GAGARIN, L’UOMO DELLE STELLE

di LISA AZZURRA MUSETTI

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“Qui è il Maggiore Tom che parla al comando a terra, sto per varcare la porta

E fluttuo nel modo più strano

E le stelle hanno un aspetto molto diverso oggi

Qui sono seduto su una lattina, lontano, sopra il mondo

Il Pianeta Terra è blu e non c’è nulla che io possa fare.”

– David Bowie, Space Oddity-

 

 

 

Jurij Alekseevič Gagarin è un bellissimo giovane uomo sovietico , proveniente da un paesino freddo di nome Klušino. Il genere di paesino sperduto nel gelo dove nessuno vorrebbe abitare. Ha il diploma di metalmeccanico e durante i suoi studi si appassiona al volo e decide così di entrare a far parte dell’Aviazione Sovietica e l’Accademia aeronautica sovietica di Orenburg, nel 1957 prende il diploma di Aviatore Ufficiale.

Ma lui non è come gli altri. Lui in cielo è perfetto. Non sbaglia un decollo, un atterraggio, una manovra. Lui è l’Icaro del mondo moderno, ma le sue ali non si sciolgono.

Non ancora almeno.

Jurij non sa che, in uffici lontani dalla sua ingenua visione di giovane uomo, qualcuno sta gettando le basi per un progetto incredibile: mandare l’uomo nello spazio.

Due anni dopo però le sue capacità lo portano ad essere scelto, insieme ad altre due decine di colleghi per un addestramento con il fine ultimo di scegliere, fra i tanti, il primo uomo a tentare la conquista dello spazio. L’addestramento è folle. Le prove per la forza centrifuga spezzano letteralmente più di una schiena (vertebre ed altre ossa in frantumi),  quelle per il livello di resistenza ai cambi di pressioni provocano molte embolie…e poi i test psicologici, che, come immaginerete rasentavano la follia.

Ma non per lui. Lui era perfetto, un robot sovietico fatto per volare ed infatti sarà lui, insieme a German Titov (suo ipotetico sostituto) ad arrivare alla fine di una straziante gincana della mente e del corpo.

È il 12 aprile 1961 quando Jurij cambiò per sempre la storia e diede uno sbandamento spaventoso all’equilibrio fra le due superpotenze della Guerra Fredda: Unione Sovietica e Stati Uniti.

La navicella Vostok1 decolla alle 9: 07 orario di Mosca. E arriva nello spazio. Con l’Ufficiale Gagarin salvo.

Tutto il mondo era incredulo.

Tre sono le frasi più famose che lui disse su quella navicella:

 

“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini.”

 

“Saluto la fraternità degli uomini, il mondo delle arti, e Anna Magnani”

 

E poi la più importante, che venne usata per decenni come propaganda politica sovietica ma che effettivamente sembra non risultare in nessuna registrazione:

“Non vedo nessun Dio quassù”.

 

Al suo atterraggio ovviamente diviene un eroe nazionale, l’espressione più pura dell’Unione Sovietica….ancora più pura della neve che la avvolge per la maggior parte dell’anno.

 

Passa qualche anno, Jurij continua il suo lavoro di pilota militare, ma un giorno, il 27 Marzo 1968 lui ed il suo copilota Vladimir Seryojin stanno eseguendo un volo di routine su un MiG-15UTI. Ad un tratto il veivolo precipita. Dal nulla. Si schianta nei pressi della cittadina di Kiržač.

L’Ufficiale Gagarin muore a soli trentaquattro anni lasciando una moglie e due figlie.

I documenti delle indagini parlano di un attacco di panico. Un attacco di panico su un aereo al miglior aviatore dell’URSS? Poco probabile, ma se anche fosse stato così, il copilota ha proprio il ruolo di intervenire in tali situazioni.

Le ipotesi si sprecano: suicidio, interferenze aliene, sabotaggio.

Si sa, “quello che succede in Russia rimane in Russia”, è sempre stato così e sempre lo sarà.

Forse il primo uomo nello spazio, proprio in quello spazio aveva visto qualcosa che non avrebbe dovuto rivelare, o ascoltato segreti di cui non sarebbe dovuto essere a conoscenza…

Non possiamo saperlo, ma avete presente quando qualcuno muore e diciamo “Ci guarda da lassù”?

Ecco, lui è stato il primo a farlo veramente, il primo Uomo delle Stelle.

 

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I CERCHI DI KAREL

di RENATO VILLA

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Stava disegnando. Non sembrava che fosse poi tanto importante, quello che stava facendo. I suoi erano disegni strani di visioni da incubo, e di altri mondi che solo lui poteva vedere. Eppure, solo i suoi occhi avevano quel vantaggio, e lui sapeva che non era una cosa da poco. Nessuno sapeva come facesse, a realizzarli, quei cerchi. Solo lui aveva presente la sua realtà, e solo lui sapeva che non era una realtà effettiva. Già. Continuò a disegnare, lasciando per strada i ricordi ed i pensieri, e si mise ad illustrare quel mondo che stava sognando. Non dormiva quasi mai, Karel. Non sentiva il sonno, e la paura. I suoi occhi non vedevano, sognavano. La luce che filtrava fragile dalle tapparelle del suo studio rendeva ancora più poetica la realizzazione di quelle opere nere, cupe, sulle quali poi lui innestava la bellezza della sua arte. Non doveva venderle a nessuno: se le sarebbe trascinate via con sé, aveva giurato, e non avrebbe mai più fatto mercato delle sue capacità. Aveva collaborato con tante riviste, da giovane, ed ora non ne aveva più voglia. Voleva che tutti i suoi cerchi si unissero, come per magia, e formassero un quadro gigantesco, come quelli dei grandi maestri dei secoli passati. Ma erano cerchi, quelli di Karel, e geometricamente era difficile, fare un’operazione simile. In ogni caso, lui era sicuro che ce l’avrebbe fatta. Aveva già il centro, perché l’aveva già scelto, ed ora si trattava solo di realizzare il resto, o di montarlo, come si diceva in gergo cinematografico. Karel amava il suo lavoro. Forse troppo, pensò, e si decise ad alzarsi. Avrebbe bevuto qualcosa, perché aveva sete, ed aveva voglia di staccare per qualche minuto. Tanto, ormai non gli correva più dietro nessuno. Solo il tempo.

 

La luce della stanza era quella che lui aveva voluto, fioca e tetra come quella di una camera mortuaria. I suoi erano disegni particolari, amari, duri, a volte incomprensibili, ma sempre estremamente poetici, e lui sapeva che avrebbe dovuto lavorare ancora per molto, per arrivare a realizzare il suo sogno. Perché era un sogno, quella dannazione, e nient’altro, e Karel lo sapeva. La sua idea era mettere nel centro della tela un primo piano di una ragazza urlante, un po’ come il quadro di Munch, perché voleva che la gente rispondesse a quello che vedeva, e che lui voleva far vedere. Molti piangeranno, se riuscirò a completare il quadro, si disse. I suoi cerchi erano un numero spropositato, immenso, e sarebbero bastati per una marea di affreschi, perché lui continuava a produrli, e ad incastrarli l’uno nell’altro. Altro che Cappella Sistina, si disse, se mi riesce questo lavoro divento l’autore più maledetto di tutti, oltre Bosch, oltre tutti gli altri, e si parlerà quasi solo di me…

Quella era la presunzione dell’artista, del grande artista che si sentiva ormai alla fine, e voleva lasciare anche un solo segno tangibile della sua grandezza. Karel guardò la porta, e poi il soffitto, e sorrise. Si sentiva molto più vicino alla verità, adesso, più di quanto non lo fosse mai stato prima.

-Senza luce… senza luce posso dipingere, ma ora devo vedere- sussurrò, ed andò verso l’interruttore. Non aveva voglia di sedersi, ma di guardare ciò che era riuscito ad inventare. Accese la luce. E tutti quei cerchi gli apparvero inutili, alla luce, come invece non sembravano al buio notturno del suo studio. Spense la luce, e tornò a dipingere.

 

La mattina dopo, quando si svegliò, con gli occhi stanchi e distrutti dal lavoro, Karel guardò i suoi cerchi. Erano tanti, tantissimi, troppi, e capì che stava cercando di terminare un lavoro folle, pazzesco. Ma capì anche che la sua vita era passata davanti a quelle tele, stranamente formate, che l’avevano reso celebre proprio per quello, e non per altro. Gli occhi della gente non vedevano solo i quadri dei grandi autori, no, vedevano anche i suoi miseri e tetri cerchi, ogni giorno, ogni notte. Karel si rimise a lavorare, senza nemmeno aver bevuto un goccio di caffè, perché gli bastava avere un’idea per cominciare. Disegnare non è una cosa da tutti, e neppure dipingere, e lui lo sapeva bene: era per quello che aveva intenzione di completare quel lavoro, quella maledizione. Andò in cucina, e prese una bottiglia d’acqua fresca, per bere qualcosa ogni tanto. Poi si rimise a dipingere, e cercò qualcosa che potesse essere inserito in un particolare punto dell’affresco, di quell’affresco che sognava di portare a termine.

