ERWIN STRICKER: L’amato e indimenticabile “Cavallo Pazzo” della Valanga Azzurra.

AL DORMIR DEL ROSSO SOLE, SE L’E’ PORTATO VIA IL MARE: JIRO SATO.

di SARA DEL BARBA

Ni  – sole, Hon -radice, Go –lingua: sono i 3 kanji, caratteri di origine cinese usati nella scrittura giapponese, che formano il nome Nihongo: “Lingua del Paese dove nasce il Sole”. Il Giappone. Il Paese del Sol Levante. Dove il bushidō, il rigido codice d’onore, è ancora, nella società odierna, un nucleo di principi morali e di comportamento, un armonioso equilibrio tra riflessione e azione, di cui si impregna il vivere quotidiano.  Un codice di condotta e uno stile di vita –una sorta dimosmaiorum – adottato dai samurai, l’antica casta guerriera giapponese, passata nel tempo attraverso svariate trasformazioni, anche contraddittorie, che raccoglie severi principi della disciplina militare e regole etiche e morali che presero forma in Giappone durante gli shōgunati di Kamakura (1185-1333) e Muromachi (1336-1573), e che furono formalmente definite ed applicate nel periodo Tokugawa (1603-1867). Il seppuku, per esempio, indica un rituale di suicidio molto diffuso tra i samurai: il ventre era considerato la sede dell’anima, per cui trafiggersi questa parte del corpo significava mostrare che la propria anima era pura e priva di colpe, mentre l’harakiri, di fatto simile al seppuku, serviva più semplicemente per sfuggire alla morte per mano del nemico oppure per espiare le colpe commesse.

E’ consuetudine, in Giappone, indicare gli anni non attraverso un’unica successione numerica ininterrotta, ma attraverso una successione di ere ed un numero progressivo dell’anno all’interno di ciascuna era.

Il Periodo Meiji(1868–1912)fu il regno illuminato dell’Imperatore Mutsuhito-Meiji, che portò avanti le riforme dell’era precedente, rinnovandole con guizzi politici, sociali ed economici all’occidentale in più ambiti, universitario, statale, giuridico, creando anche una costituzione giapponese. Un rapido processo di industrializzazione caratterizzò l’era Meiji. Nel 1904 l’escalation dei contrasti con la Russia, culminò con l’interruzione delle relazioni diplomatiche e la conseguente guerra che segnò per la prima volta la vittoria asiatica su un paese europeo, rafforzando il prestigio internazionale e la potenza dell’impero nipponico.

Nel Periodo Taisho (1912-1926), dopo la morte dell’Imperatore Meiji, nel 1912, salì al trono l’Imperatore Yoshihito-Taisho. Dopo il rinnovamento Meiji e la rivoluzione sociale, la politica del paese si era però consolidata e tra i partiti politici si era creato un sistema di equilibri, fortemente basato sul compromesso, che garantì anni di stabilità e alternanza delle maggiori forze partitiche sul controllo dei seggi alla Dieta imperiale.Allo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, il governo giapponese si schierò a fianco degli Alleati, con l’obiettivo primario di accaparrarsi i possedimenti tedeschi in Cina e nel Pacifico. Il controllo giapponese si espanse e si consolidò sempre di più, sui possedimenti tedeschi, la Manciuria e la Mongolia Interna, nella Cina settentrionale, in Siberia, approfittando anche della fine del regime zarista. La guerra aveva impresso uno sviluppo senza precedenti all’industria e alcommercio giapponesi e nel 1919 il Giappone era entrato di diritto tra le cinque grandi potenze mondiali mentre il suo Imperatore, a causa di un aggravamento delle già precarie condizioni di salute neurologica, rinunciava definitivamente alla vita pubblica. Il principe ereditario Hirohito avrebbe assunto le funzioni imperiali e il titolo di reggente a partire dal mese di novembre 1921.
La conseguenza immediata dello sviluppo economico e territoriale nipponico comportò, per la politica interna, una decisa trasformazione in senso liberale. Tre anni dopo il fortissimo terremoto di Tokyo e Yokohama, nel 1926, la morte dell’imperatoreTaisho concluse questo periodo. 

Seguìl’Era Showa (1926-1945), quando, salito al trono l’Imperatore Hirohito, il paese subì una crisi economica tale da sfociare in una fortissima concentrazione del potere nelle mani dei militari e, dopo la seconda guerra contro la Cina, nel 1941 il Giappone entrò nella Seconda Guerra Mondialealleandosi con l’Italia fascista e la Germania nazista, attaccando, nel tristemente noto assalto di Pearl Harbour, gli Stati Uniti d’Americache, dopo un anno, capovolsero le sorti con la battaglia navale di Midway, costringendo il Giappone alla ritirata.

E’ in una manciata di anni, 26 per la precisione, compresi e scanditi dal susseguirsi di queste tre ere, che si consuma la breve vita del grande tennista giapponese 佐藤次郎 – Jiro Sato. Era il 5 gennaio del 1908 quando, nella Prefettura di Gunma, nella regione dalle calde primavere di Kanto, il piccolo Jiro vide per la prima volta la luce del Sol Levante.Un fratello di quattro anni più grande, Hyotare, anch’egli tennista. Il giovanissimoJiromostra grande attitudini, oltre che sportive, anche per lo studio; si iscrive all’Università Waseda di Tokyoper studiare economia, facoltà che abbandonerà nel 1933 per il dovere di dedicarsi completamente al tennis, seppure ancora per poco tempo.

Jiro Sato debutta sulla scena internazionale del tennis nel 1929, anno in cui il Racing Club de Paris, durante la tournée, si trovò nel Paese del Sol Levante per una serie di incontri. Gli rendono gloria gli incontri in cui sconfisse le leggende come Brugnon,Rodel, Landry.

Il modello sportivo di Sato fu Henri Cochet, uno dei leggendari quattro moschettieri – con Lacoste, Borotra e Brugnon – che hanno reso grande il tennis francese, imbattibili in Coppa Davis tra gli anni ’20 e ’30.  Proprio Cochet, che si era avvicinato al tennis facendo il raccattapalle, nonostante il punto debole del servizio, col suo gioco fatto di indiscutibile talento naturale, grande abilità nell’anticipo, equilibrio impressionante su tutto il campo e su tutte le fasi di gioco, sarà uno dei pochi che Jiro non riesce a battere.  

Secondo classificato per i campionati giapponesi nel 1930, Jirone è vincitore l’anno successivo. Sempre nel 1930 è secondo classificato per il torneo InvitationalMid-Pacific, perdendo contro l’americano Cranston Holman e anche la finale del doppio.

Nel 1931 perde il titolo Miramar LTC a Juan-les-Pins contro il fratello maggiore Hyotare Sato, vince il doppio ed è finalista nel doppio misto. Ha conquistato il campionato dell’Inghilterra occidentale in singoli e doppi. Viene sconfitto da Jean Borotra per il titolo di BritishCovered Court Championships. Gioca col fratello per ottenere il secondo trofeo del Beau Site Club de Cannes e il titolo St. Raphaël TC. Nella competizione per singoli ha rivendicato il titolo del secondo meeting del Country Club de Monte-Carlo (lo stesso torneo in cui i fratelli Sato hanno raggiunto la finale del doppio). È diventato campione nella competizione olandese del doppio accanto a MinoruKawachi. Batte Vernon Kirby per il Tunbridge Wells Championship; miete successi in una dozzina di tornei inglesi in meno di una stagione, singoli e doppi misti.

Tra luglio e novembre 1931 riesce a vincere 13 titoli singoli in Gran Bretagna. Incontra Fred Perry due volte per il titolo Pacific Southwest Championships nel 1932 e nel 1933, perdendo entrambe le volte. Tra il 1931 e il 1933 raggiunge il picco, tra competizioni in doppio, in squadra e singoli, fino alla vittoria per la semifinale a Wimbledon, nel 1932, contro il campione in carica Sidney Wood e, l’anno seguente, la vittoria nei quarti di finale su Fred Perry agli Open di Francia. 

“Forse persino io mi ero dato per scontato. L’erba, la terra, il cemento. Nelle lunghe trasferte ho imparato tante cose. Qui, nel mio Paese, i ragazzi sognano l’ace dei giocatori europei ed americani. E ci provano. Ma la mia aspirazione e la mia ispirazione mi hanno suggerito che dovevo andare oltre. Le rotazioni e la spinta eccessiva delle palline di gommapiuma non potevano portare al colpo decisivo, vincente. Non contro mostri sacri alla Cochet o alla Wood. Si dirà, almeno, che sono riuscito ad assomigliare in quel rovescio elegante, in quel diritto giocato in grande anticipo sul rimbalzo, in quel servizio veloce che mi ha aiutato a non soccombere sul manto erboso.Ma adesso, credo che non sia nemmeno più quello che voglio. O, forse, non l’ho mai voluto davvero. Il mio Giappone è il Paese dei fiori di ciliegio che disegnano e profumano così intensamente la primavera, della neve soffice e silenziosa che ricopre i templi durante l’inverno. Mentre noi ammiriamo e impariamo dai giocatori di tennis occidentali, il nostro vento d’Oriente sta soffiando da tempo sulle tele dei più famosi artisti europei. E’ questo scambio che fa grande i popoli. La reciprocità dell’ispirazione. Il confronto ragionato. Eppure, a vedere bene, tutto questo sembra niente. Sembra non essere abbastanza. L’Impero giapponese sta diventando una potenza militare. E allora è richiesto ad ognuno di noi, in nome di quel sacro dovere di obbedienza, di quel senso di sacrificio che hanno fatto diventare innato nei secoli, di quel lavorare senza sosta né distrazioni, di essere il meglio di fronte al mondo. Superare gli altri. E all’improvviso il mio completo bianco, morbido e soffice, fresco, è diventato una camicia di forza. L’International Lawn Tennis Challenge è diventata terreno fertile per dimostrare il nostro valore. Per qualche attimo, non lo nascondo, è stato così gratificante essere responsabile di questa conquista. Così, come il suono del richiamo alle armi, mi sono arruolato per la terza stagione nel tennis mondiale. Mi sono dovuto stropicciare per bene gli occhi a leggermi al numero 3 del ranking mondiale sul Telegraph. Poi ho iniziato ad avvertire la sensazione di un’abrasione, una graffiata acuta, non un’escoriazione da cemento duro, piuttosto un’incisone, un solco incavato che continua a svilupparsi, trasversale, per tutta la porzione di corpo non visibile all’occhio umano. Nella semifinale del doppio della Lawn a Parigi tutti quegli smash sbagliati. La pioggia che ha rimandato l’ultimo singolare contro Crawford non ha fatto che aumentare il mio nervosismo. Era già scritto che avrei perso, ancora prima di impugnare la racchetta. Da simbolo dell’impresa delle imprese, in un attimo, a perdente. Nel tempo di un volo della pallina al di là della rete. Non mi interessa la politica. Eppure questo crescente nazionalismo, che si sente tanto fiero e inarrestabile, mi impone di difendere l’onore del mio Paese sulla superficie rettangolare. La sento dentro, nelle viscere, la profonda devozione per la nazioneè parte di me. Amo il mio Paese. A tal punto che ho abbandonato l’Università. Era un sogno laurearmi in Economia, non meno di collezionare un set point dopo l’altro. E non riesco a non essere debole, a non pensare che ho una vita fuori dal campo. Fatta di quei progetti che partono da una romantica notte di San Silvestro, con la convinzione che l’aria gelida possa intiepidirsi a mezzodella promessa di una vita insieme. Sanaye, compagna di vita e di racchetta. Sì, sono debole. Perché anche di fronte all’amore si presenta un cruccio martellante, pesante interrogativo, ostacolo. Anche questo ha la capacità di far smarrire quel senso di leggerezza, di aria fresca che colora e profuma la vita, come i petali dei ciliegi in fiore. Dovrei sposarmi, tra meno di un anno. E vorrei. Lo vorrei con tutto me stesso.”

Ma anche i progetti personali di Jiro non riescono a superare l’impasse. Sanaye è figlia unica, perciò Sato, come da usanza tradizionale, dovrebbe prendere il suo cognome per preservarlo. Ma gran parte della famiglia di Sato non è d’accordo.

Il tennista, poi,medita da un po’ di prendersi un anno sabbatico dal tennis, ma la federazione respinge la richiesta, larisposta è laconica: il dovere di un tennista è quello di “prendere in mano la racchetta e difendere così l’onore della nazione”. Con riluttanza, anche la sua futura sposa lo convince che il tennis deve essere al primo posto della sua vita, almeno ancora per un po’. Ci sarà tempo per fermarsi, ritirarsi, fare scelte diverse.

O forse no.

1934. Transatlantico della Nippon Yusen Kaish, direzione Gran Bretagna. Sfida con l’Australia in Coppa Davis e poi Wimbledon. Nemmeno a dirlo, con grande riluttanza, Sato salpa con il resto della società, ma è agitato, distratto. Il mare è calmo, anche se piove incessantemente; eppure Sato avverte forti dolori allo stomaco. Si chiude in cabina, afferma di avere bisogno di riposare, di scendere dalla nave. Comportamento assai insolito per il capitano della squadra.

Nevrastenia, diranno. Crampi nervosi.

La nave, nel frattempo, aveva fatto scalo a Singapore, una partita amichevole per i compagni, mentre Satoli raggiunge al ricevimento post incontro. Non se la sente di continuare, vuole tornare a casa. Vuole il suo tempo.E’ triste e perso nella sua solitudine. Ma, ancora una volta, le pressioni a completare il viaggio come da programma sono troppo forti. Il mattino seguente la nave salpa per Penang. Con Sato a bordo.

E’ un 5 aprile 1934 piuttosto tropicale sulle acque del mare.Il transatlantico è appena uscito da Singapore, attraversa lo stretto di Malacca, verso Penang. Protagonista è il brusio dei passeggeri che si distraggono tra chiacchiere e bicchieri al bar, risate, partite a carte. Qualcuno legge. Sato, lo sportivo giapponese più famoso del momento, si è ritirato nella sua cabina. Con addossoil blazer ufficiale della sua squadra nazionale di Coppa Davis. Sono le 23:30 quando un compagno si accorgeche la porta della cabina di Sato è spalancata, la stanza vuota.

Quell’ardente nazionalismo giapponese deve aver avvertito, anche solo per un attimo, attraverso coloro che ne erano sponsorizzatori senza se e senza ma, che il senso si era perso dietro l’acume di un’isteria che poco ha a che fare con il sano patriottismo.Sulle spalle muscolose di quell’ex studente dell’Università Waseda poggiavano tutte le speranze di una nazione infuocata da nuove ambizioni anche nel tennis mondiale. Deve aver pregato, cerimonioso come un giapponese nel rito Cha-no-you, con dignità, nella solitudine della sua cabina, cullato dalle onde della notte. Deve aver pregato Sato, non per una vittoria. Per il perdono.

Restano due lettere, una rivolta all’intera squadra:”Non sarei stato in grado di aiutare il nostro team. Al contrario, sarei stato fonte di problemi e preoccupazioni per tutti voi. Sforzatevi al massimo per fare meglio di quanto avrei fatto. Prego e credo che lo farete. Anche se non sarò fisicamente con voi, sarò accanto a voi con lo spirito“. L’altra, rivolta al capitano della nave, per scusarsi umilmente dell’inconveniente e l’imbarazzo causati dalla sua – disperata – azione.

Non c’è alcun dubbio su come siano andate le cose. Nelle acque ime e scure Sato ha lasciato cadere se stesso. Nelle successive ore la nave ripercorse la rotta mentre i membri dell’equipaggio tentavano di scrutare il mare nella speranza che Sato non fosse ancora annegato. La ricerca fu vana. Poco dopo si scoprì che mancavano due pesanti maniglie di avvolgimento della gru ed anche una corda per saltare che la squadra di tennis aveva usato per l’allenamento sul ponte. La lucidità di Sato, con ogni probabilità, aveva assicurato con terribile efficienza il proprio corpo al fondo più profondo dell’oceano.

Tra tutte le speculazioni a seguito del suo suicidio, che abbia preferito togliersi la vita piuttosto che perdere l’onore per le personali vicende familiari, oper il peso di dover seguire una strada, quella dello sport, che non era la sua scelta prima, o, addirittura, il timore del calo della sua forma fisica, rimangono tali. Speculazioni.

Un ragazzo, troppo presto uomo, con una tale disciplina, educazione basata su principi tanto rigidi, a detta di molti imperturbabile, senza particolari idiosincrasie o vezzi di sorta, ma allegro anche, con grande senso dell’umorismo, che deve aver tentato di condurre quel peso, quella responsabilità di fronte al suo popolo finché ha potuto.

