Nel bene e nel male … FRANKIE DETTORI.

di DIEGO MARIOTTINI

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28 settembre 1996 Ascot, Inghilterra. La cittadina britannica è celebre nel mondo per il suo ippodromo, dove corrono soltanto cavalli purosangue. Ronzini non se ne vedono proprio, da quelle parti. Quel pomeriggio un pezzo di Italia si lega a un record eccezionale, non ancora battuto a oltre 20 anni di distanza. E forse neppure battibile, perché oltre il 100% di un’impresa non si può andare. Il fantino di origini sarde Lanfranco Dettori, meglio conosciuto come Frankie, vince tutte le 7 gare in programma. L’Inghilterra sbigottisce, il mondo anche. Un’impresa del genere va su tutti i giornali, compresi quelli non sportivi. Anche per i nostri colori c’è motivo di orgoglio, sebbene Dettori viva e lavori da anni in Gran Bretagna. Per un giorno (ma anche qualcosa di più) sui tabloid nazionali il calcio deve fare spazio a qualcosa di inaudito. Se prima di quel 28 settembre Frankie era una celebrità, da quel momento è un mito. La carriera di un grande fantino, figlio d’arte. Imprese eccezionali e cadute rovinose, non soltanto da cavallo.

FIGLIO DI COTANTO PADRE. Lanfranco Dettori ha un grande talento. Ma ha anche di fronte a sé una montagna alta e molto impervia da scalare. Quando sei figlio di un grande campione e fai lo stesso mestiere di tuo padre, la vita può essere dura. Il paragone è sempre dietro l’angolo e raramente se ne esce illesi. Qualsiasi successo, anche importante, contiene in sé un cono d’ombra molto ampio e ritrovare la luce non è semplice. La montagna in questione è Gianfranco Dettori, una leggenda dell’ippica italiana. Un supervincente venuto dal nulla e scoperto campione quasi per caso. Vale la pena di raccontare brevemente questa storia, perché è esemplare della prepotenza naturale del talento, quando esso c’è. Alla fine degli anni 60 Gianfranco Dettori, classe 1941, è emigrato dalla Sardegna a Roma.Il suo sogno è quello di diventare un fantino ma per vivere si adatta a fare un po’ di tutto. Tra i vari lavori che in quegli anni svolge, viene assunto all’Ippodromo delle Capannelle come uomo di pulizia dei cavalli e delle scuderie. Non ha ancora mai cavalcato, ma a forza di frequentare quadrupedi, ha capito molto della loro natura e del temperamento che distingue ronzini e purosangue. Ci vuole comprensione con i cavalli, ma loro devono sempre sapere chi comanda. E lui non è tipo da farsi sottomettere, né da bipedi né da quadrupedi. Un giorno decide di cavalcarne uno ritenuto da tutti particolarmente ostico e, sia pure con uno stile ancora da rivedere, lo doma. Il cavallo sarà anche duro, ma ha trovato pane per i suoi denti. Dettori scopre così di avere una grande capacità, un talento che va affinato e utilizzato al meglio. Nasce di fatto quel giorno la carriera di un fantino capace di vincere 3798 volte, secondo assoluto nella storia dell’ippica italiana. All’inizio degli anni 90 il campione decide di ritirarsi. Anche suo figlio Lanfranco è molto bravo e Gianfranco decide di seguirne al meglio lo sviluppo della carriera. C’è una parte della patrimonio tecnico che risiede nella tempra e che non si può tramandare, ce l’hai o non ce l’hai, ma da un uomo come Dettori senior si può imparare tantissimo altro.

L’EROE DEI DUE MONDI. All’età di 15 anni Lanfranco Dettori (nato a Milano nel 1970) si trasferisce in Inghilterra. Per l’esattezza a Newmarket, nella contea di Suffolk. È una zona del Paese in cui lo sport ha grande importanza e nella quale sono nate personalità di spicco come il re della Formula 1, Bernie Ecclestone. Da quelle parti tifano quasi tutti per l’Ipswich Town, ma lì il calcio è costretto a dividere la sua importanza anche con altre discipline. Con l’ippica, per esempio. Il ragazzo ha tutto del bravo fantino. Statura piccola, il temperamento che dicevamo, voglia di vincere, ottimi esempi familiari. Ma ciò che il DNA concede in termini di talento, spesso la vita lo riprende in termini di pressione e di termini di paragone. È l’intelligenza di Dettori senior a evitare sovrapposizioni nocive: suo figlio Frankie (come lo chiamano nell’ambiente) è fantino perché è bravo, non per via del cognome. Dunque, deve aiutarlo a seguire una strada simile alla sua, ma in modo differente. Senza problemi economici, solo desiderio di migliorarsi e di vincere. Del resto, è come se una linea invisibile unisse le generazioni. Gianfranco ha imparato il mestiere da Andrea Degortes (il mitico Aceto, star per anni del Palio di Siena), Frankie assimila dal padre e da persone di fiducia di Gianfranco. Come Luca Cumani, un altro grande fantino italiano che ha fatto fortuna oltre la Manica.In Italia non c’è futuro, sostiene chi è vicino al ragazzo, bisogna formarsi necessariamente in Inghilterra. La vita nel Suffolk non è semplice perché le abitudini e i ritmi cambiano in modo radicale. Nei confronti degli italiani un certo pregiudizio esiste e il regime alimentare inglese a Frankie proprio non piace. Ma a tutto ci si abitua, se si ha un obiettivo chiaro nella testa. Per esser campioni bisogna sognare da campioni. Ma poi è necessario concretizzare a occhi aperti, altrimenti i sogni sono soltanto illusioni e i sognatori si chiamano frustrati.

UNA GIORNATA PARTICOLARE. Sono passati diversi anni da quando un ragazzino, spaurito ma non troppo, viene messo in mani sapienti per diventare un fantino. Ora nell’ambiente lo chiamano “il mostro” e non certo perché è brutto. Perlomeno, c’è di molto peggio sul piano estetico. Forse sarebbe più adatto “il cannibale”, ma a prendersi quel “nom de plume” hanno pensato nei decenni passati Eddy Merckx nel ciclismo e Giacomo Agostini nel Moto GP. Questioni anagrafiche. Ma ciò che accade il 28 settembre di 22 anni fa è davvero l’opera di un cannibale. Ascot, non è un semplice ippodromo, è un templio dell’ippica mondiale. Già il semplice fatto di essere presente è l’indice chiaro di un valore molto alto. Quel pomeriggio Frankie Dettori trascende quel valore e passa direttamente alla storia. 7 corse in programma, le vince tutte. Nessuno avrebbe creduto in un’impresa del genere, ma non per sfiducia. Semplicemente perché il Magnificent Seven è qualcosa che non ha dell’umano. Nessuno avrebbe creduto nell’impresa ? Non è così, a dire il vero. Uno infatti c’è. Non si è mai saputo il nome e il cognome, ma uno scommettitore in vena di follie punta il corrispettivo di 100 mila lire italiane su Frankie 7 volte vincitore. Grazie a quell’intuizione guadagna qualcosa come un miliardo e mezzo e di certo cambia completamente la sua vita. Il mondo ha un riccone in più. L’ippica, una leggenda vivente. Che Frankie fosse un jockey molto capace, Gianfranco l’aveva capito quasi subito. Forse però, non fino a questo punto. 

DALLE STELLE ALLE STALLE (E POI DI NUOVO SU). Per 18 anni, fino al 2012, Frankie Dettori è prima monta del team Godolphin, di proprietà dello sceicco emiratino Mohammed bin Rashid Al Maktum. Il lungo sodalizio porta un numero di successi impressionante. Vince ovunque: negli Usa, in Giappone, a Dubai e a Melbourne, oltre che in Inghilterra, per un totale di 553 Gran Premi.Poi nel 2012 il rapporto con il team s’incrina all’improvviso. Poco dopo, a Parigi il jockey italiano viene trovato positivo alla cocaina. Gli viene comminata una squalifica di 6 mesi ma è soprattutto il danno d’immagine a fare molto male. Poi ci si mette anche la sfortuna. Quando rientra in pista nel 2013, è pronto per correre all’Arc de Triomphe, ma un incidente a pochi giorni dalla manifestazione cambia tutti i programmi. È un momento molto duro per Lanfranco Dettori detto Frankie, forse il peggiore. Qualcuno lo dà per finito, ma non soltanto i cavalli possono essere purosangue: il talento fa la differenza, ma il carattere crea le distanze. E poi le mantiene. È il 4 ottobre del 2015 e Frankie ci riprova. “L’Arc” è sempre quello “de Triomphe” e la pista è ancora quella di Longchamp. Al vincitore andrà un premio di 5 milioni di euro. Il cavallo è Golden Horn e il fantino è sempre lui. Una corsa mitica, a 45 anni il numero 1 assoluto è ancora Frankie Dettori. È lui a salire sul podio parigino per la quarta volta in carriera, forse la volta più bella. Chi lo dava per finito, è costretto a mutare opinione. Sta qui l’importanza di credere in se stessi sempre, non soltanto nei momenti di gloria. Troppo facile, nei momenti in cui la propria stella splende.

