DAVID KIPIANI: la tragica storia di un eroe dimenticato.

di REMO GANDOLFI

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13 maggio 1981.

Il giorno che ogni singolo abitante della Georgia e di Tbilisi in particolare, ricorda alla perfezione. Essere nati dopo quel giorno in Georgia, e a Tbilisi in particolare, è considerata poco meno di una disgrazia.

“Tu mica c’eri nel maggio del 1981!” è la frase più ricorrente verso tutte le generazioni successive.

Il 13 maggio 1981 è il giorno in cui la Georgia intera si è fermata.

E’ un po’ come chiedere ad un italiano dov’era l’11 luglio dell’anno successivo o ad un danese dove si trovava il 26 giugno del 1992.

Facile … davanti alla tv ad assistere alla “partita di calcio della vita”.

Ho fatto due esempi di nazionali di calcio dei propri paesi.

Beh, obietterà qualcuno, ma la Dinamo Tbilisi è una squadra di club, mica una nazionale.

Sbagliato.

La Dinamo Tbilisi era la squadra che rappresentava ai tempi dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche la NAZIONE Georgia.

Quella sera a Tbilisi perfino nei registri di polizia pare non sia stata segnalata nessuna effrazione. Nessuna rapina, nessuna rissa, nessun borseggio.

La Georgia intera era tutta davanti alla tv.

Quella sera la Dinamo giocava la finale della bellissima e ahinoi defunta Coppa delle Coppe.

Di fronte non certo una delle grandi del calcio europeo ma una squadra di una piccola città tedesca, anch’essa aldilà del muro di Berlino.

Anzi, che dal muro distava poco più di 200 chilometri visto che la squadra in questione è il Karl Zeiss Jena, è Jena è in Turingia, nell’allora Germania dell’Est.

C’è un problema però e non di poco conto.

La finale si gioca “aldiquà” del muro ed esattamente a Dusseldorf, nell’altra Germania, quella dell’Ovest.

I cinquemila tifosi scarsi (e perlopiù locali) che siedono sulle tribune del Rheinstadion non contribuiscono certo a rendere l’atmosfera indimenticabile.

La divisione ancora in atto tra le due “Europe” rende praticamente impossibile ai tifosi della Dinamo la trasferta in terra tedesca … anche se è la partita “della vita”.

I tifosi che arrivano da Tbilisi sono un centinaio … forse addirittura meno.

Poco importa.

Entrambe le due squadre per arrivare in finale non hanno avuto certo un percorso facilissimo.

Già al primo turno il Karl Zeis Jena ha fatto un impresa, anzi “l’impresa” come ancora oggi amano ricordare i più attempati tifosi di questa glorioso club caduto in disgrazia dopo la riunificazione fra le Germanie.

Al primo turno infatti per i tedeschi di Jena c’è la Roma che all’Olimpico vince con un netto 3 a 0. Pruzzo, Ancelotti e Falcao i marcatori. Sembra tutto chiuso e definito. Ma nella partita di ritorno il Karl Zeiss getta il cuore aldilà dell’ostacolo giocando con una determinazione ed una grinta che spiazza completamente i giallorossi, convinti di andare a fare una gita in quella piccola cittadina in mezzo al nulla.

Il Karl Zeiss Jena vincerà per 4 reti a 0, colpirà due volte i pali della porta di Tancredi che salverà da un ancor peggior tracollo i suoi con alcuni interventi di altissimo livello.

Dopo la Roma saranno il Valencia (campione in carica) la rivelazione Newport County e il Benfica a cadere sotto i colpi dei biancoblu tedeschi.

La Dinamo invece, dopo due turni tutto sommato abbordabili contro i greci del Kastoria e gli irlandesi del Waterford compiono un’impresa nei quarti di finale eliminando gli inglesi del West Ham. Il 4 a 1 con cui sconfiggono Brooking e compagni è ancora oggi ricordata come una delle prestazioni più spettacolari offerte da una squadra straniera sul suolo britannico.

Il Guardian scriverà che “La Dinamo Tbilisi ha fatto innamorare una generazione con il suo calcio meraviglioso”.

In semifinale saranno gli olandesi del Feyenoord a cadere, sconfitti 3 a 0 a Tbilisi e “contenuti” con uno 0 – 2 al De Kuip.

Stasera c’è l’occasione per entrare nella storia.

Del calcio russo, che prima della Dimano Tbilisi aveva visto soltanto la Dynamo Kiev di Oleg Blokhin e compagni alzare al cielo lo stesso trofeo continentale sei stagioni, ma soprattutto del calcio della Georgia, mai arrivato con un proprio Club così in alto.

La tv nazionale, rigorosamente in bianconero, trasmetterà l’incontro.

Fin dalle prime battute però si capisce che siamo di fronte a qualcosa di speciale.

La Dimano Tbilisi non sembra affatto una squadra russa.

La Dynamo Kiev e la nazionale avevano sempre raggiunto i loro migliori risultati grazie ad una metodica organizzazione di gioco, ad una grande forza fisica e ad una filosofia pragmatica e senza fronzoli.

La Dinamo è l’esatto contrario.

Tecnica, fantasia, creatività e tanto spazio alle giocate individuali dei suoi calciatori più dotati.

Non certo quello che ci si aspetta da una squadra russa.

“Semplice” risponderebbero in coro i calciatori della Dinamo “Noi siamo Georgiani, mica russi !”.

Fin dalle battute iniziali c’è un calciatore che attira l’attenzione di quasi tutti gli spettatori di quell’incontro.

Inizialmente per il suo aspetto fisico, così particolare che lo fa sembrare un impiegato da scrivania più che un calciatore di calcio.

Alto, magro e spigoloso.

Con una calvizie importante e due baffoni neri sotto due zigomi pronunciati.

Ma è quando tocca la palla che ci si accorge che David Kipiani NON E’ un giocatore normale.

Intanto è il leader assoluto della squadra.

Sembra che esista una legge non scritta per cui ogni pallone di ogni azione offensiva debba passare dai suoi piedi.

Pare però che lo sappiano bene anche i giocatori del Karl Zeiss Jena !

Ogni volta che Kipiani entra in possesso di palla ci sono un paio di calciatori tedeschi che immediatamente gli mordono le caviglie e che, fedeli al vecchio motto “o gamba o pallone” cercano di limitare il più possibile il numero 10 in completo blu.

Teoricamente è un attaccante, almeno così viene presentato nella formazione iniziale.

In realtà è uno di quei giocatori alla Di Stefano, alla Cruyff, alla Tostao o alla Deyna, così intelligenti e duttili che sembra che “sentano” in quale posizione possono fare più male all’avversario.

Quei giocatori ai quali gli dei, oltre al talento, hanno regalato anche un cervello pensante.

E così Kipiani inizia ad arretrare, galleggiando, come si direbbe oggi, “fra le linee”.

Troppo arretrato per essere marcato da uno stopper e troppo avanzato per “sprecare” un centrocampista nella sua marcatura.

Il primo tempo scorre via frenetico, lottato e sudato.

Ma giocato poco.

La Dinamo Tbilisi ama essere padrone del gioco e la palla ce l’hanno quasi sempre i Georgiani.

Ma il Karl Zeiss non molla un centimetro, chiude gli spazi e prova a far male soprattutto con le ali Vogel e Bielau.

Nella ripresa, dopo meno di venti minuti, quella che sembra la svolta del match.

C’è una bella azione di rimessa dei tedeschi con la palla che Vogel, dopo una bella triangolazione con Lindemann, arriva sulla linea di fondo prima di mettere in mezzo un cross arretrato sul quale la difesa della Dinamo Tbilisi sembra incerta.

Da dietro arriva il mediano Hoppe che con un bel destro al volo infila la palla sotto la traversa di un esterrefatto Gabelia.

E’ Séngelia a partire in percussione saltando un paio di avversari prima di “scaricare” in stile cestistico sulla destra verso l’accorrente Gutsaev. Gran botta di prima intenzione e palla in rete.

Non sono passati nemmeno quattro minuti dal vantaggio tedesco.

La Dinamo Tbilisi diventa padrona del campo e “Dato” (questo il suo soprannome in tutta la Georgia) sale in cattedra, distribuendo palloni e facendo da catalizzatore del gioco.

Il dinoccolato “regista-rifinitore-attaccante” della Dinamo ha una caratteristica peculiare, comune a tutti i grandi calciatori: i tempi della partita li detta lui.

Mancano meno di quattro minuti al termine.

La partita sembra destinata ai supplementari quando Kipiani riceve palla sulla trequarti avversaria. Stavolta sembra quasi crogiolarsi con la sfera tra i piedi, dando l’idea di voler ingannare il tempo (e il Karl Zeiss) in attesa dei supplementari.

Poi, sempre con grande indolenza, decide di “scaricare” la sfera al compagno di squadra Vit’ali Daraselia, altro immenso giocatore e alter ego perfetto di Kipiani: corpulento, arrembante di corsa e muscoli ma con piedi più che educati.

Daraselia non è particolarmente “pensante”.

Non fa calcoli e si lancia verso la porta avversaria.

Ci sono trenta metri buoni tra lui e Grapenthin, il numero uno tedesco.

Daraselia salta un prima avversario in velocità, rientra verso il centro dell’area, finge il tiro di destro facendo sedere l’avversario e poi con il sinistro scarica un rasoterra che si infila a fil di palo.

Per i tedeschi dell’Est non c’è più tempo.

La Dinamo Tbilisi conquista quello che allora era il 2° trofeo continentale più importante.

Il primo (e ultimo) per la regione georgiana, che diventerà Nazione a tutti gli effetti esattamente dieci anni dopo.

La Georgia intera impazzisce.

Milioni di georgiani scendono nelle strade. In quasi centomila si ritrovano allo stadio della Dinamo, allora intitolato a Vladimir Lenin.

Per David Kipiani è la definitiva consacrazione.

Sono tante le squadre di blasone a volerlo nell’Europa aldilà del muro.

“Dato”non vacilla neppure un momento.

E’ georgiano, e a Tbilisi vuole rimanere tutta la carriera … e tutta la vita.

