KIM VILFORT: “ridi pagliaccio … tra lo spasmo ed il pianto …”

di CRISTIAN LAFAUCI

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KIM VILFORT: Kim é nato a Copenaghen nel 1962 . Kim ha quel volto velato di malinconia che ricorda qualche principe uscito dalla fantasia di Shakespeare . Kim gioca come mediano nel Brondby e nella nazionale danese , con la quale ha già disputato gli europei del 1988 . Kim ha buona tecnica , sa combattere là in mezzo al campo e segna anche abbastanza . Kim é uno tranquillo , non é per niente una ” primadonna “. Kim è un marito e un padre … La Jugoslavia si é qualificata per gli europei di calcio del 1992 , ma non parteciperà , perché , di fatto , nel ‘ 92 la Jugoslavia non esiste più ; i balcani sono sprofondati nel gorgo di una folle e spaventosa guerra civile .

 

La Uefa chiama la Danimarca a prendere il posto degli slavi agli europei di Svezia . I giocatori danesi , come si usa dire , parlando a posteriori di questa vicenda , erano già pronti a partire per le vacanze , erano già con ” le valigie in mano “. Kim no . Kim faceva la spola tra casa e l’ospedale . Sua figlia Line , di 8 anni, era stata colpita da una forma di leucemia particolarmente aggressiva ; la situazione stava rapidamente volgendo al peggio…. Kim alle vacanze proprio non pensava ; sperava soltanto , e marcava a uomo quel letto d’ospedale , ogni energia fisica e mentale era concentrata li .

 

La federazione gli chiede se , nonostante tutto , lui voglia partecipare : Kim accetta , chiedendo però se necessario , di poter tornare in Danimarca , per lui la partita più importante si disputa in quella stanza d’ospedale . Il match d’esordio si conclude con un pari a reti inviolate contro l’Inghilterra , nella seconda gara del girone giunge la sconfitta contro la Svezia ; Kim allora chiede di poter andare a Copenaghen : ogni giorno , le cose stanno scivolando sempre più verso il baratro…. Intanto , a Malmo , nella sorpresa generale , i danesi superano 2-1 la Francia di Papin , Cantona e del ct Platini , centrando la qualificazione alle semifinali .

 

E Kim ci sarà , perché anche se ha la morte nel cuore , non vuole lasciare soli i suoi compagni ad affrontare l’Olanda campione in carica . I biancorossi scandinavi giocano un grande match , passano in vantaggio per ben due volte e vengono raggiunti nel finale ; Kim lotta a centrocampo , spezza la manovra avversaria , corre , sgomita e fa ripartire i suoi . I supplementari mantengono invariato l’equilibrio , gli Orange ci provano ma Schmeichel ha abbassato la saracinesca : non si passa . Ai rigori sbaglia solo Van Basten ; Vilfort insacca come tutti gli altri suoi compagni : la favola continua , si va in finale , ora manca solo un capitolo per scrivere il lieto fine .

 

Purtroppo per Kim , quella si sta trasformando in un ‘ estate allucinante : quella che rischia di diventare la più grande soddisfazione della sua carriera , va di pari passo con qualcosa che rischia di diventare uno dei peggiori dolori della sua vita . Facile comprendere quale sia il suo stato d’animo….no ! proprio per niente ! é sua figlia , é una parte di lui ; é qualcosa che il solo pensiero rischia di farti impazzire , e lui é lì , non può fare niente , solo fare forza a lei , tenerle su il morale , e sperare….sperare soltanto…. Il 26 giugno 1992 , Kim tuttavia , decide di prendere parte alla finale contro la Germania ; un modo come un altro per far vedere a Line che papà non si arrende , affronta tutti i più forti e li batte , e cosi dovrà fare anche lei..

 

Come nell’opera ” i pagliacci ” di Leoncavallo : ” vesti la giubba e la faccia infarina la gente paga e rider vuol qua ridi pagliaccio e ognuno applaudira’ ! tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto in una smorfia il singhiozzo e il dolor ridi pagliaccio sul tuo amore infranto ridi del duol che ti avvelena il cor ! ” La gara é bella e combattuta : i danesi passano in vantaggio al 18 ° con Jensen ; i tedeschi cercano in tutti i modi di pervenire al pari , ma la difesa vichinga regge . A meno di un quarto d’ora dal termine , proprio Kim scatta nella trequarti avversaria , controlla il pallone , con un tocco d’interno destro manda a vuoto due avversari , e di sinistro al limite dell’area , conclude in porta con tutto quello che si porta dentro e scarica in quel tiro : la sfera tocca il palo e conclude la sua corsa in fondo alla rete .

 

L’abbraccio dei compagni non é semplice esultanza : loro sanno bene cosa stia passando ed é un ulteriore mezzo per dimostrargli tutta la vicinanza possibile . Purtroppo, poco tempo dopo la vittoria di quell’europeo , Kim dovrà fare i conti con quel dolore , con quella perdita che, nonostante tutto, in cuor suo sperava sempre di non dover mai vivere… Un ‘estate che Kim non potrà mai dimenticare , piena di lacrime di gioia e disperazione , fantastica e perfida , come per fortuna e purtroppo,  solo la vita sa essere .

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Chiedi chi era WILMA RUDOLPH

di DIEGO MARIOTTINI

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È stata una delle più grandi sprinter del ventesimo secolo, ecco chi era Wilma Rudolph. Con la sua scomparsa nel 1994 l’atletica leggera ha perso uno dei suoi simboli eterni. Uno di quelli che vanno oltre lo sport inteso come mero risultato agonistico. Si tratta di una storia edificante e per molti versi tremenda, perché ci sono cose che l’al di qua non può comprendere. L’al di qua comprende che Wilma è stata il vero emblema delle Olimpiadi di Roma 1960 assieme a Cassius Clay. Fra lei e la Capitale è stato amore a prima vista. Poi l’ha amata tutto il mondo.

FUORICLASSE – Ci vuole poco per intuire nell’andatura morbida e insieme nervosa, flessuosa ma straripante della giovane atleta nera la stoffa della fuoriclasse. Essere fuoriclasse non è un fatto di età. Se non lo sei a vent’anni, molto difficilmente lo sarai a trenta. E nei giorni di gara allo Stadio Olimpico la ventenne Wilma impiega un nulla a far capire chi sarebbe stata in quell’edizione la star dell’atletica. Del resto ai Giochi non si vince una medaglia d’oro per caso, figuriamoci se gli ori diventano tre, prima donna in assoluto a ottenere un risultato simile. Ma la vicenda umana della Rudolph è una di quelle che fanno rima con la fede, con la voglia di lottare contro la sfortuna, contro il pregiudizio dell’ambiente. Contro la rassegnazione a tutti i livelli. Perché se nella vita ce l’ha fatta una persona come lei, donna in un mondo di uomini, nera in un mondo di bianchi, malata in un mondo di sani, allora è veramente il caso di dire che non ci sono scuse: ognuno cerchi il meglio che è dentro di sé e trovi la forza per lottare. Perché già quella è una grandissima vittoria, anche senza un pubblico ad applaudire o una medaglia a significarne l’impresa. Partire da reietti e diventare fuoriclasse.

