IGNAZIO GIUNTI: Pastorale a 4 ruote.

di DIEGO MARIOTTINI

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Non era ancora famosissimo presso il grande pubblico, ma lo sarebbe diventato. È mancato il tempo a disposizione. Nell’ambiente delle corse veniva considerato l’astro nascente. Invece, la vita di Ignazio Giunti termina all’improvviso, il 10 gennaio 1971 dopo un terribile incidente in Argentina, durante la 1000 chilometri di Buenos Aires. Una morte che mette in evidenza non soltanto la potenza distruttiva del fato (quando vuole), ma anche un’assenza di regole chiare nella gestione delle corse. Motivo, quest’ultimo, di tante, troppe morti nel mondo della Formula 1 e categorie similari. La fine improvvisa del pilota romano diventa un vero e proprio caso che costringerà i decisori a rivedere (senza grandi risultati immediati, a dir la verità) le regole della sicurezza in un autodromo. Fuori da ogni norma legale, a tutti gli amanti delle corse resterà lo sconforto per avere perso un campione in crescita, non ancora trentenne. Un uomo e un driver di estrazione nobile, ma soprattutto un signore vero, al di là di qualsiasi blasone formale.

 

SE SEI DI SANGUE BLU, non gliene importa a nessuno. Anzi, verrai considerato un figlio di papà, un viziatello. Un miracolato o giù di lì. Se sei ricco di famiglia, non te lo perdoneranno mai. Perché ci sarà sempre qualcuno pronto a dire che ce l’hai fatta solo perché hai i soldi e le conoscenze giuste. Eppure il barone Ignazio Giunti, talento ne ha. Classe 1941, rampollo di aristocratica famiglia romana, nutre la passione per i motori fin da ragazzino. È appena adolescente e ha già le idee chiare: anche se alla sua famiglia questo non piacerà, lui diventerà un pilota di Formula 1. Sente dentro di sé talento e giuste ambizioni. Il suo innato pudore nasconde quel fuoco interiore che contiene in sé tutti i fattori X necessari per sfondare. Ma quello al quale vuole appartenere è un mondo difficile, spietato, privo di anima. Tutto ruota intorno al business e se hai un cuore, devi sapere fin dall’inizio che l’organo vitale da solo non basta. Servono anche il coraggio di osare, la razionalità per programmare, un certo “pelo sullo stomaco” quando serve. Su quest’ultimo aspetto il giovane Ignazio deve ancora lavorare, per il resto c’è già tutto. È un ragazzo determinato, riflessivo, cordiale nei modi e nel contempo riservato. Possiede in dotazione una mente analitica ma quando serve sa far funzionare a dovere anche l’istinto. Tuttavia la famiglia Giunti continua a non essere d’accordo con la sua scelta, a casa avrebbero altre aspettative. Dunque, per arrivare in alto Ignazio sa che dovrà fare tutto da solo. L’ostilità parentale è qualcosa che può rendere le persone ciniche, dure, avide e spietate. Anche uno come Niki Lauda ha conosciuto una serie di dinieghi importanti, in famiglia. L’idea di avere un figlio pilota viene mal digerita da una famiglia di banchieri viennesi. Per questo motivo, il giovane Lauda dovrà affinare a proprio vantaggio qualità altrimenti negative come freddezza d’animo, assenza di scrupoli, mancanza di empatia con il prossimo. Niki Lauda non diventa, si rivela. Giunti non sarà mai così: una sensibilità spiccata e un tratto signorile e premuroso nel rivolgersi ai suoi collaboratori anche nei momenti più difficili non andranno mai in conflitto con un senso ferreo della disciplina. Qualità, quest’ultima, che da un certo momento in poi farà posare su Ignazio gli occhi di un uomo molto navigato. Uno che riconosce la qualità umana e professionale anche a chilometri di distanza: è Enzo Ferrari. Il Drake è abituato a guardare sempre oltre le apparenze e nota subito in Giunti una sobrietà nei comportamenti oggi sconosciuta a qualsiasi personaggio di spicco dello sport. Un tratto che da solo non fa ancora un campione, ma che può completare molto bene il profilo, quando il talento c’è.

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LA GAVETTA è quella tipica di tanti driver. A 20 anni, all’insaputa dei signori Giunti, che per fingere di non capire rivolgono lo sguardo al loro albergo di Sangineto, in Calabria, Ignazio inizia con le cronoscalate. La prima macchina è una Alfa Romeo Giulietta TI presa a noleggio. I risultati sono apprezzabili, l’anno successivo il pilota passa a vetture più potenti e debutta nelle competizioni su pista a Vallelunga, il mitico autodromo a nord della Capitale. Passano due anni di “apprendistato” e nel 1964 il pilota si piazza secondo nel Campionato italiano. Disputerà diverse gare in Europa con la Fiat-Abarth 850TC del team Bardahl, continuando a essere imbattibile sul circuito romano. Il soprannome “reuccio di Vallelunga” sarà esaustivo in tal senso. Nella stagione 1966, avviene un primo fondamentale salto di qualità. La Formula 1 impone una trafila abbastanza ferrea, ma serve anche l’occasione giusta per fare il giusto passo di avvicinamento. Giunti partecipa al campionato italiano di Formula 3, ottenendo il terzo posto al Circuito del Mugello con la Giulia GTA. Lo stesso anno entra a far parte dell’Autodelta che allora gestiva le Alfa Romeo Giulia GTA ufficiali, grandi mattatrici negli anni 60 sia in pista nell’Euroturismo che nelle gare in salita. Nel 1967 Giunti vince con la GTA la categoria turismo del Campionato europeo della montagna, mettendosi definitivamente in luce e approdando nella categoria sport prototipi, sempre con l’Alfa Romeo. Nella stessa stagione vince il Campionato italiano per vetture sport, finisce secondo alla Targa Florio e quarto alla 24 ore di Le Mans. I risultati ottenuti lo portano all’attenzione della Ferrari, aprendogli le porte della scuderia di Maranello. Il 1970 è l’anno cruciale: vince in team la 12 ore di Sebring con la 512S, ottiene il secondo posto alla 1000 chilometri di Monza e i terzi posti alla Targa Florio e alla 6 Ore di Watkins Glen. Non sono chiacchiere, le sue, ma fatti concreti ed è su quelli che si misura la competitività di un pilota. Soprattutto sono risultati che apronoa Ignazio Giunti le porte della Formula 1,al volante della Ferrari 312 B.

IL DEBUTTO IN FORMULA 1 avviene il 7 giugno 1970 in Belgio sul circuito di Spa-Francorchamps.  Alla guida della 312B, l’esordiente termina al quarto posto. Inizio eccellente. È il primo piazzamento a punti per la vettura dotata del nuovo motore V12 “piatto”. Il Drake è felice, sa di avere trovato un buon motore e un driver di grande prospettiva, del quale ha stima anche sul piano umano. Quello stesso anno il nuovo arrivato disputa altre 3 gare. Non va a punti ma si guadagna la riconferma per l’anno successivo nella squadra del “mondiale marche”, con la nuova Ferrari 312 PB con motore da F1. Il 30 agosto 1970 Ignazio Giunti compie 29 anni. Non sa, non può sapere, che quello sarà il suo ultimo compleanno. Quella domenica di fine agosto a Roma non è una giornata qualsiasi. Viene liberato dal carcere di Regina Coeli l’attore Walter Chiari, in arresto da qualche mese per l’accusa di consumo e spaccio di cocaina. Nella stessa giornata, nella Capitale avviene un fatto di cronaca nera che apre uno spaccato inquietante sulla cosiddetta “Roma bene”. Il ricchissimo e potente marchese Camillo Casati Stampa uccide con un’arma da fuoco sua moglie Anna e Massimo Minorenti, il giovane amante della donna. Poi si suicida. La vicenda, in realtà molto più perversa e intricata di un semplice dramma della gelosia, diverrà epocale, portando allo scoperto un giro di rapporti sessuali promiscui non sempre di alto bordo cui il marchese spingeva la moglie. Relazioni torbide e occasionali che si verificavano sotto il suo sguardo voyeuristico ma senza la sua partecipazione attiva.Una fitta rete che per un momento sembrerà coinvolgere anche nomi eccellenti: gente dello spettacolo, imprenditori e politici di allora. In quel momento, Ignazio Giunti pensa ad altro ma la settimana successiva al suo compleanno una tragedia scuote il mondo della Formula 1. Durante le prove di qualifica del sabato, il 5 settembre muore a Monza l’austriaco Jochen  Rindt, leader in quel momento della classifica mondiale. Alla fine della stagione Rindt, che al momento del decesso (a 4 gare dalla fine del Mondiale) aveva un buon vantaggio di punti sul ferrarista Jackie Ickx, sarà l’unico campione mondiale postumo nella storia iridata delle 4 ruote.

 

LA TRAGEDIA. Buenos Aires, 10 gennaio 1971, sono circa le 10 di mattina locali quando è in corso di svolgimento la 1000 chilometri. Ignazio Giunti, che gareggia in coppia con un altro compagno di equipaggio, l’italiano Arturo Merzario, è saldamente al comando. Al giro 38, il francese Jean-Pierre Beltoise su Matra, esaurisce il carburante in prossimità dell’ultimo tornante prima del rettilineo principale. Beltoise decide così di raggiungere i box spingendo a mano la sua vettura. In prossimità dell’ultima curva a sinistra il pilota francese corregge la traiettoria della vettura che sta piegando troppo verso il centro della pista, spostandosi al fianco della sua Matra. L’obiettivo è quello di girare il volante. Proprio in quel momento passano Giunti e l’inglese Mike Parkes. L’italiano sta per doppiare Parkes quando, affrontato l’ultimo tornante prima del traguardo, i due si trovano in traiettoria la Matra che Beltoise sta spingendo a mano. Parkes riesce a evitare l’impatto infilandosi per miracolo nello spazio tra la Matra e il cordolo interno, ma per Giunti non c’è scampo.La Ferrari colpisce il retro della macchina del francese e carambola lungo il rettilineo dei box per oltre 150 metri. Poi la vettura prende fuoco con il pilota al suo interno. A seguito delle ustioni di terzo grado riportate, alle 14,40 di quella domenica, Ignazio Giunti è ufficialmente dichiarato morto. Nelle concitate fasi che seguono, anche un fotografo presente sopra la terrazza dei box perde la vita dopo essere precipitato a terra per via dell’enorme calca che si era formata nella zona dell’incidente.

 

https://youtu.be/nirbIxyFrjQ

 

Dopo l’incidente il settimanale italiano Autosprint apre una inchiesta serratissima portando avanti una campagna mediatica per stabilire nuove regole sulla sicurezza nel mondo delle corse. L’allora direttore Marcello Sabbatini era amico personale di Giunti. Nell’occhio del mirino finiscono i commissari e il direttore di gara, Juan Manuel Fangio, che non si erano opposti alla manovra di Jean Pierre Beltoise. Una manovra oggi considerata assurda, allora normale, sebbene già vietata dai regolamenti. Il pilota francese a un certo punto cercherà perfino di giustificarsi: «Giunti ha commesso un errore di calcolo e di manovra, io stesso sono vivo per miracolo». Dall’America Mario Andretti sarà lapidario: «La fine di Ignazio è dovuta ai sistemi di sicurezza inadeguati adottati in Europa e sugli autodromi sudamericani. Negli Usa Giunti non sarebbe mai morto in circostanze simili». La morte di Ignazio Giunti resta a suo modo nella storia della sicurezza nelle corse. Arturo Merzario, compagno di team della vittima,dirà anni dopo«Quell’episodio servì per aprire una riflessione. Travagliata, dolorosa ma priva di preconcetti. Fu uno degli episodi capisaldi in cui si cominciò a riflettere sugli errori compiuti. Per il resto Beltoise fu vittima delle circostanze. In quei tempi, se non riportavi la macchina ai box, anche se a spinta, il tuo team ti fucilava. Per questo compiango Ignazio, era un amico, e nello stesso tempo capisco Jean-Pierre». Beltoise, per la prima volta nella storia delle corse, subirà un squalifica per tre gare, una penale, significativa per tempi nei quali gli incidenti mortali in pista venivano catalogati come semplici fatalità dall’autorità sportiva. Da allora il problema della sicurezza dei piloti diverrà centrale per la Formula 1, malgrado le troppe morti in diretta tv che tanti milioni di spettatori dovranno ancora vedere nel corso dei decenni successivi. E se ora le cose sono cambiate, si può dire che il sacrificio di Giunti non sia stato vano. Ma nel frattempo il nostro Paese avrà perduto un campione che avrebbe dato grandi soddisfazioni ai nostri colori. Una macchina italiana con un pilota italiano, accoppiata perfetta. Purtroppo, non sarà così.

 

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EVONNE GOOLAGONG, gli aborigeni e gli Open d’Australia

di DIEGO MARIOTTINI

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Gennaio 1975. È lei, Evonne Goolagong ad alzare al cielo il trofeo dell’Australian Open. Serviva una risposta vincente ed Evonne la diede. Palla a incrociare che finisce sulla riga e punto decisivo. Serviva una risposta chiara a tutti gli australiani che ritenevano gli aborigeni connazionali gente di serie B. Quella risposta Evonne la recapitò a chi di dovere senza pronunciarla mai apertamente. Il successo della Goolagong nel corso degli anni 70 sovverte in effetti le fragili certezze dell’uomo bianco, convinto – e non si sa perché – che il tennis ad alto livello non sia uno “sport per signorine, né per i neri”. Doppia smentita. A dire il vero, la futura #1 del tennis mondiale non è nemmeno nera, come qualcuno sbrigativamente la definisce. È qualcosa di diverso, forse anche di più prezioso. È aborigena, fa parte di quelle popolazioni che da millenni abitano l’Australia e che la colonizzazione anglosassone ha relegato ai margini della società civile.

 

NO, Evonne non è nera, il colore della sua pelle è più scuro di quello di un bianco e più chiaro di quello di un black. E non è neppure meticcia. E’ proprio aborigena e non è la stessa cosa, perché nell’evoluzione umana sono le vicende collettive a fare la differenza e ogni popolo ha vissuto le proprie. Nel corso della storia moderna, la sorte degli abos australiani è per molti versi simile a quella degli indiani d’America e ai nativos di Argentina. Vengono sconfitti dalla superiorità militare e tecnica dell’uomo bianco, spesso sterminati, altre volte emarginati oppure relegati in campi profughi o in riserve, successivamente abbrutiti dall’alcool e dalle tante malattie rispetto alle quali non esiste una contromisura adeguata. Non c’è spazio per altre culture o per altri modi di essere quando si presenta il colonialismo (militare o finanziario che sia) e nemmeno allinearsi allo stile di vita dei bianchi è facile. Talvolta non è neppure accettato. In ogni caso, assoggettarsi è l’unica via per cercare di sopravvivere. In Tasmania, tanto per citare un caso, non ci sono più aborigeni, perché nei secoli passati la loro presenza è stata cancellata in modo definitivo.

