SYLVIA PLATH: Una, nessuna, centomila identità.

di SARA DEL BARBA

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“Lo specchio magico: uno studio del doppio in due romanzi di Dostoevskij”. Doppio. Due metà complementari eppure contrapposte. In tempi ancora non sospetti, il congedo dallo Smith College rappresentò il segno premonitore di un dualismo che era già parte integrante di quel se stessa. O di quelle se stesse. Attrazione e repulsione. Bello e brutto. Felice e triste. Bruna e bionda. L’ambivalenza che fu (s)oggetto protagonista di quella tesina di fine college, è stato, nella realtà, (s)oggetto protagonista della vita di Sylvia. Fino a perdere quell’identità da topos letterario pirandelliano, alla Eliot. Triste come l’equivoco da commedia della tragedia, che vuole deliberatamente far ridere di un riso isterico, stridulo, dissonante.

Sylvia Plath è nata il 27 ottobre 1932 a Boston, nel Massachusetts. La futura e precoce poetessa, così dotata quanto travagliata, nota per lo stile confessionale del suo lavoro, vide emergere l’interesse per la scrittura già dalla tenera età; ne è testimone il primo di una lunga serie di diari che, ad ogni pagina, offrono l’autentica fotografia di un ago caldo, vibrante, insistente e vivo, che poi smussa la sua acutezza per esaurire della sua stessa furia.

Il padre, Otto Emil Plath, figlio di genitori tedeschi, si trasferì in America a sedici anni per diventare in seguito uno stimato entomologo. Quando Otto Plath morì, poco dopo il suo ottavo compleanno, Sylvia soffrì sia di angoscia che di libertà. Otto era un padre severo, autoritario nei confronti dei suoi figli. Sylvia ha definito la relazione con Otto nella sua poesia, “Papà”. Basta leggerla per ritrovare la consueta trappola della dicotomia emozionale. La madre, Aurelia Schober, apparteneva ad una famiglia austriaca emigrata nel Massachusetts. Il loro rapporto era stretto quanto ambiguo. Dopo la morte del padre, la madre di Sylvia si trasferì con i suoi figli a Wellesley, nel Massachusetts, dove Sylvia si diplomò alla Bradford Senior High School nel 1950. Nello stesso anno, la Plath entrò allo Smith College dove eccelleva accademicamente, tanto che divenne direttore della Smith Review e le fu offerto un posto di prestigio come redattore ospite della rivista Mademoiselle nell’estate del suo terzo anno alla Smith, per il quale trascorse un mese a New York. Qui iniziarono i problemi psicologici della depressione, poi la diagnosi del bipolarismo, fino al tragico epilogo.

Una borsa di studio del Programma della Commissione Fulbright la condusse fino all’università di Cambridge, in Inghilterra. Fu proprio al tempo degli studi presso il Newnham College, uno dei costituenti l’università di Cambridge appunto, che conobbe il famoso poeta e professore Ted Hughes. Si sposarono dopo pochissimo, nel 1956, inizialmente tenendo segreto il rapporto che legava una studentessa al professore. La tipica relazione burrascosa.

Nel 1960 fu pubblicata in inghilterra la prima raccolta di poesie di Sylvia, “The Colossus”. Nello stesso anno diede alla luce la sua prima figlia, Freida. Nome non casuale. Due anni dopo, Plath e Hughes ebbero un secondo figlio, Nicholas, che da adulto avrebbe messo fine alla propria vita, come se nel suo DNA fosse scritto lo stesso, identico, insopportabile senso di disperazione della madre.

Il matrimonio di Sylvia e Ted stava andando a pezzi. L’affascinante e colto Hughes, sempre così mondano, così avvezzo alla compagnia di belle donne, nel 1962 se ne andò con un’altra donna, lasciando che Sylvia sprofondasse definitivamente nell’imo di una depressione inspiegabile a parole. Lottando con la sua malattia mentale, contro le sue pulsioni autodistruttive, scrisse The Bell Jar (1963) che, basato sulla sua vita e su quel crollo mentale di giovane donna, fu pubblicato inizialmente con lo pseudonimo di Victoria Lucas. Troppo vero per svelare il vero nome dell’autrice che ne era anche la protagonista. Tante le poesie, che avrebbero poi costituito la collezione Ariel (1965), pubblicata dopo la sua morte.

Sylvia si suicidò l’11 febbraio 1963.

Nel 1982 divenne la prima persona a vincere un premio postumo Pulitzer.

La scrittura, bacchetta magica per espandere verso l’esterno i tormenti e le ansie che nella vita quotidiana è obbligata a dissimulare. Per essere agli occhi degli altri come loro la vogliono. Un processo morfogeno dell’identità, della psiche, che non ha mai avuto una conclusione definita e definitiva.

Per me scrivere è una forma di vita” “Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita […] La scrittura è necessaria alla sopravvivenza del mio spocchioso equilibrio come il pane per il corpo […] Ho bisogno di scrivere e di esplorare le profonde miniere dell’esperienza e dell’immaginazione, far uscire le parole che esaminandosi, diranno tutto…”

Tentare di capire l’estenuante, eterno conflitto che fa sentire la propria anima e la propria mente in costante asfissia, arrancando tra il non poter ritrovare il ritmo regolare del respiro e il non poter farlo soffocare definitivamente, rende naturale tuffarsi in quella storia feroce e furiosa del lottare per vivere di quella giovane donna, del suo non fare pace con il modo di morire. L’autrice di questa storia non ha problemi ad alzarsi dal letto la mattina, anche se il suo narratore non può. Questa è la storia dell’ambizione di Sylvia quanto della sua malattia.

Come Esther Greenwood. “The Bell Jar” – “La Campana di Vetro”. Borsa di studio a New York, come apprendista in una rivista femminile per l’estate, la sua vita sembra essere sul punto di annunciare il luccichio di una foto da copertina, con “le scarpe comprate da Bloomingdale, il rossetto rosso e un vestito con le spalle scoperte”.

Ma quel fardello interiore è sempre in agguato. E’ la campana di vetro, è l’assenza di scelta, l’impossibilità di essere compresa dagli altri, l’impossibilità di mostrare il proprio dubbio. Esther, come Sylvia Plath, è intrappolata in una campana di ovatta, una cupola in cui l’aria è risucchiata dall’ordine prestabilito delle cose.

Ha un sorriso accecante in quella foto. Eppure qualcosa, dentro, la allontana anni luce dalla ragazza immortalata in quella posa.

Da subito, con una delicatezza malinconica che non la abbandona mai, nei prodotti della sua penna come nelle sue realtà di disordine mentale, Sylvia lascia che si possano scorgere le crepe che solcano nell’intimo la mente di Esther.

Come il servizio di piatti di fragilissima maiolica della nonna, quelli che non si possono toccare nella credenza di casa se non per specialissime e pre-selezionate occasioni, la sua sensibilità rischia di frammentarsi in mille pezzi al contatto con il mondo reale.

Esther vorrebbe avere la sicurezza che le sue colleghe di stage hanno del proprio corpo.

Brama la semplicità disarmante dell’impiego della seduzione che loro sanno mettere in pratica.

La vita a New York si rivela ben presto una gabbia dalla quale Esther tenta goffamente di liberarsi, provando in tutti i modi a vestire i panni della ragazza della foto.

Le giornate si fanno pesanti. Trascinano in una peregrinazione costante e nauseante un corpo senza vita.

Algida anche nell’apice della sua prima volta, che non scampa alla dicotomia nemmeno in quel momento in cui la freddezza di sé stride così tanto con la copiosa, rovente emorragia che brucia lungo le gambe.

E’ una colpa non sapere se preferire la campagna o la città? E’ un peccato pensare di non volersi sposare?

Il corpo è un estraneo; è letteralmente immobilizzata da se stessa. Dalle se stesse. Tragicamente inerte.

La sua identità sfugge sempre di più. Sa di dover avere un posto nella società, nel mondo. Perché tutti hanno una collocazione precisa. Ma la sua indecisione non è una semplice battuta d’arresto da ragazza che sta decidendo della sua vita: è una malattia. Perde la voglia di leggere, non sa più scrivere, non è possibile farsi rapire da Morfeo. Le notti sono troppo lunghe. La lettera di rifiuto alla scuola estiva di Harvard. Esther ha perso la sua identità. Smarrita.

L’unica via di uscita dal labirinto di una, nessuna, centomila identità è la morte.

Sylvia ha provato con tenacia a rimanere a galla. La maternità ha probabilmente rappresentato un momento di stand-by nei confronti dell’ossessione della morte. Per un attimo l’accettazione di una nuova condizione – di madre – ha dato la parvenza di poter far emergere quella parte pacata, tranquilla, quasi pacifica.

Ma la vita stessa è un’antagonista invincibile per Sylvia. La poesia rimane l’unico strumento in grado di spiegare lucidamente la sua necessità di morire. Di far soffocare definitivamente quel respiro mai stato regolare.

I suoi versi sono lo specchio del suo non riconoscersi in quella realtà, del non accettarla.

La voglia di indipendenza, di eccellere ancora, di brillare di luce propria e non di quella di un uomo che ha tanto amato e che non ha saputo vedere quanto sanguinava la sua anima.

Rotta. Hanno provato ad aggiustarla con l’elettroshock. La morte non è arrivata nemmeno in quell’occasione. Il vuoto continua a non potersi colmare.

E’ una sera molto fredda a Londra l’11 febbraio del 1963. Sylvia è a casa, i bambini sono andati a dormire. Ted è andato via da tempo, con un’altra donna, un’altra figlia. La solitudine è completamente aggrovigliata, tutt’una col suo corpo, in ogni suo nervo. La voglia di gridare, di farsi ascoltare. Di vomitare tutto il dolore. Ma l’immobilità è sempre trionfante.

In poche ore scorrono nella sua mente tutti i pensieri, tutte le sue disordinate identità. Una vita, seppure breve, a combattere per non rassegnarsi alla mediocrità, a lottare contro il mulino a vento dell’impossibilità di trovare la pace, nonostante i successi, l’amore, i ricordi piacevoli che hanno lenito di tanto in tanto quell’esistenza. Attraverso un amore che con un colpo la faceva sentire viva e calda e con l’altro la distruggeva, rendendola ghiaccio. Un’ombra scomoda, quella di Ted. Anche nella sua assenza.

La voglia di vita, quella che era riuscita a sentire ai tempi di bambina sulla East Coast, o alla notizia dello stage a New York.

Ripercorrendo l’antologia dei suoi sbagli, provando, un’ultima volta, a capire cosa avrebbe potuto fare di più, di meglio, di giusto, quali vesti si sarebbe dovuta cucire addosso per uscire da quella gabbia, per non sentire il peso di convivere con se stessa.

In quella sera gelida di febbraio Sylvia prende scotch e asciugamani e sigilla con una cura morbosa ogni fessura della porta. Con la stessa cura prepara la colazione per i suoi figli, latte, pane e burro. Li pone sul tavolo della loro camera, così che, all’indomani, Frieda e Nicholas abbiano, almeno per un attimo, il solito dolce risveglio, sperando che, prima o poi, possano capire il suo amore per loro anche in quell’ultimo, estremo gesto disperato.

Torna in cucina. Accende il gas e infila la testa nel forno. Nell’attesa e nella speranza di trovare nell’ultimo, debole, straziante anelito, la quiete. Per sentire un soffio di libertà nel momento in cui le crepe della sua campana di vetro esplodono, stridenti, in uno, nessuno, centomila frantumi.

 

 

Ted Hughes è stato certamente omertoso da quell’11 febbraio del 1963. Solo non molto prima della sua morte, avvenuta nel 1998, raccontò il complesso rapporto con Sylvia Plath nel libro “Lettere di compleanno”, esplicitamente indirizzate a lei. Dal momento in cui la abbandonò ed ancor di più dopo il suo suicidio, Ted divenne più noto per le gravose colpe che portava, quelle di aggressioni, tradimenti e minacce nei confronti della poetessa americana, che non per le proprie poesie. Colpe vere? O forse solo presunte? Certo è che il pensiero che ebbe Ted, nel momento in cui Sylvia pose fine alla sua tribolata esistenza, fu quello di stracciare le ultime pagine dell’ultimo diario della Plath. Quelle che raccontavano la sofferenza sempre più opprimente, il respiro reso sempre più affannoso dell’ultimo periodo della sua vita, quello della storia con e senza Ted.  Anche  la sua amante, Assia Wevill, non molti anni dopo il suicidio di Sylvia, pose fine alla propria vita, portando via con sé anche la piccola figlia Shura Hughes, di quattro anni. Storie incrociate di anime maledette.

Sylvia Plath è stata scrittrice dalla sensibilità emozionale fervida e drammatica. Come nella vita, anche nei suoi versi si possono ritrovare picchi energici straordinari, dicotomici tra il costruire e il distruggere. Come la sospensione costante della sua anima e della sua mente tra la vita e la morte. Leggerla porta inevitabilmente ad avvertire anche la propria intima fragilità. Ci si sente nude, senza possibilità di salvazione. Senza protezione. L’abisso della mente umana attraverso la necessaria scrittura, così tremendamente lucida, cruda, ma anche  ricercata nella sua metrica originale. Nodi inestricabili che, forse, nemmeno la morte ha potuto sciogliere.

“I Am Vertical” ne è un esempio, Pubblicata nell’estate del 1961 nella rivista “Critial Quarterly” e inclusa in Crossing the Water.

I Am Vertical

But I would rather be horizontal.

I am not a tree with my root in the soil

Sucking up minerals and motherly love

So that each March I may gleam into leaf,

Nor am I the beauty of a garden bed

Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,

Unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal

And a flower-head not tall, but more startling,

And I want the one’s longevity and the other’s daring.

 

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,

The trees and the flowers have been strewing their cool odors.

I walk among them, but none of them are noticing.

Sometimes I think that when I am sleeping

I must most perfectly resemble them–

Thoughts gone dim.

It is more natural to me, lying down.

Then the sky and I are in open conversation,

And I shall be useful when I lie down finally:

Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.

 

 

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.

Non sono un albero con radici nel suolo

succhiante minerali e amore materno

così da poter brillare di foglie a ogni marzo,

né sono la beltà di un’aiuola

ultradipinta che susciti grida di meraviglia,

senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confronto a me, un albero è immortale

e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:

dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

 

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,

alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso che mentre dormo

forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –

con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me più naturale.

Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,

e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:

finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

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SOCRATES: La grande eredità del “Dottore”.

di REMO GANDOLFI

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“Ormai ci siamo davvero.

E’ più di una sensazione.

