ŽUĆKO: La leggenda di Radivoj Korac.

di SIMONE GALEOTTI

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V’è nostalgia delle cose spezzate. Vojvodina, altopiani e affluenti del Danubio, religiosissimo bordello, influenze magiare, slovacche, rumene, carne affumicata e torte salate, fattorie sparse come sassi lanciati a caso: “per ogni cielo, c’è un salaš sulla terra”. A Sombor, propaggine sfuggente del nord della Serbia, c’è un angolo, un piccolo incrocio, che collega la strada principale a un crocicchio interno, decorato da una targa. Un uomo, sorridente con un pallone da basket in mano. Negli spicchi sono impressi i nomi di quattro città: Sombor, Belgrado, Liegi, Padova.

Il padre di quell’uomo si chiama Bogdan, la madre Zagorka, il fratello Djordje. Quell’uomo è Radivoj Korac, nato qui, nel 1938. Soprannominato “Žućko” (Biondino) ha cominciato a giocare nello OKK Belgrado a sedici anni nel ruolo di ala grande. Si, però c’è un prima, c’è un altro sport.

Korać a Belgrado si ritrova a fare il portiere, a difendere i pali del Radnicki, squadra di calcio della capitale. Ma basta poco, veramente poco, per far sì che la Yugoslavia si accorga che Radivoj Korać debba abbandonare il calcio e mettere i piedi sul parquet. L’occhio lungo è quello di Borislav “Bora” Stankovic che decide di farlo debuttare nell’OKK Beograd. Stanković non è un idiota e Dostoevskij avrebbe avuto difficoltà nel fargli raggiungere il principe Myškin in una clinica svizzera per malati mentali.

Korać è un giocatore che semplicemente non si era mai visto nella luce dei Balcani. Mancino prodigioso, associato a una tecnica di tiro tanto particolare quanto efficace: riceve la palla, se la porta sopra la testa, stacca la mano destra dal cuoio e con la sinistra la indirizza verso il canestro saltando leggermente in avanti.

Ciuff, costantemente, inesorabilmente, ciuff.

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Nonostante l’evoluzione del gioco abbia cancellato questa tipologia di tiro, già considerata antiquata in quei frangenti, guardarlo nei filmati dell’epoca fa sempre effetto perché in fondo solo noi che abbiamo visto il bianco e nero possiamo immaginare un mondo a colori. La sua Santa Barbara ha un arsenale illimitato: Korać attacca il ferro senza paura stringendo un patto di non belligeranza con gli obsoleti tabelloni in legno e passa la palla con estrema precisione. Nei liberi rifugge la regola e lascia il pallone dal basso tenendolo con entrambe le mani all’altezza delle ginocchia e per un po’ il mondo della pallacanestro è costretto a piegarsi per riflettere come il pensatore di Rodin.

Atleticamente non scherza, durante il servizio militare stacca 1.99, solo pochi centimetri in meno della medaglia d’oro delle Olimpiadi messicane.

La formazione di Stankovic conclude il torneo d’esordio di Korac con 16 vittorie e due sconfitte arrivando davanti alla Stella Rossa e aggiudicandosi il titolo. Oltre a Korać, in quel OKK ci sono Slobodan Gordić e Miodrag Nikolić, figure importanti degli albori del basket yugoslavo. Il 14 gennaio 1965 a Belgrado l’OKK affronta nella Coppa dei Campioni gli svedesi dell’Alvik BK di Stoccolma. Quel giorno di pieno inverno Korać va in lunetta e piazza i primi due liberi. Un inizio normale, scontato, anzi no, Radivoj non smette più di segnare, segna e segna ancora, in tutti i modi, da ogni posizione. L’incontro finisce con un punteggio imbarazzante: 155-57.

Imprecazioni, sorge un dubbio amletico: sulla panchina dell’OKK nessuno stava tenendo conto della quantità dei canestri infilati da Korać. “Tutti sapevamo che stava segnando tanto, ma nessuno sapeva esattamente quanto”, coach Stanković dirà “fu un vero peccato “.

Eh già, un peccato, perché Korać ha fatto 11/14 dalla lunetta, il che è normalissimo, e 44 canestri dal campo (la linea dei 6.75 doveva nascere) che invece non è affatto normale. Si fanno due conti veloci con carta e penna finché qualcuno si mette le mani nei capelli: Radivoj Korać aveva messo a referto 99 punti, solo uno in meno del record di Wilt Chamberlain in NBA, un paio di miseri punticini che potevano arrivare tranquillamente nei minuti finali nei quali invece, per farlo riposare, Stanković lo tenne seduto in panchina.

Ma se ti chiami Radivoj Korać non sei solo il giocatore più forte della prima fase lunare del basket Yugoslavo, sei anche uomo di principi: “è un merito di tutta la squadra, di tutti i miei compagni”. In quell’edizione della Coppa l’OKK viene eliminato dal Real Madrid in semifinale.

E’ l’ultimo squillo di tromba in patria, Žućko” nel 1967 passa al Liegi e vince subito il campionato. Vi è un aneddoto curioso riguardo alla sua esperienza belga. Ospite di un programma televisivo, gli viene posta una domanda abbastanza banale: “Senti ma… quanti tiri liberi credi riusciresti a mettere su 100 tentativi? “. Korać senza pensarci risponde: “Beh, immagino tra i 70 e gli 80, chi può dirlo? “. Colpo di teatro: si apre un sipario dal quale spunta un canestro al centro del set televisivo. Quasi pleonastico riportare l’esito: Korać fa 100/100 nell’ estasi generale. Radivoj aveva un amica che lavorava a Radio Belgrado, Vlada Krasic, dopo una trasferta in Francia gli porterà l’ultimo album dei Beatles “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, e quel vinile fu il primo del quartetto di Liverpool a girare sull’etere ufficiale della Yugoslavia.

L’anno successivo, nel 1969, approda in Italia al Petrarca Padova targato Boario.

Nonostante l’icona Korać il Petrarca non riesce ad evitare la retrocessione. Per Radivoj la consolazione del titolo di miglior marcatore, ovvio. Poi tutto finì, ma Radivoj Korać non si è ritirato, non ha abbandonato la košarka, semplicemente il fato crudele ha voluto fermare in un punto esatto del tempo la storia di questo ragazzo, inseguito inconsapevolmente da un’ombra, da un velo di malinconia e da un giro di tarocchi zigani smazzati in una notte di stelle cadenti.

Il 2 giugno 1969 Korać sta guidando la sua Volkswagen lungo la strada che collega Vogošća e Semizovac, nei dintorni verdissimi e collinari di Sarajevo. Pioviggina, sta rientrando a casa dopo una partita amichevole tra la Yugoslavia e una selezione della Bosnia Erzegovina. Un sorpasso azzardato, una frenata, una sbandata, un fossato, uno schianto, le lamiere accartocciate. Eccola, dunque, la morte. La morte, in un crepuscolo di eternità.

Per decreto, da quel 1969, il 2 di giugno in Yugoslavia nessuna partita di basket si sarebbe mai più giocata.

La FIBA gli dedica una coppa incaricando delle fattezze del trofeo suo fratello Djordje, perché Djordje Korać è un artista, uno scultore. E tra tutte le pose possibili riesce a catturare l’essenza di Žućko” riassumendone in pochi centimetri cubi la leggenda.

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DRAGAN MANCE: Settembre

di REMO GANDOLFI

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“Pare che tutto nella mia vita accada a settembre.

Tanto per cominciare è il mese in cui sono nato.

A Zemun, a due passi da Belgrado.

A settembre ho fatto il mio esordio nel calcio professionistico.

E’ stato con la squadra della mia città, il Galenika Zemun.

Avevo appena compiuto 17 anni.

Sempre a settembre, l’anno dopo, mi arrivò invece la telefonata che cambiò la mia vita.

Dall’altra parte della linea c’era un dirigente del Partizan di Belgrado.

Il “mio” Partizan di Belgrado.

La squadra di cui ero perdutamente innamorato fin da bambino e per la quale da sempre sognavo di giocare … anche quando da ragazzino mi dicevano che non ce l’avrei mai fatta.

Invece quel dirigente mi stava dicendo che mi volevano al Partizan e che avevano già stretto un accordo con il Galenika.

Ero convinto, ma davvero convinto, che fosse il padre di uno dei miei amici che si era prestato ad uno scherzo nei miei confronti.

Lo sapevano tutti a Zemun che ero “malato” per il Partizan.

Invece era tutto vero.

Da quel giorno sono passati 5 anni.

Cinque anni meravigliosi nei quali sono diventato titolare della squadra, ho vinto un campionato , ho segnato tanti gol, ho giocato nelle Coppe Europee ed ho perfino esordito nella Nazionale del mio Paese.

Pochi giorni fa ho firmato il rinnovo del contratto.

Sarò del Partizan per altri 4 anni.

Come minimo.

C’erano tanti voci sul mio futuro.

Importanti club europei pronti a sborsare un sacco di soldi per il mio cartellino.

Solo che a me l’unica squadra per la quale interessa giocare ha la maglia bianconera a strisce verticali, ha i tifosi più caldi nella “Black & White KOP” e si chiama Partizan di Belgrado.

Abbiamo un’ottima squadra, siamo in grado di lottare per il titolo anche se in questa stagione i nostri grandi rivali della Stella Rossa hanno forse qualcosa in più.

Intanto ieri abbiamo vinto in campionato contro il Budocnost.

Ho segnato io il gol decisivo, su calcio di rigore, nel secondo tempo.

Ma non c’è affatto da stupirsi … ieri era il primo giorno di settembre

 

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Sono passati due giorni dalla vittoria in campionato contro il Budocnost.

A Belgrado è una splendida giornata di sole.

Dragan si prepara per uscire.

Alle 10 è previsto un allenamento.

Poco prima di uscire telefona all’amico Milan Nadoveza.

Si mettono d’accordo per pranzare insieme dopo l’allenamento.