Aldilà del muro ci va qualche mese dopo, per un Torneo estivo, quello organizzato al Santiago Bernabeu di Madrid e intitolato proprio all’ex grande presidente del Real di Puskas, Gento e Di Stefano.

La Dinamo Tbilisi sta giocando proprio contro i padroni di casa del Real Madrid quando una assurda entrata del centrocampista madrileno Angel lascia Kipiani a terra con una gamba spezzata.

E’ il settembre del 1981.

L’URSS ha fallito la qualificazione ai Mondiali argentini del 1978 ma stavolta la qualificazione ai Mondiali di Spagna del 1982 è praticamente cosa fatta.

Per Kipiani è l’occasione che aspetta da sempre.

Poter mostrare al mondo le sue doti sul palcoscenico più importante in assoluto.

Avrà quasi 31 anni per cui probabilmente sarà anche l’ultima opportunità a questi livelli.

Sono lunghi mesi di recupero, riabilitazione ma quando riprende a giocare nella primavera del 1982 sembra sia tutto a posto.

Kipiani ha ripreso a giocare nella Dinamo Tbilisi e riprende in mano la squadra giusto in tempo per le fasi decisive della stagione. C’è una Coppa delle Coppe da difendere e Kipiani è protagonista della vittoria nei quarti contro il Legia Varsavia prima di cedere in semifinale ai belgi dello Standard Liegi.

Ma c’è un problema, inatteso quanto insormontabile.

La panchina della Nazionale russa, in una cervellotica quanto inefficace decisione della Federazione, viene assegnata a tre tecnici, che devono rappresentare le tre maggiori “scuole” delle repubbliche socialiste sovietiche: russa, ucraina e georgiana.

Konstantin Beskov allenatore dello Spartak Mosca, Valeriy Lobanovsky allenatore della Dynamo Kiev e infine Nodar Akhalkatsi allenatore della Dinamo Tbilisi.

Con 4 calciatori della Dinamo Tbilisi praticamente nella formazione titolare (Chivadze, Sulakvelidze, Daraselia e Shengelia) c’era il grosso rischio (secondo la federazione russa e soprattutto secondo Lobanovsky e Beskov) di alterare troppo gli equilibri del team.

David Kipiani a questo punto è ritenuto di troppo.

Non solo, ma la sua creatività, la sua anarchia tattica e soprattutto il suo evidente carisma vengono visti dai due terzi della panchina russa come “limiti” nella struttura del gioco rigido e organizzato voluto da Beskov e soprattutto Lobanovsky.

Allora si decide per la versione di comodo.

“Kipiani non ha ancora pienamente recuperato dall’infortunio del Bernabeu”.

Una menzogna, niente di più e niente di meno, a cui non crede nessuno, soprattutto chi lo ha visto in azione da marzo in avanti.

Per Kipiani la delusione è enorme.

Ne lui ne il resto della Georgia (e gran parte dell’opinione pubblica sovietica) riescono a capire questa scelta.

A questo punto Kipiani prende una decisione estrema, che lì per lì pare solo dettata dallo sconforto di essersi visto privare del sogno della carriera: lasciare il calcio.

David Kipiani ha solo trent’anni.

Sono tutti convinti che sia uno sfogo temporaneo, dovuto alla delusione e alla rabbia e che rivederlo in campo sia solo questione di tempo.

Non sarà così.

David Kipiani non tornerà mai più su un campo di calcio con le scarpette ai piedi.

Neppure per la sua partita d’addio, prevista per il novembre di quel 1982 e annullata per la morte pochi giorni prima del segretario del Partito Comunista Leonid Brezhnev.

David Kipiani, figlio di due importanti medici di Tbilisi, intraprende la carriera di allenatore.

Prima la Dinamo Tbilisi a più riprese, poi la Nazionale della Georgia, una esperienza a Cipro e una in Belgio.

E’ il 17 settembre del 2001.

Kipiani è stato appena contattato dalla Dinamo Mosca che lo vuole sulla sua panchina.

E’ la sua prima squadra della vecchia madre Patria fuori dai confini della Georgia e soprattutto è uno dei team più importanti del Paese.

Kipiani sale sulla sua auto per andare all’aeroporto di Tbilisi con destinazione Mosca per discutere dell’offerta.

Il fato, però ha deciso diversamente.

Perderà la vita schiantandosi a forte velocità contro un albero al bordo della strada.

Ma la morte non sarà colpa della sua imperizia al volante.

L’autopsia rivelerà che è stato un attacco di cuore a fargli perdere il controllo dell’auto.

La Georgia piangerà forse il suo più grande campione, quello che tutto il suo popolo sperava di vedere ai Mondiali di Spagna del 1982 … perché da queste parti sono ancora in tanti quelli convinti che “Dato” avrebbe fatto la differenza.

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David Kipiani nasce il 18 novembre 1951 da una famiglia benestante. I genitori  di David sono entrambi medici e per lui vedono solo una carriera possibile: quella in camice bianco. David, che comunque eccelle negli studi, ha un sogno ben diverso: quello di diventare calciatore emulando il suo idolo dell’infanzia Slava Metreveli, georgiano come lui e autore di uno dei gol con i quali l’URSS sconfisse nella finale del primo campionato europeo la Jugoslavia nel 1960.

Il padre ha giocato a calcio a livelli dilettantistici e nonostante la ferrea opposizione della madre permette a David di alimentare il suo sogno.

Entra nelle giovanili della Dinamo Tbilisi a 13 anni ma quando sembra pronto per il definitivo salto di qualità un grave infortunio al ginocchio ne mette in serio pericolo la carriera.

I genitori insistono perché riprenda a pieno regime la carriera universitaria e dopo un tentativo abortito di fare medicina come nei sogni dei genitori David si iscrive a legge.

Il calcio diventa poco più di un passatempo in quel periodo ma c’è qualcuno che lo nota e gli dice di non mollare perché con le sue qualità prima o poi arriveranno anche le soddisfazioni.

Questo signore è Kote Makharadze, il più famoso commentatore sportivo georgiano.

… E sarà proprio lui, in quella sera di maggio del 1981, a commentare l’impresa della Dinamo Tbilisi in Coppa della Coppe.

David torna a tutti gli effetti a fare il calciatore.

Quando ha 19 anni è un titolare inamovibile della Dinamo Tbilisi ma c’è un problema: nessuno pare avere le idee chiare in quale ruolo utilizzare il suo talento.

“Dato” gioca praticamente in tutti i ruoli dell’attacco e del centrocampo anche se lui continua imperterrito a definirsi “un classico centravanti”.

Nella primavera del 1974 però la sua carriera calcistica subirà la svolta decisiva … e sarà un altro infortunio al ginocchio che si rivelerà decisivo !

Kipiani per curarsi ha il permesso di andare in Ucraina e da lì può vedere i Mondiali di calcio del 1974, cosa che sarebbe stata impossibile nel suo Paese a causa dello stretto regime politico.

E qui Kipiani si innamora dell’Olanda e del suo meraviglioso calcio. Ma soprattutto si innamora di quel numero 14 che pare essere da tutte le parti del campo e dal quale passano tutti i palloni.

“Ecco, quello è esattamente quello che voglio diventare io nella mia Dinamo” dirà Kipiani agli amici al suo ritorno in Georgia.

E sarà esattamente così.

David Kipiani diventerà il più grande calciatore georgiano di sempre e uno dei più grandi “playmaker” della storia del calcio … almeno per tutti quelli così fortunati da averlo visto in azione.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Il suo primo titolo conquistato con la Dinamo Tbilisi fu la Coppa nazionale del 1976. A quei tempi Kipiani era già arretrato in cabina di regia ma curiosamente il suo gol fu un classico gol da centravanti; grande stacco e colpo di testa all’angolino.

Non male per uno che aveva sempre affermato  che “non mi piace colpire troppo spesso la palla di testa. Può danneggiare il cervello e a me il cervello in campo serve parecchio !”.

Nel 1977 la Dinamo Tbilisi affronta l’Inter di Milano in una partita di Coppa UEFA. Mancano poco più di 10 minuti alla fine. David Kipiani ruba la palla a Giacinto Facchetti e poi si invola verso la porta. Entra in area e lascia partire un destro forte e rasoterra che batte il portiere nerazzurro Bordon. Sarà il gol decisivo della contesa. A Facchetti viene chiesto il motivo di tanta passività per di più in un periodo dove il “fallo da ultimo uomo” ancora non veniva punito come oggi. “Non me le sono sentita di fare fallo su un giocatore così meraviglioso” fu la risposta del grande Giacinto Facchetti.

Infine, questa la definizione data a Kipiani da Tengiz Packhoria, il più celebre giornalista sportivo georgiano.

“Kipiani ha elevato il calcio da sport ad arte. La gente impazziva per lui. Conosco persone che andavano allo stadio solo per vedere giocare lui … e “Dato” li rendeva felici perché era differente da qualsiasi altro calciatore”.