-La luce viene dall’alto…- pensò ad alta voce, guardando il cerchio che stava dipingendo. Era un disegno abbastanza strano, quello, e lui sapeva quanto lo fosse. Però lo voleva finire, e presto, perché non aveva molto tempo da perdere. In fondo, era uno dei suoi tanti incubi notturni.

 

Già, perché tutti i suoi cerchi provenivano dalle sue notti piene di terrore, vissute senza dipingere per diverso tempo. Ora, invece, soffriva di meno il sonno, e poteva permettersi di passare quasi tutta la notte davanti alla tela. Karel sapeva che non gli restava molto tempo, ma capiva che quell’opera lui avrebbe dovuto finirla prima del momento che doveva arrivare. Gli occhi gli facevano male, dopo un paio d’ore, ed allora li metteva a riposo, appoggiandosi sulla poltrona che si trovava lì vicino, e chiudendoli, come quando si dorme. Ma non dormiva, Karel, perchè nulla era più terribile di quel poco tempo passato a sonnecchiare: era una sequenza dopo l’altra d’immagini terrificanti che lui avrebbe poi trasposto nei suoi dipinti, nei suoi cerchi.

-Nero su rosso sfumato…- sussurrò, guardando l’ambiente del cerchio, e la figura del mostro che aveva appena finito di disegnare. Doveva essere qualcosa di cupo, ma anche qualcosa che attirasse, che convincesse a guardare, pensò imprecando. Poi guardò l’orologio. Si accorse di avere fame, e lasciò da parte l’ultimo cerchio. Non era ancora finito, nonostante tutto il suo lavoro. Avrebbe dovuto completarlo, dopo pranzo.

 

Il momento di mangiare giungeva sempre quando il lavoro lo tormentava, e la fame lo distraeva da certe situazioni dalle quali, anni prima, non sarebbe mai uscito. Non aveva più pianto per una donna da quando era andato a vivere a Venezia, Karel, ma da allora sapeva che avrebbe dovuto decidersi. O lavorare per vendere, o produrre arte. Fu l’ultima donna che incontrò a lanciargli l’idea dell’affresco gigante formato da tutte le sue tele. Lei non sapeva dei cerchi, ricordò mentre mangiava. Pensava che lui dipingesse come tutti gli altri, tele normali.

-Povera ragazza- disse tra sé il pittore, mentre spezzava il pane. Era stata l’ultima occasione che aveva avuto, e che aveva gettato da uno dei tanti ponti di quella città di sogno, quella. Però la ricordava come un fatto gioioso, perché era stato l’inizio di qualcosa di più importante. Finì di ammazzare il tempo mangiando, e poi si riavviò verso lo studio, caracollando come sempre. Sapeva che doveva finire quei cerchi, e che poi avrebbe dovuto iniziarne altri. Spense la luce, e si rimise al lavoro, lasciandosi trascinare dai suoi pensieri cupi e dalla sicurezza che avrebbe terminato il lavoro. Avrebbe staccato tra qualche ora, e solo per mangiare ancora. Adesso, doveva lavorare.

 

Quei cerchi lo stavano ipnotizzando, ormai. Li amava, come amava tutto ciò che rappresentava la bellezza e la fantasia. Karel aveva gli occhi stanchi, a forza di disegnare e dipingere, ma non sentiva il dolore che alcuni avevano addosso, perché a lui piaceva quel lavoro, e perché era necessario, per lui, cercare di lasciare una traccia nel futuro. Non voleva che lo si scordasse, com’era successo a tanta altra gente. Il suo nome era particolarmente considerato, negli ambienti importanti, e dalle pubblicazioni di un certo valore. Ma i galleristi non lo amavano, dicevano che era bravo solo come illustratore, e nessuno di quelli l’avrebbe invitato per organizzare una sua mostra. No, volevano dei nomi che richiamassero almeno un po’ di grande pubblico, e lui non ne faceva parte, di quei nomi. Ma quando mai avesse finito il suo affresco, allora sarebbe stato il più importante pittore degli ultimi cent’anni, lo sapeva benissimo. Ed adesso stava guardando tutto ciò che aveva appena terminato, con un sorriso soddisfatto. Chissà, forse ce l’avrebbe fatta davvero, o forse sarebbe stato distrutto prima dal suo lavoro. L’importante era che tutti sapessero, e che il mondo conoscesse la sua opera, come l’opera di un pittore. Karel guardava i suoi cerchi, con l’idea nuova sempre in agguato, ed attendeva. Attendeva qualcosa che non era ancora arrivato. E si addormentò, sognando cerchi, e vedendo il suo affresco finito, con una figura centrale che gli sembrava di conoscere… che gli sembrava proprio, di conoscere.

 

Sognò, ancora, ed ancora, perché sapeva che sognare era l’ultima cosa che gli rimaneva da fare, senza illudersi. Aveva un sorriso amaro, ogni notte, Karel, perché si era reso conto che nessuno l’avrebbe mai chiamato per una mostra. E nessuno si sarebbe mai impegnato a raccontare la sua storia, come, invece, sicuramente avrebbero fatto i suoi cerchi. Si abbandonò, lasciando davanti ai suoi occhi il disegno incompiuto di quella che doveva essere la sua ultima opera. Non credeva che ci sarebbe arrivato, pensò, e poi continuò a sognare, per vivere la sua realtà inutile. Non credeva ancora adesso di essere realmente vivo, nemmeno in quello che era il sogno. Ma la sua triste figura che guardava tutti i cerchi che si fondevano in uno solo non diventava altro che la tetra ed unica rappresentazione della morte, di quella che sarebbe stata la sua morte. Una lacrima scese sul suo viso, lasciandolo solo nei suoi pensieri più strani, in mezzo ai ricordi ed alle tante occasioni di rimpianto. Non pensava di poter rivivere certe situazioni, la sua maledizione, ed invece ci si ritrovava dentro come tutte le altre volte, tra la paura di un fallimento e la gioia di un sicuro successo. Non aveva il coraggio di guardarsi indietro, Karel, anche se sapeva che essere arrivato all’ultimo cerchio era qualcosa d’importante, per la sua vita. Il sonno lo stava prendendo del tutto, e lui non aveva più voglia di svegliarsi, come uno dei tanti barboni che attendevano la fine sotto i portici della città. Così, decise di continuare a dormire.

 

 

…tempo dopo, in una delle poche case antiche ancora in piedi entrò un gruppo di giovani. La porta si aprì faticosamente, lasciando intravedere nel buio qualcosa di indistinto. Una ragazza si accese una sigaretta, nervosamente. Un ragazzo, forse più incuriosito degli altri, tentò di entrare nella stanza. Quando ebbe spalancato la porta, si trovò immerso nel buio, insieme ai suoi amici. Quello era il buio dello studio di un pittore, lo capì dall’odore di colori ancora presente nell’aria, ed era ancora infestato dalle immagini demoniache dei suoi quadri… o meglio, dei suoi cerchi. Il ragazzo alzò lo sguardo verso la volta, e non riuscì a vedere nulla. La ragazza ripetè la stessa operazione, ed alzò la sigaretta, lentamente, verso il soffitto. Urlò, ed il suo urlo arrivò lontano, ben fuori città, anche se nessuno lo sentì. Una figura di donna la stava fissando dall’interno di uno di quegli strani cerchi, con un sorriso malefico ed i suoi occhi folli. La ragazza lasciò cadere la sigaretta, proprio mentre un’alta figura nerovestita le si avvicinava, levandosi in un colpo solo il cappuccio e mostrandole il volto orrendamente sfigurato. Quel viso d’angelo oscuro, sfregiato dal dolore e dalla solitudine, terrorizzò la ragazza, che rimase immobile in attesa di un qualcosa che non accadde mai. La sigaretta mai spenta iniziò ad attaccare il legno del pavimento, facendo salire leggere volute di fumo nella stanza. La porta si richiuse, di colpo, e le anime dei dipinti avvolsero i corpi dei ragazzi, e, trasferendoli nel dipinto, crearono altri cerchi. La sigaretta prese ad intaccare un pacco di fogli, pieni di scarabocchi, che dovevano essere degli studi per le prossime figure, che presero lentamente fuoco, tentando di attaccare il legno, ma non ci fu nulla da fare. Uno dei dipinti, rapido, si illuminò e l’acqua proveniente dalle nubi di quel dipinto spense le lievi fiamme. Al di fuori della porta, la città continuava a vivere, normalmente, la sua  stanca vita.

