EDDIE IRVINE: Non è stata sfortuna …

di RENATO VILLA

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PROLOGO

Dublino, maggio 2029

 

E’ bella Dublino di notte.

Vagare per il suo centro ti affascina, è come se la vita ti sorridesse.

Ma io ho da cercare un posto, stavolta.

Ho da cercare una persona, in questo maggio del 2029.

Una persona, in un pub, che deve raccontarmi una storia.

Una storia strana, di quelle che consideri reali solo alla quarta Guinness.

Mi ha detto che si farà riconoscere, con un cappellino Jaguar calcato sulla testa.

E mi ha detto il nome del pub nel quale lo incontrerò.

In fondo alla strada, vedo l’insegna brillare.

1.

-OK.

E’ andata male.

Ho perso un titolo vinto.

O meglio, non so ancora se l’ho perso io o se me l’hanno fatto perdere.

Perché a me bastava un punto in più.

E lo stavo facendo.

Ma…

… ma forse è meglio che racconti le cose con ordine.

Altrimenti tu non ci capiresti nulla e io non potrei finire la mia birra, a furia di rispondere alle tue domande- disse.

 

2.

Eravamo seduti al bancone del pub.

Aveva davanti un boccale di Guinness.

Il sorriso triste era quello di chi sapeva cose che era meglio non raccontare.

Però a volte chiedere non costa nulla.

L’uomo alzò la visiera del berrettino verde e sorrise, triste.

-Non hai nulla da bere- disse.

Ordinai la mia pinta.

Sapevo che sarebbe stata una lunga chiacchierata.

3.

Prendemmo le nostre birre ed andammo a sederci ad un tavolo, in un angolo buio e solitario.

Lui appoggiò la sua pinta sul tavolo.

-Allora?- chiese.

Io rimasi lì, stupito, col boccale in mano.

Pensavo fosse lui a partire.

Poi decisi di parlare.

Perché, se ero lì, era per risolvere quel mistero.

Perché pur sempre di mistero si trattava.

4.

L’uomo sembrava sinceramente più interessato a finire la sua pinta che a iniziare il suo racconto.

Poi, si decise.

-Eravamo al Nurburgring- disse.

Io stavo ascoltando con interesse. Già la partenza prometteva bene.

-Mi sarebbe bastato fare un punto per vincere il mondiale- aggiunse.

Poi fece segno al cameriere di portare altre due pinte perché così, se mai mi fosse venuto da ridere, avrei dovuto trattenermi per non sputare la birra per tutto il locale.

Quando arrivarono i boccali, acchiappai il mio e attesi.

In fondo, ero lì per sentirmi raccontare proprio quella storia.

-Non era facile vincere, allora, guidando una Ferrari. C’era  Schumacher che calamitava tutte le attenzioni- furono le prime parole che sentii, dette mentre il boccale iniziava a svuotarsi.

Mi venne da ribattere, quasi istantaneamente.

Non che mi piacesse interrompere, ma quella era una cosa risaputa.

-E il tedesco aveva un manager intransigente, specie su certe cose- mi scappò.

Lui annuì.

5.

-La gara si era messa bene. Contavo di arrivare a punti anche quella volta- aggiiunse.

-E poi?- fu la mia, assolutamente innocente, domanda.

I suoi occhi fissarono il vuoto.

Sembrava che cercassero un qualcosa, che ricordassero l’obiettivo che aveva davanti.

-E poi, accadde quel che accadde- rispose, enigmatico.

I suoi occhi vagavano lucidi.

Un po’ quella storia la conoscevo, ma ovviamente non ne conoscevo tutte le pieghe, non avevo idea di tutte le implicazioni. Così frugai nella memoria di un appassionato, e non di un addetto ai lavori.

Perché io quello ero, un appassionato che aveva in mente di raccontare una storia incredibile.

E più incredibile di quella, non ne conoscevo.

6.

-Ero andato a punti in ogni gara, e alla McLaren se la stavano facendo sotto, sapevano che a meno di fatti fuori dall’ordinario avrei continuato ad andare a punti, l’avrei fatto in ogni gara- continuò.

Io stavo ascoltando, ed intanto controllavo sul mio portatile l’andamento di quel mondiale.

Ce l’aveva praticamente in mano.

Almeno fino al Nurburgring.

Poi… poi era successo l’imponderabile.

7.

-Hakkinen non credette ai suoi occhi- sussurrò.

A dire il vero, quando mi avevano mostrato quel vecchio filmato, neanche io avevo creduto ai miei.

Non era plausibile.

Non era possibile.

Non era niente.

Ma era accaduto.

-Quando arrivai ai box per il pit-stop, ero convinto di ripartire rapidamente- disse. -Pareva che fosse tutto pronto per rimandarmi in pista il più presto possibile- aggiunse, scuotendo lievemente il capo.

-E invece…- lo interruppi, ben sapendo quanto gli costava raccontare quella storia.

-Invece rimasi lì, in attesa di una gomma posteriore che era finita chissà dove- ribattè con una risata triste.

Era bastato per non farlo andare a punti, per la prima ed unica volta in quel mondiale.

8.

-Fu l’unica gara che fallii- continuò.

Lo guardai.

-Sono girate tante voci su quella storia- disse, e subito dopo buttò giù un sorso di birra.

Era vero.

Ne erano state dette di tutti i colori.

Specialmente una, quella che mi aveva portato a Dublino.

Volevo verificare quanto fosse attendibile quella voce, quella storiella che avevo sentito tempo prima.

-Qualcuno parlò di un sabotaggio- azzardai.

Mi guardò.

Da quello che vedevo nei suoi occhi, non doveva essere la prima volta che sentiva questa cosa.

Poi rispose.

-Diciamo che non fui certo aiutato a vincere. Quando Schumacher tornò, alla prima gara che fece inscenarono una magnifica commedia- sibilò.

Dopo trent’anni non gli era ancora passata.

Poi ricordai.

Il tedesco lo faceva passare, e mentre lui andava tranquillo a vincere si metteva a fare il tappo.

Giusto per dare l’idea del compagno di squadra che collabora alla vittoria di tutti.

Alla vittoria della Ferrari.

-E invece, dietro qualcuno tramava- fu la frase seguente.

Potevo anche immaginare chi.

9.

-Tranquillo, non faccio nomi e cognomi, non ne hai bisogno- disse con un ghigno.

No, non ne avevo bisogno.

-Weber- risposi.

Mi guardò, poi buttò giù l’ennesimo sorso di birra e cominciò a raccontare qualche particolare.

-La Ferrari era in mano sua, e il primo a vincere il mondiale con la Rossa doveva essere il suo protetto- si lasciò scappare.

L’avevo sempre sospettato.

Era stata troppo surreale, quella scena del pit-stop.