 

LA FIGLIA DI KEN. Gli avi della Goolagong riescono a salvarsi, fuggono dalla Tasmania e si stanziano nel Nuovo Galles del Sud, a Griffith, una cittadina di 15mila abitanti, abitata in larga parte da emigrati veneti e da calabresi. Il mare è lontano, Sydney lontanissima (quasi 600 km.), Canberra poco meno. Il padre, appartenente al popolo Wiradjuri, ex pastore nomade ribattezzato con il nome di Ken (i bianchi sanno essere così civili da imporre anche nomi civili agli sconfitti), è l’unico abo maschio e adulto di Griffith. Sua figlia, la piccola Evonne Fay, nata a Griffith il 31 luglio 1951, terza di otto figli, va a scuola nel villaggio di Barellan (a 32 miglia da casa) e talvolta frequenta l’unico campo da tennis che c’è, ovviamente proprietà di un ricco colono di origine anglosassone. La bambina è dapprima la raccattapalle scalza dei bianchi, poi comincia a prendere dimestichezza con la racchetta e pian piano la sua considerazione tra gli abitanti di Barellan cresce. Impara a colpire la pallina, gioca con i bianchi, diventa in poco tempo la più brava di tutti.  <<Strano, una negra che sa giocare a tennis. E non se la cava neppure male>>, sentenzia qualche genio diversamente pigmentato, di certo poco avvezzo alle sfumature cromatiche.

 

BILL EDWARDS CI VEDE LUNGO. Un malinteso senso dell’orgoglio potrebbe rivolgere il talento in spirito rivendicativo: nulla di più lontano dall’indole pacifica ma determinata di chi ha sangue Wiradjuri. E sì che in quanto ad amor proprio Evonne Goolagong non sembra seconda a nessuno, ma c’è sempre modo e modo di esprimere ogni stato d’animo. Lei preferisce far parlare i fatti e i fatti si dimostrano grazie al lavoro duro. Dunque, nell’entroterra del Nuovo Galles del Sud c’è una ragazzina che con la racchetta fa quello che vuole e l’eco dell’esistenza di un simile fenomeno arriva fino alla Metropoli. Un allenatore di Sydney, il signor Bill Edwards, muore dalla voglia di vederla all’opera. Pochi scambi da fondo campo tra i due e l’evidenza ha la meglio. Evonne è talmente brava che Edwards vuole adottarla. È l’unico modo per strapparla a una condizione di subalternità, in quel mondo. La farà studiare e permetterà al talento della ragazza di affinarsi fino a fare di lei una campionessa di livello internazionale. I signori Goolagong accettano e la cosa non deve sorprendere. Tra gli aborigeni i nuclei familiari sono variabili ed è considerato normale, anzi positivo, educare anche i figli degli altri o far vivere esperienze differenti ai propri ragazzi. Poco tempo ed Evonne Goolagong diventa una campionessa abo in un mondo di bianchi. Mano destra solida e morbida al tempo stesso, capacità di imporre il ritmo del gioco in qualsiasi situazione. Grande capacità di concentrazione. Movimenti leggeri, condizione atletica sempre al top. Corretta e spietata sul piano agonistico contro chi è dall’altra parte della rete. Da un certo momento in poi le stimmate della campionessa non le vede più soltanto il patrigno-allenatore. Con i primi guadagni di Evonne, anche Melinda, sua madre, può comprare una casa da “australiani veri”. Nell’antica Roma esistevano i Liberti, gli schiavi liberati. Secoli dopo, dall’altra parte del mondo non è che sia cambiato chissà cosa, a parte le pure forme.

 

THE DOUBLE. Nel 1971, poco prima di compiere 20 anni la Goolagong mette a segno un’accoppiata che già da sola definirebbe una carriera fantastica. Nel giro di un mese vince il Roland Garros di Parigi e il torneo londinese di Wimbledon. In entrambe le situazioni batte due connazionali, due bianche, due esponenti della cosiddetta Australia dominante: Helen Gourlay e la grandissima Margaret Smith Court. All’Australian Open di quello stesso anno la Smith Court ed Evonne uniscono le forze nel doppio e in finale si sbarazzano delle connazionali Emerson e Hunt con un irreplicabile 6-0 6-0. L’agenzia americana di stampa Associated Press la premia come “sportiva dell’anno 1971”. In quel periodo, la nazionale australiana vince per tre volte la Fed Cup (il corrispettivo femminile della Coppa Davis), nel 1970, nel 1973 e nel 1974. Ma manca ancora qualcosa di molto, troppo importante.

 

NEMO PROPHETA IN PATRIA, recitano i Vangeli e fino a un certo momento della carriera quella locuzione sembrerebbe pensata proprio per la tennista aborigena. Per quanto la riguarda, sugli Australian Open di Melbourne sembra esistere una maledizione: da singolarista è arrivata tre volte consecutive in finale e ha perso sempre, due volte contro la Smith Court e una contro l’inglese Virginia Wade. Ma a forza di andarci vicina, il 1974 è finalmente l’anno buono, perché nel giorno decisivo la Goolagong piega la resistenza dell’americana Chris Evert, altro talento emergente, e alza il trofeo davanti alla “sua” gente. E si aggiudica anche il doppio, in coppia con l’americana Peggy Michel. Ma di norma la vittoria più bella è quella che si replica e la replica avviene l’anno dopo. Anzi, è una replica al quadrato, perché nel doppio Goolagong-Michel sconfiggono Smith Court-Morozova. Tuttavia è nel singolare che i detrattori attendono al varco Evonne. L’altra finalista dell’Australian Open 1975 è una giovanissima tennista nata a Praga e che non ha ancora compiuto vent’anni. Si chiama Martina Navratilova. È nel circuito internazionale da poco tempo ma si dice che sia fortissima e che in futuro non avrà avversarie di fronte a sé. Vero, ma con un 6-3 6-2 quel giorno la più forte rimane ancora lei, Evonne Goolagong. Dunque, gli Open d’Australia non sono più un taboo e la profetessa diventa tale anche a casa sua.  E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua» Matteo 13, 57. Vero per l’apostolo Matteo, non più per la tennista Evonne. Il 1975 è per lei un anno d’oro anche sul fronte personale: diventa la signora Cawley e successivamente diventa madre di Kelly (1977) e di Morgan (1981). Il 26 aprile 1976 la tennista australiana è #1 del ranking mondiale.

 

ONORE AL MERITO. L’ultimo acuto importante della Goolagong è la vittoria a Wimbledon nel 1980, alla soglia dei 30 anni. Nel 1983 la campionessa saluta tutti: con un sorriso smagliante, con la classe e lo stile sobrio e misurato di sempre. In una lunga e fortunata carriera, l’unico vero dispiacere professionale è quello di non avere mai vinto gli U.S. Open. Finalista per quattro anni di fila dal 1973 al 1976, viene sconfitta da tre avversarie diverse, la Smith Court, la King e la Evert (2 volte). Al termine della carriera diviene allenatrice e nel 2002 guida la nazionale australiana come capitano non giocatore. Per tutto ciò che ha fatto e che ha rappresentato per il suo Paese ha ottenuto varie Onorificenze tra le quali l’Order of Australia e l’Ordine dell’Impero Britannico. Il 26 gennaio 2018 è nominata Compagna dell’Ordine di Australia «per l’eminente servizio al tennis come giocatrice a livello nazionale e internazionale, come ambasciatrice, sostenitrice e difensore della salute, dell’istruzione e del benessere dei giovani indigeni attraverso la partecipazione allo sport e come modello di riferimento.». Mica male per una che faceva la raccattapalle scalza e viveva ai margini della civiltà bianca perché era considerata un’australiana di serie B. Una che, per emergere, ha dovuto essere “sdoganata” da un allenatore tanto bianco quanto WASP (White Anglo Saxon Protestant).

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Simply GEORGE BEST.

di DIEGO MARIOTTINI

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Il 25 novembre 2005, muore all’età di 59 anni uno dei più grandi talenti del calcio moderno. L’uomo che ha non soltanto rivoluzionato alla sua maniera il modo di stare in campo ma che nell’immaginario di un’epoca ha concesso un’anima all’essere calciatore. Un’anima con le sue fragilità, la sua grandezza, i suoi insondabili abissi e le sue più intollerabili solitudini. Dopo di lui il calcio non sarà più lo stesso, perché tra la metà di un secolo e l’inizio di un millennio è passata una cometa, veloce e luminosa, che ha ridefinito ogni cosa e il suo contrario. Il buio pesto e i colori, la gioia di essere di essere lì e l’incapacità di restarvi a lungo. La storia di George Best, il migliore di nome e forse di fatto. Un cuore (nord) irlandese, patrimonio dell’umanità. Il privilegio e la condanna di possedere una classe superiore e, per cognome, un superlativo assoluto. È almeno per ora l’unico calciatore al mondo al quale sia stato intitolato un aeroporto internazionale (quello di Belfast, naturalmente) e che può vantare la propria effigie sulla banconota da 5 sterline.

 

NATO AI BORDI DI PERIFERIA. Quella di George Best è una storia che ha inizio ai margini del Regno Unito. Nasce a Cregagh, quartiere a est di Belfast, nel 1946. Una città strana, la capitale dell’Irlanda del Nord. Un luogo diviso e contemporaneamente unito da fili spinati visibili e invisibili. Dove camminare in una certa strada o bere in un certo pub può significare schierarsi da una parte o dall’altra, anche senza volerlo. Figlio primogenito di Dickie Best e Anne Withers, George cerca di bypassare il dissidio fra protestanti e cattolici dedicandosi fin da bambino a fare ciò che gli riesce meglio. Il padre cerca di convertire quell’interesse al calcio nella lotta contro gli interessi dei cattolici nell’Ulster e allo stesso tempo quelli del governo di Londra. Troppo complicato. Lui, Georgie, come lo chiamano a casa i genitori, il fratello Ian e le quattro sorelle, può tutt’al più guerreggiare contro lo strapotere del rugby e di quella palla ovale che proprio non riesce a governare.

 

MATT, CREDO DI AVERTI TROVATO UNGENIO. Ma la prima delusione grande gliela dà proprio il calcio, anzi, peggio, la squadra del cuore: il Glentoran. I verde-rosso-neri di Belfast lo scartano perché il ragazzo è piccolo e leggero. Guardano le fattezze fisiche e non si accorgono di due piedi da arte orafa e di un dribbling devastante per chi lo subisce. Ma la fortuna a volte viene da lontano. Robert Bishop, un osservatore del Manchester  United che si trova in quel momento a Belfast, ritiene di aver visto all’opera un genio in fasce e avverte in fretta l’allenatore della prima squadra, Matt Busby. Bishop non è uno che di solito si spertica in complimenti, dunque bisogna sbrigarsi prima che ci arrivi qualcun altro. Best viene portato a Manchester. Un provino di prammatica, la partitella fra ragazzi e l’allenatore vede in quel ragazzotto un calciatore già completo. Uno che oltre al dribbling ha capacità di contrasto, senso pratico sotto porta, culto dell’estetica applicata al risultato, voglia di vincere. Superata la saudade in salsa nordirlandese, George Best viene fatto esordire con i Red Devils. È il 14 settembre 1963 e la partita è Manchester United-West Bromwich Albion.

 

TITOLARE INAMOVIBILE. Dopo un gol segnato al Burnley durante una partita di FA Cup, diventa sempre più complicato escludere Best dal gruppo dei titolari. Non avrà sempre la dovuta continuità ma un suo lampo, anche uno solo, può cambiare una partita. La stagione 1963-64 vede Best in campo per 26 volte con 6 reti segnate. L’anno dopo è subito scudetto, al termine di un campionato drammatico che i “red devils” vincono in virtù della miglior differenza reti sul Leeds.Contribuiscono, e non poco, anche a 10 reti dell’astro nascente. Il quale avrà la sua consacrazione a livello internazionale con la Coppa Campioni 1965-66. A tal proposito, ci sono una partita e una data che impongono per sempre il genio di Belfast all’attenzione continentale.

 

YES I’M GONNA BE A STAR. Il 9 marzo del 1966 il Manchester United ha in programma una trasferta di Coppa Campioni particolarmente dura. Il Benfica di Lisbona è stato finalista in quattro edizioni su cinque delle stagioni immediatamente precedenti. Ci gioca Eusebio, Pallone d’oro in carica. E già questo dovrebbe spaventare. In meno di un quarto d’ora il non ancora ventenne Best chiarisce subito di non essere inferiore al suo blasonato collega. Con una doppietta di rara bellezza (un colpo di testa a incrociare e un perfetto diagonale rasoterra appena all’interno dell’area) avvia una goleada trionfale in terra lusitana. 1-5 per i red devils e Best diventa da quella sera una star assoluta. È bello, è un campione, ha uno stile di vita sregolato e tutto suo. Nulla sembra poterlo fermare ma l’allenatore Busby sa tutto di lui e a malincuore gli perdona quasi tutto. “Georgie” è eccessivo in ogni aspetto: belle donne, notti brave, feste danzanti ma soprattutto troppo alcool. Lui è molto cool, la sua vita è molto swinging. È forse una tara familiare, quella che lo porta allo stravizio sistematico. O forse una vena autodistruttiva che poco alla volta sta diventando un’arteria. Per il momento tutto è tenuto sotto controllo e il giocatore incanta tutti, fino all’apoteosi datata 1968. È talento puro, è colpo sopraffino, ma è anche voglia di andare in pressing a recuperare palloni e far partire la manovra. È capacità di fare gol “alla Best”, perché solo lui è capace di farne di così belli e con quella continuità. Lo United non vince il campionato ma Georgie è lo scorer della stagione con 28 reti (in condominio con Davies del Southampton). Ma soprattutto la formazione di Busby vince la Coppa dei Campioni. Il Pallone d’oro 1968 va a un ragazzo di Belfast di 22 anni. È il punto più alto e nel contempo l’inizio della fine.

 

LA PARABOLA DISCENDENTE. Nel 1968-69 gioca ancora su alti livelli (22 reti in 55 partite totali) ma lo United termina il campionato a metà classifica. In Coppa dei Campioni Best e compagni raggiungono le semifinali, poi vengono eliminati dal Milan. A fine anno Matt Busby annuncia il ritiro e viene sostituito da Wilf McGuinness. Nella stagione 1969-70 Best segna un totale di 23 reti, di cui 6 in una singola partita (la celebre vittoria per 8-2 sul Northampton Town in FA Cup). Nel dicembre del 1970 Busby in realtà torna alla guida dello United, ma il giocattolo sembra rotto. La squadra si piazza ancora una volta a metà classifica e i vizi e la fragilità psichica di Georgievengono definitivamente allo scoperto: dapprima subisce multe per cattiva condotta e poi si becca una sospensione di due settimane per aver passato un weekend con una nota attrice inglese invece di scendere in campo contro il Chelsea. Tra sbronze colossali, fughe romantiche con questa o con quella donna, minacce di morte e perfino l’accusa per il furto di una pelliccia, il 1° gennaio 1974 il rapporto fra Best e il Manchester s’interrompe per sempre. Senza di lui la squadra retrocede in Second Division, con lui la vita nello spogliatoio era diventata impossibile. Best si ritrova senza più una squadra a soli 28 anni. Comincia un lungo periodo in cui girovaga fra varie compagini in quattro continenti diversi, sempre con contratti di breve durata e prestazioni alterne. Nel 1978 un grande dolore segna ancor più una psicologia eccentrica ma essenzialmente frangibile. Annie, madre di George, muore di una malattia cardiovascolare dovuta all’alcolismo. Un segnale che il 32enne George dovrebbe fare suo al volo, ma che in effetti non coglie. Forse non può più. Gli anni 80 procedono così, fra qualche bella partita da virtuoso fine a se stesso, molto alcool, un matrimonio fallito, un figlio di nome Calum che ha bisogno di un padre sobrio e autorevole e qualche arresto per guida in stato di ebbrezza, nonché resistenza a pubblico ufficiale.