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IL PROFESSORE SUL PONTE: La Jugoslavia di Ivica Osim.

di VINCENZO CAMPITELLI

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“Quando il potere è in mano d’uno solo, quest’uno sa d’esser uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà.” 

E’ forse questa citazione di pirandelliana memoria a riassumere la natura di quello che fu un’idea di Stato inizialmente costituito, poi idealizzato ed infine abortito fino alla violenta implosione su se stesso. Lo stesso Stato che trovò la propria legittimità nel celebre motivo conduttore: sei repubbliche, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un Tito. E fu la morte del Maresciallo, avvenuta in una domenica di maggio del 1980, a simboleggiare metaforicamente il requiem sulla Jugoslavia che un destino beffardo si permise d’intonare durante un Hajduk Spalato contro Stella Rossa. In quello che è considerato il “Secolo del Calcio” la Storia trova la sua diretta rappresentazione nello sport, a maggior ragione se una delle protagoniste è la nazionale che per antonomasia sintetizzò il connubio tra genio e sregolatezza, talento e follia prima che a polverizzarla, insieme al paese del quale essa stessa ambiva ad essere eccellenza sportiva, sopraggiunse lo scoppio di un conflitto che trasformò quella terra da inesauribile fucina di talenti nel mattatoio della storia.

Identità sportiva quindi come riflesso di un popolo o, nel caso jugoslavo, dei popoli che idealmente indossarono la magliava plava? La risposta è affermativa e tale riflesso ha lasciato nelle pagine della storia dello sport (non solo jugoslavo) immagini di estetica calcistica a cui spesso hanno fatto da contraltare inattese cadute a pochi passi dal tanto agognato traguardo. Una scuola di calcio, ma ancor prima di pensiero, posta al confine tra il professionismo del mondo occidentale e il tentativo di codificarlo in scienza esatta, tipico della cultura sportiva del blocco socialista da cui tuttavia si discostava anni luce per quel rifiuto di confinare il talento individuale nel ferreo inquadramento tattico-disciplinare che fu forza, ma alla lunga anche limite, delle grandi nazionali dell’Europa Orientale. Da qui il soprannome che ha accompagnato ed accompagna ancora oggi la nazionale plava a quasi trent’anni dalla dissoluzione della Jugoslavia: “il Brasile d’Europa”, forse il miglior monumento vivente del Futebol Bailado nel Vecchio Continente.

Eppure a livello di risultati la nazionale dei blu (i Plavi per l’appunto), se si eccettua il quarto posto ai mondiali cileni del 1962 e le finali europee raggiunte a Parigi nel 1960 e a Roma otto anni dopo, per tutta la durata degli anni settanta non aveva certamente imitato il Brasile: un buon mondiale disputato in Germania nel 1974 e poco altro. Furono gli anni ottanta ad inaugurare un’atmosfera nuova in seno alla nazionale jugoslava che centrò la qualificazione al Mundial di Spagna ’82 piazzandosi nel girone eliminatorio addirittura davanti ai futuri campioni dell’Italia. Un’illusione effimera se paragonata al naufragio a cui andò incontro la Jugoslavia durante il mondiale spagnolo: eliminazione al primo turno con l’uomo simbolo della squadra, il talentuoso fantasista Safet Sušić, incapace di prendere le redini di un gruppo spaccato in tre fazioni dove all’annoso contrasto serbo-croato si aggiungeva l’ingombrante peso dei “senatori” bosniaci emigrati in Francia come Edhem Šljivo, Vahid Halilhodžić e lo stesso Sušić.

Tra contrasti interni alla squadra e campagne sportive fallimentari annunciate che avevano portato tra il 1982 e l’estate del 1986 a ben quattro avvicendamenti alla guida tecnica della nazionale, la federcalcio jugoslava puntò sull’allenatore Ivan Osim. Nato a Sarajevo durante la Seconda Guerra Mondiale ad un mese esatto dall’invasione della Jugoslavia da parte della Wermacht e laureatosi successivamente in scienze matematiche presso l’Università della capitale bosniaca, “Ivica il Professore” univa un’innata capacità di gestione a livello umano alla coscienza di avere tra le mani un gruppo di solisti dalle qualità tecniche di assoluta eccellenza. Le esperienze del passato in campo internazionale avevano costituito diversi scenari per la stessa deprimente recita: artisti del pallone che offrivano numeri per palati sopraffini senza riuscire ad amalgamarsi a livello di squadra; gravissima lacuna che puntualmente si rivelava essere il tallone d’Achille di una nazionale de facto inesistente sotto il profilo dell’unicum collettivo. Il tutto tralasciando lo spogliatoio, il cui ingresso da parte dei commissari tecnici veniva a tradursi metaforicamente nel classico passaggio sotto le forche caudine.

Il Professor Osim ebbe sin da principio le idee chiare nel gettare le basi per un progetto all’apparenza alieno per quella che era stata la storia della nazionale jugoslava degli ultimi anni: cementare un collettivo di giovani che fosse in grado di crescere attraverso la condivisione di uno spirito di squadra invulnerabile al clima che in quel periodo iniziava a minare le fondamenta dello Stato jugoslavo, già in preda ad una progressiva destabilizzazione dove il sorgere di nazionalismi mai sopiti trovava puntualmente il proprio violento sfogo sui campi della Prva Liga. I famosi incidenti durante Dinamo Zagabria e Stella Rossa furono l’espressione diretta dello scontro tra il nazionalismo croato che aveva nel futuro presidente della repubblica croata Franjo Tuđjman la propria guida politica e il nazionalismo serbo dove, a guidare il tifo organizzato della compagine belgradese, spiccava Željko Ražnatović che passerà alla storia come il comandante Arkan; tra le stesse falangi ultrà del “Marakanà” di cui era il capo indiscusso, sarà Arkan a reclutare per la Srpska Dobrovoljačka Garda (tristemente nota come Unità Tigre) i propri pretoriani, futuri protagonisti di stupri ed esecuzioni sommarie che insanguineranno la Bosnia negli anni più cruenti del conflitto balcanico.

In un simile scenario la missione per il nuovo commissario tecnico si presentava alquanto complessa e il primo banco di prova per le ambizioni plave nel biennio 1986-1987, ossia le qualificazioni al Campionato Europeo in Germania Ovest, aveva già registrato un primo risultato fallimentare aggravato da un’umiliante sconfitta interna per 1-4 maturata contro l’Inghilterra.

A questo inizio in salita si aggiungeva un sorteggio tutt’altro che benevolo relativo alle qualificazioni mondiali di Italia ’90. La Jugoslavia del Professore si trovava costretta ad affrontare nello stesso girone la Scozia, reduce da quattro partecipazioni consecutive alla fase finale dei campionati del mondo e soprattutto la Francia del dopo Platini, favorita numero uno anche in virtù dell’ottimo terzo posto raggiunto appena due anni prima in Messico.

Per la stampa il destino della Jugoslavia era segnato in partenza: difficile imporsi in un girone già di per sè proibitivo senza avere alle spalle un gruppo di giocatori con esperienza e cultura della vittoria. Ma la Storia che secondo alcuni è il risultato di mai ben definite congiunture astrali, era sul punto d’inaugurare la Primavera del calcio jugoslavo che fiorì in primis grazie alla possibilità per i giocatori plavi di emigrare all’estero dopo il compimento del venticinquesimo anno d’età a condizione dell’assolvimento del servizio di leva in patria. Nuove realtà sportive ma soprattutto sociali e culturali iniziavano ad essere assimilate dalla nuova generazione di calciatori jugoslavi che, grazie alla già menzionata contingenza astrale favorevole, avevano dalla loro un talento cristallino che li portò ad issarsi sulla vetta del calcio mondiale giovanile grazie al successo nel Mondiale Under 20 disputato in Cile.

La Jugoslavia più bella e tragica della sua pur breve storia sembrava figlia della penna del grande Ivo Andrić, Premio Nobel per la Letteratura nel 1961, che nel suo “Il Ponte sulla Drina” non esita ad identificare il ponte come il luogo comune sul quale le diverse etnie della città di Višegrad si incontrano mettendo da parte differenze religiose e rivalità ataviche, al fine di ripercorrere le comuni memorie condivise in quanto figli della stessa città e per questo accomunati dall’identica storia e dalle medesime gioie e sofferenze: ciò che unisce gli individui rappresenta in essere l’effettivo superamento del contrasto etnico e idelogico.

E se nello spogliatoio fosse proprio la maglia della nazionale a rappresentare idealmente il ponte narrato da Andrić sul quale costruire un destino comune? Il miracolo di Ivica il Professore si realizza prima ancora di salire sull’aereo che porterà la squadra al di là dell’Adriatico grazie naturalmente alla qualificazione ottenuta nel girone eliminatorio proprio a spese della più quotata Francia, sconfitta nettamente a Belgrado e inchiodata sul pareggio nella decisiva sfida di Parigi.

