ANTONIO MARTIN VELASCO: Come una stella cadente …

di REMO GANDOLFI

 

VELASCO1

“Il passato, il presente e il futuro del ciclismo spagnolo: Delgado, Indurain e Martin”.

Queste le parole del Direttore Sportivo della Banesto, Josè Miguel Echevarri il giorno in cui ho firmato per la più forte squadra ciclistica di Spagna ed una delle più forti del mondo.

Non mi sembra vero.

Correrò insieme a due miti assoluti della mia adolescenza, a due modelli ai quali mi sono ispirato fin da bambino quando sulle salite intorno a Torrelaguna sognavo di correre il Tour de France staccando tutti sul Tourmalet, sull’Alpe d’Huez o sul Mont Ventoux.

Ci ho sperato tanto nella chiamata della Banesto.

E dopo il Tour dello scorso anno questo sogno è diventato realtà.

Non avrei mai immaginato di andare così forte al mio primo Tour de France.

E’ una corsa che mette soggezione e dove la prima volta si va quasi esclusivamente per fare esperienza.

Già il giorno della presentazione capisci che non è una corsa come tutte le altre; è tutto più grande, imponente e spettacolare.

A qualcuno, e so di tanti ciclisti a cui è capitato, finisce quasi per intimidire, per bloccare gambe e testa.

Io sono riuscito invece a viverla come una grande avventura, godendo di ogni singolo istante, fuori e dentro la corsa e vivendo il tutto con grande entusiasmo e serenità.

… ma se mi avessero detto che avrei vinto la maglia bianca di miglior giovane arrivando davanti a gente del valore di Virenque, Escartin, Zulle, Hamburger, Brochard o del mio compagno di squadra Rincon mi sarei messo a ridere come un matto !

Invece me li sono messi dietro tutti quanti conquistando un 12mo posto nella classifica generale finale.

Di dubbi ne avevo, e tanti, quando sono passato professionista due anni fa.

Era il 1992 e davvero non sai mai cosa aspettarti quando inizi a correre con i “grandi”.

La storia del ciclismo è piena di ragazzi che negli Juniores e nei Dilettanti sembravano dei mostri e che invece una volta passati nei “PRO” sono diventati improvvisamente corridori normali.

Questo è esattamente il timore comune a tutti i ragazzi che fanno il famoso “salto”.

Così è stato anche per me.

Almeno fino a quel meraviglioso giorno su a Vallter 2000 nella tappa regina della Volta Catalunya.

Era il 14 settembre.

Lungo la salita finale man mano che il ritmo cresceva vedevo tanti atleti di primissimo livello non riuscire a tenere il ritmo.

Sto parlando di gente come Jalabert, Zulle, Breukink, Fondriest, Mottet … perfino Delgado.

Io invece sempre lì, appiccicato alle ruote di Indurain e Rominger.

Rominger ha allungato e non ce l’ho fatta a rispondere subito, ma quando ho reagito e mi sono lanciato all’inseguimento ero convinto di avere ancora tanta gente dietro di me a ruota … e invece avevo solo Miguel Indurain che non è neppure riuscito a passarmi nel rettilineo.

Ecco, quel giorno ho capito che uno spazio nel ciclismo che conta poteva esserci anche per il sottoscritto e salire sul podio di quella corsa, insieme a due campioni come Indurain e Rominger è stato fondamentale per la mia crescita di ciclista e … per la mia autostima !

So benissimo però che per arrivare davvero in alto non basta andare forte in salita.

Bisogna farlo anche a cronometro.

Soltanto chi è riuscito a fare questo è arrivato a vincere il Tour.

Delgado, Indurain e Luis Ocana prima di loro.

Devo lavorare tanto sotto questo aspetto.

Ma ho solo 23 anni e tanto tempo davanti.

VELASCO2

 

E’ l’11 febbraio del 1994.

Antonio Martin Velasco si sta allenando per l’imminente avvio della stagione agonistica.

Il suo primo grande appuntamento sarà la Parigi-Nizza, importantissima corsa a tappe francese nella quale l’obiettivo è prendere confidenza su alcuni dei percorsi delle strade di Francia del Tour di quell’anno.

Nei programmi della Banesto e del Direttore Sportivo Echevarri, l’uomo che ha voluto a tutti i costi Martin nel suo team, c’è di mandare Antonio al Tour come “spalla” di Miguel Indurain, per fargli fare esperienza e per avere comunque una seconda freccia in carniere nel caso qualcosa dovesse andare storto per il campione navarro.

Quel giorno di febbraio insieme ad Antonio c’è un ragazzo di 19 anni, si chiama Angel Luis Robledillo.

Sono grandi amici ed escono spesso insieme ad allenarsi su quelle strade che per loro sono di casa, nei pressi di Torrelaguna, nella provincia di Madrid.

L’allenamento è praticamente finito.

Sono nei pressi di Reduena, sulla Nazionale 320 ad una manciata di km da casa.

Sono in un tratto di leggera discesa e stanno chiacchierando tranquillamente, fianco a fianco.

Angel è vicino al bordo della strada, Antonio è al suo fianco a mezzo metro da lui, neppure al centro della loro corsia.

Sono in una semicurva verso sinistra quando alle loro spalle arriva un camion-frigo.

Si sente un colpo.

Angel Luis Robledillo chiude gli occhi per una frazione di secondo.

Quando li riapre vede la bicicletta di Antonio volare via.

Si gira e sull’asfalto c’è il corpo di Antonio.

Scende dalla bici, si avvicina all’amico.

Arriva anche il camionista, fermatosi immediatamente dopo l’impatto.

L’unica cosa che possono constatare è che Antonio Martin Velasco è morto.

Colpito dallo specchietto retrovisore del camion, guidato dal ventiduenne Antonio Alvarez Sanchez.

Il quale cercherà in seguito di falsificare il tachigrafo del suo camion nel tentativo di far credere che stesse procedendo a 70 km/ora, ovvero nei limiti concessi ai mezzi pesanti su quella strada.

… in realtà stava viaggiando a 120 km all’ora

La legge dirà che è un omicidio.

“Por imprudencia temeraria” dichiara la legge spagnola.

Antonio Alvarez Sanchez verrà condannato a 6 mesi di carcere e ad un anno di sospensione della patente.

Salvo poi ridimensionare il tutto quando l’avvocato difensore del camionista dimostrerà che Sanchez soffriva di “disturbi psichiatrici”.

A soli 22 anni il ciclismo spagnolo perderà la sua più grande promessa.

Quel ciclista che con ogni probabilità sarebbe stato l’anello di congiunzione tra l’era dei Delgado, degli Indurain e degli Olano e quella successiva dei Contador, dei Rodriguez, dei Freire e dei Valverde e dei Sanchez.

Antonio nasce praticamente su una bicicletta.

Nel suo “pueblo” di Torrelaguna, ad un tiro di schioppo da Madrid, tutti se lo ricordano sempre e solo in sella alla sua bici.

Da cross prima e da corsa poi.

Il suo talento è evidente a tutti.

Inizia a vincere fin da ragazzino.

Nel 1985, quando ha solo 15 anni, è praticamente imbattibile.

Lascia la scuola; tutti hanno già capito che il suo futuro, e il suo pane, glielo darà la bicicletta.

Si distingue da subito per le sue doti di scalatore, ma “sul passo” è tutt’altro che fermo.

Questo fa pensare a molti che in quel ragazzo pelle ed ossa ci siano tutte le doti necessarie per trasformare Antonio in un ciclista completo, capace di primeggiare anche nelle grandi corse a tappa.

Dopo 3 stagioni da Juniores prima e da Dilettante poi nel CD Cajamadrid arriva nel 1992 il passaggio tra i professionisti.

Sarà l’Amaya Seguros, piccolo ma eccellente team spagnolo che ama dare spazio a giovani “rampanti”.

Già nella sua prima stagione, spesso traumatica per tanti neoprofessionisti, Antonio fa immediatamente mostra delle sue non comuni doti.

La sua prestazione nella durissima Volta Catalunya, corsa a tappe di una settimana del World Tour, con tante salite ed una esigente cronometro individuale, non lascia dubbi: la Spagna ha già in casa il successore di Pedro Delgado e di Miguel Indurain.

L’anno successivo, il 1993, è quello della consacrazione definitiva.

Sempre alla Volta vince la tappa regina con arrivo in salita a Pla de Beret, regolando allo sprint i compagni di fuga Rincon e Mejia e lasciando a oltre mezzo minuto gente come Chiappucci, Fondriest e Indurain.

E poi la strabiliante prestazione al Tour de France, dove conquista la maglia bianca della classifica dei giovani (primo spagnolo a riuscirci dopo Enrique Martinez Heredia nel 1976) giungendo addirittura 12mo nella classifica generale che dimostra in maniera inequivocabile che per le corse a tappe il madrileno è davvero portato.

La Banesto, la squadra più forte di Spagna e una delle più forti di tutto panorama ciclistico, non se lo fa sfuggire.

Crescere con i consigli e l’esempio di Pedro Delgado (l’unico ciclista di cui Antonio abbia mai avuto un poster in camera) e Miguel Indurain.

L’ideale per un giovane ciclista con grandi doti fisiche ed una grande voglia di imparare.

Probabilmente per Antonio è l’inverno più lungo della sua carriera tanta è la voglia di rimettersi un numero sulla schiena e di correre. Si parla addirittura di farlo correre da leader uno dei grandi Giri … il Giro d’Italia o addirittura la Vuelta.

Insomma, tutto sembra pronto per Antonio per spiccare il grande volo nel ciclismo che conta.

Finirà tutto in quella maledetta giornata di febbraio, quando cadrà per sempre … nel momento stesso in cui aveva appena iniziato ad aprire le ali.

VELASCO3

 

 

 

IVAN ZAMORANO: L’eroe dei due mondi.

di REMO GANDOLFI

ZAMORANO1

“Io non c’ero due anni fa a Tenerife.

C’ero l’anno scorso però.

E fa un male cane ancora adesso.

Dicono che il fulmine non picchia mai due volte nello stesso posto.

Invece al Real Madrid, e a parecchi dei miei compagni di squadra di oggi, è successo.

Due anni fa si sentivano il titolo di Campioni di Spagna strettamente in pugno.

