“VIDELA ASESINO” (Argentina – Olanda 1979)

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Siamo a Berna. E’ il 22 maggio del 1979.

Al Wankdorf Stadium si sta giocando Argentina – Olanda.

Secondo il battage pubblicitario della FIFA viene raccontata come “la grande rivincita” della finale del Mondiale argentino di meno di un anno prima.

In realtà si tratta di una delle prime grandi occasioni per questo organo che dovrebbe gestire il calcio a livello mondiale per monetizzare in grande stile un evento.

Si festeggia infatti il 75mo anniversario di fondazione della FIFA, la Federazione che gestisce, organizza e spreme già come limoni tutto quello che può per riuscire a soddisfare la propria “mission”: fare soldi.

Farne il più possibile per vendere il “prodotto calcio” a consumatori sempre più numerosi e affamati.

E possibilmente per averne a disposizione una fetta sempre più ampia da spartire tra i vertici dell’organizzazione.

Non sono parole di chi scrive.

Furono esattamente le parole pronunciate dal brasiliano Joâo Havelange il giorno del suo insediamento alla Presidenza quattro anni prima.

“Sono un venditore di un prodotto chiamato CALCIO”.

Parole quanto mai significative e più che sufficienti per tracciare la strada che poi percorrerà con grande disinvoltura il Sig. Sepp Blatter che di Havelange prenderà il posto quasi un quarto di secolo dopo e al cui confronto nel rapporto con il denaro Havelange sembrava San Francesco d’Assisi.

Corruzione endemica, alimentata da speculatori di vario genere, da politici con necessità di ripulirsi entrate e anima e dirigenti con scrupoli più o meno identici a quelli di Walter White in Breaking Bad.

Quel giorno però qualcosa va storto.

La diretta tv venduta a tutte le principali televisioni del mondo e che aveva riempito le casse della FIFA (e di sicuro i corposi conti offshore) si stava trascinando in maniera abulica e assai poco spettacolare.

Perfino il giovane Diego Maradona, la grande attrazione della serata tra i 22 giocatori in campo, nonostante gli sforzi e l’indubbia grande qualità, stenta ad incidere.

Il potere della FIFA non si limitato ad organizzare la partita, a gestire incassi, pubblicità e contratti con le televisioni.

Hanno anche pensato che per farla sembrare una rivincita ancora più credibile le due squadre avrebbero dovuto presentarsi in campo con i giocatori utilizzati nella finale del campionato del mondo di un anno prima al Monumental di Buenos Aires.

Cesar Menotti, il grande selezionatore argentino, è tutt’altro che contento della cosa.

“Ho ragazzi giovani emergenti che sono già migliori dei miei titolari di un anno fa. Non capisco perché non posso utilizzare loro. Maradona però DEVE giocare, lui è la grande stella del match”.

E così al momento delle convocazioni si scopre che Mario Kempes, il “matador” del Mondiale di un anno prima, deve dare forfait per un non troppo specificato “infortunio ad una gamba” rimanendo così nella sua Valencia.

L’unica altra novità per gli argentini è rappresentata dal difensore centrale  Hugo Villaverde, inserito al posto di Galvan.

Gli altri ci sono tutti.

Da Ubaldo Fillol, a capitan Daniel Passarella, da Osvaldo Ardiles a Tarantini e al baffuto centravanti Luque.

Nove su undici.

Quello che però vale per l’Argentina pare che non valga affatto per l’Olanda.

Solo quattro sono i “sopravvissuti” del match perso l’anno precedente.

Ruud Krol, Jan Portvliet, Johnny Rep a Joan Neeskens.

Il resto è formato da tanti giovani su cui l’Olanda deve ormai fare affidamento per il ricambio generazionale ormai avviato dopo una decade abbondante di eccellenti risultati a livello di nazionale e soprattutto di club.

Nella partita manca ovviamente la tensione e l’adrenalina dell’incontro di un anno prima.

In realtà non si fanno certo sconti dal punto di vista fisico.

Ci sono ancora questioni che si trascinano da quella storica finale del Monumental.

Uno dei momenti più intensi del match è lo scambio di cortesie fra Daniel Passarella e Joan Neeskens che si erano “spiegati” in maniera vigorosa già un anno prima.

Per il resto il match si trascina tra qualche sussulto e molta noia.

Ma anche agli occhi del telespettatore più distratto e annoiato non può sfuggire, dopo neppure tre minuti di partita, un cartellone esposto dietro la porta del numero uno olandese Doesburg.

C’è un errore in disimpegno degli olandesi.

Maradona conquista palla e apre sulla destra a Bertoni che controlla e lascia partire un destro forte ma centrale che si spegne tra le braccia del portiere olandese.

Ma dietro la porta, a metà circa tra la stessa e la bandierina del corner appare un striscione bianco, con un grande scritta in nero.

Non è di dimensioni particolari ma contiene solo due parole che si leggono in maniera nitida ed inequivocabile: VIDELA ASESINO.

La regia svizzera è evidentemente spiazzata e il disagio è palpabile.

D’altronde ogni volta che l’Argentina si avvicina all’area di rigore degli “Orange” il cartellone appare in bella evidenza.

Pare che i più preoccupati siano i dirigenti della delegazione argentina che ne chiedono la rimozione alle forze dell’ordine svizzere.

In realtà il cartellone scompare per qualche secondo per poi riapparire in maniera evidente e con un fermo immagine nitidissimo su un calcio d’angolo in favore degli argentini.

Solo nel secondo tempo arriva un primo escamotage.

Nella zona dove era posizionato il cartello appare una scritta, difficilmente leggibile e con caratteri diversi, che si scopre dopo essere “HOY 22 H. LES LUTHIERS” che non è altro che la pubblicità di una popolare trasmissione argentina che avrebbe dovuto servire a nascondere al mondo la dichiarazione di quel cartello.

Tutto inutile.

Il messaggio è arrivato.

Ed è stato visto in tutto il mondo.

In Argentina, dove la partita fu ovviamente trasmessa in diretta e i commentatori della televisione argentina si guardarono bene da citare il cartello o fare commenti sullo stesso.

Evidentemente nessuno di loro intendeva farsi un giretto su aereo militare sopra il Rio de la Plata.

Pochi minuti dopo però, di scritta ne appare un’altra, ancora più evidente e definitiva: LOS MILITARES SON MISERIA Y REPRESION.

La vittoria dei tifosi argentini che dalla Svizzera e da diverse nazioni limitrofe sono arrivati in più di un migliaio, e a questo punto netta, senza appello.

L’Argentina vincerà quella partita ai calci di rigore dopo lo zero a zero dei novanta minuti di gioco.

… vincendo così due volte.

In campo, dimostrando comunque che aldilà di tutte le polemiche di un anno prima, gli argentini sanno giocare a calcio.

E sugli spalti, dove un gruppo di impavidi emigrati argentini, ha avuto il coraggio di denunciare al mondo intero i soprusi e la violenza di una delle dittature più nefaste del Ventesimo secolo.

Anche se dovranno passare ancora tre lunghi anni prima di vedere spodestati dai loro troni inzuppati di sangue Videla, Viola, Galtieri e la loro congrega di assassini.

Postilla

Quel giorno a Berna tra il pubblico argentino c’era anche Angel Cappa.

Angel Cappa si era ritirato dal calcio l’anno precedente, dopo una carriera tutta trascorsa nell’Olimpo.

Da fervente oppositore del regime di Videla fu costretto a riparare in Spagna da dove quella sera raggiunse Berna per la partita raccontata nel pezzo.

Per molti fu uno degli organizzatori della cosa. Lui non se prese mai il merito, dicendo semplicemente che “ero uno dei tanti che volevano fare qualcosa per far sapere al mondo cosa stava accadendo nel nostro paese”. Angel Cappa diventerà uno dei migliori allenatori d’Argentina.

Per chi fosse interessato il suo tributo è qua https://wp.me/p5c7YM-3L

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JIM THORPE: Gloria e caduta del più grande atleta del Novecento.

di MASSIMO BENCIVENGA 

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Esiste qualche appassionato di sport che non si è mai cimentato nel tentativo di fare delle

classificazioni?

Dopotutto, cosa sono i record se non classificazioni di ricordi di imprese da provare a superare?

Se tali esercizi mentali sono difficili all’interno di una stessa sport, figuriamoci quali dispute e quali battaglie di eventi ed immagini si scatenerebbero dentro di noi se volessimo scegliere

l’atleta del secolo scorso pound for pound, come dicono i pugili, ossia senza distinzione di peso, ergo senza distinzione di sport.

Sono relativamente sicuro che verrebbero fuori nomi come: Michael Jordan, Wilt Chamberlain,

Bjorn Borg, Mark Spitz, Pelè, Diego Maradona, Eddie Merckx, Muhammad Alì, Rod Laver,

Wilma Rudolph, Juan Manuel Fangio, Tazio Nuvolari, Carl Lewis e così via. Forse anche il

nostro Lorenzo Bernardi.

Eppure, per Re Gustav V di Svezia e per Dwight Eisenhower, eroe della WWII (ossia della

Seconda Guerra Mondiale) e Presidente Usa prima di J.F. Kennedy, il problema del più grande atleta del ‘900 quasi non si poneva.

Per il Re e per il Presidente Usa, l’atleta del secolo si chiamava Jim Thorpe, nato Franciscus Jacobus Thorpe, e prima ancora Wa-to-Huk, ossia “sentiero lucente” in lingua algonchina, la nazione nativa cui apparteneva perlomeno per tre quarti di sangue. Venne chiamato così perché si racconta che un raggio di sole illuminò la capanna dove nacque il povero nativo

indiano che venticinque anni dopo avrebbe stretto la mano a Re Gustavo V di Svezia.

In tutta onestà, non so dire con esattezza il momento esatto in cui sentii parlare per la prima volta di Jim Thorpe, né tantomeno ricordo chi fu a farlo. Gli indizi mi porterebbero verso uno tra Dan Peterson e Rino Tommasi, ma davvero non ricordo chi devo ringraziare.

Fatto sta quel nome mi ronzava in testa continuamente: un pellerossa che era stato anche un atleta straordinario. Capite bene che la cosa stuzzicava la fantasia del ragazzino appassionato di sport che ero.

E che forse son rimasto.

Chi è stato e cosa abbia rappresentato Jim Thorpe è qualcosa avvolto nebbia del tempo;

abbiamo, nella migliore delle ipotesi, resoconti di seconda mano. E forse è meglio così, forse è giusto che l’alone di leggenda che circondò Jim Thorpe in vita resista all’attacco dei bit capaci di immagazzinare e memorizzare per sempre ogni informazione.