Lo si capisce dai discorsi delle persone nei bar, dalle facce degli studenti, dalle rughe un po’ più rilassate dei lavoratori.

Dopo quasi 20 anni di questa cieca, vergognosa e nefasta dittatura militare cominciamo tutti a respirare “democrazia”.

Da quando c’è Figueiredo qualcosa è cambiato.

Le sue concessioni, piccole ma significative alla Democrazia, ci hanno fatto capire che la strada ormai è aperta.

Ora però tutti dobbiamo fare un ultimo sforzo.

Il più grande.

Fare capire a questi signori che hanno riportato il Brasile, il mio adorato Paese, ai livelli di un Paese coloniale, economicamente distrutto e impoverito, che ora TUTTI qua in Brasile vogliamo poter decidere chi deve reggere le sorti del nostro Paese.

Noi, al Corinthians F.C., lo stiamo facendo.

A modo nostro.

Abbiamo iniziato lo scorso anno, l’anno maledetto della “tragedia del Sarria” quando la Nazionale del mio Paese perse in quello stadio una incredibile partita contro la Nazionale Italiana.

Che divenne, al posto nostro, campione del Mondo.

Ma nel 1982 qui al Corinthians abbiamo fatto semplicemente quello che vorremmo accadesse in tutto il Brasile e non solo in una squadra di calcio.

Che tutti quanti, dal primo all’ultimo, contassero allo stesso modo.

Per questo motivo al Corinthians ogni decisione è presa dando la possibilità a tutti di esprimere il proprio parere.

Tutti significa DAVVERO tutti.

Dai magazzinieri agli addetti al campo, dai preparatori, ai massaggiatori fino ai dirigenti.

E ovviamente ai calciatori.

Ogni voto, come nelle democrazie “vere” vale per quello che è; un voto.

Così decidiamo gli orari degli allenamenti e delle trasferte, la formazione o la tattica di gioco, perfino chi dobbiamo cedere o acquistare.

Non abbiamo bisogno di un “capo”, di un allenatore … di un “dittatore”.

Ci siamo responsabilizzati e siamo cresciuti tutti, come uomini prima ancora che come calciatori.

Lo scorso anno, all’esordio di questo Rivoluzionario concetto, abbiamo vinto il Campionato Paulista.

In finale contro il San Paolo, che minacciava di vincere il Paulista per il terzo anno di fila.

E’ stato un anno fantastico.

Per i risultati sul campo, certo, ma anche e soprattutto per quello che abbiamo costruito fuori.

“Ser campeao e’ detalhe”

In pratica … essere campioni è un dettaglio.

Spiegarlo a tifosi caldi o appassionati come quelli brasiliani non è esattamente facile !

Solo due anni fa, durante una stagione tribolata e difficile nel Brasileirao, ci hanno assediati, insultati e intimiditi.

Ci penso spesso.

E’ un peccato che tutta la passione e l’entusiasmo che mettiamo nel calcio non possa essere  incanalata in qualcosa di più utile per l’umanità.

A me il calcio piace.

Ci so giocare anche se sono tutto fuorché un atleta !

Correre poi !

Non è certo il mio forte … diciamo che la penso come il grande Cesar Menotti, il Mister argentino che vinse i mondiali 5 anni fa “Da quando per giocare bene a calcio occorre correre ?” disse.

Sono alto un metro e 92 centimetri.

Non arrivo a pesare 80 kg.

Porto un 38 di scarpe che contrasta enormemente con il mio fisico.

Ma questa è una fortuna.

Calcio con tutte le parti del piede con grande facilità.

Ho anche un tallone, quello destro, deformato.

Un osso sporgente e che non è esattamente dove dovrebbe essere.

E anche questa è una fortuna.

Nel colpo di tacco ho la mia arma migliore.

Posso colpire semplicemente più forte di tutti gli altri.

Sono Laureato in Medicina.

Mio padre mi ha sempre detto di trovarmi un lavoro degno.

Solo lui sa i sacrifici che ha fatto per farmi studiare.

La mia famiglia è di origini umili.

Sappiamo cos’é la povertà e mio padre sa bene cosa è il duro lavoro.

Mi ha insegnato il valore dell’educazione, l’importanza della cultura.

Ero poco più di un bambino, ma ricordo bene nel 1964, quando iniziò la dittatura militare, mio padre che per la paura di essere imprigionato fu costretto a bruciare tutti i libri della sua piccola biblioteca.

Allora, come oggi, qui in Brasile essere colti e di sinistra era e rimane un peccato mortale.

Mio padre non ha mai mollato.

Nonostante vi fossero altri cinque figli da sfamare.

E’ riuscito a farmi andare perfino all’Università e sono diventato dottore.

Quando smetterò di giocare, e non sarà fra molto, è quello che andrò a fare.

E non passerà molto tempo.

Non mi ci vedo a giocare fino a 40 anni girovagando magari per le serie minori.

Ve l’ho detto … non sono un atleta, non amo la preparazione fisica, le ripetute, le sedute in palestra.

Amo molto di più le mie sigarette e la mia birra.

Ah la birra !

L’ho sempre definita “il mio migliore psicologo” !

Ma torniamo a noi.

Domani giocheremo la finale di ritorno del Campionato Paulista.

Ancora contro il San Paolo.

All’andata, 2 giorni fa, ovviamente al Morumbi di San Paolo, abbiamo vinto uno a zero.

Il gol l’ho segnato io ma è un dettaglio.

 

https://youtu.be/r6JAzD5r6lg

 

Abbiamo giocato da squadra, alla nostra maniera però.

Con tanta pazienza, con il nostro ritmo blando che all’inizio quasi infastidiva i nostri tifosi.

Il San Paolo è una grande squadra, ma noi abbiamo qualcosa in più.

Noi siamo un gruppo vero, siamo uniti e coesi.

Insomma … siamo una DEMOCRAZIA.

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Il Corinthians vincerà il suo secondo titolo paulista di fila.

E Socrates sarà ancora protagonista della finale, segnando il gol dei bianchi nell’1 a 1 finale.

Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira è stato uno dei più grandi calciatori brasiliani di tutti i tempi e sicuramente il più grande tra i tanti che hanno vestito la maglia bianca del “Timao”, lo Sport Club Corinthians.

Giocatore atipico in tutto.

Nel fisico, nelle movenze, nel modo di giocare, nel suo approccio al calcio.

L’arte, la filosofia, la politica, la medicina lo hanno sempre attratto di più.

Arrivò in Italia nell’estate del 1984.

Deluso dai risultati delle elezioni municipali di San Paolo disse che “sarebbe stato pronto a lasciare il Brasile”.

E così fece.

Era al tempo l’oggetto del desiderio di ogni grande Club europeo.

Solo un anno prima era stato votato “Miglior calciatore sudamericano”.

Scelse Firenze, non solo la Fiorentina.

“Vado in Italia per poter leggere Antonio Gramsci nella sua lingua originale” fu una delle frasi che gli vennero attribuite all’epoca.

Firenze.

Città d’arte, che amò appassionatamente fin dal primo momento.

I fiorentini che conobbero l’uomo Socrates ne rimasero incantanti,

Dalla sua disponibilità, dalla sua semplicità, dalla sua cultura e dalla sua intelligenza, che quando sono VERE vanno sempre di pari passo con un attributo fondamentale; l’umiltà.

Non fu la stessa cosa per il Socrates calciatore.

I ritmi del campionato italiano, il gioco ancora prettamente difensivo e molto organizzato cozzavano terribilmente con l’anarchia tattica, il calcio cerebrale e quasi “camminato” di Socrates.

Una stagione mediocre per la squadra e per il “Dottore”.

9° posto per i “Viola” e 6 gol in 25 partite per il barbuto regista brasiliano.

A fine stagione il rientro in Brasile, nel Flamengo.

Ed è subito un’altra storia.

Socrates vince con i rossoneri il campionato carioca e ai Mondiali del 1986 sarà ancora lui il capitano della Nazionale brasiliana, ancora una volta bella ma perdente.

Lascerà il calcio un paio di stagioni dopo e la sua curiosità e la sua voglia di vivere lo porteranno a cimentarsi in svariati campi, nell’arte, nella scrittura,  nella musica, anche qualche esperienza come allenatore.

Fonderà una clinica, con buona parte dei soldi guadagnati come calciatore, preposta essenzialmente al recupero di calciatori con problemi fisici e non solo.

Farà l’opinionista a tutto campo per la tv brasiliana.

Onesto, diretto e coraggioso.

Spesso e volentieri controcorrente.

Ma il suo demone personale, quella passione per la birra sulla quale ha sempre scherzato e non ha mai nascosto, inizia a presentargli un conto salato.

Fumare e bere birra.

Lo ha sempre fatto e non ha mai smesso.

I suoi ultimi “colpi di tacco” sono un Cineclub nel centro di Ribeirao nel 2006 da quasi 1000 posti.

“Solo che qui non c’è una biglietteria. Non tutti hanno 60 Real per poter assistere ad un film. Per cui questo è uno spazio aperto a tutti, chi vuole al massimo lascia un’offerta.” racconterà il “Dottore” in merito a questa iniziativa.

L’ultimo figlio, nato nel 2007 dalla terza moglie del “Magrao”, si chiama Fidel, in onore del leader Cubano, figura di riferimento e sempre ammirata dal “Dottore”

Ci scherzava sopra con l’anziana madre che lo rimproverava di aver assegnato un nome di battesimo un po’ troppo pesante da portare al piccolo.

“Mamma, pensa a quello che voi avete dato a me !” 

Una banalissima intossicazione alimentare se lo porterà via, a soli 57 anni, il 4 dicembre del 2011.

Il fisico minato dagli eccessi di decenni, un fegato ormai in cirrosi.

Ma andrà tutto esattamente come aveva sognato e desiderato lo stesso Socrates nel lontano 1983.

“Voglio morire di domenica e nel giorno in cui il Corinthians tornerà ad essere campione”.

Andrà esattamente così.

Come nelle favole, nei fumetti o nei sogni.

E il saluto a Socrates dei giocatori del Corinthians rimane una delle pagine più toccanti dell’intera storia di questo sport.

Alla fine ci rimane una unica grande consapevolezza; che Socrates, dottore e calciatore, opinionista e filosofo, bevitore e fumatore, politico e rivoluzionario era soprattutto, un meraviglioso essere umano.

JOSE’ MANUEL “El Charro” MORENO: Nessuno mai più come lui.

di REMO GANDOLFI

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“Sento spesso discutere i miei nipoti di calcio. Anzi, ad essere sinceri non parlano d’altro ! D’altronde se sei nato in Argentina il calcio è parte integrante della tua vita.

Andare a scuola, lavorare, sposarsi, fare figli, giocare a calcio e andarlo a vedere allo stadio.

Tra un asado e l’altro …

Li sento parlare di Messi, di Cristiano Ronaldo, di Neymar, di Mbappè, di Salah …

I miei occhi non sono più buoni come una volta ma li ho visti giocare, anche se solo in tv.

Bravi certo, alcuni di loro molto bravi.

E’ la stessa cosa di trent’anni fa con Maradona, con Zico, Kempes e Platini.

O di prima ancora con Di Stefano, Pelè, Cruyff, Rivera e Beckenbauer.

Me li ricordo bene tutti quanti.

La memoria ce l’ho ancora buona.

Qualcuno di loro l’ho visto giocare anche dal vivo,

Ma vi garantisco che nessuno di loro era forte come lui.

Mio padre faceva il ferroviere e un lavoro sicuro voleva dire qualche soldino in più in tasca.

E così mi portava con se, tutte le settimane, a vedere il River.

Ricordo ancora la prima partita.

Avevo 7 anni quando mio padre mi portò nel nostro nuovissimo, meraviglioso Monumental.

Era stato inaugurato pochi mesi prima, a maggio, in una partita amichevole contro gli uruguaiani del Penarol.

L’epoca d’oro del club era appena iniziata ma in quell’anno c’era una squadra più forte del River.

Erano i rossi di Avellaneda, l’Independiente, che al centro dell’attacco avevano quel fenomeno di Arsenio Erico. https://wp.me/p90x3d-hH

Il mio esordio da tifoso al Monumental fu per una partita contro il Talleres de Remedios de Escalada.

Erano la “cenerentola” del campionato.

Mio padre aveva scelto apposta quella partita.

Sapeva che il River avrebbe vinto facile.

Voleva che mi innamorassi anch’io come lui della “Banda” e non c’è niente di meglio per un bambino di vedere la propria squadra vincere !

Mi disse anche di non guardare troppo il nostro centrattacco, Luis Rongo.

“Vedi Nestor, lui è quello che fa i gol, ma solo perché attorno ha dei giocatori fantastici che gli servono palloni che lui quasi sempre deve solo spingere dentro. Quello che devi osservare con attenzione gioca a centrocampo, ha i baffi ed ha tutto quello che serve per giocare a calcio. Si chiama JUAN MANUEL MORENO”.

Non era difficile notarlo.

A parte che era alto e forte fisicamente.

Ma era facilissimo da seguire perché dove c’era la palla c’era sempre anche lui.

Andava a prenderla dai difensori, la portava in avanti a volte scambiandola con i compagni a volte facendo anche 30 metri palla al piede.

Poi arrivava nei pressi dell’area. Attirava su di se l’attenzione di due o tre avversari.

A quel punto poteva fare due cose: una era passarla ad un compagno in posizione migliore e mandarlo in gol. L’altra era saltare come birilli quegli avversari e poi andare lui stesso a concludere.

E quando il pallone ce l’aveva lui avevi sempre quella sensazione che stava per succedere qualcosa di importante. “Quella sensazione che solo i geni del calcio sanno regalarti” diceva sempre mio padre.

Mio padre aveva ragione.

Andai centinaia di volte a vedere il River di Moreno, quello che poi diventò “La Maquina”.

Nel quintetto d’attacco con lui c’erano Munoz, Pedernera, Labruna e Lostau.

Sono diventati un mito e sono felice che se ne parli ancora oggi.

Chissà se sarà così anche per Messi, Ronaldo, Neymar ecc. fra 70 anni …

La Maquina.

E pensare che tutti e 5 insieme in campo contemporaneamente non sono arrivati a giocare 20 partite !

Ma si sa com’è … le leggende quando nascono poi rimangono per sempre.

Moreno era una leggenda già allora.

Dentro e fuori dal campo.

Mio padre mi raccontava che quando lui e la mamma un paio di volte all’anno riuscivano a risparmiare i pesos per andare all’ESQUINA HOMERO MANZI a ballare il tango trovavano immancabilmente Moreno, lanciato nella danza e circondato sempre da bellissime donne.

Moreno amava la vita notturna, il tango, le donne e l’alcol.