Solo che a quell’allenamento DRAGAN MANCE non arriverà mai.

Sale sulla sua Peugeot 205.

Ha percorso si è no un paio di chilometri quando la sua auto finisce la sua corsa contro un palo della luce a bordo strada.

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Dragan muore praticamente sul colpo.

La dinamica non sarà mai chiarita in modo definitivo.

Pare che una donna abbia improvvisamente attraversato la strada e Dragan, per impedire di investirla, abbia sterzato di colpo perdendo il controllo della sua vettura.

Di sicuro c’è che Dragan stava viaggiando a forte velocità, ben oltre i limiti consentiti in quel tratto di strada.

Quello che invece è certo è che il Partizan e i suoi milioni di tifosi hanno perso quel giorno molto di più del miglior calciatore della loro squadra.

 

Dragan Mance, l’idolo, l’icona assoluta dell’altra metà di Belgrado …

In grado, da solo, di infiammare con le sue giocate la celeberrima “KOP bianconera” del Partizan.

Dragan se ne va a neppure 23 anni, molto prima di raggiungere l’apice di una carriera che sarebbe potuta diventare gloriosa.

Con il Partizan e con la Nazionale Jugoslava che in quegli anni si stava forgiando per tornare a livelli eccelsi.

Mance ne avrebbe fatto parte, insieme a Boban, a Savicevic, a Mihailovic e a tutti gli altri campioni di una nazionale che da lì a pochi anni si sarebbe disgregata … insieme a tutto il Paese vittima di una guerra assurda e spietata.

In quella stessa stagione il Partizan vincerà il campionato.

Come ricorderà l’allenatore Nenad Bjekovic “Tutti i ragazzi della squadra, in quella stagione maledetta e vincente, giocarono ben al di sopra dei loro livelli abituali”.

Perché senza Dragan, senza il più bravo di tutti, era davvero l’unico modo per farcela.

Oggi c’è una via, “Ulica Dragan Mance” che è una delle principali vie d’accesso allo stadio.

Dragan, per tutti i tifosi del Partizan, è ancora lì con loro, che li accompagna nel tragitto verso lo stadio in modo che chiunque impari a conoscere la sua storia, quella di un ragazzo che ad ogni gol scivolava sulle ginocchia verso la curva sud … quel ragazzo che nella metà bianconera di Belgrado, nessuno ha mai dimenticato.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Dragan Mance è legato ad una delle più memorabili rimonte nella storia delle competizioni europee.

Siamo nella stagione 1984-1985.

Il Partizan, dopo aver eliminato nel primo turno di Coppa Uefa i maltesi del Rabat Ajax, vengono messi di fronte agli inglesi del QPR.

Il campo in sintetico degli “Hoops” londinesi non è omologato per giocare nelle competizioni europee. L’incontro viene giocato ad Highbury, lo stadio dell’Arsenal.

E’ un autentico massacro.

Gli inglesi vincono per 6 reti a 2, anche se i gol di Klincarski e di Dragan Mance avevano portato addirittura il Partizan in vantaggio per due reti ad una.

Ma il favoloso gol di Mance (un incredibile tiro al volo da oltre 30 metri) si rivelerà decisivo.

Si, perché nel ritorno, nella bolgia dei  45.000 che avevano riempito lo stadio del Partizan, i bianconeri, guidati da un Mance incontenibile vincono per 4 reti a 0.

Alan Mullery, il manager degli inglesi disse che “in 30 anni di calcio non ho mai visto un’atmosfera del genere. L’aria sembrava piena di elettricità”.

“Non ho da recriminare nulla. Sono stati superiori a noi. Ma la partita l’avevamo già persa un ora prima di scendere in campo quando abbiamo fatto il sopralluogo. Ho visto i volti dei nostri calciatori sbiancare di paura e io stesso non mi sono mai sentito così spaventato prima di una partita di calcio”.

 

E’ il 4 giugno del 1983. Nello stadio del Partizan si gioca il derby per eccellenza di Belgrado, quello tra i padroni di casa e la Stella Rossa, che da queste parti chiamano “IL DERBY ETERNO”.

Mancano solo quattro partite alla fine del campionato.

La Stella Rossa è ormai tagliata fuori per la lotta al titolo della PRVA LIGA, che sembra ormai una questione a tre tra l’Hajduk di Spalato, la Dinamo Zagabria e proprio il Partizan di Belgrado.

Perdere un derby è sempre un disastro in una città che vive di calcio come Belgrado … ma perderlo con il rischio di consegnare il titolo agli acerrimi rivali concittadini non è semplicemente contemplabile.

Il Partizan parte fortissimo.

Dragan Mance colpisce con un colpo di testa la traversa. I calciatori del Partizan stanno ancora imprecando quando, sul prosieguo dell’azione, Varga, sempre di testa, trova il gol del vantaggio.

Ad inizio secondo tempo c’è un corner per i padroni di casa, tirato sul primo palo. C’è una spizzata di testa che taglia fuori tutta la difesa biancorossa. Appostato sul secondo palo, solo soletto, per Dragan Mance è un gioco da ragazzi mettere dentro dal limite dell’area piccola.

La partita sembra chiusa.

Il Partizan è padrone del campo.

“I Grobari”, la frangia più scatenata della tifoseria del Partizan, inizia a ballare, qualcuno completamente nudo, nella celeberrima “Kop bianconera”.

La Stella Rossa non ci sta. Si getta in avanti e a coronamento di una bellissima azione in verticale Durovic trova il gol con un gran tiro al volo dal limite dell’area.

Per qualche minuto il Partizan sembra stordito.

Tutte le certezze che sembravano incrollabili dopo il due a zero di Mance ora sono state sostituite da gambe molli e cuori spaventati.

La Stella Rossa capisce che è il momento di osare.

A consegnare loro stessi il titolo agli odiati rivali non ci pensano neppure.

Il Partizan riesce a mettere la testa fuori dalla propria metà campo con una classica azione di rimessa. La difesa della Stella Rossa sembra sufficientemente coperta quando però il loro terzino destro va inspiegabilmente a chiudere verso il settore opposto dove Vukotic è in possesso di palla.

A questo punto si apre un varco e Vukotic, con un cambio gioco quasi alla cieca, pesca in realtà Mance completamente smarcato sul settore destro della difesa biancorossa.

Mance controlla il pallone e avanza verso la porta di Stojanovic.

Ne attende con freddezza l’uscita prima di infilare con un sinistro rasoterra il portiere della Stella Rossa.

E’ il gol che mette al sicuro il risultato anche se nel finale una Stella Rossa mai doma accorcerà ancora le distanze con Milojevic.

Il Partizan vincerà quel campionato e il ventenne Dragan Mance segnerà 15 reti in 30 partite di campionato, finendo secondo nella classifica marcatori dietro Sulejman Halilovic … ma soprattutto entrando per sempre nella leggenda del Partizan di Belgrado e nel cuore dei suoi fantastici tifosi.

 

https://youtu.be/nbiTZ7NWJ5k

 

 

 

 

 

BELFAST CHILD

di EMANUELE SANTI

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Il verde e l’azzurro abbracciano la baia di Belfast. Da un lato il profilo delle colline tanto care a Jonathan Swift, dall’altro le gigantesche gru dei cantieri navali che partorirono il Titanic e, sullo sfondo, l’argento vivo del Canale del Nord. È venerdì, giorno di paga, ma quando scende la sera c’è sempre poca gente in giro, specialmente qui lungo Shankill Road, nella periferia ovest.

È iniziata l’estate, non piove da tre giorni e la solita tensione sembra tuttavia diminuita. Magari perché la Nazionale dell’Irlanda del Nord, per la seconda volta nella sua storia, si ritrova ai mondiali di calcio. Giovedì scorso ha debuttato a Saragozza: 0-0 contro una Jugoslavia ormai orfana del Maresciallo Tito e ancora lontana dai conflitti etnici e religiosi a differenza di quanto invece accade nell’Ulster, tra anglicani e cattolici, con assurda e disumana ferocia fin dall’agosto del ‘69. Sta per iniziare il quattordicesimo anno di guerra civile, una guerra definita “a bassa intensità” ma che ha già fatto oltre 2.300 morti tra i paramilitari repubblicani e quelli unionisti, tra gli agenti e gli ufficiali di polizia, tra i soldati dell’esercito britannico ma soprattutto tra i civili. E si aggiungano i detenuti nel carcere di Long Kesh, guidati da Bobby Sands, martiri dello sciopero della fame dell’anno scorso.

È il 25 giugno 1982, seconda settimana di ostilità esclusivamente calcistiche ai mondiali di Spagna, la giovane monarchia restaurata vogliosa di rifarsi il trucco e di superare l’epoca franchista durante la quale il Paese si spacciava per l’America tramite i fondali prestati agli spaghetti western. Campione uscente è l’Argentina che il primo aprile ha invaso le Falkland: isole petrolifere verso l’Antartide restituite alla Regina Elisabetta, proprio in questi giorni, dalla Royal Navy, inviata in guerra a spese dei contribuenti dal Premier conservatore Margaret Thatcher. E per fortuna il sorteggio aveva scongiurato imbarazzanti incroci tra i militari di Buenos Aires, che puntano tutto su Maradona, e le tre falangi dell’esercito di Sua Maestà approdate in terra iberica: l’Inghilterra, tornata ai mondiali dopo due edizioni di assenza; la Scozia, senza scampo contro Brasile e Unione

Sovietica; e appunto l’Irlanda del Nord, intrappolata nel girone della Spagna padrona di casa, omaggiata con il primo rigore del torneo necessario ad evitare la sconfitta contro l’Honduras: matricola capace di imporre l’1-1, nella seconda gara di lunedì, anche ai biancoverdi allenati da Billy Bingham. Intanto la Spagna aveva ristabilito le gerarchie rimontando la Jugoslavia 2-1 grazie ad un altro rigore, inventato e fatto ripetere dall’arbitro dopo che Lopez Ufarte lo aveva tirato fuori.