 

UNA VITA DIFFICILE – Wilma Glodean Rudolph nasce a Clarksville, nello stato americano del Tennessee, il 23 giugno 1940. Il Tennessee è famoso per essere la culla della musica country, per avere dato i natali al regista Quentin Tarantino e per le coltivazioni di cotone, con annessi e connessi vari. Più raramente si ricorda questo Stato per via di Wilma Rudolph. Eppure la sua è una storia molto americana, una di quelle in cui la forza dell’individuo può davvero ribaltare qualsiasi avversità. È una bambina, la ventesima di ventidue figli di casa Rudolph, e viene colpita dalla poliomielite. Sembrano un verdetto inappellabile le parole di medici un po’ troppo sbrigativi: “La ragazza perderà l’uso della gamba sinistra”. Per anni la piccola Wilma sarà costretta a portare un apparecchio correttivo e ad andare due volte alla settimana all’ospedale per fare le terapie, nonostante la struttura riservata ai neri si trovi a ottanta chilometri da Clarksville. È un giorno stupendo, indimenticabile quello in cui, dopo anni di trattamenti, Wilma lascia i medici a bocca aperta: all’improvviso si toglie con le sue stesse mani l’apparecchio correttivo e, contro ogni sentenza medica che l’aveva condannata a una vita da handicappata, comincia a camminare e poi a correre da sola. Sembra una specie di Forrest Gump al femminile. Ha circa 12 anni ed è come se fosse nata in quel momento. È la voglia di vivere che non vuole ostacoli sulla sua strada. Ben presto comincia a fare sport, individuali e di squadra. Del resto, ha talmente tanti fratelli e sorelle che organizzare una partita a basket nel cortile di casa Rudolph non è affatto complicato. Ma c’è qualcosa che l’attira più del basket, qualcosa che ha un significato chiarissimo: da bambina non riusciva a camminare, adesso vuole correre e battere tutti. Nemmeno gli uomini riescono a stare dietro a quella silfide che cresce in altezza ogni giorno di più. A scuola viene notata da Ed Temple, allenatore femminile alla Tennessee State University che vede in lei le potenzialità della grande velocista. Si impone una scelta radicale: basket o atletica. La palla a spicchi finisce in soffitta, bye bye basketball.

 

CAMPIONESSA – Ha ragione Ed Temple, perché Wilma Rudolph si rivela presto un’atleta di livello internazionale. Ha 16 anni, mostra il fisico di una donna (è alta 180 centimetri e pesa meno di 60 chili) e l’andatura di una gazzella. La “gazzella nera”, così la chiamano, non perde una gara neppure a volerlo, fa tempi straordinari e stupisce perfino chi ne aveva percepito il talento in tempi non sospetti. Tempi tali da permetterle di partecipare alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, quando ottiene un primo risultato importante: vince la medaglia di bronzo con la staffetta femminile 4×100, mostrando l’entusiasmo di una ragazza ma anche la saggezza tattica di una veterana. Al suo ritorno in patria, forte di una certa notorietà e della possibilità di pagarsi gli studi, la giovane campionessa s’iscrive alla Tennessee State University. L’intenzione è quella di laurearsi in Istruzione Elementare, ma la voglia di emergere nella corsa prende poco alla volta il sopravvento su tutto: l’obiettivo principale è Roma 1960. Ai XVII Giochi Olimpici dell’era moderna, che andranno in scena nella Capitale dal 25 agosto all’11 settembre 1960, Wilma Rudolph, appena ventenne, sarà una delle protagoniste assolute, con risultati che passeranno alla storia non solo dell’atletica leggera, ma di tutto lo sport. I paparazzi non avranno scatti che per lei, più che per Cassius Clay, per Nino Benvenuti, per Abebe Bikila. È della “gazzella nera” l’oro sui 100 metri piani: 11’’netti, record del mondo non omologato per via dell’eccessivo vento a favore. Non sarà record, ma è comunque oro, del resto il vento soffiava alle spalle di tutte. Rudolph si ripete tre giorni più tardi nei 200 metri, dopo avere eguagliato il record olimpico di 23”2 nelle batterie eliminatorie (il record mondiale, stabilito a Corpus Christi, Texas, il 9 luglio 1960 con il tempo di 22”9 già le apparteneva). Completa infine l’opera portando al successo la staffetta femminile 4×100: medaglia d’oro e nuovo record del mondo con 44”5. Associated Press la nomina Atleta donna dell’anno 1960. Nel 1961, anno in cui migliorerà il record mondiale dei 100 metri correndo in 11″2, riceverà il premio per la seconda volta.

 

NON SOLO PISTA – Nel 1962, a soli 22 anni, prende una decisione drastica e inaspettata: si ritira dall’attività agonistica. Ha altri progetti. Lavora come insegnante di educazione fisica, allenatrice di atletica e come commentatrice sportiva. L’anno successivo si sposa e dal suo matrimonio nasceranno quattro figli. Alla metà degli anni 70 il nome di Wilma Rudolph entra nella Hall of Fame dell’atletica leggera mondiale. Nel 1977 esce “Wilma Rudolph on Track”, un’autobiografia molto dettagliata dalla quale trarrà ispirazione il film “Wilma”, interpretato, fra gli altri, da un giovanissimo Denzel Washington. Nei decenni successivi ha tenuto conferenze in ogni parte degli Stati Uniti d’America e nel 1991 è stata anche ambasciatrice per la celebrazione europea dello smantellamento del muro di Berlino. Tornata nel Tennessee la Rudolph ha contribuito ad aprire e gestire cliniche sportive e ha svolto consulenze per squadre universitarie di atletica leggera. Ha anche creato la sua organizzazione, la Wilma Rudolph Foundation, dedicata alla promozione dell’atletica amatoriale. Nel luglio del 1994 l’ex “gazzella nera” si trova ad affrontare un avversario più cattivo e perfino più veloce di lei: le viene diagnosticato un tumore al cervello. Per la prima volta “l’imbattibile” perderà uno sprint, quello decisivo. Il 12 novembre, a Brentwood (Tennessee) Wilma Rudolph muore all’età di 54 anni. Nel 2004, a 10 anni dalla sua scomparsa, gli Stati Uniti emettono un francobollo che ricorda la triplice impresa di Roma. Non corre più, la “gazzella nera”. Ma di sicuro ora vola.