NON ESSERE CATTIVO. Negli anni 90 Georgie Best, l’ex ragazzo prodigio di Belfast, è ormai un uomo di mezz’età, mai maturato davvero. Gli anni migliori sono passati, un talento straordinario è stato del tutto dissipato e l’unica compagnia fissa è la bottiglia. Nel 2000 viene ricoverato per gravi danni epatici dovuti proprio a quel tipo di problemi. Nel 2002, all’età di 56 anni, subisce un trapianto di fegato. Il 2 ottobre del 2005 lo ricoverano in terapia intensiva in una clinica privata londinese, il Cromwell Hospital, per un’improvvisa infezione ai polmoni. Dopo alcuni segni di miglioramento, alla fine del mese le sue condizioni cominciano nuovamente ad aggravarsi. Il 20 novembre, il tabloid inglese News of the World pubblica, su richiesta del diretto interessato, una foto che ritrae Best nel suo letto di ospedale, con le sue ultime parole pubbliche: «Don’t die like me», «Non morite come me». Ha capito anche lui che i suoi giorni sono contati e quello sarà il suo ultimo dribbling. Ilpiù autentico. Il più coraggioso e definitivo. La morte avviene il 25 novembre 2005, proprio al Cromwell. L’Irish heart, quel generoso incoerente cuore, ha smesso di battere. Ai funerali, che si svolgono pochi giorni dopo a Belfast, partecipa quasi mezzo milione di persone. Ci sarà un motivo, nonostante tutto. The Sun riporta: “Quello di Best è il funerale più grande dopo quello di Lady D.”.<<Era un ribaldo, un figlio di buona donna – pensano ad alta voce molti nordirlandesi – ma era anche il nostro orgoglio, uno di noi>>. Per strada risuona “Have I told you lately that I love you” di Van Morrison. Non è il pezzo migliore del grande Van, ma fra spiriti irish quello è un messaggio chiaro, trasversale a tutto. È il loro modo di riconoscersi e di chiamarsi a raccolta al momento giusto. Uno dei pochi in grado di alzare dalla sedia chiunque, da quelle parti. Cattolici o protestanti che siano. È il modo di chi manifesta un sentimento senza usare le parole. È opinione comune che se avesse avuto maggiore continuità e una mente un tantino più sgombra, oggi George Best sarebbe uno di quei 3 (massimo 5) giocatori che hanno cambiato per sempre la faccia del calcio. Forse sì, forse no. Ma a Belfast, come nel resto dell’Irlanda del Nord, guai a confutare un’ipotesi del genere. Risponderanno che “Maradona Good, Pelè Better, George Best”. Ed è meglio evitare discussioni pericolose, con certa gente.

 

SIDNEY SCHANBERG – DITH PRAN – HAING NGOR : Il coraggio della verità.

di CRISTIAN LAFAUCI

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Potremmo affermare che alla base del giornalismo ci sia il raccontare delle storie ? Probabilmente sì , anche se solo in parte : nell’etica reale di questa professione ci sta il diritto / dovere a tenere informata la gente , in modo che possa sapere davvero come gira il mondo intorno a sé ; il far si che chiunque possa formarsi un’opinione in merito agli avvenimenti che caratterizzano la vita . Per arrivare a ciò , il giornalista è colui che non si accontenta di ” veline ” e versioni ufficiali , è colui che prima di tutto per capire meglio lui , scava , cerca , va oltre apparenze e dichiarazioni di circostanza ; è colui che non demanda a terzi , ma si reca in prima persona dove i fatti stanno accadendo al fine di conoscere e comprendere .

È colui che spesso e volentieri si trova nei luoghi dove , più che le storie , sta avendo luogo ” la ” storia , ed è testimone di fatti che segneranno profondamente il mondo ed il corso degli eventi . Una grande opportunità , vero ; tuttavia , di frequente , un rischio ed un pericolo , principalmente per la propria incolumità ed esistenza , ancora maggiore . Ma chi glielo fa fare ? non potevano starsene a casa loro ? spesso ci si domanda questo… Altresì proviamo a pensare cosa sarebbe il mondo senza queste persone che reputano che il nostro diritto ad essere al corrente e quindi consapevoli di ciò che avviene intorno a noi , sia ben più importante ed abbia la priorità sulla loro stessa vita….

Sidney Schanberg , giornalista statunitense del NY Times , si trovava in Asia dai primi anni 60 : era a capo della redazione del Times a New Delhi dal 1964 al 1973 ; elemento esperto e capace , seguiva per la sua testata quella parte di mondo e tutti i ribaltoni e sconvolgimenti che riguarderanno India , Pakistan e Bangladesh . Finché nel 1973 iniziò ad occuparsi del sud est asiatico ; la vecchia Indocina al tempo teatro di sanguinosi conflitti : principalmente il Vietnam , coinvolto da plurime e disastrose guerre , prima contro la potenza coloniale francese e dopo ( dalla metà del decennio precedente all’arrivo di Schanberg sul posto ) contro l’esercito statunitense .

Per gli americani ormai il Vietnam era diventato un pantano senza via d’uscita , nel quale il governo di Washington stava pagando un prezzo altissimo , sia in termini di spesa bellica che di vite umane ; i guerriglieri nordvietnamiti puntavano inesorabilmente su Saigon , la capitale del sud aveva ormai i giorni contati e l’amministrazione americana cercava soltanto un’uscita di scena il meno ingloriosa possibile . Schanberg e altri stavano sul campo a raccontare all’occidente quei momenti , ma oltre a quel terribile conflitto , anche nei paesi limitrofi non si stava certo meglio , al contrario la situazione stava degenerando anche nella confinante Cambogia .

Fino al 1970 il sovrano Sihanouk era riuscito a tenere lontano il suo paese dalla guerra , ma la sua neutralità era mal vista da Nixon e Kissinger ; venne così favorito il colpo di stato del maresciallo Lon Nol che spodesto ‘ il monarca e trascino’ nel baratro la nazione . La politica decisamente filo statunitense della nuova giunta , anni di bombardamenti a tappeto , oltre che aumentare spaventosamente la povertà , fecero aumentare il consenso verso un’ala fino a quel momento minoritaria di guerriglieri , conosciuti come ” Khmer Rossi “.

I due paesi erano accomunati da un destino simile : da una parte i Vietcong stavano cingendo d’assedio Saigon , dall’altra i Khmer Rossi erano ormai prossimi a conquistare la capitale Phnom Penh ; Schanberg e colleghi stavano seguendo sul campo gli sviluppi della crisi cambogiana , e l’ormai inesorabile ed imminente caduta dei regimi filo statunitensi del posto . Durante la sua permanenza in Cambogia , Sidney lego’ particolarmente con un fotoreporter e col passare del tempo , quello che prima poteva essere un cordiale rapporto professionale , assunse i toni di una profonda amicizia .

 

Quel fotografo si chiamava Dith Pran e per lui seguire quello straziante conflitto non era soltanto una questione deontologica , dato che Pran era cambogiano , era la sua terra che stava sprofondando nell’abisso . Schanberg prima ancora che raccontare , cercava di capire , ed il contributo di Pran fu fondamentale al fine di avere una prospettiva più ampia ed esauriente sul contesto . I vari giornalisti discutevano tra loro , si scambiavano punti di vista , e tutti convennero su di un particolare : mentre in Vietnam , i guerriglieri vietcong erano avvicinabili e non avevano problemi nel parlare con la stampa , ne tanto meno a esporre la loro verità , i Khmer rossi erano un enigma : nessuno li aveva mai visti , nessuno era riuscito a parlare con loro , e tutti i giornalisti che avevano provato ad incontrarli , erano spariti nel nulla , svaniti .

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Una vota anche Sidney e gli altri avevano rischiato grosso : si erano spinti fino alla prima linea dove imperversavano i combattimenti , ed erano stati bloccati dalle truppe governative ; probabilmente sarebbero stati anche fucilati se Pran non fosse intervenuto e , dopo lunghe e concitate discussioni , convinse i soldati a lasciarli andare . Sid si rendeva conto di dovere  la vita alla mediazione di Pran e fece quello che pote’ : tramite conoscenze all’ambasciata Usa riuscì ad ottenere che Dith e famiglia potessero lasciare il paese con un elicottero dei marines e quindi trasferirsi negli stati uniti .

Si sa bene come , al termine di una guerra civile , sia un momento tutt’altro che tranquillo : epurazioni , rese dei conti e fucilazioni sono una triste e consueta appendice ; figurarsi poco qui…in quelle molte zone del mondo in cui , tranne che per gli aspetti geopolitici , la sorte della gente non interessa a nessuno , e dove la vita umana ha un valore prossimo allo zero…. Pran acconsente a mettere al sicuro i propri cari , ma all’ultimo momento decide di restare , almeno lui , in patria : qualcuno deve documentare ciò che accade e che accadrà . Inoltre è il suo paese , perché scappare se uno non ha fatto nulla di male.. .oltretutto Sidney è un amico , potrebbe avere problemi , perciò un aiuto può essere provvidenziale .

Invece , alla caduta di Phnom Penh il 17 aprile 1975 , si inizia a capire che le sofferenze e i drammi di questa martoriata terra , non stanno certo per finire : tutt’altro… I Khmer rossi confinano tutti gli stranieri , giornalisti compresi , all’interno dell’ambasciata francese , mentre i cambogiani verranno immediatamente evacuati dalla città ; Sidney e gli altri , resisi conto della gravità della situazione , tentano con un espediente di far passare Pran come straniero e di metterlo al sicuro con loro , purtroppo però senza successo . Pran dunque deve lasciare il rifugio all’ambasciata , Sidney lo vede varcare i cancelli e da quel momento non avrà più notizie sulla sorte del suo amico . Nei giorni seguenti gli stranieri verranno condotti al confine con la Tailandia , e da lì in poi , ciò che avverrà in territorio cambogiano , rimarrà per chiunque un mistero .

Poco alla volta , dai racconti dai racconti di chi è riuscito a scappare dal paese trovando rifugio in Tailandia , emergono i primi sconvolgenti dettagli su cosa stia accadendo oltre confine : si parla di massacri , esecuzioni sommarie di proporzioni disumane , strade , corsi d’acqua e pozzi colmi di cadaveri . I racconti dei rifugiati paiono tanto raccapriccianti quanto incredibili , si fa fatica a credere che tanta brutalità stia davvero avendo luogo ; invece purtroppo , è tutto drammaticamente vero .

Ormai al posto della Cambogia ci sta un girone infernale , un luogo dove le atrocità commesse superano anche la fantasia più perversa e brutale , una società dove chiunque sappia anche solo leggere o scrivere o si macchi della ” colpa ” di portare gli occhiali , viene ucciso , un paese dove le città sono ormai deserte e la gente è stata portata coattamente a lavorare nei campi o nelle risaie , una gerarchia sociale dove i più temuti e crudeli sono i bambini , trasformati dalla follia del regime in spie , aguzzini ed assassini .

Pran è stato risucchiato in quell’inferno e cerca giorno per giorno di sopravvivere , la sua vita è scandita da lavoro massacrante , cibo scarso , vessazioni , percosse e il costante terrore di venire ucciso , fosse anche per il più banale dei motivi ; anche per questo si fa passare da analfabeta , sa perfettamente che senza quella farsa il suo destino sarebbe segnato e lui diventerebbe uno dei tanti cadaveri senza nome sparsi per la Cambogia . Sidney non sa tutto ciò , non sa neppure se il suo amico sia ancora in vita , il suo reportage cambogiano gli frutta il premio Pulitzer nel 1976 ; lui non perde occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto stia accadendo nel paese asiatico e per cercare di avere notizie sulla sorte di Pran .

In cuor suo si sente in parte colpevole : se solo avesse insistito maggiormente , ora il suo amico sarebbe in salvo negli stati uniti con la sua famiglia , invece al momento non sa neanche se sia ancora vivo o meno…. Questo dramma esistenziale inserito nel contesto ancor più drammatico di un genocidio , si protrae fino al 1979 : infatti in quell’anno il regime cambogiano , non pago di quanto inflitto al suo stesso popolo , scatena una guerra contro il confinante e riunificato Vietnam . Le truppe di Hanoi infliggono una durissima lezione alle folli ambizioni espansionistiche dei Khmer rossi , e approfittando del momento di confusione e sbandamento generale , numerosi forzati di campi e risaie si danno alla fuga , cercando di raggiungere la frontiera tailandese .

Pran è tra questi e attraversa giungla , fiumi e i pericoli del caso per cercare scampo ; è sopravvissuto a 4 lunghi anni di prigionia , sofferenze e privazioni , ora vuol tornare ad assaporare la libertà , a tornare a forgiarsi della dignità di essere umano , a riabbracciare i suoi cari , a rivedere il suo amico americano . E lo rivedrà di li a poco , in un campo profughi oltre il confine thai , e quell’incontro , emotivamente denso di significato , segnerà un nuovo inizio del loro sodalizio umano e professionale , resistito ai drammi e alle assurdità al termine delle quali si sono ritrovati .

Da questa storia il regista Roland Joffe’ realizzerà pochi anni dopo il celebre film ” urla del silenzio ” , nel quale il ruolo di Pran è interpretato da Haing Ngor . Non è stato difficile per lui calarsi nella parte , ma allo stesso tempo è stato come rivivere un incubo . Perché ? Perché Ngor , cambogiano anch’esso , di professione medico , fu a sua volta internato in un campo di lavoro per 4 lunghi anni .

Purtroppo per Ngor quegli anni furono riempiti di un fardello se possibile ancora peggiore di quello patito da Pran : infatti in quel periodo già di suo irto di sofferenza , la moglie di Ngor stava per dare alla luce il loro figlio , Haing capisce subito che durante il parto ci sono dei problemi , però non può fare nulla , neanche parlare , dare un consiglio , altrimenti sarebbe stato scoperto e avrebbe significato morte certa per tutti quanti . Quindi deve rassegnarsi ad assistere alla morte della sua consorte per complicazioni postume al parto…. Immobile , impotente , senza poterla evitare in alcun modo…

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Con questo ulteriore dolore trova comunque la forza per sopravvivere , per cercare scampo , per raggiungere a sua volta la salvezza in Tailandia . In seguito si trasferisce negli Usa , scrive un libro dove racconta la sua storia , viene poi scelto per interpretare Pran nel film di Joffe ‘ che gli vale il premio Oscar nel 1985 come attore non protagonista . Continua con buoni risultati nel mondo del cinema e , parallelamente , nella sua opera di sensibilizzazione e memoria su ciò che fu l genocidio cambogiano .

Fio al febbraio 1996…. a Los Angeles dove risiede ,viene assassinato da una gang di suoi connazionali ; ufficialmente si parla di un tentativo di rapina finito tragicamente , anche se in fase processuale emergono dubbi e perplessità . Si ipotizza anche possa trattarsi di un omicidio su commissione… Nel 2009 un ex ufficiale del regime dei Khmer rossi raccontò che l’ordine di eliminare Ngor venne da Pol Pot in persona , in quanto l’attore , con la sua opera di tener viva la memoria su quell’olocausto , aveva causato un ulteriore e grave danno alla loro reputazione…. Rimane la morte di un uomo , uno dei milioni di uomini uccisi in quella brutale ed insensata follia che cambiò per sempre la storia di un paese ormai segnato da un passato indelebile ; un passato popolato da fantasmi che , ancora adesso , agitano il sonno dei vivi .

 

 

DRAZEN PETROVIC e VLADE DIVAC: … una volta eravamo fratelli …

di REMO GANDOLFI

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Buenos Aires, Argentina. Domenica 19 agosto 1990.