A dirla giusta, non si conosce con esattezza la data ed il luogo di nascita di Jacobus “Jim”

Franciscus Thorpe. La data ipotizzata è Maggio 1887 ed il luogo Prague, cittadina

dell’Oklahoma.

Se la nascita fu sfolgorante, perlomento simbolicamente, e i nativi davano molta importanza a simili segni, la sua infanzia fu tutt’altro che dorata.

Ebbe una infanzia difficile, a otto anni perse il suo fratello gemello e poco dopo anche la madre.

Lutti difficili da elaborare per chiunque, e Jim non fece eccezioni. A questi traumi seguì una adolescenza travagliata, ma da questi problemi Jim se ne tirò via a forza viva attraverso lo sport.

Perché Jim Thorpe non era un uomo qualunque, non era un atleta qualsiasi.

Era un superman.

Da ragazzino e da adolescente fece mille lavoretti e si racconta che, mentre faceva il

mandriano, si ritrovò a gareggiare, quasi per scherzo, in una competizione studentesca.

Jim Thorpe sbaragliò tutti saltando 1,75 m nel salto in alto, con addosso i pantaloni normali perché non aveva i calzoncini.

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Era il 1907, e la Leggenda di Thorpe iniziò così.

Sia come sia, il padre trovò i soldi per mandarlo all’Università di Carlyle in Pennsylvania, che all’epoca aveva anche un programma per educare i nativi ai modi, ai codici etici e morali degli Stati Uniti.

Facciamo un passo indietro. Cosa c’entra Dwight Eisenhower citato sopra?

All’università Thorpe gareggiò un po’ in tutti gli sport. Un coach lo vide e gli propose di provare a giocare a football come running back.

Thorpe rispose portando di peso la sua scuola alle finali nazionali di football. Ed è a una partita di football che facciamo risalire la sua conoscenza con il futuro eroe militare e Presidente. In un dato momento, in realtà una partita che ha una sua storicità, l’Università di Thorpe, la Carlyle, si ritrovò ad affrontare su un campo di football la squadra di West Point, fucina dei futuri ufficiali dell’esercito a stelle e strisce, e dove per l’appunto giocava anche il cadetto Eisenhower.

In quella partita Thorpe marcò il territorio tra i grandi giocatori e gli esseri dominanti. La partita finì 27-8 per Carlyle. 22 dei 27 punti di Carlyle furono palle e terra messe dal nativo, che si prese l’uggiola di fare un touchdown da 97 yard. All’università Thorpe si disimpegnava alla grande anche nell’atletica e nel baseball, mentre fuori dall’ateneo mostrò anche buone doti dicavallerizzo, di domatore di tori e cavalli e persino qualità da ballerino.

E così si arrivò alle selezioni per le Olimpiadi svedesi. I trials, anche se dubito che ai tempi la selezione si chiamasse così. In ogni caso, denominazione a parte, son sempre state competizioni dure, a volte vere con un valor medio maggior delle rassegne a cinque cerchi.

Jim Thorpe, localmente abbastanza famoso, ma non ancora una star nazionale, si presentò concorrendo per le del pentathon. Il Pentathlon moderno corrisponde alle cose che dovrebbe saper fare un ufficiale militare, quindi: corsa, equitazione, scherma, nuoto e tiro a segno. Quello del 1912 comprendeva invece: salto in lungo, lancio del giavellotto, 200 m piani, lancio del disco e 1500 m. Ovviamente fu scelto.

Ma c’era anche un’altra specialità che stuzzicava il nativo, una sorta di decathlon ante litteram che all’epoca chiamavano All Around. Va detto che anche in questo caso il programma olimpico cambiò alcune prove dell’All Around cercando di adattare queste prove in modo che richiamassero in maniera più marcata la tradizione europea. E il sistema di misurazione europeo.

Vennero, solo per dare qualche esempio, soppresse le prove di salto triplo e della marcia e siconvertirono yarde e libbre in metri e chilogrammi.

Sì, ma tutto ciò… quanto poteva essere diverso per un Superman?

Jim Thorpe a Stoccolma 1912 partecipò anche alle gare di salto in alto, dove si classificò

quarto, e di salto in lungo, laddove invece finì settimo.

Ma nelle gare multiple, nel pentathon e nel decatlon, non ce ne fu per nessuno.

Nessuno.

Sentiero Lucente stravinse i concorsi con largo margine. Nel pentathon vinse tutte le gare tranne il lancio del giavellotto, dove arrivò solo terzo. Nel decathlon vinse quattro concorsi su dieci.

Alla premiazione, Re Gustav V disse: “Signore, Lei è il più grande atleta del mondo”. Al che Jim, candidamente e laconicamente, rispose: “Grazie, Re”.

Nel pentathlon moderno (non quello in cui vinse l’oro Thorpe) di Stoccolma gareggiò anche un altro importante generale americano: il futuro generale Patton. Abbastanza ironicamente, non riuscì a conquistare una medaglia perché andò male male nella gara di tiro. In ogni caso, Jim oscurò tutti, anche il nume tutelare hawaiano Duke Kahanamoku.

 

Il ritorno di Thorpe fu degno d’una star, al punto che fu festeggiato con una grande parata a Broadway.

Ma le stelle cadono, si spengono. E quella di Thorpe fu spenta a forza. E forse artatamente.

All’epoca vigeva la regola olimpica che considerava professionisti gli atleti che ricevevano premi in denaro, che facevano gli istruttori o che avevano in precedenza gareggiato contro professionisti. I professionisti non potevano partecipare alle Olimpiadi. In alcuni casi, come nella scherma, c’erano due concorsi: uno per i dilettanti, diciamo così, e uno per i maestri di scherma.

E sull’equivoco dilettante/professionista incapparono alcuni nostri connazionali agli albori delle moderne olimpiadi.

Ma che c’entra Thorpe? Nel gennaio del 1913, i giornali americani riportarono la notizia che Thorpe aveva giocato a baseball da professionista. Il CIO chiese indietro le medaglie. Thorpe fu mal difeso, forse fu anche mal consigliato, perché aveva sì giocato a livello semi-professionistico in Carolina del Nord nel 1909 e nel 1910, per un piccolo compenso in denaro, ma era altrettanto vero che il regolamento delle Olimpiadi del 1912 prevedeva che qualsiasi protesta dovesse essere fatta entro 30 giorni dalla cerimonia di chiusura dei Giochi. E non quasi sei mesi dopo.

Fatto sta che Thorpe restituì le medaglie e cominciò a giocare a Baseball e a Football

americano, favorito anche dal fatto che gli sport si giocavano in stagioni diverse. Nel baseball in particolare spuntò contratti davvero faraonici per i tempi, mentre fu anche capo della Lega di Football.

Dopo la parentesi sportiva, e non avendo mai del tutto digerito lo scippo olimpico, non fu più lo stesso, cominciò a bere, un vizio che sembra endemico per i nativi, e si ridusse a fare le comparse nei film western. Si sposò e separò più d’una volta, infine, povero in canna, vendette per poche lire le royalties per un film sulla sua vita. La pellicola uscì nelle sale nel 1951 con il titolo Pelle di Rame, con Jim Thorpe impersonato da Burt Lancaster, mica uno qualsiasi.

Povero e solo, morì d’infarto in una roulotte a Lomita, California, nel 1953

I figli portarono avanti la causa del padre, al fine di far riammettere il nome del padre nelle classifiche olimpiche e riabilitarne il nome e la memoria.

Il 18 gennaio 1983, a Los Angeles, il presidente del CIO Juan Antonio Samaranch riabilitò Jim Thorpe e riconsegnò le medaglie alla famiglia; e il 30 Gennaio 1998, gli Usa emisero un francobollo commemorativo da 32 cents nel quale Jim Thorpe viene ricordato come la Stella di Stoccolma.

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PAULO FUTRE: Tra Eusebio e Cristiano Ronaldo.

di REMO GANDOLFI

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A Reggio Emilia siamo matti per il calcio.

Lo so, la cosa può sorprendere molti visto che non abbiamo certo una tradizione di cui vantarci troppo.

Tanta serie C, diversi campionati nella serie cadetta e qualche presenza nella massima serie all’inizio della nostra storia.

Qualche campionato in Serie A lo abbiamo giocato … ma negli anni ’20 quando il calcio era un’altra cosa.

Ma la passione di una città non si misura certo in base ai risultati.

Anzi.

Amare la Reggiana come sappiamo fare noi con tutto quello che abbiamo passato vuol dire proprio che a Reggio il calcio ce l’abbiamo nel sangue.

C’era un cartello anni fa che veniva regolarmente esposto nel nostro Mirabello, il vecchio stadio in centro città.

Ovviamente dedicato alla nostra amata “Regia” e recitava “TI AMEREI ANCHE SE VINCESSI”.

Ecco. In quel cartello ci siamo noi tifosi reggiani.

Per un illecito sportivo mai dimostrato denunciato dal Parma e ratificato da un membro della Lega Calcio sempre proveniente dalla “città aldilà del fiume Enza” ci mandarono addirittura in Quarta serie.

Ci mettemmo tre anni per tornare almeno in Serie C, dopo aver girovagato per i campi di provincia di tutto il Nord Italia.

… e ancora oggi ci chiedono perché non amiamo i parmigiani …

Di andare in Serie A non c’era proprio verso.

Ci andammo vicini tante di quelle volte che credevamo ci fosse una maledizione nei nostri confronti.  Negli anni in cui salivano due squadre dalla B arrivavamo terzi e quando invece ne salivano tre arrivavamo quarti !

Poi nell’estate del 1988 arrivò il nostro profeta. Era un milanese con una lunga e dignitosa carriera alle spalle. Si chiamava Pippo Marchioro.

In realtà era tutto meno che un “profeta”, ma una persona umile, concreta ed estremamente intelligente.

Tornammo subito in Serie B dove rimanemmo tre stagioni sempre piazzandoci nella parte alta della classifica.

Poi arrivò un miracolo.

Ormai non ci speravamo più. Eravamo sicuri che anche in quella stagione sarebbe successo qualcosa che ci avrebbe impedito di conquistare la massima categoria.

Qualunque cosa.

Un infortunio ai nostri migliori calciatori, la malasorte che avrebbe trasformato gol fatti in pali e traverse, arbitraggi “guidati” che avrebbero favorite club più grandi e importanti di noi …

Invece vincemmo il campionato e dopo 64 anni tornavamo in Serie A.

Reggio Emilia era letteralmente impazzita.

Non sono mai stato a Rio de Janeiro per il carnevale ma so per certo che quella sera di primavera dopo la consacrazione matematica a Cesena ce la saremmo giocata almeno alla pari !