MARCEL CERDAN: Quando l’amore diventa maledetto.

di LISA AZZURRA MUSETTI

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Tu leggi una sua lettera, sai che ti aspetta negli Stati Uniti dove tu dovrai recarti per combattere sul ring contro un certo “Toro Scatenato” Jack La Motta.
È la tua amante, si amante, perché tu hai una moglie e tre figli. Ti chiede di non prendere la nave, ci metteresti troppo ad arrivare, di prendere l’aereo perché lei senza di te non sa stare…e viceversa.
Lo prendi quell’aereo, il 28 Ottobre 1949, ma da lei non ci arriverai mai, perché l’aeromobile in questione si inabisserà al largo delle isole Azzorre senza lasciare superstiti. Hai solo trentatrè anni e tutta una vita davanti, fatta di vittorie e k.o.
Ma nulla si può contro il Fato.
Sembra la trama di un film strappalacrime se non fosse che tu sei uno dei più importanti pugili della storia europea, Marcel Cerdan, e lei una delle più famose interpreti del secolo passato Edith Piaf.
Inizia dalla fine questa “Storia Maledetta”.
Marcel nasce in Algeria da una famiglia di origine francese ma quando ha otto anni la sua famiglia si trasferisce a Casablanca dove lui inizia ad avvicinarsi al pugilato.
Dieci anni più tardi esordisce nell’ambito della boxe professionistica, conquista tutto il panorama del pugilato europeo e il 21 settembre del 1949, al Roosevelt Stadium di Jersey City, il grande campione Tony Zale non rispose al richiamo della dodicesima campana, terminando il più lungo dominio sui pesi medi della storia e cedendo la cintura mondiale ad un francese per la prima volta dai tempi di Marcel Thil.
Se questa è la sua vittoria più importante quella del Giugno 1949 è la sua sconfitta più cocente. Contro Jack La Motta combatte per ben dieci folli round con una spalla slogata, prima di gettare inevitabilmente la spugna. Ma la rivincita la vuole. Lo sa benissimo anche Edith che è fra il pubblico e che ha il cuore spezzato nel vedere il suo amore così sofferente.
Lui torna in Europa per prepararsi alla rivincita.
Quelli così non ci stanno a perdere, neppure davanti ai “tori scatenati”.
Poi arriva la sua lettera, la decisione di prendere l’aereo invece che la nave e che segnerà il suo destino, ma non solo, comprometterà per sempre la mente già fragile della Piaf, che mai si lascerà alle spalle il senso di colpa per essere stata lei a chiedergli di prendere quel volo.
Però…però caro Marcel, lei dieci anni dopo scriverà e ti dedicherà una delle più belle canzoni d’amore di tutti i tempi: “Hymne a l’amour”.
Ed ogni volta che qualcuno l’ascolta ricorda la tua forza sul ring e la tua audacia in amore.
Perché a volte anche l’amore può essere maledetto.
“Se un giorno la vita ti dovesse portare lontano da me
Se muori lontano da me
Poco me ne importa se mi ami
Perché anch’io morirei
avremo per noi l’eternità
nel blu di tutta l’immensità
nel cielo non avremo più problemi.”

Hymne a l’amour; Edith Piaf- 

UBALDO “PATO” FILLOL: “Non mi fate paura”.

di Remo Gandolfi

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Nel gennaio del 1979, poco più di sei mesi dopo essere diventato campione del mondo con la sua Argentina, Ubaldo “El Pato” FIllol sta trattando il rinnovo del contratto con il River Plate, la squadra nella quale milita da 6 anni.

Non è niente di diverso da quello che accade a tutti i calciatori in tutti i Club del mondo al momento di mettere nero su bianco ad una nuova relazione professionale.

I rapporti di Fillol con il River sono eccellenti.

Fillol ama il River Plate. Lì si sente come a casa.

E’ la squadra più forte di Argentina in quel momento e una delle più forti di tutto il Sudamerica. In fondo altri calciatori fra i Campioni del Mondo della squadra magistralmente diretta da Cesar Menotti https://wp.me/p5c7YM-2J  è proprio dal River Plate che provengono. Passarella, https://wp.me/p5c7YM-W Luque, https://wp.me/p5c7YM-bC Alonso e Ortiz https://wp.me/p5c7YM-2n sono tutti parte dei “Millionarios”.

Anche il rapporto con il Presidente del River Aragon Cabrera è eccellente.

Ma sono anni bui in Argentina dove una dittatura spietata e sanguinaria si muove con arroganza e in ogni ambito della società argentina.

Figuriamoci se può esserne esente il calcio, passione popolare senza confronto nel Paese !

E così si intromette nella questione l’Ammiraglio Carlos Lacoste, Vice Presidente della FIFA e Responsabile della organizzazione dei Mondiali in Argentina dell’anno precedente.

Fillol viene convocato nell’ufficio personale di Lacoste.

Quando Fillol arriva nella stanza ci sono Lacoste e cinque guardie tutte armate di fucile.

Più che evidente il tentativo di intimorire “El Pato”.

“Quello che sta facendo non ci piace.” esordisce Lacoste.

“La invito a firmare il contratto al più presto e accettare il compenso che le propone il River se vuole ancora continuare a giocare a calcio” queste le parole dell’ammiraglio Lacoste.

Il quale aggiunge “Lei sta dando un cattivo esempio. Proteste e scioperi in questo paese sono proibiti”.

Fillol non replica.

Esce dalla studio di Lacoste.

E decide di NON firmare il contratto.

Saranno settimane difficili per Fillol.

Le pressioni e le minacce sono continue.

Se la prendono addirittura con il padre del “Pato” che viene circondato a pochi passi da casa e minacciato, ricordandogli che “tuo figlio non deve continuare a sfidarci”.

Fillol terrà duro, firmerà il contratto diverso tempo dopo … ma alle sue condizioni.

Ricordando questo episodio ora, a distanza di tempo, “El Pato”, forse il più grande “Arquero” della storia del calcio argentino, racconta che “solo tanti anni dopo mi sono reso conto del rischio che avevo corso”.

A quei tempi presi il tutto con grande sufficienza … ora mi accorgo che era incoscienza.

Ci furono persone che furono uccise e fatte sparire per molto meno.

Allora non sapevamo ancora nulla di quello che questo regime stava facendo nel Paese.

Continuavano a dirci che “tutti i diritti in Argentina sono rispettati” e noi non sapevamo davvero nulla di quello che stava accadendo.”

… quando la realtà era invece assai diversa.