 

https://youtu.be/787TiZjrKco

 

 

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ROBIN WILLIAMS: L’istrione dal sorriso triste.

di SARA DEL BARBA

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Na-no Na-no. Sorrido ogni volta che fa capolino tra i miei pensieri, mentre le mani, senza bisogno di essere condotte, si portano alle orecchie.
Casuali e, alla fine, anche fortunose circostanze mi hanno teletrasportato in questo mondo. Con il mio uovo, strambo almeno quanto me.
Nel 1977, trasferito ormai da un po’ di anni nell’assolata California, mi ritrovai a Los Angeles, così calda, rumorosa, lontana da Chicago. George Schlatter mi offrì di far parte del suo revival dell’indimenticato “Laugh-In” degli anni ’60. Lo show non durò molto, come spesso accade ai rifacimenti che, inevitabilmente, non possono avere quell’originalità intrinseca, propria, leggera dell’inedito. In ogni caso, da lì ebbi modo di essere scritturato da semi-regolare al The Richard Pryor Show, dove le mie apparizioni si trovavano perfettamente a loro agio in quell’atmosfera di sagace umorismo, dove potevo scatenare i miei me stesso. Il pubblico rideva. Ma quello che più davvero mi dava soddisfazione era il fatto di poter essere un commediante relativamente libero e che coloro che stavano nel pubblico, finito di ridere fino alle lacrime per qualche mia stravagante uscita con l’accento che poteva essere californiano quanto del Tennessee, a seconda del mio umore o dei miei raptus mentali, poi dovevano subito trattenere la pipì perché mi divertivo a non lasciare loro il tempo di riprendersi dalla battuta precedente.
Già allora i miei personaggi erano il mio veicolo. E già allora cominciavano i su e giù per le montagne russe della mia mente.
The Richard Pryor Show non sopravvisse molto. Ne fui dispiaciuto. Le prime esperienze televisive si erano già chiuse, era un vero peccato non potermi scatenare ancora. Non potevo capire, allora, che questa fu la mia fortuna. Gary Marshall, produttore di Happy Days che già da circa cinque anni incollava davanti alla televisione le famiglie americane sui loro divani da quali poter vedere, in simultanea, la bandiera americana in giardino, mi notò proprio al Pryor Show. Continuavo le mie esibizioni di stand up, ma decisi di fare il provino per una puntata di Happy Days, così come volle Gary. Sarebbe dovuto essere un episodio speciale, incentrato su un alieno che arriva a casa Cunninghum, un escamotage per ravvivare un po’ il telefilm, produttori e regista erano ormai a corto di idee. Entro nella stanza, mi dicono di sedermi. Proprio il gesto di sedermi, di testa e a gambe all’aria, ha fatto tutto il resto. Insieme alla voce nasale e al saluto storpiato, caricaturato di Star Trek. Sette mesi dopo, andò in onda il primo episodio di Mork & Mindy.
Era il 14 settembre 1978. Sono Mork e vengo da Ork.
Sono grato dell’esperienza dei personaggi che ho vestito, enormemente grato. Ma sopra ogni cosa, mi sento fortunato ad aver avuto sempre la libertà di esprimere anche solo una piccola parte di me stesso attraverso l’improvvisazione, che è un tutt’uno con Robin. Gli schizzi ironici, o tragici, o anche mielosi. Quelli dell’ultimo secondo. Che non sanno ripetere fedelmente un copione. Il prodigioso segreto di un mestiere che non mi ha mai annoiato, che ho amato fino all’ultimo ciak. Lungo una vita che ho sentito vibrare sulla pelle della voce che rimbomba in sala prove.
Ho pescato la carta degli “imprevisti ” con cadenze regolari.
Poi tornavo nel mio Uovo. Per un pó. Sono Mork e vengo da Ork.
Dalla morte sul palcoscenico ci si risveglia sempre. A volte, ironia beffarda, tra le risa del pubblico. Le montagne russe hanno continuato, a fasi alterne, a fare da padrone. Come sull’ottovolante, in discesa mi godevo il vento. Ma quando scendi e giuri che “mai più”, sei convinto che davvero non ti farai mai più trascinare in balia di qualcosa che si appropria di te stesso in modo tanto sbagliato. Dove l’attore non riesce ad entrare nella parte.
Il denaro mi ha rubato spesso la parte del ruolo di protagonista. Lucifero di troppe serate. E mattinate. Poi tornavo sul mio Uovo. Per un po’. Sono Mork e vengo da Ork.
Eppure riuscivo di nuovo nel teletrasporto. Un presidente, una donna, Peter Pan, il professor Keating. Negli occhi lo sento. Se ne vale la pena, allora vedo come fossi lui. O lei. Solo un po’ robinizzati. Se avverti quella sensazione, quell’immedesimazione temporanea ma profonda, hai guadagnato la prospettiva ideale, il punto di vista perfetto. Che ti fa anche sperimentare stati d’animo coi quali, altrimenti, difficilmente ti saresti misurato.
Da Chicago alla California. Devi mutare un pó anche te stesso nel cambiamento. Adattarti alla temperatura, all’abbigliamento, ai gesti, le usanze, i profumi. Allo spleen. Così è anche sul palcoscenico. È un’iniezione irruenta. Immediato, ardito turbinio di emozioni. Veloce. Schizofrenico. Attraverso te stesso sei qualcuno che può avere la capacità di sfiorarti il pensiero che proprio quel te stesso, alle volte, ti ingabbia.
Christopher. John. Poi tornavo sul mio Uovo. Per un pó. Sono Mork e vengo da Ork.
Capitano, o mio Capitano!
Posso, io, aver insegnato mai qualcosa? Ai miei figli, almeno? Me lo auguro. Ma sono certo di avere imparato. E di averlo fatto davvero, ma mai abbastanza. Linfa vitale. Che ha iniziato a circolare troppo debole.
Poi tornavo sul mio Uovo. Per un pó. Sono Mork e vengo da Ork.
In una giacca. Con un naso da pagliaccio. Con una parrucca da donna. Dietro un paio di occhiali neri. Alla ricerca dell’Isola che non c’è. Dov’era Robin? L’ho capito solo adesso. Che la limitazione lenta ed inesorabile di quella libertà di decidere quanto esserci dentro sta lentamente logorando il mio corpo. La mia mente. La mia anima.
Trema una mano. La lingua s’inceppa. La libertà sta esaurendo. Trema di nuovo. Il mio saluto non sa più essere vulcaniano. Io non so più essere me stesso. I miei personaggi non sanno più riconoscermi.
Tuta rossa, mani alle orecchie. Sono Mork. E torno su Ork.
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Esuberanza all’ennesima potenza. Caricatura ad arte. Intensità. Ironia e sarcasmo dosati con tale maestria che non possono che essere naturali doti di un essere umano. Non si possono semplicemente imparare. Ma anche delicatezza, a tratti amara. Attore multiforme, con grande intelligenza emotiva.
Sono nata nel 1982, circa un mese dopo che l’Italia di Paolo Rossi aveva potuto alzare la coppa dei Mondiali di calcio di   Spagna.
Mork & Mindy andarono in onda in America tra il 1978 e il 1982. Poco dopo la serie approdò anche in Italia. E seguirono le repliche di quelle quattro stagioni per anni ed anni, fu un fenomeno mediatico incredibile. Anche per me. Ed anche per gli attori e operatori sul set del telefilm:tutti a fatica contenevano le risate dovute alla comicità dilagante e improvvisata di Robin; Pam Dawber, la Mindy di Mork, era solita mordersi la lingua per non incappare in risate fragorose che avrebbero fatto sì che la scena andasse rifatta ancora e ancora.
Robin Williams è stato sicuramente un visionario nella sua indiscussa ed eccezionale bravura di attore. Nato a Chicago il 21 luglio 1951, si trasferì con la famiglia in California nel 1967. Un genio tanto ironico e comico sul palcoscenico, quanto delicato e leggero in famosissime interpretazioni cinematografiche. Un talento da far restare senza fiato. Che ci pensi ancora quando il film è finito e provi a prendere sonno.
I demoni della droga e dell’alcool, però, sono stati sempre parte di Robin; la depressione era in lui tanto quanto i suoi personaggi. La morte del caro amico John Belushi, col quale aveva condiviso anche quella serata, diede una prima scossa alla sua condotta di vita. Ma la vita di Robin è sempre stata scandita da continui, complicati, sofferti alti e bassi. Ancora prima di quel circolo vizioso, Robin ha sperimentato altre forme di malessere, come l’essere bullizzato. La vita privata è stata movimentata: tre mogli e tre figli dalle prime due.
Gli stavano stretti i ruoli rigidi, nei quali non è permesso poter essere sopra le righe. Perfino la Julliard gli stava stretta; quando ebbe l’occasione di frequentare la più famosa scuola di  Performing Arts  a New York, Robin, al suo giro di alto, fu uno dei soli due studenti ammessi. L’altro era il futuro Superman per antonomasia, Christopher Reeve. Le parole “straordinaria amicizia” non rendono a sufficienza. Quando Christopher incontrò Robin per la prima volta disse “Non avevo mai visto così tanta energia contenuta in una persona. Era come un pallone slegato che è stato gonfiato e immediatamente  rilasciato”. Quando nel 1995 Reeve ebbe un incidente da cavallo che lo rese paralizzato, Robin gli fu accanto come non mai, anche economicamente. “Ero in una stanza d’ospedale. Aspettavo un’operazione che aveva il 50% di possibilità di vedermi morire sotto i ferri. Irruppe nella mia stanza un uomo, aveva un camice da chirurgo e un accento russo. Disse che doveva assolutamente farmi un esame rettale. Era Robin Williams. Per la prima volta dall’incidente, risi e capii che ce l’ avrei fatta…capii che se potevo ridere, potevo vivere…”.
Nonostante la sua strabordante comicità, il suo senso dell’humor così innato, la mia ammirazione per il personaggio Robin non può non considerare straordinarie interpretazioni come il professor Keating o il dottor Maguire. Da brivido. Che sicuramente portano il merito anche del doppiatore italiano. Ma sentire le sue mille menti travestite anche in lingua originale, mi fa avvertire, sprofondando nei suoi occhi, l’effetto di quell’ottovolante. Che anche dietro l’espressione ridanciana e vulcanica, tra gesti schizzati e parodie dell’assurdo, non può dissimulare quel velo, tanto pesante da portare, che è la solitudine. Che sia il vuoto che hai dentro, o le persone sbagliate che hai intorno, pur tante che siano, ti senti solo. Perso.
“Se guardi al mondo con occhi onesti non puoi che diventare triste, e la tristezza fa ridere. Un comico deve essere onesto, parlare liberamente e abbracciare la realtà: questo è  l’umorismo”.
Un fiume in piena, un clown triste, che ha saputo osare con ironia e forme di divertimento anche sulle cose tragiche della vita. I ritratti e le descrizioni che rimangono di lui non restituiscono il complesso e meraviglioso lascito di Robin Williams, ma sono strumento utile per non dimenticare, nonostante tutto, la sua vitalità. Mentre si gode l’aria scendendo vertiginosamente dall’ottovolante e quel vuoto, per un attimo, è solo nello stomaco.
Robin Williams si è tolto la vita l’11 agosto 2014. Quando la malattia lo aveva reso impotente di essere Patch Adams o Mrs Doubtfire. Tanto da non riuscire più a pronunciare quello stentoreo, possente, divertente “Goooood Morning, Vietnam!”
“Sono le persone più tristi a fare del loro meglio per rendere felici le altre persone. Perché sanno cosa significa stare male, e non vogliono che nessun altro si senta in quel modo.”
R.W.
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WIM VAN HANEGEM: “Non smetterò mai di odiarvi”

di REMO GANDOLFI

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“Brutti bastardi maledetti e assassini.

