XAVIER TONDO: Non si può morire così.

di REMO GANDOLFI

tratto da “RUOTE MALEDETTE – Storie tragiche del ciclismo”

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“Sarò il capitano della MOVISTAR al Tour de France !

Ancora faccio fatica a crederci !

Eppure sono passati più di quattro mesi da quando il nostro General Manager Eusebio Unzuè me lo ha comunicato.

E’ stato durante una delle ultime riunioni del classico ritiro invernale dove si stilano i programmi e gli obiettivi per la imminente stagione.

Ero convinto di aver capito male.

“Si Xavier” ha dovuto ripetermi Unzuè “farai il capitano del team al Tour figliolo. Non ci aspettiamo che tu lo vinca ma un piazzamento nei primi 10 è assolutamente alla tua portata”.

Il TOUR DE FRANCE.

La corsa ciclistica più importante del mondo.

Non solo andrò a correrla per la prima volta nella mia carriera … ma ci andrò pure con i gradi di capitano !

Ricordo benissimo che dopo un buon paio di minuti di assoluta euforia a quella strepitosa notizia hanno iniziato a tremarmi le gambe pensando al grande senso di responsabilità che mi dovevo assumere dopo una dimostrazione di stima del genere da parte del mio nuovo Direttore Sportivo e di tutta la Movistar.

Di sicuro c’è che da quel giorno è come fossi entrato in una nuova dimensione.

E ho capito ancora di più quanto nel nostro sport, quello della bicicletta, la testa conti almeno quanto le gambe.

Ho sempre amato questo sport e anche l’allenamento più duro ed esigente per me è sempre stato un piacere autentico.

Ma da quel giorno in ogni allenamento mi sembrava quasi di non sentire la fatica tanto ero concentrato e determinato a trasformare questa stagione in qualcosa di unico.

Insomma, mi allenavo e correvo con una nuova consapevolezza e con tanta, tanta autostima in più.

Sono sempre stato un buon corridore ma fino alla scorsa stagione ho sempre corso in squadre di seconda o addirittura di terza fascia.

Sembra assurdo ma il mio esordio vero nel ciclismo che conta è stato l’anno scorso con la Cervelo Test Team, il mio primo team World Tour, la serie A del nostro sport.

A 31 anni suonati !

Invece una vittoria alla Parigi-Nizza, davanti a gente del calibro di Alberto Contador e Samuel Sanchez e poi addirittura una vittoria di tappa nella corsa che si corre a casa mia, in Catalogna e alla fine addirittura il secondo gradino del podio nella classifica finale dietro un fenomeno come il “Purito” Rodriguez avevano finalmente scacciato quei pensieri negativi che avevo sempre avuto in testa e cioè che per me competere a questi livelli, spalla a spalla con i più grandi, era semplicemente troppo.

Quando sembrava finalmente che ogni cosa fosse andata al suo posto a fine stagione arriva la notizia che non ti aspetti e che sembra porre fine a tutti questi sogni: la Cervelo si fonderà con la Garmin e per molti ciclisti del nostro team arriva il benservito.

Io sono fra questi.

“Splendido, eccoci da capo Xavier” mi sono detto allora.

Il ritorno in qualche squadra Professional sembrava la soluzione più logica.

E invece arriva la chiamata di Unzuè e della Movistar, nuova formazione sponsorizzata dalla principale compagnia spagnola di telefonia.

Quest’anno ho già messo nel carniere due belle vittorie.

Una al Tour de San Luis, vincendo una cronometro di quasi 20 km viaggiando oltre i 50 km all’ora di media e poi la classifica generale alla Vuelta Castilla y Leon, superando ottimi ciclisti come Bauke Mollema, Igor Anton e Domenico Pozzovivo.

Ma è stato ad inizio primavera che mi sono reso conto che Unzuè ci aveva visto lungo e che ero davvero pronto per fare il capitano.

Nelle due principali corse a tappe “brevi” che si corrono in Spagna, il Giro di Catalogna e quello dei Paesi Baschi, mi sono trovato a lottare alla pari prima con Alberto Contador, Ivan Basso, Cadel Evans, Michele Scarponi e Rigoberto Uran giungendo quinto nella classifica finale e poi ai Paesi Baschi, dove ottengo lo stesso piazzamento finale dietro gente come Andreas Kloden, Chris Horner e Robert Gesink.