Il prestigio della nazione smette di essere percepito con affetto, se mai se ne abbia avuto sentore. L’enorme senso di responsabilità e di dovere nei confronti dell’Imperatore ha fittamente offuscato quella soddisfazione per le conquiste sul campo, ne ha reso il sapore amaro. L’intensità, ma anche la stranezza di quei tempi, possono, forse,nel tentativo di fare ipotesi più o meno azzeccate sul perché.Ma, qualsiasi sia la ragione, rimane il ricordo di un grande samurai, elegante e potente con la sua racchetta da tennis, che, durante il sonno di quel rosso sole, se n’è andato inghiottito dal mare.

KAZIMIERZ DEYNA: Talento e bottiglia.

di Remo Gandolfi

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tratto “MAVERICKS AND CULT HEROES del CALCIO BRITANNICO

Non è stato affatto facile, lo ammetto.

Pensavo che la famosa frase “il calcio ha un linguaggio universale” valesse in tutto il globo terrestre.

E forse è così. Di sicuro, però, non in Inghilterra.

Del calcio inglese obiettivamente conoscevo poco o nulla. Sì certo, con la mia Nazionale li eliminammo nelle qualificazioni per i Mondiali di Germania pareggiando a Wembley in quella che fu definita la “Fort Alamo del calcio” e un paio di volte ho incontrato squadre di Club inglesi durante le mie tante stagioni al Legia Varsavia.

Sapevo che era un calcio molto fisico, che si corre a cento all’ora per tutti i novanta minuti, ma ricordavo anche che in Inghilterra c’erano fior di giocatori all’epoca.

Tony Currie, Mick Channon, Alan Ball, Martin Peters, Allan Clarke…

Per cui non mi aspettavo proprio di trovare questo tipo di calcio!

All’inizio è stato un vero e proprio shock. In alcune partite mi è venuto il torcicollo a forza di guardare il pallone che mi passava sopra la testa!

E le poche volte che quella sfera rotonda mi arrivava finalmente tra i piedi… WHAMM!!!… un secondo dopo mi arrivava un tackle che quasi sempre mi faceva finire lungo disteso!

Il giorno in cui arrivai a Manchester lo scorso novembre non smise un solo secondo di piovere. Ricordo che commentai qualcosa del tipo “mamma mia che giornataccia!”.

Mi guardarono tutti come se avessi bestemmiato.

«A Manchester è più o meno così fino a maggio» mi risposero i dirigenti del City.

Non avevano torto.

Credo che fino ad ora, e siamo alla fine di aprile, ho giocato sì e no un paio di partite su un campo veramente asciutto… o quantomeno non inzuppato d’acqua e di fango!

In questo periodo non mi sono fatto mancare nulla, neanche una serie di infortuni che hanno rotto il mio ritmo e la possibilità di inserirmi prima nel gioco della squadra.

Ma una cosa soprattutto non mi è davvero mai mancata: il supporto e l’incitamento del meraviglioso pubblico del Maine Road.

Sono stati fantastici, fin dal primo giorno.

Al mio esordio al Maine Road contro l’Ipswich Town, ero ben lontano da una condizione accettabile e me ne dispiaccio ancora ora.

Mi hanno raccontato che quella sera c’erano quasi 10.000 persone in più della media degli spettatori per le partite del City.

All’inizio ho giocato partite terribili, in cui uscivo dal campo quasi vergognandomi per quanto poco ero riuscito ad incidere nel match.

Magari stavo anche 5 minuti senza toccare un pallone.

Io che ero abituato a fare da punto di riferimento assoluto in tutte le azioni di gioco, nel mio Legia e nella Nazionale polacca.

Poi magari bastava, una finta, un dribbling o un lancio preciso sui piedi di un compagno per scaldare il cuore dei tifosi del City e ricevere scrosci di applausi come se avessi segnato con un tiro da trenta metri.

Ora però sento che le cose stanno cambiando. La mia intesa con i compagni è migliorata e il calcio inglese non è più così incomprensibile e distante come lo è stato all’inizio.

Il nostro manager, Tony Book, ha perfino modificato un pochino il gioco del team e adesso il pallone almeno la metà del tempo lo passa per terra.

Sento che i miei compagni hanno iniziato a fidarsi di me.

All’inizio ero solo un grandissimo calciatore nelle nostre sfide a “calcio-tennis” (devo ancora perdere un singolo match insieme al mio compagno Mick Channon) mentre ora hanno capito che anche sul terreno di gioco posso dare loro una mano.

E le cose stanno iniziando a girare per il verso giusto, per me e per la squadra.

Martedì sera ho segnato il mio primo goal per il Club in campionato.

È servito a darci la vittoria per uno a zero in una importantissima sfida per la salvezza qui al Maine Road contro il Middlesbrough.

E ora non vedo l’ora di tornare in campo!

Mancano solo cinque partite al termine del campionato.

Siamo ad un passo dalla salvezza, ma non dobbiamo abbassare la guardia.

Mica ho dovuto aspettare trent’anni per potermi trasferire all’estero e giocare in Seconda Divisione!

 

 

“Kazi” Deyna sarà determinante in quel finale di stagione.

Il Manchester City confermerà il suo status di squadra di First Division e Kazimierz Deyna, con alcune fantastiche prestazioni, entrerà definitivamente nel cuore dei tifosi del Maine Road.

La doppietta contro il Birmingham City nel 3 a 1 finale del primo maggio, il goal che il sabato successivo sbloccherà il risultato contro il Bristol City e un’altra doppietta nella sconfitta interna con l’Aston Villa nell’ultima di campionato.

Proprio in questo match Deyna segnerà un goal su calcio di punizione che resterà per molti anni a venire nella memoria dei tifosi del City presenti quella sera.

Tutto più che sufficiente a fare entrare Deyna nella storia del Manchester City.

L’anno successivo Deyna, sempre alle prese con diversi guai fisici, faticherà a giocare con continuità, ma quando sarà sorretto da una sufficiente condizione fisica continuerà a mostrare le sue enormi qualità.

Nel Manchester City Deyna rimarrà fino al gennaio del 1981, guadagnandosi, nonostante i tanti infortuni e la miseria di 43 partite totali giocate, lo status di “eroe di culto” per il popolo della parte blu di Manchester.

Per lui Manchester rappresenterà però anche l’acuirsi del suo problema personale con l’alcol.

Al di là del clima e dello stile di gioco, l’Inghilterra non fu esattamente la scelta migliore per il talentuoso playmaker polacco.

La “drink culture” all’interno dei Club inglesi è in quegli anni profondamente radicata.

«Allenati duramente, gioca duramente e bevi ancora più duramente» era uno degli slogan più in voga al tempo.

Per Kazi, che fin da adolescente in Polonia ha sempre avuto molta passione per la bottiglia e altrettanti guai disciplinari, è di sicuro la nazione sbagliata.

Gli viene ritirata la patente per guida in stato di ebbrezza ed in breve tempo diventa uno dei leader del City non solo in campo, dove il suo talento risalta in maniera evidente, ma anche nelle celeberrime “sessions” alcoliche del team dove Deyna tiene senza difficoltà “il passo” dei principali bevitori del Manchester City.

DEYNA CITY

Nel frattempo però, con l’avvento sulla panchina di John Bond, Deyna capisce che lo spazio per lui sarà sempre più limitato.

Per lui c’è un’allettante proposta dai San Diego Soccers nel calcio USA, ancora in grado di attirare vecchi campioni del calcio europeo, magari al crepuscolo delle loro carriere ma ancora in grado di deliziare con la loro tecnica il curioso pubblico statunitense.

Con Kazi negli USA in quegli anni ci sono George Best, Rodney Marsh, Francisco Marinho, Roberto Bettega…

Nei San Diego Sockers, Kazi giocherà per ben 6 stagioni e un calcio meno competitivo gli permetterà una maggiore continuità grazie alla quale mettere in mostra le sue grandi qualità tecniche.

Le prime tre stagioni sono strepitose. Deyna segna e fa segnare.

In un calcio che, condizionato dagli altri sport americani che vanno per la maggiore, è essenzialmente “statistico”, i numeri di Deyna sono impressionanti.

Nel 1983 addirittura giocherà 18 incontri, segnerà 15 reti e registrerà 16 assist… totalizzando un “46” (2 punti per i goal, 1 per gli assist) che negli Stati Uniti è considerato impressionante.

Sembra un periodo finalmente sereno per Kaziemierz, ma evidentemente il suo destino è sempre in bilico su equilibri sottilissimi.

Nel 1984 il calcio “outdoor”, la NASL, chiude i battenti. Deyna, che è una delle poche star rimaste in quel campionato, ne risente parecchio a livello economico. Non solo perché a trentasette anni trovare un altro ingaggio decoroso è tutt’altro che facile, ma anche perché ha scoperto che durante la sua permanenza statunitense il suo manager e amico Ted Miodonski si è messo in tasca una corposa fetta dei suoi guadagni.

Giocherà alcune stagioni nel campionato “indoor”, una pallida controfigura del calcio “vero”.

I risultati sono comunque eccellenti.

I Sockers vincono campionati in serie, ma ad ogni stagione che passa Deyna diventa sempre meno incisivo.

Nel settembre del 1987 Deyna si troverà senza una squadra, con 40 primavere sul groppone, in gravi difficoltà economiche e senza avere la minima idea di cosa fare nel futuro.

«Non ho mai pensato a quando avrei smesso di giocare a calcio. Perfino adesso non riesco a pensarci… eppure sono costretto a farlo» dirà in una intervista dell’epoca.

Con una carriera che volge ormai al termine, una famiglia da mantenere e pochi soldi sul conto corrente, i suoi demoni ritornano più accaniti e feroci che mai.

L’alcol torna ad essere padrone della sua vita. Deyna rifiuta ogni tipo di aiuto e sostegno e si chiude invece sempre di più in se stesso.

Intanto nella sua Polonia le cose sono radicalmente cambiate. Grazie alla strenua lotta dell’ex portuale Lech Walesa e del movimento “Solidarnosc”, la Polonia sta sempre di più affrancandosi dallo stretto giogo dell’Unione Sovietica.

Sono in molti a consigliargli il ritorno nel suo paese. In Polonia è adorato e sono pronti ad accoglierlo come il figliol prodigo. Manca dalla sua Varsavia ormai da quasi dieci anni.

Negli Stati Uniti, dove la popolarità del calcio è comunque ancora poca cosa, nessuno lo riconosce o si ricorda di lui, soprattutto dopo essere diventato un “ex”.

Per ben tre volte Deyna è già stato pizzicato a guidare in stato di ubriachezza. Gli è stata prima sospesa la patente ed è stato in seguito condannato a centottanta giorni di prigione… salvo essere poi rimesso in libertà dopo soli due giorni.

Tutto questo non gli insegna niente.

Sono le una e trenta della notte del 1° settembre 1989. Deyna sta percorrendo la Interstate 15 Nord, sulla Mira Mesa Boulevard. Sulla destra della carreggiata è fermo un grosso camion con i lampeggianti accesi.

Deyna, alla guida della sua Dodge Colt del 1974, si va a schiantare contro il camion. Non c’è alcun segno di frenata.

Kazimierz Deyna, il più forte calciatore polacco di tutti i tempi, morirà pochi minuti dopo il suo ricovero all’ospedale di San Diego per le gravissime ferite alla testa.

Il tasso di alcol riscontrato nel sangue supera il doppio del livello consentito.

Sono passati esattamente tre lustri da quel magico 1974 che consegnò alla storia del calcio questo fantastico calciatore.

Kazimierz Deyna farà ritorno nella sua Varsavia solo nel giugno del 2012 e le sue ceneri saranno sepolte al Powazki, il cimitero militare di Varsavia.

Chi lo conosceva, chi ha giocato con lui o contro di lui lo ricorda come un talento purissimo, un calciatore straordinario che al calcio ha dato tutto se stesso e che del calcio non poteva proprio fare a meno.

Finito il calcio è finita la sua vita.

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ANEDDOTI E CURIOSITÀ

Molto particolare la storia che porterà Kazimierz Deyna a vestire i colori del Manchester City.

Si stanno giocando i Mondiali di Argentina.

Durante una delle partite di qualificazione del primo turno in cui è impegnata la Polonia, il telecronista della BBC Barry Davies menziona il fatto che Kazimierz Deyna, il capitano e regista della Nazionale Polacca, «non nasconde il suo interesse per un trasferimento in un Club dell’Europa Occidentale».

Il commento non sembra nulla di più di una considerazione tutto sommato “normale” parlando di un giocatore di grande talento che, a trentuno anni, ha finalmente la possibilità di lasciare il suo paese per trasferirsi all’estero.

John Roberts, giornalista del Guardian, uno dei principali quotidiani britannici e, pare, tifosissimo del Manchester City, decide di contattare l’allora presidente dei “Blues” di Manchester Peter Swales.

«Presidente, poche settimane fa mi disse che cercava un centrocampista con i piedi buoni. Deyna è quello con i piedi “più buoni” di tutti» riferisce Roberts a Swales.

Viene contattato il Manager della Polonia Jacek Gmoch.

«Non credo sarà un problema, per un Club dell’importanza del Manchester City, riuscire ad avere Deyna» sono le parole dell’allenatore polacco, che aggiunge «Kazimierz ha ancora almeno due stagioni ad altissimi livelli in qualsiasi campionato lo mettiate».

Quando Deyna viene contattato è ancora molto deluso per le sue prestazioni nel recente campionato del mondo argentino.

Il rigore fallito proprio contro i padroni di casa si rivelerà decisivo nell’eliminazione della Polonia.

Ma quando gli viene proposto di andare al Manchester City il suo umore cambierà radicalmente.

Durante la metà degli anni ’70, nel pieno della sua forma fisica, Deyna fu inutilmente contattato da squadre del valore di Barcellona, Real Madrid, Bayern Monaco, Saint-Etienne e AS Monaco.

La regola imposta dalla Federazione (e dal governo) polacca prevedeva che solo al compimento del trentesimo anno di età sarebbe stato possibile per un calciatore espatriare.

Se avere il beneplacito di Deyna fu facilissimo, non altrettanto fu la trattativa che il Manchester City dovette intavolare con il Legia Varsavia, proprietaria del cartellino di Deyna, e soprattutto la squadra della Polizia Militare polacca.

Alla fine l’accordo fu di 100.000 sterline, trasformati in prodotti medicinali, fotocopiatrici, tute, palloni e… dollari statunitensi!

L’inizio di Deyna al Manchester City, come già detto, non fu affatto facile.

Molte critiche gli piovvero addosso per il suo stile compassato, la poca propensione alla fase di recupero del pallone e la scarsa determinazione nei contrasti.

Qualcuno, però, fin dall’inizio capì che Deyna era semplicemente un calciatore di un altro livello.

Uno fra i primi fu Alan Durban, manager dello Stoke City che disse di lui «Il problema è che Kazimierz Deyna viaggia su una lunghezza d’onda diversa da tutti gli altri. Lui è sintonizzato sulla BBC, gli altri su Radio Lussemburgo!»

Deyna fu uno dei protagonisti di “Fuga per la vittoria”, il famoso film ambientato in un campo di prigionia tedesco insieme a Pelè, Bobby Moore, Mike Summerbee, Osvaldo Ardiles e ad un improbabile Sylvester Stallone nelle vesti di portiere.

Sempre agli inizi del suo periodo al City, famosa fu una sua dichiarazione alla stampa: «Non ho bisogno che Malcolm Allison (allenatore del Manchester City) mi sostenga dicendo che sono un grande giocatore. Che sono un grande giocatore me lo ha già detto Pelè».

Questo era Kazimierz Deyna, il più grande calciatore polacco di tutti i tempi.

 

GRIGORIJ PERELMAN: Il matematico che rinunciò a un milione di dollari per andar a cercar funghi.

di MASSIMO BENCIVENGA

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Qual è geomètra che tutto s’affige

per misurar lo cerchio, e non ritrova,

pensando, quel principio ond’egli indige

 

Una terzina che si trova poco più della ben più celebre

 

L’amor che move il sole e l’altre stelle.

 

Naturalmente sto parlando della parte conclusiva de La Divina Commedia, laddove ogni

cantica, come ben sapete, termina con la parola stelle e laddove, in altro canto del Paradiso, il numero 19, Dante fa finire tre terzine alternate con la parola Cristo.

Non è di Cristo che voglio parlare, ma di geometri, in senso matematico, e di una storia ai limiti del credibile.

Una storia quasi da film.

Quasi.

E invece reale.

Crudelmente reale.

