò che avviene il 18 gennaio di tanti anni fa al Palais Omnisports de Paris-Bercy è consegnato agli annali dell’atletica leggera. Del resto se il nome di Giuliana Salce è presente nella Hall of Fame dell’atletica leggera, ci sarà pure un motivo.

 

Giuliana, che cosa accade a Parigi quel 18 gennaio di 33 anni fa?

Innanzitutto va detto che quella era una manifestazione molto particolare, il primo campionato mondiale di atletica leggera indoor. Quello del 1985 era un inverno particolarmente freddo in tutta Europa. Ricordo la neve a Roma dopo 15 anni, figuriamoci che cosa poteva essere Parigi. Un inferno bianco. Nell’ultimo periodo mi ero allenata a Formia, dove il clima era un po’ più mite che altrove e c’era il pistino coperto. Il venerdì della gara, dopo essere arrivata a Parigi accreditata come una delle favorite, vedo una marea di marciatrici che stanno lì a contendersi il titolo con me. Avevo fatto tantissimi sacrifici e il mio unico obiettivo era vincere. Per dire, credo di essere stata l’unica a non avere visto la Torre Eiffel. Pino Dordoni, il responsabile della Nazionale di marcia, mi regalò una medaglia d’oro come augurio e mi diede un importante consiglio, quello di saper aspettare. Tattica immediatamente disattesa dal mio comportamento in pista. Partii molto forte, quasi senza rendermene conto, poi mi chiesi se avevo fatto bene. Arrivai all’unica conclusione logica: se avessi rallentato avrei compiuto un gesto inutile. Tanto valeva proseguire su quei ritmi. Rimasi in testa fino alla fine e ricordo bene che all’ultimo giro pensai “Ora vado a vincere e basta”. All’arrivo dissi a me stessa “Ora sono veramente campionessa del mondo”. Feci il giro d’onore con il cono di luce che mi seguiva, come se fossi a teatro. Nel Palais suonavano le note di “2001, Odissea nello spazio”, quella musica mi è rimasta nella testa. Finita la premiazione telefono subito a mio padre e in modo molto romano gli dico “Ah Papà, so arivata prima”. Un’emozione pazzesca per entrambi.

 

Dopo quella grandissima affermazione non ti fermi certo lì…

Ho avuto altre bellissime soddisfazioni, Parigi è soltanto la più significativa in assoluto. Nella mia carriera ho migliorato 17 volte il record del mondo nella marcia, sia indoor che outdoor, perfino nella mia ultima corsa. I risultati più importanti degli anni successivi sono stati l’argento agli Europei di Liévin, sempre in Francia, del 1987. Nello stesso anno arrivo seconda anche al Mondiale di Indianapolis, negli Stati Uniti. Poi, a causa di qualche problema di salute smetto l’attività nel 1988, a 33 anni e per un decennio io e lo sport ci dividiamo.

 

Poi però passi al ciclismo e anche sulle due ruote i risultati arrivano…

Il ciclismo mi è servito per recuperare un buono stato di salute, poi quella delle due ruote è diventata una pratica sportiva a buon livello. Nel 1999 sono stata inserita nella Categoria Master, dopo due anni di corsa amatoriale. Ho fatto parte della Nazionale e agli Europei in Austria del 2000 mi sono classificata sesta. Ho vinto anche il Campionato italiano a cronometro e quello della Montagna nel 2000.

 

All’inizio del nuovo millennio sei improvvisamente al centro di una vicenda di doping nella quale però alla fine dimostri di quale pasta sia fatto il tuo carattere. La vogliamo ripercorrere brevemente?