Pronostici rispettati quindi con la Nazionale di Belfast costretta a contendere la seconda piazza a quella di Belgrado, vittoriosa ieri sera proprio allo scadere per merito del bosniaco Susic, abile nel dribblare due uomini sulla linea del fallo laterale, saltarne un terzo in corsa ed essere abbattuto dentro l’area dalla penultima pedina della dama honduregna. Il serbo Petrovic, dal dischetto, ha rispedito a casa la simpatica banda centroamericana. In classifica, Spagna e Jugoslavia 3 punti; Irlanda del Nord e Honduras 2. L’ultima gara si gioca adesso a Valencia, alle 21 ora legale: le 8 p.m. di Belfast. La Spagna è già qualificata ed è convinta di proseguire al Vicente Calderòn di Madrid nel mini girone con Austria e Francia. Ai nordirlandesi invece serve una vittoria, ben pagata dai bookmaker, oppure un improbabile 2-2 per finire al Bernabeu in pasto a Germania Ovest ed Inghilterra che già si guardano in cagnesco.

In questo piccolo pub di Shankill, zona tra il residenziale e il dormitorio della working-class anglicana di West Belfast, è tutto pronto. Si beve e si fuma nervosamente. La bandiera nazionale, la Red Hand, troneggia appesa al soffitto parallela all’Union Jack. Il pesante televisore a colori di fabbricazione tedesca, così come di fabbricazione tedesca sono tante armi da fuoco in mano agli unionisti, fa scricchiolare la mensola in alto, sulla parete a destra del popolato bancone di legno scuro, provvisto di immancabile specchiera i cui giochi riflettono, alle spalle del barista Bill Townsend e di suo figlio David, sia le facce spiritate della gente sia il marciapiede aldilà delle finestre, sorvegliato di passaggio dalla polizia, la RUC (Royal Ulster Constabulary) e in pianta stabile dai vigilanti dell’UDA (Ulster Defense Association) nata nei primi anni ‘70 proprio intorno

al nutrito gruppo dei volontari di Shankill. Si temono gli attacchi dell’IRA, ormai l’agguerrita Provisional, determinata a liberare l’Irlanda e capace di soppiantare da oltre un decennio la vecchia Official, troppo legata a Dublino e colpevole di anteporre la politica parlamentare alla lotta armata e soprattutto di non essere stata in grado nell’agosto del ‘69, quando tutto ebbe inizio a Derry (Londonderry per gli inglesi) di difendere prima il quartiere cattolico di Bogside e poi, a Belfast, le case di Falls Road e di Bombay Street dalle molotov degli unionisti fomentati dal reverendo anglicano Ian Paisley e protetti dalla polizia. A parte l’attentato che, due settimane fa, ha ucciso un poliziotto vicino Derry, le bombe dell’IRA tacciono da aprile e sebbene rudimentali e non ancora preparate con il Semtex, esplosivo cecoslovacco che arriverà presto dalla Libia di Gheddafi, non risparmiano banche, negozi, magazzini, ristoranti e birrerie piene di lealisti come questa.

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Dall’Official IRA si è poi separata anche l’INLA (Irish National Liberation Army) il cui ultimo ordigno è costato la vita a un sedicenne e il cui ultimo blitz ha fatto fuori John McKeague, membro di spicco dell’unionista RHC (Red Hand Commando) pronto a svelare ai giudici i nomi degli altri commilitoni coinvolti in un caso di pedofilia. Ciò fece sospettare anche dell’Intelligence britannico già protagonista, un anno prima, dell’agguato al capo della stessa INLA, Ronnie Bunting, la cui eliminazione era stata tuttavia rivendicata dall’UFF (Ulster Freedom Fighters) il braccio armato dell’UDA.

La diretta del match è garantita dall’unico acronimo privo di implicazioni guerrafondaie: la BBC.

Le squadre sono allineate fronte alla tribuna. Il sole inizia a scendere appena suona la Marcia Reale borbonica nel tripudio dei 50.000 del Luis Casanova cui fa da contraltare il brusio del pub che piano piano volge al silenzio in attesa dell’inno dell’Irlanda del Nord: lo stesso della Madre Inghilterra. I nordirlandesi indossano la seconda maglia: bianca, colletti verdi e croce celtica sul cuore. Il primo, accanto alla terna arbitrale vestita di nero, è il numero 8 Martin O’Neill, cervello del Norwich e due volte campione d’Europa con il Nottingham Forest. L’altoparlante spara le note solenni di ‘God Save the Queen’, ma lui, il capitano, non muove un muscolo. Tutti lo insultano: “Bastardo cattolico!” prima di partire in coro insieme ai tifosi con passaporto del Regno Unito sugli spalti del Mestalla. L’inquadratura indugia sul secondo della fila: il centravanti Gerry Armstrong, anch’egli cattolico e anch’egli muto dietro i suoi baffi sornioni. Per vederne uno che canta si deve aspettare Jimmy Nicholl. Il terzino destro scandisce fiero: “…send her victorious…” mentre la telecamera scorre e provoca il boato nel locale regalando la faccia pulita e grintosa di Norman Whiteside, l’orgoglio di tutto il quartiere, il ragazzo di Shankill che ha già battuto il record di Pelè. I diciassette anni compiuti il 7 maggio ne fanno il più giovane esordiente in un campionato del mondo ed oggi firma la terza presenza consecutiva con la maglia della sua Nazionale. In primo piano, adesso,

Sammy McIlroy, numero 10. Il ghigno e il labiale non tradiscono il doppiaggio ormai assordante dei telespettatori: “…happy and glorious…”. Anche lui è di Belfast e anche lui, come Whiteside, portato al Manchester United da Bob Bishop, il talent scout che da queste parti aveva trovato un tesoro di nome George Best. Il numero 11, Billy Hamilton, tortura un chewing gum e guarda per terra insieme a Mal Donaghy, terzino sinistro del Luton Town, uno dei tanti figli di West Belfast il cui nome tuttavia parla chiaro: Mal sta per Malachy, come Malachy o’Armagh, santo della Chiesa di Roma. Poi tocca a David McCreery, il più basso di tutti, il motore del centrocampo reduce dal campionato americano. Canta fiero con gli occhi al cielo in piena trance. John McClelland e Chris

Nicholl, rispettivamente libero e stopper hanno due facce di pietra e sarebbero perfetti all’ingresso del pub come gorilla dell’UDA. Inquadrato per ultimo, a chiudere la rassegna, c’è il portiere Pat Jennings da Newry, apostolico e romano fin dal nome di battesimo: Patrick Anthony, una vita tra i pali del Tottenham ed ora baluardo dell’Arsenal. Trentasette anni compiuti, venti in più di Whiteside. Per lui niente insulti da parte della selezionata clientela del club lealista, ormai privo di sedie e di sgabelli liberi. Serve un giro veloce di tavoli per recuperare i bicchieri vuoti prima del fischio d’inizio.

La cattolica Spagna in maglia rossa, pantaloncini blu e calzettoni neri, schiera Arconada in porta; Camacho e Gordillo terzini; Tendillo stopper e Alesanco libero. A centrocampo “Periko” Alonso, “Tente” Sanchez e l’idolo di casa Enrique Saura. Juanito ala destra, Lopez Ufarte ala sinistra e il navarro Satrustegui centravanti. Arbitra il paraguagio Ortìz assistito dal belga Ponnet e dal peruviano Labo Revoredo. All’esterno del locale girano più bande di skinhead che automobili eppure i giovani neonazisti di Shankill, futura manovalanza unionista, sanno benissimo di dover sempre rispettare, pena la gambizzazione, le regole dell’UDA. Il buio è ancora lontano, così come il suono delle sirene e il volo degli elicotteri. Il muro di Cupar Way, ad un solo chilometro in linea

d’aria, fa il suo squallido mestiere separando con cemento e reti metalliche l’area meridionale di Shankill dalle prime luci di Falls Road che apre il passaggio verso la zona cattolica di Ballymurphy dove, agli ordini di Gerry Adams e di Martin McGuinness, regna la Brigata Belfast della Provisional IRA e dove il tifo calcistico è tutto per il Celtic di Glasgow e per la Nazionale dell’Eire.

Le chiamano Peace Lines, linee di pace, interrotte, come a Berlino, da check point presidiati dai paracadutisti di Sua Maestà i cui blindati pattugliano strade deserte soltanto in apparenza.

Pronti, via e la Spagna affonda nel burro: Juanito riceve sulla trequarti, si gira e lancia in area Lopez Ufarte, solo davanti a Jennings. Il pub ammutolisce, ma il portierone si tuffa sulle caviglie dell’attaccante e gli strappa il pallone dai piedi. La sala esulta con urla e applausi. I biancoverdi accusano il caldo e la difesa soffre quando i colleghi del reparto avversario avanzano sui calci d’angolo. Prima Tendillo incorna in avvitamento e manda fuori, poi Alesanco, imbeccato dalla bandierina opposta, spedisce oltre la traversa. Jennings rimprovera i compagni con lo sguardo, McCreery usa la voce. O’Neill è il capitano, tocca a lui suonare la carica. Avanza fronteggiato da Sanchez, vede Whiteside liberarsi sul limite dell’area e lo serve d’esterno. Il ragazzo di Shankill sente Camacho ringhiare da dietro, lo evita piroettando sul tacco e conclude di destro in diagonale.