Dante usa la similitudine con il lavoro del matematico che tenta di misurare la circonferenza usando dei poligoni per spiegare, in maniera figurata, l’impossibilità di rendere a parole l’esperienza divina.

La quadratura del cerchio era un problema noto da secoli, ma Dante non sospettava d’aver dato il là, con la sua Commedia, alla ricerca furiosa di un’altra chicca matematica. I più arguti e attenti di voi saranno rimasti un po’ straniti davanti alla struttura dell’Oltretomba dantesco.

Sfere dentro sfere che s’innestano su altre superficie sferiche.

L’Oltretomba dantesco è come se fosse composto da due sfere con un bordo in comune. E

Nessun buco.

Di modo che uno potrebbe muoversi a piacimento come se fosse su un’unica superficie. Dante tutto ciò non lo sapeva, visto che questo problema topologico fu avanzato, perlomeno in maniera formale, da Henry Poincare intorno al 1904 quando si chiese se

una qualunque forma geometrica (una 3-varietà) chiusa e senza buchi in uno spazio di 4 dimensioni è identica (nel senso di cui sopra) ad una sfera in 4 dimensioni (una 3-sfera),

vale a dire si chiese se esisteva un qualche modo che consentisse di trasformare

(topologicamente) la prima sfera nella seconda.

Quasi un secolo dopo, nel 2000, l’imprenditore Landon T. Clay enunciò, sul modello dei

problemi del secolo proposti da Hilbert nel 1900, i Problemi matematici del Millennio, sette per essere precisi, promettendo una ricompensa di un milione di dollari a chiunque ne avesse risolto almeno uno.

Tra questi problemi c’era la Congettura di Poincaré.

Verso la fine del 2002, il matematico russo Grigorij Jakovlevič Perel’man cominciò a caricare su un server per matematici la risoluzione di questa congettura. Come nel caso del ben più celebre Ultimo teorema di Fermat, a un certo punto, dopo premesse incoraggianti, la comunità matematica trovò delle imprecisioni.

E come in quel caso, alla fine, e parliamo del tardo autunno del 2005, Perel’man riuscì a

mettere insieme i pezzi e a dimostrare in maniera affermativa la Congettura di Poincaré,

gettando un ponte, stante la potenza della topologia, su una maggiore comprensione della struttura dell’Universo.

I più ottimisti pensano che questa nuova certezza matematica possa aiutare ad avvicinare la teoria gravitazionale con la meccanica quantistica. In questo senso son passati 15 anni senza sostanziali passi avanti.

Nel 2005, Perel’man, nato a Leningrado (ora San Pietroburgo) nel 1966, aveva 39 anni. In

tempo per confermare una diceria e ricevere un premio. La diceria è quella che racconta di come i matematici diano il meglio di sé prima dei quarant’anni.

Il premio è la celebre Medaglia Fields, il cosidetto Nobel dei matematici.

Esistono storie divertenti e pruriginose sul perché Nobel non istituì un premio anche per i matematici.

Divertenti.

Pruriginose.

E false.

Nel 2006 la Medaglia fu assegnata a Perel’man e ad altri tre giovani studiosi. Contestualmente, sir John Ball, all’epoca presidente dell’Unione Matematica Internazionale, dichiarò la rinuncia al premio da parte dello stesso Grigorij.

In molti restarono sorpresi, ma non tutti.

Grigorij Jakovlevič Perel’man era recidivo.

Perel’man anni prima già non aveva ritirato l’European Mathematical Society.

Pensare che gente come John Nash o come Cedric Villani ha perso il sonno, nel caso di Nash anche il senno, pur di vincere il Premio, rende Grigorij Jakovlevič Perel’man ancor più originale anche all’interno di un mondo di alienati come quello dei matematici, con Talete che cadde in un pozzo suscitando l’ilarità della sua servetta, con Fermat che non aveva spazio sul margine per una dimostrazione e proseguendo, in una incompletissima carrellata, con la domestica di Riemann che bruciò la sua congettura.

Una cosa così potente, la congettura di Riemann, che se confutata metterebbe a rischio le

nostre transazioni bancarie.

A ben vedere, lo zelo di servette e domestiche ha spesso arrecato non poco danno alla Scienza e alla Conoscenza.

Ecco, pur all’interno di un contesto popolato da personaggi così sopra le righe, anche se Talete poi dimostrò anche senso pratico e commerciale, uno come Grigorij Jakovlevič Perel’man, figlio di un ingegnere di chiare origine ebree, rappresenta un Unicum.

Perché se la gloria materiale può far schifo, quella immateriale, di fama imperitura, è sempre stata ferocemente inseguita e perseguita dai matematici, ben consapevoli che, a differenza di altri risultati in altre branche della Scienza, un teorema è… per sempre, direbbero alla De Beers.

Se rigorosamente dimostrato, un teorema potrà poi essere inglobato in casi particolari, ma mai del tutto superato o accantonato come succede per le altre scienze, dove nuove teorie soppiantano le vecchie relegandole al rango di errate credenze.

Ebbene, Grigorij Jakovlevič Perel’man, è forse l’unico caso di un matematico che ha rifiutato congiuntamente fama futura e successo monetario.

Già, perché non pago, quando nel 2010 l’Istituto Clay decise di tributargli il Milione di euro del Premio, Grigorij non trovò di meglio che rifiutare anche i soldi.

In quel momento viveva senza lavoro, avendo abbandonato anche l’insegnamento

unIversitario, e della pensione della mamma, ex insegnante di matematica.

È stato anche una delle ultime volte che s’è sentita la sua voce, quando sostenne che troppi soldi in Russia generano solo violenza.

Lasciandosi però andare a una chiosa civettuola, quando disse che se la soluzione era corretta, lui non aveva bisogno di altri riconoscimenti.

In questo accomunato da Andrew Wiles, l’uomo de L’ultimo teorema di Fermat, che per

questione di mesi non potè fregiarsi della Medaglia Fields.

Wiles, in modo molto british, affermò che nel momento in cui dimostri Fermat, del Premio non t’importa più nulla.

Da anni nessuno sa dove sia e cosa faccia Grigorij Jakovlevič Perel’man. Per alcuni s’è dato alla raccolta di funghi che, per uno con quella capacità di astrazione, può rappresentare una nuova sfida, atteso che i funghi son presenti sulla terra da milioni di anni prima dell’uomo e che, a loro volta, rappresentano un intero universo.

Prima ho parlato di Hilbert. Bene, sulla sua tomba c’è l’estratto di un suo discorso:

 

Wir mussen wissen,

wir werden wissen

(Dobbiamo sapere,

sapremo)

 

Sembra essere stata davvero questa, la conoscenza in sé, la stella polare che ha guidato sino a un certo punto la rotta matematica di Grigorij Jakovlevič Perel’man, l’uomo che ha rifiutato, da disoccupato, un milione di dollari.

Intorno al 2012, forse anche 2013, cominciò a girar voce che James Cameron, regista di

Terminator, Titanic e Avatar, figlio come Grigorij di un ingegnere e a sua volta ex studente di fisica, avesse in mente di girare un film, un biopic sull’eccentrico matematico russo. A quanto ne so, la cosa non è andata avanti.

Anche perché, come detto, riesce difficile parlare con Grigorij che, Dio non voglia!, potrebbe anche essere morto o moribondo visto e considerato che nessuno sa dove sia.

Le ultime foto lo ritraggono in metropolitana, con l’immancabile barba.

Sembra un barbone, ne ha l’aspetto, ma negli occhi è ben visibile lo shining, lo scintillio di chi ha capito il Paradiso e visto le Stelle.

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ROBERTO D’AVERSA: … il vento farà il suo giro …

di REMO GANDOLFI

(articolo scritto nel febbraio di quest’anno per SPORT MEDIASET)

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Siamo nel tardo autunno del 2016. L’idea romantica del nuovo corso del Parma Calcio 1913, nato dalle ceneri della precedente funesta gestione, di affidare la responsabilità tecnica ad alcuni dei suoi figli prediletti del passato (Nevio Scala alla presidenza, Luigi Apolloni in panchina, con Lorenzo Minotti Direttore Sportivo e Fausto Pizzi Responsabile del settore giovanile) è già arrivata alla fine del suo percorso, durato poco più di un anno.

Un anno in cui il Parma, sprofondato in Serie D “grazie” essenzialmente alla premiata ditta “Ghirardi & Leonardi”, era riuscito immediatamente a risalire nella serie superiore.

Bastano però poche settimane nel campionato di Serie C per ricredersi su quell’affascinante progetto.

La promozione alla serie cadetta, obiettivo dichiarato dalla giovane e ambiziosa dirigenza, è a rischio.

A metà novembre la classifica è già deficitaria e le posizioni di vertice si stanno rapidamente allontanando.

Come sempre, il primo a farne le spese, è “Mister” Gigi Apolloni.

Il progetto crolla come un castello di carte. Gli altri ex del Parma dei primi trionfi se ne vanno con lui. Per un paio di settimane sarà un altro ex, Stefano Morrone, a guidare la squadra.

Il 3 dicembre arriva dalla società una comunicazione ufficiale.

Il Parma Calcio 1913 ha scelto il nuovo allenatore.

Si chiama ROBERTO D’AVERSA.

… Roberto CHI ???

Per i tifosi crociati la delusione è palpabile.

Si pensava (e si sperava !) ad un nome di maggior impatto mediatico e soprattutto ad un allenatore di esperienza in grado di garantire ai ducali la possibilità di tornare immediatamente ai vertici di un campionato che invece stava sfuggendo di mano.

Neanche il tempo della consueta ricerca di informazioni su Google che il Parma fa un altro annuncio. Le sorti della gestione tecnica saranno condivise con il nuovo Direttore Sportivo Daniele Faggiano, dimessosi pochi giorni prima dal suo incarico nel Palermo, squadra militante nel campionato di Serie A, per divergenze con il presidente Zamparini.

Minuscolo

Roberto D’Aversa dimostra immediatamente di avere le idee chiare.

Il Parma si schiera con un 4-3-3 molto moderno e dinamico, con gli esterni molto larghi in fase offensiva per permettere alla squadra di attaccare in ampiezza, un centrocampo con un regista “basso” e una difesa abbastanza “bloccata” con i terzini più portati ad appoggiare l’azione offensiva piuttosto che alla sovrapposizioni.

Con un “bonus” non indifferente.

Alessandro Lucarelli, capitano, icona, bandiera e soprattutto l’unico ad accettare di ripartire dalla serie D, ancora al centro della difesa a guidare e organizzare un reparto  che diventerà a breve una garanzia assoluta.

D’Aversa cura inoltre con attenzione quasi maniacale i calci piazzati, altra arma che si rivelerà decisiva nella risalita verso le posizioni di vertice del campionato.

Alla terza partita sulla panchina dei ducali arriva il derby con la Reggiana.

A Parma probabilmente si potrà accettare di buon grado di non riuscire a risalire immediatamente in B.

Molto più difficile accettare di uscire sconfitti in un derby con i “cugini” reggiani.

L’incontro, giocato al Mapei Stadium di Reggio davanti a quasi 18.000 spettatori, vedrà la vittoria del Parma per due reti a zero, confermando quella solidità e quella organizzazione di gioco alla quale D’Aversa sta lavorando con grande dedizione fin dal suo arrivo.

Sarà la prima grande svolta di una stagione che ci concluderà con la vittoria nella finale dei play-off contro l’Alessandria disputata al Franchi di Firenze che sancirà il ritorno del Parma Calcio nella serie cadetta.

Il salto però è importante e la rosa va rinnovata e “puntellata” con innesti di qualità.

Faggiano ha già dimostrato di conoscere i calciatori e di sapersi muovere sul mercato con assoluta disinvoltura.

A giocatori che si riveleranno fondamentali nel futuro dei crociati acquistati durante la sessione invernale (Scozzarella, Iacoponi, Munari e Frattali) nell’estate arriveranno Gagliolo, Siligardi, Barillà, Di Gaudio, Ceravolo, Dezi e Insigne ma l’acquisto più importante ancora una volta sarà la decisione di Capitan Lucarelli di prolungare per un altro anno l’attività agonistica.

Il 4-3-3 di D’Aversa dà garanzie importanti.

I giocatori si riconoscono in questo sistema di gioco e chiunque scenda in campo dimostra di trovarsi a proprio agio e di conoscere alla perfezione i movimenti richiesti.

Nelle intenzioni della vigilia c’è la volontà di affrontare una stagione di adattamento alla categoria, senza patemi d’animo relativi alla permanenza nella serie cadetta ma con la consapevolezza che almeno una stagione sarà necessaria per capire limiti e possibilità della rosa a disposizione prima magari di investire nella stagione successiva per arrivare a risultati più ambiziosi.

Per i bookmakers (che “sanno”) il Parma è poco più di un’outsider, che potrà puntare a finire nella prima metà della classifica ma con scarse possibilità di promozione.

Senza contare il fatto che nessuna squadra nella storia del calcio italiano è mai riuscita sul campo a fare il “salto triplo” dalla serie D alla A.

E anche questo vorrà dire qualcosa !

Esiste però a Parma una parte consistente della tifoseria a cui queste previsioni non piacciono minimamente.

La “grandeur” di cui Parma si è nutrita per oltre tre secoli è difficile da estirpare dalle abitudini di tanti suoi abitanti che continuano imperterriti a pensare che Parma abbia il diritto divino di primeggiare in tutto quello che fa.

Che si parli di lirica, di cibo, di bellezze artistica e di sport.

E’ quello zoccolo duro di tifosi che generalmente popolano le poltroncine più costose, che vivono ancora negli anni ’90 del grande Parma del Cavalier

Tanzi e che si avvicinano al calcio allo stesso modo con cui vanno a teatro o si siedono a tavola: pretendono semplicemente il meglio.

Gli stessi che, Parma Calcio a parte, guardano l’Italia ai Mondiali di calcio, qualche partita di Champions League e la loro conoscenza calcistica finisce lì.

A questi basta un inizio di stagione “normale”, dove c’è la necessità di conoscere la categoria, dove gli errori inizi a pagarli duramente, dove ci sono avversari con un tasso tecnico superiore e dove l’inesperienza di tanti giocatori del Parma che la B la conoscono relativamente necessita di tempo e un po’ di pazienza.

Una sola vittoria nelle prime nove partite trasforma molto velocemente i mugugni iniziali in una vera e propria contestazione che arriva al suo zenit nel gennaio del 2018, con il Parma fuori dalla zona play-offs e Roberto D’Aversa al centro di attacchi sempre più duri da parte di “tifosi” che talvolta perdono il senso della misura stridendo in maniera importante con quella che è l’immagine di Parma, cioè una città non solo accogliente e civile ma anche profondamente equilibrata ed educata.

Per fortuna in quel periodo dove quattro/quinti dei supporter ducali chiedono la testa di Roberto D’Aversa ci sono diverse eccezioni.

E tutte importantissime.

Innanzitutto la squadra, compattissima e coesa a fianco del suo allenatore.

Ci sono i principali giornalisti locali che, pur non riservando le critiche necessarie a tenere sempre alta la concentrazione, vedono e riconoscono il grande lavoro svolto da D’Aversa e dai suoi ragazzi.

C’è la società e in primis il vice Presidente Pietro Pizzarotti, che non solo confermano il loro apprezzamento e il pieno appoggio a D’Aversa ma che proprio nel momento di maggiore difficoltà decidono di rinnovargli il contratto per la stagione successiva … con lo stesso Pizzarotti che aggiunge “se fosse per me a D’Aversa farei un contratto di dieci anni!”

Infine c’è la curva Nord.

Il cuore pulsante della tifoseria dei Crociati che non ha mai fatto mancare un solo secondo il proprio incitamento e sostegno a squadra e allenatore.

Quella formata da quei ragazzi che solo due stagioni prima spendevano i loro soldi per seguire il Parma ad Arzignano, a Rovigo o a Chioggia e che sanno cosa sia la “sofferenza” molto di più dei “soloni” seduti in tribuna.

Passato il periodo difficile (giocato tra l’altro senza entrambi i centravanti titolari Calaiò e Ceravolo) il Parma inizia a risalire la classifica. La promozione inizia a diventare una seria possibilità.

A Cesena un’inopinata sconfitta arrivata nei minuti finali, rimette tutto in discussione.

Si arriva all’ultima partita di campionato ma le carte migliori le ha in mano il Frosinone a cui basta battere un Foggia ormai fuori dalla mischia per garantirsi il secondo posto valido per la promozione diretta, costringendo i crociati ai play-offs.

Come è andata lo sappiamo tutti.

Il Parma fa il suo dovere vincendo a La Spezia e la dea bendata, tramite il piede destro del giocatore del Foggia Roberto Floriano, fa il resto.

