DENER: Il “Neymar” che il destino si portò via.

di REMO GANDOLFI

dener2jpg

E’ il primo maggio del 1993.

Si gioca per il “Paulistao”, ovvero il campionato regionale della zona di San Paolo.

Lo stadio è il “Canindé” di San Paolo dove i padroni di casa del Portuguesa ospitano il Santos.

Nonostante i bianchi di Guga e Axel abbiano i favori del pronostico, i rossoverdi del Portuguesa, piccolo club abituato a fare su e giù tra la serie maggiore e quella cadetta, stanno dando filo da torcere ai più titolati avversari.

Dopo un primo tempo a senso unico in favore dell’ex squadra di Pelè e chiuso dal Santos in vantaggio per 2 reti a 0 quella che si presenta in campo nel secondo tempo davanti ai propri tifosi è una squadra completamente trasformata.

Il Portuguesa mette alle corde il Santos e dopo pochi minuti dall’inizio del secondo tempo accorcia le distanze.

E’ un gran colpo di testa di Bentinho che rianima le speranze dei tifosi della “LUSA”, questo il nome con cui è conosciuto il Club tra i propri tifosi e in tutto il Brasile.

Lo stesso Bentinho riporta in parità le sorti del match.

L’azione si sviluppa ancora sulla fascia destra dove Dener, il numero 10 del Portuguesa e indiscusso idolo della torcida “Lusa”,  dopo aver saltato un uomo in dribbling “chiama” un triangolo con un compagno di squadra, guadagna la linea di fondo per poi mettere un invitante pallone all’interno dell’area piccola che deve solo essere spinto in rete.

Bentinho è ancora lì, al posto giusto nel momento giusto.

A metà della ripresa arriva addirittura il sorpasso.

E’ Tico, che sul filo del fuorigioco, viene pescato solo al limite dell’area.

Avanza verso la porta e con un tocco di esterno destro beffa Edinho, il numero 1 del Santos e figlio del grande Pelé.

Ci sono proteste infinite e la partita si scalda improvvisamente.

Il Santos ovviamente non ci sta.

Sono punti fondamentali nella corsa al titolo regionale anche se Palmeiras e Corinthians sembravano avere obiettivamente qualcosa in più in quella stagione.

I bianchi si riversano in attacco.

C’è un calcio di punizione a favore degli uomini allenati da Evaristo de Macedo dalla trequarti.

Il pallone viene rinviato di testa fuori dall’area, raccolto da Tico che lo appoggia a Dener.

Il numero 10 del Portuguesa riceve palla, spalle alla porta, quando si trova si e no dieci metri all’interno della metà campo avversaria.

E a questo punto si inventa “qualcosa” che ancora oggi, nei racconti dei tifosi del Portuguesa, è considerato IL GOL della storia del Club.

Con un solo tocco stoppa la palla, si gira e con il secondo tocco fa passare la palla tra le gambe di un avversario.

Si lancia verso la porta che è però ad almeno 40 metri di distanza.

Salta un altro avversario, ne supera due in velocità, arriva davanti al portiere del Santos, lo fa sedere con una finta e poi spinge con l’esterno del piede la palla nella porta ormai vuota.

La “torcida” del piccolo “Estadio do Canindé” impazzisce letteralmente.

E’ il gol che chiude definitivamente il match … ed è il gol che consegna Dener Augusto de Souza alla leggenda del Portuguesa e gli apre definitivamente le porte di una carriera che a 23 anni non ancora compiuti, lo ha già visto esordire nella Nazionale maggiore brasiliana.

dener1

Siamo nell’aprile del 1994.

Sono passati meno di 5 mesi da quel gol.

Dener ad inizio anno si è trasferito in prestito al Vasco de Gama, che non ha badato a spese per assicurarsi le prestazioni del giovane talento di Vila Ede per il “Campionato Carioca” (il campionato regionale di Rio de Janeiro) di quella stagione.

Le prestazioni di Dener sono di altissimo livello.

Il suo esordio con il Vasco de Gama è in una mini tournèe in Argentina dove il team di Sebastiao Lazaroni affronta anche il Newell’s All Boys di Diego Maradona.

La prestazione di Dener è talmente spettacolare che a fine partita “El Diego” vorrà complimentarsi personalmente con il ragazzo.

In quel campionato “Carioca” il ruolino di marcia del Vasco è impressionante.

Nel girone di qualificazione al quadrangolare finale per il Vasco di sono 8 vittorie e 3 pareggi … e nessuna sconfitta.

Dener gioca finalmente con quella continuità che finora gli aveva fatto difetto ed è uno dei protagonisti principali di questa trionfale cavalcata.

A tal punto che praticamente tutti gli osservatori sono concordi nel ritenere il minuto attaccante di proprietà del Portuguesa una certezza tra i 22 giocatori che faranno parte della spedizione negli USA per gli ormai imminenti mondiali.

Dener, che agisce prevalentemente da seconda punta alla spalle del bomber “giramondo” Jardel, ha letteralmente fatto innamorare i sostenitori del Vasco.

Quello che impressiona maggiormente in questo minuscolo attaccante (168 centimetri per 60 chilogrammi di peso) è la capacità di dribbling lanciato in piena velocità e anche chi tenta di fermarlo con le “cattive” scopre ben presto che le sue doti di equilibrio e di agilità sono davvero fuori dalla norma.

La palla sembra non voglia staccarsi dai suoi piedi, vede il gioco, è bravo nell’ultimo passaggio e segna con regolarità.

La Torcida del Vasco ha coniato un ritornello appositamente per lui.

‘Ê cafuné! Ê cafuné! O Dener é a mistura de Garrincha com Pelé!’

Se la parola cafuné è quasi intraducibile (è più o meno una carezza, un gesto delicato) molto più chiara la seconda parte del testo “Dener è un misto fra Garrincha e Pelé !” il complimento più grande immaginabile in Brasile, visto che cita i due più grandi campioni della storia calcistica di questo paese.

Il 17 aprile al Maracanà si gioca Fluminense – Vasco da Gama.

Finirà in pareggio, un 1 a 1 che non sarà certo ricordato negli annali ne per lo spettacolo in sé e neppure per Dener, che verrà espulso durante il match per una lite con il terzino brasiliano Branco, vecchia conoscenza anche del calcio italiano.

Nessuno però può immaginare che quella sarà l’ultima partita di Dener, il minuscolo talento destinato ad una carriera luminosissima.

Subito dopo la partita, giocata il 17 aprile,  Dener rientra a San Paolo.

Non è una semplice gita di piacere nella sua città.

A San Paolo, insieme ai dirigenti del suo Portuguesa ci sono quelli dello Stoccarda, in quel momento una della squadre più importanti e competitive della Bundesliga.

A caldeggiare il suo acquisto con il team tedesco è nientemeno che Carlos Dunga, arrivato a Stoccarda l’estate precedente dopo le sei stagioni trascorse in Italia con Pisa, Fiorentina e Pescara.

E’ un passo importantissimo per la carriera di Dener e la proposta economica è assai allettante per questo ragazzo che nonostante la giovanissima età è già padre di tre figli.

Dener in passato ha avuto diversi problemi disciplinari:

Allenamenti saltati o arrivando in ritardo, qualche violenta discussione con alcuni allenatori (con l’ex portiere della Nazionale Leao in primis) e comunque diversi comportamenti non esattamente professionali.

Da qualche tempo però pare maturato, più responsabile e disciplinato e il suo rendimento in campo ne è la prova più evidente.

Il 19 aprile riprendono gli allenamenti del Vasco in vista della fase finale del campionato Carioca e Dener, insieme all’inseparabile amico Otto Gomes Miranda, riparte da San Paolo per far ritorno a Rio de Janeiro.

E’ proprio l’amico Otto che in quell’alba del 19 aprile sta guidando l’auto di Dener, una Mitsubishi Eclipse.

Sono partiti da San Paolo durante la notte, quasi sei ore prima e sono ormai nei pressi di Rio de Janeiro (esattamente a Lagoa Rodrigo de Freitas).

Nemmeno quindici minuti e saranno a destinazione.

Ad un certo punto accade qualcosa di imprevedibile.

E di drammatico.

La macchina esce dalla carreggiata e finisce contro un grosso albero ai lati della strada.

L’impatto è tremendo, sia per la forte velocità sia perché con ogni probabilità ha colto entrambi nel sonno.

Otto Gomes Miranda sopravviverà anche se gli verranno amputati gli arti inferiori mentre per Dener non ci sarà nulla da fare.

Morirà sul colpo, soffocato dalla cintura di sicurezza.

L’inchiesta successiva stabilirà che Dener al momento dell’impatto stava dormendo con il sedile completamente reclinato all’indietro e la cintura di sicurezza, invece di proteggerlo, lo ha praticamente strangolato.

Il cordoglio in tutto il Brasile è immenso.

Vedere oggi le immagini di Dener in Internet non può che farci pensare ad un altro immenso talento brasiliano di oggi che forse riuscirà a raggiungere tutto quello che DENER AUGUSTO DE SOSA ha solo potuto sognare.

Il suo nome è NEYMAR.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Come per molti altri ragazzi brasiliani l’infanzia di Dener è sulla soglia della miseria. Rimasto orfano all’età di 8 anni per Dener la vita è stata per anni andare a scuola alla mattina e trovare lavoretti saltuari al pomeriggio per contribuire al magro bilancio famigliare.

Può giocare solo al famoso “futbol sala” (il calcio a 5 al coperto) dove però a nessuno sfuggono le grandi doti di questo piccolo e magrissimo ragazzo.

A undici anni il Portuguesa lo mette sotto contratto ma a quindici le necessità famigliari lo costringono a lasciare il calcio giocato. Per lui c’è il ritorno nel Calcio al coperto dove riesce a raggranellare qualche soldino. Tornerà due anni dopo.

Questo il racconto di Antonio Gomes, allenatore del Portoguesa che fece esordire Dener in prima squadra.

“Un dirigente del Club mi parlò di questo ragazzino tutto pelle e ossa che mi convinse a provarlo in una partitella di allenamento. Arrivò al campo e dissi al magazziniere di dargli maglietta e calzoncini.

La partita era già iniziata da diversi minuti quando mi accorsi che Dener era ancora a bordo campo. Sembrava un pulcino smarrito. Lo invitai a entrare in campo. Il primo pallone che toccò lo fece passare sopra la testa di un difensore, lo stoppò e poi scattò via come un fulmine. Il secondo fu una palla a metà tra lui e un altro giocatore, più o meno il doppio di lui fisicamente. Quest’ultimo entrò in scivolata, in maniera anche molto dura e scoordinata. Dener arrivò una frazione di secondo prima sul pallone, lo toccò con la punta del piede e poi saltò a piedi uniti per evitare il tackle dell’avversario.

A quel punto mi voltai verso i dirigenti e dissi loro di “non fate andar via quel ragazzo prima di avergli fatto firmare un contratto da professionista !”.

 

La consacrazione per Dener arriva nel 1991 durante il famoso torneo “Junior Cup di San Paolo”, il torneo Under-20 più importante del Brasile e ai tempi autentica vetrina per i giovani talenti.

Dener porta il Portuguesa al trionfo (4 a 0 in finale contro il Gremio e verrà eletto Miglior calciatore del Torneo.

 

Prima dello storico gol contro il Santos Dener ne realizzò un altro molto simile nel 1991 contro l’Inter de Limeira, sempre per il campionato paulista.

In quell’occasione furono quattro i calciatori saltati in dribbling e in velocità prima di battere a rete con un tocco “sotto” a scavalcare il portiere.

 

A farlo esordire nella Nazionale Brasiliana fu niente meno che Paulo Roberto Falcao durante la sua breve permanenza sulla panchina del Brasile. Due presenze, entrambe contro l’Argentina.

“Un giocatore meraviglioso. Di quelli che possono cambiarti l’esito di una partita in un solo secondo. Quelli come lui sono un piacere per chiunque ami il calcio” queste le parole dell’Ottavo Re di Roma.

DENER.jpg

Josè Macia, detto Pepe, uno dei più grandi attaccanti della storia del calcio brasiliano, fu l’allenatore di Dener al Santos in una carriera che lo ha visto fare da chioccia al grande Pelé al Santos e in seguito in giro per il mondo come allenatore in oltre 20 diversi club.

“Tra tutti i calciatori che ho allenato nella mia carriera è l’unico che si è in qualche modo avvicinato a Pelè. Quel ragazzo aveva un talento straordinario”.

 

Sempre nei ricordi di Pepe c’è un altro racconto particolare e molto emblematico nel periodo in cui fu l’allenatore di Dener al Portuguesa.

“Dener era spesso in ritardo agli allenamenti, oppure non si presentava neppure. Stavo per perdere la pazienza con lui quando venne da me Capitao, il giocatore più esperto della squadra” racconta il grande ex-centravanti del Santos.

“Vengo in rappresentanza dei miei compagni Mister. La preghiamo di avere un po’ di pazienza con Dener. Sappiamo che non sempre si comporta bene … ma è lui che ci fa vincere le partite”.

Ricorda Pepe che “fu la prima e l’ultima volta nella mia carriera di allenatore che fece un eccezione per qualcuno” aggiungendo poi che “Capitao e i suoi compagni però avevano effettivamente ragione !.

 

L’ultima aneddoto riguarda proprio quel giocatore che per i brasiliani che ricordano Dener ne racchiude gran parte delle caratteristiche, Neymar Junior.

Si racconta che durante i suoi primi anni al Santos Neymar subiva molto la durezza degli interventi degli avversari (non che sia cambiato tantissimo !) e finiva spesso per reagire in malo modo facendosi spesso espellere.

Un giorno il Direttore Sportivo del Santos Paulo Jamelli decide di chiudere Neymar in una stanza per mostrargli come reagivano i grandi campioni ai falli degli avversari … ovvero senza mostrare debolezze, rialzandosi dopo un fallo pronti a ripartire per una nuova giocata.

I video mostrati quel giorno furono di Pelé, di Maradona, di Messi e … di DENER.

Annunci

CESAR MENOTTI: El futbol en el alma.

di REMO GANDOLFI

menotti1.jpg

Parte Prima: MENOTTI CALCIATORE

Impossibile trovare nella storia del calcio argentino un allenatore più emblematico, controverso e carismatico.