E diciamolo pure.

Quello che ci stuzzicava più di tutto era poter affrontare di nuovo i nostri “odiati cugini” che nel frattempo erano diventati una delle formazioni più forti di tutta la Serie A.

Fu un’estate interminabile.

A Reggio non c’era nessuno che non vedesse l’ora che arrivasse la fine di agosto e l’inizio del campionato. E poco importava se voleva dire tornare a scuola, negli uffici o nelle fabbriche.

Voleva dire tornare nel nostro Mirabello a vedere la nostra “Regia” giocare in Serie A.

La squadra era tosta.

Avevamo calciatori di esperienza come Gigi De Agostini, Sgarbossa e Scienza e alcuni giovani davvero bravi come Torrisi e il centravanti Padovano. Tra i pali addirittura il portiere della Nazionale brasiliana Taffarel scambiato proprio con i “cugini” che al suo posto scelsero Luca Bucci, con noi nella stagione precedente, quella della promozione.

Poi arrivò “la notizia”.

Quella a cui inizialmente non voleva credere nessuno.

Paulo Futre aveva firmato per la Reggiana.

Uno che 6 anni prima aveva alzato al cielo la Coppa dei Campioni con il Porto.

Uno che aveva fatto innamorare i tifosi dell’Atletico Madrid regalando loro due Coppe di Spagna.

Uno che era arrivato secondo nella classifica del Pallone d’oro dietro Ruud Gullit.

Uno che quando lo guardavi partire in dribbling ti faceva venire in mente Diego Armando Maradona.

Era tutto vero.

Paulo Futre giocherà nella Reggiana.

E iniziò un altro carnevale.

 

E’ il 21 novembre del 1993.

Reggio Emilia è paralizzata.

Oggi Paulo Futre farà l’esordio con i nostri colori, quel granata che i nostri fondatori vollero identico a quello del Torino.

Finora è stata durissima.

Non abbiamo ancora vinto una sola delle undici partite giocate finora.

Ma è anche vero che fino adesso nessuno in casa è riuscito a batterci, anche se abbiamo raccolto solo pareggi.

Il nostro Mirabello è una fortezza. Deve esserlo.

E’ l’unica chance che abbiamo per evitare di tornare subito in B.

Mi correggo. Non è l’unica.

Da oggi ne avremo un’altra.

Si chiama Jorge Paulo Dos Santos Futre.

Tutta Reggio Emilia sembra che oggi sia allo stadio.

Il nostro Mirabello ora ha spazio per 15.500 persone.

Se qualcuno mi viene a dire che oggi ce ne sono meno di 20 mila gli do del matto.

Bandiere della “Regia” in tutto lo stadio. Ma anche del Portogallo, del Brasile e qualcuna pure della Romania, in onore dell’altro nuovo acquisto, l’attaccante Mateut.

Ci mettiamo 10 minuti scarsi per capire che uno così, a Reggio Emilia, non lo avevamo mai visto.

Nell’uno contro uno è imprendibile, vede il gioco e sa sempre quando è ora di saltare l’uomo o di servire un compagno.

Il primo tempo lo passiamo a cercare un varco nella difesa della Cremonese.

Padovano e Morello si dannano l’anima. Lottano su ogni pallone ma qualche volta si capisce che non sono sulla stessa lunghezza d’onda del portoghese.

Non c’è problema.

Ci sarà tempo per affinare l’intesa.

Nel secondo tempo si attacca nella porta sotto la curva sud, quella della tifoseria più calda di tutto il Mirabello.

E’ passato poco più di un quarto d’ora quando Mateut appoggia un pallone verso Morello. L’attaccante granata sembra in ritardo sul pallone ma con un notevole gesto atletico si allunga in scivolata e riesce a toccare il pallone sul vertice destro dell’area di rigore della Cremonese.

E’ qui che si trova Paulo Futre.

Riceve palla, accelera lasciando sul posto il suo avversario diretto.

Entra in area, finge il tiro mandando “al bar” un altro difensore grigiorosso per poi rientrare sul sinistro.

A quel punto un altro difensore dei lombardi si avventa su di lui per impedirgli la conclusione.

Non fa in tempo. Paulo Futre scarica un sinistro all’angolo basso del portiere della Cremonese Turci.

Non ricordo un momento d’estasi superiore a quello.

Sicuramente non per una partita di calcio.

Avete presente la sensazione di quando il destino, le stelle o Dio si sono improvvisamente ricordati di te e ti fanno il regalo più grande che puoi desiderare in quel preciso momento ?

Ecco, la sensazione era quella.

Paulo Futre a Reggio Emilia.

Esordio e gol.

Mi stavo ancora crogiolando con quei pensieri, con quel “godimento puro” che vedo Paulo ricevere palla sul settore di destra, quello da cui praticamente sono partite tutte le sue azioni e le sue iniziative.

Se la porta avanti con il sinistro, rubando il tempo per l’ennesima volta al suo controllore diretto Pedroni.

Non si sa se è per l’umiliazione dell’ennesimo dribbling subito, se è per gli evidenti limiti calcistici o semplicemente perché pensa che Futre vada fermato, comunque e in ogni modo.

Fatto sta che la sua entrata è brutale, fuori tempo completamente e degna non della serie A ma di un campetto di amatori della domenica mattina.

Per lui arriva il cartellino rosso diretto ma in quel preciso momento ne a me ne agli altri 20 mila presenti importa più di tanto.

Paulo Futre è sul terreno di gioco e sta urlando dal dolore.

Non riesce ad alzarsi e non riesce neppure a sollevare da terra la sua gamba destra.

Si trascina fuori dal campo, strisciando sull’erba del Mirabello.

Non ci vuole un genio per capire che NON E’ un infortunio normale.

La partita riprende. Mateut segna il gol del due a zero che ci regala la prima vittoria in campionato.

Ma non c’è nessuno che riesce a gustarla fino in fondo.

A dieci minuti dal termine si è spenta la luce.

Ora non ci resta che aspettare … sperando che il buio non sia per sempre.

 

Per Paulo Futre c’è la rottura del tendine rotuleo.

Un anno intero lontano dai campi di calcio.

Quando torna non è più lo stesso giocatore.

Se ne accorgono tutti. Lui per primo.

Quel passo felpato, quel cambio di ritmo o di direzione non ci sono più.

Tecnica, visione di gioco e quel suo magico sinistro sono rimasti quelli di prima.

Ma prima era un fenomeno, ora è “solo” un eccellente giocatore.

Con la Reggiana nella stagione successiva riesce a mettere insieme 12 presenze e 4 gol.

Non sufficienti per evitare la retrocessione dei granata al termine di quella seconda stagione in Serie A.

Al Milan, campione d’Europa in carica, Futre piace parecchio.

Decidono di aggregarlo in una tournèe di fine stagione nell’est asiatico.

Probabilmente aiutato dai ritmi blandi e da partite contro avversari più che abbordabili, Paulo Futre incanta tutti. Il Milan gli offre un contratto.

Bastano però poche settimane per capire che il suo ginocchio, ai ritmi serrati del campionato più bello e difficile del pianeta, non può reggere.

Davanti ha giocatori come Weah, Baggio, Savicevic e Simone.

Giocherà una sola partita, l’ultima di campionato contro la Cremonese, prima di lasciare, ad una manciata di minuti dalla fine, il posto a Roberto Baggio.

In Inghilterra al West Ham, poi il romantico ritorno all’Atletico Madrid e infine una stagione in Giappone.

Niente da fare.

Futre non ce la fa più e a 32 anni è costretto a dire basta.

In Italia non ha lasciato il segno e fuori da Reggio Emilia se lo ricordano in pochi.

Ma provate a chiedere di lui ad un tifoso di calcio portoghese o ad uno dei “Colchoneros” dell’Atletico Madrid … penserete che stiano parlando di Diego Armando Maradona.

Invece parlano di lui, di Paulo Futre.

… quello che forse, al genio di Villa Fiorito, ha assomigliato più di tutti.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

All fine della sfortunata esperienza milanista Paulo Futre va in Inghilterra a giocare nel West Ham.

Dopo un buon precampionato arriva la partita d’esordio in campionato contro l’Arsenal.

Le squadre sono negli spogliatoi per prepararsi al match.

Paulo Futre è ovviamente tra i titolari ma si accorge che la maglia con il numero 10 è stato assegnata a John Moncur.

Per lui c’è quella con il numero 16.

“Non se ne parla neppure !” grida inferocito Futre. “O mi date il mio numero 10 o io non scendo in campo” minaccia il fantasista portoghese.

Harry Redknapp, manager degli Hammers, non sa più che pesci pigliare.

“Ok Paulo, oggi giochi con il 16 e dalla prossima partita vediamo di risolvere la cosa” prova a convincerlo il manager inglese.

Niente da fare. Futre si riveste e se ne va.

Due giorni dopo si presenta in sede addirittura con i suoi legali disposto a sborsare 100.000 sterline per avere la “sua” maglia.

“Eusebio aveva il 10, Pelé il 10, Maradona il 10, Zico il 10 e Paulo Futre ha SEMPRE giocato con il 10 !” dirà in quell’incontro il portoghese.

Alla fine le parti riescono a trovare una soluzione.

E’ lo stesso Futre a raccontare che “Moncur era un accanito giocatore di golf. Io avevo una villa ad Algarve nei pressi del più bel campo di golf di tutto il Portogallo. Gli dissi che gliela avrei messa a disposizione ogni volta che voleva … purché mi consegnasse la maglia numero 10”.

Alla fine Moncur accetta … anche se non utilizzerà mai la villa visto che Futre rimase agli Hammers solo per pochi mesi …

 

Il soggiorno inglese non fu certo fortunato per Futre, costantemente alle prese con infortuni di varia natura, ma il portoghese ha sempre parlato benissimo del suo periodo con gli Hammers.

“Intanto al West Ham non esistevano i ritiri e i ritrovi in Hotel il giorno prima del match. E poi gli allenamenti erano quanto di più divertente mi era capitato in carriera. Harry Redknapp dopo un po’ di stretching e di riscaldamento ci divideva in due squadre: gli inglesi contro gli “stranieri. Erano partite tiratissime e la miglior preparazione possibile alle partite ufficiali”.

 

Lo stesso Harry Redknapp ammette che “Paulo Futre è tra i 10 forti calciatori che io abbia mai visto in azione. In allenamento a volte ci fermavamo increduli ad ammirare le giocate che era in grado di fare”.

 

Arrivato allo Sporting Lisbona nel 1984 a soli 11 anni (e con un tragitto quotidiano di due ore dal suo paese natio di Montijo) quando Paulo ha solo diciotto anni, arriva una importante offerta del Porto.