Il Parma compie un autentico miracolo sportivo, destinato ad entrare nella leggenda del calcio italiano: la terza promozione consecutiva ottenuta sul campo.

La gioia è però di breve durata.

Alcuni messaggi scambiati tra giocatori del Parma e dello Spezia nei giorni antecedenti l’ultima di campionato tengono con il fiato sospeso tutti i supporter dei crociati.

E soprattutto bloccano i movimenti di mercato della Società per praticamente tutta l’estate.

Comprare per la serie A o per un altro campionato di B ?

La differenza è sostanziale.

Per ora ci si limita a piangere l’addio di Capitan Lucarelli e a confermare buona parte dell’ossatura che ha conquistato la promozione.

Sono rimasti in tanti e non per fare i comprimari. Iacoponi, Gagliolo, Scozzarella, Barillà, Siligardi, Di Gaudio.

Quando arriva il (logico) verdetto che garantisce al Parma il ritorno nella massima serie il mercato è ormai agli sgoccioli.

Nonostante questo il D.S. Faggiano (fino a quel momento praticamente infallibile) a giovani di belle speranze come Di Marco, Stulac, Grassi, Bastoni e altri più esperti come Sepe, Inglese, Gobbi e Biabiany porta a Parma due calciatori di grande esperienza e con un passato importante: il difensore centrale portoghese Bruno Alves e l’attaccante ivoriano Gervinho.

Arrivano come svincolati e da due campionati “minori” come quello scozzese e quello cinese. Sono entrambi ormai al crepuscolo delle loro carriere.

Si riveleranno fondamentali.

Può sembrare incredibile ma anche in quell’estate i mugugni non si placano.

I leoncini da tastiera si scatenano sui social. L’obiettivo è sempre lo stesso.

“Se vogliamo tornare in B subito basta che confermiamo D’Aversa” oppure “D’Aversa non è un allenatore da Serie A. Occorre qualcuno d’esperienza”.

E’ con queste premesse che inizia il campionato di Serie A, stagione 2018-2019.

E in barba a “soloni” e “leoncini” il Parma e D’Aversa si adattano immediatamente alla realtà della massima serie.

Intelligenza e pragmatismo sono doti fondamentali per qualsiasi allenatore.

Per D’Aversa sono probabilmente le due peculiarità principali.

Capisce che le qualità tecniche del “nemico” (le altre 19 squadre della Serie A) sono praticamente tutte superiori a quelle dei suoi ragazzi.

Giocarsela alla pari o “a viso aperto” come si diceva un tempo vuol dire andare al martirio.

Il centrocampo del Parma in particolare è probabilmente, da un punto di vista tecnico, il più debole di tutto il campionato.

Occorre allora limitare al minimo le qualità dell’avversario ed esaltare le proprie che saranno corsa, agonismo, attenzione tattica e sacrificio.

D’Aversa fa esattamente questo.

Sembra quasi attingere da “L’arte della Guerra” di Sun Tzu.

Studiare l’avversario nei minimi dettagli per neutralizzarne la forza diventa la chiave della vittoria.

E mentre il mondo del calcio ormai ad ogni latitudine continua a scimmiottare se stesso in quello stucchevole “possesso palla” fatto di decine e decine di noiosi passaggi in orizzontale per guadagnare magari cinque metri di campo, D’Aversa ricorre ad un calcio diverso, talmente diverso da risultare diametralmente opposto a quello “trendy” e globalizzato.

La difesa rimane “bassa” a presidiare la propria area di rigore, i terzini stanno “a casa” preoccupandosi innanzitutto di difendere e quando i difensori sono in possesso della sfera non devono guardare al compagno di fianco ma davanti a loro, in verticale.

E i passaggi non sono di 5 metri ma di 30 o 40.

Davanti c’è un centravanti come Inglese che, come aveva fatto Calaiò nelle stagioni precedenti, è lì apposta per rendere giocabili quei palloni, “sgonfiandoli” per i compagni di squadra, che siano i centrocampisti che salgono in appoggio e gli esterni su cui scaricare il pallone.

L’obiettivo è dichiarato: fare densità nella propria metà campo e avere più spazio possibile in quella avversaria.

Gli uomini per questo tipo di gioco sono perfetti.

A cominciare da Gervinho che quando ha spazio a disposizione diventa incontenibile.

Ogni partita è una battaglia.

Ma la squadra è compatta, tosta e organizzata.

Si soffre, ma si sapeva.

I mugugni, il famoso “brusio” delle zone nobili del Tardini non si sono mai placati del tutto.

Adesso che si è in Serie A, che si stanno facendo i punti necessari a garantire la permanenza occorre trovare qualcos’altro su cui polemizzare, qualcosa per cui attaccare D’Aversa, mai troppo amato neppure adesso.

E i “santoni” del Tardini e i “leoncini” da tastiera l’argomento lo trovano anche stavolta.

IL GIOCO.
O meglio … l’assenza di gioco.

Hai tempo di spiegargli che “il gioco” non è fare 10 passaggi laterali di fila ma che la parola “gioco” di per se non vuole dire nulla se non è accompagnata dalla parola “organizzazione”.

Allora si che ha un senso.

E il Parma è una delle squadre più organizzate di tutta la Serie A.

Perché quando tutti sanno esattamente cosa fare in campo, quando i compiti sono chiari, quando sono alla portata dei giocatori e quando tutti, comprese le seconde linee, sanno entrare e fare il loro dovere … quella si chiama “organizzazione di gioco” che alcuni allenatori sanno dare altri no.

“Giochiamo da schifo” oppure “Non facciamo due passaggi di fila” “La mano dell’allenatore non si vede per niente” sono le frasi più ricorrenti dei nostri “amici”.

Insomma, lo stesso medesimo meccanismo che per fortuna mette in moto gli stessi medesimi meccanismi della stagione precedente.

La lungimiranza e il senso di riconoscenza di Pizzarotti e della società che rinnovano il contratto a D’Aversa, la squadra che si compatta e alza ulteriormente il livello delle proprie prestazioni e la curva Nord che sostiene la squadra anche e soprattutto nei momenti più difficili e delicati delle partite.

Il Parma conquista la salvezza, faticando si ma senza alcun patema d’animo.

Si arriva così alla stagione in corso

Faggiano consegna a D’Aversa giocatori perfetti per “l’organizzazione di gioco” del Parma e soprattutto a centrocampo si uniscono a Kucka, arrivato nel mercato invernale precedente, giocatori come Hernani, Brugman e l’ultimo arrivato Kurtic che permettono al Parma di alzare in modo esponenziale il tasso tecnico in quel reparto nevralgico.

Con questi “ingredienti” si può pensare ad un piatto più prelibato, anche esteticamente. Non solo che tolga la fame ma che abbia anche gusto.

D’Aversa “alza” la linea difensiva del Parma e pur mantenendo inalterate le sue preziose qualità di squadra contropiedista (saper fare bene un contropiede non sarà mica diventato un difetto ?!) ora è in grado anche all’occorrenza di “fare” la partita, di attaccare in numero e di fare densità anche nella metà campo avversaria.

Attaccanti veloci e tecnici, due prime punte da poter alternare, entrambe potenti, forti in acrobazia e capaci di far salire la squadra,  un centrocampo dinamico e con un discreto tasso tecnico e una difesa solida nella quale al fianco di Bruno Alves e del neo-acquisto Darmian continuano ad essere giocatori imprescindibili Iacoponi e Gagliolo, protagonisti già della promozione dalla serie cadetta.

E così, da un giorno all’altro, il nostro Mister è diventato, anche per gli aristocratici del Tardini e i leoncini dei social, il nuovo “Special One” della Pianura Padana.

In queste ultime settimane lo sport preferito di Parma e provincia si chiama “Tutti sul carro” a festeggiare il Parma Calcio e il suo Profeta.

Sono già arrivati copiosi i “Io l’ho sempre difeso !” oppure “Mai avuto dubbi su di lui. Erano i giocatori che non lo seguivano !” e anche “Che era bravo si vedeva dai ! Era solo questione di tempo !” e perfino un “Tatticamente bravi come lui non ce ne sono !”.

Tranquilli.

E’ solo questione di tempo.

Alla terza sconfitta consecutiva (che arriverà prima o poi perché in nove mesi di campionato un calo è fisiologico per tutte le squadre di tutto il pianeta) torneranno tutti fuori come lupetti dalle loro tane.

E saranno più agguerriti che mai !

Sono aperte le scommesse sull’argomento.

“Hanno già tutti la testa altrove. Si sentono già in altri lidi”

“Al solito. Ha ancora sbagliato preparazione. E così ci mangiamo l’Europa League” (!)

“Hanno finito la benzina. Non è proprio capace di fare il turn over !”.

Li stiamo già aspettando al varco.

Chi ha invece lo ha visto lavorare, chi conosce la sua meticolosità, la sua eccellente gestione del gruppo e la sua professionalità di certezze ne ha un’altra: che Parma e i parmigiani, presto o tardi, arriveranno a rimpiangere il Signor Roberto D’Aversa.

 

POSTILLA

Questo pezzo, pubblicato a marzo da Sport Mediaset, è stato scritto il 20 febbraio del 2020, pochi giorni prima dell’arrivo del Covid.

E’ di un paio di giorni fa (22 agosto) la notizia della fine del rapporto tra il Signor Roberto D’Aversa e il Parma Calcio.

Non avrei mai pensato di doverlo ringraziare così presto ma è così.

In bocca al lupo Mister.

LEE SHARPE: Troppa voglia di vita.

di REMO GANDOLFI 

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Adesso potrei, e forse dovrei, essere nel miglior momento della mia carriera.

Quello in cui hai accumulato sufficiente esperienza per imparare a gestire qualunque situazione ti si presenti in partita e, al tempo stesso, hai ancora la prestanza fisica per giocare senza alcuna fatica ai massimi livelli.

Invece io, a 31 anni, non ho più neppure una squadra per cui giocare.

Avevo diciassette anni e avevo giocato un pugno di partite con il Torquay in Terza Divisione quando Alex Ferguson venne a vedermi giocare.

Gli piacque quello che vide e mi portò con sé al Manchester United.

Pagò la cifra più alta mai pagata per un teenager nella storia del calcio britannico: 300.000 sterline. Un sacco di soldi all’epoca.

Era il giugno del 1988. A settembre di quello stesso anno Ferguson mi buttò nella mischia.

Era una partita di campionato contro il West Ham: vincemmo 2 a 0.

E quando dopo pochi mesi Jesper Olsen venne ceduto al Bordeaux e la maglia numero 11 si trovò improvvisamente senza un padrone, capii che era arrivata la mia grande occasione. Non avevo ancora diciotto anni e giocavo davanti a 40.000 spettatori all’Old Trafford. Roba da non crederci!

Mi riusciva tutto facile. Anzi, i ritmi in Terza Divisione erano assai più ossessivi. Nella massima serie, almeno se sapevi stoppare decentemente un pallone avevi il tempo di alzare la testa e scegliere l’opzione migliore.

Ferguson mi lasciò il tempo di maturare, facendomi giocare spesso, ma non facendomi mai sentire troppa pressione.

Anche se non fui felice di dover assistere dalla tribuna alla nostra vittoria in FA CUP, il primo trionfo dell’era Ferguson dopo tanti anni di vacche magre.

Nell’estate del 1990, però, Ferguson fu chiarissimo con me. «Figliolo,-mi disse- sarai la nostra ala sinistra titolare ad inizio stagione. Dipende da te se vuoi che quella maglia sia tua per tutta la stagione o meno».

Giocai una stagione meravigliosa, sensazionale, fantastica.

Vincemmo la Coppa delle Coppe battendo il Barcellona in finale e per me arrivò il premio come “Miglior giovane calciatore dell’anno”.

Avevo appena compiuto venti anni e qualche settimana prima del mio compleanno era arrivato anche l’esordio in Nazionale.

Ero il più giovane calciatore a indossare la maglia bianca dei “Tre Leoni” dopo Duncan Edwards.

Cosa poteva andare storto?

Invece qualcosa di storto c’era. Era la mia testa.

Avevo venti anni e pensavo che per un calciatore professionista vivere come un normale ventenne fosse non solo possibile, ma anche la cosa più naturale di questo mondo.

La vita notturna di Manchester era meravigliosa a quei tempi: locali a tutti gli angoli di strada, musica fantastica e ragazze che ti cadevano ai piedi.

Passai l’estate del 1991 a “vivere”.

Come un ragazzo di vent’anni.

Con la differenza che avevo molti più soldi in tasca dei miei coetanei e…, diciamocelo, ero e sono anche piuttosto attraente!

Credo che in quell’estate io abbia passato non più di tre giorni sobrio…

Ma il primo giorno di allenamento, nei 12 minuti di corsa a cui ci sottoponeva Ferguson per vedere in che stato eravamo al rientro dall’estate, arrivai terzo…

Altre vittorie, altre grandi partite (tra cui una tripletta contro l’Arsenal in Coppa di Lega), ma poi qualcosa comincia ad andare storto.

Nel novembre 1992 mi ammalo di meningite. Non esattamente una passeggiata.

I tabloids inglesi mi sono sempre più addosso. Le loro risorse di fango da tirarmi addosso sono infinite.

Dicono che mi drogo, che sono ubriaco tutte le sere, che salto gli allenamenti…

Tutte cazzate. Sto solo male!

E ci metto dei mesi prima di rimettermi a posto, in condizione di giocare a calcio ai livelli a cui avevo abituato il Boss, i miei compagni e i tifosi dell’Old Trafford. Ma il problema non è solo il mio fisico che ha bisogno di un po’ di tempo per tornare quello di prima.

L’altro problema è che, quando sono finalmente pronto per tornare in squadra, all’ala sinistra gioca un ragazzino secco secco ma più veloce di un fulmine: si chiama Ryan Giggs e capisco subito che riprendere la maglia numero 11 sarà un’impresa.

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E allora divento un “comodino” come si dice da queste parti. Buono per tutte le occasioni… e per tutti i ruoli: terzino sinistro, ala destra, centrocampista centrale e qualche volta perfino nel mio ruolo all’ala sinistra, quando Ryan è stanco o ha problemi fisici.

Tante volte mi capita anche di dovermi sedere in panchina o addirittura in tribuna.

Il mio gioco è basato su tre cose; velocità, cross e autostima. Le prime due non mi sono mai mancate… con la terza comincio ad avere dei problemi.

Mi convinco che quando Ferguson mi mette in campo devo per forza fare sfracelli.

Per l’amor di Dio… qualche volta ci riesco pure! Contro il Barcellona in Champions League nell’ottobre del 1994 semplicemente non riuscivano a prendermi. Un assist (uno dei miei cross al bacio per Hughesy) e un goal… E che goal! Un colpo di tacco che fece venire giù l’Old Trafford!

Ma i guai fisici cominciavano a diventare sempre più costanti e quando la stagione successiva arrivò una brutta frattura alla caviglia pensai davvero che ormai la sfortuna mi si fosse appiccicata addosso.

Quando tornai, Kanchelskis, l’ala destra titolare, venne venduto all’Everton.

E visto che Giggs sull’altra fascia era ormai semplicemente di un altro pianeta, pensai che quella potesse diventare la mia posizione.

Ferguson, però, stava allevando una generazione di piccoli fenomeni nelle giovanili.

Uno di questi era biondino, con i capelli sempre impeccabili. Non era un fulmine di guerra ma con il piede destro faceva davvero quello che voleva.

Si chiamava David Beckham.

Chiesi di andare via; non ne potevo più di vedere i miei compagni sollevare un trofeo dopo l’altro mentre io restavo sempre ai margini.

Ok! Quando c’era da festeggiare ero sempre una star e nei locali facevo abbondantemente la mia parte, ma in campo contavo sempre meno.

Si fece avanti il Leeds United. Fino a pochi anni prima erano stati fra i nostri più acerrimi rivali. Anzi, nel 1992 ci avevano strappato un titolo che sentivamo già nostro.

Howard Wilkinson mi voleva a tutti i costi. Ok, questa è l’occasione mi sono detto.

Dopo un mese l’uomo che mi aveva voluto a tutti i costi a Leeds (pagando la bellezza di 4.5 milioni di sterline) venne licenziato.

Al suo posto George Graham. Uno che con i calciatori “creativi” e un po’ anarchici come il sottoscritto ci va d’accordo come i gatti con l’acqua.

Non mi arresi e per un po’ di tempo trovammo il modo di convivere. Tra un guaio muscolare e l’altro giocai 26 partite in campionato e feci 5 goal. Insomma, non avevo fatto sfracelli ma la mia parte sì, e appieno.