A parte il fatto di essere entrato  di diritto nella storia come il primo “Mister” capace di portare l’Argentina sul tetto di mondo, tutta la sua carriera, da calciatore prima e da allenatore in seguito, è stata ricca di contraddizioni, di scelte coraggiose, di trionfi spettacolari e di cadute e di flop altrettanto clamorosi … ma tutto condito da prese di posizione sempre forti, determinate e a volte estreme.

Già l’inizio della storia di Cesar Menotti è controverso … perfino sulla sua data di nascita ci sono contraddizioni !

Menotti infatti nasce il 22 ottobre del 1938 ma in tutti i documenti ufficiali la sua data di nascita risulta essere il 5 novembre !

E’ lo stesso Menotti che spiega come è potuto accadere, con la sua consueta ironia “Io sono nato effettivamente il 22 di ottobre ma con ogni probabilità mio padre si prese qualche giorno di tempo prima di decidere se tenermi o buttarmi ! In realtà mio padre era a Tucuman per lavoro e quando rientrò erano scaduti i termini per presentarmi all’ufficio nascite. Per cui fu costretto a dichiarare che ero nato successivamente … il 5 di novembre. Per questo motivo quel giorno risulta come mia data di nascita ufficiale ! … in realtà non mi offendo assolutamente se mi fanno gli auguri sia il 22 ottobre che il 5 novembre !”

Menotti nasce a Rosario, quella che per chi conosce il calcio argentino (o avesse già letto qualcuno degli articoli del blog) è per antonomasia la CITTA’ DEL CALCIO in Argentina. Rosario è divisa esattamente a metà; rossonera o gialloblu. O sei “canaglia” o sei “lebbroso”. Menotti nasce (e ovviamente rimane per tutta la vita !) “canaglia” cioè tifoso del Rosario Central.

Altra contraddizione; per tutti, in Argentina e nel mondo, Cesar Menotti è conosciuto come “el flaco”, il magro. Non per la gente del suo “barrio” di Rosario: per loro è e sarà sempre “Cito” da Cesarcito, il nomignolo che aveva da ragazzo.

La vita per Menotti, non è facile fin da subito. E’ figlio unico e a 16 anni perde il padre. A scuola se la cava discretamente, è un ragazzo sveglio anche se restio alla disciplina, ma l’unico grande talento che sa di possedere è quello di saper prendere a calci un pallone. Rosario Central e Newell’s se lo contendono da tempo ma prima è il padre ad allontanarli affermando che il calcio è meraviglioso, ma “è un gioco da fare con gli amici, l’importante è la scuola e la formazione”. Successivamente sarò lo stesso Menotti a decidere di non entrare nel mondo professionistico. Il perché lo spiega lo stesso Menotti “giocando con i dilettanti del mio quartiere nella “Liga Carcaranense” e guadagnavo molti più soldi di quello che avrei potuto prendere nelle giovanili di una squadra professionistica. Prendevo 1000 pesos al mese, 250 a partita e mi bastava giocare alla domenica, non dovevo neanche allenarmi con la squadra”. In quel periodo rifiuta contratti professionistici anche da Velez Sarsfield e Huracan.

Ma il talento di Menotti, elegantissimo “enganche” (rifinitore, trequartista) con grande visione di gioco e un tiro dalla distanza micidiale, non poteva “morire” nei campetti di periferia. E così finalmente accetta di giocare una partita amichevole con la squadra giovanile del suo adorato Rosario Central. Si gioca di domenica mattina, il sabato notte Cesar è talmente interessato (!) ad entrare nelle file del Rosario Central che decide di stare fuori a ballare con gli amici tutta la notte ! Nonostante questo nella partita segna due gol e gioca il suo solito calcio, fatte di passaggi illuminanti, di finte e tocchi sopraffini. Ovviamente non passa inosservata la sua prestazione: tre giorni dopo viene chiamato a giocare con la squadra B del Rosario (le riserve) in una partitella contro la prima squadra.

Segna altri due gol, uno dei quali “barbaro” come si definisce in Argentina qualcosa di davvero speciale. Un tiro al volo da 25 metri.  A quel punto la pressione per firmare con il Rosario diventa insostenibile … ma “Cesarcito” non è ancora convinto. E qui accade una cosa che solo nella “splendida follia” degli Argentini per il calcio può accadere; il giornale locale parla dell’amichevole e ovviamente della grande prestazione di Menotti … che però non è Cesar Menotti di Rosario ma nella cronaca dell’incontro diventa “il giovane attaccante di Cordoba Fernandez, attualmente in prova con il Rosario Central” … il tutto per evitare che il Newell’s sappia del talento locale e lo “rubi”, come accadeva spessissimo a quel tempo, ai rivali del Rosario !

Lo convoca addirittura il Presidente del Rosario Central in persona, il celeberrimo Flynn “Allora Cesar vuoi giocare o no con il Rosario ?” “Presidente, io sono un hincha del Rosario da quando sono nato ! ma devo mantenere me e mia madre. Con i dilettanti prendo 2000 pesos al mese (bugia clamorosa !) e nessun altro può darmi questa cifra ! Il Presidente ci riflette un solo secondo e poi “bene, io ti do 40.000 pesos alla firma del contratto e 2.500 pesos al mese e vai dritto in prima squadra”

Menotti ricorda che “rientrai a casa piangendo dalla gioia e quando lo dissi a mia madre iniziò a piangere ancora più forte” aggiungendo “tutti questi soldi … e poi con il Rosario Central !” La madre e il padre infatti erano entrambi fanatici del Rosario Central in una famiglia, ricorda lo stesso Menotti, “dove tutti gli altri, nonni, zii e cugini erano tifosi del Newell’s”.

Menotti, che si è sempre definito “un malato di calcio”, a quel punto inizia a dedicare ogni minuto del suo tempo al pallone. Quando non gioca o si allena va ad assistere ad incontri (compreso il Newell’s !) oppure va nel garage di casa a giocare con un pallina di tennis, tirandola contro un muro per poi stopparla, palleggiare o tirare.  … “potevo passare anche un intero pomeriggio a fare sempre gli stessi 3-4 movimenti”.

L’esordio in prima squadra arriva prestissimo, dopo sole 6 partite nelle riserve.

Il talento di Menotti è evidente e per sua grande fortuna il giocatore più rappresentativo del Rosario Central in quel periodo, il “gitano” Juarez lo prende sotto la sua ala protettrice e nonostante i 10 anni di differenza tra i due nasce un amicizia che si rivela fondamentale in campo e fuori. “era come un fratello maggiore e per me, che avevo perso il padre e non avevo fratelli, fu una persona fondamentale nella mia formazione di uomo e di calciatore”

Da allora la carriera di Menotti non conosce pause o passi indietro. Rimane 4 stagioni nel Rosario Central ma poi arrivano ottime stagioni al Racing Club e soprattutto al Boca Juniors dove nel 1965 conquisterà il suo unico trofeo da calciatore in Argentina, il campionato Metropolitano. Mentre è al Boca arriva una clamorosa, dal punto di vista economico, offerta dai “New York Generals” neonato team del calcio statunitense allora davvero agli albori. Il Club però finisce di esistere al termine della prima stagione di Menotti, nel 1968 e quando pare tutto pronto per un rientro in Argentina (con il Rosario Central che riabbraccerebbe con grande gioia il figliol prodigo) arriva un’offerta altrettanto allettante; il Santos brasiliano, la squadra dove gioca Pelè, lo vuole nelle sue file per continuare a mantenersi al vertice e per poter dare a Pelè una spalla di alto valore tecnico. Menotti va in Brasile, rimane a fianco di Pelè per due stagioni vincendo il campionato Paulista del 1968. Ma la sua carriera è in fase discendente, il suo calcio lento e ragionato fa fatica ad imporsi e dopo una breve esperienza nella stagione 1970-1971 in un piccolo team di San Paolo, il Club Atletico Juventus, decide di abbandonare il calcio giocato anche perché arriva una proposta davvero irrinunciabile per “el flaco”; quella di fare da secondo allenatore all’amico e mentore, il Gitano Juarez. C’è però un piccolissimo dettaglio; la squadra in questione è il NEWELL’S OLD BOYS !!! In realtà il Presidente del Newell’s del periodo e carissimo amico personale di Menotti chiede al “Flaco” di fare da allenatore al Newell’s ma al deciso rifiuto di Menotti decide di optare per Juarez, con Menotti come secondo, ma più che classico “aiutante di campo” Menotti funge da Direttore Sprtivo, indicando quali giocatori acquistare, è colui che cura gli aspetti tecnico-tattici e che lavora più sul piano organizzativo che pratico sul campo. Nonostante questo i dubbi rimangono “Gitano, quando sapranno che andiamo a lavorare per il Newell’s i tifosi del Rosario ci uccideranno !” E solo dopo molte rassicurazioni da parte di Juarez Menotti decide di accettare l’incarico

Come calciatore Menotti si è sempre definito “uno con una ottima tecnica, con la capacità di mettere in porta i compagni, a cui piaceva la palla, averla tra i piedi e “disfrutarla” cercando tunnel, palleggi eleganti e tocchi di fino”. Uno alla “Riquelme ”anche se probabilmente non così forte !” “Ero talmente innamorato della palla che se durante un incontro stavo 3-4 minuti senza toccarla andavo direttamente dal nostro portiere a farmela dare appena fuori dalla nostra area … ovviamente facendo incazzare di brutto il mio allenatore di turno !” Un’altra delle caratteristiche di Menotti è però sempre stato il rifiuto dell’autorità, che fossero giocatori più esperti che pretendevano da lui umiltà ed abnegazione o allenatori che provavano a proporgli la cosa che lui in assoluto odiava di più; rincorrere gli avversari per riconquistare il pallone ! In calce, nella “zona aneddoti”, qualche perla assoluta sull’argomento …

Fine parte 1

ANEDDOTI E CURIOSITA’

“Mio padre morì quando avevo 16 anni. Era un fumatore incallito. Era da qualche tempo che entrava ed usciva dall’ospedale. Un giorno mentre stavamo parlando tranquillamente a tavola gli dissi “Pà, ti vedo meglio in questi giorni” Lui scoppiò a piangere. Fu la prima volta che vidi il mio vecchio piangere. Rimasi sconcertato. “Cesar, questi medici credono che io sia un idiota. Sono 4 anni che mi dicono che devo smettere di fumare completamente e sai cosa mi hanno detto stamattina ? Se ti va fumare qualche sigaretta ogni tanto beh, puoi farlo. Tu sai cosa vuol dire questo vero ?” Avevo solo 16 anni ma sapevo bene cosa era un cancro.

Fin dagli esordi nel Rosario Central Menotti si rivelò, come detto, assai poco incline ai dettami tattici dei suoi allenatori. A tal punto che dichiarò “Diciamo la verità; cosa vengono a fare gli allenatori al Rosario Central ? Secondo me vengono a imparare calcio perché finora da nessuno di loro abbiamo imparato nulla”

In una partita con il Boca Juniors contro il Banfield, con la propria squadra in 10, gli si avvicina capitan Rattin “Flaco, forza devi tornare in difesa ad aiutare, corri !” La risposta di Menotti “Non mi arriva una palla da un quarto d’ora e adesso mi devo mettere anche a correre ??? Corri tu se ne hai voglia !” … “Negli spogliatoi mi prese letteralmente a calci nel sedere !” ricorda Menotti.

All’inizio della sua avventura da tecnico nel Newell’s gli chiesero se non si sentiva di tradire il suo amato Rosario Central. “No. Io prima di tutto sono ROSARINO ! Amo la mia città prima di tutto. Tifo Rosario ma quando i Newell’s giocavano contro Boca, River o Velez io ho sempre fatto il tifo per il Newell’s !”

Nei video allegati profili e interviste al “Flaco”.

http://youtu.be/P2nvDvRd–Q

http://youtu.be/cAJLY0V582w

 

Parte Seconda: MENOTTI ALLENATORE

menotti2.jpg

Menotti rimane due stagioni al Rosario Central come assistente di Juarez. Le sue grandi doti di organizzatore di gioco, le sue capacità di valorizzare i calciatori, specie i più giovani, e il suo innegabile carisma iniziano inevitabilmente a circolare nell’ambiente calcistico. E così nel 1972 arriva la proposta dell’Huracan che lo vuole come primo allenatore con l’obiettivo di far crescere i giovani di una promettente cantera e di riconquistare una posizione di prestigio nel calcio argentino.

L’impatto di Menotti è devastante; l’anno successivo l’Huracan conquista il campionato, primo e unico successo nell’era moderna del calcio argentino (1931-attuale). Ma quello che maggiormente colpisce l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori è il calcio implementato da Menotti e la qualità eccelsa dei suoi ragazzi. L’Huracan va in campo a “giocare a calcio”, a gestire la palla, ad attaccare e a divertire. Di quella squadra facevano parte giocatori che poi si sono rivelati fondamentali nella storia del calcio argentino e alcuni di loro sono addirittura entrati a far parte della rosa che conquistò il Mondiale 5 anni dopo.

Brindisi, Babington, Houseman, Basile, Carrascosa (si proprio lui, quello che diventò il capitano della Nazionale di Menotti salvo poi rinunciare e ritirarsi dalla nazionale stessa alla vigilia dei Mondiali del 1978) Avallay, Larrossa …

Di quel periodo resta in particolare una trionfo contro il Boca Juniors, per 5 a 0 che in molti definiscono “la più grande esibizione calcistica di un club argentino nella storia del calcio”.

