TOMMY SMITH: Addio Mr. LIVERPOOL.

di Remo Gandolfi

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“Non me lo sarei mai aspettato da lui.

Ci conosciamo da tredici anni.

Sono arrivato qui che ero un ragazzino.

Ho sempre tifato Liverpool e quando del 1960 entrai nelle giovanili del Club mi sembrava di sognare !

Shanks era arrivato da poco più di un anno.

Eravamo ancora in Seconda Divisione ma non c’era una sola persona in tutto il Club che non rimase stregata dalla sua passione, dal suo carisma e da quell’incredibile entusiasmo che aveva e che sapeva trasmettere.

Quando ti parlava ti faceva sentire un leone.

Saresti andato in guerra per lui.

Dall’ultimo ragazzino delle giovanili fino al giocatore più esperto e navigato della prima squadra.

Sentivi che quello che ti diceva si sarebbe realizzato.

“Figliolo, riporteremo il LIVERPOOL FOOTBALL CLUB dove merita di stare: in cima alla fottuta First Division !”

Fu di parola e in meno tempo del previsto.

Il Liverpool F.C. tornò in First Division al termine della stagione 1961-1962 e due anni dopo, nel maggio del 1964, diventammo Campioni d’Inghilterra, esattamente come aveva promesso Shanks.

Io dalla stagione successiva entrai definitivamente nei titolari, prima giocando a centrocampo e poi stabilmente al centro della difesa.

Nel 1970 diventai capitano del Club.

Non riesco ad immaginare un onore più grande. Con quella fascia addosso mi sentivo un gigante, invincibile e insuperabile.

Con quella fascia al braccio accompagnai fuori per primo i miei compagni a Wembley nella sfortunata finale di FA CUP del 1971 persa ai supplementari con l’Arsenal ma con quella fascia da capitano due anni dopo sollevai due trofei nel giro di poche settimane: il nostro 8° titolo di campioni di Inghilterra e la Coppa Uefa, dopo una bellissima vittoria contro i tedeschi del Borussia Monchengladbach.

Sono passati solo pochi mesi da quei trionfi ma sembrano secoli.

Due settimane fa, per la prima volta dopo più di 8 anni, non ho giocato da titolare.

Eravamo ad Highbury per una partita contro l’Arsenal.

Shankly non mi ha messo tra i titolari e neppure in panchina.

Per la prima volta per scelta tecnica.

Non potevo crederci. Senza una parola, una spiegazione, un motivo …

Mi sono alzato, ho preso la mia borsa e sono tornato a Liverpool in treno.

Guardare i miei compagni giocare non fa per me.

E poi dovevo uscire alla svelta da quello spogliatoio … perché avevo le lacrime agli occhi.

Si, io, Tommy Smith il “duro”, “l’Iron Man” come mi chiamano in giro per gli stadi del Paese, che stava per piangere come un bambino.

Ancora fuori squadra la settimana successiva in Coppa dei Campioni contro la Stella Rossa, e poi il sabato successivo contro il Wolverhampton e anche quello dopo contro l’Ipswich Town.

Credevo che peggio di così non potesse andare.

Invece mi sbagliavo.

Oggi mi ha chiamato al telefono Tony Waddington.

Me lo ha detto lui chi era, io non ne avevo proprio idea.

E’ il fottuto manager dello Stoke City.

Mi dice che “mi sono accordato con Shankly per averti qui in prestito da noi allo Stoke figliolo”.

Ho preso la macchina, ho guidato come un pazzo e sono arrivato qui a Melwood, al nostro campo di allenamento.

Ho cercato Shanks, giurando a me stesso di stare calmo, di non perdere il controllo con quel piccolo brutto bastardo scozzese.

Era là, tranquillo come un angioletto nel suo ufficio, alla sua fottuta scrivania.

“Ciao Tommy, come va figliolo ?” mi dice Shankly appena metto piede nella stanza.

“Secondo lei come va Boss ? Ho appena saputo che mi vuol scaricare come una bottiglia di whisky vuota” gli dico cercando di controllare la rabbia.

“Ma figliolo, è solo per un mese. Tu vuoi giocare e non ti va di stare a guardare. Me lo hai detto tu stesso. Allo Stoke potrai giocare. Non è quello che volevi Tommy ?” mi chiede Shankly

“No Boss. Quello che voglio è giocare per il Liverpool Football Club Boss. Questa è la sola cosa che voglio …”

 

Tommy Smith starà fuori una sola partita dopo la discussione nell’ufficio di Bill Shankly.

In quella partita Chris Lawler, il terzino destro titolare, subirà un grave infortunio al ginocchio. Shankly opterà proprio per Tommy Smith come sostituto.

Smith conserverà il posto per il resto della stagione.

Stagione che si rivelerà di svolta nella storia del Liverpool Football Club, di Bill Shankly e di Tommy Smith.

Il 4 di maggio di quel 1974 il Liverpool vincerà il suo trofeo “maledetto”, la FA CUP, dopo aver annichilito con un secondo tempo giocato a livelli assoluti il Newcastle di “SuperMac” Malcolm MacDonald.

Il 12 di luglio di quel 1974 Bill Shankly annuncerà le sue dimissioni da allenatore del Liverpool e si ritirerà a vita privata, fra l’incredulità e le lacrime dei tifosi dei Reds.

Tommy Smith, con l’arrivo di Bob Paisley, fino ad allora braccio destro di Shanks, vedrà ancora più limitate le sue presenze in prima squadra dovendo accettare addirittura un trasferimento in prestito nel calcio statunitense all’inizio della stagione 1975-1976.

Ma Tommy non molla, non ha mai mollato.

Rientrerà nella seconda parte della stagione, in tempo per alzare un altro trofeo con i Reds: quella della Coppa UEFA, vinta contro il belgi del Bruges, giocando entrambe le partite da titolare … stavolta come terzino sinistro al posto dell’infortunato Lindsay.

Non sarà però l’ultimo trofeo per Tommy.

Dopo aver annunciato che la stagione 1976-1977 sarà la sua ultima con i Reds, Tommy rimane ai margini della prima squadra per due terzi della stagione.

Ma ancora una volta, ad un altro infortunio di uno dei titolari (stavolta il giovane difensore centrale Phil Thompson) Smith si farà trovare pronto, tornando finalmente nel suo vecchio ruolo al centro della difesa dei Reds.

Sarà un finale di stagione incredibile e per Tommy Smith sarà anche il miglior modo di accomiatarsi dal fantastico popolo del Liverpool che mai gli ha fatto mancare apprezzamento, stima e supporto.

Prima conquistando il titolo di Campione d’Inghilterra, perdendo poi la finale di FA CUP contro il Manchester United ma trionfando, per la prima volta nella storia del Liverpool Football Club, nella Coppa dei Campioni battendo in finale il Borussia Monchengladbach per 3 a 1 nella finale di Roma.

… con Tommy Smith autore del secondo e decisivo gol.

A quel punto Tommy Smith decide di posticipare di una stagione l’addio al Liverpool. Giocherà anche nella stagione 1977-1978 ma a causa di un infortunio domestico perderà la possibilità di giocare la seconda finale di Coppa dei Campioni consecutiva dei Reds, vinta stavolta a Wembley contro i belgi del Bruges.

Al termine di quella stagione Smith tornerà negli Stati Uniti, stavolta nei Los Angeles Aztecs prima di tornare in patri all’inizio della stagione successiva.

Ad attenderlo c’è il vecchio amico e compagno di squadra John Toschack diventato nel frattempo manager dello Swansea. Tommy giocherà con i gallesi la sua ultima stagione da professionista contribuendo in maniera decisiva alla Promozione del Club dalla terza alla seconda divisione.

 

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

“Tommy, togli quella cazzo di fasciatura da quel ginocchio !”

“E poi cosa vuol dire “il mio ginocchio” ? Quel ginocchio non è tuo. E’ del Liverpool Football Club !”

Questa è solo una delle innumerevoli discussioni intercorse in quasi 15 anni di convivenza nel club di Anfield Road tra Tommy Smith e Bill Shankly.

Due personalità forti, determinate, passionali. Due caratteri duri come il marmo, testardi ma profondamente onesti che hanno contribuito, il primo al centro della difesa dei Reds e il secondo dalla panchina, a riportare il Liverpool ai vertici del calcio inglese.

“Tommy Smith non è nato … è stato ESTRATTO” disse di lui sempre il grande Bill Shankly per confermare che nella sua durezza, nella sua scorza indelebile e inossidabile c’era poco di umano e molto di … “minerale” !

 

Tommy arriva ad Anfield a soli 15 anni, nel 1960, l’anno dopo la morte del padre.

Per lui, come per tutti i ragazzi delle giovanili di allora c’è il campo di allenamento, ci sono le partite e ci sono i compiti “collaterali” come pulire gli scarpini di uno dei giocatori titolari, verniciare i seggiolini di Anfield e qualche volta pure andare a dare una mano in giardino a Shankly.

Che però questo ragazzo sia tosto davvero il grande Bill se ne accorge ben presto.

Inizia come attaccante e subito attira l’attenzione di “Shanks” per la sua forza fisica e la sua elevazione.

Salta in pratica dalla squadra giovanile fino alla squadra “Riserve” ovvero la seconda squadra dei Reds, quella che fa da serbatoio per la prima squadra.

Quando Shankly lo fa esordire in prima squadra nel maggio del 1963 Tommy Smith ha appena compiuto 18 anni. Esordisce in una partita casalinga, vinta nettamente per 5 a 1 contro il Birmingham, entrando nel finale di partita … come attaccante al posto di Jimmy Melia !

Dopo quell’incontro però Tommy torna nelle riserve per una stagione intera ma fin dalle prime battute della stagione 1964-1965 entrerà stabilmente nella squadra titolare.

Inizialmente giocando in diversi ruoli (a centrocampo e anche terzino) per poi trovare stabilmente posto al centro della difesa del Liverpool, a fianco del gigantesco Ron Yates

“Yates era un fenomeno. Un fisico incredibile, insuperabile nel gioco aereo e per niente lento nonostante la stazza. Aveva un problema però; che il piede destro non lo usava praticamente mai.

Quando Shankly mi mise in squadra me lo disse chiaramente “figliolo, tu da ora in poi sarai il piede destro di Yates”.

La maglia numero 4 al centro della difesa dei Reds divenne praticamente di proprietà di Tommy.

A fine stagione arriva la tanto bramata FA CUP, la prima nella storia del glorioso club di Anfield.