Eravamo avanti per due gol a zero con poco più di un tempo da giocare.

Quando loro segnarono un gol pochi secondi prima di andare negli spogliatoi sembrava solo un piccolo incidente di percorso.

Invece nella ripresa tutto quello che poteva andare storto ci andò.

Prima l’espulsione di Villaroya e poi uno sfortunato autogol di Ricardo Rocha e poi una giocata folle di Sanchis, uno dei più forti difensori d’Europa, che regala a Pier e al Tenerife il gol della vittoria e al Barcellona il titolo che i miei compagni meno di un’ora prima sentivano già in tasca.

Lo scorso anno quando il calendario ci rimise di fronte il Tenerife all’ultima giornata ne eravamo addirittura contenti !

Stavolta c’ero anch’io.

La sete di rivincita dei miei compagni era talmente grande … e nessuno pensava che sarebbe potuto accadere un’altra volta.

Invece andammo a Tenerife nella stessa identica situazione della stagione precedente.

Ci presentammo all’Heliodoro Rodriguez Lopez con un punto di vantaggio sul Barcellona.

Stavolta sapevamo che sarebbe stata molto più dura.

Il Tenerife di Valdano e Cappa era diventata una signora squadra.

Giocatori del valore di Castillo, Pizzi, Dertycia e Redondo.

E soprattutto erano in lotta per un piazzamento tra le prime 6 che voleva dire qualificazione per la Coppa UEFA, per la prima volta nella storia del Club.

Fu, se possibile, ancora peggio.

Perdemmo due a zero e non fummo mai veramente in partita.

Dopo una decina di minuti eravamo già sotto di un gol.

Quando arrivò il secondo, sul finire del primo tempo, capimmo che sarebbe stata un’altra giornata tremendamente storta.

Quel giorno avrei potuto segnare un tripletta ma fu una delle giornate più nere di tutta la mia carriera. Prima fui capace di sbagliare due gol solo davanti al portiere avversario Augustin che poi mi abbattè quando lo avevo già saltato e mi apprestavo a mettere il pallone nella porta sguarnita.

L’unico che non vide quel rigore sacrosanto fu proprio colui che avrebbe dovuto vederlo …

Per chiudere in bellezza persi anche il controllo dei nervi, reagendo stupidamente ad una trattenuta di un loro difensore e venni espulso.

Ancora una volta i nostri grandi rivali del Barcellona ci superarono proprio sulla linea del traguardo.

 

Sono passati quasi due anni da quel giorno.

Oggi al Santiago Bernabeu arriva il Deportivo La Coruna. Sono loro i nostri rivali per il titolo. E’ la terz’ultima partita della stagione ma vincere oggi vorrebbe dire avere le mani sul titolo, stavolta senza sorprese dell’ultima giornata.

Siamo tesi come le corde di un violino.

In settimana ci siamo allenati duramente come al solito.

Jorge Valdano, il nostro nuovo mister, (si proprio quello che allenava il Tenerife !) ha provato in tutti i modi a darci serenità, ad infonderci sicurezza e autostima.

Ma la paura di fallire ancora è davvero troppo grande.

Non vincere stasera (o addirittura perdere …) vorrebbe tornare a subire una pressione pazzesca e non facile da gestire in un grande Club come il Real Madrid che non vince il titolo da un lustro esatto.

Neanche il mio grande amico Amavisca ha voglia di scherzare.

E per uno come lui, che non ha rivali quando si tratta di ridere, inventarsi battute o combinare casini, è davvero qualcosa di veramente raro !”

ZAMORANO2

 

Sarà una serata memorabile per il Real Madrid e per Zamorano.

E sarà una serata non certo adatta ai tifosi delle Merengues con problemi di coronarie.

Dopo il gol del vantaggio di José Emilio Amavisca, imbeccato da un assist con il contagiri di Fernando Redondo e dopo aver fallito in diverse occasioni il raddoppio a metà della ripresa arriva la doccia fredda e con lei tutti i fantasmi delle ultime tribolate stagioni.

Bebeto, il fortissimo centravanti brasiliano campione del Mondo un anno prima con la sua Nazionale, trova con un preciso diagonale il gol del pareggio.

Il Depor sente chiaramente la paura del Real e diventa padrone del campo.

Capisce che può vincere il match e riaprire una Liga che sembrava ormai blindata dagli uomini di Jorge Valdano.

Fran, esterno del Depor, arriva quasi sul fondo e prova a mettere un cross in area dove sono almeno in tre i giocatori biancazzurri ad attendere il pallone.

Mancano cinque minuti alla fine.

Il suo cross viene intercettato da Chendo che appoggia a Redondo.

Il “5” del Real appoggia al danese Laudrup, che riesce ad evitare l’anticipo di Alfredo e ad aprire sulla sinistra per Amavisca. Quando l’esterno del Real riceve la palla è ancora nella propria metà campo. Percorre qualche metro, alza la testa e cambia completamente gioco dalla parte opposta.

In attacco per il Real, c’è solo Ivan Zamorano, a non meno di 25 metri dalla porta avversaria.

Il Serbo Miroslav Dukic salta per anticipare il cileno che però sale in cielo, controlla con il petto un pallone che sembra impossibile. Attende un rimbalzo e poi scarica una botta in diagonale che piega letteralmente le mani a Liano, il “guardameta” del Depor.

Il Bernabeu esplode.

Zamorano si toglie la maglia e la sua corsa folle finisce sulla linea laterale, quella sotto la tribuna principale.

Si inginocchia e viene sommerso dall’abbraccio dei compagni.

E’ il suo 28mo gol nella Liga.

L’incubo è finito.

Il Real torna sul tetto di Spagna.

—————————————————————————————————————————–

Ivan Zamorano nasce a Santiago il 18 gennaio del 1967 e sarà l’unico figlio di Luis Zamorano e di Alicia Zamora. Quando ha solo tre anni si trasferisce a Vila Mexico, nel comune di Maipù.

Quando Ivan ha soltanto 13 anni il padre Luis muore improvvisamente a causa di un’appendicite fulminante.

Ivan è legatissimo al padre che gli ha trasmesso la passione per il futbol. Sono anni difficili per Ivan che  trova nel calcio e nel conforto della madre la forza per superare questo trauma.

Il suo primo contratto professionistico arriva nel 1985 con il Cobresal, squadra di prima divisione della città di El Salvador.

El Salvador è ad un passo dal deserto di Atacama, dove ci sono le principali miniere di rame del paese. Non è un posto facile dove vivere ma tra la squadra e la comunità si crea un legame molto stretto.

Ben presto Ivan mette in mostra le sue grandi doti ma il Mister della squadra, Manuel Rodriguez Araneda, ritiene che il ragazzo abbia necessità di “farsi le ossa” altrove, per trovare più spazio fra gli undici titolari. Viene così ceduto in prestito al Cobreandino in Seconda Divisione.

Qui Ivan esplode letteralmente.

Segna e fa segnare e mostra un carattere combattivo e mai domo che lo fa affrontare senza alcun timore i durissimi difensori di quella categoria.

I dirigenti del Cobresal non perdonano Mister Araneda per questa sua scelta.

Zamorano viene richiamato nel Cobresal dove Araneda fa immediatamente ammenda consegnando ad Ivan la maglia numero 9 della squadra.

La risposta di Zamorano è perentoria: 13 gol nel torneo di Apertura del 1987 e titolo di capocannoniere.

Nello stesso anno Ivan debutta in Nazionale (segnando contro il Perù) ma quando già si parla di un suo trasferimento in qualche importante club del Sudamerica ad anticipare tutti è il Bologna che oltre a Zamorano investe sul connazionale Hugo Rubio, decisamente più esperto e navigato di Ivan.

Gigi Maifredi, l’allenatore dei rossoblù, non ritiene Ivan Zamorano pronto per il campionato italiano. La scelta è di mandarlo in prestito al San Gallo, nella massima divisione svizzera.

Succederà la stessa cosa di pochi anni prima in Cile con il Cobresal.

Al San Gallo Zamorano dimostrerà quanto sia stato errata la valutazione di Mister Maifredi … con una differenza però: che stavolta sarà Zamorano a rifiutare di tornare al Bologna preferendo prima giocare un’altra stagione nel San Gallo.

Segnerà 37 reti in 61 incontri ufficiali nel team svizzero e a questo punto si farà avanti il Siviglia, squadra spagnola.

Il San Gallen incasserà la cifra record per questo piccolo club di 2.5 milioni di dollari e Ivan approderà in una delle squadre più importanti della Liga.

Al Siviglia gli infortuni ne condizioneranno in buona parte le prestazioni ma la sua qualità non passa certo inosservata.

Ma la chiamata del grande Real Madrid sorprende un po’ tutti gli osservatori … e lo stesso Zamorano che inizialmente non vuole credere che uno dei Club più importanti del pianeta possa richiedere le sue prestazioni.

Il 14 giugno del 1992 Ivan Zamorano viene presentato come nuovo acquisto delle Merengues.

Il suo compito non è per niente facile: deve sostituire un’icona assoluta come Hugo Sanchez che in quella stessa estate fa il suo ritorno in Messico.

Zamorano recupera appieno la sua condizione fisica e gioca una stagione straordinaria.

Segna 27 reti arrivando secondo nella classifica marcatori della Liga ad un solo gol dal brasiliano Bebeto, vincendo la Copa del Rey ma perdendo inopinatamente il titolo all’ultima giornata nella trasferta di Tenerife.

La stagione successiva è invece assai deludente, per il Club (solo un 4° posto nella Liga) e per Zamorano che segna solo 11 reti in Campionato.

All’inizio della stagione successiva sulla panchina dei “bianchi” del Bernabeu arriva Jorge Valdano che comunica al bomber cileno di non far parte dei suoi piani per la nuova stagione.

Zamorano ha intenzioni opposte.

Lui al Real Madrid ci sta benissimo e non ha nessuna intenzione di trasferirsi altrove e nonostante alcuni “dissapori” iniziali, convince Valdano delle sue qualità.

Sarà probabilmente la miglior stagione nella carriera di “Bam Bam” Zamorano che vincerà la Liga e trionferà nella classifica del “Pichichi” segnando la bellezza di 28 reti.