Chissà perché, me l’ero immaginato.

-Si inventarono l’arrivo a pari punti con Hakkinen, visto che matematicamente era una cosa possibile. E poi saltò anche quello, alla fine- aggiunse.

Ricordo che Schumacher andò a festeggiare il titolo del finlandese ai box della McLaren.

-Fu una porcata- gli dissi, buttando giù a mia volta un sorso di Guinness.

Mi diede una risposta amara.

-Ne avevano già fatte altre-.

10.

-Quando ci fu l’incidente che costrinse Michael a fermarsi, scatenarono contro di me una campagna mediatica piuttosto pesante. Dissero che ero stato io a provocare l’incidente e che senza di lui ormai il mondiale era perso-.

Ricordavo che in Italia molti giornali sostenevano che ormai la Ferrari avesse ammainato bandiera, a causa della perdita del suo capitano.

Era opinione comune che per vincere un mondiale bisognasse vincere le gare.

-Invece tu andavi a punti sempre, non ti fermavi mai- risposi.

Lui annuì.

-In Italia non sapevano più cosa fare, gli faceva paura la mia continuità. Avevo capito come comportarmi con quella macchina, più di tutti gli altri, persino più di chi l’aveva costruita- ribattè con un sorriso.

Me l’ero immaginato.

Certo, la sua guida era speculativa e per niente esaltante, aveva sempre l’occhio all’arrivare a punti e a nient’altro.

Ma quel suo arrivare sempre in fondo aveva allertato i vertici della Ferrari e Weber, che stava già progettando il divorzio dalla Rossa.

C’era bisogno di qualcosa che rimettesse il titolo in gioco.

-Fu una vera e propria invenzione, una trovata geniale e suicida- disse, con un’alzata di spalle. -Ma servì a vincere poi cinque mondiali di fila, facendo contenta la cricca dei tedeschi-.

Avevo visto mille volte le immagini di quel pit-stop.

Quando la Ferrari era arrivata ai box, una gomma era scomparsa.

E, con essa, un titolo di campione del mondo.

11.

Finì la sua birra, poi si ficcò una mano in tasca. Dalla tasca del giubbotto trasse un foglio, spiegazzato e ingiallito.

-Tieni, guarda e pensa- aggiunse.

Presi il foglio e lo aprii.

Era di una casa di scommesse.

E di quelle grosse.

-Vuoi dire che…- azzardai.

-Voglio dire che qualcuno, oltre a farmi perdere il mondiale, si è pure giocato esattamente lo sviluppo delle ultime tre gare. Sicuramente non ci ha guadagnato poco- mi disse con un sorriso.

-Non posso crederci- risposi.

-Ci sono molte altre cose alle quali non crederesti, fidati-.

Mi misi il foglio consunto dagli anni in tasca.

Lui si alzò, io lo salutai con un’amichevole stretta di mano e finii la mia birra.

12.

Fu l’unica, e ultima, volta che gli parlai.

Guardavo quel foglio, stranito.

Non potevo crederci.

Non poteva essere vero.

Ma me l’aveva detto chi l’aveva vissuta.

Me l’aveva detta l’irlandese, il viveur, il quasi campione del mondo.

Me l’aveva detta Eddie.

E allora, pensai, potrebbe anche essere una storia vera.

Una storia da raccontare.

Una storia incredibile…

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JOSE’ MARIA JIMENEZ: Il “selvaggio” fragile.

di REMO GANDOLFI

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“Ci sono “GIORNI NERI”.

Dove non c’è nulla, ma proprio nulla, che riesca a sollevarmi da questa apatia.

Sono quei giorni dove la gente, tutta la gente, mi dà fastidio.

Giorni in cui vorrei starmene da solo, dentro a quel “buco” dove sono precipitato e dal quale non provo neppure più ad uscire.

Nessun suono, nessuna voce, nessun rumore.

Voglio solo il niente e lo voglio nel bel mezzo del nulla.

Quando sono “dentro” a questi giorni e penso a quello che sono diventato mi verrebbe quasi da ridere … anche se mi accorgo di non esserne più capace.

Io, che dal calore del pubblico ai lati delle strade prendevo quella energia che ogni volta che l’asfalto saliva sotto i pedali mi permetteva di prendere il volo.

Io, che mi nutrivo di quell’abbraccio e di quelle urla di incitamento e che mi esaltavano a tal punto che a volte non sentivo neppure la fatica.

Io, che ogni volta che tagliavo il traguardo e vedevo tutte quelle facce sorridenti per una mia vittoria mi sembrava di avere davvero raggiunto il mio scopo.

… io che ora, quando vedo una bicicletta, quasi mi metto a vomitare.

In questi “GIORNI NERI” non c’è nulla, ma proprio nulla, che riesce a darmi conforto o speranza.

Neppure l’affetto della mia adorata Azucena che mi è stata vicina fin da quando eravamo ragazzini e che ha sempre sopportato, capito e perdonato tutte le cazzate che sono stato capace di fare in questi anni.

Poi ci sono i “GIORNI BUONI”.

In quelli riesco a vedere squarci di sereno in mezzo a tutte quelle nubi nere.

In quei giorni mi dico che posso farcela.

Che posso tornare in bici, che posso tornare a sudare, a lottare … e a vincere.

Anche se oggi peso più di un quintale e se resto senza fiato dopo aver fatto una rampa di scale !

Nei GIORNI BUONI ripenso che sull’Angliru, ad Andorra, al Xorret de Catì, alla Laguna Negra de Neila e sulle altre grandi salite di Spagna non c’era nessuno in grado di reggere il mio passo.

E poi ci sono ancora tante sfide da fare con l’italiano !

Per adesso è in vantaggio lui.

Mi è arrivato davanti al Giro e al Tour ma non posso pensare che sia finita qui.

Non vedevo l’ora di sfidarlo quattro anni fa alla Vuelta.

Quell’anno si arrivò sul terribile Angliru per la prima volta e io misi la mia bicicletta davanti a tutti.

Ma Marco Pantani non c’era … era già alle prese con i suoi di fantasmi.

Ognuno deve combattere con i suoi e io ho intenzione di farlo.

Intanto mi sono convinto a tornare “dentro”.

Nella pace della clinica del San Miguel de Madrid dove ci saranno tutte quelle suore gentili a prendersi cura di me.

Gliel’ho detto chiaro oggi al mio amico di sempre, David Navas “e quando vedi Eusebio Unzue diglielo che mi tenga un posto in squadra perchà “El Chava” tornerà su una bici e indosserà di nuovo un numero di gara”

Così ho detto a David.

