CUAUHTEMOC BLANCO: L’ultimo imperatore azteco.

di REMO GANDOLFI

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“Se ve lo dico io potete fidarvi.

Sono più di 30 anni che vado in giro per il mondo ad assistere a partite di calcio.

Dove gioca il Messico ci sono anch’io.

Che sia Copa America, CONCACAF e soprattutto Campionati del Mondo.

Io ci sono.

Nel 1986 ero uno studente di letteratura e i Mondiali si giocavano proprio nel mio Paese.

Ricordo tutto, ma proprio tutto di quel Mondiale.

C’erano fior di giocatori nella nostra Nazionale.

Fernando Quirarte, Manuel Negrete e soprattutto lui, Hugo Sanchez, che in Europa aveva dato spettacolo con il grande Real Madrid.

E ho visto tutti gli altri grandi giocatori che il mio Paese ha sfornato fino ad oggi.

Ramon Morales, Jorge Campos, Rafael Marquez, Carlos Hermosillo, Jared Borgetti, Luis Hernandez, Luis Roberto Alves fino al Chicharito Hernandez.

Tutti autentici fuoriclasse.

Ma non ho un solo dubbio al mondo su chi sia stato il più grande calciatore messicano che io abbia visto con i miei occhi: CUAUHTEMOC BLANCO.

Per tante ragioni.

Non solo tecniche.

Un condottiero autentico, nel massimo rispetto del suo nome di battesimo.

Come Cuauhtèmoc è stato l’ultimo ad arrendersi agli spagnoli così il “nostro” Cuauhtèmoc è sempre stato l’ultimo a farlo su un campo di calcio.

L’ho visto volere a tutti i costi la palla quando ai suoi compagni scottava terribilmente tra i piedi e qualcuno addirittura si nascondeva.

L’ho visto inventarsi giocate incredibili capace di ridare vigore ai compagni e di scuotere noi tifosi sugli spalti.

L’ho visto fare gol in tutti i modi possibili: di testa, di destro e di sinistro, in acrobazia, su punizione, di opportunismo a un metro dalla porta o con dei tiri pazzeschi dalla distanza.

L’ho visto fornire palloni d’oro a compagni di squadra spesso stupiti e incapaci di reagire a regali del genere.

Io c’ero in Francia quando il mondo intero scoprì “il salto del canguro” nella partita d’esordio contro la Corea.

C’ero ovviamente anche pochi giorni dopo quando un suo gol in acrobazia ci permise di agguantare il pari contro il Belgio e di fatto rimanere in gioco in quei Mondiali.

C’ero anche nel 2002 quando Cuauhtèmoc arrivò a quei Mondiali in condizioni fisiche pietose dopo le due tribolate stagioni in Spagna.

Per fortuna il nostro Mister, il “vasco” Aguirre, sapeva bene che un condottiero è tale in ogni circostanza, soprattutto in quelle apparentemente più complicate.

Fu suo il gol su rigore contro la Croazia che ci spianò la strada verso la qualificazione al turno successivo.

C’ero anche quando lui non c’era.

Nel 2006 c’è mancato poco che in Messico non scoppiasse una nuova rivoluzione !

Quando si seppe che Cuauhtèmoc Blanco non avrebbe fatto parte della spedizione per i mondiali di Germania la gente scese in strada a manifestare contro il commissario tecnico Ricardo La Volpe e i suoi collaboratori, colpevoli di aver escluso l’icona assoluta del calcio messicano.

Non ci fu niente da fare.

“Témo” (così lo chiamiamo qui da noi) non giocò in quel Mondiale … ma incredibilmente fu presente in quello successivo … a 37 anni suonati !

Non male per uno che quattro anni prima era stato giudicato finito …

Non solo.

Contro la Francia segnò, ancora una volta su rigore, il gol del definitivo 2 a 0, diventando così l’unico giocatore messicano ad aver segnato in tre diverse edizioni dei Mondiali.

… che sarebbero con ogni probabilità diventate quattro se fosse sceso in campo ai Mondiali del 2002 in Corea e Giappone

Scorbutico, arrogante, irascibile …

Ma tutti lo abbiamo amato, tutti. Come un imperatore. Il nostro ultimo imperatore …

Anche da chi come il sottoscritto tifa per il Chivas di Guadalajara.

E sapete perché ? Perché Cuauhtémoc Blanco era lo sberleffo davanti ai dogmi del calcio moderno, fatto di fisici scultorei, di atleti tutti sopra il metro e ottanta, con pettinature all’ultimo grido, cerchietti tra i capelli e sorrisi da star di Hollywood. Cuauhtémoc invece aveva la pancetta da bevitore di birra, un collo taurino, un naso da pugile e le gambe corte. E in campo faceva quello che voleva … e quasi sempre lo faceva alla grande”.

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Cuauhtémoc Blanco nasce il 17 gennaio del 1973 a Città del Messico.

Quando a 16 anni, durante un torneo giovanile, viene notato da Antonio Gonzalez, Cuauhtémoc non solo dimostra già grandi doti tecniche ma spicca soprattutto per il carattere mai domo, per la predisposizione al confronto fisico anche con avversari molto più dotati fisicamente di lui e per quel carattere combattivo e spesso spigoloso che sarà una costante nella sua carriera.

D’altronde uno cresciuto nel Barrio Bravo di Tepito, uno dei quartieri più poveri e malfamati della capitale messicana, a quell’età ha già capito che farsi rispettare non è una scelta ma una necessità.

Viene portato al Club América, la squadra probabilmente più prestigiosa di tutto il Paese e che gioca le sue partite interne nel suggestivo Stadio Azteca.

Inizia il classico periodo di prova ma le cose non vanno certo come sperato dal giovane Blanco.

Viene schierato in difesa, lui che vive già per segnare gol e mandare in rete i compagni.

“Témo” dopo pochi giorni se ne torna a casa.

“Vorrà dire che mi cercherò un’altra squadra. Di sicuro in difesa io non ci gioco”. Queste la parole del “Temo” al momento di abbandonare il Club.

La sua ostinazione e il suo carattere non lasciano insensibili i dirigenti delle “Aguilas”.

Blanco viene convinto a rientrare nei ranghi e spostato in un ruolo a lui più congeniale (all’ala ma con ampia libertà di manovra).

A questo punto “Témo” inizia a mostrare appieno le sue grandi doti anche se quel fisico tozzo, senza collo e con il baricentro basso non entusiasma certo gli esteti del futbol.

Gli viene offerto il primo contratto (tre anni di durata) e nel 1992 fa il suo esordio in prima squadra.

Per oltre un anno però le sue apparizioni sono assai sporadiche e quasi sempre dalla panchina.

Davanti a lui nelle gerarchie di squadre ci sono due autentiche glorie nazionali come Hugo Sanchez, appena rientrato in Messico dal suo indimenticabile soggiorno madrileno, e da un altro fantastico attaccante come Luis Roberto Alves detto “Zaguinho”.

Nella stagione 1994-1995 arriva però la svolta.

Sulla panchina del Club América arriva l’olandese Leo Beenhakker che non solo stravolge lo stile di gioco delle “Aquile” trasformandole in un team dal gioco spiccatamente offensivo, veloce e verticale ma utilizzando in attacco il giovane Cuauhtémoc Blanco a fianco del gigante “Zaguinho” e del neo-acquisto Omam-Biyik, il camerunense affermatosi ad Italia 90.

L’América diventa una autentica macchina da guerra. Dopo 31 partite lo score racconta di 18 vittorie, 9 pareggi e solo 4 sconfitte. La riconquista del titolo, dopo un lustro di delusioni, sembra decisamente alla portata.

Il 6 aprile Leo Beenhakker viene improvvisamente licenziato. I motivi appaiono oscuri e apparentemente inspiegabili. Di certo c’è che il team perde completamente le coordinate e nella semifinale per il titolo verrà eliminato dal Cruz Azul.

Passano due stagioni e con l’arrivo sulla panchina del tecnico Jorge Solari Blanco torna ad essere prescindibile.

Viene mandato in prestito al Necaxa dove, utilizzato per la prima volta come rifinitore, gioca una eccellente stagione segnando 13 gol in 28 partite e trascinando “Los Electricistas” al secondo posto durante il campionato del “Verano”, il secondo dei due tornei “corti” della stagione calcistica messicana, strutturati come l’Apertura e il Clausura argentini.

Al suo rientro nel Club América ritorna al suo vecchio ruolo di centravanti e le sue prestazioni e i suoi tanti gol (fu capocannoniere nel campionato d’Inverno del 1998 con 16 reti in 16 partite) lo trasformano ben presto in uno dei punti di riferimento assoluti del suo team e della Nazionale Messicana.

Saranno le sue prestazioni stellari nella Copa Libertadores dell’anno successivo che convinceranno gli spagnoli del Real Valladolid ad assicurarsi le sue prestazioni.

Purtroppo per Blanco quello che sembrava solo un trampolino di lancio per una sua consacrazione in team di altro spessore, in Spagna o nel resto del vecchio continente, subisce un brusco arresto. L’8 ottobre del 2000 una entrata assurda del difensore di Trinidad e Tobago Ancil Elcock in una partita di qualificazione per la Coppa del Mondo costringe Blanco ai box per tutto il resto della stagione.

Rientrerà nella stagione successiva e nonostante le sue buone prestazioni (e un gol “leggendario” al Santiago Bernabeu) al termine della stagione farà rientro in Messico nel “suo” América.

I suoi tifosi sono felici di riabbracciare il loro idolo che li premia con una prima parte di stagione eccellente.