Quella successiva sarà invece una delle più tribolate nella storia recente del Real Madrid. Problemi a tutti livelli, dalla Presidenza al campo dove le “Merengues” chiuderanno la stagione con un deludentissimo sesto posto. Ivan sarà coinvolto nella pessima stagione del club anche se a differenza di diversi suoi compagni sarà spesso l’ultimo ad arrendersi sul campo.

A questo punto è il poderoso Inter di Milano che sborsa oltre 4 miliardi delle vecchie lire per assicurarsi le prestazioni del 29enne cileno.

Arrivano due finali di Coppa Uefa (con Zamorano in rete in entrambe le occasioni) con il trionfo nella seconda in finale contro la Lazio.

Soprattutto da questa stagione il compito di Zamorano in squadra cambia radicalmente. L’arrivo del “Fenomeno” brasiliano Ronaldo costringe Zamorano ad un lavoro diverso da quello a cui era abituato. Non è più il terminale del gioco offensivo della squadra ma si trasforma nella classica “spalla”, muovendosi su tutto il fronte d’attacco, giocando quasi sempre di sponda e cercando di creare spazi per l’impressionante spunto veloce del compagno di reparto.

Zamorano si adatta immediatamente a questo nuovo ruolo entrando di prepotenza nel cuore dei tifosi nerazzurri che apprezzano il suo grande contributo alla squadra.

Nel frattempo con la propria Nazionale stanno arrivando grandissime soddisfazioni.

Con l’avvento di Marcelo Salas il Cile si ritrova una coppia di attaccanti di valore assoluto e con loro la qualificazione per i Mondiali di Francia viene raggiunta dopo 16 anni di assenza.

“Bam Bam” è decisivo.

Segnerà 12 reti durante il girone di qualificazione stabilendo un record ancora imbattuto.

Per il Cile è un buon Mondiale, chiuso negli ottavi dopo una sconfitta con il Brasile.

Al termine del 2000 si chiude la sua avventura italiana con i nerazzurri.

Ma le sfide non sono certo terminate per il 33enne Zamorano.

Si trasferisce in Messico, nel Club America, il più popolare e seguito nel paese degli Aztechi.

L’aspettativa è enorme.

E come al solito “Bam Bam” Zamorano non tradisce le attese.

Segna addirittura una tripletta.

https://youtu.be/DXn-rTWdmKk

Le “Aguilas” hanno un nuovo idolo.

L’attaccante cileno giocherà due stagioni ad altissimo livello con il prestigioso club messicano conquistando nell’estate del 2002 il titolo, tredici anni dopo l’ultimo trionfo.

Una vittoria per 3 reti a 0 in uno stadio Azteca gremito, ribaltando lo 0 a 2 dell’andata con Zamorano, manco a dirlo, protagonista dell’incontro con il secondo gol che portò la squadra ai supplementari dove fu decisiva la terza rete dell’argentino Hugo Castillo.

In Messico Zamorano è un referente assoluto per il team e un’icona per la “Hinchada” delle “Aguilas” ma c’è una promessa da mantenere.

Quella fatta al capezzale del padre malato: giocare un giorno per il Colo Colo, la squadra del cuore di Luis e anche del figlio Ivan.

“Bam-Bam” torna in Cile per un ultima stagione con le scarpe da calcio ai piedi.

Giocherà il torneo Apertura 2003, segnando 8 reti in 14 incontri e contribuendo a trascinare il Colo Colo nella finalissima contro il Cobreloa persa malamente per 4 reti a 0.

Al termine di questo incontro Ivan Zamorano annuncerà a 36 anni il suo addio per dedicarsi alle sue attività commerciali dove ha dimostrato la stessa capacità che aveva su un terreno di gioco.

ZAMORANO3

 

 

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Uno degli aneddoti più curiosi è quello raccontato dall’allenatore cileno Manuel Pellegrini.

“Giocavamo una partita di Coppa del Cile. Io giocavo difensore nell’Universidad de Chile. Contro di noi una squadra di Seconda Divisione, il Cobreandino.

Su un tiro da fuori il nostro portiere respinse la conclusione. Io saltai per allontanare il pallone di testa quando dietro di me arrivò un ragazzino di 17 anni che saltò mezzo metro più in alto di me e di testa mandò il pallone in rete. Quello stesso giorno decisi che era ora di chiudere con il calcio”

Quel ragazzo era, ovviamente, Ivan Zamorano.

Bellissima però la postilla di Pellegrini. “Beh, se avessi saputo cosa sarebbe diventato Zamorano avrei tranquillamente giocato un paio di anni in più !”.

 

Nell’estate del 1994 sulla panchina del Real Madrid arriva Jorge Valdano. Nella sua proposta di calcio non c’è posto per Ivan Zamorano. Lo comunica al cileno, invitandolo a cercarsi una squadra.

Ivan però non ha nessuna intenzione di arrendersi facilmente.

Durante uno dei primi allenamenti con la squadra, durante una partitella i due si trovano di fronte a contendersi la classica palla “50 e 50”.

Zamorano entra con grande decisione mandando letteralmente gambe all’aria l’ex-campione del mondo argentino.

Valdano si alza e con la sua solita flemma chiede a Zamorano “Ti alleni sempre con questa grinta o solo quando non sopporti il tuo allenatore ?”.

Zamorano giocherà una “pre-temporada” eccellente e alla fine convincerà Valdano (persona di grandissima cultura e intelligenza) a confermarlo come numero 9 dell’attacco del Real Madrid.

 

C’è una partita che per il Real Madrid conta più di ogni altra: ed è, come tutti sanno, il “Clasico” contro i rivali storici del Barcellona. Segnare contro il Barcellona per un attaccante del Real Madrid vuol dire garantirsi amore incondizionato e tanta pazienza in più in caso di prestazioni non eccezionali.

Ivan Zamorano c’era già riuscito nelle prime due stagioni, spesso e volentieri con il “marchio” della casa ovvero con delle “zuccate” terribili.

Nella stagione 1994-1995 però arriva una addirittura una tripletta, davanti al pubblico del Bernabeu che ha un sapore ancora più dolce perché contribuisce alla “manita” (5 reti a 0) che il Real rifila ai blaugrana, capaci di fare lo stesso a parti invertite solo un anno prima.

La cosa più clamorosa è forse il fatto che delle tre reti di Zamorano non ce ne sia neppure una di testa !

 

Sono in molti invece a ricordare quello che accadde con l’arrivo di Ronaldo all’Inter. Con l’importante “pressione” della Nike, sponsor del club nerazzurro e dello stesso Ronaldo, fu imposto a Zamorano di cedere la maglia numero 9 portata nella stagione precedente dove il fenomeno brasiliano si dovette “accontentare” del numero 10. Nella stagione 1998-1999, con l’arrivo di Baggio a cui fu assegnato il numero 10, Zamorano, non certo felice della cosa, si trovò a dover scegliere un nuovo numero di maglia.

Arriva un escamotage.

Pare che l’idea sia proprio del presidente Moratti.

Zamorano scenderà in campo non con il numero 18 che gli era stato assegnato ma con il numero 1+8 … a confermare che lui è ancora a tutti gli effetti un centravanti.

 

 

 

 

RAITH ROVERS: Il sogno dell’Olympiastadion.

di SIMONE GALEOTTI

raith 1

Fu una sensazione, non una certezza. Fu un illusione, un abbaglio; può capitare quando non sei abituato a certi palcoscenici e la storia ti corre accanto senza rendertene conto se non in un secondo momento scollato dal quel presente. Eppure il tabellone dell’Olympiastadion di Monaco di Baviera aveva lettere grandi, luminose, e recitava un risultato: Bayern Munchen 0- Raith Rovers 1: Danny Lennon al 43esimo del primo tempo.

Tutto vero, ma anche tutto passeggero; il Bayern di Klinsamnn, Babbel e Papin, ribaltò il risultato superando il turno dopo aver già messo le cose in chiaro nella partita d’andata.

raith 2

Francamente penso che chi si innamora del calcio lo fa essenzialmente per dei particolari che a chiunque altro sfuggirebbero, o nella più probabile delle ipotesi, trascurerebbe ritenendoli privi di importanza. Si, perché esiste un sottobosco assolutamente curioso che ogni tanto riemerge dai cassetti della memoria o meno metaforicamente dai miei veri cassetti, pieni di libercoli, fogli ingialliti, biglietti d’ingresso, e altre amenità. Ovvio, non si può ricordare tutto come è altrettanto difficile conservare tutto. E probabilmente non è neppure necessario o desiderabile. La memoria resta un meccanismo selettivo, decide da sola cosa abbandonare, lasciandoci il compito di capire il perché a posteriori. Altre volte rimane un segno su una rivista, un risultato scarabocchiato o una semplice fotografia. Ed ho la sensazione che queste cose abbiano verso di me una sorta di aspirazione, di anelito, tipo il soffio d’aria provocato dal passaggio di un fantasma che desidera farsi notare. Eccolo il dettaglio di cui parlavo, il vantaggio del piccolo Raith Rovers nella Coppa Uefa 1995/96 sul campo dei blasonati tedeschi che mi ha invitato a controllare l’attualità delle cronache perché nell’incantevole Stark’s Park si sono posizionati in testa al campionato di terza divisione grazie al manager John McGlynn che sta gestendo a dovere un gruppo dove la prolificità realizzativa di Lewis Vaughan e James Gullan sta tirando una volata chiaramente ancora lunga da decifrare ma stare lassù resta un vantaggio.

A ripensare agli anni d’oro di questo club, all’icona Jimmy Nicholl, alla vittoria contro il Celtic nella finale di Coppa di Lega

raith3

e alla conseguente partecipazione europea, adesso fa un po’ sorridere questo loro navigare nelle serie inferiori ma, di necessità virtù, i Rovers si sono mossi con perizia pure per non dover fare a meno dell’antico campo da gioco. Il terreno dello Stark’s Park era stato affetto da una malattia chiamata “Black Layer”, una patina nerastra che impedisce il drenaggio, limitando l’ossigenazione dell’erba, la quale lentamente tende a sparire. I trattamenti apparvero subito costosi e inutili; l’afflizione sembrava più dura del previsto da rimuoversi. A quel punto il club, vistosi in difficoltà, pensò dapprima di installare un campo sintetico, tuttavia, consapevole del desiderio dei sostenitori di mantenere quello tradizionale, la dirigenza iniziò a intrattenere colloqui con i migliori botanici dell’Università di Edimburgo allo scopo di trovare la cura giusta per non perdere la superficie naturale. Alla fine gli esperti hanno raccomandato una versione geneticamente migliorata di una rara erba orientale conosciuta come “Floral Poi”, le cui radici affondano molto più in profondità dell’erba normale, il che significa che il terreno ha maggior aerazione e i risultati sono stati soddisfacenti, anzi, la qualità di queste zolle ha diminuito il numero delle partite annullate a causa di pioggia o intemperie varie.