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Ubaldo Matildo Fillol, detto “El Pato” nasce a San Miguel del Monte, un piccolo centro rurale ad un centinaio di km da Buenos Aires.

I suoi genitori si separano quando Ubaldo è ancora un bambino e ben presto si deve mettere a lavorare per portare a casa un po’ di pesos.

Diventa il garzone del ristorante del padre e intanto gioca nelle giovanili della squadra locale, inizialmente come centrocampista ma quando il portiere titolare si infortuna nessuno ha un dubbio al mondo: con i suoi riflessi e la sua agilità l’unico adatto è Fillol.

In porta da quel giorno ci resterà tutta la vita.

A soli 13 anni lascia San Miguel del Monte per trasferirsi alla periferia di Buenos Aires dove lavora come garzone di un fornaio e nel frattempo entra nel settore giovanile dei Quilmes, squadra della Seconda Divisione Argentina.

Nelle giovanili brucia le tappe.

Il suo talento è innato.

Quello che colpisce, allora come in tutta la sua carriera, sono i riflessi prodigiosi oltre ad una grande capacità di giocare con i piedi.

A 18 anni fa il suo debutto in prima squadra ma il Quilmes prende 6 sberle dall’Huracan.

Per Ubaldo è una sberla difficile da sopportare ma in realtà questo lo rende ancora più determinato.

Rimane 4 stagioni al Quilmes ma ormai sono molte le grandi squadre argentine che hanno messo gli occhi sul “Pato”.

E’ il Racing a spuntarla.

Con “l’Academia” rimarrà una sola stagione ma che passerà alla storia del calcio argentino ed entrerà nel libro dei record di quel campionato.

In quel Metropolitano del 1972 Ubaldo Fillol parerà ben 6 calci di rigore.

E non a calciatori qualsiasi ma a gente come Sunè del Boca Juniors, a Juan Ramon Veron dell’Estudiantes (soprannominato “la bruja” e padre di Juan Sebastian) o al grande bomber Hector Scotta del San Lorenzo.

A quel punto si muove per lui il River Plate.

I “Millionarios” vengono da più di tre lustri di “vacche magre” e stanno completando una importante ricostruzione della squadra per tornare ai vertici del calcio argentino.

Con Fillol si stanno affacciando in prima squadra giocatori del talento del bomber Carlos Morete, dell’immenso Norberto “Beto” Alonso e il giovane futuro “caudillo” Daniel Alberto Passarella.

Nel 1975 dopo quasi 18 anni senza titoli (il più lungo nella storia del Club) arriveranno in sequenza il titolo Metropolitano e subito dopo il Nacional.

Primi di una serie di trionfi praticamente ininterrotti fino al Nacional del 1981.

Dopo 10 stagioni al River Plate nel 1983 decide di lasciare i Millionarios.

C’è una disputa con il Club e Ubaldo è stanco.

Decide di mollare tutto.

Ha 33 anni, un fisico ancora integro e scattante ma ha vinto tutto o quasi quello che c’era da vincere.

Poi un vecchio amico, il grande Angel Labruna, si presenta a casa sua a Quilmes.

“Che stai facendo qua in casa a poltrire ? E’ presto per la pensione Pato. Vieni con me a salvare l’Argentinos Juniors !” gli dice Angelito (miglior goleador nella storia del River e detentore del record di reti segnate nella storia del “Superclasico”).

Fillol accetta ma i trasferimenti sono già chiusi.

Pare che l’accordo debba saltare.

Poi Labruna gli dice “tu firma, a riaprire il “mercato” ci penso io”.

Come per magia arriva una proroga dalla Federazione di 24 ore e Ubaldo “El Pato” Fillol si rimette calzoncini e guantoni.

L’Argentinos gioca una grande stagione che si concluderà però in modo tragico.

Angel Labruna viene operato alla vescica a fine estate dello stesso anno.

Sembra un’operazione di routine e infatti Labruna pare recuperare brillantemente.

Con lui in ospedale ci sono suo figlio Omar e proprio El Pato Fillol.

Fanno insieme una passeggiata quando improvvisamente Labruna avverte un malore.

E’ un infarto. Muore pochi secondi dopo tra le braccia di suo figlio e di FIllol.

Per Ubaldo l’anno successivo, il 1984, arriva un’offerta importante: è il Flamengo, prestigioso club brasiliano, che spende 350.000 dollari per accaparrarsi le prestazioni del Pato.

E’ ancora in splendida forma. Fa una vita da atleta, non beve, non fuma e passa quasi tutto il suo tempo con la famiglia.

Ben presto però nascono dei problemi.

Fillol ha come obiettivo assoluto quello di giocare il suo quarto mondiale con la Nazionale del suo Paese, quello che si disputerà in Messico nel 1986.

La dirigenza dei rossoneri però gli impedisce di lasciare il club per partecipare alle amichevoli con la nazionale argentina.

Fillol è un tipo determinato e testardo, lo ha sempre dimostrato in tutta la carriera.

Non molla neanche stavolta e la dirigenza del Flamengo, spazientita, non ha altra soluzione che lasciarlo andare.

Stavolta c’è l’Europa ed una squadra assolutamente prestigiosa: i “Colchoneros” dell’Atletico Madrid.

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Sarà una stagione di vertice anche se conclusa purtroppo per il “Pato” con una secca sconfitta nella finale della Coppa delle Coppe contro la Dynamo di Kiev.

Un netto 0 a 3 che avrebbe potuto essere assai peggiore senza una serie di eccellenti parate di Fillol.

Tempo però di tornare in Argentina prima al Racing e poi al Velez Sarsfield

“El Pato” fa ancora ampiamente la sua parte e la farà fino all’ultimo giorno della propria carriera.

E’ il 22 dicembre del 1990.

Ultima partita del campionato.

Il Newell’s del Loco Bielsa https://wp.me/p5c7YM-2d si presenta a questo incontro con 1 solo punto di vantaggio sui rivali per la corsa al titolo del River Plate che giocano invece al Monumental contro il Velez Sarsfield.

In porta per il Velez c’è Ubaldo Matildo Fillol.

“El Pato” ha già dichiarato che, a 40 anni suonati, questa sarà la sua ultima partita.

Dal Monumental riceve un’ovazione autentica al momento di scendere in campo.

Fillol si commuove ma deve giocare gli ultimi 90 minuti della sua ultraventennale carriera.

Contro il River, la squadra del suo cuore, dove ha passato quasi metà della sua splendida avventura professionale.

La partita è tesa, vibrante.

Gareca, il biondo centravanti del Velez, porta in vantaggio i suoi.

Il gelo scende sul Monumental.