Ma oggi è un GIORNO BUONO … domani … chissà …

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E’ il 6 dicembre del 2003. Josè Maria Jimenez detto “El Chava”, il selvaggio, è ricoverato nella clinica San Miguel di Madrid dove si sta curando da una terribile depressione che lo ha colpito ormai da due anni e che, nel 2001, gli ha fatto prendere la decisione di lasciare il ciclismo.

In quella clinica, famosa in Spagna per essere “frequentata” da diversi “Vip” incorsi nelle spire di depressione e di dipendenze varie da alcol e droga, Josè Maria è entrato ed uscito parecchie volte.

Sempre con lo stesso risultato: quello di ricadere subito dopo nei suoi vizi e nel buio del “male oscuro”, che lo ha inesorabilmente colpito … nonostante del “Chava” l’immagine fosse sempre stata quella dell’allegrone, spensierato, guascone e un po’ matto.

Josè Maria è ricoverato in clinica da poche settimane ma i primi riscontri stavolta sembrano positivi. “El Chava” alterna a giornate abuliche, solitarie e silenziose a sempre più frequenti momenti conviviali, di serenità e di apertura.

La speranza dei primi giorni si sta piano piano trasformando in fiducia.

I suoi sempre più frequenti proclami di un ritorno alle gare stanno iniziando a circolare anche all’esterno.

La Spagna intera non ha certo dimenticato quel ragazzone di oltre un metro e ottanta che ha saputo infiammare il cuore di tutti i tifosi con il suo modo di correre sempre coraggioso, spavaldo, a volte addirittura sconsiderato.

Nonostante non abbia vinto neppure la metà di quanto hanno vinto quelli della generazione precedente la sua e cioè gli Indurain, i Delgado o gli Olano, “El Chava” sapeva entusiasmare ed emozionare come forse solo “El Tarangu” Manuel Fuente seppe fare prima di lui.

Lo stesso modo di correre, lo stesso coraggio, la stessa totale incapacità di fare calcoli o gestirsi.

La stessa capacità di spiccare il volo ogni volta che la salita si faceva dura davvero … e anche la stessa predisposizione a “saltare” come si dice in gergo, cioè il calcolare male le proprie forze, le distanze e gli avversari.

Macchisenefrega !

Alla fine, anche quando succedeva questo, l’amore dei tifosi aumentava ancora, ogni volta di più.

Ma c’è tempo per pensare a queste cose, al Jimenez “ciclista”.

Ora occorre pensare innanzitutto al Jimenez uomo.

Ai suoi folli eccessi, nelle notti piene di cocaina e whisky, ad una professione lasciata quando era praticamente al top … per finire nel buco nero della depressione.

Oggi dicevamo, è un GIORNO BUONO.

Ormai nella clinica tutti hanno imparato a conoscere questo ragazzone un po’ sovrappeso ma al quale gli occhi hanno ricominciato a sorridere.

E’ sabato ed è un giorno di visita e gli altri ospiti della clinica non vedono l’ora di raccontare a parenti ed amici del loro celebre “coinquilino”.

Josè Maria sta firmando autografi, mostra le fotografie delle sue più belle imprese e sorride.

Il calore della gente è sempre stata la sua benzina speciale, quella che sulle salite più dure gli permetteva di avere qualcosa in più.

Poi però “El Chava” si blocca improvvisamente, dice che gli fa male la testa e chiede di sedersi, di fargli spazio … di lasciarlo solo.

Forse qualcuno lo interpreta come il capriccio di una star un po’ viziata e incostante.

Invece Josè Maria Jimenez sta male davvero

I soccorsi arrivano velocemente.

Ma altrettanto velocemente si accorgono tutti che è una cosa seria, terribilmente seria.

E’ un infarto.

Il cuore di Josè Maria Jimenez, massacrato da anni di sollecitazioni sulla bicicletta ma soprattutto da altrettanti anni di eccessi giù dalla stessa, non ha la forza di reggere all’impatto.

Josè Maria Jimenez morirà qualche istante dopo nella clinica dove era andato per tornare alla vita, per aggrapparsi ancora a quella speranza mai completamente sopita di tornare un giorno sulla sua bicicletta.

Ha solo 32 anni, l’età che per un ciclista rappresenta spesso il perfetto equilibrio tra le forze ancora intatte e la giusta dose di esperienza.

Esattamente due mesi dopo se ne andrà anche Marco Pantani nella solitudine di un triste albergo della sua Romagna.

La loro rivincita, almeno su questa terra, non ci sarà mai più.

Ma senza di loro, il ciclismo ha perso molta della sua poesia.

Qualcuno dice che non c’è solitudine peggiore di quella della fatica sulla bici.

Quando hai davvero solo te stesso, le tue gambe e il tuo cuore su cui fare affidamento.

El Chava, come Marco, probabilmente erano fatti per faticare sulla bici, da soli … come da soli se ne sono andati.

 

José Maria Jimenez nasce a El Barraco, nei pressi di Avila, la meravigliosa cittadina capoluogo della Provincia di Castilla Y Leon il 6 febbraio del 1971.

Nato a El Barraco come lui c’è il celebre Angel Arroyo, grandissimo ciclista degli anni ’80 e proprio nella squadra ciclistica giovanile dedicata al grande scalatore spagnolo (capace tra l’altro di arrivare sul podio di un Tour, quello del 1983 alle spalle di Laurent Fignon) che Josè Maria dà le sue prima pedalate.

Ha un fisico tutt’altro che adatto a fare il ciclista.

E’ alto ed è decisamente “gordito” come dicono da quelle parti.

E’ cicciottello insomma.

Ma stupisce tutti sia per la potenza in pianura ma soprattutto per la forza che riesce a sprigionare nelle salite, considerando i chili di troppo che deve portarsi appresso.

Le sue prestazioni attirano ben presto l’attenzione del più potente team spagnolo dell’epoca, la Banesto di Miguel Indurain e di Pedro Delgado.

Già nel 1993, a soli 22 anni, Josè Maria Jimenez lascia intravedere le sue grandi qualità.

Sulle salite rimane spessissimo con i primi e quasi sempre è l’ultimo a rimanere a fianco dei suoi capitani nelle tappe più impegnative.

Ma è nel 1995 che arriva la definitiva consacrazione.

La vittoria nella tappa “regina” del Giro di Catalogna lo catapulta tra i giovani di maggior futuro del ciclismo spagnolo e quando nella corsa in linea del campionato di Spagna, corso sul durissimo percorso di Segovia, Jimenez si piazza 2° dietro il compagno di squadra Montoya e davanti a campioni come lo stesso Indurain, Melcior Mauri o Alvaro Gonzalez de Galdeano, la sensazione è che il ricambio per i vari Indurain, Delgado ed Olano gli spagnoli lo hanno già.

La sua crescita continua in maniera esponenziale ma iniziano ben presto a circolare voci sulle sue abitudini una volta sceso dalla bicicletta.