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STUART SUTCLIFFE: The lost Beatle

di CRISTIAN LAFAUCI

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“Carissima Astrid, faccio ancora fatica ad accettare che Stu non sia più tra noi. Era molto di più di un caro amico , ne abbiamo fatta di strada insieme… Gli volevo sinceramente un gran bene , ed è durissimo per me pensare che sia potuto finire tutto così , improvvisamente ; non è giusto… Da un lato mi imbarazza quasi venire a dire queste cose proprio a te : so quanto vi amavate , comprendo che per te il momento sia difficile e doloroso , ti sono vicino e ti invito a farti coraggio e a cercare di andare avanti .

Quando hanno seppellito Stu qui a Liverpool , ho incontrato Millie , sua madre , dopo il funerale . Mi diceva che le avevi scritto spiegandole che non saresti stata presente da quanto stavi male ; lo capisco , è umano e logico , non c’era neanche John , anche lui era distrutto dal dolore per la sua perdita . Allo stesso modo , quando ero venuto tempo fa a trovarvi ad Amburgo , ho avuto occasione di conoscerti ed ho capito che sei una donna forte e in gamba , perciò sono certo che nonostante il dolore che stai provando , riuscirai a riprenderti e a ripartire al meglio e al più presto .

Ho ripensato spesso in questi ultimi giorni a quando ero da voi in Germania : era stato un periodo splendido , spensierato , ricco di allegria , aveva fatto davvero bene anche a me stare in vostra compagnia , Stu poi era in un autentico stato di grazia , non lo vedevo così dai tempi del College of Art a Liverpool , si capiva che stare insieme a te era quello di cui aveva bisogno , lo stavi aiutando a ritrovare la sua vera strada . Ricordo che nelle giornate trascorse insieme , tu mi chiedevi spesso di raccontarti di Stu quando viveva ancora qui in Inghilterra , poi però , come spesso accade , eravamo tutti talmente indaffarati in quello che stavamo facendo , da scordarci di parlarne . Adesso ti dirò di quegli anni , delle origini della nostra amicizia , cercherò di darti quella parte della vita di Stu che non conoscevi , è giusto che tu la abbia nei tuoi ricordi e nel tuo cuore sarà in ottime mani , la affido a te come una delle cose più preziose che ho al mondo . Ci siamo conosciuti nel ’56 , lui aveva appena terminato gli studi alla Prescot Grammar School e gli avevano offerto un posto al Liverpool College of Art , dove ci siamo incontrati per la prima volta ; lui aveva sedici anni , io già diciannove .

Abbiamo iniziato a legare durante le lezioni del professor Ballard , Stu era davvero bravo , brillante , con una poliedricità fuori dal comune , spaziava tra la routine e l’imitazione dei diversi stili con una disinvoltura ed una naturalezza che non ho mai visto altrove….per lui riprendere gli schemi di Matisse o Michelangelo non era affatto un problema . Ballard rimase letteralmente conquistato da lui , diceva che Stu era rivoluzionario e tutto quello che faceva crepitava di eccitazione…. Ma non era apprezzato solo da Ballard , in breve tempo divenne come un mito per tutti gli studenti della scuola ; e non è che fingesse , si atteggiasse o altro , era semplicemente e meravigliosamente se stesso .

Aveva una venerazione per Cybulski , quell’attore che chiamavano il ” James Dean ” polacco e , proprio come lui , iniziò a girare con un paio di occhiali scuri ; gli piaceva quell’aspetto da bohemiene e lui sapeva renderlo ancor più affascinante . Ma sarebbe ingeneroso limitarsi a descriverlo così , la verità è che pur essendo eclettico era prima di tutto un ragazzo profondo , di ampia cultura e sensibile . Mi raccontava di quando , da bambino , si trasferirono dalla Scozia qui a Liverpool : suo padre lavorava nei cantieri navali a Birkenhead e al termine della guerra prese a navigare .

Abitavano in periferia a Huyton , purtroppo il padre era più propenso a bere che ad essere un buon marito , così toccava a Stu prendersi cura della madre . Vicino all’istituto d’arte c’era un pub , il ” ye cracke ” , e lì dentro nacque una pazza e splendida idea : l’eco della beat generation era giunto anche nel Merseyside , così decidemmo di creare il gruppo dei ” Dissenters ” , anche per dare alla città un profilo underground .

Era un gruppo culturale molto eterogeneo , oltre a Stu ed al professor Ballard ne facevo parte anch’io , c’era Bill Harry , più orientato verso ambizioni giornalistico – letterarie , e ovviamente ci stava pure John ; non eravamo in tanti , ma chi ne faceva parte non era certo sprovvisto di talento…. Onestamente John di arte non è che ne capisse più di tanto , fu infatti Stu a permettergli di approfondire notevolmente la sua conoscenza in materia , ricordo tra loro discussioni infinite ad esempio sugli aspetti innovativi o anticonvenzionali di Van Gogh o degli impressionisti francesi .

Nel 1959 proposi a Stu di trasferirci insieme in un appartamento a Gambier Terrace , lui che prima stava in un monolocale in Percy Street , accettò con entusiasmo e poco dopo ci raggiunse anche John . Quella casa divenne il nostro quartier generale e il ricordo di quei giorni é qual cosa di meraviglioso : io e Stu ci deficavamo alla pittura ( pensa che lui si era preso una stanza per sé come suo atelier ) , inoltre lì dentro si svolgevano dibattiti culturali e persino le prove della band che John aveva messo su . In quel periodo era ispirato dalla musica di Elvis e si era messo in testa di voler tentare la fortuna con il rock’n’roll .

Si capiva subito che suonare per lui era la grande passione della sua vita , anche se agli inizi devo confessarti che non era molto abile con la chitarra… Per sua fortuna ci stavano George e Paul che ci sapevano fare alla grande , erano uno più bravo dell’altro e un poco alla volta aiutarono John a migliorare notevolmente ; se ben ricordo , agli inizi si facevano chiamare ” Quarrymen “. Nel novembre del ’59 Stu presenta un suo dipinto alla biennale d’arte che era ospitata dalla Walker Art Gallery e la John Moores Foundation lo acquista per la ragguardevole cifra di 65 sterline . Nel frattempo però pareva che la musica potesse spodestare in lui la passione per l’arte ; infatti , in compagnia di John e degli altri , cominciava a frequentare la scena musicale cittadina . Andava spesso al Jacaranda club e una volta mi chiese di realizzare insieme a lui dei murales per gli interni del locale che gli erano stati commissionati dal proprietario . Intanto Paul e John gli propongono di entrare nel gruppo con loro come bassista ,lui accetta , coi soldi della vendita del quadro acquista un basso elettrico e inizia a provare con la band .

Qui però inizia un periodo piuttosto particolare : da un lato Stu prendeva il suo ruolo all’interno del gruppo come un divertimento , lui suonava in maniera decisamente amatoriale ; pensa che una sera ero andato a sentirli suonare in un club dove lavorava la madre di Pete , il batterista , e lui si esibiva dando le spalle al pubblico ; credimi , anche se poteva sembrare una trovata un po’ spaccona , in realtà mi spiegò che glielo avevano suggerito gli altri , era un modo per mascherare le sue lacune nel maneggiare lo strumento , e al contempo , per sembrare quel tantino arrogante , però devo ammettere che il pubblico apprezzò l’espediente .

Allo stesso modo una volta mi confessò tutti i suoi dubbi nei confronti di quelli ( ed erano parecchi , credimi…) che lo ritenevano un pittore di grande talento ; addirittura mi disse la sua intenzione di lasciare le arti figurative e di partite per Amburgo per andare a fare gavetta a suonare nei locali della città . Era inconcepibile per me che uno capace come lui decidesse di mollare con la pittura per andare in un gruppo rock , d’altronde lui era prima di tutto un caro amico , perciò se gli stava bene ed era ciò che voleva , io non potevo che esserne contento e sostenerlo .