Ma c’è ancora tempo.

Nel frattempo il San Lorenzo ha pareggiato il gol del vantaggio del Newell’s di Ruffini.

E’ ancora tutto in gioco.

Passano pochi minuti e al River Plate viene concesso un calcio di rigore.

Ruben “Polilla” Da Silva si incarica del tiro ma Fillol vola sulla sua destra a respingere la conclusione.

Altra doccia fredda, freddissima per il popolo del Monumental.

Finisce il primo tempo e quando le squadre tornano in campo Fillol va nella porta situata sotto la curva della “hinchadas” più calda del River.

… che gli tributa, come tutto lo stadio, una ovazione ancora più grande di quella di inizio partita.

Il River riuscirà a pareggiare e avrà anche l’occasione per portarsi in vantaggio ma FIllol parerà tutto il possibile.

Il titolo andrà al Newell’s del giovane mister Marcelo Bielsa. https://wp.me/p5c7YM-2s

E a fine partita il Monumental sarà in piedi a salutare “El Pato”, che farà il giro del campo, l’ultimo da giocatore e con le lacrime agli occhi.

E non c’è tifoso del River che quel giorno non la pensi allo stesso modo.

“Oggi è andata come è andata. Ci saranno altri campionati da vincere ma quello che più conta è salutare e ringraziare degnamente il più grande portiere della storia dei Millionarios e di tutto il calcio argentino”.

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DIRCEU-NORDAHL, dies mortis.

di DIEGO MARIOTTINI

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Sembrano quasi le Vite Parallele di Plutarco. Solo che ad accomunare i due campioni stavolta è la morte. Stesso giorno, più o meno stessa ora. Due persone che quasi certamente non si sono mai conosciute e che da vivi hanno avuto in comune soltanto l’amore per la propria professione. Caratteri opposti, temperamenti diversi, epoche calcistiche differenti. Una sorta di ipotetico “Attenti a quei due”, immaginando sulla parte sinistra dello schermo la vita di Nordhal e a destra quella di Dirceu. Due assi parallele che si incontrano nel punto infinito per eccellenza: una notte illimitata o l’inizio della vita del mondo che verrà. A ciascuno la propria scelta.

 

UNA BRUTTA GIORNATA. Il 15 settembre 1995 verrà ricordato come un giorno triste per il calcio mondiale. È un venerdì e nel giro di poche ore arrivano nelle redazioni due notizie piuttosto simili. Ad Alghero, un uomo di nazionalità svedese è stato colpito da un infarto fulminante nel mezzo di una tranquilla nuotata in piscina. L’uomo, che avrebbe compiuto 74 anni il mese successivo, è Gunnar Nordahl, il grande centravanti del Milan negli anni ’50. Uno dei più grandi goleador di ogni tempo nel campionato italiano. Nordahl si trovava in Sardegna per una breve vacanza. Cambio di scena. In Brasile, a Rio de Janeiro, un uomo che stava facendo una gara illegale con la propria macchina, prende in pieno un’altra. Le vittime sono due: uno è un imprenditore italiano in viaggio d’affari, l’altro è l’ex campione brasiliano Dirceu, 43 anni.

 

LO SVEDESE. La storia di Nordahl è per certi versi l’emblema stesso di un calcio, quello italiano, in ricostruzione rispetto alle macerie della guerra. Un calcio che deve far sognare la gente, che serva a far dimenticare orrori e miserie di un tempo da mettersi alle spalle. Classe 1921, il futuro attaccante rossonero nasce a Hornefors, un paesino della Svezia settentrionale che guarda il Circolo Polare Artico anche senza il cannocchiale. I suoi 4 fratelli giocano tutti a calcio ma nessuno di loro assomma il talento e la forza fisica di Gunnar. Fa il centravanti perché ama segnare e lo fa talmente bene che, ancora minorenne, passa al Degerfors in prima divisione. Quattro stagioni e poi si trasferisce al Norrköping. Accetta il passaggio in cambio di un buon lavoro. Lo assumono a 23 anni: pompiere, con grado di caporale. È un ragazzo gentile e riservato ma che a vederlo incute soggezione, in campo e fuori.  E’ un corazziere di 1,90 d’altezza per 90 chili di peso e sembra nato per scardinare le difese avversarie. Lo fa in modo sempre corretto ma è inesorabile. Nel Norrköping segna 93 gol in 95 partite.

 

IL BRASILIANO. José Guimaraes Dirceu invece ha caratteristiche fisiche e tecniche del tutto diverse ed è uno dei migliori talenti brasiliani degli anni 70. Fra i due ci sono 30 anni di differenza e la probabilità che Nordahl e Dirceu non si siano mai incontrati è piuttosto alta. Ha tocco di palla Dirceu, ha classe, ma sa anche contrastare a centrocampo. E possiede un tiro micidiale, potente e spesso carico d’effetto a rientrare. Ne sa qualcosa Dino Zoff ai Mondiali del 1978. Per via di una passione condivisa da entrambi, suo padre lo spinge a fare il calciatore. Anche la famiglia Nordahl è contenta che Gunnar abbia trovato la propria strada e il figlio ripaga quella fiducia con un rendimento che gli apre le porte della Nazionale scandinava. All’Olimpiade di Londra del 1948 la Svezia vince la medaglia d’oro nel calcio e quel centravanti enorme ed efficace è capocannoniere con 7 reti. L’Olimpiade è il palcoscenico che lo rende visibile anche agli osservatori italiani e il Milan è il primo a concludere l’affare. Arriva alla Stazione Centrale di Milano il 22 gennaio 1949, a campionato già avviato. Migliaia di tifosi urlano e sventolano bandiere rossonere e, presi dall’entusiasmo, assalgono il vagone. Vetri in frantumi, parecchi feriti. Cinque giorni dopo il nuovo acquisto gioca la prima partita di campionato, Milan-Pro Patria. È un derby lombardo e la difesa della squadra di Busto Arsizio è la prima vittima del bomber venuto dal ghiaccio. Finisce 3-2 per i rossoneri.