L’anno successivo l’Argentina gioca, senza convincere, i mondiali di Germania. I risultati sono mediocri e il gioco espresso dalla biancoceleste è di basso livello. Occorre dare una sferzata netta ad una nazionale che da troppo tempo non raggiunge i livelli di gioco e di risultati che singolarmente i propri campioni sono, secondo molti,  invece in grado di raggiungere. Il nome prescelto dai vertici dell’AFA (la federazione argentina) è proprio quello di Cesar Menotti, a dispetto della sua giovanissima età (36 anni all’epoca)

Menotti inizia pazientemente un lavoro di “ritorno alle origini” del calcio argentino. Basta scimmiottare il calcio europeo, fatto di corsa, aggressività e incentrato sulla organizzazione difensiva. Palla a terra, tecnica e creatività sono i nuovi dettami, costruendo il gioco dalla difesa con difensori “Hijos de puta” come caratteristica del calcio argentino ma che oltre a picchiare e a intimidire sappiano ANCHE giocare a calcio. Iniziano ad entrare nel giro giocatori come Passarella, duro, “sporco” e cattivo ma con un sinistro meraviglioso, capace di impostare dalla difesa o di servire i compagni con i suoi proverbiali lanci di 40 metri. Galvan, stopper arcigno ma molto intelligente tatticamente il giovanissimo Tarantini, abilissimo terzino forse addirittura di più in fase propositiva che di copertura o addirittura Olguin, che nasce come difensore centrale e Menotti trasforma in educatissimo terzino destro. Il lavoro da fare è tanto ma il carisma di Menotti fa si che i giocatori “sposino” con entusiasmo i nuovi dettami. Ma ben presto arriva un problema grave, enorme e inatteso; in Argentina, il 24 marzo 1976, c’è un golpe dei militari che prendono il potere nel Paese. Gli oppositori del regime vengono eliminati in maniera scientifica, saranno 30.000 a “sparire” in quei terribili anni. Per Menotti il problema è doppio; non è solo dovuto all’instabilità della situazione e al fatto che i due suoi principali collaboratori in Federazione, quelli che lo avevano voluto in carica come allenatore, Niembro e Bacutto, si dimettono ma ce n’è uno ancora maggiore; Menotti è dichiaratamente comunista. (“Non sono ne Peronista, ne progressista, ne Kirchneriano ora … io sono COMUNISTA”) e sa per certo che il suo nome è presente nella famosa lista nera degli oppositori al nuovo regime. Menotti decide di dimettersi. Presenta le sue dimissioni al Presidente Cantilo. “Cesar” gli dice Cantilo “Il tuo programma di lavoro preparatorio ai Mondiali che ho in questa carpetta è la cosa più seria e professionale che io abbia mai visto in Federazione. Ti prego, prendiamoci un po’ di tempo. Dal canto mio di garantisco che tutto quello che tu chiedi sarà fatto fino al minimo dettaglio” Cantilo mantiene la parola. Menotti decide di rimanere, sa buona parte di quello che sta succedendo in Argentina “l’unica cosa di cui non ero al corrente al tempo erano i terribili voli della morte (oppositori fatti salire su aerei della dittatura e poi gettati vivi nel Mar della Plata). Ero iscritto al Partito Comunista, avevo amici importanti in politica e nelle varie associazioni che mi convinsero che il mio lavoro e la mia lotta era più importante da dentro che da esterno. E così decisi di rimanere”. Altro aspetto non irrilevante è costituito ovviamente dal fatto che per Videla e soci era praticamente impossibile mettere a tacere Menotti come oppositore del regime almeno fino a quando lo stesso ricopriva una carica che, per il popolo argentino così “malato” di calcio, era forse la più importante del Paese !

L’Argentina vince il Mondiale, in casa, il primo della sua storia. Menotti è un eroe Nazionale. Il suo contratto scade alla fine del 1978. C’è un pronto un contratto miliardario con il Barcellona. Maradona sarebbe stato il suo primo acquisto nelle file dei Catalani, fu espressamente Menotti a chiederlo. Ma ancora una volta l’amore per la sua Patria finisce per avere la meglio. Grondona, lo storico presidente della Federazione Argentina, lo convince a rimanere “cambieremo insieme la storia del calcio argentino, abbiamo trionfato in Argentina … possiamo farlo in Spagna fra 4 anni). Un notevole ritocco economico convincono definitivamente il Flaco a rimanere.

L’anno seguente arriva un’altra enorme soddisfazione professionale; l’Argentina vince il Mondiale Under-20 (vero e proprio mondiale giovanile) in Giappone. Nelle fila di quella squadra due autentici fenomeni che diventeranno giocatori fondamentali per la Nazionale maggiore; Diego Armando Maradona (che sfiorò la convocazione anche l’anno prima nel mondiale di casa a 18 anni nemmeno compiuti) e il centravanti Ramon Diaz, oltre ad altri talentuosissimi giovanotti come Escudero o Calderon. L’Argentina vince il torneo in maniera netta ed inequivocabile e a quel punto pare che il dominio dell’Argentina nel calcio mondiale possa protrarsi nel tempo, a cominciare dagli imminenti campionati mondiali spagnoli

Le cose non vanno come sperato; l’Argentina, che sulla carta è praticamente la stessa del 1978 più un certo Diego Maradona (e Ramon Diaz) non mantiene fede alle attese e nel famoso “girone della morte” con Italia e Brasile finisce per venire eliminato, perdendo entrambi gli incontri. In particolare quello con gli Azzurri lascerà una cicatrice indelebile in Menotti che ancora oggi parla di quell’incontro come la più brutta giornata della sua carriera e la più cocente delusione. Gli argomenti di Menotti sembrano frutto di rancori mai sopiti e di rabbie forse esagerate … di certo c’è che un Argentina che schierava in campo contemporaneamente giocatori del calibro di Maradona, Ramon Diaz, Kempes, Bertoni, Ardiles e Passarella pensava probabilmente di fare un sol boccone di una Nazionale azzurra incapace fino a quel momento di battere Camerun o Perù. “L’arbitro rumeno che diresse l’incontro era un noto tifoso juventino, i falli su Maradona in particolare furono clamorosi nella loro durezza e ripetitività e ci negarono due evidenti rigori e ci fischiarono contro altrettanti fuorigioco inesistenti” Nonostante la delusione di un mondiale comunque sottotono il Barcellona è ancora lì alla porta e finalmente Menotti diventa allenatore del grande Club catalano a stagione inoltrata, nel marzo 1983 in sostituzione di Udo Lattek. L’impatto è immediato e il Barcelona vince dopo pochi mesi sia la Coppa del Rey che la neonata Coppa della Liga, manifestazione giocata a fine stagione tra le 18 squadre della prima divisione spagnola. (vittoria in finale contro il Real Madrid di Santillana, Juanito e del Bosque).

Al Barcellona le aspettative per la stagione successiva sono enormi; Maradona è nella sua piena esplosione, Schuster si rivela un genio nel centrocampo blaugrana, Migueli e Alesanco sono due colonne difensive di prim’ordine, el Lobo Carrasco è una eccellente spalla per Diego … Purtroppo le cose non vanno come sperato, in gran parte per il gravissimo infortunio patito da Diego Maradona nel primo big match della stagione, quello contro i Baschi dell’Athletic Bilbao (che poi vinsero la Liga) per un intervento durissimo del difensore basco Andoni Goikoetxea che tolse a Menotti e al Barça Diego per oltre 3 mesi di campionato di fatto togliendo ogni possibilità di vittoria ai catalani.

Al termine della stagione arriva la separazione del Club. Menotti sta fermo oltre un anno ma nel 1986 arriva la chiamata dal Boca Juniors. I risultati sono buoni e in un periodo non particolarmente felice per gli “Xeneises” arriva un ottimo 4° posto a soli 3 punti dai vincitori … il “suo” Rosario Central. I buoni risultati fanno si che dall’Europa e ancora dalla Liga arrivi un’altra importante chiamata, quella dell’Atletico Madrid, desideroso di tornare ai vertici del calcio spagnolo.

Menotti va al Vicente Calderon e con lui arrivano eccellenti giocatori come l’ala sinistra Lopez Ufarte dalla Real Sociedad e il sopracitato difensore dell’Athletic Goikoetxea a dare ancora più qualità ad un team che vedeva già nelle proprie file il centravanti Salinas e soprattutto il fenomenale (e sfortunatissimo) Paolo Futre. L’avvio è eccellente; Menotti sperimenta un sistema di gioco che attualmente è assai in voga; difesa molto alta e pressione nella metacampo avversaria per recuperare il pallone più vicino possibile alla porta rivale. Il sistema “spacca” e per quasi tutto il girone di andata le squadre della Liga sembrano incapaci di trovare le giuste contromisure. Il primo segnale importante di difficoltà arriva in una trasferta al San Mames di Bilbao dove i “Leones” infliggono un pesante 5 a 1 ai Colchoneros. Ma subito dopo arriva un match che rimarrà nella memoria collettiva dei tifosi dei biancorossi madrileni; un portentoso 5 a 0 ai danni degli odiati concittadini del Real Madrid … e per di più al Bernabeu !

Il girone di ritorno non è però all’altezza. Il sistema di gioco mostra qualche lacuna e la forma di alcuni dei suoi giocatori più importanti inizia a scemare vistosamente. Buona parte della tifoseria e soprattutto della stampa locale accusano Menotti di incapacità nel curare la preparazione fisica dei propri giocatori, privilegiando quasi esclusivamente tecnica e tattica. La verità probabilmente sta nel mezzo; per uno come Menotti che in tempi non sospetti dichiarò in maniera rotonda “da quando in qua per giocare bene a calcio occorre correre ?” è ovvio che la preparazione fisica non è al primo posto nelle peculiarità di una squadra ma è altrettanto vero che il sistema di gioco implementato dall’Atletico in quella stagione prevedeva un consumo di energie fisiche superiore a quello a cui erano abituati i giocatori fino a quel momento.

Fatto sta che a fine stagione il vulcanico presidente dei Colchoneros Jesus Gil chiude il rapporto con Menotti. El Flaco torna in Argentina come Direttore tecnico del River Plate e da allora inizia un peregrinare continuo da una panchina all’altra, incluse un paio di stagioni alla guida della Nazionale messicana. Dopo un’altra stagione senza infamia e senza lode al Boca Juniors nel 1996 (dopo il classico anno sabbatico) dirige l’Independiente e i buoni risultati allertano altri team europei. Arriva così la chiamata dal campionato più importante del momento, quello italiano. A richiedere i suoi servigi sono i blucerchiati, la Sampdoria del Presidente Mantovani. L’Independiente è pronto ad offrire a Menotti un contratto principesco ed economicamente alla pari di quello offerto dai ricchi italiani. Ma El Flaco ha deciso. Vuole l’avventura italiana, pur sapendo che la Sampdoria sta per essere ridimensionata anche e soprattutto dalla cessione della sua bandiera: Roberto Mancini. Menotti regge solo 8 giornate. I risultati non sono affatto disastrosi ma a “spingere” alle sue spalle c’è il mito blucerchiato Vujadin Boskov che poi in realtà non farà niente di eccezionale portando la Samp ad un mediocre 9° posto. Tra l’altro quanto mai evocativa è la frase con cui Menotti decide di accettare l’offerta di Mantovani “La Sampdoria è una società serissima, che crede nei progetti e sa come costruirli … negli ultimi 10 anni la Samp ha avuto solo due allenatori … questa è una delle ragioni che mi ha spinto ad accettare questo incarico”. Il Biennale pattuito si trasformerà in 3 mesi scarsi.

L’Independiente lo riprende a braccia aperte e con i “rojos” rimarrà fino al 1999. Buoni risultati, a tratti un gioco ancora spettacolare e accattivante ma nessun trofeo.

Menotti rimane al “palo” quasi 3 stagioni prima di accettare la chiamata dal suo club: il Rosario Central. E’ il 2002. L’avvio, costante nella carriera del Flaco, è eccellente. 5 vittorie nelle prime 6 partite di campionato, alcune con clamorose goleade e tra queste l’indimenticabile trionfo nel derby con il Newell’s sul campo degli acerrimi rivali. Non accadeva da 22 anni ! Menotti ricorda ancora quella vittoria come uno dei momenti più intensi della sua vita. “C’era gente che si abbracciava piangendo, gente che in ginocchio che pregava, caroselli di auto … una “locura”. Dopo quella storica ed emozionante vittoria arrivano però 9 partite di fila senza vittorie. Le Canallas precipitano in zona retrocessione e Menotti viene destituito con una coda tremenda per l’allenatore argentino; l’accusa, mai provata, di aver sottratto fondi alle casse del club. Passano altri tre lunghi anni senza allenare quando si rifà vivo, per la terza volta nella carriera di Menotti, l’Independiente. Come accadde alla Samp Menotti dura il tempo di 8 partite (con 2 sole vittorie all’attivo). Menotti ha 70 anni, la passione per il calcio è ancora enorme, ma il suo calcio, talmente tecnico da essere ormai definito “romantico” ha perso potenziale. Rimangono due discrete stagioni in Messico, con il Puebla prima e il Tecos in seguito ma ormai il declino è inevitabile. A questo si aggiungono importanti problemi di salute. Il suo noto tabagismo lo porta in pericolo di vita qualche anno dopo quando fu ricoverato d’urgenza in ospedale per una grave infezione polmonare. Ora a 76 anni suonati, Menotti è ancora un uomo innamorato del calcio e della vita. Ha smesso di fumare, guarda ancora tanto calcio e segue i nipoti che i suoi due figli, Cesar Mario e Alejandro gli hanno dato. Parla molto volentieri di calcio, ammira Guardiola (“lo sogno come allenatore della Nazionale argentina”) ammira giovani e brillanti allenatori argentina come Gallardo (River) el “Vasquito” Arruabarena (Boca) Pellegrino (Estudiantes) e soprattutto Diego Cocca, neo-campione con il Racing. Non stima particolarmente Simeone (“non mi piace il calcio che esprimono le sue squadre, ma è un grandissimo lavoratore e le sue squadre hanno sempre un’impronta chiara. Anche se lui pare preferire quando l’altra squadra ha il pallone che quando ce l’ha la sua”). Oggi c’è solo un ombra negli occhi di questo ex-grande allenatore e ora nonno sereno e affettuoso dei suoi due nipotini; l’evidente disagio per un Mondiale che, vuoi per il tragico contesto di quei giorni, vuoi per lo strascico delle polemiche per la partita con il Perù (un 6-0 per molti assai sospetto), non ha nella memoria del popolo argentino il riconoscimento e la considerazione che invece meriterebbe. Menotti fece un lavoro eccelso in una situazione difficilissima da gestire e la squadra era comunque  di grandissima qualità, sviluppava un gioco piacevole e offensivo e i suoi interpreti sono stati in gran parte giocatori di livello mondiale che non avrebbero sfigurato in nessun’altra nazionale dell’epoca o successiva. Mario Kempes, Daniel Passarella, Osvaldo Ardiles, Ubaldo Fillol … ma l’Argentina pare ricordare con maggior enfasi e passione il trionfo di 8 anni dopo in Messico, quello di Maradona e delle sue incredibili e probabilmente irripetibili giocate … dimenticando le brutte partite disputate, il gioco difensivo e assai poco spettacolare voluto dall’allora tecnico Bilardo (da sempre in rapporti pessimi con lo stesso Menotti … difficile immaginare due tecnici con una concezione del calcio così agli antipodi) che costruì una squadra di “manovali” (esclusi forse solo Valdano e Burruchaga) a disposizione di un genio assoluto come Diego Armando Maradona.