Inoltre ricordo che un giorno Stu disse a John che il vecchio nome della band non andava bene e gli suggerì ” Beetles ” , John gli diede quella modifica in ” Beatles ” e l’idea stette bene a tutti e cinque . Da quando , nel 1960 , giunse ad Amburgo , tu ne sai decisamente più di me , però ti voglio rendere partecipe di ulteriori elementi , vale a dire quello che mi raccontava nelle numerose lettere che mi scriveva quando era in Germania , a cui ogni volta rispondevo con enorme piacere .

Tramite le sue parole sembrava di stare anche a me in quei locali fumosi della zona del porto tra marinai , belle ragazze , rock’n’roll suonato tutta la notte , sudore , birra in quantità e anfetamine per non sentire ne la fame ne la stanchezza . In un’occasione mi scrisse che durante un concerto al Kaiserkeller club incontrò alcuni studenti tedeschi d’ispirazione esistenzialista tra cui una ragazza che colpì particolarmente la sua attenzione : ” si chiama Astrid ed oltre ad avere un aspetto incantevole è davvero speciale , intelligente , colta e con una mente capace di mettere in secondo piano la sua bellezza….credimi Rod , non ho mai incontrato una ragazza così , oltre a toccarmi il cuore , è la medicina migliore per il mio spirito e il mio cervello ” .

Sono andato a cercare quella lettera ed ho voluto riferirti le sue esatte parole , ho ritenuto fosse doveroso nei tuoi confronti . Quando mi mandò le foto che tu scattasti alla band , mi spiegò che anche il cambio di abbigliamento e di pettinatura furono una tua idea ; molto azzeccata aggiungo io , in quella versione da te suggerita avevano un’immagine decisamente più al passo coi tempi . Non puoi immaginare la gioia quando mi scrisse che stava seriamente pensando di riprendere gli studi artistici , perché sentiva che la sua vera strada era quella .

In fondo era solo questione di tempo , anche perché lui non era mai stato convinto completamente di diventare un musicista , non aveva quella feroce determinazione di John e degli altri , ed anche in virtù di ciò , i rapporti tra loro si stavano deteriorando tra liti , contrasti e discussioni . E secondo me è stata proprio la tua presenza al suo fianco a fargli capire realmente cosa volesse fare della sua vita , perciò per il bene che gli ho voluto , non posso che ringraziarti dal più profondo del cuore .

Nel giugno del ’61 mi disse che aveva lasciato il gruppo ( nel frattempo tornato qui a Liverpool ) e che si era iscritto ad una scuola d’arte ad Amburgo . Le lettere che ne seguirono mi davano l’idea di un uomo felice : il vostro rapporto che procedeva nel migliore dei modi , così come il suo piano di studi , prima presso il dipartimento di scultura diretto da Gustav Seitz , in seguito sotto la sapiente guida di Eduardo Paolozzi ; l’apprezzamento dei suoi docenti e degli addetti ai lavori , il suo stile che , partito dai modelli di Van Gogh e Cézanne , si stava spostando verso un astrattismo ispirato dai maestri contemporanei .

Nei primi mesi del ’62 mi parlò di attacchi di emicrania sempre più frequenti e fastidiosi , poi un giorno di aprile incontrai sua madre in lacrime che mi mise al corrente che Stu era deceduto improvvisamente durante una lezione alla scuola d’arte . In seguito Millie mi parlò di aneurisma , di un’emorragia cerebrale , di una frattura pregressa al cranio che avrebbe potuto essere la causa ; subito ripensai a quella volta in cui ci fu quella rissa con quei teddy boys durante la quale Stu si prese un calcio in testa….ma ormai non cambia niente , lui non è più qui e niente e nessuno potrà restituircelo….

Sono qui nel mio studio a fissare un suo lavoro di qualche anno fa e sono talmente afflitto che non ho neanche la forza di piangere . Solo due cose riescono in parte a mitigare il dolore : la prima è il pensiero di come Stu abbia vissuto al meglio e come avrebbe voluto i suoi giorni . La seconda , che nonostante il tragico epilogo e la nostra attuale sofferenza annessa , è stato uno splendido dono avere avuto uno come lui vicino a noi in questi anni , piuttosto che non averlo mai avuto…

Ti sono vicino e ti abbraccio idealmente . Se un domani la vita ti porterà qui a Liverpool , sappi che per quanto mi riguarda , sarai l’ospite più gradita al mondo .

Con sincero affetto Rodney Murray

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PIERMARIO MOROSINI: Corro perchè non posso fermarmi a pensare.

di Remo Gandolfi

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“Cosa sarebbe la mia vita senza il calcio ?

Me lo sono chiesto tante volte in questi anni.

Le prove che ho dovuto affrontare sono state tante, e durissime.

Ho perso mia madre e mio padre nel giro di due anni quando ero ancora un ragazzo.

Quando ancora senti che le tue gambe non sono forti abbastanza per camminare da solo nella vita.

Quando senti che avresti ancora tanto bisogno di loro …

Ho tenuto duro, anche se è stato tutt’altro che facile.

Mio fratello invece non ce l’ha fatta.

Era disabile e dipendeva quasi totalmente da loro.

Pochi mesi dopo la morte di mio padre ha scelto di farla finita.

Mi era rimasta mia zia Miranda e un’altra sorella, anche lei disabile, ricoverata in un Istituto.

Io però avevo il calcio, che mi ha dato la forza di andare avanti in quei momenti.

Perché per fortuna c’era sempre una partita da giocare la domenica successiva … e a quella partita andavano tutti i miei pensieri permettendomi di uscire da quell’infinito “loop” di tristezza e sconforto.

Negli allenamenti e nei 90 minuti di partita riuscivo a dimenticare tutto.

I miei compagni, gli allenatori e i dirigenti che continuavano a chiedermi “ma quanto corri Pier ?”

Devo correre.

Sempre.

In ogni allenamento e per tutti i 90 minuti di una partita.

Perché se mi fermo PENSO.

E non posso permettermelo.

Nel calcio ho messo tutto me stesso e sono arrivate tante soddisfazioni.

Ho giocato in tutte le Under Nazionali, da quella Under 15 fino alla Under 21.

In quest’ultima ci ho giocato ben 18 partite.

Agli Europei di categoria del 2009 agli ordini di Mister Casiraghi c’erano degli autentici fenomeni.

Balotelli, Marchisio, Giovinco, Candreva … tutta gente che ha già fatto e che farà ancora tanta strada.

Io sapevo bene già da allora che non ero un fenomeno.

Mi limitavo a correre più di tutti gli altri !

Adesso ho quasi 26 e so bene quale è il mio posto nel mondo del calcio.

Non giocherò mai in Nazionale e di sicuro non ci saranno mai i grandi Club e a fare la fila per il mio cartellino.

In Serie A ci ho giocato e forse ci giocherò ancora in futuro, ma in qualche squadra di provincia, di quelle che per rimanerci in Serie A devono lottare e correre più di tutte le altre.

… beh, se c’è da correre io sono pronto !

Un sogno però ce l’ho ancora.

Anche se so che sarà durissima.

Giocare per la squadra che amo, quella per la quale facevo il tifo fin da bambino quando mi ero innamorato di quella maglia blucerchiata, così bella e diversa da tutte le altre.

Innamorato perdutamente di quel numero 10 che faceva magie che io potevo solo immaginare … Roberto Mancini.

Io non mollo. Sognare non costa nulla e un giorno chissà …

Nella mia vita da 5 anni è arrivata Anna, la mia fidanzata.

Da quando c’è lei tutto è cambiato. Sento tanta forza dentro.

Gioca a pallavolo in Serie C ma appena può mi raggiunge a Livorno, dove gioco ora.

Sono arrivato a gennaio, in prestito dall’Udinese, la società proprietaria del mio cartellino.

Ci siamo innamorati subito della città e della sua gente, così vera, onesta e appassionata.

Purtroppo è una stagione difficile.

Non stiamo facendo bene e anzi, dobbiamo stare attenti a non scivolare ancora più in basso di dove siamo attualmente.

Insomma, dovremo lottare.

E dovremo correre.

Io, ormai lo sapete, sono pronto.”

 

E’ il 14 aprile del 2012.

Allo stadio Adriatico di Pescara i padroni di casa stanno affrontando il Livorno.

Sono due squadre con un blasone importante, con tante stagioni in Serie A nel recente passato.

Serie A che è esattamente dove queste due società ambiscono a tornare al più presto.

Ma mentre il Pescara ha già praticamente un piede nella massima serie per il Livorno è stata fino a quel momento una annata tribolata e di poche soddisfazioni.

Il pericolo di una retrocessione in C è tutt’altro che scongiurato.

Il Pescara è primo in classifica e gioca un gran bel calcio.

