I CERCHI DI KAREL

di RENATO VILLA

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Stava disegnando. Non sembrava che fosse poi tanto importante, quello che stava facendo. I suoi erano disegni strani di visioni da incubo, e di altri mondi che solo lui poteva vedere. Eppure, solo i suoi occhi avevano quel vantaggio, e lui sapeva che non era una cosa da poco. Nessuno sapeva come facesse, a realizzarli, quei cerchi. Solo lui aveva presente la sua realtà, e solo lui sapeva che non era una realtà effettiva. Già. Continuò a disegnare, lasciando per strada i ricordi ed i pensieri, e si mise ad illustrare quel mondo che stava sognando. Non dormiva quasi mai, Karel. Non sentiva il sonno, e la paura. I suoi occhi non vedevano, sognavano. La luce che filtrava fragile dalle tapparelle del suo studio rendeva ancora più poetica la realizzazione di quelle opere nere, cupe, sulle quali poi lui innestava la bellezza della sua arte. Non doveva venderle a nessuno: se le sarebbe trascinate via con sé, aveva giurato, e non avrebbe mai più fatto mercato delle sue capacità. Aveva collaborato con tante riviste, da giovane, ed ora non ne aveva più voglia. Voleva che tutti i suoi cerchi si unissero, come per magia, e formassero un quadro gigantesco, come quelli dei grandi maestri dei secoli passati. Ma erano cerchi, quelli di Karel, e geometricamente era difficile, fare un’operazione simile. In ogni caso, lui era sicuro che ce l’avrebbe fatta. Aveva già il centro, perché l’aveva già scelto, ed ora si trattava solo di realizzare il resto, o di montarlo, come si diceva in gergo cinematografico. Karel amava il suo lavoro. Forse troppo, pensò, e si decise ad alzarsi. Avrebbe bevuto qualcosa, perché aveva sete, ed aveva voglia di staccare per qualche minuto. Tanto, ormai non gli correva più dietro nessuno. Solo il tempo.

 

La luce della stanza era quella che lui aveva voluto, fioca e tetra come quella di una camera mortuaria. I suoi erano disegni particolari, amari, duri, a volte incomprensibili, ma sempre estremamente poetici, e lui sapeva che avrebbe dovuto lavorare ancora per molto, per arrivare a realizzare il suo sogno. Perché era un sogno, quella dannazione, e nient’altro, e Karel lo sapeva. La sua idea era mettere nel centro della tela un primo piano di una ragazza urlante, un po’ come il quadro di Munch, perché voleva che la gente rispondesse a quello che vedeva, e che lui voleva far vedere. Molti piangeranno, se riuscirò a completare il quadro, si disse. I suoi cerchi erano un numero spropositato, immenso, e sarebbero bastati per una marea di affreschi, perché lui continuava a produrli, e ad incastrarli l’uno nell’altro. Altro che Cappella Sistina, si disse, se mi riesce questo lavoro divento l’autore più maledetto di tutti, oltre Bosch, oltre tutti gli altri, e si parlerà quasi solo di me…

Quella era la presunzione dell’artista, del grande artista che si sentiva ormai alla fine, e voleva lasciare anche un solo segno tangibile della sua grandezza. Karel guardò la porta, e poi il soffitto, e sorrise. Si sentiva molto più vicino alla verità, adesso, più di quanto non lo fosse mai stato prima.

-Senza luce… senza luce posso dipingere, ma ora devo vedere- sussurrò, ed andò verso l’interruttore. Non aveva voglia di sedersi, ma di guardare ciò che era riuscito ad inventare. Accese la luce. E tutti quei cerchi gli apparvero inutili, alla luce, come invece non sembravano al buio notturno del suo studio. Spense la luce, e tornò a dipingere.

 

La mattina dopo, quando si svegliò, con gli occhi stanchi e distrutti dal lavoro, Karel guardò i suoi cerchi. Erano tanti, tantissimi, troppi, e capì che stava cercando di terminare un lavoro folle, pazzesco. Ma capì anche che la sua vita era passata davanti a quelle tele, stranamente formate, che l’avevano reso celebre proprio per quello, e non per altro. Gli occhi della gente non vedevano solo i quadri dei grandi autori, no, vedevano anche i suoi miseri e tetri cerchi, ogni giorno, ogni notte. Karel si rimise a lavorare, senza nemmeno aver bevuto un goccio di caffè, perché gli bastava avere un’idea per cominciare. Disegnare non è una cosa da tutti, e neppure dipingere, e lui lo sapeva bene: era per quello che aveva intenzione di completare quel lavoro, quella maledizione. Andò in cucina, e prese una bottiglia d’acqua fresca, per bere qualcosa ogni tanto. Poi si rimise a dipingere, e cercò qualcosa che potesse essere inserito in un particolare punto dell’affresco, di quell’affresco che sognava di portare a termine.