Mai come avvenuto in passato la Jugoslavia che si appresta a disputare un Mondiale riflette la propria multiculturalità nei suoi uomini chiave: il pararigori Ivković, il bomber del Paris Saint-Germain Vujović e i due campioni del mondo under 20 Jarni e Bokšić, tutti e quattro nati in Croazia; il centrale Spasić, la stella “Piksi” Stojković tra i migliori giocatori serbi mentre i maggiori uomini di esperienza recano nomi turchi e inconfondibili origini bosniaco-musulmane: il marcatore Hadžibegić, il mediano Šabanadžović e soprattutto il fantasista di lungo corso reduce dal mondiale di otto anni prima Safet Sušić. Senza dimenticare altri importanti nomi, ognuno dei quali rappresentante di una diversa nazionalità del paese: il bomber della Stella Rossa e futura meteora interista Darko Pančev (Macedonia), il mediano della Samp scudettata Srečko Katanec (Slovenia) il futuro “Genio” rossonero Dejan Savićević (Montenegro). Ma la filosofia dell’ambizioso progetto di Osim risiedeva nella convocazione di un biondo ragazzo di grandi speranze appena ventenne nato in Germania Ovest da una coppia di immigrati jugoslavi, croato il padre e serba la madre, idolo e talento assoluto della Stella Rossa che un anno dopo avrebbe alzato al cielo di Bari la Coppa dei Campioni: Robert Prosinečki che in quel Mondiale verrà nominato miglior giovane del torneo.

Un mosaico allestito nel momento più difficile del paese, quasi come a voler lanciare il guanto di sfida al mondo e al fato che inizialmente sembrava aver deciso di mandare in frantumi le speranze di quei giocatori e del loro tecnico. Zagabria, 3 giugno 1990: allo stadio Maksimir (lo stesso degli incidenti tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa) va in scena l’amichevole di lusso tra Jugoslavia e Olanda, rifinitura in vista dell’imminente mondiale italiano. Al momento degli inni nazionali, il pubblico di casa accompagna con scroscianti applausi le note di “Het Wilhelmus” sventolando le bandiere olandesi, anche per la somiglianza nella disposizione cromatica al tricolore croato. Al contrario, una bordata di fischi, insulti e urla di scherno si levano all’inno nazionale jugoslavo “Hej, Slaveni” contro i giocatori serbi presenti in campo, senza risparmiare nemmeno la persona di Ivica Osim. Imperturbabili i giocatori jugoslavi tra cui il solo Savićević abbozza una smorfia di disapprovazione nei confronti del pubblico ma ormai il destino era segnato: la Jugoslavia come entità politica esisteva solo nominalmente.

Movimentata la vigilia, traumatico il debutto mondiale contro la Germania Ovest: un 4-1 che venne paradossalmente benedetto dal doriano Katanec con un laconico “Potevano segnarcene altri otto” e al contempo impugnato dalla stampa nazionale per screditare l’allenatore accusato di essere preda di un’irreversibile confusione tecnica e avvezzo all’alcool. Dopo la vittoria contro Colombia ed Emirati Arabi che regalano ai plavi l’accesso agli ottavi contro la Spagna è lo stesso Osim a regalare un intervento ai microfoni che da solo vale la presenza in sala stampa: “Personalmente mi reputo un semplice funzionario pubblico che può venire messo alla porta anche per il solo sospetto di essere un alcolizzato. Se sono qui oggi è per imposizione da parte dei regolamenti FIFA, non per voi.

La Jugoslavia saprà sbarazzarsi della Spagna con una lectio magistralis di Stojković per poi accedere ai quarti contro l’Argentina di Maradona. Uno zero a zero che si protrae fino al minuto centoventi nonostante l’espulsione di Šabanadžović, marcatore diretto del Pibe, avvenuta al trentesimo del primo tempo. Se i supplementari sono inutili, i conseguenti rigori diventano il palco su cui va in scena l’ultima rappresentazione della Jugoslavia unita perché il 30 giugno 1990 al “Comunale” di Firenze fuori da quel campo la Jugoslavia già non esiste più. Il penalty decisivo è sui piedi di Faruk Hadžibegić dietro al quale rimangono unite per un’istante le speranze comuni di serbi, croati, sloveni, montenegrini e bosniaci inchiodati con gli occhi davanti a quegli undici metri.

Tutti, tranne Ivica il Professore. Lui non c’è. Lui ha già ringraziato i suoi uomini ai quali ha detto di non poter loro rimproverare nulla ma la lotteria dei rigori mal si addice alla sua persona che non sopportava quell’ingiusta roulette russa. Dal boato finale in cui emergono le urla di esultanza in spagnolo, il Professore rimasto da solo negli spogliatoi realizza che il viaggio per i suoi ragazzi è giunto all’ultima fermata. Scendendo idealmente da quel treno immaginario confessa a se stesso: “Tra due anni la Jugoslavia potrà vincere gli Europei, sempre ammesso che non la demoliscano prima.” L’opera di demolizione di uno Stato, prima ancora che di una squadra, era già allo stadio avanzato e coinvolgerà lo stesso Osim in occasione dell’assedio della sua Sarajevo; una ferita doppia per lui di etnia croata sposato con una donna musulmana che lo porterà in un secondo tempo a rinunciare definitivamente al proprio incarico per poi porsi la domanda, diversi anni dopo, su quello che sarebbe potuto accadere quel 30 giugno a Firenze in caso di vittoria. Un trionfo mondiale avrebbe avuto mai il potere d’impedire al corso della Storia di dilaniare il paese attraverso un’immane carneficina? Che la riflessione del Professore sia da considerare mera speculazione storica? O forse l’atto finale con cui calò definitivamente il sipario sulla Jugoslavia risiede nelle parole di Hegel: “E’ andata così, è il destino; non c’è nulla da farci. Ma pure quando consideriamo la storia come un simile mattatoio, il pensiero giunge di necessità a chiedersi in vantaggio di chi e di quale finalità ultima siano stati compiuti così enormi sacrifici.”

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HECTOR YAZALDE: Gol, miseria e solitudine.

di REMO GANDOLFI

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E’ un nome che a pochissimi dirà qualcosa … e allora partirò dai numeri ! 384 partite ufficiali giocate in carriera e 252 gol. Scarpa d’oro nel 1974 con 46 reti in 30 partite. (l’unico argentino oltre a Leo Messi ad aver vinto questo trofeo).

Questi sono solo alcuni dei numeri di uno dei più grandi attaccanti argentini di sempre, che non ha avuto la notorietà internazionale che sicuramente avrebbe meritato essenzialmente per due motivi; il primo è perché non ha mai giocato in Europa in squadre di primissimo livello e in secondo luogo perché nei suoi anni migliori (tra il 1967 e il 1975) la Nazionale argentina era tutt’altro che irresistibile a livello internazionale.

Yazalde nasce il 29 maggio del 1946 in un barrio di Buenos Aires popolarissimo per avere dato i natali al grande Diego Maradona, quello di Villa Fiorito.

Gli anni dell’infanzia “Chirola” (questo il suo soprannome, legato ad una infanzia poverissima) non sono facili. La famiglia di Hector vive praticamente in miseria, non ha neppure i soldi per i libri di scuola e ben presto la scuola la deve lasciare per iniziare, fin da ragazzino, a lavorare. Prima vende giornali per strada, poi lavora in un negozio di frutta e verdura e poi vende gelati.

Ma la sua grande passione è il calcio, è un hincha sfegatato del Boca, di cui ammira le gesta dei vari Rattin (capitano dell’Argentina nel 1966 al mondiale inglese) o di Roma e Valentim.

Prova con diverse squadre, ma senza successo. La svolta arriva quasi per caso, come succede spesso anche nella vita dei più grandi: un giorno accompagna un amico ad un allenamento di una piccola squadra di quartiere, il “Pirana”. Vede giocare l’amico, chiede se qualcuno ha un paio di scarpette e di pantaloncini da prestargli … li trova e alla fine della sessione di allenamento gli viene immediatamente fatto firmare il contratto !