In panchina c’è Zdenek Zeman, il controverso allenatore boemo che a Pescara sta costruendo un autentico gioiellino. In campo, tra gli altri, ci sono 3 giovanotti dal futuro assicurato; si chiamano Ciro Immobile, Lorenzo Insigne e Marco Verratti.

La partita però prende una piega inaspettata e sorprendente.

Il Livorno, dopo poco più di un quarto d’ora, è già in vantaggio 2 a 0.

Gli amaranto lottano su ogni pallone come guerrieri apache e corrono come i keniani degli altipiani.

Si sta delineando un risultato sorprendente che è una mazzata per le ambizioni dei ragazzi di Zeman ma che è oro puro per Morosini e compagni.

Piermario è in campo e fa appieno la sua parte.

Come al solito.

“Morsica” i polpacci di Verratti e degli altri centrocampisti del Pescara, recupera palloni su palloni e li distribuisce con semplicità e intelligenza.

Da quando è arrivato è titolare indiscusso della squadra diretta da Armando Madonna, subentrato a stagione in corso a Walter Novellino.

Siamo alla mezz’ora di gioco quando in una azione offensiva del Pescara accade improvvisamente qualcosa.

Piermario Morosini sta rientrando per dare una mano in difesa quando sembra perdere l’equilibrio.

Il campo è reso scivoloso dalla pioggia.

Si rialza una prima volta, poi cade e tenta ancora di rialzarsi …

No. Non è la pioggia o il terreno scivoloso.

Piermario ha un malore.

L’ultima volta cade in avanti, in maniera innaturale.

La percezione che qualcosa di grave sta accadendo al giovane centrocampista bergamasco è immediata.

Ci sono momenti confusi e convulsi, c’è purtroppo tanta disorganizzazione e tante cose che non funzionano come dovrebbero.

Finalmente l’ambulanza può correre verso l’ospedale di Pescara.

… ma il cuore di Piermario si è fermato e dopo più di un’ora di inutili tentativi smetterà per sempre di battere.

Una rara malattia dicono.

“Cardiomiopatia aritmogena”.

Sono queste due quasi impronunciabili parole a portarsi via questo ragazzo che alla malasorte aveva già dato in pochi anni quello che in tanti non danno neppure in una vita intera.

Piermario, che anche nei momenti peggiori non aveva mai smesso di lottare, che non si era mai fermato a piangersi addosso ma che anzi continuava a ripetere che quelle esperienze tragiche e terribili lo avevano forgiato, dandogli quella rabbia in corpo che era diventato il suo principale combustibile, quello che gli permetteva di correre più di tutti gli altri e di arrendersi sempre per ultimo.

Grazie a questo erano arrivate quelle soddisfazioni professionali che i suoi genitori avevano sempre supportato e spinto a coltivare.

Questo … e l’amore di Anna, con le ultime dolcissime foto insieme in una piccola gita all’Isola d’Elba.

Ora, come ricorda il compagno di squadra e amico Roberto Baronio, “ha raggiunto la sua famiglia ed è lassù, da qualche parte con loro”.

… e di sicuro Piermario avrà già trovato un prato ed un pallone dove ricominciare a correre.

 

 

 

Come sempre la prima parte raccontata in prima persona è “romanzata” da parte di chi scrive ma corroborata da tante interviste, articoli e aneddoti su questo bravissimo e sfortunato ragazzo che ha lasciato un grande ricordo in chiunque lo abbia conosciuto

 

GILLES VILLENEUVE: Le reti di Zolder.

di RENATO VILLA

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1. 

Piangono ancora, le reti di Zolder.

Lo hanno accolto teneramente in un abbraccio che era la fine del suo viaggio terreno, al termine del suo ultimo volo.

Perchè quel piccolo cavaliere indomito, nel mondo degli umani, aveva un soprannome che ne descriveva e raccontava le doti acrobatiche.

Semplicemente, lo chiamavano “l’aviatore”.

2.

Quel soprannome veniva da lontano, e più precisamente dal Giappone.

Già, perché lì, qualche anno prima, era avvenuto un incidente pauroso, tragico e spettacolare che era costato la vita a un paio di spettatori che avevano violato le regole della pista, tra lui, giovane acrobata canadese, e il navigato acrobata  sceso dai ghiacci svedesi Ronnie Peterson.

E, a dargli quel soprannome dopo quel fatto, non era stato un tifoso, ma il più grande personaggio di tutto il mondo della Formula 1.

Enzo Ferrari.

Il Drake.

3.

Poi ci fu il Gran Premio d’Italia dell’anno seguente a segnare il ragazzo venuto dal freddo.

Partiva in prima fila, a stretto contatto con il pilota che stava dominando il mondiale, Mario Andretti.

Alla partenza loro due sparirono in lontananza, ma subito le bandiere rosse bloccarono la loro fuga.

Era successo qualcosa.

Di grave.

In fondo al rettilineo la schiuma degli estintori aveva completamente ricoperto una monoposto.

La riconobbero subito.

La Lotus numero sei.

La macchina di Ronnie.

Improvvisamente l’”Aviatore” si sentì stringere lo stomaco.

Sapeva che probabilmente non si sarebbero rivisti mai più.

Così pensò “devo vincere questa gara”.

Era la stessa cosa che pensava Mario Andretti.

Il compagno di squadra di Ronnie.

Alla seconda partenza schizzarono via veloci.

Ronnie non c’era, e non ci sarebbe stato più.

E schizzarono via troppo presto, in anticipo sul semaforo verde.

Quanto bastava per prendersi un minuto di penalizzazione e perdere la gara.

Ma nel loro cuore l’avevano vinta.

4.

“Ormai la gara sta finendo. Jab ha praticamente vinto, siamo a poco più di tre giri dalla fine e se non gli succede qualcosa va tranquillo.

Dietro di me ho il suo compagno di squadra, Arnoux.

E la sua Renault, come quella di Jab, monta un motore turbo.

Ma io non mollo, la seconda posizione deve rimanere a me. Ci tengo, in fondo in questa gara sono stato il solo a contrastare le Renault”.

Gli ultimi tre giri della gara di Dijon sono passati alla storia come la sequenza più incredibile di sorpassi e controsorpassi della storia della Formula 1.

Molto aveva fatto la pista, veloce e che favoriva gli acrobati, e tantissimo aveva fatto il coraggio di due piloti che fino alla fine avevano combattuto per un semplice secondo posto.

Quello che di solito non si ricorda.

Ma, a volte, invece, non viene ricordato chi vince.

5.

Lo adorarono per un giro percorso su tre ruote.

Una maledetta gomma dechappata subito dopo l’ingresso dei box creò il mito.

Zandvoort è una pista strana, con un curvone a centottanta gradi già difficile da percorrere in condizioni normali, figuriamoci su tre ruote.

Ma lui riuscì a tornare ai box.

Ovvio, non che poi la cosa gli sia servita a poter continuare.

Ma il mito dell’acrobata era nato e non sarebbe mai morto.

Perché dopo Dijon e dopo Zandvoort la gente adorava quel ragazzo schivo che faceva dell’acrobazia la sua ragione di essere.

Perché per lui non era importante vincere.

Era importante diventare leggenda.

6.

E’ già difficile, con un turbo, vincere su certe piste, nelle quali un sorpasso è un ‘impresa.

Vincere nel salotto buono di Montecarlo con un turbo è impresa da pochi eletti.

E quella domenica del maggio 1981 fu lo spartiacque tra i piloti normali, i bravi piloti, i grandi piloti e i creatori di miracoli.

Perché a Montecarlo si vince con l’aspirato, che è più agile e concede una migliore guidabilità, visto che i motori turbo di quest’epoca sono ancora imperfetti, mentre il vecchio caro aspirato  è affidabile e non risente degli sbalzi di ritmo di questo percorso-salotto.

Ma… c’è sempre un “ma”.

E quel “ma” è rappresentato dalla Rossa numero 27.

Perché chi la guida è un creatore di miracoli.

E Alan Jones, con la sua Williams-Cosworth, quando si vede sfilare sul rettilineo dei box, capisce che è diventato parte della storia.

Ma dalla parte sbagliata.

Quella dello sconfitto.

7.

Lo hanno tradito.

E non per trenta denari, come accadde a Gesù, ma per tre punti.

Tre miserabili punti che ha dovuto lasciare al compagno e rivale Didier Pironi sulla pista di casa.

Imola.

Non l’avevano mai visto così scuro in volto.

Sentiva che gli stavano togliendo i sogni da sotto il sedile.

Perché lui era un uomo che viveva di sogni.

E, con quella gara, iniziarono a togliergli anche quelli.

Non gli sarebbe rimasto nulla per cui lottare.