Un altro titolo arriverà nel 1966, poco prima dei Mondiali inglesi e un altro al termine della stagione 1972-1973 che come detto sarà lo stesso Smith ad alzare al cielo come capitano.

Poi qualcosa cambia nelle gerarchie di squadra e nella considerazione di Shankly.

Emlyn Hughes prima diventa il capitano del team e poi sempre più spesso viene impiegato al centro della difesa, a scapito di Smith.

Smith, come detto, non mollerà e addirittura 4 anni dopo sarà ancora protagonista di una delle vittorie più importanti, belle e significative della storia dei “Rossi del Merseyside”: la Coppa dei Campioni vinta all’Olimpico contro i tedeschi del Borussia Monchengladbach.

Suo il bellissimo e decisivo secondo gol dei Reds in quella meravigliosa notte romana.

 

A Liverpool Shankly e Paisley forgiano con grande facilità Smith.

E’ curioso, serissimo negli allenamenti e smanioso di imparare.

Una delle frasi preferite di Shankly ai suoi difensori prima dell’inizio del match era “rattle his bones” in pratica “scuotigli le ossa” ! che voleva dire sostanzialmente “fatti sentire quando entri in tackle” … ricorda Shankly che “Tommy Smith ci prese in parola fin dall’inizio ! Il ragazzo non aveva paura nemmeno del diavolo !”

 

La parte negativa della cosa, come racconta lo stesso Smith, è che molto spesso gli capitava di imbattersi in bulletti che, a causa della sua reputazione di duro, lo sfidavano in situazioni sociali e comunque fuori da un campo di calcio. La cosa andò avanti per parecchio tempo fino a quando in un pub di Liverpool Smith non decise che ne aveva abbastanza e accetto di battersi con il “duro” del locale.

“Andò talmente tante volte per terra che il pavimento del pub luccicava !” disse Smith subito dopo il “duello”.

 

“Mi chiedono spesso se c’è qualcosa che mi da particolarmente fastidio: beh si, una c’è. Che quasi sempre io venga ricordato oltre che per il gol in finale di Coppa dei Campioni solo per il fatto che ero un duro, un picchiatore. Non avrei giocato più di 600 partite nel Liverpool con due fantastici managers come Shankly e Paisley se fossi stato solo questo !” ricorda con astio Smith.

 

Infortunarsi mentre giocavi per il Liverpool in quegli anni non era una cosa semplice.

Non solo c’era l’atteggiamento di Shankly che non sopportava lamenti e piagnistei qualunque fosse la gravità dell’infortunio ma c’era un altro problema ben più grave. La voce che girava tra i giocatori era “se devi farti male fai in modo che succeda prima dell’intervallo perché dopo il medico del Liverpool era praticamente sempre ubriaco !”

Smith fu testimone involontario di questo aspetto.

Durante un match di Coppa della Coppe ad Anfield contro gli svizzeri del Servette Smith dopo un tackle si ritrovo con un profondo taglio sullo stinco, talmente profondo che si vedeva l’osso della tibia. Arbitro e avversari impallidirono alla vista mentre dalla panchina dei Reds incitavano Smith a continuare comunque.

Quando fu chiaro che non c’era altra scelta che sostituirlo Smith venne accompagnato negli spogliatoi per farsi vedere dal medico del Liverpool.

Purtroppo per Tommy però, il match era già a metà della ripresa.

Il medico del Liverpool dopo aver informato Smith che aveva a disposizione solo 6 punti per suturare la ferita (in pratica uno ogni 3 centimetri) trovò la soluzione al problema. Chiamò un inserviente chiedendogli di portare due bicchieri di brandy “Ti farà bene Tommy e ti passerà il dolore” gli disse … prima di scolarli entrambi davanti ad uno sconcertato Smith.

 

Oggi, a 75 anni, Tommy Smith è a tutti gli effetti un “iron man”. Placche di acciaio nelle ginocchia entrambe ricostruite, in un anca e ad un gomito. Come ricorda spesso la moglie Sue “riesce a far suonare un metal-detector a decine di metri di distanza” ! … ma alla domanda se ne è valsa la pena di ridursi così per il Liverpool Football Club Smith non ha un secondo di esitazione “Certo ! Lo è stato per i compagni, per i tifosi e per tutti i trionfi che abbiamo avuto. Il calcio e il Liverpool sono stati la mia vita per 18 anni. Non rimpiango nulla … rifarei tutto allo stesso modo”.

 

Infine, la perla assoluta.

Ad Anfield Road arriva il Totthenam. Al centro dell’attacco c’è il grande Jimmy Greaves.

Una manciata di secondi dopo il fischio d’inizio Tommy Smith si avvicina  a “Greavsie” e gli consegna un foglietto di carta.

Greaves guarda Smith stupito. “Cosa devo farci con questo ?” chiede l’attaccante degli Spurs.

“Leggilo” gli dice impassibile Smith.

Greaves legge e poi guarda Smith “Scusa, ma cosa ci faccio io con il menu dell’ospedale di Liverpool ?” chiede sempre più stupito

“Conservalo” gli risponde Smith “E’ il posto dove sarai stasera a mangiare” …

Questo Signori, era Tommy Smith.

POSTILLA

TOMMY SMITH ieri se ne è andato. Questo pezzo, a lui dedicato, farà parte del mio nuovo libro in uscita prima dell’estate, dedicato ai calciatori di culto e alle icone del calcio britannico degli ultimi 50 anni.

Perché se c’è stato un calciatore che ha rappresentato nella sua più vera essenza il LIVERPOOL F.C. … questo è proprio Tommy Smith.

Rest in peace “Iron Man”.

 

https://youtu.be/dsc0bn52xiw

 

 

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JCS 14

di Renato Villa 

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14.1

Non è mai esistito qualcuno migliore di lui.

 

Poteva esserci forse qualcuno tecnicamente più forte, più uomo gol, più genio.

Ma nessuno racchiudeva tutto in un solo giocatore.

 

Tranne lui.

 

L’avevo visto giocare la prima volta da bambino, e l’impressione era stata fulminante.

 

L’avevo sentito parlare pochi giorni prima che ci lasciasse e, come sempre, ne ero rimasto affascinato.

 

Perché lui era “lui”.

 

L’uomo che aveva cambiato il calcio.

 

14.72.1

Lo vidi la prima volta in una partita importante, mio papà me ne parlò come della finale della più agognata Coppa europea.

 

Vidi la sua squadra entrare in campo con quella strana maglia, con uno striscione centrale e verticale che in Italia non si usava assolutamente.

 

Poi, li vidi giocare.

E fu lì che la mia vita cambiò.

Per sempre.

 

14.72.2

Non fu una finale.

Fu un macello.

La squadra dalla strana maglia arrivava in porta come voleva.

 

E sembrava andare a velocità doppia rispetto agli avversari.

 

Che, comunque, resistettero per un tempo, asserragliati in area.

 

Poi, all’inizio della ripresa, un’azione magnifica portò al primo gol.

 

Non sapevo cosa fare, se urlare di gioia o piangere, come i bambini tifosi che si vedono strappare un sogno.

 

Scelsi la prima soluzione.

 

14.72.3

Quando segnarono il secondo gol, ormai mi ero abituato al loro modo di giocare, nuovo ed esaltante, e non soffrii più di tanto per la sconfitta.

 

Andai a dormire con nella testa quelle maglie con una larga striscia grigia centrale, perché allora i televisori erano in bianco e nero, con il capitano che portava sulla schiena un numero inusuale.

 

Un numero da riserva.

 

Un numero che mi sarebbe rimasto nella mente.

 

Un numero che mi sarebbe rimasto nel cuore.

 

14.73.1

Lo rividi in una sera di maggio, un anno dopo.

 

Era un’altra finale, per la solita coppa.

Di fronte, una squadra che aveva un nome che conoscevo.

La Juventus.

 

Loro indossavano un completo ai miei occhi grigio.

Anni dopo seppi che quella maglia era di un rosso regale.

 

Non passò molto che segnarono.

 

E da quel momento in poi, lui dettò tempi e ritmi della danza.

 

Una danza che sarebbe durata novanta minuti.

 

14.73.2

Vidi il pallone viaggiare per il campo, e i giocatori in bianconero inseguirlo vanamente.

 

Non riuscirono praticamente a combinare nulla.

 

Non fu una vittoria.

Fu un annichilimento.

 

Perché praticamente i bianconeri non la presero mai.

 

E, alla fine dell’incontro, allo scambio delle magliette, quello che di solito era un gesto di rispetto si trasformò in uno sfregio.

 

“Indossiamo voi le vostre maglie, è l’unico modo che esiste per vedere qualcuno in bianconero alzare questa coppa”, sembrava stessero dicendo.

 

Fu l’ultima volta che li vidi giocare assieme.

 

14.74.1

A nove anni si passa il tempo a inseguire un pallone, più che a vedere partite.

 

Ma quello era l’anno dei mondiali.

 

E si era qualificata “quella” squadra, che così tanto mi aveva affascinato in quelle serate di maggio.

 

Così, sacrificai un bel po’ del mio tempo per tornare a casa per vederli giocare.

Loro.

Tutti loro.

 

Ma uno in particolare.

Il 14.

 

Non riuscivo ancora a pronunciarne il nome, ma lo avevo stampato in testa.

 

Per me era “il calcio”.

 

Così, quando tornai a casa per vedere la partita con l’Uruguay, rimasi ancora più stupito.

 

E quel numero 14 si innalzava sopra ogni altro.

Guidava il gioco come non avevo mai visto fare.

 

Era dappertutto e da nessuna parte.

 

Spariva e riappariva come d’incanto, giusto dove era necessario che si trovasse.

 

Fu uno spettacolo nello spettacolo, e io restai col naso appiccicato al televisore come non mi era mai successo prima.

 

Giurai a me stesso che avrei seguito “la squadra” in ogni incontro.

 

14.74.2

Quel giorno “la squadra”affrontava una delle avversarie più toste.

L’Argentina.

 

Eppure fu un massacro.

 

Ero tornato dal campetto sotto casa proprio per vedere quella partita.

 

Non ne rimasi deluso.

 

Gli argentini ce la misero tutta per arginare le continue giocate dell’undici in grigio, che io sapevo vestire d’arancione solo grazie alla Panini.

 

Finì quattro a zero.

E il numero 14 incantò con una partita incredibile ed un gol che rimase nella storia.

 

Il fascino di quella squadra e di quel giocatore mi avevano conquistato, definitivamente.

 

14.74.3

Quel giorno c’era la semifinale virtuale.