La squadra gioca in pratica nella 4a divisione argentina ma le caterve di gol segnate dal “Chirola” ben presto attirano l’attenzione di diversi “addetti ai lavori”. Il più lungimirante di tutti è “un certo” Julio Grondona, (presidente della Federazione Argentina per oltre 40 anni, deceduto nel luglio di quest’anno) che consiglia vivamente il giovane attaccante al Presidente dell’Independiente Carlos Radrizzani. Questi lo va a vedere giocare in un torneo notturno e anche qui la decisione è istantanea: Yazalde diventa così un giocatore del “Rojos”. Quando arriva al Club e lo vedono in borghese quasi si spaventano; Hector è alto 180 cm ma pesa poco più di 60 kg. “Quando soffiano cade” dicevano allora in tanti. Parte dalla squadra riserve ma è troppo forte per rimanere li a lungo e infatti nel 1967 Hector è già titolare indiscusso della formazione dei “Rossi” di Avellaneda che nel 1967 conquisteranno il titolo nazionale.

Il suo primo gol ufficiale lo segna alla 3a di campionato contro il Platense. Yazalde ha 21 anni, gioca già nelle giovanili della nazionale argentina, continua a segnare con grande frequenza, rivince il campionato argentino la stagione successiva (e con i soldi guadagnati si compra un appartamento in centro a Buenos Aires e da una grossa mano ai genitori e ai 7 fratelli). Arriva così, nel 1969. la prima partita nella Nazionale argentina. Saranno solo 10 in totale con la maglia biancoceleste, con solo 2 gol, quelli che vedrete in uno dei video in calce al pezzo.

Ma con i gol, tanti e spesso di buona fattura, arrivano le sirene dei grandi clubs. Hector è un giocatore intelligente, che sa muoversi tra le linee e partendo dalla posizione di centravanti classico sa svariare su tutto il fronte di attacco, riuscendo spesso a liberare il suo micidiale tiro.

Quando decide di lasciare l’Independiente dopo 72 gol in 110 partite questi sono solo alcuni dei teams che bussarono alla porta dei Rossi di Avellaneda; Santos e Palmeiras (forse le due più forti squadre brasiliane del periodo, nei bianchi di San Paolo con il n° 10 giocava un certo Pelè) il Valencia in Spagna, il Lione in Francia, il Nacional de Montevideo e il club amato da Yazalde fin dall’infanzia, il Boca Juniors. Ma alla fine si decide per lo Sporting Lisbona, nome importante in un periodo dove il calcio portoghese era ancora ad altissimo livello. L’impatto con i biancoverdi lusitani fu ottimo fin dall’inizio ma fu nella stagione 1973-1974 che Yazalde mostrò per intero il suo incredibile valore; 46 gol in 30 partite e il trionfo nella “Scarpa d’Oro”.

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Record per i tempi e come detto primo argentino a vincere questo importantissimo riconoscimento. Al termine di quella stagione lo attendono i mondiali in Germania e Yazalde è il bomber indiscusso della Nazionale argentina e a al suo fianco in attacco gioca un giovanissimo Mario Kempes. Hector però ci arriva con diversi guai fisici (una caviglia capricciosa in primis) e pur giocando un buon mondiale non mantiene totalmente fede alle attese. Gioca un’altra stagione con lo Sporting chiudendo la sua carriera portoghese con uno score impressionante; 104 presenze 104 gol ! Per lui arrivano i franchi dell’Olympique Marsiglia e nel 1975 si trasferisce nel sud della Francia, seguito dalla bellissima moglie, l’attrice e modella Carmen de Deus, star assoluta della televisione portoghese.

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In Francia “El Chirola” gioca un’altra ottima stagione (23 gol in 43 partite) ma la nostalgia della sua amata argentina è fortissima … firma per i “leprosos” del Newell’s dove gioca per 4 stagioni confermando tutta la sua classe e la sua fama di grande goleador. Si ritira nel 1981 a 35 anni e ben presto per lui inizia una terribile parabola discendente, fatta soprattutto di alcol e tanta, tanta solitudine. El Chirola morirà a soli 51 anni per una emorragia interna dovuta ad una cirrosi in stato ormai irreversibile. E, per chi scrive, una grandissima tristezza visto che Hector Yazalde, insieme al brasiliano Leivinha e al cileno Caszely furono i miei primi grandissimi idoli nel primo mondiale che ricordo con una certa “lucidità” … quello di Germania del 1974 dove erano i bomber di Argentina, Brasile e Cile e per me, folle innamorato del calcio sudamericano, autentici punti di riferimento, sia nel campo di calcio con gli amici di infanzia di Neviano degli Arduini sia sul panno verde dell’adorato Subbuteo.

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A seguire i gol di Yazalde ai Mondiali di Germania 1974

https://youtu.be/apFr9gRFlys

Un breve profilo dedicatogli dallo Sporting Lisbona

https://youtu.be/MOchEhcYR4M

Un gol di Yazalde in un match per il Newell’s contro il Boca Juniors (nel Boca segnano Brindisi e Maradona !)

https://youtu.be/mUHQvY9TsnE

 

 

MARTIN PALERMO: E’ ora di fare giustizia.

di REMO GANDOLFI

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In questa storia non ci sono tragedie, sfortune particolari o brutti scherzi del destino.

Di “maledetto” insomma non c’è praticamente nulla.

In questa storia c’è soltanto un enorme, profonda ingiustizia.

L’ingiustizia è quella che riguarda uno dei più grandi attaccanti argentini della storia che per molti, troppi distratti osservatori delle vicende calcistiche, viene ricordato quasi solo ed esclusivamente per colui che “sbagliò tre calci di rigore nella stessa partita”.

Vero.

Questo accadde realmente ed è ancora sul celeberrimo “Guinness dei Primati”.

Le immagini a seguire sono inequivocabili.

https://youtu.be/RRxwOFnMUXc

 

Ma che una carriera prestigiosa e per alcuni versi sorprendente sia riassunta in una notte maledetta e in 3 semplici calci ad un pallone è quanto meno vergognoso.

Martin Palermo è stato capace di segnare 306 gol in 623 partite.

Praticamente un gol ogni due partite.

Ma Martin Palermo è per molti solo colui che “sbagliò tre calci di rigore nella stessa partita”…

E’ stato capace di segnare una doppietta ai “Galacticos” del Real Madrid, ma non in una partita qualsiasi: nella finale di Coppa Intercontinentale.

Praticamente il campionato del Mondo per club.

Eppure Martin Palermo è per molti solo colui che “sbagliò tre rigori nella stessa partita”…

Vedere sotto per credere.

https://youtu.be/3dEcaK3gC1Q

 

Martin Palermo è stato capace di rompersi il legamento crociato del ginocchio destro e il collaterale, di rimanere comunque in campo e in quelle condizioni di segnare il gol decisivo in una partita di campionato argentino contro il Colon.

Vedere sotto per credere.

https://youtu.be/jkPotFVT5JE

 

Ma Martin Palermo è per molti solo colui che “sbagliò tre calci di rigore nella stessa partita”…

Il suo passaggio alla Lazio di Cragnotti salta due volte.

Prima dell’infortunio per un capriccio del Presidente del Boca Macrì (che ora in Argentina è Capo di Stato) e poi per colpa di questo maledetto infortunio.

“El Titan” (uno dei suoi soprannomi) rimane al palo per i classici 6 mesi ma proprio alla fine di questo periodo, maggio 2000, il Boca deve giocare, dopo ben 6 anni di astinenza in questa competizione, i quarti di finale della Copa Libertadores, la Champions League d’America.

Il suo mentore, autentico padre calcistico, Carlos Bianchi, il grandissimo allenatore del Boca ed ex-grandissimo goleador, nelle settimane prima dell’incontro inizia una sottile battaglia psicologica “per la partita di ritorno avremo la sorpresa più gradita di tutte; il rientro di Martin Palermo in squadra.” Dichiarerà a giornali e televisioni.

Il River vince il match di andata per 2 a 1.

Bianchi insiste “Martin è pronto”. E rientrerà proprio al ritorno alla Bombonera”.

Americo Gallego (ex-grande “5” della Nazionale Argentina campione del mondo nel 1978) ci casca in pieno.

“Beh, se quel giorno gioca Martin Palermo noi faremo giocare Enzo Francescoli” (uruguayano talentuosissimo ma ritiratosi più di 3 anni prima !)

Inizia il match è con grande sorpresa di tutti Martin Palermo è effettivamente in panchina.

La partita inizia bene per gli “Xeneizes”. Dopo un quarto d’ora  il Boca è in vantaggio, ma il River regge benissimo e anzi sfiora più volte il pareggio.

A 13 minuti dalla fine, fedele alle sue parole, Carlos Bianchi fa entrare Martin Palermo.

Quei 13 minuti sono tutti qua sotto da vedere.

https://youtu.be/oL4a5gL21KM

Ma Martin Palermo è per molti solo colui che “sbagliò tre calci di rigore nella stessa partita”…

L’anno dopo, nel 2001, arrivano le sirene dei grandi Clubs europei.

Ma incredibilmente Palermo non va ne al Valencia, ne al Chelsea e neppure al Napoli, i tre club che parevano quelli maggiormente intenzionati ad assicurarsi le prestazioni del bomber argentino.