Ora sono qua, in Sierra Nevada ad allenarmi duramente e a mettere fieno in cascina per quel Tour de France che inizierà fra meno di due mesi e al quale voglio arrivare in condizioni strepitose, nella “forma della vita” come si dice nel nostro mondo.

Alejandro Valverde, il nostro grande capitano che sta scontando la sua squalifica per quella maledetta “Operacion Puerto” continua ad allenarsi con il nostro gruppo di amici praticamente tutti i giorni. Con noi ci sono i miei compagni di squadra Rojas Gil, Benat Intxausti e David Arroyo ai quali si aggiunge spesso anche Samuel Sanchez, il capitano della Euskaltel.

Proprio Valverde, “l’embatido” come lo chiamano qui da noi per la sua classe immensa, me lo ripete praticamente tutti i giorni. “Xavier, non ti ho mai visto andare così forte” aggiungendo addirittura che quando allungo in allenamento fa fatica a starmi a ruota … proprio lui, Alejandro Valverde !

Ovviamente non credo a una sola parola di quello che dice ! … quello che conta però è che in me stesso, finalmente, ci credo davvero molto di più.

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E’ il 23 maggio del 2011.

Xavier Tondo, insieme all’amico e coèquipier Benat Intxausti, si sta preparando per raggiungere gli altri compagni di squadra Alejandro Valverde e Josè Rojas Gil per una seduta di allenamento nella vicina Granada, come stanno facendo da qualche giorno a questa parte in vista dell’imminente Giro del Delfinato, corsa a tappe francese e classico aperitivo per il Tour de France di inizio luglio.

Sono le 10 di mattina e Xavi e Benat decidono, per la prima volta, di andare a raggiungere in compagni non in bici, ma di utilizzare l’auto.

I due hanno caricato le bici sul monovolume di Tondo e stanno per uscire dal garage.

Xavier è seduto al posto di guida del mezzo e Benat è seduto al suo fianco.

Tondo ha già innestato la retromarcia per uscire dal garage quando si accorge che il portone automatico del garage non si è aperto.

Allora scende dall’auto per cercare di risolvere il problema, ma commette una distrazione, che si rivelerà  fatale: non mette in folle l’auto, che ha il cambio automatico. Tondo scende dall’auto e si avvicina al cancello per cercare di aprirlo manualmente. La macchina arretra e lo blocca, schiacciandolo contro la porta del garage.

Tutto accade in pochissimi secondi. Intxausti si precipita al posto di guida per interrompere la marcia dell’auto.

Ma è troppo tardi. Quando Benat riesce a innestare la prima e spostare l’auto in avanti, l’unica cosa che sente è il corpo di Xavier che, liberato dallo schiacciamento tra la portiere dell’auto e la saracinesca del garage, cade pesantemente a terra.

Intxausti si precipita in suo soccorso.

Tutto inutile.

Xavier Tondo morirà tra le sue braccia pochi istanti dopo.

Una morte assurda nella sua dinamica.

Una morte che lascia increduli ed attoniti.

I suoi compagni della Movistar stanno disputando in quei giorni il Giro d’Italia.

Tutti si erano già affezionati a quel catalano simpatico e allegro, educatissimo e gentile.

Decideranno di continuare la corsa rosa.

Il ricordo dei compagni, degli avversari e di coloro che lo hanno conosciuto è a tratti struggente.

Marzio Bruseghin, il nostro grande e longevo ciclista e suo compagno di squadra in quei pochi mesi dirà di lui che “Era come un ragazzino di 20 anni. Aveva un entusiasmo contagioso e quando eri con lui non potevi non essere allegro”.

Xavier Tondo lascerà la moglie Silvia andandosene nel momento più dolce della sua carriera … con il sogno, quello di correre il Tour de France, che ovunque si trovi Xavier adesso, rimarrà sempre un sogno.

 

 

Xavier Tondo Volpini nasce il 5 novembre del 1978 a Valls, cittadina in provincia di Terragona nella regione autonoma della Catgalogna.

Xavi ha un sogno da sempre. Correre in bicicletta e fare della bici la sua professione.

Sogno così intenso e irrinunciabile che anche mentre inscatolava cereali nella fabbrica di Valls dove lavorava per le classiche otto ore al giorno non ha mai smesso di coltivare.

Tutti a Valls conoscevano quel ragazzo che alle prime luci dell’alba inforcava la sua bici andandosi ad allenare sulle strade della zona salvo poi rientrare in tempo per presentarsi in fabbrica alle 9 di mattina.