Ma quella puttana della sfortuna decide di non mollarmi. Nell’ultima partita di precampionato della stagione successiva mi saltano i legamenti crociati del ginocchio.

A quei tempi non era uno scherzo, così rimango fuori tutta la stagione. Del sottoscritto tifosi e compagni si ricordano solo per avermi visto nella foto di squadra il primo giorno di ritiro.

Rientro ma non sono più io. Ho perso quel metro di velocità che per me era tutto, era la “differenza”.

Graham (con grande gioia di tutta la squadra) se ne va dal Leeds United per accasarsi al Tottenham.

David O’Leary, che era il suo braccio destro, diventa il nostro Manager.

«Non rientri nei miei piani Sharpey, occorre che ti trovi una squadra». Se non altro è stato onesto.

Non mollo, continuo ad allenarmi e a lottare per avere un’occasione. O’Leary forse si commuove e mi butta dentro per una partita di Coppa Uefa contro la Roma.

Dopo un’ora in cui dalle tribune mi dicono di tutto -il coro più gentile è “Sharp, you are shit!”-O’Leary, sempre per compassione, mi toglie dal campo.

Sparisco negli spogliatoi. So benissimo che quella sarà l’ultima partita al Leeds.

Da lì in poi è un precipitare senza paracadute verso l’abisso.

Bradford, Portsmouth in prestito… fino ad essere addirittura scartato dall’Exeter City, che gioca nella Quarta serie Professionistica.

Accetto di provare per il Grimsby e per il Rotherham. Niente da fare. Non mi ritengono all’altezza.

E adesso sono qua, in attesa che suoni quel maledetto telefono e che mi venga data un’altra possibilità.

A Dubai? In Sudafrica? Negli Stati Uniti?

Dovunque sia, ma a trentuno anni non ho nessuna intenzione di arrendermi… anche se sono il primo a sapere che il Lee Sharpe di quell’Arsenal-Manchester United di Coppa non tornerà mai più.

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Lee Sharpe avrà effettivamente un’offerta per continuare a giocare a calcio.Dalla squadra islandese del Grindavik.

Ci giocherà sette partite prima di rendersi conto che forse c’è un limite a tutto.

In Inghilterra le uniche offerte che arrivano sono da squadre semi professionistiche.

La voglia di giocare sarà più forte dell’orgoglio, ma dopo una stagione al Garforth Town, anche Lee capisce che non è il caso di continuare a farsi del male.

A trentatré anni Lee Sharpe chiude con il calcio.

E si aggiunge alla lunga, interminabile lista dei calciatori di cui si dirà in eterno “avrebbe potuto fare molto di più” …

 

 

ANEDDOTI E CURIOSITÀ

«Un giorno venne a casa mia Alex Ferguson. Era convintissimo che Giggs ed io fossimo stati fuori tutto il giorno a bere e a fare casino. Quando suonò alla porta andò ad aprire proprio Giggs, che aveva in mano le uniche due bottiglie di birra che ci fossero in casa.

Ferguson ce ne disse di tutti i colori: “Siete stati fuori a bere tutto il giorno e ancora non vi basta. Anche in casa continuate a bere come dei vecchi alcolizzati”. Il Boss era su tutte le furie. Noi incassammo, zitti e a testa bassa.

… Mica potevamo dirgli che stavamo uscendo proprio in quel momento

«Ferguson era veramente incredibile. Sapeva tutto, non lo potevi fregare.

Uscivi al sabato sera e lui all’allenamento del lunedì sapeva dov’eri stato, con chi e a che ora e in che condizioni eri tornato.

Allora mi terrorizzava… poi capii che era un modo per prendersi cura di noi».

Al rientro dal grave infortunio al Leeds trovare posto nel team di David O’Leary per Sharpe fu impossibile. Un’ancora di salvezza arrivò, nell’autunno del 1998, dal vecchio compagno di Nazionale David Platt, neo-allenatore della Sampdoria.

Sharpe fece le valigie per l’Italia, carico come una molla e convinto che questa sarebbe stata la sua grande occasione.

… Dopo neppure un mese per problemi burocratici Platt verrà sollevato dall’incarico … Sharpe non giocherà più una sola partita e prima della fine dell’anno tornerà in Inghilterra.

I quattro mesi in Islanda con il Grindavik saranno ricordati da Sharpe per diversi motivi.

Il primo è sicuramente il calore e l’accoglienza del popolo islandese e dei compagni di squadra … ma ancora di più la ferrea regola imposta dalla società sul divieto assoluto di bere alcol.

«I quattro mesi più lunghi della mia vita!» ricorda oggi con un sorriso Sharpe.

«L’errore più grosso che ho commesso è stato quello di andare al Bradford. Ero convinto che da lì sarebbe ripartita la mia carriera.Invece lì è dove si è affossata definitivamente.

Chris Hutchings, l’allenatore, faceva la formazione. Poi entrava negli spogliatoi il Presidente e decideva che qualche scelta non gli andava a genio… ho visto gente già cambiata e pronta a scendere in campo doversi rimettere la tuta perché il Signor Geoffrey Richmond, il Presidente del Club, non apprezzava la scelta del Mister».

 

Infine la chicca assoluta del repertorio di Sharpe.

«È il 25 gennaio del 1995. -racconta- Si gioca Crystal Palace-Manchester United.

Sì, è proprio “quel” Crystal Palace-Manchester United. Quello in cui Eric Cantona decide di prendere a calci uno spettatore che aveva dato della puttana a sua madre.

Il Manchester United, dopo essere passato in vantaggio pochi minuti dopo l’espulsione di Cantona, si fa raggiungere da Southgate nel finale.

Quando a fine partita Alex Ferguson entra negli spogliatoi è un’autentica furia. Volano bicchieri e panini, le borse dei calciatori e qualche vestito dagli attaccapanni.

Le urla si sentono probabilmente anche nel centro di Londra. Ferguson ne ha per tutti:

“Pallister, porca puttana, non hai rinviato un solo pallone di testa in 90 minuti!”;

“Ince, dove cazzo eri stasera? in vacanza?”;

“Sharp, mia nonna avrebbe corso più di te stasera… e avrebbe fatto più cross!”;

“Cole, lo sai che per fare goal devi tirare in porta qualche volta? E centrarla, possibilmente!”

Poi Ferguson arriva a Cantona.Tutti ci aspettiamo il peggio, anche se tutti sappiamo che Ferguson un po’ di timore nei confronti di quel “matto” di un francese ce l’ha.

Invece il tono di voce del nostro manager cala di diversi decibel. Diventa quasi gentile.

“Eric, figliolo… non puoi andartene in giro a prendere a calci la gente”.

Ci guardammo tra di noi per un paio di secondi… e poi scoppiammo a ridere!… Con Ferguson che ci avrebbe fulminati tutti quanti!»

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MAURICIO PINILLA: “One Centimeter From Glory”

di MASSIMO BENCIVENGA

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Uno dei miei più cari amici si chiama Mauro Pepe ed è un mental coach sportivo. E ricordo come fosse ora la reazione stizzita quando gli parlai del tatuaggio.

È un po’ come ricordare ogni giorno il proprio fallimento, mi disse. Punto di vista ben più che comprensibile.
Non sono in molti a riuscire a portare allegramente in giro l’immagine dell’istante incompiuto, del kairos che ti volta le spalle, della Nike che diventa Nemesi; no, davvero ci vogliono le spalle larghe per riuscire a portare sulla pelle quella sensazione di incompiutezza stemperandola con la camminata scanzonata di chi sa d’aver mancata la mission della vita, ma se ne fotte; di chi è ben consapevole d’aver infilato la sliding door sbagliata, ma ne ride.

Il tatuaggio sintetizza in poche linee quel che accadde il 28 Giugno del 2014 a Belo Horizonte. Quei pochi tratti riescono mirabilmente a sublimare e miscelare attimo cogente e carriera calcistica. Belo Horizonte, che bel nome. Tutto sembrava propizio per il compimento di una profezia, per la vittoria finale che sempre s’accompagna al Viaggio dell’Eroe. Ma l’avrete capito che le divinità del calcio sono capricciose, spesso sadicamente divertenti e quel giorno seppero tessere un ordito drammatico.

Ma cosa successe?

Il 28 Giugno del 2014, al 119 minuto di Brasile-Cile, Mauricio Ricardo Pinilla Ferrera chiese e ottenne un triangolo da Alexis Sanchez, scansò come fosse la cosa più facile del mondo l’intervento di Thiago Silva, ai tempi il miglior difensore del mondo, e scagliò una folgore. Avete presente lo schiocco di un albero abbattuto da un fulmine? Bene, la traversa del Brasile emise un genito simile. Ma la palla non volle saperne di entrare, s’alzò alta sopra la tormentata storia di Pinilla e decise che no, quel giorno sarebbe stato risparmiato al Brasile un altro Maracanaço. Quel giorno, almeno. O forse proprio quel giorno cominciarono a ordire altri progetti per Belo Horizonte, le sadiche e capricciose divinità del calcio.

La profezia che voleva il giovane Pinilla essere considerato più completo di Salas e Zamorano fu sfatata del tutto quel giorno. Pochi centimetri più giù e la Storia di quel mondiale sarebbe cambiata e avrebbe dato un senso ai pazzi undici anni di Pinilla. Dal 2003 al 1014 Mauricio vestì infatti le casacche di ben 13 squadre, forse un record o forse no in questo calcio caleidoscopico e tritatutto, riuscendo a passare da attimi di gioia a momenti veramente difficili, con ricoveri in clinica per disintossicarsi forse dall’alcol e dagli attacchi di panico, con la disarmante facilità e leggerezza con la quale eseguiva uno dei colpi più difficili e spettacolare del calcio, la Chilena, che noi chiamiamo rovesciata.

Nel 2003 arrivò, per tre milioni di euro, alla bulimica Inter, all’epoca regina di mercato e scatenata sul mercato dei talenti, grazie al fiuto di Marco Branca su imbeccata di Ivan Zamorano, elemento totemico in Cile. Aveva 19 anni, essendo nato nel 1984, ma il suo nome circolava in tutto il sudamerica ogni volta che si chiedeva a un procuratore un futuro craque.
Lo chiamavano Pinigol.
S’era messo in luce all’Universidad de Chile e con le nazionali giovanili. Branca l’aveva visto segnare in rovesciata e si convinse a prendere quel ragazzo dai grossi mezzi tecnici e fisici che per certi versi ricordava Branca stesso, un altro che avrebbe potuto segnare il doppio delle reti effettivamente messe a referto.
All’universidad de Chile, Pinilla aveva giocato insieme a Faustino Asprilla. Mauricio aveva visto i danni che la dirompente e pervicace forza autodistruttiva sa porre in essere nella mente e nelle azioni di chi sceglie di sperperare il proprio talento, ma evidentemente gli riuscì difficile pensare a tutto ciò a soli 19 anni. Non quando hai torme di ragazze adoranti intorno a te, e non quando pensi di poter dribblare la vita con una finta o prenderla gioiosamente a calci come fosse l’ennesima chilenita.
Nel 2003 aveva già esordito, con gol al debutto, anche nella nazionale A. Dal momento che quell’Inter aveva, con Vieri, Julio Cruz, Recoba, Kallon, Adriano e il coetaneo Martins, una formidabile batteria di frombolieri, si decise di mandare Pinilla a farsi le ossa al Chievo di Del Neri. Pessima scelta: il Chievo di Del Neri giocava a memoria, con un 4-4-2 nel quale uno dei 2 faceva da boa per le incursioni a rimorchio dell’altro. Soprattutto, non aveva senso cambiare un meccanismo che funzionava come un orologio per cercare di far rendere al meglio quel cileno alto, tenico e con la faccia che non sfigurebbe in un film di pirati. E allora Pinilla cominciò a girare per l’Europa e per il mondo.
Non giocherà un minuto di serie A con l’Inter.
Per quanto giovane, o proprio perché lo era, Pinilla divenne mediaticamente sovraesposto, e forse proprio la morbosa e scopofila attenzione che già a vent’anni riceveva dalla stampa del suo paese, che se da un verso lo coccolava per un altro non gli perdonava di fare poca vita da atleta, non mancando di usare anche le sue relazioni sentimentali per vendere di più, sarà uno dei detonatori che faranno deflagrare le insidie nascoste nella sua immaturità, facendo deragliare aspettative e carriera. Non era abituato a tutto ciò, Mauricio. Né forse aveva le spalle abbastanza larghe per sopportare una simile pressione.

Pinigol cominciò a diventare Pinigel, con anche un comico che ci mise il carico da undici con una parodia.
Ovunque andasse in quegli anni, Celta, Sporting Lisbona, Racing Santander, Hearts, ritorno in Cile all’Universidad, ancora Hearts, Vasco da Gama e Apollon, la musica era sempre la stessa: partenza quasi sempre bene, in Portogallo cominciarono a chiamarlo Pinbomba, del resto la classe non è acqua, per poi finire, per un motivo o per un altro, infortuni, depressione o l’equivalente cilena della saudade, in un (de)crescento rossiniano.
Due soli gol in cinque partite nel campionato cipriota sono davvero poca cosa. Però imparò a pescare molto bene.
Il Vasco addirittura retrocesse.
Non per colpa sua, visto che giocò solo tre partite, prima di partire, navigatore al contrario, verso il Mediterraneo. Pesante, svogliato, sovrappeso, Mauricio a venticinque anni sembrava destinato a terminare la carriera. Se il lato calcistico andava male, malissimo, per uno che avrebbe dovuto dare dei punti a Salas e Zamorano, in patria era sempre oggetto di attenzioni mediatiche. E come non esserlo se le donne, nonostante tutti i non-gol, nonostante le promesse mancate sul campo, si scioglievano per lui. È di questi tempi la lite con il coetaneo Luis Jimenez, ex Ternana, Lazio e Fiorentina, Inter e Parma, un altro che avrebbe potuto dare di più. Chissà cosa sarebbe stato il Cile se Luis e Mauricio avessero centrato le aspettative? I due arrivarono alle mani in una discoteca, forse per via della compagna di Jimenez.

A Edimburgo trovò il presidente Romanov, che prese a volergli bene, ne rilevò il cartellino dallo Sporting e cercò di farne il perno degli Hearts. Anche i tifosi, nonostante le pochissime apparizioni, non si capacitavano sul perché e per come uno del genere giocasse in Scozia. Anni duri e bui, quelli tra il 2006 e il 2009; Mauricio divenne papà di Augustina e si lasciò con la compagna Gisella; girò per il mondo, calcistico e non, senza concludere nulla; cercò di ritrovare se stesso a Marbella, in una clinica nel quale lo spedì il presidente Romanov, che in quel ragazzo ci credeva davvero.
Il lituano Vladimir Romanov pagò le cure necessarie per curare lo stato depressivo del suo ariete, contando di poterlo avere, lucido, abile e arruolato, per iniziare a fare la storia del club. Come spesso capita a chi si fa del male da solo, ricordate la vena autodistruttiva che ho accennato più sopra in merito ad Asprilla?, Mauricio litigò con Romanov, rifiutandosi di firmare un contratto a incentivi, legato a presenze e gol. È questo il periodo immediatamente precedente alle tre presenze nel Vasco e alle cinque nel campionato cipriota.
Per un po’ cercò di accasarsi al prestigioso Gremio di Porto Alegre, ex club di Renato Portaluppi, altro talento sperperato in notti brave, ma neanche la società portoghese del Vitória Guimarães se la sentì di investire in quel ragazzo che portava innanzi a sé la nomea del tiratardi, del beone, dell’attaccabrighe. Che andasse a cantare! Già, perché Pinilla da giovane canticchiava anche, quando il mondo sembrava essere ai suoi piedi.

Preda dei suoi demoni, generati da un successo troppo prematuro e da una immaturità di fondo dovuta non tanto a storie da libri cuore, la famiglia Pinilla viveva ben più che discretamente, quanto forse al fatto di essere stato sin da piccolo viziato anche dalle sorelle, Mauricio nell’estate del 2009 stava per affogare nei vortici di una mente resa fragile dalla consapevolezza di star buttando via tutto quel ben di Dio. Pure una squadra della serie b belga gli disse di no.

Sia come sia, in Italia qualcuno si ricordò di quel giovane preso dall’Inter, e a questa notorietà, inutile dirlo, contribuirono anche le sue bravate, che però ebbero almeno il merito di non far cadere nell’oblio anche quel poco di scintillante che s’era intravisto attraverso la fuliggine delle sue imprese fuori dal campo.