Ma il vero Cuauhtèmoc si rivedrà nel 2003 quando sulla panchina del Club América tornerà a sedersi il suo mentore olandese Leo Beenhakker, forse l’unico allenatore che abbia saputo trarne il massimo e allo stesso tempo sia stato capace di non litigare mai furiosamente con Blanco !

Blanco litigherà invece con metà della squadra avversaria del Sao Caetano durante una partita di Copa Libertadores.

La squalifica sarà, come si dice in questi casi, esemplare. Un anno senza la possibilità di giocare tornei continentali.

Blanco a questo punto va in prestito al Veracruz.

Pervaso da una grande sete di rivincita trascina il team ad un risultato sensazionale nel Torneo di Apertura del 2004: il Veracruz domina la stagione regolare (non accadeva dal 1950) chiudendo con 3 punti di vantaggio sul Toluca.

Nei play-off però perde inopinatamente contro l’UNAM, arrivata ottava e con 12 punti in meno dei “Tiburones” nella stagione regolare.

Nel 2005 rientro ancora nel Club América e finalmente stavolta arriva il tanto agognato titolo.

Nella finalissima contro il Tecos Futbol Club Blanco segnerà sia all’andata fuori casa (1 a 1) sia nel trionfo del ritorno all’Azteca (6 a 3) dove i suoi compagni di reparto Aaron Padilla e l’argentino Claudio Lopez segneranno entrambi una doppietta.

Nel 2007 Cuauhtèmoc Blanco decide di iniziare una nuova avventura.

Si trasferisce negli Stati Uniti per giocare con i Chicago Fire.

Per la numerosissima comunità messicana della città è una festa.

Per gli abitanti del quartiere di Pilsen, famoso per i suoi murales e che ospita la maggior parte dei connazionali di Blanco, è un sogno che si realizza.

“The King” come verrà immediatamente ribattezzato dai suoi tifosi non ha solo un enorme impatto commerciale. (magliette con il suo nome vendute “a nastro” e presenze più che raddoppiate nelle partite interne dei Chicago Fire) ma sarà anche e soprattutto sul campo che Blanco risulterà determinante.

I Chicago Fire raggiungeranno i play-offs in tutte e 3 le stagioni in cui Blanco giocherà con i “men in red” ma senza mai riuscire ad arrivare al titolo anche se per Blanco “pioveranno” diversi premi individuali, come quello di Miglior Giocatore della MLS a fianco del brasiliano Luciano Emilio e del bomber colombiano Juan Pablo Angel.

 

Al suo ritorno in Messico nel 2010, a 37 anni suonati, non solo Blanco decide di continuare a giocare ma lo fa con una squadra della Seconda Divisione messicana, nei “Tiburones Rojos de Veracruz.

… giocando ad un livello tale da meritarsi la convocazione per i Mondiali Sudafricani del 2010 … scrivendo un altro record: quello del primo giocatore messicano a disputare i Mondiali di calcio pur giocando in Seconda Divisione.

Appenderà definitivamente le scarpette al fatidico chiodo solo nel 2015, dopo essere addirittura tornato in Prima Divisione nelle file del Puebla.

Ma l’ultimissima partita ufficiale, e non poteva davvero essere diversamente, Cuauhtémoc Blanco la gioca nelle file del Club nel quale aveva esordito la bellezza di 24 anni prima … il CLUB de FUTBOL AMERICA.

E’ una partita di campionato e di fronte c’è il Monarcas Morelia.

Cuauhtémoc è in campo dall’inizio, con la fascia di capitano al braccio e il numero “100” sulla schiena.

Ha esattamente 42 anni e 47 giorni.

In campo però non va per una semplice passerella. Lotta, vuole il pallone tra i piedi come ha fatto per più di un quarto di secolo, imposta spesso l’azione, inventa giocate, assist … e solo la traversa gli impedisce di segnare un gol che lo consegnerebbe ulteriormente alla leggenda del calcio messicano.

Uscirà dopo 36 minuti di gioco … e la sua ultima giocata pochi secondi prima di chiedere il cambio e non poteva essere diversamente, è stata una Cuauhtemina.

https://youtu.be/amAi_wT0zRU

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Il “salto del canguro”, una delle giocate più singolari e spettacolari di Blanco in Messico viene chiamata, in onore del suo inventore, la Cuauhtemiña.

Ma cos’è esattamente ?

E’ una giocata semplicemente pazzesca, unica e geniale.

Quando Blanco si trova chiuso e pressato da due o più avversari stringe il pallone tra i piedi prima di compiere un balzo in avanti sempre trattenendo il pallone per poi lasciarlo nell’attimo in cui ricade a terra, controllandolo e ripartendo dopo aver lasciato sul posto i suoi esterrefatti avversari.

 

Nel suo repertorio ci sono altre giocate assolutamente originali.

I passaggi ai compagni effettuati con la spalla o addirittura con la schiena prendono il nome di “Jorobinha” mentre l’altra giocata con il suo marchio di fabbrica è lo stop effettuato con il sedere, chiamato “Nalguinha”.

 

La mancata convocazione per i Mondiali di Germania del 2006 fu un boccone molto difficile da digerire per Blanco.

Le ragioni di quella esclusione però vengono da molto lontano.

Per un breve e infelice periodo infatti Ricardo La Volpe, allenatore amatissimo in Messico, si sedette sulla panchina del Club America.

Il rapporto con Blanco fu assolutamente burrascoso.

L’idea di calcio “collettivo” di La Volpe si scontrava clamorosamente con il calcio creativo, estemporaneo ma comunque anarchico di Blanco.

Nel 1999, durante una partita di qualificazione per la Libertardores tra il Club America di Blanco e l’Atlas Guadalajara diretto proprio dal tecnico argentino. “Témo” segna e decide di festeggiare andandosi a coricare con un sorriso a 32 denti proprio davanti alla panchina del “rivale”.

… che evidentemente non ha mai dimenticato lo sgarbo …

 

Fece scalpore, per più di un motivo, il gol di Blanco al Santiago Bernabeu.

Un calcio di punizione magistrale, che batté Casillas e permise al Real Valladolid di cogliere un insperato punto nella cattedrale delle “Merengues”.

… talmente insperato che praticamente tutti i compagni di squadra avevano giocato la schedina mettendo il segno “1” sul loro incontro con il Real Madrid.

Il gol di Blanco costò ai compagni di squadra qualcosa come 800 milioni di pesetas … non c’è da stupirsi se dopo il gol se ne vede solo uno correre per abbracciare “Témo” !

 

Durante la Copa Libertadores del 2000 il sorteggio mette di fronte l’América di Blanco contro i colombiani dell’America de Cali.

All’andata i messicani si impongono per 2 reti ad 1 e il gol decisivo è siglato proprio da “Témo” ad una manciata di minuti dalla fine.

Prima della gara di ritorno in Colombia a Cuauhtémoc Blanco arrivano minacce di morte ripetute da parte soprattutto da componenti della “Barra Disturbio Rojo” dei colombiani.

La cosa viene presa tremendamente sul serio dalle autorità e si arriva perfino a pensare di evitare a Blanco questa trasferta.

Ipotesi che “Témo” non prende neppure in considerazione.

Andrà in Colombia e giocherà quella importantissima partita.

Al suo arrivo a Bogotà viene accolto con un chiaro avviso da parte della tifoseria colombiana: “Cuauhtémoc cabron te vas en un cajon”.

La partita si gioca regolarmente.

L’América vincerà per 3 reti a 2 qualificandosi per il turno successivo e Cuauhtémoc Blanco segnerà tutti e tre i gol per la sua squadra … uscendo dal campo tra gli applausi del pubblico colombiano.

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Qui sopra la celeberrima “cuauhtemiña”

MANLIO SCOPIGNO: Il geniale “filosofo” del grande CAGLIARI.

di REMO GANDOLFI

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Il Cagliari sta vincendo di misura una importantissima partita di campionato. La tensione, come si dice in questi casi, è palpabile.

In campo e sulle tribune.

E anche, ovviamente sulla panchina dei sardi, dove l’allenatore Manlio Scopigno sta seguendo l’incontro con l’immancabile sigaretta fra le labbra e la sua solita, impassibile flemma.

Ad un certo punto uno dei calciatori di riserva seduto a poca distanza da lui gli si rivolge senza minimamente tradire la sua ansia “Mister, quanto manca ?”.

Scopigno si gira lentamente verso il suo calciatore e risponde “A cosa scusa ?”.

Ecco, in questo aneddoto c’è tutto Manlio Scopigno.

Ironico ed autoironico, intelligente, colto, controcorrente e carismatico.

E dimenticato da tutti.

Tranne forse che nella sua Rieti (gli hanno intitolato lo stadio anche se solo nel 2005) e nella Sardegna dove si consacrò.

Questo è l’assurdo e inspiegabile destino di uno degli allenatori più innovativi di tutta la storia del calcio italiano. Scopigno è stato capace di portare sul tetto dell’Italia calcistica una squadra del Mezzogiorno, il Cagliari.

Per la prima volta nella storia del calcio italiano.

Squadra costruita con sagacia e con pazienza.

Con tanta qualità certo, ma plasmata meravigliosamente da un uomo che sapeva capire gli uomini ed ottenerne il massimo.

Gigi Riva, l’immenso Gigi Riva, icona assoluta di quella squadra, disse più di una volta che per lui, per Manlio Scopigno, lui e gli altri componenti della rosa sarebbero andati in guerra se questo friulano minuto e con lo sguardo furbo come quello di una volpe glielo avesse chiesto.

“Gli volevamo bene. Perché oltre che un grande allenatore era una persona buona e onesta”.

Tutto vero.

Onesto e diretto. Sincero e coerente. In un mondo, quello del calcio, dove queste doti non sono mai state apprezzate anzi, dove spesso sono considerate un limite.