Dall’altra parte del mondo sono le 6 di sera e la finalissima del Campionato Mondiale di pallacanestro è appena iniziata. Di fronte, come nella finale delle Olimpiadi di due anni prima a Seul, ci sono Unione Sovietica e Jugoslavia. I sovietici sono favoriti dai pronostici, ma non così nettamente come era stato due anni prima. La maturazione dei talenti jugoslavi è ormai completata e sottovalutare il quintetto slavo sarebbe pura follia. Drazen Petrovic ha 26 anni ed è allo zenit della sua forma psico-fisica, così come Velimir Perasovic che ne ha 25 o Zarko Paspalj che ne ha 24 ma sembrano i padri di se stessi per evoluzione tecnico-tattica. Vlade Divac e Toni Kucoc ne hanno solo 22, ma la loro intelligenza sul parquet e l’esperienza già accumulata ad altissimi livelli li fa apparire molto più grandi della loro età. L’unico “anziano” del gruppo è Zelimir Obradovic che ha già raggiunto la soglia dei 30 anni, ma le differenze d’età non sono poi così visibili a occhio nudo. La partita prende subito una piega favorevole ai cosiddetti sfavoriti. Dopo pochi minuti di gioco la Jugoslavia è già in vantaggio di 7 punti. La fantasia, la creatività e la freschezza degli slavi non sembrano trovare la giusta contromossa nell’organizzazione di gioco sovietica, ferrea ma priva però di quella brillantezza e di quella varietà di soluzioni di cui invece abbondano Petrovic e compagni. A una manciata di minuti dal termine della prima frazione la Jugoslavia è avanti con un perentorio 44-25.

In quel pomeriggio australe non c’è obiettivamente partita. Nel secondo tempo i sovietici provano a reagire ma nonostante le buone prove di Vetra e di Volkov il trionfo finale della Jugoslavia non viene mai messo in discussione. Finisce 92-75 e a Belgrado la festa può cominciare. Quel 19 agosto d’inizio decennio è il giorno delle definitiva consacrazione di una delle Nazionali europee più forti della storia della pallacanestro. Giocatori che possono giocare praticamente alla pari anche con i mostri della NBA di allora: Magic Johnson, Larry Bird, Michael Jordan, Karl Malone, Scottie Pippen. Gente di questo livello, insomma. E’ un momento magico quello che stanno vivendo Petrovic e compagni. La Jugoslavia è sul tetto del mondo cestistico. Ma cadere da un tetto può essere questione di un attimo è avere un impatto più rovinoso del previsto per chi perde l’equilibrio.

In realtà la vittoria si trasforma nell’inizio della fine. Della fine di una storia sportiva, di una coesione fra popoli, di un’amicizia fraterna fra due campioni in particolare. Subentrano in quell’attimo motivi che con lo sport non dovrebbero essere legati, ma soltanto in teoria astratta.

A Buenos Aires i giocatori stanno festeggiando al centro del parquet. Gli abbracci, i cori di rito e lo sventolio delle bandiere. Una di queste bandiere però, è quella “sbagliata”.Uno dei tanti tifosi della squadra allenata da Dusan Ivkovic, entra in campo a festeggiare. Fra le mani però non ha la classica bandiera con i colori panslavi e la stella rossa al centro, quella voluta a suo tempo dal maresciallo Tito e poi resa istituzionale. Il ragazzo porta con sé la Sahovnica, simbolo storico della Croazia, icona degli indipendentisti e dei nazionalisti spinti. Vlade Divac, il giovane gigante serbo, se ne accorge subito e non gradisce la presenza in campo di un simbolo che in quel momento non rappresenta tutta la Jugoslavia.Quando al potere c’era Tito si poteva andare in galera per essersi fatti trovare con un simbolo come quello, in mano. O anche in tasca. Il gesto di Divac è istintivo quanto rabbioso. È stato educato a un’idea ben precisa: se una cosa non è lecita, non va tollerata, né assecondata. Il regime jugoslavo era sempre stato chiaro e a lui sembra quasi di obbedire a una legge naturale. Strappa dalle mani del tifoso la bandiera. Resiste ai tentativi del ragazzotto di riprendersela e poi la scaraventa in terra, allontanando con decisione il tifoso croato dal parterre. E’ un gesto forte, la notorietà e la mole di Divac fanno sì che tutti vedano in tv un apparentemente modesto siparietto. Non sarà così modesto, né privo di conseguenze. Nel giro di poche ore l’accaduto viene stigmatizzato dai mezzi di informazione croati. Inizia da quel momento una campagna diffamatoria di inaudita veemenza nei confronti di Vlade Divac, uno sportivo che poche ore prima era un autentico eroe per TUTTI gli jugoslavi. Gli daranno dell’anti-croato, del cetnico e qualcuno arriverà addirittura a mettere una taglia sulla testa del simpatico gigante serbo. Addirittura cetnico, nemmeno fosse un simpatizzante monarchico durante la seconda guerra mondiale.

Il gesto di Vlade Divac non sarà soltanto oggetto di una strumentalizzazione politica di proporzioni molto ampie. Anche in seno alla squadra, più o meno equamente divisa tra serbi e croati, quanto è accaduto a Buenos Aires non passa in secondo piano. Ma se lì per lì Kukoc, Perasovic e gli altri croati del team accettano senza troppi problemi la spiegazione di Divac (“l’ho fatto solo perché questa deve essere considerata una vittoria della Jugoslavia, un momento di orgoglio per TUTTO il paese”) c’è uno, Drazen Petrovic, croato di Zagabria, che si sente irreparabilmente offeso da quel gesto. C’è un particolare e non di poco conto: Drazen e Vlade sono amici, anzi, più che amici. Sono come due brothers in arms che grazie al basket hanno condiviso tutto, sempre inseparabili con i loro caratteri così diversi e apparentemente inconciliabili. Cupo, serissimo tanto da sembrare freddo e distaccato Petrovic, quanto invece è spontaneo, guascone, simpatico e brillante Divac. Drazen Petrovic, il “Mozart dei canestri”, come viene soprannominato, in un solo momento chiude senza ripensamenti tutti i rapporti con Divac. Per la loro amicizia è la fine. Alla Jugoslavia, da lì a meno di un anno, accadrà qualcosa di molto peggio: sarà l’inizio di una terribile e sanguinosa guerra civile lunga anni e che porterà alla più completa disgregazione dello Stato unitario.

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La storia inizia esattamente 4 anni prima. È l’estate del 1986 e in Spagna si disputano i Campionati Mondiali di Pallacanestro. Gli Stati Uniti sono ovviamente i favoriti,assieme ai russi.Ma c’è una formazione di cui gli addetti ai lavori dicono molto bene. In una rosa già fortissima, con giocatori come Drazen Dalipagic e Drazen Petrovic si stanno pian piano inserendo i fenomeni “in fasce” della Nazionale Juniores. Quelli che l’anno successivo saranno capaci di vincere il titolo mondiale di categoria battendo in finale nientemeno che gli Stati Uniti. Tra gli emergenti c’è un certo Vlade Divac.Viene aggregato come riserva alla Nazionale per i Mondiali spagnoli. Il ragazzo ha solo 18 anni, ma possiede un fisico impressionante (è alto 216 cm per una mole di 115 kg) e soprattutto lascia intravedere una maturità notevole per un ragazzo della sua età, sul parquet come fuori. In ritiro lo mettono in camera con Drazen Petrovic.

Drazen su Vlade

Avevamo già giocato alcune partite di allenamento contro i ragazzi della Juniores sudando le proverbiali sette camicie per batterli. In tutte quelle occasioni non rimasi mai troppo colpito da Vlade mentre invece avrei potuto scommettere la mia ultima dracma su Radja o su Kukoc. Così fui un po’ sorpreso quando seppi che avrebbe fatto parte della spedizione per la Spagna. Ci misi un paio di giorni di allenamento per capire che non solo Vlade poteva diventare il più bravo di tutti ma mi resi conto che aldilà di quell’aspetto apparentemente ombroso c’era un ragazzo eccezionale, di una simpatia contagiosa e di una bontà incredibile. Lo misero in camera con me e dopo pochi giorni eravamo già inseparabili.

Vlade su Drazen

Il suo nome era già sulla bocca di tutti in Jugoslavia. Un talento assoluto, forse unico. Di lui si raccontavano cose incredibili. Della sua ossessione di diventare il più forte di tutti. Dei suoi allenamenti maniacali fin da ragazzino quando prima di andare a scuola arrivava nella piccola palestra di Sebenico che una compiacente donna delle pulizie gli apriva alle 6 di mattina e lui schierava sul parquet una serie di seggiole tra le quali andava in slalom prima di andare al tiro. Tutte le mattine che Dio mandava in terra. Poi a casa, una doccia e poi di nuovo a scuola. Drazen è un genio. Lo percepisci in ogni allenamento, nei movimenti che fa, nella visione del gioco, in quell’allucinante capacità di trovare il canestro da posizioni impossibili malgrado la pressione degli avversari.Lo ammirano tutti e tutti lo rispettano. Anche se in questa Nazionale ci sono giocatori come Dalipagic o Radovanovic molto più anziani ed esperti di lui e addirittura suo fratello Aza (di 5 anni più grande) si capisce subito che il suo carisma è qualcosa di speciale. Mi ha preso in simpatia. Dice che lo faccio ridere e che riesco a non farlo pensare sempre al basket. Beh, se questo è vero non oso pensare a come era prima che arrivassi io. Per Drazen la pallacanestro è un’autentica ossessione. Parlerebbe solo di quello. Io lo prendo in giro e gli dico che ha solo 5 cose che gli interessano nella vita: 1° basket 2° basket 3° basket 4° ragazze 5° automobili”.

 

E pensare che da ragazzino il più giovane dei Petrovic veniva chiamato kamen che in serbo-croato vuol dire “pietra”.Chiaro riferimento a una mano ritenuta non proprio raffinata. Non aveva sensibilità, dicevano.“Non sarai mai come tuo fratello Aza, lui sì che è un giocatore vero”.Per Drazen era il peggior insulto possibile. Per lui la pallacanestro era davvero un’ossessione. Un fratello maggiore già in Nazionale Juniores e destinato a diventare di lì a qualche anno titolare intoccabile della Nazionale Jugoslava che nel 1982 arriverà terza ai Mondiali in Colombia rappresenta un ulteriore stimolo. In realtà il giovanissimo Drazen non è affatto scarso ma l’ombra del fratello maggiore e uno stile di corsa goffo e apparentemente lento non lasciano prevedere gli sviluppi futuri. Il suo amore per il basket è così assoluto che in realtà quelle critiche non sono altro che uno stimolo enorme, uno sprone assoluto per migliorarsi ogni giorno. E il risultato non tarda ad arrivare, perché alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, all’età di 20 anni, la nuova stella del basket slavo è già al fianco del fratello in una Nazionale jugoslava che porterà a casa un’importantissima medaglia di bronzo dietro agli inarrivabili (per il momento) Stati Uniti e Unione Sovietica.

 

I Mondiali di Spagna 1986 si chiudono secondo le previsioni della vigilia. Gli Stati Uniti hanno la meglio in finale sull’Unione Sovietica ma al terzo posto si piazza un po’ a sorpresa la Jugoslavia, che nella finalina di consolazione distrugge letteralmente il Brasile per 117-91. E’ un altro terzo posto ed è il terzo consecutivo dopo i Mondiali del 1982 in Colombia e quello alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984.Ma ogni volta il gap con le due superpotenze mondiali sembra accorciarsi. La progressiva dimostrazione di crescita degli slavi è palese. In semifinale cedono per un solo punto ai Sovietici capaci poi di rendere la vita durissima agli Stati Uniti in finale. Nei minuti finali proprio Divac e Petrovic sbagliano un tiro libero a testa e quelli sono punti mancati che avrebbero potuto significare la finale. Dispiace, è ovvio, ma una cosa è certa: nel mondo del basket da ora in poi si dovrà tornare a fare i conti con una grande squadra, giovane, agguerrita e giustamente ambiziosa: la Jugoslavia.

Gli Europei dell’anno successivo si chiudono ancora con un terzo posto per la Nazionale Jugoslava. Sembra una costante e al tempo stesso un limite, quel piazzamento. La sconfitta in semifinale con la Grecia, poi vincitrice di quell’edizione, brucia. Non tanto per le circostanze, perché Galis e compagni hanno meritato la vittoria, quanto per il fatto che Petrovic e compagni non hanno mai giocato all’altezza delle loro reali possibilità, se si esclude forse solo il quarto di finale contro la Polonia, superato grazie a un clamoroso 128-81. Ora ad attenderli ci sono le Olimpiadi di Seul, in Corea del Sud.

Vlade

Io facevo un po’ da anello di congiunzione tra i vecchi e i nuovi anche se, insieme con Kukoc, ero il più giovane di tutti. Ma io, a differenza dello stesso Toni (Kukoc, nda) e di Dino Radja che erano appena arrivati, ero già in Nazionale da qualche anno. Sentivo la responsabilità di fare da collante ma non ce ne fu bisogno. Eravamo davvero un gruppo di amici e a nessuno importava da dove venisse l’uno o l’altro. Non ne abbiamo mai parlato una sola volta. Eravamo la Jugoslavia ed eravamo lì per giocare a basket, al meglio delle nostre possibilità. Qualche scricchiolio però si cominciava a sentire. Tito era morto da ormai 8 anni e l’economia del Paese era tutt’altro che florida. Partimmo per Seul, con una consapevolezza di squadra sempre maggiore. Ce la saremmo giocata alla pari contro tutti, compresi i due “giganti” di sempre,l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti.

 

Nella prima partita del girone olimpico, il 18 settembre 1988, la Jugoslavia sconfigge nettamente proprio l’Unione Sovietica. E’ un risultato importantissimo che non solo garantisce il primo posto nel girone ma soprattutto regala consapevolezza di sé e autostima a chi ha vinto contro un simile avversario. 92-79 è il risultato finale, con Drazen Petrovic capace di segnare 25 punti e di oscurare giocatori del valore di Marciulionis e Sabonis. La corsa della Jugoslavia verso la finale è quasi una marcia trionfale.22 punti di scarto al Canada nei quarti di finale e 21 all’Australia in semifinale, con Vlade Divac che riuscirà a conquistare 10 rimbalzi e a segnare 15 punti in meno di 20 minuti disputati. Quando nell’altra semifinale l’URSS riesce ad avere la meglio sugli Stati Uniti, ancora talmente presuntuosi da pensare di poter vincere un’Olimpiade schierando i ragazzi del College, per la Jugoslavia si prospetta un’occasione unica:quella di ripetere l’impresa di 8 anni prima alle Olimpiadi di Mosca e di conquistare il secondo oro olimpico della sua storia. La finale però non terrà fede alle attese e alle speranze di una squadra giovane ma che evidentemente deve ancora fare il grande salto.

Nei momenti cruciali l’esperienza dei sovietici diventa infatti determinante e per Petrovic (il migliore dei suoi 24 punti all’attivo) Divac, Kukoc e compagni c’è soltanto il secondo gradino del podio. Un mese dopo la fine dell’Olimpiade coreana accade un avvenimento solo apparentemente secondario: i Boston Celtics di Larry Bird arrivano in Europa per la seconda edizione del Mc Donald’s Open che si gioca in Spagna, a Madrid.Presenti oltre ai Boston Celtics, sono anche i padroni di casa del Real, gli italiani della Scavolini Pesaro e la nazionale Jugoslava. E’ un torneo di altissimo livello e l’obiettivo è doppio: far conoscere in Europa i giocatori della NBA e al tempo stesso dare un’occhiata ai tanti fenomeni che stanno emergendo nel vecchio continente. I Boston Celtics sono uno dei team più forti in assoluto della NBA. Pochi mesi prima sono arrivati fino alle finali di Conference (in pratica la semifinale NBA) perdendo contro i Detroit Pistons. Oltre a Larry Bird ci sono Kevin Mc Hale, Dennis Johnson, Robert Parish:un banco di prova eccellente e quasi inarrivabile per ogni giocatore europeo di valore. Il timore di sfigurare contro i mosti sacri americani c’è. Sarebbe strano il contrario. Ma c’è anche la grande voglia di dimostrare che la Jugoslavia è entrata ormai di diritto nel novero delle grandi del basket e che gli Stati Uniti e la NBA non sono più un “altro mondo” come si pensava fino a pochi anni prima.