 

“Loro” contro i campioni in carica.

Il Brasile.

 

Non uscii nemmeno di casa, tanta era l’attesa per la partita.

 

Passai il tempo a leggere, prima di accoccolarmi davanti al televisore.

 

“La squadra”, quel giorno, vestiva un insolito completo bianco.

Scintillante.

 

Quella non fu una partita.

Fu una guerra.

 

I brasiliani non ci misero molto a far capire che non ci stavano a perdere.

Picchiarono e furono picchiati.

 

Ma non bastò ai campioni uscenti buttarla in rissa.

 

Perché finì due a zero per “la squadra”, e il suo capitano segnò un altro gol incredibile, come aveva fatto con l’Argentina.

 

Così, giusto per non scontentare nessuno.

 

E adesso, erano in finale.

E io non vedevo l’ora che tutto iniziasse.

 

14.74.4.1

Olympiastadion.

Monaco di Baviera.

La finale.

 

I padroni di casa del “Kaiser” contro loro, e contro quel condottiero col numero 14 sulla schiena.

 

Partita dal pronostico indecifrabile.

Ma “la squadra” è qualcosa di esaltante.

Spettacolare.

Ribelle.

 

E i ribelli cominciano a modo loro.

Una serie di passaggi, irridenti.

 

Poi, palla a “lui”.

Accelerazione.

 

Verticale e improvvisa.

 

Vedo il suo marcatore annaspare ed arrancare.

Vedo “lui” entrare in area.

 

E poi…

poi lo vedo cadere.

 

Rigore.

 

E’ il primo minuto di gioco.

 

Sull’Olympiastadion cala una cappa di silenzio.

Quando il pallone entra in rete, il gelo avvolge lo stadio.

 

Io esulto davanti al televisore.

Pregusto un altro massacro.

 

14.74.4.2

E invece no.
I tedeschi non si lasciano intimorire e, come da loro abitudine, combattono.

 

E pareggiano, su rigore anche loro.

Tutto da rifare.

Ma proprio tutto.

 

Mi sa che non sarà un massacro.

Perché una ventina di minuti dopo segnano anche il secondo gol, poco prima che l’arbitro fischi la finedel primo tempo.

 

Ma ci sono ancora quarantacinque minuti da giocare.

Non è finita qui.

 

14.74.4.3

Fu un arrembaggio.

Un arrembaggio che durò tutto il secondo tempo.

 

Ma il pallone non voleva saperne, di entrare.

Un paio di volte attraversò l’area piccola, mancando di un micron la deviazione finale.

 

Altre, danzò al limite dell’area del portiere, prima di venir allontanato con violenza.

 

“la squadra” aveva perso.

 

“lui” aveva perso.

 

Sembrava impossibile, ma era accaduto.

 

Ai miei occhi di bambino era come se il drago avesse ucciso il cavaliere.

 

Sì.

Era proprio così.

 

E lo era per tanti della mia generazione.

 

14.2

Lo rividi anni dopo.

 

Era sulla panchina dell’Ajax, la “sua” squadra.

Ed era nuovamente in una finale.

Come ai bei tempi.

 

E, col numero 9, era in campo un ragazzo del quale si diceva valesse il suo allenatore.

 

Fu lui a segnare, quella sera.

E fu lui a consegnare al suo padre calcistico il primo trofeo importante da allenatore.

 

Anche lui, prima di andarsene.

 

14.3

Berna, il giorno del mio compleanno.

 

“Lui” allena l’altra parte del suo cuore.

Il Barcelona.

 

Dall’altra parte, l’emergente Sampdoria guidata da Boskov.

 

Non c’è partita.

I catalani vincono due a zero.

 

Per me, che sono genoano, è una doppia festa.

 

Per “lui” è solo uno dei tanti trofei.

Ma non è ancora il più importante.

 

Il più ambito.

 

Il più inseguito.

 

Per quello, c’è ancora tempo.

 

14.4

Stavo guardando la televisione.

Uno dei soliti film.

 

Arrivò la pubblicità.

E, come d’incanto, apparve “lui”.

 

Palleggiava con un pacchetto di sigarette, vestito col suo solito trench, come se fosse la cosa più semplice e naturale del mondo.

 

“Nella mia vita ho avuto due vizi. Uno, il calcio, mi ha dato tutto. l’altro, il fumo, stava per togliermi tutto”.

 

Diceva più o meno questa frase.

Ed era assolutamente convincente.

Assolutamente convincente.

 

14.5

Londra.

Maggio.

Sono passati tre anni dall’ultima finale.

 

Ma stavolta, anche se non cambia l’avversario, cambia il trofeo.

 

Stavolta è Coppa dei Campioni.

Ed è ancora Barcelona-Sampdoria.

 

La vedo in casa, e vedo “lui” teso, con l’espressione di chi si aspetta qualcosa.

 

Ma la partita è noiosa e tattica.

Si va ai supplementari.

 

E nulla cambia.

Almeno fino a quando l’arbitro non fischia una punizione a favore del Barcelona.

Bomba.

Gol.

I giocatori si abbracciano.

Io sono inginocchiato davanti al televisore.

 

“Lui” è ancora in piedi, con lo sguardo fisso, come se non fosse successo niente.

 

EPILOGO

Sto girando in rete.

E’ una giornata nella quale non ho praticamente nulla da fare.

 

Improvvisamente vedo comparire sue foto, una dopo l’altra.

E, subito dopo, la notizia.

 

Terribile, come quando aveva annunciato di smetterla col calcio.

Ma questa volta è peggio, questa volta è il triplice fischio.

 

Questa volta il 14 esce dal campo, per non rientrare.

 

 

APPUNTO FINALE

Di lui rimane l’eredità sportiva e filosofica.

Oltre all’immenso affetto che la generazione dei JCS gli ha portato.

Per noi rimarrà sempre “lui”.

Sarà l’unico calciatore che ricorderemo come il fuoriclasse col numero da riserva.

 

Colui che riuscì a rendere leggendario qualcosa di anonimo.

 

Ah, per chi non lo sapesse, “i” JCS in quel periodo sono due.

L’altro, è la rock-opera di Rice e Webber.

Uno, il più importante, è lui.

 

STAN BOWLES: Talento e follia.

di REMO GANDOLFI

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Stan Bowles è malato.

Ha l’Alzheimer.

Non ricorda più di nulla di quello che è stato, di quello che ha rappresentato per una generazione intera di tifosi e appassionati di calcio.

Non solo quelli del suo adorato Queens Park Rangers, ma di tutti quelli che, amando il calcio, non possono non essersi innamorati di questo mancino dai capelli lunghi che con i suoi dribbling irriverenti, con le sue finte, i suoi assist e i suoi gol contribuì ad illuminare come pochi altri quel periodo romantico e folle del calcio inglese: gli anni ’70.

Stan oggi vive con la figlia Andria che si prende cura di lui come della sua piccola Macie.

“E’ come avere due bambini in casa” dice Andria parlando di suo padre Stan e di sua figlia.

“Perché quello di cui hanno bisogno i malati di questo terribile morbo è cura, attenzione e amore. Esattamente come i bambini” aggiunge Andria con infinita dolcezza

Vicino a lui c’è ancora qualcuno degli amici di un tempo, primo fra tutti Don Shanks, suo ex-compagno di squadra e “socio” in infinite bravate ai tempi del QPR, quando potevi ancora giocare a calcio ed essere anche un ragazzo normale.

Stan ha gli occhi azzurri e vivaci come un tempo.

Gli occhi di uno che quando ti guarda sembra sempre che voglia prenderti in giro.

Come quando giocava e arrivava allo stadio insieme ai tifosi, a volte anche mezz’ora prima di scendere in campo.

Perché “prima” c’era sempre da fare un salto da un bookmaker a puntare un “tenner” (10 sterline) sul cavallo vincente … e magari farse anche una pinta veloce prima della partita.

“Tanto a cosa servono tutte quelle chiacchiere prima di iniziare una partita ?

C’è forse mai stato qualcuno che ha saputo cosa sarebbe accaduto esattamente in campo ?

No, nessuno lo sa.

La partita non va pensata, studiata o immaginata.

La partita va giocata”.

Questa in breve la filosofia calcistica di Stan Bowles.

Che quando era in campo l’unica cosa che sapeva dire era “ragazzi, se non sapete cosa fare con la palla datela a me. Qualcosa mi inventerò”.

E quasi sempre era così.

Ora però Stan sta male.

Sono almeno tre anni che si parla di organizzare una partita in suo onore.

Un “testimonial match” come lo chiamano da quelle parti.

Un modo concreto di “testimoniare” l’affetto e la riconoscenza verso un calciatore che è stato il simbolo di una squadra (il Qpr) ma anche e soprattutto di un modo di intendere il calcio ormai scomparso.

Un modo per permettere a Stan di guadagnare un piccolo gruzzolo con cui affrontare più serenamente gli ultimi anni della sua vita, con Andria e la piccola Macie.

Stan Bowles lo meriterebbe.

Ma non rimane molto tempo prima che quella maledetta “nebbia” avvolga completamente il suo cervello.

Quello stesso cervello capace di inventare cose su un campo di gioco che i “cervelli normali” intorno a lui non osavano neppure immaginare.

“Perché” come ripeteva spesso Bowles “se a giocare non ti diverti tu come puoi pretendere che si divertano quelli fuori ?”.

 

 

 

Stan Bowles nasce a Collyhurst, sobborgo di Manchester il giorno della vigilia di Natale del 1948.

E’ ancora un ragazzino quando firma per il Manchester City.

Ha un talento enorme ma è altrettanto indisciplinato.

Assolutamente disinteressato a dettami tattici, ad allenamenti duri e soprattutto senza il suo adorato pallone.

E’ ancora nelle giovanili quando viene “beccato” a gestire un giro di scommesse illegali per una Gang di Manchester.

Il suo rapporto con l’allora coach del City Malcolm Allison, assistente del manager Joe Mercer, è tutt’altro che idilliaco e nonostante il Manchester City sia in quel momento una delle più forti squadre d’Inghilterra e d’Europa, per Stanley Bowles c’è la necessità di cambiare aria.

Per due stagioni farà vedere grandi cose prima al Crewe Alexandra e poi al Carlisle dove è evidente che un giocatore del suo calibro necessita di ben altri palcoscenici.

Nel settembre del 1972 è il QPR che mette sul piatto l’importante cifra di 110.000 sterline per assicurarsi il giovane Stan.