Jimenez non è certo un maniaco dell’allenamento, d’inverno non fa esattamente una vita da atleta e la vita notturna lo attrae da sempre.

Ha però un motore spaventoso, una predisposizione innata in salita.

Nel 1997 vince il Campionato di Spagna su strada e alla Vuelta, oltre a trionfare in una tappa ovviamente con arrivo in salita, conquista anche la maglia verde di miglior scalatore.

Il 1998 è l’anno di gloria del “Chava”.

Vince una durissima tappa al Giro del Delfinato e anche se al Tour le cose non vanno come sperato alla Vuelta le sue prestazioni sono semplicemente impressionanti.

Vince ben 4 tappe, tutte con arrivo in salita, e soprattutto conquista il suo primo e unico podio in una grande corsa a tappe, giungendo terzo alle spalle dei connazionali Abraham Olano e Fernando Escartin. Per la seconda volta consecutiva conquisterà il premio del miglior scalatore.

La sua forza in salita è impressionante.

Le sue progressioni entusiasmano gli appassionati.

In Spagna è un idolo assoluto.

Le voci sulla sua condotta fuori dalle corse si susseguono ma nessuno ci fa caso più di tanto. “El Chava” sulla bici sa appassionare come nessuno e gli si perdona una condotta un po’ “bohémien”.

Nel 1999 torna al Giro d’Italia ma le sue prestazioni non sono all’altezza della sua fama.

Tutti aspettano con ansia il duello con Marco Pantani con il quale condivide il dono naturale per scalare le montagne su una bicicletta e quello per la vita notturna e i suoi vizi.

Ci sarà solo un assaggio di questo duello.

Alla ottava tappa si scala in Gran Sasso d’Italia e Marco Pantani riesce a staccare tutti ma “El Chava” arriva dietro di lui di soli 23 secondi ma anticipando gli altri uomini di classifica, come Jalabert, Zulle, Savoldelli e Simoni.

Alla fine di quella giornata Marco Pantani sarà in maglia rosa e Josè Maria Jimenez al secondo posto, staccato di poco più di mezzo minuto.

Sembra l’inizio di un grande duello tra i due più forti scalatori del mondo ma Josè Maria si perderà per strada, concludendo con un deludente 33° posto finale.

Ma se la delusione del Chava è solo di natura sportiva quello che accadrà la mattina del 5 giugno a Madonna di Campiglio sarà un punto di svolta nel carriera e soprattutto nella vita di Marco Pantani, trovato con valori superiori alla norma di ematocrito e costretto a lasciare un Giro d’Italia che lo scalatore romagnolo stava dominando.

Il sogno di Josè Maria Jimenez di prendersi la rivincita sul “Pirata” qualche mese dopo alla Vuelta rimarrà tale … li aspettava il terribile Angliru, la salita probabilmente più dura di tutto il ciclismo.

Dove Jimenez vincerà, ma non davanti a Marco Pantani come aveva sognato.

Per i due ci sarà solo un altro grande duello.

E’ il 16 luglio del 2000.

E’ passato poco più di un anno da quella folle e assurda farsa di Madonna di Campiglio e il Pirata è arrivato a questo Tour con pochi chilometri nelle gambe mentre “El Chava” ha già messo la sua ruota davanti a tutti gli altri al Giro di Catalogna e alla Classica delle Alpi, una delle corse più dure del circuito internazionale.

Josè Maria Jimenez sembra in giornata di grazia. Attacca sulla Madeleine, lontano dall’arrivo. Porta via un gruppetto di ciclisti che sulla salita che porta a Courchevel si perdono tutti lungo la strada, stroncati dal ritmo del Chava.

Comincia a sentire il profumo della vittoria, la vittoria in una delle tappe più dure del Tour, la corsa che più di ogni altra ti catapulta all’attenzione del mondo.

E’ solo.

Ma da dietro arriva per lui la notizia peggiore.

Marco Pantani è scattato.

Marco non ce l’ha con lui.

La sua guerra è contro “l’americano” che qualche giorno prima gli è arrivato dietro di pochi centimetri sul Mont Ventoux, lasciando però intendere che la vittoria non era di Pantani, ma solo una sua gentile concessione.

Insopportabile per Marco e il suo orgoglio.

E allora Marco quel giorno, scatta, riscatta ancora e poi ancora … fino a che la resistenza di Lens Armstrong, dominatore del Tour, finalmente non cede.

Marco stacca tutti e raggiunge Jimenez sotto lo striscione dei 3 km all’arrivo. La tenacia del Chava è quasi commovente. Prova a tenere duro per quasi altri 500 metri … ma il Pirata ha un altro passo.

Vincerà con 40 secondi di vantaggio su Jimenez.

La stagione successiva sarà l’ultima per Josè Maria Jimenez.

Un’altra Vuelta da incorniciare, con 3 vittorie di tappa, e il primato non solo nella “sua” classifica di miglior scalatore ma anche quella della classifica a punti a testimonianza di una regolarità impressionante.

Finisce la stagione e Jimenez si lancia “nell’altra vita” con ancora maggior veemenza, quasi senza controllo.

Si susseguono le segnalazioni di persone che lo trovano in condizioni pietose dopo i suoi eccessi e le sue notti senza conoscere limiti.

La crisi arriva in una fredda mattina di febbraio.

El Chava si prepara per una seduta di allenamento.

Si veste con la solita tuta della Banesto, la sua squadra di sempre.

Guanti, passamontagna e si appresta per scendere in garage a prendere la bici.

Poi si siede sul divano della sala.

“Non so perché l’ho fatto. Ero pronto per uscire ma improvvisamente mi sono fermato e mi sono seduto”.

Doveva essere solo una pausa di pochi secondi.

Su quel divano Josè Maria Jimenez invece perde il conto del tempo.

E lì, su quel divano in quelle ore, dentro di lui si rompe qualcosa.

“Una sensazione mai avuto prima in vita mia: la paura”.

Davanti a lui si apre un buco nero, nel quale sprofonderà e dal quale non uscirà praticamente mai più.

Quando si riprende ha perso il conto del tempo ma nel frattempo ha maturato una decisione.

Chiama il suo Direttore Sportivo, Eusebio Unzué.

Gli comunica che non correrà mai più in bicicletta.

Lui, El Chava Jimenez, il ragazzino quindicenne che pesava più di 90 chili e che quando iniziò ad andare in bicicletta sollevava risatine di scherno.

Invece vinse la prima corsa a cui partecipò.

“Non so davvero cosa farci. A me riesce tutto facile. Mi piaceva il karate, facevo i tornei e li vincevo tutti. Anche quando lavoravo nel bar di mio padre ero il migliore di tutti i camerieri e mi piaceva ricevere i complimenti della gente”.