La riassumo per stati d’animo. Nel doping si può cadere per tanti motivi, ma anche i modi posso essere più d’uno e il brutto è che in certi frangenti neppure te ne accorgi. In certi casi ci si scivola quasi inconsapevolmente, oppure per frustrazione. Quasi sempre si è malconsigliati. Nel mio caso – e non vuol essere una giustificazione, ci mancherebbe – mi sono dopata per migliorare prestazioni e salute, ma non dici a te stessa che ti stai dopando: essenzialmente ti stai aiutando. Il mio poi è stato un caso abbastanza particolare perché per anni sono stata bulimica e anoressica, era più la testa a portare avanti il corpo che il contrario. Ad ogni modo, il mio “rapporto” con il doping è durato 4 mesi. Ho deciso di autodenunciarmi dopo la morte di Pantani, a seguito di una grave crisi interiore. Anni prima avevo fatto una denuncia anonima, ma non si può dire che sia la stessa cosa. Per nulla. Se vuoi portare in evidenza un problema devi farlo esponendoti sul piano mediatico, c’è poco da fare. Ho dovuto superare l’ostilità di tutto l’ambiente sportivo, che si è completamente chiuso a riccio. Al punto che anche trovare un impiego è stato un grande problema. Me la stavano facendo pagare con ogni mezzo. Oggi lavoro come operatrice ecologica presso l’AMA (l’azienda municipalizzata che si occupa della nettezza urbana a Roma, nda). Quando posso vado nelle scuole a portare la mia testimonianza. Quella di una persona che ha sbagliato e che i ragazzi non devono imitare.

 

Cosa ti manca di oltre 30 anni fa, quando hai compiuto un’impresa come quella di Parigi?

Non vorrei essere fraintesa ma mi manca il clamore dell’impresa su giornali e televisioni. Non tanto per me quanto per la visibilità dell’atletica e della marcia nello specifico. Ogni volta che vincevo era come avere fatto uno spot all’atletica leggera ed era bello, perché il movimento nel suo complesso cresceva. Per assurdo più di trenta anni fa il calcio non aveva il predominio mediatico sugli altri sport, così come avviene oggi. Ed è veramente assurdo, perché rispetto ad allora ci sono più mezzi di comunicazione e più canali dedicati. Quindi esistono spazi che però non vengono utilizzati. Sì, l’interesse dei media mi manca davvero.

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EDGARDO PRATOLA: “Lottate sempre per i vostri sogni”.

di REMO GANDOLFI

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Alla mia età, a 31 anni, si inizia sempre più spesso a pensare a cosa fare “da grandi”.

Alla fine cioè, della carriera di calciatore e ai pochi anni di calcio giocato che rimangono.

Restare nel calcio ? Fare l’allenatore ? Il Direttore Sportivo ? O magari lavorare con i giovani ?

Oppure cambiare completamente strada e  dedicarsi ad altro.

Questi sono, o dovrebbero essere, i pensieri per un calciatore della mia età.

Io non avrò questo lusso.

Per me non si parlerà di “anni”.

Ma di mesi … forse addirittura di settimane.

E non per colpa di un ginocchio o di una caviglia.

Per colpa di un maledetto cancro.

I medici non ci hanno girato troppo intorno.

E’ un tumore al colon che si sta estendendo a macchia d’olio nel mio corpo.

Non mi rimane molto tempo.

Questo vuol dire che per me non si tratterà di dire addio solo al calcio, ai miei compagni di squadra, ai tifosi e alla mia adorata maglia dell’Estudiantes.

Dovrò dirlo a mia moglie, la mia adorata Ana Laura e alle mie splendide bimbe, Camila e Lara.

Prima però voglio giocare ancora una partita almeno, una sola.

L’Estudiantes non me lo negherà, lo so.

Ho già perso quasi 5 kg di peso in poche settimane ma fra pochi giorni ci sarà il derby contro il Gimnasia.

Voglio esserci.

Devo esserci.

Poco importa se quel giorno sarà uno di quelli “balordi” dove dentro mi sembra di sentire gli artigli di un leone inferocito o dove per liberarmi la pancia dovrò prendere una dose doppia di lassativi.

Magari giocherò anche male e forse non lascerò un gran ricordo ai nostri tifosi che mi vedranno quel giorno.

Poco importa.

Quella partita conterà per me, perché voglio avere un ricordo con cui crogiolarmi nei mesi che dicono mi restano da vivere.

Si, lo faccio per me.

Sono egoista ? Forse

Ma credetemi … a questo punto non mi interessa granché.

Voglio rimettermi gli scarpini ai piedi per l’ultima volta, per l’ultima volta voglio risentire la puzza dell’olio di canfora negli spogliatoi, per l’ultima volta voglio sentire le grida dei miei compagni prima di scendere in campo … e per l’ultima volta voglio sentire il calore dei nostri tifosi quando entreremo nella cancha.

Voglio rimettermi per l’ultima volta la maglia del “Pincha”, la squadra che ho sempre amato e per cui facevo il tifo da bambino e con la quale ho avuto la fortuna di giocare 233 partite.