Ci avete fregato ancora.

Come sempre.

Come 34 anni fa, quando avevate giurato che non ci avreste attaccato, che ci avreste lasciati in pace.

Quanto vi odio.

Se c’era una partita nella vita che avrei voluto vincere era proprio oggi, contro di voi.

Poi avrei anche potuto ritirarmi.

Anche se ho solo trent’anni.

Ma lo avrei fatto da campione del mondo e dopo avervi battuto a casa vostra.

Quando siamo andati in vantaggio con Neeskens dopo neanche due minuti di gioco ho pensato che fosse il nostro giorno.

Quello della rivincita, anche se solo sportiva.

Fino ad oggi avevamo subito un solo gol in tutto il Mondiale … e non ce l’avevano neppure segnato gli avversari.

Avevamo fatto tutto da soli.

Poi però siamo stati ingenui e vi abbiamo regalato noi l’occasione per tornare in partita con un rigore evitabilissimo.

Ma anche quando ci avete segnato il secondo gol eravamo ancora convinti di potercela fare.

C’era ancora tutto un tempo da giocare.

Vi abbiamo messi sotto, giocando il nostro calcio, quello che ha stupito il mondo intero e che, dicono, cambierà il modo di giocare a pallone per sempre.

Invece la vostra fortuna (e un buon portiere) hanno avuto la meglio.

Bastardi maledetti e assassini.

Sono in tanti quelli che hanno dimenticato quello che avete fatto al nostro piccolo paese 30 anni fa.

Io no.

Io non posso e non VOGLIO dimenticarlo.

Finita la partita sono scoppiato in lacrime.

Di rabbia.

Scambiare la maglia con voi ? Andare sul palco a ritirare una stupida medaglietta ?

No, me ne sono andato negli spogliatoi, da solo.

Perché questa sconfitta mi fa male, tanto.

Molto più che a tutti gli altri.

Più dei miei compagni e dei tifosi che ci hanno sostenuto durante questo mondiale.

Perché io, per colpa vostra, ho perso molto più di tutti gli altri 30 anni fa …

In questo momento sono tutti al party organizzato per il saluto finale di questo mondiale.

I miei compagni a fianco a fianco con voi, bastardi maledetti e assassini, probabilmente con una coppa di champagne in mano a ridere e a scherzare.

Senza nemmeno pensare un solo secondo a quello che i padri e i nonni di quelli con cui state amabilmente scherzando sono gli stessi che hanno ucciso i nostri di famigliari.

I miei compagni.

Solo Johann ci ha timidamente provato a convincermi ad unirmi a loro.

“Dai Wim, vieni con noi e per qualche ora prova a mettere da parte il tuo rancore”.

“Impossibile Johann. Non dopo quello che hanno fatto. Io li odio e li odierò sempre”

Preferisco starmene in albergo, da solo. A vedere e rivedere nella mia testa la partita e a  chiedermi cosa avrei potuto fare di più per evitare questa sconfitta che SO che non riuscirò mai a dimenticare.

… in attesa di un’altra occasione per batterli e possibilmente umiliarli.

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E’ l’11 settembre del 1944.

La Germania nazista sta perdendo ormai ogni speranza di vincere la guerra da loro stessa scatenata esattamente 5 anni prima con l’invasione della Polonia.

Forse proprio per questo la rabbia dei tedeschi è sempre più cieca.

Gli aerei della Lutwaffe stanno bombardando l’Olanda da giorni.

I morti tra i civili non si contano.

Tante bombe cadono anche su Breskens, la piccola cittadina a due passi da Rotterdam dove vive la famiglia di Van Hanegem.

Stanno tutti sfollando in campagna alla ricerca della salvezza.

Lo e Izaak Van Hanegem, padre e fratello maggiore di Wim, decidono di rientrare a Breskens per prendere delle provviste per la famiglia.

Vengono sorpresi da un altro attacco aereo, l’ennesimo.

Moriranno anche loro, insieme ad altre centinaia di civili.

La guerra, qualche mese di dopo, si prenderà anche l’altro fratello e la sorella di Van Hanegem.

Wim, che non ha ancora un anno di vita, è insieme alla madre, entrambi sfollati in campagna e si salveranno dall’ultimo colpo di coda della follia nazista.

“Non chiedetemi di non odiarli. Per me è impossibile” ripeterà ad ogni occasione Wim Van Hanegem.

La guerra con i tedeschi, per lui, non è mai finita.

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Willem Van Hanegem nasce il 20 febbraio del 1944 a Breskens, cittadina sul mare nella provincia dello Zeeland.

Ci mette un po’ a convincere i migliori team olandesi delle sue qualità.

Non è esattamente “bello” da vedere e il suo stile suscita parecchie perplessità.

Ha due gambe arcuate, è alto e di struttura robusta e non è certo un fulmine.

Inoltre tende a colpire la palla quasi sempre con l’esterno del piede in maniera apparentemente poco ortodossa. Il piede è quello sinistro, visto che il destro serve solo a sostenerlo.

Quando arriva al Feyenoord, nell’estate del 1968, ha già 24 anni.

Gioca una stagione fenomenale contribuendo con la sua visione di gioco, i suoi passaggi illuminanti ma anche la sua grande capacità di interdizione, alla vittoria in Campionato e in Coppa d’Olanda del Feyenoord.

Arriva immediatamente l’esordio in Nazionale e Wim Van Hanegem diventa immediatamente uno dei giocatori di riferimento per una Nazionale che sta riguadagnano velocemente posizioni di prestigio a livello internazionale.

Ma la svolta vera nella carriera di Van Hanegem arriva la stagione successiva.

Sulla panchina del Feyenoord si siede l’austriaco Ernst Happel che si è fatto conoscere come giovane allenatore innovativo e preparato con l’ADO Den Haag.

Happel introduce un concetto nuovo e rivoluzionario: a centrocampo niente più marcature fisse e duelli con gli avversari ma ogni centrocampista del Feyenoord (ai tempi ancora “Fejienoord”) avrà una zona di competenza di cui occuparsi. Per Van Hanegem, il cui handicap maggiore erano proprio la scarsa mobilità e il passo “lento”, è il paradiso. Non solo conferma di avere una grande capacità di “lettura” del gioco ma con con questo nuovo sistema può limitare il suo raggio d’azione, senza dover seguire per tutto il campo un avversario ma limitarsi ad affrontare quello che “passa” dalle sue parti … conquistando spesso il pallone con i suoi micidiali tackle.

Il Feyenoord diventa una squadra di altissimo livello e la sua marcia trionfale in Coppa dei Campioni ne attesta in maniera inequivocabile la qualità assoluta di un team che non solo ha un genio rivoluzionario in panchina, ma che in mezzo al campo ha calciatori di valore e con una coesione vista raramente in una squadra di calcio.

Il capitano e libero Rinus Israel, l’ala sinistra Coen Moulijn, il mediano Wim Jansen (imprescindibile nella grande Olanda del 1974) lo svedese Ove Kindvall e il bomber Ruud Geels sono solo alcuni dei calciatori di quella grande squadra che fece suo per primo il concetto di “zona” e di possesso di palla.

Van Hanegem è il faro di questa squadra.

Ne rappresenta appieno l’immagine del club e della sua tifoseria, in gran parte formata dagli operai del porto di Rotterdam.

Van Hanegem è duro come il marmo, i suoi tackle incendiano il “popolo” del De Kuip che si innamora letteralmente di questo capellone mancino che calcia la palla in maniera poco ortodossa (quasi sempre con l’esterno del piede) ma che sembra capace di “pescare” alla perfezione i propri compagni in qualsiasi zona del campo.

Il Feyenoord vincerà la Coppa dei Campioni di quella stagione, prima squadra olandese a riuscirci prima del ciclo dei rivali dell’Ajax che dalla stagione successiva trionferanno per tre volte di seguito.

In Nazionale è un punto fermo fino all’inizio del 1974 quando sulla panchina degli “Orange” si siede Rinus Michels.

Il “Generale” non è un grande fan di Van Hanegem.

Troppo lento e compassato per lo stile di gioco che ha in mente per la sua Olanda.

Molto più adatto Gerrie Muhren, che ha caratteristiche simili ma è assai più mobile … oltre al fatto che Michels lo conosce alla perfezione avendolo allenato ai tempi dell’Ajax.

Alla prima amichevole pre-mondiale contro l’Austria Michels inserisce Van Hanegem in squadra. In quella Nazionale ci sono contemporaneamente in campo Cruyff, Rep, Rensenbrink e Geels. Un po’ troppi attaccanti anche per il calcio offensivo e coraggioso voluto da Michels. A tenere in piedi la baracca quel giorno è proprio Van Hanegem che fungerà da autentica diga, recuperando un’infinità di palloni e convincendo definitivamente Michels dell’importanza del mancino di Breskens per gli equilibri della sua Olanda.

Ai Mondiali del 1974 Van Hanegem sarà un titolare inamovibile di quel meraviglioso team e lo sarebbe probabilmente stato anche in quelli successivi di Argentina del 1978 … se non fosse che il suo carattere duro, spigoloso ed estremamente coerente non lo avessero convinto a rinunciarvi a causa di una gestione, secondo Van Hanegem, poco corretta degli introiti dalle sponsorizzazioni per i calciatori della Nazionale Olandese.

Giocherà la sua ultima partita con gli “arancioni” l’anno successivo, nel 1979, in un amichevole contro il Belgio … a 35 anni suonati !

Dopo alcune stagioni all’AZ 67, all’Utrecht e una stagione negli Stati Uniti con i Chicago Sting, Van Hanegem chiuderà la sua carriera calcistica proprio nel “suo” Feyenoord, alla veneranda età di 39 anni.