Doti non certo ideali per farsi degli amici non solo nel “palazzo del calcio” ma anche fra i vari dirigenti di Club, pronti praticamente a tutto pur di ottenere il loro posticino al sole e un minimo di ribalta.

Ma l’impresa di Cagliari resta e resterà per sempre nella memoria del popolo sardo anche se nel resto d’Italia e dai grandi club tradizionali fu vissuta come un semplice incidente di percorso.

 

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Manlio Scopigno arriva al Cagliari nel 1966.

Fu un po’ una sorpresa visto che a Bologna, nella stagione precedente fu esonerato dopo solo cinque giornate di campionato nonostante due vittorie, un pareggio e due sconfitte.

Ma immediatamente riesce a forgiare una squadra assolutamente competitiva.

Ci sono già giocatori che si riveleranno fondamentali nel successo in campionato di pochi anni dopo.

I difensori Pierluigi Cera, Mario Martiradonna, Comunardo Niccolai, il centrocampista brasiliano Nené e il regista Ricciotti Greatti … oltre naturalmente al giovanissimo Gigi Riva che in quella stagione segnerà ben 18 reti, vincendo la classifica cannonieri e attirando su di sé le attenzioni di tutte le grandi potenze del campionato, a cominciare dalla Juventus che per anni cercherà, invano, di strappare “Rombo di tuono” dal suo Cagliari.

Al termine di quella stagione arriva un sesto posto sorprendente e la consapevolezza che questa squadra, nella quale è arrivato anche un giovane e promettente centravanti che si chiama Roberto Boninsegna, ha tutto per rimanere ai vertici della massima serie.

In estate il Cagliari viene invitato ad un torneo che si gioca negli Stati Uniti, dalle caratteristiche molto particolari.

Con il nome di Chicago Mustangs gioca in pratica il Cagliari, con tanti giovani e qualche rinforzo esterno come Hitchens dall’Atalanta. Cagliari (o meglio “Chicago Mustangs”) che si comporta onorevolmente chiudendo al terzo posto il torneo e vincendo, proprio con Roberto Boninsegna, la classifica dei marcatori.

A fine torneo la comitiva cagliaritana viene invitata ad un ricevimento presso l’Ambasciata italiana a Washington.

Sono quelle occasioni formali che Manlio Scopigno detesta più di ogni altra cosa.

Probabilmente beve un bicchiere di troppo (lui che non ha mai negato la passione per Whisky e Champagne) per vincere la noia di quella giornata e ad un certo punto le esigenze corporali lo costringono ad una “fermata improvvisa” nel bel mezzo del cortile dell’Ambasciata.

Qualcuno nota Scopigno intento ad urinare, qualcun altro pare che scatti una foto e un gesto sostanzialmente innocuo viene montato in maniera indegna e vergognosa.

Bigotti e ipocriti si scatenano. In breve una cosa assolutamente innocente (anche se magari poco elegante) si trasforma in uno scandalo.

Qualche dirigente invidioso all’interno del Club non vede l’ora di poter attaccare il Mister del Cagliari reo di non avere mai troppo tempo per la categoria.

Si arriva addirittura al licenziamento di Scopigno, tra lo sbigottimento generale dei tifosi e soprattutto dei membri della rosa che avevano già imparato ad amare e ad apprezzare questo allenatore che del dialogo, del rispetto e dell’importanza dei rapporti umani aveva fatto le sue caratteristiche principali.

Le doti di Scopigno non sono passate però inosservate.

E se è vero che rimarrà ufficialmente disoccupato per tutta la stagione successiva in realtà l’Inter di Angelo Moratti ha già messo gli occhi su di lui.

Viene pagato (profumatamente !) dal massimo dirigente nerazzurro per restare fermo un anno, non accettando proposte di altri Club in attesa di sedersi sulla panchina del “biscione” la stagione successiva, al posto del mago Helenio Herrera ormai giunto al capolinea della sua vincente esperienza interista.

Alla fine di quel campionato però il grande Angelo Moratti decide di lasciare la squadra nelle mani del nuovo Presidente Ivanoe Fraizzoli.

Scopigno non è più l’uomo designato del nuovo corso nerazzurro.

Gli verrà preferito l’esperto Alfredo Foni.

A Cagliari però hanno capito l’errore compiuto un anno prima e a furor di popolo Manlio Scopigno torna a sedersi sulla panchina dei sardi.

L’impatto è immediato e devastante.

Il Cagliari torna ad essere una squadra assolutamente competitiva e la maturazione dei suoi giovani talenti, Gigi Riva in primis, la trasformano in una outsider di tutto rispetto nella corsa allo scudetto.

E se al termine della stagione 1968-1969 questo risultato verrà solo sfiorato (2° posto finale dietro alla Fiorentina del “petisso” Bruno Pesaola) nella stagione successiva arriverà quel titolo di campione d’Italia che sarà l’orgoglio intero di una regione, fino a quel momento considerata ingiustamente come una terra di “pastori e banditi”.

Scopigno resterà al Cagliari ancora due stagioni. La prima chiusa con un dignitoso 7mo posto (e senza Gigi Riva per più di metà stagione) quella successiva con un eccellente 4° posto finale e un posto nella Coppa Uefa della stagione successiva.

Al termine di quella stagione Manlio Scopigno chiuderà però la sua avventura sull’isola, fermandosi per una stagione intera per coltivare le sue passioni, la lettura e le partite a carte con gli amici … con una bottiglia di champagne sempre pronta e fresca sul tavolo.

Lo chiama la Roma all’inizio della stagione 1973-1974.

Ma Roma non è una piazza adatta al suo stile pacato, riflessivo e che ama sfuggire ai riflettori.

Un inizio di campionato disastroso (4 sconfitte e una sola vittoria nelle prime 6 partite) convincono il Presidente Anzalone a prescindere dal “filosofo” nato in Friuli quasi 50 anni prima.

Chiuderà la sua esperienza in panchina con l’avventura, tutto fuorché positiva, al Lanerossi Vicenza dove prima retrocederà al termine della stagione (arrivando però a cinque giornate dalla fine con la squadra già con un piede e mezzo in Serie B) e poi, complice uno stato di salute precario, lascerà definitivamente la panchina dei biancorossi nel febbraio del 1976.

Incredibilmente, a soli 51 anni, a Manlio Scopigno non verrà più offerta una panchina degna della sua bravura e, con un po’ di acredine, uscirà definitivamente dal mondo del calcio spegnendosi nella sua Rieti nel settembre del 1993, a 67 anni.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

E’ con ogni probabilità l’aneddoto più conosciuto riguardante Manlio Scopigno ma vale comunque la pena di ricordarlo.

Il Cagliari è in albergo nel classico ritiro come ogni sabato sera in vista della partita di campionato del giorno seguente. E’ notte inoltrata. I calciatori della compagine sarda sono nelle loro camere a riposare. Non tutti però. A qualche dirigente della squadra sarda è giunta all’orecchio la voce che alcuni membri della rosa hanno abitudini non proprio consone ad un atleta professionista.

L’allenatore Scopigno viene informato della cosa.

E’ già abbondantemente passata la mezzanotte quando il Mister del Cagliari si dirige verso la stanza che gli è stata indicata come quella dei “viziosi”.

E’ la camera dove dormono (o dovrebbero dormire …) Gigi Riva e Roberto Bonisegna.

Scopigno apre la porta. La stanza è avvolta da un’unica grande nuvola di fumo. Ci sono anche un paio di bottiglie non esattamente di acqua minerale.

Sono in quattro, tutti con le carte in mano e la sigaretta in bocca. Riva, Albertosi, Boninsegna e Cera.

Nel silenzio più assoluto Scopigno entra, prende una sedia e si siede a fianco dei suoi calciatori.

Poi porta una mano verso il taschino della giacca.

Estrae una sigaretta e poi con tutta la calma del mondo chiede “Dà fastidio se fumo ?”.

Scoppia una risata generale, grassa e liberatoria !

Niente ramanzine, niente multe o punizioni.

Il giorno dopo il Cagliari vincerà quella partita per 3 reti a 0.

 

L’esperienza traumatica di Bologna (licenziato dopo 5 partite di cui 2 vinte e una pareggiata) lascerà il segno per diverso tempo nell’animo del Mister di origine friulana.

Licenziamento che tra l’altro gli arriva tramite un biglietto consegnatogli a mano da uno dei galoppini del presidente felsineo Luigi Goldoni.

Scopigno legge il biglietto senza battere ciglio.

Il fattorino del Presidente chiede a questo punto se deve riferire qualcosa.

“Si” gli risponde Scopigno “Gli dica che nel biglietto ci sono due errori di sintassi e un congiuntivo sbagliato” fu la meravigliosa risposta.

 

Qualche anno dopo un cronista ebbe l’ardore di chiedere a Scopigno se nel caso di una chiamata, sarebbe tornato a Bologna. “Certo !” rispose lui “con un aereo da bombardamento”.

 

Il giorno del trionfo nel campionato del 1970 tutto il Cagliari è invitato alla domenica sportiva.

Il conduttore, il compianto Enzo Tortora, si rivolge così al Mister dei sardi. “Di lei signor Scopigno hanno detto che è il filosofo, l’enigmatico, il sornione, l’ironico e lo scettico … Insomma Scopigno, lei chi è ?”

 

Un altro dei giocatori con cui Scopigno aveva un rapporto profondo e di stima reciproca era lo stopper Comunardo Niccolai, famoso all’epoca più per i suoi decisivi autogol che per la sua grande bravura di difensore.