 

IL GIROVAGO E LO STANZIALE. C’è un aspetto ricorrente nelle scelte del centrocampista brasliano: la voglia di cambiare, di trovare sempre nuovi stimoli di vita. Anche nel calcio, soprattutto nel calcio. Non è un caso se lo chiamano “lo zingaro”. Va in un posto, si trova bene, il pubblico lo ama ma dopo un po’ sente bisogno d’altro. In 10 anni da professionista nel suo Paese cambia maglia 4 volte. Inizia nel Coritiba, squadra della capitale dello Stato Federale del Paranà. Dopo 3 anni va a giocare nella caotica Rio de Janeiro, al Botafogo. Il cambio di ritmi di vita, di stile individuale, di aspettative generali, potrebbe sconvolgere chiunque. Lui è Dirceu ovunque vada e ovunque è acclamato. Non ha radici, non le sente. Dunque può stare dappertutto e non certo per mancanza di carattere o di gusti. E anche quando rimane stanziale a Rio, dopo un po’ vuole vedere cosa c’è più in là. Veste la maglia della Fluminense e poi quella del Vasco da Gama. Sempre da protagonista, sempre da faro del centrocampo, unendo quantità in copertura e qualità nella proposta di gioco. Nordahl invece, le radici le sente, e come. La Svezia gli manca ma è un professionista serio e poi a Milano si trova bene. Anche perché ha con sé la famiglia e gioca nella stessa squadra di due connazionali di straordinario valore: Gunnar Gren e Nils Liedholm. Il trio viene ribattezzato Gre-No-Li e rappresenta un asse verticale che in quel momento poche formazioni al mondo potrebbero vantare. Gren e Liedholm pensano e costruiscono, Nordahl finalizza. Lavora e segna, Nordahl. Con consapevolezza e umiltà, ma senza falsa modestia. Come è giusto che sia, perché la modestia è per i modesti e lui è un campione.

 

GIULIETTA E DIRCEU. Nella sua carriera Nordahl vince 2 scudetti e 5 classifiche cannonieri. Una valanga di gol, 210 con il Milan in 8 stagioni. Poi, a 36 anni passa alla Roma e in 2 anni ne fa altri 15. Quindi decide che è arrivato il momento e smette. Dirceu invece non ha pace, vuole vedere il mondo e il calcio è il suo lasciapassare: prova un’esperienza in Messico ma la curiosità gli dura solo un anno. Non si sa se sia lui a voler partire o se sia l’Amèrica di Città del Messico a dargli il benservito, ma tant’è. Di nuovo le valigie pronte, stavolta per un’avventura in Europa. All’Atletico Madrid lui sente di non poter dire no. In Spagna però non andrà benissimo, anche a causa di qualche infortunio di troppo. Dopo il Mundial 1982 il campione brasiliano si stabilisce in Italia. Ha compiuto 30 anni e il Verona si assicura le sue prestazioni. Diventa anche lì l’idolo della tifoseria, tanto che si dirà: “Verona è la città di Giulietta e Dirceu”. Ma anche stavolta nulla è per sempre, anzi a Verona resta solo un anno. Un po’ per via di qualche disaccordo con il mister Bagnoli, un po’ perché Napoli, come città e come squadra, gli si addice di più. Tanto per cambiare, anche a Napoli dura una stagione, ma non per demerito personale. Semplicemente l’anno successivo deve fare spazio a Maradona. Il rendimento è buono ma per un motivo o per l’altro Dirceu non riesce a fare due campionati nella stessa squadra. Indole poco incline alle regole? Talento incostante? Carattere complicato? Forse sì. Tutto il contrario di Nordahl, uno che si è costruito intorno al metodo e all’applicazione. Nel giro di pochi anni il brasiliano si accasa all’Ascoli e successivamente al Como e infine all’Avellino. Si ripresenta al Vasco da Gama, in Brasile, poi gioca negli Stati Uniti, sotto il sole di Miami.

 

QUEL GIORNO LI’. Alla fine degli anni 80 Dirceu è un signore prossimo alla quarantina ma non ha smesso di giocare. Nordahl, quasi settantenne, è tornato da tempo in Svezia. Viene in Italia di rado, più che altro in vacanza. Dicono che gli piaccia molto la Sardegna. Invece a Dirceu sta bene anche la serie D italiana, pur di giocare ancora. L’Ebolitana fa di lui un calciatore onorario e per la prima volta José, come lo chiamano tutti, riesce a giocare in una squadra di casa nostra per più di un campionato. Poi riprende a girare ma la distanza stavolta è breve. Tra Eboli e Benevento ci sono appena 100 chilometri. Dopo una parentesi fugace in Messico con l’Atletico Yucatan, perfino lui dice basta. Torna a Rio. È proprio nella Capitale che un giorno di settembre di oltre 20 anni fa una macchina che va a velocità folle non vede (o non può più fare nulla) la Posche dell’ex campione e la centra senza dare scampo a chi era dentro. Uno scherzo del destino, dirà qualcuno. Forse quello stesso destino che finisce con l’accomunare per sempre due vite e due persone, Nordahl e Dirceu, che più diverse di così non avrebbero mai potuto essere.

 

GIULIANO GIULIANI: Il prezzo di un errore.

di DIEGO MARIOTTINI

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Ci sono vite cui non manca nulla, tranne la fortuna e la comprensione altrui. Una di queste è la vita di Giuliano Giuliani, portiere del Napoli a cavallo fra due decenni. Un nome che sembra un gioco di parole, un destino da non augurare a nessuno. Ha giocato e vinto nella stessa squadra di Diego Armando Maradona, ha perso da solo e per sempre. Una vita terminata presto e altrettanto presto dimenticata. Dimenticata non per caso o per sbadataggine collettiva. La morte di Giuliani corrisponde a una malattia che Prince, in Sign o’ the Times definì “a big disease with a little name”: AIDS.

UNA BUONA CARRIERA. Romano di nascita, classe 1958, Giuliani si fa notare presto: è un portiere essenziale, spettacolarizza poco i suoi interventi ma è spesso decisivo. In effetti – notano gli osservatori – non ha particolari limiti tecnici, è bravo sia fra i pali che nelle uscite. Parla poco ma quando serve sa farsi sentire con i suoi difensori. È affidabile in porta e come uomo, o almeno così si dice. Dopo aver giocato con Arezzo, Como e Verona nel 1988 il Napoli lo sceglie come successore di Garella. E’ il Napoli di Diego Maradona, il Napoli che ha vinto uno scudetto e ne ha praticamente regalato un altro ma che vuole continuare vincere in Italia e finalmente in Europa. Alla prima stagione in azzurro, è la stagione 1988-89, Giuliani è protagonista della vittoria dei partenopei in Coppa UEFA. L’ anno successivo la squadra conquista il suo secondo scudetto e Giuliani è fra i protagonisti di un Napoli che tenta di fare sua anche la Coppa dei Campioni. Ma lui in Coppa non giocherà mai, perché nell’estate del 1990 viene acquistato dal Milan Giovanni Galli. Per Giuliano Giuliani è l’inizio di una fine ingrata.Ilportiere termina la carriera a Udine. Poi si trasferisce a Bologna, ma non per giocare a calcio. Il motivo è un altro.