L’ultima nota è forse la più clamorosa e inaspettata di tutte, almeno per un argentino: alla domanda se il più forte è Messi o Maradona,la risposta è inequivocabile “Maradona è stato grande per un lungo periodo e in squadre diverse. Messi gli è molto vicino e non importa se vincerà un mondiale o no … Di Stefano e Cruyff non hanno mai vinto un mondiale ma sono tra i più grandi della storia” Ma allora il più grande di tutti chi è ? “Pelè, senza alcun dubbio. Ho giocato con lui, lo vedevo tutti i giorni in allenamento e in partita. Pelè era un extraterrestre, era di un altro pianeta. Aveva tutto quello che serve per giocare a calcio. Ricordo il grande Rattin (capitano di lungo corso della Nazionale argentina negli anni ’60) che era altissimo. Facevano marcare a lui Pelè sui corners: Pelè saltava di testa e Rattin gli arrivava si e no all’altezza “de los huevos. Barbaro !”

Questo, Signori, è Cesar “El Flaco” Menotti.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Alla domanda se si è mai pentito di non aver convocato Maradona per i mondiali (vinti) del 1978 El Flaco rispose “Io ero perdutamente innamorato di Diego ! Non sono pentito perché fortunatamente li abbiamo vinti ! Ma immagina se ci avessero eliminati al primo turno … Diego mi sarebbe stato riconoscente per tutta la vita !”

Sempre su Maradona. “E’vero che Diego non le ha mai perdonato di non averlo convocato ?” “Verissimo. Diego non perdona e non dimentica mai nulla. Una volta in una partita contro Panama con la Nazionale lo sostituì prima della fine perché lo stavano massacrando di botte … non mi parlò per quasi un mese !”

Prima della finale con l’Olanda ai mondiali del 1978. L’unico giocatore che Menotti davvero temeva nell’Olanda era il centravanti supplente Nanninga. Era altissimo e fortissimo di testa. Menotti decide di mandare uno dei suoi più stretti collaboratori, Saporiti, a seguire l’ultimo allenamento degli “Orange”. Al rientro Menotti gli chiede di Nanninga “Tranquillo Cesar. E’ infortunato, non sarà neppure in panchina”. A quel punto Menotti, che aveva preso in considerazione di portarsi in panchina il difensore Killer, alto e forte di testa, nell’eventualità di dover fronteggiare la torre Olandese, rinuncia all’idea e lascia Killer in tribuna. Solo che Nanninga nella finale è in panchina, entra e a pochi minuti dalla fine segna di testa il gol del pareggio. “Sapo, se perdiamo ti uccido disse Menotti al suo imbarazzatissimo collaboratore.

Il suo primo incontro con Sergio “El Kun Aguero”, nell’Independiente. Aguero, che allora aveva solo 17 anni, ma che aveva già esordito in prima squadra più di un anno prima. E’ lo stesso Menotti a raccontare:”Come sempre faccio nel primo incontro con la squadra metto i giocatori in fila e poi ad uno ad uno mi presento.” “Cesar Luis Menotti” dico loro per poi stringergli la mano. Arrivo all’ultimo della fila, Aguero. Prima ancora che finisca di dire il mio nome allunga la mano e mi dà “un cinque”! “Io sono Aguero … el Kun Aguero” e si fa una bella risata. Che meraviglioso “hijo della reputa madre que lo pariò” !!! ricorda un ammirato e divertito Menotti !

“Le uniche due squadre che hanno veramente cambiato la storia del calcio negli ultimi 50 anni sono l’Ajax di Michels negli anni ’70 e il Barcellona di Guardiola”

La filosofia calcistica di Menotti ridotta all’osso “nel calcio ci sono 4 fasi ben distinte; difesa, recupero della palla, gestione della palla e definizione (conclusione) Due le puoi insegnare e migliorare con il lavoro (recupero e gestione) le altre due, quelle che si fanno nelle due aree difensiva e offensiva, dipendono quasi esclusivamente dalle capacità individuali dei giocatori”

Ad una cena con argomento il calcio chi vorresti a tavola con te ? “Cruyff, Michels, Cappa, Romario e a capotavola Adolfo Pedernera. Nessuno ha mai capito tanto di calcio come lui”.

Infine i giorni più belli e più brutti della sua carriera sportiva … “il più bello l’esordio come calciatore con il Rosario Central ! Si, più ancora del trionfo nel campionato del Mondo. Il più brutto la sconfitta contro l’Italia ai mondiali del 1982 … “fue un robo … nada menos

E infine la frase più emblematica, quella che è rimasta nella memoria di tutti i suoi giocatori di quel Mondiale “insanguinato” del 1978. Prima della finalissima con l’Olanda, guardando la tribuna con Videla e i militari del golpe, Menotti così si rivolse ai suoi giocatori “Andate in campo ragazzi e ricordatevi che dobbiamo vincere non per quei maiali in tribuna, ma il per il popolo argentino”.

Nei video allegati una partita (intensissima e spettacolare) che rappresenta una delle più grandi vittorie in chiave personale di Menotti; espugnare con il suo Independiente nientemeno che la Bombonera del Boca allenata in questa occasione dall’odiatissimo Carlos Bilardo, allenatore che guidò l’Argentina a conquistare il Mondiale del 1986 e la cui filosofia di gioco, basata su un calcio ruvido, molto attento in fase difensiva e decisamente pragmatico, era la più lontana possibile da quella del “Flaco” e poi una serie di brevissimi (e di grande impatto) video relativi al trionfo del 1978.

Lunga vita al “FLACO” !

http://youtu.be/DhFOmGEn9yA

http://youtu.be/Kc4gMYHzj-M?list=PLi9983Uo2dID90Bu0s_Z2PwugdH062X_y

XAVIER TONDO: Non si può morire così.

di REMO GANDOLFI

tratto da “RUOTE MALEDETTE – Storie tragiche del ciclismo”

tondo.jpg

“Sarò il capitano della MOVISTAR al Tour de France !

Ancora faccio fatica a crederci !

Eppure sono passati più di quattro mesi da quando il nostro General Manager Eusebio Unzuè me lo ha comunicato.

E’ stato durante una delle ultime riunioni del classico ritiro invernale dove si stilano i programmi e gli obiettivi per la imminente stagione.

Ero convinto di aver capito male.

“Si Xavier” ha dovuto ripetermi Unzuè “farai il capitano del team al Tour figliolo. Non ci aspettiamo che tu lo vinca ma un piazzamento nei primi 10 è assolutamente alla tua portata”.

Il TOUR DE FRANCE.

La corsa ciclistica più importante del mondo.

Non solo andrò a correrla per la prima volta nella mia carriera … ma ci andrò pure con i gradi di capitano !

Ricordo benissimo che dopo un buon paio di minuti di assoluta euforia a quella strepitosa notizia hanno iniziato a tremarmi le gambe pensando al grande senso di responsabilità che mi dovevo assumere dopo una dimostrazione di stima del genere da parte del mio nuovo Direttore Sportivo e di tutta la Movistar.

Di sicuro c’è che da quel giorno è come fossi entrato in una nuova dimensione.

E ho capito ancora di più quanto nel nostro sport, quello della bicicletta, la testa conti almeno quanto le gambe.

Ho sempre amato questo sport e anche l’allenamento più duro ed esigente per me è sempre stato un piacere autentico.

Ma da quel giorno in ogni allenamento mi sembrava quasi di non sentire la fatica tanto ero concentrato e determinato a trasformare questa stagione in qualcosa di unico.

Insomma, mi allenavo e correvo con una nuova consapevolezza e con tanta, tanta autostima in più.

Sono sempre stato un buon corridore ma fino alla scorsa stagione ho sempre corso in squadre di seconda o addirittura di terza fascia.

Sembra assurdo ma il mio esordio vero nel ciclismo che conta è stato l’anno scorso con la Cervelo Test Team, il mio primo team World Tour, la serie A del nostro sport.

A 31 anni suonati !

Invece una vittoria alla Parigi-Nizza, davanti a gente del calibro di Alberto Contador e Samuel Sanchez e poi addirittura una vittoria di tappa nella corsa che si corre a casa mia, in Catalogna e alla fine addirittura il secondo gradino del podio nella classifica finale dietro un fenomeno come il “Purito” Rodriguez avevano finalmente scacciato quei pensieri negativi che avevo sempre avuto in testa e cioè che per me competere a questi livelli, spalla a spalla con i più grandi, era semplicemente troppo.

Quando sembrava finalmente che ogni cosa fosse andata al suo posto a fine stagione arriva la notizia che non ti aspetti e che sembra porre fine a tutti questi sogni: la Cervelo si fonderà con la Garmin e per molti ciclisti del nostro team arriva il benservito.

Io sono fra questi.

“Splendido, eccoci da capo Xavier” mi sono detto allora.

Il ritorno in qualche squadra Professional sembrava la soluzione più logica.

E invece arriva la chiamata di Unzuè e della Movistar, nuova formazione sponsorizzata dalla principale compagnia spagnola di telefonia.

Quest’anno ho già messo nel carniere due belle vittorie.

Una al Tour de San Luis, vincendo una cronometro di quasi 20 km viaggiando oltre i 50 km all’ora di media e poi la classifica generale alla Vuelta Castilla y Leon, superando ottimi ciclisti come Bauke Mollema, Igor Anton e Domenico Pozzovivo.

Ma è stato ad inizio primavera che mi sono reso conto che Unzuè ci aveva visto lungo e che ero davvero pronto per fare il capitano.

Nelle due principali corse a tappe “brevi” che si corrono in Spagna, il Giro di Catalogna e quello dei Paesi Baschi, mi sono trovato a lottare alla pari prima con Alberto Contador, Ivan Basso, Cadel Evans, Michele Scarponi e Rigoberto Uran giungendo quinto nella classifica finale e poi ai Paesi Baschi, dove ottengo lo stesso piazzamento finale dietro gente come Andreas Kloden, Chris Horner e Robert Gesink.

Ora sono qua, in Sierra Nevada ad allenarmi duramente e a mettere fieno in cascina per quel Tour de France che inizierà fra meno di due mesi e al quale voglio arrivare in condizioni strepitose, nella “forma della vita” come si dice nel nostro mondo.

Alejandro Valverde, il nostro grande capitano che sta scontando la sua squalifica per quella maledetta “Operacion Puerto” continua ad allenarsi con il nostro gruppo di amici praticamente tutti i giorni. Con noi ci sono i miei compagni di squadra Rojas Gil, Benat Intxausti e David Arroyo ai quali si aggiunge spesso anche Samuel Sanchez, il capitano della Euskaltel.

Proprio Valverde, “l’embatido” come lo chiamano qui da noi per la sua classe immensa, me lo ripete praticamente tutti i giorni. “Xavier, non ti ho mai visto andare così forte” aggiungendo addirittura che quando allungo in allenamento fa fatica a starmi a ruota … proprio lui, Alejandro Valverde !

Ovviamente non credo a una sola parola di quello che dice ! … quello che conta però è che in me stesso, finalmente, ci credo davvero molto di più.

tondo1.jpg

 

E’ il 23 maggio del 2011.

Xavier Tondo, insieme all’amico e coèquipier Benat Intxausti, si sta preparando per raggiungere gli altri compagni di squadra Alejandro Valverde e Josè Rojas Gil per una seduta di allenamento nella vicina Granada, come stanno facendo da qualche giorno a questa parte in vista dell’imminente Giro del Delfinato, corsa a tappe francese e classico aperitivo per il Tour de France di inizio luglio.

Sono le 10 di mattina e Xavi e Benat decidono, per la prima volta, di andare a raggiungere in compagni non in bici, ma di utilizzare l’auto.

I due hanno caricato le bici sul monovolume di Tondo e stanno per uscire dal garage.

Xavier è seduto al posto di guida del mezzo e Benat è seduto al suo fianco.

Tondo ha già innestato la retromarcia per uscire dal garage quando si accorge che il portone automatico del garage non si è aperto.

Allora scende dall’auto per cercare di risolvere il problema, ma commette una distrazione, che si rivelerà  fatale: non mette in folle l’auto, che ha il cambio automatico. Tondo scende dall’auto e si avvicina al cancello per cercare di aprirlo manualmente. La macchina arretra e lo blocca, schiacciandolo contro la porta del garage.

Tutto accade in pochissimi secondi. Intxausti si precipita al posto di guida per interrompere la marcia dell’auto.

Ma è troppo tardi. Quando Benat riesce a innestare la prima e spostare l’auto in avanti, l’unica cosa che sente è il corpo di Xavier che, liberato dallo schiacciamento tra la portiere dell’auto e la saracinesca del garage, cade pesantemente a terra.

Intxausti si precipita in suo soccorso.

Tutto inutile.

Xavier Tondo morirà tra le sue braccia pochi istanti dopo.

Una morte assurda nella sua dinamica.

Una morte che lascia increduli ed attoniti.

I suoi compagni della Movistar stanno disputando in quei giorni il Giro d’Italia.

Tutti si erano già affezionati a quel catalano simpatico e allegro, educatissimo e gentile.

Decideranno di continuare la corsa rosa.

Il ricordo dei compagni, degli avversari e di coloro che lo hanno conosciuto è a tratti struggente.

Marzio Bruseghin, il nostro grande e longevo ciclista e suo compagno di squadra in quei pochi mesi dirà di lui che “Era come un ragazzino di 20 anni. Aveva un entusiasmo contagioso e quando eri con lui non potevi non essere allegro”.

Xavier Tondo lascerà la moglie Silvia andandosene nel momento più dolce della sua carriera … con il sogno, quello di correre il Tour de France, che ovunque si trovi Xavier adesso, rimarrà sempre un sogno.

 

 

Xavier Tondo Volpini nasce il 5 novembre del 1978 a Valls, cittadina in provincia di Terragona nella regione autonoma della Catgalogna.

Xavi ha un sogno da sempre. Correre in bicicletta e fare della bici la sua professione.

Sogno così intenso e irrinunciabile che anche mentre inscatolava cereali nella fabbrica di Valls dove lavorava per le classiche otto ore al giorno non ha mai smesso di coltivare.

Tutti a Valls conoscevano quel ragazzo che alle prime luci dell’alba inforcava la sua bici andandosi ad allenare sulle strade della zona salvo poi rientrare in tempo per presentarsi in fabbrica alle 9 di mattina.

I risultati nelle categorie inferiori non sono quelli che ti fanno avere le grandi squadre professionistiche a bussare alla tua porta.