Nella partita probabilmente decisiva per lo scudetto, quella giocata a Torino contro la Juventus nel marzo del 1970, Niccolai con una deviazione di testa mette il pallone alle spalle di Albertosi permettendo così alla Juventus di portarsi in vantaggio.

Scopigno, che assiste dal match in tribuna a causa di una lunga squalifica commenta “Beh, almeno è un bell’autogol”.

 

Sempre con la sua ironia e come ulteriore testimonianza di affetto verso il suo difensore, durante i Mondiali del Messico ai quali partecipa anche Niccolai convocato da Valcareggi come riserva di Roberto Rosato, Scopigno dichiarerà che “tutto mi sarei aspettato dalla vita ma non di vedere Niccolai via satellite, a colori e in Mondovisione !”

 

Uno dei suoi bersagli preferiti era l’ala destra Corrado Nastasio, acquistato inizialmente con il compito di rifornire di cross dalla fascia Riva e Boninsegna.

Purtroppo per il giocatore livornese nella stessa estate Boninsegna finì all’Inter e nella contropartita arrivò Domenghini, che fece sua la fascia destra, nel Cagliari e nella Nazionale.

Nastasio era un ala veloce, ma con “piedi” e visione di gioco piuttosto limitati.

Con la sua irruenza finiva spesso per trascinarsi il pallone oltre la linea di fondo.

A quel punto Scopigno mise un cartello pochi centimetri fuori dal rettangolo di gioco appositamente per Nastasio.

Sul cartello c’era scritto “QUI FINISCE IL CAMPO”.

Infine la filosofia in pillole di Scopigno che riassume perfettamente la sua visione del mondo del pallone.

“Il più pulito nel calcio è il pallone. … quando non piove.”

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HUGO “Tomate” PENA: l’anima del San Lorenzo.

di REMO GANDOLFI

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Non faccio che ripensare a quel giorno !

Nonostante siano passati ormai quasi 4 mesi.

Non riesco a togliermi dagli occhi e dal cuore le immagini e le sensazioni provate al termine di quella storica, fondamentale partita.

Il popolo di Boedo, il MERAVIGLIOSO popolo di Boedo, ci ha portati in trionfo.

Tutti noi.

Ogni singolo giocatore è stato sollevato verso il cielo dai nostri incredibili tifosi.

Hanno iniziato in Parque Patricios, subito dopo la partita e poi la festa è continuata a casa nostra, al Gasometro.

Il loro calore, il loro abbraccio, le felicità negli occhi della gente di Boedo sono già un ricordo indelebile.

E’ successo tutto dopo una partita del Campeonato Metropolitano.

Era il 24 agosto.

La partita si è giocata nel campo dei nostri cugini dell’Huracan.

L’avversario era il Tigre.

Lo abbiamo battuto nettamente e senza appello.

3 a 0.

Io, che sono un difensore, ho segnato il primo gol, di testa, dopo nemmeno 4 minuti di gioco.

Da quel momento, e per tutto l’incontro, il grido dei nostri tifosi, del MERAVIGLIOSO pubblico di Boedo, è risuonato come un mantra …

“Boedo no se va !” “ Boedo no se va” ! …

Non ce ne andiamo … non andremo in Segunda Division.

Si, perché questa partita non era per un trofeo, non era la finale di una coppa o la partita decisiva per il titolo.

Era la partita che poteva voler dire per il San Lorenzo RETROCESSIONE.

La vittoria contro il Tigre è servita “solo” a rimanere in Prima Divisione.

Qualsiasi altro risultato avrebbe significato per il San Lorenzo, uno dei più grandi Club di tutta l’Argentina, la retrocessione.

E retrocedere, per questo Club e per il MERAVIGLIOSO popolo di Boedo, non è semplicemente contemplabile.

Sarebbe una catastrofe.

Una tragedia.

E invece ce l’abbiamo fatta !

Pensare che non dovevo neanche giocarla questa partita …

Avevo una caviglia malconcia.

Dopo la partita con il River di domenica scorsa non riuscivo neanche a camminare.

“Tomate, non puoi farcela. Non ha senso rischiare” mi hanno detto i nostri dottori.

No amici miei !

Io questa partita non la salto.

Non posso non esserci.

Magari non sarò al 100%, ma la mia parte, potete starne certi, la faccio anche su una gamba sola !

Così ho detto loro.

La caviglia non mi ha tradito.

E ora  non vedo semplicemente l’ora che ricominci un’altra stagione !

Dobbiamo fare molto, molto di più per ricambiare l’amore incondizionato dei nostri tifosi.

Dobbiamo tornare ai vertici, a giocarci i trofei con il River, il Boca, l’Estudiantes e l’Independiente.

Manca poco più di un mese all’inizio del campionato.

Poco importa se mi sto riprendendo da una maledetta frattura alla tibia.

Ne ho viste di peggio !

Quando il pallone ricomincerà a rotolare ci voglio essere, ci DEVO essere.

A fianco dei miei compagni e davanti al nostro pubblico, il MERAVIGLIOSO pubblico di Boedo che tutte le settimane riempie il Gasometro e che non merita di soffrire come nella scorsa stagione.

Dovremo fare in modo che non accada.

Mai più.

 

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Hugo “Tomate” Pena non giocherà mai più con la maglia del suo adorato San Lorenzo.

Hugo “Tomate” Pena non giocherà mai più una partita di calcio.

Il destino se lo porterà via il 9 gennaio 1980.

A soli 29 anni.

In una maniera assurda, terribile, irreale … quasi paradossale.

Hugo è nella sua casa di Villa Devoto.

E’ seduto sul divano e sta guardando la televisione.

In braccio ha sua figlia, la piccola Gabriela, di 3 anni.

La gamba sinistra del “Tomate” è immersa in una bacinella.

Dentro c’è una soluzione di sali sciolti nell’acqua calda.

Serve a curare una frattura alla tibia di qualche mese prima.

Tutto può servire per accelerare il suo recupero e permettergli di tornare in campo con il “suo” San Lorenzo alla ripresa della stagione agonistica.

E’ l’ora di “Tom & Jerry”, il cartone preferito dalla piccola Gabriela.

Hugo si alza dal divano e preme il pulsante del televisore per cambiare canale.

Ha ancora il piede immerso nella bacinella.

La scarica elettrica lo colpisce in pieno.

L’urlo è straziante.

Accorrono la moglie e i vicini da casa.

La piccola, illesa, è ancora seduta sul divano.

Le condizioni di Hugo appaiono subito disperate.

La corsa dell’ambulanza verso il vicino ospedale di Sarsfield è frenetica quanto disperata.

Tutto inutile.

Hugo “tomate” Pena morirà pochi minuti dopo l’arrivo in ospedale.

La notizia si sparge con la velocità della luce.

Il quartiere di Boedo si ferma, paralizzato, incredulo, affranto.

Ai suoi funerali saranno migliaia quelli che lo accompagneranno nell’ultimo viaggio.

El “Tomate” (il “pomodoro” così chiamato per la sua pelle bianchissima che diventava rossa come il famosissimo ortaggio ai primi raggi di sole) era il giocatore più amato dai tifosi del “Ciclon”.

Arrivato al Gasometro poco più di un anno prima conquistò da subito il cuore dei tifosi del San Lorenzo (di cui era da sempre un tifoso sfegatato) per la sua eleganza dentro e fuori dal campo, per la sua professionalità esemplare, per la sua capacità di guidare il reparto difensivo con l’esempio più che con le parole.

Coraggioso, determinato e leale, “dejava todo en la cancha” che da quelle parti è forse il più bel complimento per un calciatore.

Hugo era un giocatore “atipico” per tanti motivi.

Uno di questi era il suo amore per lo studio.

Voleva diventare ingegnere elettronico (ironia della sorte …) e il giorno del suo esordio, con l’Argentinos Juniors contro il Lanus nel 1970, era ancora iscritto ad Ingegneria.

Nel 1973, viste le sue eccellenti prestazioni con i “Bichos” se lo contendono fino alle ultime ore della chiusura del mercato le due grandi per antonomasia del calcio argentino, Boca Juniors e River Plate.

I Millionarios la spuntano sborsando 70.000 dollari (cifra assai importante per il periodo) e con loro Pena giocherà quasi 100 partite, diventando il leader della difesa del River.

L’avvento nel 1976 di Daniel Passarella, nuovo “caudillo” della difesa della “banda”, lo spingerà a lasciare il River per il Chacarita e dopo poco più di un anno l’arrivo finalmente all’amato San Lorenzo.

Il suo periodo nel Ciclon coincide purtroppo con uno dei periodi più travagliati del glorioso Club di Boedo tanto caro al nostro Santo Padre.

Enormi problemi economici che costringono il San Lorenzo a vendere tutti i giocatori migliori (primo fra tutti Jorge Olguin, futuro campione del mondo con l’Argentina nel 1978) ma proprio la passione, il carattere indomito e il coraggio del “Tomate” lo fanno diventare in poche settimane l’idolo del MERAVIGLIOSO popolo di Boedo.

Infine, occorre sottolineare che in occasione della partita descritta all’inizio del racconto con il Tigre, Pena fu sottoposto per tutta la settimana a continue infiltrazioni di cortisone, una addirittura pochi minuti prima di scendere in campo, talmente malridotte erano le condizioni della sua caviglia.

Come detto il San Lorenzo vinse e si salvò davvero per il rotto della cuffia dalla retrocessione.