Feyenoord dove tornerà come allenatore nel 1992, portando “De Club van het volk” (la squadra della gente) alla conquista del titolo nel 1993 e a due trionfi consecutivi nella Coppa di Olanda nel 1994 e nel 1995.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

“De Kromme”, lo “storto”. Questo il soprannome che accompagna Wim Van Hanegem nei primi anni di carriera. Gioca nello Xerxes, da mediano. Ha le gambe storte, arcuate e una postura particolare, con la testa in avanti incassata fra le spalle. Però sa giocare a calcio e quando Ben Peeters, l’allora allenatore del Feyenoord lo vede in azione, capisce subito che “De Kromme” è l’uomo ideale per il suo team.

“E’ brutto, duro e spietato. Sembra appena uscito dai cantieri del porto di Rotterdam. Insomma, per noi è PERFETTO.”

Van Hanegem lascerà il piccolo Xerxes con statistiche da attaccante puro: 68 presenze e 32 reti … davvero niente male per un mediano difensivo !

 

E’ una fredda mattina di dicembre del 1960. Daan Van Beek sta dirigendo un allenamento del Velox di Utrecht, squadra della Seconda Divisione olandese.

All’esterno delle reti di recinzione che delimitano il campo di allenamento c’è un ragazzo, alto e decisamente corpulento, che ogni volta che la palla oltrepassa la rete ed esce dal campo la rimette in campo con una precisione quasi chirurgica con il suo sinistro.

Van Beek si avvicina al ragazzo e lo invita a partecipare all’allenamento.

Quando entra in campo i giocatori del Velox non riescono a nascondere qualche sorriso ironico.

Il ragazzo è alto più di un metro e 80 ma pesa 94 chilogrammi.

“E’ troppo grasso. E poi è troppo lento e sgraziato e calcia solo con il sinistro !” è quello che Mister Van Beek si sente ripetere praticamente da tutti, dirigenti e membri del team.

Prima ancora di compiere i 18 anni Wim Van Hanegem sarà titolare del Velox … grazie a Daan Van Beek che vide in lui qualcosa che nessun altro riusciva a vedere.

 

Quando sulla panchina del Feyenoord arriva Ernst Happel rivoluzionando il modo di giocare del team che prevede come detto la marcatura a zona a centrocampo le prime parole a Van Hanegem sono “figliolo, a calcio sai fare praticamente tutto … tranne che correre. Faremo in modo di farti fare tutto il resto facendoti correre il meno possibile”.

La risposta di Van Hanegem è quasi “divinatoria” “Boss, giocando come chiede lei potrei andare avanti fino a 40 anni !”.

… Quasi ci azzeccò il buon Wim … visto che smise di giocare con il Feyenoord a 39 …

 

A rafforzare questa teoria Wim Van Hanegem riconoscerà sempre grande merito del suo grande amico Wim Jansen, compagno di reparto nel Feyenoord e nella Nazionale olandese.

“Mi dicono in tanti che non corro abbastanza. Che bisogno ho di farlo quando Wim (Jansen) corre per lui e per me … e a fine partita è ancora lucido e fresco !?”

 

All’apice della sua carriera arrivano tante proposte dall’estero per Van Hanegem.

Alcune delle quali particolarmente vantaggiose dal punto di vista economico.

Una delle più importanti arriva dai francesi dell’Olympique Marsiglia nell’estate del 1975.

L’ingaggio proposto dai dirigenti dell’Olympique pare sia sei volte superiore a quello percepito da Van Hanegem al Feyenoord.

La decisione è difficilissima. Wim ama il suo Club (amore assolutamente ricambiato) e il suo Paese.

Che sia leggenda o meno questa storia merita di essere raccontata …

E’ un giorno di vacanza in Olanda e Wim è a fare un picnic con l’amico Wim Jansen, le rispettive mogli e il suo inseparabile cane Wodan. Van Hanegem menziona l’offerta del Marsiglia chiedendo a moglie ed amici di votare su che decisione prendere.

Alla fine della votazione il bilancio è in parità: due voti per restare due per andare in Francia.

Stallo completo.

Wim si gira verso il suo cane “Tocca a te amico mio. Abbaia e facciamo le valigie per Marsiglia”.

Il cane rimane immobile e muto per due minuti buoni.

“Ok, è deciso. Si resta in Olanda” dirà Wim al termine di questo particolare consulto.

 

Lo Zeeland, la provincia olandese dove è nato Wim Van Hanegem, nel 1953 fu colpita da una tremenda inondazione che causò quasi 2.000 morti e oltre 70.000 evacuati.

Da allora il motto ufficiale che rappresenta questa zona è “luctor et emergo” (lotto ed emergo) in onore e in ricordo della grande forza degli abitanti della zona nel risollevarsi da una simile catastrofe.

Esiste un motto più adatto per definire Wim Van Hanegem e la sua incredibile carriera ?

 

https://youtu.be/eIe7nAqe7hE

 

 

 

 

 

STUART e DOUG sapevano scrivere …

 

di REMO GANDOLFI

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Il 19 maggio del 1996 mi trovavo esattamente nel posto dove sognavo di essere da più di una dozzina d’anni. In un pub di Dunfermline seduto ad un tavolino in compagnia del mio musicista, cantante e song-writer preferito.

Non solo.

STUART ADAMSON (è di lui che sto parlando) era anche il titolare di quel pub per cui il “nostro” tavolino era nella “little thinkin’ room” come la chiamava lui. Tutta per noi.

Due ore abbondanti di chiacchiere sullo sport (Stuart era “malato” di calcio almeno quanto il sottoscritto !) di politica (stessa linea anche qua … dittatori e “capitale” non ci entusiasmavano affatto …) e ovviamente musica.

BIG COUNTRY (il gruppo di cui era leader Stuart) ma non solo.

“Stuart, c’è un gruppo che negli ultimi tempi ti è piaciuto davvero ?” gli ho chiesto ad un certo punto.

Si c’è. E la cosa di loro che apprezzo di più e che non hanno scritto una sola canzone brutta nei due dischi che hanno fatto !” … e poi sorridendo ha aggiunto “E ti garantisco che non è mica facile !”.

… rimango un attimo in silenzio.

Il cervello che lavora a mille (sempre in base alle mie possibilità ovviamente …)

Faccio un riepilogo mentale rapido.

Del “Grunge” abbiamo già parlato. I PEARL JAM piacciono tantissimo sia a lui che a me ma non possono essere loro. Di dischi ne hanno già fatti tre …

Poi un’idea … no anzi un illuminazione … no anzi … un gran colpo di culo !

“Non saranno mica i GIN BLOSSOMS ?” gli chiedo.

Mi guarda con la faccia che probabilmente ho fatto io quando sono entrato nel pub e l’ho visto dietro il bancone.

Stupore PURO.

“Li conosci ???” mi chiede come se stesse parlando del nascondiglio del Sacro Graal.

“Non solo li conosco. Mi piacciono da morire !” gli rispondo io orgoglioso come un bimbo al primo giro in bici senza rotelle !

Effettivamente in Europa non credo siano molto conosciuti.

In Italia oltre al sottoscritto li conosce solo il mio amico Matteo Pigoni da Riana …

Il mio idolo ed io abbiamo gli stessi gusti musicali !

Quando lo racconterò a Max, a Nuzzi, al Besa, a Fefy e al Cagno non ci crederanno di sicuro !

A questo punto i GIN BLOSSOMS diventano l’argomento.

“Ma quanto è bella HEY JEALOUSY ?” gli chiedo io. “Ah beh, anche FOUND OUT ABOUT YOU è un capolavoro !” Mi risponde tutto infervorato il “mio amico” Stuart. Che poi aggiunge “la mia preferite comunque è PIECES OF THE NIGHT”.

Solo che mi accorgo che del gruppo so veramente poco … ma proprio poco.

Mi sto ancora crogiolando nel figurone di pochi istanti prima quando Stuart mi dice qualcosa che equivale a prendere un pugno quando sei su una gamba sola.

“Povero ragazzo. “LUI” non ce l’ha fatta” mi dice un attimo dopo.

Abbasso gli occhi. Sotto il tavolino però non c’è nulla che possa venirmi in aiuto.

Stuart ci mette un attimo a capire che … io non ho capito nulla !

“Quello che ha scritto i pezzi più belli del gruppo non ha fatto in tempo a vedere i suoi ex-colleghi raggiungere le vette delle classifiche di vendita” mi spiega Stuart.

Ormai non serve più fingere o darsi un tono.

“Cosa gli è successo ?” gli chiedo.

“Si è sparato pochi mesi dopo che lo avevano buttato fuori dal gruppo”.

Non sapevo nulla, assolutamente nulla di questa storia.

Ma è quello che aggiunge poco dopo che trasformerà una bella chiacchierata in un momento indimenticabile della mia esistenza.

“Aveva grossi problemi con la bottiglia” mi dice Stuart, che aggiunge dopo una piccola pausa “Non tutti sono stati fortunati come me”.

Sapevo che Stuart da giovane tendeva ad alzare il gomito abbastanza spesso.

Ricordavo una vecchia intervista su “Rockstar” dove ammetteva che per un po’ aveva “esagerato”.

Ma non mi aspettavo di sentire quello che mi avrebbe raccontato da quel momento in avanti.

“Quest’anno sono esattamente 13 anni che non tocco un goccio d’alcol”  mi dicee senza nascondere affatto il suo orgoglio.

E mentre lo dice porta alla bocca il suo bicchiere di Coca Cola light … mentre io guardo la “Media” che ho davanti e mi vergogno un po’.

Poi mi racconta tutto.

Come si fa con un vecchio amico.

“Stavo distruggendo i Big Country e la mia vita” mi dice guardandomi dritto negli occhi.

“Più i Big Country diventavano importanti e più bevevo. Non aveva alcun senso … eppure andava così” mi dice Stuart allargando le braccia.

Io non riesco più neppure ad aprire bocca.

E soprattutto non voglio aprire bocca !

Quando ascolti qualcosa che SAI che ricorderai per sempre anche una sola parola può spazzare via il pathos di quei momenti.

Assorbo ogni parola, ogni smorfia, ogni (meraviglioso) sorriso di Stuart.

Che poi conclude tornando sui Gin Blossoms.

“Mi dispiace davvero per quel ragazzo. Era davvero bravo a scrivere”.

DOUG HOPKINS si chiamava.