I risultati nelle categorie inferiori non sono quelli che ti fanno avere le grandi squadre professionistiche a bussare alla tua porta.

La vita continua a dirgli che forse al suo sogno dovrà rinunciare e a 24 anni probabilmente nel suo bilancio di vita Xavi non può non considerare tutte le sere a letto presto per potersi allenare la mattina dopo, la fabbrica e poi magari un’altra uscita di un paio di ore fin che la luce del giorno lo permette.

Prima di arrivare a casa così esausto da rinunciare alle discoteche, ai locali e a inseguire le ragazze come la sua età pretenderebbe.

Così, quando nell’inverno del 2003 una piccola squadra, la Paternina-Costa de Almeria, lo mette sotto contratto, per Xavier pare finalmente la svolta.

E’ una piccola squadra, ma che partecipa a tutte le principali corse spagnole e portoghesi, Giro di Spagna incluso.

A fine stagione invece tutto torna come prima.

Di nuovo ad inscatolare cereali e senza una squadra in cui correre.

Ok, è la fine penserebbero in tanti.

Ora di voltare pagine e pensare “alla vita”.

Non per Xavi.

Continua ad allenarsi, a nutrirsi di ciclismo.

Guarda tutte le corse in tv, studia i migliori, legge tutto quello che gli capita sotto tiro … purché si parli di ciclismo.

“E’ la mia passione, non posso farci nulla” spiegherà ai tanti che continuano a non capire questo suo accanimento.

Ma lui ci crede, sa che qualcosa DEVE succedere.

E qualcosa succede. Niente di eclatante per l’amor di Dio !

E’ una piccola squadra Continental, la Barbot-Gaia, e per di più è portoghese.

Xavier Tondo non ci pensa su un secondo.

Fa le valigie per il Portogallo senza neppure fare due conti con il portafoglio che gli direbbe che converrebbe continuare a lavorare in fabbrica a Valls piuttosto che lanciarsi in quell’avventura lontano da casa.

I suoi risultati attirano l’attenzione di un team di casa, il Catalunya-Angel Mir.

Qui, pensa di sicuro Xavi, la svolta è arrivata davvero.

Vince una tappa e la classifica finale della Vuelta al Alentejo in Portogallo e poi una tappa al Giro delle Asturie.

Per Xavi arriva la chiamata della Relax-GAM, ambizioso team della Profesional Continental, il secondo rango dietro le squadre World-Tour o Pro-Tour come si diceva allora.

La possibilità di correre molte delle corse più importanti del calendario, fianco a fianco dei grandi campioni dell’epoca, è uno stimolo enorme per Tondo che si è ormai convinto che la bici potrà davvero diventare la sua professione.

Il fato, però, ha altri progetti.

In quel maledetto 2006 Xavi prima viene messo a terra da una forte mononucleosi e quando rientra arriva una brutta caduta con la conseguente frattura di una caviglia.

A fine stagione non ha praticamente corso. Il suo contratto annuale è in scadenza e non gli viene rinnovato.

“E’ finita Xavier, stavolta è finita davvero” continua imperterrito a sussurrargli il destino.

Destino che pare proprio non volerne sapere di dare una mano a quel ragazzone catalano, magro magro, con un bel naso importante e due occhi azzurro chiaro sempre e comunque sorridenti.

Ma ancora una volta sarà il Portogallo ed una squadra portoghese a dargli un’altra possibilità.

Anche stavolta Xavi non indugia un secondo, anche se si torna nella serie “C” del ciclismo e ancora una volta lontano da casa.

Xavi sa che questa è davvero l’ultima occasione.

Ha quasi 28 anni e a quest’età o si fa il salto di qualità o è meglio davvero lasciar perdere.

Nei due anni con la Maia, questa piccola squadra lusitana, Tondo vincerà prima il Giro del Portogallo e poi la famosa “Subida al Naranco”, classica gara con l’arrivo in salita sul monte Naranco, nelle Asturie, terra di un grande campione come Josè Manuel Fuente, “El Tarangu”.

In questa corsa Tondo trionferà davanti ad eccellenti colleghi come lo spagnolo Koldo Gil e Stefano Garzelli, il veterano ciclista italiano capace di vincere anche un Giro d’Italia qualche anno prima.