“Allo Sporting mi davano 800 escudos all’anno. Il Porto me ne offriva 9000. Andai dal Presidente e gli dissi che per 6000 escudos sarei rimasto con loro. Mi disse che ero matto a pretendere una cifra del genere. Non mi restava altra scelta che andarmene. Lo feci molto a malincuore perché allo Sporting trascorsi sette anni meravigliosi”.

 

Al suo arrivo all’Atletico Madrid, nell’estate del 1987, Futre trova sulla panchina dei “Colchoneros” l’argentino Cesar Menotti, l’uomo che meno di dieci anni prima guidò la nazionale biancoceleste al suo primo titolo mondiale.

Dopo un ottimo inizio (“Futre sembra una miniatura del Subbuteo. Non fa a tempo a cadere in terra che si rialza immediatamente. E’ un portento”  dirà di lui il carismatico Mister argentino) la situazione tra i due però non tarda a degenerare.

Futre accusa Menotti di manie di protagonismo e di scarsa onestà nei suoi confronti (“adesso mi mette in panchina, poche settimane fa diceva che più forte del sottoscritto c’era solo Maradona. Un ipocrita ecco cos’è !”) dirà del manager argentino in più di un’intervista.

Altrettanto tagliente la risposta di Menotti. “Futre ? il piede destro di Maradona è meglio dei due di Futre”.

L’ultima parola però la ebbe Futre che nell’Atletico giocò altre cinque stagioni mentre “El Flaco” se ne andò prima della fine di quella Liga.

 

Al termine della vittoriosa finale con il Porto in Coppa dei Campioni Futre è uno dei calciatori più ambiti di tutto il panorama mondiale.

E mentre il Milan di Berlusconi ha acquistato il giocatore che in quella stagione vincerà il pallone d’oro (Ruud Gullit) il Presidente dell’Inter Pellegrini punta proprio su Paulo Futre (che in quella classifica arriverà secondo per un solo voto) per contrastare i cugini rossoneri.

L’Inter ha raggiunto l’accordo economico con il Porto.

L’affare sembra concluso. Futre s’incontra a Milano con Pellegrini e i suoi procuratori e inizia già a circolare la notizia che il contratto sia stato stipulato.

Quando tutto sembra ormai definito entra in scena il controverso Presidente dell’Atletico Madrid Jesu Gil y Gil.

“Preparate voi il contratto” dirà Gil ai procuratori di Futre. “Io lo firmerò senza cambiare neppure una virgola”.

E così accadde. Nel contratto c’è anche una Porsche fiammante espressamente richiesta dal calciatore portoghese.

Alla mattina Paulo Futre era un calciatore dell’Inter … la sera stessa fu presentato come nuovo acquisto dell’Atletico in un locale di Madrid davanti a cinquemila persone …

 

Ps: ancora oggi Paulo Futre racconta divertito di quel contratto stipulato con il Presidente Jesus Gil. “Sono stato uno scemo … perché una Porsche ? Avrei dovuto chiedere una Ferrari !!!”

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JOAQUIM AGOSTINHO: La bici è il mio aratro.

di REMO GANDOLFI

agostinho

E’ la quinta tappa della “Volta a Algarve”, breve corsa a tappe che si corre in Portogallo nella regione che da il nome alla corsa.

Non è una gara di primissimo piano del calendario internazionale e non c’è un parterre eccezionale.

Ma c’è lui, l’idolo da quasi un ventennio di tutti i portoghesi innamorati di ciclismo: Joaquim Agostinho.

Agostinho trionfa nella prima tappa e veste i panni di leader della classifica quando si disputa la 5a tappa.

E’ una tappa interlocutoria con l’arrivo in volata a Loulè.

I ciclisti stanno per disputarsi la vittoria lanciati ad oltre 60 km/ora.

Agostinho non è certo uno sprinter e si disinteressa alla lotta per le posizioni d’avanguardia.

E’ a circa 300 metri dall’arrivo quando nel rettilineo d’arrivo entrano due cani, probabilmente randagi, che si sono infilati tra il numeroso pubblico.

Qualcuno riesce ad evitarli, altri non ce la fanno e sono in diversi i ciclisti a finire a terra.

Uno di questi è Agostinho.

Investe in pieno uno dei due cani e cade sull’asfalto pesantemente.

C’è la solita concitazione nel capire chi tra i tanti corridori a terra ha avuto la peggio.

Joaquim Agostinho è il più grande ciclista portoghese ed è amatissimo dai suoi connazionali.

Quando ci si accorge che anche lui è tra i ciclisti coinvolti nella caduta è su di lui che si concentrano istintivamente gli sguardi di tutti gli spettatori.

Agostinho è coperto di abrasioni.

Riesce però a rialzarsi, anche se evidentemente intontito dalla caduta.

Fa un segno ai tifosi come per dire che è tutto ok.

I suoi compagni lo aiutano a risalire in sella e con loro percorrerà le poche centinaia di metri che lo dividono dalla linea di arrivo.

Da questo momento in poi si aprirà una delle pagine più assurde, vergognose e imbarazzanti della storia di questo sport

e di questo peraltro meraviglioso paese che però, in seguito a quello che andremo a raccontarvi, un giornalista portoghese dell’epoca non esitò a definire “arretrato e incompetente”.

Agostinho non viene soccorso, messo su un’ambulanza e portato in ospedale per accertamenti.

Non c’è nessun medico di corsa a visitarlo.

Viene medicato sommariamente e poi viene accompagnato in albergo.

Gli viene data una borsa del ghiaccio e gli viene consigliato di … riposare.

Dopo due ore però i dolori alla testa diventano lancinanti, insopportabili.

E’ solo a quel punto che finalmente nello staff dello Sporting, la sua squadra ciclistica, ci si decide ad accompagnarlo all’ospedale di Faro, il capoluogo della Regione.

Gli vengono fatti i raggi x e la risposta è devastante.

C’è una frattura dell’osso parietale del cranio.

Solo che lì, nella città più importante della più importante zona turistica del Paese non esiste un reparto di neurochirurgia.

Viene caricato su un ambulanza e portato a Lisbona, che dista qualcosa come 300 km.

Durante il tragitto arriva una emorragia cerebrale.

Quando arriverà all’ospedale da CUF a Lisbona Agostinho sarà già in coma.

Sono ore frenetiche dove si cerca disperatamente di porre rimedio ad una situazione ormai irrimediabilmente compromessa.

Agostinho viene operato.

La notizia delle sue condizioni di salute è ormai di dominio pubblico.

Gli attestati, le telefonate e i telegrammi che arrivano per lui sono migliaia.

Il popolo portoghese si stringe intorno al suo amato campione così come tutto il mondo del ciclismo. Luis Ocana, il grande campione spagnolo e suo rivale in tanti Tour de France sarà tra i più assidui nel far sentire la sua vicinanza e il suo appoggio.

Agostinho è un uomo amabile, ben voluto da tutti nell’ambiente.

Anzi, forse il suo limite è stato proprio questo.

Una gentilezza d’animo, una correttezza e una sportività esemplari, anche se talvolta non accompagnate da quella rabbia agonistica che spesso può fare la differenza.

Tutti i tentativi sono vani. Si parla di 3 forse 4 operazioni ravvicinate ma senza risultato.

A 48 ore da quella rovinosa caduta Joaquim Agostinho verrà dichiarato clinicamente morto.

La sua tempra però è incredibile.

Un uomo che da sempre ha lavorato la terra, che a 18 anni è stato mandato dal suo paese a combattere in Mozambico una assurda guerra coloniale che gli ha rubato due anni e mezzo della sua vita e che ha fatto della fatica in bicicletta la sua professione non si arrende tanto facilmente.

Questa incredibile forza farà si che Agostinho lotti contro la morte per più di 8 giorni da quella maledetta caduta, con il suo cuore che proprio non vuole saperne di fermarsi.

Giorni nei quali la moglie Ana Maria insieme ai due figli e a tutti gli appassionati di ciclismo continuano a sperare in un miracolo.

Miracolo che non si compie.

Anche se di “miracoli” non ce ne sarebbe stato bisogno se una serie incredibile e imperdonabile di errori non avessero condannato Joaquim alla sua sorte.

C’è anche un precedente che non fa che aggiungere rabbia e costernazione.

Nel 1972, esattamente il 5 di maggio, Joaquim Agostinho stava correndo l’ottava tappa della Vuelta, il Giro di Spagna.

Agostinho in quella tappa cadde rovinosamente e fu vittima anche in quella occasione di una frattura alla base del cranio, molto simile a quella accadutagli 12 anni dopo alla Volta Algarve.

In quella circostanza però il ricovero immediato all’ospedale di Terragona e il tempestivo intervento dei medici scongiurò qualsiasi pericolo.

A tal punto che poco più di due mesi dopo Joaquim Agostinho fu in grado di prendere regolarmente il via al Tour de France, la corsa che più di ogni altra amava correre.

 

Joaquim Agostinho nasce il 7 aprile del 1943, in un piccolo villaggio rurale nei pressi di Torres Vedras.

E’ una famiglia di contadini, dove le braccia sono l’unica risorsa.

Ben presto inizia a lavorare nei campi con la famiglia e nel tempo libero gioca a calcio con gli amici del suo villaggio. E’ un tifoso accanito dello Sporting Lisbona e sogna un giorno di giocare per la famosa squadra a righe bianco-verdi orizzontali.

Tutti i suoi sogni di adolescente paiono infrangersi quando al diciottesimo anno di età viene arruolato nell’esercito del suo Paese e spedito in Mozambico, a combattere una inutile e sanguinosa guerra coloniale.

Vedrà la morte in faccia più volte.

In una di queste occasioni al passaggio della camionetta militare sulla quale si trova insieme ad altri commilitoni esplode una mina che uccide diversi suoi compagni e ne ferisce gravemente altri.

Joaquim rimane praticamente illeso, ricordando poi negli anni che “dopo quel giorno ho pensato che comunque sarei  sempre stato  a credito con la fortuna” …

Proprio nell’esercito scopre una predisposizione fino ad allora sconosciuta: quella per la bicicletta.

Lui una bicicletta non l’aveva mai avuta e impara a starci sopra proprio durante la sua permanenza in Mozambico.

Vengono organizzate delle gare fra i commilitoni e Joaquim primeggia regolarmente.

E’ sgraziato in bici, e fa una fatica incredibile a rimanere in equilibrio e a guidarla (cosa che lo contraddistinguerà per tutta la carriera) ma ha una potenza incredibile e in pianura e in salita è superiore a tutti di una spanna.