Morto suicida nel dicembre del 1993, una settimana dopo che il suo pezzo “Hey Jealousy” aveva conquistato il disco d’oro per le vendute ottenute.

 

Cinque anni dopo tutto, ma davvero tutto di quell’indimenticabile incontro, mi è tornato alla mente come se fosse accaduto il giorno prima.

Ricordo tutto anche di quel giorno di cinque anni dopo.

Comprese le lacrime che non ne volevano sapere di smetterla di riempirmi gli occhi.

Il 16 dicembre del 2001 il corpo senza vita di STUART ADAMSON era stato trovato in un albergo di Honolulu.

Circa un anno dopo il nostro incontro Stuart aveva ricominciato a bere, sempre più pesantemente e in maniera sempre più incontrollata.

E stavolta aveva perso tutto.

I Big Country, la sua bellissima famiglia e infine la sua vita.

Anche andarsene dalla Scozia, nascondersi a Nashville negli Stati Uniti, provare a ricostruirsi una carriera (i Raphaels) e una nuova vita (un matrimonio con una estetista del luogo) non sono serviti a nulla.

Neanche STUART ADAMSON, come DOUG HOPKINS, ce l’ha fatta.

… e anche STUART ADAMSON, vi prego di credermi, era davvero bravo a scrivere canzoni …

 

FRIDA KAHLO: ¡Viva la Vida!

di SARA DEL BARBA

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Ho avuto tutto e niente.

Il corrimano di quel tram fu, forse, molto più di una spavalda ironia della sorte, tanto furba e sfrontata quanto amara; lo volle davvero, perché se non fossi scesa dal precedente per cercare quell’ombrellino, non avrei sentito, senza sentire, attraversare il mio corpo così acerbo e gracile, sferrando un colpo secco, duro, senza speranza, frazionando la mia colonna vertebrale fino a lacerare il mio sesso. Sì, ho detto bene: sentire senza sentire. Oh, non è un’antitesi paradossale. Perché non avvertii nulla nel momento dell’impatto, se non la lucidità della tragedia. Per poi vivere scontando la pena dell’urto ogni minuto beffardo di ogni singolo giorno che da lì è seguito.

Sono certa che nessuno mai abbia realmente capito cos’abbia significato sentire frammentare a poco a poco ogni parte del mio corpo, mentre la mente è stata sempre sveglia, lucida, dannatamente presente. Anche quando ho iniziato a bere e poi a mescolarvi pasticche. Ho urlato al mondo tutto il mio dolore, col silenzio, con le grida, con le parole e, soprattutto, con i miei dipinti. Ho colorato me stessa e tutto ciò che ho messo sulla tela, così da poter immaginare, da poter fingere di sapere cosa sono quelle dolci cromie di cui possono godere gli esseri umani.

Sono stata dolore. Sono dolore. Disperazione ima. Ma non mi sono mai fermata. Ho combattuto per la rivoluzione. Per i cachucas. Per Alejandro. Per la patria. Per la Casa Azul. Per Diego. Per me stessa. Per Diego E me stessa. E per i figli che ho dovuto abortire.

Diego, l’elefante grasso, trasandato, brutto, traditore, intelligente, passionale, pazzo, vicino e lontano. Diego sopra ad ogni cosa.

Urlando, ridendo, viaggiando, studiando, piangendo, gemendo. Dipingendo.

Frida, la colomba spezzata.

Ma avrei già dovuto capire che non sarebbe stata una vita facile. Nonostante la mia grinta, la mia voglia, l’intelligenza che mio padre mi ha sempre riconosciuto, i fatti reali,dalla scuola ai risultati concreti, che confermavano che avrei potuto farcela. “Frida pata de palo”. Ben prima di quello squarcio, di quella perforazione uterina. Sì, ne avete riso. Ma nelle mie lacrime non ho mai smesso di ingannarmi che, anche senza gambe come le vostre, non ho avuto bisogno mai nemmeno di quelle ali finte.

Fri(e)da vuol dire libertà. Mio padre fu bravo a trovare il compromesso con quell’isterica di mia madre. Frida sono io. Sono stata sempre rinchiusa in una gabbia, ma non ho mai smesso di rincorrere e combattere per la libertà. Di qualsivoglia natura.

Il mio corpo non mi ha impedito di amare ed essere amata. Uomini e donne. L’ho urlato al mondo. Che, forse, sordo, non ha compreso fino in fondo che l’unico vero limite per me stessa è stato sempre e solo proprio me stessa.

Brucia tutto. Dentro e fuori. È piú cocente del sole a mezzogiorno della mia Terra. Nulla di bello e grazioso. Lo nascondo. Eppure lo grido. Lo urlo a squarciagola, senza sosta. Lo specchio mi condanna. Lo specchio sa essere sarcastica salvezza senza soluzione. Sentenza senza ricorso.

É vividamente insopportabile perché il dolore fisico non ha mai dato respiro. Ed ancora di più, è insopportabile perché il pensiero doloroso non ha mai trovato tregua.

Tutta la mia devastazione si perde come le volute elicoidali di fumo delle mie sigarette, che eppure penetrano ovunque, ma nessuno, tranne me, se ne accorge.

Corpo rotto. Mente intonsa. La condanna è servita. Su un vassoio onirico quanto reale. Frida. Che prova a brillare. Nonostante tutto. A non affogare. Trasognando di un lucido, lento, crudele delirio.

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Un corpo distrutto, fragile. Una mente eccezionale, spirito indomito e selvaggio. Dicotomia antonomasica di una vita troppo breve e difficile. La malattia e l’incidente hanno inevitabilmente segnato la vita di Frida Kahlo. Eppure la passione per tutta una serie di cose, fatti, persone, vissuta senza freni e timori, in cui ha messo tutta sé stessa, ha avuto da guida il cuore piuttosto che la razionalità. Proprio questo l’ha tenuta in vita.

La passione per l’arte, la passione per il caldo e colorato Messico, l’amore per il padre, per la politica, per lo studio, per il piacere fisico e mentale e, su tutto, l’amore complesso, completo e tormentato per Diego Rivera. Vivere al massimo. Anche quando la morte è sempre alla finestra, un Caronte sempre in vedetta a voler traghettare all’Inferno la sua anima. Perché il dolore lancinante ha lacerato tutto, dentro e fuori. Si sente. E si vede, pur tentando di dissimularlo senza sosta e senza scampo. Quando la sofferenza si trasforma in una tale ispirazione, non vi è parola all’altezza per descrivere il risultato.  

Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón, nonostante amasse collocarsi anagraficamente nel 1910 (e non per sembrare più giovane, bensì per definirsi “figlia della Rivoluzione”) nasce il 6 luglio 1907 a Coyoacán, Messico. Figlia di Wilhelm Kahlo, tedesco di origine, emigrato in Messico, persona semplice, fotografo di professione, con un amore ed una capacità sorprendenti per la musica. Vedovo da un primo matrimonio, nel 1898 sposa Matilde Calderon y Gonzales, figlia di una messicana e di un indio, originaria di Oaxaca, antichissima città azteca, fortemente cattolica e dai tratti isterica. Sei figlie.  Tra le quali Frida, la più ribelle, molto più che “sopra le righe”. Carattere forte dal primo vagito, capacità e intelligenza fuori dal normale. Contrapposti a un fisico e ad una salute troppo deboli.

A sei anni inizia il calvario della sua “gamba di legno”. Il dolore ha iniziato presto la sua guerra contro Frida.

Nel 1925, di ritorno da scuola in autobus col primo amore Alejandro, viene coinvolta in quell’incidente tremendo che le causa la rotture multipla della spina dorsale, vertebre e bacino fratturati. Il corrimano le trapassa il corpo; nemmeno se fosse stata la sagoma di un’area di tiro avrebbe avuto una tale precisione dei punti del dolore . Le perfora l’utero e il sesso, condannandola al più grande dei suoi rimpianti: non riuscire a portare a termine una gravidanza.  Rischia di morire, più di 30 interventi chirurgici che la costringono a letto per mesi. Sfigurata nel corpo e nell’anima. Per sempre. 18 anni e la vita è già segnata.

Durante i mesi a letto immobilizzata da mostri di busti di metallo e gessi, i colori e le penne di cui non può colorare la propria esistenza divengono il mezzo salvifico per aiutarla a non affogare. Da qui un’indiscussa carriera artistica di successo mondiale. Ma, a che prezzo.

La prima opera di Frida è un autoritratto, il primo di una lunga serie “dipingo autoritratti perché sono spesso sola, perché sono la persona che conosco meglio”. Lo specchio sul soffitto, immobilizzata a letto, é diavolo e salvatore. Dicotomia ricorrente della tragicità.

Nel 1928 diventa attivista del partito comunista. È in quell’anno che conosce Diego Rivera, il pittore più famoso del Messico rivoluzionario. Lo aveva già incontrato quando aveva quindici anni (e lui trentasei), anzi, inseguito, spiato, indispettito,sotto i ponteggi della scuola nazionale preparatoria, mentre Diego stava dipingendo un murale per l’auditorium della scuola.

Il 21 agosto 1929 sposa Diego, nonostante lui abbia 21 anni più di lei. Diego é più di un Casanova, marito infedele, al terzo matrimonio, con tre figlie, “e con tante amanti quante le spine di un cactus”. Il loro sarà un legame difficile e folle, ma totale e completo, indissolubile, nonostante tutto, fino all’ultimo giorno. Lei stessa dirà: “Ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego Rivera”.

Anche Frida ebbe molti amanti, uomini e donne, tra tutti Lev Trotsky e André Breton. Ma l'”apertura” della coppia Frida-Diego fu più dovuta alle infedeltà di Diego che per scelta di Frida, che soffrì molto per i tradimenti del marito che ebbe persino una relazione con la sorella minore di Frida, Cristina.

Vista l’impossibilità di fare affidamento sulla fedeltà di Diego, la seconda volta in cui si sposarono, dopo la prima separazione, Frida decise di vivere in case separate, unite tra loro da un piccolo ponte, in modo che ognuno di loro potesse avere il proprio spazio “artistico”.

Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni”.