Così, salutò il suo pubblico, come faceva sempre, ma con la rabbia di chi si sente scippato di qualcosa.

Andrà meglio la prossima volta, probabilmente.

Non sapeva che non ci sarebbe stata, una prossima volta.

8.

Piangono tristi, le reti di Zolder.

Piangono l’eterno ragazzo che hanno visto volare in cielo, avvolto dall’abbraccio della sfortuna.

E applaudono, ricordandolo come l’immagine di un cavaliere senza paura che, giunto alla fine delle sue acrobazie, ne ha donato al mondo un’ultima, e irripetibile.

Poi, dopo l’applauso, cala il silenzio.

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IGNAZIO GIUNTI: Pastorale a 4 ruote.

di DIEGO MARIOTTINI

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Non era ancora famosissimo presso il grande pubblico, ma lo sarebbe diventato. È mancato il tempo a disposizione. Nell’ambiente delle corse veniva considerato l’astro nascente. Invece, la vita di Ignazio Giunti termina all’improvviso, il 10 gennaio 1971 dopo un terribile incidente in Argentina, durante la 1000 chilometri di Buenos Aires. Una morte che mette in evidenza non soltanto la potenza distruttiva del fato (quando vuole), ma anche un’assenza di regole chiare nella gestione delle corse. Motivo, quest’ultimo, di tante, troppe morti nel mondo della Formula 1 e categorie similari. La fine improvvisa del pilota romano diventa un vero e proprio caso che costringerà i decisori a rivedere (senza grandi risultati immediati, a dir la verità) le regole della sicurezza in un autodromo. Fuori da ogni norma legale, a tutti gli amanti delle corse resterà lo sconforto per avere perso un campione in crescita, non ancora trentenne. Un uomo e un driver di estrazione nobile, ma soprattutto un signore vero, al di là di qualsiasi blasone formale.

 

SE SEI DI SANGUE BLU, non gliene importa a nessuno. Anzi, verrai considerato un figlio di papà, un viziatello. Un miracolato o giù di lì. Se sei ricco di famiglia, non te lo perdoneranno mai. Perché ci sarà sempre qualcuno pronto a dire che ce l’hai fatta solo perché hai i soldi e le conoscenze giuste. Eppure il barone Ignazio Giunti, talento ne ha. Classe 1941, rampollo di aristocratica famiglia romana, nutre la passione per i motori fin da ragazzino. È appena adolescente e ha già le idee chiare: anche se alla sua famiglia questo non piacerà, lui diventerà un pilota di Formula 1. Sente dentro di sé talento e giuste ambizioni. Il suo innato pudore nasconde quel fuoco interiore che contiene in sé tutti i fattori X necessari per sfondare. Ma quello al quale vuole appartenere è un mondo difficile, spietato, privo di anima. Tutto ruota intorno al business e se hai un cuore, devi sapere fin dall’inizio che l’organo vitale da solo non basta. Servono anche il coraggio di osare, la razionalità per programmare, un certo “pelo sullo stomaco” quando serve. Su quest’ultimo aspetto il giovane Ignazio deve ancora lavorare, per il resto c’è già tutto. È un ragazzo determinato, riflessivo, cordiale nei modi e nel contempo riservato. Possiede in dotazione una mente analitica ma quando serve sa far funzionare a dovere anche l’istinto. Tuttavia la famiglia Giunti continua a non essere d’accordo con la sua scelta, a casa avrebbero altre aspettative. Dunque, per arrivare in alto Ignazio sa che dovrà fare tutto da solo. L’ostilità parentale è qualcosa che può rendere le persone ciniche, dure, avide e spietate. Anche uno come Niki Lauda ha conosciuto una serie di dinieghi importanti, in famiglia. L’idea di avere un figlio pilota viene mal digerita da una famiglia di banchieri viennesi. Per questo motivo, il giovane Lauda dovrà affinare a proprio vantaggio qualità altrimenti negative come freddezza d’animo, assenza di scrupoli, mancanza di empatia con il prossimo. Niki Lauda non diventa, si rivela. Giunti non sarà mai così: una sensibilità spiccata e un tratto signorile e premuroso nel rivolgersi ai suoi collaboratori anche nei momenti più difficili non andranno mai in conflitto con un senso ferreo della disciplina. Qualità, quest’ultima, che da un certo momento in poi farà posare su Ignazio gli occhi di un uomo molto navigato. Uno che riconosce la qualità umana e professionale anche a chilometri di distanza: è Enzo Ferrari. Il Drake è abituato a guardare sempre oltre le apparenze e nota subito in Giunti una sobrietà nei comportamenti oggi sconosciuta a qualsiasi personaggio di spicco dello sport. Un tratto che da solo non fa ancora un campione, ma che può completare molto bene il profilo, quando il talento c’è.

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LA GAVETTA è quella tipica di tanti driver. A 20 anni, all’insaputa dei signori Giunti, che per fingere di non capire rivolgono lo sguardo al loro albergo di Sangineto, in Calabria, Ignazio inizia con le cronoscalate. La prima macchina è una Alfa Romeo Giulietta TI presa a noleggio. I risultati sono apprezzabili, l’anno successivo il pilota passa a vetture più potenti e debutta nelle competizioni su pista a Vallelunga, il mitico autodromo a nord della Capitale. Passano due anni di “apprendistato” e nel 1964 il pilota si piazza secondo nel Campionato italiano. Disputerà diverse gare in Europa con la Fiat-Abarth 850TC del team Bardahl, continuando a essere imbattibile sul circuito romano. Il soprannome “reuccio di Vallelunga” sarà esaustivo in tal senso. Nella stagione 1966, avviene un primo fondamentale salto di qualità. La Formula 1 impone una trafila abbastanza ferrea, ma serve anche l’occasione giusta per fare il giusto passo di avvicinamento. Giunti partecipa al campionato italiano di Formula 3, ottenendo il terzo posto al Circuito del Mugello con la Giulia GTA. Lo stesso anno entra a far parte dell’Autodelta che allora gestiva le Alfa Romeo Giulia GTA ufficiali, grandi mattatrici negli anni 60 sia in pista nell’Euroturismo che nelle gare in salita. Nel 1967 Giunti vince con la GTA la categoria turismo del Campionato europeo della montagna, mettendosi definitivamente in luce e approdando nella categoria sport prototipi, sempre con l’Alfa Romeo. Nella stessa stagione vince il Campionato italiano per vetture sport, finisce secondo alla Targa Florio e quarto alla 24 ore di Le Mans. I risultati ottenuti lo portano all’attenzione della Ferrari, aprendogli le porte della scuderia di Maranello. Il 1970 è l’anno cruciale: vince in team la 12 ore di Sebring con la 512S, ottiene il secondo posto alla 1000 chilometri di Monza e i terzi posti alla Targa Florio e alla 6 Ore di Watkins Glen. Non sono chiacchiere, le sue, ma fatti concreti ed è su quelli che si misura la competitività di un pilota. Soprattutto sono risultati che apronoa Ignazio Giunti le porte della Formula 1,al volante della Ferrari 312 B.

IL DEBUTTO IN FORMULA 1 avviene il 7 giugno 1970 in Belgio sul circuito di Spa-Francorchamps.  Alla guida della 312B, l’esordiente termina al quarto posto. Inizio eccellente. È il primo piazzamento a punti per la vettura dotata del nuovo motore V12 “piatto”. Il Drake è felice, sa di avere trovato un buon motore e un driver di grande prospettiva, del quale ha stima anche sul piano umano. Quello stesso anno il nuovo arrivato disputa altre 3 gare. Non va a punti ma si guadagna la riconferma per l’anno successivo nella squadra del “mondiale marche”, con la nuova Ferrari 312 PB con motore da F1. Il 30 agosto 1970 Ignazio Giunti compie 29 anni. Non sa, non può sapere, che quello sarà il suo ultimo compleanno. Quella domenica di fine agosto a Roma non è una giornata qualsiasi. Viene liberato dal carcere di Regina Coeli l’attore Walter Chiari, in arresto da qualche mese per l’accusa di consumo e spaccio di cocaina. Nella stessa giornata, nella Capitale avviene un fatto di cronaca nera che apre uno spaccato inquietante sulla cosiddetta “Roma bene”. Il ricchissimo e potente marchese Camillo Casati Stampa uccide con un’arma da fuoco sua moglie Anna e Massimo Minorenti, il giovane amante della donna. Poi si suicida. La vicenda, in realtà molto più perversa e intricata di un semplice dramma della gelosia, diverrà epocale, portando allo scoperto un giro di rapporti sessuali promiscui non sempre di alto bordo cui il marchese spingeva la moglie. Relazioni torbide e occasionali che si verificavano sotto il suo sguardo voyeuristico ma senza la sua partecipazione attiva.Una fitta rete che per un momento sembrerà coinvolgere anche nomi eccellenti: gente dello spettacolo, imprenditori e politici di allora. In quel momento, Ignazio Giunti pensa ad altro ma la settimana successiva al suo compleanno una tragedia scuote il mondo della Formula 1. Durante le prove di qualifica del sabato, il 5 settembre muore a Monza l’austriaco Jochen  Rindt, leader in quel momento della classifica mondiale. Alla fine della stagione Rindt, che al momento del decesso (a 4 gare dalla fine del Mondiale) aveva un buon vantaggio di punti sul ferrarista Jackie Ickx, sarà l’unico campione mondiale postumo nella storia iridata delle 4 ruote.