La sua prestazione contro il QPR della stagione precedente è rimasta impressa a tifosi, dirigenza e ai nuovi compagni di squadra che lo indicano come “il calciatore più forte che abbiamo incontrato in tutta la stagione”.

Avevano tutti ragione.

Stan Bowles contribuisce in maniera decisiva al ritorno, al termine di quella sua prima stagione al QPR, in First Division.

La squadra ha dei giocatori eccellenti.

Dagli esperti Frank Mc Lintock e Terry Venables ai giovani Phil Parkes in porta, Gerry Francis a centrocampo, Dave Thomas all’ala, Don Givens in attacco e ovviamente Stan Bowles “alla Cruyff” come definirà il suo ruolo anni dopo Terry Venables.

L’impatto in First Division è eccellente.

Un ottavo posto a soli 3 punti da un piazzamento europeo e per Stan l’immediata consacrazione.

Terzo miglior marcatore della stagione dietro Mich Channon del Southampton e l’altro “maverick” Frank Worthington del Leicester.

La squadra è in continua crescita.

Il livello tecnico e il talento sono di prim’ordine, ma è Stan l’idolo del Loftus Road grazie alla sua qualità, al suo stile di gioco creativo e al contempo sempre molto tranquillo

L’anno successivo sulla panchina del QPR arriverà Dave Sexton, uno dei coach più preparati e stimati nella storia del calcio inglese.

Un attento osservatore del calcio, soprattutto di quello oltre confine.

Il QPR diventa ben presto una delle squadre più moderne di tutto il calcio inglese e le assonanze con i lancieri olandesi dell’Ajax saranno evidenti.

Il QPR non ha mai vinto un campionato nella sua quasi centenaria storia (il Club fu fondato nel 1882) ma nella stagione 1975-1976 ci andrà vicinissimo, anzi sarà campione per 10 giorni.

All’esordio stagionale di quella memorabile e incredibile stagione per avversario del QPR al Loftus Road è la corazzata dei Reds di Liverpool.

Sulla loro panchina per la seconda stagione consecutiva siede Bob Paisley, per anni braccio destro del grande Bill Shankly, che però ha chiuso la prima stagione alla guida del Liverpool al secondo posto dietro la rivelazione Derby County e con nessun nuovo trofeo in bacheca.

La partita sarà un monologo assoluto di Bowles e compagni.

Stan e Gerry Francis saranno inavvicinabili per i giocatori del Liverpool.

L’intesa tra i due è quasi telepatica.

Il 2 a 0 finale è assolutamente bugiardo e non rispecchia lo schiacciante dominio del QPR che solo le strepitose parate di Ray Clemence tra i pali dei Reds hanno impedito al risultato di assumere proporzioni assai più ampie.

Nessuno in quel giorno di agosto poteva immaginare che quel match potesse diventare così trascendentale nel maggio successivo al momento di decidere le sorti di quel campionato.

Succede infatti che il QPR si dimostra squadra di altissimo livello e contende per tutta la stagione il titolo al Liverpool.

Da fine gennaio in avanti in particolare, la cavalcata degli “Hoops” del Loftus Road sembra inarrestabile.

Arrivano 11 vittorie e 1 pareggio in 12 partite.

Troppo anche per il Liverpool che non molla di certo ma con la “distrazione” di una Coppa Uefa che la vede raggiungere la finale dopo aver liquidato nientemeno che il Barcellona di Cruyff e Neeskens in semifinale.

Il 17 aprile il QPR va a giocare a Norwich, terz’ultima di campionato prima di due delicatissimi scontri contro Arsenal e Leeds United.

C’è aria di “match-point” con una vittoria al Carrow Road.

Invece il QPR cade inopinatamente.

Il Liverpool, battendo 5 a 3 lo Stoke, torna in testa al campionato.

Non tutto è compromesso.

Arsenal e Leeds vengono entrambe superate e quando finisce la sua stagione il QPR è davanti a tutti, anche al Liverpool, anche se per un solo punto.

La Federazione inglese però ha accordato al Liverpool, di posticipare la propria partita con il Wolverhampton fra le due gare di finali contro il Bruges in Coppa Uefa.

Quella sera entrerà nella storia del calcio inglese.

La BBC invita giocatori e dirigenti del QPR nei propri studi per assistere alla partita tra il Wolverhampton e il Liverpool.

Per i Reds non sarà una passeggiata.

Il Wolverhampton ha bisogno di una vittoria per evitare la retrocessione.

Il Molineux di Wolverhampton è una bolgia.

Ci sono quasi 49.000 spettatori sugli spalti.

Nel primo tempo il Wolverhampton va in vantaggio con il centrocampist Kindon.

Il Liverpool è sulle gambe. Una stagione lunghissima ed estenuante sta facendo pagare il conto ai Reds nella penultima gara della stagione. L’ultima sarà la settimana successiva dove dovranno andare in Belgio a difendere il 3 a 2 dell’andata all’Anfield Road.

Nel secondo tempo Paisley toglie un centrocampista, Jimmy Case, e mette la terza punta, il rosso David Fairclough, soprannominato “super-sub” per la sua capacità di entrare in partita dalla panchina e risultare spesso decisivo.

Manca meno di un quarto d’ora alla fine e il Liverpool si riversa nella metà campo dei “Lupi” di Woverhampton.

Tommy Smith mette un pallone in mezzo dalla trequarti. Toschack sfiora il pallone di testa prolungandone la corsa e tagliando fuori la difesa del Wolverhampton. Sul pallone si avventa Kevin Keegan che ha un controllo fortunato ma poi è rapidissimo a trovare la coordinazione e segnare sull’uscita del portiere.

Ma ancora non basta.

La differenza reti premia il QPR.

Negli studi della BBC l’aria festosa di qualche minuto prima ora e tesissima.

Ora di minuti ne mancano 5.

La palla è dentro l’area di rigore dei Wolves.

E’ tra i piedi di John Toschack, il gigante gallese, che è strettamente marcato ed è spalle alla porta.

Toschack non è esattamente leggiadro.

Ma fa una finta, poi una seconda finta che sbilancia il suo marcatore creandosi una manciata di centimetri per tirare in porta. Lo fa e il suo tiro gonfia la rete.

Il terzo gol nel finale di Ray Kennedy suggellerà il trionfo dei Reds.

Stan Bowles e il QPR non andranno mai più così vicini ad un titolo.

In Nazionale, con l’arrivo di Don Revie sulla panchina inglese, le sue chance si ridurranno ulteriormente.

5 presenze complessive e 1 gol (contro il Galles) sono un ritorno indegno per un calciatore della qualità di Stanley Bowles.

La stagione successiva Stan ha la possibilità di far vedere il suo talento in Europa, in Coppa Uefa.

Il Qpr si fermerà ai quarti di finale (uscendo ai calci di rigore contro l’AEK di Atene) ma Stan segnerà la bellezza di 11 reti in 8 partite confermando che a livello internazionale avrebbe sicuramente fatto la sua parte per la Nazionale inglese che, vale la pena di ricordarlo, negli anni dei “mavericks” riuscì a NON qualificarsi sia per i Mondiali di Germania del 1974 sia per quelli di Argentina 4 anni dopo.

Nel 1979 arriva l’ennesimo dissapore con un allenatore: stavolta è il nuovo manager del QPR Tommy Docherty che proprio non riesce a legare con Bowles.

Memorabile sarà il loro litigio quando Docherty dirà a Bowles “Stan, puoi fidarti di me”.

La risposa di Bowles fu “Mi fido di più a dare i miei polli al Colonel Saunders !” (fondatore della famosissima catena di fast food “Kentucky Fried Chicken”).

Per Bowles ci sono sei lunghi mesi ad allenarsi con le riserve prima di una chiamata da uno dei più forti team della First Division.

Fra la sorpresa generale a richiedere le prestazioni di Stan Bowles è Brian Clough, che decide di inserire nella rosa del Nottingham Forest campione d’Europa in carico Stan.

Per qualche mese sembra che tutto funzioni alla grande (Bowles, pur giocando da centrocampista classico) segna due reti nelle prima tre partite. Gioca praticamente per tutta la stagione ma sul finire della stessa il rapporto tra due “teste calde” come Bowles e Clough si incrina definitivamente.

Bowles intende partecipare ad una partita amichevole in onore del compagno di squadra John Robertson, con il quale ha legato moltissimo (il vizio del fumo e una condotta di vita non proprio da professionista sono stati un “collante” decisivo).

Clough gli nega la possibilità.

Lo scontro tra i due è violento.

Ovviamente è Bowles che deve cedere.

Da lì a pochi mesi, senza ovviamente più “toccare” il terreno di gioco in una partita ufficiale con il Forest, viene ceduto al Leyton Orient e una stagione dopo al Brentford, dove finirà la sua carriera nel febbraio del 1984, a 35 anni suonati.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

E’ il 9 marzo 1973.

Si gioca Sunderland – QPR.

E’ l’ultima partita del campionato di Seconda Divisione.

E’ un giorno di festa per entrambe le squadre.

Il Sunderland quattro giorni prima ha vinto la FA CUP, sconfiggendo in finale il favoritissimo Manchester United mentre il QPR si è già garantito la promozione in First Division.

Con grande orgoglio il Sunderland decide di mostrare la coppa vinta quattro giorni prima su un tavolo a bordo campo.

I giocatori del QPR entrano per il riscaldamento.

La tentazione è troppo forte

“Ragazzi cosa scommettete che da qua colpisco quella coppa con il pallone ?” propone Bowles.

In breve si raccolgono le puntate.

Bowles prende la mira e … la prestigiosa Coppa di Inghilterra vola dal tavolino in terra.

Il pubblico impazzisce, i dirigenti sono inferociti.

Ovviamente tutti i giocatori del QPR diranno che è stato un errore, che è stato tutto involontario … anche se non ci ha creduto nessuno !

… l’ultima parola, anche in campo, l’avrà Stan Bowles autore di una doppietta nella vittoria del QPR.

 

Con il suo grande amico Don Shanks ne combinarono di tutti i colori.

“Una volta durante una trasferta in Belgio eravamo in giro per locali” racconta Shanks “quando ci accorgemmo che stavano tutti per chiudere.

Entrammo nell’ultimo bar che ancora aveva una luce accesa ma il barista si rifiutava di darci da bere visto che l’orario di chiusura era già stato superato. Allora ebbi un’idea. Finsi di avere un attacco al cuore chiedendo un brandy per rimettermi in sesto. Spaventato il barista chiamo un’ambulanza. Quando arrivò io mi ero già “ripreso”, ringraziai e tornammo in albergo.