Quando, dopo quasi tre anni regalati alla Patria e a quella stupida guerra, ritorna in Portogallo, è più che mai convinto che dalla vita vuole qualcosa di più che dei campi da arare o delle mucche da mungere.

Si butta anima e corpo nel ciclismo.

Ma le ristrettezze economiche sono sempre le stesse di quando era partito per il fronte.

Soldi non ce ne sono e alla sua primissima gara corsa dalle sue parti riuscirà ad iscriversi all’ultimo momento … correndo su una bicicletta da donna prestatale da una  amica della sorella !

Agostinho vince quella gara praticamente “doppiando” tutti gli altri partecipanti.

Ben presto questo strapotere nelle corse locali desta l’attenzione degli “addetti ai lavori”.

Tra questi c’è Joao Roque, ex-cicilista portoghese capace in passato di vincere anche il Giro del Portogallo e che lo mette sotto contratto nel suo team, lo “Sporting Clube de Portugal”.

L’impatto di Agostinho è impressionante: vince il campionato portoghese in linea e arriva secondo al Giro del Portogallo.

I suoi risultati convincono Roque a portare Joaquim anche fuori dai confini ed è proprio durante il Giro della provincia di San Paolo in Brasile che Joaquim viene contatto dal patron della squadra professionistica francese Frimatic, il famoso Jean de Gribaldy.

Firma sul posto il suo primo contratto professionistico.

Solo un anno prima era in Mozambico a fare il soldato.

I suoi risultati sono subito eccellenti.

Ha delle lacune importanti dovute in gran parte alla sua tardiva entrata nel mondo professionistico.

E’ terrorizzato di stare nella pancia del gruppo, ha difficoltà a condurre la bici nelle curve e nelle discese e il suo stile potente ma goffo gli fanno prendere il soprannome di “Hulk” fra i colleghi ciclisti.

Però va forte, va molto forte.

Ha un fisico compatto e molto muscoloso.

A vederlo ha tutte le caratteristiche dello sprinter … solo che è tutto meno che veloce, mentre sul “passo” e in salita è un’autentica forza della natura.

In una squadra professionistica francese è in Francia, in Belgio e in Olanda che bisogna correre e per Agostinho allontanarsi dal Portogallo, dove ormai non ha più rivali, è una scelta difficile.

Sarà il grande Rapheal Geminiani che gli darà la scossa decisiva. “Vuoi essere un grande campione in Portogallo o vuoi essere un grande campione a livello Mondiale ? La scelta è tua figliolo”

A questo punto la carriera di Agostinho decolla.

Nel 1969 partecipa al suo primo Tour de France, la corsa più importante del calendario internazionale.

I risultati che ottiene sorprendono anche i suoi più convinti estimatori.

Agostinho vince due tappe e si classifica all’8° posto nella classifica generale.

Uno degli esordi più straordinari nella storia della “Grande Boucle”.

Il Tour rimarrà sempre la “sua” corsa, quella per la quale Agostinho si prepara meticolosamente e dove mette tutto se stesso. Nel resto della stagione corre il meno possibile e spesso non con la determinazione che un professionista del suo livello e valore dovrebbe avere.

Ma lui è fatto così.

Correrà per ben 13 volte il Tour riuscendo in due occasioni, nel 1978 e nel 1979 a salire sul podio.

Proprio nel 1979 arriverà il trionfo più importante, acclamato e prestigioso della sua carriera.

E’ il 15 luglio..

Il Tour arriva sulla già mitica vetta dell’Alpe d’Huez, inserita nel percorso per la prima volta nel 1952 ma che dal 1976 farà “tappa fissa” per i ciclisti della Grande Boucle.

Prima di arrivare lassù due gustosi “antipastini” come il Col de la Medeleine e il Galibier.

AI piedi della salita conclusiva c’è un gruppetto di comprimari in fuga fin dalle prime battute.

Sembra che possano essere proprio Laurent, Wellens, Nillson e Alban a contendersi la vittoria finale.

Ma fin dalla prime rampe della mitica ascesa “dei 21 tornanti” Agostinho attacca. Sa che se vuole la vittoria di tappa deve muoversi subito.

Il francese Bernard Hinault e Joop Zoetemelk, il forte scalatore olandese che duellano per la vittoria finale, decidono di non rispondere immediatamente agli attacchi di Agostinho.

Lo fa però Bernardeau, il luogotenente di Hinault, che si accoda a Joaquim.

Agostinho però non ne vuole sapere di trascinarsi dietro il francese braccio destro di Hinault.

Continua a salire di potenza finché la resistenza di Bernardeau è vinta.

Quando mancano ancora diversi chilometri di salita Agostinho raggiunge i quattro fuggitivi di giornata e li supera con estrema facilità.

Arriverà solo al traguardo dell’Alpe d’Huez, con oltre tre minuti di vantaggio su Hinault, Zoetemelk, Kuiper e gli altri uomini di classifica.

A Joaquim Agostinho è intitolato il 17mo tornante dell’Alpe d’Huez.

In carriera sfiorerà una vittoria in una grande corsa a tappe.

Accadrà al Giro di Spagna del 1974 dove chiuderà la corsa al secondo posto, a soli 11 secondi dal vincitore, il fenomenale scalatore spagnolo Josè Manuel Fuente, “El Tarangu” per tutti.

Agostinho non accetterà mai questo verdetto.

Dopo una combattutissima Vuelta che vede come protagonisti lo stesso Fuente, Agostinho e l’altro grande campione spagnolo Luis Ocana, si arriva all’ultima tappa, una cronometro individuale di 35 km che si corre a San Sebastian, nei Paesi Baschi.

Agostinho ha nei confronti di Fuente un ritardo di 2 minuti e 35 secondi.

Sembrano un abisso incolmabile ma Agostinho a cronometro è un autentico fenomeno mentre per Fuente è il suo tallone d’Achille.

Agostinho corre la crono della vita stracciando tutti gli avversari.

L’unico che in qualche modo riesce ad avvicinarsi è Ocana, secondo a poco più di un minuto.

Inizialmente ad Agostinho viene comunicata la vittoria finale, avendo recuperato per intero lo svantaggio che aveva in partenza … salvo poi ritrattare il tutto pochi minuti dopo e festeggiare Fuente come vincitore della Vuelta con soli 11 secondi di vantaggio … addirittura un secondo in meno di quelli che saranno necessari a Eddy Merckx per sconfiggere Giovan Battista Baronchelli al Giro d’Italia che si correrà il mese successivo !

Si arriva così al 1984 che Agostinho aveva già indicato come il suo ultimo anno da professionista, nonostante ci fossero per lui ancora richieste di squadre importanti.

Correre il suo 14mo Tour de France e poi chiudere la carriera dedicandosi a scoprire nuovi talenti.

Non sarà così purtroppo.

Per colpa di un cane randagio si, ma anche e soprattutto per colpa di una gestione vergognosa e inconcepibile di quanto accaduto il 30 di aprile in quella corsa alla Volta a Algarve.

Infine, una delle frasi più belle di Agostinho, nella quale racchiude il suo amore per la bici e il suo personale concetto di fatica e sacrificio.

“Quando penso agli anni di guerra in Mozambico mi viene da ridere quando mi dicono che è una fatica sovrumana scalare il Mont Ventoux”.

 

Questo pezzo è tratto da:

http://www.urbone.eu/obchod/ruote-maledette-storie-tragiche-sul-ciclismo

STAN COLLYMORE: Storia di un talento fragile.

di REMO GANDOLFI

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“Era il 20 gennaio del 1999.

Ricordo quel giorno benissimo.

Perché quel giorno fu l’inizio della fine.

Ero nella vasca da bagno della casa che avevo appena comprato a Birmingham.

Una vasca da bagno rosa. Non è colpa mia, lo giuro !

C’era già quando acquistai la casa e non avevo ancora avuto il tempo di cambiarla.

Ero completamente a pezzi, svuotato, privo di energie.

Me ne stavo lì dentro, immobile continuando a far scendere acqua calda.

Non sarei più voluto uscire da lì.

Era già un po’ di tempo che appena finiti gli allenamenti me ne tornavo a casa.

Niente golf o visite al pub con i compagni di squadra.

Arrivavo a casa, accendevo la tv e poi dormivo o sonnecchiavo sul divano anche fino alla mattina successiva.

Fino a quando mi alzavo, controvoglia, per andare all’allenamento.

Chiamai il fisioterapista della squadra.

Mi consigliò di farmi vedere da un medico.

Ci andai e l’unica cosa che mi disse fu “Figliolo, sabato fai due gol contro il Fulham e tutto il tuo disagio passerà”.

Fu tutto quello che seppe dirmi.

Mentre io ero all’inizio di uno stato depressivo che mi condizionerà per tutto il resto della mia carriera … e forse per il resto della mia vita”.

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Stan Collymore nasce nel gennaio del 1971. Il padre è originario delle Barbados la mamma è inglese.

A 18 anni è nel settore giovanile del Wolverhampton.

Sembra pronto a spiccare il volo ma i “Wolvers” decidono di non offrirgli un contratto professionistico.

L’unica alternativa per Stan è lo Stafford Rangers.

Un team di Conference, una lega semi-professionistica inglese.

Qui però Stan inizia a far vedere a tutti il suo valore.

Segna tanti gol, ma soprattutto segna gol “belli”. E difficili.

Sarà la sua peculiarità negli anni a venire.

Per lui c’è una pletora di squadre pronte ad offrirgli un contratto professionistico.

La spunta il Crystal Palace, team di Premier dove Stan fa tutto il suo apprendistato.

Le chance però sono scarse. La coppia d’attacco è formata da Mark Bright e da Ian Wright, due eccellenti attaccanti con una intesa quasi telepatica.

Collymore viene mandato in prestito al Southen United nel novembre del 1992.

Il Southend è nella serie cadetta ma con un piede e mezzo nella Terza divisione inglese, allora chiamata “Second Division”.

18 reti in 31 partite di Collymore trasformano la squadra che raggiunge una spettacolare quanto sorprendente salvezza.

AL termine di quella stagione arriva un’offerta del Nottingham Forest.

Due milioni di sterline per fare di Collymore l’uomo con il difficile compito di riportare il Forest in Premier dopo la retrocessione della stagione appena conclusa, l’ultima con Brian Clough sulla panchina dei “rossi” due volte Campioni d’Europa.

E’ la grande scommessa di Frank Clark, il nuovo manager del Nottingham.

Stan Collymore non delude le attese.

Segna 19 reti in campionato e il Nottingham Forest ritorno immediatamente in Premier.