 

LA TRAGEDIA. Buenos Aires, 10 gennaio 1971, sono circa le 10 di mattina locali quando è in corso di svolgimento la 1000 chilometri. Ignazio Giunti, che gareggia in coppia con un altro compagno di equipaggio, l’italiano Arturo Merzario, è saldamente al comando. Al giro 38, il francese Jean-Pierre Beltoise su Matra, esaurisce il carburante in prossimità dell’ultimo tornante prima del rettilineo principale. Beltoise decide così di raggiungere i box spingendo a mano la sua vettura. In prossimità dell’ultima curva a sinistra il pilota francese corregge la traiettoria della vettura che sta piegando troppo verso il centro della pista, spostandosi al fianco della sua Matra. L’obiettivo è quello di girare il volante. Proprio in quel momento passano Giunti e l’inglese Mike Parkes. L’italiano sta per doppiare Parkes quando, affrontato l’ultimo tornante prima del traguardo, i due si trovano in traiettoria la Matra che Beltoise sta spingendo a mano. Parkes riesce a evitare l’impatto infilandosi per miracolo nello spazio tra la Matra e il cordolo interno, ma per Giunti non c’è scampo.La Ferrari colpisce il retro della macchina del francese e carambola lungo il rettilineo dei box per oltre 150 metri. Poi la vettura prende fuoco con il pilota al suo interno. A seguito delle ustioni di terzo grado riportate, alle 14,40 di quella domenica, Ignazio Giunti è ufficialmente dichiarato morto. Nelle concitate fasi che seguono, anche un fotografo presente sopra la terrazza dei box perde la vita dopo essere precipitato a terra per via dell’enorme calca che si era formata nella zona dell’incidente.

 

https://youtu.be/nirbIxyFrjQ

 

Dopo l’incidente il settimanale italiano Autosprint apre una inchiesta serratissima portando avanti una campagna mediatica per stabilire nuove regole sulla sicurezza nel mondo delle corse. L’allora direttore Marcello Sabbatini era amico personale di Giunti. Nell’occhio del mirino finiscono i commissari e il direttore di gara, Juan Manuel Fangio, che non si erano opposti alla manovra di Jean Pierre Beltoise. Una manovra oggi considerata assurda, allora normale, sebbene già vietata dai regolamenti. Il pilota francese a un certo punto cercherà perfino di giustificarsi: «Giunti ha commesso un errore di calcolo e di manovra, io stesso sono vivo per miracolo». Dall’America Mario Andretti sarà lapidario: «La fine di Ignazio è dovuta ai sistemi di sicurezza inadeguati adottati in Europa e sugli autodromi sudamericani. Negli Usa Giunti non sarebbe mai morto in circostanze simili». La morte di Ignazio Giunti resta a suo modo nella storia della sicurezza nelle corse. Arturo Merzario, compagno di team della vittima,dirà anni dopo«Quell’episodio servì per aprire una riflessione. Travagliata, dolorosa ma priva di preconcetti. Fu uno degli episodi capisaldi in cui si cominciò a riflettere sugli errori compiuti. Per il resto Beltoise fu vittima delle circostanze. In quei tempi, se non riportavi la macchina ai box, anche se a spinta, il tuo team ti fucilava. Per questo compiango Ignazio, era un amico, e nello stesso tempo capisco Jean-Pierre». Beltoise, per la prima volta nella storia delle corse, subirà un squalifica per tre gare, una penale, significativa per tempi nei quali gli incidenti mortali in pista venivano catalogati come semplici fatalità dall’autorità sportiva. Da allora il problema della sicurezza dei piloti diverrà centrale per la Formula 1, malgrado le troppe morti in diretta tv che tanti milioni di spettatori dovranno ancora vedere nel corso dei decenni successivi. E se ora le cose sono cambiate, si può dire che il sacrificio di Giunti non sia stato vano. Ma nel frattempo il nostro Paese avrà perduto un campione che avrebbe dato grandi soddisfazioni ai nostri colori. Una macchina italiana con un pilota italiano, accoppiata perfetta. Purtroppo, non sarà così.

 

EVONNE GOOLAGONG, gli aborigeni e gli Open d’Australia

di DIEGO MARIOTTINI

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Gennaio 1975. È lei, Evonne Goolagong ad alzare al cielo il trofeo dell’Australian Open. Serviva una risposta vincente ed Evonne la diede. Palla a incrociare che finisce sulla riga e punto decisivo. Serviva una risposta chiara a tutti gli australiani che ritenevano gli aborigeni connazionali gente di serie B. Quella risposta Evonne la recapitò a chi di dovere senza pronunciarla mai apertamente. Il successo della Goolagong nel corso degli anni 70 sovverte in effetti le fragili certezze dell’uomo bianco, convinto – e non si sa perché – che il tennis ad alto livello non sia uno “sport per signorine, né per i neri”. Doppia smentita. A dire il vero, la futura #1 del tennis mondiale non è nemmeno nera, come qualcuno sbrigativamente la definisce. È qualcosa di diverso, forse anche di più prezioso. È aborigena, fa parte di quelle popolazioni che da millenni abitano l’Australia e che la colonizzazione anglosassone ha relegato ai margini della società civile.

 

NO, Evonne non è nera, il colore della sua pelle è più scuro di quello di un bianco e più chiaro di quello di un black. E non è neppure meticcia. E’ proprio aborigena e non è la stessa cosa, perché nell’evoluzione umana sono le vicende collettive a fare la differenza e ogni popolo ha vissuto le proprie. Nel corso della storia moderna, la sorte degli abos australiani è per molti versi simile a quella degli indiani d’America e ai nativos di Argentina. Vengono sconfitti dalla superiorità militare e tecnica dell’uomo bianco, spesso sterminati, altre volte emarginati oppure relegati in campi profughi o in riserve, successivamente abbrutiti dall’alcool e dalle tante malattie rispetto alle quali non esiste una contromisura adeguata. Non c’è spazio per altre culture o per altri modi di essere quando si presenta il colonialismo (militare o finanziario che sia) e nemmeno allinearsi allo stile di vita dei bianchi è facile. Talvolta non è neppure accettato. In ogni caso, assoggettarsi è l’unica via per cercare di sopravvivere. In Tasmania, tanto per citare un caso, non ci sono più aborigeni, perché nei secoli passati la loro presenza è stata cancellata in modo definitivo.

 

LA FIGLIA DI KEN. Gli avi della Goolagong riescono a salvarsi, fuggono dalla Tasmania e si stanziano nel Nuovo Galles del Sud, a Griffith, una cittadina di 15mila abitanti, abitata in larga parte da emigrati veneti e da calabresi. Il mare è lontano, Sydney lontanissima (quasi 600 km.), Canberra poco meno. Il padre, appartenente al popolo Wiradjuri, ex pastore nomade ribattezzato con il nome di Ken (i bianchi sanno essere così civili da imporre anche nomi civili agli sconfitti), è l’unico abo maschio e adulto di Griffith. Sua figlia, la piccola Evonne Fay, nata a Griffith il 31 luglio 1951, terza di otto figli, va a scuola nel villaggio di Barellan (a 32 miglia da casa) e talvolta frequenta l’unico campo da tennis che c’è, ovviamente proprietà di un ricco colono di origine anglosassone. La bambina è dapprima la raccattapalle scalza dei bianchi, poi comincia a prendere dimestichezza con la racchetta e pian piano la sua considerazione tra gli abitanti di Barellan cresce. Impara a colpire la pallina, gioca con i bianchi, diventa in poco tempo la più brava di tutti.  <<Strano, una negra che sa giocare a tennis. E non se la cava neppure male>>, sentenzia qualche genio diversamente pigmentato, di certo poco avvezzo alle sfumature cromatiche.