Dopo poche ore arrivò la polizia che ci porto in carcere, ci tenne lì fino al giorno dopo.

Ce la cavammo con una grossa multa … scoprendo che in Belgio era reato fingere infortuni o malattie e scomodare un’ambulanza !”

 

Racconta sempre Don Shanks:

Durante il periodo insieme al QPR io iniziai a frequentare Mary Stavin, eletta Miss Mondo un paio di anni prima e che era la fidanzata di Graeme Souness fino al giorno in cui Mary ed io ci siamo incontrati.

Durante un Liverpool-QPR e nonostante la fama di duro di Souness per Bowles la tentazione fu troppo forte.

“Eh caro Graeme, pensa al mio amico Shanks. Chissà che fretta avrà di finire la partita per andarsela a spassare con la sua nuova fidanzata ! E’ una bomba amico mio, una bomba !” e così per tutto il match.

 

Poco prima di una delle sue purtroppo pochissimi apparizioni con la Nazionale inglese Stan firmò contemporaneamente due contratti con due case di calzature, Adidas e Gola, con l’accordo di indossarla nella prossima partita con la Nazionale.

“Come farai a rispettare il contratto Stan ?” gli chiesero i compagni di squadra.

“Ragazzi, per 450 sterline metterò una marca in nel mio piede destro e l’altra nel sinistro. Semplice”.

Bowles mantenne la parola, giocando il match con due scarpe di ditte diverse.

… che ovviamente al termine del match strapparono entrambe il contratto con Bowles !”

 

Ognuno dei grandi “mavericks” del calcio inglese aveva un vizio predominante. Chi l’alcool, chi le ragazze, chi una sfrenata vita notturna … chi tutte e tre le cose !

Stan Bowles amava scommettere.

Su qualsiasi cosa e in ogni momento.

Il giorno prima della paga settimanale al QPR l’occupazione principale di Stan era quella di leggere i giornali specializzati nelle corse di cavalli e di cani, alla ricerca dei nomi da giocare.

 

Durante una trasferta per una partita dimostrativa in Groenlandia alla Baia di Disco insieme tra gli altri a Mark Hateley dopo il match il gruppo di ex-calciatori si riunisce in un pub del posto.

Un gruppo di pescatori del luogo li scambia per attivisti di Greenpeace.

Sta per scatenarsi una rissa di proporzioni colossali.

Stan, spaventatissimo, a questo punto sale in piedi su un tavolo urlando “Porca troia. Per me potete ammazzare tutti i fottuti delfini che volete basta che ci lasciate in pace !”

La rissa finisce, prima ancora di iniziare, con una grassa risata generale !

 

“Poco tempo fa Terry Venables ha detto che io ero più matto di Paul Gascoigne. Non ho ancora capito se è un complimento o meno …”

 

 

Quando Bowles arrivò al QPR dopo che sei mesi prima se n’era andato l’idolo precedente Rodney Marsh (passato al Manchester City, la prima squadra professionistica di Bowles) nessuno in squadra voleva la maglia numero 10 che con tanto onore aveva portato Marsh.

“La metto io, dov’è il problema ? E poi io vengo dal Nord e non so neanche chi sia Rodney Marsh !” disse con la sua solita ironia Bowles.

 

Alla domanda “Quale era il segreto per ottenere il massimo da te sul terreno di gioco ?”

“Semplice” risponde serafico Bowles “non dirmi mai COSA devo fare”.

 

Infine una delle più belle ed ironiche frasi di Bowles: “Ho speso tutto in vodka e acqua tonica, scommesse e sigarette. Si, lo ammetto … ho esagerato con l’acqua tonica … !!!!”

 

https://youtu.be/m-izWqYPiRE

 

 

 

 

 

EDDIE IRVINE: Non è stata sfortuna …

di RENATO VILLA

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PROLOGO

Dublino, maggio 2029

 

E’ bella Dublino di notte.

Vagare per il suo centro ti affascina, è come se la vita ti sorridesse.

Ma io ho da cercare un posto, stavolta.

Ho da cercare una persona, in questo maggio del 2029.

Una persona, in un pub, che deve raccontarmi una storia.

Una storia strana, di quelle che consideri reali solo alla quarta Guinness.

Mi ha detto che si farà riconoscere, con un cappellino Jaguar calcato sulla testa.

E mi ha detto il nome del pub nel quale lo incontrerò.

In fondo alla strada, vedo l’insegna brillare.

1.

-OK.

E’ andata male.

Ho perso un titolo vinto.

O meglio, non so ancora se l’ho perso io o se me l’hanno fatto perdere.

Perché a me bastava un punto in più.

E lo stavo facendo.

Ma…

… ma forse è meglio che racconti le cose con ordine.

Altrimenti tu non ci capiresti nulla e io non potrei finire la mia birra, a furia di rispondere alle tue domande- disse.

 

2.

Eravamo seduti al bancone del pub.

Aveva davanti un boccale di Guinness.

Il sorriso triste era quello di chi sapeva cose che era meglio non raccontare.

Però a volte chiedere non costa nulla.

L’uomo alzò la visiera del berrettino verde e sorrise, triste.

-Non hai nulla da bere- disse.

Ordinai la mia pinta.

Sapevo che sarebbe stata una lunga chiacchierata.

3.

Prendemmo le nostre birre ed andammo a sederci ad un tavolo, in un angolo buio e solitario.

Lui appoggiò la sua pinta sul tavolo.

-Allora?- chiese.

Io rimasi lì, stupito, col boccale in mano.

Pensavo fosse lui a partire.

Poi decisi di parlare.

Perché, se ero lì, era per risolvere quel mistero.

Perché pur sempre di mistero si trattava.

4.

L’uomo sembrava sinceramente più interessato a finire la sua pinta che a iniziare il suo racconto.

Poi, si decise.

-Eravamo al Nurburgring- disse.

Io stavo ascoltando con interesse. Già la partenza prometteva bene.

-Mi sarebbe bastato fare un punto per vincere il mondiale- aggiunse.

Poi fece segno al cameriere di portare altre due pinte perché così, se mai mi fosse venuto da ridere, avrei dovuto trattenermi per non sputare la birra per tutto il locale.

Quando arrivarono i boccali, acchiappai il mio e attesi.

In fondo, ero lì per sentirmi raccontare proprio quella storia.

-Non era facile vincere, allora, guidando una Ferrari. C’era  Schumacher che calamitava tutte le attenzioni- furono le prime parole che sentii, dette mentre il boccale iniziava a svuotarsi.

Mi venne da ribattere, quasi istantaneamente.

Non che mi piacesse interrompere, ma quella era una cosa risaputa.

-E il tedesco aveva un manager intransigente, specie su certe cose- mi scappò.

Lui annuì.

5.

-La gara si era messa bene. Contavo di arrivare a punti anche quella volta- aggiiunse.

-E poi?- fu la mia, assolutamente innocente, domanda.

I suoi occhi fissarono il vuoto.

Sembrava che cercassero un qualcosa, che ricordassero l’obiettivo che aveva davanti.

-E poi, accadde quel che accadde- rispose, enigmatico.

I suoi occhi vagavano lucidi.

Un po’ quella storia la conoscevo, ma ovviamente non ne conoscevo tutte le pieghe, non avevo idea di tutte le implicazioni. Così frugai nella memoria di un appassionato, e non di un addetto ai lavori.

Perché io quello ero, un appassionato che aveva in mente di raccontare una storia incredibile.

E più incredibile di quella, non ne conoscevo.

6.

-Ero andato a punti in ogni gara, e alla McLaren se la stavano facendo sotto, sapevano che a meno di fatti fuori dall’ordinario avrei continuato ad andare a punti, l’avrei fatto in ogni gara- continuò.

Io stavo ascoltando, ed intanto controllavo sul mio portatile l’andamento di quel mondiale.

Ce l’aveva praticamente in mano.

Almeno fino al Nurburgring.

Poi… poi era successo l’imponderabile.

7.

-Hakkinen non credette ai suoi occhi- sussurrò.

A dire il vero, quando mi avevano mostrato quel vecchio filmato, neanche io avevo creduto ai miei.

Non era plausibile.

Non era possibile.

Non era niente.

Ma era accaduto.

-Quando arrivai ai box per il pit-stop, ero convinto di ripartire rapidamente- disse. -Pareva che fosse tutto pronto per rimandarmi in pista il più presto possibile- aggiunse, scuotendo lievemente il capo.

-E invece…- lo interruppi, ben sapendo quanto gli costava raccontare quella storia.

-Invece rimasi lì, in attesa di una gomma posteriore che era finita chissà dove- ribattè con una risata triste.

Era bastato per non farlo andare a punti, per la prima ed unica volta in quel mondiale.

8.

-Fu l’unica gara che fallii- continuò.

Lo guardai.

-Sono girate tante voci su quella storia- disse, e subito dopo buttò giù un sorso di birra.

Era vero.

Ne erano state dette di tutti i colori.

Specialmente una, quella che mi aveva portato a Dublino.

Volevo verificare quanto fosse attendibile quella voce, quella storiella che avevo sentito tempo prima.

-Qualcuno parlò di un sabotaggio- azzardai.

Mi guardò.

Da quello che vedevo nei suoi occhi, non doveva essere la prima volta che sentiva questa cosa.

Poi rispose.

-Diciamo che non fui certo aiutato a vincere. Quando Schumacher tornò, alla prima gara che fece inscenarono una magnifica commedia- sibilò.

Dopo trent’anni non gli era ancora passata.

Poi ricordai.

Il tedesco lo faceva passare, e mentre lui andava tranquillo a vincere si metteva a fare il tappo.

Giusto per dare l’idea del compagno di squadra che collabora alla vittoria di tutti.

Alla vittoria della Ferrari.

-E invece, dietro qualcuno tramava- fu la frase seguente.

Potevo anche immaginare chi.

9.

-Tranquillo, non faccio nomi e cognomi, non ne hai bisogno- disse con un ghigno.

No, non ne avevo bisogno.

-Weber- risposi.

Mi guardò, poi buttò giù l’ennesimo sorso di birra e cominciò a raccontare qualche particolare.

-La Ferrari era in mano sua, e il primo a vincere il mondiale con la Rossa doveva essere il suo protetto- si lasciò scappare.

L’avevo sempre sospettato.

Era stata troppo surreale, quella scena del pit-stop.

Chissà perché, me l’ero immaginato.