C’è un problema però: Petrovic non giocherà il torneo con la sua Nazionale, bensì con il Real Madrid, la squadra di Club nella qualenel 1988 milita.

 

Vlade

Prima della partita ero nervosissimo. Non sapevo cosa sarei stato in grado di fare messo di fronte a quei campioni che fino ad allora avevo visto soltanto in tv. Il fatto di non avere Drazen con noi fu determinante. Fu in quell’occasione che capimmo in maniera definitiva quanto “Petro” fosse fondamentale. Ricordo che nel riscaldamento più che correre, tirare o sciogliere i muscoli ce ne rimanevamo incantati ad ammirarli e magari a cercare di carpire qualche segreto. Ovviamente nei giorni precedenti parlai del torneo con Drazen. Era carico come una molla. Non lo ricordo parlare di nient’altro che non fosse basket. Non che per lui fosse una novità ma era così assorbito, concentrato ed estasiato dall’idea di confrontarsi con alcuni dei giocatori più forti al mondo che non riusciva davvero a “staccare” per un solo secondo. E conoscendolo, sapevo che non vedeva l’ora di dimostrare a loro tutto il suo valore. In quanto ad autostima il mio amico Drazen ha sempre avuto ben pochi rivali. Toccò a noi giocare contro i Boston nel primo incontro. Per tutto il primo tempo riuscimmo a tenere testa a quei fenomeni. Dino, Toni e Zarko giocarono un eccellente primo tempo mentre io andavo un po’ a corrente alternata. Ma nel secondo tempo i Boston iniziarono a difendere in maniera quasi perfetta e noi non riuscivamo a mettere un argine alle loro ripartenze. Finì 113-85 ma uscimmo dal parquet convinti di due cose: la prima era che i “mostri” erano più umani di quello che pensavamo un paio di ore prima e la seconda era che con Drazen in campo sarebbe stata tutta un’altra storia. Ovviamente andammo tutti a vedere la finale tra Boston e Real Madrid.Faceva un po’ impressione vedere Drazen in campo con un’altra squadra, mentre tutti noi eravamo in tribuna.Quel giorno Petrovic giocò una partita eccezionale, fu assolutamente incontenibile. Jimmy Rogers, il coach dei Boston Celtics, provò ripetutamente a cambiare la disposizione difensiva della sua squadra nel tentativo di porre un freno alle giocate di Drazen che però continuava ad entrare nella difesa dei Boston come un coltello nel burro. Alla fine i Boston Celtics la spuntarono ma quel giorno Drazen però dimostrò che per lui non esistevano limiti.

Drazen

Sognavo da anni di giocare una partita come questa. Contro quei giocatori che ho sempre sognato di emulare, che nelle poche immagini che ho visto di loro scimmiottavo nei movimenti, studiando ogni singola finta, ogni postura e ogni giocata andando poi sul parquet a provare e riprovare quei movimenti fino allo sfinimento. Nei giorni precedenti il match il film della partita me lo sono immaginato decine di volte. Ogni percussione, ogni “dai e vai”, ogni finta per liberarmi al tiro.E anche se perdemmo la partita uscii dal campo felice come dopo una vittoria. Fernando Martin, che aveva giocato in NBA e conosceva bene i Boston, mi diede un sacco di consigli utilissimi. Avevamo giocato alla grande, rendendo la vita durissima ad una delle più forti squadre della NBA. Nei giorni seguenti ne parlai con tutti gli altri compagni. Non ci fu bisogno di dirsi molto. Avevamo capito tutti dove avremmo potuto essere di lì a qualche tempo: a giocare contro giocatori del genere tutte le settimane. In NBA.

 

E’ il mese di giugno del 1989. L’appuntamento è con gli Europei di basket. Che si giocheranno in Jugoslavia, a Zagabria per la precisione. E’ un’altra grande occasione per vincere una competizione di alto livello a 9 anni di distanza dal trionfo alle Olimpiadi di Mosca. La pressione su Drazen, Vlade, Toni e compagni è altissima. A Zagabria Petrovic gioca in casa, Divac un po’ meno. I venti di secessione cominciano a spirare ma per il momento è solo un refolo. Il Muro di Berlino cadrà di lì a qualche mese ma nessuno può saperlo, dunque l’attenzione generale è rivolta a un grande evento sportivo internazionale. Per molti la vittoria nell’Europeo casalingo pare una semplice formalità. La squadra è fortissima e la maturazione dei “nuovi” è ormai completata.

Intanto però qualche brutto “spiffero” nel Paese inizia in effetti a farsi sentire. La situazione economica è disastrosa. L’inflazione è passata al 1200%, la disoccupazione sta crescendo in maniera esponenziale, individui e famiglie sono in preda alla disperazione. Le fabbriche cominciano a chiudere una appresso all’altra. In una situazione di recessione e di povertà generale come quella, diventa facile convincere chiunque a fare qualsiasi cosa, anche la più impensata. Addirittura tradire un amico, se quel gesto può servire a restare a galla in una realtà sempre meno comprensibile. Esiste un potere criminale che incontra sempre meno ostacoli sulla sua strada.

Il governo centrale di Belgrado comincia a mettere in atto una serie di iniziative che si riveleranno fallimentari e nefaste. Oltre al fatto di non avere nessun impatto positivo sull’economia, di fatto i provvedimenti adottati riducono l’autonomia delle varie repubbliche di Jugoslavia a tutti i livelli. La progressiva liberalizzazione degli investimenti esteri, che poteva essere appetibile fino a pochi mesi prima è diventata all’improvviso una chimera. Il regime politico jugoslavo è fragile e gli investitori stranieri decidono di rivolgersi altrove. Si coglie un’inquietudine che prima non era dato percepire. Parole come “secessione”, “zingari”, “sporco croato” o “maledetto serbo” che fino a quel momento potevano causare anni di prigione a chi le pronunciava, vengono dette con eccessiva disinvoltura. Per il momento i giocatori di basket, come il mondo dello sport in generale, sono avulsi da un cambiamento ancora tutto da definire ma nessuna situazione ovattata può essere eterna. Il ritiro che precede il Campionato Europeo non ha affinato soltanto gli schemi di squadra ma ha costruito un gruppo che forse stavolta ce la farà. La Jugoslavia del basket è pronta per fare il salto decisivo.

 

Drazen

Il “nostro” Europeo. Così chiamavamo tra di noi la competizione continentale che stava per iniziare nel giugno del 1989 a Zagabria. E non ci riferivamo solo al fatto che si sarebbero giocati a casa nostra. Era il “nostro” Europeo perché semplicemente nessuno di noi contemplava la possibilità di farsi sfuggire la vittoria. Era passato meno di un anno dall’argento di Seul ma in realtà sembrava molto, molto più tempo. In quei 9 mesi molti di noi avevano fatto il salto più importante, difficile e decisivo: quello di passare da grandi promesse a essere atleti “veri”, finiti e completi. E soprattutto il passaggio, ancora più complesso, da ragazzi a uomini. Passaggio che nella vita, come nello sport, arriva solo quando scatta il momento della “assunzione di responsabilità”.Ebbene, quello è stato il MOMENTO. Quella è stata la competizione della svolta. Dentro di noi, nelle settimane di ritiro prima dell’inizio degli Europei, ci eravamo assunti, dal primo all’ultimo, la responsabilità di vincere quell’edizione. Io avevo 25 anni, Zarko e Jure 23, Dino 22, Vlade e Toni 21.Praticamente giovani ma al tempo stesso consci che il primo grande momento della verità era arrivato.

 

Vlade

Quegli Europei erano l’occasione perfetta per arrivare finalmente sul gradino più alto del podio in una manifestazione di vertice. Ed era un momento doppiamente importante perché proprio in quell’anno iniziarono quei gravi problemi che di lì a poco avrebbero scatenato una guerra che ci avrebbe diviso per sempre. Una crisi economica devastante, la produzione industriale che inizia a segnare un crollo vertiginoso. L’inflazione a livelli spaventosi e quasi un milione e mezzo di disoccupati, oltre un quarto della popolazione attiva. Noi però siamo lontani, fisicamente e mentalmente da quel processo. Noi stiamo pensando alla Grecia, campione d’Europa in carica, che ci aveva battuto in finale due anni prima e che era ancora una grande squadra, non solo per la presenza di quel fenomeno di Nikos Galis. C’erano ovviamente i sovietici di Sabonis, Volkov e Sokk, smaniosi di vendicarsi dallo smacco subito proprio dai greci due anni prima. C’erano gli spagnoli e gli italiani pronti a stupire, anche se obiettivamente un gradino sotto. Passeggiamo sul velluto nel girone di qualificazione, sconfiggendo nettamente anche i Greci, per affrontare poi l’Italia nei quarti di finale. Sandro Gamba, l’esperto coach italiano, mise in campo una formazione ricca di talento e di esperienza. D’Antoni, Magnifico, Riva, tutti giocatori di altissimo livello. Ma il lavoro svolto nelle lunghe settimane di preparazione stava pagando come non mai. Non solo i nostri meccanismi di gioco erano ormai oliati alla perfezione, ma era diventato  tutto perfetto, le condizioni psicofisiche, eccellenti. In più c’era finalmente quella consapevolezza che tutti quanti, giocando al massimo delle nostre possibilità, fossimo diventati praticamente imbattibili. I 17 punti di margine alla fine del match la dicono lunga sulla nostra prestazione. E pensare che i 17 punti sono stati il margine più striminzito con cui abbiamo battuto le nostre avversarie in questo Europeo. Si, perché nella finale non c’è stata storia. Vincere con 21 punti di vantaggio sui greci significava solo una cosa: grande risultato ma l’Europa non ci bastava più. Il nostro parametro vero con cui misurarci erano gli Stati Uniti. Già giravano voci che dopo la batosta di Seul 1988, a Barcellona 1992 gli Stati Uniti avrebbero finalmente portato i professionisti. Non aspettavamo altro. Saremmo stati pronti anche per loro.

 

Drazen

Quella fu la partita perfetta dove toccammo picchi di qualità finora sconosciuti. L’intesa tra di noi era semplicemente perfetta. Io vinsi l’MVP del torneo e nel quintetto dei migliori con me c’erano sono Paspalj e Radja, ma solo perché “politicamente” occorreva inserire anche qualcuno di altre squadre perché non vi era un dubbio che Toni o Vlade avrebbero dovuto essere anche loro in quel quintetto.

 

Si arriva così ai Mondiali di Argentina del 1990 e le sensazioni di Vlade e Drazen dell’anno prima appaiono quanto mai azzeccate. La Jugoslavia è davvero la più forte di tutte. Ma nel Paese tutto, in quell’estate, si sta sgretolando di giorno in giorno. In Croazia la diaspora è praticamente cosa fatta. Franjo Tudjman è l’uomo forte che porterà Zagabria fuori dalla Federazione Jugoslava, anche se in modo tutt’altro che pacifico. Lo sport veicola il sentimento nazionalista e il 13 maggio Dinamo Zagabria-Stella Rossa Belgrado è il pretesto per un inedito scontro bellico fra tifosi serbi e supporter croati che quella domenica ha luogo sugli spalti e che segna l’inizio delle ostilità etniche.  Il fattaccio della bandiera croata strappata da Divac dalle mani del tifoso croato appare a tanti come uno dei tanti appigli buoni per avvalorare ancor di più l’idea di una guerra fra popoli che parlano più o meno la stessa lingua, che professano una differente religione e che concepiscono la patria ciascuno a modo suo. Gli strascichi di ciò che nel 1990 sta per verificarsi si protrarranno ben oltre la fine delle ostilità militari. Sempre che si possa dire che a tutt’oggi i rapporti fra le parti siano davvero ricomposti.

Immediatamente dopo la fine del torneo iridato, mentre i giornali di tutto il mondo riportano di “strani” movimenti nei Balcani, inizia una campagna mediatica che ha come oggetto un uomo solo. Vlade Divac. Politici croati in vena di consenso immediato e rancorosi media di Zagabria ne sono mente e braccio. Divac prova in tutti i modi a spiegare l’accaduto. Tenta infinite volte a contattare Petrovic, anche quando entrambi tornano negli Stati Uniti d’America per l’inizio della stagione NBA. Quando va bene ottiene dal suo ex amico cortese freddezza, ma per il gigante serbo è inaccettabile che quello che era stato suo “fratello” fino a poche settimane prima, ora si sia chiuso in un atteggiamento inspiegabile, quantomeno esagerato. Nel frattempo le tensioni in Jugoslavia stanno aumentando.

Non c’è solo l’etnia o la religione a dividere sempre più tra di loro le 6 repubbliche (più le due provincie autonome del Kosovo e della Vojvodina) come in molti stanno cercando di far credere ma c’è soprattutto una crisi economica senza sbocchi apparenti che ha investito il Paese. In quell’anno, il 1990, l’inflazione arriva addirittura al 2000%. In termini tecnici, si chiama “iperinflazione”. Ci sono realtà dell’Africa che se la passano molto meglio. Cresce la tensione e per Croazia e Slovenia il proposito di staccarsi da Belgrado appare l’unica via percorribile. Costi quel che costi. Due misure adottate dal governo centrale portano verso il baratro della ormai imminente guerra civile: la prima consiste in un congruo aumento per le Repubbliche confederate di tasse e di contributi da versare nel tentativo di risanare la finanza pubblica. La seconda impone il congelamento dei salari “fino a tempi migliori” nel momento in cui più del 25% della popolazione attiva è disoccupata .Il peso fiscale di una situazione insostenibile ricade sui pochi che un lavoro, seppur modesto, lo hanno.

Al termine dei vittoriosi mondiali di Argentina i giocatori riprendono le loro destinazioni professionali, come se tutt’intorno a loro la situazione non fosse grave. Radja è a Roma mentre Kukoc, Paspalj e Zdovc rientrano in Patria nelle rispettive squadre.

Petrovic e Divac ritornano negli Stati Uniti. Gli umori dei due sono diametralmente opposti. Vlade si sta inserendo alla perfezione nei meccanismi di gioco dei Lakers. Bisogna usare meglio il corpo, sfruttarne al massimo la potenza e l’agilità. Il ragazzo si applica in maniera costante e determinata. Negli allenamenti il suo impegno e la sua capacità di sacrificio sono totali e i compagni di squadra vengono conquistati dal giovane gigante europeo, che ha umiltà e voglia di imparare sebbene sia campione del mondo. Vlade è anche una persona molto intelligente. Capisce subito che se vuole sopravvivere nell’Olimpo del basket mondiale tutto quello che ha ottenuto finora non vale nulla. Deve ricominciare daccapo come se fosse un esordiente. Dalla sua Serbia, spesso piovosa e fredda, al sole quasi eterno di Los Angeles è un passaggio da metabolizzare, grazie anche alla presenza di sua moglie Anna.Ma l’ambiente che trova è perfetto e il suo inserimento è anche più rapido del previsto.

Molto diversa è la situazione di Petrovic. A Portland trova una situazione tutt’altro che ideale. Ci sono praticamente quattro giocatori per un unico ruolo in squadra, quello di guardia. E gli altri tre sono tutt’altro che dei “signor nessuno”. Si chiamano Terry Porter, Clyde Drexler e Danny Ainge. Il coach, Rick Adelman, proprio non lo “vede”.Si dice che ci sia una sorta di pregiudizio da parte di Adelman nei confronti dei giocatori europei.