A spuntarla è il “piccolo” Villareal che si sta comunque facendo un nome nella Liga Spagnola, pur non disponendo delle risorse e soprattutto del fascino  e della tradizione di Real Madrid, Barcellona o dello stesso Valencia.

L’inizio è comunque promettente anche se non certo devastante.

6 gol in 17 partite ma anche tanti assists e sponde per i compagni. La stagione successiva, la prima intera con il Villareal parte alla grande ma in Copa del Rey arriva un altro grosso guaio, anche questo fonte di derisione e spesso raccontato in modo distorto.

Martin segna un importantissimo gol contro il Levante.
Corre a festeggiarlo con gli “hinchas” più caldi del “Sottomarino giallo” ma nei festeggiamenti un muretto di recinzione gli cade sopra una gamba.

Doppia frattura di tibia e perone.

Lunghissimi mesi di stop.

Il recupero è stavolta più lento del previsto e quando Martin torna in condizione al Villareal è arrivato Benito Floro che lo vede, e non è certo il primo allenatore nella storie del “Loco”, più o meno come il fumo negli occhi.

Va al Real Betis ma senza convincere.

L’anno successivo scende addirittura in serie B al Deportivo Alaves, lui che  3 anni prima aveva segnato una doppietta in una finale di Coppa Intercontinentale, ma neppure qua riesce a fare sfracelli … anzi.

A 31 anni pare iniziata la parabola discendente. In Europa non c’è più nessuno interessato e allora c’è solo una strada percorribile; quella del ritorno a casa, nel “suo” Boca.

Qua lo amano davvero.

E sanno aspettarlo. Ci vorranno due stagioni per vedere Martin Palermo e il Boca tornare ai vertici.

E nel 2007 l’ennesima consacrazione.

Un altro trionfo nella finale di Copa Libertadores.

E poco importa se stavolta la scena è quasi tutta di Roman Riquelme, l’uomo che con i suoi assist ha tanto contribuito in maniera determinante alle fortune di Martin Palermo.

E importa ancora meno che proprio in quel match il suo rapporto particolare con i calci di rigore aggiunga un altro capitolo.

https://youtu.be/4062zK3zTVs

Infine c’è la Nazionale Argentina.

Palermo non ha mai avuto troppi fans tra i Commissari tecnici che si sono succeduti in quegli anni sulla panchina dei biancocelesti.

Tutti tranne uno: Diego Armando Maradona.

Maradona lo stima. Palermo ha il cuore blu e oro come quello del “Diego”.

E Maradona, da Commissario Tecnico, si ricorda di lui.

E lo fa in una delle partite più drammatiche della storia intera del calcio argentino.

Quella contro il Perù, per le qualificazioni ai Mondiali del 2010.

L’Argentina ha un solo risultato possibile; vincere. Qualsiasi altro risultato vorrebbe dire perdere al 99% la possibilità di disputare i Mondiali di Sudafrica.

Un disastro nazionale.

Ecco come andò a finire.

https://youtu.be/8BNECvcU_Y0

Ma tant’è … Martin Palermo è per molti solo colui che “sbagliò tre rigori nella stessa partita”…

Per chiudere ecco come il popolo “Xeneizes” lo ha salutato, nel giugno del 2011, ultima partita di Palermo alla Bombonera.

… e sfido a non emozionarsi … perfino se tifosi del River !

https://youtu.be/91b9OD4ck2k

 

 

 

JONAH LOMU: La leggenda di un guerriero Maori.

di LISA AZZURRA MUSETTI

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“Rivolgi sempre il viso verso il sole e le ombre cadranno alle tue spalle.”

– Proverbio Maori-

 

Quando nel tuo sangue scorre in modo continuo e palpitante il gene del guerriero non puoi che combattere, fino alla fine, anche se poi alla fine il mostro vince.

Gli antenati di Jonah Lomu erano indubbiamente guerrieri maori. Bastava guardarlo negli occhi e ne potevi percepire il fuoco. Un gigante di quasi due metri per centodiciotto chili che sfondava le linee avversarie con una potenza devastante. Impossibile dimenticarlo mentre evoca tutta la forza dei suoi antenati, completamente vestito di nero, guidando i suoi compagni in quell’antica danza di guerra che è l’Haka. Vestito di nero lui certo, ma anche i suoi compagni di nazionale, la squadra di rugby della Nuova Zelanda, nota come All Blacks a causa delle loro divise completamente nere. Il rugby è uno sport duro ma nobile e rispettoso proprio come lo era Jonah. I suoi reni però lo sono stati molto meno. Colpito da una sindrome nefrosica nel 2004 aveva subito il trapianto di un rene e come tutti i guerrieri maori aveva alzato la testa al cielo, aveva invocato le arcaiche divinità e finita la convalescenza era tornato in campo.

Nel 2011 però il nuovo rene inizia ribellarsi e presto, nonostante terapie, cure e sessioni di dialisi i medici sentenziano che si ha bisogno di un nuovo rene, un altro trapianto. Troppo, anche per un gigante dal sorriso bonario come lui e dal cuore tenero. Forse un po’ troppo amante delle donne che spesso sono state la causa di decisioni impreviste, trasferimenti e scandali nella sua vita.

Lomu era un guerriero, non un santo.

I “Supremi”, coloro che sono gli sciamani della popolazione maori dicono che “Nel mondo del Sogno (il loro oltretomba) ci si arriva tramite una via liscia, una via impervia o una via che si interrompe di colpo”.

Nel caso di Jonah la via è stata impervia e dolorosa.

Il 18 Novembre 2015 ad Auckland pioveva. Le lacrime di quelle arcaiche divinità che, nonostante la conversione (per amore) alla Chiesa Mormone, ancora vegliavano su di lui. Si spense il nostro guerriero maori, a causa di una trombosi polmonare, con le lacrime degli Dei ad accompagnare il suo varcare la soglia del Mondo del Sogno. Impossibile pensare di meno per qualcuno che, di sogni sportivi, in quella Terra che sembra quasi alla fine del Mondo, misteriosa ed affascinante, fatta di ghiaccio e di fuoco, ne aveva regalati tanti.

 

CYRILLE REGIS: Ho vinto la mia battaglia.

 

di REMO GANDOLFI

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Non è stato affatto facile. A quei tempi se eri un “colored”, come si diceva allora, eri un facile bersaglio per i tanti idioti che frequentavano gli stadi inglesi alla fine degli anni ’70.

Insulti di ogni tipo, dal verso ripetuto della scimmia fino al lancio di noccioline o banane.

Allora era di moda urlare il proprio odio nei nostri confronti e quasi vantarsi della propria stupidità di razzisti.

Quando arrivai al West Bromwich Albion nell’estate del 1977 non c’erano molti neri che giocavano in First Division.

C’era Viv Anderson al Nottingham Forest, due giovanissimi attaccanti al Manchester City come Palmer e Bennet, c’era Garry Thompson, anche lui giovanissimo al Coventry e … basta !

Eravamo in due anche noi al WBA: Laurie Cunningham e il sottoscritto mentre l’anno successivo ci raggiunse Brendan Batson.

Ci facevamo coraggio, cercavamo di non sentire gli insulti che arrivavano dagli spalti e continuavamo a ripeterci che presto saremmo stati in tanti a giocare in First Division perché nelle squadre giovanili c’erano sempre più ragazzi di colore … e molti di loro erano davvero bravi.

Ci dicevamo che nel giro di poco tempo anche il più stupido fra gli stupidi razzisti avrebbe finito per stancarsi di fare il verso dell’orango ogni volta che entravamo in possesso di palla o che passavamo vicino alle fasce laterali.

Mi raccontava il mio amico Laurie che lui al Leyton Orient, dove militava prima di venire qui al West Brom, non riusciva più neppure a tirare i calci d’angoli dagli insulti e dalla roba che gli arrivava addosso.

E spesso erano i suoi stessi tifosi …

Nel frattempo si trattava di resistere, di tenere duro provando a fare finta di nulla … e quando la rabbia rischiava di andare fuori controllo c’era solo un modo per non scoppiare: canalizzarla nel modo giusto.

Brendan con un bel tackle, Laurie con uno dei suoi funambolici dribbling e io con una bella zuccata vincente.

Quella era la maniera migliore per vedere sul volto di quegli idioti spegnersi quel loro sorriso ebete.

Ogni tanto pensavamo ai giocatori di colore del passato, a quello recente come Clyde Best del West ham o andando indietro negli a Jack Leslie che negli anni ’20 era forse il più forte calciatore di tutto il campionato ma che si vide negare l’esordio in Nazionale solo ed esclusivamente per il colore della sua pelle.

Per loro deve essere stato ancora peggio.