Ma poi in campo era sempre il migliore di tutti e nessuno aveva il coraggio di rimproverargli nulla.

Ormai ho smesso di provare a convincere i miei nipoti.

Non ce l’avevo fatta con mio figlio figuratevi con questi ragazzini che vedono partite di calcio tutti i giorni e che conoscono a memoria le formazioni di tutte le più grandi squadre del mondo.

… Ma che non ci provino a tentare di convincere me !

Lo penso da quando avevo 7 anni … JOSE’ MANUEL MORENO è stato il più grande calciatore di sempre.

 

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Josè Manuel Moreno nasce a Buenos Aires il 3 agosto del 1916.

Il padre fa il  poliziotto e lui è unico figlio maschio della famiglia.

Il piccolo Manuel inizia a giocare a calcio nel suo quartiere, la Boca, diventando, come la più naturale delle progressioni, un fanatico hincha del Boca Juniors.

Il Boca, nonostante la fama delle doti del ragazzino sia conosciutissima, non lo ritiene all’altezza.

Dopo un provino, viene scartato.

Josè Manuel lo prende come un autentico affronto.

Giurerà vendetta al “suo” club.

La maniera migliore per farlo è giocare per gli acerrimi rivali del River Plate.

Già a 18 anni fa parte della rosa della prima squadra e nel 1936, a soli vent’anni, è già un titolare inamovibile. Proprio in quell’anno inizierà il periodo d’oro del River.

A fargli da chioccia nella prime due stagioni c’è il celebre Renato Cesarini (si, proprio quello dei “gol in zona Cesarini) che, da poco rientrato dai 6 anni nella Juventus, chiuderà proprio nel River la sua carriera di calciatore.

Moreno gioca a centrocampo, inizialmente come interno sinistro e poi spostandosi sul centro destra. E’ un giocatore unico per caratteristiche tecniche e fisiche.

Ha grandi doti tecniche ma è al contempo robusto e slanciato.

Segna con entrambi i piedi, segna da fuori area e in acrobazia.

Ed è fortissimo nel gioco aereo.

In più, è un lottatore indomito, cosa raramente associata a giocatori di grande tecnica e fantasia.

Al River rimane fino al 1944 vincendo trofei in serie e diventando il giocatore più celebre della celeberrima “Maquina” del River, il quintetto d’attacco composto da Munoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Lostau.

Insorgono però dei problemi contrattuali e Moreno, non sentendosi valutato come merita, emigra in Messico.

Gioca due stagioni ad altissimo livello e quando torna al River nel 1946, insieme al soprannome “El Charro” che si porterà dietro per il resto della carriera, porta in dote un altro titolo di campione conquistato con il Real Club Espana.

Al suo ritorno al River i tifosi dei Millionarios impazziscono letteralmente.

La sua prima partita con la “banda” è contro il Ferro.

Nello stadio “Arquitecto Ricardo Etcheverri” entrano in 45.000, ben 10.000 in più della capienza dello stadio e altrettanti rimangono fuori dai cancelli.

Tutti per festeggiare il ritorno di Moreno che non deluderà le attese segnando tre dei 5 gol che il River realizzerà quel giorno.

Al suo fianco sono rimasti Labruna e Lostau mentre il posto di ala destra è stato preso da Reyes e come centravanti gioca un ragazzino, con una grande tecnica e velocissimo: si chiama Alfredo Di Stefano.

Dopo aver aiutato a mettere altri titoli in bacheca Moreno emigra ancora.

Stavolta in Cile, nell’Universidad Catolica.

Un buon team che Moreno trasforma nel più forte team del Cile, vincendo immediatamente il campionato, il primo nella storia de “Los Cruzados”.

In Cile Moreno è venerato.

Guadagna come mai aveva guadagnato in Argentina ma accade qualcosa che lo convince a tornare in Argentina.

C’è un’offerta importante, ma stavolta non è il River Plate.

E’ la squadra che amava da bambino e che lo scartò facendogli versare lacrime inconsolabili.

Il Boca Juniors vuole Moreno.

Il Club della Bombonera viene da anni difficili, con risultati scarsi, ben al di sotto delle attese della sua meravigliosa “hinchada”.

Con Moreno il Boca si trasforma.

Sfiora il titolo, arrivando al secondo posto.

Lontano dal fortissimo Racing Club di Guillermo Stabile ma due posti meglio del River Plate …

Dopo il ritorno in Cile nella stagione successiva ci sarà una stagione in Uruguay, un breve ritorno in patria con il Ferro Carril Oeste per poi iniziare la lunga avventura nel calcio colombiano con l’Independiente di Medellin, prima da giocatore e poi da tecnico.

Anche qui in Colombia ci saranno due trionfi in Campionato nel 1955 e nel 1957.

Giocherà la sua ultima partita nel 1961, a quasi 45 anni.

Moreno è il tecnico del Medellin che sta giocando un’amichevole contro il Boca Juniors.

Il Boca sta vincendo per due reti ad una e per i colombiani sembra impossibile ribaltare il match.

Ad un certo punto Moreno, che sta assistendo vestito in borghese dalla panchina, si fa consegnare maglietta, pantaloncini, calzettoni e si infila gli scarpini.

Scende in campo, segna due reti e l’Independiente vince la partita per 5 a 2.

Cinque minuti prima della fine del match Moreno si ferma, alza le braccia per salutare il pubblico ed esce dal terreno di gioco.

Sarà la sua ultima partita.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Josè Manuel Moreno, nome praticamente sconosciuto in Europa, è  considerato uno dei più grandi calciatori sudamericani di tutti i tempi.

La prestigiosa FEDERAZIONE INTERNAZIONALE DI STORIA E STATISTICA DEL CALCIO lo ha inserito al 5° posto tra i calciatori sudamericani del 20mo secolo. Davanti a lui solo Pelè, Di Stefano, Maradona e Garrincha.

 

L’altrettanto famosa rivista inglese “4-4-2” nella classifica dei 100 migliori calciatori di tutti i tempi colloca Moreno al 31mo posto … davanti, per intenderci, a gente come Stanley Matthews, Gianni Rivera, Rivelino, Roberto Baggio, Alberto Schiaffino e ai suoi connazionali Omar Sivori, Daniel Passarella, Adolfo Pedernera e Mario Kempes.

 

Non aver mai potuto disputare un Mondiale con la maglia dell’Argentina è stato sicuramente un altro importante deterrente per la sua fama da questa parte dell’oceano.

Anche se con i biancocelesti vinse due Copa America (1941 e 1947) segnando 19 reti in 34 partite.

 

Il suo amore per il ballo e le belle donne lo mise spesso nei guai. Durante la sua permanenza in Messico ebbe una accesa discussione con un altro avventore del night club dove Moreno e alcuni suoi compagni di squadra stavano trascorrendo la serata. Pare che il diverbio si fosse scatenato proprio per colpa della vedette dello spettacolo, ambita da entrambi.

Moreno viene invitato dal rivale a risolvere la questione da uomini, fuori dal locale e lontano da occhi indiscreti. Moreno ovviamente accetta ma mentre sta uscendo dal locale un suo compagno di squadra gli si avvicina “Charro, quello è Kid Azteca, un pugile professionista” lo avverte preoccupato.

“E allora ? Siamo sempre uno contro uno” è la risposta di Moreno.

Dopo qualche minuto Moreno rientra nel locale, con qualche segno ma comunque sulle sue gambe.

“Allora Charro, come è andata ?” gli chiedono i compagni di squadra.

“Se ci fosse stato un arbitro avrebbe dichiarato un pareggio” fu la tranquilla risposta di Moreno.

 

Il coraggio non è mai mancato a Moreno. Nel 1947 durante una partita contro l’Estudiantes decine di tifosi dei “Pinchas” avevano invaso il campo puntando ad arrivare all’arbitro dell’incontro colpevole secondo loro di essere stato decisivo nella ormai certa sconfitta dei propri beniamini. Moreno fece scudo personalmente all’arbitro dissuadendo gli inviperiti tifosi locali dal farsi giustizia contro la giacchetta nera.

 

Sempre in quell’anno durante una partita contro il Tigre un sasso lanciato dagli spalti lo colpì in piena fronte provocandogli una brutta ferita. Moreno si fece dare una spugna con la quale si ripuliva dal sangue che sgorgava dalla sua fronte terminando senza problemi la partita.

Quando a fine partita i compagni gli chiesero del perché avesse per forza voluto continuare il match in quelle condizioni la risposta fu molto chiara “Per dare la soddisfazione a questi idioti di aver fatto fuori Moreno ? No ragazzi. Quando mi toccherà farmi soccorrere su un campo di calcio è perché non sarò in grado di uscire con le mie gambe !”.

 

“Mi rimproverano le mie tante notti a ballare il tango. Ma avete idea che fantastico allenamento è il tango per un calciatore ? Ritmo, equilibrio, rapidità nei movimenti e coordinazione. Il TANGO è perfetto per il calcio !” questa era la frase ricorrente del “Charro” a chi gli rimproverava le sue “noches milongueras”.

 

Quando il giovanissimo Pelé fece con il Santos la sua prima tournèe in Argentina chiese solo una cosa ai suoi dirigenti: “Voglio conoscere Moreno”. Saputa la notizia un orgogliosissimo Moreno rispose “Dite pure a quel bravo pibe che lo aspetto qui con un asado pronto”.

All’epoca Moreno viveva già a Merlo e per problemi organizzativi non fu mai possibile organizzare l’incontro tanto desiderato da “O’Rey”.

 

Infine, una confessione. Sempre con la massima onestà e senza peli sulla lingua in un Paese dove la fede calcistica è sacra. “Per gli strani casi della vita ho trionfato dalla parte opposta in quella che avrei voluto. Ma io sono e sempre sarò un “bostero”(tifoso del Boca)

 

Le statistiche ci hanno detto che nel Ventesimo secolo “El Charro Moreno” è stato il 5° miglior calciatore del Sudamerica.

Però ai pochi “vecchi” rimasti che potete incontrare nei bar o nei circoli di Buenos Aires non importano le classifiche, i numeri, o i Mondiali non giocati.

Perché chiunque vide giocare Josè Manuel Moreno giura e spergiura che MAI più nessuno, su un campo di calcio, fu migliore di lui.

 

https://youtu.be/VEpxxQ4KPlc

 

 

 

 

STIG TOFTING: Il dolore e la rabbia.

di REMO GANDOLFI

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E’ il 30 luglio 1983. Siamo ad Horning, una cittadina ad un tiro di schioppo da Aarhus, la seconda città più grande della Danimarca.

Il giorno dopo ad Aarhus si giocherà la finale del più importante torneo di calcio giovanile del paese.

Ad assistere all’incontro e a premiare i ragazzi a fine partita sarà nientemeno che Sepp Piontek, il selezionatore della nazionale danese che sta portando i biancorossi danesi a livelli di preminenza nel calcio mondiale grazie anche a calciatori del valore di Michael Laudrup, Alan Simonsen, Soeren Lerby, Morten Olsen, Frank Arnesen e Preben Larsen Elkjaer.

E’ terminato l’ultimo allenamento degli allievi dell’ASA Aarhus, squadra locale che l’indomani sarà una delle finaliste del torneo.

Il “Mister” annuncia l’undici titolare per l’indomani.

Tra i prescelti c’è anche lui, Stig Tofting.

Il tredicenne, ebbro di gioia, inforca la sua bici e percorre a tutta velocità la manciata di chilometri che separano il campo di allenamento dalla sua abitazione.

Non vede l’ora di dare la notizia ai genitori, ai nonni e agli amici del quartiere.

Quando arriva a casa però c’è qualcosa di strano.

Non c’è la classica scena del sabato pomeriggio alla quale Stig era abituato.

La madre non è affacciata alla finestra a salutarlo e il padre non è in giardino a giocare con Lucky, il loro adorato Golden retriever.

C’è solo un grande e insolito silenzio.

Poi dal piano rialzato della casa dei Tofting arriva un debole guaito di Lucky.

“Non sarà mica ferito ?” è il primo, preoccupato pensiero di Stig.

Corre su per le scale ma quando apre la porta la scena che si trova davanti è devastante, quasi irreale.

Lucky gli corre incontro.

Lucky è però l’unica presenza ancora in vita oltre a lui in quella stanza.

Il corpo del padre è a terra, a coprire il proprio sangue.

Con il suo fucile da caccia a pochi centimetri.

Qualche metro più in là c’è anche il corpo della madre, anche lei senza vita.

“Ero sicuro, assolutamente sicuro, che fosse solo un brutto sogno” dirà Stig diversi anni dopo in una delle pochissime occasioni in cui accetterà di parlare di quello che accadde quel giorno d’estate.

Quando capisce che invece è tutto tragicamente reale, Stig esce di casa e corre dai nonni.

Nel marasma delle ore seguenti ad una tragedia così efferata quanto inspiegabile il piccolo Stig dirà solo una cosa: “io domani quella finale la gioco”.

E così sarà.

Non solo.

Stig e i suoi compagni alzeranno al cielo il prestigioso trofeo e lui stesso riceverà dalle mani di Sepp Piontek il premio quale miglior calciatore del torneo.

Una gioia immensa.

… Meno di 24 ore dopo la tragedia che cambierà per sempre la sua vita …

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Stig Tofting troverà proprio nel calcio la forza di andare avanti, provando, per quanto possibile, a rimuovere dalla memoria quel maledetto giorno d’estate.

Nel calcio troverà il modo di canalizzare gran parte della rabbia che ha dentro e con cui dovrà fare i conti per il resto della vita.

Non sempre ci riuscirà.

Fuori dal rettangolo verde gli riesce spesso difficile elaborare quel lutto e controllare la sua comprensibile frustrazione.

Ci saranno amicizie sbagliate, ci saranno risse, scazzottate, atti vandalici e persino anche qualche piccolo furto a fare da “contorno” alla sua adolescenza.

Nel frattempo però la grande cultura e il rispetto proprie della natura del popolo danese aiutano in qualche modo Stig a voltare pagina.

L’omicidio-suicidio dei genitori di Stig viene mantenuto nello stretto riserbo dell’ambito locale.

Niente mass media e tv nazionali a gettare fango e sentenze su una tragedia famigliare.

La volontà da parte di tutti i suoi concittadini è quella di aiutare il giovane Stig ad andare avanti e a vivere appieno la sua vita dove il calcio sta diventando sempre più importante.

Nel frattempo Stig è diventato infatti titolare del “AGF” (Aarhus Gymnastikforening) e le sue prestazioni hanno iniziato ad attirare l’attenzione di diversi club europei, tedeschi in particolare.