Arconada blocca a terra. La sala si scalda: “Norman Whiteside!! Norman Whiteside!!”. I

biancoverdi finalmente reagiscono, hanno preso le contromisure. Il pubblico si rinfresca la gola a ritmo regolare, la cappa di fumo avvolge il chiasso e distende i nervi a fior di pelle che ormai fanno parte del vissuto quotidiano. In campo i nervi sono già saltati: Juanito, Hamilton e McIlroy rimediano il cartellino giallo. Billy Bingham, in panchina, urla da seduto, i suoi sembrano resistere e la Spagna, piano piano, abbassa i toni. I ragazzi allenati da Santamaria cominciano a pensare alle notizie diffuse dai giornalisti per tranquillizzare l’ambiente. Alle cinque del pomeriggio, infatti, quattro ore prima della gara, i nordirlandesi erano ancora in albergo, a bordo piscina, con le mogli,

le fidanzate e le immancabili birre in mano. La tribuna stampa saluta ottimista la fine del primo tempo di una pura formalità.

“Te lo ricordi il figlio di Norman?” chiede Bill il barista. “Sembra che il ginocchio operato sia tornato a posto” risponde Ed McAllister, professione falegname, allungando il bicchiere vuoto per chiedere un’altra scura. “Abitano ancora giù, a Danube street?”, “Pare di sì, almeno Aileen, la madre, con gli altri due figli. Il padre invece fa sempre avanti e indietro con Manchester”, “È tanto che non stanno più a Shankill”, “Uh! Saranno quasi sette anni, ma vedrai che adesso andranno tutti a Manchester”, “Norman gli ha dato il suo stesso nome, ci credeva proprio”. Il barista abbassa la manopola della Caffrey’s, riempie il bicchiere tenendolo inclinato e lo riporta lentamente in verticale formando un dito perfetto di schiuma bianca. La birra scura a Shankill è solo Caffrey’s. La Guinness è bandita. Bill solleva il suo scotch e propone un brindisi: “A Norman, il figlio di Norman”. Ed McAllister incoccia vetro su vetro e risponde: “A Norman!”.

Con lo 0-0, la Spagna è prima a 4 punti, l’Irlanda del Nord raggiunge a 3 la Jugoslavia, premiata tuttavia dal regolamento per aver segnato un gol in più. La gente si accalca davanti alla porta del bagno, i bicchieri vuoti tornano indietro, qualcuno esce all’esterno per sgranchirsi le gambe, ma sempre con molta attenzione sebbene il sole non tramonti ancora. Gli uomini dell’UDA si danno il cambio, prima quelli di ronda tra il vicolo e il murales di Re Guglielmo a cavallo, poi quelli sulla porta. A turno bussano al bancone per una bevuta. Una pinta chiara a testa anche per la pattuglia della RUC, tutti anglicani, tutti unionisti, tutti di casa. Bill serve gli astanti e continua a parlare con l’amico falegname seduto al solito sgabello: “È sempre stato forte quel ragazzo, fin dai campionati della scuola”, “Puoi dirlo forte…” esclama Ed sfilando una Camel dal pacchetto accartocciato

“…segnava gol a grappoli, anche contro i più grandi, era una belva in mezzo al campo. Lo

volevano portare a Ipswich, ma Bobby Robson s’è messo a ridere quando gli hanno detto che a Belfast c’era un fenomeno di undici anni”, “E adesso si mangiasse le mani” interviene David, il figlio maggiore di Bill. “Tu non perdere tempo, muoviti!” lo incalza il padre “Guarda i bicchieri ancora da lavare”. Il figlio sistema un vassoio di pinte vuote nel lavandino, apre il rubinetto e continua: “E adesso se lo gode lo United”. McAllister annuisce con la sigaretta accesa stretta tra i denti e avvolto da una nuvola di fumo, dilaniata dallo sventolio del fiammifero appena spento che il falegname stesso fa volare nel posacenere. In tema di calcio e politica, qui dentro, vanno tutti d’accordo: tutti tifosi del Linfield e tutti schierati con l’UDA. Il parlamento di Stormont è sospeso dal ‘72, l’anno peggiore, e il tentativo di rilanciarlo dopo due anni, da parte del Governo laburista di Wilson, era fallito proprio per gli scioperi sostenuti dai partiti unionisti dell’Ulster, quelli che gestiscono da sempre le amministrazioni locali discriminando i cittadini cattolici nell’accesso alle liste di collocamento e nell’assegnazione delle case popolari. Londra governa la regione attraverso il Ministro per l’Irlanda del Nord altresì detto Segretario di Stato, carica sgradita a tutti. L’attuale è James Prior, bocciato dalla Thatcher come Ministro del Lavoro, ma che in aprile ha dichiarato di non aver alcuna intenzione di mettere l’UDA fuorilegge dopo che la stessa Lady di ferro aveva detto: “L’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito tanto quanto il mio collegio elettorale”.

La Spagna rientra in campo con l’esperto Quini al posto di Satrustegui, tra i biancoverdi nessuna faccia nuova. Il caldo di Valencia suggerisce di prendersela comoda e contagia anche il pub di Townsend dove sono pochi quelli già tornati ai propri posti. La fila davanti al bagno non si è ancora esaurita e i vigilanti rimandano tutti dentro, la partita ricomincia. Neanche un minuto e Gordillo avanza sulla fascia sinistra, supera la metà campo, tocca in mezzo per Lopez Ufarte che, in posizione di interno, serve il terzino del Betis fronteggiato da Jimmy Nicholl. Gordillo si accentra, si ferma, si gira e apre all’esterno verso Sanchez, ma il passaggio è troppo corto. Gerry Armstrong, retrocesso in copertura, intercetta col destro, zappa col sinistro per tagliar fuori il ritorno dell’avversario e si ingobbisce in una corsa a testa bassa solo contro tutti. O’Neill lo guarda passare, non lo accompagna, preferisce non sfilacciare la squadra. I rossi ripiegano in fretta, Sanchez rincorre l’attaccante del Watford fin oltre la linea di metà campo, ma rinuncia ad abbatterlo. Alonso lo ha quasi raggiunto e ormai la difesa è schierata in linea. Lontano a destra c’è Camacho, al centro Alesanco affiancato dallo stesso Alonso che fa scalare Tendillo a sinistra urlandogli: “Tòmalo!”. Si riferisce a Billy Hamilton che corre sulla destra d’attacco con la sfera appena ricevuta da Armstrong

all’altezza del vertice dell’area grande. Il numero 11 punta Tendillo in perfetto stile britannico: palla in avanti con l’esterno e spalla a spalla col nemico. Hamilton prende un passo di vantaggio sul difensore, quel tanto che basta per alzare la testa e per crossare in mezzo. Arconada invece prende una “cantata” (come dicono in tribuna) uscendo basso a mano aperta tagliando fuori Alesanco meglio piazzato e soprattutto senza avversari alle spalle. Perché l’unico avversario in turno, Gerry Armstrong, è rimasto fermo all’altezza del dischetto proprio dove va a cadere il pallone smanacciato dal portiere. El tigre di San Sebastiàn, balza in piedi rapidissimo, ma il cannone destro del numero 9 ha già acceso la miccia con il corpo all’indietro: collo pieno, rumore sordo e Mestalla muto. La palla brucia l’erba in linea retta e trafigge rasoterra prima le gambe di Arconada e poi quelle di Alesanco. Il club lealista esplode nell’unico boato bello di questi tempi a Belfast.

Qualcuno se l’è perso, qualcuno esce di corsa dal bagno, gli uomini dell’UDA aprono la porta increduli. Whiteside è inquadrato in primo piano felice tra l’autore del gol che ride e McIlroy che zoppica, poi arriva Hamilton, poi O’Neill. La sovrimpressione dice: 0-1, ma è presto per cantar vittoria.

La Spagna riparte all’arrembaggio: Saura crossa in mezzo da destra, Quini sposta McClelland e lascia passare per Lopez Ufarte solo in area con il sinistro pronto. Pat Jennings rimane immobile, aspetta il tiro, si accartoccia come un gatto sul primo palo e si rialza con la palla tra le mani. I lealisti e gli skinhead di Shankill gli regalano altri applausi. “Se gioca con noi non può essere un repubblicano!” sentenzia McAllister. Townsend gli dà ragione e solleva il bicchiere appena riempito di scotch: “A Pat Jennings!”. “A Pat Jennings!” risponde sottovoce Ed il falegname con la birra già agli sgoccioli. Sammy McIlroy lascia il posto al veterano Tommy Cassidy. Billy Bingham vuole la squadra chiusa, adesso sì che gli sarebbe tornato utile quel pazzo di George Best, accidenti a lui e alla California, alla Florida o dove altro diavolo se ne sta in vacanza da una vita. La Spagna assedia, cross e controcross, Hamilton fa il quinto difensore e allontana di testa, la palla spiove al limite dell’area proprio sul destro al volo di Alonso. Donaghy ci mette la gamba, respinge la bomba e insegue il rimbalzo preoccupato dalla corsa di Camacho che tuttavia si accontenta del fallo laterale proteggendo l’uscita della sfera. Donaghy lo tampona e lo sbatte sui cartelloni pubblicitari.

Il terzino del Real Madrid si gira minaccioso verso l’avversario, nato nei tornei parrocchiali di Belfast, svezzatosi prima a Larne e poi a Londra e rapido nel colpire al volto il numero 2 spagnolo.

Il guardalinee peruviano richiama l’arbitro: cartellino rosso. Donaghy sorride incredulo con la sua faccia da boy scout. Il Mestalla applaude e il pub intero può insultare tre cattolici insieme: l’arbitro, il guardialinee e il giocatore che lascia il campo senza protestare. Con la squadra in dieci, la sala inizia a cantare un classico da queste parti: ‘No Surrender’. Al momento del ritornello, Townsend e McAllister, battono la mano sul bancone: “Then here’s to the boys that fear no noise, and never will surrender. The gates we’ll close against her foes on the eighteenth of december”. Billy Bingham sembra gradire la canzone e fa passare quasi dieci minuti prima di mandare in campo Sammy

Nelson, navigato terzino del Brighton. Il pezzo da sacrificare è proprio il ragazzo di Shankill, Norman Whiteside che, a piccoli passi, porta in panchina il suo numero 16. Tutto il locale lo accompagna con cori e applausi: “Norman Whiteside!!! Norman Whiteside!!!”