Caja Sur-Andalucia e Cervelo saranno i teams della definitiva consacrazione di Tondo che prima di approdare alla Movistar riuscirà a mettere la sua ruota davanti a tutti in gare di primissimo livello come la Vuelta ad Andalucia e soprattutto in una tappa della Parigi-Nizza e una del Giro di Catalogna.

Ma oltre alle vittorie il ricordo più grande è per lo Xavier Tondo uomo.

Colui che pochi mesi prima della sua terribile disgrazia avrà il coraggio di denunciare alle autorità l’offerta ricevuta da una organizzazione criminale specializzata nel traffico di prodotti dopanti.

Xavier Tondo, capace di schermirsi dei complimenti ricevuti dagli addetti ai lavori e dalla polizia stessa per il coraggio e l’etica dimostrate in quella occasione “Ho solo fatto quello che dovevo fare” è tutto quello che Tondo riesce a dire sull’argomento.

Lo stesso Xavier che poco tempo prima si disse entusiasta del nuovo accordo con la Federazione Ciclistica Internazionale che per la lotta al doping tramite la WADA istituì il famoso “passaporto biologico”, con il rivoluzionario controllo incrociato sangue e urine e il controllo strettissimo sui ciclisti professionisti.

“Sono felice che possano svegliarci anche nel cuore della notte per controllarci se questo può servire a prendere in castagna un imbroglione”.

Sulla sua integrità professionale nessuno ha mai avuto un dubbio al mondo tanto che sono in tanti nel gruppo ad essersi accorti che da quando sono iniziati i controlli “veri” Xavier Tondo ha iniziato a vincere corse …

Tutto finirà in quella maledetta mattina del 23 maggio.

Ma c’è una appendice a questa storia.

C’è Benat Intxausti, il giovane ciclista basco che ha vissuto in prima persona quei terribili momenti.

 

 

Benat, grande promessa del ciclismo spagnolo fin dagli esordi con la Saunier-Duval fino alla definitiva esplosione con l’Euskadi Euskaltel nella stagione precedente, ci metterà tanto tempo a superare quel terribile giorno di maggio.

Lui, uno dei ciclisti più simpatici, allegri e spiritosi del gruppo, nelle settimane successive la morte dell’amico Xavier si chiude in se stesso.

Lo stato di shock è evidente, conclamato.

Per quasi un mese Benat non riuscirà praticamente ad allenarsi.

Le poche volte che lo fa poi corre a casa, si chiude tra quattro mura e non si fa praticamente trovare da nessuno.

Lo convincono ad andare al Tour de France, puntando sul fatto di onorare la memoria dell’amico Xavi che a quel Tour avrebbe dovuto correre da capitano.

La corsa francese si rivelerà un fiasco totale per Intxausti.

Non ci sono miglioramenti neppure nei mesi seguenti dove, con il morale sotto i tacchi, Benat colleziona più cadute e ritiri che piazzamenti.

Anche la stagione successiva, quella del 2012, non porta a miglioramenti sostanziali.

Risultati scarsi, guai fisici e incostanza negli allenamenti.

Qualcuno inizia a parlare addirittura di uno stato depressivo.

Quel maledetto giorno non vuole proprio andarsene dalla mente del giovane ciclista basco.

Sono passati due anni esatti dalla morte del suo amico Xavi.

E’ il 21 maggio del 2013.

Benat sta correndo il Giro d’Italia.

Intxausti pochi giorni prima, nella settima tappa dopo l’arrivo a Pescara, indossa la maglia rosa.

La prima della sua carriera.

Ma è in quella sedicesima tappa che si conclude a Ivrea che Benat Intxausti farà il suo capolavoro.

Dopo una serie di attacchi nella salita di Chiaverano a pochi chilometri dall’arrivo e nella bagarre della successiva discesa rimarranno tredici ciclisti al comando, praticamente tutti i migliori della classifica.

Nel tratto pianeggiante finale saranno in quattro ad avvantaggiarsi di qualche secondo sugli altri componenti della fuga.

Kangert, Gesink, Niemiec e lo stesso Intxausti.

La volata è lanciata lunga da Kangert che pare destinato a spuntarla.

Benat però non ci sta e con un grande rimonta lo supera vincendo a braccia alzate e congiungendo le mani in una grande “X” in onore dell’amico Xavier Tondo, prima di scoppiare in lacrime non appena tagliato il traguardo.

Dirà che quel giorno, su quella bici, non era solo Benat … c’era l’amico Xavi con lui a raddoppiargli le forze …

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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