Sarà proprio uno di loro, l’Amburgo, a spuntarla.

Dopo un promettente inizio però Stig Tofting vedrà il suo spazio in prima squadra ridursi drasticamente.

Tornerà in prestito in Danimarca più di una volta.

La svolta per la sua carriera arriverà con il trasferimento al MSV Duisburg nel 1997.

Titolare inamovibile con “le zebre” della North Rhine-Westphalia, le sue eccellenti prestazioni nel cuore del centrocampo attireranno finalmente le attenzioni della Nazionale del suo Paese.

Entrerà a far parte stabilmente della rosa e già nel Mondiale di Francia del 1998 collezionerà due presenze.

La sua rabbia però non si è placata.

L’anno successivo un diverbio con un altro avventore di un locale di Aarhus finisce in rissa.

Venti giorni con la condizionale e prima “macchia” (e non sarà l’ultima) sulla sua fedina penale.

La carriera però non conosce soste. E’ sempre più spedita e ricca di soddisfazioni.

Nel 2000 tornerà all’Amburgo per riprendersi un posto in prima squadra mentre in Nazionale giocherà da titolare gli Europei di Belgio e Olanda di quell’estate formando con il “gemello” Thomas Gravesen una efficace quanto temibile coppia di centrocampisti centrali.

Due anni dopo, quando Stig ha ormai 33 anni, arriva il coronamento di una carriera: il Mondiale in Corea e Giappone dove sarà uno dei principali protagonisti della sua Danimarca e non solo.

Pressa come un ossesso, affonda i tackles rubando palloni su palloni dai piedi degli avversari distribuendoli poi con intelligenza e senso geometrico.

Non a caso lo chiamano fin da ragazzo “il tagliaerba” visto che “ama sradicare tutto quello che passa dalle sue parti e dove affonda i suoi tackles non ricresce più l’erba” come amava ripetere il mister danese Richard Moller Nielsen, che per primo convocò Stig in Nazionale.

Nel primo turno la Danimarca impressiona.

Vince con Uruguay e Francia e pareggia con il Senegal.

Negli ottavi ai danesi tocca l’Inghilterra ma quel giorno si “spegne” la luce e i biancorossi di Morten Olsen, sconfitti nettamente per 3 reti a 0, devono abbandonare la competizione.

Al ritorno in patria e in una serata di festeggiamenti per il comunque più che dignitoso mondiale, al Cafè Ketchup di Copenhagen, Tofting perde ancora una volta il controllo.

Una diatriba con il titolare del locale finisce con una testata di Tofting in pieno volto al malcapitato gestore, reo, pare, di aver chiesto a “Toffe” e compagni di abbassare un pochino i toni dei loro festeggiamenti.

Stavolta però la legge non sarà più così tenera.

Tofting viene condannato a quattro mesi di reclusione che sconterà regolarmente e senza sconti tra l’aprile e il luglio del 2003.

Anche la carriera calcistica è ormai al crepuscolo.

Il Bolton, che lo aveva prelevato l’anno prima qualche mese prima dei Mondiali, pone termine al suo contratto.

Di fatto si chiude la carriera di Tofting ai vertici del calcio anche se in Cina e soprattutto nella sua Danimarca riuscirà ancora a togliersi qualche soddisfazione, come conquistare la promozione nella massima serie danese con il Randers e nello stesso anno vincere la Coppa di Danimarca.

Qualcuno pensa che nel frattempo si sia dato una calmata ?

Proprio per niente !

Nel luglio del 2004 altro diverbio, stavolta nel traffico cittadino con un altro guidatore colpevole di aver salutato con il dito medio una manovra di Tofting, mentre pochi mesi dopo il suo AGF, dove era tornato dopo l’esperienza in Cina, lo licenzia dopo che alla festa di Natale della squadra pare che Stig tra testate e pugni abbia steso un paio di compagni di squadra.

Dopo qualche breve esperienza come allenatore e preparatore atletico ora Stig “Toffe” Tofting è un pacato, misurato e competente commentatore calcistico su uno dei canali della tv danese.

Chissà, forse buona parte di quella rabbia e di quel dolore se ne sono andate.

Per molti è solo un mezzo teppista, violento e sconsiderato.

Per altri una vittima che semplicemente non ha mai superato quel terribili giorni vissuto da ragazzo.

Non ci interessa giudicarlo. Ci piace pensare che la sua storia vada semplicemente raccontata perché è comunque una storia di coraggio e di resilienza.

Una cosa però non va dimenticata: Tofting, il “tagliaerba”, è stato un eccellente giocatore di calcio … anche se porterà per sempre con sé i suoi angosciosi ricordi e se continuerà, ogni tanto, a prendere a pugni e testate il mondo intero.

ANEDDOTTI E CURIOSITA’

Purtroppo, anche in un paese civile e dal grande senso etico come la Danimarca ci sono eccezioni. Una di queste è il Direttore del giornale scandalistico “Se eg Hoer” che decide di raccontare al paese intero il dramma vissuto da “Toffe” 17 anni prima.

Stig non solo era riuscito a tenere nascosta ai media questa storia ma soprattutto non ne aveva ancora mai parlato ai propri figli, che scopriranno da un insulso giornale quanto accaduto ai loro nonni.

La reazione non è però quella che si attendono gli azionisti e il direttore del giornale: non ci sono migliaia e migliaia di copie vendute ma c’è una nazione intera è compatta nel condannare un gesto così vile e meschino e per di più pochi giorni prima del momento più importante della carriera di Tofting.

C’è un intero paese che prende le difese di uno dei suoi ragazzi meno fortunati.

Saranno parecchie le “teste” a saltare nella sede di “Se eg Hoer”, prima fra tutte quella del Direttore del giornale Peter Salskov.

 

I Mondiali di calcio del 2002 sono stati come detto il coronamento della carriera di Tofting … che però ha davvero rischiato di non giocarli neppure !

Passato al Bolton del febbraio del 2002 il mese successivo, alla sua quarta partita con il Club, Tofting è vittima di un serio infortunio.

Riesce a rientrare solo all’ultima di campionato, dimostrando però al selezionatore danese Morten Olsen di aver recuperato appieno e di essere quindi pronto a rientrare in Nazionale.

 

Sempre poco prima dell’inizio dei Mondiali del 2002 Tofting, insieme al “compagno di merende” Thomas Gravesen decide di sottoporre il compagno di squadra Jesper Gronkjaer ad uno dei più classici scherzi da spogliatoio.

Uno dei due tiene fermo l’attaccante allora in forza al Chelsea, mentre l’altro prima lo spruzza con acqua gelata e poi gli infila cubetti di ghiaccio dappertutto, pantaloncini compresi.

Gronkjaer non è particolarmente lieto di sottoporsi a questo trattamento e prende a male parole Tofting. Il quale, come facile immaginare, reagisce immediatamente.

Volano calci e pugni ma quando Tofting inizia a stringere il collo del compagno di squadra intervengono per fortuna i compagni a dividerli. Il problema è che nella colluttazione Gronkjaer rimediò una ferita all’occhio che rischiò di compromettere il suo esordio contro l’Uruguay di quel Mondiale. (VEDI FOTO INIZIALE)

Come se il destino non avesse preso abbastanza di mira Stig Tofting nel 2003 si vede portare via dalla meningite il terzo figlio, nato solo tre settimane prima.

“No regrets” si intitola la sua autobiografia.

Titolo perfetto per raccontare la storia di un uomo che di errori ne ha fatti tanti e che probabilmente continuerà a farne.

Ma che comunque sia il bilancio tra quello che ha dato e quello che la vita gli ha tolto, non ha alcuno rimpianto.

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Dicevamo che Stig Tofting è un apprezzato commentatore di un canale sportivo danese.

Pacato, equilibrato e competente.

Beh ecco … non sempre esattamente un “signore” però …

https://youtu.be/wnv-5yOfBgc

 

 

 

 

 

PIERLUIGI “Tyson” CASIRAGHI: Un vero guerriero non si arrende mai.

di REMO GANDOLFI

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E’ l’8 novembre 1998.

Ad Upton Park va in scena uno dei derby più sentiti di Londra.

Il West Ham dei giovanissimi e promettenti Frank Lampard e Rio Ferdinand ospita il Chelsea di Gianluca Vialli, squadra che grazie all’innesto di grandi giocatori come Gianfranco Zola, Roberto Di Matteo, Marcel Desailly è tornato ai vertici del calcio inglese ed europeo, avendo trionfato nella Coppa delle Coppe della stagione precedente.

Il West Ham ha avuto un buonissimo avvio di stagione ed è reduce da un brillante successo esterno a Newcastle. Protagonista il “vecchio” Ian Wright che anche se al crepuscolo di una grande carriera sa ancora “trovare” con facilità la porta avversaria. Il Chelsea, dopo un faticoso inizio di stagione si sta pian piano ritrovando e sta rapidamente scalando i vertici della classifica.

L’avvio è di marca “claret & blue”.

E’ una punizione (per’altro non certo irresistibile) di Neil Ruddock a portare in avanti i padroni di casa.

Il Chelsea reagisce con veemenza.

Dopo 24 minuti di partita è Gianfranco Zola a ricevere palla sulla trequarti di destra della difesa degli Hammers.

Dà un’occhiata in mezzo e vede Pierluigi Casiraghi dettare il cross sul primo palo.

La palla di Zola è perfetta.

A giro alle spalle della difesa.

Sul pallone si avventa come una furia il neo acquisto dei Blues, arrivato dalla Lazio in estate, ma prima che possa intervenire con un tocco che sarebbe quasi sicuramente a botta sicura il giovane Ferdinand, con un pregevole intervento in acrobazia, anticipa di una frazione di secondo Casiraghi.

Casiraghi è però già lanciato in spaccata.

Il portiere Hislop (193 centimetri per quasi 90 chilogrammi di peso) si è lanciato anche lui in tuffo sulla palla ma anche lui è anticipato dal suo compagno di squadra per pochissimo.

Lo scontro fra i due è inevitabile.

Nel momento in cui Casiraghi appoggia il piede destro a terra Hislop gli frana addosso con tutto il suo peso.

Casiraghi rimane a terra, immobile.

Riesce solo ad urlare il suo dolore e ad alzare il braccio destro per chiedere aiuto.

Casiraghi lascerà il campo in barella.

In un campo di calcio, con un numero sulle spalle e una divisa da calciatore, Pierluigi Casiraghi non ci metterà mai più piede.

Ha solo 29 anni.

Il suo infortunio è uno dei più tremendi visti su un campo di calcio.

Nel ginocchio di “Tyson” Casiraghi non si è salvato nulla.

Crociato anteriore e posteriore, collaterale e menischi.

Come se non bastasse c’è una lesione irrecuperabile al nervo “sciatico popliteo esterno” che in pratica è quello che serve a coordinare i movimenti della parte inferiore della gamba e del piede.

Pierluigi Casiraghi non molla.

Il suo coraggio in campo è proverbiale e lo è altrettanto quello fuori dal campo.

Mesi e mesi di rieducazione, di operazioni, di tentativi e di speranze.

Non c’è nulla da fare.

Nell’agosto del 2000, a soli 31 anni Gigi appende i fatidici scarpini al chiodo.

Troppo presto.

Casiraghi aveva ancora tantissimo da dare e avrebbe sicuramente vinto anche la sua “scommessa” inglese e magari recuperato il “suo” posto nella Nazionale di Dino Zoff.

Non è stato possibile.

“Si vede che doveva andare così” afferma praticamente in ogni intervista Gigi con tanta serenità e un pizzico di fatalismo.

Casiraghi nel calcio è rimasto, come allenatore (tra l’altro di una grandissima e non fortunata Under-21), collaborando spesso con l’amico Gianfranco Zola fino ad aprile del 2017 nel Birmingham, nella Championship inglese.

Arriveranno prestissimo altre opportunità perché di uno dell’esperienza e dell’intelligenza di Pierluigi Casiraghi il calcio italiano ne ha davvero tanto, ma tanto bisogno.

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“Se a calcio si giocasse da fermi probabilmente non potrebbe neppure giocare in Serie C. Ma il calcio è un gioco di movimento e a quel punto diventa uno dei più forti attaccanti in circolazione”.

Queste la parole utilizzate da Arrigo Sacchi per definire Pierluigi Casiraghi.

Riassumono in maniera eccellente le caratteristiche di questo attaccante che nella sua carriera ha diviso come pochi l’opinione di tifosi e addetti ai lavori, tra chi non lo amava troppo per una tecnica non esattamente eccelsa e chi invece stravedeva per lui per le doti fisiche, morali e caratteriali.

Fin dagli esordi nel Monza, dove forma con Maurizio Ganz una devastante coppia d’attacco, “Gigi” Casiraghi si fa subito notare per quelle caratteristiche che lo accompagneranno per tutta la carriera.

Una grande dinamicità, una grinta ed una determinazione fuori dal comune e soprattutto una “fisicità” esplosiva che lo rendono un cliente davvero tosto anche per i difensori centrali più ruvidi e aggressivi.

La sua dote tecnica migliore à la straordinaria capacità in acrobazia.

Rovesciate, sforbiciate, colpi di testa in tuffo e soprattutto una elevazione impressionante.

Casiraghi sembra un calciatore uscito dagli anni ’70.

Un Boninsegna, un Pulici, un Prati o un Riva (che dirà di Casiraghi “è il calciatore moderno che mi assomiglia di più”).

Insomma, uno di quegli “animali” da area di rigore sempre pronti a mettere la testa dove gli altri hanno timore a mettere il piede.

In realtà Pierluigi un idolo ce l’ha.

Lui, da sempre tifoso milanista, cresce nel mito di Mark “Attila” Hateley, che anche se per poche stagioni al Milan fece innamorare il popolo rossonero proprio per le caratteristiche che Casiraghi pare avere ereditato in pieno.

I grandi Club del nostro campionato si accorgono molto rapidamente del grande valore di questo attaccante. Proprio il Milan e la Juventus se lo contendono a suon di miliardi.

Saranno i bianconeri a spuntarla.

Decisiva pare sia stata una partita di Coppa Italia, proprio tra il Monza e la Juventus.

Casiraghi viene marcato a uomo dal gigantesco stopper juventino Sergio Brio, non esattamente un lord. Brio picchia ma il “ragazzino” risponde colpo su colpo, usando spalle, gomiti e quel fisico robusto e agile.

A fine partita Brio si avvicina a Boniperti. “Presidente quel Casiraghi è un gladiatore. Una forza della natura. Uno così ci farebbe comodo”.

Boniperti si fida del suo roccioso difensore, vince la concorrenza del Milan (che “ripiegherà” su Marco Simone) e firma per i bianconeri.