Se ne ricordarono i dirigenti del Grosseto, ai tempi in serie B, che lo ingaggiarono con un contratto da 130.000 euro. Allenatore era Gustinetti, poi sostituito da un ancora poco noto Maurizio Sarri.
Con il Grosseto, Pinigol diede senso all’accostamento fonetico con Batigol. Marcò 24 gol in 24 partite, uguagliando anche il record del puntero argentino che, con la Fiorentina, era andato in gol per 11 giornate consecutive. Giocò alla grande, Pinilla, anche se le 24 partite sono pochine per via di due infortuni. Senza quei due pit stop magari il Grosseto avrebbe centrato i play-off. Ma tutti, tutti!, a cominciare dai compagni di squadra si resero conto che Pinigol era un lusso per la categoria. Giocò così bene che Mauricio sperò anche in una convocazione per i mondiali africani; sperò ardentemente che uno come Marcelo Bielsa, un rosarino purosangue, amante del gioco d’attacco e dei mustang calcistici, desse una opportunità a un Pinilla tirato a lucido. Così non fu, Mauricio ci rimase male, ma si consolò anche con una ritrovata serenità familiare, frutto della riconciliazione con Gisella e con la messa in cantiere di un’altra bimba, Matilda, che nascerà a Palermo. Perché dopo l’ottima annata in Toscana la serie A tornò a corteggiare il ragazzo scovato da Branca, che alla fine scelse la corte di Zamparini e la città che aveva fatto da culla la coorte di Federico II, lo Stupor Mundi.

Mauricio scelse la maglia numero 51 in luogo della giovanile 15, quasi a voler marcare, anche numericamente, una decisa e decisiva inversione di tendenza. Patì naturalmente diversi infortuni, quelli non mancheranno mai, ma riuscì a mettere a verbale 9 reti in 31 gare, con i rosanero all’ottavo posto.

Nel Settembre del 2011 scagliò una bomba nel sette della porta dell’Inter facendo esplodere il Renzo Barbera in un Palermo-Inter 4-3 che da quelle parti ancora ricordano. Non rimarrà l’unico segnato alla squadra che l’aveva portato in Italia, nel calcio dei Grandi.
Adesso il suo nome girava per davvero, ma per raccontar di calcio e non di notti brave; ritornò in nazionale, ma ritornarono anche gli infortuni e i tempi lunghi. Mauricio cominciò a perdere posizioni nelle gerarchie d’attacco e decise di partire ancora.
A Gennaio del 2012.
Destinazione Cagliari, ennesima città di mare e sole.

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Non ci mise molto a convincere i cagliaritani d’aver per le mani, se non un emulo di Rombo di Tuono, perlomeno un più che degno erede dei Fonseca e degli Oliveira. In più, l’esuberanza fisica, l’allure e l’atteggiamento da capopopolo di Mauricio ne favorirono l’inserimento in tempo zero. Alla seconda partita segnò contro la Roma, poi ne fece altri. Pur frenato da numerosi stop i due anni a Cagliari furono bellissimi. Mauricio divenne il califfo che avrebbe potuto diventare. Dimostrò di saper segnare, da vero bucaniere dell’area di rigore, in tutti i modi: di destro e di sinistro, di testa (con la quale punì ancora l’Inter andando a raccogliere, come un conquistador, l’applauso della curva), su rigore e punizione, da fuori area e da opportunista dell’area piccola.
Più il bonus track, il marchio di fabbrica: la chilenita.
Bonus del bonus track: a Cagliari nacque anche l’erede maschio, di nome Mauricio Alessandro.

Per un momento, l’Inter sembrò riavvicinarsi a lui, che rispose dicendo che era la squadra della sua adolescenza, in quanto team del suo idolo e procuratore Ivan Zamorano. Ma non era più il tempo, il kairos era passato.
Piccola nota: Zamorano gestiva la carriera di Mauricio insieme a Hugo Rubio. Bene, in più ferrati di voi ricorderanno che Rubio e Zamorano furono acquistati, insieme, dal Bologna di Maifredi nel 1988, quando si introdusse il terzo straniero.

Anche con la nazionale, dicevo, le cose cominciarono ad andar meglio, Jorge Sampaoli lo convocava con regolarità e lo fece entrare, da sostituto, nella partita con l’Ecuador, decisiva per accedere a Brazil 2014.

Già, Brasile-Cile, quella finta a scartare Thiago Silva come fosse il paletto per uno slalomista e quel tiro magnifico, troppo magnifico. Se l’avesse colpita più sporca, forse quella palla sarebbe entrata e al minuto 119 il Cile avrebbe eliminato i verdeoro. E poi? Chi può dire cosa sarebbe successo con in campo un Pinilla integro nel fisico e rinfrancato nel morale? Ma queste ipotesi appartengono all’ucronia calciatica.

Quel bolide si stampò sulla traversa, ma le capricciose e sadiche divinità del calcio quel giorno non avevano ancora finito di giocare al gatto con il topo con Pinilla, con quelle squadre e con quella città.
Pinilla, forse ancora scosso, sbagliò il suo rigore nella lotteria che premiò il Brasile.

Perché ho più volte detto che le divinità del calcio quel giorno seppero tessere una trama diabolica? Perché se permisero al Brasile di passare, forse lo fecero solo per far subire, sempre in quello stadio, a Belo Horizonte dal bel nome, la caporetto per 1-7 altrimenti nota come Mineiraço.

Dopo quel 28 Giugno del 2014, Mauricio andò a giocare, a segnare, a infortunarsi, anche a Genova, sponda Genoa, a Bergamo, ancora Genoa, ancora Universidad de Chile e infine Coquimbo Unido.
Il Coquimbo Unido è una squadra che ha origini lontane, molto gallesi con quarti di sangue inglese. El club Pirata, lo chiamanano così.
È conosciuto così questo club, come El Pirata.
Porto sicuro e buen retiro per uno come Mauricio che pirata lo è stato davvero: dell’area di rigore e dei mari tempestosi della vita.

Ovunque divenne subito un idolo dei tifosi, che ne apprezzavano l’impegno, le corse sotto la curva dopo i gol e, naturalmente, le realizzazioni acrobatiche. Il ragazzo era maturato, forse troppo tardi per lasciare un segno nel calcio, ma ancora abbastanza presto per essere un buon padre e un buon marito.
Come tanti non ha saputo gestire al meglio un precoce successo, come tanti ha buttato al vento tante opportunità, come tanti ha lavorato duro per sporcare quanto di buono si diceva su di lui, andando a nutrire il lupo cattivo che alberga in ognuno di noi, pennellando il dipinto maledetto che noi stessi tratteggiamo nella nostra anima, ma…

Maledetto, ma non troppo verrebbe da dire, perché se tanto ha sperperato alla fine è riuscito, a differenza di altri, a non entrare nell’ultima bolgia del cerchio dei maledetti, dalla quale si esce solo perdendo la vita o l’anima.
Spesso entrambe.
Pinilla non ha perso nulla di tutto ciò, se non la mancata dimostrazione di un’ipotesi che sembrava condurre a un teorema di quelli importanti, ma sono cose che capitano, e che si possono perdonare, specie se riesci a far sorridere la gente mentre ti ricorda, gambe all’aria e schiena alla porta, tentare il colpo più difficile e spettacolare del calcio: la rovesciata.
O la chilena, in onore di Ramón Unzaga che la mostrò alla Copa America del 1920. A proposito di Copa America, Pinilla, sia pure da rincalzo, è riuscito a vincerne ben due, nel 2015 e 2016.

Sudamericano sino al midollo, in un’ultima straordinaria inversione dal normale, dalla consuetudine, con un’ultima chilena, Mauricio ha fatto scrivere la didascalia del tatuaggio in…

Inglese.

One Centimeter From Glory.

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Évariste Galois: un tragico genio romantico.

di MASSIMO BENCIVENGA

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«Non piangere!

Ho bisogno di tutto il mio coraggio per morire a vent’anni.»

 

Parole che produssero una forte tristezza in me, quando le lessi a 15 anni, in seconda liceo. Il libro di geometria aveva, in appendice a ogni capitolo, due paginette nelle quali si parlava delle vite dei matematici.

Queste parole, pronunciate dal moribondo al fratello, mi rimasero impresse per almeno due motivi: in primis la giovane età del protagonista, il più giovane tra i matematici di quegli aneddoti bellissimi; e poi, la tragica morte per un duello stupido.

Duello che sapeva di perdere e al quale scelse di non sottrarsi. E men che meno prepararsi, aveva tanto da fare e poco tempo.
La sera prima della singolar tenzone, il giovane francese la passò a flirtare con la sua musa, la matematica, chiedendole disperatamente di dargli più tempo o di velocizzare ancora di più le sue già folgoranti intuizioni. Conscio dell’ineluttabilità di ciò che sarebbe successo, il matematico scelse di passare le ultime ore a organizzare il suo lascito. E ogni tanto spunta qualche nuova pepita da quel testamento.

Ma di chi sto parlando? Di Évariste Galois nato a Bourg-la-Reine il 25 ottobre 1811 da Nicholas Gabriel Galois e Adelaide Marie Demante; sindaco il papà, insegnante di greco, latino e religione la mamma. I genitori erano ben preparati in materie classiche e umanistiche, mentre non c’era alcun parente versato in matematica.

E fino a 15 anni nessuno dei suoi insegnanti avrebbe scommesso qualcosa su Évariste come matematico. A dirla giusta, nessuno avrebbe scommesso qualcosa su di lui in generale.

“Sempre intento a fare quel che non si può fare.”

“Peggiora di giorno in giorno.”

“Pessima condotta, carattere introverso.”

“Un po’ bizzarro nei modi.”

“Gli attribuisco scarsa intelligenza, o almeno così ben nascosta che non sono riuscito a scorgerla.”

Sono alcuni dei giudizi dei suoi insegnanti. Qualcuno invero, qualcosa era riuscito a intravedere.       

“Usa mezzi molto singolari.”

“È posseduto dal demone della matematica.”

“Mira all’originalità.”

“Protesta contro il silenzio.”    

Un adolescente prodigio, più che un enfant prodige.

Fu infatti intorno ai 15 anni, dopo aver divorato in un amen un libro di Geometria di Legendre, mica bau bau micio micio ma uno che aveva avuto ragione anche in qualche disputa con Gauss, che il demone della matematica prese residenza stabile nella mente di Galois.

Da quel momento il giovane cominciò a trascurare tutte le altre materie, anche fisica. Lacune che gli costarono un anno al liceo e la non ammissione, per ben due volte di fila, alla scuola Politecnica, all’epoca la più prestigiosa.

Dovette ripiegare sulla Scuola Normale, dove si laureò in matematica sul finire del 1829.

Il suo esaminatore di letteratura disse:“ Questo è l’unico studente che mi ha risposto miseramente, non sa assolutamente niente. Mi è stato detto che questo studente ha una capacità straordinaria in matematica. Ciò mi stupisce enormemente, poiché, dopo il suo esame, io credo che egli abbia una scarsissima intelligenza.”

Invece quello di matematica scrisse: “ L’allievo è qualche volta in difficoltà nell’esprimere le sue idee, ma è intelligente e dimostra un notevole spirito di ricerca.”

Con queste premesse, non possiamo non rimanere a bocca aperte dinanzi alle vette matematiche raggiunta da Galois in poco più di cinque anni
Ma niente fu semplice: e mentre quasi nulla gli venne riconosciuto, ben poco gli venne risparmiato.

“ Mi riesce penoso dirti addio, mio caro figliolo. Sei il mio primogenito, e sono fiero di te. Un giorno sarai un grand’uomo, un uomo celebre. So che quel giorno verrà, ma so pure che ti attendono la sofferenza, la lotta e la delusione.

Diventerai un matematico. Ma anche la matematica, la più nobile e astratta di tutte le scienze, per quanto eterea sia, affonda ugualmente le sue radici nella profondità della terra sulla quale viviamo. Neppure la matematica ti permetterà di sfuggire alle sofferenze tue e altrui.
Lotta, mio caro, lotta con maggior coraggio di me. Che tu, prima di morire, possa sentire il rintocco della Libertà..”

Sono le ultime parole della lettera che Galois padre scrisse e dedicò al figlio prima di suicidarsi, il 2 luglio del 1829.

Rileggetele perché saranno profetiche e paradigmatiche per il giovane Évariste Galois.

Galois provò per la seconda volta ad entrare alla Scuola Politecnica poche settimane dopo questo profondo lutto, dacché era molto legato al padre.
E fu respinto.
Una grande delusione.
Non l’ultima.

Galois cominciò a tenere lezioni private per mantenersi. La sua platea però scemava in maniera esponenziale con l’andar delle settimane. Un po’ per via delle sue teorie molto ardite, e un po’ per le difficoltà espositive di Galois, frutto non già di una scarsa preparazione, ma dell’incapacità di ordinare in maniera razionale e coerente, le sue folgoranti intuizioni.

Fosse uno scrittore, diremmo che Galois era costantemente nel flusso e ben pochi potevano stargli dietro.
Il quasi cinquantenne matematico Dennis Poisson venne a sapere di queste lezioni e incoraggiò il giovane.

Ci tornerò su Poisson.

Periodicamente l’Institut de France istituiva dei premi matematici. A 18 anni, Évariste Galois presentò un lavoro intitolato Ricerca sulle equazioni algebriche di primo grado per concorrere a un premio dell’Institute. Il lavoro capitò nelle mani di Augustine Cauchy.

Apro un inciso.

Come avrete capito siamo in piena Restaurazione, ma l’eredità di Napoleone era ancora ben presente.

Ed era una eredità tecnica.

Il Generale di Ajaccio premette molto affinché la Francia, diversamente dalla Prussia, formasse e sfornasse non già matematici puri, ma ingegneri-fisici, matematici applicati diremmo oggi.

Scommessa vinta, visto il grande contributo fornito da Fourier, da Sadi Carnot, dal già citato Poisson, dallo stesso Cauchy e da altri.

Piccolo problema: Galois era matematico purissimo.
Piccola soluzione: se c’era uno in Francia in grado di capire lavori teorici di tal fatta, allora quell’uomo era Cauchy.

Altro problema: Cauchy si perdeva tutto.

E infatti  Augustine, pur trovando del buono, anzi dell’ottimo, nell’acerbo e confuso lavoro di Évariste, ineffabilmente, inesorabilmente e ineluttabilmente se lo perse.
Galois non si perse d’animo e, sempre per lo stesso concorso, presentò un altro lavoro, dal titolo: Memoria sulle condizioni di risolvibilità delle equazioni per radicali.

Stavolta la memoria arrivò nelle mani di Jean-Baptiste Fourier, fisico matematico di gran vaglia che, compiendo lavori sulla propagazione del calore, arrivò a stabilire dei metodi matematici usati oggigiorno nelle moderne telecomunicazioni. Fourier rimase colpito, annunciò di voler perorare la causa di Galois, ma…

… Jean-Baptiste Fourier morì prima dell’assegnazione del premio.

Galois non concorse neanche per il premio del 1830.

Tutto questo succedeva prima dell’incontro tra Galois e Poisson.

Da questo inciso sull’aria matematica in Francia potete ben inferire perché la Scuola Politecnica fosse così prestigiosa e ambita.

Poisson incoraggiò Évariste a presentare le sue teorie all’Institute.

“ L’ho già fatto due volte!”, rispose.

Poisson si fece garante: le avrebbe lette e propugnate lui stesso.

Pensiero lodevole, direte.

“Abbiamo fatto ogni sforzo possibile per comprendere la dimostrazione del signor Galois. Le argomentazioni non sono né sufficientemente chiare né sufficientemente elaborate per consentirci di giudicarne il rigore, e non siamo neppure in grado di darne conto nel rapporto… ”.

Parole e musica di Dennis Poisson.

Évariste Galois venne a sapere di questa stroncatura solo in seguito.

Motivo?

Semplicissimo: al momento della stroncatura Évariste Galois era in carcere.

Sinora Évariste Galois sembrava incarnare al meglio lo stereotipo del matematico alienato, con la testa tra le nuvole, privo di passioni, tutto calcolo e raziocinio, ma non è così.

Galois aveva litigato e sfidato a botte gran parte dei suoi insegnanti; aveva, non senza un biasimo da parte mia, provato a boicottare e far casino al funerale di Fourier (colpevole solo d’esser morto); e, uscito dal carcere, era stato avvistato girare con un coltello nei dintorni della casa del non più mentore Poisson.

Dunque, torniamo un attimino indietro. Galois era in carcere quando Poisson vergò la stroncatura.
Ed era in carcere per la seconda volta.

Siamo nel 1831.

Perché era stato arrestato?

Ricordiamo le parole del padre, avevo o no detto che sarebbero state profetiche?