-La luce viene dall’alto…- pensò ad alta voce, guardando il cerchio che stava dipingendo. Era un disegno abbastanza strano, quello, e lui sapeva quanto lo fosse. Però lo voleva finire, e presto, perché non aveva molto tempo da perdere. In fondo, era uno dei suoi tanti incubi notturni.

 

Già, perché tutti i suoi cerchi provenivano dalle sue notti piene di terrore, vissute senza dipingere per diverso tempo. Ora, invece, soffriva di meno il sonno, e poteva permettersi di passare quasi tutta la notte davanti alla tela. Karel sapeva che non gli restava molto tempo, ma capiva che quell’opera lui avrebbe dovuto finirla prima del momento che doveva arrivare. Gli occhi gli facevano male, dopo un paio d’ore, ed allora li metteva a riposo, appoggiandosi sulla poltrona che si trovava lì vicino, e chiudendoli, come quando si dorme. Ma non dormiva, Karel, perchè nulla era più terribile di quel poco tempo passato a sonnecchiare: era una sequenza dopo l’altra d’immagini terrificanti che lui avrebbe poi trasposto nei suoi dipinti, nei suoi cerchi.

-Nero su rosso sfumato…- sussurrò, guardando l’ambiente del cerchio, e la figura del mostro che aveva appena finito di disegnare. Doveva essere qualcosa di cupo, ma anche qualcosa che attirasse, che convincesse a guardare, pensò imprecando. Poi guardò l’orologio. Si accorse di avere fame, e lasciò da parte l’ultimo cerchio. Non era ancora finito, nonostante tutto il suo lavoro. Avrebbe dovuto completarlo, dopo pranzo.

 

Il momento di mangiare giungeva sempre quando il lavoro lo tormentava, e la fame lo distraeva da certe situazioni dalle quali, anni prima, non sarebbe mai uscito. Non aveva più pianto per una donna da quando era andato a vivere a Venezia, Karel, ma da allora sapeva che avrebbe dovuto decidersi. O lavorare per vendere, o produrre arte. Fu l’ultima donna che incontrò a lanciargli l’idea dell’affresco gigante formato da tutte le sue tele. Lei non sapeva dei cerchi, ricordò mentre mangiava. Pensava che lui dipingesse come tutti gli altri, tele normali.

-Povera ragazza- disse tra sé il pittore, mentre spezzava il pane. Era stata l’ultima occasione che aveva avuto, e che aveva gettato da uno dei tanti ponti di quella città di sogno, quella. Però la ricordava come un fatto gioioso, perché era stato l’inizio di qualcosa di più importante. Finì di ammazzare il tempo mangiando, e poi si riavviò verso lo studio, caracollando come sempre. Sapeva che doveva finire quei cerchi, e che poi avrebbe dovuto iniziarne altri. Spense la luce, e si rimise al lavoro, lasciandosi trascinare dai suoi pensieri cupi e dalla sicurezza che avrebbe terminato il lavoro. Avrebbe staccato tra qualche ora, e solo per mangiare ancora. Adesso, doveva lavorare.

 

Quei cerchi lo stavano ipnotizzando, ormai. Li amava, come amava tutto ciò che rappresentava la bellezza e la fantasia. Karel aveva gli occhi stanchi, a forza di disegnare e dipingere, ma non sentiva il dolore che alcuni avevano addosso, perché a lui piaceva quel lavoro, e perché era necessario, per lui, cercare di lasciare una traccia nel futuro. Non voleva che lo si scordasse, com’era successo a tanta altra gente. Il suo nome era particolarmente considerato, negli ambienti importanti, e dalle pubblicazioni di un certo valore. Ma i galleristi non lo amavano, dicevano che era bravo solo come illustratore, e nessuno di quelli l’avrebbe invitato per organizzare una sua mostra. No, volevano dei nomi che richiamassero almeno un po’ di grande pubblico, e lui non ne faceva parte, di quei nomi. Ma quando mai avesse finito il suo affresco, allora sarebbe stato il più importante pittore degli ultimi cent’anni, lo sapeva benissimo. Ed adesso stava guardando tutto ciò che aveva appena terminato, con un sorriso soddisfatto. Chissà, forse ce l’avrebbe fatta davvero, o forse sarebbe stato distrutto prima dal suo lavoro. L’importante era che tutti sapessero, e che il mondo conoscesse la sua opera, come l’opera di un pittore. Karel guardava i suoi cerchi, con l’idea nuova sempre in agguato, ed attendeva. Attendeva qualcosa che non era ancora arrivato. E si addormentò, sognando cerchi, e vedendo il suo affresco finito, con una figura centrale che gli sembrava di conoscere… che gli sembrava proprio, di conoscere.