Molto peggio.

Per nostra fortuna a Ronnie Allen prima e a Ron Atkinson dopo non gliene fregava nulla di che colore avevamo l’epidermide.

“Costruiremo un West Bromwich che lotterà per le prime posizioni della First Division e che andrà a disputare le Coppe Europee e per arrivare a questo sono pronto anche a mettere in squadra dei marziani VERDI !” questo è quello che continuava a ripeterci Ronnie quando nell’estate del 1977 ci portò a “The Hawthorns”.

E alla fine di quella stagione (nel frattempo era arrivato Ron Atkinson) fu esattamente quello che riuscimmo ad ottenere !

Un sesto posto finale nella First Division e un posto nella Coppa UEFA della stagione successiva !

Sono stati anni fantastici quelli.

Pensavamo di aver raggiunto il massimo.

Invece era solo l’inizio .

Nella stagione 1978-1979 arrivammo addirittura terzi in campionato, dietro due squadroni pazzeschi come il Liverpool e il Nottingham Forest.

In Coppa Uefa uscimmo solo ai quarti di finale contro una squadra eccellente come la Stella Rossa di Belgrado.

Nel turno precedente eliminammo il Valencia che nelle sue file aveva un “certo” Mario Kempes, fresco protagonista dei Mondiali di Argentina.

Il mio compagno di squadra e amico Laurie Cunningham aveva già esordito nella Nazionale Under 21.

Il primo “colored” nella storia del calcio inglese.

E già si parlava del fatto che lui o il sottoscritto avremmo potuto essere i primi dalla pelle scura ad esordire con la Nazionale Inglese.

regis e cunningham

In realtà il primo fu Viv Anderson, il grande terzino del Nottingham Forest, anticipando di qualche mese Cunningham.

Io dovetti attendere un po’ di più … ma fui comunque il terzo e quel giorno, il 23 febbraio del 1982 quando entrai a mezzora dalla fine al posto di Trevor Francis in una partita del Torneo Interbritannico contro l’Irlanda del Nord rimane uno dei giorni più belli di tutta la mia carriera.

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Cyrille Regis nasce a Maripasoula, nella Guyana Francese, il 9 febbraio 195

Il padre lascia la sua terra nel 1962 in cerca di lavoro.

In quel periodo c’è bisogno di braccia robuste soprattutto nell’edilizia e il papà di Cyrille, Robert, ha una struttura fisica forte e robusta.

L’anno successivo ci sono abbastanza soldi e prospettive per farsi raggiungere dalla sua famiglia.

Cyrille si innamora del calcio ma è anche un ragazzo serio e giudizioso.

Finita la scuola si guadagna un diploma da elettricista.

Gioca nella squadretta locale, il Molesey, ma la sua bravura arriva ben presto alle orecchie dell’Hayes, squadra semiprofessionistica di quell’area londinese e dalla quale sono passati giocatori come Robin Friday prima di Regis e Les Ferdinand qualche anno dopo.

Ronnie Allen, capo degli scout del West Bromwich Albion all’epoca, lo vede giocare e capisce che in quel fisico scolpito, in quei muscoli esplosivi e in quei piedi con la dinamite c’è molto di più di un elettricista/calciatore part time.

Insiste con la dirigenza per acquistare Cyrille.

Al WBA sono parecchio titubanti.

L’Hayes d’altronde non ha certo intenzione di “mollarlo” gratis !

Ronnie Allen si offre di pagare di tasca sua parte del cartellino.

Alla fine si trova un accordo: 5.000 sterline “sull’unghia” e altre 5.000 in base a vari bonus concordati.

Siamo nel maggio del 1977.

Nella stessa estate arriverà dal Leyton Orient un altro ragazzo di colore, dal fisico più esile di Cyrille ma veloce come una gazzella.

Si chiama Laurie Cunningham.

Formeranno una coppia d’attacco devastante.

Cunningham è velocissimo, salta l’uomo con grande facilità e sa servire palloni d’oro a Regis che dal canto suo è forte in progressione, ha un tiro potentissimo con entrambi i piedi ed è spaventosamente dotato in elevazione.

Poche settimane dopo il suo arrivo at “The Hawthorns” una svolta importante: Johnny Giles, l’ex grande centrocampista di Leeds United e della Nazionale d’Irlanda e manager del West Bromwich, dopo l’ennesima lite con la dirigenza del Club, rassegna le proprie dimissioni.

L’incarico per la nuova stagione è affidato proprio a Ronnie Allen, l’uomo che aveva “scoperto” Regis e lo aveva voluto a tutti i costi al West Bromwich.

Dopo un esordio con doppietta in un partita di Coppa di Lega contro il Rotheram Cyrille Regis viene inserito al centro dell’attacco al quarta di campionato, in una partita interna con il Middlesbrough.

Il WBA vincerà per due reti ad uno ed il gol della vittoria sarà segnato proprio da Regis.

Il gol nella partita successiva in trasferta a Newcastle gli farà conquistare definitivamente un posto da titolare in una squadra che presenta tra le proprie fila giovani interessanti e futuri nazionali inglesi quali il già citato Laurie Cunningham, il terzino sinistro Derek Statham e soprattutto il grandissimo Bryan Robson, futura colonna di Manchester United e Nazionale Inglese.

Regis segnerà 10 gol in quella stagione, conclusa come detto con un eccellente sesto posto e la qualificazione per la Coppa Uefa.

Nella stagione successiva, con Ron Atkinson arrivato sulla panchina del Club della Midlands, il WBA toccherà vette mai più raggiunte nella sua storia recente.

Un terzo posto in campionato e soprattutto prestazioni di livello altissimo, trasformando il West Bromwich Albion in una delle squadre più spettacolari di tutta la First Division.

La percezione di Manager, calciatori e tifosi è che la squadra sia praticamente pronta a lottare per il titolo.

Mancano un paio di innesti e poi Liverpool e Nottingham, i due team più forti del periodo, diventerebbero alla portata del piccolo Club delle Midlands.

Invece accade l’esatto contrario.

Il WBA non ha le risorse economiche per fare quest’ultimo decisivo salto di qualità.

Non solo non può permettersi di acquistare giocatori di valore ma sarà invece costretto a vendere i suo pezzi più pregiati.

Il primo ad andarsene, nell’estate del 1979, è proprio Laurie Cunningham.

Nientemeno che al Real Madrid, primo calciatore britannico a vestire la prestigiosa maglia dei bianchi del Santiago Bernabeu.

Nel 1981, dopo aver portato il West Bromwich ad un eccellente quarto posto in campionato ad andarsene sarà il Manager Ron Atkinson, attratto dal prestigio del Manchester United.

Come prima mossa Ron Atkinson “ruberà” al West Bromwich i due centrocampisti centrali titolari, il giovanissimo Remi Moses e addirittura il capitano del Club Bryan Robson.

Ad onor del vero nel caso di Robson la dirigenza proverà in tutti i modi a trattenere il fortissimo centrocampista, offrendogli la notevole, per l’epoca, cifra di 1.000 sterline a settimana.

Robson andrà al Manchester United ma per strapparlo al WBA occoreranno 1.5 milioni di sterline, record assoluto per il trasferimento di un calciatore nel campionato inglese.

A questo punto pare evidente che il West Bromwich Albion sia praticamente in svendita al miglior offerente.

Il giocatore di maggior talento rimasto è proprio Cyrille Regis.

Arsenal e Tottenham iniziano un’asta vera e propria per assicurarsi le sue prestazioni.

La dirigenza del WBA, che pare ormai solo interessata a riempire le casse del club, si frega ancora le mani.

Ma stavolta c’è un problema: Cyrille Regis non ha nessuna intenzione di andarsene.

Anche perché al posto di Ron Atkinson sulla panchina del WBA è tornato il suo mentore, Ronnie Allen e Regis conosce il significato della parola “riconoscenza”.

Come nelle previsioni la stagione 1981-1982 sarà assai tribolata per il West Bromwich che lotterà per garantirsi la salvezza fino alle ultime giornate di campionato.

Salvezza in gran parte raggiunta grazie ai 17 gol in campionato segnati da Cyrille Regis che proprio in quella stagione stabilirà il suo record personale di segnature in First Division.

A cui si aggiungeranno le 8 reti segnate nelle due sfortunate cavalcate nelle due Coppe Nazionali, FA CUP e Coppa di Lega entrambe terminate inopinatamente in semifinale, contro il QPR la prima e contro il Totthenam Hotspurs la seconda.

Sarà proprio durante questa stagione che arriverà il tanto atteso esordio con la nazionale inglese.

Regis continuerà a resistere alle lusinghe di squadre più titolate fino all’autunno del 1984.

Il Coventry offre 250.000 sterline e il West Bromwich accetta.