Alla Juventus rimarrà per 4 stagioni, tra alti e bassi, con qualche grande soddisfazione (il trionfo nella prima stagione in Coppa Uefa e Coppa Italia) e con qualche delusione (l’impiego limitatissimo nell’ultima stagione, chiuso da giocatori del valore di Vialli, Roberto Baggio, Ravanelli e il tedesco Moller).

A questo punto la decisione, sofferta ma azzeccata, di lasciare i bianconeri per approdare alla Lazio dove Gigi ritrova il suo mentore Dino Zoff.

Nel frattempo però Gigi Casiraghi è entrato stabilmente nella rosa della Nazionale Italiana dove trova in Arrigo Sacchi un grandissimo estimatore.

Farà parte della spedizione azzurra ai mondiali del 1994 negli Stati Uniti e agli Europei del 1996 sarà l’indiscusso titolare al centro dell’attacco a fianco di Gianfranco Zola (con il quale cementerà un profondo rapporto di amicizia e collaborazione professionale).

Proprio in quegli Europei Casiraghi giocherà probabilmente la partita della vita, siglando la decisiva doppietta nella partita d’esordio contro la Russia … salvo poi ritrovarsi in panchina nella partita contro la Repubblica Ceca che ci costò in pratica la qualificazione al turno successivo !

Nella sua prima stagione alla Lazio Casiraghi forma con Beppe  Signori una coppia d’attacco eccellente. Non devono trarre in inganno i pochi gol (4) segnati dal bomber brianzolo in quella stagione.

Casiraghi lotta come un leone, apre spazi, fa da sponda di piede e di testa per il compagno di reparto che grazie al lavoro certosino di Gigi riesce sempre più spesso a trovare la possibilità di “liberare” il suo micidiale sinistro.

Il pubblico laziale è tutt’altro che sprovveduto.

Non misura il valore di Casiraghi con i gol, ma con il sudore e il coraggio che “Tyson” (questo il soprannome che gli verrà affibbiato) mette in ogni singola partita per tutti i 90 e rotti minuti del match.

A novembre di quell’anno però tutto sembra cambiare, ovviamente in peggio per Casiraghi.

La Lazio acquista un altro attaccante … e che attaccante !

Si chiama Alen Boksic.

Il Croato arriva fresco del titolo di Campione d’Europa conquistato con l’Olympique Marsiglia e per Casiraghi torna l’incubo dell’ultima stagione juventina: con un concorrente di questo livello il rischio di tornare a sedersi in panchina è quasi scontato.

Zoff predilige quasi sempre la coppia Boksic–Signori e per Casiraghi ci sono quasi sempre solo apparizioni a partita in corso.

La stagione successiva vede l’arrivo del boemo Zdenek Zeman sulla panchina laziale.

Casiraghi sta divinamente a Roma, i tifosi lo amano e lui vorrebbe solo ricambiare questo affetto con le prestazioni che in cuor suo sa di essere in grado di dare.

Ma i dubbi sono tanti.

E se Zeman facesse come Zoff ?

Non sarà così.

Zeman non può prescindere dal giocare con tre attaccanti e il fatto di trovarsi con ben tre giocatori di questo livello è per il boemo un’occasione imperdibile.

Casiraghi, che sostanzialmente dovrebbe fare il lavoro “sporco” per due bomber riconosciuti come Signori e Boksic in realtà diventerà letale come non mai segnando 12 reti nella sua seconda stagione (la prima con Zeman) e addirittura 14 in quella successiva.

“Non ho mai fatto tanta fatica in allenamento ne prima ne dopo. Durante la settimana era una tortura. Ma alla domenica ci divertivamo come matti ! Per Zeman il calcio era 90% fase offensiva e 10% difensiva. Con lui ho giocato i migliori anni della mia vita e ho imparato più cose da lui in quei due anni che in tutto il resto della mia carriera” ricorderà Casiraghi ad ogni occasione parlando dell’allenatore boemo.

Una quaterna di reti alla Fiorentina, un meraviglioso gol in acrobazia nel derby romano.

https://youtu.be/APbfW4ffr7M (lazio vs fiorentina)

https://youtu.be/Ii1sGGU-iOI (lazio vs roma)

Ma “Zemanlandia” finisce anche per i biancocelesti.

Un avvio incolore nella stagione 1996-1997 costerà il posto all’allenatore boemo, con Dino Zoff che traghetterà i laziali fino a fine campionato, chiuso comunque con un lusinghiero quarto posto, anche se inferiore alle attese, soprattutto dopo i due campionati precedenti.

Nella stagione successiva, la quarta per Casiraghi alla Lazio, si ripete il film già visto alla Juventus.

Arriva Sven-Goran Eriksson, allenatore svedese capace di grandi trionfi europei con squadre non di primissima fascia come Benfica e soprattutto il Goteborg (portato addirittura al trionfo in Coppa Uefa) e reduce qualche stagione prima da ottimi risultati sulla panchina dei cugini della Roma.

Con Eriksson arriva anche Roberto Mancini che, con Signori, Boksic, Rambaudi e Nedved rende assai popolato il reparto offensivo delle “aquile” biancocelesti.

Nell’estate successiva ci sono in Mondiali francesi e Casiraghi vuole a tutti i costi un posto nella rosa di Cesare Maldini.

Il timore di non poter ricoprire un ruolo da protagonista nella squadra con la conseguenza di sparire dal radar della Nazionale sono preoccupazioni più che fondate per un ragazzo equilibrato ed intelligente come Casiraghi.

L’amore per i colori biancazzurri, per la città e quel rapporto speciale che si è creato con i tifosi fin dalle prime uscite nelle amichevoli estive dell’estate del 1993 finiscono per convincere Gigi a rimanere.

Non sarà una stagione strabiliante in Campionato (solo un 7° posto finale) ma nelle Coppe la Lazio darà il meglio di sé, vincendo la Coppa Italia in finale con il Milan e arrivando in finale di Coppa Uefa, persa poi contro l’Inter di Ronaldo.

 

https://youtu.be/9Iz1JI6yHeE

 

Ai Mondiali però Casiraghi non andrà. Inzaghi e Bobo Vieri gli sono preferiti.

Non finisce qui.

Quest’ultimo viene acquistato dalla Lazio proprio al termine di questi Mondiali.

Casiraghi è davvero costretto suo malgrado a cambiare aria.

Arriva una proposta allettante, che è anche una bellissima sfida personale; il Chelsea di Luca Vialli lo vuole a tutti i costi.

Là ci sono già oltre a Vialli in veste di allenatore/giocatore anche altri due connazionali come l’amico Gianfranco Zola e il forte centrocampista Roberto Di Matteo.

Il campionato inglese sembra fatto apposta per Casiraghi.

Ogni partita è una battaglia, lo scontro fisico non solo è accettato ma è fortemente voluto dal pubblico.

Casiraghi non ha paura di nulla e di nessuno, le prende e le dà senza alcun tipo di remora.

L’avventura parte nel migliore dei modi.

La Supercoppa Europea, che si gioca nel Principato di Monaco, mette di fronte i “Blues” dello Stamford Bridge contro i campioni d’Europa in carica del Real Madrid.

Ed è proprio il Chelsea a spuntarla con un gol nel finale di Gus Poyet, il forte centrocampista uruguaiano.

L’avvio in campionato non è però pari alle attese.

Il suo impegno, il suo incessante movimento, la sua predisposizione a lottare su ogni pallone lo fanno apprezzare dal pubblico dello Stamford Bridge ma è evidente che il tempo di adattamento per Casiraghi è più lungo del previsto.

Inoltre c’è Tore-André Flo che scalpita e che quando entra dalla panchina al suo posto quasi sempre riesce a trovare la via del gol.

Vialli continua a dare fiducia a Casiraghi e finalmente, in uno dei palcoscenici più prestigiosi di tutto il campionato inglese, il bomber brianzolo si sblocca.

Si gioca Liverpool – Chelsea, ovviamente all’Anfield Road.

La partita è iniziata da una manciata di minuti quando c’è uno splendido lancio dalle retrovie di Roberto Di Matteo che taglia come il burro la difesa del Liverpool. Il movimento di Casiraghi a dettare il passaggio alle spalle dei due centrali dei Reds è perfetto quanto è perfetto il tocco al volo che gli permette di superare in corsa David James, il portiere del Liverpool per poi depositare in rete nella porta sguarnita.

Meravigliosa in questo caso l’esultanza di Gianluca Vialli dalla panchina che aveva difeso con i denti e le unghie Casiraghi dalla critiche sempre più frequenti per le sue prestazioni non all’altezza della fama e del denaro speso dai Blues.

Può essere un nuovo inizio.

Una forma ritrovata in un campionato, quello inglese, che sta diventando rapidamente uno dei più importanti del mondo, magari addirittura coronando il sogno di vincerlo un campionato dopo averne sfiorati un paio con Juventus e Lazio e chissà, magari un posticino nella nuova nazionale del suo primo grande estimatore, Dino Zoff, che nel frattempo è andato a sedersi sulla panchina della Nazionale.

Tutto, ma davvero tutto, finirà poco più di un mese dopo nel derby contro il West Ham in quel drammatico scontro con il portiere degli Hammers Shaka Hislop.

“Mi chiedono spesso cosa farei se potessi tornare indietro, a qualche secondo prima di quel terribile scontro. Con il senno di poi avrei dovuto fermarmi, rallentare la corsa ed evitare l’impatto che mi ha distrutto il ginocchio.

… ma poi penso … se lo avessi fatto non sarei stato Pierluigi Casiraghi !”

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https://youtu.be/QfTMvJEe_wQ

 

DENER: Il “Neymar” che il destino si portò via.

di REMO GANDOLFI

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E’ il primo maggio del 1993.

Si gioca per il “Paulistao”, ovvero il campionato regionale della zona di San Paolo.

Lo stadio è il “Canindé” di San Paolo dove i padroni di casa del Portuguesa ospitano il Santos.

Nonostante i bianchi di Guga e Axel abbiano i favori del pronostico, i rossoverdi del Portuguesa, piccolo club abituato a fare su e giù tra la serie maggiore e quella cadetta, stanno dando filo da torcere ai più titolati avversari.

Dopo un primo tempo a senso unico in favore dell’ex squadra di Pelè e chiuso dal Santos in vantaggio per 2 reti a 0 quella che si presenta in campo nel secondo tempo davanti ai propri tifosi è una squadra completamente trasformata.

Il Portuguesa mette alle corde il Santos e dopo pochi minuti dall’inizio del secondo tempo accorcia le distanze.

E’ un gran colpo di testa di Bentinho che rianima le speranze dei tifosi della “LUSA”, questo il nome con cui è conosciuto il Club tra i propri tifosi e in tutto il Brasile.

Lo stesso Bentinho riporta in parità le sorti del match.

L’azione si sviluppa ancora sulla fascia destra dove Dener, il numero 10 del Portuguesa e indiscusso idolo della torcida “Lusa”,  dopo aver saltato un uomo in dribbling “chiama” un triangolo con un compagno di squadra, guadagna la linea di fondo per poi mettere un invitante pallone all’interno dell’area piccola che deve solo essere spinto in rete.

Bentinho è ancora lì, al posto giusto nel momento giusto.

A metà della ripresa arriva addirittura il sorpasso.

E’ Tico, che sul filo del fuorigioco, viene pescato solo al limite dell’area.

Avanza verso la porta e con un tocco di esterno destro beffa Edinho, il numero 1 del Santos e figlio del grande Pelé.

Ci sono proteste infinite e la partita si scalda improvvisamente.

Il Santos ovviamente non ci sta.

Sono punti fondamentali nella corsa al titolo regionale anche se Palmeiras e Corinthians sembravano avere obiettivamente qualcosa in più in quella stagione.

I bianchi si riversano in attacco.

C’è un calcio di punizione a favore degli uomini allenati da Evaristo de Macedo dalla trequarti.

Il pallone viene rinviato di testa fuori dall’area, raccolto da Tico che lo appoggia a Dener.

Il numero 10 del Portuguesa riceve palla, spalle alla porta, quando si trova si e no dieci metri all’interno della metà campo avversaria.

E a questo punto si inventa “qualcosa” che ancora oggi, nei racconti dei tifosi del Portuguesa, è considerato IL GOL della storia del Club.

Con un solo tocco stoppa la palla, si gira e con il secondo tocco fa passare la palla tra le gambe di un avversario.

Si lancia verso la porta che è però ad almeno 40 metri di distanza.

Salta un altro avversario, ne supera due in velocità, arriva davanti al portiere del Santos, lo fa sedere con una finta e poi spinge con l’esterno del piede la palla nella porta ormai vuota.

La “torcida” del piccolo “Estadio do Canindé” impazzisce letteralmente.

E’ il gol che chiude definitivamente il match … ed è il gol che consegna Dener Augusto de Souza alla leggenda del Portuguesa e gli apre definitivamente le porte di una carriera che a 23 anni non ancora compiuti, lo ha già visto esordire nella Nazionale maggiore brasiliana.

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Siamo nell’aprile del 1994.

Sono passati meno di 5 mesi da quel gol.

Dener ad inizio anno si è trasferito in prestito al Vasco de Gama, che non ha badato a spese per assicurarsi le prestazioni del giovane talento di Vila Ede per il “Campionato Carioca” (il campionato regionale di Rio de Janeiro) di quella stagione.

Le prestazioni di Dener sono di altissimo livello.

Il suo esordio con il Vasco de Gama è in una mini tournèe in Argentina dove il team di Sebastiao Lazaroni affronta anche il Newell’s All Boys di Diego Maradona.

La prestazione di Dener è talmente spettacolare che a fine partita “El Diego” vorrà complimentarsi personalmente con il ragazzo.

In quel campionato “Carioca” il ruolino di marcia del Vasco è impressionante.

Nel girone di qualificazione al quadrangolare finale per il Vasco di sono 8 vittorie e 3 pareggi … e nessuna sconfitta.

Dener gioca finalmente con quella continuità che finora gli aveva fatto difetto ed è uno dei protagonisti principali di questa trionfale cavalcata.

A tal punto che praticamente tutti gli osservatori sono concordi nel ritenere il minuto attaccante di proprietà del Portuguesa una certezza tra i 22 giocatori che faranno parte della spedizione negli USA per gli ormai imminenti mondiali.

Dener, che agisce prevalentemente da seconda punta alla spalle del bomber “giramondo” Jardel, ha letteralmente fatto innamorare i sostenitori del Vasco.