Incantevole Kirkcaldy, disposta sul fianco di un braccio di mare che si insinua nel cuore della Scozia fino a stringersi in una sinuosa vena in prossimità di Stirling. Daniel Defoe, autore del celebre romanzo Robinson Crusoe, definì la cittadina “One street, Onte mile long“ossia, una strada lunga un miglio, ed è su questa via che dal 1305, annualmente, si svolge il Links Market, la fiera più lunga al mondo nel senso topografico del termine.

Il Raith Rovers, fondato nel 1883, indossa una meravigliosa maglia navyblue con sul petto un leone rampante detto Roary Rover. Nell’antico gaelico scozzese la parola “Rath” significa fortezza o comunque residenza fortificata, ecco perché forse a Kirkcaldy hanno scelto questo appellativo per la loro squadra, rifacendosi alla vicina rocca di Ravenscraig. Ciò detto a tutt’oggi ci sono ancora diverse controversie sull’etimologia del nome portate avanti da animosi appassionati seduti sui legnosi sgabelli del Penny Farthing in High Street. Un episodio curioso è datato 1967 quando il commentatore della BBC David Coleman dopo che i Rovers avevano battuto in casa il Queen of the South per 7-2, esclamò convinto:

“Stasera ci sarà un mucchio di gente a festeggiare per le vie di Raith”.

Un po’ come se da noi avessero detto che le strade di Atalanta sono colme di tifosi in delirio. Risulterà una delle gaffe televisive peggiori di sempre, ma è acqua passata e anche Harry Ritchie, super tifoso dei Rovers, nel suo “Take my whole life too” ci ironizza sopra; in ogni caso l’importante è che oggi allo Stark’s Park stanno tornando a cantare.

 

CESARE PAVESE: La nebbia, gli occhiali e il “vizio assurdo”.

di SARA DEL BARBA

pavese1

Gli uomini che hanno una tempestosa vita interiore e non cercano sfogo o nei discorsi o nella scrittura, sono semplicemente uomini che non hanno una tempestosa vita interiore.” (1938 -“Il mestiere di vivere” C. Pavese – Diario 1935/1950).

L’indissolubile e simbiotico legame fatto a nodo che più tiri e più si stringe tra arte e vita, quello che si compone del vissuto, a volte tenero e confortante, molte altre straziante e tormentoso, è una matassa aggrovigliata di domande, emozioni, scoperte, esperienze e ancora domande. Ci prova la scrittura a sciogliere quel nodo. Ma è un mordace palliativo. La mia esistenza è l’emblema massimo dell’arte che, in tutte le sue forme, che sia scrittura, cinematografia, sperimentazione del colore, finisce sempre per confondersi con la “vita vera”, fino al punto da rendere i confini tra le due troppo indefiniti per procedere sicuri, come la fitta nebbia delle mie Langhe. Così, mentre il dolore corrode e consuma ogni guizzo illusorio di pace, solo la letteratura sa essere madre affettuosa, che con il suo caldo abbraccio dà un senso definito alla perpetua sofferenza, ponendola in una dimensione superiore, dissipando, seppur per poco tempo, la cruenta consapevolezza dello stato di fatto di un’esistenza di profonda solitudine. Universalizzare ciò che si vive non è superbia, è solo l’umano tentativo di lenire il senso opprimente dell’angoscia, di sopravvivere alla propria tristezza congenita, alla propria percezione di fallimento, di costante insoddisfazione. Di infelicità affettiva che non ha la speranza della  dolcezza consolatoria. E’ un modo di illudersi che a quel senso di abbandono vi possano essere soluzioni diverse dal “vizio assurdo”. Ma prima o poi arriva la resa dei conti, il momento che ti ossessiona da una vita intera, quello in cui comprendi fino in fondo che nemmeno la tanto amata scrittura può dissipare questo disagio. Un’abitudine insita, fatta di un bisogno morboso. Nel mio caso non è bisogno di fumare, né di bere. E’ un vizio del pensiero. Che ha bisogno di concretizzarsi nella sua inevitabile, obbligatoria forma. La conclusione che hai sempre saputo di dover raggiungere. Guardo fuori dalla finestra di questa camera, fatta di pareti che avrà visto così tanti tipi di passanti da non sorprendersi di quello che sto per fare. Brusio di gente accaldata in strada. La pipa è quasi spenta. Appoggio gli occhiali un’ultima volta.

Il maggior torto del suicida è non d’uccidersi, ma di pensarci e non farlo”. (C. Pavese, 1937)

Chi sta dall’altra parte si chiede, inevitabilmente, come sia possibile. Un uomo di grande spessore culturale, un artista della penna, che ha saputo sperimentare stili di scrittura tanto variegati, dettati da una sorta di percezione di incomodità nel campo non solo politico dell’Italia di quegli anni, ma anche letterario. La poesia era da tempo taciturna e la prosa era fin troppo adoperata. La disgregazione sociale, civile, morale e politica era avvertita da Cesare Pavese proprio nell’urgenza di abbandonare quegli atteggiamenti stilistici anacronistici così forzatamente richiamati dal rondismo. La linfa vitale per la sua scrittura Cesare la trova, oltre che nei propri ricordi e nel proprio vissuto trasponendoli nei suoi libri così autobiografici, nel linguaggio realistico, attuale, energico, oggettivo proprio della letteratura d’oltreoceano. Pur non essendo mai andato in America, impara a conoscere perfino lo slang più duro della lingua americana, grazie alla sua inarrivabile intelligenza e alle conoscenze che aveva nel Nuovo Mondo. Diventa famoso oltre i confini, compone la sua tesi di laurea da avanguardista sulla poesia di Walt Whitman che fu tanto contrastata e criticata nel ventennio fascista dal conservatorismo accademico. E allora, può essere lecito domandarsi come un siffatto artista possa arrivare ad avere un rifiuto tale della propria esistenza da sentirsi obbligato a mettervi fine. La costante metamorfosi di un’anima che diviene sempre più antro, come la grotta di una roccia carbonatica in cui persino il calcare diviene troppo facilmente aggredibile, scioglievole, in balia dell’acqua che scorre senza mai fermarsi e scava dentro, ancora ed ancora. E l’anima, a poco a poco, si disgrega, si separa, si disperde. Svanisce.

Cesare Pavese nasce a Santo Stefano Balbo, tra le colline nebbiose delle Langhe, il 9 settembre 1908, l’anno d’uscita de “La riconquista di Mompracem” di Salgari, che tre anni dopo anticiperà, seppure in modo ben più atroce, quel vizio assurdo messo in scena anche da Pavese proprio a Torino. Cesare non è mai stato felice. Solitudine, mancanze, angoscia. Quando è ancora bambino la famiglia si trasferisce a Torino: questo mutamento rappresenta senza dubbi la sua prima lacerazione esistenziale. Qui, poco dopo, il padre muore a causa di una malattia incurabile. Cesare è un bambino timido e introverso, ama leggere e interrogarsi sulla natura, sempre solo. Il rapporto con la madre è tutt’altro che affettuoso: ella soffre a tal punto per la perdita del marito da divenire asettica col figlio, severa e rigida, di una freddezza insostenibile. La malinconia data dalla mancanza dei luoghi e dei paesaggi del suo paese natio, simbolo di serenità e spensieratezza, sarà sempre il leit motiv della sua anima. E’ una concezione condizionata dal primo vedere, dalle scoperte fanciullesche. Ma non è una memoria alla Proust, né una brama di ritorno al bambinesco leopardiano o pascoliano. E’, piuttosto, il veicolo per ritrovare se stessi e ciò che sarà di noi, che è già segnato nella tenera età, quando, per la prima volta, abbiamo conosciuto e scoperto la realtà che ci circonda. “L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità – si vorrebbe morire.” (1937). Il Pavese adolescente è già capace di scrivere componimenti struggenti sull’amore mai appagato, la delusione dei rapporti amorosi, tematica che lo accompagnerà fino all’ultimo respiro, bloccato per sempre dai barbiturici. “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi” è la traduzione in versi di quella corrispondenza tra amore e morte, in cui compare per la prima volta quell’espressione che suona tragicomica – “vizio assurdo” –  che sta a significare la sua inclinazione al suicidio. Tra la nostalgia delle origini e l’incapacità di avere rapporti amorosi come gli altri coetanei, Cesare si chiude sempre più in se stesso. Il vizio s’insinua nelle sue viscere, diviene tormento e malattia. Nel diario che ha lasciato, tenuto per quindici anni della sua vita, fino al 1950, anno del concretizzarsi del “vizio assurdo”, non può non trovarsi l’idea del suicido in ogni riga, anche quando vuole essere celata con la maestria che contraddistingue la sua scrittura. La parola ossessione non esprime a sufficienza quel tarlo mentale, continuo, incessante, senza tregua alcuna.

Le sue opere, tante opere, sono stracolme di personaggi che tornano, che vivono di solitudine, di esclusione e delusione: il trovatello che va in America e poi torna senza ritrovare ciò che aveva salutato; la guerra, la Resistenza, quelli che muoiono e quelli che, non morendo, non si sentono eroi; gli innamorati non corrisposti, l’infedeltà delle donne; il fallito che non si uccide e quello che invece ha il coraggio di farlo. Tanti, tantissimi personaggi che sono, nella sua mente, uno solo: se stesso.

Ancor prima che un artista, Pavese è un uomo, con gli occhiali sempre allentati sul naso, perennemente intento a scrivere, appuntare, leggere, imparare. Col pensiero fisso delle sue Langhe e delle donne che lo fanno soffrire. E’ un uomo che vorrebbe tanto vivere, condividere le esperienze con i ragazzi e poi uomini come lui, mantenere delle amicizie senza sentirsi schivo o disadattato. Vorrebbe una donna e formare una famiglia. Ma qualcosa di troppo forte lo costringe ad evitare il contatto umano, a passeggiare solo, a sentirsi inadeguato rispetto agli altri uomini.