Fino a quel momento Collymore ha dimostrato che nella serie cadetta è un’autentica iradiddio. E’ potente, tira con entrambi i piedi e nonostante i suoi 188 centimetri è agile e molto bravo con la palla fra i piedi.

Ora resta da vedere come queste sue qualità impatteranno nella massima serie inglese, che sta rapidamente diventando uno dei campionati più ricchi e competitivi del pianeta.

La risposta è che Stan Collymore segnerà ancora più reti (22) contribuendo in maniera decisiva a portare il Nottingham ad un terzo posto finale che sa di miracolo e che vale il ritorno in Europa per i “rossi” della foresta di Sherwood.

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“Stan the man” è l’uomo più desiderato dai grandi club inglesi e anche in Europa ci sono diversi grandi club interessati al suo cartellino.

A metà di quella stagione sembra che il suo passaggio al Manchester United sia cosa fatta. Alex Ferguson è un grande ammiratore di Collymore e con Mark Hughes ormai al crepuscolo di una brillante carriera occorre rinforzare l’attacco.

A fine campionato però sarà il Liverpool a vincere l’asta.

Per farlo i Reds di Anfield dovranno sborsare la cifra di 8.5 milioni di sterline, record assoluto per un trasferimento nel Regno Unito.

Al Liverpool nella stagione appena conclusa è esploso un giovane ragazzo locale, Robbie Fowler. Con un Ian Rush ormai al capolinea, Stan Collymore potrebbe essere il partner ideale per riportare i Reds sul tetto d’Inghilterra.

L’inizio della stagione vede il Liverpool protagonista salvo poi cedere il passo a Newcastle e Manchester United che si contenderanno il titolo fino alle ultimissime giornate.

Per i Reds arriva un terzo posto di prestigio e la coppia Fowler-Collymore sarà la più letale di tutta la Premier (42 reti).

Anche la stagione successiva sarà di buon livello. Un quarto posto finale e una discreta stagione da un punto di vista realizzativo.

Per Collymore però iniziano i primi problemi.

La relazione con Roy Evans, il manager dei Reds, non è delle migliori.

Collymore non è esattamente uno che ama allenarsi duramente.

Sa di avere talento, tanto talento.

Ed è sempre più convinto che questo sia più che sufficiente per ottenere quello che vuole.

Ama sempre di più la vita notturna e con questa gli eccessi.

Inizia a perdersi. E arrivano i primi segnali di qualcosa difficile da capire e interpretare.

Al Liverpool se ne accorgono e paiono disposti a dargli aiuto.

Ma nella primavera di quella stagione, persi tutti gli obiettivi, compresa una semifinale di Champions League contro il Paris Saint Germain, il Liverpool decide che può prescindere da Collymore.

Bravo per carità, ma sempre più difficile da gestire, in campo e fuori.

E poi dalla giovanili sta emergendo un ragazzino con un talento fuori dal comune.

Si chiama Michael Owen.

Non servirà spendere milioni di sterline per rimpiazzare Collymore.

Il suo successore viene da Melwood, che non è ne in Francia, ne in Italia ne in Sud America.

E’ dove il settore giovanile del Liverpool gioca e si allena.

A questo punto arriva il trasferimento dai Reds all’Aston Villa.

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Stan Collymore è un uomo felice.

L’Aston Villa è la sua squadra del cuore, quella che è stata di Gary Shaw e Peter Withe, i suoi idoli incontrastati dell’infanzia.

I “Villans” investono sette milioni di sterline per lui.

L’obiettivo del manager Brian Little e quello della società è di tornare ai vertici del calcio inglese.

Le cose non vanno per niente come sperato.

La squadra fa una gran fatica ad esprimersi a livelli accettabili nonostante la presenza in squadra di giocatore del valore di Gareth Southgate, Steve Staunton, Savo Milosevic, Dwight Yorke e di un giovanissimo Gareth Barry.

Collymore è la grande delusione.  Segna con il contagocce e alcune delle sue prestazioni sono addirittura abuliche. Sembra un corpo estraneo alla squadra.

A febbraio, con la squadra pericolosamente vicina alla zona retrocessione, Little rassegna le dimissioni e al suo posto arriva John Gregory.

Un classico sergente di ferro.

Collymore sembra risvegliarsi dalla sua apatia.

Nel primo match con il nuovo manager sulla panchina dei Villans Stan Collymore segna una doppietta nel vittorioso match interno contro il Liverpool.

Sembra l’inizio di un nuovo, felice periodo nella vita di Collymore.

Ha solo 27 anni, l’età della piena maturazione psico-fisica.

Non segnerà più un solo gol in campionato fino al termine della stagione.

Si guasta anche il rapporto con John Gregory.

E’ un manager vecchia scuola, un duro, e dei problemi personali di Stan il cui stato depressivo è ormai conclamato non gliene può interessare di meno.

Nel novembre del 1998, dopo l’eliminazione in Coppa UEFA contro il Celta di Vigo, Gregory porta al Villa Park un nuovo centravanti: è Dion Dublin, reduce da una strepitosa stagione con il Coventry chiusa come capocannoniere del campionato insieme a Chris Sutton e Michael Owen.

Collymore a questo punto diventa una riserva e le sue apparizioni in prima squadra sempre più limitate.

E a questo punto sprofonda sempre di più nel suo buco nero.

“Ero un disastro totale. Non riuscivo ad alzarmi dal letto. Non riuscivo a programmare le mie giornate. Fare una doccia o vestirmi erano imprese autentiche. Sapevo che non potevo andare avanti così” ricorda lo stesso Collymore di quel periodo.

Viene ricoverato per diverse settimane in una clinica specializzata in malattie mentali, il Priory Hospital a Roehampton.

Quando rientra l’Aston Villa lo cede al Fulham in prestito ma Stan è ormai l’ombra del giocatore per il quale solo poche stagioni prima si era scatenata un’asta a suon di milioni di sterline.

L’Aston Villa lo lascia libero.

A farsi avanti è il Leicester di Martin O’Neill.

Collymore sembra finalmente rinato.

Nel Leicester viene schierato nel ruolo che ama di più: quello di seconda punta a fianco di un “target man” come Emile Heskey e con la possibilità di muoversi su tutto il fronte d’attacco.

L’impatto è strepitoso.

https://youtu.be/zofTxLijiHs

La vittoria contro il Sunderland per 5 reti a 2 sarà descritta da Martin O’Neill come “la partita perfetta”.

Stan segna una tripletta.

Sembra rinato.

… per l’ennesima volta !

Ma è la solita effimera illusione.

Stavolta non solo per colpa sua.

Martin O’Neill a fine stagione lascerà il Leicester per approdare al Celtic di Glasgow dove scriverà alcune pagine memorabili nella storia di questo glorioso club.

Stan rifarà le valigie, approdando tra le altre destinazioni anche al Real Oviedo in Spagna.

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Ci saranno quasi 2 mila tifosi ad accoglierlo al suo arrivo nelle Asturie.

Cinque settimane e tre sole partite dopo Stan Collymore, a 30 anni, deciderà di lasciare definitivamente il calcio.

 

ANEDDOTTI E CURIOSITA’

 

Uno dei pochi allenatori che sia riuscito ad ottenere continuità da Collymore è stato il vulcanico Barry Fry, suo manager al Southend.

“Un giorno dissi che Stan avrebbe giocato in Nazionale. La partita dopo se ne andava in giro per il campo con lo stesso entusiasmo con il quale di solito andiamo dal dentista !” ricorda Fry.

“Però vi garantisco che gli ho visto fare cose che non ho mai visto fare a nessun altro” garantisce lo stesso Fry.

 

Al Nottingham Forest è dove Stan Collymore ha giocato gli anni migliori della sua carriera. Ma anche qui è sempre stato al centro di parecchie controversie.

Il suo atteggiamento egocentrico e sempre un tantino arrogante dopo pochi mesi lo aveva già alienato dalle simpatie di quasi tutti i suoi compagni.

Furono in molti, specie durante la sua ultima stagione al Forest, a notare che dopo un gol segnato da Collymore era difficile vedere più di un compagno o due andarlo a festeggiare.

 

Molto bello un cartello esposto davanti alla St. Saviour ‘s Church di Nottingham dopo la cessione di Collymore da parte del Forest al Liverpool.

“Collymore vi ha abbandonato ma ricordate che Dio non lo farà mai”.

 

Robbie Fowler è invece il primo a riconoscere le grandi doti di Collymore. “In assoluto il mio partner ideale. Eravamo perfettamente complementari. A me piaceva rimanere nei pressi dell’area di rigore mentre Stan amava muoversi su tutti il fronte d’attacco. Nelle due stagioni insieme segnammo quasi 90 gol e credo che questo dica molto più di tante parole” ricorda il grande attaccante dei Reds.

 

Una delle partite più belle giocate da Collymore al Liverpool fu sicuramente quella del famoso 4 a 3 sul Newcastle di Kevin Keegan che diede una spallata importante alle ambizioni di titolo dei Magpies.

In quel match Collymore fu semplicemente inavvicinabile … e la dimostrazione più lampante di un potenziale enorme gettato alle ortiche.

https://youtu.be/WuREx61zlto

 

Lo stesso John Gregory, il manager di Collymore per quasi tutto il suo periodo all’Aston Villa e con il quale ebbe continui screzi è il primo a riconoscere che “Collymore è uno dei più forti attaccanti espressi dal calcio inglese negli ultimi 40 anni. Aveva tutto per giocare a calcio ai più alti livelli. Potenzialmente un altro Thierry Henry”.

 

Fuori dal campo le “imprese” di Collymore sono state sempre più eclatanti di quelle nel rettangolo di gioco.

Durante una vacanza con il Leicester a La Manga, in Spagna, Collymore decise di divertirsi utilizzando un estintore con il quale mise a soqquadro l’intero locale … finendo un’altra volta sulle prime pagine dei tabloid britannici !

… era arrivato al Leicester da una settimana.

 

Una delle tante “fiamme” di Stan Collymore è stata la modella e star della tv Ulrika Jonsson. La loro “liason” terminò in un locale a Parigi dove Stan Collymore stese con un pugno la fidanzata.

 

Nel 2004 Stan Collymore finirà sulle pagine dei tabloid inglesi per la sua partecipazione ad un “dogging” a Cannock Chase. I “dogging” sono in pratica orge in posti pubblici dove ci si dà appuntamento … chi per partecipare attivamente chi semplicemente per assistere (come nel caso di Collymore). Questo ennesimo scandalo farà perdere a Collymore l’impiego presso la Bbc come commentatore sportivo.