“ Lotta, mio caro, lotta con maggior coraggio di me. Che tu, prima di morire, possa sentire il rintocco della Libertà.”

I Galois, padre e figlio, erano ferventi repubblicani, che mal avevano sopportato il ritorno al potere della casa reale. Anelavano la Liberté, i Galois.

Il luglio 1830 ci fu una rivoluzione e Carlo X scappò dalla Francia. Ci furono rivolte e sommosse nelle strade di Parigi e Galois si unì all’Artiglieria della Guardia Nazionale, il braccio repubblicano delle milizie. La rivolta fu sedata e una ventina di ufficiali dell’Artiglieria della Guardia Nazionale furono arrestati e accusati di cospirazione al fine di rovesciare il governo. Fortunamente furono assolti e il 9 maggio 1831, centinaia di repubblicani si riunirono per festeggiare l’assoluzione.

Forse brillo o forse no, Évariste sollevò il suo bicchiere e, con un pugnale nell’altra mano mano, minacciò di morte il re Luigi-Filippo. Galois fu arrestato. Évariste non negò nulla, ma che ci crediate o meno fu assolto perché il giudice decise di accogliere le istanze degli amici, i quali sostennero che Évariste era solito brindare, per una questione di equilibrio, sempre con calice e pugnale.

Appena uscito dal carcere, Galois brindò alla regina allo stesso modo, ma fu ignorato. Almeno quella volta.

Il 14 luglio Galois fu di nuovo arrestato. Stavolta indossava l’uniforme dell’Artiglieria della Guardia Nazionale che, nel frattempo, essendo stata abolita, era diventata illegale e rappresentava un affronto al re e all’ordine costituito.

Ci sono resoconti di come, dai fatti del 1830 in poi, Galois fosse attenzionato dai poliziotti parigini.

Alla fine di un rapporto della polizia, dopo la constatazione d’aver preso parte a tutti i tumulti, disordini e sommosse contro i reali, si legge:

“Carattere: nei discorsi, a volte calmo e ironico, a volte violento e appassionato. Sarebbe un genio della matematica, benché non sia riconosciuto come tale dai matematici. Nessuna relazione femminile. È uno die repubblicani più accaniti. Molto coraggioso, estremista, fanatico. Forse tra i più pericolosi a causa della sua audacia. Facile da abbordare da parte die nostri uomini perché generalmente si mostra fiducioso nei confronti del prossimo e non sa niente della vita.”

Audacia.
Coraggio.

Le stesse che metteva inseguendo una bellezza che solo sembrava scorgere. Per Galois la matematica, in particolare la geometria, non doveva essere solo vera, ma anche bella. Di più, era bella perché era vera.

Incompreso.
Per tutta la vita, Galois fu un incompreso, per sfortuna o perché troppo avanti.

Ingenuo, si legge.
E sarà l’ingenuità e un certo candore a condurlo alla morte.

Tutto sommato, il rapposto non era male non trovate?

Anche se una imprecisione faceva capolino.

Sia come sia, nel marzo del 1832, una epidemia di colera colpì Parigi e i prigionieri, incluso Galois, furono trasferiti alla pensione Sieur Faultrier. Durante i pochi giorni che trascorse in questa località, Évariste conobbe e si innamorò, non sappiamo quanto ricambiato e incoraggiato, di Stephanie-Felice du Motel, la figlia di un fisico locale. Abbiamo prove indirette in tal senso, vale a dire annotazioni ai margini dei fogli manoscritti da Évariste.

Incompreso, trattato come un paria dalla comunità matematica, uscito di prigione Galois divenne ancora più collerico e pronto a guidare nuove sommosse.

I germi dell’autodistruzione era ben visibili a chi aveva il potere di scrutare nell’impalpabile mondo dei numeri.

Sophie Germain scrisse una lettera all‘amico matematico Libri, nella quale si diceva preoccupato per Galois:

“ …la morte del Sig. Fourier, è stata troppo per questo studente, Galois, che, nonostante la sua impertinenza, dimostra segni di una disposizione notevole. Tutto questo ha influito così tanto che è stato espulso dalla Ecole Normale. Non ha denaro. Dicono che diventerà completamente pazzo. Ho paura che sia vero.”

Sophie Germain ha anche lei una bella storia: per poter studiare matematica si dovette immatricolare come maschio; e come monsier Le Blanc intrattene una fitta corrispondenza con Gauss, lui sì enfant prodige, sicuramente il più grande matematico del tempo, e con buone probabilità il miglior all time e pound for pound, per usare uno slang più sportivo.

Ma sembra che Stephanie-Felice du Motel fosse promessa sposa con tal Perscheux d’Herbinville, che sfidò a duello Évariste Galois.

Évariste Galois  era così sicuro di morire che, come un eroe delle tragedie greche, passò tutta la notte cercando di sistemare i suoi lavori matematici e scrivendo un lascito non solo ai posteri matematici, ma anche al fratello Alfred e ad auguste Chevalier, un suo caro amico. Nella lettera si può leggere: “Più tempo! Mi serve più tempo! O destino crudele! Cinquant’anni basterebbero!”.

Inutile dire, che Galois si sbagliava.

Il mattino del 31 Maggio 1832, dopo aver assestato un colpo col suo cancellino, fu colpito all’addome da una pallottola e si accasciò. Fu soccorso diverse ore dopo da un contadino e morì, tra le braccia del fratello e dell’amico all’ospdale dove era stato condotto in condizioni disperate.

I funerali si svolsero il 2 giugno e non furono affatto normali. I repubblicani sfruttarono l’occasione per radunarsi e per dar luogo a tumulti che durarono per alcuni giorni.

Évariste Galois, che protestava contro il silenzio, come disse un suo professore, di certo avrebbe approvato, magari brindando un calice in una mano e il pugnale nell’altra.

Évariste Galois tra i diciassette e i vent’anni non si limitò a effettuare scoperte degne di menzione in ogni branca matematica, ma innestò addirittura nuove e arditi rami sul tronco della stessa. Fu pioniere della teoria dei gruppi, oggi alla base non solo della scienza dei numeri e delle forme, ma anche delle scienze naturali e applicate. Pose la pietra angolare sulla quale è stata edificata l‘algebra astratta, l’elegante costruzione assiomatica che si occupa di strutture, come gruppi o campi appunto, senza preoccuparsi della natura degli oggetti matematici che le compongono. Un panorama matematico che non smette di stupire, a ben cercare.

Galois se ne rese conto, perché scrisse anche: “ Dopo questo, ci sarà, spero, qualcuno che troverà il suo profitto a decifrare tutto questo guazzabuglio.”

E si raccomandò di far arrivare quegli scritti a Gauss e Jacobi, in tal modo morì da incompreso in patria e sperando che altri, altrove, gli tributassero il giusto.

“Un giorno sarai un grand’uomo, un uomo celebre. So che quel giorno verrà, ma so pure che ti attendono la sofferenza, la lotta e la delusione.

Diventerai un matematico. Ma anche la matematica, la più nobile e astratta di tutte le scienze, per quanto eterea sia, affonda ugualmente le sue radici nella profondità della terra sulla quale viviamo. Neppure la matematica ti permetterà di sfuggire alle sofferenze tue e altrui.”

Aveva scritto il padre. E cominciò a diventare famoso una decina d’anni dopo la sua morte. Ironicamente non per mano di Gauss e Jacobi, che nulla scrissero di rimando ai fogli inviati a loro, ma di un francese, Liouville che, nel settembre 1843, annunciò all’Accademia che aveva trovato nelle pagine di Galois della matematica davvero sublime.

Liouville fu solo il primo di una lunga serie di matematici che si sono abbeverati e hanno preso spunto dalle idee e dai teoremi di Galois.

Audace nella vita e nella matematica, epico e tragico a un tempo, Évariste Galois è stato parzialmente rivalutato, con libri, opere teatrali e film proprio in questo inizio di Millennio, ma nonostante tutto riesce difficile, troppo difficile, condensare una vita vissuta così intensamente in poche pagine o immagini.

Non era divorato solo dal demone della matematica, Évariste.

No, il suo animo complesso e il suo temperamento, anche la sua stessa ingenuità, si nutrivano del fuoco che viene bruciato, a mo’ d’incenso, sull’altare dell’impazienza.

Sentiva un’urgenza forte dentro di sè, forse perché arrivò a intuire che il tempo, che in matematica e geometria non esiste, sarebbe stato un avversario formidabile. L’incognita impazzita che non si sarebbe lasciata imbrigliare e dominare.

Last but not least, Évariste si sbagliò: Cinquant’anni sarebbero bastati solo a dare una leggera grattatina all’universo matematico che aveva schiuso per gli altri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FUGA PER LA VITTORIA: La vera storia di un film-culto.

di REMO GANDOLFI

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Siamo nella primavera del 1980. L’Ipswich Town di Bobby Robson è ormai da qualche stagione nell’elite del calcio inglese. Due anni prima c’è stata la vittoria in FA CUP e in questa stagione, anche se il titolo è ormai un testa a testa fra Liverpool e Manchester United, l’Ipswich è a lottare spalla a spalla con Arsenal, Nottingham Forest e Aston Villa per il terzo posto che vorrebbe dire un posto nella prossima Coppa UEFA.

Kevin Beattie e compagni hanno appena terminato la loro quotidiana seduta di allenamento.

Bobby Robson comunica ai propri giocatori che ci sarà un meeting nella sala riunioni del Club. La notizia non è certo una novità. Bobby Robson adora i meeting.

Adora sentire la sua voce mentre racconta ai suoi ragazzi di tattiche, di obiettivi, di avversari ma anche di cose “essenziali” come la nuova divisa sociale, o l’albergo in cui alloggiare nella prossima trasferta a Wolverhampton o s Sunderland.

Quando i calciatori del piccolo club dell’East Anglia si siedono nel salone deputato a questo genere di incontri non ci provano neppure a mascherare il loro scarso entusiasmo.

Entusiasmo che cala ulteriormente quando Bobby Robson si fa da parte e lascia la parola ad un piccolo uomo di mezza età, vestito in modo elegante e compito.

“Mi chiamo Freddie Fields e sono qua per scritturare alcuni di voi per girare un film”.

Queste la prime parole dell’americano.

“Scoppiammo tutti a ridere !” ricorda Kevin Beattie, difensore centrale e capitano di quel talentuoso team.

“Un altro dei giochini motivazionali del Boss” abbiamo pensato tutti quanti.

Una volta terminate le risate Mister Fields riprende la parola.

“Io lavoro per la Paramount e quest’estate gireremo un film dove il calcio sarà protagonista. Per questo abbiamo pensato a qualcuno di voi”.

Silenzio assoluto.

Non c’è nessuno che non sappia cosa sia la Paramount.

… forse la cosa è più seria di quanto appare.

“Le riprese del film inizieranno ai primi di giugno, quando il campionato sarà terminato e voi sarete liberi da impegni. Lo gireremo in Ungheria e ci vorranno al massimo cinque settimane”.

… ma prima ancora che la cosa venga assimilata Mister Freddie Fields, quasi con nonchalance, lascia cadere “la bomba” .

“Ah, dimenticavo. Protagonisti saranno Sylvester Stallone, Michael Caine, Bobby Moore e Pelè”.

Stavolta il silenzio dura meno di un secondo.

Si leva un coro e la frase pronunciata da tutti i diciotto calciatori della rosa presenti è la stessa “PRENDA ME SIGNOR FIELDS !”.

Il casting dura due minuti scarsi.

Mister Fields guarda in faccia i calciatori e sceglie cinque nomi: John Wark, Russell Osman, Kevin O’Callaghan, Robin Turner e Laurie Sivell.

Poi estende l’invito al portiere Paul Cooper che dovrà fare da controfigura a Stallone (che non ha mai visto un pallone da calcio in vita sua) e capitan Beattie che dovrà fare da controfigura a Michael Caine.

L’invidia verso i sette prescelti si trascinerà per parecchio tempo a venire …

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Al loro arrivo al Gellet Hotel a Budapest le sorprese sono tutt’altro che finite.

Nell’albergo dove sarà sistemata tutta la troupe ci sono già il campione del mondo argentino Osvaldo Ardiles, il mito belga Paul Van Himst, l’ex-nazionale inglese Mike Summerbee e il fuoriclasse polacco Kazimierz Deyna.

“Ci fu anche la prima cosa sgradita. Per esigenze di copione dovevamo tutti avere i capelli corti … in un periodo dove in Inghilterra con i capelli corti non c’era praticamente nessuno !” ricorda Beattie.

Ma la sorpresa più grande fu decisamente un’altra.

Tutta la comitiva calcistica era assolutamente convinta che il loro apporto sarebbe stato semplicemente quello di giocare la partita finale su cui era imperniato il film … non che la maggior parte di loro dovesse anche recitare !

… altro piccolo particolare “evitato” da Mister Fields il giorno del reclutamento …

La prima vittima di questa novità è il povero John Wark. Il centrocampista goleador dell’Ipswich (che nella stagione successiva batterà il record di Josè Altafini per record di gol realizzati in una competizione europea) proprio non riesce a dire “I’ll take the top bunk” … la scena viene girata una ventina di volte tra le risate di tutta la troupe e … il fastidio di Sylvester  Stallone …

Al termine della lunga giornata di registrazioni (che diventava ancora più lunga quando era coinvolto il povero Wark) il rompete le righe era celebrato in grande stile.

“Non bevevamo birra. Con il rimborso spese della produzione potevamo permetterci il meglio. Vino di marca, champagne e scotch di primissima qualità” ricorda Mike Summerbee che con Bobby Moore e Michael Caine formava una specie di “trio delle meraviglie” al tavolo del ristorante o al bar dell’albergo.

In breve si viene a creare un cameratismo di altissimo livello.

Pelè non disdegna il cibo e la compagnia, Deyna che gioca in Inghilterra con il Manchester City si è perfettamente adeguato ai “ritmi alcolici” dei suoi compagni di squadra. Ardiles è uno dei più tranquilli del gruppo ma non disdegna neppure lui un paio di bicchieri di champagne e qualche nottata “lunga”.

L’unico che rimane in disparte, corpo estraneo per tutta la durata delle riprese è Sylvester Stallone.

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“Non gliene fregava niente di nessuno. Solo di se stesso. Perfino a pranzo si faceva portare il cibo in camera e non scendeva mai a mangiare con noi” ricorda sempre capitan Beattie.

“Diciamolo pure: era un piccolo fottuto arrogante. Per insegnargli i rudimenti dell’arte del portiere la produzione aveva messo sotto contratto nientemeno che Gordon Banks, il portiere della nazionale inglese campione del mondo del 1966. Dopo due giorni quel presuntuoso piccoletto (tutti racconteranno di quanto si stupirono della scarsa altezza di Stallone) decide di fare a meno di Banks, convinto di cavarsela da solo. Alla fine delle riprese si era rotto un dito (goffa respinta su un tiro di Pelé), incrinato due costole e lussato una spalla !” sono sempre parole di Beattie.

Le pretese di Stallone non hanno limiti.

Ci vuole tutta la pazienza di John Huston per convincere il divo hollywoodiano che i portieri molto raramente segnano i gol decisivi nella partite di calcio … cosa che invece pretendeva di fare Stallone.

Per fortuna pare che su idea di Pelè o di Bobby Moore si riuscì a convincere Stallone che poteva comunque essere determinante in un altro modo durante il match.

Si arriva così ai 4 minuti finali, dove l’epica raggiunge livelli supremi.

Rientra in campo Pelé, che infortunato in un contrasto precedente aveva dovuto lasciare il campo e i suoi compagni in inferiorità numerica. Tiene il braccio appoggiato al petto, un po’ come fece Franz Beckenbauer nella storica semifinale dell’Azteca del 1970, ma la star degli alleati è di nuovo della partita.

Come entra in campo tiene la palla una decina di secondi buoni.

Finte e contro finte per poi fare uno splendido tunnel al suo avversario diretto.

Apertura sulla fascia per Bobby Moore che stoppa di petto e mette in mezzo un cross perfetto, sul dischetto del rigore.

La rovesciata di Pelé è da antologia del calcio. Portiere tedesco battuto e palla in fondo al sacco.

E’ gol del quattro a quattro, che corona una rimonta strepitosa.

Le emozioni non sono finite.

Nel frattempo il pubblico francese (nel film si gioca a Parigi, in realtà le riprese vengono nel campo della MTK Budapest, uno dei pochissimi stadi adatti in quanto ancora privo di un impianto di illuminazione), esaltato dalla prova dei prigionieri, inizia a credere nella vittoria, sostenendo a gran voce gli alleati.

C’è un ultimo sussulto però.