Ha sempre avuto tutto facile Josè Maria Jimenez, tanto da non essere mai ciclista al 100%.

“Non mi sono mai allenato due giorni di fila in vita mia” ha sempre giurato El Chava.

Non gli interessava neppure del denaro “Più di una volta ho pregato i miei direttori di non pagarmi. Magari stavo un mese intero senza allenarmi. Non meritavo quei soldi ma loro mi pagavano lo stesso”.

Però vinceva, entusiasmava e innamorava le folle.

 

Fino a quel giorno di febbraio del 2002, dove il suo mondo perfetto è crollato come un castello di carte.

E da allora i giorni neri non sono mai veramente finiti.

 

https://youtu.be/XrD1rx1rfYU

LUTHER McCARTY: Tre ganci sopra il cielo.

di LISA AZZURRA MUSETTI

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Io non sono religiosa, o meglio non sono legata a nessuna delle religioni più importanti del mondo.

Mi definisco spirituale ed il mio credo è un miscuglio di religioni, superstizioni e divinità di ogni parte del mondo. I limiti non fanno per me. Però mi chiedo come avrei reagito il 24 Maggio 1913 alla Tommy Burns Arena se avessi assistito ad una delle scene più strane che sport e misticismo avrebbero mai creato.

Sul ring ci sono Luther McCarty, un peso massimo le cui origini si perdono fra un miscuglio di Italia, Irlanda e Nativi Americani. Ma è bianco, in un mondo, quello della boxe dominato quasi per tutto il 900 da atleti di colore. Ed è pure bravo!

Debutta come professionista a diciotto anni ed il suo gancio sinistro era una sassata in volto difficile da incassare. Gli impresari iniziano a credere in lui, tanto che iniziano ad organizzare un incontro con il mitico Jack Johnson, probabilmente uno dei più importanti pugili della storia di questo sport.

Il ring però è strano, non è come gli altri luoghi dove si svolgono attività sportive. Il ring è uno spazio fra diverse dimensioni dove tutto ed il contrario di tutto può accadere, dove il sangue e il sudore creano una miscela che altro non è se non un’offerta agli Dei di questo sport. Ferro e sale. E se poi il sale, ogni tanto, è di qualche lacrima, in quel mondo sospeso nessuno se ne accorge.

Lo sfidante di Luther è Arthur Pelkey e sono entrambi circondati da circa seimila spettatori.

Il match però durò molto meno del previsto: Palkey tira un montante allo sterno di McCarty. Forte ovviamente ma non così forte da farlo accasciare a terra. Eppure accade proprio questo. Tutti sono increduli perfino l’arbitro e l’avversario. L’arbitro però seguì il protocollo ed iniziò il conteggio. Proprio in quel momento avvenne qualcosa di incredibile.

Un fascio di luce , si come quelli dei film in cui intervengono gli angeli, scese dall’alto ed avvolse il corpo di Luther fino alla fine del conteggio, per poi estinguersi. Il fascio di luce illuminò solo il pugile disteso a terra e proveniva da un punto dove non vi erano riflettori, finestre o lucernai.

Alla fine dei dieci secondi il bianco dal sangue misto era morto. A nulla valsero otto minuti di tentativi di rianimazione.

Gli esami del coroner rivelarono che il pugile aveva subito dei danni a causa di una caduta da cavallo qualche giorno addietro ed il pugno aveva dato alla situazione il colpo di grazia.

Di tutte le foto del “mitico” fascio di luce ne è sopravvissuta solo una, ma c’è di più. Quando gli addetti alla pulizia il giorno dopo si recarono a pulire il ring trovarono ancora i segni della sagoma di McCarty ed apparivano bruciati.

Una storia così mistica è difficile da spiegare, ma la boxe è misticismo applicato al dolore e noi possiamo solo scegliere di credere, di non credere e in cosa credere.

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JAYDEN STOCKLEY: Storia di cigni e brutti anatroccoli.

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Questa è la piccola storia di un “piccolo” calciatore delle serie minori inglesi (dove si gioca ancora  “quel calcio inglese” che fece innamorare quelli della mia generazione).

E’ la storia di un “brutto anatroccolo” di 190 centimetri, che sembra arrivato direttamente dagli anni ’80. Lento, non certo elegante o con grandi doti tecniche. Uno che assomiglia proprio tanto ad un Lee Chapman, un Tony Cascarino, un Mick Harford o un Peter Withe di quei (meravigliosi) anni.

Ma è anche la storia di uno che non ha mai mollato, che a 25 anni ha già giocato in ben 12  squadre diverse (il “Loco” Abreu e il suo record stanno tremando …) e che adesso, da un mese a questa parte, si è ritagliato un posticino nel glorioso PRESTON NORTH END in Championship, ad un passo dall’Olimpo del calcio inglese: quello della Premier che del CALCIO INGLESE ormai, ha salvato ben poco …

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Eddie Howe, il manager del miracolo Bournemouth, il team della costa meridionale inglese che per il quarto anno consecutivo sta giocando nella Premier League inglese, nel settembre del 2009 si trovava in una situazione decisamente diversa da quella attuale.

I “Cherries” sono retrocessi una paio di stagioni prima nella DIVISION TWO, la Quarta divisione inglese, l’ultima delle serie professionistiche e addirittura si sono salvati per un soffio nella stagione precedente.

Quando Eddie Howe subentra a Jimmy Quinn sulla panchina del Bournemouth la salvezza è lontana  10 punti

A poche giornate dalla fine il destino sembra segnato.

E quel destino significa retrocedere nella National League e sparire dal calcio professionistico inglese.

Il miracolo, che i tifosi ribattezzarono “The Great Escape”, si materializza nell’ultima partita casalinga della stagione 2008-2009, vinta contro il Grimsby Town per 2 reti ad 1.

Il Club però si trova sull’orlo del fallimento.

L’HER MAJESTY’S REVENUE AND CUSTOMS (in pratica l’Agenzia delle entrate di Sua Maestà) dovendo riscuotere grosse somme dal Club ne impedisce di fatto ogni attività sul mercato.

Quando Eddie Howe inizia la stagione successiva la rosa è ridotta all’osso.

A tal punto che lo stesso manager si trova costretto, prima del match contro il Burton Albion, a compiere un qualcosa che non è esattamente quello che dovrebbe rientrare tra gli incarichi di un Manager di una squadra professionistica.

Eddie Howe prende il telefono in mano e chiama la Preside della Lytchett Minster School di Poole, cittadina a pochi chilometri da Bournemouth.

Gli serve il suo permesso  per esentare da una lezione di matematica un ragazzo che ha compiuto 16 anni la settimana precedente.