Quello che impressiona maggiormente in questo minuscolo attaccante (168 centimetri per 60 chilogrammi di peso) è la capacità di dribbling lanciato in piena velocità e anche chi tenta di fermarlo con le “cattive” scopre ben presto che le sue doti di equilibrio e di agilità sono davvero fuori dalla norma.

La palla sembra non voglia staccarsi dai suoi piedi, vede il gioco, è bravo nell’ultimo passaggio e segna con regolarità.

La Torcida del Vasco ha coniato un ritornello appositamente per lui.

‘Ê cafuné! Ê cafuné! O Dener é a mistura de Garrincha com Pelé!’

Se la parola cafuné è quasi intraducibile (è più o meno una carezza, un gesto delicato) molto più chiara la seconda parte del testo “Dener è un misto fra Garrincha e Pelé !” il complimento più grande immaginabile in Brasile, visto che cita i due più grandi campioni della storia calcistica di questo paese.

Il 17 aprile al Maracanà si gioca Fluminense – Vasco da Gama.

Finirà in pareggio, un 1 a 1 che non sarà certo ricordato negli annali ne per lo spettacolo in sé e neppure per Dener, che verrà espulso durante il match per una lite con il terzino brasiliano Branco, vecchia conoscenza anche del calcio italiano.

Nessuno però può immaginare che quella sarà l’ultima partita di Dener, il minuscolo talento destinato ad una carriera luminosissima.

Subito dopo la partita, giocata il 17 aprile,  Dener rientra a San Paolo.

Non è una semplice gita di piacere nella sua città.

A San Paolo, insieme ai dirigenti del suo Portuguesa ci sono quelli dello Stoccarda, in quel momento una della squadre più importanti e competitive della Bundesliga.

A caldeggiare il suo acquisto con il team tedesco è nientemeno che Carlos Dunga, arrivato a Stoccarda l’estate precedente dopo le sei stagioni trascorse in Italia con Pisa, Fiorentina e Pescara.

E’ un passo importantissimo per la carriera di Dener e la proposta economica è assai allettante per questo ragazzo che nonostante la giovanissima età è già padre di tre figli.

Dener in passato ha avuto diversi problemi disciplinari:

Allenamenti saltati o arrivando in ritardo, qualche violenta discussione con alcuni allenatori (con l’ex portiere della Nazionale Leao in primis) e comunque diversi comportamenti non esattamente professionali.

Da qualche tempo però pare maturato, più responsabile e disciplinato e il suo rendimento in campo ne è la prova più evidente.

Il 19 aprile riprendono gli allenamenti del Vasco in vista della fase finale del campionato Carioca e Dener, insieme all’inseparabile amico Otto Gomes Miranda, riparte da San Paolo per far ritorno a Rio de Janeiro.

E’ proprio l’amico Otto che in quell’alba del 19 aprile sta guidando l’auto di Dener, una Mitsubishi Eclipse.

Sono partiti da San Paolo durante la notte, quasi sei ore prima e sono ormai nei pressi di Rio de Janeiro (esattamente a Lagoa Rodrigo de Freitas).

Nemmeno quindici minuti e saranno a destinazione.

Ad un certo punto accade qualcosa di imprevedibile.

E di drammatico.

La macchina esce dalla carreggiata e finisce contro un grosso albero ai lati della strada.

L’impatto è tremendo, sia per la forte velocità sia perché con ogni probabilità ha colto entrambi nel sonno.

Otto Gomes Miranda sopravviverà anche se gli verranno amputati gli arti inferiori mentre per Dener non ci sarà nulla da fare.

Morirà sul colpo, soffocato dalla cintura di sicurezza.

L’inchiesta successiva stabilirà che Dener al momento dell’impatto stava dormendo con il sedile completamente reclinato all’indietro e la cintura di sicurezza, invece di proteggerlo, lo ha praticamente strangolato.

Il cordoglio in tutto il Brasile è immenso.

Vedere oggi le immagini di Dener in Internet non può che farci pensare ad un altro immenso talento brasiliano di oggi che forse riuscirà a raggiungere tutto quello che DENER AUGUSTO DE SOSA ha solo potuto sognare.

Il suo nome è NEYMAR.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Come per molti altri ragazzi brasiliani l’infanzia di Dener è sulla soglia della miseria. Rimasto orfano all’età di 8 anni per Dener la vita è stata per anni andare a scuola alla mattina e trovare lavoretti saltuari al pomeriggio per contribuire al magro bilancio famigliare.

Può giocare solo al famoso “futbol sala” (il calcio a 5 al coperto) dove però a nessuno sfuggono le grandi doti di questo piccolo e magrissimo ragazzo.

A undici anni il Portuguesa lo mette sotto contratto ma a quindici le necessità famigliari lo costringono a lasciare il calcio giocato. Per lui c’è il ritorno nel Calcio al coperto dove riesce a raggranellare qualche soldino. Tornerà due anni dopo.

Questo il racconto di Antonio Gomes, allenatore del Portoguesa che fece esordire Dener in prima squadra.

“Un dirigente del Club mi parlò di questo ragazzino tutto pelle e ossa che mi convinse a provarlo in una partitella di allenamento. Arrivò al campo e dissi al magazziniere di dargli maglietta e calzoncini.

La partita era già iniziata da diversi minuti quando mi accorsi che Dener era ancora a bordo campo. Sembrava un pulcino smarrito. Lo invitai a entrare in campo. Il primo pallone che toccò lo fece passare sopra la testa di un difensore, lo stoppò e poi scattò via come un fulmine. Il secondo fu una palla a metà tra lui e un altro giocatore, più o meno il doppio di lui fisicamente. Quest’ultimo entrò in scivolata, in maniera anche molto dura e scoordinata. Dener arrivò una frazione di secondo prima sul pallone, lo toccò con la punta del piede e poi saltò a piedi uniti per evitare il tackle dell’avversario.

A quel punto mi voltai verso i dirigenti e dissi loro di “non fate andar via quel ragazzo prima di avergli fatto firmare un contratto da professionista !”.

 

La consacrazione per Dener arriva nel 1991 durante il famoso torneo “Junior Cup di San Paolo”, il torneo Under-20 più importante del Brasile e ai tempi autentica vetrina per i giovani talenti.

Dener porta il Portuguesa al trionfo (4 a 0 in finale contro il Gremio e verrà eletto Miglior calciatore del Torneo.

 

Prima dello storico gol contro il Santos Dener ne realizzò un altro molto simile nel 1991 contro l’Inter de Limeira, sempre per il campionato paulista.

In quell’occasione furono quattro i calciatori saltati in dribbling e in velocità prima di battere a rete con un tocco “sotto” a scavalcare il portiere.

 

A farlo esordire nella Nazionale Brasiliana fu niente meno che Paulo Roberto Falcao durante la sua breve permanenza sulla panchina del Brasile. Due presenze, entrambe contro l’Argentina.

“Un giocatore meraviglioso. Di quelli che possono cambiarti l’esito di una partita in un solo secondo. Quelli come lui sono un piacere per chiunque ami il calcio” queste le parole dell’Ottavo Re di Roma.

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Josè Macia, detto Pepe, uno dei più grandi attaccanti della storia del calcio brasiliano, fu l’allenatore di Dener al Santos in una carriera che lo ha visto fare da chioccia al grande Pelé al Santos e in seguito in giro per il mondo come allenatore in oltre 20 diversi club.

“Tra tutti i calciatori che ho allenato nella mia carriera è l’unico che si è in qualche modo avvicinato a Pelè. Quel ragazzo aveva un talento straordinario”.

 

Sempre nei ricordi di Pepe c’è un altro racconto particolare e molto emblematico nel periodo in cui fu l’allenatore di Dener al Portuguesa.

“Dener era spesso in ritardo agli allenamenti, oppure non si presentava neppure. Stavo per perdere la pazienza con lui quando venne da me Capitao, il giocatore più esperto della squadra” racconta il grande ex-centravanti del Santos.

“Vengo in rappresentanza dei miei compagni Mister. La preghiamo di avere un po’ di pazienza con Dener. Sappiamo che non sempre si comporta bene … ma è lui che ci fa vincere le partite”.

Ricorda Pepe che “fu la prima e l’ultima volta nella mia carriera di allenatore che fece un eccezione per qualcuno” aggiungendo poi che “Capitao e i suoi compagni però avevano effettivamente ragione !.

 

L’ultima aneddoto riguarda proprio quel giocatore che per i brasiliani che ricordano Dener ne racchiude gran parte delle caratteristiche, Neymar Junior.

Si racconta che durante i suoi primi anni al Santos Neymar subiva molto la durezza degli interventi degli avversari (non che sia cambiato tantissimo !) e finiva spesso per reagire in malo modo facendosi spesso espellere.

Un giorno il Direttore Sportivo del Santos Paulo Jamelli decide di chiudere Neymar in una stanza per mostrargli come reagivano i grandi campioni ai falli degli avversari … ovvero senza mostrare debolezze, rialzandosi dopo un fallo pronti a ripartire per una nuova giocata.

I video mostrati quel giorno furono di Pelé, di Maradona, di Messi e … di DENER.

CESAR MENOTTI: El futbol en el alma.

di REMO GANDOLFI

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Parte Prima: MENOTTI CALCIATORE

Impossibile trovare nella storia del calcio argentino un allenatore più emblematico, controverso e carismatico.

A parte il fatto di essere entrato  di diritto nella storia come il primo “Mister” capace di portare l’Argentina sul tetto di mondo, tutta la sua carriera, da calciatore prima e da allenatore in seguito, è stata ricca di contraddizioni, di scelte coraggiose, di trionfi spettacolari e di cadute e di flop altrettanto clamorosi … ma tutto condito da prese di posizione sempre forti, determinate e a volte estreme.

Già l’inizio della storia di Cesar Menotti è controverso … perfino sulla sua data di nascita ci sono contraddizioni !

Menotti infatti nasce il 22 ottobre del 1938 ma in tutti i documenti ufficiali la sua data di nascita risulta essere il 5 novembre !

E’ lo stesso Menotti che spiega come è potuto accadere, con la sua consueta ironia “Io sono nato effettivamente il 22 di ottobre ma con ogni probabilità mio padre si prese qualche giorno di tempo prima di decidere se tenermi o buttarmi ! In realtà mio padre era a Tucuman per lavoro e quando rientrò erano scaduti i termini per presentarmi all’ufficio nascite. Per cui fu costretto a dichiarare che ero nato successivamente … il 5 di novembre. Per questo motivo quel giorno risulta come mia data di nascita ufficiale ! … in realtà non mi offendo assolutamente se mi fanno gli auguri sia il 22 ottobre che il 5 novembre !”

Menotti nasce a Rosario, quella che per chi conosce il calcio argentino (o avesse già letto qualcuno degli articoli del blog) è per antonomasia la CITTA’ DEL CALCIO in Argentina. Rosario è divisa esattamente a metà; rossonera o gialloblu. O sei “canaglia” o sei “lebbroso”. Menotti nasce (e ovviamente rimane per tutta la vita !) “canaglia” cioè tifoso del Rosario Central.

Altra contraddizione; per tutti, in Argentina e nel mondo, Cesar Menotti è conosciuto come “el flaco”, il magro. Non per la gente del suo “barrio” di Rosario: per loro è e sarà sempre “Cito” da Cesarcito, il nomignolo che aveva da ragazzo.

La vita per Menotti, non è facile fin da subito. E’ figlio unico e a 16 anni perde il padre. A scuola se la cava discretamente, è un ragazzo sveglio anche se restio alla disciplina, ma l’unico grande talento che sa di possedere è quello di saper prendere a calci un pallone. Rosario Central e Newell’s se lo contendono da tempo ma prima è il padre ad allontanarli affermando che il calcio è meraviglioso, ma “è un gioco da fare con gli amici, l’importante è la scuola e la formazione”. Successivamente sarò lo stesso Menotti a decidere di non entrare nel mondo professionistico. Il perché lo spiega lo stesso Menotti “giocando con i dilettanti del mio quartiere nella “Liga Carcaranense” e guadagnavo molti più soldi di quello che avrei potuto prendere nelle giovanili di una squadra professionistica. Prendevo 1000 pesos al mese, 250 a partita e mi bastava giocare alla domenica, non dovevo neanche allenarmi con la squadra”. In quel periodo rifiuta contratti professionistici anche da Velez Sarsfield e Huracan.

Ma il talento di Menotti, elegantissimo “enganche” (rifinitore, trequartista) con grande visione di gioco e un tiro dalla distanza micidiale, non poteva “morire” nei campetti di periferia. E così finalmente accetta di giocare una partita amichevole con la squadra giovanile del suo adorato Rosario Central. Si gioca di domenica mattina, il sabato notte Cesar è talmente interessato (!) ad entrare nelle file del Rosario Central che decide di stare fuori a ballare con gli amici tutta la notte ! Nonostante questo nella partita segna due gol e gioca il suo solito calcio, fatte di passaggi illuminanti, di finte e tocchi sopraffini. Ovviamente non passa inosservata la sua prestazione: tre giorni dopo viene chiamato a giocare con la squadra B del Rosario (le riserve) in una partitella contro la prima squadra.

Segna altri due gol, uno dei quali “barbaro” come si definisce in Argentina qualcosa di davvero speciale. Un tiro al volo da 25 metri.  A quel punto la pressione per firmare con il Rosario diventa insostenibile … ma “Cesarcito” non è ancora convinto. E qui accade una cosa che solo nella “splendida follia” degli Argentini per il calcio può accadere; il giornale locale parla dell’amichevole e ovviamente della grande prestazione di Menotti … che però non è Cesar Menotti di Rosario ma nella cronaca dell’incontro diventa “il giovane attaccante di Cordoba Fernandez, attualmente in prova con il Rosario Central” … il tutto per evitare che il Newell’s sappia del talento locale e lo “rubi”, come accadeva spessissimo a quel tempo, ai rivali del Rosario !

Lo convoca addirittura il Presidente del Rosario Central in persona, il celeberrimo Flynn “Allora Cesar vuoi giocare o no con il Rosario ?” “Presidente, io sono un hincha del Rosario da quando sono nato ! ma devo mantenere me e mia madre. Con i dilettanti prendo 2000 pesos al mese (bugia clamorosa !) e nessun altro può darmi questa cifra ! Il Presidente ci riflette un solo secondo e poi “bene, io ti do 40.000 pesos alla firma del contratto e 2.500 pesos al mese e vai dritto in prima squadra”

Menotti ricorda che “rientrai a casa piangendo dalla gioia e quando lo dissi a mia madre iniziò a piangere ancora più forte” aggiungendo “tutti questi soldi … e poi con il Rosario Central !” La madre e il padre infatti erano entrambi fanatici del Rosario Central in una famiglia, ricorda lo stesso Menotti, “dove tutti gli altri, nonni, zii e cugini erano tifosi del Newell’s”.