La sensazione di non appagamento è stata fedele compagna della breve vita di Cesare. Quanti hanno tentato di trovare delle risposte plausibili tra le righe di tutti suoi scritti, degli indizi nei suoi pensieri profondi, non sono stati capaci di cogliere le motivazioni di quel tremendo e soffocante disagio umano che, nonostante le grandi aspirazioni, gli innumerevoli sforzi, l’ha condannato alla perpetua insoddisfazione interiore.

Nemmeno la consapevolezza del proprio indiscutibile valore artistico riesce nell’impresa di trovare la pace a quel conflitto interiore. Anzi, a tratti è quasi come se i suoi successi letterari gli dessero fastidio. Questo è “un difetto per cui vale la pena uccidersi”, come scrive. E l’immagine stessa del suicidio, pur essendo necessaria per Pavese, è al medesimo tempo annosa, perché è scandalo, peccato, follia per la società e la religione.

Troppo piccolo di fronte alla vita ed inerme di fronte al destino. Troppo rumore nella mente, la malattia nell’anima sputa la sua sentenza definitiva: incurabile. Nonostante il premio Strega, i riconoscimenti per le sue opere, i continui progressi di quello stile vivo e genuino. Troppo cuore.

Eppure, non è stato mai un mistero per nessuno il suo pensiero di morte, la sua inclinazione fortemente depressiva. Forse, anche chi gli è stato vicino non ha mai creduto fino in fondo al fatto che Pavese avrebbe davvero realizzato questo disegno di non vita.

Il 27 agosto 1950 il corpo di Cesare Pavese viene trovato senza vita sul letto di un albergo, a Torino. Abbondanti sonniferi fermano il suo respiro, spegnendo quella mente così brillante e bloccando le palpitazioni di quel cuore tanto profondo. Esalando, forse, nella tragedia di quel gesto, un primo ed ultimo, flebile sospiro di sollievo.

Le sue ultime righe di lascito su un piccolo biglietto suonano quasi come le note di accompagnamento al fermo immagine di una persona che prova a guardare oltre la morte e ad immedesimarsi in coloro che non sanno darsi risposta ad eventi del genere perchè incapaci di odiare la vita: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.  

Qualche giorno prima, il 17 Agosto 1950, ha fine il suo diario iniziato nel 1935: “I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo. Il piacere di farmi la barba dopo due mesi di carcere – di farmela da me, davanti a uno specchio, in una stanza d’albergo, e fuori era il mare. È la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancor finito. Nel mio mestiere dunque sono re. In dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora. Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa ho messo insieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era eroismo? No, non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell’«inquieta angosciosa», sono ricaduto nella sabbia mobile. Da marzo mi ci dibatto. Non importano i nomi. Sono altro che nomi di fortuna, nomi casuali – se non quelli, altri? Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita. Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono. Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò. Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t’interessa, qual è la loro pena, il loro cancro segreto?”

Mi piace ricordarlo con uno dei suoi pensieri, scritto nel dicembre 1938, dove trovo la pace del mio di pensiero, perché nella pratica della lettura e della scrittura, che sia propria o altrui, è dannatamente emozionante ritrovare le sensazioni del proprio pensato e vissuto, anche quelle che vanno a nascondersi negli angoli più remoti dell’io, che, spaventato a volte dalla realtà, ha anche bisogno di sentirsi nudo:“Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.”

pavese2

 

 

 

GLI 8 DI ASHTON GATE

di SIMONE GALEOTTI

the 8 of bristol

Prendere o lasciare, sì, ma non è così semplice, perché in mezzo c’è la storia del Bristol City. Ok, mettiamo la puntina del giradischi sul piatto e in sottofondo ascoltiamo “For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?” dei The Pop Group, la band che più di ogni altra ha tracciato la strada per quel filone sperimentale e un po’ oscuro del “Bristol Sound”.  Mark Stewart la voce, John Waddington alla chitarra, Gareth Sager al sassofono, Dan Catsis al basso e Bruce Smith alla batteria. Già Bristol. Un po’ Amsterdam, un po’ Bombay. E scorci di Londra, angoli di Genova, le scalinate di Oporto, il calore di Kingston. Una città di mare che si nasconde dietro le anse del canale mentre da est rimonta l’eco delle onde. Gli antichi docks screpolati dal tempo, il nuovo fronte del porto che è un trionfo di musei, di spazi, di luce. Le case georgiane, antico orgoglio dei ricchi mercanti. Strade strette e cortili che appaiono e scompaiono magicamente. Gli oltre sessantamila studenti, i graffiti. Un crogiolo di razze, di colori e di vicende diverse. Attraverso questa porta l’Inghilterra ha scoperto il mondo e, secoli fa, se lo è portato a casa. Perché ci sono sere che a Bristol, lungo le banchine, si respira lo stesso profumo d’avventura che accendeva la fantasia di Louis Stevenson, venuto qui da Edimburgo per ritemprare la sua salute cagionevole, e da qualche parte riecheggiano i racconti su isole dimenticate da Dio usciti dalla bocca screpolata dal sale di vecchi lupi di mare, quei racconti ascoltati con fervore da Daniel Defoe che in uno studiolo del centro scrisse il suo Robinson Crusoe, e, infine, sempre qui il pirata Long John Silver reclutava marinai sotto l’ombra storta del campanile di Temple Church. Nel 1982 a Bristol succede l’imprevedibile. Il capitano del City Geoff Merrick è costretto a rincasare dopo le partite e dopo gli allenamenti scortato dalla polizia. Non solo lui, molti altri suoi compagni sono giornalmente sottoposti a una serie di minacce e la situazione stava obiettivamente sfuggendo di mano. Facciamo un passo indietro. Nel 1976 i “robins” guidati in panchina da Alan Dicks ottennero la promozione in First Division e la società non badò a spese pur di assicurarsi una squadra che gli consentisse la permanenza nel massimo campionato del calcio inglese conquistando una salvezza tranquilla e vincendo nel 1978 la Anglo-Scottish cup che andò a far compagnia a un “inusuale” coppa del Galles datata 1934. Eppure, dopo quattro anni il sogno si interromperà con una brusca retrocessione. Ma il dramma non finirà lì. Sarà infatti il primo di tre declassamenti consecutivi di categoria che porteranno il Bristol City in quarta serie, ovvero quella a contatto pruriginoso con i dilettanti. La situazione economica si rivelò disperata, soprattutto a causa di contratti decennali fatti firmare con troppa enfasi e poca lucidità. Fatto sta che in panchina arrivò il giovane Roy Hodgson, deciso a far fruttare in patria l’esperienza maturata in Svezia alla guida dell’Halmstads. Non ne avrà modo né tempo. In quei giorni convulsi lo spettro della scomparsa del club agitava le notti negli uffici di Ashton Gate. Hodgson sarà costretto ad andarsene dopo aver battuto in una partita interna il Chester per 1-0. Il giorno seguente arrivò la dichiarazione di fallimento del Bristol City. In fretta e furia verrà costituita una società (la Bcplc), cui sarà concessa la possibilità di ereditare dal vecchio City, giocatori, diritti sportivi e lo stadio Ashton Gate allo scopo di tenere in vita temporaneamente la società sotto altra forma giuridica. A tirare le fila della situazione sono, Deryn Coller, Ken Sage, Les Kew e Ivor Williams che instancabilmente faranno le ore piccole per tentare il salvataggio di un club nato nel 1894 e che si era innamorato del rosso delle divise garibaldine. I quattro concorderanno un prezzo con il curatore per ricomprare lo stadio a un prezzo fissato intorno alle 600000 sterline ma nonostante estemporanee lotterie e la vendita di azioni a benefattori vari, nelle casse societarie ne arrivarono a malapena la metà. Si dice che avrebbero potuto incassare di più, ma quando si sparse la voce di un investitore intenzionato a rilevare la quota per poi abbattere l’impianto e vendere il terreno a una ditta edile decisero di non proseguire capendo l’unica cosa ragionevole, e cioè che per ridare un futuro al Bristol City era necessario che i giocatori più importanti si licenziassero spontaneamente senza la pretesa di un rimborso o di una qualunque sorta di liquidazione. Tuttavia in quarta divisone in quei primi anni ottanta i salari erano bassi, la maggior parte dei calciatori avevano famiglia, figli e mutui insoluti; quel denaro giustamente lo avevano pattuito a suo tempo e ora gli serviva, ed inoltre era chiaramente impensabile collocarli in un’altra squadra a metà stagione alle stesse condizioni economiche. La scadenza, implacabile, si avvicinò. Senza quei maledetti soldi alle 12 in punto del 3 febbraio 1982 il Bristol City avrebbe dato un amarissimo addio al calcio. E a quel punto, quando si delineò netto il confine fra vita e morte sportiva, i tifosi cominciarono nelle forme e nelle maniere più assillanti a chiedere un gesto di amore ai giocatori. I telefoni squilleranno continuamente, le buche delle lettere intasate di richieste di aiuto e comprensione, poi, come detto, si arriverà perfino alle intimidazioni. Tutto però sembrava perduto, finché, a poche ore dall’obbligo finanziario fissato dal tribunale, otto giocatori del Bristol City decideranno di rinunciare ai compensi previsti dai loro contratti salvando di fatto il club. Quando gli otto entrarono nella sala da pranzo della Dolman Exhibition Hall, i 275 ospiti riuniti si alzarono all’unisono offrendo una prolungata standing ovation. Per quel gesto, Peter Aitken, Gerry Sweeney, Julian Marshall, Chris Garland, Jimmy Mann, Geoff Merrick, David Rodgers e Trevor Tainton passeranno alla storia come “gli otto di Ashton Gate”. Per alcuni di loro abbandonare la squadra non fu solo un sacrificio economico ma anche sentimentale come quello di Gerry Sweeney. Gerry giocava lì da undici anni: un autentica leggenda protagonista della promozione del ‘76, che non aveva abbandonato la barca nonostante le tre retrocessioni di fila. Oggi non mancano opuscoli commemorativi e una grande targa all’esterno dello stadio perpetua ai posteri il loro sacrificio.