Pat Jennings tiene la porta inviolata fino al novantesimo e il risultato non cambierà più. L’Irlanda del Nord vince partita e girone e proseguirà contro Austria e Francia. La Spagna invece dovrà sperare nel Bernabeu per sopravvivere tra inglesi e tedeschi. Nel frattempo su Belfast è sceso il buio, un buio che dura da tredici anni. Le parate orangiste di luglio si svolgeranno nel solito clima di terrore perché la Provisional IRA tornerà presto in azione, così come l’INLA e così come (quando non impegnati nelle faide interne o nei reciproci regolamenti di conti) l’UFF, braccio armato dell’UDA, e l’UVF (Ulster Voluntary Force) nei cui ranghi a giorni, dopo quattro anni e mezzo di galera, rientrerà Lenny Murphy, psicopatico leader degli Shankill Butchers, assassino di cittadini cattolici almeno fino a novembre quando cadrà crivellato da un commando dell’IRA. In ottobre, Gerry Adams e Martin McGuinness risulteranno eletti nelle liste del Sinn Fein per la nuova assemblea legislativa dell’Ulster, ma il processo di pace è ancora molto lungo. Intanto anglicani e cattolici, nella stessa squadra, si abbracciano e saltano felici per aver portato un Paese in guerra al secondo turno. Tra loro c’è anche Norman Whiteside, ragazzo sopravvissuto all’inferno di Shankill, ragazzo che ai prossimi Mondiali del Messico avrà 21 anni e il numero 10 sulle spalle. Sarà il 1986 e i morti in Irlanda del Nord avranno superato quota 2.700.

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tratto da “Notti magiche” –  Graus editore 2018

 

 

 

KENNET ANDERSSON: Nella testa e nel cuore.

di REMO GANDOLFI

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Non è necessario essere un fenomeno per farsi amare.

Anzi.

Spesso sono proprio quei calciatori che non hanno doti naturali eccelse ad entrare nel cuore dei propri tifosi.

Sono quelli a cui madre natura non ha regalato quel dribbling ubriacante, quel tocco di palla magico o quella visione di gioco quasi sovrannaturale,

Ma sono quelli che ci assomigliano di più, che ce li fanno sentire più vicini perché sono più o meno come noi, che magari abbiamo giocato una vita in campetti di periferia in campionati di categoria o addirittura negli amatori.

Ma lottano, corrono, saltano, picchiano, le prendono … e sudano tutte le gocce di sudore che hanno in corpo dal primo all’ultimo minuto di OGNI partita.

Kennet Andersson è uno di questi.

Ci ha messo parecchio tempo prima di riuscire a ritagliarsi uno spazio nel calcio che conta.

E’ nella stagione 1990-1991 nelle file del Goteborg, allora la squadra più forte di Svezia, che finalmente riesce ad emergere.

Kennet non è più un ragazzino … ha quasi 24 anni.

13 reti in 16 incontri (e capocannoniere del torneo) però sono un eccellente bottino che finisce per suscitare l’interesse di qualche club europeo.

Niente di trascendentale per carità !

Sono i belgi del Malines (o Mechelen nella dizione fiamminga) ad assicurarsi le prestazione del longilineo attaccante svedese.

Ma la consacrazione definitiva non arriva.

Due stagioni mediocri e il ritorno in Svezia nelle file del IFK Norrkoping dove ritrova i gol e la fiducia in se stesso.

Arriva la proposta dei francesi del Lilla e Kennet stavolta non tradisce le attese.

11 reti sono un buon bottino ma tutti iniziano ad accorgersi del suo strapotere nel gioco aereo che, se sfruttato adeguatamente, può diventare un’arma letale.

Sicuramente di questo avviso è l’allenatore della Svezia Tommy Svensson che decide di fare di Kennet il punto di riferimento offensivo della nazionale gialloblu da lui guidata ai Campionati del Mondo negli Stati Uniti nell’estate del 1994.

Kennet non solo vince praticamente tutti i duelli aerei, facendo sponde e assist preziosissimi per Dahlin e Brolin, i suoi due compagni di reparto, ma in quel Mondiale segnerà la bellezza di 5 reti, compresa una al Brasile https://youtu.be/HIXhsx3h9y8  e un’altra nei quarti di finale con la Romania, contribuendo in maniera determinante a portare la nazionale svedese al 3° posto, miglior piazzamento di sempre dopo il secondo posto ai Mondiali organizzati in casa nel lontano 1958.

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A quel punto ci si attende il suo passaggio in una grande del calcio europeo ma sono in tanti a storcere il naso: Kennet è lento, non è leggiadro ed elegante e non ha certo una tecnica sopraffina.

Lascia si il Lille, ma per trasferirsi in una piccola cittadina della provincia francese, Caen.

Un altro ottimo campionato e finalmente arriva la chiamata da quello che in quel momento è il campionato più bello e attraente del pianeta; quello italiano.

Ma anche stavolta non è una squadra di prima fascia a tesserare Kennet ma il Bari che, più lungimirante di tanti altri, vede nel gigante svedese qualità che altri sembra proprio non vogliano riconoscere.

A Bari Kennet gioca una stagione strepitosa formando con il “principe” Igor Protti una delle coppie più letali di tutto il campionato italiano (a quei tempi la vera NBA del calcio).

A fine stagione per Kennet saranno 12 reti ma Igor Protti sarà addirittura capocannoniere in quella stagione con ben 24 reti, davanti a calciatori del calibro di Gabriel Batistuta, Enrico Chiesa, Abel Balbo, Oliver Bierhoff o George Weah.

Due giocatori che insieme realizzano 36 gol garantirebbero praticamente a qualsiasi squadra un posto in Coppa Uefa.

Per il Bari non sarà così.

Anzi, arriverà un amara retrocessione nonostante l’ottavo miglior attacco del campionato.

E’ però evidente che il posto di Andersson è la serie A ma ancora una volta non ci sono gli squadroni a fare la fila per accaparrarsi i servigi del biondo attaccante di Eskilstuna.

Sarà il Bologna del Presidente Gazzoni e di Mister Ulivieri, neo promossa nella massima serie, a puntare su Kennet.

Stavolta la scommessa è vinta in pieno.

E sarà, da subito, una meravigliosa storia d’amore.

Bologna “la dotta” non è una piazza qualsiasi.

A Bologna i tifosi sanno aspettare e soprattutto sanno CAPIRE quando ci sono le qualità … che non sono solo quelle squisitamente calcistiche.

Ci sono, soprattutto, quelle umane.

Impegno, dedizione, sacrificio, amore per i colori e per la città fanno, a Bologna, la differenza.

Kennet s’innamora di Bologna e i bolognesi di questo lungagnone biondo che è impossibile non notare … ma che in campo non si nasconde mai, neppure nelle giornate meno ispirate.

E nemmeno fuori dal campo, quando lo puoi trovare nei locali di questa meravigliosa città nel pieno della notte.

In più, c’è un allenatore, il sanguigno Renzo Ulivieri, che è talmente intelligente da capire immediatamente quello che Kennet sa fare, quello che non sa fare e … quello che sa fare meglio di tutti !

E allora alla faccia dei “puristi” del bel gioco palla a terra, tecnico e creativo, il Bologna decide invece di giocare quasi solo esclusivamente su Kennet Andersson.

Niente trame intricate, passaggi corti, manovre partendo dalla difesa creative e strutturate.

No, niente di tutto questo.

Palla lunga su Kennet che ha da sempre questa incredibile capacità di “sgonfiare” qualsiasi pallone anche quelli che sembrano imprendibili, portandolo dalla ionosfera al prato del Dall’Ara, appoggiarlo ai compagni e mettendoli spesso in condizione di segnare.

Andersson si sacrifica, salta, lotta, apre spazi e prende botte.

Quasi mai gli arbitri lo tutelano (vero Sig. Nicchi ?) perché è grande e grosso e pensano che forse sia giusto che prenda anche qualche calcione o gomitata in più.

Andersson vive Bologna appieno … di giorno e di notte.

Impossibile non notare i suoi 193 centimetri e la sua chioma bionda.

Ma Bologna sa proteggere, tutelare e coccolare i suoi figli.

A Bologna rimane 3 stagioni e del suo altruismo e delle sue qualità “approfitteranno” giocatori come Roberto Baggio e Beppe Signori, sempre per’altro prontissimi a riconoscere le qualità di Kennet.

L’ultima stagione di Kennet al Bologna è memorabile … e avrebbe potuto diventare leggendaria se un gol su calcio di rigore di Blanc ad una manciata di minuti dalla fine non avesse strappato ai felsinei una meritata finale di Coppa Uefa.

Torneo che per i rossoblu era iniziato il 18 luglio dell’anno prima in una partita di Intertoto contro il National Bucarest !

Al termine della stagione arriva la chiamata di una grande squadra.

Finalmente.

E’ la fortissima compagine biancoceleste di Patron Cragnotti, zeppa di fuoriclasse come Nesta, Veron, Salas, Boksic, Almeyda, Nedved e Mihailovic, che vede in Kennet il perfetto uomo-squadra per tutte le occasioni.

Kennet è ovviamente combattuto. Lasciare Bologna non è facile anche perché il Bologna è ora una squadra con progetti e ambizioni diverse da quella in cui era arrivato Kennet tre stagioni prima.

Ma ad ottobre di quell’anno gli anni saranno 32 e per Kennet è un’occasione da non perdere.

Purtroppo per lui le cose non andranno come previsto.

Gli spazi per lui sono ridotti al lumicino e il gioco praticato dai laziali, squadra davvero bella e con un tasso tecnico impressionante, non esalta certo le caratteristiche di Kennet.

Il Bologna, con l’ex portiere Buso in panchina, stenta in campionato.

Occorre correre ai ripari: la Lazio è stato un brevissimo flirt ma l’amore è ancora il Bologna.