Menotti, che si è sempre definito “un malato di calcio”, a quel punto inizia a dedicare ogni minuto del suo tempo al pallone. Quando non gioca o si allena va ad assistere ad incontri (compreso il Newell’s !) oppure va nel garage di casa a giocare con un pallina di tennis, tirandola contro un muro per poi stopparla, palleggiare o tirare.  … “potevo passare anche un intero pomeriggio a fare sempre gli stessi 3-4 movimenti”.

L’esordio in prima squadra arriva prestissimo, dopo sole 6 partite nelle riserve.

Il talento di Menotti è evidente e per sua grande fortuna il giocatore più rappresentativo del Rosario Central in quel periodo, il “gitano” Juarez lo prende sotto la sua ala protettrice e nonostante i 10 anni di differenza tra i due nasce un amicizia che si rivela fondamentale in campo e fuori. “era come un fratello maggiore e per me, che avevo perso il padre e non avevo fratelli, fu una persona fondamentale nella mia formazione di uomo e di calciatore”

Da allora la carriera di Menotti non conosce pause o passi indietro. Rimane 4 stagioni nel Rosario Central ma poi arrivano ottime stagioni al Racing Club e soprattutto al Boca Juniors dove nel 1965 conquisterà il suo unico trofeo da calciatore in Argentina, il campionato Metropolitano. Mentre è al Boca arriva una clamorosa, dal punto di vista economico, offerta dai “New York Generals” neonato team del calcio statunitense allora davvero agli albori. Il Club però finisce di esistere al termine della prima stagione di Menotti, nel 1968 e quando pare tutto pronto per un rientro in Argentina (con il Rosario Central che riabbraccerebbe con grande gioia il figliol prodigo) arriva un’offerta altrettanto allettante; il Santos brasiliano, la squadra dove gioca Pelè, lo vuole nelle sue file per continuare a mantenersi al vertice e per poter dare a Pelè una spalla di alto valore tecnico. Menotti va in Brasile, rimane a fianco di Pelè per due stagioni vincendo il campionato Paulista del 1968. Ma la sua carriera è in fase discendente, il suo calcio lento e ragionato fa fatica ad imporsi e dopo una breve esperienza nella stagione 1970-1971 in un piccolo team di San Paolo, il Club Atletico Juventus, decide di abbandonare il calcio giocato anche perché arriva una proposta davvero irrinunciabile per “el flaco”; quella di fare da secondo allenatore all’amico e mentore, il Gitano Juarez. C’è però un piccolissimo dettaglio; la squadra in questione è il NEWELL’S OLD BOYS !!! In realtà il Presidente del Newell’s del periodo e carissimo amico personale di Menotti chiede al “Flaco” di fare da allenatore al Newell’s ma al deciso rifiuto di Menotti decide di optare per Juarez, con Menotti come secondo, ma più che classico “aiutante di campo” Menotti funge da Direttore Sprtivo, indicando quali giocatori acquistare, è colui che cura gli aspetti tecnico-tattici e che lavora più sul piano organizzativo che pratico sul campo. Nonostante questo i dubbi rimangono “Gitano, quando sapranno che andiamo a lavorare per il Newell’s i tifosi del Rosario ci uccideranno !” E solo dopo molte rassicurazioni da parte di Juarez Menotti decide di accettare l’incarico

Come calciatore Menotti si è sempre definito “uno con una ottima tecnica, con la capacità di mettere in porta i compagni, a cui piaceva la palla, averla tra i piedi e “disfrutarla” cercando tunnel, palleggi eleganti e tocchi di fino”. Uno alla “Riquelme ”anche se probabilmente non così forte !” “Ero talmente innamorato della palla che se durante un incontro stavo 3-4 minuti senza toccarla andavo direttamente dal nostro portiere a farmela dare appena fuori dalla nostra area … ovviamente facendo incazzare di brutto il mio allenatore di turno !” Un’altra delle caratteristiche di Menotti è però sempre stato il rifiuto dell’autorità, che fossero giocatori più esperti che pretendevano da lui umiltà ed abnegazione o allenatori che provavano a proporgli la cosa che lui in assoluto odiava di più; rincorrere gli avversari per riconquistare il pallone ! In calce, nella “zona aneddoti”, qualche perla assoluta sull’argomento …

Fine parte 1

ANEDDOTI E CURIOSITA’

“Mio padre morì quando avevo 16 anni. Era un fumatore incallito. Era da qualche tempo che entrava ed usciva dall’ospedale. Un giorno mentre stavamo parlando tranquillamente a tavola gli dissi “Pà, ti vedo meglio in questi giorni” Lui scoppiò a piangere. Fu la prima volta che vidi il mio vecchio piangere. Rimasi sconcertato. “Cesar, questi medici credono che io sia un idiota. Sono 4 anni che mi dicono che devo smettere di fumare completamente e sai cosa mi hanno detto stamattina ? Se ti va fumare qualche sigaretta ogni tanto beh, puoi farlo. Tu sai cosa vuol dire questo vero ?” Avevo solo 16 anni ma sapevo bene cosa era un cancro.

Fin dagli esordi nel Rosario Central Menotti si rivelò, come detto, assai poco incline ai dettami tattici dei suoi allenatori. A tal punto che dichiarò “Diciamo la verità; cosa vengono a fare gli allenatori al Rosario Central ? Secondo me vengono a imparare calcio perché finora da nessuno di loro abbiamo imparato nulla”

In una partita con il Boca Juniors contro il Banfield, con la propria squadra in 10, gli si avvicina capitan Rattin “Flaco, forza devi tornare in difesa ad aiutare, corri !” La risposta di Menotti “Non mi arriva una palla da un quarto d’ora e adesso mi devo mettere anche a correre ??? Corri tu se ne hai voglia !” … “Negli spogliatoi mi prese letteralmente a calci nel sedere !” ricorda Menotti.

All’inizio della sua avventura da tecnico nel Newell’s gli chiesero se non si sentiva di tradire il suo amato Rosario Central. “No. Io prima di tutto sono ROSARINO ! Amo la mia città prima di tutto. Tifo Rosario ma quando i Newell’s giocavano contro Boca, River o Velez io ho sempre fatto il tifo per il Newell’s !”

Nei video allegati profili e interviste al “Flaco”.

http://youtu.be/P2nvDvRd–Q

http://youtu.be/cAJLY0V582w

 

Parte Seconda: MENOTTI ALLENATORE

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Menotti rimane due stagioni al Rosario Central come assistente di Juarez. Le sue grandi doti di organizzatore di gioco, le sue capacità di valorizzare i calciatori, specie i più giovani, e il suo innegabile carisma iniziano inevitabilmente a circolare nell’ambiente calcistico. E così nel 1972 arriva la proposta dell’Huracan che lo vuole come primo allenatore con l’obiettivo di far crescere i giovani di una promettente cantera e di riconquistare una posizione di prestigio nel calcio argentino.

L’impatto di Menotti è devastante; l’anno successivo l’Huracan conquista il campionato, primo e unico successo nell’era moderna del calcio argentino (1931-attuale). Ma quello che maggiormente colpisce l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori è il calcio implementato da Menotti e la qualità eccelsa dei suoi ragazzi. L’Huracan va in campo a “giocare a calcio”, a gestire la palla, ad attaccare e a divertire. Di quella squadra facevano parte giocatori che poi si sono rivelati fondamentali nella storia del calcio argentino e alcuni di loro sono addirittura entrati a far parte della rosa che conquistò il Mondiale 5 anni dopo.

Brindisi, Babington, Houseman, Basile, Carrascosa (si proprio lui, quello che diventò il capitano della Nazionale di Menotti salvo poi rinunciare e ritirarsi dalla nazionale stessa alla vigilia dei Mondiali del 1978) Avallay, Larrossa …

Di quel periodo resta in particolare una trionfo contro il Boca Juniors, per 5 a 0 che in molti definiscono “la più grande esibizione calcistica di un club argentino nella storia del calcio”.

L’anno successivo l’Argentina gioca, senza convincere, i mondiali di Germania. I risultati sono mediocri e il gioco espresso dalla biancoceleste è di basso livello. Occorre dare una sferzata netta ad una nazionale che da troppo tempo non raggiunge i livelli di gioco e di risultati che singolarmente i propri campioni sono, secondo molti,  invece in grado di raggiungere. Il nome prescelto dai vertici dell’AFA (la federazione argentina) è proprio quello di Cesar Menotti, a dispetto della sua giovanissima età (36 anni all’epoca)

Menotti inizia pazientemente un lavoro di “ritorno alle origini” del calcio argentino. Basta scimmiottare il calcio europeo, fatto di corsa, aggressività e incentrato sulla organizzazione difensiva. Palla a terra, tecnica e creatività sono i nuovi dettami, costruendo il gioco dalla difesa con difensori “Hijos de puta” come caratteristica del calcio argentino ma che oltre a picchiare e a intimidire sappiano ANCHE giocare a calcio. Iniziano ad entrare nel giro giocatori come Passarella, duro, “sporco” e cattivo ma con un sinistro meraviglioso, capace di impostare dalla difesa o di servire i compagni con i suoi proverbiali lanci di 40 metri. Galvan, stopper arcigno ma molto intelligente tatticamente il giovanissimo Tarantini, abilissimo terzino forse addirittura di più in fase propositiva che di copertura o addirittura Olguin, che nasce come difensore centrale e Menotti trasforma in educatissimo terzino destro. Il lavoro da fare è tanto ma il carisma di Menotti fa si che i giocatori “sposino” con entusiasmo i nuovi dettami. Ma ben presto arriva un problema grave, enorme e inatteso; in Argentina, il 24 marzo 1976, c’è un golpe dei militari che prendono il potere nel Paese. Gli oppositori del regime vengono eliminati in maniera scientifica, saranno 30.000 a “sparire” in quei terribili anni. Per Menotti il problema è doppio; non è solo dovuto all’instabilità della situazione e al fatto che i due suoi principali collaboratori in Federazione, quelli che lo avevano voluto in carica come allenatore, Niembro e Bacutto, si dimettono ma ce n’è uno ancora maggiore; Menotti è dichiaratamente comunista. (“Non sono ne Peronista, ne progressista, ne Kirchneriano ora … io sono COMUNISTA”) e sa per certo che il suo nome è presente nella famosa lista nera degli oppositori al nuovo regime. Menotti decide di dimettersi. Presenta le sue dimissioni al Presidente Cantilo. “Cesar” gli dice Cantilo “Il tuo programma di lavoro preparatorio ai Mondiali che ho in questa carpetta è la cosa più seria e professionale che io abbia mai visto in Federazione. Ti prego, prendiamoci un po’ di tempo. Dal canto mio di garantisco che tutto quello che tu chiedi sarà fatto fino al minimo dettaglio” Cantilo mantiene la parola. Menotti decide di rimanere, sa buona parte di quello che sta succedendo in Argentina “l’unica cosa di cui non ero al corrente al tempo erano i terribili voli della morte (oppositori fatti salire su aerei della dittatura e poi gettati vivi nel Mar della Plata). Ero iscritto al Partito Comunista, avevo amici importanti in politica e nelle varie associazioni che mi convinsero che il mio lavoro e la mia lotta era più importante da dentro che da esterno. E così decisi di rimanere”. Altro aspetto non irrilevante è costituito ovviamente dal fatto che per Videla e soci era praticamente impossibile mettere a tacere Menotti come oppositore del regime almeno fino a quando lo stesso ricopriva una carica che, per il popolo argentino così “malato” di calcio, era forse la più importante del Paese !

L’Argentina vince il Mondiale, in casa, il primo della sua storia. Menotti è un eroe Nazionale. Il suo contratto scade alla fine del 1978. C’è un pronto un contratto miliardario con il Barcellona. Maradona sarebbe stato il suo primo acquisto nelle file dei Catalani, fu espressamente Menotti a chiederlo. Ma ancora una volta l’amore per la sua Patria finisce per avere la meglio. Grondona, lo storico presidente della Federazione Argentina, lo convince a rimanere “cambieremo insieme la storia del calcio argentino, abbiamo trionfato in Argentina … possiamo farlo in Spagna fra 4 anni). Un notevole ritocco economico convincono definitivamente il Flaco a rimanere.

L’anno seguente arriva un’altra enorme soddisfazione professionale; l’Argentina vince il Mondiale Under-20 (vero e proprio mondiale giovanile) in Giappone. Nelle fila di quella squadra due autentici fenomeni che diventeranno giocatori fondamentali per la Nazionale maggiore; Diego Armando Maradona (che sfiorò la convocazione anche l’anno prima nel mondiale di casa a 18 anni nemmeno compiuti) e il centravanti Ramon Diaz, oltre ad altri talentuosissimi giovanotti come Escudero o Calderon. L’Argentina vince il torneo in maniera netta ed inequivocabile e a quel punto pare che il dominio dell’Argentina nel calcio mondiale possa protrarsi nel tempo, a cominciare dagli imminenti campionati mondiali spagnoli

Le cose non vanno come sperato; l’Argentina, che sulla carta è praticamente la stessa del 1978 più un certo Diego Maradona (e Ramon Diaz) non mantiene fede alle attese e nel famoso “girone della morte” con Italia e Brasile finisce per venire eliminato, perdendo entrambi gli incontri. In particolare quello con gli Azzurri lascerà una cicatrice indelebile in Menotti che ancora oggi parla di quell’incontro come la più brutta giornata della sua carriera e la più cocente delusione. Gli argomenti di Menotti sembrano frutto di rancori mai sopiti e di rabbie forse esagerate … di certo c’è che un Argentina che schierava in campo contemporaneamente giocatori del calibro di Maradona, Ramon Diaz, Kempes, Bertoni, Ardiles e Passarella pensava probabilmente di fare un sol boccone di una Nazionale azzurra incapace fino a quel momento di battere Camerun o Perù. “L’arbitro rumeno che diresse l’incontro era un noto tifoso juventino, i falli su Maradona in particolare furono clamorosi nella loro durezza e ripetitività e ci negarono due evidenti rigori e ci fischiarono contro altrettanti fuorigioco inesistenti” Nonostante la delusione di un mondiale comunque sottotono il Barcellona è ancora lì alla porta e finalmente Menotti diventa allenatore del grande Club catalano a stagione inoltrata, nel marzo 1983 in sostituzione di Udo Lattek. L’impatto è immediato e il Barcelona vince dopo pochi mesi sia la Coppa del Rey che la neonata Coppa della Liga, manifestazione giocata a fine stagione tra le 18 squadre della prima divisione spagnola. (vittoria in finale contro il Real Madrid di Santillana, Juanito e del Bosque).