-Si inventarono l’arrivo a pari punti con Hakkinen, visto che matematicamente era una cosa possibile. E poi saltò anche quello, alla fine- aggiunse.

Ricordo che Schumacher andò a festeggiare il titolo del finlandese ai box della McLaren.

-Fu una porcata- gli dissi, buttando giù a mia volta un sorso di Guinness.

Mi diede una risposta amara.

-Ne avevano già fatte altre-.

10.

-Quando ci fu l’incidente che costrinse Michael a fermarsi, scatenarono contro di me una campagna mediatica piuttosto pesante. Dissero che ero stato io a provocare l’incidente e che senza di lui ormai il mondiale era perso-.

Ricordavo che in Italia molti giornali sostenevano che ormai la Ferrari avesse ammainato bandiera, a causa della perdita del suo capitano.

Era opinione comune che per vincere un mondiale bisognasse vincere le gare.

-Invece tu andavi a punti sempre, non ti fermavi mai- risposi.

Lui annuì.

-In Italia non sapevano più cosa fare, gli faceva paura la mia continuità. Avevo capito come comportarmi con quella macchina, più di tutti gli altri, persino più di chi l’aveva costruita- ribattè con un sorriso.

Me l’ero immaginato.

Certo, la sua guida era speculativa e per niente esaltante, aveva sempre l’occhio all’arrivare a punti e a nient’altro.

Ma quel suo arrivare sempre in fondo aveva allertato i vertici della Ferrari e Weber, che stava già progettando il divorzio dalla Rossa.

C’era bisogno di qualcosa che rimettesse il titolo in gioco.

-Fu una vera e propria invenzione, una trovata geniale e suicida- disse, con un’alzata di spalle. -Ma servì a vincere poi cinque mondiali di fila, facendo contenta la cricca dei tedeschi-.

Avevo visto mille volte le immagini di quel pit-stop.

Quando la Ferrari era arrivata ai box, una gomma era scomparsa.

E, con essa, un titolo di campione del mondo.

11.

Finì la sua birra, poi si ficcò una mano in tasca. Dalla tasca del giubbotto trasse un foglio, spiegazzato e ingiallito.

-Tieni, guarda e pensa- aggiunse.

Presi il foglio e lo aprii.

Era di una casa di scommesse.

E di quelle grosse.

-Vuoi dire che…- azzardai.

-Voglio dire che qualcuno, oltre a farmi perdere il mondiale, si è pure giocato esattamente lo sviluppo delle ultime tre gare. Sicuramente non ci ha guadagnato poco- mi disse con un sorriso.

-Non posso crederci- risposi.

-Ci sono molte altre cose alle quali non crederesti, fidati-.

Mi misi il foglio consunto dagli anni in tasca.

Lui si alzò, io lo salutai con un’amichevole stretta di mano e finii la mia birra.

12.

Fu l’unica, e ultima, volta che gli parlai.

Guardavo quel foglio, stranito.

Non potevo crederci.

Non poteva essere vero.

Ma me l’aveva detto chi l’aveva vissuta.

Me l’aveva detta l’irlandese, il viveur, il quasi campione del mondo.

Me l’aveva detta Eddie.

E allora, pensai, potrebbe anche essere una storia vera.

Una storia da raccontare.

Una storia incredibile…

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JOSE’ MARIA JIMENEZ: Il “selvaggio” fragile.

di REMO GANDOLFI

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“Ci sono “GIORNI NERI”.

Dove non c’è nulla, ma proprio nulla, che riesca a sollevarmi da questa apatia.

Sono quei giorni dove la gente, tutta la gente, mi dà fastidio.

Giorni in cui vorrei starmene da solo, dentro a quel “buco” dove sono precipitato e dal quale non provo neppure più ad uscire.

Nessun suono, nessuna voce, nessun rumore.

Voglio solo il niente e lo voglio nel bel mezzo del nulla.

Quando sono “dentro” a questi giorni e penso a quello che sono diventato mi verrebbe quasi da ridere … anche se mi accorgo di non esserne più capace.

Io, che dal calore del pubblico ai lati delle strade prendevo quella energia che ogni volta che l’asfalto saliva sotto i pedali mi permetteva di prendere il volo.

Io, che mi nutrivo di quell’abbraccio e di quelle urla di incitamento e che mi esaltavano a tal punto che a volte non sentivo neppure la fatica.

Io, che ogni volta che tagliavo il traguardo e vedevo tutte quelle facce sorridenti per una mia vittoria mi sembrava di avere davvero raggiunto il mio scopo.

… io che ora, quando vedo una bicicletta, quasi mi metto a vomitare.

In questi “GIORNI NERI” non c’è nulla, ma proprio nulla, che riesce a darmi conforto o speranza.

Neppure l’affetto della mia adorata Azucena che mi è stata vicina fin da quando eravamo ragazzini e che ha sempre sopportato, capito e perdonato tutte le cazzate che sono stato capace di fare in questi anni.

Poi ci sono i “GIORNI BUONI”.

In quelli riesco a vedere squarci di sereno in mezzo a tutte quelle nubi nere.

In quei giorni mi dico che posso farcela.

Che posso tornare in bici, che posso tornare a sudare, a lottare … e a vincere.

Anche se oggi peso più di un quintale e se resto senza fiato dopo aver fatto una rampa di scale !

Nei GIORNI BUONI ripenso che sull’Angliru, ad Andorra, al Xorret de Catì, alla Laguna Negra de Neila e sulle altre grandi salite di Spagna non c’era nessuno in grado di reggere il mio passo.

E poi ci sono ancora tante sfide da fare con l’italiano !

Per adesso è in vantaggio lui.

Mi è arrivato davanti al Giro e al Tour ma non posso pensare che sia finita qui.

Non vedevo l’ora di sfidarlo quattro anni fa alla Vuelta.

Quell’anno si arrivò sul terribile Angliru per la prima volta e io misi la mia bicicletta davanti a tutti.

Ma Marco Pantani non c’era … era già alle prese con i suoi di fantasmi.

Ognuno deve combattere con i suoi e io ho intenzione di farlo.

Intanto mi sono convinto a tornare “dentro”.

Nella pace della clinica del San Miguel de Madrid dove ci saranno tutte quelle suore gentili a prendersi cura di me.

Gliel’ho detto chiaro oggi al mio amico di sempre, David Navas “e quando vedi Eusebio Unzue diglielo che mi tenga un posto in squadra perchà “El Chava” tornerà su una bici e indosserà di nuovo un numero di gara”

Così ho detto a David.

Ma oggi è un GIORNO BUONO … domani … chissà …

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E’ il 6 dicembre del 2003. Josè Maria Jimenez detto “El Chava”, il selvaggio, è ricoverato nella clinica San Miguel di Madrid dove si sta curando da una terribile depressione che lo ha colpito ormai da due anni e che, nel 2001, gli ha fatto prendere la decisione di lasciare il ciclismo.

In quella clinica, famosa in Spagna per essere “frequentata” da diversi “Vip” incorsi nelle spire di depressione e di dipendenze varie da alcol e droga, Josè Maria è entrato ed uscito parecchie volte.

Sempre con lo stesso risultato: quello di ricadere subito dopo nei suoi vizi e nel buio del “male oscuro”, che lo ha inesorabilmente colpito … nonostante del “Chava” l’immagine fosse sempre stata quella dell’allegrone, spensierato, guascone e un po’ matto.

Josè Maria è ricoverato in clinica da poche settimane ma i primi riscontri stavolta sembrano positivi. “El Chava” alterna a giornate abuliche, solitarie e silenziose a sempre più frequenti momenti conviviali, di serenità e di apertura.

La speranza dei primi giorni si sta piano piano trasformando in fiducia.

I suoi sempre più frequenti proclami di un ritorno alle gare stanno iniziando a circolare anche all’esterno.

La Spagna intera non ha certo dimenticato quel ragazzone di oltre un metro e ottanta che ha saputo infiammare il cuore di tutti i tifosi con il suo modo di correre sempre coraggioso, spavaldo, a volte addirittura sconsiderato.

Nonostante non abbia vinto neppure la metà di quanto hanno vinto quelli della generazione precedente la sua e cioè gli Indurain, i Delgado o gli Olano, “El Chava” sapeva entusiasmare ed emozionare come forse solo “El Tarangu” Manuel Fuente seppe fare prima di lui.

Lo stesso modo di correre, lo stesso coraggio, la stessa totale incapacità di fare calcoli o gestirsi.

La stessa capacità di spiccare il volo ogni volta che la salita si faceva dura davvero … e anche la stessa predisposizione a “saltare” come si dice in gergo, cioè il calcolare male le proprie forze, le distanze e gli avversari.

Macchisenefrega !

Alla fine, anche quando succedeva questo, l’amore dei tifosi aumentava ancora, ogni volta di più.

Ma c’è tempo per pensare a queste cose, al Jimenez “ciclista”.

Ora occorre pensare innanzitutto al Jimenez uomo.

Ai suoi folli eccessi, nelle notti piene di cocaina e whisky, ad una professione lasciata quando era praticamente al top … per finire nel buco nero della depressione.

Oggi dicevamo, è un GIORNO BUONO.

Ormai nella clinica tutti hanno imparato a conoscere questo ragazzone un po’ sovrappeso ma al quale gli occhi hanno ricominciato a sorridere.

E’ sabato ed è un giorno di visita e gli altri ospiti della clinica non vedono l’ora di raccontare a parenti ed amici del loro celebre “coinquilino”.

Josè Maria sta firmando autografi, mostra le fotografie delle sue più belle imprese e sorride.

Il calore della gente è sempre stata la sua benzina speciale, quella che sulle salite più dure gli permetteva di avere qualcosa in più.

Poi però “El Chava” si blocca improvvisamente, dice che gli fa male la testa e chiede di sedersi, di fargli spazio … di lasciarlo solo.

Forse qualcuno lo interpreta come il capriccio di una star un po’ viziata e incostante.

Invece Josè Maria Jimenez sta male davvero

I soccorsi arrivano velocemente.

Ma altrettanto velocemente si accorgono tutti che è una cosa seria, terribilmente seria.

E’ un infarto.

Il cuore di Josè Maria Jimenez, massacrato da anni di sollecitazioni sulla bicicletta ma soprattutto da altrettanti anni di eccessi giù dalla stessa, non ha la forza di reggere all’impatto.

Josè Maria Jimenez morirà qualche istante dopo nella clinica dove era andato per tornare alla vita, per aggrapparsi ancora a quella speranza mai completamente sopita di tornare un giorno sulla sua bicicletta.