 

Sognò, ancora, ed ancora, perché sapeva che sognare era l’ultima cosa che gli rimaneva da fare, senza illudersi. Aveva un sorriso amaro, ogni notte, Karel, perché si era reso conto che nessuno l’avrebbe mai chiamato per una mostra. E nessuno si sarebbe mai impegnato a raccontare la sua storia, come, invece, sicuramente avrebbero fatto i suoi cerchi. Si abbandonò, lasciando davanti ai suoi occhi il disegno incompiuto di quella che doveva essere la sua ultima opera. Non credeva che ci sarebbe arrivato, pensò, e poi continuò a sognare, per vivere la sua realtà inutile. Non credeva ancora adesso di essere realmente vivo, nemmeno in quello che era il sogno. Ma la sua triste figura che guardava tutti i cerchi che si fondevano in uno solo non diventava altro che la tetra ed unica rappresentazione della morte, di quella che sarebbe stata la sua morte. Una lacrima scese sul suo viso, lasciandolo solo nei suoi pensieri più strani, in mezzo ai ricordi ed alle tante occasioni di rimpianto. Non pensava di poter rivivere certe situazioni, la sua maledizione, ed invece ci si ritrovava dentro come tutte le altre volte, tra la paura di un fallimento e la gioia di un sicuro successo. Non aveva il coraggio di guardarsi indietro, Karel, anche se sapeva che essere arrivato all’ultimo cerchio era qualcosa d’importante, per la sua vita. Il sonno lo stava prendendo del tutto, e lui non aveva più voglia di svegliarsi, come uno dei tanti barboni che attendevano la fine sotto i portici della città. Così, decise di continuare a dormire.

 

 

…tempo dopo, in una delle poche case antiche ancora in piedi entrò un gruppo di giovani. La porta si aprì faticosamente, lasciando intravedere nel buio qualcosa di indistinto. Una ragazza si accese una sigaretta, nervosamente. Un ragazzo, forse più incuriosito degli altri, tentò di entrare nella stanza. Quando ebbe spalancato la porta, si trovò immerso nel buio, insieme ai suoi amici. Quello era il buio dello studio di un pittore, lo capì dall’odore di colori ancora presente nell’aria, ed era ancora infestato dalle immagini demoniache dei suoi quadri… o meglio, dei suoi cerchi. Il ragazzo alzò lo sguardo verso la volta, e non riuscì a vedere nulla. La ragazza ripetè la stessa operazione, ed alzò la sigaretta, lentamente, verso il soffitto. Urlò, ed il suo urlo arrivò lontano, ben fuori città, anche se nessuno lo sentì. Una figura di donna la stava fissando dall’interno di uno di quegli strani cerchi, con un sorriso malefico ed i suoi occhi folli. La ragazza lasciò cadere la sigaretta, proprio mentre un’alta figura nerovestita le si avvicinava, levandosi in un colpo solo il cappuccio e mostrandole il volto orrendamente sfigurato. Quel viso d’angelo oscuro, sfregiato dal dolore e dalla solitudine, terrorizzò la ragazza, che rimase immobile in attesa di un qualcosa che non accadde mai. La sigaretta mai spenta iniziò ad attaccare il legno del pavimento, facendo salire leggere volute di fumo nella stanza. La porta si richiuse, di colpo, e le anime dei dipinti avvolsero i corpi dei ragazzi, e, trasferendoli nel dipinto, crearono altri cerchi. La sigaretta prese ad intaccare un pacco di fogli, pieni di scarabocchi, che dovevano essere degli studi per le prossime figure, che presero lentamente fuoco, tentando di attaccare il legno, ma non ci fu nulla da fare. Uno dei dipinti, rapido, si illuminò e l’acqua proveniente dalle nubi di quel dipinto spense le lievi fiamme. Al di fuori della porta, la città continuava a vivere, normalmente, la sua  stanca vita.

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Autore: remogandolfi

Amo gli ultimi. Quelli spesso perdenti, autodistruttivi, sfigati fino all'inverosimile. Qui proverò a raccontare qualche piccola storia dei tanti che ho amato, nello sport, nella musica e nel cinema. Accompagnato da tanti amici con le mie stesse passioni.

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