Anche se Petrovic e Divac non sono gli unici europei a essere arrivati nell’NBA in quel periodo (l’amico e compagno di squadra Zarko Paspalj era arrivato nell’estate del 1989 e con loro i due russi Marciulionis e Volkov) rappresentano ancora una novità nell’elitario mondo del basket professionistico americano. Petrovic poi ha un carattere non sempre lo aiuta a risolvere i momenti difficili. E’ introverso, abbastanza solitario, cupo e vive per il basket. E se il basket non funziona allora non c’è NIENTE che funzioni. Gioca in media circa 7 minuti a partita. Poco, troppo poco per uno che era Dio nel suo paese come lo era al Real Madrid, l’ultima squadra europea nella quale ha militato prima di tentare l’avventura nell’NBA. Quando entra è evidente la sua voglia di far vedere a tutti le sue qualità. Solo che spesso Drazen finisce per strafare. Qualche compagno comincia ad accusarlo di eccessivo protagonismo e qualcuno arriva perfino a parlare di disinteresse verso la squadra. Drazen ne soffre terribilmente. A novembre del 1990 la situazione precipita. Drazen si lascia andare a un duro attacco alla squadra e all’allenatore.“Comunque vadano le cose, qualsiasi cosa io faccia qua non c’è posto per me. Piuttosto che fare giocare me il coach fa giocare Porter anche quando non si regge in piedi”. In più, in quei momenti così duri, non c’è neanche più il conforto di Vlade con il quale fino a pochi mesi prima si sentiva tutti i santi giorni. Vlade ovviamente sa della situazione del compagno di Nazionale. Non perde occasione per ricordare a tutti il valore di Drazen, di come la sua esplosione in NBA sia solo una questione di tempo. Prova ripetutamente a mettersi in contatto con lui, chiedendo anche a giornalisti e a dirigenti amici di intercedere. Non c’è nulla da fare. Quell’accesso di rabbia di una manciata di secondi ha fatto danni irreparabili, distruggendo un rapporto che andava molto aldilà della semplice amicizia.“A costruire un’amicizia vera e profonda ci vogliono anni, per distruggerla basta un secondo” ricorderà Divac in più di un’intervista.

 

E così si arriva all’incontro di campionato fra i Timbers e i Lakers.La prima occasione per ritrovarsi dopo Buenos Aires e magari provare a parlarsi, a chiarire quel malinteso che ha compromesso forse per sempre una lunga e salda amicizia.

 

Vlade

Il giorno prima dell’incontro a Portland come succede di solito andiamo ad allenarci su quello che sarà il palazzetto dove si terrà l’incontro. Noi facciamo allenamento per primi e mentre i miei compagni rientrano negli spogliatoi per la doccia io ho deciso di rimanere in campo ad attendere Drazen. Sono certo che basteranno due parole, un sorriso e qualcuna delle nostre battute e tutto tornerà come prima. Arrivano tutti i suoi compagni di squadra sul parquet per iniziare l’allenamento. A loro chiedo dove sia Drazen.“E’ ancora negli spogliatoi” mi dicono. E’ rimasto lì, sperando che anch’io me ne andassi insieme ai miei compagni di squadra. Allora attraverso il campo e vado dritto negli spogliatoi. “Drazen, ma cosa succede? Cosa fai nascosto qua dentro?” gli chiedo.“Le cose laggiù da noi non vanno bene. Per niente. Lasciamo passare un po’ di tempo e vediamo cosa succede” mi risponde in un tono freddo e distante.“Drazen sono io, Vlade, ma di cosa mi stai parlando?” “Aspettiamo e vediamo quello che succede” mi ripete uscendo dallo spogliatoio.

 

Pochi mesi dopo Drazen lascia i Portland Blazers per accasarsi, è gennaio del 1991, nella giovane compagine dei New Jersey Nets. Sarà la svolta della sua carriera nella NBA. Con i Nets il suo minutaggio in campo aumenta in modo considerevole e così la qualità delle prestazioni e il numero di punti realizzati. E se prima a Portland qualche compagno di squadra lo considerava troppo egoista ora ai Nets parlano di lui come di un talento che sta per sbocciare definitivamente. Divac e Petrovic si incontrano ancora su un parquet. C’è addirittura un giornalista che prova a intercedere contattando Drazen e spiegandogli quello che Vlade non era mai riuscito a dirgli di persona: che Divac avrebbe fatto la stessa identica cosa con quel tifoso anche se la bandiera fosse stata serba. Non c’è nulla da fare.

Una pacca su una spalla e un mezzo sorriso di convenienza. E’ tutto quello che Drazen Petrovic concede a Vlade Divac. Per Petrovic il gesto di Buenos Aires era e rimane un gesto politico e lui, croato fino al midollo, non potrà mai accettarlo. Le loro carriere proseguono ad altissimo livello. Nella NBA sono ormai diventati cestisti affermati, tra i primi europei a giocare alla pari con i mostri indigeni. Ci sarà addirittura qualcuno che contro Drazen Petrovic perderà la reputazione. Vernon Maxwell, guardia dei Houston Rockets dichiara prima di una partita contro i Nets che “deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il culo”. Drazen Petrovic lo ascolta e si lega al dito quella spacconata: segnerà 44 punti alla faccia di Maxwell, umiliandolo per tutto l’incontro e facendone un fatto personale.

 

Arrivano gli Europei del 1991, si svolgeranno in Italia, a Roma.La Jugoslavia deve difendere il titolo di campione in carica, conquistato in casa due anni prima. Ci sono tutti i presupposti per riuscirvi. Anche se Petrovic decide di non andare a giocare quegli Europei. Ormai i venti di guerra soffiano forte sulla Jugoslavia e nel Paese ci si è ormai assuefatti all’inevitabile. Nella maggior parte delle Repubbliche Socialiste jugoslave la situazione è già fuori controllo. Slovenia e Croazia sono le prime a dichiararsi indipendenti dallo stato centrale. La reazione di Belgrado è dura. Ai primi di giugno scoppiano le ostilità fra l’esercito jugoslavo e l’armata territoriale slovena. Lubiana è bombardata e neppure il resto del territorio viene risparmiato. Jure Zdovc, guardia della Nazionale impegnata agli Europei iniziati da pochi giorni a Roma, è sloveno. Viene richiamato in patria e deve abbandonare il ritiro della Nazionale Jugoslava e gli Europei. Nonostante questo imprevisto la Jugoslavia vincerà l’edizione romana 1991, confermandosi ancora una volta la squadra più forte di tutte.

La finale con l’Italia è vinta in un modo autorevole in una partita in cui il risultato non è mai in discussione: 88-73. Nel quintetto del torneo assieme a uno straordinario Toni Kukoc per gli slavi c’è anche Vlade Divac. Sarà l’ultimo trionfo per una Nazionale che avrebbe avuto la forza e la qualità per rimanere ai vertici del movimento cestistico per parecchi anni a venire, se solo fosse rimasta unita. Petrovic e Divac si affrontano ancora più volte in NBA ma non c’è nulla che vada al di là di un freddo saluto prima dell’inizio della partita. Anche i rapporti tra Divac e gli altri giocatori croati, soprattutto Radja e Kukoc, si sono nel frattempo raffreddati. Una guerra è una guerra e il pensiero che ci siano amici e familiari al fronte, alcuni di loro già morti in una guerra che ha assunto connotazioni etniche è difficile, quasi impossibile da sopportare. Meglio tagliare i rapporti, fa meno male che affrontare una realtà senza senso. Nel 1992, alle Olimpiadi di Barcellona, per la prima volta nella sua storia la Croazia si presenta con una formazione propria. La Jugoslavia così come l’aveva concepita il maresciallo Tito ormai non esiste più. Una guerra etnica sta ridisegnando i confini nei Balcani. La Croazia è uno Stato sovrano con una propria bandiera e un suo presidente eletto, Zagabria è la sua capitale e ha una Nazionale di basket fortissima. Drazen Petrovic ne è la star assoluta.

La possibilità di uno scontro con quel che resta della Jugoslavia viene eliminato in partenza: la Jugoslavia, per le sanzioni comminate al Governo centrale, non verrà ammessa alle Olimpiadi. La Croazia gioca a livelli sublimi.Drazen Petrovic è il capitano, il leader, l’emblema e il condottiero. Ma con lui ci sono Kukoc e Radja ormai giocatori di livello mondiale mentre stanno crescendo nuovi talenti come Komazec e Tabak.

La Croazia perderà la finale contro gli Stati Uniti, non più le promesse dei College ma il “Dream Team” composto da tutti i migliori della NBA.Il Roster americano fa paura: Magic Johnson, Scott Pippen, Larry Bird, Michael Jordan, Scott Malone, Patrick Ewing, Clyde Dexter, Chris Mullin. Tutti insieme per riportare gli USA ai vertici del movimento cestistico mondiale. La vittoria USA è netta: 117-85. Gli Stati Uniti hanno una squadra di marziani, i croati sono i primi fra gli umani. Ma un dubbio resta. E resterà in eterno.

 

Vlade

Vidi la finale ovviamente ma per tutto il tempo non fui in grado di pensare che a una sola cosa: cosa sarebbe successo se fossimo stati ancora tutti insieme? Paspalj, Zdovc e il sottoscritto. Con tutto il rispetto per gli altri ragazzi della formazione croata ma noi 3 insieme a Drazen, Toni e Dino Radja? E’ una domanda che non avrà mai risposta e personalmente mi porterò dentro questo dubbio per sempre.

 

 

E’ il 7 giugno del 1993.

Il giorno prima Petrovic ha giocato con la sua Croazia in Polonia, nel torneo di qualificazione per gli imminenti Europei di Germania. L’avversaria è la Slovenia.Vittoria croata netta e inequivocabile. Drazen è tornato apposta dagli Stati Uniti dove con i suoi New Jersey Nets ha disputato la sua migliore stagione da quando è arrivato nella NBA. E’ un torneo dall’esito scontato. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di lui. Ma il senso di appartenenza alla sua terra e alla sua gente è completo e senza compromessi. Solo così si può capire il suo atteggiamento verso il suo ex amico Vlade Divac.“Io sono croato, non jugoslavo” dice pubblicamente pochi minuti dopo la consegna della medaglia d’argento alle Olimpiadi dell’anno precedente. Assieme ai compagni di squadra arriva all’aeroporto. Li attende il volo per il ritorno a casa, a Zagabria. Pochi minuti prima dell’imbarco arriva la sua fidanzata, la bellissima Klara Szalantzy, assieme ad un’amica.

Così Drazen decide di andare con loro in Germania, a Monaco, per passare qualche giorno di vacanza. I tre partono sulla Volkswagen Golf rossa di Klara, che si trova alla guida. I compagni lo salutano e si imbarcano per il volo verso la Croazia.Il viaggio inizia fra le classiche chiacchiere tra persone che fanno sport. Le ultime partite, gli allenamenti, i compagni di squadra e soprattutto la gioia per poter staccare la spina per godersi qualche giorno di vacanza. E’ una giornata di pioggia in Germania. A un certo punto i tre ragazzi si fermano per fare benzina. Quando ripartono Drazen, che è seduto davanti a fianco di Klara, decide di schiacciare un pisolino. La golf rossa supera un dosso. All’improvviso Klara si accorge che davanti c’è un grosso TIR. Il conducente del mezzo pesante ha appena perso il controllo e sta occupando entrambe le corsie. Il fondo stradale è viscido per via della pioggia. L’unica cosa che la guidatrice della Golf riesce a fare è schiacciare a fondo il pedale del freno, ma lo schianto è inevitabile. La Volkswagen centra in pieno il mezzo pesante e si accartoccia sotto il TIR. Le lamiere si contorcono e i vetri vanno in frantumi. Drazen sta ancora dormendo e non ha le cinture allacciate. Viene sbalzato all’improvviso fuori dal mezzo. I soccorsi sono immediati. Ma per lui, il “Mozart dei canestri” non c’è nulla da fare.Muore su quell’autostrada tedesca, nei pressi di Denkendorf. Ha solo 28 anni. Ne avrebbe fatti 29 a ottobre, se ci fosse mai arrivato. La sua fine è per alcuni aspetti simile a quella di un altro campione slavo, in questo caso serbo. Si tratta del calciatore Dragan Mance, stella del Partizan Belgrado, morto nel 1985 a 23 anni per via di un incidente automobilistico alle porte dell’allora capitale della Jugoslavia. Il tentativo di evitare un pedone distratto fa finire la corsa e la vita di uno dei più grandi talenti della sua generazione contro un lampione stradale.

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Vlade

Mi trovavo in vacanza con la famiglia. Entrai in un bar per bere qualcosa quando vidi in tv le immagini di una partita di pallacanestro e subito dopo l’immagine di Drazen. Non riuscivo a capire cosa stessero dicendo. Pensavo che parlassero di un suo trasferimento o magari di una sua prestazione particolarmente brillante. Poi le immagini mostrarono qualcosa di diverso: la foto di un incidente, con una golf rossa con la parte anteriore distrutta, quasi infilata sotto un grosso camion. A quel punto ho capito. E ho iniziato a piangere. Ho chiamato Anna, mia moglie. Anche lei conosceva benissimo Drazen. Sono scese le lacrime anche a lei. Voleva bene a Drazen. Non so quante volte è venuto a casa nostra o siamo usciti tutti insieme per serate indimenticabili di risate e chiacchiere. Tutto finito per sempre.  E a ogni minuto che passava il rimorso che cresceva dentro di me. Un maledetto gesto di rabbia, istintivo ma che non aveva neppure lontanamente il significato che politici e giornalisti hanno strumentalizzato in una maniera indegna, solo per manipolare le persone e arrivare ai loro scopi. Scopi di morte e distruzione che stiamo vivendo tutt’ora e chissà per quanto tempo ancora. Non rivedrò mai più Drazen, non avrò mai la possibilità di parlargli, di spiegargli tutto e di riabbracciarlo come dopo le tante vittorie condivise insieme. Perché io lo so, l’ho sempre saputo che sbollita la rabbia che una schifosa guerra ci ha fatto provare gli uni per gli altri un giorno sarebbe finita anche l’assurda freddezza e la distanza tra di noi. Invece non sarà più possibile, mai più. E non potrò neppure andare ai suoi funerali.“Sarebbe inopportuno, per tutti”.Lo dicono le persone vicino a me e di sicuro lo dicono e lo pensano anche le persone vicine a Drazen. Che assurdità. Ora so che questa ferita me la porterò dentro per il resto dei miei giorni.

 

Poche settimane dopo la morte di Drazen mentre la madre è sulla tomba del figlio le si avvicina un vecchio signore che tiene per mano il suo nipotino. Va verso di lei con una candela in mano da depositare sulla tomba di Drazen e le dice “Non devi essere triste. Tu sei quella che lo ha messo al mondo ma Drazen non appartiene solo a te, appartiene a tutti noi”.

 

La carriera di Vlade Divac nel frattempo va avanti. Nel 1995 è la volta degli Europei in Grecia. Vlade torna nella sua Jugoslavia. Con lui ci sono giocatori di grande qualità come Dordevic e Danilovic. Ma ci sono anche squadre fortissime a contendersi quel titolo. In qualità di padrona di casa la Grecia cerca di ripetere l’exploit del 1987 e con giocatori dello spessore di Fasoulas e Christodoulou l’impresa pare alla portata .Ci sono i Lituani di Marciulionis e Sabonis, due tra i migliori cestisti europei e poi, soprattutto, c’è la Croazia, con i suoi ex-compagni di squadra Kukoc, Komazec e Vrankovic.