… salvo poi retrocedere la stagione successiva, anche se ogni tifoso del San Lorenzo afferma con assoluta certezza che con il “Tomate” in campo anche in quella stagione non sarebbe mai potuto accadere …

 

Fu talmente grande l’impatto della morte di Hugo Pena e le sue circostanze che per lungo tempo ai bambini argentina veniva ricordato come monito quanto accaduto al povero Hugo …

“secate bien y no toque la tele descalzo o vas a terminar como el Tomate Pena”

(asciugati bene e non toccare la televisione scalzo o farai le fine del Tomate Pena)

 

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Un’immagine dei funerali del “Tomate” Pena, anima del Club di Boedo.

 

 

GLENN STROMBERG: Capitano per sempre.

di REMO GANDOLFI

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Ci sono calciatori che entrano nel cuore dei propri tifosi piano piano.

Ma che una volta entrati dal cuore non se ne vanno più.

Spesso non sono i più talentuosi, i più creativi o i più spettacolari della squadra.

Non sono ne il numero 9 che fa 30 gol a stagione, il fantasista che ti fa sobbalzare il cuore ogni volta che parte in dribbling o il portiere che va a strappare una palla dall’incrocio dei pali quando magari hai già le mani nei capelli per la disperazione di un gol subito.

Sono quelli che la maglia, senza bisogno di baciare lo stemma come di moda oggi, la inzuppano letteralmente del proprio sudore, in partita e negli allenamenti.

Sono quelli che prendono e danno botte perché il calcio non è solo degli ingegneri ma è anche dei manovali.

Sono quelli che si legano ad una città, alla gente di questa città, ad una società e ad una maglia e che anche un congruo aumento di stipendio, la possibilità di vincere trofei o la vetrina internazionale non sono in grado cambiare le loro priorità.

Glenn Stromberg per l’Atalanta e i suoi meravigliosi tifosi è tutto questo.

E forse anche di più.

Si perché questo “svedesone” di più di un metro e novanta non solo per la DEA ci ha giocato 8 stagioni consecutive rinunciando ad ingaggi assai superiori in squadre più blasonate e probabilmente più vincenti.

A Bergamo Stromberg è rimasto a viverci, lui e la sua splendida famiglia … compresa la nipotina Ginevra !

E pensare che l’inizio non fu affatto facile.

Anzi.

Quando Stromberg arriva a Bergamo nell’estate del 1984 l’Atalanta è appena risalita in Serie A dopo un lustro di purgatorio in Serie B ed uno addirittura in Serie C.

Stromberg si è già fatto un nome importante prima del Goteborg dove riesce a vincere addirittura una Coppa UEFA nel maggio del 1982 e poi al Benfica, sempre insieme al suo mentore  Sven Goran Eriksson.

A Bergamo Glenn trova come “mister” Nedo Sonetti, un toscano verace che definire calcisticamente “pragmatico” è un evidente eufemismo.

Glenn fa fatica ad inserirsi in una squadra “sparagnina”, votata a difendersi prima ancora che ad attaccare.

Lui che viene da squadre vincenti, dove ha sempre avuto carta bianca per inserirsi in attacco a cercare lui stesso la rete.

E in più scopre ben presto che ignoranza, pregiudizi e cattiveria sono ancora parte integrante del nostro Paese.

“Marisa” è il nomignolo con cui i tifosi avversari lo etichettano a causa di quella lunga zazzera bionda, mettendone anche in discussione la “mascolinità” e i gusti sessuali.

Glenn sopporta senza troppi problemi.

Ha altro a cui pensare.

Come la salvezza dell’Atalanta e come soprattutto a trovare il modo di tornare ad essere quel giocatore universale che era stato con Goteborg e Benfica.

Nella seconda parte del campionato l’Atalanta e soprattutto Stromberg iniziano ad ingranare.

Pian piano i tifosi atalantini imparano ad apprezzare questo lungagnone dinoccolato ma che sa caricarsi sulle spalle la squadra, mettendoci cuore e intelligenza tattica in ogni partita.

Alla fine della stagione sarà un ottimo 10mo posto e per Stromberg arriverà in quel 1985 la grande soddisfazione di essere nominato “Calciatore Svedese dell’Anno”.

La svolta vera nel rapporto con la società, i tifosi e la città di Bergamo arriverà due stagioni dopo.

Al termine della stagione 1986-1987 l’Atalanta retrocede in Serie B.

Arriva però anche in finale di Coppa Italia, e pur perdendola con il Napoli che si è anche laureato Campione d’Italia, l’Atalanta conquista il diritto di partecipare alla prossima Coppa delle Coppe.

A fine stagione però lo svedese manifesta il desiderio di andare altrove.

Non è felice della situazione e per di più nel mirino di qualche tifoso c’è anche lui.

“Marisa” non è più un nomignolo con cui viene irriso solo dai tifosi avversari … ora anche qualche supporter della DEA pensa di utilizzare la stessa stupida “arma”.

 

In quell’estate il presidente Bortolotti decide di consegnare la squadra nelle mani del giovane mister Emiliano Mondonico, capace nella stagione precedente di portare il Como ad un clamoroso 9° posto in Serie A.

E’ la mossa migliore possibile, per l’Atalanta e per Stromberg.

Tra i due è feeling immediato.

Mondonico racconterà in seguito che si rivedeva in quel ragazzone un po’ fuori dagli schemi, con una intelligenza sopra la media e con un piglio “ribelle” che era lo stesso che aveva il Mondonico calciatore.

In più scoprono il comune amore per i Rolling Stones !

E’ fatta.

Mondonico convince Stromberg a rimanere in Serie B, gli offre la fascia da capitano e ne fa il leader assoluto della squadra.

Dopo qualche giorno di allenamento in preparazione viene risolta una volta per tutte anche la questione “Marisa”.

E’ in programma un’amichevole contro una squadra minore.

Stromberg ha già segnato due reti e guida già la squadra con autorità e carattere.

Dagli spalti un paio di cretini pensano bene di rovinare la festa.

“Svegliati Marisa” e il grido che arriva dalla tribuna.

Glenn butta un occhio verso la zona da dove è arrivata quella voce.

Con lui c’è anche Aldo Cantarutti, bomber degli orobici e altro giocatore di stazza importante.

Insieme scavalcano la rete di protezione.

Stromberg solleva per il bavero uno dei “furbetti”.

“Io mi chiamo Glenn, Glenn Stromberg. Capitano della Svezia e dell’Atalanta. Non dimenticarlo MAI. Né tu né tutti gli altri”.

Torna in campo, sorride alla panchina e riprende a giocare.

Quella stagione entrerà di diritto nella storia dell’Atalanta Bergamasca Calcio.

Non solo ci sarà un immediato ritorno in Serie A (anche se soffertissimo e all’ultima giornata) ma ci sarà soprattutto una cavalcata incredibile nella Coppa delle Coppe che porterà i bergamaschi fino alla Semifinale persa contro i belgi del KV Mechelen (o Malines nella dizione francofona) ancora oggi il miglior risultato di una squadra di Seconda Divisione nelle Coppe Europee.

Stromberg è adorato dal pubblico.

E’ il capitano, il simbolo, l’anima.

Si sacrifica in copertura, è sempre pronto a rientrare e a difendere con grande umiltà per poi trovarlo un attimo dopo a impostare l’azione o lanciarsi in profondità a dettare il passaggio.

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La stagione successiva sarà, quella del ritorno in Serie A, sarà semplicemente strepitosa.

Un 6° posto finale, che vale un posto nella successiva Coppa UEFA e “condita” anche da alcuni risultati che gli appassionati tifosi bergamaschi per anni avevano solo potuto sognare: vittorie in trasferta sui campi della Juventus e del Milan.

Ormai l’Atalanta è una realtà del calcio italiano.

Per la DEA e i suoi incredibili tifosi saranno anni indimenticabili.

Arriveranno giocatori straordinari come Claudio Caniggia e il brasiliano Evair, ci saranno altri piazzamenti eccellenti e partecipazioni a competizioni europee.

E ci saranno anche brutti episodi, che toglieranno all’Atalanta possibili grandi soddisfazioni e feriranno nell’animo Glenn Stromberg che sull’etica e la correttezza professionale aveva costruito la sua carriera.

Ci riferiamo a quanto accaduto il 26 gennaio del 1990.

Si giocano i quarti di finale di Coppa Italia. Di fronte c’è il Milan, campione d’Europa in carica e che nel maggio dello stesso anno bisserà il successo nella competizione europea più importante.

E’ il Milan di Berlusconi, di Sacchi e del fantastico trio olandese formato da Van Basten, Gullit e Rjikard.

Al Milan basterebbe un pareggio per qualificarsi ma invece è l’Atalanta che va in vantaggio e il match è ormai giunto alle battute conclusive.

Borgonovo è a terra dopo un contrasto.

Si contorce e impreca.
Glenn Stromberg se ne avvede a appoggia la palla in fallo laterale per poter prestare i soccorsi all’attaccante del Milan. Alza perfino un braccio per richiamare l’attenzione di arbitro e medici

Rjikard batte la rimessa laterale porgendo la palla a Massaro.

Gli atalantini rimangono tutti fermi, in attesa che il pallone venga loro restituito o calciato fuori dal terreno di gioco.

Massaro invece butta la palla in mezzo all’area.

Atalantini sempre tutti fermi.

Sul pallone si catapulta proprio Borgonovo che probabilmente non ha visto quanto accaduto pochi secondi prima. Ingaggia un duello con Barcella, lo stopper atalantino, il quale lo strattona un po’ nel corpo a corpo.

E’ calcio di rigore.

Gli atalantini sono tutte le furie.

La palla era dell’Atalanta e il Milan avrebbe dovuto restituirla.

Siamo allo scadere.

Sul dischetto si presenta Franco Baresi.

Gli atalantini, invitano il capitano rossonero a fare giustizia.

L’unica possibile è calciare il rigore fuori.

Stromberg rincara la dose “Se sei un uomo questo rigore lo calci in tribuna” dice lo svedese a Baresi.