8 di bristol

CUAUHTEMOC BLANCO: L’ultimo imperatore azteco.

di REMO GANDOLFI

blanco3jpg

“Se ve lo dico io potete fidarvi.

Sono più di 30 anni che vado in giro per il mondo ad assistere a partite di calcio.

Dove gioca il Messico ci sono anch’io.

Che sia Copa America, CONCACAF e soprattutto Campionati del Mondo.

Io ci sono.

Nel 1986 ero uno studente di letteratura e i Mondiali si giocavano proprio nel mio Paese.

Ricordo tutto, ma proprio tutto di quel Mondiale.

C’erano fior di giocatori nella nostra Nazionale.

Fernando Quirarte, Manuel Negrete e soprattutto lui, Hugo Sanchez, che in Europa aveva dato spettacolo con il grande Real Madrid.

E ho visto tutti gli altri grandi giocatori che il mio Paese ha sfornato fino ad oggi.

Ramon Morales, Jorge Campos, Rafael Marquez, Carlos Hermosillo, Jared Borgetti, Luis Hernandez, Luis Roberto Alves fino al Chicharito Hernandez.

Tutti autentici fuoriclasse.

Ma non ho un solo dubbio al mondo su chi sia stato il più grande calciatore messicano che io abbia visto con i miei occhi: CUAUHTEMOC BLANCO.

Per tante ragioni.

Non solo tecniche.

Un condottiero autentico, nel massimo rispetto del suo nome di battesimo.

Come Cuauhtèmoc è stato l’ultimo ad arrendersi agli spagnoli così il “nostro” Cuauhtèmoc è sempre stato l’ultimo a farlo su un campo di calcio.

L’ho visto volere a tutti i costi la palla quando ai suoi compagni scottava terribilmente tra i piedi e qualcuno addirittura si nascondeva.

L’ho visto inventarsi giocate incredibili capace di ridare vigore ai compagni e di scuotere noi tifosi sugli spalti.

L’ho visto fare gol in tutti i modi possibili: di testa, di destro e di sinistro, in acrobazia, su punizione, di opportunismo a un metro dalla porta o con dei tiri pazzeschi dalla distanza.

L’ho visto fornire palloni d’oro a compagni di squadra spesso stupiti e incapaci di reagire a regali del genere.

Io c’ero in Francia quando il mondo intero scoprì “il salto del canguro” nella partita d’esordio contro la Corea.

C’ero ovviamente anche pochi giorni dopo quando un suo gol in acrobazia ci permise di agguantare il pari contro il Belgio e di fatto rimanere in gioco in quei Mondiali.

C’ero anche nel 2002 quando Cuauhtèmoc arrivò a quei Mondiali in condizioni fisiche pietose dopo le due tribolate stagioni in Spagna.

Per fortuna il nostro Mister, il “vasco” Aguirre, sapeva bene che un condottiero è tale in ogni circostanza, soprattutto in quelle apparentemente più complicate.

Fu suo il gol su rigore contro la Croazia che ci spianò la strada verso la qualificazione al turno successivo.

C’ero anche quando lui non c’era.

Nel 2006 c’è mancato poco che in Messico non scoppiasse una nuova rivoluzione !

Quando si seppe che Cuauhtèmoc Blanco non avrebbe fatto parte della spedizione per i mondiali di Germania la gente scese in strada a manifestare contro il commissario tecnico Ricardo La Volpe e i suoi collaboratori, colpevoli di aver escluso l’icona assoluta del calcio messicano.

Non ci fu niente da fare.

“Témo” (così lo chiamiamo qui da noi) non giocò in quel Mondiale … ma incredibilmente fu presente in quello successivo … a 37 anni suonati !

Non male per uno che quattro anni prima era stato giudicato finito …

Non solo.

Contro la Francia segnò, ancora una volta su rigore, il gol del definitivo 2 a 0, diventando così l’unico giocatore messicano ad aver segnato in tre diverse edizioni dei Mondiali.

… che sarebbero con ogni probabilità diventate quattro se fosse sceso in campo ai Mondiali del 2002 in Corea e Giappone

Scorbutico, arrogante, irascibile …

Ma tutti lo abbiamo amato, tutti. Come un imperatore. Il nostro ultimo imperatore …

Anche da chi come il sottoscritto tifa per il Chivas di Guadalajara.

E sapete perché ? Perché Cuauhtémoc Blanco era lo sberleffo davanti ai dogmi del calcio moderno, fatto di fisici scultorei, di atleti tutti sopra il metro e ottanta, con pettinature all’ultimo grido, cerchietti tra i capelli e sorrisi da star di Hollywood. Cuauhtémoc invece aveva la pancetta da bevitore di birra, un collo taurino, un naso da pugile e le gambe corte. E in campo faceva quello che voleva … e quasi sempre lo faceva alla grande”.

blanco1

 

Cuauhtémoc Blanco nasce il 17 gennaio del 1973 a Città del Messico.

Quando a 16 anni, durante un torneo giovanile, viene notato da Antonio Gonzalez, Cuauhtémoc non solo dimostra già grandi doti tecniche ma spicca soprattutto per il carattere mai domo, per la predisposizione al confronto fisico anche con avversari molto più dotati fisicamente di lui e per quel carattere combattivo e spesso spigoloso che sarà una costante nella sua carriera.

D’altronde uno cresciuto nel Barrio Bravo di Tepito, uno dei quartieri più poveri e malfamati della capitale messicana, a quell’età ha già capito che farsi rispettare non è una scelta ma una necessità.

Viene portato al Club América, la squadra probabilmente più prestigiosa di tutto il Paese e che gioca le sue partite interne nel suggestivo Stadio Azteca.

Inizia il classico periodo di prova ma le cose non vanno certo come sperato dal giovane Blanco.

Viene schierato in difesa, lui che vive già per segnare gol e mandare in rete i compagni.

“Témo” dopo pochi giorni se ne torna a casa.

“Vorrà dire che mi cercherò un’altra squadra. Di sicuro in difesa io non ci gioco”. Queste la parole del “Temo” al momento di abbandonare il Club.

La sua ostinazione e il suo carattere non lasciano insensibili i dirigenti delle “Aguilas”.

Blanco viene convinto a rientrare nei ranghi e spostato in un ruolo a lui più congeniale (all’ala ma con ampia libertà di manovra).

A questo punto “Témo” inizia a mostrare appieno le sue grandi doti anche se quel fisico tozzo, senza collo e con il baricentro basso non entusiasma certo gli esteti del futbol.

Gli viene offerto il primo contratto (tre anni di durata) e nel 1992 fa il suo esordio in prima squadra.

Per oltre un anno però le sue apparizioni sono assai sporadiche e quasi sempre dalla panchina.

Davanti a lui nelle gerarchie di squadre ci sono due autentiche glorie nazionali come Hugo Sanchez, appena rientrato in Messico dal suo indimenticabile soggiorno madrileno, e da un altro fantastico attaccante come Luis Roberto Alves detto “Zaguinho”.

Nella stagione 1994-1995 arriva però la svolta.

Sulla panchina del Club América arriva l’olandese Leo Beenhakker che non solo stravolge lo stile di gioco delle “Aquile” trasformandole in un team dal gioco spiccatamente offensivo, veloce e verticale ma utilizzando in attacco il giovane Cuauhtémoc Blanco a fianco del gigante “Zaguinho” e del neo-acquisto Omam-Biyik, il camerunense affermatosi ad Italia 90.

L’América diventa una autentica macchina da guerra. Dopo 31 partite lo score racconta di 18 vittorie, 9 pareggi e solo 4 sconfitte. La riconquista del titolo, dopo un lustro di delusioni, sembra decisamente alla portata.

Il 6 aprile Leo Beenhakker viene improvvisamente licenziato. I motivi appaiono oscuri e apparentemente inspiegabili. Di certo c’è che il team perde completamente le coordinate e nella semifinale per il titolo verrà eliminato dal Cruz Azul.

Passano due stagioni e con l’arrivo sulla panchina del tecnico Jorge Solari Blanco torna ad essere prescindibile.

Viene mandato in prestito al Necaxa dove, utilizzato per la prima volta come rifinitore, gioca una eccellente stagione segnando 13 gol in 28 partite e trascinando “Los Electricistas” al secondo posto durante il campionato del “Verano”, il secondo dei due tornei “corti” della stagione calcistica messicana, strutturati come l’Apertura e il Clausura argentini.

Al suo rientro nel Club América ritorna al suo vecchio ruolo di centravanti e le sue prestazioni e i suoi tanti gol (fu capocannoniere nel campionato d’Inverno del 1998 con 16 reti in 16 partite) lo trasformano ben presto in uno dei punti di riferimento assoluti del suo team e della Nazionale Messicana.

Saranno le sue prestazioni stellari nella Copa Libertadores dell’anno successivo che convinceranno gli spagnoli del Real Valladolid ad assicurarsi le sue prestazioni.

Purtroppo per Blanco quello che sembrava solo un trampolino di lancio per una sua consacrazione in team di altro spessore, in Spagna o nel resto del vecchio continente, subisce un brusco arresto. L’8 ottobre del 2000 una entrata assurda del difensore di Trinidad e Tobago Ancil Elcock in una partita di qualificazione per la Coppa del Mondo costringe Blanco ai box per tutto il resto della stagione.

Rientrerà nella stagione successiva e nonostante le sue buone prestazioni (e un gol “leggendario” al Santiago Bernabeu) al termine della stagione farà rientro in Messico nel “suo” América.

I suoi tifosi sono felici di riabbracciare il loro idolo che li premia con una prima parte di stagione eccellente.

Ma il vero Cuauhtèmoc si rivedrà nel 2003 quando sulla panchina del Club América tornerà a sedersi il suo mentore olandese Leo Beenhakker, forse l’unico allenatore che abbia saputo trarne il massimo e allo stesso tempo sia stato capace di non litigare mai furiosamente con Blanco !

Blanco litigherà invece con metà della squadra avversaria del Sao Caetano durante una partita di Copa Libertadores.

La squalifica sarà, come si dice in questi casi, esemplare. Un anno senza la possibilità di giocare tornei continentali.

Blanco a questo punto va in prestito al Veracruz.