La vita continua a dirgli che forse al suo sogno dovrà rinunciare e a 24 anni probabilmente nel suo bilancio di vita Xavi non può non considerare tutte le sere a letto presto per potersi allenare la mattina dopo, la fabbrica e poi magari un’altra uscita di un paio di ore fin che la luce del giorno lo permette.

Prima di arrivare a casa così esausto da rinunciare alle discoteche, ai locali e a inseguire le ragazze come la sua età pretenderebbe.

Così, quando nell’inverno del 2003 una piccola squadra, la Paternina-Costa de Almeria, lo mette sotto contratto, per Xavier pare finalmente la svolta.

E’ una piccola squadra, ma che partecipa a tutte le principali corse spagnole e portoghesi, Giro di Spagna incluso.

A fine stagione invece tutto torna come prima.

Di nuovo ad inscatolare cereali e senza una squadra in cui correre.

Ok, è la fine penserebbero in tanti.

Ora di voltare pagine e pensare “alla vita”.

Non per Xavi.

Continua ad allenarsi, a nutrirsi di ciclismo.

Guarda tutte le corse in tv, studia i migliori, legge tutto quello che gli capita sotto tiro … purché si parli di ciclismo.

“E’ la mia passione, non posso farci nulla” spiegherà ai tanti che continuano a non capire questo suo accanimento.

Ma lui ci crede, sa che qualcosa DEVE succedere.

E qualcosa succede. Niente di eclatante per l’amor di Dio !

E’ una piccola squadra Continental, la Barbot-Gaia, e per di più è portoghese.

Xavier Tondo non ci pensa su un secondo.

Fa le valigie per il Portogallo senza neppure fare due conti con il portafoglio che gli direbbe che converrebbe continuare a lavorare in fabbrica a Valls piuttosto che lanciarsi in quell’avventura lontano da casa.

I suoi risultati attirano l’attenzione di un team di casa, il Catalunya-Angel Mir.

Qui, pensa di sicuro Xavi, la svolta è arrivata davvero.

Vince una tappa e la classifica finale della Vuelta al Alentejo in Portogallo e poi una tappa al Giro delle Asturie.

Per Xavi arriva la chiamata della Relax-GAM, ambizioso team della Profesional Continental, il secondo rango dietro le squadre World-Tour o Pro-Tour come si diceva allora.

La possibilità di correre molte delle corse più importanti del calendario, fianco a fianco dei grandi campioni dell’epoca, è uno stimolo enorme per Tondo che si è ormai convinto che la bici potrà davvero diventare la sua professione.

Il fato, però, ha altri progetti.

In quel maledetto 2006 Xavi prima viene messo a terra da una forte mononucleosi e quando rientra arriva una brutta caduta con la conseguente frattura di una caviglia.

A fine stagione non ha praticamente corso. Il suo contratto annuale è in scadenza e non gli viene rinnovato.

“E’ finita Xavier, stavolta è finita davvero” continua imperterrito a sussurrargli il destino.

Destino che pare proprio non volerne sapere di dare una mano a quel ragazzone catalano, magro magro, con un bel naso importante e due occhi azzurro chiaro sempre e comunque sorridenti.

Ma ancora una volta sarà il Portogallo ed una squadra portoghese a dargli un’altra possibilità.

Anche stavolta Xavi non indugia un secondo, anche se si torna nella serie “C” del ciclismo e ancora una volta lontano da casa.

Xavi sa che questa è davvero l’ultima occasione.

Ha quasi 28 anni e a quest’età o si fa il salto di qualità o è meglio davvero lasciar perdere.

Nei due anni con la Maia, questa piccola squadra lusitana, Tondo vincerà prima il Giro del Portogallo e poi la famosa “Subida al Naranco”, classica gara con l’arrivo in salita sul monte Naranco, nelle Asturie, terra di un grande campione come Josè Manuel Fuente, “El Tarangu”.

In questa corsa Tondo trionferà davanti ad eccellenti colleghi come lo spagnolo Koldo Gil e Stefano Garzelli, il veterano ciclista italiano capace di vincere anche un Giro d’Italia qualche anno prima.

Caja Sur-Andalucia e Cervelo saranno i teams della definitiva consacrazione di Tondo che prima di approdare alla Movistar riuscirà a mettere la sua ruota davanti a tutti in gare di primissimo livello come la Vuelta ad Andalucia e soprattutto in una tappa della Parigi-Nizza e una del Giro di Catalogna.

Ma oltre alle vittorie il ricordo più grande è per lo Xavier Tondo uomo.

Colui che pochi mesi prima della sua terribile disgrazia avrà il coraggio di denunciare alle autorità l’offerta ricevuta da una organizzazione criminale specializzata nel traffico di prodotti dopanti.

Xavier Tondo, capace di schermirsi dei complimenti ricevuti dagli addetti ai lavori e dalla polizia stessa per il coraggio e l’etica dimostrate in quella occasione “Ho solo fatto quello che dovevo fare” è tutto quello che Tondo riesce a dire sull’argomento.

Lo stesso Xavier che poco tempo prima si disse entusiasta del nuovo accordo con la Federazione Ciclistica Internazionale che per la lotta al doping tramite la WADA istituì il famoso “passaporto biologico”, con il rivoluzionario controllo incrociato sangue e urine e il controllo strettissimo sui ciclisti professionisti.

“Sono felice che possano svegliarci anche nel cuore della notte per controllarci se questo può servire a prendere in castagna un imbroglione”.

Sulla sua integrità professionale nessuno ha mai avuto un dubbio al mondo tanto che sono in tanti nel gruppo ad essersi accorti che da quando sono iniziati i controlli “veri” Xavier Tondo ha iniziato a vincere corse …

Tutto finirà in quella maledetta mattina del 23 maggio.

Ma c’è una appendice a questa storia.

C’è Benat Intxausti, il giovane ciclista basco che ha vissuto in prima persona quei terribili momenti.

 

 

Benat, grande promessa del ciclismo spagnolo fin dagli esordi con la Saunier-Duval fino alla definitiva esplosione con l’Euskadi Euskaltel nella stagione precedente, ci metterà tanto tempo a superare quel terribile giorno di maggio.

Lui, uno dei ciclisti più simpatici, allegri e spiritosi del gruppo, nelle settimane successive la morte dell’amico Xavier si chiude in se stesso.

Lo stato di shock è evidente, conclamato.

Per quasi un mese Benat non riuscirà praticamente ad allenarsi.

Le poche volte che lo fa poi corre a casa, si chiude tra quattro mura e non si fa praticamente trovare da nessuno.

Lo convincono ad andare al Tour de France, puntando sul fatto di onorare la memoria dell’amico Xavi che a quel Tour avrebbe dovuto correre da capitano.

La corsa francese si rivelerà un fiasco totale per Intxausti.

Non ci sono miglioramenti neppure nei mesi seguenti dove, con il morale sotto i tacchi, Benat colleziona più cadute e ritiri che piazzamenti.

Anche la stagione successiva, quella del 2012, non porta a miglioramenti sostanziali.

Risultati scarsi, guai fisici e incostanza negli allenamenti.

Qualcuno inizia a parlare addirittura di uno stato depressivo.

Quel maledetto giorno non vuole proprio andarsene dalla mente del giovane ciclista basco.

Sono passati due anni esatti dalla morte del suo amico Xavi.

E’ il 21 maggio del 2013.

Benat sta correndo il Giro d’Italia.

Intxausti pochi giorni prima, nella settima tappa dopo l’arrivo a Pescara, indossa la maglia rosa.

La prima della sua carriera.

Ma è in quella sedicesima tappa che si conclude a Ivrea che Benat Intxausti farà il suo capolavoro.

Dopo una serie di attacchi nella salita di Chiaverano a pochi chilometri dall’arrivo e nella bagarre della successiva discesa rimarranno tredici ciclisti al comando, praticamente tutti i migliori della classifica.

Nel tratto pianeggiante finale saranno in quattro ad avvantaggiarsi di qualche secondo sugli altri componenti della fuga.

Kangert, Gesink, Niemiec e lo stesso Intxausti.

La volata è lanciata lunga da Kangert che pare destinato a spuntarla.

Benat però non ci sta e con un grande rimonta lo supera vincendo a braccia alzate e congiungendo le mani in una grande “X” in onore dell’amico Xavier Tondo, prima di scoppiare in lacrime non appena tagliato il traguardo.

Dirà che quel giorno, su quella bici, non era solo Benat … c’era l’amico Xavi con lui a raddoppiargli le forze …

benat.jpg

RUGBY IN PARADISO

di ANDREA PELLICCIA

bob deans ab.jpg

“Così tu pensi di saper distinguere
il Paradiso dall’Inferno,
i cieli azzurri dal dolore.”

Pink Floyd, Wish You Were Here

In Paradiso i pali delle porte da rugby sono infiniti.

Non “prolungati idealmente all’infinito” come recita, con insolita poesia, il regolamento del gioco. Sono proprio di lunghezza infinita. Farebbero la gioia del matematico greco Euclide, se solo potesse vederli. Due semirette bianche, lucide, perfettamente parallele.

Isaac Newton, che invece ha potuto ammirare quei pali da vicino, si è domandato più volte come quell’esile e allo stesso tempo immensa struttura non crollasse, vinta dal proprio peso. Ma l’esimio scienziato ha dovuto ammettere che le leggi della fisica della Terra sono diverse da quelle del Paradiso.

Non sempre, però. Ad esempio ci fu quella volta in cui, spinto da alcuni connazionali inglesi che in vita erano stati giocatori di rugby più o meno famosi, decise di scendere in campo per una partitella tra amici.

Entra subito nel vivo del gioco, anche se, nella posizione di tre quarti ala in cui è schierato, non vede giungere molti palloni dalle sue parti.

Poi un attacco avversario. L’ala di fronte a lui, un irlandese, lo punta, si dirige dritto verso di lui, poi all’ultimo momento, con un’abile finta, cambia direzione ed evita il placcaggio. Il povero Newton, disorientato da quella repentina accelerazione, perde l’equilibrio e cade pesantemente a terra.

Gli ci vuole poco per rendersi conto che le leggi del moto che hanno regolato la sua caduta su quel campo del Paradiso sono identiche a quelle che lui stesso aveva descritto e codificato molti anni prima sulla Terra.

A parte i pali, i campi da rugby del Paradiso sono identici a quelli della Terra. Ma non ci sono spalti. Né curve né tribune.

I vecchi allenatori amano posizionarsi ai bordi del campo per rivivere l’emozione di dare indicazioni e suggerimenti ai giocatori in campo.

I vecchi tifosi amano librarsi a mezz’aria per poter osservare da vicino le gesta dei propri beniamini.

 

“I piloni hanno il posto garantito in Paradiso”, recita un saggio proverbio. Ed è vero. Tanti piloni si sono guadagnati il posto in Paradiso per la fatica, per lo spirito di sacrificio. Sempre allo scontro, sempre a contatto con l’avversario per guadagnare pochi preziosissimi centimetri e per garantire l’avanzamento e il possesso della palla alla propria squadra. Generosi in campo, generosi fuori dal campo.

Ma in Paradiso ci sono anche tante seconde linee, terze linee, tre quarti.

Fra questi c’è un giovane neozelandese, un tre quarti centro. Robert George Deans, detto Bob.

La sua vita terrena è stata molto breve.

Bob fa parte della leggendaria spedizione che nel 1905 partì dalla Nuova Zelanda per raggiungere le Isole Britanniche. Il rugby di due mondi a confronto. Quaranta giorni su una nave passati a giocare a carte e ad allenarsi, immaginando il momento dello sbarco nella terra dei propri avi.

La Nazionale Neozelandese, che in questa tournée si guadagna il soprannome di All Blacks, si mostra nettamente superiore a tutti gli avversari: un gioco dinamico e innovativo, una capacità organizzativa mai vista. Le squadre che li fronteggiano si ritrovano quasi sempre a contare alla fine della partita passivi molto pesanti. Nelle trentacinque partite disputate totalizza quasi mille punti subendone poco più di cinquanta. Dominio assoluto.

Gli All Blacks stravincono, tra lo stupore generale, tutti gli incontri. Tranne uno. Quello con la maggiore potenza britannica dell’epoca: la Nazionale del Galles.

Una partita straordinaria. Il Galles, a metà del primo tempo, segna una meta con Teddy Morgan. 3 a 0, in base ai punteggi in vigore all’epoca. I Neozelandesi non riescono a esprimere il loro rugby migliore, sia per la giornata di scarsa vena di alcuni giocatori sia per l’atteggiamento dell’arbitro, lo scozzese John Deaver Dallas, fortemente penalizzante nei confronti del loro gioco.

Ma nel secondo tempo, dopo varie occasioni mancate da entrambe le squadre, i Neozelandesi hanno la possibilità di pareggiare.

Bob Deans riceve l’ovale. È lì, vicinissimo alla fatidica linea bianca. Si tuffa. Viene bloccato. Con uno scatto di reni riesce a guadagnare quei pochi centimetri che gli permettono di schiacciare l’ovale appena oltre la linea. Esulta. È meta!

Anzi, no. L’arbitro, lontano dall’azione, accorre sul posto e sancisce che il pallone non ha varcato la linea. Bob, disperato, sostiene di essere stato trascinato indietro da un giocatore gallese dopo aver segnato la meta.

Tutto inutile. L’arbitro non cambia decisione. Il punteggio resta 3 a 0 e Galles – Nuova Zelanda del 1905 resta nella storia come la più intensa e controversa partita di rugby mai giocata.

Bob Deans disputa le restanti partite della tournée, poi torna con la squadra in Nuova Zelanda. Ma in mente continua ad avere sempre quella maledetta meta contro il Galles.

Pochi anni dopo, un’operazione di appendicite. Routine, normalità. Ma qualcosa va storto.

La malattia. La consapevolezza che la vita si sta spegnendo. A soli ventiquattro anni.

Sul letto di morte la mente si affolla dei ricordi di una vita breve e intensa. Bob, solo ossa e sudore, raccoglie le poche forze rimaste. Guarda le persone intorno a lui, venute lì per l’estremo saluto. Sorride.

«Io ho segnato quella meta», riesce a dire con un filo di voce. Poi chiude gli occhi.

Li riapre subito dopo. Lentamente. Colpito da una luce non accecante ma strana, non familiare.