Baresi non ascolta nessuno.

Tira e segna.

Il Milan è in semifinale di Coppa Italia.

L’Atalanta è fuori.

E’ un episodio vergognoso, nella storia del Milan e del calcio italiano.

Succede il finimondo, in campo e soprattutto negli spogliatoi.

“Qualcuno prenderà dei calci nel sedere” dirà Mondonico in seguito su quanto avvenuto negli spogliatoi.

Il Milan non ci fa una grande figura.

Rjikard si limiterà a dire “noi siamo dei professionisti”, Baresi glisserà in maniera poco ortodossa e Berlusconi, “dopo” parlerà di rifare la partita … dopo, sempre dopo.

L’unico che ne uscirà alla grande è Paolo Maldini, che a fine partita se ne uscirà con un laconico “che figura di merda che abbiamo fatto”!

Stromberg giocherà ancora due stagioni con la DEA e alla fine della stagione 1991-1992, a soli 32 anni, deciderà di lasciare il calcio.

Il tributo dei tifosi atalantini è da pelle d’oca.

L’affetto per questo gigante svedese va assai oltre i meriti calcistici.

E’ l’onestà della persona, il senso di appartenenza, l’indole innata al lavoro, alla fatica e al sacrificio.

Tutti i pregi del popolo di quelle parti.

Glenn diventerà bergamasco dentro, a tal punto di rimanere qui a fine carriera, iniziando attività commerciali di successo, facendo conoscere i prodotti italiani nel suo paese dove torna spesso per fare l’opinionista sportivo.

Per capire cosa davvero ha rappresentato Stromberg per Bergamo e i tifosi atalantini forse le parole non bastano.

Meglio lasciar parlare le immagini.

Sono del 2012.

Glenn Stromberg ha smesso di giocare da 20 anni abbondanti.

Ma nell’omaggio reso dalla curva della DEA ai capitani storici guardate chi c’è al centro della coreografia.

https://youtu.be/YVXpoLmgM8M

 

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BLAZ “Baka” SLISKOVIC: Il genio, le sigarette e il PESCARA nel cuore.

di REMO GANDOLFI

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“Sono seduto al tavolino del mio bar preferito in Corso Manthonè a sorseggiare il mio … penultimo bicchiere di rosso di Montepulciano della serata.

Alle pareti di questo locale ci sono tante foto.

In prevalenza attrici ed attori degli anni ’60 e ’70.
Tutti bellissimi e tutti rigorosamente in bianconero.

Poi, quasi nascoste dalle decine di bottiglie di liquori schierate in fila come tanti soldatini, c’è un’altra parete.

Qui ci sono foto di calciatori.

Tutti rigorosamente del Pescara Calcio.

La foto più grande ritrae insieme gli ultimi tre gioielli ammirati al nostro Stadio Adriatico.

Verratti, Immobile e Insigne che si abbracciano dopo un gol.

Ce n’è un’altra che ritrae Zeman di profilo, con la proverbiale sigaretta in bocca, in un’altra c’è uno dei nostri idoli del passato, un pescarese doc che si chiamava Franco Marchegiani e un’altra ancora con Stefano Rebonato, che con i suoi gol a metà anni ’80 ci portò in serie A.

Più in basso, quasi nascosta, ce n’è un’altra.

Grande poco più di una cartolina, infilata nello specchio sulla parete dietro il bancone.

C’è un calciatore con i baffi, una testa folta di capelli neri e la barba incolta.

Sulla foto, in basso a destra, c’è una scritta, quattro lettere in tutto. BAKA.

Ai ragazzi seduti al tavolo di fianco al mio impegnati a bere spritz o qualche altra diavoleria del genere sono sicuro che quella vecchia foto non dice assolutamente nulla …

Ma per quelli come il sottoscritto che hanno le tempie grigie, una ragnatela di rughe in viso e pochi capelli in testa, quell’uomo è stato semplicemente IL CALCIO.

Quando Galeone lo portò a Pescara in quell’estate del 1987 in prestito dai francesi dell’Olympique Marsiglia lo conoscevamo davvero in pochi.

Eravamo addirittura delusi.

Sapevamo che la società aveva acquistato dal Torino Leo Junior, un brasiliano fortissimo che anche se ormai al crepuscolo della carriera era in grado di darci una grossa mano.

Con il suo arrivo eravamo convinti che sarebbe arrivato un altro brasiliano, magari addirittura giovane e nazionale come Junior.

Galeone amava i brasiliani, amava il talento e la genialità.

Ci bastò molto poco per capire il “brasiliano” che sognavamo era arrivato davvero.

… anche se sulla carta d’identità c’era scritto “ BLAZ SLISKOVIC – Nato a Mostar – Bosnia Erzegovina-Jugoslavia”.

Una tecnica di base incredibile, dribbling, un tiro potente e una visione di gioco tale che, come diceva un grande allenatore suo connazionale “permette di vedere autostrade dove gli altri non vedono neppure i sentieri”.

Con uno come Giovanni Galeone, che amava il buon calcio quanto le carte, il buon vino e la vita, e due come “Baka” (tutti lo chiamavano così) e Leo in campo a guidare una squadra di ragazzi che avevano “fame” e qualità come Bergodi, Gaudenzi, Gasperini e il “nostro” Marchegiani, la salvezza non sembrava più una chimera.

Fu una stagione indimenticabile.

Iniziammo vincendo a San Siro contro l’Inter e poi lungo il cammino battemmo il Verona e addirittura la Juventus di Cabrini, Tacconi e del gallese Rush.

Prendemmo anche delle belle sberle ma nessuno se ne lamentava.

Galeone voleva che si giocasse all’attacco contro tutti, senza timori qualunque fosse il blasone dell’avversario.

A fine stagione arrivò la salvezza e Baka Sliskovich, pur giocando a centrocampo, fu il nostro goleador.

Tra lui e Galeone si creò un legame che andava oltre l’aspetto calcistico.

Erano entrambi due antieroi, due sognatori … a loro modo due ribelli nel rigido mondo del pallone.

Interminabili partite a carte, sigarette e vino cementarono un rapporto che avrebbe dovuto andare avanti per anni.

Invece Baka in aprile in una partita al Comunale contro il Torino si fece male.

Senza di lui facemmo la miseria di 3 punti nelle ultime 5 partite …

Per fortuna avevamo messo in cascina punti sufficienti per salvarci, anche se solo per un punto in più sull’Avellino.

Il Marsiglia voleva riprendersi indietro Sliskovic e noi non avevamo gli 8 miliardi di vecchie lire che i francesi chiedevano per il suo cartellino.

L’anno successivo tornammo in B,

Ma il ricordo di quella magica stagione, di Baka, di Galeone, di Leo e dell’Adriatico non ce lo toglierà mai nessuno.

… è ora di ordinare un altro “rosso” … sempre il penultimo, ovviamente.”

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Prima di arrivare nel campionato italiano nelle file del Pescara “Baka” Sliskovich si era già fatto conoscere dai tifosi italiani in due distinte occasioni.

La prima nel marzo del 1980 quando Blaz Sliskovich, non ancora 21enne, gioca con la Nazionale olimpica jugoslava una partita di qualificazione contro la rappresentativa azzurra.

In palio c’è un posto alle Olimpiadi di Mosca dell’estate successiva.

Si gioca proprio a Mostar, la città di Sliskovich, che sarà il protagonista assoluto dell’incontro.

Nel 5 a 2 finale “Baka” segnerà una tripletta e risulterà inavvicinabile per gli azzurri tra i quali spiccava la presenza di giocatori del livello di Altobelli, Ancelotti, Fanna e dei fratelli Baresi.

La seconda capita 5 anni dopo.

Nel frattempo Sliskovich è passato dal Velez Mostar all’Hajudk Spalato, squadra ai vertici del campionato jugoslavo.

Nell’autunno di quel 1985 il sorteggio in Coppa UEFA mette di fronte il Torino di Junior, Zaccarelli, Dossena e Schackner all’Hajduk di Sliskovich, Asanovic e dei fratelli Vujovic.

L’andata a Torino si chiude sul risultato di 1 a 1 ed è proprio Sliskovich  che con una magistrale conclusione al volo segna il gol dei suoi.

Nella partita di ritorno, con il risultato ancora sull’1 a 1, sarà ancora “Baka” a segnare il secondo e decisivo gol, stavolta con una impressionante punizione da circa 30 metri.

Ad assistere all’incontro di Torino in tribuna c’è anche lui, Giovanni Galeone, (all’epoca allenatore della Spal) che si segnerà nel suo taccuino il nome di quel talentuoso e un po’ anarchico centrocampista … in attesa dell’occasione giusta che arriverà nell’estate di due anni dopo.

 

Baka Sliskovich è sempre stato, per dirla come il grande “Faber”, uno che è andato sempre in “direzione ostinata e contraria”.

Fuori dagli schemi, dalle regole e dalle costrizioni di un mondo, quello del calcio, sempre troppo “stretto” per uno come lui che amava la vita e voleva viverla appieno.

Amava le belle donne, il buon vino, il cibo della sua Jugoslavia (cevapcici, pita, cevapi e un immancabile goccio di Slivovitz) e il caffè, consumato in quantità industriali.

E poi c’erano le sigarette.

Blaz Sliskovich era un fumatore “seriale”, da sempre.

“Johann Cruyff era il mio idolo da ragazzo. Non sono diventato bravo come lui, questo lo so benissimo. Ma in una cosa l’ho battuto: IL FUMO !

Dicevano che Cruyff anche quando era in attività un pacchetto al giorno spesso non gli bastava … spesso a me non ne bastano due !” ricorderà con ironia Baka.