Pervaso da una grande sete di rivincita trascina il team ad un risultato sensazionale nel Torneo di Apertura del 2004: il Veracruz domina la stagione regolare (non accadeva dal 1950) chiudendo con 3 punti di vantaggio sul Toluca.

Nei play-off però perde inopinatamente contro l’UNAM, arrivata ottava e con 12 punti in meno dei “Tiburones” nella stagione regolare.

Nel 2005 rientro ancora nel Club América e finalmente stavolta arriva il tanto agognato titolo.

Nella finalissima contro il Tecos Futbol Club Blanco segnerà sia all’andata fuori casa (1 a 1) sia nel trionfo del ritorno all’Azteca (6 a 3) dove i suoi compagni di reparto Aaron Padilla e l’argentino Claudio Lopez segneranno entrambi una doppietta.

Nel 2007 Cuauhtèmoc Blanco decide di iniziare una nuova avventura.

Si trasferisce negli Stati Uniti per giocare con i Chicago Fire.

Per la numerosissima comunità messicana della città è una festa.

Per gli abitanti del quartiere di Pilsen, famoso per i suoi murales e che ospita la maggior parte dei connazionali di Blanco, è un sogno che si realizza.

“The King” come verrà immediatamente ribattezzato dai suoi tifosi non ha solo un enorme impatto commerciale. (magliette con il suo nome vendute “a nastro” e presenze più che raddoppiate nelle partite interne dei Chicago Fire) ma sarà anche e soprattutto sul campo che Blanco risulterà determinante.

I Chicago Fire raggiungeranno i play-offs in tutte e 3 le stagioni in cui Blanco giocherà con i “men in red” ma senza mai riuscire ad arrivare al titolo anche se per Blanco “pioveranno” diversi premi individuali, come quello di Miglior Giocatore della MLS a fianco del brasiliano Luciano Emilio e del bomber colombiano Juan Pablo Angel.

 

Al suo ritorno in Messico nel 2010, a 37 anni suonati, non solo Blanco decide di continuare a giocare ma lo fa con una squadra della Seconda Divisione messicana, nei “Tiburones Rojos de Veracruz.

… giocando ad un livello tale da meritarsi la convocazione per i Mondiali Sudafricani del 2010 … scrivendo un altro record: quello del primo giocatore messicano a disputare i Mondiali di calcio pur giocando in Seconda Divisione.

Appenderà definitivamente le scarpette al fatidico chiodo solo nel 2015, dopo essere addirittura tornato in Prima Divisione nelle file del Puebla.

Ma l’ultimissima partita ufficiale, e non poteva davvero essere diversamente, Cuauhtémoc Blanco la gioca nelle file del Club nel quale aveva esordito la bellezza di 24 anni prima … il CLUB de FUTBOL AMERICA.

E’ una partita di campionato e di fronte c’è il Monarcas Morelia.

Cuauhtémoc è in campo dall’inizio, con la fascia di capitano al braccio e il numero “100” sulla schiena.

Ha esattamente 42 anni e 47 giorni.

In campo però non va per una semplice passerella. Lotta, vuole il pallone tra i piedi come ha fatto per più di un quarto di secolo, imposta spesso l’azione, inventa giocate, assist … e solo la traversa gli impedisce di segnare un gol che lo consegnerebbe ulteriormente alla leggenda del calcio messicano.

Uscirà dopo 36 minuti di gioco … e la sua ultima giocata pochi secondi prima di chiedere il cambio e non poteva essere diversamente, è stata una Cuauhtemina.

https://youtu.be/amAi_wT0zRU

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Il “salto del canguro”, una delle giocate più singolari e spettacolari di Blanco in Messico viene chiamata, in onore del suo inventore, la Cuauhtemiña.

Ma cos’è esattamente ?

E’ una giocata semplicemente pazzesca, unica e geniale.

Quando Blanco si trova chiuso e pressato da due o più avversari stringe il pallone tra i piedi prima di compiere un balzo in avanti sempre trattenendo il pallone per poi lasciarlo nell’attimo in cui ricade a terra, controllandolo e ripartendo dopo aver lasciato sul posto i suoi esterrefatti avversari.

 

Nel suo repertorio ci sono altre giocate assolutamente originali.

I passaggi ai compagni effettuati con la spalla o addirittura con la schiena prendono il nome di “Jorobinha” mentre l’altra giocata con il suo marchio di fabbrica è lo stop effettuato con il sedere, chiamato “Nalguinha”.

 

La mancata convocazione per i Mondiali di Germania del 2006 fu un boccone molto difficile da digerire per Blanco.

Le ragioni di quella esclusione però vengono da molto lontano.

Per un breve e infelice periodo infatti Ricardo La Volpe, allenatore amatissimo in Messico, si sedette sulla panchina del Club America.

Il rapporto con Blanco fu assolutamente burrascoso.

L’idea di calcio “collettivo” di La Volpe si scontrava clamorosamente con il calcio creativo, estemporaneo ma comunque anarchico di Blanco.

Nel 1999, durante una partita di qualificazione per la Libertardores tra il Club America di Blanco e l’Atlas Guadalajara diretto proprio dal tecnico argentino. “Témo” segna e decide di festeggiare andandosi a coricare con un sorriso a 32 denti proprio davanti alla panchina del “rivale”.

… che evidentemente non ha mai dimenticato lo sgarbo …

 

Fece scalpore, per più di un motivo, il gol di Blanco al Santiago Bernabeu.

Un calcio di punizione magistrale, che batté Casillas e permise al Real Valladolid di cogliere un insperato punto nella cattedrale delle “Merengues”.

… talmente insperato che praticamente tutti i compagni di squadra avevano giocato la schedina mettendo il segno “1” sul loro incontro con il Real Madrid.

Il gol di Blanco costò ai compagni di squadra qualcosa come 800 milioni di pesetas … non c’è da stupirsi se dopo il gol se ne vede solo uno correre per abbracciare “Témo” !

 

Durante la Copa Libertadores del 2000 il sorteggio mette di fronte l’América di Blanco contro i colombiani dell’America de Cali.

All’andata i messicani si impongono per 2 reti ad 1 e il gol decisivo è siglato proprio da “Témo” ad una manciata di minuti dalla fine.

Prima della gara di ritorno in Colombia a Cuauhtémoc Blanco arrivano minacce di morte ripetute da parte soprattutto da componenti della “Barra Disturbio Rojo” dei colombiani.

La cosa viene presa tremendamente sul serio dalle autorità e si arriva perfino a pensare di evitare a Blanco questa trasferta.

Ipotesi che “Témo” non prende neppure in considerazione.

Andrà in Colombia e giocherà quella importantissima partita.

Al suo arrivo a Bogotà viene accolto con un chiaro avviso da parte della tifoseria colombiana: “Cuauhtémoc cabron te vas en un cajon”.

La partita si gioca regolarmente.

L’América vincerà per 3 reti a 2 qualificandosi per il turno successivo e Cuauhtémoc Blanco segnerà tutti e tre i gol per la sua squadra … uscendo dal campo tra gli applausi del pubblico colombiano.

blanco2

Qui sopra la celeberrima “cuauhtemiña”

MANLIO SCOPIGNO: Il geniale “filosofo” del grande CAGLIARI.

di REMO GANDOLFI

SCOPIGNO 1.jpg

Il Cagliari sta vincendo di misura una importantissima partita di campionato. La tensione, come si dice in questi casi, è palpabile.

In campo e sulle tribune.

E anche, ovviamente sulla panchina dei sardi, dove l’allenatore Manlio Scopigno sta seguendo l’incontro con l’immancabile sigaretta fra le labbra e la sua solita, impassibile flemma.

Ad un certo punto uno dei calciatori di riserva seduto a poca distanza da lui gli si rivolge senza minimamente tradire la sua ansia “Mister, quanto manca ?”.

Scopigno si gira lentamente verso il suo calciatore e risponde “A cosa scusa ?”.

Ecco, in questo aneddoto c’è tutto Manlio Scopigno.

Ironico ed autoironico, intelligente, colto, controcorrente e carismatico.

E dimenticato da tutti.

Tranne forse che nella sua Rieti (gli hanno intitolato lo stadio anche se solo nel 2005) e nella Sardegna dove si consacrò.

Questo è l’assurdo e inspiegabile destino di uno degli allenatori più innovativi di tutta la storia del calcio italiano. Scopigno è stato capace di portare sul tetto dell’Italia calcistica una squadra del Mezzogiorno, il Cagliari.

Per la prima volta nella storia del calcio italiano.

Squadra costruita con sagacia e con pazienza.

Con tanta qualità certo, ma plasmata meravigliosamente da un uomo che sapeva capire gli uomini ed ottenerne il massimo.

Gigi Riva, l’immenso Gigi Riva, icona assoluta di quella squadra, disse più di una volta che per lui, per Manlio Scopigno, lui e gli altri componenti della rosa sarebbero andati in guerra se questo friulano minuto e con lo sguardo furbo come quello di una volpe glielo avesse chiesto.

“Gli volevamo bene. Perché oltre che un grande allenatore era una persona buona e onesta”.

Tutto vero.

Onesto e diretto. Sincero e coerente. In un mondo, quello del calcio, dove queste doti non sono mai state apprezzate anzi, dove spesso sono considerate un limite.

Doti non certo ideali per farsi degli amici non solo nel “palazzo del calcio” ma anche fra i vari dirigenti di Club, pronti praticamente a tutto pur di ottenere il loro posticino al sole e un minimo di ribalta.

Ma l’impresa di Cagliari resta e resterà per sempre nella memoria del popolo sardo anche se nel resto d’Italia e dai grandi club tradizionali fu vissuta come un semplice incidente di percorso.

 

SCOPIGNO 2.jpg

Manlio Scopigno arriva al Cagliari nel 1966.

Fu un po’ una sorpresa visto che a Bologna, nella stagione precedente fu esonerato dopo solo cinque giornate di campionato nonostante due vittorie, un pareggio e due sconfitte.

Ma immediatamente riesce a forgiare una squadra assolutamente competitiva.

Ci sono già giocatori che si riveleranno fondamentali nel successo in campionato di pochi anni dopo.