I sensi si risvegliano, poco alla volta. Si rende conto di non essere nella posizione supina del letto di morte ma di trovarsi a pancia sotto. Sente sotto di sé qualcosa opprimergli il petto. Comincia a tastare quell’oggetto con le mani. Gli ci vuole davvero poco per capire di che cosa si tratti. Un pallone da rugby.

Sente anche il piacevole tocco dell’erba umida sugli stinchi e sugli avambracci. Un campo da rugby.

Poi, un suono. Il silenzio assoluto squarciato da un suono. Quello, inconfondibile, di un fischietto.

Bob solleva lentamente lo sguardo e vede quell’uomo accanto a sé, con il fischietto in bocca e il braccio alzato.

«Bella meta, Mr. Deans», gli dice l’uomo con un largo sorriso.

Bob si rialza e si guarda intorno. L’area di meta. Ma lì vicino nessun giocatore. Nemmeno spettatori. Solo lui e l’arbitro. Che gli ha appena confermato che lui quella meta, quella famosa meta l’ha segnata.

Capisce che quel campo da rugby sarà la sua nuova, piacevolissima casa.

Stringe la mano all’arbitro. «Grazie del complimento».

Mette il pallone sotto il braccio e comincia una corsa blanda verso il centro del campo, mentre una lacrima di commozione gli scende lungo il viso.

bob deans.jpg

All’epoca in cui arriva Bob Deans non ci sono molti rugbisti in Paradiso. Il gioco è nato solo da poche decine di anni.

Molti giocatori arrivano soprattutto durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Il coraggio e la tenacia mostrati sui campi da rugby diventano valore sui campi di battaglia. Per terra, per mare, per cielo. Soldati francesi, marinai italiani, piloti britannici.

Fra questi addirittura un principe. Russo. Alexander Obolensky il suo nome.

Un principe russo che gioca a rugby? E che poi finisce anche in Paradiso?

La bellezza e l’universalità del rugby contemplano anche questo.

Seconda metà degli Anni Trenta. Gli studi svolti in Inghilterra, la nascita della passione per il rugby. La piacevole scoperta di possedere doti eccezionali come tre quarti ala.

Le belle partite disputate con la selezione dell’Università di Oxford gli fanno guadagnare, a vent’anni non ancora compiuti e da cittadino non britannico, un’inopinata convocazione per la Nazionale Inglese.

L’impegno è proibitivo. Gennaio 1936. Gli All Blacks sono in tournée nelle Isole Britanniche e hanno perso pochi giorni prima di un solo punto contro il Galles. L’esordio di Alexander è proprio contro i Neozelandesi, fino ad allora mai battuti dagli Inglesi.

Succede l’incredibile. Alexander porta a termine nel primo tempo due azioni da manuale. Attraversa indisturbato la metà campo neozelandese, supera gli avversari sconcertati e segna due mete straordinarie, ancora oggi considerate fra le più belle mai realizzate dalla Nazionale Inglese.

Punteggio alla fine del primo tempo: 6 a 0 per gli Inglesi. Nel secondo tempo ci si aspetta una reazione furiosa degli All Blacks. Punteggio finale: 13 a 0. Un trionfo.

Pochi mesi dopo Alexander diventa cittadino britannico. Disputa altre tre partite ufficiali con l’Inghilterra. Poi nel 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, si arruola nella Royal Air Force, l’Aeronautica Militare Britannica. Immagina di poter schivare gli attacchi degli aerei nemici con la stessa facilità con cui evita i placcaggi degli avversari.

Marzo 1940, ventiquattro anni appena compiuti, un volo di esercitazione. L’atterraggio al campo di volo di Martlesham Heath, vicino Ipswich. Le ruote dell’aeroplano si incastrano in una buca sulla pista.

Le cinture si sganciano per il contraccolpo, Alexander è sbalzato fuori dall’abitacolo.

Un volo di alcuni metri, l’impatto violentissimo con il suolo, una mano che lo afferra.

Spalanca gli occhi. Davanti a lui John Mulligan, compagno di squadra e di studi ai tempi di Oxford.

«Tutto bene, Alexander? Un po’ irruente il placcaggio di quel pilone scozzese. Ce la fai a stare in piedi?».

«Sì, credo di sì», balbetta Alexander.

È scosso, disorientato. Si guarda intorno. È in piedi su un prato verde, ma non è quello di Martlesham Heath. È su un campo da rugby. Lo capisce dalle linee, lo capisce dalla porta a forma di acca dei cui pali, stranamente, non riesce a vedere la fine.

Ai bordi del campo non ci sono né spalti né spettatori. Ci sono allineati alcuni aerei da combattimento. Tra questi riconosce il suo Hawker Hurricane. È intatto. Nessun graffio, nessuna ammaccatura. Come se non fosse mai decollato. Come se la guerra non ci fosse mai stata. Né quella né tutte le altre prima di quella.

Anche il suo corpo è miracolosamente intatto. Ha indosso un completino bianco, quello della Nazionale Inglese.

Ad alcuni metri di distanza, all’interno del campo, una mischia aperta, giocatori che si contendono l’ovale. Sorride e corre verso di loro. Il mediano di mischia sta per far uscire il pallone.

Alexander va a schierarsi nella propria posizione, quella di ala destra.

«Forza, signori», grida, «facciamo uscire quel pallone e giochiamolo fino in fondo!».

 

In Paradiso c’è molto interesse per le vicende terrene. Il rugby giocato sui campi della Terra viene seguito con passione anche dall’alto.

Particolare fermento nel periodo in cui si disputano i Mondiali e il Sei Nazioni. Fra gli appassionati addirittura qualche Santo. San Patrizio, ad esempio, il Patrono d’Irlanda.

È il 12 marzo 2011, sta per iniziare una partita. San Patrizio si rivolge a un giovane ragazzo italiano.

«Oggi giocate nel Sei Nazioni contro la Francia».

«Sì, proprio così», gli risponde il ragazzo imbarazzato. È timido e non gli capita certo tutti i giorni di dialogare con un Santo.

«È da molto tempo che non battete la Francia, vero?», chiede San Patrizio.

Un velo di malinconia sembra posarsi sul volto del ragazzo. «In tanti anni di sfide li abbiamo battuti una volta sola, quattordici anni fa a Grenoble», risponde. «Quel giorno io c’ero», prosegue orgoglioso, «e ho segnato anche una meta».

«Mio caro Ivan Francescato, ricordo bene quella partita e ricordo anche che pochi mesi prima avevate battuto la mia Irlanda a Dublino».

Il ragazzo ha imparato che in Paradiso non ci si deve meravigliare di nulla, soprattutto quando a parlare con te è un Santo. Quindi decide di non chiedere al Santo come faccia a conoscere il suo nome e come mai sia così preparato sul rugby.

San Patrizio prosegue. «So che voi Italiani tenete molto a questa partita. Che ne pensi di seguirla insieme? Magari oggi succederà qualcosa di buono», conclude strizzando l’occhio.

«Con vero piacere», risponde Ivan.

Si sistemano su una delle poche nuvole presenti sul cielo azzurro dello Stadio Flaminio.

La partita è appena iniziata. Mirco Bergamasco sta per battere un calcio piazzato.

Se il pallone centra i pali sono i primi tre punti per l’Italia. Il pallone finisce in mezzo ai pali. Ma è la Francia a dominare la partita, concludendo il primo tempo in vantaggio 18 a 6. Vittoria sfumata? Ennesima sconfitta onorevole? Gli Azzurri soffrono, combattono, rimontano, grazie anche alla precisione del piede di Mirco Bergamasco che a pochi minuti dalla fine piazza tra i pali il pallone dell’incredibile 22 a 21 finale.

«Ma il cielo è sempre più blu!» cantano a squarciagola i tifosi sugli spalti del Flaminio.

E in quel cielo blu San Patrizio si complimenta con Ivan, commosso fino alle lacrime.

FRANCESCATO.jpg

 

A Lorenzo Sebastiani, bravo e generoso. Come tutti i piloni.

VINCENZO PAPARELLI: Il peso della memoria.

di DIEGO MARIOTTINI

paparelli2.jpg

Fine anni 70, un momento storico inquieto e carico di tensioni. Quelli sono anni che dividono ogni cosa in due, senza ricomporre mai nulla. Si è anti o si è pro. Si è borghesi o proletari, di destra o di sinistra. Se è di scena il calcio, a Roma si è laziali o romanisti. Talvolta uccide più l’assenza di sfumature che il terrorismo. Alla violenza in piazza fa da corollario quella negli stadi. Quella domenica di 40 anni fa è di scena la morte sugli spalti. Non era mai successo. Non così, perlomeno.

 

28 ottobre 1979,allo stadio Olimpico è di scena l’ennesimo derby. Settima giornata del girone di andata. Non è una stracittadina importante per gli alti livelli della classifica, ma è pur sempre un derby e a nessuno fa piacere perderlo. Verso mezzogiorno la radio parla di tafferugli tra tifoserie in zona Stazione Termini, a piazza Bologna e verso Ponte Milvio, ma non è una novità. Verso le 11 hanno aperto i cancelli, per consentire l’entrata del materiale da coreografia. Si respira un’aria elettrica, ma è più o meno la stessa che si avverte sempre. All’inizio le due curve si fanno la guerra a colpi di striscioni offensivi. Dalle parole si passa poi ai fatti, perché le parole sono un pretesto: portare armi allo stadio è un atto della volontà che precede il contenuto di qualsiasi striscione. All’improvviso, dalla curva occupata dai tifosi giallorossi partono due colpi a lunga gittata. Sono due razzi. Il primo oltrepassa l’obiettivo ed esce dallo stadio, il secondo colpisce una persona seduta in Nord. La vittima si chiama Vincenzo Paparelli, 33 anni, sposato con Vanda Del Pinto 29 anni, e padre di due figli piccoli, Marco e Gabriele. Il colpo che lo ha appena raggiunto proviene dunque dalla Curva Sud, la traiettoria supera i 250 metri in orizzontale. Un’arma da guerra a tutti gli effetti. Paparelli viene trasportato in fretta all’ospedale S. Spirito, ma vi giunge morto.

 

La notizia si diffonde rapidamente ma per motivi di ordine pubblico la partita viene fatta disputare. Prima del calcio d’inizio il capitano della Lazio Giuseppe Wilson si dirige verso la Curva Nord per spiegare ai tifosi della propria squadra le ragioni per cui l’incontro deve svolgersi. L’arbitro è il sig. D’Elia di Salerno, capace di dirigere con molta psicologia qualcosa che ha ormai perso tutti i connotati dell’evento sportivo.La partita finisce 1-1. Segna la Lazio, con un colpo di testa del difensore Zucchini. Al pareggio di Pruzzo, sempre di testa, la situazione ha ormai dell’irreale. Una curva è in festa per il gol mentre l’altra è praticamente vuota. Il secondo tempo è un pro forma: se Amenta e Montesi non si facessero espellere per reciproche scorrettezze, non succederebbe proprio nulla. Al fischio finale, la violenza si trasferisce per le vie della città.

 

Dalla sera di domenica un tifoso romanista, Giovanni Fiorillo, si è già reso irreperibile. Vengono nel frattempo arrestate due persone: Enrico Marcioni, un giovane sui vent’anni, e Romolo Piccionetti, 52 anni, un negoziante accusato di aver venduto un ordigno senza licenza. All’inizio Marcioni cerca di negare ma poi crolla e confessa tutto. In poche ore vengono ascoltate centinaia di testimoni e con pazienza si arriva a formare l’identikit del principale sospettato. Ragazzo bruno, dai capelli ricci, piuttosto esile e non molto alto, orecchino pendente al lobo sinistro, maglione blu, rosso e bianco. Identificare Fiorillo è stato abbastanza facile, uno che alla fine degli anni 70 porta un orecchino non passa inosservato. Marcioni racconta nel dettaglio la storia agli inquirenti. Il giorno prima, lui e Fiorillo hanno comprato i razzi nel negozio di caccia e pesca di Romolo Piccionetti, al quartiere Ostiense.

 

Giovanni  Fiorillo, 18 anni compiuti da pochi mesi, è un operaio momentaneamente disoccupato, con piccoli precedenti penali, limitati al furto. Vive a Roma con i suoi genitori, in piazza Vittorio Emanuele. Esquilino, una zona della Capitale che l’immigrazione, specie quella cinese, avrebbe profondamente ridisegnato nei decenni a venire. Durante la settimana Fiorillo, che non ha neanche terminato la scuola dell’obbligo, si arrangia lavorando come imbianchino o come cameriere. Suo padre Giacomo fa l’aiutante presso un banco di frutta nel mercato della piazza.

A una maggiore organizzazione del tifo corrisponde in quegli anni una degenerazione della violenza, nella Capitale come nel resto del Paese. All’Olimpico di Roma si è resa necessaria la costruzione di un tunnel a protezione dell’entrata in campo dei giocatori, altrimenti vittime del fitto lancio di agrumi, bottiglie e altri oggetti contundenti. I servizi d’ordine arriveranno a sequestrare ai tifosi veri e propri arsenali da guerra: sassi, pistole lanciarazzi, chiavi inglesi, bulloni, fionde con biglie d’acciaio, coltelli, catene.

Nei giorni successivi, il p.m. Giacomo Paoloni emette un terzo ordine di cattura: il destinatario si chiama Marco Angelini, 20 anni. L’accusa è la stessa: concorso in omicidio e detenzione abusiva di esplosivi. Marcioni continua a raccontare la storia. Nella mattina di sabato 27 ottobre 1979, si svolge a casa sua la riunione per decidere il piano di battaglia in vista del derby. Gli inquirenti ritengono che sia proprio Angelini a suggerire il luogo dove acquistare i razzi, dal momento che nella sua stanza viene trovato un biglietto da visita di Piccionetti. Il tipo di arma usata ha bisogno di una lunga preparazione. Il montaggio richiede almeno un quarto d’ora di tempo. Al momento del lancio mortale, in Curva Sud l’applauso è generale. Poco dopo però, ci si rende conto della gravità dell’accaduto e qualcuno addita Fiorillo, dandogli dell’assassino. Secondo le ricostruzioni, il ragazzo fugge in lacrime, poche ore di vantaggio ed è irreperibile. Ha parecchi amici tra i tifosi di tutta Italia. Passano i giorni e gli inquirenti si convincono che il fuggitivo stia trascorrendo la latitanza a Bergamo, magari coperto e spalleggiato da qualche “pezzo da novanta” atalantino. Molti invece giurano di avere visto Fiorillo aggirarsi ancora nella Capitale. In ogni caso le ricerche della Polizia si estendono all’intero territorio nazionale, senza trascurare l’ipotesi che Fiorillo possa essere riuscito in qualche modo a varcare il confine.

paparelli 1.jpg

Il 6 novembre Giacomo Paoloni formalizza l’inchiesta nei confronti di Angelini e Fiorillo, con l’accusa di concorso in omicidio per il primo e di omicidio volontario per il secondo. Inizia il decennio successivo. Con il tempo la notizia della morte allo stadio perde di attualità, ma alla fine del 1980 due giornalisti realizzano uno scoop e fanno tornare in auge la storia del derby maledetto. Individuano e intervistano Giovanni Fiorillo, latitante a Lugano, in Svizzera, e nascosto da oltre un anno. Sono Mario Biasciucci, del quotidiano L’Occhio, e Gian Paolo Rossetti del settimanale Oggi. Non è chiaro se sia stato Giovanni Fiorillo a contattarli o meno, forse su suggerimento degli avvocati difensori. Il latitante racconta ai due intervistatori che nei 15 mesi trascorsi “lontano da casa” molte famiglie lo hanno aiutato senza conoscerne l’identità. Sui luoghi nei quali ha soggiornato, invece, saranno gli avvocati a essere più precisi. Milano, Bergamo, Torino, Genova, Brescia, Firenze, la Svizzera. Se non si costituisse in modo più o meno spontaneo, chissà quanto ancora durerebbe la clandestinità.