Kennet torna nella città dove è stato felice e Bologna lo accoglie a braccia aperte.

La squadra, passata nelle sapienti mani di Francesco Guidolin, è pronta per risalire la china.

Al Dall’Ara arriva l’Inter di Ronaldo, Zamorano, Zanetti, Baggio, Vieri, Paulo Sosa e Peruzzi.

E’ il 7 novembre.

https://youtu.be/jrAJxy2u_Xc

Il Bologna giocherà un ottimo girone di ritorno terminando la stagione in una tranquilla posizione di metà classifica.

Per Kennet sarà l’ultima stagione con gli amati colori rossoblù.

Andrà in Turchia e darà un contributo importante alla conquista del titolo da parte del Fenerbahce, dopo 4 anni di dominio ininterrotto da parte degli acerrimi rivali del Galatasaray.

Un secondo anno non altrettanto positivo e poi il ritorno in Svezia dove chiuderà la carriera a 38 anni in una squadra dilettantistica.

Kennet poco tempo fa è tornato a Bologna.

A ritrovare i vecchi amici, a passeggiare per le vie del centro e a far conoscere quella Bologna che porta ancora nel cuore anche ai suoi due figli, Stella e Liam.

Ovviamente è tornato anche al Dall’Ara, dove è stato accolto con il solito calore, da cori e striscioni.

… e dove, al centro dell’attacco, ci sarebbe anche oggi un grande bisogno di un giocatore come Kennet Andersson.

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https://youtu.be/zDl_V0rY7Uo

 

GIA GARANGI “Il cigno nero della moda”

di LISA AZZURRA MUSETTI

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È il 18 Novembre del 1986 e siamo a Philadelphia,  negli Stati Uniti.  Il tempo è un tripudio di pioggia, le gocce scendono incessanti dal cielo come fossero lacrime. Anche un’infermiera del Hahnemann University Hospital sta piangendo. Sono le dieci del mattino e lei ha appena coperto con un lenzuolo un corpo. Sotto quel lenzuolo vi è una stella caduta. Il viso distrutto,  rovinato dall’abuso di eroina eppure ancora bellissimo, un fisico deperito e mangiato da un morbo che nei mistificati anni ottanta sembrava essere quasi uno status symbol : l’ AIDS.  Sotto quel lenzuolo, a soli ventisei anni, si è addormentata per sempre colei che è ritenuta una delle prime vere top model: Gia Maria Carangi.

La bellissima Gia nasce, terzogenita, nel Gennaio del 1960 da padre di origini italiane e madre di origini irlandesi e dopo la separazione di questi ultimi,  quando lei ha quindici anni, rimane a vivere col padre ed I fratelli.  La ragazzina è la classica ribelle incazzata con il mondo e come spesso accade riversa quell’ odio in un inizio di autodistruzione attraverso l’uso di stupefacenti e pessime compagnie. Qualcos’altro però cambia la sua vita in quel periodo, cioè la scoperta della sua omosessualità.

Due anni dopo l’ancora teenager Gia incontra in un locale un fotografo che le propone uno shooting.  Perché no?

Il book realizzato arriva all’agenzia di moda newyorkese “Wihelmina Models”. Impossibile non notarla,  lei è troppo diversa. Le altre sono magrissime, lei è snella e forte,  le altre sono algide, lei è sanguigna, le altre sono ghiaccio,  lei è fuoco.  Il contratto arriva immediato ed il successo pure.  Tutti la vogliono : Armani, Dior, Versace, Yves Saint Laurent… ma alle leggi naturali non si scappa ed una in particolare dice che tutto ciò che sale prima o poi deve scendere. Lei non ha mai smesso di drogarsi ed alla morte,  causata da un tumore, della sua migliore amica nonché amante Wihelmina Cooper la signorina Carangi perde il controllo della sua esistenza.  Gli stilisti la vedono svenire sulle passerelle, i fotografi ed i truccatori non riescono più a nascondere le tracce dei buchi da siringa che cospargono il corpo della ragazza ed i giornalisti non tollerano più i suoi scatti isterici dovuti alle crisi di astinenza.

La supermodel decide di provarci, di entrare in un centro di riabilitazione. I traumi che rievoca attraverso le varie sedute furono tremendi: violenza domestica da parte del padre,  psicologica da parte della madre è perfino stupri da vari spacciatori. Il “cigno bianco” del fashion business aveva perso le sue piume ed era diventato il “cigno nero” come nel balletto classico di Cajkovskij. Uscita dall’Istituto passa da un lavoretto precario all’altro tornando in breve tempo a far uso delle Bianche Signore.  Siamo nel 1985 e l’anno successivo, dopo un ricovero praticamente coatto le viene diagnosticato l’AIDS.

Anche al Cigno Nero si erano spezzate le ali.

Quando,  poco dopo averla coperta definitivamente, l’infermiera si voltò con gli occhi ancora umidi vide sul comodino del letto un diario.  Lo aprì senza pensarci.  Queste erano le ultime parole che una donna tanto bella quanto maledetta dagli Dei aveva lasciato al mondo :

“Vita e morte

energia e pace

se mi fermo oggi

ne valeva comunque la pena

anche gli sbagli terribili che ho fatto

e che disferei se potessi

le pene che mi hanno bruciato e lasciato cicatrici sulla mia anima

ne valeva la pena

perché mi hanno permesso di camminare dove ho camminato

che è stato l’inferno in terra

il paradiso in terra

e ritorno

all’inferno

sotto

lontano

in mezzo

dentro

e sopra.”

 

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MICHAEL LAUDRUP: “Amleto”

di RENATO VILLA

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1.

Mi hanno chiamato.

Io ho finito la stagione il venti maggio.

Ho vinto una Coppa dei Campioni.

Ho visto la convocazione, e mi sto chiedendo cosa possano volere da me.

 

Penso però che, orgogliosamente, mi farebbe anche piacere rappresentare il mio Paese in una manifestazione importante come il Campionato Europeo di calcio.

 

Poi, il mio sguardo cade sui sorteggi dei gironi, e mi passa la voglia solo di pensarci.

 

Ma chi me lo fa fare di interrompere le vacanze per andare a prendere bastonate in un girone già scritto, nel quale noi danesi siamo solo la Cenerentola?

Chi?

 

Forse, potrebbe farlo il mio orgoglio.

 

2.

Ho ancora sullo stomaco quell’ottavo di finale di sei anni fa.

Eravamo nettamente più forti della Spagna.

Non doveva esserci partita.

 

Tanto che, nonostante le prodezze del loro portiere, riuscimmo a portarci in vantaggio.

A quel punto, tutti noi pensammo di essere ai quarti.

Pensavamo che nulla e nessuno avrebbe potuto toglierci quella giusta qualificazione.

 

E poi…

E poi chissà cosa sarebbe successo, se non ci fossimo suicidati all’ultimo minuto del primo tempo, prendendo un gol assurdo.

Con i nostri occhi vedevamo il pallone, con la mente vedevamo le semifinali.

Le semifinali.

Mondiali.

Non una cosa di tutti i giorni.

 

3.

Però non ci abbiamo creduto abbastanza.

Abbiamo mollato gli ormeggi, per dirla in gergo marinaresco.

Abbiamo segnato e ci siamo illusi.

E illudersi fa male.

 

Poi, quando subimmo il pareggio, a tempo quasi scaduto, il mondo ci cadde addosso.

Ci sentivamo traditi da noi stessi.

Noi, che eravamo i più forti.

Noi, che eravamo i più belli.

Noi, che esaltavamo la folla.

Noi, che tornavamo a casa.

 

4.

La nostra favola era finita lì.

Perché poi non eravamo mai più stati all’altezza del nostro valore di allora.

Avevamo sempre fallito.

 

Due anni dopo, in Germania, avevamo fatto una figura desolante, ed avevamo finito il nostro Europeo senza segnare un gol.

 

Ai mondiali in Italia non eravamo neanche presenti.

Della magnifica squadra che aveva stupito nel mondiale di quattro anni prima in Messico era rimasto solamente il ricordo, oltre a quei pochi giocatori che allora erano giovani.

 

La Federazione aveva deciso di ricostruire, di ripartire da zero.

Obiettivo, Svezia 1992.

Ma non aveva fatto bene i conti.

Per niente.

Finimmo secondi nel girone, dietro alla Jugoslavia, che le vinse tutte.

 

Eravamo rassegnati all’ennesimo fallimento.

 

Poi…

Poi accadde qualcosa.

 

5.

Accadde che, mentre ero in vacanza e pensavo felice a quella coppa vinta poco tempo prima, mi arrivò una telefonata.

Una telefonata strana.

Mi chiedeva se potevo andare in Svezia per l’Europeo.

 

Era il selezionatore della nazionale danese.

Subito pensai a uno scherzo, visto che avevamo finito il girone secondi.

 

C’era qualcosa che non andava.

 

Così, una volta riuscito a staccarmi dal telefono, pensai a come informarmi.

 

Pensavo a uno scherzo, almeno all’inizio.

Poi accesi il televisore nella mia camera d’albergo.

 

Non ebbi bisogno di guardarla.

Squillò ancora il telefono.

 

Era mio fratello.

 

6.

“La Jugoslavia è fuori”.

Quelle furono le prime parole che mi disse.

Non mi salutò nemmeno.

Poi ci fu la richiesta di interrompere le vacanze, cosa che lui aveva già fatto, perché avremmo dovuto giocare l’Europeo.

 

Lo ascoltai.

E, mentre lo ascoltavo, mi chiedevo cosa ci sarei andato a fare in Svezia.

 

I “plavi” ci avevano allegramente tritato.

Non meritavamo quell’occasione.

 

Non meritavamo quella speranza.

 

E poi, le vacanze sono le vacanze.

Sono sacre.

 

Non scherziamo.

 

7.

Certo, la voglia di tornare indietro e aggregarsi alla squadra fu forte.