L’esplosione di Garry Thompson al centro dell’attacco dei “Baggies” fa ritenere Regis non più necessario.

Sarà un errore gravissimo che il West Bromwich pagherà ad un prezzo altissimo la stagione successiva in cui il Club retrocederà in Seconda Divisione dopo un campionato chiuso all’ultimo posto e con sole 4 vittorie in 42 incontri di campionato.

Regis al Coventry farà sempre appieno la sua parte e pur non segnando con la stessa continuità dei suoi anni migliori al WBA sarà per diverse stagioni titolare inamovibile degli Sky Blues.

E per lui, proprio al Coventry, arriverà il primo ed unico trofeo alzato nella sua quasi ventennale carriera: la FA CUP al termine della stagione 1986-1987, vinta in una delle più spettacolari finali viste a Wembley e che vide trionfare il Coventry per 3 reti a 2 nei confronti del Tottenham Hotspurs.

Nel 1991, a 33 anni compiuti, il Coventry ringrazia e saluta Regis.

“Free-transfer”. Regis è padrone del suo cartellino e libero di andare a giocare dove vuole.

Sarà un altro team delle Midlands, forse il più prestigioso di tutti, che offrirà a Regis un contratto.

E’ l’Aston Villa, sulla cui panchina si è seduto il suo vecchio allenatore al West Bromwich, “Big” Ron Atkinson.

“Quando ho saputo che Cyrille Regis era libero non ci ho pensato un secondo ! Pensare che volevo chiamare il Coventry per comprarlo !”.

Atkinson non si è sbagliato.

Regis non ha finito le cartucce.

Il “passo” non è più esplosivo come qualche anno prima, l’elevazione non è più così impressionante, ma è ancora integro fisicamente e soprattutto è un giocatore intelligente.

Diventa il punto di riferimento per i difensori e i centrocampisti dei Villans.

Riesce a “sgonfiare” ogni palla che arriva nei suoi paraggi.

Quando gioca spalle alla porta e si piazza tra palla e difensore non c’è verso di spostarlo o di togliergli il pallone.

Finirà la stagione con 39 presenze e 11 gol.

Nessuno al club farà meglio di lui. Solo il giovanissimo Dwight Yorke riuscirà ad eguagliare il suo score.

Ma quella stagione sarà il suo canto del cigno.

Giocherà ancora per qualche anno, finendo una bellissima carriera a 38 anni nel Chester City, nella quarta serie inglese.

Tornerà al West Bromwich come collaboratore dello staff tecnico prima di intraprendere la carriera di procuratore sportivo.

Nel 2008 per Cyrille Regis è arrivato uno dei premi più ambiti per ogni membro della comunità britannica: l’MBE (Member of the Most Excellent Order of the British Empire) consegnatogli direttamente dalla regina per i suoi meriti non solo sportivi ma per il contributo dato da Regis all’integrazione nello sport dei tanti atleti delle ex-colonie britanniche e non solo.

Nel gennaio di questo 2018 un infarto si è portato via Cyrille Regis.

I tributi ricevuti possono soltanto in parte spiegare l’importanza di questo calciatore nella storia recente del calcio britannico.

Un professionista modello, una persona valoriale, umile e riflessiva. di grande spessore umano e un calciatore dalle qualità straordinarie a cui le misere cinque presenze nella nazionale maggiore d’Inghilterra non rendono assolutamente giustizia.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Il trio “colored” formato da Regis, Cunningham e Batson alla fine degli anni ’70 in Inghilterra fu ribattezzato da Ron Atkinson “The Three Degrees” prendendo il nome dal famoso trio di cantanti di colore che impazzava in quegli anni e formato da Shirley Porter, Lina Turner e Fayette Pinkney.

In loro onore è imminente (MARZO 2019) nel centro di West Bromwich l’inaugurazione di una statua in bronzo nel centro della città con protagonisti proprio il trio “Regis-Cunningham-Batson”

Anche nella vita per Regis non è stato tutto rose e fiori.

Racconterà lo stesso Regis che “Per un lungo periodo la fama e il denaro mi avevano dato alla testa. Dopo un’infanzia sulla soglia della miseria non mi sembrava vero poter fare ora praticamente quello che volevo. In questo modo ho distrutto il mio matrimonio. Poi quando è morto Laurie Cunningham tutto è entrato in una nuova prospettiva. Ho scoperto la religione e la mia vita è tornata sui binari giusti. E questo sicuramente ha contribuito ad allungare anche la mia carriera di calciatore”

Uno dei più grandi ammiratori di Cyrille Regis è stato il grande Johann Cruyff. Pochi sanno che durante la stagione 1986-1987 durante la cavalcata del Coventry verso la FA CUP, Cruyff, allenatore dell’Ajax, aveva pensato proprio a Regis come sostituto per Marco Van Basten, destinato al Milan nella stagione successiva.

“Regis aveva una potenza fisica impressionante e un grande carisma. Spingevo i miei dirigenti ad agire subito. Tergiversarono un po’ e quando a maggio Regis vinse la FA CUP e fu uno dei grandi protagonisti di quel successo capimmo che la cifra per averlo sarebbe stata per noi eccessiva”.

Cyrille Regis perderà l’amico Laurie Cunningham nel luglio del 1989, vittima di un incidente automobilistico a Madrid mentre Cunningham era un giocatore del Rayo Vallecano.

“Era il mio migliore amico. Quello che abbiamo condiviso nei pochi anni insieme al West Bromwich va oltre la semplice amicizia. Senza l’aiuto l’uno per l’altro non so se ce l’avremmo fatta a reggere gli abusi che ricevevamo in campo e fuori dal campo dai tifosi avversari in quel periodo.”

Pochi giorni prima del suo debutto a Wembley Cyrille è negli spogliatoi con i compagni di squadra del West Bromwich. Ad ognuno di loro vengono consegnate le varie lettere dei fans.

In una di quelle di Regis c’è dentro un proiettile.

E una scritta. “se tu provi a mettere uno dei tuoi piedi neri sul nostro campo di Wembley uno di questi proiettili ti attraverserà le ginocchia”.

Regis si farà una grossa risata e una altrettanto grande la strapperà a Viv Anderson “Ehi Viv, tu sei stato il primo e non hai avuto niente, io sono stato il terzo e ho avuto questo !”

Regis conserverà per sempre il proiettile per ricordarsi “cosa abbiamo dovuto passare all’epoca”.

Sempre in merito al razzismo di cui lui e i primi calciatori di colore del campionato inglese sono stati vittime Regis ricorda che “Più offese e insulti ricevevo più aumentava la mia rabbia agonistica e più miglioravano le mie prestazioni”.

… senza dimenticare che forse il politico più famoso nato a West Bromwich, Peter Griffiths del Partito Conservatore, pare abbia coniato la frase “Se vuoi un negro come vicino di casa allora vota Partito Laburista”.

Tutto questo negli anni in cui Regis e la sua famiglia erano appena arrivati in Gran Bretagna …

Infine il ricordo di alcuni calciatori del passato e del presente.

Ron Atkinson, il suo manager al West Bromwich prima e all’Aston Villa poi.

“Il più forte attaccante che io abbia mai allenato. In campo era una belva assatanata, che lottava come un indemoniato su ogni pallone. Fuori dal terreno di gioco era una delle persone più gentili, disponibili e riflessive che io abbia mai conosciuto. Ricordo come gli insulti e gli abusi che riceveva lo caricassero come una molla. Durante una partita a Leeds fu fischiato e insultato ad ogni tocco di palla. Cyrille segnò due reti fantastiche.

A fine partita il pubblico di Elland Road era tutto in piedi ad applaudirlo.”

Kenan Malik, il grande scrittore e opinionista indiano cresciuto in Inghilterra in quegli anni ricorda come “Cyrille fu un punto di riferimento assoluto per tutti coloro che come il sottoscritto arrivarono in Inghilterra in quegli anni da altri Paesi. Io ero tifoso del Liverpool e negli anni ’70 il coro più frequente che sentivo ad Anfield e negli altri stadi inglesi era There ain’t no black in the Union Jack, all the Pakis can fuck off back.”

Spesso me lo cantavano in faccia gli stessi tifosi del Liverpool …

Poi vedevo Regis giocare e sopportare senza battere ciglio ogni tipo di offese e allora mi dicevo – Beh, se ce la fa lui che è là in mezzo al campo posso farcela anch’io qui in tribuna – “.

Andy Cole, il grande attaccante di Manchester United e Newcastle. “Cyrille Regis era il mio idolo da bambino ed è la principale ragione per cui ho fatto di tutto per diventare un calciatore professionista. Era veramente una persona speciale. Tutti noi gli dobbiamo qualcosa”.

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Riposa in pace Cyrille. Grande calciatore e persona ancora migliore.