 

Il processo a Giovanni Fiorillo, Marco Angelini ed Enrico Marcioni ha inizio giovedì 11 giugno 1981. In quei giorni l’opinione pubblica italiana è sconvolta per via di un’altra tragedia. Quella di Alfredo Rampi, un bambino di 7 anni sprofondato in un pozzo artesiano a Vermicino, hinterland romano, e mai più recuperato vivo. Una storia che tiene milioni di spettatori incollati al televisore per giorni e notti e che mobilita in prima persona anche il presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Nonostante il fatto di Vermicino, il processo ai tre ultrà romanisti desta ancora notevole interesse mediatico. Enrico Marcioni è agli arresti da tempo, Marco Angelini invece è stato fermato pochi giorni prima del processo, nonostante il fatto che il 15 settembre dell’anno precedente si sia regolarmente presentato al servizio di leva. I militari realizzano chi sia solo dopo aver saputo dell’imminente processo a suo carico. Durante le udienze si chiariscono parecchie dinamiche dei fatti precedenti il 28 ottobre 1979. Per trovare il materiale pirotecnico il gruppo si è rivolto a Piccionetti, che fino a quel momento aveva negato di conoscere gli imputati. Secondo il racconto degli imputati, i ragazzi stanno cercando una sacca per mettervi dentro le bandiere. A un certo punto un ragazzino indica loro un posto dove è possibile comprare fumogeni. È per l’appunto il negozio di Romolo Piccionetti, in piazza Emporio, zona Ostiense.

Il p.m. ha le idee chiare e richiede quindici anni e sei mesi per Fiorillo e Angelini; dodici anni e due mesi per Marcioni. Secondo l’accusa, quel 28 ottobre i tre giovani hanno la chiara intenzione di colpire, ben consci degli effetti che i razzi possono provocare. Tra le richieste del pubblico ministero ci sono tre anni per concorso in omicidio colposo, più due anni per vendita non autorizzata nei confronti di Romolo Piccionetti. Si chiede inoltre un anno di reclusione per Sergio Patriarca e Francesco Simone, dipendenti dello stadio Olimpico, accusati d’abuso d’ufficio per avere permesso ai tifosi di utilizzare stanze riservate come deposito. Per Gino Camiglieri, presidente dell’Associazione Circolo Biancazzurri, viene chiesto un anno e sei mesi per avere portato razzi dentro lo stadio Olimpico il venerdì precedente il derby. Infine c’è anche la richiesta di due anni e sei mesi per Franco Bellecca, un tifoso romanista accusato di violenza privata ai danni di Maurizio Mauroni, un esponente del servizio d’ordine colpito da una sprangata per avere tentato di identificare i lanciatori dei razzi.

Il 3 luglio 1981 viene raggiunto il verdetto. Giovanni Fiorillo e Marco Angelini vengono condannati per omicidio colposo a quattro anni di reclusione, più un anno e quattro mesi per detenzione di armi. Enrico Marcioni subisce una pena pari a tre anni e cinque mesi, più un anno e tre mesi per detenzione illecita di armi. Il commerciante Romolo Piccionetti deve invece scontare un anno di reclusione per omicidio colposo più un anno e quattro mesi per detenzione illegale di armi. Altre pene: Gino Camiglieri, un anno per detenzione di armi (pena già scontata). Franco Bellecca, un anno e sei mesi per violenza privata e tre mesi per porto d’arma impropria. Sergio Patriarca e Francesco Simone, assolti. Inoltre, i condannati dovranno pagare le spese processuali e venti milioni di lire in solido alla famiglia Paparelli.

 

La sentenza del Tribunale di Roma diviene definitiva venerdì 8 maggio 1987 e condanna a sei anni e dieci mesi Giovanni Fiorillo e Marco Angelini. L’11 gennaio 1988, la prima sezione penale della Corte di Cassazione di Roma conferma la condanna a quattro anni e cinque mesi di reclusione per Enrico Marcioni, il terzo imputato. C’è voluto quasi un decennio per mettere la parola fine alla vicenda, ma orala morte di un meccanico di 33 anni all’interno di uno stadio ha tre colpevoli ufficiali. La vita continua ma non sarà la stessa e a volte cade come un velo. La signora Paparelli ha raggiunto suo marito Vincenzo il 13 giugno del 2011, all’età di 61 anni. I figli, Gabriele e Marco cercano di vivere come possono. Gabriele è talvolta ospite in trasmissioni televisive che ricordano la storia della sua famiglia. La Società Sportiva Lazio continua a manifestargli solidarietà ma non è più tempo di belle parole. Serve altro.

Dopo essere stato arrestato più volte nel corso degli anni successivi per reati di varia natura Giovanni Fiorillo è morto il 24 marzo 1993, vittima della tossicodipendenza. Marco Angelini ed Enrico Marcioni risultano ancora vivi, residenti e attivi a Roma.

 

28 ottobre 1979, Stadio Olimpico, Roma-Lazio, Vincenzo Paparelli. È stato 40 anni fa, potrebbe essere oggi.

paparelli3.jpg

 

MARIO KEMPES: Il guerriero dal cuore d’oro.

 

di REMO GANDOLFI

kempes2.jpg

E’ il 1971. Mario ha 17 anni, gioca nelle giovanili della sua squadretta locale, il Talleres de Belle Ville. Guadagna qualche pesos come apprendista in una carpenteria ma il suo sogno è il calcio. Dicono che sia bravo, molto bravo. Il suo capo alla carpenteria conosce qualche dirigente dell’Instituto Cordoba, squadra professionistica. Un giorno viene a sapere che all’Instituto fanno un provino per ragazzi della sua età. Prende un autobus, si fa tre ore di strada e si presenta al provino. Il tecnico dell’Instituto che gestisce il provino chiede ai ragazzi di presentarsi. Nome e provenienza. “Carlos Aguilera e sono di Bell Ville” risponde senza esitazione Mario. “Bell Ville ?” chiede il tecnico. “Conosci per caso un certo Mario Kempes che vive proprio lì ? Al suo Club pensano sia un fenomeno e vogliono una cifra assurda per lui”. “No mi spiace. Non lo conosco”. risponde Mario. <Carlos Aguilera> scende in campo, segna due gol in un quarto d’ora. Dopo pochi giorni e altri gol in un torneo locale gli viene offerto un contratto. Mario Kempes alias Carlos Aguilera inizia così la sua carriera professionistica.

kempes1.jpg

L’umiltà è sempre stata prerogativa assoluta di questo ragazzone. Non voleva che la fama lo precedesse. Voleva far vedere cosa sapeva fare senza vantaggi o idee preconcette. Lui che lascerà la maglia numero 10 ai Mondiali di Spagna ad un ragazzino di 21 anni, molto meno umile e modesto di lui. Lui che porterà l’Argentina sul tetto del Mondo nel 1978 con 6 gol nelle ultime 3 partite. Lui che quando gli intitolarono uno stadio (Il Chateau Carreras di Cordoba dal 2010 si chiama “Estadio Mario Kempes) dirà che una targa all’entrata sarebbe stata sufficiente ! Lui che non volle stringerà la mano a Videla, lui che quando alcuni compagni lo ripresero per la sfrontatezza e per quel gesto pericoloso risponderà “Quell’assassino può uccidere tutti i ragazzini, i dissidenti e i padri di famiglia che vuole, senza che nessuno faccia niente. Ma il capocannoniere dei Mondiali è troppo vigliacco per toccarlo”.

Il padre di Mario Kempes è tedesco. Si trasferisce in Argentina al termine della seconda guerra mondiale. Si chiama Mario Quemp. All’anagrafe, quando arriva in Argentina, gli propongono Mario “Kempes”. Gli piace. Sposa una ragazza di origine italiana Teresa Chiodi e nel 1954, in luglio, nasce Mario Kempes. Il padre gioca a calcio e Mario da sempre respira “cancha”, spogliatoi e partite.

Con l’Instituto fa il suo esordio nel 1973 contro il Newell’s Old Boys. Quattro giorni dopo segna il suo primo gol ufficiale. Lo fa contro una delle grandi del calcio argentino, il River Plate. Con l’Instituto gioca la miseria di 14 partite, segnando 11 reti. E’ troppo forte per quella squadra. Il Rosario Central lo vuole a tutti i costi. Verrà offerto anche al Boca Juniors ma l’ineffabile presidente Armando (“l’amico” di Alberto Tarantini) dirà “giocatori come Kempes ce ne sono almeno 100 in Argentina. Io tutti quei soldi per lui non li spendo”.

Al Rosario Central è da subito devastante. Gioca punta centrale, pur amando partire da lontano. La sua potenza è devastante. Quando parte palla al piede “travolge” letteralmente gli avversari come uno Tsunami … se poi riesce a “liberare” il suo portentoso sinistro allora sono davvero dolori. Gioca talmente bene che il Selezionatore della Nazionale Argentina Vladislao Cap non ci pensa due volte e lo convoca per i Mondiali di Germania del 1974. Mario non ha ancora 20 anni. Il potenziale è evidente a tutti ma non gioca il Mondiale che tutti si aspettavano. Rientra in Argentina e nel Torneo Nacional di quell’anno segna 25 gol in 25 partite.

Al Rosario Central chiuderà la sua carriera con uno score pazzesco; segna 97 gol in 123 partite ! Nell’estate del 1976 arriva la chiamata dall’Europa; è il Valencia, squadra di primo piano della Liga dove Mario giocherà ben 8 stagioni, lasciando un ricordo indelebile nei tifosi dei bianchi valenciani con i quali conquista una Coppa di Spagna e soprattutto la Coppa delle Coppe nel 1980, vincendo in finale ai calci di rigore contro l’Arsenal (anche se proprio Mario fu l’unico giocatore del Valencia a sbagliare il rigore)

Gioca da assoluto protagonista i mondiali di Argentina dove si distingue già in partenza; è infatti l’unico giocatore tra i 22 di Menotti che giochi all’estero. L’avvio è tutt’altro che esaltante; Mario stenta ad ingranare. All’inizio parte da ala sinistra in un 4-3-3 che prevedeva Luque al centro e René “El Loco” Houseman a destra. Poi l’infortunio di Luque lo riporta al centro dell’attacco. La nuova posizione gli fa trovare il gol contro la Polonia. Luque rientra contro il Perù (nella famosissima partita-scandalo) ma a questo punto Menotti indovina la mossa decisiva; Mario gioca come seconda punta appena dietro Luque, rimanendo così in posizione centrale ma potendo muoversi su tutto il fronte d’attacco e soprattutto partire da lontano, ideale per poter sfruttare al massimo la sua devastante progressione.

In finale è l’assoluto protagonista con la doppietta decisiva. Potenza e astuzia in un connubio perfetto.

Anche ai Mondiali 1982 sarà titolare della Nazionale di Menotti, ma troppi galli nello stesso pollaio e soprattutto troppi giocatori offensivi in una nazionale biancoceleste con un potenziale enorme, forse ancora maggiore di quello di 4 anni prima, ma poco equilibrata.

Non segnerà neppure un gol, mostrando solo a sprazzi la sua classe e potenza. Però con le 5 presenze in questo Mondiale arriverà ad essere, a pari merito con Maradona, il calciatore argentino che più di tutti ha giocato ai Mondiali di calcio; ben 18 presenze.

Nel 1981 il River Plate farà follie per poterselo accaparrare. Gioca due stagioni con i Millionarios … discrete ma nulla più. E quando il peso economico dell’affare diventa insormontabile c’è il ritorno all’amato Valencia ma Mario non tornerà mai più ai suoi livelli abituali, pur non avendo ancora 30 anni.

kempes valencia.jpg

Kempes proprio tra il 1976 e il 1980 toccherà i vertici della sua carriera. E se è vero che già a 28-29 anni non era più lo stesso giocatore di pochi anni prima è altrettanto vero che la sua sarà una delle carriere più longeve del calcio. Il suo amore per il calcio e la sua umiltà lo hanno visto calcare i campi di campionati come quello austriaco (con addirittura un paio di stagioni nella serie B di quel paese) per poi concludere la sua carriera calcistica (dopo un breve passaggio in Cile) addirittura in Indonesia, come allenatore-giocatore a 42 anni suonati !

L’amore per il calcio non lo abbandonerà mai. Farà l’allenatore nei posti più impensati. Indonesia, Albania, Bolivia, Venezuela e perfino Italia quando un arrembante e altrettanto poco lungimirante imprenditore lombardo gli dà l’incarico di “Mister” del Fiorenzuola, squadra piacentina che milita in serie C2. La squadra, ricca di giocatori argentini e uruguaiani, ha ambizioni importanti. Ma il progetto abortisce ancor prima di nascere. Da questa tragicomica avventura si ispirerà pochi anni dopo “Sogni di cuoio”, film che racconterà di questa emblematica farsa del mondo del pallone. Kempes si trasferisce nel sud, a Casarano, dove occupa il posto di allenatore per poco più di un mese. Torna in Argentina ma dopo poco decide che la panchina non fa per lui. Diventa commentatore per la ESPN Sudamerica di calcio dove si fa notare per la competenza e lo stile sobrio ed equilibrato.