I difensori Pierluigi Cera, Mario Martiradonna, Comunardo Niccolai, il centrocampista brasiliano Nené e il regista Ricciotti Greatti … oltre naturalmente al giovanissimo Gigi Riva che in quella stagione segnerà ben 18 reti, vincendo la classifica cannonieri e attirando su di sé le attenzioni di tutte le grandi potenze del campionato, a cominciare dalla Juventus che per anni cercherà, invano, di strappare “Rombo di tuono” dal suo Cagliari.

Al termine di quella stagione arriva un sesto posto sorprendente e la consapevolezza che questa squadra, nella quale è arrivato anche un giovane e promettente centravanti che si chiama Roberto Boninsegna, ha tutto per rimanere ai vertici della massima serie.

In estate il Cagliari viene invitato ad un torneo che si gioca negli Stati Uniti, dalle caratteristiche molto particolari.

Con il nome di Chicago Mustangs gioca in pratica il Cagliari, con tanti giovani e qualche rinforzo esterno come Hitchens dall’Atalanta. Cagliari (o meglio “Chicago Mustangs”) che si comporta onorevolmente chiudendo al terzo posto il torneo e vincendo, proprio con Roberto Boninsegna, la classifica dei marcatori.

A fine torneo la comitiva cagliaritana viene invitata ad un ricevimento presso l’Ambasciata italiana a Washington.

Sono quelle occasioni formali che Manlio Scopigno detesta più di ogni altra cosa.

Probabilmente beve un bicchiere di troppo (lui che non ha mai negato la passione per Whisky e Champagne) per vincere la noia di quella giornata e ad un certo punto le esigenze corporali lo costringono ad una “fermata improvvisa” nel bel mezzo del cortile dell’Ambasciata.

Qualcuno nota Scopigno intento ad urinare, qualcun altro pare che scatti una foto e un gesto sostanzialmente innocuo viene montato in maniera indegna e vergognosa.

Bigotti e ipocriti si scatenano. In breve una cosa assolutamente innocente (anche se magari poco elegante) si trasforma in uno scandalo.

Qualche dirigente invidioso all’interno del Club non vede l’ora di poter attaccare il Mister del Cagliari reo di non avere mai troppo tempo per la categoria.

Si arriva addirittura al licenziamento di Scopigno, tra lo sbigottimento generale dei tifosi e soprattutto dei membri della rosa che avevano già imparato ad amare e ad apprezzare questo allenatore che del dialogo, del rispetto e dell’importanza dei rapporti umani aveva fatto le sue caratteristiche principali.

Le doti di Scopigno non sono passate però inosservate.

E se è vero che rimarrà ufficialmente disoccupato per tutta la stagione successiva in realtà l’Inter di Angelo Moratti ha già messo gli occhi su di lui.

Viene pagato (profumatamente !) dal massimo dirigente nerazzurro per restare fermo un anno, non accettando proposte di altri Club in attesa di sedersi sulla panchina del “biscione” la stagione successiva, al posto del mago Helenio Herrera ormai giunto al capolinea della sua vincente esperienza interista.

Alla fine di quel campionato però il grande Angelo Moratti decide di lasciare la squadra nelle mani del nuovo Presidente Ivanoe Fraizzoli.

Scopigno non è più l’uomo designato del nuovo corso nerazzurro.

Gli verrà preferito l’esperto Alfredo Foni.

A Cagliari però hanno capito l’errore compiuto un anno prima e a furor di popolo Manlio Scopigno torna a sedersi sulla panchina dei sardi.

L’impatto è immediato e devastante.

Il Cagliari torna ad essere una squadra assolutamente competitiva e la maturazione dei suoi giovani talenti, Gigi Riva in primis, la trasformano in una outsider di tutto rispetto nella corsa allo scudetto.

E se al termine della stagione 1968-1969 questo risultato verrà solo sfiorato (2° posto finale dietro alla Fiorentina del “petisso” Bruno Pesaola) nella stagione successiva arriverà quel titolo di campione d’Italia che sarà l’orgoglio intero di una regione, fino a quel momento considerata ingiustamente come una terra di “pastori e banditi”.

Scopigno resterà al Cagliari ancora due stagioni. La prima chiusa con un dignitoso 7mo posto (e senza Gigi Riva per più di metà stagione) quella successiva con un eccellente 4° posto finale e un posto nella Coppa Uefa della stagione successiva.

Al termine di quella stagione Manlio Scopigno chiuderà però la sua avventura sull’isola, fermandosi per una stagione intera per coltivare le sue passioni, la lettura e le partite a carte con gli amici … con una bottiglia di champagne sempre pronta e fresca sul tavolo.

Lo chiama la Roma all’inizio della stagione 1973-1974.

Ma Roma non è una piazza adatta al suo stile pacato, riflessivo e che ama sfuggire ai riflettori.

Un inizio di campionato disastroso (4 sconfitte e una sola vittoria nelle prime 6 partite) convincono il Presidente Anzalone a prescindere dal “filosofo” nato in Friuli quasi 50 anni prima.

Chiuderà la sua esperienza in panchina con l’avventura, tutto fuorché positiva, al Lanerossi Vicenza dove prima retrocederà al termine della stagione (arrivando però a cinque giornate dalla fine con la squadra già con un piede e mezzo in Serie B) e poi, complice uno stato di salute precario, lascerà definitivamente la panchina dei biancorossi nel febbraio del 1976.

Incredibilmente, a soli 51 anni, a Manlio Scopigno non verrà più offerta una panchina degna della sua bravura e, con un po’ di acredine, uscirà definitivamente dal mondo del calcio spegnendosi nella sua Rieti nel settembre del 1993, a 67 anni.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

E’ con ogni probabilità l’aneddoto più conosciuto riguardante Manlio Scopigno ma vale comunque la pena di ricordarlo.

Il Cagliari è in albergo nel classico ritiro come ogni sabato sera in vista della partita di campionato del giorno seguente. E’ notte inoltrata. I calciatori della compagine sarda sono nelle loro camere a riposare. Non tutti però. A qualche dirigente della squadra sarda è giunta all’orecchio la voce che alcuni membri della rosa hanno abitudini non proprio consone ad un atleta professionista.

L’allenatore Scopigno viene informato della cosa.

E’ già abbondantemente passata la mezzanotte quando il Mister del Cagliari si dirige verso la stanza che gli è stata indicata come quella dei “viziosi”.

E’ la camera dove dormono (o dovrebbero dormire …) Gigi Riva e Roberto Bonisegna.

Scopigno apre la porta. La stanza è avvolta da un’unica grande nuvola di fumo. Ci sono anche un paio di bottiglie non esattamente di acqua minerale.

Sono in quattro, tutti con le carte in mano e la sigaretta in bocca. Riva, Albertosi, Boninsegna e Cera.

Nel silenzio più assoluto Scopigno entra, prende una sedia e si siede a fianco dei suoi calciatori.

Poi porta una mano verso il taschino della giacca.

Estrae una sigaretta e poi con tutta la calma del mondo chiede “Dà fastidio se fumo ?”.

Scoppia una risata generale, grassa e liberatoria !

Niente ramanzine, niente multe o punizioni.

Il giorno dopo il Cagliari vincerà quella partita per 3 reti a 0.

 

L’esperienza traumatica di Bologna (licenziato dopo 5 partite di cui 2 vinte e una pareggiata) lascerà il segno per diverso tempo nell’animo del Mister di origine friulana.

Licenziamento che tra l’altro gli arriva tramite un biglietto consegnatogli a mano da uno dei galoppini del presidente felsineo Luigi Goldoni.

Scopigno legge il biglietto senza battere ciglio.

Il fattorino del Presidente chiede a questo punto se deve riferire qualcosa.

“Si” gli risponde Scopigno “Gli dica che nel biglietto ci sono due errori di sintassi e un congiuntivo sbagliato” fu la meravigliosa risposta.

 

Qualche anno dopo un cronista ebbe l’ardore di chiedere a Scopigno se nel caso di una chiamata, sarebbe tornato a Bologna. “Certo !” rispose lui “con un aereo da bombardamento”.

 

Il giorno del trionfo nel campionato del 1970 tutto il Cagliari è invitato alla domenica sportiva.

Il conduttore, il compianto Enzo Tortora, si rivolge così al Mister dei sardi. “Di lei signor Scopigno hanno detto che è il filosofo, l’enigmatico, il sornione, l’ironico e lo scettico … Insomma Scopigno, lei chi è ?”

 

Un altro dei giocatori con cui Scopigno aveva un rapporto profondo e di stima reciproca era lo stopper Comunardo Niccolai, famoso all’epoca più per i suoi decisivi autogol che per la sua grande bravura di difensore.

Nella partita probabilmente decisiva per lo scudetto, quella giocata a Torino contro la Juventus nel marzo del 1970, Niccolai con una deviazione di testa mette il pallone alle spalle di Albertosi permettendo così alla Juventus di portarsi in vantaggio.

Scopigno, che assiste dal match in tribuna a causa di una lunga squalifica commenta “Beh, almeno è un bell’autogol”.

 

Sempre con la sua ironia e come ulteriore testimonianza di affetto verso il suo difensore, durante i Mondiali del Messico ai quali partecipa anche Niccolai convocato da Valcareggi come riserva di Roberto Rosato, Scopigno dichiarerà che “tutto mi sarei aspettato dalla vita ma non di vedere Niccolai via satellite, a colori e in Mondovisione !”

 

Uno dei suoi bersagli preferiti era l’ala destra Corrado Nastasio, acquistato inizialmente con il compito di rifornire di cross dalla fascia Riva e Boninsegna.

Purtroppo per il giocatore livornese nella stessa estate Boninsegna finì all’Inter e nella contropartita arrivò Domenghini, che fece sua la fascia destra, nel Cagliari e nella Nazionale.

Nastasio era un ala veloce, ma con “piedi” e visione di gioco piuttosto limitati.

Con la sua irruenza finiva spesso per trascinarsi il pallone oltre la linea di fondo.

A quel punto Scopigno mise un cartello pochi centimetri fuori dal rettangolo di gioco appositamente per Nastasio.

Sul cartello c’era scritto “QUI FINISCE IL CAMPO”.

Infine la filosofia in pillole di Scopigno che riassume perfettamente la sua visione del mondo del pallone.

“Il più pulito nel calcio è il pallone. … quando non piove.”

SCOPIGNO 3.jpg