Tra l’arte e l’angoscia, i viaggi e i rapporti umani, gli aborti e le mostre. La vita di Frida finisce all’alba del 13 luglio 1954. Poco dopo aver compiuto 47 anni. Il suo ultimo quadro è una natura morta di frutta fresca ed invitante, dal titolo “¡Viva la Vida!”. Le sue ultime parole scritte nel suo diario “Spero che l’uscita sia felice e spero di non tornare mai più”. Embolia polmonare. La causa non la sapremo mai davvero.

 

Poche persone sanno quanto un corpo che si disgrega giorno dopo giorno sia qualcosa di devastante per un’esistenza. Nessuno intorno a me, sicuramente, è in grado di capirlo. Oggi, tengo alla vita solo perché sono ancora legata ad essa dal filo dei miei pensieri. Idonea solamente alla sofferenza fisica – quella che, ahimè!  sfugge da qualsiasi analisi. Il resto è inutile. Allora, cosa importa, a questo punto, che un bicchiere, una pasticca, o il miscuglio di entrambi, siano di troppo? La goccia che fa traboccare il vaso? Almeno lascerò il beneficio del dubbio: sfido chiunque, se muoio in tali condizioni, a saper se la cicuta fosse volontaria o no. Ho il diritto di avere un ultimo segreto”.

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Nota dell’autrice.

 Ho smesso di contare le volte in cui, arrivata alla seconda riga, ho cancellato e riscritto tutto nuovamente. Cercavo un inizio ad effetto, qualcosa di poetico e vero allo stesso tempo, qualcosa di grandioso, ma agli occhi. Non ci sono riuscita. Poi ho capito, ricordando ciò che non avevo mai saputo: che per i grandi cuori che muoiono nel corpo ma che continuano a battere nel respiro della notte, non ci sono canoni o bellezze regolari, armonie esteriori, ma tuoni e temporali devastanti che portano ad illuminare un fiore, nascosto, di struggente bellezza.”

 

AYRTON SENNA: Il corsaro nero

di RENATO VILLA

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1.

Lo chiamavamo “Il Corsaro Nero”.

Già.

Nero come la sua Lotus griffata John Player Special.

Corsaro perché… perché solo un vero corsaro avrebbe saputo e potuto fare quel che faceva lui.

 

Aveva più o meno la nostra età, e per noi era un idolo assoluto.

 

Ogni volta che c’era un Gran Premio, casa mia si riempiva di amici appassionati, di lattine di birra Labatt’s e di pacchetti di sigarette, rigorosamente JPS.

 

Perchè credevamo nella compenetrazione.

Credevamo nell’identificazione.

 

E credevamo anche nell’eternità della gioventù.

 

2.

Ci eravamo innamorati di lui e della sua guida in un incredibile Gran Premio di Montecarlo, l’anno precedente.

 

Guidava una Toleman e partiva da fondo schieramento.

Ma diluviava.

 

E così partì in caccia, perché sotto l’acqua dava almeno due secondi al giro a tutti quelli che aveva davanti.

 

Andava all’arrembaggio, come i corsari.

E da lì nacque la prima parte del soprannome.

 

Assolutamente meritato, tra l’altro.

Perché solcava le acque con una sicurezza che raramente avevo notato in un pilota così giovane.

 

E perché aveva un nome che sembrava venire da isole esotiche.

Ayrton Senna Da Silva.

 

3.

Natale ci portò un regalo inatteso.

Il Corsaro divenne improvvisamente il Corsaro Nero.

Eh sì, perché passò alla Lotus.

 

E noi già sognavamo cosa avrebbe potuto combinare, alla guida di uno di quei bolidi nero-oro.

Alla guida della macchina più veloce di tutto il Circus.

 

Quella che magari non arrivava in fondo, per cronica mancanza di affidabilità, ma era la macchina da giro veloce.

 

E da lì cominciammo a chiamarlo in quel modo.

Perché Ayrton, in fondo, un po’ corsaro probabilmente lo era sempre stato.

 

4.

Le prime sessioni delle prove invernali lasciarono intuire che il ragazzo avesse i mezzi per diventare, a breve, campione del mondo.

 

Era veloce, pulito e aggressivo.

Tutto l’opposto del suo compagno di squadra.

 

Elio, infatti, era pulito nella guida, ma era intelligente e forse, a volte, anche troppo riflessivo.

Era raro che si lasciasse andare, pur avendo una macchina che glie l’avrebbe sicuramente concesso.

 

Tutti eravamo convinti che il Corsaro Nero ci avrebbe reso felici, quell’anno.

Ne eravamo quasi certi.

 

Ma, nella vita, non bisogna essere mai certi di nulla.

 

5.

Dopo tutto, ci aspettavamo una gara esaltante nel Gran Premio di casa, a Jacarepaguà.

Aveva dimostrato di poter stare con i primi quasi senza alcuna difficoltà, durante le prove invernali.

 

Ma una cosa sono le sessioni di prova per testare la macchina ed un’altra sono le gare, nelle quali entrano in scena componenti tecniche e psicologiche completamente differenti.

 

E infatti fu così.

La Lotus storicamente era una macchina molto veloce, ma decisamente poco affidabile, e lo dimostrò anche in quel Gran Premio del Brasile.

 

Certo, rimanemmo delusi, ma le possibilità di vedere il Corsaro Nero trionfare in qualche altra gara erano alte.

Così ci preparammo per il Gran Premio seguente, quello del Portogallo.

 

6.

Si sarebbe svolto di lì a non molto, il Gran Premio del Portogallo.

La pista era quella dell’Estoril, circuito ormai sul quale si svolgeva tradizionalmente la gara lusitana.

 

Semmai, l’anomalia stava nella data.

Solitamente, il Gran Premio del Portogallo era uno degli ultimi, se non l’ultimo, della stagione.

 

Quella volta sarebbe stato il secondo.

E si sarebbe svolto pochi mesi dopo l’ultima gara disputata su quel tracciato, che aveva incoronato campione Niki Lauda.

 

Ma questa volta, probabilmente, non ci sarebbe stato il sole, come era accaduto l’ultima volta.

 

Sicuramente non era previsto un tempo caldo, ma nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto.

 

C’erano ancora più di dieci giorni di tempo.

E lì, in quella zona, tutto era possibile.

 

7.

In dieci giorni può cambiare il mondo.

 

Dieci giorni sono un lasso di tempo assolutamente sfruttabile, in tutto e per tutto.

Sono il tempo che basta per migliorare le prestazioni di una macchina, arrivare a renderla competitiva ai massimi livelli.

 

Poi, ci avrebbe dovuto pensare lui, il Corsaro Nero.

 

Perché, una volta che la macchina fosse stata a punto, sarebbe toccato a lui renderla la migliore.

 

Toccava a lui vincere.

 

8.

Estoril è un tracciato malefico, di quelli nei quali tutto è facile e tutto è impossibile.

Dipende sempre da quali condizioni ambientali ci si trova a dover affrontare.

 

L’anno precedente si era corso sotto il sole.

E all’Estoril il sole picchia forte.

 

Invece, quest’anno le previsioni erano di tempo variabile.

Che vuol dire qualunque cosa.

 

Tutto e niente.

 

Lacrime e sangue.

Oppure una gara liscia.

 

E’ quello, il problema.

Chissà cosa vedremo, all’Estoril.

 

Intanto, ci stiamo organizzando.

 

9.

Sigarette, birra e tutto quello che può servire è già stato acquistato e messo da parte.

Siamo a giovedì.

Le previsioni danno per la domenica, sempre che ci prendano, un tempo orripilante.

Un tempo da Corsaro Nero.

Ma nessuno è certo di cosa accadrà domenica.

E poi, prima ci sono due giorni di prove.

 

Due giorni nei quali deve cercare di essere tanto veloce, almeno, da piazzarsi in prima fila.

Perché, se dovesse realmente piovere, sarebbe un grosso, grossissimo vantaggio.

 

D’altra parte, siamo in inverno, ancora.

E qui l’inverno non scherza.

Qui, quando piove, piove sul serio.

 

Bisogna vedere cosa accadrà.

Qui, intanto, speriamo che le previsioni siano giuste.

Sarebbe un gran colpo.

 

10.

E’ il primo giorno di prova.

A quanto pare, la Lotus è competitiva, per davvero.

E il Corsaro Nero la sfrutta nel modo ideale.

 

Ma lontano, all’orizzonte, si notano nubi da pioggia.

 

Chissà che quelle previsioni, per una volta, non siano azzeccate.

Potrebbe essere la carta vincente.

 

Potrebbe essere lo spariglio.

 

Perché altri hanno macchine migliori, sull’asciutto.

Ma sotto la pioggia i valori si livellano, ed allora conta il pilota.

 

Sotto la pioggia, potrebbe esserci la grande sorpresa.

 

E’ quello che aspettiamo.

Quello che sogniamo.

Quella cosa per la quale abbiamo in frigo una bottiglia di champagne da aprire, in caso di vittoria.

 

Speriamo di non dover aspettare molto.

 

11.

Piove.

 

E adesso siamo tutti in attesa.

Perché questa è la condizione ideale per il Corsaro Nero.

 

E’ la sua gara.

E’ la sua possibilità.

 

Sempre che il tempo non migliori.

Ma pare non ne abbia l’intenzione.

 

Le lancette dei cronometri dicono tutte la stessa cosa.

Che oggi è in pole.

 

E, se non sbuca il sole, lo sarà anche domani.

 

Intanto, le postazioni davanti al televisore vengono studiate, come se da esse dipendesse l’esito della gara.

 

Sì, lo so.

Siamo matti.

Ma siamo tifosi.

 

12.

 

Ha piovuto anche il sabato.

Per fortuna.

E, nel suo elemento, il Corsaro Nero ha migliorato il tempo del venerdì.

 

Pole position.

 

Con tante possibilità, se il tempo non farà pazzie, di giocarsi la vittoria sino alla fine.

Perché sotto l’acqua lui è il migliore di tutti.

E perché la bista bagnata livella le prestazioni delle vetture.

 

A quel punto conta il “manico”.

Il pilota.

 

E lui, sotto l’acqua, ci sa indiscutibilmente fare, molto più di tanti altri che hanno macchine decisamente migliori.

 

13.

Ora di pranzo.

Siamo tutti attorno al tavolo, ognuno ha portato qualcosa.