 

A proposito di idoli. Blaz “Baka” Sliskovic è stato l’idolo di un ragazzino francese, figlio di algerini, nato a Marsiglia nel 1972. Diventato ancora più forte di Baka. Il suo nome è Zinedine Zidane.

 

Poco dopo il suo trasferimento all’Hajduk dove si sta rapidamente affermando come uno dei calciatori più forti dell’intera Jugoslavia ed è già da tempo nel giro della Nazionale, “Baka” si innamora perdutamente di una ginnasta russa.

Per lei molla tutto, calcio compreso ovviamente. Si trasferisce da lei a Mosca per vivere appieno il suo amore. Per quasi un anno di lui non si hanno notizie.

L’amore finisce.

Sliskovich torna in Bosnia e all’Hajduk. E’ da poco rientrato in prima squadra quando subisce un gravissimo infortunio.

Quasi un altro anno ai box. Ci sono dei dubbi sul suo recupero completo.

“Baka” li spazzerà via tornando a giocare ancor meglio di prima. Nell’estate del 1986 sarà l’Olympique Marsiglia a riempire di franchi le casse dell’Hajduk per il suo cartellino.

 

A Marsiglia gioca un annata strepitosa, in una squadra dove Papin vive dei suoi assist e a centrocampo con Baka ci sono giocatori del valore di Giresse e Genghini. Arriverà un secondo posto in campionato e Sliskovich verrà eletto “Miglior calciatore straniero” della Prima Divisione francese.

… salvo, poche settimane dopo, essere messo sul mercato per dissapori con la dirigenza e l’allenatore Banide.

Per la gioia di Giovanni Galeone, del Pescara calcio e di tutti i tifosi abruzzesi !

 

Nel corso di quella magica e indimenticabile stagione in Abruzzo sono davvero innumerevoli i gol, gli assist e le giocate geniali rimaste nei ricordi dei tifosi del “Delfino”.

Ma ci fu un episodio particolare che rimase nella memoria collettiva della gran parte dei tifosi del Pescara.

Si gioca una partita di Coppa Italia. Dopo l’esordio con il Genoa (dove Baka ha già “timbrato” con il suo primo gol con i nuovi colori) e la vittoriosa trasferta di Monopoli, all’Adriatico arriva la Roma del Barone Liedholm.

Sliskovic riceva palla a centrocampo, un po’ defilato sul settore di destra. Su di lui si porta in pressing Bruno Conti, la geniale ala giallorossa.

Sliskovic fa una finta di corpo, Conti cerca di chiudergli lo spazio. Nel farlo però apre un “tantino” le gambe.

Un “tantino” troppo.

Sliskovich ci fa passare la palla in mezzo prima di riprenderla e di puntare palla al piede l’area avversaria, lasciando sul posto un esterrefatto Bruno Conti.

Il boato entusiastico dei 30.000 dello Stadio Adriatico non lascia spazio a dubbi: Pescara ha un nuovo calciatore da amare.

 

E’ il 10 aprile 1988.

La salvezza per il Pescara è sempre più vicina quando gli abruzzesi salgono al Comunale di Torino per sfidare i granata. Sliskovich è stato una delle rivelazioni del campionato.

Si mormora che diverse grandi squadre siano sulle sue tracce. Roma, Napoli … pare addirittura la Juventus.

Nulla che preoccupi più di tanto Galeone.

Sa che da Pescara “Baka” non ha alcuna intenzione di andarsene.

Quel giorno però il ginocchio di Sliskovich cede.

Altri mesi lontano dal campo e il prezzo fissato dall’Olympique Marsiglia è proibitivo.

Sliskovich tornerà a Marsiglia e inizierà girovagare per la Ligue 1 prima di un ritorno nostalgico a Pescara nella stagione 1992-1993.

Non sarà più la stessa cosa.

Baka ha imboccato da un paio di stagioni il viale del tramonto.

Ma si accorgerà, pur non riuscendo a dare quello che avrebbe voluto a squadra e tifosi, che una cosa non è cambiata … e non cambierà mai: l’amore della gente d’Abruzzo nei suoi confronti.

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ABDELHAK NOURI: Non mollare Appie.

di REMO GANDOLFI

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Patrick Kluivert quando arrivò alla Roma scelse il numero 34. Lo stesso numero di maglia che porta Amin Younes al Napoli, Philppe Sandler al Manchester City e Kevin Diks, in prestito ai danesi dell’Aarhus dalla Fiorentina.

Vebbè, qualcuno deve pur prenderlo quel numero direte voi.

Vero.

Ma quando lo scelgono 4 ragazzi, tutti olandesi e tutti molto giovani, la cosa non può passare inosservata.

Kluivert, Younes, Sandler e Diks sono tutti amici ed ex-compagni di squadra di ABDELHAK NOURI.

Forse a pochi questo nome dice qualcosa.

Ma su chi sarebbe diventato Abdelhak Nouri ci sono ben pochi dubbi.

Sarebbe stata solo una questione di tempo.

All’Ajax e tutti quelli che lo hanno visto in azione su un campo di calcio, ne sono tutti quanti assolutamente convinti: di Abdelhak Nouri si parlerebbe come si parla oggi di Matthijs De Ligt, di Frenkie De Jong, di Donny Van de Beek o come magari prestissimo si parlerà di Carel Eiting.

Abdelhak Nouri giocava con tutti loro nello “Jong Ajax” la squadra giovanile dell’Ajax.

Aveva giocato con loro nella stagione 2016-2017 alla fine della quale fu votato come “IL MIGLIOR CALCIATORE DELLA STAGIONE”.

In prima squadra aveva già esordito, proprio in quella stagione.

Era il 21 settembre del 2016 quando, in una partita di Coppa d’Olanda contro il Willem II, fece il suo debutto. Segnando anche una rete.

Un sogno che si realizzava per questo ragazzo di origini marocchine, nato proprio ad Amsterdam il 2 aprile 1997 e tifoso dei biancorossi da sempre.

Ancor di più da quando, a soli 7 anni, entrò nelle giovanili del Club.

Nel estate del 2017 viene definitivamente inserito nella rosa della prima squadra.

“Appie”, come viene chiamato da tutti, sceglierà il NUMERO 34.

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E’ l’8 luglio del 2017.

La preparazione dell’Ajax è iniziata da pochi giorni e nel piccolo stadio di Schwendau, nelle Alpi austriache a meno di 70 km da Innsbruck, si gioca una partita amichevole.

Di fronte all’Ajax ci sono i tedeschi del Werder Brema.

Mancano meno di venti minuti alla fine.

L’Ajax sta spingendo alla ricerca del gol del pareggio.

L’azione si sta sviluppando sulla fascia destra.

Dall’altra parte del campo però c’è un giocatore che sta camminando lentamente disinteressandosi totalmente allo sviluppo del gioco.

Poi improvvisamente si inginocchia a terra e poi si corica di schiena.

Un compagno se ne accorge, alza il braccio per attirare l’attenzione dei compagni.

L’arbitro ferma il gioco.

Passano diversi secondi prima che ci si renda conto che non è stanchezza, non è un infortunio e non è neppure colpa dei 30 gradi abbondanti di quella giornata di luglio.

Intorno al giovane Nouri si muovono tutti con apparente tranquillità.

Per oltre un minuto.

Poi Klaas-Jan Huntelaar si avvicina e i suoi gesti sono di autentico terrore.

A quel punto anche il medico del Werder Brema si precipita in campo.

Passeranno 7 lunghissimi minuti prima che un defibrillatore entri in azione.

Dopo 13 minuti, quando la situazione sembra ormai compromessa, il cuore di Abdelhak Nouri ricomincia a battere e il suo respiro torna regolare.

Arriva un elicottero che porta il giovane talento di origine marocchina all’ospedale di Innsbruck.
I primi segnali sono confortanti. Come spesso accade in questi casi viene indotto il coma ma i primi test a cuore e cervello sono confortanti.

La famiglia di Abdelhak arriva al suo capezzale.

Manca solo il padre, che dopo un anno a lavorare in macelleria era tornato in Marocco per qualche giorno di vacanza.

Ulteriori controlli però svelano un quadro diverso.

Ci sono importanti danni subiti dal cervello.

“Appie” non tornerà mai più su un campo di calcio.

A due anni abbondanti di distanza da quel giorno è ancora in un letto d’ospedale.

E’ uscito dal coma, riconosce i suoi famigliari, riesce a muovere bocca e occhi.

Per la famiglia di Nouri è un passo importante.

Non si arrendono, sono convinti che un pieno recupero sia ancora possibile.

Il padre Mohammed non lavora più in macelleria.

Passa tutti i giorni ore e ore al capezzale del figlio poi arrivano i fratelli Abderrahim e Mohammed a dargli il cambio.

Da quando è tornato ad Amsterdam, nel quartiere di Geuzenveld, gli attestati di affetto e il calore di amici, vicini e semplici tifosi dell’Ajax non hanno mai smesso di arrivare alla famiglia Nouri.

Nel campetto da gioco del quartiere campeggia una grande scritta su un muro “Appie 4 ever”.

Neanche all’Ajax intendono dimenticare questo ragazzino sempre sorridente, allegro e con tanta voglia di giocare a calcio e di imparare.

Sono tutti assolutamente sicuri che “Appie” avrebbe recitato una parte importantissima in questo Ajax che nella scorsa stagione ha incantato il mondo del pallone con il suo gioco offensivo e spettacolare.

Un classico 10, che amava giocare tra le linee e che si adattava benissimo anche partendo dall’esterno.