IL CONTAGIO. Nel 1992 un giornale esce con un titolo che sembra un gossip infondato: “Giuliani ha l’AIDS”. In quel momento è ancora un atleta in attività, sapere che ha una malattia così grave e contagiosa è per tutti una scoperta tremenda. Il diretto interessato non conferma e non smentisce. Uno shock pubblico si trasforma in poco tempo in un dramma privato. Avere a che fare con lui è imbarazzante, forse addirittura virale. Per di più viene anche coinvolto in una storia per spaccio di droga dalla quale esce pulito nel giro di 24 ore. Piove sul bagnato. Giuliani si ritira a Bologna città nella quale gestisce un magazzino di abbigliamento e dove nel frattempo cerca di curarsi. Sì, è vero, Giuliani ha l’AIDS. Buio completo. Di lui non si hanno più notizie fino al 14 novembre del 1996 quando le agenzie di stampa battono la notizia della sua morte. Non ha neppure 40 anni, 38 compiuti da poco. La causa ufficiale è collegata a complicazioni polmonari, ma si dice che già da tempo le sue difese immunitarie fossero notevolmente diminuite. Inoltre la morte avviene all’ospedale Sant’Orsola di Bologna, nel reparto malattie infettive. Fin da subito si capisce che c’è una foschia intorno alla morte dell’ex calciatore, che esista una verità ufficiale e una reale che ci si guarda bene dal rivelare. Dal mondo del calcio arrivano cordoglio e commozione, ma nulla di più. Nessuno pare interessarsi sul serio alla vicenda.

LA VERITA’ la dirà sua moglie, anni dopo. Lei è Raffaella Del Rosario, una bellissima donna che in quegli anni si fa conoscere come soubrette nei programmi sportivi di Maurizio Mosca. A un certo momento Raffaella fa le valigie e va via di casa. Il motivo sta in ciò che suo marito le ha detto. Un giorno Giuliano torna a casa ed è triste, distrutto, ma deve trovare la forza per raccontare a Raffaella una verità durissima: ha contratto il virus dell’HIV, ha l’AIDS. E aggiunge anche che l’ha tradita, una volta, una volta sola, con una donna. Può essersi infettato solamente in quell’occasione, il 7 novembre 1989, quando aveva partecipato al matrimonio di Diego Armando Maradona a Buenos Aires, evento a cui lei non aveva potuto essere presente. Raffaella lo lascia, teme per la sua stessa salute ma poi torna sui propri passi: Giuliano è malato, sta morendo e non può essere lasciato solo. E’ lei a sostenerlo, è lei l’unica a non aver paura di quella malattia che a Giuliani fa terra bruciata tutt’intorno. Il 14 novembre 1996 Giuliano Giuliani, debilitato e perennemente assalito da bronchiti, tossi e difficoltà respiratorie, si alza presto ed accompagna la figlia di 7 anni a scuola, la saluta e sta per tornare a casa. All’improvviso si sente male e si accascia a terra. Lo ricoverano immediatamente, l’ospedale Sant’Orsola di Bologna lo accoglie nel reparto malattie infettive. Intorno alle 21, Giuliano Giuliani muore per una crisi polmonare derivante dallo stato avanzato dell’AIDS. Sulla fine dell’ex portiere del Napoli cala immediata una coltre di silenzio. Anche oggi a chi chiede qualcosa ai suoi vecchi compagni di squadra, le risposte sono sempre le stesse: “Un bravo ragazzo, un buon portiere, un destino veramente triste”. Banalità di rito, imbarazzo generale, si cambia subito argomento. La parola AIDS non viene neppure nominata, quelle quattro lettere fanno paura anche adesso che Giuliani è morto e che nemmeno sua moglie ha più timore della verità. Rimozione, cattiva coscienza da parte di qualcuno forse, preoccupazione che la vicenda possa scoperchiare un vaso di Pandora molto difficile da rimettere al suo posto. Un errore grave che sembra non meritare nemmeno l’appellativo di errore. Anzi, forse Giuliano Giuliani non è mai esistito. A difendere la porta del Napoli, a quei tempi, c’era sicuramente qualcun altro.

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GIORGIO CHINAGLIA: Un cuore biancoceleste.

di DIEGO MARIOTTINI

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So Long,(John) Chinaglia

E’ il 1° aprile 2012, una qualsiasi domenica pomeriggio, quando all’improvviso arriva la notizia che tutti ritengono il classico pesce d’aprile. Alberto Sordi, tanto per dirne uno, è stato dato per morto decine di volte, prima di morire davvero nel 2003. Irrompe una breaking news che coglie tutti di sorpresa: a Naples, in Florida, Giorgio Chinaglia è morto d’infarto all’età di 65 anni. Quel cuore che ha sempre sostenuto tutte le imprese del campione, anche le più folli e impulsive, stavolta ha deciso di fermarsi per sempre. I programmi vengono interrotti per dare la notizia in diretta, in Italia come negli Stati Uniti. Nell’occasione, anche tantissimi tifosi della Roma testimoniano affetto al loro “caro nemico di sempre”. Per Long John è la fine di un calvario che lo ha portato lontano dall’Italia per tanto tempo e che era iniziato l’anno successivo allo scudetto della Lazio.

ANNUS HORRIBILIS. Il 1975 è un anno molto difficile per Giorgio Chinaglia e anche allora il mese di aprile non gli è favorevole. La malattia di Tommaso Maestrelli, la squadra che non riesce a confermarsi campione d’Italia, le liti con il nuovo allenatore Corsini. L’ostilità di chi non gli perdona nulla. Ci sono anche, a un certo punto, le tentazioni del calcio oltreoceano, ogni giorno più forti. Ma soprattutto il problema è la vita a Roma, sempre meno accettabile per lui e per chi gli è accanto. Da un momento all’altro la moglie Connie si trasferisce nel New Jersey, stufa delle continue vessazioni di sedicenti tifosi di calcio. Per lei, abituata a vivere lo sport come lo vivono gli americani, è inammissibile sentirsi provocata e offesa ogni volta che esce di casa solo perché suo marito è Giorgio Chinaglia. Anche lui a un certo punto medita di raggiungere la moglie in pianta stabile dopo avere terminato la carriera in Italia. In quegli anni il calcio negli Stati Uniti è a un livello quasidilettantistico ma si registra una crescente partecipazione generale. Il Cosmos New York ha da poco ingaggiato Pelé e sta creando una squadra di grandi nomiper sviluppare quell’interesse ritenuto ancoratroppo embrionale. Una mattina il bomber della Lazio viene raggiunto dalla telefonata di un consulente della squadra dell’Hartford Bicentennials, che gli propone di giocare un’amichevole contro la Nazionale polacca. Chinaglia accetta e la Lazio dà l’autorizzazione. È un successo mediatico strepitoso. Stampa e Tvsi occupano del numero 9 italiano con servizi e trasmissioni inusuali per qualsiasi calciatore negli Stati Uniti. All’improvviso matura nel diretto interessato un pensiero che potrebbe turbare il sonno di molti, anche il suo: si può anche non aspettare la fine della carriera e affrettare i tempi per il trasferimento definitivo. Buona parte dell’opinione pubblica italiana vivrà la concretizzazione di quell’idea come un tradimento verso la Lazio e verso il calcio italiano, senza mai cercare di approfondire i perché di una scelta così radicale e, al di là di facili congetture, così sofferta.