 

BILL EDWARDS CI VEDE LUNGO. Un malinteso senso dell’orgoglio potrebbe rivolgere il talento in spirito rivendicativo: nulla di più lontano dall’indole pacifica ma determinata di chi ha sangue Wiradjuri. E sì che in quanto ad amor proprio Evonne Goolagong non sembra seconda a nessuno, ma c’è sempre modo e modo di esprimere ogni stato d’animo. Lei preferisce far parlare i fatti e i fatti si dimostrano grazie al lavoro duro. Dunque, nell’entroterra del Nuovo Galles del Sud c’è una ragazzina che con la racchetta fa quello che vuole e l’eco dell’esistenza di un simile fenomeno arriva fino alla Metropoli. Un allenatore di Sydney, il signor Bill Edwards, muore dalla voglia di vederla all’opera. Pochi scambi da fondo campo tra i due e l’evidenza ha la meglio. Evonne è talmente brava che Edwards vuole adottarla. È l’unico modo per strapparla a una condizione di subalternità, in quel mondo. La farà studiare e permetterà al talento della ragazza di affinarsi fino a fare di lei una campionessa di livello internazionale. I signori Goolagong accettano e la cosa non deve sorprendere. Tra gli aborigeni i nuclei familiari sono variabili ed è considerato normale, anzi positivo, educare anche i figli degli altri o far vivere esperienze differenti ai propri ragazzi. Poco tempo ed Evonne Goolagong diventa una campionessa abo in un mondo di bianchi. Mano destra solida e morbida al tempo stesso, capacità di imporre il ritmo del gioco in qualsiasi situazione. Grande capacità di concentrazione. Movimenti leggeri, condizione atletica sempre al top. Corretta e spietata sul piano agonistico contro chi è dall’altra parte della rete. Da un certo momento in poi le stimmate della campionessa non le vede più soltanto il patrigno-allenatore. Con i primi guadagni di Evonne, anche Melinda, sua madre, può comprare una casa da “australiani veri”. Nell’antica Roma esistevano i Liberti, gli schiavi liberati. Secoli dopo, dall’altra parte del mondo non è che sia cambiato chissà cosa, a parte le pure forme.

 

THE DOUBLE. Nel 1971, poco prima di compiere 20 anni la Goolagong mette a segno un’accoppiata che già da sola definirebbe una carriera fantastica. Nel giro di un mese vince il Roland Garros di Parigi e il torneo londinese di Wimbledon. In entrambe le situazioni batte due connazionali, due bianche, due esponenti della cosiddetta Australia dominante: Helen Gourlay e la grandissima Margaret Smith Court. All’Australian Open di quello stesso anno la Smith Court ed Evonne uniscono le forze nel doppio e in finale si sbarazzano delle connazionali Emerson e Hunt con un irreplicabile 6-0 6-0. L’agenzia americana di stampa Associated Press la premia come “sportiva dell’anno 1971”. In quel periodo, la nazionale australiana vince per tre volte la Fed Cup (il corrispettivo femminile della Coppa Davis), nel 1970, nel 1973 e nel 1974. Ma manca ancora qualcosa di molto, troppo importante.

 

NEMO PROPHETA IN PATRIA, recitano i Vangeli e fino a un certo momento della carriera quella locuzione sembrerebbe pensata proprio per la tennista aborigena. Per quanto la riguarda, sugli Australian Open di Melbourne sembra esistere una maledizione: da singolarista è arrivata tre volte consecutive in finale e ha perso sempre, due volte contro la Smith Court e una contro l’inglese Virginia Wade. Ma a forza di andarci vicina, il 1974 è finalmente l’anno buono, perché nel giorno decisivo la Goolagong piega la resistenza dell’americana Chris Evert, altro talento emergente, e alza il trofeo davanti alla “sua” gente. E si aggiudica anche il doppio, in coppia con l’americana Peggy Michel. Ma di norma la vittoria più bella è quella che si replica e la replica avviene l’anno dopo. Anzi, è una replica al quadrato, perché nel doppio Goolagong-Michel sconfiggono Smith Court-Morozova. Tuttavia è nel singolare che i detrattori attendono al varco Evonne. L’altra finalista dell’Australian Open 1975 è una giovanissima tennista nata a Praga e che non ha ancora compiuto vent’anni. Si chiama Martina Navratilova. È nel circuito internazionale da poco tempo ma si dice che sia fortissima e che in futuro non avrà avversarie di fronte a sé. Vero, ma con un 6-3 6-2 quel giorno la più forte rimane ancora lei, Evonne Goolagong. Dunque, gli Open d’Australia non sono più un taboo e la profetessa diventa tale anche a casa sua.  E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua» Matteo 13, 57. Vero per l’apostolo Matteo, non più per la tennista Evonne. Il 1975 è per lei un anno d’oro anche sul fronte personale: diventa la signora Cawley e successivamente diventa madre di Kelly (1977) e di Morgan (1981). Il 26 aprile 1976 la tennista australiana è #1 del ranking mondiale.

 

ONORE AL MERITO. L’ultimo acuto importante della Goolagong è la vittoria a Wimbledon nel 1980, alla soglia dei 30 anni. Nel 1983 la campionessa saluta tutti: con un sorriso smagliante, con la classe e lo stile sobrio e misurato di sempre. In una lunga e fortunata carriera, l’unico vero dispiacere professionale è quello di non avere mai vinto gli U.S. Open. Finalista per quattro anni di fila dal 1973 al 1976, viene sconfitta da tre avversarie diverse, la Smith Court, la King e la Evert (2 volte). Al termine della carriera diviene allenatrice e nel 2002 guida la nazionale australiana come capitano non giocatore. Per tutto ciò che ha fatto e che ha rappresentato per il suo Paese ha ottenuto varie Onorificenze tra le quali l’Order of Australia e l’Ordine dell’Impero Britannico. Il 26 gennaio 2018 è nominata Compagna dell’Ordine di Australia «per l’eminente servizio al tennis come giocatrice a livello nazionale e internazionale, come ambasciatrice, sostenitrice e difensore della salute, dell’istruzione e del benessere dei giovani indigeni attraverso la partecipazione allo sport e come modello di riferimento.». Mica male per una che faceva la raccattapalle scalza e viveva ai margini della civiltà bianca perché era considerata un’australiana di serie B. Una che, per emergere, ha dovuto essere “sdoganata” da un allenatore tanto bianco quanto WASP (White Anglo Saxon Protestant).

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Simply GEORGE BEST.

di DIEGO MARIOTTINI

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Il 25 novembre 2005, muore all’età di 59 anni uno dei più grandi talenti del calcio moderno. L’uomo che ha non soltanto rivoluzionato alla sua maniera il modo di stare in campo ma che nell’immaginario di un’epoca ha concesso un’anima all’essere calciatore. Un’anima con le sue fragilità, la sua grandezza, i suoi insondabili abissi e le sue più intollerabili solitudini. Dopo di lui il calcio non sarà più lo stesso, perché tra la metà di un secolo e l’inizio di un millennio è passata una cometa, veloce e luminosa, che ha ridefinito ogni cosa e il suo contrario. Il buio pesto e i colori, la gioia di essere di essere lì e l’incapacità di restarvi a lungo. La storia di George Best, il migliore di nome e forse di fatto. Un cuore (nord) irlandese, patrimonio dell’umanità. Il privilegio e la condanna di possedere una classe superiore e, per cognome, un superlativo assoluto. È almeno per ora l’unico calciatore al mondo al quale sia stato intitolato un aeroporto internazionale (quello di Belfast, naturalmente) e che può vantare la propria effigie sulla banconota da 5 sterline.

 

NATO AI BORDI DI PERIFERIA. Quella di George Best è una storia che ha inizio ai margini del Regno Unito. Nasce a Cregagh, quartiere a est di Belfast, nel 1946. Una città strana, la capitale dell’Irlanda del Nord. Un luogo diviso e contemporaneamente unito da fili spinati visibili e invisibili. Dove camminare in una certa strada o bere in un certo pub può significare schierarsi da una parte o dall’altra, anche senza volerlo. Figlio primogenito di Dickie Best e Anne Withers, George cerca di bypassare il dissidio fra protestanti e cattolici dedicandosi fin da bambino a fare ciò che gli riesce meglio. Il padre cerca di convertire quell’interesse al calcio nella lotta contro gli interessi dei cattolici nell’Ulster e allo stesso tempo quelli del governo di Londra. Troppo complicato. Lui, Georgie, come lo chiamano a casa i genitori, il fratello Ian e le quattro sorelle, può tutt’al più guerreggiare contro lo strapotere del rugby e di quella palla ovale che proprio non riesce a governare.