Perché, in fondo, sarebbe comunque stato un altro torneo importante da giocare.

 

Però…

però c’era un problema.

 

Non sapevo cosa fare, e tanto meno cosa dire.

Non avrei avuto il coraggio di giocare un torneo per il quale non mi ero qualificato.

Sarò fatto male, ma sono così.

 

Ma tutti premevano perché andassi.

In fondo, ero il giocatore più rappresentativo.

Quello col nome più importante, che aveva giocato nelle squadre più grandi.

 

Anche questo mi piaceva poco.

 

E io continuavo ad essere indeciso.

 

8.

Poi, dopo una lunga discussione con mio fratello e col selezionatore della nazionale, cominciai ad avere le idee un po’ più chiare.

 

Anche se relativamente, ovvio.

 

Ma la mia idea era sempre quella di restare a casa, anche se difendere i colori della bandiera mi attirava.

 

In fondo, ad ogni giocatore interessa essere chiamato in nazionale.

Anche se, nel mio caso, mi sentivo un po’ come l’ancora di salvezza, il gancio al quale potersi appendere.

 

E non mi pareva.

 

9.

Mi presi qualche giorno di tempo, in fondo quella era una scelta da ponderare bene e le vacanze sono pur sempre le vacanze.

 

Ci demmo una scadenza, così loro sapevano che per quella data avrei comunicato la mia decisione e mi avrebbero lasciato in pace fino al mio ritorno a Barcellona.

 

Sì, lo ammetto, me la presi comoda, sfruttando il fatto che ero il giocatore più rappresentativo del mio paese.

 

Insomma, la feci sporca.

 

Poi, però, non mi sentii di dire a Moller Nielsen che avrebbe dovuto lasciare qualcuno a casa per poter far giocare me.

 

Non sarebbe stato giusto.

 

Così, presi il telefono e gli dissi che rinunciavo.

Definitivamente.

 

10.

Poi, decisi che mi sarei guardato gli Europei dal divano di casa, senza alcun rimpianto.

Svezia, Francia e  Inghilterra sarebbero state le nostre avversarie.

 

Ora, erano le “loro”.

 

Un po’ mi dispiaceva, ma nella vita non si può avere tutto, e io in quell’anno avevo già avuto tanto.

 

E poi, ero convinto che la spedizione sarebbe finita male.

 

Erano la squadra più debole, e lo sarebbero stati anche con me.

A meno di un miracolo.

 

11.

Vidi le partite del girone quasi rassegnato.

Non avrei mai pensato che quella squadra, raccolta e radunata in pochi giorni, sarebbe riuscita a fare tre punti e a passare il turno.

 

Ero contento per mio fratello, che stava giocando un europeo sontuoso.

Se avevano passato il girone, e dico “avevano” e non “avevamo” perché parlo di loro, gran parte del merito era di Brian.

 

Non dico che cominciavo a pentirmi di essere rimasto a casa, quello no.

 

Però loro una bella soddisfazione se l’erano tolta, alla faccia dei bookmakers.

 

E in semifinale avrebbero incontrato l’Olanda campione in carica.

Quella di Van Basten, Gullit e di tanti altri campioni.

 

Una sfida impari.

Una sfida impossibile.

 

Ma, pensai, nel calcio nulla è impossibile

 

12.

La sera della sfida con l’Olanda ero tentato di non guardare la partita.

Temevo un massacro.

un’umiliazione.

E, anche se non ero in campo, sono pur sempre danese.

Non ci tenevo ad assistere ad un’ esecuzione.

 

Poi pensai che, in ogni caso, era già stato un successo.

Perché di passare il girone non era convinto nessuno.

 

Così, accesi il televisore, pronto ad assistere ad una sonora sconfitta.

Se poi fosse successo altro… non mi sarebbe certo dispiaciuto.

 

13.

Fu una partita incredibile.

Come, d’altra parte, molte di quell’ Europeo.

 

Gli olandesi giocarono con la convinzione di essere già in finale.

La Danimarca ci mise l’anima, un po’ perché se proprio doveva perdere voleva farlo con onore, e un po’ perché vedeva la possibilità di giocare la finale, di fare la grande impresa.

 

Io ero lì, seduto sul mio divano, a pensare a cosa avevo buttato via, a quale occasione stavo rischiando di perdere.

 

Perché la partita finì in parità, e si passò ai supplementari.

 

Le squadre erano stanche e sfiduciate, e decisero di giocarsela ai rigori.

Solo che loro avevano una classe media molto superiore alla nostra.

 

Ma noi avevamo Schmeichel.

 

14.

La serie infernale si decise quando Peter parò il tiro dal dischetto a Marco Van Basten.

 

Lì gli olandesi crollarono di schianto.

L’errore del loro giocatore  più forte e più rappresentativo li abbattè.

 

Quando la partita finì, vidi quelli che avrebbero dovuto essere i miei compagni festeggiare una finale conquistata.

Una INCREDIBILE finale conquistata.

 

Una vittoria impossibile.

 

E ora, in finale, ci aspettava la Germania.

Quella Germania che quattro anni prima ci aveva battuto, in casa sua.

 

Ma stavolta…

stavolta doveva essere un’altra partita.

 

15.

La Germania.

 

L’avevamo stroncata nel 1986, quasi senza fargli vedere palla.

Poi loro erano arrivati in finale.

Con noi, arrabbiati e delusi, a casa.

 

Due anni dopo, si erano invertite le parti.

Ci avevano asfaltato impunemente.

Comunque, loro erano andati avanti e noi a casa.

Come al solito.

 

Stavolta no.

Era la bella.

Ed era una finale.

 

Non sapevo dove l’avrei vista, se a casa o in un locale, in mezzo alla gente.

 

So solo che volevo vincere.

Anche se non ero in campo.

 

16.

Camminai un paio d’ore per Barcelona.

Non avevo voglia di stare al chiuso.

L’attesa mi stava consumando, più che se avessi dovuto giocare.

 

Così, mi cercai un locale nel quale vedere la finale.

La “mia” finale.

Quella che avrei dovuto giocare, e che non giocavo.

 

Quella che avrei pagato per giocare.

E che avevo rinunciato a giocare per la mia eterna indecisione.

 

Non sono mio fratello, lui si butta nelle avventure.

 

Io sono il pallido prence.

Il timido.

l’indeciso.

 

Quello che ha buttato qualcosa di leggendario perché non ci credeva.

A volte avere delle illusioni è una bella cosa.

 

17.

Trovai un locale nascosto in un vicolo.

Non me la sentivo di andare in uno di quei posti “in” nei quali sei riconosciuto anche dai tavoli.

 

Volevo un po’ di privacy, e di silenzio.

 

D’altra parte, anche se era una finale, la Spagna non giocava.

Ma giocava la Danimarca, e io ci tenevo a vederla tranquillamente.

 

Non  volevo che la gente si fermasse al mio tavolo per chiedermi l’autografo.

Volevo solo vedere la partita.

 

Così mi andai a sedere ad un tavolino in un angolo, in ombra.

Per fortuna vedevo bene lo schermo.

E, già che c’ero, ordinai da bere.

Così, per confondermi tra la folla.

 

18.

La birra arrivò.

Non persi tempo e la assaggiai.

Il collegamento stava per iniziare, ed io ero lì che sentivo battere il cuore.

 

Non mi era mai successo.

Ma stasera non giocavo.

Ero un semplice tifoso.

 

Della squadra, ma non solo.

Il cuore batteva per mio fratello, che sarebbe stato in campo fin dall’inizio.

 

Non ci pensai due volte e buttai giù un altro sorso di birra.

In fondo sono danese, e la birra è bevanda nazionale.

Aiuta a passare il tempo, a lasciar scivolare via l’attesa.

 

Perché l’attesa consuma i nervi.

Logora.

Rende irritabili.

Cosa che a me non era mai accaduta prima.

Mai.

 

19.

La partita iniziò come tutti ci aspettavamo.

I tedeschi all’attacco e la Danimarca a difendere.

 

D’altra parte eravamo stati definiti “Cenerentola al ballo di corte” da tutta la stampa mondiale.

E ce lo stavamo godendo il ballo di corte.

 

Sì, perché non passò neanche metà del primo tempo che andammo in vantaggio grazie a un contropiede fantastico.

 

I tedeschi cominciavano a non capirci più nulla.

Non era da loro farsi prendere di sorpresa.

 

Noi c’eravamo riusciti.

 

20

 

Jensen.

 

Aveva segnato Jensen.

Un onesto corridore di centrocampo.

 

Per i tedeschi era uno sfregio.

Avessero preso gol da Brian, che di quella Danimarca era il miglior talento, non se la sarebbero presa così tanto.

 

Invece s’incazzarono, e di brutto.

Ci assediarono.

 

Ma non riuscirono a cavar fuori niente.

 

Non era serata.

 

Quando il primo tempo finì, noi eravamo ancora in vantaggio.

 

E loro erano furiosi.

 

21.

Ordinai un’altra birra, per il secondo tempo.

 

Arrivò appena prima del calcio d’inizio.

 

I tedeschi si avventarono all’attacco come non li avevo mai visti.

 

Volevano recuperare quel gol.

Volevano vincere.

E, minuto dopo minuto, iniziarono a scoprirsi sempre di più.

 

Anche perché il nostro portiere stava parando tutto, e la nostra difesa reggeva l’urto.

Continuo

 

Vedevo mio fratello Brian sfiancarsi in corse, per recuperare sugli avversari, che  io non avrei mai fatto.

 

Non era da me.

E capii in quel momento cosa mi ero perso.

 

22

L’ attacco tedesco continuò per quasi tutto il secondo tempo.

 

Poi, un lampo improvviso.

Una lama squarcia la difesa tedesca.

E quella lama porta La maglia numero 18.

Kim Vilfort.

 

Ha la figlia in ospedale.

Leucemia.

 

E’ il giocatore al quale avrei tolto il posto, se fossi andato.