Edwin Van der Saar, l’ex grande portiere e ora direttore generale dell’Ajax ha ammesso con grande onestà che “si sarebbe dovuto fare molto di più quel giorno. Troppo tempo perso a liberare le vie respiratorie, troppo tempo perso prima di capire da dove veniva il problema.

… e troppo tempo perso prima di utilizzare il defibrillatore. Se tutto questo fosse stato fatto è possibile che Abdelhak ora sarebbe in condizioni migliori. Non è una certezza, ma è una possibilità”.

 

TRIBUTI

 

Il Guardian, il prestigioso quotidiano inglese, nel 2014 (quando Abdelhak aveva solo 17 anni) lo aveva inserito tra i 40 migliori giovani del calcio mondiale.

Ricorda David Endt, che fu general manager all’Ajax fino al 2013.

“Già allora si vedeva che aveva una qualità assoluta. Un giorno gli dissi che il suo stile di gioco mi ricordava quello del grande Andres Iniesta”. “Appie” sgranò gli occhi e rimase per un paio di secondi a bocca aperta prima di bisbigliare un “ma … dice sul serio ? E’ proprio il giocatore a cui mi ispiro ! Grazie Boss !”.

Ousmane Dembélé, l’attaccante del Barcellona, diventò amico di “Appie” durante un torneo giovanile, in cui giocarono come avversari. Nacque una bella amicizia e Ousmane ancora oggi, sui suoi scarpini di gioco, ha inciso il nome “Nouri” e il numero 34.

Due dei migliori amici di Abdelhak sono Frenkie de Jong ora al Barcellona e Donny Van de Beek.

Quest’ultimo va spessissimo a trovare “Appie” e si racconta che spesso rimanga a dormire vicino a lui, nel letto a fianco.

Il 16 aprile di quest’anno è stato proprio Van de Beek a segnare il gol del pareggio dell’Ajax nella sfida con la Juventus nei quarti di finale della Champions League.

“Stavo impazzendo di gioia quando correndo verso i nostri tifosi ho guardato il tabellone luminoso. Avevo segnato al minuto 34. E’ stato Appie, ne sono assolutamente sicuro” ricorda commosso Donny.

 

All’entrata del museo dell’Ajax, a pochi metri dal “Johann Cruyff Arena”, ci sono tre maglie con il numero 34. Su ognuna di loro, sopra il numero, c’è una parola.

Insieme formano un messaggio “Stay strong Appie”.

Non mollare ragazzo.

 

www.nourifoundation.com

 

L’URLO (E. Munch – 1893) – LA SUBLIMAZIONE DEL DOLORE UMANO.

di SARA DEL BARBA

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Urlo dell’angoscia. E’ un’istantanea sonora dell’attimo in cui un tramonto infuocato trascina negli abissi tutto il creato. Senza via di scampo.

La creatura emaciata si allunga, si contorce. Pare invertebrata, troppo fragile anche solo per sostenere la potenza dello squarcio che echeggia di linee ondulate, ipnotiche.

La bocca è un contorno curvilineo senza regole, livido, vuoto.

E allora, è anche un urlo vuoto, sordo e assordante nel medesimo istante.

Grida colui che ha iniziato il suo ciclo, ignaro, ancora, che quello smarrimento ne sarà l’ombra fino alla supplica dell’ultimo respiro.

Lacerante, acuto. Eppure flebile, soffocato, quasi muto.

Sostanza liquida,

Il grido.

Fa paura percepire quel suono feroce. Non possono nulla le mani che tentano di coprire le orecchie. Lo sfondo è un vortice insanguinato che produce linee rumorose, tortuose e languide, tutt’uno con la larva.

Il grido.

Fantasma senza sesso. L’io sta collassando.

Assale nel trasalimento di una scossa, nell’emozione che toglie la parola, nella materialità di un’allucinazione.

E’ la tragica angoscia esistenziale. L’inquietudine tremula di guardarsi dentro, che passa attraverso un volto spettrale immerso in un paesaggio onirico quanto reale.

E’ il volto di ogni uomo che chiede, urlando, dalla sua anima tumultuosa, la sordità per non udire, per mettere fine al suo terrificante, insostenibile dolore.

Il grido.

La creatura spaventata sta tremando, sente salire l’inquietudine, urlando di un grido di dolore infinito che ha veduto, rappreso come sangue, nell’abisso della memoria.

 

“Camminavo lungo la strada con due amici

quando il sole tramontò

il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue

mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto

sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco

i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura

e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.”

 

Ci troviamo ancora immersi negli strascichi dell’atmosfera della Belle Epoque, degli Impressionisti e dei Pointillistes. Ma ecco che Munch diviene, da subito, il più fulmineo antefatto figurativo per gli Espressionisti, anticipandoli. Le linee e il colore delle sue opere sputano fuori una potenza espressiva, espressione espressionistica appunto, di rara significazione per mezzo di un’immagine. La tematica del dolore umano, dell’angoscia senza respiro, della disumanizzazione della società, della sofferenza come attitudine propria ed inevitabile dell’esistenza, è assolutamente centrale per l’artista norvegese. Attraverso nuove tecniche artistiche. “Basta con gli interni, con gli uomini che leggono e donne che lavorano a maglia”, scrisse, con una chiara provocazione verso i Nabis post-impressionisti. “Da qualche parte ci saranno pure esseri umani che respirano e sentono e amano e soffrono.”

Munch dipinge la sua stessa anima morbosa, che vuole essere rappresentazione dei sentimenti dell’uomo di fronte ai misteri dell’esistenza: la vita, l’amore, la procreazione, la morte. Senza dubbio alcuno, è un’idea pessimistica e senza speranza. La paura sessuale, la sensazione di perdersi, l’allucinazione del turbamento umano, la sofferenza del corpo e dell’anima: tutto è ravvisabile nella violenza della sua pittura, nelle sue linee rosso sangue e blu glaciale.

Le tragedie personali diventano, per gli Espressionisti in generale, vere e proprie esperienze catartiche con cui graffiare la tela. Crudo ma vero. E così fa anche Munch. Con un occhio ben più che teso all’emblematica mano della sofferenza allucinata propria di Van Gogh – basti ricordare le linee schizzate della “Nuit étoilée” – studiando il linguaggio pittorico così espressivo di Gauguin, passando attraverso la filosofia esistenzialista di Kierkegaard. “Semplificazione deformata” dell’inquietudine umana, dell’irriverenza della morte, attraverso immagini anche blasfeme, severe, tristi. L’astrazione del sentimento diviene, così, concreta allegoria della psiche che nel suo tratto più individualista incontra l’assoluto ed esplode per chi guarda, prima attraverso il pensiero, poi dritto e senza scampo nell’anima.

Edvard Munch nasce il 12 dicembre del 1863. Cresce a Christania (attuale Oslo), la città dove si trasferisce con la famiglia quando ha appena un anno di età. Munch ha un’infanzia difficile e una vita tragica, piena di lutti e traversie: a cinque anni perde la madre e a dodici la cara sorella maggiore Sophie, entrambe per tisi; un fratello, poi, muore per annegamento e Lara, l’altra sorella, è affetta da crisi psichiche. Tutti eventi che influiscono, inevitabilmente, sulla maturazione del suo pensiero fortemente negativo e che lo porteranno a rifiutare convintamente l’idea ad avere una famiglia, per il timore incontrollato di trasmettere ad eventuale prole la tendenza della famiglia alla malattia, fisica e psichica. “Malattia e pazzia furono gli angeli custodi della mia culla”. Lui stesso, piuttosto avvezzo all’uso, anzi abuso, di alcol, soffre di turbe mentali e stati di allucinazione. Per un periodo fu anche ricoverato in una clinica psichiatrica a Copenaghen.

Inizialmente decide di intraprendere studi di ingegneria; dopo pochissimo tempo, però, decide di interromperli per seguire la sua indole artistica. Nel 1880 inizia la frequentazione della Scuola Reale di Pittura di Oslo, dove entra in contatto con pittori di impostazione naturalistica. Le sue prime opere risentono di questa influenza naturalista e sono caratterizzate da tematiche legate alla quotidianità e dall’utilizzo di una pittura dai toni scuri; tendenza che poi abbandona ben presto. Dopo un emblematico viaggio a Parigi, abbandona la strada naturalista per avvicinarsi al simbolismo e all’impressionismo. Da qui, poi, l’attrazione artistica si concentrerà su autori come Van Gogh e Gauguin, punti di riferimento importanti per addivenire a quell’idea iconografica di tragedia angosciosa dell’esistenza umana, da moderno espressionista. Il male di vivere e il difficile approccio con le donne caratterizzano tutta la sua vita.

Dopo molti viaggi su e giù per l’Europa, mostre famose (scandalosa quella di Berlino nel 1892), continua progressione, quasi ciclica e studiata della pittura, nel 1913 rientra in modo quasi definitivo a Oslo. Nel 1930, poi, un’incurabile malattia agli occhi gli rende quasi impossibile continuare a dipingere. Nel 1937 Munch i nazisti definiscono le sue opere “arte degenerata” e viene ordinato il loro ritiro dai musei.

La sua vita si è consumata attraverso un comportamento suicidario pur non avendo mai tentato di porre fine alla propria vita. Le sue tele, la sua arte sono state contenitore di quel male di vivere. L’impotenza di continuare a dipingere per la malattia è stata la concretizzazione ultima di quel dolore.

Muore il 23 gennaio 1944, lasciando tutti i suoi beni al Comune di Oslo, che nel 1963 inaugurerà il Munch Museet dedicato a colui che ha saputo dipingere con tale “furia”, introducendo innovativi mezzi espressivi, la cecità e l’impotenza dell’uomo di fronte alle catastrofi, mentali e materiali, dell’esistenza umana.