Quando mancano una manciata di secondi alla fine il numero 4 tedesco si lancia in area. E’ un pallone innocuo che sta andando verso la linea di fondo ma Osvaldo Ardiles entra in scivolata e completamente fuori tempo (mai visto Ardiles fare un’entrata così !).

E’ calcio di rigore.

E ‘ lo stesso numero quattro tedesco che si presenta sul dischetto.

Sylvester Stallone gli si avvicina, sfidandolo con quel suo mezzo sorriso sbilenco.

Sarà uno dei rigori più brutti visti in un campo di calcio.

Lento, centrale e a mezza altezza.

Il plastico (?) volo di Stallone e la palla bloccata in presa … e così anche il “divo” è accontentato.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Yabo Yablonski, cittadino americano di origine russa e colui che scrisse la sceneggiatura del film.

… che doveva andare in modo completamente diverso !

La sua idea al momento di costruire la sceneggiatura veniva da un fatto realmente accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale.

In Polonia infatti era davvero accaduto che fu organizzata una partita di calcio tra prigionieri polacchi e soldati tedeschi durante l’occupazione nazista di Varsavia.

I polacchi vinsero l’incontro ma furono in seguito fucilati.

… e questa era l’idea di Yablonski e della sua sceneggiatura.

Lasciar vincere i tedeschi, aiutare la loro propaganda e avere salva la vita.

Oppure giocare la partita per vincerla sapendo che questa scelta sarebbe costata ai prigionieri la vita.

Huston e la Paramount decisero però diversamente … con grande sorpresa di Yablonski che scoprì la cosa solo a riprese ultimate.

 

In tutte le interviste ai giocatori dell’Ipswich in seguito a quell’esperienza sono tutti concordi nel definire il grande Pelé come una persona davvero speciale, anche e soprattutto dal lato umano.

Oltre ad essere di grande compagnia anche nelle serata di baldoria (pare che lo Scotch fosse di notevole gradimento al grande calciatore brasiliano) amava intrattenere con la sua chitarra tutta la “troupe” con le sua amate canzoni brasiliane … anche se, come ricorda Russell Osman “ok la prima e la seconda … ma alla quarta o la quinta in parecchi trovavamo una scusa per defilarci !”

 

Kevin Beattie invece ha ricordi molto più “calcistici”.

“Un giorno durante una pausa nelle registrazioni ci fermammo per fare una piccola merenda. Avevamo addosso tutti quegli enormi scarponi che usavamo come calzature da calcio. Ad un certo punto Pelé prese un’arancia e iniziò a palleggiare. La tenne su per almeno un quarto d’ora. Destro, sinistro, coscia, palleggiandola di testa e facendola scivolare sulla nuca per poi colpirla di tacco e continuare a palleggiare. Mai visto niente di simile in vita mia !” ricorda il capitano dell’Ipswich Town.

 

Dopo che Stallone fece licenziare il suo coach personale Gordon Banks (!) fu il portiere dell’Ipswich Paul Cooper (che agiva da controfigura a Stallone) a tentare di insegnargli i rudimenti base del ruolo di portiere.

“Non c’era nulla da fare. Dopo mezza giornata di lezione pretendeva di saperne più del sottoscritto” ricorda sconsolato Cooper.

 

John Wark, che rimase in contatto con Pelé per diversi anni dopo la realizzazione del film, fu protagonista di uno degli episodi più divertenti.

Vista l’impossibilità per i giocatori dell’Ipswich di presenziare alla prima assoluta per impegni calcistici, i membri dei “Tractor Boys” (questo uno dei soprannomi del Club) si diedero appuntamento alla prima della loro città, al cinema Odeon di Ipswich.

… dove il povero John Wark scoprì che fu l’unico calciatore inglese ad essere “doppiato” in tutto il film in quanto il suo marcato accento scozzese fu considerato “incomprensibile” dal grande pubblico !

 

Infine, la rovesciata di Pelé, entrata ormai nella leggenda e scena di culto del film.

Tutti i presenti di quel giorno confermano che Pelè fece la rovesciata perfetta subito al primissimo ciak.

Anche se, aggiunge Russell Osman “quell’idiota del nostro portiere di riserva Laurie Sivell che giocava in porta con i tedeschi, decise di PARARE la rovesciata di Pelé e così la scena della palla che finisce in fondo alla rete fu necessario aggiungerla in seguito !”

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ALAN TURING: Il genio che correva come il vento.

di MASSIMO BENCIVENGA

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Questa storia ha un primo stop il 7 Giugno del 1954, quando un uomo venne rinvenuto morto, probabilmente suicida.

Unico indizio: una mela morsicata, probabilmente avvelenata.

L’uomo non amava molto Shakespeare, a parte l’Amleto, ma si commuoveva sempre alla favola di Biancaneve.

 

Il film, il nastro di questa Storia ha una sua ripresa nel 2009, quando Gordon Brown, Primo Ministro del Regno Unito, disse alla fine di un discorso: «Così, per conto del governo britannico, e di tutti coloro che vivono liberi grazie al lavoro di Alan, sono orgoglioso di dire: ci dispiace, avresti meritato di meglio.»

Il nastro della Storia accelera e la Regina, Elisabetta II, nel 2013, concede una grazia postuma allo stesso Alan citato nel discorso diBrown. Grazia concessa, va detto, che incontrò una certa resistenza, benché tra i primissimi firmatari figurasse Stephen Hawking.

Infine, ma non è ancora finita, almeno credo, dal 2019 la faccia di questo Alan campeggia sulle banconote da 50 sterline emesse dalla Bank of England.

Ma adesso balziamo nei primissimi anni del Secondo Dopoguerra, per andare a leggere, sulle righe del mensile Athletic, il futuro Athletics Weekly, queste parole: «L’atleta del Walton è lo stesso dottor Turing che ha creato la macchina che pensa.»

I compagni e i dirigenti del Walton rimasero di sasso: loro non sapevano cosa facesse né tantomeno che il loro tesserato sarebbe stato in seguito definito da Churchill come l’uomo che diede il più grande contributo soggettivo alla vittoria della Seconda Guerra Mondiale.

Più grande contributo soggettivo alla vittoria della Seconda Guerra Mondiale.
Suona bene, non trovate?
Era forse stato, Alan,  l’uomo che aveva cominciato a rischiare l’ora più buia?
Romantico, nevvero?

Adesso caliamo la maschera e diciamo che stiamo parlando di Alan Turing che, con i suoi collaboratori, nella magione di Bletchey Park, partecipò come punta di diamante dell’Impero alla più grande impresa di spionaggio della storia: la decifrazione dei messaggi navali usati dagli U-Boot tedeschi durante il secondo conflitto. Messaggi codificati con la macchina Enigma. Una sua geniale intuizione permise la creazione, intorno al 1943, del dispositivo elettromeccanico chiamato Colossus, decisivo per dare una svolta al conflitto con il tracciamento e lo snidamento dei branchi di lupi, com’erano etichettati i sottomarini nazisti.

 

Terminata la Guerra, il nostro Alan ottenne, in gran segreto naturalmente, l’Ordine dell’Impero Britannico, per i servigi resi.

Tutto ciò, i servigi resi alla Corona, sarebbero stati resi noti molto dopo, e questa segretezza fu parte decisiva del suo dramma.
Ma torniamo all’articolo del Athletic; cos’è questa storia di un runner che ha creato la macchina che pensa?

 

Nato nel 1912, Alan Turing nacque essenzialmente matematico, talmente e così matematico da fallire l’accesso ai corsi di matematica del King’s College della Cambridge University. Falli quell’ammissione perché aveva usato una notazione formale di sua invenzione: in soldoni, era stato escluso perché non l’avevano capito. L’anno dopo, usando la notazione standard, fu ammesso tranquillamente. Durante gli anni al King’s, Turing si dedicò alla corsa e anche al canottaggio. Non abbiamo prove che portò al college anche il gioco che faceva da adolescente, e che consisteva nel giocare e scacchi e correre. Funzionava così: un giocatore muoveva un pezzo degli scacchi e poi partiva di corsa per fare il giro della casa; se al suo arrivo l’avversario non aveva ancora eseguito la propria mossa, ciò gli dava diritto di muovere nuovamente. Amava gli scacchi Turing, ma a Bletchey Park c’era un crittografo che giocava contro di lui e lo batteva regolarmente: due volte a partita. Questo tizio, una volta messo alle corde Alan, ruotava la scacchiera e continuava a giocare con i pezzi di Alan. Rimontando e vincendo.

Pur essendo un matematico di prim’ordine, al punto che dimostrò in maniera indipendente il teorema del limite centrale, che non porta il suo nome perché già dimostrato da Lindeberg, Alan amava le macchine (in senso lato non le auto), i marchingegni e le cose pratiche.

Ed ebbe intuizioni fulminanti e sempiterne.

A 24 anni, nel tentativo di dimostrare o confutare l’Entscheidungsproblem, il problema della decisione di Hilbert, ossia se fosse o meno possibile costruire un algoritmo, cioè una serie di istruzioni, che permetta di stabilire se una certa affermazione segue da altre? Turing, con un colpo d’ala notevole, arrivò a pensare e dimostrare l’infondatezza dell’assunto usando non già i numeri, ma una macchina astratta, un esperimento mentale: la Macchina di Turing, attuale e insuperato  modello teorico alla base dell’informatica moderna.

Questo prima del conflitto.

Dopo il conflitto, correva con il Walton Athletic Club e pensava a una macchina che potesse imitare il pensiero umano. Da qui il titolone di qualche riga sopra.

“Più che vederlo arrivare, lo sentivamo”, disse JF Harding del Walton. “Faceva un rumore terribile, una specie di grugnito, quando correva, ma prima ancora che potessimo rivolgergli la parola ci aveva raggiunto e superato come un proiettile. Così una sera gli chiedemmo per chi corresse, e quando sapemmo che non era tesserato lo invitammo ad unirsi a noi. Lo fece e divenne il nostro miglior runner”.

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Già, divenne il migliore di quel team. E sul rumore? Beh, anche Zatopek non era bellissimo da vedere e sentire.
Questa Storia è raccontata in un blog di sport perché il signor Alan Mathison Turing per poco non entrò, e forse solo per un infortunio, nella squadra olimpica per le Olimpiadi di Londra 1948. Si mise in luce nell’agosto del 1946, quando vinse la gara sociale del Walton sulle tre miglia. E poco dopo Turing arrivò terzo in un’altra gara, arrivando appena sei secondo dopo Alec Olney, al quale regalava dieci anni di età. Beh, Alec Olney corse i 5000 metri alle Olimpiadi di Londra.

Pian pianino, Turing cominciò ad allungare la distanza e il 25 agosto del 1947 ottenne il suo personale sulla maratona con il tempo di 2h46’03”. Un risultato notevole per un trentacinquenne che lavorava con teste d’uovo e si allena nei ritagli di tempo. Il risultato assume una valenza ancora più strabiliante se confrontato con il tempo del vincitore della Maratona dei Giochi del 1948. Il vincitore di quella maratona, il carneade Delfio Cabrera, corse in un tempo inferiore di soli undici minuti rispetto a quello di Alan, battendo il gallese Tommy Richards, a sua volta battuto da Turing in una corsa campestre disputatasi pochi mesi prima. Su una distanza più corta, va detto.

Ci piace pensare che l’altra idea fulminante di Turing possa essersi fatta strada, abbia trovato insperate connessioni e configurazioni neurali, durante una corsa oppure durante un allenamento. Durante i suoi anni da runner, Turing cominciò a spostare la sua attenzione dalle capacità e potenzialità di calcolo di una macchina ( la sua Macchina di Turing) verso nuovi orizzonti, vale a dire verso l’analisi dei processi logici che la macchina poteva sviluppare. Non si trattava più di programmare macchine efficienti, ma macchine intelligenti. Turing si ritrovò a mappare un nuovo territorio, cercando le analogie tra i processi che il cervello può creare, tipo la mente pensante, il dialogo interno e la coscienza, con i processi che una macchina può eseguire e ingegnerizzare. Per dirla brutalmente, Turing fu anche pioniere dell’A.I. Ricordatevelo la prossima volta che ricorrerete a un assistente virtuale.
E anche in questo caso, la sua forte capacità di astrazione trovò perimetro e ragione all’interno di un modello teorico: Il Test di Turing, attuale e insuperato modello usato per determinare se una macchina sia o meno grado di pensare.

Alla fine del 1947, il nome di Alan Turing si trovava al nono posto nella rosa dei possibili runner che avrebbero difeso i colori britannici alle prime olimpiadi del Secondo Dopoguerra. Purtroppo un infortunio alla gamba gli precluse la possibilità di poter partecipare alle Olimpiadi.

Poco male, direte, e poi perché …
Perché proporre una storia del genere in un blog di Storie Sportive e Maledette?
Matematico geniale, tecnologo insuperato, eroe di guerra, quasi atleta olimpico, cosa c’è di maledetto in tutto ciò?

Riavvolgiamo un po’ l’ultimo nastro, del resto la Macchina di Turing ha tra i suoi componenti un nastro, anche infinito se si vuole.

Dunque: Matematico geniale, tecnologo insuperato, eroe di guerra, quasi atleta olimpico e autore di gross indecency: gravi atti osceni.

Quali atti osceni? Ricordate che quasi all’inizio abbiamo scritto di grazia postuma nel 2013?

Bene, Alan Mahison Turing, l’uomo che contribuì a salvare la stessa Regina, era omosessuale.

Un crimine ai tempi.

Il matematico aveva una relazione con un poco di buono che lo derubava continuamente. Alan andò dalla polizia e nel corso dell’interrogatorio venne fuori anche il tipo di rapporto che intratteneva con il lestofante. Turing venne arrestato e trascinato davanti al giudice per rispondere al reato di omosessualità. Lui non si difese, non negò nulla. Dal suo punto di vista non aveva fatto nulla di male. Max Newman, grande matematico, amico e mentore di Alan si mosse in sua difesa.

E con lui altri, solo che…
Vincolati dal segreto militare, né Alan né i suoi amici poterono riferire alla corte di giustizia i grandi meriti di Alan, i servigi resi al Paese e la risorsa che lo stesso rappresentava per la Corona Unita. La pena alternativa al carcere era la castrazione chimica, che Alan accettò, forse ignaro degli effetti collaterali.

Correva il 1952.
La cura lo fece ingrassare, gli fece aumentare il seno, non ci son prove che abbia avuto effetto anche sulla sua mente, ma ad Alan Turing la vita cominciò a pesare.

La sera del 7 Giugno del 1954, nella solitudine della sua camera a Wilmslow, Alan diede un morso a una mela e si addormentò.

Per sempre.

Ecco, adesso la cosa vi sembra abbastanza maledetta?

In molti hanno fantasticato che Jobs abbia pensato a Turing quando decise il logo della Apple. Steve non ha mai confermato la cosa. Pare però che una volta sia arrivato a dire:“Non è vero, ma Dio, come vorrei che lo fosse!”.

Turing ha plasmato non solo il nostro presente, permettendoci di tenerci in contatto e di trovare amici lontani con passioni simili, ma ha aperto anche una finestra sul nostro futuro, perché, se ben usata, l’A.I. apre scenari incredibili.

A voi amici e al padrone di casa del blog sta il compito di giudicare se questa storia merita il posto nel blog.

Non l’ho sentito, ma pare che Buffa in alcuni monologhi citi von Braun.

Wernher von Braun.

Ecco, von Braun ha una bella storia, ma difficilmente ne scriverei.

E sicuramente non sempre in termini apologetici.

Né sono l’unico.

Sono in molti a vedere in von Braun uno che plasmato il nostro presente, come ho detto di Turing. E come potrei dire di Shannon, di Wiener, ma…
Ma mentre qualcuno comincia ad avanzare dubbi non solo morali (quelli son figli dei tempi), ma anche accademici su Werner von Braun, nessuno, nessuno!, ha mai messo in dubbio la paternità delle intuizioni di Turing che anzi, in qualche caso, ha avuto meno di quanto effettivamente meritasse.

Anche in ambito accademico e non solo nel discorso di Gordon Brown. Se è giusto cantare con post, film e documentari personaggi come von Braun e Nash (bocca taci!), allora credo che si debba dare il giusto anche ad Alan Mathison Turing.

Anche perché nessuno dei cervelloni correva come lui.

A tal proposito, non ci sono prove univoche (e credo mai ci saranno) sul Pitagora campione olimpico di boxe. Io sono scettico, ma di tanto in tanto, anche in blog e saggi di valore la questione vien fuori.

Infine, Alan si tolse la vita pochi giorni prima di compiere 42 anni.
42, come i km della maratona che non corse mai.