Questo ragazzo gli serve per completare la rosa dei 16 giocatori del Bournemouth che nel pomeriggio di quello stesso giorno devono giocare contro il Burton Albion.

Il nome di questo ragazzo è Jayden Stockley.

Il protagonista del nostro piccolo racconto.

Jayden Stockley gioca a calcio nelle giovanili del Bournemouth e si è già distinto per le sue qualità. Ha le caratteristiche di un attaccante centrale “vecchio stampo”, di quelli alti e prestanti, coraggiosi e battaglieri e fortissimi nel gioco aereo.

Il giovane Jayden però ha anche un’altra grande qualità: “vede la porta” e segna spesso anche con i piedi, destro e sinistro.

Inoltre è un ragazzo serissimo, che fa il suo dovere a scuola e che in allenamento ascolta e impara … e lavora duro.

Sembra l’inizio di una bella favola, di una carriera promettente e con un futuro nel calcio ad eccellenti livelli.

Non sarà così.

Al Bournemouth, nonostante nel 2009 gli facciano firmare un contratto di 5 anni, non riesce mai a trovare con continuità un posto da titolare.

Viene mandato ripetutamente in prestito, addirittura nei semiprofessionisti e comunque mai più su della Division Two, la quarta serie del calcio inglese.

A volte facendo bene altre volte meno.

Jayden Stockley toccherà il punto più basso nel suo periodo in prestito al Torquay United.

19 presenze e un solo gol.

Il Bournemouth però non lo molla, anzi, per due anni consecutivi gli rinnova il contratto.

Insomma, sembra che gli manchi sempre un punto per fare “31” ma le qualità nel ragazzo ci sono, questo ai “Cherries” lo sanno tutti.

Nel frattempo il Bournemouth ha terminato la sua scalata verso la Premier, raggiunta nell’aprile del 2015.

Ovviamente con Eddie Howe sulla panchina dei “Cherries”.

Per Stockley però nella rosa di Premiership non c’è posto e il biondo centravanti viene spedito ancora una volta in prestito (il 9° in 5 anni !).

Stavolta è l’Exeter che richiede le sue prestazioni.

Qui, finalmente, Jayden trova l’ambiente ideale.

Gioca 22 partite e segna 10 reti portando i biancorossi nelle posizioni di vertice della classifica.

Ora il suo nome inizia a circolare anche tra squadre di categoria superiore.

Ma sono gli scozzesi dell’Aberdeen a battere la concorrenza e stavolta per Stockley niente più prestiti.

Il suo passaggio dal Bournemouth ai “Dons” è definitivo.

Jayden ha ancora solo 23 anni.

Sono in molti a ritenere che l’Aberdeen abbia fatto un colpaccio.

Invece Stockley fa fatica.

Non è mai considerato veramente un titolare e il suo “dentro e fuori” dal team non è certo l’ideale per rendere al meglio.

6 reti in 39 partite non sono un bottino soddisfacente e quando l’Exeter riesce a raggranellare la cifra (record per il piccolo Club del Devon) di 110.000 sterline Jayden ritorna più che volentieri nel Club nel quale è riuscito a dare il meglio di sé.

Qui Jayden ritrova gol e fiducia.

I suoi 25 gol stagionali permettono all’Exeter di raggiungere i play-off dove però verranno sconfitti dal Coventry.

Ma se la scorsa stagione è stata eccellente per il possente attaccante di Poole l’avvio di questa stagione è semplicemente straordinario.

In 24 partite mette a segno 16 reti e l’Exeter lotta per uno dei tre posti che garantiscono la promozione in Division One.

Il problema per i “Grecians” (questo il soprannome dei biancorossi) è che Jayden Stockley è ormai “merce” molto ambita per parecchie formazioni di categoria superiore.

La sua clausola di rescissione è fissata a 750.000 sterline.

Un sacco di soldi per il piccolo Club del Devon ma relativamente pochi per formazioni di Championship.

E sarà proprio una formazione di Championship ad assicurarsi le prestazioni di Stockley: il Preston Noth End, leggendario team del calcio britannico che sogna di ritornare un giorno nell’Olimpo del calcio inglese.

Primo passo: acquistare qualcuno che “la butti dentro”.

E Jayden Stockley potrebbe davvero essere l’uomo adatto per riportare il Club in cui giocò praticamente tutta la sua carriera il grande Bill Shankly ai vertici del calcio inglese.

Il brutto anatroccolo si è finalmente trasformato in cigno.

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Per finire due curiosità:

Sapete chi è il calciatore delle 4 divisioni professionistiche inglesi ad aver segnato più reti nell’anno solare 2018 ?

Harry Kane ? Mohamed Salah ? No amici … Jayden Stockley con 32 segnature.

Infine, mentre sto scrivendo questa piccola nota sto buttando un occhio su “Livescore” per seguire la giornata calcistica.

Il Preston North End si è appena portato in vantaggio sul campo del QPR.

Chi ha segnato c’è bisogno che ve lo dica ? 😉

 

https://youtu.be/63k34t-hr98

 

 

 

 

 

MIKE & JULES PETERS: Amore, speranza e forza.

di REMO GANDOLFI

MIKE E JULES1.jpg

“Ho imparato a vivere ogni singolo giorno della mia vita come il più grande dei regali.

Ogni mattina, quando apro gli occhi, penso la stessa cosa: sono VIVO.

E ogni giorno ci sono così tante cose da fare !

Se non sono in Tour a suonare c’è una nuova canzone da registrare in studio, un pezzo nuovo da scrivere, una serata da organizzare, una partita di calcio dei miei ragazzi a cui assistere.

Oppure c’è una bella camminata da fare nei boschi e nelle colline intorno a Dyserth, la cittadina del Galles del Nord dove vivo.

E con me c’è la mia “ragazza” e madre dei miei figli Jules.

Siamo innamorati da oltre 30 anni e ogni nuovo giorno che arriva mi fa innamorare di lei sempre di più.

L’avevo conosciuta nel 1986 quando con gli “Alarm” eravamo in testa alle classifiche di vendita.

Erano gli anni in cui gli U2, i miei amici Big Country e noi eravamo usciti prepotentemente alla ribalta con il nostro rock, corposo, sanguigno e onesto.

“Epico” dicevano gli addetti ai lavori.

Ero sempre a Londra per lavoro ma appena potevo me ne tornavo dalle mie parti, nel nord del Galles.

E un giorno incontrai Jules.

Avete presente quando vedi una persona e sai ESATTAMENTE che quella sarà la persona con cui vuoi condividere il resto della vita ?

Ecco, a me capitò.

E non me ne sono mai pentito, anzi.

Sembrava tutto perfetto.

Facevo il mestiere migliore del mondo e al mio fianco c’era la donna migliore del mondo.