Voglio per l’ultima volta correre sul prato del Jorge Luis Hirschi dove mi sono divertito come un matto per tanti anni.

Se poi riuscirò ancora a vincere qualche duello aereo, a fare qualche bel tackle e magari mandare a gambe all’aria un avversario o due … beh, avrò ricordi ancora migliori da portare con me.

 

Il 27 aprile del 2002, a 32 anni, Edgardo Fabian Pratola detto “El Ruso”, perderà la sua battaglia contro il cancro.

Poco più di un anno dopo dall’aver realizzato il suo ultimo sogno.

Edgardo Pratola giocò, e vinse, la sua ultima partita, contro i rivali storici dell’Estudiantes, quelli del “Lobo” del Gimnasia Y Esgrima La Plata.

Edgardo, nato a La Plata il 20 maggio del 1969, si fece tutta la trafila delle giovanili dell’Estudiantes prima di approdare alla prima squadra nella quale esordì a 19 anni.

Con i “Pinchas” rimase fino al 1996, conoscendo nel giro di meno di un anno la delusione per una retrocessione in Segunda e la immediata risalita in Primera durante una trionfale stagione giocata con al braccio la fascia di capitano.

Poi il trasferimento in Messico, nelle file del Leon, squadra di vertice di quel campionato.

“El Ruso” vi rimarrà per tre stagioni prima di rientrare in Argentina.

Una stagione con l’Union de Santa Fe prima dell’agognato ritorno nelle fila del “suo” Estudiantes nel 2000.

La gioia per il ritorno nel suo adorato Club è però di breve durata.

Nei primi mesi del 2001 gli viene diagnosticato un tumore al colon.

La dignità, il coraggio e la determinazione con cui Edgardo lotterà per più di un anno contro questo male spietato saranno  un ricordo indelebile per tutti quelli vicino a lui, famigliari, amici e tutta la società dell’Estudiantes.

“El Ruso” era profondamente amato e rispettato per le sue grandi doti umane.

Calcisticamente non era un fenomeno, non aveva ne grande tecnica e neppure grandi doti naturali.

Ma era un combattente nato, aveva cuore e coraggio.

Picchiava come un fabbro !

Fino al maggio del 2014 deteneva il record di espulsioni nel campionato argentino !

Ben 19, cifra niente male considerando oltretutto che ai suoi tempi il calcio argentino era molto più duro e fisico di oggi e gli arbitri assai più tolleranti.

il classico prototipo del “2” che in Argentina è da sempre lo stopper, quello che deve semplicemente fermare, con le buone (raramente) o con le cattive (assai più spesso) il centravanti avversario.

L’Estudiantes si comporterà fino all’ultimo in maniera splendida nei confronti di Edgardo, una delle storiche “bandiere” di questo Club.

Gli verrà offerto addirittura un ruolo nello staff tecnico di Mister Nestor Craviotto ma i medici si oppongono fermamente.

Non ci sono le condizioni sufficienti per un fisico già così minato dalla malattia.

Una delle ultime grandi gioie gliela regalano i suoi compagni di squadra al termine di un altro derby vittorioso contro i rivali del Gimnasia.

E’ il 22 gennaio del 2002 e nei festeggiamenti di fine gara il compagno di squadra e grande amico personale Mauricio Piersimone se lo mette sulle spalle e lo porta in giro per il campo davanti ai propri tifosi e a quelli altrettanto meravigliosi del Gimnasia che nonostante la caldissima rivalità mostreranno quella sera e in altre occasioni il loro appoggio e il loro sostegno ad un grande e leale avversario.

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La mattina del 27 aprile, solo tre mesi dopo quell’indimenticabile sera, Edgardo Pratola spirerà nell’Ospedale Italiano di Mar del Plata.

Poche ore dopo l’Estudiantes ha in programma un importante incontro di campionato con l’Independiente.

L’incontro verrà disputato ugualmente e pare proprio che “El Ruso” lo abbia espressamente chiesto a compagni e dirigenti nei giorni precedenti.

Le ultime parole sono al padre Natalio, poco prima di morire.

“Ricorda ogni giorno alle mie “ragazze” (Camila di 3 anni e Lara di undici mesi) di affrontare la mia morte semplicemente come una cosa in più che fa parte della vita.

 E di andare avanti, lottando sempre per i loro sogni”

 

Riposa in pace guerriero.

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