Ha solo 32 anni, l’età che per un ciclista rappresenta spesso il perfetto equilibrio tra le forze ancora intatte e la giusta dose di esperienza.

Esattamente due mesi dopo se ne andrà anche Marco Pantani nella solitudine di un triste albergo della sua Romagna.

La loro rivincita, almeno su questa terra, non ci sarà mai più.

Ma senza di loro, il ciclismo ha perso molta della sua poesia.

Qualcuno dice che non c’è solitudine peggiore di quella della fatica sulla bici.

Quando hai davvero solo te stesso, le tue gambe e il tuo cuore su cui fare affidamento.

El Chava, come Marco, probabilmente erano fatti per faticare sulla bici, da soli … come da soli se ne sono andati.

 

José Maria Jimenez nasce a El Barraco, nei pressi di Avila, la meravigliosa cittadina capoluogo della Provincia di Castilla Y Leon il 6 febbraio del 1971.

Nato a El Barraco come lui c’è il celebre Angel Arroyo, grandissimo ciclista degli anni ’80 e proprio nella squadra ciclistica giovanile dedicata al grande scalatore spagnolo (capace tra l’altro di arrivare sul podio di un Tour, quello del 1983 alle spalle di Laurent Fignon) che Josè Maria dà le sue prima pedalate.

Ha un fisico tutt’altro che adatto a fare il ciclista.

E’ alto ed è decisamente “gordito” come dicono da quelle parti.

E’ cicciottello insomma.

Ma stupisce tutti sia per la potenza in pianura ma soprattutto per la forza che riesce a sprigionare nelle salite, considerando i chili di troppo che deve portarsi appresso.

Le sue prestazioni attirano ben presto l’attenzione del più potente team spagnolo dell’epoca, la Banesto di Miguel Indurain e di Pedro Delgado.

Già nel 1993, a soli 22 anni, Josè Maria Jimenez lascia intravedere le sue grandi qualità.

Sulle salite rimane spessissimo con i primi e quasi sempre è l’ultimo a rimanere a fianco dei suoi capitani nelle tappe più impegnative.

Ma è nel 1995 che arriva la definitiva consacrazione.

La vittoria nella tappa “regina” del Giro di Catalogna lo catapulta tra i giovani di maggior futuro del ciclismo spagnolo e quando nella corsa in linea del campionato di Spagna, corso sul durissimo percorso di Segovia, Jimenez si piazza 2° dietro il compagno di squadra Montoya e davanti a campioni come lo stesso Indurain, Melcior Mauri o Alvaro Gonzalez de Galdeano, la sensazione è che il ricambio per i vari Indurain, Delgado ed Olano gli spagnoli lo hanno già.

La sua crescita continua in maniera esponenziale ma iniziano ben presto a circolare voci sulle sue abitudini una volta sceso dalla bicicletta.

Jimenez non è certo un maniaco dell’allenamento, d’inverno non fa esattamente una vita da atleta e la vita notturna lo attrae da sempre.

Ha però un motore spaventoso, una predisposizione innata in salita.

Nel 1997 vince il Campionato di Spagna su strada e alla Vuelta, oltre a trionfare in una tappa ovviamente con arrivo in salita, conquista anche la maglia verde di miglior scalatore.

Il 1998 è l’anno di gloria del “Chava”.

Vince una durissima tappa al Giro del Delfinato e anche se al Tour le cose non vanno come sperato alla Vuelta le sue prestazioni sono semplicemente impressionanti.

Vince ben 4 tappe, tutte con arrivo in salita, e soprattutto conquista il suo primo e unico podio in una grande corsa a tappe, giungendo terzo alle spalle dei connazionali Abraham Olano e Fernando Escartin. Per la seconda volta consecutiva conquisterà il premio del miglior scalatore.

La sua forza in salita è impressionante.

Le sue progressioni entusiasmano gli appassionati.

In Spagna è un idolo assoluto.

Le voci sulla sua condotta fuori dalle corse si susseguono ma nessuno ci fa caso più di tanto. “El Chava” sulla bici sa appassionare come nessuno e gli si perdona una condotta un po’ “bohémien”.

Nel 1999 torna al Giro d’Italia ma le sue prestazioni non sono all’altezza della sua fama.

Tutti aspettano con ansia il duello con Marco Pantani con il quale condivide il dono naturale per scalare le montagne su una bicicletta e quello per la vita notturna e i suoi vizi.

Ci sarà solo un assaggio di questo duello.

Alla ottava tappa si scala in Gran Sasso d’Italia e Marco Pantani riesce a staccare tutti ma “El Chava” arriva dietro di lui di soli 23 secondi ma anticipando gli altri uomini di classifica, come Jalabert, Zulle, Savoldelli e Simoni.

Alla fine di quella giornata Marco Pantani sarà in maglia rosa e Josè Maria Jimenez al secondo posto, staccato di poco più di mezzo minuto.

Sembra l’inizio di un grande duello tra i due più forti scalatori del mondo ma Josè Maria si perderà per strada, concludendo con un deludente 33° posto finale.

Ma se la delusione del Chava è solo di natura sportiva quello che accadrà la mattina del 5 giugno a Madonna di Campiglio sarà un punto di svolta nel carriera e soprattutto nella vita di Marco Pantani, trovato con valori superiori alla norma di ematocrito e costretto a lasciare un Giro d’Italia che lo scalatore romagnolo stava dominando.

Il sogno di Josè Maria Jimenez di prendersi la rivincita sul “Pirata” qualche mese dopo alla Vuelta rimarrà tale … li aspettava il terribile Angliru, la salita probabilmente più dura di tutto il ciclismo.

Dove Jimenez vincerà, ma non davanti a Marco Pantani come aveva sognato.

Per i due ci sarà solo un altro grande duello.

E’ il 16 luglio del 2000.

E’ passato poco più di un anno da quella folle e assurda farsa di Madonna di Campiglio e il Pirata è arrivato a questo Tour con pochi chilometri nelle gambe mentre “El Chava” ha già messo la sua ruota davanti a tutti gli altri al Giro di Catalogna e alla Classica delle Alpi, una delle corse più dure del circuito internazionale.

Josè Maria Jimenez sembra in giornata di grazia. Attacca sulla Madeleine, lontano dall’arrivo. Porta via un gruppetto di ciclisti che sulla salita che porta a Courchevel si perdono tutti lungo la strada, stroncati dal ritmo del Chava.

Comincia a sentire il profumo della vittoria, la vittoria in una delle tappe più dure del Tour, la corsa che più di ogni altra ti catapulta all’attenzione del mondo.

E’ solo.

Ma da dietro arriva per lui la notizia peggiore.

Marco Pantani è scattato.

Marco non ce l’ha con lui.

La sua guerra è contro “l’americano” che qualche giorno prima gli è arrivato dietro di pochi centimetri sul Mont Ventoux, lasciando però intendere che la vittoria non era di Pantani, ma solo una sua gentile concessione.

Insopportabile per Marco e il suo orgoglio.

E allora Marco quel giorno, scatta, riscatta ancora e poi ancora … fino a che la resistenza di Lens Armstrong, dominatore del Tour, finalmente non cede.

Marco stacca tutti e raggiunge Jimenez sotto lo striscione dei 3 km all’arrivo. La tenacia del Chava è quasi commovente. Prova a tenere duro per quasi altri 500 metri … ma il Pirata ha un altro passo.

Vincerà con 40 secondi di vantaggio su Jimenez.

La stagione successiva sarà l’ultima per Josè Maria Jimenez.

Un’altra Vuelta da incorniciare, con 3 vittorie di tappa, e il primato non solo nella “sua” classifica di miglior scalatore ma anche quella della classifica a punti a testimonianza di una regolarità impressionante.

Finisce la stagione e Jimenez si lancia “nell’altra vita” con ancora maggior veemenza, quasi senza controllo.

Si susseguono le segnalazioni di persone che lo trovano in condizioni pietose dopo i suoi eccessi e le sue notti senza conoscere limiti.

La crisi arriva in una fredda mattina di febbraio.

El Chava si prepara per una seduta di allenamento.

Si veste con la solita tuta della Banesto, la sua squadra di sempre.

Guanti, passamontagna e si appresta per scendere in garage a prendere la bici.

Poi si siede sul divano della sala.

“Non so perché l’ho fatto. Ero pronto per uscire ma improvvisamente mi sono fermato e mi sono seduto”.

Doveva essere solo una pausa di pochi secondi.

Su quel divano Josè Maria Jimenez invece perde il conto del tempo.

E lì, su quel divano in quelle ore, dentro di lui si rompe qualcosa.

“Una sensazione mai avuto prima in vita mia: la paura”.

Davanti a lui si apre un buco nero, nel quale sprofonderà e dal quale non uscirà praticamente mai più.

Quando si riprende ha perso il conto del tempo ma nel frattempo ha maturato una decisione.

Chiama il suo Direttore Sportivo, Eusebio Unzué.

Gli comunica che non correrà mai più in bicicletta.

Lui, El Chava Jimenez, il ragazzino quindicenne che pesava più di 90 chili e che quando iniziò ad andare in bicicletta sollevava risatine di scherno.

Invece vinse la prima corsa a cui partecipò.

“Non so davvero cosa farci. A me riesce tutto facile. Mi piaceva il karate, facevo i tornei e li vincevo tutti. Anche quando lavoravo nel bar di mio padre ero il migliore di tutti i camerieri e mi piaceva ricevere i complimenti della gente”.

Ha sempre avuto tutto facile Josè Maria Jimenez, tanto da non essere mai ciclista al 100%.

“Non mi sono mai allenato due giorni di fila in vita mia” ha sempre giurato El Chava.

Non gli interessava neppure del denaro “Più di una volta ho pregato i miei direttori di non pagarmi. Magari stavo un mese intero senza allenarmi. Non meritavo quei soldi ma loro mi pagavano lo stesso”.

Però vinceva, entusiasmava e innamorava le folle.

 

Fino a quel giorno di febbraio del 2002, dove il suo mondo perfetto è crollato come un castello di carte.

E da allora i giorni neri non sono mai veramente finiti.

 

https://youtu.be/XrD1rx1rfYU

LUTHER McCARTY: Tre ganci sopra il cielo.

di LISA AZZURRA MUSETTI

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Io non sono religiosa, o meglio non sono legata a nessuna delle religioni più importanti del mondo.