E anche quando me ne andai dagli Alarm nel 1991 non c’era in realtà nulla che mi spaventasse.

Avevo tanto entusiasmo e tanta voglia di mettermi in gioco in maniera diversa.

Poi arrivò lui, il CANCRO.

La prima volta che me lo diagnosticarono fu nel 1995.

Avevo 36 anni.

Nel mio mestiere è ancora un’età in cui stai crescendo, affinando le tue doti, la tua tecnica, i tuoi gusti e le tue passioni.

Un cancro non è contemplato.

E invece ho dovuto farci i conti.

Non una volta sola.

Tre.

Tre volte ci ha provato, sotto forme diverse, anche attraverso la Leucemia.

“Strenght” si chiama l’album degli Alarm che ci diede la popolarità anche fuori dal Regno Unito.

Le coincidenze della vita …

STRENGHT … forza … era quella di cui avevo bisogno per combattere contro il male.

Ci sono stati momenti in cui pensavo di non farcela.

Avevo voglia di mollare, di arrendermi.

Tre volte.

Se si ripresenta tre volte vuol proprio dire che LUI non ha nessuna intenzione di arrendersi !

Allora tanto vale che lo faccia io …

Solo che nella mia vita nel frattempo era cambiato tutto.

Erano arrivati Dylan ed Evan, i nostri due meravigliosi ragazzi e poi Jules non mi avrebbe mai permesso di arrendermi.

E così ti rimane solo una scelta: trasformare questa prova terribile in un’opportunità.

Insieme al mio amico James Chippendale abbiamo creato la “LOVE HOPE STRENGHT” che è una fondazione che raccoglie denaro per chi, come noi, viene attaccato dal male.

E poi c’erano tante canzoni ancora da scrivere, tanti concerti da fare, tante partite di calcio da vedere e tante montagne da scalare.

Forse è per questo che “il bastardo” non si è più ripresentato … perché ha capito che stavolta si giocava davvero pesante.

E se lui non aveva intenzione di mollare … beh, di sicuro non l’avrei fatto nemmeno io !

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Siamo nel giugno del 2016.

L’appuntamento è con l’annuale “Snowdon Rocks”, la scalata del Monte Snowdon, il più alto del Galles. Sulla cima Mike Peters e il suo gruppo si esibiranno, come ormai da dieci anni consecutivi, in un concerto per raccogliere fondi per la “LOVE HOPE STRENGHT”, la fondazione fondata proprio da Mike Peters insieme all’uomo d’affari statunitense James Chippendale per raccogliere denaro contro la lotta alla leucemia e al cancro, dai quali entrambi sono stati colpiti in passato.

Quasi 500 persone sono salite sui quasi 1.100 metri della montagna.

E’ stata la solita festa, si è cantato e ballato insieme a Mike e agli storici pezzi degli Alarm come “68 guns”, “The deceiver” “Absolute reality” o la struggente “Spirit of ‘76”.

Ma si è parlato anche di prevenzione, della ricerca e delle nuove scoperte che possono dare in qualche modo speranza a milioni di persone nel mondo.

Con Mike c’è ovviamente anche Jules, la bellissima moglie di Mike e madre dei due scatenati Dylan ed Evan, i biondissimi figli della coppia.

Rientrata a casa Jules decide di sottoporsi ad un check-up completo.

Sono giorni particolari per tutto il Galles.

La squadra di calcio nazionale è impegnata nelle finali del Campionato Europeo che inizierà fra pochi giorni in Francia.

Per il Galles è un’occasione speciale.

Non solo non ha mai giocato una fase finale di un Campionato Europeo ma l’ultima volta in cui ha giocato le finali di una competizione internazionale fu nel lontano 1958, ai mondiali di calcio che si disputarono in Svezia.

A “casa Peters” il calcio è una grandissima passione e sono giorni perfetti per Mike e Jules per organizzare barbecue per amici e parenti e assistere poi tutti insieme alla partita.

Il Galles gioca ben aldilà delle aspettative e a casa Peters sono giorni di festa praticamente ininterrotta.

E’ il 4 di luglio.

Il Galles tre giorni prima ha sconfitto, contro tutti i pronostici, il Belgio nei quarti di finale.

Fra due giorni affronterà il Portogallo nella partita di semifinale.

A casa Peters è previsto un grande party per l’occasione.

Quel giorno, quel 4 di luglio, a Jules arriveranno i risultati della sua visita.

Ha un tumore al seno.

Per due giorni non dirà nulla a nessuno, nemmeno a Mike.

Lo farà solo alla fine della partita.

“LOVE HOPE STRENGHT”.

In quel gesto ci sono tutte e tre le parole per le quali Mike sta combattendo da oltre 20 anni la sua battaglia, privata e pubblica, contro il cancro.

Jules, quelle parole, le fa tutte sue.

Solo che ora non c’è più tempo da perdere.

Due operazioni in meno di un mese.

Si, due.

Perché durante la prima operazione il chirurgo si accorge che il male ha già iniziato a farsi spazio nel corpo di Jules.

Se ne accorge quasi per caso, sfiorando con una dito una minuscola massa tumorale.

La biopsia conferma la peggiore delle ipotesi.

Quando arriva la notizia della necessità di una seconda operazione Mike Peters è negli Stati Uniti.

Per lui c’è prima una visita a Washington davanti a diversi membri del Congresso per parlare insieme a James della loro attività, del loro impegno e della battaglia quotidiana di “LOVE HOPE STRENGHT” per sensibilizzare il maggior numero di persone possibili e per raccogliere adesioni.

A questo incontro seguirà un Tour negli gli Stati Uniti insieme alla sua Band.

Dovrebbero essere giorni meravigliosi per Mike, che ha saputo rilanciare la sua carriera più volte, spesso ripartendo quasi da zero.

Ma Jules, il suo amore da più di 30 anni, sta male.

Mike vuole mandare tutto all’aria e tornare a casa, nel Galles del nord, vicino a Jules.

Ma lei insiste.

Mike deve continuare il Tour, ci ha investito denaro e se stesso.

“Ce la posso fare” le dice.

Jules torna sotto i ferri ma pare proprio che nulla, ma davvero nulla, vada per il verso giusto.

Vengono trovate altre aree dove il tumore ha attecchito.

Jules si sottoporrà a 18 settimane di chemioterapia e ad un trattamento con le radiazioni.

Ogni singolo giorno per 4 settimane.

“Un’amica che aveva già vissuto tutto questo mi disse che dopo alcune grosse bevute era stata molto peggio. Così mi sono detta che ce la potevo fare anch’io”.

LOVE HOPE STRENGHT … e anche Jules, come Mike, ne ha da vendere.