 

Durante un’intervista su un quotidiano inglese insieme all’ex-gemello Robbie Fowler ai due viene stato chiesto se ci fosse stato un posto per loro nell’attuale attacco del Liverpool di Jurgen Klopp.

Fowler: ” non avrei una sola chance al mondo”

Collymore: ”beh, lo Stan Collymore dei primi anni di carriera sarebbe un titolare indiscutibile !”

 

Nella sua autobiografia “Stan: Tackling with my demons” Collymore ammette che in passato gli fu diagnosticato un “disturbo borderline della personalità”.

 

… si era capito vero ?

ENRICO BOVONE: Sulle soglie della notte

di SIMONE GALEOTTI

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Siena era cambiata da quel giorno del 1973 quando già da campione affermato si era infilato la canotta verde della Mens Sana con il numero 12. Se l’aspettava. Tutto era cambiato. Il mondo intero. Perfino lui. Certo, era invecchiato abbastanza bene, si era tenuto in forma con un minimo di attività fisica, solo in viso mostrava più anni di quanti in realtà ne avesse veramente. Colpa di una piega infelice che gli distorceva la bocca. L’aveva continuamente nascosta sotto quella barba da rivoluzionario errante, così alto, così magro, eppure, andando avanti, si cominciava a notare fin troppo bene.

 

 

 

Era depresso Enrico, piegato da una malinconia strana che gli impediva di valutare obiettivamente la piega degli eventi e pensare alle conseguenze di un gesto che lo mise di fronte a un nugolo di spettri, abili nel girare feroci intorno a lui, e lui nel vederli avrebbe voluto mostrare ai giovani che il tempo lavora troppo duro i fianchi degli uomini, laggiù, solo, dentro la sua Fiat 600 solcata da deboli rivoli di pioggia, parcheggiata alle pendici di un bosco, dentro i rumori smorzati di animali lontani, fra lo stormire delle foglie e il cigolio dei rami scossi da un vento maleducato di primavera. Un bosco fatto apposta per pregare, puntellato di antichi conventi, laddove si poteva percepire l’eco di esortazioni al bisbiglio di Laudes sillabate. Sul sedile del passeggero c’era un foglio di quaderno su cui Enrico aveva scritto le sue ultime volontà, e, accanto al foglio, sopra un plaid ripiegato in quattro, una Beretta calibro 3.75.

 

Enrico Bovone ormai viveva a Siena, alla periferia sud della città, di questa città spesso diffidente e refrattaria ma evidentemente, quella luna che affoga ogni sera dietro il profilo gotico del Duomo lo aveva rapito al punto tale da restarci per sempre.

 

Enrico Bovone è il ritratto di un giocatore fuori dalle righe, non fosse altro perché mandava a quel paese un bel po’ di luoghi comuni sui campioni – o presunti tali – dello sport. Uno di quei tipi che tutti frequentano per anni ma che in realtà nessuno conosce veramente a fondo. E pare strano a dirsi per un uomo di due metri e dieci, tuttavia l’impressione era quella di trovarsi davanti a una sorta di gigante invisibile, nonostante sia stato protagonista nel basket italiano per oltre quindici anni. La sua è una storia senza lieto fine partita da Novi Ligure, in Piemonte, dove nacque nel 1946. Un ragazzo e un atleta problematico, di difficile collocazione. Difficile piazzarlo, quel lungagnone strampalato, che sorrideva di rado, affatto portato ai teatrini, ai proclami, chiuso in quella bolla d’aria perennemente annoiata.

 

Eppure, Enrico Bovone ha marcato un’epoca. Non fosse altro per il fatto di essere stato il primo pivot moderno del nostro basket che Aldo Giordani definì il “Gigantissimo”. Bovone un tranquillo studente quattordicenne che tale Nico Messina, insegnante di educazione fisica, scoprì indirizzandolo al basket, destinazione Tortona, in cui restò al centro di una singolare sfida automobilistica tra i dirigenti di Simmenthal Milano e Ignis Varese, accorsi per accaparrarsi la giovane promessa. Le narrazioni riferiscono che Cesare Rubini rimase bloccato in un ingorgo autostradale e così Bovone finì a Varese dove vinse una Coppa delle Coppe nel 1967.

 

Bovone pareva l’uomo destinato a diventare il giocatore faro anche della nazionale, il leader, l’uomo simbolo di un movimento sportivo ormai esploso al pari dei Beatles e dei Rolling Stones. Invece Bovone si limitò al compitino senza mai assurgere a quel fenomeno che molti auspicavano, nonostante dal punto di vista tecnico migliorò notevolmente con il passare delle stagioni, costruendosi, tra l’altro, un gancio sotto canestro di singolare bellezza.

 

Dopo Varese, il passaggio a Milano, sponda All’Onestà, poi Udine dove nella stagione 1971-72 risulterà il miglior marcatore e rimbalzista del campionato. E nel 1973 l’approdo a Siena nella “Sapori” Mens Sana guidata in panchina dal totem Ezio Cardaioli, per formare con l’americano Carl Johnson una coppia di lunghi fenomenale. Una volta chiusa la carriera da giocatore, nel 1979, vestirà per qualche mese il ruolo di direttore sportivo della società senese, quanto bastò per rendersi conto che di pallacanestro ne aveva ormai abbastanza.

 

Il fatto è, che a lui, per sua stessa ammissione, di fare sfracelli non importava un bel niente. Anzi, a dirla tutta, senza quei duecentodieci centimetri che si portava appresso, Enrico Bovone non avrebbe mai messo piede in un palazzetto, né da giocatore, né tantomeno da spettatore.

 

Dinoccolato, introverso, vagamente assente, dava l’idea di trovarsi in mezzo a un campo di basket più per caso che per volontà. Era accaduto, non voluto, un po’ come quei figli concepiti senza desiderio di procreare. Che segnasse un canestro o che gli venisse fischiato un fallo, contro o a favore, mostrava la solita faccia languorosa e impenetrabile. Oppure, quando durante i time out se ne stava impalato ad ascoltare l’allenatore, le mani sui fianchi, una gamba leggermente piegata, con l’espressione di chi è terribilmente stufo e avrebbe voluto essere da tutt’altra parte.

 

Dove? a fare un lungo giro da solo in macchina, mentre fuori piove. Proprio così, visibilmente seccato, rispose a una domanda di un giornalista su cosa gli piacesse fare una volta uscito dal campo.

 

Si sposerà e resterà a Siena, dove aprirà un’edicola in un paesino del circondario, dopodiché poco a poco l’oblio, il divorzio, le liti, l’allontanamento alla sua maniera, silente, senza farsi notare dagli amici, dal canto della Verbena, dal palazzetto.

 

Qualcuno ricorda di averlo visto negli ultimi giorni rispondere al saluto dei conoscenti con aria distratta, la mente già rivolta all’ultimo atto di un’esistenza recalcitrante.

 

La mattina di martedì 2 maggio 2001 un automobilista di passaggio notò un auto con lo sportello aperto e a terra un uomo sdraiato su un telo al limitare del bosco. Enrico Bovone si era suicidato sparandosi un colpo alla testa, nei pressi di un monastero dove le candele friggono la cera della devozione ma dove, fuori, negli anfratti di querce secolari, spregiudicati spiriti isterici ti fanno rimpiangere di essere ancora vivo, di rincorrere Bacco e Venere, invitandoti a sottrarti al presente e al futuro.

BOVONE

 

 

PAULO CESAR LIMA “CAJU”: Talento e ribellione.

di REMO GANDOLFI

CAJURIVELINO

Quando ho iniziato la mia battaglia contro la discriminazione razziale che da sempre subisce la gente di colore qui in Brasile tutti hanno iniziato a guardarmi come si guarda un matto.

“Ma chi te lo fa fare ? Sei uno dei calciatori più forti del Brasile intero, hai appartamenti in proprietà e tanti soldi sul conto corrente … lascia combattere questa guerra a chi ha davvero bisogno di farlo”.

Questo, più o meno, e quello che mi dicevano tutti quanti.

Compresi i miei compagni di squadra e quelli della Nazionale brasiliana.

Ma proprio qui sta il punto.

Proprio perché sono “CAJU”, perché gioco nel Brasile e perché sono conosciuto in tutto il Paese che ho nolte più possibilità di essere ascoltato di un povero padre di famiglia disoccupato e magari con 4 o 5 figli da mantenere.

Questa è la mia battaglia.

La stessa che qualche anno fa hanno combattuto Martin Luther King, Malcolm X e i ragazzi delle “Black Panthers” negli Stati Uniti d’America.

La stessa battaglia che sta combattendo con le sue canzoni il mio amico Bob Marley.

Quando poco tempo fa raccontai ad una testata giornalistica che Bob sarebbe venuto qua in Brasile a portare il suo personale contributo nella lotta di rivendicazione di tutti quei diritti di cui vengono quotidianamente privati i neri del Brasile ho ricevuto in cambio un sorrisino di compatimento.

Del tipo “Seee … Bob Marley … uno dei più famosi musicisti del pianeta che viene in Brasile per sostenere la lotta di quell’esaltato di Paulo Cesar Lima …”

Peccato invece che esattamente fra due giorni Bob Marley ed un paio dei suoi amici Wailers arriveranno qua a Rio per una serie di incontri, scuole comprese, dove parleremo alla gente di colore e ai ragazzi di questo Paese di quello che occorre fare, e al più presto, qui in Brasile.

Bob mi ha chiesto solo una cosa in cambio: di organizzare una partita di calcio dove poter giocare fianco a fianco.

Ama il calcio visceralmente e mi hanno detto che non è neanche malaccio !

La partita si farà e sarà un piacere enorme giocare insieme ad un uomo che ha fatto della lotta per la sua gente una ragione di vita.

CAJUMARLEY

 

Questa partita verrà effettivamente giocata e il team di “Caju” e del compianto Bob Marley vincerà per tre reti ad una e il terzo gol lo segnerà proprio il grande artista giamaicano … ovviamente su assist “al bacio” di Paulo Cesar Lima !

Paulo Cesar Lima, per tutti in Brasile “Caju”, nasce a Rio de Janeiro nella favela di Cachoeira nel quartiere di Botafogo nel giugno del 1949.

La sua infanzia non si discosta da quelle di quasi tutti i più grandi calciatori brasiliani.

Estrema povertà di una famiglia che comprende la madre Esmeralda che mantiene la figlia Celia Maria e il piccolo Paulo Cesar andando a servizio presso qualche famiglia.. Paulo Cesar è infatti orfano di padre, morto un mese dopo la sua nascita.

Paulo da bambino è già una piccola star nel quartiere. Lo chiamano addirittura “Pelezinho”.