Mi definisco spirituale ed il mio credo è un miscuglio di religioni, superstizioni e divinità di ogni parte del mondo. I limiti non fanno per me. Però mi chiedo come avrei reagito il 24 Maggio 1913 alla Tommy Burns Arena se avessi assistito ad una delle scene più strane che sport e misticismo avrebbero mai creato.

Sul ring ci sono Luther McCarty, un peso massimo le cui origini si perdono fra un miscuglio di Italia, Irlanda e Nativi Americani. Ma è bianco, in un mondo, quello della boxe dominato quasi per tutto il 900 da atleti di colore. Ed è pure bravo!

Debutta come professionista a diciotto anni ed il suo gancio sinistro era una sassata in volto difficile da incassare. Gli impresari iniziano a credere in lui, tanto che iniziano ad organizzare un incontro con il mitico Jack Johnson, probabilmente uno dei più importanti pugili della storia di questo sport.

Il ring però è strano, non è come gli altri luoghi dove si svolgono attività sportive. Il ring è uno spazio fra diverse dimensioni dove tutto ed il contrario di tutto può accadere, dove il sangue e il sudore creano una miscela che altro non è se non un’offerta agli Dei di questo sport. Ferro e sale. E se poi il sale, ogni tanto, è di qualche lacrima, in quel mondo sospeso nessuno se ne accorge.

Lo sfidante di Luther è Arthur Pelkey e sono entrambi circondati da circa seimila spettatori.

Il match però durò molto meno del previsto: Palkey tira un montante allo sterno di McCarty. Forte ovviamente ma non così forte da farlo accasciare a terra. Eppure accade proprio questo. Tutti sono increduli perfino l’arbitro e l’avversario. L’arbitro però seguì il protocollo ed iniziò il conteggio. Proprio in quel momento avvenne qualcosa di incredibile.

Un fascio di luce , si come quelli dei film in cui intervengono gli angeli, scese dall’alto ed avvolse il corpo di Luther fino alla fine del conteggio, per poi estinguersi. Il fascio di luce illuminò solo il pugile disteso a terra e proveniva da un punto dove non vi erano riflettori, finestre o lucernai.

Alla fine dei dieci secondi il bianco dal sangue misto era morto. A nulla valsero otto minuti di tentativi di rianimazione.

Gli esami del coroner rivelarono che il pugile aveva subito dei danni a causa di una caduta da cavallo qualche giorno addietro ed il pugno aveva dato alla situazione il colpo di grazia.

Di tutte le foto del “mitico” fascio di luce ne è sopravvissuta solo una, ma c’è di più. Quando gli addetti alla pulizia il giorno dopo si recarono a pulire il ring trovarono ancora i segni della sagoma di McCarty ed apparivano bruciati.

Una storia così mistica è difficile da spiegare, ma la boxe è misticismo applicato al dolore e noi possiamo solo scegliere di credere, di non credere e in cosa credere.

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JAYDEN STOCKLEY: Storia di cigni e brutti anatroccoli.

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Questa è la piccola storia di un “piccolo” calciatore delle serie minori inglesi (dove si gioca ancora  “quel calcio inglese” che fece innamorare quelli della mia generazione).

E’ la storia di un “brutto anatroccolo” di 190 centimetri, che sembra arrivato direttamente dagli anni ’80. Lento, non certo elegante o con grandi doti tecniche. Uno che assomiglia proprio tanto ad un Lee Chapman, un Tony Cascarino, un Mick Harford o un Peter Withe di quei (meravigliosi) anni.

Ma è anche la storia di uno che non ha mai mollato, che a 25 anni ha già giocato in ben 12  squadre diverse (il “Loco” Abreu e il suo record stanno tremando …) e che adesso, da un mese a questa parte, si è ritagliato un posticino nel glorioso PRESTON NORTH END in Championship, ad un passo dall’Olimpo del calcio inglese: quello della Premier che del CALCIO INGLESE ormai, ha salvato ben poco …

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Eddie Howe, il manager del miracolo Bournemouth, il team della costa meridionale inglese che per il quarto anno consecutivo sta giocando nella Premier League inglese, nel settembre del 2009 si trovava in una situazione decisamente diversa da quella attuale.

I “Cherries” sono retrocessi una paio di stagioni prima nella DIVISION TWO, la Quarta divisione inglese, l’ultima delle serie professionistiche e addirittura si sono salvati per un soffio nella stagione precedente.

Quando Eddie Howe subentra a Jimmy Quinn sulla panchina del Bournemouth la salvezza è lontana  10 punti

A poche giornate dalla fine il destino sembra segnato.

E quel destino significa retrocedere nella National League e sparire dal calcio professionistico inglese.

Il miracolo, che i tifosi ribattezzarono “The Great Escape”, si materializza nell’ultima partita casalinga della stagione 2008-2009, vinta contro il Grimsby Town per 2 reti ad 1.

Il Club però si trova sull’orlo del fallimento.

L’HER MAJESTY’S REVENUE AND CUSTOMS (in pratica l’Agenzia delle entrate di Sua Maestà) dovendo riscuotere grosse somme dal Club ne impedisce di fatto ogni attività sul mercato.

Quando Eddie Howe inizia la stagione successiva la rosa è ridotta all’osso.

A tal punto che lo stesso manager si trova costretto, prima del match contro il Burton Albion, a compiere un qualcosa che non è esattamente quello che dovrebbe rientrare tra gli incarichi di un Manager di una squadra professionistica.

Eddie Howe prende il telefono in mano e chiama la Preside della Lytchett Minster School di Poole, cittadina a pochi chilometri da Bournemouth.

Gli serve il suo permesso  per esentare da una lezione di matematica un ragazzo che ha compiuto 16 anni la settimana precedente.

Questo ragazzo gli serve per completare la rosa dei 16 giocatori del Bournemouth che nel pomeriggio di quello stesso giorno devono giocare contro il Burton Albion.

Il nome di questo ragazzo è Jayden Stockley.

Il protagonista del nostro piccolo racconto.

Jayden Stockley gioca a calcio nelle giovanili del Bournemouth e si è già distinto per le sue qualità. Ha le caratteristiche di un attaccante centrale “vecchio stampo”, di quelli alti e prestanti, coraggiosi e battaglieri e fortissimi nel gioco aereo.

Il giovane Jayden però ha anche un’altra grande qualità: “vede la porta” e segna spesso anche con i piedi, destro e sinistro.

Inoltre è un ragazzo serissimo, che fa il suo dovere a scuola e che in allenamento ascolta e impara … e lavora duro.

Sembra l’inizio di una bella favola, di una carriera promettente e con un futuro nel calcio ad eccellenti livelli.

Non sarà così.

Al Bournemouth, nonostante nel 2009 gli facciano firmare un contratto di 5 anni, non riesce mai a trovare con continuità un posto da titolare.

Viene mandato ripetutamente in prestito, addirittura nei semiprofessionisti e comunque mai più su della Division Two, la quarta serie del calcio inglese.

A volte facendo bene altre volte meno.

Jayden Stockley toccherà il punto più basso nel suo periodo in prestito al Torquay United.

19 presenze e un solo gol.

Il Bournemouth però non lo molla, anzi, per due anni consecutivi gli rinnova il contratto.

Insomma, sembra che gli manchi sempre un punto per fare “31” ma le qualità nel ragazzo ci sono, questo ai “Cherries” lo sanno tutti.

Nel frattempo il Bournemouth ha terminato la sua scalata verso la Premier, raggiunta nell’aprile del 2015.

Ovviamente con Eddie Howe sulla panchina dei “Cherries”.

Per Stockley però nella rosa di Premiership non c’è posto e il biondo centravanti viene spedito ancora una volta in prestito (il 9° in 5 anni !).

Stavolta è l’Exeter che richiede le sue prestazioni.

Qui, finalmente, Jayden trova l’ambiente ideale.

Gioca 22 partite e segna 10 reti portando i biancorossi nelle posizioni di vertice della classifica.

Ora il suo nome inizia a circolare anche tra squadre di categoria superiore.

Ma sono gli scozzesi dell’Aberdeen a battere la concorrenza e stavolta per Stockley niente più prestiti.

Il suo passaggio dal Bournemouth ai “Dons” è definitivo.

Jayden ha ancora solo 23 anni.

Sono in molti a ritenere che l’Aberdeen abbia fatto un colpaccio.

Invece Stockley fa fatica.

Non è mai considerato veramente un titolare e il suo “dentro e fuori” dal team non è certo l’ideale per rendere al meglio.

6 reti in 39 partite non sono un bottino soddisfacente e quando l’Exeter riesce a raggranellare la cifra (record per il piccolo Club del Devon) di 110.000 sterline Jayden ritorna più che volentieri nel Club nel quale è riuscito a dare il meglio di sé.

Qui Jayden ritrova gol e fiducia.

I suoi 25 gol stagionali permettono all’Exeter di raggiungere i play-off dove però verranno sconfitti dal Coventry.

Ma se la scorsa stagione è stata eccellente per il possente attaccante di Poole l’avvio di questa stagione è semplicemente straordinario.

In 24 partite mette a segno 16 reti e l’Exeter lotta per uno dei tre posti che garantiscono la promozione in Division One.

Il problema per i “Grecians” (questo il soprannome dei biancorossi) è che Jayden Stockley è ormai “merce” molto ambita per parecchie formazioni di categoria superiore.

La sua clausola di rescissione è fissata a 750.000 sterline.

Un sacco di soldi per il piccolo Club del Devon ma relativamente pochi per formazioni di Championship.

E sarà proprio una formazione di Championship ad assicurarsi le prestazioni di Stockley: il Preston Noth End, leggendario team del calcio britannico che sogna di ritornare un giorno nell’Olimpo del calcio inglese.

Primo passo: acquistare qualcuno che “la butti dentro”.

E Jayden Stockley potrebbe davvero essere l’uomo adatto per riportare il Club in cui giocò praticamente tutta la sua carriera il grande Bill Shankly ai vertici del calcio inglese.

Il brutto anatroccolo si è finalmente trasformato in cigno.

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Per finire due curiosità:

Sapete chi è il calciatore delle 4 divisioni professionistiche inglesi ad aver segnato più reti nell’anno solare 2018 ?

Harry Kane ? Mohamed Salah ? No amici … Jayden Stockley con 32 segnature.

Infine, mentre sto scrivendo questa piccola nota sto buttando un occhio su “Livescore” per seguire la giornata calcistica.

Il Preston North End si è appena portato in vantaggio sul campo del QPR.

Chi ha segnato c’è bisogno che ve lo dica ? 😉

 

https://youtu.be/63k34t-hr98