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Oggi, ad inizio 2019, Jules e Mike possono dire di avere vinto le loro reciproche battaglie contro il cancro.

Entrambi.

Insieme.

La guerra, lo sanno benissimo, non è mai finita.

Ma per entrambi, adesso, ogni singolo giorno è il più grande dei regali.

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A seguire

Il trailer sul film dedicato a Mike e alla sua incredibile storia di coraggio.

 

https://youtu.be/iVzC7wnGtXg

 

 

 

APPENDICE

 

E di pochi giorni fa la notizia che a Mike Peters, per il suo impegno nella lotta contro i tumori e per l’opera di raccolta fondi benefici, sarà conferita una delle massime onorificenze previste nel Regno Unito: quella di MBE, ovvero Member of the Order of the British Empire.

 

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Jules mostra alcune ciocche dei suoi meravigliosi capelli biondi che se ne sono andati durante la chemio.

Una donna con la sua forza ha trovato modo di scherzare anche su quello.

“Trixie” è il nome dato da Jules alla sua parrucca.

“Ci abbiamo messo un po’ a fare amicizia. Ma ora siamo diventate inseparabili !”.

Jules racconta anche, in toni diversi, che la perdita dei capelli fu uno dei momenti più difficili da affrontare.

“Questa cosa mi stava distruggendo. Perdere i capelli è stato come perdere la propria femminilità, la propria sessualità. Per un periodo avevo perso completamente il senso di essere “donna”.

 

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Questa è un’immagine della annuale camminata verso il Monte Snowdon, sulla cima del quale Mike Peters si esibisce in un concerto per raccogliere fondi per la LOVE HOPE STRENGHT.

 

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Qui sopra la famiglia Peters al completo è insieme ad un vecchio amico di Mike, Bono Vox, leader degli U2 che, con gli ALARM di Mike Peters e i BIG COUNTRY diedero vita nei primi anni ’80 alla nuova ondata rock del post-punk.

 

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L’attività di Mike come musicista non si è mai interrotta.

Anzi. Anche nel 2018 Mike Peters ha fatto oltre 100 date … e la signora con cappello e pantaloni bianchi è ormai parte integrante del gruppo. E’ sua moglie Jules.

… perché per Jules e Mike il tempo per stare insieme non è mai abbastanza …

 

Infine due video di due splendide canzoni degli Alarm.

 

La prima è la struggente “Walk forever by my side”

https://youtu.be/toUNki8PIIk

 

E’ la seconda è la nuovissima “Beautiful”… difficile non pensare che siano entrambe dedicate alla bellissima Jules …

https://youtu.be/PgXrHpduUjQ

 

 

 

 

 

TOMAS FELIPE CARLOVICH: La leggenda del “Trinche”.

 

el trinche.jpg“EL TRINCHE” CARLOVICH

di Remo Gandolfi

Che sia una storia unica, meravigliosa e a tratti commovente è una certezza; quanto poi di questa storia ci sia di reale o quanto sia semplicemente una leggenda ingigantita negli anni, nei racconti tramandati o nella fantasia di qualche giornalista o ex-calciatore è in realtà tutto da dimostrare.

Ma quando perfino Maradona dice che il più grande di tutti non è stato lui e non è stato neppure Pelè ma è stato “El Trinche” Carlovich … beh, qualche valutazione bisogna farla ! Continua a leggere “TOMAS FELIPE CARLOVICH: La leggenda del “Trinche”.”

ROLAND RATZENBERGER: Nemmeno la morte.

di RENATO VILLA

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1.

Nemmeno la morte mi ha reso giustizia.

 

La Nera Signora si è presa il mio corpo e la mia essenza   vitale in quella curva di Imola.

 

Ma nemmeno lei è servita a darmi pari dignità nei confronti degli altri miei colleghi.

 

Nemmeno la morte è servita a farmi ricordare.

 

Per tutti sono stato, e sarò per sempre, un “signor Nessuno”, come tanti altri che hanno fatto la mia vita.

 

Nemmeno la morte è riuscita a rendermi giustizia.

 

2.

E’ proprio strano.

Quando muori pensi che si ricordino di te, almeno quel minimo di tempo.

 

A me non è successo.

 

Perché la sorte ha voluto che, mentre mi trovavo disteso sul tavolo per l’autopsia, andava a morire, in un’altra curva, un altro mio collega.

 

Ma non uno qualunque.

 

Il più grande.

Ayrton Senna.

 

E, in quel momento, mi sentii abbandonato anche dalla Morte.

 

Perché “io” non Le ero bastato.

 

Non valevo poi così tanto, ed allora aveva ghermito il più grande.

 

Perché Lei non lascia mai le cose malfatte.

 

3.

I box della Simtek erano chiusi, in segno di lutto.

 

Ma la pista, e le gradinate, erano rumore.

Di motori e di gente.

 

Erano l’essenza stessa di quella gara che io non avevo potuto vivere.

 

Io, disteso sul tavolo d’autopsia, avevo attorno un mondo intero.

 

In pista stava succedendo il finimondo.

Perché la Morte aveva deciso di compiere il gesto più eclatante.

 

E io, io mi sentivo ancora più solo.

Sempre più solo.

 

4.

Non è bello sapere che nemmeno nel momento finale della tua vita c’è un qualcuno che, senza volere, ti scavalca e ti cancella dalla memoria collettiva.

 

A me è accaduto così.

 

Quando Ayrton arrivò, aveva un buco in gola.

Ma era Ayrton.

 

-Non è giusto- mi disse (i morti parlano tra loro, non lo sapete?).

 

Io rimasi stupito.

Cosa, non era giusto?

 

-Da domani si parlerà di questo week-end come di quello nel quale sono morto io- aggiunse tristemente.

 

Vero.

Mi avrebbero dimenticato.

 

Di me si sarebbe ricordato giusto che, nelle prove, avevo  anticipato la fine del grande campione.

 

Con una differenza.

Non avrebbero nemmeno detto il mio nome.

Se lo sarebbero scordato.

 

Avrebbero parlato di “un pilota della Simtek”.

Forse il nome strano mi avrebbe fatto ricordare dagli appassionati, e probabilmente giusto da loro.

Per il resto, sarei scomparso.

Di me avrebbero parlato solo le cronache.

Solo le cronache.

 

5.

E’ triste sapere che nemmeno la Morte è equa.

 

Ma al mondo di equo non c’è nulla.

 

Pensavo che, in fondo, arrivato alla fine sarei stato trattato come tutti.

Invece no.

 

La Morte scelse di farmi accompagnare nel mio viaggio dal campione più grande.

 

E fu così che la mia storia finì, per diventare quella di un altro.

 

Perciò chiedo solo una cosa, con questa lettera.

 

Chiedo solo che mi si ricordi.

 

Roland Ratzenberger

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