 

MATT, CREDO DI AVERTI TROVATO UNGENIO. Ma la prima delusione grande gliela dà proprio il calcio, anzi, peggio, la squadra del cuore: il Glentoran. I verde-rosso-neri di Belfast lo scartano perché il ragazzo è piccolo e leggero. Guardano le fattezze fisiche e non si accorgono di due piedi da arte orafa e di un dribbling devastante per chi lo subisce. Ma la fortuna a volte viene da lontano. Robert Bishop, un osservatore del Manchester  United che si trova in quel momento a Belfast, ritiene di aver visto all’opera un genio in fasce e avverte in fretta l’allenatore della prima squadra, Matt Busby. Bishop non è uno che di solito si spertica in complimenti, dunque bisogna sbrigarsi prima che ci arrivi qualcun altro. Best viene portato a Manchester. Un provino di prammatica, la partitella fra ragazzi e l’allenatore vede in quel ragazzotto un calciatore già completo. Uno che oltre al dribbling ha capacità di contrasto, senso pratico sotto porta, culto dell’estetica applicata al risultato, voglia di vincere. Superata la saudade in salsa nordirlandese, George Best viene fatto esordire con i Red Devils. È il 14 settembre 1963 e la partita è Manchester United-West Bromwich Albion.

 

TITOLARE INAMOVIBILE. Dopo un gol segnato al Burnley durante una partita di FA Cup, diventa sempre più complicato escludere Best dal gruppo dei titolari. Non avrà sempre la dovuta continuità ma un suo lampo, anche uno solo, può cambiare una partita. La stagione 1963-64 vede Best in campo per 26 volte con 6 reti segnate. L’anno dopo è subito scudetto, al termine di un campionato drammatico che i “red devils” vincono in virtù della miglior differenza reti sul Leeds.Contribuiscono, e non poco, anche a 10 reti dell’astro nascente. Il quale avrà la sua consacrazione a livello internazionale con la Coppa Campioni 1965-66. A tal proposito, ci sono una partita e una data che impongono per sempre il genio di Belfast all’attenzione continentale.

 

YES I’M GONNA BE A STAR. Il 9 marzo del 1966 il Manchester United ha in programma una trasferta di Coppa Campioni particolarmente dura. Il Benfica di Lisbona è stato finalista in quattro edizioni su cinque delle stagioni immediatamente precedenti. Ci gioca Eusebio, Pallone d’oro in carica. E già questo dovrebbe spaventare. In meno di un quarto d’ora il non ancora ventenne Best chiarisce subito di non essere inferiore al suo blasonato collega. Con una doppietta di rara bellezza (un colpo di testa a incrociare e un perfetto diagonale rasoterra appena all’interno dell’area) avvia una goleada trionfale in terra lusitana. 1-5 per i red devils e Best diventa da quella sera una star assoluta. È bello, è un campione, ha uno stile di vita sregolato e tutto suo. Nulla sembra poterlo fermare ma l’allenatore Busby sa tutto di lui e a malincuore gli perdona quasi tutto. “Georgie” è eccessivo in ogni aspetto: belle donne, notti brave, feste danzanti ma soprattutto troppo alcool. Lui è molto cool, la sua vita è molto swinging. È forse una tara familiare, quella che lo porta allo stravizio sistematico. O forse una vena autodistruttiva che poco alla volta sta diventando un’arteria. Per il momento tutto è tenuto sotto controllo e il giocatore incanta tutti, fino all’apoteosi datata 1968. È talento puro, è colpo sopraffino, ma è anche voglia di andare in pressing a recuperare palloni e far partire la manovra. È capacità di fare gol “alla Best”, perché solo lui è capace di farne di così belli e con quella continuità. Lo United non vince il campionato ma Georgie è lo scorer della stagione con 28 reti (in condominio con Davies del Southampton). Ma soprattutto la formazione di Busby vince la Coppa dei Campioni. Il Pallone d’oro 1968 va a un ragazzo di Belfast di 22 anni. È il punto più alto e nel contempo l’inizio della fine.

 

LA PARABOLA DISCENDENTE. Nel 1968-69 gioca ancora su alti livelli (22 reti in 55 partite totali) ma lo United termina il campionato a metà classifica. In Coppa dei Campioni Best e compagni raggiungono le semifinali, poi vengono eliminati dal Milan. A fine anno Matt Busby annuncia il ritiro e viene sostituito da Wilf McGuinness. Nella stagione 1969-70 Best segna un totale di 23 reti, di cui 6 in una singola partita (la celebre vittoria per 8-2 sul Northampton Town in FA Cup). Nel dicembre del 1970 Busby in realtà torna alla guida dello United, ma il giocattolo sembra rotto. La squadra si piazza ancora una volta a metà classifica e i vizi e la fragilità psichica di Georgievengono definitivamente allo scoperto: dapprima subisce multe per cattiva condotta e poi si becca una sospensione di due settimane per aver passato un weekend con una nota attrice inglese invece di scendere in campo contro il Chelsea. Tra sbronze colossali, fughe romantiche con questa o con quella donna, minacce di morte e perfino l’accusa per il furto di una pelliccia, il 1° gennaio 1974 il rapporto fra Best e il Manchester s’interrompe per sempre. Senza di lui la squadra retrocede in Second Division, con lui la vita nello spogliatoio era diventata impossibile. Best si ritrova senza più una squadra a soli 28 anni. Comincia un lungo periodo in cui girovaga fra varie compagini in quattro continenti diversi, sempre con contratti di breve durata e prestazioni alterne. Nel 1978 un grande dolore segna ancor più una psicologia eccentrica ma essenzialmente frangibile. Annie, madre di George, muore di una malattia cardiovascolare dovuta all’alcolismo. Un segnale che il 32enne George dovrebbe fare suo al volo, ma che in effetti non coglie. Forse non può più. Gli anni 80 procedono così, fra qualche bella partita da virtuoso fine a se stesso, molto alcool, un matrimonio fallito, un figlio di nome Calum che ha bisogno di un padre sobrio e autorevole e qualche arresto per guida in stato di ebbrezza, nonché resistenza a pubblico ufficiale.

NON ESSERE CATTIVO. Negli anni 90 Georgie Best, l’ex ragazzo prodigio di Belfast, è ormai un uomo di mezz’età, mai maturato davvero. Gli anni migliori sono passati, un talento straordinario è stato del tutto dissipato e l’unica compagnia fissa è la bottiglia. Nel 2000 viene ricoverato per gravi danni epatici dovuti proprio a quel tipo di problemi. Nel 2002, all’età di 56 anni, subisce un trapianto di fegato. Il 2 ottobre del 2005 lo ricoverano in terapia intensiva in una clinica privata londinese, il Cromwell Hospital, per un’improvvisa infezione ai polmoni. Dopo alcuni segni di miglioramento, alla fine del mese le sue condizioni cominciano nuovamente ad aggravarsi. Il 20 novembre, il tabloid inglese News of the World pubblica, su richiesta del diretto interessato, una foto che ritrae Best nel suo letto di ospedale, con le sue ultime parole pubbliche: «Don’t die like me», «Non morite come me». Ha capito anche lui che i suoi giorni sono contati e quello sarà il suo ultimo dribbling. Ilpiù autentico. Il più coraggioso e definitivo. La morte avviene il 25 novembre 2005, proprio al Cromwell. L’Irish heart, quel generoso incoerente cuore, ha smesso di battere. Ai funerali, che si svolgono pochi giorni dopo a Belfast, partecipa quasi mezzo milione di persone. Ci sarà un motivo, nonostante tutto. The Sun riporta: “Quello di Best è il funerale più grande dopo quello di Lady D.”.<<Era un ribaldo, un figlio di buona donna – pensano ad alta voce molti nordirlandesi – ma era anche il nostro orgoglio, uno di noi>>. Per strada risuona “Have I told you lately that I love you” di Van Morrison. Non è il pezzo migliore del grande Van, ma fra spiriti irish quello è un messaggio chiaro, trasversale a tutto. È il loro modo di riconoscersi e di chiamarsi a raccolta al momento giusto. Uno dei pochi in grado di alzare dalla sedia chiunque, da quelle parti. Cattolici o protestanti che siano. È il modo di chi manifesta un sentimento senza usare le parole. È opinione comune che se avesse avuto maggiore continuità e una mente un tantino più sgombra, oggi George Best sarebbe uno di quei 3 (massimo 5) giocatori che hanno cambiato per sempre la faccia del calcio. Forse sì, forse no. Ma a Belfast, come nel resto dell’Irlanda del Nord, guai a confutare un’ipotesi del genere. Risponderanno che “Maradona Good, Pelè Better, George Best”. Ed è meglio evitare discussioni pericolose, con certa gente.