 

Vola verso la porta tedesca, palla al piede.

E piazza il pallone in un angolo.

 

Scatto in piedi, birra in mano.

Ora è proprio finita.

 

Guardo il boccale.

Guardo il tavolo.

Vabbè, puliranno dopo.

 

Sono contento.

Per loro.

E per me.

 

Me la sono goduta lo stesso.

 

Anche se in campo…

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MATIAS ALMEYDA: Un guerriero non si arrende MAI.

di REMO GANDOLFI

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E’ il 26 giugno del 2011.

E’ il  giorno più nefasto nei 110 anni di storia del Club della “Banda”.

Il pareggio (1 a 1) di quel pomeriggio al Monumental contro il Belgrano significa per il River Plate la retrocessione nel “Nacional B”, la serie cadetta del calcio argentino.

Qualcosa di impensabile per un Club con la tradizione, il seguito e i successi del River.

Matias Almeyda, squalificato per aver ricevuto la 5a ammonizione nella partita di andata di questa finale “play-out” persa dal River per 0 a 2, assiste inerme da bordo campo a quell’imprevedibile e devastante tracollo.

“El Pelado” ha già comunicato da diverso tempo al suo Presidente Daniel Passarella che quella sarebbe stata la sua ultima stagione in pantaloncini corti.

Ha quasi 38 anni e di chilometri in una “cancha” ne ha percorsi davvero tanti.

Matias Almeyda è il River Plate.

E’ il giocatore simbolo, il più rappresentativo, il più carismatico e secondo praticamente tutti, tifosi e addetti ai lavori, è ancora il più forte, il più resistente e soprattutto è sempre l’ultimo a “mollare”.

Con i “Millionarios” Almeyda ha fatto tutto il percorso nelle giovanili.

Da quando, a 15 anni, lasciò la sua famiglia ad Azul, 300 chilometri a sud di Buenos Aires, per fare il calciatore.

Nel River ha esordito in prima squadra nel febbraio del 1992, a 18 anni e con “La Banda” ha giocato fino al 1996 per poi trasferirsi in Europa e diventare uno dei centrocampisti difensivi più forti del pianeta.

Nel “suo” River Matias ci torna nell’agosto del 2009, quando di anni ne ha già quasi 36 e soprattutto dopo che per quasi 4 anni non ha più giocato a calcio in squadre professionistiche.

Sono stati 4 anni terribili per Matias ha dovuto combattere contro un forte stato depressivo e problemi di dipendenza dall’alcol.

In quei 4 anni si accorge che il calcio gli manca molto più di quanto potesse immaginare e quando arriva la proposta di Enzo Francescoli, Direttore Sportivo del River, di tornare a giocare a calcio nel suo adorato Club, Matias Almeyda rinasce.

Molti, quasi tutti, lo interpretano come il gesto di una grande società che tende la mano ad uno dei suoi figli prediletti che sta attraversando un momento di grande difficoltà personale.

Sarà per molti, quasi tutti, un grande equivoco.

Matias Almeyda è ancora un fantastico calciatore di futbol e sarà determinante nel riportare il River Plate in posizioni di prestigio del calcio argentino grazie alle sue doti di leadership, di corsa e di intelligenza tattica.

 

Oggi però, in questo tragico 26 giugno, Matias non è in campo.

Doveva essere la sua ultima partita con il River.

Invece è solo uno spettatore, un hincha in più che sta soffrendo per una retrocessione che si è trasformata da incubo delle settimane precedenti in una spietata realtà.

A fine partita ci sarà tanta rabbia e purtroppo anche tanta violenza di una parte dei sostenitori del River che semplicemente non riescono ad elaborare questo dolore enorme.

Il senso di colpa che attanaglia il Presidente Passarella, la dirigenza, lo staff tecnico e tutta la rosa è un macigno pesantissimo da portare.

La storia li ricorderà in eterno per essere “quelli che sono retrocessi con il River”.

Un marchio a fuoco sulla loro pelle, sulle loro carriere e sulle loro vite.

Matias Almeyda passerà quella notte a piangere “come non avevo mai fatto in vita mia per una partita di calcio” dirà in seguito.

Solo che Matias Almeyda è un guerriero.

E’ un lottatore indomito.

E’ un leone.

“11 ALMEYDA” c’era scritto su uno striscione nella curva nord dell’Olimpico, quella dei tifosi della Lazio che hanno potuto vedere probabilmente la migliore versione di Matias calciatore.

La mattina dopo il dolore si è già trasformato in qualcosa di diverso.

E’ diventata “sete di rivincita”.

Due mesi prima, quando Matias aveva comunicato a Passarella la sua decisione di smettere con il calcio, “El Caudillo”, che avrà tanti difetti ma è un uomo intelligente che conosce il calcio e conosce il River Plate gli aveva risposto così “Pela, io se fossi in te giocherei almeno un altro semestre. Ma se davvero vuoi smettere io voglio te sulla panchina del nostro “querido” River”.

 

Matias Almeyda si ricorda di quella conversazione.

Prende in mano il telefono.

Sa che le cose sono cambiate e sa benissimo che è una follia, un’autentica follia prendere in mano il River in un momento del genere.

“Daniel, se tu non hai intenzione di mollare sappi che non ce l’ho di certo io”.

Queste sono le parole di Matias in quella telefonata al suo presidente.

A Daniel Passarella non sembra vero.

Matias Almeyda, l’uomo più amato da tutto il popolo del River, è disposto a sedersi sulla panchina dei Millionarios.

Con tutto da perdere e nulla, ma veramente nulla da guadagnare.

Matias ha infatti una sola possibilità: riportare il River nella massima divisione argentina.

Qualunque altro risultato sarebbe inaccettabile.

Un’autentica catastrofe, identica, se non peggiore, a quella di essere retrocessi.

Solo che Matias Almeyda quella sfida l’accetta.

Per amore del River certo.

Ma anche e soprattutto perché Matias Almeyda, come dicono da quelle parti, “tiene dos huevos asi !”.

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Sarà un anno difficilissimo, lunghissimo, faticoso e stressante.

In giro per la Provincia argentina contro piccoli Club che contro il River giocano “la partita della vita”, con calciatori che contro i “Millionarios” sputano anche l’anima in campo consci che una “vetrina” così probabilmente non capiterà più.

Ci saranno momenti duri, attanagliati dalla paura di non farcela.

Anche la panchina di Almeyda ad un certo punto della stagione sembra essere assai traballante.

Ci penserà il bomber Cavenaghi a fare da portavoce per tutta la squadra “schiarendo” definitivamente l’aria.

“Se mandate via Almeyda ce ne andiamo anche noi” questo è quello che si sentiranno dire Daniel Passarella e la dirigenza del River.

Ed esattamente 362 giorni dopo, il 23 giugno del 2012, grazie alla doppietta di David Trezeguet contro l’Almirante Brown il River Plate, il River tornerà nella massima serie del calcio argentino.

Matias Almeyda, il condottiero che aveva tutto da perdere e nulla da guadagnare, ce l’ha fatta.

 

https://youtu.be/6Wp_2o3yQ2g

 

 

EPILOGO

 

Mancano poche ore alla partita che potrebbe sancire il ritorno del RIVER PLATE nella massima serie del calcio argentino, quella che i Millionarios giocheranno contro l’Almirante Brown al Monumental.

A Matias Almeyda arriva questo messaggio.

 

“Manca davvero poco alla tua gran finale contro l’Almirante Brown e io ho appena chiesto a Dio di aiutare il River a vincere questa partita.

Forse non mi crederai.

Però è esattamente quello che ho fatto.

Parliamoci chiaro.

Se tu non fossi l’allenatore del River Plate non glielo avrei mai chiesto.

Anzi.

Invece di guardare la partita del River domani metterei nel videoregistratore un vecchio film in bianco e nero e non me ne fregherebbe nulla di quello che succede nella cancha del Monumental.

Solo che io sono totalmente dalla tua parte e spero con tutto il cuore che tu ce la faccia amico mio.

Ma comunque vada ti voglio dire una cosa: tu devi essere sereno.

Perché una partita o un campionato non possono cambiare nulla di quello che sei tu come persona.

“Pela” tu sai quanto ti ammiro e quanto ti voglio bene.

Ti ho conosciuto davvero solo pochi anni fa ma quello che ho capito di te mi ha colpito in maniera incredibile.

Persone come te stanno scomparendo dalla faccia della terra.

Persona che hanno una parola sola, una faccia sola.

Persone che danno valore alla verità … e all’amicizia.

Ti auguro il meglio “Pelado”.

Dal profondo del cuore e credimi … mai e poi mai avrei immaginato di chiedere a Dio di aiutare il RIVER PLATE !!!

E’ completamente folle se ci penso.

… e se questo è successo il merito è tuo, soltanto tuo, querido Pelado.

Firmato: DIEGO ARMANDO MARADONA.

 

Postilla

Matias Almeyda, dopo essere stato uno dei più grandi centrocampisti del calcio mondiale è ora uno dei migliori allenatori in circolazione.

Il suo curriculum è eccellente.

In tutte le squadre dove ha allenato ha lasciato il segno per la professionalità, per la proposta di gioco e per gli eccellenti risultati.

Il suo futuro sarà presto qui da noi, in Europa, in una importante realtà calcistica.

E’ solo questione di tempo prima che accada.

Pochissimo tempo.

“Garra, calcio offensivo e risultati”.

Queste le garanzie del “Pelado”.

… resta solo da vedere chi sarà il primo e più lungimirante Club del vecchio continente a pensare a lui …

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Un ringraziamento speciale alla rivista “El Grafico”, al bellissimo sito revistauncanio e alla meravigliosa biografia su Matias Almeyda scritta dal bravissimo Diego Borinsky, tutte fonti dalle quali ho attinto a piene mani per questo pezzo su Matias Almeyda, calciatore, allenatore e persona che personalmente apprezzo davvero tantissimo.