Lo scontro tra i due titani slavi del basket non avviene, anche se entrambe arrivano in semifinale. La Jugoslavia riesce ad aver ragione dei greci padroni di casa,mentre la Croazia viene sconfitta dalla Lituania.In una tiratissima finale la Jugoslavia di Divac, Danilovic e Savic piega la strenua resistenza dei lituani. Finisce 96-90. Un’altra corona europea per Vlade, ancora una volta eletto nel quintetto ideale (dove c’è anche l’ex-compagno di squadra Kukoc).La cerimonia di premiazione rappresenterà però una delle pagine più sgradevoli nella storia del basket. Non bastano i fischi e le urla di disapprovazione del pubblico greco nei confronti della Jugoslavia, “colpevole” di avere eliminato i greci dalla competizione ma al momento della consegna della medaglia d’oro ai cestisti jugoslavi arriva il gesto che non ti aspetti e che neanche la durezza di una guerra potrebbe giustificare. Nel momento in cui i rappresentanti della Federazione Internazionale si apprestano a premiare Divac e compagni la squadra croata abbandona in modo plateale il podio uscendo dal Palazzetto di Atene.

 

Il 14 luglio 2005, a 37 anni di età, Vlade Divac, forse il centro più forte della storia del Basket europeo, si ritira. Come estremo gesto di riconoscenza e apprezzamento i Sacramento Kings, la squadra nella quale il campione serbo disputa 6 stagioni consecutive della carriera a livello altissimo, ritireranno per sempre la sua maglia – la numero 21 – durante una cerimonia ufficiale nel marzo 2009.

 

Nel momento del ritiro di Divac sono passati 17 anni dalla morte di Drazen Petrovic. Le ferite lasciate dalla guerra si stanno piano piano rimarginando. E’ un processo lungo, faticoso ed estremamente doloroso per tutti, in una guerra che non vede vincitori ma popoli divisi. Ed è in questa situazione che nei primi mesi del 2010 Vlade Divac decide di tornare in Croazia, a Zagabria, dopo più di 20 anni dall’ultima volta. Da quel campionato europeo vinto dalla Jugoslavia a mani basse. Giocato forse a un livello mai raggiunto né prima né dopo da una squadra europea di pallacanestro. La sua ferita, quella di non aver mai potuto ritrovare l’amicizia di Drazen, non si è mai chiusa. Quel gesto istintivo, pur senza la malizia che in tanti ci videro, lui lo ha pagato davvero un prezzo troppo alto.

Vlade arriva a Zagabria. Cammina per le vie del centro. Molti lo riconoscono. Qualcuno lo saluta cordialmente. Molti invece lo squadrano, scuotono la testa e nel migliore dei casi si girano dall’altra parte. Altri commentano ad alta voce il suo passaggio per strada, con immutata acredine nei suoi confronti.“Cetnico” è la parola più tenera che gli sussurrano alle spalle. Poi il gigante di 216 centimetri e di oltre 120 chilogrammi arriva alla porta di una graziosa villetta. Niente di sfarzoso o appariscente. Regge un mazzo di fiori che tra le mani dell’uomo sembra una cosa minuscola. Vlade suona alla porta. Ad aprire si presenta una donna che lo accoglie con un sorriso dolce e un abbraccio sincero.

La Signora si chiama Biserka ed è la madre di Drazen Petrovic. Dentro l’abitazione lo accoglie anche Aleksandar, per tutti “Aza”, fratello maggiore di Drazen e anche lui ex-compagno in Nazionale di Vlade Divac. L’imbarazzo dei primi momenti si scioglie in fretta. I ricordi affiorano come tante primule rimaste sepolte per troppo tempo sotto la neve. Il loro incontro in squadra, l’amicizia che nasce immediatamente, le raccomandazioni della madre di Drazen a Divac“Stai attento al mio figliolo, Vlade. Bada che non si cacci nei guai” e le risate di Divac quando fa notare alla signora Biserka che lui era di 4 anni più piccolo di Drazen. “Ma tu eri molto più grosso” fa eco la madre di Drazen. In breve, tutto sembra tornare come tanti anni prima. Prima di quella maledetta bandiera, prima della guerra e prima dell’incidente su un’autostrada tedesca. Avrebbero dovuto essere tutti lì. Con Drazen in mezzo a loro.

Arriva il momento del commiato. I sorrisi sono più distesi e l’abbraccio è ancora più caloroso che all’inizio. Ora Divac è finalmente pronto per un’altra tappa del suo viaggio. Un lungo tragitto a piedi. Fino a un cimitero, fino a una lapide. Lì c’è la foto di Drazen, “giovane, bello e sorridente”, come gli ha detto poco prima la signora Biserka. Ai piedi della lapide Vlade lascia un’altra foto. Sono loro due, abbracciati e festosi dopo una vittoria.“Sono felice di rivederti, amico mio” sussurra Vlade.

Missione compiuta.

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Vlade Divac è oggi un corpulento omone di quasi 50 anni. E’ il Presidente del Comitato Olimpico Serbo. Ma soprattutto ha creato da anni un’organizzazione benefica, la “Divac’s Children Foundation” che si occupa principalmente dei tanti bambini rimasti orfani o mutilati dalla guerra nell’ex-Jugoslavia. In questi anni ha raccolto 3 milioni di dollari. Ha poi fondato l’organizzazione umanitaria You Can Too, che ha come obiettivo quello di dare aiuto e assistenza agli oltre 500.000 rifugiati in Serbia dopo la fine della guerra.Drazen invece riposa al cimitero di Mirogoj, a Zagabria. E sarà sempre “giovane, bello e sorridente”, in un luogo dell’anima in cui ogni sentimento è definitivamente superato e non esistono bandiere.

 

GIANFRANCO ZIGONI: Una vita vissuta pericolosamente.

di DIEGO MARIOTTINI

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Gianfranco Zigoni non è un’icona del calcio, ma una figurina sì. Se si vanno a guardare le varie edizioni Panini anno per anno, la figurina di Zigoni è l’emblema perfetto dei tempi che cambiano. Genoa 1964/65: capelli abbastanza corti, ben pettinati, accenno di basetta. Juventus 1966/69: capelli più lunghi, basetta piena ma look ancora ordinato perché alla corte di Agnelli si sta in un certo modo. Roma 1971/72: Zigoni sembra un militante di Autonomia Operaia: barba incolta e lunghissima, capelli che scendono fino alle spalle e vanno un po’ dove vogliono, manca solo l’eskimo. Verona 1972/78: non c’è più la barba ma i capelli sono sempre quelli e le basette…pure. Pazzo, anticonformista, ribelle, indolente, giacobino, genialoide, incompreso, sovversivo. Non si contano i modi in cui Zigoni è stato definito. Di certo, è stato uno dei più grandi talenti inespressi (o espressi in parte) del suo tempo, un dissacratore del sistema calcio pur facendone parte e vivendo appieno nel sistema.

 

SENZA PADRONE –Uno spirito libero giunto oggi al compimento dei 70 anni. Gianfranco Cesare Battista Zigoni, nato a Oderzo (Treviso) il 25 novembre 1944 sa fin da ragazzo di avere un talento particolare nel giocare al calcio, ma forse, nell’interrogare se stesso, capisce una cosa che non sempre fa piacere capire: quel mondo nel quale vuole entrare, perché lui ha tutte le capacità per starci ad alti livelli, non gli somiglia affatto. È un mondo qualunquista, freddo, fatto di gente spesso ignorante (che non è per forza sinonimo di semplice), venduta, disposta a tutto pur di emergere e di ottenere un’agiatezza economica altrimenti negata. Al calciatore medio dei tempi di Zigoni non è attribuita un’anima ed è apprezzato soltanto colui che tace, acconsente e che spesso è connivente con quanto di peggio vi graviti intorno. Se è vero che nessun pasto è gratis, alla mensa della sincerità i prezzi sono spropositati.

<<Non ho mai frequentato il gregge. Ho accumulato più giorni di squalifica che gol perché non sottostavo ai soprusi degli arbitri. Dicono: bisogna credere alla buona fede di quei signori. Ma per favore, ho visto furti inimmaginabili e ho pagato conti salatissimi. Una volta mi diedero sei giornate di squalifica e trenta milioni di multa perché dissi a un guardalinee di infilarsi la bandierina proprio là. Trenta milioni degli anni 70: all’epoca con quei soldi compravi due appartamenti. Il prezzo della mia libertà di opinione>>.

Concetto molto personale della libertà d’opinione, non c’è dubbio, ma è questa la cifra caratteriale di Gianfranco Zigoni. Un calciatore che ama le donne, l’alcool e i motori più del pallone oggi sarebbe il conformismo personificato, allora era un diverso, specie se non faceva nulla per nasconderlo. Mario Balotelli lascia la macchina in terza fila per far parlare di sé o più probabilmente per sommo disinteresse verso il prossimo. Se Zigoni a suo tempo avesse fatto altrettanto, sarebbe stato per una forma di protesta verso il tal potente di turno o contro una certa decisione calcistico-politica. Cambiano i tempi, cambiano i protagonisti e i modi di concepire la realtà.

 

ZIGO-GOL Fin da ragazzino, il futuro Zigo-gol è il turbolento protagonista dei suoi giorni: <<Da bambino giravo armato di fionda, più cresciuto tenevo sotto controllo il territorio con la carabina>>. Quella delle armi sarà sempre una delle sue oscure passioni, ma non è, e non sarà mai, una sorta di scriteriato solista del mitra. Narra la leggenda che un episodio scuoterà la sua sensibilità tanto da fargli abbandonare le armi, almeno per un po’.

<<Un giorno– racconta il diretto interessato – a caccia, colpii un merlo, che cadde vicino a un laghetto. Mi avvicinai per raccoglierlo e incrociai il suo sguardo. Lui era ferito, ma vivo, e i suoi occhi mi dicevano: ‘Brutto bastardo che non sei altro’. Mi sentii un mostro. Lo strozzai per non farlo soffrire, gettai la carabina e mi ferii volontariamente alla fronte con il filo di ferro di un vitigno. Sanguinavo. Il giorno successivo vendetti i fucili>>.

Estroso e irruento, ma non privo di una certa sensibilità, Zigoni porta in campo anche queste caratteristiche fin da quando la Juventus, tramite un emissario, fa il giro dell’oratorio di Oderzo per vedere dal vivo il talento di un ragazzino bizzarro ma capace di giocate difficilissime e di gol favolosi. È bravo, quel ragazzo che illumina il gioco del Patronato Turroni, squadretta locale. Bravo ma troppo indisciplinato. Specie per una squadra di soldatini diligenti come la Juventus. La quale però decide di ingaggiarlo ugualmente, perché due piedini così sui campi di calcio non si incontrano tutti i giorni. Però a Torino la concorrenza è spietata e il ragazzo non va certo a genio a tutti. In 3 anni, 4 presenze e un gol.

 

SOTTO LA LANTERNA E POI DI NUOVO ALLA JUVE- Meglio fargli fare le ossa al Genoa, dove può avere più spazio ed esprimersi appieno, prima di tornare alla base. I due campionati sotto la Lanterna rappresentano un buon momento di crescita, perché Zigoni si trova in sintonia con la città e la città con lui. In un Genoa-Milan segna tre gol e Trapattoni giurerà di avere visto in campo la reincarnazione veneta di Pelè. 16 gol in 58 partite (8 esatti a stagione) non evitano comunque la retrocessione del Grifone in B. Torna alla Juve e trova un sergente di ferro in panchina, Heriberto Herrera. Il rapporto tra i due sarà duro e assai poco lineare, perché in fondo uno si rivelerà immagine speculare dell’altro. Dittatoriale nell’imporre la disciplina l’uno, assolutista nel rifiutarla l’altro. 23 presenze, 8 gol e scudetto 1966/67. Alla lunga, l’incompatibilità fra i due rimane tale, anche se oggi Zigoni attribuisce anche meriti al suo “oppositore”: <<Mi sono preso un esaurimento nervoso. Heriberto mi ha distrutto mentalmente. Però era onesto, giocava chi era in forma. Alla Juventus mi sentivo un numero. Non mi sono mai abituato al taglio dei capelli imposto dalla società, alle telefonate di controllo alle 10 di sera. Mi sembrava di stare in un campo di concentramento>>.

 

DI HERRERA IN HERRERA – Dopo 4 anni tormentati alla Juventus (35 gol in 122 partite) Zigo-gol viene ceduto alla Roma. La Capitale potrebbe essere la piazza giusta, perché la Roma ha bisogno proprio di una punta che possa garantire realizzazioni in doppia cifra annuale. Ad allenare la formazione giallorossa, l’attaccante di Oderzo troverà un altro Herrera, forse quello più autoritario: Helenio. E non saranno rose e fiori neppure stavolta. La concorrenza è spietata e Zigoni gioca quando riesce a convincere il mister. Due stagioni, 12 gol, 48 presenze. Durante la militanza a Roma, conoscerà Pelé in amichevole, contro il Santos.<<Vedo Pelé dal vivo e mi prende un colpo. Madonna, che giocatore. Ho una botta di depressione, di malinconia, penso che a fine partita annuncerò in mondovisione il mio ritiro dal calcio. Mi preparo la dichiarazione in terza persona: ‘Zigoni lascia l’attività, non sopporta che sul pianeta ci sia qualcuno più forte di lui’. Poi a un certo punto il Santos beneficia di un rigore, Pelé va sul dischetto e Ginulfi, il nostro portiere, para. Allora è umano, penso, e così resto giocatore>>.

VERONA – Seguono sei stagioni (di cui una in serie B) alla corte scaligera. In una dimensione meno metropolitana rispetto a Roma e a Torino, Zigo-gol emerge in tutto il suo essere personaggio fuori dagli schemi. L’allenatore Valcareggi riesce in qualche modo a gestirlo. Per un breve periodo vive addirittura in una parrocchia, ma i fatti terreni lo richiamano presto alla realtà. <<Monsignor Augusto mi aveva preso a ben volere. Così ho vissuto nella chiesa di San Giorgio in Braida. Mi stavo convincendo ad andare per un mese in un convento di frati camaldolesi. Ma poi tante donne si son messe a piangere. Dai Zigo, non puoi lasciarci. Mica potevo far piangere tutte quelle donne. E il mese in convento è saltato>>. C’è inoltre un aneddoto di quegli anni che dà l’idea del livello di insofferenza alle gerarchie. È Zigoni stesso a raccontarlo: <<Un giorno Valcareggi mi dice che non mi avrebbe fatto giocare. E gli dico ridendo: ‘Ma come? Tiene fuori il più grande giocatore del mondo?’. Comunico ai compagni che sarei andato in panchina con pelliccia e cappello da cowboy, in cinque scommettono che non l’avrei fatto. E invece presi posto sulla panchina del Verona conciato in quel modo>>.

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LE CATEGORIE INFERIORI, CON LA STESSA CLASSE DI SEMPRE –Ha 36 anni quando lascia Verona. Zigo-gol fa due stagioni a Brescia e poi tre in serie D. Torna a casa, a Oderzo: l’Opitergina è pronta ad abbracciare il suo talento ribelle più conosciuto. Dopo tre campionati, nel 1983 si trasferisce al Piavon, squadra di Terza Categoria con la quale ottiene una promozione in Seconda. A Piavon, frazione di Oderzo, termina la carriera a 43 anni, contribuendo alla salvezza della squadra. L’ultima partita in assoluto, nel maggio 1987, la gioca contro il Musile di Piave, segnando quattro gol: la gara finisce 5-4 per la sua squadra. Con quest’ultimo regalo ai suoi ammiratori si conclude la carriera in campo di un genio che non ha mai voluto essere regolatezza, né integrazione completa al sistema calcio.