Qualche anno fa Mario Kempes ha attraversato  il periodo più difficile della sua vita. A settembre del 2014 gli riscontrano gravi problemi cardiaci e viene ricoverato e operato d’urgenza negli Stati Uniti. Il periodo più critico sembra passato, ma i 6 by-pass che gli sono stati applicati limiteranno per sempre la sua vita. Pochi mesi dopo viene pubblicata la sua biografia, “El Matador”, scritta da Federico Chaine.

Di lui, oltre alle cifre, (347 reti in 634 partite) rimarranno l’orgoglio e l’onestà, oltre al ricordo di un giocatore dalla potenza fisica impressionante, dalla capacità di controllo del pallone in velocità come pochi nella storia del calcio … ma soprattutto l’umiltà e la correttezza di un calciatore che in carriera non si è mai visto sventolare nessun cartellino di qualsiasi colore davanti al naso.

E anche questo non è un record da poco.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

I più popolari aneddoti riguardano il look di Kempes. Da sempre “capellone”, da sempre un po’ trasandato e ribelle, al punto da presentarsi alla sua prima importante apparizione televisiva con una semplicissima felpa con stampati sopra tutti i personaggi di “Star Wars” !

Durante i mondiali del 1978 Mario gioca le prime partite con i soliti capelli lunghi ed una barba fluente. Il gol non arriva. Allora Menotti gli dice “Mario, ti ho visto segnare tanti gol in Spagna ma non ti ho mai visto con barba e baffi. Perché non li tagli ?” Kempes, prima della partita con l’Italia, decide di compiere metà dell’operazione; via la barba. Le cose non cambiano, Kempes non segna e addirittura l’Argentina perde contro gli azzurri. Menotti ci riprova “Dai Mario, togli anche quegli (obiettivamente !) inguardabili baffi !”. Il match successivo è contro la Polonia. Mario segna due gol (uno addirittura di testa, tutt’altro che il suo punto forte) e non si fermerà più.

Nell’ottobre del 2001, mentre Kempes è a Fiorenzuola nel tentativo (ahimè abortito) di creare una filiale sudamericana nella provincia piacentina, Passarella è l’allenatore del Parma. Ci sono 40 km a dividerli. Mario chiama Passarella ma “El Caudillo” non si farà mai trovare. Troppo diversi per poter dimenticare che 23 anni prima capitan Passarella è il primo a stringere la mano a Videla e ai suoi colonnelli … Mario l’unico a non stringerla mai.

Finale della Coppa delle Coppe 1980. Arsenal e Valencia sono sullo 0 a 0 anche dopo i supplementari. Si va ai calci di rigore. Il grande Alfredo Di Stefano è il manager dei bianchi spagnoli. “Ragazzi, i rigori li tira chi se la sente e nell’ordine che deciderete voi. L’unica cosa che voglio è che sia Kempes a tirare il primo. Almeno quello ho la certezza che lo realizziamo”. Kempes tira il primo rigore, Jennings, il grande portiere dei Gunners, lo para. Dopo quel rigore andranno al tiro ben 5 giocatori del Valencia. Faranno tutti gol e il Valencia vincerà la coppa delle coppe.

Per i ragazzini sudamericani che non avessero mai visto Kempes in azione la sua voce quantomeno è conosciutissima visto che Mario Kempes è stato il commentatore ufficiale del gioco per PC FIFA dal 2013 !

kempes ultima.jpg

“Devo molto di più io all’Argentina che l’Argentina a me. Mettere addosso quella maglia per me rappresenta il massimo della mia carriera di calciatore. Penso più spesso a quello che NON ho fatto nei Mondiali del 1974 e del 1982 che a quello che HO fatto nei Mondiali del 1978.”

Dopo il Valencia in Spagna arriva un’altra offerta per rimanere nella Penisola; quella del piccolo Hercules. Mario ha 30 anni, siamo nel 1984 ma la parabola discendente è già iniziata. Gioca una stagione tribolatissima, tra infortuni e cali di forma. Segna un solo gol in 17 partite … ma è quello decisivo che regala la salvezza dell’Hercules, che vince 1 a 0 nientemeno che al Santiago Bernabeu contro il Real Madrid.

E’ il 1981. Kempes è tornato in Argentina per giocare nelle file del River. Nasce la sua prima figlia. Mario la chiama Natasha. Il regime glielo impedisce. “Ci spiace ma è un nome russo. Non si può.” Mario chiamerà la sua primogenita Magali. Più in là negli anni arriverà un’altra bimba e stavolta non ci sono restrizioni. Si chiamare Natasha.

Mentre svolgeva il servizio militare Kempes giocava nel Rosario Central. Aveva già la sua folta chioma ma un sergente particolarmente scrupoloso gli impone di tagliarli completamente a zero. Kempes li per li non capisce questo accanimento … lo scoprirà finito il servizio militare. Quel sergente era uno dei capi della tifoseria del Newell’s, i rivali concittadini del Rosario Central !

Nei video a seguire: Mario racconta i suoi gol nella finale Mondiale contro l’Olanda. Una compilation di alcuni dei gol più belli della sua carriera. Infine, un breve percorso riassuntivo delle partecipazioni di Kempes nella coppa del Mondo.

 

 

GERALDO CLEOPAS DIAS ALVES: L’assurda morte di un talento felice.

di REMO GANDOLFI

geraldo 1.jpg

“So benissimo che c’è qualcuno che critica il mio stile di gioco. Ho già capito perfettamente che tra gli opinionisti, i tecnici e i tifosi ci sarà sempre chi che avrà da ridire sul mio modo di intendere il calcio e di giocarlo.

Il calcio è gioia, per chi gioca e per chi assiste.

Ormai tutti mi chiamano “Assoviador” perché amo fischiettare, nella vita di tutti i giorni e spesso anche in campo e ho praticamente sempre il sorriso stampato sul volto anche quando gioco.

Qualcuno pensa che sia disinteresse, poca passione o addirittura poca voglia di impegnarmi sul serio.

Il fatto è che io sono FELICE quando gioco, mi diverto e per divertirmi e dare il meglio devo giocare in maniera naturale.

E’ vero, qualche volta potrei giocare qualche pallone più semplice, magari passandolo di lato al compagno più vicino.

Ma non è questo che si aspettano da me i miei compagni, il mio allenatore e chi viene al Maracanà a vederci giocare.

Soprattutto non è quello che mi “aspetto” da me stesso.

Quando Mario Zagallo mi portò in prima squadra dopo avermi visto in azione nelle giovanili sapeva benissimo quali erano le mie caratteristiche … e gli sono piaciute talmente tanto che prima ancora di compiere 19 anni mi ha fatto esordire in prima squadra !

Sono passati poco più di due anni da allora e domani farò il mio esordio con la Nazionale del mio Paese, il Brasile.

Al mio fianco non ci sarà Zico, il mio grande amico Zico … “Galinho”, come lo chiamiamo noi.

Ma è solo questione di tempo.

Zico è un fenomeno e io lo so bene perché giochiamo insieme da anni.

Prima nelle giovanili e adesso nella prima squadra del “Fla”.

Dicono che siamo il futuro del calcio brasiliano.

Qualcuno ci ha già trovato i soprannomi.

“Il Pelé bianco” lui e “il nuovo Pelé” il sottoscritto.

Così ha iniziato a chiamarci la torcida del nostro Flamengo … nel mio Paese amano le esagerazioni.

Di sicuro c’è che io continuerò a giocare a modo mio, come facevo da bambino a Barao de Cocais dove sono nato e come ho fatto poi in seguito fino ad oggi.

Mi piace mandare a rete i compagni, mi piace impostare l’azione, dettare i tempi del gioco e mi piace provare a fare qualche giocata un po’ … originale.

In fondo, se avessero voluto che fossi un centrocampista di corsa, di forza e di sacrificio probabilmente sarei nato in Scozia !

… e invece io sono brasiliano …

geraldo e zico.jpg

 

E’ il 30 settembre del 1975 quando Geraldo “Assoviador” Cleofas fa il suo esordio nella Nazionale brasiliana in una partita di Copa America contro il Perù.

Da quel giorno e per le successive 6 partite della nazionale verde-oro sarà un titolare inamovibile.

La sua tecnica, la sua visione di gioco e la sua eleganza fanno di lui uno dei centrocampisti più completi del panorama calcistico mondiale.

Dopo il brusco ritorno alla realtà dei Mondiali di Germania dell’estate precedente in Brasile sta emergendo una nuova generazione di fenomeni che ridà speranza e vigore ad un Paese “malato” di calcio.

Lui, Zico, Junior, Edinho, Amaral, Cerezo, Roberto Dinamite sono solo alcuni dei giovani che stanno richiamando l’attenzione del tecnico Brandao.

Nel giugno del 1976 il Brasile disputa una amichevole contro il Paraguay.

Geraldo è ormai un titolare inamovibile del Brasile e una certezza nell’undici titolare per i Mondiali di Argentina ormai vicini.

Il risultato finale sarà di 3 a 1 in favore di Geraldo e compagni grazie alla doppietta di Roberto Dinamite e al gol di Zico, nel frattempo entrato anche lui fra i titolari.

Quella sarà l’ultima partita di Geraldo con la Nazionale del suo Paese.

Da un po’ di tempo il giovane centrocampista è afflitto da una infiammazione cronica alla gola che spesso gli provoca febbre e lo debilita non poco.

La soluzione proposta dallo staff medico è semplice e molto in voga all’epoca: la rimozione delle tonsille.

Successivi controlli confermano questa necessità.

Alle 7 del mattino del 26 agosto del 1976 Geraldo, accompagnato dal massaggiatore del Flamengo Serginho, entra nell’ospedale Rio-Cor di Ipanema per sottoporsi a questa operazione di routine.

Il medico a capo dell’equipe si chiama Wilson Junqueira.

L’operazione è terminata con successo da circa 20 minuti quando all’improvviso Geraldo inizia a sentirsi male.

E’ un arresto cardiaco.

I medici, che sono ancora in sala operatoria,  intervengono prontamente e il pericolo pare scongiurato.

Nemmeno un’ora dopo arriva un altro attacco cardiaco che si rivelerà fatale per il ventiduenne calciatore brasiliano.

Shock anafilattico derivato dall’anestesia.

Questo sarà il responso ufficiale della assurda morte di Geraldo Cleofas Dias Alves.

Una morte così è molto difficile da accettare.

Per la madre, Nilza Alves, per tutti i famigliari, gli amici, i compagni di squadra e per il Brasile intero.

Zico, il suo migliore amico, è letteralmente distrutto.

Sarà un giornale, il giorno seguente, a trovare un titolo adeguato ad una tragedia tale.

“SI E’ FERMATO IL CUORE DEL FLAMENGO”.

zico e geraldo.jpg

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Nipote di Geraldo è il difensore portoghese Bruno Alves, attualmente in forza al Parma nel campionato italiano. Il fortissimo centrale lusitano è infatti figlio di uno dei fratelli di Geraldo, altro eccellente calciatore: Washington Geraldo Dias Alves.

bruno alves.jpg

L’amicizia con Zico era così stretta che Geraldo era praticamente sempre a casa del grande numero 10 brasiliano che incantò tutti anche qui da noi con la sua classe quando era in forza all’Udinese. A tal punto che il padre di Zico, Seu Antunes, chiamava affettuosamente Geraldo “il mio figlio marroncino” per il colore della pelle di Geraldo in una famiglia di bianchi come quella di Zico.

Geraldo era veramente un calciatore “sui generis”.

Accanito lettore e con svariati interessi al di fuori del calcio. Uno di questi era la grande attenzione per i movimenti politici nati negli Stati Uniti nel decennio precedente che si battevano contro la discriminazione nei confronti dei neri come Malcolm X e le Black Panthers.

Oltre a Zico, due grandi amici di Geraldo erano l’altro nazionale brasiliano Paulo Cesar Lima, detto “Caju” con il quale condivideva l’impegno politico contro la discriminazione razziale in Brasile e con il compositore e cantante Raimundo Fagner che all’amico Geraldo dedicherà una bellissima e struggente canzone.

Geraldo aveva una grande paura di quella operazione alle tonsille. Ne parlò spesso con la madre nei giorni immediatamente precedenti.

Tra l’altro l’operazione subì ben due spostamenti.

La prima pare fosse prevista lo stesso giorno in cui l’amico Zico si sarebbe dovuto sottoporre ad una operazione per correggere il setto nasale deviato.

… solo che quel giorno Geraldo non si fece neppure vedere …

Il secondo era stato previsto per il giorno 25 agosto.

Stavolta Geraldo si presenta come detto in ospedale insieme al fido Serginho per scoprire in loco che il Presidente del Flamengo, Helio Mauricio, che era anche un medico dello stesso ospedale, si era dimenticato di prenotare l’operazione … rinviata così al giorno dopo.

Il ricordo di onesto e ammirato di Zico.

“Oswaldo Brandao, l’allenatore della Nazionale, era innamorato letteralmente delle doti di Geraldo. Lo convocò in Nazionale prima del sottoscritto e ha sempre detto che lo reputava più forte e completo di me. E credetemi, non era certo l’unico all’epoca”.

Prosegue il “Galinho”

“Aveva una tecnica incredibile. Giocava sempre a testa alta, non aveva bisogno di guardare in basso. Sapeva sempre dove si trovava il pallone e come servirlo nel modo migliore ai compagni.

Come calciatore aveva un solo difetto: non gli piaceva tirare in porta e non gli interessava affatto fare gol. Preferiva sempre aiutare un compagno a segnare.

Io gli dicevo spesso di provarci quando si trovava in buona posizione ma non c’era niente da fare.

Ricordo che in una partita contro l’Olaria eravamo sul risultato di parità a pochi minuti dalla fine. Ad un certo punto Geraldo parte in dribbling e salta 3 avversari come birilli. Arrivato davanti al portiere pareva che non sapesse più cosa fare … gli ho strappato letteralmente la palla dai piedi e ho tirato in porta … segnando il gol della vittoria !” ricorda divertito il grande numero 10 brasiliano.

Fra le pochissime immagini disponibili in rete c’è un suo gol, molto bello, segnato con il Flamengo contro il Vasco de Gama.

Ricevuta la palla sul settore destro dell’area Geraldo la controlla perfettamente con il primo tocco prima di scaricare una bordata sotto la traversa.

… per una volta aveva ascoltato i consigli dell’amico “Galinho” …

https://youtu.be/ThECci-RR-g