 

E’ la riunione pre-gara.

 

Loro fanno il briefing, noi il pranzo.

 

Il Corsaro Nero parte in pole.

Ciascuno di noi ha visto il warm-up stamattina.

Piove che Dio la manda.

 

E ne manda veramente tanta.

Chissà cosa succederà in gara.

Chissà se la si finirà o se succederà come a Montecarlo l’anno passato.

Chissà.

 

Intanto, però, godiamoci il pranzo.

 

14.

ovviamente, speravamo che la digestione fosse buona.

Cioè che il pranzo non ci rimanesse sullo stomaco.

Noi, il nostro l’avevamo fatto.

 

Attaccammo il televisore e ci mettemmo in postazione, come da copione.

Si erano appena collegati con l’Estoril.

 

Diluviava.

Aprii un pacchetto.

Player’s, obviously.

 

Le aspettative adesso si innalzavano.

Sotto l’acqua vedevamo davvero la possibilità di vincere.

E questo ci rendeva nervosi.

 

Molto nervosi.

 

15.

I collegamenti con la pista venivano effettuati almeno mezz’ora prima del via, per dare agli spettatori un po’ di informazioni utili per seguire meglio la gara.

 

Io lo sapevo bene, come tutti i miei commensali.

 

Eravamo patiti di Formula 1 da anni, e ormai avevamo fatto l’abitudine a certe cose.

Così, nonostante fuori fosse fresco, aprimmo le finestre.

A quel punto, passai in giro il primo pacchetto di Player’s.

 

Eravamo tutti abbastanza nervosi.

La partenza era fondamentale, se il Corsaro Nero fosse riuscito a scattare in testa probabilmente non l’avrebbero più rivisto.

 

Ma doveva partire bene, e lasciarseli dietro.

 

Stava tutto lì, in quei pochi secondi tra il verde e la prima curva.

Lì stava la differenza tra una vittoria e un buon risultato.

 

Solo lì.

 

16.

Pioveva che il Signore la mandava, si dice da noi.

 

Meglio.

Avremmo avuto qualche probabilità di goderci una grande gara del Corsaro Nero.

 

Intanto si avvicinava il momento del giro di ricognizione, e farlo sotto un muro d’acqua non sarebbe certo stata la cosa ideale per un ragazzo alla prima pole.

Ma farlo era obbligatorio.

 

Così, vedemmo le macchine partire ed accodarsi alla Lotus numero 12.

Sarebbe stata lei a dettare il ritmo di quel giro.

 

I piloti a volte lo usano come arma tattica.

C’è chi va esageratamente lento, per creare nervosismo negli avversari e difficoltà nei motori.

C’è chi va veloce,perchè poi ci si deve ancora fermare per alcuni secondi e può capitare di tutto.

C’è chi va a strappi.

Insomma, c’è di tutto.

 

Anche chi se ne frega, del giro di ricognizione.

E lo fa per burocrazia, come se non fosse altro che una rottura di scatole.

 

Fu così che lo fece il Corsaro Nero.

 

17.

Quando tutte le macchine si furono sistemate ai loro posti, fu dato il via alla procedura di partenza.

 

Pioveva a dirotto, ed era chiaro che chi avesse preso il comando, a meno di non buttarlo via sconsideratamente, non l’avrebbe più mollato fino al termine.

 

Il semaforo si accese sul rosso, e poi a breve termine sul verde.

In mezzo al diluvio, da quel poco che si poteva intendere, in testa si trovava una vettura scura.

 

Poi vedemmo, finalmente, un primo piano.

Era la Lotus numero 12.

 

Sembrava fosse un motoscafo, da quanto fendeva l’acqua.

 

18.

Alla fine del primo giro aveva più o meno un paio di secondi sul suo primo inseguitore.

Gli altri viaggiavano a passo ridotto, perché temevano la pista ridotta e gli avversari, che potevano essere potenziali pericoli.

 

Lui no.

Lui viaggiava veloce, mangiandosi il terreno anche sotto il diluvio.

 

E ogni giro, curva dopo curva, guadagnava decimi.

Decimi che diventavano secondi.

 

E ai box la gente restava con gli occhi sbarrati.

Perché non pioveva, diluviava.

E lui continuava a guadagnare secondi.

Curva dopo curva, decimo su decimo.

 

Giro dopo giro.

 

19.

A neanche metà gara aveva fatto il vuoto.

Nessuno aveva tenuto quel ritmo e aveva avuto il coraggio di andare veloce sotto il diluvio.

 

Davanti al televisore i pacchetti di Player’s terminavano nervosamente ed ansiosamente, peggio che se fossimo stati ai box.

Perché ci tenevamo, a quella vittoria.

E perché avevamo creduto nel Corsaro Nero sin dalle sue prime apparizioni sulle piste.

 

L’avevamo individuato, l’avevamo fatto nostro.

Come avevamo fatto con altri.

Ma ora ci specchiavamo in lui, coetanei e appassionati che avrebbero voluto essere lì, in pista.

 

Era l’unica cosa che ci mancava.

Era l’unica cosa che avremmo voluto nella nostra vita.

 

20.

Tutto procedeva nel migliore dei modi.

Il Corsaro Nero continuava ad aumentare il suo vantaggio sul secondo e noi continuavamo a produrre spazzatura, sotto forma di lattine di birra, e cicche di sigaretta in elevata quantità.

 

La tensione era palpabile.

Temevamo che un qualunque incidente di percorso, una distrazione, un problema meccanico, fermassero quell’incredibile cavalcata.

 

Ma nulla e nessuno lo fecero.

Il Corsaro Nero stava dominando la gara e si divertiva nel farlo.

E noi eravamo pronti ad esultare, se e quando avesse tagliato il traguardo da vincitore.

 

Perché in fondo lui era uno di noi, un ragazzo giovane.

I suoi sogni erano anche i nostri.

La differenza era che lui poteva realizzarli.

 

21.

Non bastava il diluvio universale a fermarlo.

Aveva più di quaranta secondi sul primo degli inseguitori.

Nessuno di noi si sarebbe sognato una gara simile, la notte prima.

Neanche dopo una robusta bevuta di caipirinha.

 

Invece tutto questo stava accadendo.

 

Il Corsaro Nero stava guadagnando secondi, giro dopo giro, lasciandosi alle spalle la paura e il muro d’acqua.

 

Le Player’s per fortuna erano state acquistate in quantitativo poco meno che industriale.

Con una pista così dovevamo avere qualcosa che ci facesse stare tranquilli.

Le sigarette.

 

Fumavamo.

 

Mentre lui se ne andava via, tranquillo, sotto il diluvio.

 

22.

Meno male che avevamo fatto scorta di birre.

Ne erano rimaste giusto quattro, proprio una a testa.

E mancava l’ultimo giro.

 

Chiesi ad un amico l’apribottiglie.

In quel momento, il Corsaro Nero iniziava l’ultima tornata.

Preso l’apribottiglie, aprii le birre e le deposi sul tavolino che si trovava dietro di noi.

 

Si fremeva.

 

L’acqua non aveva assolutamente rallentato, anzi, se possibile scendeva ancora più violenta.

Ma lui procedeva imperterrito verso il traguardo.

 

Noi avevamo gli occhi puntati sullo schermo.

 

Quando arrivò alla penultima curva, distribuii le birre.

Quando tagliò il traguardo scattammo in piedi uniti in un brindisi, festeggiando come fino a quel giorno non avevamo mai fatto.

 

Era anche una nostra vittoria.

Avevamo creduto in lui, nel Corsaro Nero, fin dalla prima gara.

 

Scolammo le birre in segno di giubilo.

 

Poi guardammo il televisore.

Il secondo aveva preso più di un minuto di distacco.

Restammo sbigottiti.

 

Scesi al più vicino bar.

Ci volevano altre quattro birre.

 

EPILOGO

Nella vita si cresce.

Non abbandonammo il tifo per il Corsaro Nero e la passione per la Formula 1.

Ma qualche anno dopo avvenne quello che non avremmo voluto mai vedere.

 

Era un primo maggio, a Imola.

 

Lui adesso guidava una Williams ed era alla ricerca della prima vittoria con la nuova macchina.

Ma, di colpo, alla prima curva lo vedemmo andare dritto.

Capimmo subito che l’epopea era finita.

 

Capimmo subito che i ragazzi dell’Estoril non c’erano più.

E che non ci sarebbe mai più stato un altro Corsaro Nero.

 

Quello fu l’ultimo Gran Premio che vedemmo.

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LANA TURNER: La vera pupa del Boss

di Lisa Azzurra Musetti

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Lana Turner fra gli anni ’40 e gli anni ’50 del 1900 è una delle attrici più belle di Hollywood tanto che per lei la stampa conia un nuovo termine, Lanallure (“Allure di Lana”). Lei è una delle più famose Dark Ladies del cinema con i suoi ruoli ambigui e tenebrosi…ma se non la fosse solo dietro la camera da presa? Lana ha infatti portato nella tomba un segreto importante.

Il 4 Aprile 1958 dalla casa di Lana si sente arrivare uno sparo. Lei vive con il fidanzato, il celebre gangster losangelino Johnny Stompanato e la figlia Cheryl, quindicenne, avuta da un precedente matrimonio.

Quando la polizia arriva trova entrambe le donne in lacrime e la figlia confessa immediatamente di essere stata lei ad uccidere il patrigno, in quanto stufa delle continue violenze che la madre avrebbe subito dall’uomo. Il processo è un vero show. Lana durante la testimonianza si sente male più volte ma ammette le violenze ricevute e dice di perdonare la figlia. Fatto sta che da quel momento Lana si ritira a vita privata. Reciterà ancora ma non si saprà più nulla della sua vita fuori dai set e starà lontana dagli eventi pubblici. Però…c’è sempre un però in vicende come questa…in molti sussurrano che sia stata proprio lei ad uccidere il compagno e che in accordo fece cadere su di lei la colpa, la quale, in quanto minorenne non sarebbe potuta andare in galera.

Una vera Dark Lady ambigua e spietata come quelle che interpretava nei suoi film o solo una donna disperata che aveva perso il suo amore (per quanto distruttivo) in modo violento?

Voi cosa ne pensate?