Ma prima che lo stesso Botafogo o un’altra delle tante squadre di Rio de Janeiro riescano a inserire nel proprio settore giovanile il piccolo Caju, accade qualcosa che cambierà radicalmente e per sempre la sua vita.

Il suo migliore amico si chiama Fred.

Sono coetanei, amano giocare a calcio e sono entrambi molto bravi.

Il padre di Fred fa l’allenatore dopo essere stato un calciatore professionista di buon livello con Botafogo e Flamengo ora fa l’allenatore.

Si chiama Marinho Rodrigues de Oliveira.

Allena il Botafogo, con il quale ha appena vinto due campionati “Carioca” (della provincia di Rio de Janeiro) ed è una delle poche famiglie benestanti del quartiere, con una casa di proprietà e cibo in tavola tutti i giorni.

Fred e Caju sono inseparabili e il padre di Fred offre alla madre di Paulo Cesar la possibilità di prendersi lui cura del piccolo Caju portandolo nella sua casa e di fatto a vivere con la moglie e il figlio Fred.

La madre non si oppone capendo perfettamente che quella per il figlio è l’unica possibilità di una vita migliore.

Neppure il tempo di sistemarsi nella sua nuova casa che a Marinho viene offerto il posto sulla panchina della nazionale dell’Honduras.

La famiglia Rodrigues prepara armi e bagagli e parte per la nuova opportunità lavorativa del capo famiglia.

Caju compreso ovviamente.

La nazionale Honduregna è all’epoca decisamente poca cosa.

Talmente scarsa che durante un’intervista radiofonica, in tono assolutamente ironico, Marinho dichiara che “i più forti calciatori negli allenamenti della Nazionale sono i miei due figli !” … all’epoca tredicenni !!!

Come spesso capita una semplice battuta si trasforma in qualcos’altro.

L’impatto mediatico di quella dichiarazione è devastante e dopo nemmeno due anni in Honduras Marinho viene gentilmente invitato ad andarsene.

Passano un paio di anni trascorsi in Brasile come allenatore del Cruzeiro per Marinho Rodrigues arriva la chiamata del Junior de Barranquilla, squadra colombiana.

Ovviamente si riparte con tutta la famiglia solo che … stavolta Caju e Fred a 16 anni diventeranno realmente la star del team.

Nel 1966 il Junior de Barranquilla un torneo giovanile e sono proprio i due ragazzini gli autentici protagonisti della vittoria.

Fred confeziona assist “a nastro” e Caju diventa la bocca da fuoco princiapale del team nonostante giochi già in quello che diventerà il suo ruolo per praticamente tutta la sua carriera, quello di ala sinistra.

Nel 1967 la famiglia fa ritorno in Brasile e nella bagarre che si scatena per il cartellino di Paulo Cesar Lima a spuntarla è … il cuore.

Caju firma per il Botafogo.

Ma il diciottenne ragazzo cresciuto nelle favelas della zona non immagina di certo di entrare a far parte di un periodo magico nella storia della “estrela solitaria” uno dei soprannomi del Club derivante dallo storico logo con una stella bianca su sfondo nero.

Tra il 1967 e il 1972 arrivano 6 titoli tra cui il campionato nazionale brasiliano (ai tempi denominato Taça Brasil).

Le sue prestazioni sono di un livello tale che Paulo Cesar Lima finirà nell’elenco dei 22 giocatori con cui il Brasile andrà ai Mondiali di Messico 1970 a conquistare il suo terzo titolo, incantando il mondo con fenomeni come Rivelino, Gerson, Tostao, Jairzinho, Carlos Alberto e ovviamente Pelé.

Paulo Cesar, a soli 21 anni appena compiuti, sarà in pratica il 12mo uomo di quella fantastica formazione, giocando in tutti i primi 4 incontri, due da titolare e due entrando nella ripresa dimostrandosi in ogni occasione all’altezza dei suoi più affermati e navigati compagni di squadra grazie al suo dribbling ubriacante e al suo spunto in velocità.

Nel 1972 lascerà il Botafogo per trasferirsi al Flamengo dove continuerà a fare incetta di trofei.

Dopo il Mondiale di Germania del 1974 in cui Caju sarà una lontana controfigura del giocatore ammirato quattro anni prima in Messico, arriverà per lui una importante offerta dai francesi dell’Olympique Marsiglia dove insieme al connazionale Jairzinho e al fortissimo difensore Marius Tresor formeranno un team di tutto rispetto capace di lottare per il titolo fino all’ultimo contro il fortissimo St. Etienne di Bathenay, di Piazza e del talentuoso Dominique Rocheteau conquistando però la Coppa di Francia.

Al rientro in Brasile dopo l’esperienza francese ad attenderlo c’è il Fluminense dove Paulo Cesar contribuisce a portare alla vittoria il “Flu” nei due successivi campionati “Carioca”.

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Proprio in quel periodo inizia l’impegno politico di Paulo Cesar che si estenderà non solo al potere politico costituito ma anche in ambito sportivo.

Sarà proprio lui alla vigilia dei mondiali di Argentina del 1978 a fare da portavoce nella lunga “querelle” sui premi da riconoscere ai calciatori brasiliani per gli imminenti mondiali.

… con il risultato che Paulo Cesar Lima sarà estromesso dalla lista dei convocati per quel Mondiale, dovendo così rinunciare al suo terzo mondiale consecutivo.

Terminerà la sua carriera calcistica nel 1983 nelle file del Gremio.

E sarà proprio in quel periodo che per il talentuoso esterno inizierà la battaglia più lunga, difficile e disperata della sua esistenza: quella contro la dipendenza dalla cocaina.

Dopo il primo “incontro” con questa sostanza avvenuto nel suo breve ritorno in Francia nel 1982 con il piccolo team AC AIX e il ritorno in Brasile per la sua ultima stagione con il Gremio, la dipendenza dalla cocaina diventerà immediatamente fuori controllo nel momento in cui nel 1983 lascerà il calcio.

Nel giro di pochi anni Paulo Cesar riuscirà a dilapidare tutti i suoi averi finendo praticamente in miseria.

Prima prosciugando completamente il suo cospicuo conto corrente, vendendo in seguito i suoi tre appartamenti nella zona residenziale di Rio e finendo addirittura per vendere per un pugno di cruzeiros la sua medaglia di campione del Mondo ricevuta in Messico nel 1970.

Quella con la cocaina sarà una guerra che durerà per quasi 20 anni.

Solo nei primi anni di questo secolo Paulo Cesar riuscirà a riemergere da quell’inferno.

Oggi è un signore di 70 anni, senza più uno solo dei suoi capelli “rasta” ma con gli occhi sereni di chi ha attraversato tante tempeste nella vita fino ad approdare al porto tranquillo della terza età.

La sua storia l’ha raccontata qualche anno fa in una toccante e onesta biografia, dal titolo quanto mai esaustivo: “Ritorno alla vita”.

Buona vecchiaia Caju !

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

L’esordio di Paulo Cesar nel calcio colombiano non avvenne però con lo Junior de Barranquilla del “padre” Marinho bensì con l’Union Magdalena de Santa Marta.

L’allenatore di quel team era l’iconico Gaudencio Thiago de Mello, compositore, poeta e in quel momento allenatore di calcio presso la Union.

Come gesto di amicizia verso il compatriota Marinho manda i Caju e Fred ad allenarsi con l’Union.

Gaudencio rimane così impressionato dalle qualità del non ancora sedicenne Caju che lo fa esordire in una partita di campionato.

L’impatto del ragazzino è tale che dopo sole due partite con l’Union i dirigenti dello Junior de Barranquilla reclamano immediatamente il rientro al club di Paulo Cesar … non dopo aver ripreso duramente Marinho per questa incauta decisione.

 

Nella sua strenua lotta contro i soprusi subiti dalla gente di colore nella sua terra Paulo Cesar Lima provò in diverse occasioni a convincere Pelé a schierarsi con lui e a prendere posizione.

“Avrebbe ottenuto di più una sola parola di Pelé che 100 comizi o passaggi televisivi miei o dei miei amici … O’Rey però non ha mai voluto saperne.

Rimasi molto, molto deluso da questo suo atteggiamento”.

 

Uno dei momenti peggiori della carriera di Paulo Cesar Lima accade durante la sua permanenza al Flamengo. In quella stagione il Flamengo sta giocando un campionato nazionale decisamente al di sotto delle attese e Paulo Cesar è considerato dalla torcida uno dei maggiori responsabili delle scialbe prestazioni dei “rubro-negro”. E’ il 28 ottobre del 1973. Al Maracanà un non trascendentale Gremio sconfigge il “Fla” per 2 reti ad 1. Al termine della partita esplode la rabbia dei più esagitati della torcida.

Paulo Cesar viene rincorso fuori dallo stadio e riesce a salvarsi per miracolo dalla furia dei tifosi del Flamengo che se la prendono però con la sua auto, una fiammante Mercedes che viene completamente distrutta.

Dopo poche settimane firmerà per i francesi dell’Olympique Marsiglia per la stagione successiva.

Abbiamo accennato al discorso relativo ai premi per la Nazionale brasiliana.

Pare che accadde tutto al termine della partita vinta dal Brasile contro il Perù nel luglio del 1977 che di fatto sancì la qualificazione del Brasile per i Mondiali di Argentina dell’anno seguente.

Al termine dell’incontro scende negli spogliatoi il Presidente della Federazione brasiliana, l’ammiraglio Heleno Nunes. Paulo Cesar si rivolge a lui rivendicando per lui e i compagni di squadra un premio superiore rispetto a quello stabilito.

Ignorato completamente dall’ammiraglio Nunes Paulo Cesar decide allora di affrontarlo “vis-à-vis”.

“E poi lei farebbe meglio a guidare le sue navi visto che di calcio non ne capisce nulla”.

… Superfluo aggiungere che quella con il Perù sarà l’ultima partita di Caju con la sua Nazionale …

E di pochi anni fa una dolorosa quanto sincera intervista ad una tv brasiliana dove Caju affronta il tema della sua dipendenza dalla droga.

“Non so neppure perché ho cominciato. Per praticamente tutta la mia carriera sono stato  lontano da droghe e alcol. Ho iniziato così, senza un vero motivo per pura stupidità.

E nel giro di pochi anni ho rovinato tutto quello che potevo rovinare: amicizie, affetti e tutti i risparmi di 15 anni di carriera al vertice.”

Le ultime parole di quella intervista Caju le dice guardando dritto nella telecamera e sono quasi un appello.

“Se siete padri di famiglia, se non avete mai provato la droga io vi dico solo NON FATELO MAI. Perché iniziare è facilissimo ma smettere è dura, è davvero dura”.

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