WHO’S THAT GIORGIO. La scelta degli States risulta incomprensibile se non si entra per un attimo nella storia personale di Giorgio Chinaglia. Il futuro cannoniere della Lazio e della Nazionale italiana nasce a Carrara nel 1947 ma da bambino è costretto a emigrare per raggiungere la famiglia in Galles. Una condizione che forma un carattere duro e impulsivo, ma che rafforza anche la voglia di emergere in un mondo ostile. Non è l’inemicizia dell’ambiente a fermarlo, perché a quella è abituato. Non sono dunque i tifosi della Roma, quelli che talvolta lo aspettano sotto casa per rendergli la vita difficile, a fargli cambiare marciapiede alla metà degli anni ‘70. Né ci riesce una stampa pronta a colpirlo ogniqualvolta lui offre il pretesto per attaccarlo. Ma alla fine, la somma farà il totale. Al di là delle apparenze, uno come Long John è vulnerabile soprattutto sul piano affettivo. Per resistere, in effetti resiste. Ma poi si sente solo e ne soffre. La malattia di Tommaso Maestrelli rientra appieno in questo turbinio di stati d’animo. Come se non bastasse, con il nuovo allenatore Giulio Corsini il rapporto è pessimo e ciò che con pazienza Maestrelli ha costruito, il conflitto fra tecnico e spogliatoio stanno distruggendo alla svelta. La squadra va male e a metà campionato rimane impelagata nella zona retrocessione. La sera del 25 aprile 1976, dopo Lazio-Torino, il campione parte definitivamente per andare a giocare al Cosmos di New York chiudendo così la sua avventura in biancoceleste, dopo 209 partite in campionato e 98 reti.

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YES, GIORGIO. Il soccer americano non è particolarmente complicato per uno come Chinaglia. L’intesa con Pelé stenta a decollare ma poi i due danno spettacolo insieme. Giorgio non sfigura al cospetto di O’Rey, anzi più di una volta è lui a rubare la scena all’altro. L’esordio contro il Los Angeles Aztecs di George Best è l’apoteosi: finisce 6-0 con due gol dell’ex biancoceleste. Sta andando tutto per il meglio, ma il 2 dicembre 1976 una tragedia lo sconvolge. Raggiunto dalla notizia della morte di Tommaso Maestrelli, ritorna in fretta a Roma per i funerali e accompagna la bara piangendo. Gioca e vince campionati, classifiche dei marcatori più di Pelé, va in tournée in tutto il mondo e gioca perfino contro la Lazio, accolto con affetto dai tifosi, che hanno capito i motivi di un addio così lacerante. Diviene il più popolare giocatore di soccer, surclassando figure del calibro di Neeskens, Beckenbauer e Carlos Alberto. È a tutt’oggi il giocatore con più segnature nella storia del calcio professionistico nordamericano. Cifre alla mano, è anche il bomber italiano più prolifico di sempre per i vari campionati di massima serie su scala mondiale,con 319 segnature complessive. È al 47° posto, superato proprio in questo periodo da Zlatan Ibrahimovic.

NO, GIORGIO. Nel 1983 torna a Roma, diventa presidente della Lazio e l’inizio della nuova impresa lascia ben sperare. Ma poi l’inesperienza legata a una certa ingenuità di fondo, la defezione improvvisa di alcuni supporti finanziari e – va pur detto – un fondo d’incompetenza gestionale, fanno fallire il progetto in pochi anni. Passata la mano a Franco Chimenti e poi a Gian Marco Calleri, Chinaglia torna negli Stati Uniti, in Florida, dove si stabilisce con la sua nuova compagna. Sebbene abbia lasciato le macerie, il popolo laziale continua a tributargli affetto. Il motivo è semplice: malgrado tutto, i tifosi gli riconoscono buona fede, anzi eccesso d’amore per la squadra, in un settore in cui vincono soprattutto cinismo e assenza di sentimenti. Dopo una serie di incursioni in Italia tra business e attività di commentatore sportivo in tv, torna alla ribalta delle cronache nel 2006. Come se Calciopoli non fosse abbastanza, in quel periodo si parla di Giorgio Chinaglia come del capofila di un sedicente gruppo chimico ungherese pronto a rilevare la società dalle mani del presidente Claudio Lotito. In realtà, dietro all’operazione ci sarebbe il clan dei Casalesi pronto a entrare nel mondo del calcio, riciclando denaro sporco e sfruttando la presenza di personaggi carismatici, probabilmente all’oscuro della vera identità dei finanziatori. Consapevole o no, nei confronti di Chinaglia scatta più di un mandato di cattura. Il bomber rimane latitante negli Stati Uniti e per sfuggire all’arresto non farà mai più ritorno in Italia.

BACK HOME, GIORGIO. Pochi giorni dopo la sua scomparsa, agli ex compagni Pino Wilson e Giancarlo Oddi viene l’idea di riportare le spoglie dell’amico Giorgio a Roma. I parenti di Tommaso Maestrelli mettono a disposizione la tomba di famiglia al Cimitero Flaminio di Prima Porta. L’idea viene accolta con favore dai figli di Giorgio, ma bisogna attendere la sentenza di un tribunale statunitense prima di avere il via libera. Il 15 settembre 2013 un aereo con a bordo la bara dell’ex campione atterra a Fiumicino. Il giorno successivo viene allestita una camera ardente presso la Chiesa del Cristo Re a viale Mazzini e nel pomeriggio viene celebrata una messa di suffragio. Migliaia sono i tifosi che vengono a rendergli omaggio, non tutti laziali. Più tardi Giorgio Chinaglia viene tumulato accanto a Tommaso Maestrelli. Da allora lui e il Maestro hanno tutto il tempo per parlare di Lazio. E forse anche adesso lui vorrà avere l’ultima parola. Sempre con molto rispetto verso il tecnico, però. Perché assieme a loro c’è anche la signora Lina, moglie di Tommaso, e quell’ipotetico 2 contro 1 potrebbe essere fatale anche a un indomabile come Long John.

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