Al Barcellona le aspettative per la stagione successiva sono enormi; Maradona è nella sua piena esplosione, Schuster si rivela un genio nel centrocampo blaugrana, Migueli e Alesanco sono due colonne difensive di prim’ordine, el Lobo Carrasco è una eccellente spalla per Diego … Purtroppo le cose non vanno come sperato, in gran parte per il gravissimo infortunio patito da Diego Maradona nel primo big match della stagione, quello contro i Baschi dell’Athletic Bilbao (che poi vinsero la Liga) per un intervento durissimo del difensore basco Andoni Goikoetxea che tolse a Menotti e al Barça Diego per oltre 3 mesi di campionato di fatto togliendo ogni possibilità di vittoria ai catalani.

Al termine della stagione arriva la separazione del Club. Menotti sta fermo oltre un anno ma nel 1986 arriva la chiamata dal Boca Juniors. I risultati sono buoni e in un periodo non particolarmente felice per gli “Xeneises” arriva un ottimo 4° posto a soli 3 punti dai vincitori … il “suo” Rosario Central. I buoni risultati fanno si che dall’Europa e ancora dalla Liga arrivi un’altra importante chiamata, quella dell’Atletico Madrid, desideroso di tornare ai vertici del calcio spagnolo.

Menotti va al Vicente Calderon e con lui arrivano eccellenti giocatori come l’ala sinistra Lopez Ufarte dalla Real Sociedad e il sopracitato difensore dell’Athletic Goikoetxea a dare ancora più qualità ad un team che vedeva già nelle proprie file il centravanti Salinas e soprattutto il fenomenale (e sfortunatissimo) Paolo Futre. L’avvio è eccellente; Menotti sperimenta un sistema di gioco che attualmente è assai in voga; difesa molto alta e pressione nella metacampo avversaria per recuperare il pallone più vicino possibile alla porta rivale. Il sistema “spacca” e per quasi tutto il girone di andata le squadre della Liga sembrano incapaci di trovare le giuste contromisure. Il primo segnale importante di difficoltà arriva in una trasferta al San Mames di Bilbao dove i “Leones” infliggono un pesante 5 a 1 ai Colchoneros. Ma subito dopo arriva un match che rimarrà nella memoria collettiva dei tifosi dei biancorossi madrileni; un portentoso 5 a 0 ai danni degli odiati concittadini del Real Madrid … e per di più al Bernabeu !

Il girone di ritorno non è però all’altezza. Il sistema di gioco mostra qualche lacuna e la forma di alcuni dei suoi giocatori più importanti inizia a scemare vistosamente. Buona parte della tifoseria e soprattutto della stampa locale accusano Menotti di incapacità nel curare la preparazione fisica dei propri giocatori, privilegiando quasi esclusivamente tecnica e tattica. La verità probabilmente sta nel mezzo; per uno come Menotti che in tempi non sospetti dichiarò in maniera rotonda “da quando in qua per giocare bene a calcio occorre correre ?” è ovvio che la preparazione fisica non è al primo posto nelle peculiarità di una squadra ma è altrettanto vero che il sistema di gioco implementato dall’Atletico in quella stagione prevedeva un consumo di energie fisiche superiore a quello a cui erano abituati i giocatori fino a quel momento.

Fatto sta che a fine stagione il vulcanico presidente dei Colchoneros Jesus Gil chiude il rapporto con Menotti. El Flaco torna in Argentina come Direttore tecnico del River Plate e da allora inizia un peregrinare continuo da una panchina all’altra, incluse un paio di stagioni alla guida della Nazionale messicana. Dopo un’altra stagione senza infamia e senza lode al Boca Juniors nel 1996 (dopo il classico anno sabbatico) dirige l’Independiente e i buoni risultati allertano altri team europei. Arriva così la chiamata dal campionato più importante del momento, quello italiano. A richiedere i suoi servigi sono i blucerchiati, la Sampdoria del Presidente Mantovani. L’Independiente è pronto ad offrire a Menotti un contratto principesco ed economicamente alla pari di quello offerto dai ricchi italiani. Ma El Flaco ha deciso. Vuole l’avventura italiana, pur sapendo che la Sampdoria sta per essere ridimensionata anche e soprattutto dalla cessione della sua bandiera: Roberto Mancini. Menotti regge solo 8 giornate. I risultati non sono affatto disastrosi ma a “spingere” alle sue spalle c’è il mito blucerchiato Vujadin Boskov che poi in realtà non farà niente di eccezionale portando la Samp ad un mediocre 9° posto. Tra l’altro quanto mai evocativa è la frase con cui Menotti decide di accettare l’offerta di Mantovani “La Sampdoria è una società serissima, che crede nei progetti e sa come costruirli … negli ultimi 10 anni la Samp ha avuto solo due allenatori … questa è una delle ragioni che mi ha spinto ad accettare questo incarico”. Il Biennale pattuito si trasformerà in 3 mesi scarsi.

L’Independiente lo riprende a braccia aperte e con i “rojos” rimarrà fino al 1999. Buoni risultati, a tratti un gioco ancora spettacolare e accattivante ma nessun trofeo.

Menotti rimane al “palo” quasi 3 stagioni prima di accettare la chiamata dal suo club: il Rosario Central. E’ il 2002. L’avvio, costante nella carriera del Flaco, è eccellente. 5 vittorie nelle prime 6 partite di campionato, alcune con clamorose goleade e tra queste l’indimenticabile trionfo nel derby con il Newell’s sul campo degli acerrimi rivali. Non accadeva da 22 anni ! Menotti ricorda ancora quella vittoria come uno dei momenti più intensi della sua vita. “C’era gente che si abbracciava piangendo, gente che in ginocchio che pregava, caroselli di auto … una “locura”. Dopo quella storica ed emozionante vittoria arrivano però 9 partite di fila senza vittorie. Le Canallas precipitano in zona retrocessione e Menotti viene destituito con una coda tremenda per l’allenatore argentino; l’accusa, mai provata, di aver sottratto fondi alle casse del club. Passano altri tre lunghi anni senza allenare quando si rifà vivo, per la terza volta nella carriera di Menotti, l’Independiente. Come accadde alla Samp Menotti dura il tempo di 8 partite (con 2 sole vittorie all’attivo). Menotti ha 70 anni, la passione per il calcio è ancora enorme, ma il suo calcio, talmente tecnico da essere ormai definito “romantico” ha perso potenziale. Rimangono due discrete stagioni in Messico, con il Puebla prima e il Tecos in seguito ma ormai il declino è inevitabile. A questo si aggiungono importanti problemi di salute. Il suo noto tabagismo lo porta in pericolo di vita qualche anno dopo quando fu ricoverato d’urgenza in ospedale per una grave infezione polmonare. Ora a 76 anni suonati, Menotti è ancora un uomo innamorato del calcio e della vita. Ha smesso di fumare, guarda ancora tanto calcio e segue i nipoti che i suoi due figli, Cesar Mario e Alejandro gli hanno dato. Parla molto volentieri di calcio, ammira Guardiola (“lo sogno come allenatore della Nazionale argentina”) ammira giovani e brillanti allenatori argentina come Gallardo (River) el “Vasquito” Arruabarena (Boca) Pellegrino (Estudiantes) e soprattutto Diego Cocca, neo-campione con il Racing. Non stima particolarmente Simeone (“non mi piace il calcio che esprimono le sue squadre, ma è un grandissimo lavoratore e le sue squadre hanno sempre un’impronta chiara. Anche se lui pare preferire quando l’altra squadra ha il pallone che quando ce l’ha la sua”). Oggi c’è solo un ombra negli occhi di questo ex-grande allenatore e ora nonno sereno e affettuoso dei suoi due nipotini; l’evidente disagio per un Mondiale che, vuoi per il tragico contesto di quei giorni, vuoi per lo strascico delle polemiche per la partita con il Perù (un 6-0 per molti assai sospetto), non ha nella memoria del popolo argentino il riconoscimento e la considerazione che invece meriterebbe. Menotti fece un lavoro eccelso in una situazione difficilissima da gestire e la squadra era comunque  di grandissima qualità, sviluppava un gioco piacevole e offensivo e i suoi interpreti sono stati in gran parte giocatori di livello mondiale che non avrebbero sfigurato in nessun’altra nazionale dell’epoca o successiva. Mario Kempes, Daniel Passarella, Osvaldo Ardiles, Ubaldo Fillol … ma l’Argentina pare ricordare con maggior enfasi e passione il trionfo di 8 anni dopo in Messico, quello di Maradona e delle sue incredibili e probabilmente irripetibili giocate … dimenticando le brutte partite disputate, il gioco difensivo e assai poco spettacolare voluto dall’allora tecnico Bilardo (da sempre in rapporti pessimi con lo stesso Menotti … difficile immaginare due tecnici con una concezione del calcio così agli antipodi) che costruì una squadra di “manovali” (esclusi forse solo Valdano e Burruchaga) a disposizione di un genio assoluto come Diego Armando Maradona.

L’ultima nota è forse la più clamorosa e inaspettata di tutte, almeno per un argentino: alla domanda se il più forte è Messi o Maradona,la risposta è inequivocabile “Maradona è stato grande per un lungo periodo e in squadre diverse. Messi gli è molto vicino e non importa se vincerà un mondiale o no … Di Stefano e Cruyff non hanno mai vinto un mondiale ma sono tra i più grandi della storia” Ma allora il più grande di tutti chi è ? “Pelè, senza alcun dubbio. Ho giocato con lui, lo vedevo tutti i giorni in allenamento e in partita. Pelè era un extraterrestre, era di un altro pianeta. Aveva tutto quello che serve per giocare a calcio. Ricordo il grande Rattin (capitano di lungo corso della Nazionale argentina negli anni ’60) che era altissimo. Facevano marcare a lui Pelè sui corners: Pelè saltava di testa e Rattin gli arrivava si e no all’altezza “de los huevos. Barbaro !”

Questo, Signori, è Cesar “El Flaco” Menotti.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Alla domanda se si è mai pentito di non aver convocato Maradona per i mondiali (vinti) del 1978 El Flaco rispose “Io ero perdutamente innamorato di Diego ! Non sono pentito perché fortunatamente li abbiamo vinti ! Ma immagina se ci avessero eliminati al primo turno … Diego mi sarebbe stato riconoscente per tutta la vita !”

Sempre su Maradona. “E’vero che Diego non le ha mai perdonato di non averlo convocato ?” “Verissimo. Diego non perdona e non dimentica mai nulla. Una volta in una partita contro Panama con la Nazionale lo sostituì prima della fine perché lo stavano massacrando di botte … non mi parlò per quasi un mese !”

Prima della finale con l’Olanda ai mondiali del 1978. L’unico giocatore che Menotti davvero temeva nell’Olanda era il centravanti supplente Nanninga. Era altissimo e fortissimo di testa. Menotti decide di mandare uno dei suoi più stretti collaboratori, Saporiti, a seguire l’ultimo allenamento degli “Orange”. Al rientro Menotti gli chiede di Nanninga “Tranquillo Cesar. E’ infortunato, non sarà neppure in panchina”. A quel punto Menotti, che aveva preso in considerazione di portarsi in panchina il difensore Killer, alto e forte di testa, nell’eventualità di dover fronteggiare la torre Olandese, rinuncia all’idea e lascia Killer in tribuna. Solo che Nanninga nella finale è in panchina, entra e a pochi minuti dalla fine segna di testa il gol del pareggio. “Sapo, se perdiamo ti uccido disse Menotti al suo imbarazzatissimo collaboratore.

Il suo primo incontro con Sergio “El Kun Aguero”, nell’Independiente. Aguero, che allora aveva solo 17 anni, ma che aveva già esordito in prima squadra più di un anno prima. E’ lo stesso Menotti a raccontare:”Come sempre faccio nel primo incontro con la squadra metto i giocatori in fila e poi ad uno ad uno mi presento.” “Cesar Luis Menotti” dico loro per poi stringergli la mano. Arrivo all’ultimo della fila, Aguero. Prima ancora che finisca di dire il mio nome allunga la mano e mi dà “un cinque”! “Io sono Aguero … el Kun Aguero” e si fa una bella risata. Che meraviglioso “hijo della reputa madre que lo pariò” !!! ricorda un ammirato e divertito Menotti !

“Le uniche due squadre che hanno veramente cambiato la storia del calcio negli ultimi 50 anni sono l’Ajax di Michels negli anni ’70 e il Barcellona di Guardiola”

La filosofia calcistica di Menotti ridotta all’osso “nel calcio ci sono 4 fasi ben distinte; difesa, recupero della palla, gestione della palla e definizione (conclusione) Due le puoi insegnare e migliorare con il lavoro (recupero e gestione) le altre due, quelle che si fanno nelle due aree difensiva e offensiva, dipendono quasi esclusivamente dalle capacità individuali dei giocatori”

Ad una cena con argomento il calcio chi vorresti a tavola con te ? “Cruyff, Michels, Cappa, Romario e a capotavola Adolfo Pedernera. Nessuno ha mai capito tanto di calcio come lui”.

Infine i giorni più belli e più brutti della sua carriera sportiva … “il più bello l’esordio come calciatore con il Rosario Central ! Si, più ancora del trionfo nel campionato del Mondo. Il più brutto la sconfitta contro l’Italia ai mondiali del 1982 … “fue un robo … nada menos

E infine la frase più emblematica, quella che è rimasta nella memoria di tutti i suoi giocatori di quel Mondiale “insanguinato” del 1978. Prima della finalissima con l’Olanda, guardando la tribuna con Videla e i militari del golpe, Menotti così si rivolse ai suoi giocatori “Andate in campo ragazzi e ricordatevi che dobbiamo vincere non per quei maiali in tribuna, ma il per il popolo argentino”.

Nei video allegati una partita (intensissima e spettacolare) che rappresenta una delle più grandi vittorie in chiave personale di Menotti; espugnare con il suo Independiente nientemeno che la Bombonera del Boca allenata in questa occasione dall’odiatissimo Carlos Bilardo, allenatore che guidò l’Argentina a conquistare il Mondiale del 1986 e la cui filosofia di gioco, basata su un calcio ruvido, molto attento in fase difensiva e decisamente pragmatico, era la più lontana possibile da quella del “Flaco” e poi una serie di brevissimi (e di grande impatto) video relativi al trionfo del 1978.

Lunga vita al “FLACO” !

http://youtu.be/DhFOmGEn9yA

http://youtu.be/Kc4gMYHzj-M?list=PLi9983Uo2dID90Bu0s_Z2PwugdH062X_y