 

 

 

STAN OCKERS: Morte di un campione.

di REMO GANDOLFI

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“Non sono mai andato così forte !

E non è solo una questione di gambe. Ora lo so per certo.

Lo scorso anno avevo capito fin da inizio stagione che sarebbe stato un anno diverso da tutti gli altri.

Una vittoria di tappa al Tour, il secondo posto alla Parigi-Roubaix, il quarto al Lombardia mi avevano convinto che c’era ancora tanta forza nelle mie gambe.

Ma quando all’inizio di questa stagione sono iniziate le classiche di primavera mi sono accorto che ero finalmente pronto a giocarmela alla pari con tutti quanti.

Beh, quasi tutti …

Di certo non con quel “marziano” dell’italiano !

Con quello ahimè non c’è nulla da fare.

Tre anni fa al Tour de France sono arrivato secondo dietro di lui … ma con quasi mezz’ora di ritardo !

Sui giornali hanno scritto che sono arrivato primo fra “gli umani”…

L’anno dopo l’ho visto massacrarci ancora tutti quanti al Mondiale di Lugano dove sono salito sul gradino più basso del podio.

Insomma, correre nella stessa epoca di Fausto Coppi non è certo il massimo.

Nessuno prima di lui aveva dominato in maniera così netta e autoritaria in questo sport.

Almeno nelle corse a tappe.

E così ho cambiato strategia.

Ho messo nel mirino le classiche.

Non poteva andare meglio !

Una doppietta strepitosa nel weekend delle Ardenne: Freccia Vallone il sabato e la Liegi-Bastogne-Liegi la domenica.

Gran bella spinta per il resto della stagione !

Ma quello che è accaduto il 28 agosto del 1955 ha cambiato la mia vita.

La mia e quella della mia famiglia.

La mia adorata Rose e il piccolo Eddy.

Quel giorno si correva il Campionato del Mondo di ciclismo su strada.

In Italia, nei dintorni di Roma con arrivo a Frascati.

Percorso selettivo, su e giù per i colli romani.

Selettivo ma non impossibile.

Ci sono ovviamente tutti i più forti del Mondo.

Gli italiani che corrono in casa sono ovviamente i favoriti.

Fausto Coppi e il loro capitano ma ci sono anche Kubler, Bobet, Geminiani, Nencini, i miei compagni di squadra Janssens e Derijcke e un giovanissimo francese di cui si raccontano meraviglie, Jacques Anquetil.

Ma più del percorso a fare paura è il caldo torrido di quel giorno e in condizioni climatiche di questo tipo noi ciclisti del nord tendiamo a non venire troppo considerati.

Dopo pochissimi km va via una fuga. Il mio compagno De Groot e lo svizzero Bovet.

Non possono preoccupare più di tanto.

Solo che il gruppo sonnecchia, pare disinteressato.

Quando verso metà gara esce un altro gruppetto di una decina di corridori che in breve raggiungono il duo di testa è evidente che non si può più tergiversare.

Occorre organizzare l’inseguimento e senza tanti indugi.

Invece non accade nulla.

La marcatura tra i favoriti è serrata e nessuno vuol fare la prima mossa.

E in più c’è questo caldo opprimente che pare aver stroncato le velleità dei favoriti della vigilia.

Perfino gli italiani si disinteressano alla fuga, nonostante i fischi del pubblico che vuole vedere il loro campione all’attacco.

Mi guardo intorno.

Vedo facce stanche e tirate.

Parlo con i miei compagni di squadra ma nessuno ha le forze per mettersi a tirare sul serio.

“E perché dovremmo farlo noi ? mi chiede qualcuno dei miei coequipier.

Come dar loro torto.

Sobbarcarci un lavoro enorme con un caldo afoso che ti drena liquidi ed energie.

Io però sto benissimo.

Sento che la “gamba” gira a mille.

Come al Tour di un mese prima dove ho portato a casa la maglia di vincitore della classifica a punti.

Eh no cazzo non può mica finire così !

Rimane solo una cosa da fare.

E’ una pazzia, lo so io e lo sanno i miei compagni di squadra.

Ma cosa ho da perdere ?

E allora mi lancio all’attacco.

Mancano 4 giri al termine. Più di 80 chilometri.

Faccio quasi un chilometro a tutta prima di voltarmi indietro per vedere in quanti sono riusciti a venirmi dietro.

Quando mi accorgo che sono solo in due ho un attimo di scoramento.

Sono l’italiano Monti e il francese Molineris.

Tre contro dodici. E hanno 8 minuti di vantaggio.

Quando dopo due giri di inseguimento serrato mi dicono che i fuggitivi sono a poco più di un minuto faccio quasi fatica a crederci.

Ma è esattamente la notizia di cui ho bisogno.

Le mie forze aumentano mentre è evidente che davanti stanno pagando lo sforzo, la fatica e il caldo. Quando suona la campanella dell’ultimo giro sono rientrato, da solo, sui primi.

Molineris prima e Monti dopo non sono riusciti a tenere il mio ritmo.

Arriviamo ai piedi della salita più dura del circuito, quella di Grottaferrata quando mancano 5 km al traguardo. Li guardo in faccia uno a uno.

Sono morti che pedalano.

Provo ad allungare per capire chi tra loro ha ancora “gambe” per seguirmi.

Non è uno scatto vero e proprio ma gli effetti sono devastanti.

Quando mi giro dietro di me non c’è nessuno.

E’ fatta mi dico … è fatta !

Arrivo tutto solo, a braccia alzate.

Tra me e l’avversario più vicino, il giovane lussemburghese Schmitz passa più di un minuto.

Sono campione del mondo.

A 35 anni.

Un età dove o hai già smesso di correre oppure sei già entrato nel crepuscolo della carriera.

La maglia iridata ti cambia davvero la vita.

Inviti a feste, cerimonie, presentazioni, radio e televisione.

Ma soprattutto non esiste kermesse, su strada o su pista, alla quale non vieni invitato.

E il cachet per un campione del mondo è ragguardevole.

Per questo non vedo l’ora inizi la nuova stagione.

Avrò 36 anni … ma credetemi, dentro mi sento ancora un ragazzino !”

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E’ il 29 settembre del 1956.

Stan Ockers è uno dei partecipanti ad una manifestazione su pista, il Festival der Wegrenners che si disputa sul velodromo di casa, lo Sportpaleis di Anversa, città del Belgio dove Costantin, detto Stan, è nato 36 anni prima.

E’ un esperto delle corse su pista.

Ne ha disputate più di 100 nella sua lunga carriera e pochi mesi prima aveva battuto il record mondiale dell’ora dietro Derny.

A questa “kermesse” partecipano praticamente tutti i più grandi ciclisti dell’epoca.

Ci sono  Rik Van Steenbergen, Rik van Looy, Fred de Bruyne, Roger Walkowiak e Bernard Gauthier. C’è perfino il piccolo scalatore lussemburghese Charly Gaul che in questo tipo di gare è come un pesciolino fuori dall’acqua.

Però c’è anche lui.

E il motivo è semplice; queste manifestazioni attirano tanto pubblico e sono, per i ciclisti, molto ben remunerate.

Il palazzetto di Anversa è in effetti gremito in ogni ordine di posti.

Si sta correndo una “Americana”, una delle gare da sempre decisive per la vittoria finale in questo tipo di manifestazioni.

L’intensità è altissima.

Nessuno ci sta a perdere.

In fondo ci sono praticamente tutti i ciclisti che su strada se le danno di santa ragione tutto l’anno e mettere la ruota davanti ad un tuo rivale è sempre una grande soddisfazione.

Ockers e Van Steenbergen sono amici, cresciuti nella stessa città e quasi coetanei.

Sono stati gli ultimi due campioni del mondo su strada.

Van Steenbergen fresco vincitore dei mondiali a Copenhagen poco più di un mese prima e Ockers capace di imporsi l’anno prima, nel 1955, in quelli disputati a Frascati, in Italia.

In quel gruppo c’è anche il giovanissimo Rik Van Looy, di cui si raccontano meraviglie e che in quell’anno ha già vinto Parigi-Bruxelles e Gand Wevelgem e pronto ad ereditare lo scettro dai due ormai anziani campioni.

C’è un attacco di un gruppetto di ciclisti che riescono a guadagnare qualche decina di metri sul resto del gruppo.

Tra gli inseguitori c’è un attimo di indecisione.

E’ proprio Stan Ockers a rompere gli indugi e ad allungare deciso.

E’ una autentica frustata che riduce immediatamente il vantaggio dei fuggitivi che ormai sono nel mirino.

Poi Stan si volta.

Vuol capire chi è riuscito a rimanergli a ruota.

Non può accorgersi che pochi metri davanti a lui Nest Sterckx si è fermato per un guaio meccanico.

L’impatto è impressionante.

Ockers sta viaggiando a quasi 60 km/ora quando si va a scontrare con Sterckx.

Dietro di loro c’è il finimondo.

I ciclisti immediatamente alle spalle di Ockers non riescono ad evitare i due.

Ci sono biciclette che volano da tutte le parti e tanti ciclisti a terra.

Rik Van Looy e Gerrit Vorting rimangono a terra insieme a Stercks e Ockers.

Dopo qualche minuto Vorting e Sterckx si rialzano.

Van Looy e Ockers sono ancora a terra privi di sensi.

Sul momento è il giovane Van Looy che sembra aver riportato i guai peggiori.

Ma mentre è ancora sulla barella assistito dai medici della corsa riprende i sensi.

Per Ockers si parla inizialmente di commozione cerebrale e di una frattura alla clavicola.

Viene ricoverato all’ospedale San Bartolomeo di Merksem ed è li che ci si rendo conto che le sue condizioni sono assai più gravi di quanto si pensasse inizialmente.

Ci sono 4 costole rotte ma c’è soprattutto una frattura alla base del cranio.

Stan passa tutta la notte tra stati di veglia e repentine perdite di conoscenza.

Poi cade in coma.

Le sue condizioni sono disperate.

Da Bruxelles e da Bruges accorrono chirurghi e specialisti che tentano disperatamente di bloccare una emorragia che è però ormai irreversibile.

Non c’è nulla da fare.

Constantin “Stan” Ockers, uno dei più grandi ciclisti di sempre morirà il primo ottobre, a meno di 48 ore da quel terribile incidente sul velodromo di casa, nella sua città.

Più di 10.000 persone assisteranno ai funerali di questo campione, ammirato non solo per le sue non comuni doti sulla bicicletta ma anche per la sua correttezza e la sua umiltà.

Tutti ricordano il suo gesto di soli due anni prima quando l’amico fraterno Raymond Impanis scattò a poco più di un km dall’arrivo della prestigiosa Parigi-Roubaix e Stan, l’unico tra gli inseguitori ad avere “le gambe” per raggiungerlo che si fece quasi da parte limitandosi a conquistare in volata il secondo posto a soli 6 secondi dall’amico.

Fra le oltre 10.000 anime presenti quel giorno al funerale c’è anche un ragazzino di 11 anni, che in Sta Ockers aveva il suo idolo assoluto, l’esempio da imitare nella sua sfrenata passione per la bicicletta.

Quel ragazzino in lacrime per la morte del suo campione finirà anche lui per fare il ciclista, riuscendo a vincere molto, ma molto di più del suo mito di adolescente.

Si, perché quel ragazzino dal pianto inconsolabile di quel giorno qualche anno dopo riscriverà la storia di questo sport.

Quel ragazzino si chiamava Eddy Merckx.

 

 

Stan Ockers nasce ad Anversa il 3 febbraio del 1920.

A 23 anni il suo primo risultato importante: un terzo posto alla Liegi-Bastogne-Liegi.

Ma la sua maturazione è lenta e i suoi progressi sono assai meno rapidi del previsto. Le doti ci sono tutte.

Ha un eccellente spunto veloce, è forte sul passo e, caratteristica davvero particolare per un velocista/pistard, si difende alla grande anche in salita.

Dovrà attendere 5 anni, fino al 1948 per vincere la sua prima corsa di un certo rilievo: il Giro del Belgio, breve corsa a tappe comunque con percorsi misti interessanti e selettivi.

L’anno successivo incentra la sua stagione sul Tour de France; il risultato è un sorprendente 7mo posto, che è un importante miglioramento rispetto all’11mo dell’anno precedente.

La sua tenuta in salita sorprende gli addetti ai lavori e soprattutto convince Ockers che non è solo nelle classiche del nord che può cogliere risultati importanti.

Nel 1952 parte per il Tour de France sulla scia di alcuni eccellenti piazzamenti, su tutti il 2° posto alla Freccia-Vallone dietro il fortissimo svizzero Ferdi Kubler ma anche un eccellente 6° posto al suo esordio al Giro d’Italia.

Al Tour ottiene addirittura uno strepitoso secondo posto … e primo fra i “terrestri”.

Si perché quel Tour lo vincerà il divino Fausto Coppi con qualcosa come 28 minuti di vantaggio sul belga. Sarà un Tour che entrerà negli annali sia per la presenza della tv che per la prima volta nella storia riprenderà la corsa, mandando in onda alla sera le fasi salienti, sia per i primi arrivi in salita nella storia della Grand Boucle: saranno ben 3 e che arrivi !

Alpe d’Huez, Puy de Dome e Sestriéres.

Finalmente, l’anno successivo e a 33 anni compiuti, arriva il primo grande trionfo per Ockers: taglia per primo il traguardo alla Freccia Vallone, riuscendo stavolta a prevalere su Kubler.

Torna al Giro d’Italia ed è ancora un onorevole 6° posto e al Campionato del Mondo su strada a Lugano sale per la prima volta sul podio. E’ un brillante 3° posto, ad una manciata di secondi dal compagno di squadra Derijcke … ma a quasi 8 dal vincitore di quel giorno: sempre lui, Fausto Coppi.

L’anno successivo il suo risultato migliore è proprio il secondo posto alla Roubaix di cui abbiamo raccontato sopra ma è il 1955 l’anno della definitiva consacrazione di Stan Ockers.

A 35 anni, l’età in cui sono in molti quelli che hanno iniziato la parabola discendente o addirittura hanno appeso la bicicletta al fatidico chiodo, Stan Ockers in primavera fa la doppietta “Freccia-Vallone + Liegi-Bastogne-Liegi, poi si piazza ancora tra i primi 10 al Tour de France vincendo la classifica a punti e poi si consacra addirittura campione del Mondo di ciclismo su strada.

Si corre sulla strade intorno a Roma, per la precisione a Frascati.

Ockers corre la gara della vita, arrivando in solitudine a braccia alzate e lasciando ad oltre un minuto il lussemburghese Schmitz e il solito Derijcke.

E’ una stagione da incorniciare.

La sua maturazione, lenta e costante, lo ha finalmente portato ai vertici di questo sport.

Van Steenbergen nelle classiche e Fausto Coppi nelle corse a tappe sono gli unici che hanno obiettivamente qualcosa più di lui. Ma con tutti gli altri Stan se la gioca alla grande.

Il 1956 conferma la sua posizione di uno dei grandi del “peloton”.

Ancora tanti eccellenti piazzamenti (spicca il 2° posto al durissimo Giro delle Fiandre) ma soprattutto la sua terza vittoria in una tappa del Tour e per la seconda volta consecutiva il trionfo nella classifica a punti.

Quando corre la manifestazione su pista dove perderà la vita la stagione ciclistica stava ormai volgendo al termine ma Stan Ockers guardava già con grande entusiasmo alla stagione successiva, tanto da fargli confessare all’amico Impanis “Raymond, ho la sensazione che per me il bello deve ancora venire”.

E invece tutto finirà in quella rovinosa caduta, nella sua città e nel velodromo dove era cresciuto.

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